Tag: sanità

  • Tossicodipendenti, i soldi per curarli ci sono ma sono mal distribuiti. E così troppi finiscono in carcere

    Tossicodipendenti, i soldi per curarli ci sono ma sono mal distribuiti. E così troppi finiscono in carcere

    EroinaDella realtà degli istituti di assistenza ai tossicodipendenti il cittadino comune conosce poco o niente. Eppure, sono centri di importanza primaria nel tessuto del nostro welfare, sia perché svolgono un ruolo di assistenza sociale fondamentale per una categoria di cittadini affetti da una patologia particolarmente grave, sia perché il loro buon funzionamento ha ripercussioni positive sul sistema economico della sanità: parlando in termini decisamente pragmatici, le comunità costano meno degli ospedali e, se funzionano, garantiscono cura e reinserimento sociale di un tossicodipendente, evitando ulteriori spese mediche e altri possibili “danni collaterali” come la deriva verso la delinquenza di chi è escluso dal circuito lavorativo.

    Recentemente, tuttavia, un professionista del settore quale Paolo Merello, direttore generale del Ceis (Centro di solidarietà) di Genova – onlus che da tempo lavora nel campo della cura delle tossicodipendenze – ha lanciato un allarme circa la situazione genovese. «Ci sono molti utenti ristretti in carcere privati della possibilità di accedere alle misure alternative come dispone la legge italiana» ha denunciato. Sarebbero, infatti, circa 400 i tossicodipendenti che non trovano posto nelle strutture di cura.

    La risorse della Regione

    Ogni anno, la Regione Liguria stanzia 12 milioni di euro per le dipendenze. Di questi, 5 milioni sono destinati alle strutture di Genova ma solo 3 milioni arrivano effettivamente alle comunità, mentre il resto finisce fuori provincia e fuori regione. Un’uscita motivata dal fatto che circa il 10-12% degli assistiti vengono curati fuori Genova o fuori Liguria ma restano comunque a carico del nostro sistema sanitario ed economico, che ha un costo medio di 80 euro al giorno per paziente, come ci spiega Giorgio Schiappacasse, medico specialista in psichiatria e direttore dei Sert della Asl 3 genovese. Due le ragioni principali di questa “delocalizzazione”: da un lato, mancano in Liguria alcune strutture specifiche, ad esempio una per nuclei madre-figlio e una per i minorenni, categorie che non possono essere inserite all’interno di un centro che accoglie anche uomini adulti; dall’altro, alcune terapie possono essere maggiormente efficaci per il tossicodipendente se viene allontanato dalla propria realtà cittadina, nella quale può subire il richiamo delle frequentazioni e dei luoghi che condividono con lui la maledizione della droga.

    Non proprio sulla stessa linea il Ceis. «Noi non vogliamo entrare nel merito delle scelte medicali – spiega Michele Serrano, responsabile delle relazioni esterne – se il medico ritiene che il paziente abbia necessità di essere allontanato dal suo territorio, per fruire meglio della cura, affidandolo ad esempio al Ceis di Sanremo invece che a quello di Genova, è un discorso che ha una logica e sul quale noi non solleviamo obiezioni. Ci domandiamo soltanto, come mai dai Sert di Sanremo, Savona, La Spezia, non viene nessuno a Genova. Come mai soltanto Genova manda al di fuori delle persone a fare il periodo in comunità terapeutica? E desidereremmo delle risposte, solo delle risposte. Non vogliamo imporre il nostro giudizio o la nostra opinione, vogliamo semplicemente che a una domanda che ha una sua logica ci venga risposto qualcosa che abbia delle motivazioni che siano logiche».

    Un problema di distribuzione

    eroina-drogaMa per Schiappacasse i dati genovesi sono assolutamente fisiologici, tanto che il problema, a suo dire, non risiederebbe nella mancanza di risorse spesso chiamata in causa in queste situazioni. «Il budget della Regione è sufficiente, anche se ovviamente per problematiche così gravi e diffuse non è mai abbastanza», spiega lo psichiatra. «È logico che poi, come non avremo possibilità di avere 50 pazienti psicologici ad esempio, così anche le comunità non possono pensare di avere 500 posti per tossicodipendenti: essendoci un budget c’è un limite. Però questo ci deve impegnare a lavorare meglio per tutti, a lavorare meglio su come prepariamo la persona alla comunità, il dopo comunità, su come può essere ottimizzato in tempi e qualità del lavoro» aggiunge riferendosi a tutta la rete di comunità che lottano contro le tossicodipendenze e a nuovi metodi a costo zero come i gruppi di autoaiuto. «In questi anni abbiamo incrementato l’utilizzo delle strutture genovesi. Basti pensare che 5 anni fa i Sert erano utilizzati, rispetto al budget complessivo, al 30-35% e adesso saranno al 65-70%» commenta Schiappacasse circa alcuni dubbi mossi nell’ambiente nei confronti della gestione del Sert.

    Più che nell’entità delle risorse, dunque, il problema potrebbe essere individuato nella loro distribuzione: «La ASL 3 copre da Camogli fino a Cogoleto – ricorda il direttore – quindi tutta la Città metropolitana; siamo sui 780.000 abitanti. In Liguria ci sono cinque Asl (La Spezia, Chiavari, Savona, Imperia e Genova) e la quota del budget dovrebbe essere proporzionata al numero di abitanti. Se in regione siamo 1,5 milioni e la ASL 3 ha 780.000 individui come bacino di utenza, forse non ci arriva quello che dovrebbe in proporzione».

    Su questo punto concorda anche Serrano: «Perché – si chiede – Genova che ha molti più assistiti in carico al Sert, agli istituti detentivi, eccetera eccetera, ha una fetta così esigua rispetto a qualsiasi altra realtà regionale?». Una domanda che, al momento, resta inevasa.


    Alessandro Magrassi

  • Ospedale Padre Antero Micone, il reparto di Otorinolaringoiatria rimarrà a Sestri Ponente

    Ospedale Padre Antero Micone, il reparto di Otorinolaringoiatria rimarrà a Sestri Ponente

    SanitàIl reparto di Otorinolaringoiatria dell’ospedale Padre Antero Micone è salvo. L’ospedale di Sestri Ponente, però, come già annunciato perderà Neurologia, che sarà assorbita da Villa Scassi, sempre più il riferimento medico di tutta la Val Polcevera. Ad assicurarlo è l’assessore alla Sanità di Regione Liguria Sonia Viale, in risposta ad una interpellanza portata in aula da Alice Salvatore, del M5S: «Il polo ospedaliero di Sampierdarena è dotato di un reparto di rianimazione – ha sottolineato l’assessore – ed è quindi più idoneo per interventi come quelli a seguito di ictus, ma reparto di otorinolaringoiatria resterà nel polo di Sestri Ponente e solo alcuni interventi più complessi per pazienti oncologici  potranno essere effettuati a Villa Scassi».

    Il riassetto del sistema ospedaliero, voluto dalla giunta Burlando nel 2012, continua, quindi a far discutere: la riduzione dei costi di gestione è diventata un’esigenza sempre più pressante, che ha portato a definire tutta una serie di accorpamenti tra le strutture esistenti, svuotando gli ospedali considerati più periferici. Il Micone è uno di questi, e negli ultimi anni ha visto notevolmente ridimensionata la sua “offerta” sanitaria. Sorte simile è toccata all’ospedale Gallino di Pontedecimo: Villa Scassi è sempre più il fulcro sanitario di questa metà città che è la Val Polcevera.

    L’incognita dell’ Ospedale di Ponente

    Da qualche anno, però, si parla di un nuovo ospedale di Ponente, voluto dalla stessa Regione Liguria: la “pratica”, però, è ferma perché non si riesce a trovare l’accordo politico sulla localizzazione del futuro plesso sanitario, e soprattutto perché, con l’operazione “Nuovo Galliera” i soldi a disposizione, oggi, non sono molti. All’attacco il Movimento 5 Stelle che chiede chiarezza sulle intenzioni della giunta Toti, soprattutto per quanto riguarda le strutture del ponente genovese «visto il loro progressivo ridimensionamento, a fronte di una maggiore emergenza sanitaria registrata nella zona più popolosa di Genova», come ha detto la consigliera regionale Alice Salvatore, durante l’interpellanza con la quale chiedeva anche il motivo per cui la Regione «non realizzi il tanto atteso ospedale di Ponente».

    Critica anche Rete a Sinistra: «È assolutamente necessario che l’ospedale di Sestri Ponente resti operativo, perché si tratta di un presidio sanitario indispensabile per salvaguardare la salute dei cittadini del medio ponente genovese – ha dichiarato Gianni Pastorino – purtroppo le persone hanno già pagato un sistema che chiude ospedali senza trovare soluzioni alternative ai bisogni del territorio. Le strutture si possono trasformare e razionalizzare, ma devono essere in grado di rispondere alla misurazione delle necessità di chi abita in una determinata zona». Rete a Sinistra che propone una nuova tipologia di coordinamento tra le strutture, prevedendo sì l’accorpamento dei reparti per le terapie intensive per le quali sono necessarie strumentazioni specifiche, ma garantendo assistenza di primo soccorso sanitario 24h, e una buona quota ambulatoriale anche per le visite ordinarie e per reparti specifici come ortopedia, per poter avvicinare l’assistenza alle persone. Secondo i dati di accesso alla struttura di ospedaliera di Sestri Ponente, infatti, il numero di prestazioni di Primo Intervento erogate è in crescita costante negli ultimi anni: dai 17 mila del 2014 ai 20 mila previsti per il 2016.

    Un problema, quello dell’assistenza sanitaria e ospedaliera, che non deve essere sottovalutato: la razionalizzazione del sistema non può solo passare attraverso un calcolo ragionieristico dei costi e dei risparmi, ma deve comprendere anche le reali esigenze della cittadinanza. Dover attraversare la città, peraltro con un servizio di trasporto pubblico sempre più in affanno, anche solo per una visita, non è salutare.

    Nicola Giordanella

  • Quarto, ex OP: la “casa dei matti” vuole aprire le porte alla città

    Quarto, ex OP: la “casa dei matti” vuole aprire le porte alla città

    manicomio-quartoA Vienna un giovane Sigmund Freud stava sperimentando l’uso dell’ipnosi nella psicoterapia quando in Italia si emanavano le prime leggi sui manicomi, intesi come luoghi entro i quali rinchiudere “i matti” perché fossero protetti tutti gli altri, quelli che erano fuori, i “normali”.
    In ogni caso, il manicomio era un mezzo perfetto per togliere dalla circolazione nemici o parenti scomodi, contando sull’appoggio di chi gestiva le strutture, quasi sempre enti benefici privati. Quindi un uso più politico che sanitario, tanto è vero che i ricoverati erano considerati praticamente dei detenuti: quasi mai era prevista una cura e raramente la dimissione.
    Ci volle quasi un secolo, e l’onda lunga del ’68, perché il manicomio fosse finalmente e definitivamente messo sotto accusa come strumento di alienazione dell’individuo. Nel 1978, anno in cui venne alla luce la legge 180, detta Legge Basaglia, si decretò la chiusura degli ospedali psichiatrici in quanto tali, ricercando sul territorio le sedi più appropriate per l’intervento terapeutico e riabilitativo del paziente.
    Nello stesso anno, a Quarto arrivò come direttore dell’Ospedale proprio un allievo e collaboratore di Basaglia, il professor Antonio Slavich, che rappresentò una vera svolta per la gestione della struttura. Con impegno e grazie a collaboratori altrettanto volenterosi, lavorò a lungo e caparbiamente per far accettare la propria visione della psichiatria, diventando infine a Genova un punto di riferimento per i servizi di salute mentale del territorio.

    Non vogliamo qui addentrarci nelle molte luci ed ombre di quella che fu una vera rivoluzione (l’unica reale rivoluzione del ’68, è stato detto) per l’approccio alla malattia psichiatrica in Italia, ma quello che ancora oggi troviamo all’interno di queste mura parte da qui. Gli esterni, invece, gli edifici e il parco, risalgono al 1892, anche se nel 1933 i padiglioni furono ampliati fino a decuplicare la superficie originaria.
    Forse, proprio per la presenza dei numerosi ricoverati, che in parte ancora oggi vivono nella struttura, il complesso fu risparmiato dalla speculazione edilizia e tuttora rappresenta uno spazio inaspettato nell’affollata mappa cittadina di Genova.
    Questo luogo, infatti, ha qualcosa di magico, nel suo essere respingente eppure riuscire in qualche modo ad attrarre sempre, a chiamare a sé. Qui ogni mattina arrivano i dipendenti della Asl 3 ad aprire gli uffici dei vari ambulatori, i cittadini che si fanno visitare o sbrigano pratiche burocratiche, i malati che si ritrovano nei centri riabilitativi.

    Potrebbe sembrare semplicemente un polo sanitario e amministrativo, ma non è solo questo.

    Il polo culturale

    A Quarto, infatti, si può andare anche per cercare arte, quella che non è chiusa dentro una galleria. Antonio Slavich nel 1988 diede vita all’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli, per promuovere e divulgare, attraverso varie forme espressive come teatro, pittura, musica ed altro, l’incontro fra le diverse abilità e creatività espressive. Lo scopo era di ottenere maggiore conoscenza per migliorare l’integrazione sociale e la comprensione della diversità esistente fra gli individui.

    Grazie sia alla fattiva collaborazione di Gianfranco Vendemiati che al contributo dell’artista Claudio Costa, si diede vita a un progetto di “arteterapia” decisamente innovativo per quegli anni. Numerosi furono gli artisti del panorama genovese, e non solo, che volentieri accettarono di incontrarsi per lavorare nel laboratorio con i pazienti e con Costa, che collaborò all’iniziativa fino al 1995, anno in cui improvvisamente morì.
    Proprio alla sua memoria è dedicato il “Museattivo Claudio Costa” ricco di opere nate da questa collaborazione tra pazienti e artisti, fra cui Caminati, Degli Abbati, Fieschi e tantissimi altri. Particolare importante, nel Museo si è scelto di non mettere il nome dell’autore vicino agli oggetti esposti, volendo proprio ribadire che chiunque, creando un’opera, può comunicare qualcosa del proprio mondo interiore.

    Un’isola nell’isola, insomma, della quale si potrebbe parlare a lungo e che da sola vale la visita. Poi, ci sono i libri della biblioteca, storici e quasi tutti a tema psichiatrico e psicopatologico. Oltre a tutto questo, c’è anche una cooperativa sociale che qui organizza laboratori e ospita persone in difficoltà. E c’è il Centro riabilitativo Basaglia, oltre a un’imponente raccolta di documentazioni storiche e sanitarie, ed altro ancora.

    L’ex OP e la riqualificazione bloccata da anni

    manicomio-quarto-D3Il Comune ha accolto, questo occorre riconoscerlo, le pressioni di tanta parte della società genovese affinché il complesso non fosse svuotato, venduto e lottizzato, ma il meccanismo ad un certo punto sembrava essersi inceppato, proprio per i conflitti fra le varie amministrazioni.

    Ricapitoliamo brevemente le tappe: nel 2013 è stato firmato un accordo di programma tra Regione Liguria (giunta Burlando), Comune di Genova (giunta Doria), Asl 3 Genovese e Arte (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) per una  ristrutturazione del complesso orientata alla riqualificazione urbana e al recupero degli spazi per inserire servizi, una Casa della Salute, verde urbano e, in parte, residenze.
    L’anno successivo, siamo al 2014, si insedia il Collegio di Vigilanza presieduto dal sindaco Doria: il Comune si impegna a gestire le procedure urbanistico-edilizie in maniera più celere e snella, e a trovare collocazione adeguata per il trasferimento temporaneo del centro sociale, dei libri, quadri e archivio storico. In attesa dei Progetti Urbanistici Operativi di Arte e Asl.
    A febbraio 2015, con una conferenza stampa, il sindaco Doria presenta i contenuti con cui “riempire” l’accordo stesso, scaturiti dal confronto pubblico anche attraverso la collaborazione del Municipio Levante. «Ribadiamo l’impegno a ricollocare nell’area funzioni che non solo garantiscano la memoria del luogo, ma ne promuovano usi nuovi, capaci di rompere le mura che lo separano dalla città» diceva il primo cittadino.

    Fino a qui sembrava essere funzionato tutto, con il coinvolgimenti di molte parti sociali: semplici cittadini, comitati, associazioni che hanno presentato proposte, progetti, iniziative. Utilizzando spazi della struttura, si sono rilanciati incontri, cene e dibattiti. L’anno scorso sono andati avanti i laboratori di ceramica per costruire piastrelle, statuette da presepe, piatti decorati. Sull’esempio dell’Imfi (Istituto per le materie e forme inconsapevoli), si sono abilmente integrati pazienti psichiatrici, persone con disabilità diverse e cittadini della zona, spesso aiutati da artisti come Bocchieri, Sturla, Degli Abbati. “Chi siano i matti e chi siano gli artisti, ad un certo punto non conta più granché, tutti sono concentrati nel processo creativo che unisce e coinvolge. Gli oggetti migliori sono poi venduti per finanziare le nostre attività qui dentro”.

    Parallelamente, l’Asl 3 porta avanti e definisce con il Comune l’ambizioso progetto della “Casa della salute”: non un semplice insieme di ambulatori medici ma un’organizzazione dei servizi, in grado di offrire risposte ai bisogni nell’ambito territoriale, facilmente raggiungibili dai cittadini per essere orientati nei percorsi di cura. Quindi, una parte dedicata alla sanità, una parte al quartiere e in generale alla città, infine una parte dedicata a opere di urbanizzazione non estrema ma ragionata e responsabile.

    Il progetto, in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti Investimenti, proprietaria di una parte degli spazi, prevede che l’area maggiore (23.147 mq) sia suddivisa in 4 settori destinati per un quarto al mantenimento delle attività sanitarie, un altro a servizi pubblici e spazi verdi, e ben due a funzioni urbane. Negli spazi restanti, 4 padiglioni per oltre 3.000 mq, verrebbe ricollocato il Museattivo Claudio Costa, il Centro Basaglia e un “luogo della memoria” e polo culturale dove raccogliere la numerosa e storica documentazione presente in biblioteca.

    Nel frattempo, in Regione cambiano gli interlocutori per il Comune, che forse avrebbe dovuto “portare a casa” qualcosa di concreto prima delle elezioni regionali. Così Palazzo Tursi rimarca che non si riesce a partire se Arte non presenta i PUO (ancora loro, i Progetti urbanistici operativi). Vengono istituiti ulteriori gruppi di lavoro, è stato presentato il portale www.scipuemmu.it creato attraverso il Municipio Levante per documentare il percorso che sarà portato avanti e si definiscono ulteriori contenuti ed eventi nell’attesa del passaggio di consegne.

    Arriviamo a giugno 2016.  Il Comune ha bussato ad Arte, reclamando il trasferimento in comodato degli spazi per iniziare i lavori previsti dall’accordo. Doria dichiara di aver scritto a Toti per sollecitare il rispetto dei patti e di non aver ricevuto alcuna risposta. Il clima fra i due enti è sempre più freddo, anche a causa dei rimpalli sul presunto credito di Arte nei confronti del Comune.
    Intanto, il migliaio di volumi della preziosa biblioteca, dopo essere stati catalogati, grazie anche al lavoro di numerosi volontari, sotto la supervisione di Sovrintendenza, Regione e Ministero, sono stati trasferiti alla Biblioteca Lercari di Villa Imperiale. Forse, i padiglioni saranno sgombrati entro tempi relativamente brevi; Asl 3 organizza il trasferimento di alcuni uffici interni, ma poco altro si muove. A luglio i consiglieri regionali Lunardon, Rossetti, Ferrando (Pd) e Pastorino (Rete a Sinistra) hanno presentato due interrogazioni per sapere se la giunta Toti condividesse o meno il progetto portato avanti sino a qui e se non fosse il caso di accelerare le pratiche per trasferire il comodato d’uso al Comune.

    Ma nella seduta di Consiglio regionale del 6 settembre scorso, l’assessore all’edilizia Marco Scajola ha rimbalzato la responsabilità alla giunta comunale per non aver deciso in merito al PUO che Arte, invece, aveva puntualmente presentato nel 2015 ma che, stando a Palazzo Tursi, non poteva essere ammesso. Anche l’assessore alla Sanità, Sonia Viale, ha detto che sicuramente gli impegni presi saranno mantenuti, ha ripetuto di credere fermamente nel progetto della “Casa della salute” ma che comunque il comodato d’uso che il Comune reclama non è indispensabile per iniziare i lavori.

    Scambio di accuse piuttosto sconfortante, specialmente dopo tre anni di lavoro sul progetto. Ma una parola di speranza giunge da Amedeo Gagliardi, portavoce del Coordinamento per Quarto: «Abbiamo saputo, per ora in via ufficiosa, che in questi giorni il Collegio di Vigilanza si è riunito e sembra stiano preparando il comodato d’uso che occorre al Comune per iniziare le opere previste; aspettiamo ovviamente le conferme ufficiali ma siamo più ottimisti di un mese fa, un cauto ottimismo, come si dice in questi casi» sorride. Aggiunge anche: «I tempi sono lunghi, è vero, estremamente lunghi e dilatati, ma bisogna essere onesti: non sono cose che si possono decidere in poco tempo, solo la lettura degli atti prende chissà quanto tempo. Importante è che abbiano superato il momento di stasi e si siano accordati. Se siamo preoccupati da un eventuale cambio di giunta in Comune?  Una cosa per volta, a suo tempo ci penseremo e affronteremo, eventualmente, anche questo problema».

    Eppur si muove…

    quarto-ex-opPer ascoltare chi di questo progetto, e soprattutto di questo luogo, conosce ogni respiro, abbiamo cercato Gianfranco Vendemiati e Massimo Casiccia, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Imfi. Anche loro confermano un nuovo clima positivo attorno al progetto: «Si sono già stabiliti alcuni trasferimenti per iniziare i lavori, ci hanno assegnato ufficialmente gli spazi per il Museattivo e per l’Imfi, il laboratorio invece dovrebbe rimanere qui» dice Casiccia. Che aggiunge: «Il trasferimento dei volumi alla biblioteca Lercari in realtà non mi piace molto, avrei voluto che fossero catalogati e lasciati qui: ma appena avremo lo spazio inizieremo a chiederli indietro. Il progetto di un Museo che contenga tutta la documentazione storica, volumi, cartelle e reperti vari per fortuna interessa anche al nuovo direttore generale dell’ Asl 3, Luigi Carlo Bottaro, quindi è un progetto che vogliamo realizzare».

    Mentre parliamo, Vendemiati e Casiccia mi mostrano le opere create anni fa da pazienti ed artisti utilizzando le cartelle cliniche in bianco degli anni ’50 e mi spiegano il funzionamento di un antico proiettore per conferenze di inizio secolo. Ma non pensano al passato, per quanto significativo sia stato: al centro di ogni loro discorso c’è un progetto, un’ idea nuova o il miglioramento di quanto già stanno facendo, che non è poco.
    In vista c’è una collaborazione con l’istituto “Marco Polo” per portare i ragazzi ad avvicinarsi ad un’arte che dev’essere tutt’altro che remota; c’è il progetto di creare una sorta di laboratorio delle manualità per le persone che vogliano imparare a riusare, a creare, a riparare, dando anche delle possibilità di lavoro o quantomeno uno spazio dove provare idee per nuove professioni in ambiente protetto. «Noi vorremmo che le persone venissero qui senza pensare più che ci sono le mura, che ci sono i matti – spiega Casiccia – a parte che, una volta iniziata la ristrutturazione, qui muri non ce ne dovranno proprio più essere».

    Vendemiati precisa: «Le persone vengono se fai delle cose concrete, qui con il Centro Basaglia passa parecchia gente, in futuro dovrà essere un centro riabilitativo nel senso più ampio del termine, sia psicologico che fisico. Ma idee ne abbiamo molte, e molti sono i progetti già sicuri: certamente si dovrà fare un auditorium, nel levante esistono solo quelli privati; noi vorremmo uno spazio dove poter alternare usi diversi, teatrali ma non solo. Ci sono tante associazioni che si appoggiano qui, e questa è una cosa bellissima, ci sono corsi aperti a tutta la città, noi vorremmo aggiungere eventi come cene culturali e artistiche, film e concerti, incontri con autori aperti a chiunque. Da un po’ di tempo stiamo collaborando con il Conservatorio e ci piacerebbe aprire dei laboratori per insegnare a riparare gli strumenti musicali, in città mancano queste cose, e anche un discorso sulla musica che da noi finora è stata un po’ tenuta ai margini».

    «Sono entrato in queste mura nel 1975 per la prima volta – racconta Casiccia – allora era un vero e proprio manicomio, tutto chiuso con doppi e tripli giri di chiavi. Muri alti, ambiente ostile. Noi cercavamo già allora di fare attività con i pazienti, era tutto molto difficile, ma alla fine siamo arrivati alla svolta. Anche adesso l’atteggiamento è lo stesso, non stiamo certo con le mani in mano ad aspettare che le cose capitino. L’anno scorso abbiamo collaborato con un’associazione che si chiama “Lamaca gioconda” che ha girato qui un film, “Uargh!” che uscirà ai primi di novembre. Per dire che non abbiamo grossi problemi nell’accettare progetti, se sono interessanti, meritevoli».

    «Noi cento ne facciamo e una ne pensiamo» concludono sorridendo allegri.

    E si esce dall’ex manicomio pensando che sì, ci torneremo ancora, perché a volte, dalla città dei matti, il panorama è migliore.


    Bruna Taravello

  • Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    carabinieri antisommossa ventimigliaGiornate convulse a Ventimiglia: la “questione Migranti” sta prendendo in queste ore una dimensione nazionale. Dopo l’auto-sospensione dal Pd del sindaco Enrico Ioculano, oggi la firma dell’ordinanza che predispone lo sgombero del campo sul Roja; il documento, notificato alle 13 di oggi, prevede 48 ore di tempo per liberare l’area. Dopo poche ore la prefettura di Ventimiglia, attraverso un comunicato stampa, fa sapere che “qualora non venissero rispettate le prescrizioni sindacali, si darà corso con immediatezza al piano di allontanamento e trasferimento in apposite strutture dei migranti”. Che, visto l’assenza di centri di accoglienza in loco, vorrebbe dire il ricollocamento coatto dei circa 200 migranti in strutture di accoglienza e identificazione sparse sul territorio italiano, come già avvenuto in precedenza a seguito della visita in loco del Ministro dell’Interno Angelino Alfano.

    Il quadro politico

    La questione migranti, inoltre, ha aperto una crisi politica che travalica i confini del comune ligure e della nostra regione. Ieri l’auto-sospensione dal Partito democratico da parte del sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha smosso le acque: «Nonostante le nostre continue richieste – commenta il primo cittadino – da Roma non è arrivata nessuna risposta. Il mio gesto, mio e dei consiglieri compagni di partito, vuole essere un segnale per far capire che così non possiamo andare avanti, perché è a rischio la salute stessa dei migranti e l’incolumità dei cittadini». Le dimissioni dall’incarico, invece, non sono mai state prese in considerazione: «La solidarietà del Pd Ligure si è fatta sentire – prosegue Ioculano – e mi ha incoraggiato a dare continuità alla amministrazione, soprattutto in una fase di emergenza come questa».

    Anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, è tornato sulla questione, ricordando come il “piano Alfano” prevedesse tre step: «Il primo – come riporta l’agenzia Dire – era la chiusura del centro accoglienza, uno scandalo nel cuore della città; il secondo doveva provvedere ad un dislocamento diverso dei migranti presenti; il terzo passaggio avrebbe dovuto garantire controlli su treni e strade in modo tale che su Ventimiglia si alleggerisse il tema dei migranti. Spero che il problema possa essere risolto nelle prossime ore, altrimenti saremmo costretti a dire che le cose non hanno ancora una volta non funzionato». Sulle polemiche sollevate dalla Lega Nord, che puntavano il dito sulla presenza del presidente della Regione alla “passerella elettorale” del ministro Alfano, Toti risponde ammettendo che: «Rixi mi aveva sconsigliato di andare, ma ritengo sia un dovere del presidente della Regione andare a informarsi e vedere che cosa succede se il ministro dell’Interno viene sul proprio territorio. Mi auguro che per una volta il governo colga il grido di dolore di una città e di una regione e si comporti efficacemente di conseguenza».

    La situazione al campo

    Nonostante la notizia dell’ordinanza, nell’insediamento informale sul fiume Roja la situazione, al momento, sembra essere tranquilla: al campo i migranti continuano con le loro solite attività. Le persone accampate lungo il fiume con l’aiuto di alcuni solidali hanno costruito una cucina da campo. Sotto a un tendone di plastica sono stati posizionati due bracieri, pentole e altri utensili. In mattinata si è fatto vedere per una breve visita anche il vescovo di Ventimiglia, Antonio Suetta, senza rilasciare commenti alla stampa.

    Alcuni ragazzi chiedono assistenza ai medici volontari accorsi per prestare aiuto; uno di questi, genovese, che ci ha chiesto l’anonimato, racconta che spesso le visite sono anche momenti di testimonianza: un ragazzo sudanese di 25 anni, infatti, gli ha riportato di essere stato sorpreso dalla polizia francese al di là del confine, e quindi riconsegnato alle autorità italiane. Durante il fermo in caserma, pare abbia subito percosse tali da lesionargli il timpano: il trauma è stato refertato da Antonio Curotto, dottore della Società Italiana Medicina delle Migrazioni, ai medici del Pronto Soccorso di San Remo. Un ragazzo eritreo, in coda per farsi medicare la caviglia slogata, racconta di aver pagato il viaggio sul barcone verso l’Italia 1500 euro, e di aver lavorato cinque anni in Libia per raccimolare quella cifra. Se dovesse essere espulso, tutto sarebbe perduto.

    Emergenza, confusione e diritti

    notifica ordinanzaCome abbiamo visto, la gestione della situazione appare confusa e spesso lasciata all’arbitrio di chi deve poi gestirla nei fatti. Alessandra Ballerini, avvocato che da anni si occupa di diritti umani e migranti sottolinea come l’applicazione delle più basilari norme di diritto sia continuamente in balìa della volontà dei singoli: «Ai migranti non viene spiegato che hanno la possibilità di fare domanda di asilo – ci racconta  l’avvocato – e il decreto di espulsione, redatto in francese, inglese e italiano, non viene tradotto nella loro lingua, che spesso è solo l’arabo». Un difetto di forma, quello dell’assenza di un interprete, che è una causa invalidante del procedimento stesso. 

    L’ultimatum dello sgombero

    A partire dalle 13 di oggi sono scattate le 48 ore entro le quali le zone occupate dovranno essere liberate. Scaduto il termine, la Prefettura ha già chiarito che ci sarà un immediato sgombero coatto. Nelle prossime ore, quindi, la tensione è destinata a salire. Molte sono le questioni aperte, soprattutto una, della quale nessuno sembra poterne trovare la giusta soluzione: che cosa ne sarà di queste persone?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    notifica ordinanzaDopo la movimentata giornata politica di ieri, durante la quale il sindaco di Ventimiglia si è autosospeso dal Partito democratico insieme con altri undici tra assessori e consiglieri, oggi la notizia dell’ordinanza di sgombero delle aree utilizzate come campo informale da parte di quasi 200 migranti: l’accampamento sulle sponde del fiume Roja, all’altezza del cavalcavia dell’autostrada, e alcuni ricoveri di fortuna nei pressi della stazione ferroviaria.

    Alla pubblicazione del provvedimento ha fatto seguito la notifica, tramite affissione di avvisi pubblici su transenne collocate in loco: l’ultimatum di 48 ore, disposto per liberare le zone in questione, scadrà quindi alle 13 di domenica 29 maggio.

  • Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    migranti-ventimiglia-campo-improvvisatoDopo l’attuazione del piano Alfano, non potendo più dormire in spiaggia, un centinaio di migranti ha trovato riparo sotto al ponte dell’autostrada, lungo il fiume Roya, a Ventimiglia; meno di una decina di tende, un accampamento piccolo, ma destinato a crescere, stando alle previsioni per la prossima estate. Un posto che solo il rispetto nei confronti di queste persone, che lottano perché la loro dignità di esseri umani sia riconosciuta, impedisce di definire squallido. Mentre nei palazzi si discute sul come gestire l’emergenza migranti, Era Superba è andata a verificare e documentare quello che sta succedendo in uno dei tanti luoghi di confine fra legalità e clandestinità che stanno sorgendo nel nostro Paese.

    I migranti, per paura di possibili ripercussioni, lasciano malvolentieri l’accampamento. Mangiano una volta al giorno il pasto della Caritas e dormono per terra, sui sassi, perché le tende non bastano per tutti. Alcuni abitanti del quartiere si fermano a osservare dalla strada, ma non si avvicinano. Ci sono alcuni solidali che cercano di aiutare, organizzando distribuzioni di cibo, di vestiti e di coperte, e accompagnando chi ha bisogno al Pronto Soccorso. Fra i pochi italiani che incontriamo, un giovane medico di Torino, che ha deciso di trascorrere una giornata all’accampamento per visitare chi ha bisogno di cure: si tratta per lo più di ragazzi con disturbi poco gravi, problemi gastrici legati alla cattiva alimentazione o influenze e raffreddori dovuti al clima freddo. C’è anche qualcuno che lamenta dolori alle articolazioni, raccontando di percosse subite da alcuni agenti di polizia.

    Anche il dottor Antonio Curotto e la dottoressa Amelia Chiara Trombetta, della Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM), hanno visitato l’accampamento. Anche se in Italia gli stranieri hanno diritto all’assistenza del Servizio Sanitario Nazionale, chi non ha presentato la richiesta d’asilo ha solo una tessera per straniero temporaneamente residente (Tsp), che dà diritto alle cure e all’assistenza a malattie croniche. La dottoressa ci spiega anche che la SIMM si batte perché gli stranieri in transito abbiano gli stessi servizi di tutte e altre categorie, anche perché il “transito” di queste persone copre un periodo di tempo lungo e il viaggio da cui sono reduci è traumatico. In Italia non esiste un regolamento che affronti questa emergenza: la situazione è variegata e solo alcuni ospedali si sono dotati di Uffici per stranieri, gestiti da volontari. «I medici del pronto soccorso – afferma la dottoressa – non possono rifiutarsi di curare gli stranieri. Qualche anno fa era stato paventato da parte del governo l’obbligo di denuncia degli irregolari, provvedimento osteggiato dai vari ordini nazionali di categoria: la norma non venne successivamente approvata ma provocò comunque un crollo di accessi al Pronto Soccorso». Tuttavia, il servizio di pronto soccorso non risulta essere adeguato a una situazione del genere: la Asl locale dovrebbe farsi carico di quella che Trombetta definisce come una «piccola emergenza sanitaria: le persone vivono in situazioni precarie, esposte all’umidità del luogo e alle intemperie, non possono cambiarsi i vestiti, cosa grave nel caso in cui si diffondessero infezioni. Sono molto probabili le infezioni semplici, per esempio alle vie urinarie, per l’assenza di bagni, e l’eventuale contagio di altre già in atto e derivanti dal viaggio. Ci sono ragazzi, madri, bambini a cui noi impediamo il movimento e non garantiamo il diritto alla prevenzione e alla protezione della salute, che è garantito e tutelato non solo dalle leggi nazionali, ma dalle normative comunitarie e dall’ONU. Le istituzioni europee parlano della salute come di un diritto fondamentale, i parametri determinanti il livello di salute sono l’abitazione, l’acqua, l’accesso alle cure e alle infrastrutture: queste persone non hanno, o quasi, accesso a nessuna di queste cose».

    I migranti che si trovano all’accampamento sono per lo più uomini, si contano meno di una decina di donne e due bambini piccoli. Tra loro sono presenti due famiglie: un papà e una mamma eritrei, con un piccolo di 9 mesi, e tre sorelle, una delle quali incinta, accompagnate dal marito di una di loro e dalla loro bambina di un mese. Si tratta in prevalenza di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana: per attraversare il deserto, raccontano, hanno dovuto pagare dei passeur e dopo una settimana, o più, di viaggio in jeep, sono arrivati in Libia, dove li attendeva la prigione. Clandestini e senza documenti, vengono trattenuti in carcere per un anno: raccontano di percosse e maltrattamenti dei secondini locali. Una volta fuori, ricominciano il viaggio: ancora passeur e ancora denaro per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Italia.

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Tra le storie più commoventi, quella di R. un ragazzo pakistano di 30 anni: partito per la prima volta dalla regione di Sialkot nel 2007 e sbarcato a Lampedusa. Dopo il suo trasferimento a Crotone e il respingimento della domanda di asilo, ha ricevuto il foglio di via ed è stato rimpatriato. Ma non si è arreso: nel 2015 è partito di nuovo per andare in Libia e, da lì, con un barcone, in Sardegna. Dopo un altro diniego di asilo, è stato incarcerato a Oristano: 6 mesi e 15 giorni di cui non ha voluto raccontare nulla, se non che in carcere non gli era concesso telefonare e che lavorava 4 ore al giorno, 6 giorni alla settimana per 212,12 euro mensili. Ci ha mostrato una foto, fatta in occasione della prima identificazione: sulla fototessera, si vede un ragazzo giovane, con i capelli folti, lo sguardo fiero. L’uomo che ci siamo trovati davanti è dieci anni più vecchio e soprattutto stanco, triste e spaventato.

    La gestione sanitaria in essere, o meglio, questa “non gestione” da parte delle istituzioni che abbiamo documentato, nell’immediato futuro potrebbe portare a conseguenze gravi, soprattutto se le previsioni numeriche dei flussi migratori dell’estate oramai alle porte si concretizzassero. L’assenza delle istituzioni mette centinaia di persone a serio rischio, negando di fatto il diritto alla salute; in questi accampamenti, e in tutta l’enorme questione dei migranti, sempre meno si riesce a riconoscere quell’Europa dei diritti di cui crediamo di fare parte.


    Ilaria Bucca

  • Sert, allarme accorpamenti solo temporaneo. Asl: “Entro un anno tornano presidi Sampierdarena e Valbisagno”

    Sert, allarme accorpamenti solo temporaneo. Asl: “Entro un anno tornano presidi Sampierdarena e Valbisagno”

    sanita-lavoratori-mediciDopo l’accorpamento del Sert (servizio per le tossicodipendenze) in Valbisagno con quello di Quarto, anche la struttura di Sampierdarena è stata chiusa, spostando i servizi nei locali di Rivarolo. Ma dopo l’allarme lanciato dai sindacati, Asl3 rassicura che entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata.

    La notizia risale a qualche giorno fa: lo stabile che ospitava il Sert di Sampiedarena, già da anni in condizioni precarie, è divenuto inagibile, rendendo impossibile il proseguimento delle attività al suo interno. La struttura è di proprietà di Autorità Portuale, che dovrebbe restaurarla; al momento, però, questo intervento non è ancora stato programmato. Di conseguenza, l’Asl è stata costretta a spostare i suoi uffici territoriali, che al momento sono stati ricollocati nei locali dell’ospedale Celesia.

    Questo accorpamento però si aggiunge ad un’altra situazione critica: dal 2014, causa alluvione, il Sert Valbisagno di corso De Stefanis è stato spostato e temporaneamente unito con quello di Quarto. Tutti gli uffici, quindi, sono rimasti attivi; sono stati “solamente” spostati, cosa che comunque potrebbe rappresentare un problema per quanto riguarda l’utenza. In un percorso già difficile come quello della lotta contro la dipendenza, un elemento di ulteriore difficoltà, in questo caso, “geografica”, potrebbe inficiare il delicato lavoro di recupero. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’importanza del presidio territoriale di strutture del genere, che ospitano decine di gruppi di auto-aiuto e sono al centro di reti formative che lavorano sulla prevenzione diffusa.

    A questa notizia si sono mossi anche i sindacati di categoria, pronti ad intervenire perché questa criticità si innesta sulla mancanza cronica di risorse: «Il disagio sociale si allarga, ma il personale non è più sufficiente a soccorrere l’emergenza crescente – ha spiegato Mario Iannuzzi, Fials le scuole ci chiamano per fare attività di prevenzione, ma non possiamo più andare».

    «Questa amministrazione (al cui vertice risiede il commissario straordinario di Asl3, Luciano Grasso, ndr) conosce l’importanza dei Sert – commenta ad “Era Superba” Giorgio Schiappacasse, direttore dei Sert di Asl3e vuole assolutamente investire il più possibile in questo settore. Il discorso degli accorpamenti è, infatti, solo momentaneo: siamo in un’emergenza logistica che non dipende dall’azienda sanitaria, ma stiamo già lavorando per assicurare entro un anno il ripristino delle unità territoriali».
    Dal punto di vista dei servizi, Asl rassicura che il momentaneo accorpamento delle strutture non sta creando problematiche sostanziali: «Non esistono particolarità e diversità territoriali così marcate – sostiene Schiappacasse – le dipendenze sono presenti, purtroppo, in maniera omogenea su tutto il territorio cittadino, cosa che la dice lunga sulla riflessione che deve essere fatta sull’argomento».

    La questione del Sert di corso De Stefanis si è complicata per via di una causa legale in corso, ma, secondo Asl, dovrebbe risolversi a breve. L’azienda, inoltre, ha assicurato che sono già al vaglio ipotesi alternative, sia per la Valbisagno che per Sampierdarena. Proprio per quest’ultima, Schiappacasse sottolinea che si sta lavorando per arrivare allo storico scorporo dei servizi distrettuali: da sempre, infatti, i Sert di Medio-Ponente e Val Polcevera sono uniti in una sola unità logistica, ma in un prossimo futuro «arriveremo ad avere un Sert per ogni distretto».

    EroinaSul tema della carenza di personale e risorse sollevata dal sindacato, Schiappacasse risponde che «purtroppo è un problema diffuso su tutto il settore pubblico, e che quindi colpisce anche noi. Bisogna però ricordarsi che la qualità dei servizi è altrettanto importante, e su questo l’azienda da anni sta lavorando, facendosi carico della costruzione di una “rete” sul territorio finalizzata ad ottimizzare gli interventi, rendendoli più efficaci e duraturi». La lotta alle dipendenze, infatti, non si ferma agli uffici e agli ambulatori dei Sert, ma inizia e prosegue anche fuori: dalle scuole alla strada. «Passata l’emergenza Aids degli anni ottanta e novanta – sottolinea il direttore dei Sert – l’attenzione della società su certi problemi è calata sensibilmente, lasciando spazi ai messaggi ambigui della pubblicità e del consumismo. Oggi dobbiamo confrontarci con dipendenze emergenti, come la ludopatia e quelle legate all’abuso tecnologico, e con le vecchie dipendenze che stanno risalendo la china, come l’alcolismo e l’uso di sostanze stupefacenti di ogni tipo, come l’eroina, tornata di moda tra i giovani e i giovanissimi». A colpire, infatti, è la tendenza degli ultimi anni che vede l’età di approdo all’utilizzo di sostanze sempre più precoce: «È necessario fare rete – conclude Schiappacasse – lavorando sulla prevenzione diffusa, ma non solo: anche l’informazione sull’argomento deve essere efficace e indipendente». Asl3 vuole implementare questo fondamentale lavoro, e, se tutto va bene, entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata. Nel frattempo, resta focale l’appello alla società civile a non sottovalutare il rischio di dipendenza: i problemi di oggi potrebbero essere le tragedie di domani.


    Nicola Giordanella

  • Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    La fontana di Piazza De Ferrari blu per la giornata dell'autismoNel 2007 l’assemblea delle Nazioni Unite decretava che il 2 aprile di ogni anno si sarebbe celebrata la “Giornata Mondiale per la Consapevolezza dell’Autismo”, al fine di sensibilizzare la popolazione sul tema e promuovere le politiche necessarie per superare le innumerevoli problematiche che ogni giorno milioni di persone in tutto il mondo devono affrontare.
    Milioni, esattamente. Recenti studi, infatti, stimano che un bambino ogni 100, in media, nasce all’interno del cosiddetto “Spettro Autistico”. Dobbiamo subito fare chiarezza, per chi non fosse avvezzo all’argomento: quando si parla di autismo, non si parla di una “malattia”, bensì di un disturbo neuro-psichiatrico che interessa lo sviluppo delle funzioni cerebrali. Non ci si ammala di autismo e, quindi, non si guarisce. Questa condizione presenta una tale varietà di sintomatologie, che rende difficile fornire una definizione clinica coerente e generalizzabile. Da qui la necessità di introdurre la locuzione più corretta di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA), che comprende un’ampia gamma di patologie e sindromi, aventi come denominatore comune caratteristiche comportamentali tipiche: problematiche legate al linguaggio e al suo sviluppo, isolamento sociale, azioni e comportamenti stereotipati e fuori contesto, comportamenti ossessivi. Il tutto declinato in diverse misure e livelli: ogni persona autistica è una combinazione unica, con il suo mix di queste caratteristiche.
    L’aumento del tasso di incidenza registrato negli ultimi anni è legato all’aggiornamento delle diagnosi che sono diventate maggiormente precoci ma al momento non trovano riscontro nel supporto di una struttura sociale adeguata, e adeguatamente informata, che possa seguire e valorizzare questo percorso. Il senso di questa giornata risiede anche qui: portare avanti il discorso, allargarlo, sensibilizzando persone, enti e istituzioni, al fine di creare quella rete diffusa che sappia accogliere, potenziare e includere una parte così grande della popolazione.

    Diverse le iniziative a Genova, organizzate da Angsa Liguria (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) e dal Gruppo Asperger Liguria, assieme a Comune di Genova e Università degli Studi, e con il patrocinio di Regione Liguria. Il convegno dal titolo “Autismi e integrazione scolastica: formazione, buone pratiche e prospettive verso un protocollo di intesa” è l’occasione per fare il punto sulla situazione nelle scuole della regione: proprio nelle classi, infatti, l’integrazione e la socialità dei ragazzi può essere messa a dura prova da pregiudizi e mancanza di preparazione specifica del corpo docenti: «Le buone pratiche – ci spiega Maria Teresa Borra, presidente di Gruppo Asperger Liguria – sono per prima cosa la formazione specifica degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno, ma non solo: consapevolezza da parte delle famiglie, che devono essere informate e formate sul problema per poter garantire la continuità dell’intervento una volta fuori dalle aule». Il percorso riabilitativo, infatti, deve essere condiviso da una rete di soggetti (scuola, famiglia, operatori) che permettano al ragazzo autistico di portare aventi il suo percorso verso le autonomie in maniera costante, senza fare passi indietro. «Il ministero ha attivato per il 2016 il primo ciclo di formazione specifica degli insegnanti – continua Borra – mentre già da anni associazioni come la nostra portano avanti percorsi simili per le famiglie perché è fondamentale fin dalla prima diagnosi sapere su cosa lavorare e come».

    Una volta terminati gli studi, quando il bambino autistico diventa adulto, che cosa succede? «Iniziano altri problemi – ci spiega Anna Milvio, presidente di Angsa Liguria – perché non esistono percorsi strutturati che possano continuare il lavoro fatto e spesso i nostri ragazzi rimangono a casa o “parcheggiati” in qualche struttura». In questo modo, quanto fatto faticosamente negli anni precedenti rischia di andare perduto: «Il percorso deve ricevere una costante “manutenzione” – sottolinea Milvio – altrimenti il rischio è quello di tornare indietro, irrimediabilmente».

    Il primo passo che le istituzioni potrebbero fare è quello di misurare il problema. Ad oggi, infatti, in Italia, non esiste uno studio numerico del fenomeno: si procede a stime su statistiche calcolate su base mondiale (seguendo le quali si potrebbe ipotizzare per la Liguria circa 6000 soggetti, con o senza diagnosi). Un metodo sicuramente non adeguato alla tipologia fenomenologica dei DSA, per la loro variabilità, la loro complessità e l’unicità di ogni singolo caso. Per questo motivo la notizia, datata dicembre 2015, dell’attivazione da parte di Regione Liguria del “Tavolo sull’Autismo” è stata ben accolta dalle associazioni di settore. Un primo passo, che non deve rimanere l’unico. «Anche nel programma elettorale di Hilary Clinton esiste un progetto molto dettagliato per l’autismo – segnala Anna Milvio – e noi oggi vogliamo rinnovare il percorso insieme alle istituzioni, alle scuole, all’università e agli operatori di settore: se oggi è un costo, l’efficienza di domani sarà comunque un risparmio per tutta la società».

    Oltre al convegno, sono tanti gli appuntamenti oggi in città: la mostra fotografica, allestita nei locali di Palazzo Ducale (fino al 3 aprile) e i concerti in piazza De Ferrari. «Questa giornata è una festa per noi e per tutti – precisa Maria Teresa Borra – la cui base deve essere l’integrazione e il supermento dei pregiudizi. In questi giorni gira in televisione e in rete uno spot che pubblicizza questa ricorrenza utilizzando l’immagine di un bambino dentro una bolla, su un pianeta solitario. L’animazione si risolve, in apparenza positivamente, con il bambino non più solo ma insieme a una figura materna, seduti di spalle, però ancora su quel pianeta isolato: ecco, questo è il contrario di quello che vorremmo, perché le famiglie devono poter essere integrate nella società, senza rimanere isolate dal mondo. Questo è il livello di pregiudizio e informazione contro cui stiamo lottando».

    Non è un caso, quindi, se per simboleggiare questa giornata sia stato scelto il blu (lo stesso blu che ha colorato, infatti, la fontana in piazza De Ferrari): fin dai tempi antichi questo è il colore dell’introspezione e dell’infinito ma anche della sicurezza e della conoscenza. E, se alziamo lo sguardo, capiamo che il blu è anche il colore del cielo, sotto il quale noi tutti, insieme, viviamo.

    Nicola Giordanella

  • L’inquinamento fa male alla salute? Sì, ma a Genova sembra impossibile capire quanto

    L’inquinamento fa male alla salute? Sì, ma a Genova sembra impossibile capire quanto

    sanita-ospedaleChi avesse seguito per intero la nostra inchiesta sulla qualità dell’aria a Genova, dovrebbe ormai avere piuttosto chiaro che non tutto quello che entra ogni giorno nei nostri polmoni è pienamente salutare. La difficoltà di trovare misure efficaci di mitigazione che sta incontrando l’amministrazione a causa delle molteplici fonti di inquinamento che devono, per forza di cose, essere trattate come un insieme di fattori e non come cause singole e a sé stanti, è acuita anche dalla sostanziale impossibilità di trovare analisi e dati chiarificatori di una diretta relazione tra inquinamento e salute. È questa la triste sintesi di una chiacchierata che Era Superba ha fatto con Valerio Gennaro, noto dirigente medico di Epidemiologia clinica presso l’IRCCS-San Martino, cercando di fare chiarezza sull’azione che gli inquinanti hanno sulla nostra salute e quanto lo studio epidemiologico possa aiutare a capire come intervenire. Non valgono assolutismi quando si tratta di malattie e cause inquinanti: le patologie derivate dall’inquinamento dell’aria sono diverse, largamente sovrapponibili e non riguardano solo tumori o malattie dell’apparato respiratorio.

    A poco o nulla, allora, serve sapere che, secondo i dati presenti sul sito di Ars Liguria (l’agenzia regionale sanitaria), l’Asl 3 Genovese nel periodo 2010-2012 è stata la realtà territoriale ligure con l’indice più alto di mortalità sia per tumori (172,6 persone ogni 100 mila residenti) sia per malattie cardiocircolatorie (154,4 persone ogni 100 mila residenti). Questo dato, peraltro, non risulta conforme con quanto annunciato dalla Regione Liguria nel corso della presentazione del nuovo Libro bianco della sanità, in cui si è parlato di una mortalità per tumori pari a 26,7 persone ogni 10 mila abitanti su scala regionale e 28,3 per malattie dell’apparato cardiocircolatorio.

    Anche se non esistesse questa confusione di dati e analisi, non sarebbe comunque possibile determinare con certezza assoluta il numero di malati o morti causati dall’inquinamento dell’aria. Ma è possibile almeno farsi un’idea abbastanza precisa di quanto è successo e di cosa succederà quando si oltrepassano certi valori di inquinamento, studiando i dati ambientali e sanitari. Secondo quanto ci spiega il dottor Gennaro, «è utilissimo analizzare i diversi gruppi di popolazione a rischio in base alla tipologia ma anche al luogo di vita, di residenza e di lavoro. Potrebbero emergere chiari indicatori della correlazione fra inquinamento e salute. Per semplificare dovremmo chiederci due cose: vicino al porto o ad altre possibili fonti di inquinamento, ci sono eccessi di malati? E poi, quegli eccessi sono attribuibili a quelle fonti di inquinamento? Ma anche, che inquinamento c’è stato e c’è tuttora? Naturalmente dovremmo evitare il grande errore di ritenere che l’inquinamento sia costituito da “un solo composto” più o meno cancerogeno, esaminare una sola malattia e non stimare l’interazione di più sostanze, magari nella popolazione più fragile e/o esposta».

    La relazione tra inquinamento e salute

    sanita.lavoratoriIn generale, possiamo dire che l’inquinamento atmosferico agisce sulle patologie respiratorie, su asma, polmonite, sulle patologie cardiovascolari, infarto, ictus, aritmie cardiache. Ci sono poi da considerare gli effetti che già influiscono prima della nascita o addirittura prima del concepimento. «Nella nostra realtà quotidiana, gruppi di persone totalmente non inquinati non esistono più – racconta Gennaro – ma un gruppo può essere inquinato 10 volte meno di un altro».

    Dall’analisi dei dati europei emerge un’Italia in cui in 10 anni la prospettiva di vita sana è calata drasticamente e ha raggiunto la parità dei sessi. «I dati Eurostat – evidenzia l’epidemiologo – raccontano una durata di vita sana più corta, dai 68/70 anni del 2004 in media ai 61/60 del 2013». In altre parole, il momento in cui ci si ammala di una patologia cronica avviene sempre prima e con sempre meno differenza di genere. «Basterebbero questi numeri da studiare – sostiene Gennaro – per capire dove e come rispondere all’inquinamento dell’aria».

    Ma allora perché non esistono studi approfonditi o, quantomeno, non sono così conosciuti? Da quello che ci spiega la nostra fonte, risulta cruciale individuare le differenti sorgenti di inquinanti di un dato territorio, avere il censimento delle emissioni e tenere presente che ogni fonte produce decine di inquinanti che se ne vanno “in giro” a seconda della tipologia, del vento presente, della zona in cui sono e così via. Insomma, il lavoro di un buon analista di questo settore deve partire necessariamente dalla creazione di una mappa di ciò che rimane nell’aria, soprattutto per una città come Genova che è molto estesa in lunghezza e ha territorio al suo interno molto diversi gli uni dagli altri, con caratteristiche timicamente endemiche.

    Non solo numeri: la media inganna

    Smog a Genova«E’ importante – prosegue nella sua “lezione” il dottor Gennaro – prima di concentrarsi sulle singole patologie, osservare il complesso della salute o della sofferenza della comunità nei gruppi che la compongono. Esistono quelli a rischio (donne in gravidanza, bimbi, anziani, malati), quelli meno a rischio, quelli meno inquinati di altri. Spiegato con un esempio, se emerge un aumento complessivo della patologia dell’asma, è da qui che parto per analizzare i dati nel dettaglio». E’ necessario trovare risposte alle domande: in quale gruppo succede questo? In quale area? Raccontare solo l’andamento della media complessiva porta ad escludere la percentuale della popolazione che, seppur magari minima, è davvero a rischio o più fragile e che, con la mera analisi numerica, potrebbe spalmarsi all’interno della media.

    Secondo quanto ci dice l’epidemiologo, basterebbe studiare i dati che normalmente vengono raccolti, come il numero dei ricoveri o dei decessi per poter fare una serie di analisi che aiuterebbe a chiarire la situazione. In aggiunta, abbiamo le ricerche internazionali che, come ci suggerisce l’esperto, «confermano con precisione che in presenza di un aumento di microgrammo di inquinante per metro cubo vi è un aumento percentuale di mortalità». Al centro deve sempre esserci l’essere umano e «un’adeguata determinazione dei gruppi a rischio o meno».

    E’ importante partire nel modo giusto per fornire gli strumenti a chi deve approvare ordinanze. Allo stesso modo, è importante, una volta messi a disposizione gli strumenti adeguati, che gli enti pubblici agiscano imponendo regolamenti atti a risolvere i problemi, come è importante che i mezzi pubblici siano efficaci, che ci siano sempre più zone verdi, e che, non ultimo, tutti quanti iniziassimo a ragionare su come garantire un futuro migliore alla nostra aria e cominciare a vedere con quest’ottica le singole azioni quotidiane.

    Claudia Dani

  • Erzelli, da parco tecnologico a cittadella della medicina. Il Comune spinge per il nuovo ospedale di Ponente

    Erzelli, da parco tecnologico a cittadella della medicina. Il Comune spinge per il nuovo ospedale di Ponente

    ericsson-erzelli-d6Da Parco scientifico e tecnologico a vera e propria cittadella della medicina. Potrebbe essere questo il nuovo futuro della collina degli Erzelli. Con una decisione di giunta, infatti, il Comune mette pressione alla Regione affinché venga chiuso nel più breve tempo possibile il percorso per decidere la collocazione definitiva del nuovo ospedale di Ponente e dei suoi previsti 500 posti letto. La speranza è di poter giungere alla sigla di un accordo di programma nel giro di due mesi e, comunque, prima che la tornata elettorale blocchi qualsiasi decisione da parte della Regione. Una scelta che riguarda il diritto di accesso alle cure di oltre 330 mila abitanti, pari a circa la metà della popolazione della Città Metropolitana (oltra al ponente genovese sarebbero direttamente interessati tutti i Comuni della Valle Stura, dell’alta Valle Scrivia e dell’alta Valpolcevera), escluso il Tigullio che appartiene a un’area del servizio sanitario a sé stante. «È una scelta che dobbiamo accelerare – ha dichiarato il vicesindaco Stefano Bernini – se non altro per una questione di equità di trattamento sanitario di una parte della città che risente anche di maggiori rischi per gli insediamenti lavorativi che la caratterizzano».

    Con la decisione di giunta presa ieri, si dà il via libera al percorso di condivisione con i Municipi coinvolti e i Comuni della Città Metropolitana sulla destinazione del nuovo ospedale. La situazione è alquanto immobile da parecchio tempo. Già quasi un anno fa avevamo raccontato di come la scelta fosse ormai limitata al ballottaggio tra Villa Bombrini e la collina di Erzelli. Ma la predilezione di Tursi per l’area sestrese è evidente, come traspare dalle parole di Bernini: «Abbiamo la necessità di individuare almeno 60 mila metri quadrati di spazi – spiega il vicesindaco – per cui a Cornigliano andremmo a estinguere tutte le disponibilità nell’area della Villa, peraltro confinanti con attività siderurgiche e quindi con annessi problemi di bonifica, di inquinamento acustico e di scavi per realizzare parcheggi interrati. Inoltre, ci troveremmo nel cono aereo dell’aeroporto con l’impossibilità di innalzare il nuovo monoblocco oltre il 4° piano». Insomma, l’ospedale a Villa Bombrini rischierebbe di essere molto sacrificato, considerata anche la vocazione industriale e portuale delle aree limitrofe e il nuovo impianto di trattamento fanghi che dovrebbe essere realizzato in zona ex Ilva. Un problema assolutamente assente agli Erzelli dove, secondo uno studio di fattibilità della Regione, sono state individuate addirittura tre possibili collocazioni per la nuova struttura e una quarta potrebbe nascere in seguito a una revisione dello Schema di Assetto Urbanistico dell’area, una volta confermati i trasferimenti di Esaote-Elemaster e della Facoltà di Ingegneria.

    erzelli-sestri-ponente-d9«Il sogno – guarda avanti Bernini – è quello di realizzare sulla piana degli Erzelli un’agorà dove si fa cura ma anche ricerca scientifica e tecnologica intorno al miglioramento delle capacità di cura. Genova potrebbe diventare una città pilota in questo campo creando una vicinanza fisica tra il nuovo ospedale, l’attività biomedicale di Esaote-Elemaster e la ricerca tecnologica dell’IIT che potrebbe trasferire qui il suo comparto sanitario. Si tratterebbe di un’alternativa al polo scientifico tecnologico più adeguata agli sviluppi e connessa con le competenze della città che altrimenti rischieremmo di non valorizzare». E, facendo un po’ di fanta-urbanistica, perché non pensare anche a un trasferimento della Facoltà di Medicina?

    Provocazioni a parte, resta comunque da definire tutta la partita dei finanziamenti per il nuovo ospedale che chiamano in causa in primo luogo la Regione e che la decisione di Giunta assunta ieri a Tursi non manca di sottolineare. A De Ferrari, infatti, sembrano tutti decisi a puntare forte sul Galliera bis, per cui per l’ospedale di Ponente resterebbero al momento pochi spiccioli. «Nell’accordo di programma per il nuovo ospedale – non manca di sottolineare Bernini – dovranno essere dettagliate anche le fonti economiche». Oltre ai fondi Fas europei che con tutta probabilità verranno dettagliati nel prossimo ciclo amministrativo regionale, parte dei finanziamenti deriverà dalla dismissione e rivalorizzazione degli attuali plessi ospedalieri: si parla di una parte consistente di Villa Scassi, esclusi probabilmente solamente i padiglioni 9 e 9b di più recente ristrutturazione e che resteranno a vocazione sanitaria, e del plesso sestrese di Padre Micone con le relative variazioni di destinazione d’uso che potrebbero entrare a far parte già del prossimo accordo di programma tra gli enti.

    Un altro punto a favore della collina sestrese è rappresentato dalla proprietà dell’area: se Villa Bombrini chiamerebbe in causa almeno per un 30% degli spazi l’acquisto di aree private, due ipotesi su tre agli Erzelli sarebbero interamente in area pubblica mentre la terza potrebbe facilmente diventarlo attraverso una permuta di terreni limitrofi con Ght.

    Nessun ostacolo neanche dal Puc (ma in questo caso non ve ne sarebbero neppure per Villa Bombrini), dato che la destinazione d’uso a servizi è inseribile in qualsiasi zona della città.

    erzelli-d10L’unico grande problema di Erzelli riguarda gli accessi, soprattutto per il trasporto pubblico ma anche per quello privato, dal momento che il nuovo ospedale dovrà essere facilmente raggiungibile anche attraverso l’autostrada e la viabilità urbana. «Ma Erzelli non è il Monte Bianco – dice l’assessore a Mobilità e Trasporti, Anna Maria Dagnino facendo propria una battuta del sindaco – e il sistema di trasporti per raggiungere la collina è qualcosa di governato e governabile in quanto in buona parte già impostato». Se il trasporto su gomma è in fase di ottimizzazione (entro fine dicembre dovrebbe essere consegnata la galleria che collega i piedi della collina degli Erzelli con la zona di Fegino) e necessiterebbe comunque di un approfondimento sotto il profilo del raggiungimento del sito in fase di traffico particolarmente stressato, più delicata è la questione che riguardata “il ferro”. Per Villa Bombrini basterebbe attendere la già prevista e finanziata realizzazione della stazione della metropolitana di superficie di San Giovanni d’Acri, mentre per Erzelli non basterebbe il nuovo scalo di Genova Aeroporto. Da qui, oltre al parcheggio di interscambio, dovrebbe partire infatti quello che per il momento resta ancora il futuristico progetto di una funivia verso la collina.

    Nuova piastra sanitaria in Val Polcevera

    mira lanza 1Il Comune non spinge l’acceleratore solo per quanto riguarda l’ospedale di Ponente. Nella decisione di giunta si parla anche della nuova piastra sanitaria della Valpolcevera. Com’è noto, il ponente cittadino è fortemente penalizzato per quanto riguarda l’offerta di servizi sanitari ospedalieri, ambulatoriali e non solo. Se, infatti, da una parte abbiamo i 1300 posti letto di San Martino e Galliera, qui possiamo contare solo sui servizi di Villa Scassi, dell’Evangelico e di quanto rimane dell’ospedale Padre Micone di Sestri. «La Valpolcevera in particolare – commenta Bernini – resta la pecorella nera della città mentre condividiamo a pieno il percorso che punta alla valorizzazione dei presidi territoriali per alleviare il carico che grava sui pronto soccorsi cittadini anche per cure non prettamente ospedaliere». Tre le aree in ballo, in posizioni baricentriche tra Bolzaneto e Teglia: una, come noto, è l’ex Mira Lanza per cui esiste già un pre-accordo ma che necessiterebbe di piegare la progettazione della nuova Casa della Salute all’edificio esistente; le altre due aree sarebbero di proprietà privata ma potrebbero abbastanza facilmente diventare pubbliche, attraverso un apposito accordo di programma. La prima area è attualmente vuota e con terreno da bonificare, mentre l’altra è di proprietà di una fondazione pubblica. Nessun problema per l’accessibilità: le prime due ipotesi sarebbero raggiungibili attraverso la nuova stazione ferroviaria di Teglia, progettata e finanziata,  mentre la terza sarebbe un po’ più a nord, in direzione Bolzaneto. La decisione si spera sia condivisa ma spetta naturalmente alla Asl esprimere una preferenza. «La medicina territoriale – ha commentato l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – è fondamentale per la prevenzione ma lo sono ancora di più i presidi socio-sanitari. Quando parliamo di piastra sanitaria o poliambulatorio vengono in mente solo i posti in cui si fanno esami medici e clinici. Le nuove Case della salute, invece, devono chiamare in causa tutta quella serie di servizi sociali per l’assistenza alle fasce più deboli della popolazione, disabili, persone non-autosufficienti, minori, famiglie in difficoltà, dipendenti da gioco, alcol, droghe. Insomma, le Case della salute devono diventare il luogo ideale per l’integrazione dei servizi socio-sanitari».

    L’analisi più approfondita dei nuovi presidi sanitari passerà ora attraverso la Conferenza dei sindaci (40 primi cittadini dei Comuni della Città Metropolitana + 9 presidenti dei Municipi genovesi) già convocata per il 30 marzo prossimo e da cui dovrebbe prendere il via la fase finale del processo decisionale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    manicomio-quarto

    Una conferenza stampa per far sapere alla città che se la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è sostanzialmente ferma all’accordo di programma siglato oltre un anno fa la colpa è tutta di Arte (e, di conseguenza, della Regione). «Nel novembre 2013 – ricorda il sindaco Marco Doria – abbiamo ribaltato una decisione precedentemente assunta da Regione e Asl di alienazione del complesso, condividendo la necessità che le aree dell’ex ospedale psichiatrico restassero, almeno in parte, di fruibilità pubblica». Da allora Tursi ha recepito il disegno dell’area all’interno dei propri strumenti urbanistici e ha avviato un processo di interlocuzione con Regione, Asl e Arte, ma soprattutto con il Municipio, le associazioni e cittadini riuniti nel Coordinamento per Quarto, per decidere che cosa fare delle aree di propria competenza.

    Nell’accordo risalente a più di un anno fa, infatti, il Comune aveva ottenuto come onere di urbanizzazione alcuni spazi dell’ex Op per un totale di circa 3500 metri quadrati. Aree che formalmente non sono ancora di proprietà di Tursi ma in cui, in questi anni, sono già state organizzate alcune iniziative di coinvolgimento della cittadinanza e altre troveranno spazio nei prossimi mesi. «L’idea generale – prosegue il primo cittadino – è quella di muoversi affinché questo luogo diventi il baricentro pubblico del levante cittadino, conservandone la memoria storica».

    All’interno del nuovo Puc, l’area viene trattata come ambito speciale di riqualificazione urbana. Certamente, vi troverà spazio la nuova piastra sanitaria del levante per dare vita a una sorta di “cittadella della salute”: «L’ex Op non dovrà essere visto dal cittadino esclusivamente come un luogo dove poter fare le analisi del sangue – spiega l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – ma vi saranno percorsi specifici per che riguardano la salute mentale, le dipendenze, l’accompagnamento alle famiglie con bambini problematici». E siccome i problemi di salute, e di salute mentale in particolare, non possono essere affrontati solo attraverso uno sportello socio-sanitario, molta attenzione sarà posta ad altri servizi di accoglienza e integrazione. Per questo motivo grande spazio verrà dato agli eventi culturali: «Vogliamo partire dalla valorizzazione dell’esistente, dalla Biblioteca storica, dal Museo delle forme inconsapevoli, dall’archivio dei documenti dell’ex Op e del centro Basaglia – spiega l’assessore Carla Sibilla – dando vita a una vera e propria rigenerazione della memoria, attraverso la nascita di una nuova biblioteca multimediale e un centro museale multidisciplinare (quARToteca) affiancati da un’attività ristorativa». Spazio anche alla creatività giovanile con un bando nazionale e internazionale che nei prossimi mesi darà l’opportunità di arricchire gli spunti progettuali individuati da Comune e Municipio.

    Manicomio Quarto, mappa
    Clicca per ingrandire – Le proprietà del Comune di Genova riguardano parte del settore 1, ove troverà spazio la piastra sanitaria del levante.
    La proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, invece, riguarda gli edifici compresi tra la linea nera grassettata e corso Europa

    Com’è noto, all’interno del progetto di riqualificazione dell’intera area, che supera i 23 mila metri quadrati, troveranno spazio anche nuovi insediamenti residenziali e turistico alberghieri, controbilanciati da verde urbano attrezzato e altri spazi a disposizione dei servizi pubblici.

    «Stiamo cercando di mettere una pezza a un errore in termini di scelte e uso del territorio commesso in passato: la più classica delle cartolarizzazioni di beni pubblici, messa in piedi solo per cercare di fare cassa» commenta il vicesindaco, Stefano Bernini. «Siamo di fronte  a una situazione simile a quella che, su piano più privatistico, si vive anche a Sestri nell’area ex Marconi. Cerchiamo di aprire una nuova porta ma, per fare ciò, non possiamo seguire la logica del singolo proprietario che pensa esclusivamente al proprio utile. Dobbiamo gestire l’area in modo unitario, scegliendo insieme che cosa fare, ragionando come se avessimo di fronte un complesso unico che vuole dialogare con il contesto circostante».

    Per poter giungere alla sistematizzazione di tutto ciò, tuttavia, manca un tassello urbanistico fondamentale: il Puo, piano urbanistico operativo, che deve essere redatto da Arte, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e riguarda sia la parte destinata alla vendita sia gli spazi pubblici superstiti. Una sorta di documento equivalente a quanto il Comune sta chiedendo alla Regione per la realizzazione del Nuovo Galliera.

    Al Puo, su cui dovrà pronunciarsi anche la Soprintendenza, si affiancherà il piano già presentato da Cassa Depositi e Prestiti con cui il Comune ha riattivato i rapporti per far rientrare nella riqualificazione anche la confinante area novecentesca (un tassello piuttosto strategico soprattutto dal punto di vista dell’accessibilità all’area e della mobilità interna) che non era compresa nell’accordo di programma in quanto venduta a Fintecna nel corso di una precedente cartolarizzazione.

    «Arte è il punto debole della vicenda – accusa il presidente del Municipio IX Levante, Nerio Farinelli – la nostra maggioranza a fine dicembre ha inviato una lettera a Burlando lamentando l’inattività dell’ente e chiedendone il commissariamento. Mercoledì prossimo, insieme con il sindaco, siamo stati convocati dal presidente delle Regione: vedremo che cosa succederà».

    Anche Doria conferma che «Arte è un po’ in ritardo. All’inizio avevano messo in vendita con bando pubblico un insieme piuttosto consistente di beni, compresi gli edifici dell’ex ospedale psichiatrico. Poi è intervento il Comune con la volontà di mantenere pubblici alcuni spazi e l’apertura di quel percorso che ci ha portato all’accordo di programma. Nel frattempo, però, a gara in corso (che si è conclusa con un nulla di fatto, ndr) Arte non poteva intervenire con un Puo che riguardasse una porzione delle aree a bando». Ora però, riaperti anche i rapporti con Cassa Depositi e Prestiti e idealmente riunificato tutto il compendio, non si può indugiare oltre, anche perché Asl ha assoluta necessità di entrare rapidamente in questi spazi per abbandonare via Bainsizza e riorganizzare i propri servizi nel levante cittadino.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoTornato in auge in periodo di campagna elettorale per le regionali, il progetto del Nuovo Ospedale Galliera in questi giorni sta facendo parlare di sé sulle pagine della stampa locale e nei palazzi di piazza De Ferrari e via Garibaldi. Ieri pomeriggio a Tursi l’argomento è stato tirato in ballo dalla consigliera Clizia Nicolella nel corso di un’interrogazione a risposta immediata che ha preceduto, come di consueto, la seduta ordinaria di Consiglio comunale. «Sui giornali è apparsa la notizia che l’unico ostacolo all’approvazione definitiva del progetto sia da attribuire alle consuete lentezze delle pratiche burocratiche comunali ma a noi risulta, invece, che le mancanze vadano imputate alla Regione» ha detto la rappresentante di Lista Doria.

    Tre gli elementi che mancano affinché la palla possa definitivamente passare al Comune: una convenzione Tursi-Galliera che metta nero su bianco gli oneri urbanistici collegati al cambiamento di destinazione d’uso di alcuni plessi da ospedalieri (tra cui l’attuale pronto soccorso e alcuni laboratori) a residenziali, che aumenterà del 10% la superficie abitativa di Carignano e servirà a coprire la sostenibilità economica del progetto; l’accordo di programma riguardante la riqualificazione degli spazi ospedalieri esistenti (l’attuale edificio dell’ospedale Galliera) e l’allestimento di quelli nuovi; un accordo Stato-Regione che stabilisca i finanziamenti necessari all’intera opera, sulla cui copertura economica la Corte dei Conti ha manifestato più volte seri dubbi.

    «È proprio qui – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – che stanno le gambe corte rispetto alle bugie che vengono dette dalla Regione: l’accordo tra governo e Regione non è ancora stato firmato perché i finanziamenti per l’opera non ci sono o comunque non sono ancora chiari. È stato lo stesso assessore regionale Montaldo a confermarmelo il 22 gennaio a Roma, all’uscita da un infruttuoso incontro al Ministero».

    E se non bastassero le difficoltà economiche, a mancare sembra essere anche una più precisa programmazione strategica: «Non esiste – accusa Bernini – un piano sanitario regionale all’interno del quale venga legittimata la necessità dell’intervento sul Galliera. È indispensabile che la Regione chiarisca definitivamente la riorganizzazione dei plessi ospedalieri e delle piastre sanitarie territoriali, quantomeno per quanto riguarda l’Asl 3 genovese».

    Solo dopo che saranno messi a posto tutti questi tasselli si potrà procedere con l’iter urbanistico del progetto che riguarda direttamente il Comune. «In realtà – puntualizza il vicesindaco – ci sarebbe ancora un buco da riempiere: è nell’aria, infatti, una nuova versione del progetto per la riqualificazione del Galliera meno impattante rispetto a quella presentata al Comune e fortemente contestata dai cittadini. Ma agli uffici di Urbanistica, checché venga annunciato dalla Regione, non è ancora stato presentato nulla a riguardo».

    Ecco allora che il nuovo Puc, in cui la realizzazione del nuovo Galliera, o Galliera bis che dir si voglia, è prevista all’interno di un cosiddetto ambito speciale, fa riferimento esclusivamente alla fattibilità del primo progetto presentato. Prima che gli uffici di Urbanistica e, di conseguenza, il Consiglio comunale, si possano esprimere sulla fattibilità del nuovo progetto è necessario che la Regione riempa tutti i buchi e invii le carte a Tursi.

    Con un quadro ancora così ampiamente incerto, è impensabile fare una previsione sui tempi di realizzazione dei nuovi edifici. «Visto che ci sono ancora tutti questi buchi – commenta la consigliera Nicolella – mi auguro che il via libera del Comune dal punto di vista urbanistico a quest’opera (il riferimento è all’ambito speciale inserito nel nuovo Puc che dovrebbe essere votato a breve in Sala Rossa, ndr) sia subordinato alla presentazione da parte della Regione di elementi reali. Il Comune, infatti, e in particolar modo il sindaco sono chiamati a tutelare l’equo accesso alle cure per tutti i cittadini».

    La sensazione che da piazza De Ferrari, soprattutto in tema sanitario, si stia facendo parecchia campagna elettorale è forte. La dimostrazione arriva anche da un’altra delicata situazione che riguarda l’ospedale di Ponente: «A maggio dello scorso anno – ricorda Bernini – l’assessore regionale Montaldo aveva annunciato lo studio di fattibilità dell’opera nelle due aree in ballottaggio di Erzelli e Villa Bombrini. Eppure, finora, al Comune non è arrivato nulla di ufficiale».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Fecondazione eterologa a Genova e in Italia. Non ci sono donatori, manca cultura e informazione

    Fecondazione eterologa a Genova e in Italia. Non ci sono donatori, manca cultura e informazione

    fecondazione-eterologaDa aprile 2014 è possibile sottoporsi a fecondazione eterologa anche in Italia. Dopo anni di polemiche adesso è possibile utilizzare ovociti o spermatozoi di donatori anonimi esterni alla coppia per concepire.
    Qui non vogliamo porre alcun giudizio di tipo morale, riteniamo che la coscienza di ognuno possa svolgere il suo compito. È stato chiaro da subito però, parlando dell’argomento con istituzioni e ospedali pubblici sul nostro territorio, che ci sono ancora problemi concreti da risolvere e non solo dal punto di vista organizzativo. Problemi che nello specifico riguardano Genova e la Regione Liguria, ma che ritroviamo anche sull’intero territorio italiano.

    Da un lato manca completamente la cultura della donazione, è tutta da costruire. Dall’altro, non emerge un numero così grande di coppie che ha bisogno dell’eterologa o la cui richiesta immediata riguardi questa tipologia di fecondazione assistita. «Nella maggior parte dei casi si tratta di donne fra i 39 e 43 anni che hanno già affrontato diversi cicli precedenti di fecondazione omologa senza successo», racconta la Dottoressa Paola Anserini, referente del Centro pubblico attrezzato per fare la fecondazione eterologa presso l’Ospedale San Martino.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Prima della sentenza sentivamo parlare di turismo procreativo, quando le coppie cioè erano costrette ad andare all’estero per poter utilizzare semi altrui, ora non è più necessario, possiamo trovare i donatori in Italia.
    Ma li troveremo? In una situazione in cui non è ancora chiaro cosa sarà a carico del Servizio Sanitario Pubblico e allo stesso tempo cosa sarà gratuito per il donatore/trice è molto difficile reperire donatori. Chi paga il farmaco per la donatrice? Chi gli esami a cui devono sottoporsi i donatori? Sarà possibile rimborsare i donatori?

    Ma oltre ai dubbi sul pagamento di esami e prelievi (al momento al donatore viene garantito solo il rimborso della giornata di lavoro persa), il fattore di difficoltà in più rispetto all’estero è che in Italia i donatori e donatrici non sono per così dire “incentivati”. Detto in maniera più esplicita: in altri paesi è più facile reperire donatrici o donatori perché questi, oltre ad avere garanzia del rimborso delle spese, vengono direttamente pagati in denaro.

    Ma se i problemi amministrativo-burocratici troveranno prima o poi una soluzione, rimangono dubbi sugli aspetti prettamente culturali. Genovesi, liguri, italiani… siamo pronti a donare?
    Le difficoltà maggiori, stando ai dati in nostro possesso, riguardano il reperimento di donatrici, rispetto ai già rari donatori. È chiaro che la stessa donazione implica un coinvolgimento diverso e meno “invasivo” per l’uomo. Per la donatrice, oltre alla serie di esami iniziali a cui si deve sottoporre anche il donatore uomo, segue un intervento con anestesia per il prelievo degli ovociti.

    Tuttavia, come detto, fino a che lo Stato non si deciderà a prendere posizioni chiare sul tema, questi percorsi rimarranno incerti. Il primo passo è stato fatto poco dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale, la Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome ha infatti emesso un documento con lo scopo di risolvere le problematiche relative alla fecondazione eterologa e che potesse essere sottoscritto da tutte le Regioni. In questo modo si è tentato di coprire un vuoto di linee guida statali. Il documento contiene i requisiti di chi può accedere all’eterologa, ovvero coniugi o conviventi di sesso diverso sterili e infertili e propone, dal punto di vista finanziario, che l’accesso a carico del servizio sanitario segua i criteri della fecondazione omologa cioè solo fino ai 43 anni per la donna e con un massimo di 3 cicli.

    Quale è la situazione ad oggi nei due centri genovesi specializzati?

    Sia a San Martino che all’Evangelico i medici si stanno occupando della primissima fase (detta “fase ambulatoriale”), cioè stanno illustrando alle coppie che la possibilità concreta di eseguire la fecondazione eterologa (escludendo le questioni ancora nebulose che riguardano il ticket) è vincolata al reperimento di donatori e donatrici. Le coppie ad oggi vengono inserite in una lista d’attesa e verranno contattate nel momento in cui ci saranno i donatori. A questo proposito è importante ricordare che presso il Centro dell’Ospedale San Martino è attivo un servizio che fornisce tutte le informazioni necessarie a chi voglia intraprendere il percorso di donatore o donatrice (010 5555840 dalle 11,30 alle 13,30).

    La Liguria dunque ha i mezzi, le strutture e presto avrà anche l’assetto burocratico per avviare il processo di fecondazione eterologa. Ma non esiste nessun programma per quanto riguarda la diffusione delle informazioni sul territorio, indispensabili per una sensibilizzazione sul tema. Non è difficile ipotizzare che se la situazione dovesse rimanere quella odierna fra qualche anno i numeri di richiedenti e donatori continueranno ad essere molto bassi. Da un lato è fondamentale incentivare le persone alla donazione e dall’altro sensibilizzare la comunità su un tema così ampio e delicato. Perché, non dimentichiamolo, la fecondazione eterologa potrebbe ovviamente aprirsi anche alle coppie omosessuali, cosa che da anni è più che normale in alcuni paesi europei come ad esempio Spagna e Gran Bretagna.
    Il futuro non si può fermare, ma pensare di non investire idee e risorse sulla sensibilizzazione e di demandare al caso l’istruzione sui temi legati alla fecondazione sarebbe un gesto profondamente incosciente. E, purtroppo, è quanto sta accadendo.

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale su Era Superba #57

  • Cannabis terapeutica, incontro con malati e produttori genovesi: le immagini e le testimonianze

    Cannabis terapeutica, incontro con malati e produttori genovesi: le immagini e le testimonianze

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (8)Il tema dell’uso terapeutico della cannabis è stato approfondito in più di un’occasione su queste pagine. Durante l’ultima puntata di #EraOnTheRoad, siamo tornati sulla questione pubblicando senza censura la testimonianza di malati e produttori con l’intento di comprendere se il diritto di curarsi con la cannabis, riconosciuto dalla legge italiana almeno in teoria, sia di fatto inibito a chi ne dovrebbe poter fruire.

    Nonostante la voglia di rivendicare apertamente ed a gran voce il diritto di ottenere per sé le migliori terapie disponibili, le persone intervistate devono celare la propria identità dietro a pseudonimi; infatti gli alti costi della cannabis importata legalmente a scopi medici dall’Olanda costringono spesso i malati a pratiche al limite della legalità, e a volte oltre, come l’autoproduzione.

    La testimonianza di Alberto, produce cannabis per combattere la malattia

    [quote]Se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare[/quote]

    «Ho 30 anni,  sono un lavoratore precario – racconta Alberto –  e tre anni fa mi hanno diagnosticato la sclerosi multipla; grazie all’utilizzo della canapa sono riuscito a combattere in maniera efficace la mia malattia. Tre anni fa ero in sedia a rotelle, a causa degli spasmi muscolari che mi causavano forti tremiti alle gambe. Ai tempi, tra l’altro la legge regionale non era ancora stata approvata; mi sono attivato subito per capire se la marjuana avrebbe potuto aiutarmi, come avevo letto da più parti. Attraverso degli amici mi sono procurato uno spinello con relativa facilità, come  credo possa fare anche oggi chiunque ne abbia la necessità o solo la voglia. Già precedentemente alla diagnosi mi era capitato di fumare in maniera saltuaria, ma non immaginavo assolutamente quali potessero essere gli effetti della sostanza sulla patologia che adesso ho: nel giro di cinque minuti infatti la mia gamba aveva smesso del tutto di tremare, e non solo, anche i dolori muscolari erano molto migliorati. Nella mia condizione ti senti come se il muscolo lavorasse sempre, non riesci a rilassarlo, e ti sembra che  i tessuti si strappino da dentro: una sensazione simile a quella che prova chi ha un muscolo sotto sforzo da tanto tempo. Questo tipo di dolori ha cominciato a sparire, con l’uso della marjuana, sostanzialmente senza effetti collaterali, salvo una gran fame».

    Alberto mi parla poi delle note dolenti della situazione: infatti  ha seri problemi economici che non gli consentono di curarsi come dovrebbe: «Ho approfondito molto le mie ricerche sui benefici che questa pianta produce per decine di malattie, studiando gli effetti dei numerosi principi attivi presenti nella cannabis, fino ad arrivare alla conclusione che avrei tranquillamente potuto coltivarla da me. Per il farmaco Bedrocan importato dall’Olanda (si tratta di cime di una varietà di cannabis appositamente selezionata sulla base dell’alta concentrazione di principi attivi) bisogna spendere circa quattordici euro al grammo, con tempi d’attesa di almeno tre mesi, ammesso che tu riesca a trovare un medico preparato in materia e disposto ad effettuare la prescrizione».

    «Ottenere la prescrizione è stato difficile: in ospedale non sono riuscito a trovare un medico che mi prescrivesse il Bedrocan; venivo ignorato oppure mi si rispondeva di aspettare il Sativex che sarebbe uscito sul mercato a breve (si tratta di un prodotto sintetico, che dovrebbe essere utilizzato in sostituzione del Bedrocan, ndr). So che può sembrare assurdo, ma nessuno per ignoranza o per paura mi voleva prescrivere il farmaco che su di me aveva l’effetto migliore. Addirittura mi veniva somministrato un medicinale miorilassante che, oltre ad avere una scarsa efficacia, mi provocava incontinenza. Alla fine sono riuscito ad ottenere una prescrizione da un neurologo. Io ho una cosiddetta ricetta bianca, con la quale posso acquistare marjuana dalle farmacie completamente a mio carico, a fronte di una pensione di invalidità di duecentonovanta euro riconosciutami per la mia patologia. Tieni presente che consumo circa un grammo di cannabis al giorno, e quindi per me l’acquisto in farmacia è una soluzione impraticabile: non potevo, né posso tuttora, permettermelo. Ho anche provato dei preparati sostitutivi come lo spruzzino, che però per me, come per diverse altre persone con le quali ne ho parlato, si è rivelato poco efficace a combattere alcuni disturbi tra cui il dolore. Mi sono dunque chiesto come fare a procurarmi regolarmente la marijuana di cui necessito per stare meglio».

    La risposta– mi spiega Alberto- l’ho trovata quando ho scoperto che esistono delle aziende olandesi, inglesi, americane e spagnole che vendono semi di qualità e genetiche selezionate appositamente per alcune patologie. Allora ho acquistato per modica cifra questi semi, ed in breve ho ottenuto la mia prima piantina. Nel frattempo però mi rifornivo dal mercato clandestino, con tutti i problemi del caso, ed inoltre non ero tanto contento di regalare soldi alle mafie; poi anche il solo uscire di casa nelle mie precarie condizioni fisiche, per di più entrando a volte in contatto con certe realtà, non era proprio confortevole. Mi ritrovavo spesso per le mani cannabis di scarsa qualità, tagliata con sostanze dannose, come ho compreso soprattutto da quando ho consumato le inflorescenze coltivate ed essiccate da me: gli effetti benefici, rispetto a prima, erano ancora più sorprendenti. Ancora oggi vado avanti in questa maniera, perché è l’unica modo di non dare un mare di soldi a mani sbagliate, e di avere il meglio per me. Ormai poi ho anche individuato le diverse varietà che si associano meglio ai momenti ed ai disturbi di cui soffro, per cui in questo senso riesco completamente ad autogestirmi.

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    L’assunzione di cannabis a scopo terapeutico con il vaporizzatore

    Alberto mi spiega e mi fa vedere come consuma la sua medicina: «Il miglior modo di assunzione, che io sfrutto grazie ad un regalo che mi ha fatto un’amica, è quello della vaporizzazione della pianta: in questa maniera si assumono tutti i principi attivi del vegetale senza che si verifichi combustione, cosa che sprigionerebbe anche sostanze nocive. La vaporizzazione estrae dalla pianta tutti i principi attivi e gli oli essenziali che vengono quindi assunti per inalazione. Si tratta di una metodologia ottimale di consumo  per i non fumatori, anche se il vaporizzatore ha un costo piuttosto elevato; per questo alcune farmacie addirittura li affittano. Il problema ora è quello di uscire un po’ allo scoperto per reclamare il diritto alla cura, perché nel frattempo i malati continuano a rifornirsi sul mercato nero; chi sta male non può aspettare la marjuana legale italiana per  la quale saranno necessari anni. E poi, perché pagare caro qualcosa che quasi chiunque può prodursi da solo?».

    Chiedo a questo punto ad Alberto se non tema le possibili conseguenze legali che derivano dalla sua attività di autoproduzione, e questa è la risposta: «Ma guarda, visto che io non spaccio, penso che se facessero un’indagine sul mio conto non dovrei avere molti problemi. Poi, se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Mi sembra un’ ingiustizia costringere gente che prende 290 euro di pensione di invalidità al mese ad arricchire le case farmaceutiche quando potrebbe prodursi il suo farmaco autonomamente. Poi, quando uno ha certe patologie invalidanti, non può nemmeno più fare certi lavori, infatti non è raro che i malati si trovino in ristrettezze economiche: magari la tua vita era scaricare camion, e ti trovi da un giorno all’altro a non poter più lavorare».

    Chiedo dunque ad Alberto quali fossero i medicinali che in precedenza gli venivano somministrati: «Flebo da 1000 mg di cortisone, poi mi riempivano di oppiacei contro il dolore come il Toradol, per me assolutamente inefficace. Inoltre mi somministravano psicofarmaci per riuscire a farmi dormire: il cortisone è uno steroide e quindi ti agita, sudi, non è una bella sensazione. Con la cannabis, a parte il cortisone, ho eliminato tutto il resto, e non mi fiderei più ad usare Lexotan, Tavor o altri psicofarmaci: per me hanno effetti collaterali molto più pesanti della cannabis che mi produco con il solo ausilio della cacca di gallina. Molti malati vivono nella paura  perché si curano grazie ad una pianta, è assurdo. Il Bedrocan non è altro che erba, molto forte e passata sotto ai raggi gamma per garantire la non contaminazione di funghi o muffe. In Italia per gran parte del mondo scientifico questa materia è un tabù, legato anche a notevoli interessi economici».

    La testimonianza di Rosa: un calvario fra ospedali e farmacie

    [quote]Ero ricoverata al San Martino e sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere cannabis tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno che poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda[/quote]

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (2)Nel corso della nostra indagine, abbiamo incontrato Rosa, che ci ha raccontato la sua storia: «Ho cinquant’anni, e dall’età di un anno soffro di epilessia a seguito di un accesso di febbre, anche se i medici non sono mai riusciti esattamente ad identificarne la causa. Per gran parte della mia vita sono stata bombardata di medicinali, soprattutto benzodiazepine, con pesanti effetti collaterali come l’impossibilità di guidare, una costante sonnolenza ed enormi problemi sul lavoro, ad esempio non potevo fare alcuna attività notturna. Ho inoltre nel tempo sviluppato una farmaco-resistenza notevole ed una neuropatia. Al compimento del quarantesimo anno di età, a seguito di un lavoro di documentazione che ho portato avanti negli anni, ho deciso di provare a rivolgermi alle strutture sanitarie per provare qualche terapia alternativa a quelle che avevo in corso, ed in particolare di provare con la cannabis in via sperimentale. La risposta è stata di fermo rifiuto, ed allora, del tutto autonomamente, ho cominciato a scalare fino ad eliminare i vecchi farmaci e ad assumere regolarmente marijuana. Ho sperimentato da sola i dosaggi dei vari cannabinoidi, e il risultato è stato notevole: riesco con la cannabis ad evitare la maggior parte delle crisi che mi colpivano anche tre o quattro volte l’anno, e ho scoperto che per me l’ideale è un alto tasso di thc. Queste crisi sono eventi molto intensi e pericolosi, mi hanno causato nel corso della vita diverse fratture, e in un caso il coma: la canapa insomma ha migliorato nettamente la qualità della mia vita».

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (12)Rosa poi racconta come è arrivata ad importare legalmente il medicinale di cui ha bisogno, e dei problemi che ha dovuto e deve affrontare: «Successivamente sono entrata in contatto con una serie di movimenti per il diritto alla libertà di cura, con il mondo antiproibizionista, e ho quindi deciso di provare insieme al mio compagno, anche lui affetto da serie patologie, di giocare la carta dell’importazione tramite il servizio sanitario nazionale, mai sostenuta veramente dal reparto di neurologia. Grazie ad un provvedimento dell’allora ministro Livia Turco, e ad un medico che aveva capito la nostra situazione grazie alla documentazione che gli avevo sottoposto, sono riuscita ad iniziare l’avventura dell’importazione del Bedrocan dall’Olanda. I costi sono elevatissimi, fra me ed il mio compagno arriviamo a spendere 1200 euro ogni due o tre mesi. L’ultima importazione che dovevo effettuare infatti non me la sono più potuta permettere, semplicemente non ho più il denaro per pagare, ho anche diversi debiti contratti per pagarmi le cure. Trovo questa cosa scandalosa, mi è stato riconosciuto il 67% di invalidità e un sacco di cure visto il mio reddito basso mi sono riconosciute gratuitamente o quasi, ma così non è per il Bedrocan, mentre la morfina e le benzodiazepine te le tirano letteralmente dietro».

    Rosa mi racconta come durante i suoi numerosi ricoveri, dovuti alle crisi e alle conseguenti cadute, spesso le strutture ospedaliere le abbiano somministrato farmaci che le provocavano forti effetti collaterali, oppure come non si riuscisse a trovare una maniera adeguata per farle assumere la propria terapia: «Una volta sono caduta a seguito di una crisi fortissima come non mi succedeva più da anni e ho riportato delle fratture facciali; in ospedale sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere in Bedrocan tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda».

    Infine Rosa mi spiega che ora non riesce più a permettersi il Bedrocan di importazione: «Allo stato attuale io non riesco più a pagare, non assumo nessun farmaco sostitutivo, e allo stesso tempo per questioni di spazio e lavoro non riesco a fare coltivazioni di canapa, quindi mi riferisco a chi la coltiva, coltivatori o malati che cercano di sopravvivere come me, magari partecipando alle spese di produzione. Non posso fare diversamente anche perché non voglio rivolgermi al mercato nero: ho bisogno di una sostanza pura, che sia trattata adeguatamente, adatta alla patologia e poi non voglio incentivare chi ne fa commercio quando ne avrei diritto gratuitamente. Se io chiedessi la morfina come terapia del dolore me la darebbero, mentre se chiedi il Bedrocan in molti ospedali, come al San Martino di Genova, nicchiano, di fatto inibendo un tuo diritto. Il mio appello è quello che si sblocchi questa situazione che non permette ai malati di curarsi liberamente scegliendo le terapie più opportune, pensa che siamo arrivati al punto che ci sono dei malati oncologici ai quali danno la morfina che non viene assunta ma scambiata con la cannabis sul mercato nero, per via o di una maggiore efficacia, o semplicemente dei minori effetti collaterali ai quali espone il consumatore». 

    Riccardo, il produttore sano che condivide con i malati senza scopo di lucro

    [quote]Su internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi[/quote]

    Per ultimo abbiamo intervistato Riccardo; lui non è malato, ma è un consumatore di cannabis a “scopo ricreativo” che da lungo tempo autoproduce le sostanze che consuma: «Si comincia a coltivare, nel mio caso come in molti altri,  da ragazzi, quando si fuma per le prime volte qualche spinello; si trattava di un passatempo, di una passione, che era mossa dalla curiosità e dalla necessità di evitare i costi esosi e la scarsa qualità della marijuana reperibile attraverso il mercato nero».

    Negli anni Riccardo è venuto a conoscenza delle proprietà mediche della pianta, così come dei problemi che molti malati hanno nel reperire quella che per loro è una medicina spesso insostituibile: «Visto che coltivo per me stesso, ho cercato di entrare in contatto con persone che abbiano esigenza medica di questa sostanza per condividere i frutti del raccolto, senza alcun fine lucrativo o commerciale. Date le leggi di questo paese vigenti in materia, i contatti ed i rapporti legati a questo mondo sono tendenzialmente personali, confidenziali, e i metodi di approccio più frequenti sono l’incontro, il passaparola. Si tratta di una questione di consapevolezza e passione comune a molte persone, che cercano di coordinarsi organizzando assemblee su tutto il territorio nazionale per identificare buone pratiche da portare avanti per affrontare il problema».

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)«Questa attività è portata avanti sostanzialmente senza una struttura organizzativa che raduni produttori e malati, perché una simile modalità operativa non consentirebbe la necessaria discrezione, o l’altrettanto importante agilità delle comunicazioni. Ci si basa dunque principalmente sulla conoscenza diretta, anche se può succedere che all’interno di queste reti di rapporti qualcuno abbia la possibilità di mettere a disposizione uno spazio adatto alla coltivazione: allora è possibile che le risorse di più persone vengano messe in comune nel portare avanti un’unica attività. Quello che si verifica più spesso è però che un singolo preveda, o si trovi ad avere, un raccolto abbondante, e decida così di condividere il proprio prodotto con chi ne ha bisogno. Generalmente il coltivatore di cannabis ha piacere di condividere con gli altri il proprio prodotto, la consapevolezza di fornire un valido aiuto a persone afflitte dalla malattia non fa altro che aumentare il piacere della condivisione».

    «Grazie al passaparola – spiega Riccardo in relazione alla realtà che conosce direttamente – si cerca di entrare in contatto con sempre più malati, perché penso che nonostante i rischi di cui sopra il mettersi in rete e l’essere numerosi siano delle soluzioni concrete al problema, o se non altro una delle vie da provare a percorrereSu internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi; negli anni purtroppo è facile conoscere malati che necessitano di cannabis per stare meglio, ed è così che generalmente si instaurano queste dinamiche». 

    Il know-how e il materiale per mettere in piedi una piccola o media autoproduzione sono paradossalmente a disposizione di chiunque abbia i mezzi economici per procurarseli, perché si tratta nella media di materiali piuttosto costosi come lampade e sostanze fertilizzanti: oltre che su internet, sono di facile reperibilità nei sempre più numerosi negozi dedicati, facili da trovare in qualunque grande città del paese. «È un mercato più che florido, che va di pari passo con un fenomeno di netto cambiamento a livello mondiale dei paradigmi culturali rispetto alla cannabis. Non dimentichiamo che in tanti altri stati nel mondo la coltivazione e l’autoproduzione di marijuana hanno conosciuto un vero e proprio boom, legato anche al cambio di rotta delle politiche statunitensi sulla droga leggera che hanno aperto a questi prodotti un mercato enorme».

    Per concludere chiedo a Riccardo se secondo lui con la recente bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge cosiddetta “Fini-Giovanardi” si sono aperti secondo lui spiragli per l’autoproduzione, soprattutto in riferimento ai malati. La risposta di getto è negativa, ecco le argomentazioni: «Si è passati dai governi Berlusconi che hanno portato avanti per anni una politica ghettizzante e repressiva nei confronti del fenomeno, ai governi Monti e Letta che non si sono minimamente preoccupati di affrontare la questione, fino ad arrivare a Renzi, che prende provvedimenti slegati l’uno dall’altro, più utili a fare propaganda e a dipingersi come liberale piuttosto che a cambiare realmente qualcosa. Basti dire che il provvedimento che autorizza la produzione su suolo italiano di cannabis- presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare (Scfm) di Firenze–non affronta in nessun modo la questione della distribuzione della sostanza, se non altro ai malati».

    Le testimonianze di questi tre genovesi danno un quadro di quanto l’Italia, come in molti altri settori della scienza e della cultura in forte mutamento, sia molto indietro rispetto alle realtà dei paesi più avanzate. Il dibattito sulla cannabis medica, e sull’efficacia complessiva delle politiche proibizioniste rispetto alla canapa, langue da anni, anche vittima di anacronistiche posizioni dogmatiche e demonizzanti. Nonostante il momento storico sia difficile, e le priorità politiche del governo sembrino essere praticamente tutte legate all’economia, sicuramente c’è la necessità di procedere speditamente nell’approfondire il dibattito, mettendo di conseguenza in atto soluzioni concrete che tutelino la salute pubblica, in particolare per i malati. È una questione di giustizia e di libertà.

    Carlo Ramoino

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  • Sanità: riorganizzazione servizi territoriali e ospedali di distretto

    Sanità: riorganizzazione servizi territoriali e ospedali di distretto

    medico
    – La LEGGE 189/2012 prevede che la riorganizzazione dell’assistenza territoriale avvenga “secondo modalità operative che prevedono forme organizzative monoprofessionali, denominate aggregazioni funzionali territoriali (Aft)… nonchè forme organizzative multi professionali, denominate unità complesse di cure primarie (Uccp), che erogano, in coerenza con la programmazione regionale, prestazioni assistenziali tramite il coordinamento e l’integrazione dei medici, delle altre professionalità convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, degli infermieri, delle professionalità ostetrica, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e del sociale a rilevanza sanitaria. In particolare, le regioni disciplinano le unità complesse di cure primarie privilegiando la costituzione di reti di poliambulatori territoriali aperti al pubblico per tutto l’arco della giornata, nonché nei giorni prefestivi e festivi con idonea turnazione, che operano in coordinamento e in collegamento telematico con le strutture ospedaliere. Le regioni, attraverso sistemi informatici, assicurano l’adesione obbligatoria dei medici all’assetto organizzativo e al sistema informativo nazionale, compresi gli aspetti relativi al sistema della tessera sanitaria nonché la partecipazione attiva all’implementazione della ricetta elettronica”

    La rivoluzione sanitaria, annunciata un paio di anni fa con il “Decreto Sanità” dell’ex Ministro della Salute Balduzzi (convertito in Legge n. 189/2012), e confermata dall’approvazione, nel dicembre 2013, di una specifica delibera regionale, in Liguria rimane finora senza applicazione concreta. Parliamo, in particolare, della riforma delle cure primarie tramite la riorganizzazione dell’assistenza territoriale nell’ottica di creare e fornire servizi h24 e, contestualmente, decongestionare l’attività dei pronto soccorso ospedalieri. Con la nascita di poliambulatori all’interno dei quali lavoreranno, organizzati su turni, medici di famiglia, specialisti, infermieri, personale della riabilitazione e operatori socio-sanitari, in stretto rapporto con il servizio del 118, fornendo tutti i giorni dell’anno l’assistenza medica di base e garantendo la continuità assistenziale 24 ore su 24 e la presa in carico dei malati cronici.

    La Legge 189/2012 (vedi box a lato) demanda alle regioni la definizione della riorganizzazione nel suo complesso, tuttavia, fino ad oggi, sono state avviate soltanto sporadiche sperimentazioni in alcune di esse, considerata anche la carenza di fondi che le regioni possono destinare al finanziamento delle nuove strutture mono e multiprofessionali aperte h24.

    Senza dimenticare che, ai fini della effettiva funzionalità del sistema, bisogna ancora raggiungere l’intesa con le organizzazioni sindacali per il rinnovo degli accordi collettivi nazionali di medicina generale, pediatria di libera scelta, e specialistica ambulatoriale, fondamentali a maggior ragione in prospettiva di una riforma dei servizi così ridisegnata.
    Infine, Ministero della Salute e Regioni, si apprestano a sottoscrivere il cosiddetto “Patto della salute” – secondo le ultime notizie entro il corrente mese di giugno – il quale recepirà, tra le altre cose, le indicazioni relative alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale.

    La situazione in Liguria

    «Sul finire di maggio abbiamo avuto un incontro in Regione per segnalare l’ingiustificato rallentamento del percorso in direzione dei servizi sanitari territoriali – spiga Francesco Rossello, segretario regionale Cgil FP Liguria – Ci riferiamo alla delibera regionale del 27 dicembre 2013 (n.1717 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie”), che sancisce la creazione degli “ospedali di distretto”, ossia strutture pubbliche dove lavoreranno in forma aggregata medici di base, specialisti, personale infermieristico e operatori socio sanitari, alternandosi su diversi turni e gestendo i pazienti attraverso le piattaforme informatiche (in tal senso vedi l’importanza del Fascicolo sanitario elettronico, nda).».
    Piano approvato dalla Regione e pienamente condiviso dai sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil), come sottolinea Rossello «In questo modo noi pensiamo sia davvero possibile allegggerire il carico dei pronto soccorso degli ospedali, soprattutto per quanto riguarda i codici bianchi e verdi, insomma i casi meno gravi. Le nuove strutture, infatti, dovrebbero garantire la continuità assistenziale 24 ore su 24 e la “presa in carico” dei pazienti, in particolare quelli affetti da patologie croniche. Si tratta di circa 200 mila persone in Liguria (diabetici, cardiopatoci, pazienti con insufficienze respiratorie, ecc.). L’idea è sviluppare una medicina attiva. Ciò significa, da parte della sanità pubblica, non prestare cura soltanto al manifestarsi di un problema acuto, bensì farsi costantemente carico del paziente, anche attraverso i nuovi ospedali di distretto, attivando degli adeguati percorsi di prevenzione e di controllo, ad esempio prenotando visite ed esami, limitando nel contempo gli accessi impropri nelle strutture ospedaliere».

    san-martino-ospedale-sanita

    Nella pratica, però, come spiega il segretario Cgil Fp, la situazione è ben diversa «Si procede in maniera incoerente, non applicando modelli omogenei a tutta la regione. Anche una notizia positiva come il progetto di ristrutturazione dell’ospedale San Martino nasconde delle incongruenze. Tra i tanti aspetti buoni del progetto, infatti, non si capisce perchè si sia deciso di trasformare una divisione di medicina interna in medicina d’urgenza. Senza alternative i cittadini bisognosi di cure continuano a rivolgersi all’urgenza ospedaliera. Perchè la Regione non usa quellla parte di investimenti, oggi destinati a potenziare le medicine d’urgenza, per realizzare i centri territoriali previsti dalla delibera del dicembre scorso? Sappiamo che la riorganizzazione del sistema è addirittura rivoluzionaria e dà fastidio a molti baroni. Ma non sostenerla con convinzione rischia di avvicinare al collasso la sanità ligure».

    Secondo il documento approvato in sede regionale, ogni direzione delle Asl liguri dovrà predisporre – entro il dicembre 2014 – quanto necessario all’attivazione dei rispettivi progetti pilota degli “ospedali di distretto”, in grado di realizzare la presa in carico continuativa. “Quali sedi saranno privilegiate, a tal fine, sia gli ospedali oggetto di trasformazione che dovranno in questo processo diventare “ospedali di distretto”, sia le Case della Salute esistenti o di nuova realizzazione. La Regione, su proposta delle direzioni aziendali, predisporrà, sulla base delle caratteristiche demografiche e sociali, una mappatura delle aree dove insediare le strutture indicandone anche la tipologia”.
    «Qualcosa si sta iniziando a muovere, ma è del tutto insufficiente – continua Rossello – L’Asl 5 (La Spezia) ha comunicato che partirà con la sperimentazione a Levanto; l’Asl 2 (Savona) comincerà l’esperienza pilota a Cairo Montenotte. Dalle altre Asl non è pervenuta alcuna indicazione. Abbiamo concordato con la Regione che vengano convocati degli incontri specifici, alla presenza dei singoli direttori aziendali, affinché riparta seriamente la discussione verso l’auspicabile avvio della riorganizzazione sanitaria».
    Sarebbe stato interessante ascoltare il punto di vista dell’assessore alla Salute, Claudio Montaldo, che abbiamo provato a contattare telefonicamente più volte, senza risposta.

    Dunque, questa è la situazione in Liguria, mentre a livello nazionale resta da sciogliere un nodo cruciale. «Ormai da tempo si sta discutendo il rinnovo degli accordi che disciplinano i rapporti con i professionisti, in particolare la convenzione con i medici di medicina generale spiega Rossello – Nella quale dovrebbero rientrare anche le indicazioni del Patto della Salute sulla riforma delle cure primarie. Finora il rinnovo non è stato siglato e ciò rappresenta indubbiamente un problema. Comunque, al di là della convenzione nazionale, sarà importante raggiungere degli accordi anche a livello regionale e di singole Asl. Le esigenze, infatti, potrebbero essere diverse, a seconda delle prestazioni che saranno richieste ai medici. Inoltre, negli ospedali di distretto lavoreranno anche infermieri, operatori socio-sanitari, ecc., tutte figure professionali fornite dal servizio pubblico. Quindi, occorrerà trovare delle intese con le organizzazioni sindacali delle singole categorie interessate».

    «La riforma dei servizi territoriali in Liguria per ora è materia assai nebulosa – afferma il dott. Angelo Canepa, segretario Fimmg Genova, l’organizzazione più rappresentativa dei medici di medicina generale – Esistono documenti nazionali che indicano tale direzione ed una delibera regionale che deve trovare applicazione concreta. Noi operiamo sulla base di una convenzione nazionale che apre la strada ad accordi integrativi di carattere regionale. Come è noto la discussione sul rinnovo è tuttora aperta in sede romana. Sicuramente bisognerà realizzare degli accordi a livello locale. Anche perchè la creazione dei cosiddetti ospedali di distretto presenta rilevanti problematiche ancora tutte da affrontare, soprattutto in merito alla responsabilità di gestione di simili strutture».

     

    Matteo Quadrone