Tag: sanità

  • Quarto, ex Manicomio: arriva la firma per l’accordo di programma

    Quarto, ex Manicomio: arriva la firma per l’accordo di programma

    Manicomio di QuartoAdesso l’accordo di programma per la riqualificazione urbana dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è ufficiale. Oggi alle 14,30 Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 e Arte lo firmeranno a favore di stampa nell’auditorium della Regione in piazza De Ferrari.
    Avevamo anticipato la notizia mesi fa e nell’occasione eravamo già entrati nei dettagli dell’accordo (qui l’approfondimento di Era Superba), vedremo se nella versione definitiva il documento riserverà sorprese dell’ultima ora.

    Quel che è certo che si tratta di un punto di svolta significativo soprattutto per quanto riguarda la piastra sanitaria del Levante (dove verranno trasferite le funzioni dell’attuale via Bainsizza) che consentirà di mantenere nella sede dell’ex manicomio le funzioni di pubblica sanità. Nell’accordo, infatti, rientrano anche i beni immobiliari coinvolti nella famosa cartolarizzazione del 2011 che aveva sancito la vendita da Asl3 ad Arte di quella parte dei padiglioni storici ospitante i servizi sanitari per pazienti psichiatrici, disabili e anziani.

    Ai futuri acquirenti privati andrà circa 1/3 dei padiglioni storici, oltre alla palazzina C detta “ex amministrazione”, allo stabile del Servizio Strade della Provincia e numerosi mq di terreni limitrofi edificabili. Le funzioni caratterizzanti saranno residenza e alberghi.

     

     

  • Sanità e possibili esuberi, il sindacato chiede alla Regione un confronto

    Sanità e possibili esuberi, il sindacato chiede alla Regione un confronto

    sanità-D1La recente ripartizione del Fondo Nazionale destinato alla Sanità riserva alla Liguria una sforbiciata di 75 milioni di euro. I sindacati nei giorni scorsi hanno lanciato l’allarme, ripreso dagli organi di stampa, ipotizzando il rischio di circa 450 esuberi nel settore (personale non infermieristico). Immediata è stata la replica dell’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, che ha smentito tale valutazione numerica, ma ha dovuto ammettere «Se la legge non cambia saremo costretti a rimpiazzare solo una parte di coloro che vanno in pensione. Si tratterà di vedere in quale percentuale».

    Adesso, la segreteria genovese del sindacato autonomo Fials (Federazione Italiana Autonomie Locali e Sanità) chiede formalmente un incontro alla Regione. Il taglio di oltre 75 milioni dal Fondo Sanitario Regionale, secondo la Fials «Va a sommarsi con i tagli in corso dal 2006 ad oggi che hanno comportato una diminuzione di risorse e la chiusura di ospedali e servizi. Riteniamo che un’ulteriore riduzione non sia compatibile con la necessità di garantire dignitosi livelli di assistenza e di cure».
    Mario Iannuzzi, segretario Fials Genova, ricorda «Già da tempo i lavoratori della sanità pubblica subiscono un pesantissimo blocco delle assunzioni che comporta una forte riduzione di organici e un contestuale aumento dei carichi di lavoro, con moltissime strutture costrette ad operare al limite dei minimi di organico. La ricerca di soluzioni condivise e quantomeno del confronto preventivo con le parti sociali, è per noi un passaggio fondamentale».
    A maggior ragione se dovessero trovare concretezza le ipotesi su possibili esuberi di personale. «Un’eventuale dichiarazione di esuberi sarebbe, nella situazione attuale, un atto irresponsabile destinato ad avvelenare il clima sociale – sottolinea Iannuzzi – Oltre a rappresentare un caso più unico che raro nel panorama della sanità pubblica nazionale».

    Il segretario Fials aggiunge «Le istituzioni nel tagliare il fondo sanitario, o nel mantenerlo identico all’anno precedente (che comunque equivale a tagliarlo perlomeno della quota di aumento “inflattivo” dei costi), hanno attivato meccanismi “tecnici” che eludono completamente ogni reale problematica sanitaria come ad esempio: le necessità della popolazione anziana, le patologie prevalenti, la prevenzione, la tutela e il diritto alla salute».
    Insomma, a conti fatti l’obiettivo istituzionale appare unicamente «Il taglio dei costi – continua Iannuzzi – Così i lavoratori diventano un costo, anzi “il costo”. Una politica di tagli, chiusure e riduzione del welfare pubblico che favorisce e favorirà unicamente processi di privatizzazione delle cure sanitarie».

    In particolare a Genova, conclude la Fials «Persiste un inaccettabile gap nell’offerta dei servizi tra il levante cittadino e l’area del ponente che può trovare una degna soluzione solo con la costruzione dell’ospedale pubblico di Ponente (mentre occorre razionalizzare i servizi ospedalieri di Galliera, San Martino, Evangelico) e la reale attivazione di Distretti Territoriali degni di questo nome. Scelte sulle quali le istituzioni e le aziende sono colpevolmente latitanti, o peggio ambigue».

     

    Matteo Quadrone

  • Chiusura Ospedali Psichiatrici Giudiziari: probabile nuovo rinvio

    Chiusura Ospedali Psichiatrici Giudiziari: probabile nuovo rinvio

    opg_montelupoProroga dopo proroga è difficile scorgere la luce in fondo al tunnel. Il termine ultimo per il definitivo superamento degli OPG – i famigerati ospedali psichiatrici giudiziari che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito strutture “indegne per un Paese appena civile” – come da noi preannunciato, è stato differito al 1 aprile 2014. Oggi, però, anche quella data appare una chimera ed è sempre più probabile un nuovo slittamento.

    Lo ha lasciato intendere il Sottosegretario di Stato per la Salute Paolo Fadda, il 3 ottobre scorso durante la Commissione permanente Igiene e Sanità, rispondendo alla interrogazione n. 3-00375, promossa dalla senatrice Manuela Granaiola e da altri «[…] anche per le Regioni più efficienti sarà quasi impossibile rispettare il termine previsto dalla norma».

    L’esponente del Governo Letta ha poi ricordato che «[…] il Ministero della Salute e il Ministero della Giustizia, entro il 30 novembre 2013, dovranno trasmettere apposita relazione al Parlamento, che dovrà indicare lo stato di attuazione dei programmi regionali relativi al superamento degli OPG e in particolare il grado di effettiva presa in carico dei malati da parte dei Dipartimenti di salute mentale e del conseguente avvio dei programmi di cura e di reinserimento sociale».

    Nel frattempo «Anziché organizzare le dimissioni e le soluzioni di cura e assistenza alternative all’internamento – denuncia il Comitato Stop OPG – si stanno costruendo circa mille posti in strutture manicomiali regionali (le REMS – Residenze Esecuzione Misura di Sicurezza, i cosiddetti mini-OPG). Insomma, si spendono milioni di euro per fare nuovi manicomi anziché servizi nel territorio».

    Su tale punto, il Sottosegretario Paolo Fadda conferma «In merito al numero dei posti letto, i programmi presentati prevedono l’allestimento di circa 970 posti a fronte dei 1400 finanziabili. La dimensione delle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza deve infatti tenere conto anche delle eventuali future decisioni dei magistrati di assegnare nuovi soggetti alle residenze stesse».

    Così facendo, ribadisce il Comitato Stop OPG «Il processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari rischia di uscire dai binari della legge 180/78. Dobbiamo evitare questo deragliamento e riprendere il faticoso cammino per affermare il diritto alla tutela della salute mentale».

    La senatrice Manuela Granaiola (Pd), invece, sottolinea come «Le procedure attuative della volontà del Legislatore appaiano troppo lunghe e farraginose […] né sembra congruo il numero di posti letto prefigurati rispetto all’obiettivo di sostanziale superamento degli OPG».

    Per quanto riguarda la Liguria, fortunatamente i numeri sono abbastanza ridotti, ma resta la preoccupazione perché – nell’ambito del finanziamento assegnato alla Regione Liguria (circa 5 milioni e 655 mila euro per il 2012 e 2013) – ancora non si conosce la ripartizione di tali fondi ed in particolare quale somma è effettivamente destinata agli interventi finalizzati al potenziamento dei percorsi terapeutico-riabilitativi e alla riqualificazione dell’assistenza territoriale psichiatrica.

    L’Assessorato regionale alla Salute, nel marzo scorso, dichiarava alla nostra testata che quasi tutti gli internati liguri considerati dimissibili – ossia non più socialmente pericolosi – sono rientrati in Liguria negli ultimi 2-3 anni ed inseriti nel circuito di assistenza ai pazienti psichiatrici, a fronte di un’altra ventina di persone, tuttora recluse, che attendono di essere prese in carico dal sistema socio-sanitario della Regione Liguria.
    Inoltre, all’interno degli Opg sono rimasti gli internati liguri che devono scontare un residuo di pena: circa 20-25 persone non dimissibili, le quali saranno trasferite presso la REMS regionale che, presumibilmente, sarà realizzata in Provincia di La Spezia e potrà accogliere una ventina di pazienti.

     

    Matteo Quadrone

  • Piastre sanitarie: al via i lavori a Pegli, tutto fermo all’ex Mira Lanza

    Piastre sanitarie: al via i lavori a Pegli, tutto fermo all’ex Mira Lanza

    Mira LanzaSe a Ponente i cittadini possono tirare un sospiro di sollievo perché la prevista realizzazione della piastra sanitaria nell’area dell’ex ospedale Martinez di Pegli ha finalmente imboccato il binario giusto, lo stesso non si può dire in Val Polcevera dove permangono i dubbi in merito alla scelta definitiva del sito destinato ad ospitare i servizi sanitari territoriali. Da anni si parla dell’area di Teglia un tempo occupata dalla fabbrica Mira Lanza (della quale abbiamo ampiamente parlato l’anno scorso ricostruendone la gloriosa storia industriale), ma presumibilmente bisognerà aspettare il 2014 per aver un quadro più chiaro, anche dal punto di vista economico, visto che l’opera non è ancora ufficialmente finanziata.

    Pegli, ex ospedale Martinez

    Pegli

    Partiamo da Pegli e da un tema, quello della piastra poliambulatoriale, che nel Ponente ha suscitato le proteste della popolazione – affiancata dal locale Municipio – che a più riprese ha richiamato la Regione a rispettare gli impegni precedentemente assunti in tal senso. Oggi la notizia è che la gara per l’affidamento dei lavori è già stata svolta e, come spiega il Direttore generale dell’Asl 3, Corrado Bedogni «Penso che l’assegnazione all’impresa vincitrice, a scanso di ricorsi, avverrà entro ottobre, al massimo novembre». Gli interventi preliminari, comunque, sono già partiti e attualmente si sta procedendo alla preparazione del sito. «Entro la fine dell’anno partiranno i lavori veri e propri», sottolinea Bedogni. E l’Assessore alla Salute della Regione Liguria, Claudio Montaldo, conferma come ormai sia solo una questione di giorni.

    Teglia, ex Mira Lanza

    In Val Polcevera, un territorio in cui, se possibile, è ancora più forte l’esigenza di risposte sanitarie a favore del territorio e dei suoi abitanti, la costruzione della piastra sanitaria rimane legata alla preliminare risoluzione di due incognite non da poco: la scelta dell’ubicazione e la modalità di finanziamento dell’opera.
    «Noi ribadiamo l’intenzione di realizzare i servizi territoriali per la Val Polcevera – spiega Montaldo – Il Comune sta cercando di individuare la localizzazione adatta. L’ipotesi era l’ex industria Mira Lanza a Teglia, però, sembra che la cosa vada per le lunghe».
    Per quanto riguarda le risorse economiche, la Regione intende inserire la costruzione della piastra sanitaria della Val Polcevera nel programma relativo al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (fondi comunitari e nazionali di cofinanziamento) – per capirci il vecchio FAS (Fondo per le Aree Sottosviluppate) – oggi rinominato FSC che «Andremo a definire da qui all’inizio del 2014», precisa Montaldo.

    «A breve incontrerò il Vicesindaco Bernini – continua l’Assessore regionale alla Salute – L’importante per noi è che la piastra poliambulatoriale venga realizzata a fondovalle, in zona Rivarolo – Bolzaneto, perché sarà chiamata a sostituire l’ex ospedale Celesia, destinato ad altre funzioni».
    Tuttavia, allo stato attuale, manca ancora l’ufficialità del finanziamento perché, proprio nei prossimi mesi «In Regione affronteremo la discussione relativa al programma FSC per il settennato 2014-2020», aggiunge Montaldo.
    Insomma un quadro più chiaro potremmo averlo soltanto con l’anno nuovo. «Occorre trovare una coincidenza tra la disponibilità finanziaria e la localizzazione adeguata – conclude Montaldo – questa è la sintesi che, insieme al Comune, cercheremo di fare».

    mira lanza 1

    mira lanza 2

    La palla, dunque, passa a Palazzo Tursi. Ma finora – nonostante la responsabilità diretta del Sindaco nel rendere operativo il diritto alla salute dei cittadini e l’accesso ai servizi sociosanitari – il Comune non ha avuto molta voce in materia di sanità. Una delle poche occasioni rimane la pianificazione a livello urbanistico. In merito alla riqualificazione dell’ex Mira Lanza «Per noi la situazione non cambia – spiega il Vicesindaco e Assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – Continuiamo a dire che l’area di Teglia è destinata ad un mix di funzioni urbane (residenziale, commerciale, servizi, verde). La proprietà, invece, vuole puntare forte sul commerciale. Noi siamo contrari e questo ha creato un forte stallo».

    Quindi potrebbe essere in bilico pure la realizzazione dei servizi sanitari territoriali?
    «È evidente che la piastra sanitaria potrà essere inserita all’interno dell’ex Mira Lanza, soltanto con l’avanzamento del progetto», sottolinea Bernini. L’oggetto del contendere sono i circa 19 mila metri quadrati di commerciale, vale a dire un’estensione maggiore della “Fiumara”, previsti dalla passata amministrazione comunale. Adesso la Giunta Doria intende ridurre di circa un terzo tale superficie. Scelta che riscuoterebbe consensi trasversali, viste le ricorrenti critiche rispetto alla proliferazione di centri commerciali a danno delle attività esistenti. «Diciamo no a queste quantità di commerciale sull’intero territorio genovese, non solo alla Mira Lanza – precisa il Vicesindaco – simili dimensioni, infatti, rischiano di desertificare il tessuto sociale di quartiere, come è accaduto a Sampierdarena».

    Comunque sia, la piastra poliambulatoriale della Val Polcevera resta una priorità «È un obiettivo che vogliamo raggiungere per rispondere alle esigenze sanitarie della popolazione – continua Bernini – Anche considerando i tempi lunghi per la realizzazione dell’ospedale del Ponente».
    Insomma, nel malaugurato caso dovesse perdurare l’empasse, l’amministrazione di Palazzo Tursi ha in mente delle ipotesi alternative nelle immediate vicinanze. «Non le nomino nello specifico perché sennò potrei suscitare degli interessi speculativi – sottolinea il Vicesindaco – Comunque ci stiamo lavorando».
    La collocazione sarà senz’altro intorno a Teglia perché è una zona baricentrica rispetto all’intera vallata. «Se non riusciremo a chiudere il discorso con la proprietà dell’area ex Mira Lanza guarderemo altrove – afferma Bernini – Esistono anche altre aree dismesse funzionali a questo scopo». Per esempio una di queste potrebbe essere l’ex Oleificio Gaslini, ma il Vicesindaco non ha alcuna intenzione di sbilanciarsi.

    Nel frattempo, il Comune si trova dinanzi all’esigenza di chiudere il PUC (Piano Urbanistico Comunale). In questi giorni, infatti, procede il lavoro degli uffici e dei consiglieri comunali. Le prossime scadenze sono l’approvazione delle controdeduzioni del Comune alle osservazioni che la Regione ha espresso nell’ambito della Valutazione Ambientale Strategica (VAS) – per la prima volta applicata al PUC di una grande città – le quali hanno suscitato frizioni tra i due enti, dato che la Regione vorrebbe imporre dei vincoli più restrittivi alla possibilità di costruire in aree esondabili e collinari. Infine, probabilmente entro la conclusione del 2013, il voto del Comune sulle controdeduzioni alle osservazioni presentate da vari soggetti al progetto preliminare di PUC.
    «Nel piano urbanistico si può indicare che in tale territorio manca una risposta sanitaria – conclude Bernini – Tuttavia, non è fondamentale che nel piano sia contenuta l’indicazione precisa della localizzazione in cui si potrà realizzare la piastra sanitaria. L’importante è segnalare l’esigenza di realizzare questo intervento».

    Matteo Quadrone

  • Salute in città, mancano dati e statistiche: come stanno i genovesi?

    Salute in città, mancano dati e statistiche: come stanno i genovesi?

    Ospedale San Martino, GenovaPochi dati o informazioni nascoste. A Genova sembra che nessuno sia interessato a conoscere a che punto stia la qualità della vita degli abitanti. La sensazione è che manchino le informazioni o che, chi ne è in possesso, non abbia particolare interesse a renderle pubbliche e, soprattutto, a sfruttarle per fini utili ai cittadini.

    «Diamo retta solo alle lobby che premono per le grandi opere e pensano solo al contesto economico. Ma il vero dato utile sarebbe sapere come stanno i genovesi e individuare se sul territorio esistono particolari criticità» sostiene il dottor Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Ist di San Martino.

    E come stanno i genovesi? «Mi sembra che il genovese stia male», continua Gennaro. «Stanno male anziani, disabili e bambini. E in più, noi che misuriamo queste cose, non siamo messi in grado di fare il nostro lavoro. Ma se vuoi risolvere un problema, devi conoscerne le dimensioni, la diffusione. Se no, fai prevenzione un tanto al chilo, senza prove, senza evidenze scientifiche. Finisci per legarti al mercato ma non alle esigenze della gente».

    Che cosa intende? «Ad esempio, il quartiere di Cornigliano continua ad avere una mortalità più alta della media anche dopo anni dalla chiusura della cocheria dell’Ilva. Questa è una criticità che genera non solo problemi di salute, ma anche economici ed etici. Che cosa facciamo per affrontarla? A Genova sembra che ci sia un disinteresse verso questo tipo di dati. Forse anche perché noi, come tecnici, parliamo poco; parlano soprattutto gli economisti, ma gli epidemiologi, i sociologi e gli antropologi difficilmente trovano spazio. Manca una visione d’insieme della città e delle sue criticità».

    La solita colpa dell’amministrazione? «È vero che il Comune da solo non può risolvere tutti i problemi ma deve attrezzarsi quantomeno per conoscere le esigenze del territorio e della sua popolazione, sapere quali sono i quartieri che hanno la maggiore mortalità, dove vivono meglio e peggio i bambini. E su queste informazioni calibrare un certo tipo di servizi. Ad esempio, se ci fossero zone con una particolare concentrazione di disabili, si potrebbe pensare a servizi di mobilità ad hoc. Mi preoccupa che nessuno parta mai dai bisogni reali della gente».

    SanitàLa risposta arriva dal direttore dell’Ufficio Statistica del Comune di Genova, Maria Pia Verdona: «Bisogna distinguere tra la statistica e gli studi epidemiologici che devono partire dall’ambito sanitario, dalle Asl, dall’università, ovvero i soggetti che hanno le competenze per organizzare un’indagine, gestirla e valutarne i dati. L’attività della statistica può intervenire in un secondo momento, monitorando l’andamento di questi dati, una volta raccolti. Se mancano informazioni sullo stato di salute dei cittadini, il problema è di chi gestisce si occupa della salute, cioè dei medici a tutti i livelli. Stiamo parlando di dati clinici, spesso riservati. L’unica cosa che possiamo sapere noi sono i tassi di mortalità; ma il Comune non ha il diritto di accesso alle informazioni né le competenze per scorporare i dati che vengono inviati da ospedali e medici a Istat e Asl, e ritornano a noi solo in modo aggregato».

    E, in effetti, i dati forniti dal notiziario statistico comunale in tema sanitario sono veramente esigui. Si riesce giusto a sapere che nel primo semestre del 2013 a Genova sono morte 4759 persone, di cui 4038 residenti e che i nati vivi nello stesso periodo sono stati 2798. Più interessante, anche se di utilità limitata, il dato dei 49309 ricoveri negli ospedali cittadini, day ospital esclusi, da gennaio a giugno: circa 1 ogni 12 abitanti. Ma le cifre si fermano qui. Possibile che non si possa fare altro?

    «Certo, sarebbe molto interessante cercare di correlare i dati sulla salute dei cittadini al contesto ambientale e sociale in cui vivono e alle loro esigenze», prosegue Verdona. «E, in effetti, come Ufficio Statistico del Comune di Genova stiamo proprio facendo uno studio di fattibilità per lanciare un progetto futuro in questa direzione. Ma si tratta di una cosa molto delicata, che richiede l’acquisizione di una notevole mole di dati. Bisogna mettere intorno a un tavolo teste pensanti ad alto livello e competenze istituzionali diverse per trovare indici e correlazioni interessanti e veritieri tra lo stato di salute e altri aspetti della vita privata e sociale».

    sanita-ospedaleSi spieghi meglio. «Che cosa significa dire che in un Municipio c’è un’alta frequenza di patologie, se non conosco le cause territoriali o personali che le possono avere provocate? Io posso vivere a Sampierdarena e avere determinate patologie, ma magari lavoro a Vado da trent’anni e sono sottoposto quotidianamente a certi fattori inquinanti e, quindi, che abiti a Sampierdarena non c’entra nulla. Oppure posso vivere a Sestri da cinque anni, ma aver trascorso metà della mia vita a Taranto, sotto i fumi dell’Ilva. Voglio dire che raccogliere dati sulla salute dei cittadini, con una percentuale di attendibilità elevata, è un processo molto delicato: le variabili sono talmente tante che il rischio di fare valutazioni non corrette è molto forte. Mentre è semplice fare un’indagine epidemiologica sullo stato di salute dei lavoratori all’interno di uno specifico ambiente produttivo – perché posso sapere da quanto tempo lavorano in quel reparto, quanto ore al giorno, a che tipo di sostanze sono esposti…, insomma ho tanti elementi che mi consentono di fare opportune valutazioni – sulla popolazione, tra l’altro fortemente soggetta a mobilità, il compito si fa estremamente difficile. Si tratta, comunque, di studi molto utili ma per nulla banali e non possono prescindere dai dati in possesso delle istituzioni mediche. Il problema è capire quanto tempo e quante risorse ci vogliono per imbastire questi studi. E, soprattutto, le energie impiegate devono poi ripagarti degli sforzi».

    Forse, più semplice potrebbe essere approntare una serie di servizi per accompagnare e sostenere le determinate patologie riscontrate piuttosto che tentare di prevenirle. Certo, non sarebbe la soluzione del problema alla sua radice ma potrebbe aiutare a migliore la qualità della vita. Anche in questo caso, però, è necessario prestare molta attenzione alla mutevolezza delle esigenze, dovute ai cambiamenti, ai tassi di immigrazione e di emigrazione, nonché all’indice di mortalità da non sottovalutare in una città anziana come Genova. Insomma, una programmazione a lungo termine in questa direzione non è un elemento che possa essere studiato con semplicità a tavolino. D’altronde, con una continua diminuzione delle risorse economiche a disposizione, non si può neppure pensare di continuare a lavorare solo per tamponare le emergenze. Il cuore del problema, dunque, è capire se esiste, e dove sta, un giusto mezzo.

    C’è una soluzione? «Partire dalla qualità della vita come indicatore – sostiene l’epidemiologo Valerio Gennaro – dall’aspettativa di vita sana, che è informazione complementare rispetto all’aspettativa di vita complessiva. Cioè a che età ci si ammala, quando non si è più autosufficienti? In Italia, nell’ultimo decennio, questo indice è crollato. E credo anche a Genova. Sarebbe interessante capire come stanno i genovesi collettivamente, quartiere per quartiere, quali sono le fasce più deboli. Altro dato importante potrebbe essere quello che riguarda la mortalità evitabile. Tutte informazioni che dovrebbero essere stimate, anno per anno, zona per zona. Siamo una città ricca di cervelli e c’è gente disposta a mettersi in gioco. Si potrebbero conciliare i problemi della gente con le risorse che si hanno in casa. Ma prima bisogna capire che la vera grande opera è la salute della gente perché solo da lì si può arrivare al miglioramento della qualità della vita come indice di progresso».

     

     Simone D’Ambrosio

    [foto Daniele Orlandi]

  • Meglio a Casa: assistenza sociale a domicilio per ridurre i ricoveri

    Meglio a Casa: assistenza sociale a domicilio per ridurre i ricoveri

    sanita-ambulanzeRidurre i ricoveri ospedalieri impropri, offrendo un mese di assistenza domiciliare gratuita per tutti gli anziani che hanno reali necessità di ricovero. Questo è il fulcro del progetto “Meglio a casa” – presentato dagli assessori alle politiche sociali della Regione Liguria, Lorena Rambaudi, e socio-sanitarie del Comune di Genova, Paola Dameri – e già attivo da fine giugno per i pazienti dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    «Con questa sperimentazione – spiega l’assessore Dameri – cerchiamo di evitare lo spiacevole fenomeno del “tornello” per cui un paziente anziano, dimesso magari per patologie non particolarmente gravi, se privo di assistenza domestica, rischia di tornare in ospedale dopo pochi giorni. Una situazione inefficiente sia per la struttura sanitaria che deve sostenerne i costi, sia per il paziente che non riceve le cure adeguate».

    E proprio su questa duplice traiettoria, si muove il progetto lanciato da Regione Liguria e Comune di Genova. Due gli obiettivi principali: il primo, di natura principalmente economica, mira a evitare i ricoveri inappropriati dal momento che ogni giorno di degenza costa all’ospedale mediamente tra i 650 e gli 800 euro a paziente. Il secondo, prettamente sociale, ha lo scopo di migliorare la qualità di vita dei pazienti, che spesso hanno un rifiuto psicologico alle cure quando si trovano all’interno delle strutture di ricovero.

    «Le prestazioni sanitarie e di assistenza sociale – ha detto l’assessore Rambaudi – non possono essere considerate come due compartimenti stagni. È giunto il momento di ridisegnare le regole socio-sanitarie nazionali. Attualmente il sistema sanitario nazionale riconosce solo le prestazioni domiciliari prestate da figure sanitarie e non l’assistenza fornita dalle badanti, che a fronte dei costi di pochi giorni di ricovero ospedaliero potrebbero fornire un’assistenza molto più prolungata nel tempo, con benefici maggiori per i pazienti». A testimonianza del valore di questo ragionamento, l’assessore cita alcune cifra di forte impatto. «Pensate che a livello nazionale la spesa complessiva per il sociale ammonta a 7,5 miliardi di euro mentre per le badanti si arriva a 9,4 miliardi, senza considerare il nero».

    Ospedale Villa ScassiLa conferma arriva dal direttore medico di Villa Scassi, dottor Mario Fisci: «Ogni anno dei 10 mila pazienti che accedono alla nostra struttura, circa il 30% non ha necessità di trattamenti sanitari quanto piuttosto di assistenza sociale. Molti pazienti arrivano da noi solo perché non hanno nessuno che gli ha ricordato di prendere la pastiglia alla giusta ora o gli ha preparato un pranzo nutriente. La continuità assistenziale che si cerca di raggiungere con questo progetto è certamente un uovo di Colombo. Ma è essenziale per migliorare la qualità della vita dei pazienti e l’efficienza degli ospedali».

    Il progetto “Meglio a casa”, che durerà sperimentalmente fino al 23 giugno 2014, coinvolge tutti i pazienti dei distretti socio sanitari 9 e 10 che fanno riferimento al nosocomio sampierdarenese e risiedono non solo nel Comune di Genova (capofila dell’iniziativa), ma anche in paesi limitrofi della Valpolcevera e della Vallescrivia.

    La segnalazione dei pazienti che potrebbero essere interessati al percorso di assistenza domiciliare, spetta agli stessi infermieri del triage sulla base dei seguenti parametri: almeno un precedente ricovero o accesso al pronto soccorso nei due mesi precedenti; sospetta malnutrizione o disidratazione; stato confusionale; ulcere trofiche o lesioni da pressione; igiene personale scadente; paziente non accompagnato.

    A questo punto, il cosiddetto Nucleo di Assistenza Tutelare Temporanea, composto da un’assistente sanitaria, un’assistente sociale e un infermiere, valuta il regime assistenziale necessario, sulla base di tre fasce disponibili: 6 ore (la più richiesta), 12 ore o regime di convivenza. La segnalazione passa poi alla cooperativa Agorà, che tramite bando pubblico si è aggiudicata la regia del servizio assistenziale a domicilio, la quale si occuperà di presentare alla famiglia una serie di badanti tra cui poter scegliere quella più adatta alle proprie esigenze. Il tutto nell’arco di una settimana.

    Per i primi 30 giorni le prestazioni saranno coperte dai finanziamenti del progetto (nel complesso, poco più di 300 mila euro, mentre ammontano a 1,2 milioni gli stanziamenti su tutto il territorio regionale per iniziative simili), dopodiché la famiglia potrà decidere se proseguire privatamente il contratto con l’assistente familiare, sempre rispettando i canoni minimi previsti dal contratto nazionale del settore. Delle 58 persone che per il momento hanno aderito al progetto (7 fuori Genova), oltre la metà ha proseguito il percorso assistenziale oltre il primo mese.

    ospedaleLe circa cento badanti attualmente inserite nel progetto sono tutte in possesso del titolo di assistente familiare rilasciato da Agorà, in seguito a specifica formazione. A tale scopo, la cooperativa ha dato vita a un vero e proprio “registro delle badanti” che lo stesso assessore Dameri non esclude possa essere “aperto” in un immediato futuro anche per altri servizi cittadini, nonché alla semplice utenza privata.

    «Che a casa ci si curi meglio è un dato di fatto incontrovertibile – chiosa il dottor Lorenzo Sampietro, direttore della S.C. Assistenza Geriatrica dell’ASL3 Genovese – e si risparmia anche. Basti pensare che il costo medio giornaliero di una struttura residenziale di assistenza supera, ormai, i 100 euro ed è coperto dallo Stato solo per i primi 60 giorni».

    Al momento, dunque, i numeri sono dalla parte di “Meglio a casa”. D’altronde anche una simile sperimentazione lanciata per i pazienti di San Martino 9 mesi fa sta dando riscontri molto positivi, con poco meno di 400 pazienti coinvolti e una riscontrabile diminuzione dei tempi medi di degenza ospedaliera. A questo punto, mancherebbe il Galliera

     

    Simone D’Ambrosio

  • Sestri, ospedale Antero Micone: quale futuro per la sanità nel Ponente?

    Sestri, ospedale Antero Micone: quale futuro per la sanità nel Ponente?

    Sestri Ponente, GenovaLa direzione dell’Asl 3 non vuole sentire parlare di tagli, chiusure e accorpamenti, ma piuttosto di semplice riorganizzazione delle attività. Fatto sta che – dopo l’ospedale Gallino di Pontedecimo – questa volta le trasformazioni toccano l’ospedale Padre Antero Micone, un presidio strenuamente difeso dalla popolazione del Ponente ma destinato a diventare sempre più periferico rispetto al Villa Scassi di Sampierdarena.

    «Io comprendo perfettamente che i residenti siano affezionati al proprio nosocomio e abbiano timore di perdere servizi sul territorio – spiega a Era Superba, Corrado Bedogni, direttore generale dell’Asl 3 – Però, solo se riusciremo a farlo funzionare al meglio potremo dare delle risposte. Oggi servono posti letto per rispondere alle esigenze di una popolazione sempre più anziana, bisogna implementare le attività ambulatoriali e gli interventi chirurgici in week e day surgery, garantire l’attività di urgenza e la grande complessità. Lo possiamo fare soltanto immaginando gli attuali tre presidi (Villa Scassi, Micone e Gallino) come un unico grande ospedale, con la suddivisione dei ruoli di ognuno. Almeno fino a quando non sarà realizzato l’ospedale del Ponente».

    Dunque, per quanto concerne la riorganizzazione dell’area chirurgica, la linea è la seguente: emergenza e alta complessità al Villa Scassi di Sampierdarena; gli interventi programmabili, ovvero week e day surgery (con dimissione del paziente il giorno stesso o entro 5 giorni) e l’attività di elezione ambulatoriale sul Gallino di Pontedecimo e il Micone di Sestri Ponente. Quest’ultimo, a stretto giro di posta perderà anche Neurologia che traslocherà al Villa Scassi, precisamente nel nuovo padiglione 9 bis. E poi si va verso l’accorpamento dei laboratori di analisi e di Anatomia Patologica.

    «A Sestri stanno continuando a smantellare l’ospedale come previsto nei piani aziendali – accusa Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – Finora, la chiusura di Neurologia è slittata a causa dei ritardi nella realizzazione del padiglione 9 bis del Villa Scassi». Insomma, secondo la Fials, sia il Micone di Sestri, sia il Gallino di Pontedecimo «Dovrebbero diventare cosiddetti “ospedali di giorno”, mentre tutta la degenza finirà nell’ospedale di Sampierdarena, già congestionato. Nel frattempo Regione e Asl 3 continuano a promettere l’ospedale del Ponente. Oggi a Sestri si svolge soprattutto attività ambulatoriale. Una sorta di casa salute, sul modello Fiumara, con in più qualche degenza. Non è più un ospedale, anche se così viene definito. È sopravvissuta una parte di degenza di Medicina generale, Otorino e Oculistica che saranno potenziate e resiste la Cardiologia: l’unico motivo che giustifica ancora l’apertura del Micone».

    Cosa cambia nell’ospedale Padre Antero Micone di Sestri Ponente

    sanita-118-pronto-soccorsoProprio nell’ottica di una suddivisione dei tre presidi che allo stato attuale garantiscono il servizio sanitario nel Ponente e in Val Polcevera, la direzione dell’Asl 3 ha deciso di potenziare Oculistica e Otorino a Sestri Ponente «Due specialità importanti, su cui da tempo l’azienda ha puntato, che fanno da richiamo e consentono di abbattere le fughe dei pazienti fuori regione – spiega Bedogni – Parliamo di oltre 3000 interventi all’anno di cataratta, ad esempio. E su questo fronte al Micone aumenteranno le sedute operatorie sia di Oculistica che di Otorino».
    In merito all’attività chirurgica «A Sestri abbiamo mantenuto la seduta pomeridiana di chirurgia ambulatoriale che si affianca all’attività ambulatoriale della Fiumara e del Gallino», precisa il direttore generale dell’Asl 3. Inoltre, al Padre Antero Micone «È presente anche una forte attività ortopedica della Gost, società privata presieduta dal dott. Ferdinando Priano, che sarà aumentata. E la Cardiologia che risulta molto utile perché fa da back up a Sampierdarena. L’attività cardiologica di urgenza, invece, va concentrata e potenziata al Villa Scassi per dare risposte migliori nel più breve tempo possibile. Diciamo che il nocciolo duro dell’attività del Micone sarà rappresentato da Cardiologia, Otorino, Oculistica e Ortopedia. Poi l’attività chirurgica in week e day surgery. Senza dimenticare che rimarrà la medicina generale».

    Infine, sottolinea Bedogni «Non rispondono al vero le voci sul trasferimento del laboratorio di analisi. È corretto affermare che si va sempre di più in direzione di una concentrazione di queste strutture, infatti, stiamo già realizzando degli accorpamenti che ci consentono di risparmiare risorse e recuperare personale per altri servizi. Allo stesso tempo, però, occorre ribadire che così non andiamo ad incidere sul servizio al cittadino. In altri termini, il paziente potrà continuare ad eseguire i prelievi nei diversi presidi ospedalieri: saranno le analisi a viaggiare e non il paziente». Una centralizzazione che riguarda anche i laboratori di Anatomia Patologica, dunque pure quello di Sestri «Ma ripeto, i cittadini neppure se ne accorgeranno – insiste il direttore generale dell’Asl 3 – Grazie alle nuove opportunità informatiche pensiamo che a partire da ottobre il cittadino che farà richiesta potrà leggere i dati di laboratorio che lo riguardano direttamente online».

    Dal punto di vista della popolazione queste riorganizzazioni vengono vissute come un depauperamento del servizio sul territorio. È innegabile che segnali come la chiusura del Pronto Soccorso (PS) a Sestri e Pontecimo siano interpretati in questo senso. «Ma al Micone e al Gallino abbiamo mantenuto due Punti di Primo Intervento», risponde Bedogni. Sì, ma ore 8-20, dal Lunedì al Venerdì.
    «Bisogna ricordare che il 118 indirizza il paziente nella struttura più preparata – continua Bedogni – Se il cittadino autonomamente si reca all’ospedale di Sestri o Pontedecimo, comunque gli viene garantita l’assistenza. Viene stabilizzato e poi, in caso di urgenza, viene trasferito al Villa Scassi». Secondo la Fials, invece «Il Pronto Soccorso di Micone e Gallino è praticamente disattivato, però, lo tengono aperto 24 ore solo per motivi politici, chiamandolo Punto di Primo Intervento».
    In effetti, come conferma Bedogni «L’attività di elezione del Pronto Soccorso e l’urgenza l’abbiamo concentrata su Sampierdarena. Non saremmo riusciti a mantenerla su 3 diversi presidi. Ma negli ultimi due anni abbiamo potenziato il PS di Sampierdarena, dove si fornisce la risposta più elevata, grazie alla presenza di cardiologi, ortopedici e chirurghi. Sono innegabili i problemi strutturali, ma va dato atto all’Asl 3 di esser intervenuta positivamente. Basti pensare che la presenza fissa del cardiologo nel PS permette di indirizzare al meglio i pazienti verso le destinazioni più idonee».

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    Tornando al discorso sull’area chirurgica, in sostanza mi sta dicendo che tutta l’attività complessa sarà concentrata al Villa Scassi?
    «Quando parliamo di interventi chirurgici complessi, dove c’è la necessità di rianimazione, questi si eseguono soltanto a Sampierdarena – risponde Bedogni – A Sestri e Pontedecimo, infatti, non c’è la rianimazione. Nei casi in cui è necessaria un’adeguata assistenza post chirurgica è evidente che possiamo garantirla solo al Villa Scassi. Poi rimane una grossa fetta di interventi chirurgici che si continueranno a fare a Sestri. Ma certo non si possono eseguire interventi di alcune specialità, ad esempio Urologia, oppure Chirurgia Vascolare. A Sestri, ma pure a Pontedecimo, si continuerà a fare quello che si è fatto fino ad oggi. Abbiamo provveduto a riorganizzare l’attività, però, i presidi ospedalieri rimangono operativi».

    La pensa diversamente il sindacato autonomo Fials «Per qualsiasi attività di una certa complessità oggi c’è solo il Villa Scassi – spiega il segretario Iannuzzi – Se l’azienda sanitaria avesse voluto mantenere dei veri e propri presidi ospedalieri a Sestri e Pontedecimo avrebbe potuto studiare una migliore suddivisione dei ruoli. Le specialità di base con particolare riferimento alla popolazione anziana (come Pneumologia, Cardiologia, Urologia, Neurologia) potevano rimanere al Micone e al Gallino, mentre le altre specialità con un grado maggiore di complessità e le urgenze, potevano essere concentrate al Villa Scassi».

    D’altra parte, è innegabile che il Villa Scassi non possa sopportare l’attuale bacino di utenza «È un ospedale in sofferenza – spiega Emilio De Luca del sindacato Uil – Era nato per un bacino di utenza di 150 mila persone, mentre adesso risponde alle esigenze di 350 mila cittadini, in pratica la metà della popolazione genovese. Si tratta di una struttura desueta che andrebbe completamente rimessa a nuovo con una spesa oggi insostenibile. Oppure realizziamo finalmente l’ospedale del Ponente. A quel punto potremo sorpassare i piccoli ospedali come Gallino e Micone. Trasformandoli in ospedali di distretto». Vale a dire strutture in cui offrire servizi sanitari aperti 7 giorni su 7, sulle 24 ore, con medici di medicina generale, specialisti, pediatri di libera scelta, ecc. «Parliamo del famoso potenziamento della territorialità», sottolinea De Luca.

    Ma questo percorso potrà partire solo dopo la realizzazione dell’ospedale del Ponente?

    «No, secondo noi si può già partire – afferma il rappresentante sindacale Uil – Tenendo conto che esistono dei presidi come quello di Recco, oggi denominato casa salute, che potrebbe diventare un esempio di ospedale di distretto. E potremmo iniziare anche con Gallino e Micone. La Regione e i sindacati confederali stanno portando avanti questo discorso. Abbiamo siglato un accordo a dicembre 2012 che dovrebbe sfociare, speriamo a breve, in un atto della Giunta regionale che vada verso il potenziamento dell’assistenza domiciliare e la creazione degli ospedali di distretto».

     

    Il futuro della sanità nel ponente genovese

    sanita-ambulanzeIn materia di servizio sanitario «Stiamo assistendo ad un cambiamento di direzione a livello nazionale – spiega Bedogni – I posti letto (pl) così come erano concepiti in passato, oggi contano meno. Quello che conta è dare assistenza domiciliare e potenziare i servizi territoriali. Fondamentale diventa la tipologia dei posti letto. Al Gallino, infatti, abbiamo trasformato dei pl di Cardiologia in pl di lungodegenza, cercando di adattarci alla tipologia dei pazienti. In Liguria la popolazione anziana è molto numerosa e dunque occorre dare risposte in tal senso. È per questo motivo che abbiamo concentrato l’attività più complessa e costosa sul Villa Scassi, mettendo le altre attività di minore complessità sui due ospedali di Sestri e Pontedecimo. Noi immaginiamo i 3 attuali presidi come un ospedale unico, seppure fisicamente diviso».

    Quindi è corretto affermare che andiamo verso una trasformazione di queste strutture – Micone e Gallino – in una sorta di case salute, quindi con attività esclusivamente ambulatoriali, con l’aggiunta di alcuni posti letto?

    «Per adesso sono presidi ospedalieri con letti di degenza – risponde il direttore generale dell’Asl 3 – Ma indubbiamente lavoriamo, come le dicevo pocanzi, per adattarli all’attuale richiesta, ovvero fornire pl per lungodegenti in modo tale da decongestionare i reparti di medicina e chirurgia. Questa è la linea che seguiremo a Sestri. Inoltre, in prospettiva dobbiamo aumentare l’attività ambulatoriale sui presidi periferici e concentrare l’attività per acuti con elevata complessità al Villa Scassi. La trasformazione di Micone e Gallino in case salute probabilmente sarà realizzabile soltanto quando la presenza dell’ospedale del Ponente potrà garantire una risposta diversa e complementare».

     

    Matteo Quadrone

  • Sanità e appalti: assistenza ad anziani e disabili, sempre più spazio ai privati

    Sanità e appalti: assistenza ad anziani e disabili, sempre più spazio ai privati

    SanitariNell’ex ospedale Celesia di Rivarolo i lavori sono terminati all’inizio dell’estate ed oggi il padiglione a valle è pronto ad ospitare un secondo nucleo di RSA per altri 25 pazienti che in pratica completa la trasformazione dell’ex nosocomio in struttura residenziale. Ma la nuova RSA, a differenza di quella già esistente all’interno del Celesia, non sarà gestita direttamente dalla Asl 3. Come spiega il dott. Piero Iozzia, direttore del Distretto Socio-Sanitario n. 10 Val Polcevera e Valle Scrivia, infatti «Noi non siamo in condizione di gestirla per carenza di personale».
    Dunque i nuovi posti letto saranno affidati in gestione esterna in linea con le indicazioni di Regione Liguria e Asl 3 che, a causa della progressiva diminuzione dei fondi nazionali destinati al Servizio Sanitario, a cui si somma il blocco del turnover del personale, si trovano praticamente costrette a dismettere le residenze sanitarie assistenziali (RSA) amministrate dall’azienda, per darle in mano ai privati. «Non possiamo fare altrimenti –  affermava sulle pagine de “La Repubblica”, Corrado Bedogni, direttore generale della Asl 3 (17-o4-2013 – non abbiamo soldi, tantomeno possiamo assumere personale. Non ci resta che affidare le strutture ad altri, attraverso dei bandi di gara». Scelta confermata appunto dai fatti. Ma sarà davvero un’operazione in grado di far risparmiare denaro alle casse dell’Asl 3 genovese?

    Le strutture residenziali attualmente gestite in forma diretta dalla Asl 3 sono: RSA Campo Ligure, RSA Pastorino di Bolzaneto, RSA Quarto (ex ospedale psichiatrico), RSA Celesia. E poi ci sono le strutture convenzionate (ossia quando la Asl si fa carico del pagamento della quota sanitaria, mentre a carico del cittadino rimane la quota alberghiera) che garantiscono ricoveri temporanei (in RSA di prima fascia) o definitivi (in RSA mantenimento per non autosufficienti totali o parziali).
    «L’intenzione di Regione ed Asl 3 è quella di dismettere tutta l’assistenza diretta agli anziani ma anche ai disabili fisici e psichici – racconta Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – L’amministrazione sta realizzando uno studio che, a dir loro, servirà a dimostrare i presunti risparmi derivati da una gestione esternalizzata».
    Dunque presso l’ex ospedale Celesia la ristrutturazione dei locali è costata fior di quattrini ma il nuovo nucleo di RSA non potrà aprire i battenti fin quando non sarà bandita una gara per l’affidamento esterno. «Le esternalizzazioni in parte funzionano affidando strutture di proprietà pubblica alla gestione privata – continua Iannuzzi – Si stipula un contratto con il soggetto privato che corrisponde un affitto all’Asl 3. Ad esempio, praticamente tutto l’ex ospedale di Nervi è stato concesso all’Istituto scientifico di riabilitazione della Fondazione Salvatore Maugeri, uno dei maggiori enti convenzionati. Questa è la linea che potrebbero seguire anche al Celesia, a Bolzaneto, Quarto, Campoligure, ecc. Chi vince la gara diventa il gestore della struttura».

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    Ma che i costi siano inferiori è ancora tutto da dimostrare. «Secondo noi anche dal punto di vista imprenditoriale, perché di questo parliamo, non è una scelta lungimirante – sottolinea Iannuzzi – Queste sono tipiche operazioni di un’azienda in crisi che, a causa della riduzione dei finanziamenti, è costretta a tagliare i suoi rami per sopravvivere. Così facendo, però, si ottiene un risparmio soltanto sull’immediato. Potenzialmente la Asl 3 recupera un tot di lavoratori che potrà trasferire su altri servizi. Risparmiando su nuove assunzioni. Tuttavia, la nostra opinione è che l’aumento dei costi della gestione esternalizzata arriva sulla schiena dell’azienda pubblica anche dopo 7-8 anni».

    Nel frattempo continua la riduzione degli organici e con il blocco delle assunzioni è già evidente una forte carenza di personale, sia infermieristico che OSS (operatori socio-sanitari). Oggi l’Asl 3, rispetto all’esigenza effettiva, può contare soltanto su circa metà del personale necessario. L’unica soluzione sembra essere quella di recuperare forza lavoro dalle RSA pubbliche per dirottarla altrove. «L’azienda sostiene con forza l’economicità di tali operazioni – spiega Emilio De Luca, rappresentante sindacale Uil – che consentirebbero un risparmio soprattutto sul personale. D’altra parte le intenzioni della direzione aziendale sono evidenti: finora l’Asl 3 non ha chiesto deroghe alla Regione per l’assunzione di OSS proprio perché immagina di recuperare queste figure professionali grazie all’esternalizzazione di alcune strutture pubbliche. Qualche dubbio lo abbiamo sul possibile risparmio sul lungo periodo. Vorremmo vedere i dati per valutare con cognizione di causa. Ma finora non li abbiamo mai visti. Noi, dal punto di vista sindacale, difendiamo la sanità pubblica. Purtroppo, però, ci troviamo a confrontarci con le risorse sempre in diminuzione provenienti dal livello nazionale e dalla Regione. A Roma non hanno ancora stabilito il riparto dei fondi per il Servizio Sanitario Nazionale, tuttavia per l’Asl 3 si parla di svariati milioni in meno sul bilancio 2013. L’affidamento in appalto esterno delle RSA genovesi, probabilmente, diventerà concreto dopo la decisione definitiva sul riparto dei fondi».

    Per quanto riguarda gli appalti già in corso, il sindacato Fials contesta il fatto che la spesa finale complessiva sia minore rispetto alla gestione diretta. «Le faccio l’esempio più eclatante, ovvero l’accordo con il consorzio Cress-Consorzio Regionale Servizi Sociali Onlus – racconta Iannuzzi – Parliamo di 138 posti letto, di cui 108 residenziali e 30 semiresidenziali, suddivisi in 6 strutture sparse sul territorio genovese, destinate ad attività di recupero funzionale per soggetti affetti da minorazioni psichiche, fisiche o sensoriali. Alla Asl 3 questa operazione costa oltre 5 milioni all’anno, però, dal contratto stipulato con l’ente gestore sono esclusi i costi per i farmaci, la fornitura di protesi, l’assistenza alberghiera e di supporto, i trasporti in ambulanza, i presidi sanitari (incontinenza, nutrizione enterale e parenterale), le analisi cliniche e di laboratorio, le visite specialistiche e gli esami radiologici, ecc., che rimangono a carico dell’azienda sanitaria locale».

    Insomma, senza una analisi di questi costi aggiuntivi resta arduo comprendere se l’appalto consente un concreto risparmio di risorse per il servizio sanitario pubblico. Inoltre, la convenzione impegna le parti – in questo caso il consorzio Cress, ma la situazione è generalizzata a tutti gli enti convenzionati – al pieno rispetto delle norme contrattuali e di legge per i lavoratori dipendenti del consorzio (soci o lavoratori) «Senza ovviamente citare quale tipo di contratto si applica – precisa Iannuzzi – Come è noto (vedi appalto assistenza nelle carceri) la concorrenza in questi casi avviene anche, ma non solo, sul costo del lavoro e sugli organici. Omettere di citare il contratto di riferimento, che per noi deve essere il contratto sanità pubblica, significa alimentare le ambiguità che consentono la legalità formale (non c’è l’obbligo di legge di citare i contratti che si applicano o si intendono applicare) e lasciare mano libera nei fatti sul terreno fondamentale dei diritti dei lavoratori». Quindi, almeno dal punto di vista legale, tutto è realizzato a regola d’arte. Tuttavia, i costi reali, considerando le spese aggiuntive «Li conoscono solo appaltatore e appaltante – conclude Iannuzzi – visto che essi non compaiono nei documenti ufficiali. Perché l’azienda non chiarisce, come invece potrebbe fare, qual è la spesa finale a suo carico? Evidentemente i nostri sospetti sono leciti».

    L’alternativa all’affidamento esterno delle strutture residenziali è l’assunzione di nuovo personale. «La Regione, però, concorda le assunzioni con il contagocce, secondo un rapporto massimo di 5 assunzioni ogni 10 pensionamenti – ricorda De Luca – La carenza di forza lavoro è una criticità generale che riguarda tutti i settori dell’Asl 3. È un discorso da affrontare a 360 gradi. Basta citare il caso del nuovo padiglione 9 bis dell’ospedale Villa Scassi, opera attesa da lunghi anni. Allo stato attuale l’azienda non sa ancora con quali dipendenti riuscirà a coprire i turni che inevitabilmente risulteranno scoperti. L’unico modo per aprire il padiglione 9 bis sarà recuperare infermieri ed OSS da altri reparti o da altri presidi ospedalieri. Ad esempio da Sestri Ponente, dove è prevista la chiusura di Neurologia. Il problema è che continuiamo a procedere per rattoppi. Con spostamenti dei lavoratori sballottati da una parte all’altra, senza un disegno organico dietro queste scelte».

     

    Matteo Quadrone

  • Ospedale Villa Scassi: padiglione 9bis, apertura a fine ottobre

    Ospedale Villa Scassi: padiglione 9bis, apertura a fine ottobre

    Sanità[IL PRECEDENTE]

    Luglio 2012: un cantiere avviato nel 2004, che ha subito negli anni numerosi rallentamenti dovuti in buona parte alla spending review e alla crisi / chiusura delle ditte appaltatrici: questa la storia del padiglione 9bis di Villa Scassi, una struttura su 6 piani con 130 posti letto che dovrebbe diventare operativo a inizio 2013.

    Come raccontiamo nella nostra inchiesta, la struttura del nuovo padiglione sarà così ripartita: primo piano, servizi interni; secondo piano, Nefrologia e il Servizio Dialisi; terzo e quarto piano: Medicina Interna; quinto piano: Neurologia e Centro Ictus; sesto piano, Pneumologia.

    Un passo avanti importante per la struttura di Sampierdarena, il cui Pronto Soccorso conosce quotidianamente lunghi tempi di attesa anche a causa della carenza di posti letto nei reparti. Una problematica che ha portato nel 2011 – primo caso nella storia italiana – a un processo e alla condanna da parte di Asl 3 all’allora primario del Pronto Soccorso Mauro Zanna, proprio a causa dei disservizi subiti da molti pazienti prima di ricevere una cura.

    [IL PRESENTE]

    Il Padiglione 9bis dell’Ospedale Villa Scassi è finalmente pronto: lo comunica il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando insieme all’Assessore Montaldo, annunciando che lo spazio sarà inaugurato il prossimo 14 ottobre e aperto ai pazienti il 28 ottobre. Un totale di 130 posti letto nell’edificio che ospiterà anche i reparti di Medicina dell’ospedale di Sampierdarena: pneumologia, neurologia e centro ictus, medicina, nefrologia e dialisi.

    Il finanziamento complessivo per la sua realizzazione è di 10,8 milioni di euro, ricavati in parte dai fondi Fas e in parte dall’ex articolo 20, ossia lo stanziamento governativo per la ristrutturazione di edifici sanitari. In attesa di capire se verrà mai aperto un ospedale del Ponente, tra poco meno di due mesi vi sarà comunque un importante passo avanti per ridurre i tempi di attesa nei Pronto Soccorso e garantire migliore funzionalità ai reparti.

    Marta Traverso

  • Sicurezza sul lavoro, addetti ai controlli: ancora nessuna assunzione

    Sicurezza sul lavoro, addetti ai controlli: ancora nessuna assunzione

    Ponte di Cornigliano, lavori in corsoCi eravamo lasciati sul finire di giugno in piena trattativa tra le parti – Regione e Asl 3 da una parte, sindacati dall’altra – in merito alla vertenza Psal (il servizio Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro dell’azienda sanitaria genovese). È nota, infatti, la carenza di personale che affligge il reparto – deputato a garantire la regolare applicazione delle norme vigenti in materia di sicurezza sul lavoro – mettendo a repentaglio il prosieguo dell’attività di controllo .

    A distanza di due mesi il sindacato autonomo Fials sollecita la convocazione del tavolo di confronto aziendale per l’applicazione di quanto sottoscritto nel verbale di conciliazione (siglato il 3 luglio scorso), ovvero l’attivazione delle procedure di assunzione per 3 operatori (1 dirigente e 2 tecnici della prevenzione).
    Il riferimento è chiaramente inteso con decorrenza 2013, tuttavia «Ad oggi non ci risultano attivate le relative procedure (avvisi di mobilità regionale e interregionale, avviso pubblico e concorso pubblico) – sottolinea il segretario Fials, Mario Iannuzzi – Ricordiamo che queste assunzioni, ammesso e non concesso che davvero avvengano, non riescono neppure a compensare le cessazioni in atto e quelle previste nei prossimi mesi».
    In tal senso il sindacato autonomo sottolinea «L’aggravarsi progressivo della situazione, anche con riferimento ai nuovi carichi di lavoro derivati da protocolli istituzionali (ad esempio il protocollo infortuni)».
    Una situazione analoga «Si registra da tempo per l’intera categoria professionale in tutti i settori di competenza (DPV – igiene pubblica, alimenti, veterinaria) – continua Iannuzzi – Come Fials richiamiamo con forza il testo della “conciliazione” nella quale la Regione Liguria si impegna a reperire “ulteriori risorse” e a rivedere “gli accordi regionali in materia”, anche in relazione ai “nuovi compiti” affidati».

    Per quanto riguarda la prevista diminuzione delle strutture operative del servizio Psal, tutte le organizzazioni sindacali chiedono quantomeno il mantenimento delle attuali sedi. «La materia deve essere oggetto di confronto – conclude Iannuzzi – vista l’attuale incertezza in merito alla collocazione complessiva delle strutture e considerata la natura storicamente territoriale del Psal genovese».
    Il sindacato Fials sollecita la convocazione delle parti e ribadisce «L’eventuale mancato rispetto degli accordi e delle procedure sarà motivo di ripresa delle azioni sindacali».

     

    Matteo Quadrone

  • Liguria, elisoccorso Vigili del Fuoco: interviene il consiglio dei ministri

    Liguria, elisoccorso Vigili del Fuoco: interviene il consiglio dei ministri

    Elisoccorso Vigili de FuocoOra si attendono segnali dalla Regione Liguria, in attesa del pronunciamento del Consiglio di Stato. La diatriba fra privati e Vigili del Fuoco per l’affidamento del servizio di elisoccorso (leggi l’inchiesta di Era Superba) potrebbe arrivare in tempi brevi al definitivo epilogo. Il consiglio dei ministri ha infatti stabilito quanto segue: “Ferme restando le competenze delle Regioni e delle Province autonome in materia di soccorso sanitario, il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, in contesti di particolare difficoltà operativa e di pericolo per l’incolumità delle persone, può realizzare interventi di soccorso pubblico integrato con le Regioni e le Province autonome utilizzando la propria componente aerea. Gli accordi per disciplinare lo svolgimento di tale attività sono stipulati tra il Dipartimento dei Vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile del Ministero dell’interno e le regioni e le province autonome che vi abbiano interesse. I relativi oneri finanziari sono a carico delle Regioni e delle Province autonome. Sono fatte salve le funzioni riservate al Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico.”

    La Regione Liguria, per l’effettuazione del servizio di elisoccorso integrato, da metà anni ’90 stipula delle convenzioni pluriennali con il Ministero dell’Interno-Dipartimento dei vigili del fuoco.
    Nel 2008 questa decisione è stata impugnata da una società commerciale, la Freeair-Helicopters S.p.A. – seguita a ruota da molti altri soggetti privati operanti nel settore del trasporto in elicottero – che ha presentato ricorso al Tar e al Consiglio di Stato.

    Il sindacato autonomo Conapo, nella persona di Antonio Brizzi segretario generale, esprime la propria soddisfazione con una nota: “Il consiglio dei ministri n. 21 del 26 agosto ha approvato una norma, fortemente richiesta dal nostro sindacato, che pone fine alla spiacevole querelle sollevata dai gestori di aeromobili privati, in merito alla legittimità dell’affidamento ai vigili del fuoco del servizio di elisoccorso integrato tecnico sanitario in Liguria, e che aveva visto, per una serie di cavilli, Tar e Consiglio di Stato esprimersi in senso sfavorevole ai vigili del fuoco, salvo poi rinviare tutta la discussione a novembre prossimo, a seguito della costituzione in giudizio del Conapo e di vario personale dei vigili del fuoco e medico, a difesa del servizio”.

    Oggi l’elicottero dei vigili del fuoco con i suoi piloti e l’equipe medica continua a volare grazie ad una proroga approvata dalla Regione, in scadenza il 31 dicembre 2013.
    Si resta quindi in attesa dell’udienza pubblica del Consiglio di Stato prevista per il prossimo 14 novembre, naturale conseguenza del contro-ricorso presentato dal Conapo la scorsa primavera. Con la differenza che adesso la Regione può far riferimento a quanto stabilito dal consiglio dei ministri per ripristinare la convenzione con i vigili del fuoco. Particolare non da poco.

  • Liguria, cannabis terapeutica: nuova proposta di legge regionale

    Liguria, cannabis terapeutica: nuova proposta di legge regionale

    cannabis terapeutica marijuanaIl 3 agosto 2012 la Regione Liguria approvava la Legge n. 26 “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche” con il dichiarato intento di favorire l’erogazione ai pazienti di terapie all’avanguardia, da tempo riconosciute dalla scienza medica. Peccato che a distanza di un anno la normativa non sia mai entrata effettivamente in funzione perché la medesima è stata impugnata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri innanzi la Corte Costituzionale la quale – con la sentenza n. 141 del 20 giugno 2013 – ha sancito la sua parziale illegittimità.

    Oggi i consiglieri regionali di Sel (Sinistra ecologia e libertà) e Fds (Federazione della sinistra), promotori della precedente iniziativa, ci riprovano presentando una nuova proposta di legge in materia “Disposizioni organizzative relative all’uso di farmaci e preparati magistrali a base di cannabinoidi”, riformulata a seguito della recente dichiarazione della Corte Costituzionale.

    In pratica si tratta di un riassunto riveduto e corretto della Legge 26/2012 che, tuttavia, suscita diverse perplessità nelle associazioni dei pazienti, neppure consultate in occasione della stesura. Ma, come rivela il consigliere di Sel (nonché medico anestesista) Stefano Quaini, la fase decisiva per la costruzione dell’impianto normativo si svolgerà prossimamente in Commissione Salute (di cui è presidente lo stesso Quaini) con l’obiettivo di portare il testo finale in consiglio regionale entro il mese di agosto. Perché di tempo se né è perso fin troppo. Almeno un anno in cui nulla si è mosso, mentre l’uso terapeutico della cannabis in Liguria (e nel resto del Paese) rimane un percorso ad ostacoli per migliaia di malati affetti da gravi patologie e costretti ad affrontare procedure burocratiche lunghe ed economicamente spesso insostenibili.

     

    L’INCOSTITUZIONALITA’ DELLA LEGGE N. 26/2012

    Palazzo della RegioneLa legge della Regione Liguria n. 26 del 3 agosto 2012 in materia di farmaci a basi di cannabinoidi ad uso terapeutico è parzialmente illegittima: lo ha sancito la Corte Costituzionale, accogliendo alcuni rilievi sollevati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, con la sentenza n.141 del 20 giugno 2013. La Consulta ha bocciato alcuni punti della legge impugnata, per violazione dell’articolo 117 della Costituzione, inerente le competenze di Stato e Regioni.

    In particolare – rilevano i giudici delle leggi – la norma in questione è illegittima perché «indicando i medici specialisti abilitati a prescrivere i farmaci cannabinoidi e definendo le relative indicazioni terapeutiche, interferisce con la competenza dello Stato a individuare, con norme di principio tese a garantire l’uniformità delle modalità di prescrizione dei medicinali nel territorio nazionale, gli specialisti abilitati alla prescrizione del farmaco o principio attivo, nonché i relativi impieghi terapeutici».

    Tale «interferenza determina in concreto un contrasto», sottolinea la Corte, tra la legge impugnata «e le indicazioni contenute nell’atto, la determinazione n. 387 del 9 aprile 2013, successiva alla proposizione del ricorso, con il quale l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha autorizzato l’immissione in commercio dell’unico medicinale cannabinoide presente nel mercato italiano».

    Mentre, in base all’art. 2 della legge regionale ligure, i sanitari abilitati alla prescrizione sono i medici specialisti delle discipline «anestesia e rianimazione, oncologia e neurologia» e gli stessi medici sono abilitati a stabilire «la durata del piano terapeutico e la sua ripetibilità», la richiamata determinazione dell’AIFA, invece, classifica il medicinale – stiamo parlando del Sativex, un estratto a base alcolica sotto forma di spray – ai fini della fornitura, come «medicinale soggetto a prescrizione medica limitativa, da rinnovare volta per volta, vendibile al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri o di specialisti – neurologo» e ne definisce le indicazioni terapeutiche, stabilendo che il medicinale medesimo «è indicato come trattamento per alleviare i sintomi in pazienti adulti affetti da spasticità da moderata a grave dovuta alla sclerosi multipla (SM) che non hanno manifestato una risposta adeguata ad altri medicinali antispastici e che hanno mostrato un miglioramento clinicamente significativo dei sintomi associati alla spasticità nel corso di un periodo di prova iniziale della terapia».

    Inoltre, la legge della Regione Liguria viola il dettato costituzionale sulla suddivisione dei poteri tra Stato e Regioni, nella parte in cui consente l’attivazione di una convenzione con lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze o «con altro soggetto dotato delle medesime autorizzazioni alla produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici», poiché il predetto istituto di Firenze – rilevano i giudici costituzionali – non risulta avere acquisito le autorizzazioni che, in base alla legislazione statale, sono necessarie alla produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici, essendo l’istituto attualmente autorizzato, come sottolinea la difesa dello Stato, soltanto alla «produzione di alcune forme farmaceutiche e non di principi attivi», il riferimento alle «medesime» autorizzazioni, letteralmente inteso, induce ad ammettere che la Regione possa stipulare convenzioni per la produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici con istituti sprovvisti della specifica autorizzazione dell’Agenzia italiana del farmaco prevista per legge. «La disposizione regionale si pone così in contrasto – conclude la Consulta – con la disciplina autorizzatoria statale, che rientra tra i principi fondamentali in materia di tutela della salute, essendo posta a garanzia di un diritto fondamentale della persona».

     

    IL PUNTO DI VISTA DEI PAZIENTI

    cannabis_terapeuticaA stupire sono i tempi.Il 20 giugno arriva la sentenza della Consulta (anche se a dire il vero già si pronosticava la probabile bocciatura) e una manciata di giorni dopo, il 26 giugno, il gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà presenta la nuova proposta di legge in conferenza stampa.Adesso il consigliere Quaini ammette che forse è necessaria un’ulteriore fase di studio al fine di recuperare gli spunti positivi contenuti nella precedente proposta normativa.

    Pazienti Impazienti Cannabis (PIC), una delle associazioni in prima linea per promuovere il diritto di cura con la cannabis terapeutica, coinvolta almeno parzialmente nella realizzazione della legge n. 26/2012, questa volta non è stata neppure contattata. «Hanno impostato la nuova legge senza dire nulla ai pazienti – racconta il presidente nazionale di PIC, la genovese Alessandra ViazziDa una prima lettura emergono dei nuovi errori. L’anno scorso non ci avevano ascoltato, eppure segnalavamo proprio i punti che la Corte Costituzionale ha contestato. E abbiamo visto come è andata a finire (con la bocciatura della legge, ndr). Speriamo che ora si decidano ad accogliere i nostri suggerimenti onde evitare altri pasticci. In sede di Commissione Salute è ancora possibile intervenire per migliorare l’impianto anche attraverso degli emendamenti».

    Il presidente dell’associazione ricorda che in altre Regioni – dove sono state recepite le osservazioni dei pazienti – le norme non hanno subito contestazioni. Comunque sia, le criticità non riguardano soltanto la Liguria. «Noi associazioni dobbiamo seguire passo a passo tutte le iniziative regionali se vogliamo che davvero le leggi siano utili ai pazienti e non siano, invece, un mero strumento di propaganda politica – spiega Viazzi – Attualmente la norma migliore è quella della Regione Veneto. Ma pure lì stiamo lavorando per ottenere degli aggiustamenti. In Toscana abbiamo suggerito delle correzioni che i consiglieri hanno tramutato in delibere attuative. Insomma, la nostra esperienza di pazienti è fondamentale nell’affrontare un tema ancora sconosciuto ai più».

    Per quanto riguarda i rilievi costituzionali alla legge n. 26/2012, Viazzi sottolinea «La bocciatura si poteva evitare. Se solo ci avessero dato ascolto non avremmo perso un altro anno». Uno dei punti contestati è la prevista convenzione con l’istituto di Firenze. «In Liguria hanno scritto “La Regione attiva una convenzione…” mentre in Veneto hanno correttamente usato il condizionale “La Regione può attuare una convenzione…” – spiega Viazzi – sono sottigliezze che, però, risultano decisive. L’altro punto è quello dei medici specialisti con la puntuale elencazione dei medici specialisti a cui è consentito prescrivere i farmaci cannabinoidi. Ovviamente questa non è una potestà della Regione, come avevamo rimarcato a suo tempo».

     

    LA NUOVA PROPOSTA DI LEGGE

    cannabis farmaco flosL’impianto della proposta di legge del giugno 2013 – da un primo esame del testo attualmente disponibile che, come preannunciato dal consigliere Quaini, probabilmente subirà una sostanziale rivisitazione – appare ancora più “vuoto” rispetto alla legge approvata dalla Regione Liguria nell’agosto 2012. Ma la critica è estendibile anche alle altre leggi regionali «Sono tutte “vuote” – spiega Viazzi – perché hanno bisogno di delibere attuative che le rendano funzionali. In Italia purtroppo è questo il modus operandi: i politici presentano una legge, la approvano strombazzandolo ai quattro venti, poi, prima che essa sia realmente operativa, possono trascorrere anche degli anni». È questo il destino della legislazione sulla cannabis terapeutica, modalità di cura consentita dalle norme nazionali, ma inapplicata nella realtà di fatto.

    Vediamo nel dettaglio i punti controversi della nuova proposta di legge.

    Partiamo dall’art. 3 “Modalità di somministrazione e acquisto”, il quale prevede la possibilità di erogazione dei farmaci in ambito ospedaliero e in ambito domiciliare, rinviando alle disposizioni statali per quanto attiene ai farmaci importati dall’estero. Non vengono nominate – come del resto in tutto il documento ad eccezione del preambolo – le formule magistrali, ovvero le preparazioni realizzate dalle farmacie dotate di laboratorio galenico a cui è consentito reperire i derivati della cannabis tramite distribuotore-grossista autorizzato dal Ministero della Salute.

    Inoltre, non viene mai citata la possibilità di accedere al Sativex, l’unico farmaco cannabinoide di cui l’AIFA ha recentemente (aprile 2013) autorizzato l’immissione in commercio e che prossimamente dovrebbe essere disponibile nelle farmacie italiane.

    Ma soprattutto non convince la reiterata distinzione tra ambito ospedaliero e ambito domiciliare. L’art. 4 “Trattamento domiciliare”, comma 1, dispone «Nel caso di inizio del trattamento in ambito ospedaliero il paziente in condizioni di cronicità può proseguire il trattamento domiciliare senza spese presentando alla farmacia ospedaliera ogni mese, o ogni 3 mesi se utilizza farmaci importati, una nuova ricetta redatta dal medico ospedaliero che lo ha in cura».
    Viazzi sottolinea «La definizione “trattamento domiciliare” non ha alcun senso. La norma non cambia nulla rispetto ad oggi: se il farmaco è stato prescritto da un medico ospedaliero il paziente può continuare la terapia gratuitamente. Non si può parlare di trattamento domiciliare, bensì di continuità terapeutica». Al comma 2 la legge recita «Nel caso di trattamento avviato in ambito domiciliare la terapia inizia o continua presentando ogni 3 mesi la prescrizione redatta dal medico di medicina generale o dallo specialista alla farmacia della Azienda Sanitaria Locale». Però, in tal caso, i farmaci sono a carico del paziente. Il nodo ancora da sciogliere è proprio questo. «Chi inizia il trattamento in ambito ospedaliero (o ambulatoriale o day-hospital) può continuare ad usufruirne gratuitamente solo tramite la prescrizione del medico ospedaliero – Viazzi – Non rimuovendo alcun ostacolo al paziente che è costretto a ripetere ogni volta la trafila burocratica. Invece, la versione precedente della legge (quella approvata nell’agosto 2012) prevedeva per il medico di base, con l’avallo iniziale di un medico ospedaliero, la potestà di far ottenere gratis i medicinali cannabinoidi al paziente, tramite la farmacia della Asl. Questo era un elemento positivo che secondo noi oggi è necessario recuperare».

    cannabis terapeuticaIn definitiva, a distanza di un anno, il panorama è pressoché immutato. «Se la legge viene approvata così come abbiamo potuto leggerla, è una norma inutile – sottolinea Viazzi – Eppure sarebbe sufficiente correggere la vecchia proposta per ottenere un testo accettabile, in grado di evitare qualunque rilievo di natura costituzionale».

    Nel frattempo, i pazienti si confrontano quotidianamente con l’enorme difficoltà di accesso alle cure a causa di una scarsa conoscenza della materia, anche fra gli addetti ai lavori. «A Genova le persone che riescono ad accedere gratuitamente ai farmaci si contano sulle dita di una mano – Viazzi – Ultimamente ho ascoltato delle storie allucinanti: pazienti ai quali è stato calato il dosaggio mensile senza valutazione del singolo caso ma semplicemente per esigenze di uniformità del trattamento. Mentre chi acquista i farmaci a spese proprie riferisce di alcuni aumenti esorbitanti».

    Per quanto riguarda la normativa «In realtà le leggi regionali neppure servirebbero – Viazzi – Già le leggi nazionali parlano chiaro. Il vero problema è che i medici non se la sentono di prescrivere i farmaci cannabinoidi; non c’è ancora apertura verso tale modalità di cura nonostante tutte le evidenze scientifiche».

    L’unico scopo delle leggi regionali dovrebbe essere quello di facilitare l’accesso ai farmaci. «Le Regioni non devono entrare in campi che non sono di loro competenza, ossia specificare patologie (in Toscana) oppure specialità (in Liguria) – Viazzi – Le normative regionali sono utili se spiegano nel dettaglio come accedere gratuitamente alle modalità di cura con la cannabis previste dalle leggi nazionali, riducendo al minimo gli ostacoli reali per i pazienti».
    Ad esempio cercando di far sì che le operazioni avvengano in tempi più brevi «Senza dover aspettare mesi per ottenere i medicinali – Viazzi – Quindi disponendo di adeguate scorte nelle farmacie ospedaliere. E mettendo a disposizione dei pazienti diversi prodotti: quelli che rientrano nelle preparazioni galeniche magistrali, come estratti, tinture, creme, ecc. Sono tante le tipologie e le possibilità di utilizzo che dovrebbero essere liberamente accessibili».

    Infine «C’è la grande esigenza di diffondere una capillare informazione rivolta ai medici di base, specialisti, ospedalieri e non, magari gestita da figure competenti del Ministero della Salute Olandese e, per quanto riguarda le preparazioni magistrali, con il supporto della società dei farmacisti preparatori», sottolinea Viazzi. L’elemento dell’informazione viene citato, seppure in maniera troppo generica, nella nuova proposta di legge regionale della Liguria all’art. 5 “informazione sanitaria”. Tuttavia «Bisogna insistere di più in questo senso», ribadisce l’associazione dei pazienti.

     

    IL DISEGNO DI LEGGE IN COMMISSIONE SALUTE

    Cannabis terapeuticaIl luogo idoneo in cui la proposta di legge assumerà la sua veste definitiva è la Commissione Salute. «Stiamo valutando cosa fare in tale sede – conferma Quaini Stefano, consigliere di Sel – A dire il vero noi ci attendevamo maggiori contestazioni da parte della Corte Costituzionale. Invece, i punti che configurano la parziale illegittimità sono sostanzialmente due: l’indicazione dei medici specialisti e l’attivazione della convenzione con l’istituto di Firenze. Considerando che la legge n. 26 del 3 agosto 2012 conteneva dei buoni spunti, stiamo ragionando con gli uffici tecnici la maniera adeguata per recuperarli. In parole semplici cercheremo di realizzare una sorta di fusione tra le due proposte di legge, conservando gli aspetti positivi di entrambe. Anche perché presentando una proposta completamente nuova potremmo rischiare di incappare in un’altra bocciatura della Corte Costituzionale».

    Quindi, dopo un repentino accantonamento della vecchia proposta di legge, i consiglieri tornano sui loro passi «Ragionandoci sopra – spiega Quaini che la settimana scorsa ha annunciato il suo ritiro dalla vita politica, a partire da settembre, per tornare al lavoro di medico  – Crediamo sia meglio riadattare parzialmente il disegno di legge originario. Secondo me ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro con la certezza che questa volta la legge non subisca contestazioni».

    Il parere dell’associazione Pazienti Impazienti Cannabis troverà spazio nella discussione? «Il problema è che, se vogliamo arrivare con il testo in aula entro il mese di agosto, i tempi stringono e non possiamo fare molte audizioni in Commissione – risponde Quaini – Le associazioni le avevamo ascoltate all’epoca della presentazione della prima proposta. Adesso cercheremo di ascoltarle nuovamente». Il consigliere regionale aggiunge «L’ultima volta che ci siamo incontrati l’associazione ha presentato una marea di osservazioni. Il punto è che i pazienti hanno un approccio all’argomento fin troppo estensivo, come ho già spiegato loro. Se noi realizzassimo una legge con maggiori aperture essa correrebbe il rischio di non essere approvata in consiglio regionale».

    «Io personalmente ho una visione ampia – continua Quaini – Sono un medico e nella mia esperienza ho visto molte persone trarre beneficio dall’uso terapeutico della cannabis che io stesso ho prescritto in alcune occasioni ai miei pazienti. Da consigliere regionale, però, devo confrontarmi con un sistema legislativo che non è così aperto in questo campo. Bisogna prenderne atto. In Italia manca un’adeguata informazione sul tema cannabis terapeutica. Per sbloccare le cose, secondo me, è necessario un fronte trasversale a livello nazionale, con iniziative di carattere parlamentare. Come è stato fatto sul tema degli oppiacei».

    Le leggi regionali non dovrebbero servire a rendere funzionali le norme nazionali che già esistono? E a rimuovere gli ostacoli che, di fatto, impediscono ai pazienti l’accesso ai farmaci?
    «Sì, ma ribadisco, bisogna intervenire a livello nazionale – conclude Quaini – Occorre una regia centrale perché il problema ha rilevanza nazionale. Comunque sia, se riusciremo a far passare la nuova normativa, questo sarà un discreto passo avanti per la Liguria».

     

    Matteo Quadrone

  • Coordinamento per Quarto, ex manicomio: l’incontro al Ducale

    Coordinamento per Quarto, ex manicomio: l’incontro al Ducale

    manicomio-quarto-D1Nella giornata di ieri, venerdì 5 luglio, presso la Sala del Minor consiglio a Palazzo Ducale si è svolto l’incontro del Coordinamento per Quarto in merito al futuro dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto (un tema che Era Superba segue da tempo con attenzione).

    I membri del Coordinamento, nato circa un anno fa dalla volontà dei cittadini di protestare contro la (s)vendita della struttura a privati, hanno voluto fare pubblicamente il punto della situazione.

    Come affermato dai suoi componenti durante l’incontro, il termine coordinamento vuole sottolineare l’esigenza che si è venuta a creare di tenere insieme tante istanze, ovvero dare modo ai tanti soggetti coinvolti di partecipare al dibattito sul futuro dell’area arrivando così alla soluzione migliore per l’interesse comune. Gli individui sono al centro del progetto, prevale la convinzione che il successo dell’iniziativa risieda nella dimensione relazionale. La soddisfazione maggiore dei suoi membri è che il Coordinamento per Quarto sia stato un motore per le istituzioni, in grado di avvicinare maggiormente la politica alle proposte e alle necessità delle persone.

    Il Coordinamento in questi mesi ha messo al vaglio una serie di problematiche e di possibili soluzioni, l’idea condivisa è che comunque si debba arrivare al massimo ad una tripartizione dell’area tra pubblico, sanitario e privato, anche se per quest’ultimo la necessità è avvertita più dalle istituzioni per motivi di bilancio che non dai cittadini. A sostegno dell’iniziativa sono intervenuti gli architetti Giovanni Spalla e Lucio Ruocco, entrambi hanno presentato ipotesi di progetto che venissero incontro a queste esigenze ottimizzando però gli immobili esistenti e salvaguardando così la bellezza urbanistica della zona e i suoi spazi verdi.

    manicomio-quartoA livello istituzionale è intervenuto l’Assessore Regionale alla Sanità Claudio Montaldo che ha parlato dello sforzo congiunto fra Comune e Regione per venire a capo della situazione, ringraziando il Coordinamento per aver aperto il dibattito.
    E’ intervenuto anche il vice sindaco Stefano Bernini che ha affermato: «Abbiamo sicuramente imparato qualcosa da questo percorso come amministratori. Prima di vendere bisognava capire e pensare meglio alle esigenze territoriali», dando merito così al lavoro dei cittadini che hanno deciso di opporsi ad una decisione presa dai loro amministratori e affermando inoltre: «Lo sforzo congiunto in un tavolo di lavoro ha portato a rimediare in gran parte agli errori delle vendite».

    Nerio Farinelli, presidente del Municipio Levante, ha invece ricordato quanta strada ci sia ancora da fare per definire la situazione dell’ex manicomio: «Se guardiamo alla vendita al ribasso tentata un anno fa ci sono stati passi avanti, ma rispetto ai tavoli di lavoro di febbraio c’è una situazione di stand-by inspiegabile» a cui ha risposto l’architetto Silvia Capurro, funzionaria del Comune e redattrice dell’accordo di programma sulla questione, sostenendo che questi ultimi mesi siano stati utilizzati per venire a capo della situazione causata dalle vendite pregresse degli immobili che si è dovuto far rientrare in possesso degli enti pubblici.
    Sulla situazione hanno garantito il loro interessamento i consiglieri regionali della Lista Biasotti, Pellerano e Siri, che da tempo seguono la vicenda.
    Sono intervenuti inoltre uno psichiatra e dei parenti di alcuni tra gli 80 pazienti psichiatrici ancora ricoverati nella struttura e un rappresentante dell’Associazione disturbi alimentari, che hanno evidenziato come si debba prestare la massima attenzione alla loro situazione.
    Per concludere c’è stato il saluto del presidente di Palazzo Ducale, Fondazione per la Cultura, Luca Borzani, che ha elogiato il lavoro del Coordinamento definendolo: “Capitale sociale”.

     

    Giorgio Doria

  • Sicurezza sul lavoro, blocco assunzioni: a rischio i controlli

    Sicurezza sul lavoro, blocco assunzioni: a rischio i controlli

    cantiere-lavoro-operai-edilizia-grandi-opere-dVenerdì 21 giugno si è svolto un incontro tra Regione, Asl 3 e organizzazioni sindacali, alla ricerca di una difficile conciliazione in merito alla vertenza Psal. Nel febbraio scorso, infatti, i lavoratori del servizio Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro dell’azienda sanitaria genovese sono scesi in piazza per denunciare la carenza di personale che affligge il reparto – deputato a garantire la regolare applicazione delle norme vigenti in materia di sicurezza sul lavoro – mettendo a repentaglio il prosieguo dell’attività di controllo .

    La proposta dell’Asl 3 si limita a 3 assunzioni (2 Tecnici e 1 Ingegnere) sul totale di 25 di cui dispone (autorizzazione regionale) nel 2013 per tutta l’azienda. «Non siamo per nulla convinti che si debba sottostare supinamente alle misure di blocco del turn-over – sottolinea Mario Iannuzzi del sindacato autonomo Fials – ricordiamo che a Genova, Asl 3 ed Arpal sono le uniche strutture che si occupano di garantire le risorse, soprattutto umane, che dovrebbero garantire la prevenzione sul lavoro e la sicurezza, anche ispettiva, su igiene pubblica e alimenti».
    Insomma, il sindacato si aspetta uno sforzo maggiore ed è pronto a ribadirlo nel prossimo incontro, previsto il 3 luglio.
    Per quanto riguarda il servizio Psal, le ultime assunzioni sono state effettuate tra 2009 e 2010 ma non sono state sufficienti a rimpiazzare coloro che sono andati in pensione. «Oggi si è sotto i livelli del 2008 – conferma il direttore della struttura, il Dott. Attilio Businelli – i tecnici, ovvero coloro che effettuano i controlli, sono 31 e riescono a coprire circa il 10% dei cantieri presenti annualmente sul territorio (circa 4000)».

    La Regione Liguria ritiene che un’apertura in materia di assunzioni potrebbe arrivare dalla valutazione circa i nuovi compiti che la legge affida al Psal (Grandi Opere, Terzo valico, Gronda, Infortunistica, accordi con gli appaltatori sul modello di altre Regioni, ecc). Resta il fatto che, nell’imminente decreto governativo (“Legge del fare”), sarebbe presente una norma che sottrae al Psal i controlli sopracitati, centralizzandoli presso il Ministero. «La materia è controversa e occorre attendere la lettura del decreto e le sue inevitabili interpretazioni», precisa Iannuzzi.

    Comunque sia, secondo valutazioni della dirigenza del settore «L’organico necessario per svolgere adeguatamente il servizio Psal oggi è carente di almeno 50/60 unità di personale – conclude il rappresentante della Fials – In queste condizioni ci chiediamo come Regione, Istituzioni e, non ultima, Asl 3, pensano di garantire la sicurezza sul lavoro a Genova».

     

    Matteo Quadrone

  • Elisoccorso, Liguria: business per i privati o servizio pubblico?

    Elisoccorso, Liguria: business per i privati o servizio pubblico?

    elisoccorso liguriaIl lungo contenzioso giudiziario relativo al servizio di elisoccorso tecnico/sanitario della Regione Liguria – un esempio di efficacia ed efficienza dell’amministrazione pubblica che rischia di esser sacrificato sull’altare dell’interesse privato – si arricchisce di un nuovo capitolo. Il sindacato autonomo dei vigili del fuoco Conapo, infatti, ha proposto e finanziato 2 ricorsi – contro le sentenze del Consiglio di Stato n. 4539/2010 e del Tar Liguria n. 1514/2012 – riaprendo così una partita che sembrava ormai destinata a chiudersi dopo le sopracitate pronunce della giustizia amministrativa.
    Dunque, tutto da rifare. Il Consiglio di Stato, in accoglimento delle istanze degli avvocati del Conapo, ha deciso di rinviare al 14 novembre prossimo la trattazione delle questioni di merito della controversia, in modo tale da consentire ai ricorrenti di far valere in giudizio le proprie ragioni a sostegno dell’importanza e dell’opportunità per la collettività ligure (cittadini, turisti, medici) di continuare ad avvalersi del Corpo nazionale dei vigili del fuoco per il servizio di elisoccorso. Quest’ultimo, attivo fin dal 1994, coniuga alla perfezione presenza e competenze di vigili del fuoco e personale medico del servizio sanitario nazionale in un unico team elitrasportato, offrendo potenzialità operative non riscontrabili nei comuni servizi di elisoccorso. Inoltre, questa configurazione di equipaggio garantisce – unica in Italia, insieme alla gemella da qualche anno operativa in Sardegna – il mantenimento di un livello di sicurezza ottimale per il personale sanitario durante le operazioni di soccorso a terra.

    IL RICORSO DEI PRIVATI
    La Regione Liguria, per l’effettuazione del servizio di elisoccorso integrato, da metà anni ’90 stipula delle convenzioni pluriennali con il Ministero dell’Interno-Dipartimento dei vigili del fuoco.
    Nel 2008 questa decisione è stata impugnata da una società commerciale, la Freeair-Helicopters S.p.A. – seguita a ruota da molti altri soggetti privati operanti nel settore del trasporto in elicottero – che ha presentato ricorso al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) ed al Consiglio di Stato.
    Il giudice amministrativo ha accolto le istanze dei ricorrenti. In particolare, la sentenza del Consiglio di Stato n. 4539/2010 (passata in giudicato) indica quale motivo determinante «… la mancata osservanza delle essenziali caratteristiche – attinenti ai mezzi, al personale ed alle condizioni operative – del servizio di elisoccorso imposte dal regolamento CEE n. 3922/91, dall’accordo Stato-Regioni 3 febbraio 2005 n. 2200 e dalle norme da questo richiamate (regolamento ENAC “norme operative per il servizio medico di emergenza con elicotteri” del 1° marzo 2004 e relativa circolare applicativa ENAC OPV18 del 26 maggio 2004)».

    Il Consiglio di Stato ritiene che, ai sensi dell’art. 744, co. 1, e ss. mm. del codice di navigazione, i velivoli impiegati dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco nel servizio di elisoccorso tecnico/sanitario in Liguria non rientrino negli “aeromobili di Stato”. «Tale norma dispone infatti che “sono aeromobili di Stato gli aeromobili militari e quelli, di proprietà dello Stato, impiegati in servizi istituzionali (…) del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco (…) o in altro servizio di Stato”. Dall’esenzione sono pertanto esclusi i velivoli impiegati per l’espletamento del predetto servizio integrato, di competenza regionale e costituito dal cumulo tra il servizio di soccorso sanitario e quello tecnico urgente mediante elicottero. In altri termini, quest’ultimo servizio (tecnico urgente) è pur di competenza del Corpo dei Vigili del fuoco, ma il servizio a cui questo concorre ed al quale, pertanto, sono destinati i velivoli non attiene alla competenza “istituzionale” del Corpo, sicché necessariamente i medesimi velivoli soggiacciono, al pari di qualsiasi altro velivolo privato che sia adibito a quel servizio integrato, alle regole generali dettate al riguardo, non diversamente dal relativo personale e dalle rispettive modalità esecutive».

    UN ESEMPIO VIRTUOSO CHE POTREBBE ESSERE CANCELLATO
    In ottemperanza alla sentenza del Consiglio di Stato, a partire dal primo gennaio 2014, il servizio di elisoccorso in Liguria dovrebbe essere affidato ai privati tramite gara pubblica. Attualmente l’elicottero dei vigili del fuoco con i suoi piloti e l’equipe medica continua a volare grazie ad una proroga approvata dalla Regione, in scadenza il 31 dicembre 2013.
    Nel frattempo, l’amministrazione regionale si appresta a preparare il capitolato di gara. Ma ora, il contro-ricorso del sindacato autonomo Conapo, mescola le carte in tavola, in attesa della prossima udienza pubblica, prevista il 14 novembre.

    L’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, si era già espresso in maniera netta sull’argomento «Siamo di fronte a una delle costruzioni astruse di questo Paese» (La Stampa, 26/03/2013). E ancora «Noi ci dobbiamo adeguare ad una sentenza del Consiglio di Stato, tuttavia mi sembra assurdo dover rinunciare alla professionalità che viene garantita dai vigili del fuoco. Che fanno lo stesso servizio, anzi lo fanno meglio» (Il Secolo XIX 02/04/2013).
    D’altra parte come dargli torto, soprattutto dal punto di vista economico, la scelta di affidarsi ai vigili del fuoco è stata sicuramente azzeccata. Nel 2012 la Liguria ha speso 1 milione e mezzo di euro per il servizio di elisoccorso. Basta un semplice confronto con altre regioni, dalle caratteristiche simili, che hanno dato in appalto l’elisoccorso, per accorgersene: si parte da un minimo di 3 milioni di euro all’anno per arrivare a 5 milioni, considerando la quota aggiuntiva per i voli fuori contratto. Secondo le stime dei vigili del fuoco, il costo dell’affidamento del servizio ad una compagnia aerea privata potrebbe essere addirittura dieci volte superiore rispetto a quello attuale.

    «È una vergogna disperdere questo patrimonio di professionalità, impegno e risultati, vite umane salvate, invalidità evitate, di grande sintonia tra componente medica e piloti – afferma il dott. Paolo Cremonesi, primario del pronto soccorso dell’ospedale Galliera e da anni medico dell’elisoccorso – Cancellare tutto ciò è un gravissimo errore. Spero che Regione e Ministero dell’Interno possano trovare una soluzione. Nessun privato potrà mai garantire un servizio integrato come quello dei vigili del fuoco che possono utilizzare tutte le componenti di aria, terra, mare e speleo alpina. Capisco che il servizio di elisoccorso possa far gola dal punto di vista economico, ma con i privati costerà di più. Tutto per dei cavilli normativi».

    IL CONTRO-RICORSO DI VIGILI DEL FUOCO E PERSONALE MEDICO
    Il Conapo è intervenuto in giudizio congiuntamente a decine di vigili del fuoco e medici del servizio sanitario ligure, difesi dagli avvocati Matteo Sanapo, Roberto De Giuseppe e Giulio Micioni, stoppando quella che sembrava essere una decisione definitiva in dirittura d’arrivo. Adesso, invece «Il Consiglio di Stato dovrà ridiscutere tutto dall’inizio con i nostri avvocati – spiega il sindacato autonomo in una nota – a novembre tenteremo di riportare sotto la lente di ingrandimento dei giudici la questione concernente la correttezza della sentenza n. 4539/2010 (peraltro passata in giudicato) ove si affermava che i vigili del fuoco, non svolgendo compiti istituzionali durante il servizio di elisoccorso, dovevano lasciare spazio alle società private nell’espletamento di questo servizio, l’assurdo cavillo su cui si impernia la discussione. Senza dimenticare il fatto che anche il personale medico ha aderito al ricorso ritenendo indiscutibile il servizio prestato congiuntamente ai vigili del fuoco».
    Secondo il sindacato, l’interpretazione che è stata data alle norme sulla “natura” del soccorso «È squisitamente giuridica ma mille anni luce lontana dalla realtà operativa che le leggi invocate dovrebbero governare. Se la tesi alla base della decisione giudiziaria fosse corretta e cioè che, non essendo esplicitamente citato nei compiti istituzionali dei vigili del fuoco il soccorso sanitario puro, il corpo non può partecipare a sistemi di soccorso tecnico/sanitario, ciò dovrebbe esser naturalmente valido ed applicabile in ogni ambito del soccorso. Ne conseguirebbe che la maggior parte dei sotto-sistemi di emergenza oggi esistenti in Italia sono illegittimi e da rivedere nella loro configurazione».

    Inoltre «L’esame, anche approssimativo, della casistica relativa agli interventi, illustra chiaramente che si tratta di situazioni al 99% afferenti alle competenze istituzionali dei vigili del fuoco, ovvero il soccorso pubblico! – sottolinea il Conapo – Incidenti stradali, infortuni sul lavoro, crolli, emergenze relative a calamità naturali, emergenze NBCR, esplosioni, incendi, ecc.».
    «La pronuncia del Consiglio di Stato contro il servizio svolto dai vigili del fuoco – spiega il segretario generale del Conapo, Antonio Brizzi ‐ oltre a pregiudicare la professionalità dei vigili del fuoco impegnati quotidianamente nel servizio di elisoccorso, costituisce una seria minaccia per l’interesse pubblico nazionale all’economicità e all’efficienza del servizio in questione. Secondo le nostre stime il servizio affidato ai vigili del fuoco comporta un risparmio del 75% dei costi a carico dei cittadini a fronte di un servizio ineguagliabile dai privati».

    Il Conapo, da una parte adiva i tribunali per evitare pronunce definitive, dall’altra intratteneva costanti rapporti con il Dipartimento dei vigili del fuoco per chiedere «La predisposizione del testo di una modifica legislativa che chiarisca la materia e metta fine a queste controversie, istanza che è stata recepita e che ora è in attesa del vaglio del Governo – conclude Brizzi ‐ Faccio quindi appello al presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando ed all’assessore alla Salute, Claudio Montaldo, affinché prendano contatti con il sottosegretario all’interno, Gianpiero Bocci, per sostenere questa modifica legislativa per una rapida approvazione, con un beneficio non solo Ligure, ma anche su scala nazionale, sia sul piano della sicurezza dei cittadini sia delle casse delle Regioni, tenendo presente che si tratta di appalti con cifre a sette zeri».

     

    Matteo Quadrone