Tag: storia

Articoli di storia. Genova com’era un tempo, la musica e i grandi personaggi del passato

  • Storia di Genova: la cittadina di Arenzano

    Storia di Genova: la cittadina di Arenzano

    Arenzano

    GuidadiGenova.it – Arenzano e Cogoleto, luoghi da visitare

    Se una domenica non sapete cosa fare e volete lasciare la città ma non avete voglia di farvi inscatolare, per troppo tempo, in quella quattro ruote che già vi accompagna, quotidianamente, nel traffico caotico di Genova, imboccate l’autostrada che porta verso il ponente ed uscite ad Arenzano, una piccola e ridente cittadina marinara, sita in un’insenatura naturale chiusa da Capo San Martino.

    Un nome antico come le sue origini che, pare, risalgano ai tempi dei romani come testimonierebbe “ Arentianis” (possedimenti della famiglia di Aurentius), toponimo di chiara derivazione latina. Un’altra fonte ipotizza  che il nome  tragga origine dalla presenza di “un’ara di Giano”, divinità bifronte che viene chiamata in causa anche per la denominazione  della nostra metropoli.

    Aensèn o Rensèn, in ligure, stretta tra il mare e i monti, col suo territorio interamente compreso nel Parco Naturale del Beigua, offre un’immagine di serena tranquillità che stride con i suoi trascorsi storici, tempi lontani che la videro preda delle incursioni dei saraceni che qui crearono una delle più importanti basi per la pirateria del Mar Ligure. A questi scomodi ospiti è legata un’antica leggenda, quella del “pozzo sparito”. Si narra che, nel luglio 1260, le vele  dei predatori mussulmani apparvero all’orizzonte incutendo, negli arenzanesi, un ben motivato terrore. A difesa dei beni più preziosi, decisero di nascondere le fanciulle e gli oggetti pregiati in un pozzo che si era inaridito per l’estrema siccità, sito nel centro della città. Ricopertolo accuratamente e cancellate tutte le tracce, attesero che la scorribanda avesse termine e poi corsero a recuperare i loro tesori ma non furono in grado di ritrovare il luogo di quel nascondiglio così ben celato. Può sembrare incredibile ma, ancora nell’ottocento, nei contratti di compra-vendita di terreni,  veniva inserita una clausola che imponeva, nel caso del rinvenimento del pozzo, di cederne il contenuto al primitivo proprietario.

    Cacciati i saraceni, nel medioevo, Arenzano venne a far parte della Marca Obertenga, ampio territorio sotto il dominio di una dinastia longobarda, il cui capostipite era Oberto, marchese di Milano e conte di Luni. Fu questo un periodo di grande crescita per il piccolo borgo che si trasformò in un fiorente centro commerciale, sede  di importanti cantieri navali  e che raggiunse il massimo sviluppo, nel XIII secolo, quando la cittadina poteva vantare oltre 50 barche a vela che svolgevano i loro traffici nel Mediterraneo.

    Con l’avvento delle navi a vapore, l’attività portuale si ridusse gradualmente per lasciare il posto ad un’altra ricca fonte di introiti, il turismo, di cui ne è testimone il famoso Grand Hotel, inaugurato nel 1915 e tuttora esistente, situato a pochi passi dal Parco Comunale (di proprietà del marchese Cambiaso).

    Per chi è in cerca di relax “dinamico”, si può raggiungere Cogoleto percorrendo la pista ciclabile che collega i due centri rivieraschi, uno splendido lungomare dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André, o avventurarsi a “Cü du Mundu”, località conosciuta per i suoi percorsi torrentizi e alpinistici. Se, al contrario, preferite qualcosa di più tranquillo vi aspetta la Villa Negrotto Cambiaso (XVI secolo), oggi sede del municipio, e il suo verde prato all’inglese. Non mancate di fare una visita alla chiesa parrocchiale, costruita su progetto dell’architetto Giovanni Antonio Ricca tra il 1703 e il 1717 che vi accoglierà con la sua facciata barocca, cui fanno da cornice due campanili e il vicino oratorio quattrocentesco di Santa Chiara.

    L’edificio ecclesiale, una ricostruzione fedele operata sulle macerie del bombardamento aereo del 1944, mostra un interno, di forma ellittica, impreziosito dagli affreschi di Andrea Semino e da ampie vetrate colorate, ritraenti san Giovanni Battista e i santi Nazario e Celso, a cui è dedicata. In alto, affacciato sul mare, si erge il Santuario del Bambino di Praga, fondato dai Carmelitani scalzi nel 1905. Il culto del piccolo ”re” vede la luce in questo luogo con il dono di una statua in cera da parte della principessa Polissena Lobkowitz, nel 1628, che fu sostituita con l’attuale, nel 1902, offerta dalla marchesa Delfina Gavotti,  ed incoronata ufficialmente nel 1924.

    Naturalmente non si può lasciare Arenzano senza visitare il bellissimo museo dedicato alle tecnologie per l’ambiente. Il suo nome è “Muvita” ed è nato 11 anni dopo il più grande disastro navale del Mediterraneo che vide disperdersi in mare le 144.000 tonnellate di petrolio contenute nelle stive della “Haven”, relitto che ancora giace sui fondali a 70 m di profondità. L’edificio, il Casone, in cui è sito il “science center”,  è una vecchia cartiera del seicento con un caratteristico tetto a nave rovesciata che  ricopre una struttura  di quattro livelli: i primi due sono divisi in sette aree di percorsi interattivi, il terzo è dedicato alla biblioteca e ad un laboratorio di biochimica, il quarto ospita un auditorium da 300 posti, il tutto per un totale di 2600mq di superficie. Unico nel suo genere in Italia, si propone di educare al rispetto dell’ambiente attraverso la conoscenza del clima, delle varie forme di energia, dello sfruttamento delle biomasse, dei modelli di crescita sostenibile.

    Per partecipare alla festa patronale in onore dei santi Nazario e Celso, che non manca di processioni, bancarelle di tutti i generi e di fuochi d’artificio, dovrete, però, aspettare il 28 luglio e, soprattutto, non potete mancare alla festa di San Bartolomeo il 24 agosto, in località Terralba, occasione irrinunciabile per poter gustare le melanzane ripiene, specialità del luogo.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: alla scoperta del forte San Giorgio

    Storia di Genova: alla scoperta del forte San Giorgio

    Il Forte San Giorgio di Genova

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Passi e ripassi per via Ugo Bassi senza vederlo perché si nasconde diedro gli edifici di una città che gli è cresciuta attorno, assediandolo col suo abbraccio di pietra, ma se si imbocca la stradina laterale che si trova nel tornante, appena passata la chiesa di S. Tommaso nel quartiere di Oregina, ecco apparire un imponente cancello, l’entrata di forte san Giorgio.

    Non è possibile andare oltre: se si supera quella parete di ferro, che si apre lentamente solo dopo aver dichiarato le proprie generalità e sotto lo sguardo vigile di austere telecamere, il marinaio di guardia, affiancato da un carabiniere in divisa, vi invita a tornare sui vostri passi: siamo in zona militare, perché qui è ubicato, attualmente, l’Istituto idrografico della Marina Militare Italiana.

    Questa roccaforte nasce sulle macerie di uno dei 19 bastioni, inglobati nelle mura cinquecentesche di Genova , posizionato sull’erta costa di S.Ugo, alle spalle del porto,  che in seguito ad una sollevazione popolare, fu parzialmente distrutto e dato alle fiamme, nel 1848. Dopo alcun anni venne decisa la realizzazione della nuova fortezza col compito di difendere il sottostante Arsenale Militare, edificato, a sua volta, sull’antico complesso monasteriale di Santo Spirito.

    Il contributo del genio sardo, coniugato ad una maggiore disponibilità di mezzi, fu fondamentale nell’architettura della nuova costruzione: all’uso della pietra locale venne aggiunto, infatti, l’impiego dei mattoni il che rese possibile la realizzazione di una struttura dinamica costituita da ampi spazi, connessi fra loro da gallerie o ampie rampe,  per uno spostamento veloce in senso verticale od orizzontale, lungo le quali si aprono improvvisi ballatoi o passaggi per un perfetto collegamento tra i vari reparti organizzativi. Il compito iniziale dell’edificio fu quello di scongiurare eventuali sommosse dovute all’insofferenza  verso la nuova dominazione sabauda, come si evince da alcuni elenchi  sugli armamenti dell’epoca nei quali si legge che  nei due forti cittadini, quello di S. Giorgio e di Castelletto, era prevista una potenza di fuoco di 23 cannoni di grosso calibro, 8 mortai e 28 cannoncini.

    Successivamente, fu presa in considerazione l’ipotesi di un utilizzo come polveriera che, allora, era ubicata nell’area del Lagaccio, dove attualmente si trova l’ex-caserma Gavoglio. Infine si risolse di adibirla ad Osservatorio Astronomico, funzione ricordata anche dal toponimo della via di accesso, “passo all’Osservatorio“, e alla produzione di  cartografia nautica. Nacque, così, l’Istituto Idrografico, Ente deputato all’elaborazione di tutte le carte per la navigazione del Mediterraneo dal meridiano 8, che passa al largo della costa sarda di ponente fino al  meridiano 22 che taglia il Peloponneso tra capo Gallo e capo Matapan.

    E’ indubbio che la cartografia genovese abbia tradizioni antichissime che chiama in causa la Corona Lusitana del ‘400 la quale commissionava ad abili disegnatori liguri tale compito, accecandoli a lavoro terminato perché non svelassero i segreti militari ivi contenuti. Certamente, le carte medievali non raggiungevano la  perfezione che si ottiene oggi grazie all’alta tecnologia, ma erano banalmente dei “ferri” del mestiere, ricavati da semplice schizzi, inviati a Genova per l’elaborazione, da naviganti che percorrevano un tratto di costa e ne disegnavano il profilo (non vi erano ancora macchine fotografiche). A questo primo abbozzo si inserivano, via via, dati aggiuntivi  riportati da altri viaggiatori fino a diventare delle vere “enciclopedie” indispensabili a chi andava per mare.

    Quanto a segretezza… i genovesi, abili commercianti, furono pronti ad improntare un florido commercio internazionale senza troppo interessarsi  delle coste nazionali. Fu, infatti, Nelson il primo a richiedere una carta  dei litoranei siciliani così quando, nel 1872, l’Idrografico iniziò la sua attività, affidato alla direzione di G. B. Magnaghi, Ammiraglio della Regia Marina, la cartografia italiana era praticamente inesistente e si dovette incominciare col mettere in essere un vero osservatorio  astronomico, un opificio per le incisioni su rame, un apparato per la stampa calcografica e solo, tra il 1877 e il 1878, si fu in grado di approntare navi corredate da strumenti per le rilevazioni dei dati idrografici. I primi versanti  ad essere interessati furono quelli del Tirreno, dalla costa francese fino a quella calabra ed alcuni tratti dell’Adriatico, ad esempio, la costa veneta. Per la Sicilia si dovette aspettare il 1908, dopo il terribile terremoto di Messina e nell’intervallo 1912-1914 si incominciò a scandagliare il Mar Rosso. Nel periodo fascista l’attenzione fu portata verso i litorali delle colonie e delle nazioni prossimali come quelli dell’Eritrea, della Somalia, della Cirenaica, della Tripolitania, dell’Albania, delle isole Greche e quelle lontanissime del Polo Nord dopo la tragica spedizione del “dirigibile Italia” (1928).

    Durante l’ultima guerra l’Istituto Idrografico lasciò la sua sede genovese per Montecatini e, poi, per Baveno (Lago Maggiore), tornando, definitivamente, nella nostra città solo nel 1947. Storia nella storia si potrebbe dire, la stessa che si può toccare con mano salendo lungo l’acciottolato carrabile fino ai piedi di  uno squadrato edificio rosso, emergente dalle antiche muraglie, dove, ai lati di un imponente porticato fanno da guardia due minacciosi cannoni. Poco più in là, vicino all’asta della bandiera i simboli della marineria, due nere ancore che ci ricordano il legame col mare. Una lunga , larga scalea, incuneandosi nel cuore dell’edificio, s’inerpica verso l’alto, impreziosita da una riproduzione dell’antico porto di Genova e da un bassorilievo di Gelio Repetto, raffigurante S. Giorgio nell’atto di uccidere il drago.

    Non manca la biblioteca in cui sono raccolti volumi di pregio alcuni dei quali risalenti ai primi dell’ottocento, oltre a più di 2000 carte calcografiche pubblicate tra il 1600 e gli inizi del novecento. Continuando la salita, si riemerge all’esterno in una “piazzetta” circondata dal corpo del fabbricato e da cui si accede ai locali dove ferve l’attività di tecnici qualificati che hanno il compito di “tradurre” i dati, raccolti dalle navi idrografiche, in carte nautiche.

    Dalle ampie vetrate, la vista si estende sul porto per spingersi lontano fino alla Torre della Specola da cui partiva, alla fine dell’ottocento lo “sparo del cannone di mezzogiorno“. A quei tempi, infatti, l’Idrografico provvedeva a segnalare l’ora esatta alle navi del porto e alla città, attraverso cronometri distribuiti in punti strategici e, nel contempo, avviava un congegno elettrico che azionava il cannone posto in un casotto vicino alla torre.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: Quinto al Mare

    Storia di Genova: Quinto al Mare

    Quinto, Genova

     La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Il quartiere di Quinto al Mare (poco più di 8.000 abitanti) come lo vediamo e conosciamo oggi, prese forma a partire dagli anni 50 del secolo scorso, quando venne avviata una massiccia espansione edilizia terminata nel decennio successivo con la costruzione di Corso Europa a monte dell’Antica via Romana e della napoleonica Aurelia a mare.

    Come accaduto per i quartieri di Quarto dei Mille e Sestri Ponente, Quinto deve il nome alla collocazione sulla Via Aurelia antica di epoca romana (ad Quintus Milium – quinto miglio dalla città di Genova). La via romana attraversava Genova perpendicolarmente al torrente Bisagno e al torrente Sturla (i ponti di S.Agata in Borgo Incrociati e quello detto appunto “romano” di via delle Casette a Sturla ne sono testimonianza), era l’asse di accesso alla città da Levante lungo i borghi di Nervi, Quinto, Quarto e Sturla. A prova della sua importanza, in molti testi medievali veniva indicata con l’appellativo di Strada. L’attuale Via Antica Romana di Quinto conserva tratti di quell’antichissimo asse di vitale importanza per il commercio e le comunicazioni.

    Gran parte della storia di Quinto al Mare si concentra fra codesta strada e il mare. Eh già, il mare… Scontato evidenziare quanto la presenza del mare abbia segnato la vita di questa terra e delle genti che nella storia l’hanno abitata. Testi storici evidenziano la tradizione marinara di Quinto in più di un’occasione; sin dal Medioevo il borgo fu costretto a difendersi dai continui attacchi dei saraceni provenienti dal nord africa e dalle tante imbarcazioni di pirati che riuscivano più facilmente a raggiungere le coste dei borghi limitrofi, piuttosto che tentare di penetrare nel porto di Genova. Per questo motivo venne eretta un’imponente fortezza a difesa delle abitazioni, che rimase in piedi sino ai bombardamenti inglesi del 18esimo secolo. Ulteriore conferma della tradizione di questa terra, negli anni in cui la flotta della Repubblica di Genova era fra le più potenti ed attrezzate del mondo, la quasi totalità degli abitanti maschi del borgo erano arruolati sulle navi genovesi.

    Inoltre, secondo l’ipotesi di alcuni storici, fu proprio Quinto a dare i natali a Cristoforo Colombo; il navigatore genovese sarebbe nato in una villa nella zona a monte dell’attuale corso Europa, in località Terra Rossa, alle pendici del monte Moro, in cui avrebbero abitato i familiari. Si sa, pero’, quante tesi e ipotesi ci siano su questo tema, il più delle volte contraddittorie. Colombo è rappresentato in un affresco nella chiesa di San Pietro situata sulla via Antica Romana.

    Durante il periodo napoleonico il borgo conobbe le prima trasformazione in seguito ai lavori per l’apertura dell’Aurelia a mare (oggi SS1). Nei primi decenni del novecento era diventato sede di due importanti opifici, oltre che di un grande molino granario, e di diversi frantoi per la produzione dell’olio. E quando nel 1926 fu annesso alla Grande Genova, l’economia agricola del borgo aveva appena conosciuto la spinta dello sviluppo “industriale”, con il conseguente aumento della popolazione e la costruzione di nuove abitazioni.

    Tutto ciò rese insufficiente lo scalo della stazione imponendo il suo ampliamento mediante lo spostamento a monte della linea ferroviaria. (A ricordo della vecchia sede ferroviaria resta solo una galleria all’inizio di via Gianelli oggi adibita ad autofficina…)

    Foto e video di Daniele Orlandi

    QuintoQuinto

  • Storia di Genova: i Truogoli di Santa Brigida e l’antico monastero

    Storia di Genova: i Truogoli di Santa Brigida e l’antico monastero

    Piazza dei Truogoli di Santa Brigida

    La Storia di Genova, articoli e video su GuidadiGenova.it – Vai all’approfondimento sul Sestiere di Pré

    “Superba ardeva di lumi…Genova…  dal suo  arco marmoreo di palazzi” (Giosuè Carducci), edifici, come dice l’ode citata, eburnei, imponenti, che incombono granitici su quell’antica “via Nuova” (via Balbi)  che i nobili Durazzo e Balbi, insediatisi nel quartiere nel XVII secolo, vollero a monte dell’angusta via di Pré, per dotare le loro ricche dimore di un agevole sbocco viario verso  il ponente.

    Tra queste solenni residenze s’incuneano angusti viottoli che scendono ripidi e tortuosi verso il porto o s’inerpicano,  in salita, verso il monte tra un affastellarsi di case sovrapposte. L’attuale aspetto è il risultato di quel rimaneggiamento edilizio ottocentesco che intrappolò,  nei loro intricati meandri, piccole creuze nella cui toponomastica riecheggia il glorioso passato della Repubblica Marinara e dei suoi domini:  via di Famagosta, di Montegalletto, salita di Balaclava, di Montebello, tutte nate da un unico sentiero: salita Santa Brigida.

    Lasciata, dunque, l’ampia piazza del Vastato (l’attuale piazza della Nunziata) e  procedendo in direzione della Stazione Principe, percorrendo  quella  “Strada delli Signori Balbi”, ricchi banchieri genovesi,  si giunge in quel tratto di via dove un dimesso “stendardo”, che ben poco ha di storico, ci annuncia di essere giunti nel luogo dove, il 24 marzo 1403, l’arcivescovo di Genova, Pileo de Marinis, pose la prima pietra di quel monastero che dalla santa prese il nome. Sulla destra, un sottopasso, seguito da una scalinata, da accesso ad una piccola piazzetta dove il tempo sembra essersi fermato: le facciate, completamente rinnovate, di tipiche case medievali,  che sembrano gioire dei loro nuovi  vestiti gialli e rossi, fanno da cornice ai vecchi truogoli (gli antichi lavatoi di Santa Brigida), approvvigionati , da una fonte detta Bocca di Bove, un angolo di silenzio dove tendendo l’orecchio pare ancora  di percepire il garrulo chiacchiericcio delle allegre lavandaie.

    Sulla vetusta tettoia, brillante di restauro, si specchia una preziosa edicola, unico ornamento di spicco nell’essenzialità della piazza. A sinistra, un solido arco, antico ingresso del monastero,  continua in un dedalo di vicoli, ricchi di storia,  che s’inerpicano in alto, scalando la collina, fino in Corso Dogali.

    Sono questi i luoghi dove giunsero, provenienti dalle turbolente alture di Sarzano, le monachelle agostiniane con l’intento di costruire una chiesa e di dedicarla alla santa, Brigida, di cui seguivano la regola (la regola dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida  è un’integrazione, in 27 capitoni,  di quella di Sant’Agostino).

    Appartenente alla famiglia reale svedese, Brigida (1303-1373), sposa giovanissima del nobile Ulf Gudmarsson e madre di 8 figli, alla morte del marito  si spogliò dei suoi beni  per darsi a una vita di fede. In uno dei tanti pellegrinaggi, fatto a piedi o a dorso di un mulo, giunse a Genova dove trovò ospitalità, per qualche mese, nell’abbazia di San Gerolamo di Quarto, in attesa di imbarcarsi per Roma, ospitalità che certo non ricambiò se, come narra la leggenda, dall’alto del Peralto, volgendo gli occhi verso la città ne abbia vaticinato la completa rovina.

    Truogoli di Santa BrigidaIl monastero brigidino di Genova aveva una caratteristica peculiare:  era pensato per una “coabitazione”, seppur rigorosamente separata, tra  frati e suore, entrambi di clausura, il che impose la costruzione di passaggi labirintici che ci danno conto delle  future creuze. Oltre alla chiesa  vi erano stanze, dormitori, mense, biblioteche per i religiosi, laboratori ed officine per gli operai, nonché ampi spazi esterni  come campi ed orti: una costruzione enorme, che occupavano quasi l’intero poggio. Era inevitabile che una così prossima contiguità fosse fonte di tentazioni e che, nel tempo, desse adito a malevoli sospetti, cui cercò di porre rimedio, nel 1600, Papa Clemente VIII, il cui  intervento, atto a porre fine all’ “onta” rappresentata dal convento “misto”,  si concretizzò, nel 1606, con la dipartita  dei poveri fraticelli. Rimaste sole in tanto spazio, le suore misero in vendita i loro terreni, la cui cessione permise, due secoli dopo, la costruzione di via Balbi.

    Ma i guai non erano finiti: alla fine del settecento, in linea con le idee giacobine che giungevano dalla vicina Francia, molti ordini religiosi furono soppressi e molti possedimenti confiscati tra cui quello conventuale di santa Brigida: tutti gli edifici furono riadattati ad uso abitativo, stessa sorte che  toccò alla chiesa, demolita per fare posto a tre palazzotti  conosciuti come “palazzi Dufour”, dal nome del casato del compratore. Prima di questa triste fine subì  la “vergogna” di essere  adibita, prima, ad officina di un fabbro e, successivamente, trasformata in filanda.  Dell’antica abbazia rimane solo l’arco d’ingresso, una colonna, una finestra, un muro, un residuo di affresco sotto un’arcata, tracce nascoste che potete trovare, dopo un’attenta ricerca, tra le ombre dell’intreccio dei vicoli.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Nicolò Ggaraventa

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Garaventa, toponimo sconosciuto nella memoria delle giovani generazioni, ma che padri e nonni ricordano ancora con  disagio, quello che seguiva la minaccia di essere mandati a sperimentare la rigida educazione della famigerata nave-scuola, se non si tenevano comportamenti corretti. Questa istituzione prende il nome dal suo fondatore, Nicolò Garaventa (Uscio 1848-Genova 1917), insegnante di matematica del Liceo Andrea Doria, appartenete ad  una famiglia di filantropi che annoverava, tra gli avi, don Lorenzo, ispiratore delle prime “Scuole della carità”, opere pie che si facevano carico dell’istruzione dei ragazzi abbandonati alla mercé della strada. Memore del motto del suo antico congiunto “ubi caritas, ibi Deus” (dove c’è la carità, c’è Dio), decise di offrire una chance di vita migliore a tanti poveri orfanelli,  a fanciulli di famiglie indigenti, ad adolescenti problematici figli di prostitute o di detenuti: li raccoglieva sulla spianata dell’Acquasola e, parlando loro in dialetto per farsi ben intendere, li convinceva ad aderire alla sua iniziativa ed a frequentare quella primitiva “officina” che aveva sede poco distante, in una specie di catapecchia, fatta di semplici assi di legno.

    Qui, dal 1° dicembre 1883, i ragazzi si riunivano per fare piccoli lavori ma, soprattutto, si impegnavano nell’apprendere un mestiere che avrebbe costituito il passaporto per il reinserimento nella vita sociale. Fu solo nel 1892, in occasione dell’esposizione colombiana, che gli venne offerta una vecchia nave a vela, quale sede per la sua scuola, sede trasferitasi, l’anno successivo, sul brigantino Daino, ribattezzato” Redenzione”, ancorato al Molo Giano, una vecchia nave dismessa dalla Marina Militare Sarda (varato 1844-demolito 1900). Fu qui che l’istituzione assunse la vera veste di collegio galleggiante, una “fucina di salvezza”, basata sui principi disciplinari e morali della marineria.

    Contraddistinti da una divisa militare, i giovani garaventini, impegnandosi nello studio e nel lavoro, passavano le loro giornate a bordo, giornate  che iniziavano, all’alba, adempiendo al rito dell’alzabandiera con tanto di picchetto e di musica e, alla sera, si concludevano con  quello  dell’ammaina. Il progetto, inizialmente, suscitò molte perplessità  in merito alla validità delle regole educative, ma la tenacia del suo ideatore, che continuava, instancabilmente, a girare nei quartieri più poveri in cerca di nuovi adepti, sempre fedele alla sua filosofia  di “prevenire e redimere”, divenne, in seguito, un modello imitato da altri in Italia e all’estero.

    Si stima che siano passati, per i ponti della nave-scuola, dal momento della sua fondazione fino alla sua definitiva chiusura nel 1977, più di dodicimila ragazzi, in un’età compresa tra i 6 e i 17 anni.

    Nel suo lungo cammino, altre imbarcazioni divennero la casa-rifugio  dei giovani. Nel 1904, infatti,  i ragazzi vennero trasferiti su una cannoniera in disarmo, il Sebastiano Veniero, che, però, venne affondato sotto il bombardamento inglese del  1941  e i garaventini vennero ridistribuiti nei vari collegi cittadini. Solo nel 1951, fu messo a disposizione un nuovo natante, l’ex posamine Crotone, ormeggiata a Calata Gadda. Da quell’anno la direzione passò a Carlo Peirano, dopo essere passata ai figli di Garaventa, Giovanni e Domingo, che la mantenne fino al 1975, quando la scuola venne commissariata e dopo due anni chiusa definitivamente.

    Chissà quante storie vi potrebbero raccontare quei fanciulli di ieri, oggi ingrigiti dal tempo, o lo stesso don Andrea Gallo, figura nota nella nostra città, per l’impegno che profonde nella lotta alla tossico-dipendenza, che visse, in questa struttura, una breve esperienza, quale Cappellano,  storie che potrebbero incominciare con “c’era una volta una nave un po’ speciale…” e concludersi con “La Garaventa è ferma nel porto, ferma da anni, immobile nel tempo, fissata alla terra da forti gomene e al fango del fondo da grosse catene..” (Anton Virgilio Savona).

     

    Adriana Morando

     

  • La Pasqua fra usanze e tradizioni antiche: l’uovo, l’agnello e la colomba

    La Pasqua fra usanze e tradizioni antiche: l’uovo, l’agnello e la colomba

    Le Uova di PasquaSiamo in pieno periodo primaverile quello, che in antiche comunità ancestrali, iniziava con grandi feste nelle quali si celebravano riti propiziatori e si consumavano roghi di simulacri, bene augurali per la fecondità della terra. La purificazione attraverso il fuoco era un gesto simbolico, di origine contadina, che incarnava idealmente il passaggio dalla vita alla morte e da quest’ultima ad una nuova rinascita,  seguendo il ciclo fisiologico della natura.

    L’ideologia cristiana ha assorbito queste usanze idolatre trasformandole in una solennità religiosa di resurrezione e di speranza per una nuova vita oltre la morte: la Pasqua.

    Sull’origine del nome che  deriva dall’ebraico Pesàh, dal latino Pascha e dal greco πἄσχα e che possiamo tradurre con il termine “transitare oltre”, “saltare”, vi sono molte versioni. Quella giudaica la collega allo scampato pericolo dalla morte dei primogeniti egiziani, quando l’angelo vendicatore  “transitò oltre” le case  degli ebrei “segnate” col sangue degli agnelli. In pratica, però, il suo ricordo storico è da identificarsi con la liberazione di questo popolo che iniziò precisamente  in quella notte e che viene fissata il 14 del primo mese (nisan) dell’anno, che nell’antico calendario lunare, cadeva nel primo plenilunio, dopo l’equinozio di marzo.

    La variante pagana la lega  alle consuetudini pastorali giudaiche  e alle feste che si celebravano, sempre nel plenilunio di primavera, nei giorni antecedenti la partenza per i pascoli estivi, in cui si sacrificavano i primi nati del gregge, col cui sangue si marcavano le abitazioni e gli animali al fine di preservarli dalle sventure. Per loro, il Pesàh , nel significato di “saltare”, era riferito ai balzi rituali delle danze che accompagnavano la festa.

    La prima documentazione certa della Pasqua cristiana si ha  intorno al II-III secolo d .C. Anch’essa si celebra la domenica dopo il plenilunio di primavera ma, in un calendario solare, è necessariamente mobile e cade in un intervallo che ha come estremi il 22marzo e il 25 aprile. Anche l’antica simbologia, seppur mutata di significato,  rimane. Un esempio ci è dato dal rito delle ceneri in cui vengono bruciati gli ulivi consacrati  dell’anno precedente  e la polvere “sacra” viene imposta sulla fronte dei fedeli a monito di quel “transito” finale che porterà alla resurrezione nella comunione degli spiriti. Questa tradizione non risulta molto dissimile dall’avita usanza di seppellire le braci dei falò pagani, quasi a ridare alla terra un concime di “passate energie”, per il rinnovarsi di nuovi frutti.  L’olocausto dell’antico agnello, poi, nell’immaginario religioso, è trasmutato nella figura del figlio di Dio, offerta sacrificale di salvezza ma, poiché, non siamo fatti solo di spirito, nel menù pasquale dei nostri giorni, non può mancare questo tenero “ovino”, variamente cucinato secondo le ricette culinarie tipiche di ogni regione.

     

    LE UOVA DI PASQUA

    A proposito di “ovini”, o meglio, di uova… come si inserisce in queste storie  la consuetudine di regalarle? La prima testimonianza, in Italia, pare  risalga al 1865, quando a distribuirle sarebbe stata, a Torino, la maschera carnevalesca di Gianduja. Ma perché proprio l’uovo? Dobbiamo scavare nella memoria storica: la primavera, col rifiorire della vegetazione  e le temperature più miti, risulta essere un periodo ideale per la fecondazione degli animali e in particolare degli uccelli.  Le “cocche” appena deposte rappresentavano per l’uomo “cacciatore” una provvida fonte di cibo dopo le ristrettezze invernali e il donarle, per estrapolazione, diventava un messaggio di speranza per una vita di serena prosperità.

    Decorate, dipinte, rifasciate, scolpite o “nature”, di cioccolata, di legno, di ceramica, le uova hanno, da sempre, accompagnato il cammino dell’uomo, con mille tradizioni che, per brevità, trascriviamo solo le più curiose: venivano interrate nelle fondamenta degli edifici per tenere lontano il malocchio, erano “covate” in grembo dalle donne in stato interessante per riuscire ad indovinare il sesso del nascituro, le novelle spose le scavalcavano prima di entrare nella nuova dimora e, ancora oggi, in Val Badia, una delle valli più belle delle dolomiti, le ragazze sono solite regalarne due ai ragazzi che conoscono, quattro ai seccatori, sei al fidanzato, numero che sale a 12 se è quello che intendono sposare entro l’anno. Anche questo prodotto della natura vanta una casta nobile: le famose uova di Peter Carl Fabergè, valente orafo russo che, nel 1883, su commissione dello zar Alessandro, creò per la zarina Maria, un piccolo uovo dal guscio in  platino smaltato, con all’interno “un tuorlo” d’oro che nascondeva, a sua volta, un pulcino anch’esso d’oro.

     

    LA COLOMBA

    Altra tradizionale delizia del palato, immancabile sul desco pasquale, è la colomba. L’origine di consumare questo dolce pare abbia natali longobardi. Si narra che il re Alboino ne ricevette uno similare, durante l’assedio di Pavia, in segno di pace. Più suggestiva è la versione secondo la quale San Colombano, invitato ad un banchetto dai reali, si rifiutò di consumare la carne, perché in periodo quaresimale, ma, per non offendere la regina Teodolinda, affermò che se ne sarebbe nutrito solo dopo aver benedetto il cibo. Espletato il sacro gesto, miracolosamente, le pietanze si tramutarono in colombe di pane, bianco come le tuniche monacali.  Quale ne sia l’origine presupposta, la certezza ci viene dalla ditta Motta che, nel 1900, grazie ad un’idea di Dino Villani, direttore della pubblicità, diede il via alla sua produzione, ricetta poi ripresa da altre industrie dolciarie, prima fra tutte quella fondata da Angelo Vergani (1944) e che si arricchisce , oggi, di versioni variamente modificate con l’aggiunta di creme o coccolato.

    Per concludere con un po’ di magia e per coloro che ci credono, sappiate che l’acqua della notte di Pasqua sembra essere miracolosa contro l’insorgere di malanni per cui, quando si sciolgono le campane, in Sicilia, gli ammalati si immergono in mare mentre i contadini romagnoli si bagnano gli occhi. Più originali gli abitanti di Slesia e Sassonia: attribuendo all’acqua pasquale il potere di rendere belle le ragazze, si nascondono presso la riva del fiume o nei pressi di una fontana per aspergere le fanciulle al loro passaggio. Se qualcuno confida nei miracoli non rimane che provarci.

     

    Adriana Morando

  • Moschea a Genova: il precedente alla Darsena

    Moschea a Genova: il precedente alla Darsena

    MoscheaLa moschea si farà, dove non si sa. Stante la bocciatura, raccolta in Comune, sull’ubicazione al Lagaccio, siamo costretti ad assistere ad una nuova noiosissima ondata di discorsi e polemiche, si torna a parlare di Coronata dove, immediatamente, sono comparse, nella notte, scritte minacciose che promettono di impedire ad ogni costo la costruzione del luogo di culto islamico.

    La storia della moschea genovese parte da molto lontano: sono circa 20 anni, infatti, che la comunità mussulmana chiede uno spazio unico dove poter praticare la propria fede. Attualmente gli “spazi preghiera” sono ubicati in diverse zone della città, scantinati o saloni in affitto, dove da anni, lontani dai bollori dello sterile dibattito cittadino, i mussulmani genovesi regolarmente si riuniscono a pregare.

    L’iter burocratico di questo progetto, le posizioni dei vari partiti, le motivazioni contrarie sollevate dai quartieri interessati, che vanno dalla precaria viabilità alla disagevole ubicazione, sono arcinote e reperibili facilmente in rete, quindi, non resta che analizzare l’annosa questione facendo un salto indietro nel tempo.

    Quando Genova era la “Superba”, diciamo intorno al XVI secolo, tempi in cui la convivenza tra mussulmani e cristiani,  se non proprio pacifica, era mediata dagli scambi economici,  nessuno si era stupito per il sorgere di una moschea in Darsena (sembra fossero in realtà due), ubicata sul lato esterno, quello verso il mare, proprio vicino al cuore del porto. La stessa etimologia “Darsena”,  che deriva dall’arabo dâr-as-sinâ’ah, traducibile in “casa del lavoro”,  ci dice che la locazione era stata â scelta perché il porto era il centro economico della città, luogo di affari ma, anche, alla necessità, incontro di spiritualità. Così nessuno aveva trovato da ridire se, accanto al suono delle campane, echeggiava il richiamo del muezzin dal balcone del minareto, la cui guglia svettava verso l’alto, circondato dalle torri campanarie di antiche chiese. Di questo antico edificio non rimane traccia se non in una colonna conservata presso la cosiddetta “Sala Moschea” della Facoltà di Economia, ma la cui presenza certa è documentata da atti, conservati nell’Archivio di Stato, datati 1762,  riguardanti un nuovo progetto che prevedeva l’ ampliamento del luogo di culto.

    Da più antichi certificati, del 1717, si può evincere, inoltre, come la comunità araba fosse ben radicata nel territorio tanto da ottenere un terreno posizionato vicino “alla spiaggia della Foce sotto le mura di Carignano”, per avere un proprio cimitero.

    Dell’altra moschea si hanno scarne notizie ma sembra fosse più grande e costruita per sollecitazione del “papasso” termine con cui veniva, in quei tempi, indicato l’Imam. La convivenza tra le due popolazioni è, anche, testimoniata dalle tante parole, che sono entrate a far parte  del dialetto genovese,  di chiara derivazione araba, come camalli (hamal), nababbo (naib), gabibbo (habib) o sapori della nostra cucina come lo zimino (samin), il musciamme (mušamma) e lo scapeccio (sikbag). Da tutto ciò se ne trae la conclusione che, forse, il problema andrebbe affrontato attraverso il dialogo e la conoscenza, non senza una ferma condanna ad ogni forma di violenza: un confronto sereno tramite una delle facoltà più mirabili di cui ci ha dotato la natura, la parola, potrebbe là dove tanti incartamenti hanno fallito e la nuova moschea potrebbe trovare un posto sotto l’azzurro cielo della nostra città, corredata da quella pace sociale che è un attributo fondamentale per ogni edificio dedito alla spiritualità.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: il parco dell’Acquasola

    Storia di Genova: il parco dell’Acquasola

    acquasola

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Bimbi in bicicletta sulla ghiaia che scricchiola, una banda musicale che suona poco lontano, dondolii di altalene, grida di bimbi, un pallone che sfreccia nell’aria, alberi secolari  e tanta pace, interrotta solo dal passaggio di qualche vecchia automobile che arranca rumorosa: questo è un  Parco dell’Acquasola che rimane, solo, nel ricordo infantile di qualche mamma, già negli anta, e nella memorie di nonne ultraottantenni.

    Il presente, fatto di incuria e transenne, è il risultato di una storia ventennale di cattiva politica. Un “incompiuto”: né area verde, come era, né posteggio a tre piani, come avrebbe dovuto essere e, fortunatamente, non è stato.

    Una storia già ampiamente trattata anche da Era Superba e che si arricchisce di un nuovo capitolo con l’avviso di garanzia notificato a una funzionaria della sovraintendenza dei Beni  Architettonici e Paesaggistici della Liguria, a cui potrebbero essere aggiunti, dopo essere stati sentiti dal pm Francesco Albini Cadorna, altri tecnici tra quelli comunali o della società “Sistema Parcheggi”.  Nel mirino delle indagini sono, infatti, coloro che avevano espresso pareri favorevoli sulla fattibilità dell’opera, chiaramente in contrasto con quanto prescritto dalla Carta di Firenze del 1981 che, all’art.14, vieta espressamente la costruzione di parcheggi in aree di interesse pubblico. Per la precisione, alla funzionaria, una delle ultime firmatarie del nulla osta per l’inizio dei lavori, si contesta la violazione dell’articolo 170 del Codice dei Beni Culturali che proibisce  la costruzione di opere con uno scopo  “incompatibile con il loro carattere storico od artistico o pregiudizievole per la loro conservazione o integrità”.

     

    LA STORIA DEL PARCO DELL’ACQUASOLA

    L’Acquasola è stato il primo giardino pubblico di Genova ma anche uno dei primi in Italia, i cui natali si perdono nel tempo. Già tra il 1320 e il 1347 , vi era, qui, una spianata contenuta in una cinta muraria, demolita nel ‘500 per far posto alle nuove mura dell’architetto Olgiati: un paesaggio di chiese e conventi in cui non mancava pure un “bosco sacro” o perlomeno considerato tale fino al 1468, che si estendeva da qui fino a Soziglia, dedito più ad incontri segreti di innamorati che a pratiche religiose.

    Un varco interrompeva la continuità della fortificazione: la Porta di San Germano dell’Acquasola, toponimo quest’ultimo di incerta origine: qualcuno sostiene derivi da ” Lacca”,  dea a cui era dedicato il bosco, sorella di  Camulio o Camuggio, il “Sole”;  per altri verrebbe da “Acca”, in sanscrito “madre”, e da “Solis” una delle Diadri; altri ancora lo fanno discendere da “Arca Sol” (residenza degli  Arcadi) o dagli Acquizzoli, canali che raccoglievano le acque del Rio Multedo che scendevano da circonvallazione a monte.

    Nel XVI secolo, questa area, citata col nome dei “muggi”, per i detriti accumulati nella realizzazione di via Garibaldi, via Balbi, e via Giulia (l’attuale via XX Settembre), divenne una discarica, cui solo faceva eccezione  il Fossato che era adibito ad una specie di “stadio” per il gioco delle bocce ma, soprattutto, della palla genovese, il  pallamaglio, svago considerato “bestiale e pericoloso” per le frequenti pallonate con cui venivano colpiti i passanti.

    L’uso  di questo spazio  fu sospeso, nel 1657, per essere usato come fossa comune degli appestati  e, per lungo tempo, rimase un luogo incolto ed inospitale. Nel 1818 con la demolizione del Convento medievale di S. Domenico (area del Carlo Felice), anche il Fossato fu colmato e, due anni più tardi, su progetto di Carlo Barabino, iniziarono i lavori per renderlo spazio pubblico.

    Carlo Barabino, il documentario – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    La spianata fu cinta da un possente muraglione che inglobò l’antica Porta dell’Olivella, vecchie pietre che nascondevano, nottetempo, gli incontri clandestini degli affiliati alla carboneria di cui, tra i più noti, si annoverano Giuseppe Mazzini, i fratelli Ruffini, Cesare Bixio (fratello del più celebre Nino), Giorgio e Raimondo Doria, quest’ultimo indicato come delatore ed informatore della polizia. Il luogo delle riunioni viene identificato nel punto in cui il muraglione aggettava  sulla Contrada degli Orfani, l’attuale via Galata. L’infame traditore pare che abbia compiuto un’unica opera meritoria: come compenso  per la sua voltagabbana avrebbe richiesto che si dotasse il parco di illuminazione pubblica.

    Come fosse l’Acquasola lo ricorda lo scrittore inglese Charles Dickens: “il giardino che appare tra i tetti e le case, tutto fiorito di rose rosse e fresco per le acque delle piccole fontane…..dove le nobili famiglie della città, con gli abiti della cerimonia, se non con perfetta saggezza, girano intorno con le carrozze di gala…”.

    Un’epoca in cui questo parco era tanto famoso che, a Mosca, decisero di copiarne il nome per una loro elegante passeggiata, così ameno da essere stato visitato da Gustavo di Svezia e dall’Imperatore d’Austria (1784), dagli Arciduchi di Milano(1786) e dal Principe Condè, nel 1789. Ricordi che raccontano le lamentele, tra cui quelle di Martin Piaggio, per  la velocità eccessiva delle carrozze, le sentite contestazioni del Banchero che giudicava, giustamente, indecente la distinzione sociale per cui l’aristocrazia “misurava cento volte un lato (quello sinistro), anziché di fare l’intero giro” per non mescolarsi con il popolo che passeggiava su quello destro e, non ultimo, il richiamo indignato di Mark Twain che giudicava indecoroso fumare durante le passeggiate e sbeffeggiava i raccoglitori di mozziconi la cui attesa,  per una “cicca” ancora fumante, era paragonata  a quella di “quel becchino di San Francisco che soleva visitare i letti dei malati e, orologio alla mano, calcolare il tempo in cui quelli sarebbero diventati cadaveri”.

    Tra i flashback, anche, i primi scontri tra conservatori e progressisti del 1797, il banchetto offerto ai reduci di Crimea nel 1855, i festeggiamenti riservati agli Zuavi,  venuti a combattere in Italia (1859) e  distintisi, in quell’anno, nella battaglia di Pastrengo, nonché quelli per i Chioggiotti, dopo la liberazione del Veneto.

     

    Adriana Morando

    Foto di Daniele Orlandi

    acquasolaacquasola

  • Storia di Genova: i carbunè del Porto, Pietro Chiesa e le cooperative

    Storia di Genova: i carbunè del Porto, Pietro Chiesa e le cooperative

    Gru del porto

    Il Porto di Genova, la storia in un documentario – GuidadiGenova.it

    Sulla Calata Giaccone, ancor oggi, si imbarca e si sbarca una fonte, ahimè, molto inquinante, di energia, il carbone, cuore “calorico” della città, tonnellate di ciottoli neri che hanno accompagnato la vita del porto di Genova, groviglio di uomini, macchine, lingue, sudore e fatica. Da oltre 100 anni, opera qui l’antica Compagnia Portuale Pietro Chiesa che impiega per la movimentazione, oggi, uomini che possono usufruire delle più moderne tecnologie ma una volta…

    …Le immagini si sfuocano, il rumore del traffico cittadino si perde lontano e, con un salto dimensionale, si materializza un’immagine color seppia, brulicante di mille attività frenetiche, speculare realtà in cui si muovevano maestri d’ascia, velai, camalli, pescatori di arselle (a loro era affidato il compito di pulizia delle acque portuali), e a cui faceva eco la vita della città che giungeva da  poco distante, portando gli odori speziati di oscure drogherie, l’oleoso odore di piccole friggitorie o salumerie, il vociare stridente delle pescivendole che, come dice il Maggiani, fendevano l’aria di “comprèee ma no tocché!!”.

    All’orizzonte, tozzi piroscafi, si addensavano, stretti gli uni agli altri con le loro prore capienti, ricolme di preziose “perle” nere, in attesa paziente di elargire il loro tesoro.  Nelle loro oscure pance, uomini, invisibili all’osservatore, sulla cui pelle, resa nera dalla fuliggine, stillavano rivoli di sudore, alacremente spalavano, scavavano, zappavano  e colmavano grandi ceste che poi, attraverso argani a vapore, raggiungevano lentamente la luce, per essere raccolti sulla coperta. Dopo la “pesa”, robusti caricatori li ponevano sulle spalle di una folla di uomini seminudi che sembravano cedere, per un attimo, sotto il peso delle coffe ricolme di antracite. Iniziava, poi, in un via vai incessante che saliva e scendeva, quello che sembrava una pericolosa danza di giocolieri. Su strette assi, posizionate orizzontalmente o inclinate in maniera ripidissima, vere lame di spada  che si flettevano paurosamente al passaggio, i facchini si muovevano in fretta, in un precario equilibrio che sembrava, in ogni attimo, venir meno, per portare il loro carico su vagoni merci di lunghi treni che, immobili, in partenza o in manovra,  occupavano il “par terre” di questo mondo.

    Alla sera, i carbunè o carbunin, prima della costruzione di 180 docce, volute dalla “Compagnia Filippo Corridoni”, tornavano a casa con la loro “coltre” nera che nessun sapone riusciva ad allontanare completamente.

    Seguendo l’antica propensione alle consorterie, sembra che, anche i carbonai, si siano riuniti in cooperativa già dal XII secolo, ma se ne hanno notizie certe solo grazie ad uno statuto di tre secoli dopo.  E’ soltanto nel 1892 che, però, viene fondata la prima “Lega di miglioramento fra i lavoratori del carbone”, nata con l’intento di battersi per salari più equi, per turni meno faticosi ma, soprattutto, per affrancarsi dal potere dei Confidenti, un moderno caporalato, gestito solitamente da un ex facchino, che curava prevalentemente gli interessi dei commercianti e faceva da tramite tra questi e la manovalanza.

    Unico “padrone” dell’ingaggio alle banchine, la cosiddetta “chiamata”, stabiliva orari e tariffe e non teneva conto delle regole del bagon (il tradizionale turno), agendo in totale arbitrarietà. Da queste prime rivendicazioni, si dipana una lunga storia che, oggi chiameremo lotta di classe, di cui Pietro Chiesa fu uno strenuo sostenitore. Di origini piemontesi (Casale Monferrato 1858), si stabili a Sampierdarena dove si impiegò come operaio verniciatore. A causa del suo impegno politico, subì molte vessazioni che lo costrinsero ad un esilio di due anni dal quale ritornò, nel 1900, per dar vita alla prima Camera del Lavoro sul modello della Chambre du Travail Marseillaise (1896) e per essere eletto deputato, primo operaio italiano a sedersi in Parlamento.

    In questi anni turbolenti, i lavoratori in banchina erano circa 7000, divisi tra facchini, pesatori, caricatori e scaricatori, tutti operanti in condizioni durissime, causa di continui malcontenti che sfociarono, nel 1902, in una “serrata (sciopero) del porto” di ben 20 giorni. La comunione di intenti portò quegli antichi contestatori ad unirsi nella Cooperativa caricatori del Carbone con lo scopo di promuovere iniziative solidali.

    Per dar voce ai dissidenti,  la fondazione sostenne la nascita di un nuovo quotidiano, Il Lavoro, grazie ad un’autotassazione che raccolse le 6000 lire necessarie, oltre a promuovere la costruzione di una sede provvista di mensa, mensa aperta, anche, a tutti i poveri della città. Come si legge tra le pagine di una vecchia coppia del Secolo XIX, è il 9 aprile dell’anno 1903, sul molo Lucedio, presso il ponte Paleocapa, là dove sorge il Lazzaretto e si concentrano le silhouette delle gru, l’avvocato Gino Murialdi e lo scultore D’Albertis si avviano, per concordare le ultime rifiniture, verso una struttura a due piani provvista di un’ampia cucina, di dispense, di cantine, di bagni, di  lavatoi, di un’ampia sala per  riunioni e di un presidio per l’assistenza medica. I due professionisti, poi, vista l’ora di pranzo, chiedono di fare la stessa “merenda” dei lavoratori e si vedono presentare ”un salame squisito, una minestra in brodo casalinga ma saporitissima, non so quante fette di rosbif degne del più rinomato rosticciere, un paio d’ova toste, il tutto largamente innaffiato d’un vinetto  eccellente delle colline del Monferrato”, un pranzo dal costo di 3-4 lire in una normale trattoria, erogato a tutti  al prezzo “sociale” di 80 centesimi.

    Nel 1909, dissidi interni porteranno allo scioglimento della cooperativa e alla sua divisione in tre distinte congregazioni. Solo nel 1927 con la nascita della Compagnia portuale Filippo Corridoni si riparlerà di unità, obiettivo che si raggiungerà l’anno successivo  in cui le sei compagnie, esistenti all’epoca, si consorzieranno nell’unica associazione, la Compagnia Portuale.

    Sarà questa che procederà, nel 1931, alla costruzione di un nuovo massiccio fabbricato di 5 piani, a pianta rettangolare, con un ampio cortile interno (235 mq),  su un’area di 1575 mq, la Casa dei lavoratori del Porto di Genova, su progetto dell’ingegnere Vittorio Giannini che, successivamente, passerà alla Compagnia Portuale Pietro Chiesa, ancor oggi presente con una sede nel palazzo. Ricordi di sacrifici, sudore, sofferenza, in questa remota storia i cui veri protagonisti sono quegli oscuri eroi che, muovendosi in un’atmosfera resa opaca dalle particelle di un nero veleno, hanno offerto la loro salute all’antracosi o alla tubercolosi affinché  la “superba” città, che ritroviamo tornando alla realtà, potesse continuare a crescere incastonata tra l’azzurro del mare e il verde aspro dei suoi monti.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: la Lanterna, il simbolo della città

    Storia di Genova: la Lanterna, il simbolo della città

    Sono tanti anni che la guardo da lontano, rassicurante presenza protettiva, dando per scontato che la “Signora” mi avrebbe, comunque, aspettato, torreggiando superba nello scorrere del tempo. Con una comoda passeggiata di pochi minuti, che, alta, aggetta sull’intero porto, partendo da Via Milano, tra il parcheggio dello Shopping Center del Terminal Traghetti e l’hotel Columbus Sea, si giunge sulla piccola rocca, ultimo residuo della collina di “Promontorio”, chiamata anche capo di Faro (popolarmente detto Codefà) o di San Benigno, in onore dell’antico convento, dove solenne e maestosa risiede, dal 1543, La Lanterna.

    Genova e dintorni, la guida online

     

    La storia della Lanterna – vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

     

     

     

  • Cimitero di Staglieno: patrimonio dell’umanità Unesco?

    Cimitero di Staglieno: patrimonio dell’umanità Unesco?

    cimitero staglienoIL PRECEDENTE

    8 marzo 2011: presso il Cimitero Monumentale di Staglieno si tiene una cerimonia che celebra il restauro di alcune tombe risorgimentali, fra cui quella di Giuseppe Mazzini e di molti garibaldini. In occasione di questo evento arriva la richiesta congiunta da parte di Comune di Genova, Università e Soprintendenza ai beni culturali: il Cimitero di Staglieno Patrimonio dell’Umanità Unesco.

    Un’iniziativa che mira a celebrare l’importanza storica del cimitero e dei personaggi che vi sono sepolti, ma anche l’esigenza di un finanziamento che contribuisca alla conservazione della parte storica, soprattutto perché le istituzioni hanno confermato ancora una volta la scelta di non far pagare alcun biglietto d’ingresso. Questa la spiegazione dell’assessore comunale Veardo: «Ci sono oltre un milione di lapidi il cui mantenimento dovrebbe essere a carico delle famiglie dei defunti. Quando non è possibile risalire ai parenti il Comune si attiva, ma le risorse sono limitate».

    IL PRESENTE

    Giuseppe Mazzini, Nino Bixio, Constance Lloyd (moglie di Oscar Wilde), Gilberto Govi, Fabrizio De Andrè, Fernanda Pivano. I nomi dei personaggi illustri sepolti al Cimitero Monumentale di Staglieno sono molti e prestigiosi: ricoprono momenti importanti della storia d’Italia e omaggiano ogni ambito culturale, dalla letteratura al teatro alla musica e così via.

    La richiesta fatta un anno fa appare dunque più che legittima, dato che Genova ospita uno dei cimiteri monumentali più grandi e importanti d’Europa. La nostra città ospita già un ricco patrimonio culturale e artistico tutelato dall’Unesco, ovvero il complesso che riunisce le Strade Nuove e i Palazzi dei Rolli.

    Come può un bene diventare Patrimonio dell’Umanità? A partire dal 2005 sono stati fissati in modo definitivo dieci criteri: per essere inclusi nella lista è necessario che il bene ne soddisfi almeno uno.

    Questo l’elenco:
    1. rappresentare un capolavoro del genio creativo umano;
    2. testimoniare un cambiamento considerevole culturale in un dato periodo sia in campo archeologico sia architettonico sia della tecnologia, artistico o paesaggistico;
    3. apportare una testimonianza unica o eccezionale su una tradizione culturale o della civiltà;
    4. offrire un esempio eminente di un tipo di costruzione architettonica o del paesaggio o tecnologico illustrante uno dei periodi della storia umana;
    5. essere un esempio eminente dell’interazione umana con l’ambiente;
    6. essere direttamente associato a avvenimenti legati a idee, credenze o opere artistiche e letterarie aventi un significato universale eccezionale (possibilmente in associazione ad altri punti);
    7. rappresentare dei fenomeni naturali o atmosfere di una bellezza naturale e di una importanza estetica eccezionale;
    8. essere uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza della vita o dei processi geologici;
    9. essere uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e biologici in corso nell’evoluzione dell’ecosistema;
    10. contenere gli habitat naturali più rappresentativi e più importanti per la conservazione delle biodiversità, compresi gli spazi minacciati aventi un particolare valore universale eccezionale dal punto di vista della scienza e della conservazione.

    Marta Traverso

  • Storia di Genova: il trenino di Casella

    Storia di Genova: il trenino di Casella

    Trenino Genova-Casella

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Un vecchio ritaglio di giornale, dimenticato tra le pagine di un libro polveroso, un’immagine di una scolaresca in gita e, in sottofondo, lui, il trenino di Casella,  protagonista di questa “storia”, immutato nel tempo, a parte quel colore rosso sgargiante che originariamente corrispondeva ad un bicolore blu-panna a cui si è tornati dopo il recente restauro.

    Costruita in epoca fascista, la ferrovia Genova-Manin, sotto lo sguardo imponente del Castello di Mackenzie, si arrampica, per 25Km, tra colline alle spalle della città, su, fino a Casella, coprendo un dislivello che parte dai 93 metri della partenza fino ai 405 metri dell’arrivo, con una punta massima nei 458 metri di  Canova/Crocetta.

    Questa linea è servita da un trenino che ricorda quello del bambini, composto da un locomotore, qualche vagone e una carrozza bar, stile “belle époque”,  prenotabile per eventi particolari come feste, gite collettive e spettacoli. La capienza massima  è di 129 persone che potranno trovare posto su sedili, tutt’altro che ergonomici, in solido legno, per un viaggio fuoriporta  che lambisce la Valbisagno, la Valpolcevera e la Valle Scrivia.

    Le tre carrozze originali, portanti ancora inciso il monogramma dell’antico marchio delle officine Carminati & Toselli, in cui furono assemblate con componentistica elettrica CEMSA, TIBB di Vado Ligure, risalgono al 1929 e sono caratterizzate da un arredamento ligneo con rifiniture in bronzo ed ottone. La motrice, la  più antica locomotiva elettrica in attività, tuttora, in Italia, fu costruita nel 1924 e mostra orgogliosa il suo vecchio tachigrafo, arrotolato e appeso ad uno dei carrelli.  Completa il convoglio la carrozza bar, costruita dalla ditta Brema (1929) che riserva ai  passeggeri  un’atmosfera   “retrò”  in  stile Oriente-Express, sfoggiando un tetto rivestito in tela olona, romantiche abatjours dalla luce soffusa, un’antesignana macchina da caffè ed  un erogatore per la birra di datata memoria, costituito da una colonna in ceramica ed ottone.

    Il trenino, nato per essere impiegato nel tratto Spoleto-Norcia (Umbria), dopo 30 anni di onesto lavoro,  subì un primo restyling delle parti esterne che gli conferì il look attuale ma, fu solo nel 1971, che, ritornato in Liguria, modificato lo scartamento da 950 a 1000mm (allargamento delle assi per adattarlo alla larghezza dei binari), potenziato l’impianto frenante,  prese servizio sull’attuale tratta.

    L’impiego usuale, infatti, è risalire o scendere dall’Appennino ligure  per trasportare lavoratori e studenti che preferiscono evitare le tortuose curve  delle strade statali  e nel contempo godere di attimi di puro relax, lontani dal traffico che si intravvede, a scorci, scorrere lontano.

     

    Qui il tempo sembra essersi fermato:  si rivede il vecchio controllore che oblitera il biglietto, forandolo con una stellina, simbolo evidente di un attento controllo, ci si dimentica del riscaldamento, retaggio di tempi troppo moderni e lungo le tredici gallerie, che variano in lunghezza dai 30 ai 150 metri,  si rischia di passare dalla luce  abbagliante del sole al buio più completo, se il solerte bigliettaio si scorda di attivare l’impianto elettrico che, naturalmente, è rigorosamente manuale.

    Durante il viaggio si è “cullati” da un rumoroso sferragliare, passando su tratti a precipizio che offrono paesaggi “mozzafiato” sia per lo sguardo che può perdersi all’orizzonte sia per il timore da cui si è assaliti quando, nell’affrontare una curva in modo alquanto brusco, si viene letteralmente “shakerati” e si ha la sensazione di rotolare lungo l’erta scarpata.

    Trenino di Casella

    Nonostante ciò,  è un’esperienza imperdibile: un percorso che inizia salendo a mezza costa, tra arbusti e ginestre, sulla destra del Bisagno, lungo l’antico acquedotto medievale, da dove si può scorgere, ad est, l’azzurro lontano del mare dalle cui acque emerge, prepotente, il promontorio di Portofino e continua  verso i monti dove incombono le minacciose roccaforti dello Sperone, del Puin e del Diamante. Raggiunta la galleria di Trensasco, lasciato con rapido sguardo il Santuario della Madonna della Guardia, il tragitto si snoda  per lunghi tratti, tra pareti verdi di robinie, interrotte da muri a secco e sentieri boschivi, salendo con ampie curve, come una reale ferrovia di montagna, fino alla stazione di Sardorella , dove un edificio di tipo rurale e un pergolato ombroso offrono tavolini e giochi per una serena giornata all’aperto.

    Chi si prefigge di raggiungere S. Olcese, nella stagione opportuna, potrà cogliere l’occasione per improvvisarsi cercatore di funghi o raccoglitore di castagne ma, sicuramente, non potrà esimersi dal peccato di gola rappresentato dal celebre salame, da accompagnare alle fave e a una buona compagnia.

    Per chi è naturalista, poi, è d’obbligo un’escursione lungo  i 665 metri del Sentiero  Botanico, in cui si possono ammirare più di 30 specie diverse tra le piante appartenenti alla flora ligure e che offrirà, anche, l’opportunità di raggiungere un rifugio attrezzato con 14 posti letto o ammirare il piccolo borgo medievale di Ciaè.

    Per i pigri la fermata ideale è Crocetta d’Orero: per raggiungere i prati non sono necessari più di cento metri!  Ed , infine,  per chi si annovera tra buongustai, tutte le fermate sono buone; basta farsi consigliare dagli pendolari “habitués” e vi sapranno indicare una delle tante trattorie che si trovano lungo il tragitto dove, con una spesa relativa si potranno gustare autentici piatti tradizionali.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: la Commenda di Prè

    Storia di Genova: la Commenda di Prè

    La Commenda di PréNel XII secolo, superata Porta di Vacca, altrimenti conosciuta come Porta Sottana per distinguerla dalla sorella levantina Porta Soprana, il viaggiatore diretto verso la Valpolcevera incontrava ampi fondi agricoli, i “praedis” (prati da cui Prè) e un piccolo villaggio “Borgus Praedis”, come si legge in un documento medievale. La via da percorrere, nota al tempo dei romani come l’antica via consolare Emilia Scauri/Postumia (148 a.C), partiva da Genova e attraversava la pianura Padana per giungere ad Aquileia.

    Genova e dintorni, la guida online

     

    Sestiere di Pré, la storia di Genova – vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

     

     

     

    Di queste perdute memorie rimangono alcune tracce: oggetti di uso quotidiano risalenti ad un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I d.C., come anfore e ceramiche, una macina da mulino, un capitello corinzio, reperiti sui fondali antistanti  l’antico Arsenale della Repubblica così come fu sorprendente il ritrovamento di una pietra miliare, datata tra il 312 e il 324, rinvenuta nelle cripta della chiesa di S. Tommaso al Caput Arenae, demolita per la costruzione della Stazione Marittima, unico indizio del perduto tracciato.

    Lasciati consoli e centurioni, facciamo un salto nel tempo: A.D. 1100, sorge, in questo mondo agreste, un  sobrio edificio a tre piani, in mattoni e pietra grigia di promontorio, caratterizzato dalla presenza di un’antistante loggia  a tre ordini di colonne (ricostruita nel 1508), a cui si aggiungeranno, a formare un complesso unitario, due chiese una sovrapposta all’altra, nel 1180. La Commenda di Prè, voluta da Guglielmo, un frate appartenente ai Cavalieri Gerosolimitani, nasce dapprima come convento ed ospedale (ospitaletto) a cui segue  la funzione di alloggiamento per pellegrini ed armigeri in partenza per la Terrasanta.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: il borgo di Boccadasse

    Storia di Genova: il borgo di Boccadasse

    Boccadasse

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Si dice che i primi ad approdare sulla spiaggia di Boccadasse furono dei navigatori spagnoli. Le imbarcazioni improvvisamente si imbatterono in una forte mareggiata e fu proprio la piccola insenatura a salvarli da una morte certa. Per questo decisero di insediarvisi, dando vita ed anima a quello che tutt’oggi è uno dei borghi più belli della nostra città.

    Leggenda a parte, le origini di questo antico borgo di pescatori sono ancora incerte. Il nome, con tutta probabilità, fa riferimento al torrente Asse che percorreva l’attuale via Boccadasse per poi sfociare nella baia nei pressi di via Aurora, da li’ probabilmente il termine “Bocca dell’ Asse”. Un’altra teoria afferma che il nome sia semplicemente “l’italianizzazione” del termine genovese “boca d’aze” ovvero bocca d’asino, proprio a causa della particolarissima forma dell’insenatura.

    Oggi Boccadasse e’ un quartiere di 5 km quadrati di superficie e conta 5.000 abitanti, ma il caratteristico colpo d’occhio offerto dalla particolarissima conformazione del borgo è pressoché invariato da almeno trecento anni.
    Dopo la costruzione dell’arteria stradale di corso Italia nei primissimi anni del ‘900, Boccadasse diventa il punto di ritrovo di moltissime famiglie genovesi dopo la classica passeggiata della domenica pomeriggio.

    Nel borgo fiorirono le prime botteghe, come l’antica latteria igienica du sciu Amedeo, divenuta gelateria negli anni sessanta, una delle prime in Italia a produrre gelato artigianale per tutto l’anno. A pochi passi di distanza sorgeva la storica bottega del Lallo, il maestro d’Ascia, abile artigiano costruttore di barche in legno per pescatori. La bottega ha definitivamente chiuso la propria attivita’ nel dicembre dell’anno scorso, portando via con sé un patrimonio immenso di antichissimi attrezzi e segreti del mestiere.

    Sin dalle antiche origini Boccadasse era un borgo di pescatori. Si narra che sul finire del XIX secolo quasi tutti i giorni, soprattutto nei mesi estivi, la spiaggia diventava vero e proprio mercato a cielo aperto frequentato da tutti gli abitanti della “Genova bene”, gli unici in grado di raggiungere agevolmente la spiaggia visto che corso Italia ancora non esisteva. Oggi si possono ancora ammirare, soprattutto alle prime ore del giorno, pescatori che rammendano reti… consapevoli continuatori di una tradizione plurisecolare.

    Si dice che la famosa “gatta” cantata da Gino Paoli fosse uno dei tanti gatti che ancora oggi siedono sulle barche dei pesactori in attesa di un piccolo spuntino. Il cantautore, infatti, abitò a Boccadasse per molti anni.

    Un’ultima curiosità che forse molti di voi non sanno: Boccadasse da il nome ad un quartiere di Buenos Aires in passato prevalentemente occupato da emigrati genovesi. Il quartiere in questione è la Boca, patria natia della famosa squadra di calcio Boca Juniors, soprannominata proprio per questo motivo dagli argentini “zeniexes”, in onore delle antiche origini genovesi.

     

    Foto e video di Daniele Orlandi

    BoccadasseBoccadasse

  • Storia di Genova: villetta Di Negro e il Museo di Arte Orientale

    Storia di Genova: villetta Di Negro e il Museo di Arte Orientale

    Villetta Di Negro

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Guardo con occhi sognanti le offerte esposte nella vetrina, tentatrice, di un agenzia di viaggi: parlano di mete lontane e paradisi esotici, forse gli stessi che Colombo immaginava cercando la Cina e finendo in America ma, lungi da imbarcarmi su traballanti caravelle, preferisco cercare un angolo di Oriente che, con poca fatica e altrettanto poca spesa, posso trovare in un cantuccio verde della nostra città. Nel quartiere di Portoria guardando a monte, lasciata alle spalle l’elegante Piazza Corvetto, si può scorgere il parco di Villetta Di Negro, al cui interno, celato da una flora rigogliosa, è ubicato il Museo di Arte Orientale Edoardo Chiossone.

    Varcati i cancelli del parco, voluto agli inizi dell’Ottocento da Gian Carlo Di Negro, tortuose salite si snodano lungo un percorso su cui si incontrano, in un chiaro- scuro disegnato dalla vegetazione, sassose grotte, cascatelle artificiali, intimi pergolati e aerei ponticelli che aggettano su pozze colorate da pesci rossi. Su, in alto, dove la collina spiana, da un belvedere corredato da panchine, lo sguardo spazia sui tetti della città fino alla Lanterna che si erge, solitaria, sul molo.

    Qui, tra la quiete rotta solo da un’eco lontana del traffico, non troviamo fantasmi errabondi ma tenere coppiette in cerca di discrezione o scanzonati scolari, “bigiatori” per un giorno, che godono di un luogo dove fino al 1802, anno in cui fu acquistato dall’omonimo marchese, si ergeva il bastione cinquecentesco di Luccoli, ormai smilitarizzato.

    Sulla vendita della collina, fissata in 22 mila lire, gravava l’impegno di fondare e sovvenzionare un centro botanico che vi avesse sede per almeno 6 anni. Smantellata l’antica roccaforte, dunque, su progetto dell’architetto Carlo Barabino, fu costruita una palazzina neoclassica, in posizione panoramica, che venne circondata da un grande giardino all’inglese.

    Dopo il decesso del nobile (1857), la proprietà passò nuovamente nelle mani del Comune con varie destinazione d’uso, fino al 1942, quando l’edificio abitativo venne distrutto nel corso di un bombardamento.

    Mentre il Marchese Di Negro passeggiava lungo i viali della sua nuova dimora, nasceva ad Arenzano Edoardo Chiossone (21 gennaio 1832), pittore ed incisore: cugino del più noto David, medico, filantropo e autore di numerose commedie di successo, giovanetto, approdò all’Accademia Ligustica delle Belle Arti dove si distinse per le sue pregevoli incisioni su rame, conservate, oggi, nel Museo Nazionale di Roma.

    La litografia, la nascente fotografia e, argomento non trascurabile per un genovese, l’amore per il “denaro” lo portarono ad operare presso la Banca Nazionale del Regno d’Italia, a cui seguì una specializzazione a Francoforte e un soggiorno in Inghilterra. Il suo interesse, a dispetto dei malpensanti, era rivolto alla creazione di banconote “perfette” e quindi non falsificabili: questo suo lavoro non sfuggì ai giapponesi che erano impazienti di allinearsi sugli standard occidentali, dopo i venti di innovazione portati dalla rivoluzione del 1868, per cui, al fine di diffondere una moderna immagine della finanza giapponese di Stato, fu chiamato a fondare e a dirigere, a Tokio, l’Officina Imperiale di carte-valori.

    Profondo cultore dell’arte giapponese, divenne un importante raccoglitore di opere d’arte grazie al fatto che l’impoverimento di molte famiglie aristocratiche, dovuto alla guerra, aveva messo sul mercato opere di inestimabile valore. Alla sua morte (Yokohama, 11 aprile 1898), pur lontano, si ricordò della sua patria e dell’Accademia Ligustica, “mia madre in arte”, a cui lasciò la sua collezione. Fu così che 96 grandi casse, con all’interno 15 mila reperti preziosi, giunsero al porto di Genova, senza spese di trasporto e di dogana, per essere accolti nei locali del Palazzo dell’Accademia in Piazza De Ferrari, dove venne allestito un primo museo, inaugurato il 30 Ottobre 1905 alla presenza di Vittorio Emanuele III, Re d’Italia.

    Smantellato, durante la guerra, riprese a “vivere” nel luogo dove abbiamo lasciato le macerie dell’antico palazzo Di Negro. Grazie ad un progetto di Mario Labò, infatti, al loro posto venne costruito un sobrio e razionale edificio che ricorda l’essenzialità delle case nipponiche e nel quale questi inestimabili manufatti trovarono la loro sede definitiva (1971).

    Statue bronzee cinesi e giapponesi insieme ad elmi, maschere, campane, accolgono il visitatore all’inizio di un percorso circolare che si snoda lungo le cinque gallerie a sbalzo, poste ai lati del salone. In questo cammino armi e armature di samurai, smalti cloisonné, ceramiche, lacche, specchi, porcellane, piccoli stupa (tabernacoli a forma di pagoda), bodhisattva dorati (essere vivente, sattva, che aspira all’Illuminazione, bodhi), stampe policrome, strumenti musicali, costumi, tessuti, inrô a scomparti (astuccio), paraventi decorati, strumenti musicali, tessuti, monete, bronzistica, dipinti su carta e seta (dal XI al XIX sec.) etc, si susseguono in un rincorrersi di stupore e di ammirazione.

    Un mondo di arte che si rinnova, di volta in volta, per le esposizioni cicliche a cui sono sottoposte le opere per una migliore conservazione e che si arricchisce, a marzo, maggio, giugno, di celebrazioni particolari in analogia alle feste che si svolgono in Giappone, rispettivamente la “Festa delle bambine, delle bambole e dei fiori di pesco”, “la Festa dei maschietti, delle carpe volanti e dei fiori di Iris”, “la Festa delle stelle e dei desideri”.

    Questo autentico salto nel tempo del periodo Meiji (periodo del regno illuminato) ci dona una pausa di autentico relax Orientale prima di riaffrontare il frenetico e caotico andirivieni del mondo Occidentale.

     

    Adriana Morando