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  • “Attacco alla città”: i progetti calati dall’alto e la risposta dei comitati. Il viaggio tra i quartieri che non si piegano

    “Attacco alla città”: i progetti calati dall’alto e la risposta dei comitati. Il viaggio tra i quartieri che non si piegano

    Risale agli anni Ottanta l’acronimo NIMBY (Not In My Backyard, “non nel mio cortile”), coniato nell’ambito politico conservatore britannico e da allora ciclicamente utilizzato dal potere per bollare e liquidare le lotte dei cittadini e delle comunità contro grandi opere altamente impattanti su territorio, salute, qualità della vita. Secondo il Nimby Forum, osservatorio permanente che gestisce l’unico database italiano delle opere pubbliche contestate (patrocinato da Commissione Europea, Ministero dell’Ambiente e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) erano 317 le opere contestate nel nostro Paese nel periodo 2017-2018 (a cui risale l’ultima edizione del rapporto, sicuramente oggi in crescita), principalmente nel settore energetico (57%), ma anche impianti per il trattamento dei rifiuti (36%) e infrastrutture (6%).

     Nonostante esista anche una direttiva comunitaria (2001/42/CE) che invita gli amministratori a consultare e ragguagliare preventivamente i cittadini nel caso di interventi a grande impatto ambientale, in Italia la progettazione partecipata è quasi completamente assente e le cosiddette fasi di consultazione pubblica solitamente avvengono già in uno stadio avanzato di sviluppo dei progetti. Non è difficile, quindi, intuire come mai le comunità si sentano sempre di più estromesse dalle decisioni che le riguardano e tendenzialmente non accolgano a braccia aperte progetti imposti dall’alto, che nella maggior parte dei casi stravolgono completamente il territorio e spesso mostrano non poche criticità per la salute e l’ambiente.

    Ma cosa succede se il “cortile” da difendere raggiunge le dimensioni di una città di seicentomila abitanti e oltre duecento chilometri quadrati di superficie?

    È quello che sembra stia succedendo a Genova, dove negli ultimi due anni le maxi-opere contestate sono almeno raddoppiate rispetto agli anni precedenti e contestualmente sono nate, con una frequenza quasi quotidiana, decine di comitati, ovvero gruppi di cittadine e cittadini che si coalizzano ed organizzano per ostacolare tali progetti. Se per qualcuno l’effetto NIMBY sarebbe addirittura una “sindrome”, da trattare come una sorta di patologia che colpisce gli abitanti poco entusiasti e lungimiranti, dobbiamo allora prendere atto che la nostra città è indubbiamente “malata”. Ma non si può certo incolpare il termometro se sale la febbre: per questo motivo ci pare utile provare a capire le cause di un fenomeno del tutto peculiare e meritevole di attenzione. 

     

     

    Il nostro viaggio comincia nella zona di Principe, dove Maura Olmi – “cittadina attiva”, come ama definirsi – ha fondato nel 2022 insieme ad altre quattro donne il Comitato Giardini Malinverni, con l’intento di riqualificare e restituire alla comunità l’omonimo parco pubblico abbandonato da anni. Il suo comitato in poco tempo è riuscito a sottoscrivere un patto di collaborazione con il Municipio Centro Est per la gestione dello spazio e ad oggi si occupa di effettuare regolarmente, a titolo puramente volontario, la pulizia dei giardini: una formula, questa, che purtroppo è diventata prassi frequente a Genova, vista la progressiva decadenza di Aster e dell’operato del Comune nella manutenzione del verde, come testimoniano le ormai quotidiane denunce di alberi brutalmente tagliati o direttamente eliminati e poi sostituiti con esemplari di specie più piccole, più economiche e meno bisognose di cure, che però non garantiscono né all’ambiente circostante né alle persone che lo abitano lo stesso apporto benefico. Ma Maura è anche una storica attivista del quartiere del Lagaccio, dove ha preso parte fin dal maggio 2022 alle assemblee degli abitanti che si riuniscono regolarmente contro il contestatissimo progetto della Funivia di Forte Begato. Il nucleo del Comitato “Con i piedi per terra” è composto da sette persone che nel maggio 2023 hanno effettuato, insieme a Legambiente, ricorso al TAR contro il provvedimento di non assoggettamento alla Via (Valutazione di Impatto Ambientale) del progetto. Maura ci racconta l’enorme lavoro che questo gruppo di abitanti, a maggioranza femminile, sta effettuando da ormai quasi due anni per informare non solo il quartiere interessato, ma tutta la città: dall’elaborazione di render affidata ad esperti, alla partecipazione alle Commissioni Consiliari, dall’organizzazione costante di presidi e manifestazioni fino alla proposta alternativa di prolungamento della Cremagliera di Granarolo. Un lavoro reso faticoso non solo dal difficile dialogo con l’Amministrazione, ma anche dalle complessità del quartiere: «Il Lagaccio conta dodicimila abitanti, ma all’ultima manifestazione contro la funivia erano presenti trecento persone, di cui solo una minoranza residenti nel quartiere. La comunità del Lagaccio è arrabbiata, disillusa, ma soprattutto è stata disgregata: senza negozi, né bar, né servizi, non esiste più una vita di quartiere, che ormai viene vissuto come soluzione di passaggio in cerca di sistemazione migliore.» Inoltre, a complicare il tutto, sembra stiano circolando nella zona voci di corridoio riguardanti una presunta possibilità di indennizzi, come avvenuto per il Ponte Morandi. Voci che al momento non trovano nessuna conferma, ma senz’altro dissuadono la popolazione dal prendere iniziative. Ciò che si sa per certo è che finora non è stata prevista alcuna compensazione per le abitazioni che saranno sorvolate dal futuro impianto e che si troveranno accerchiate da tralicci alti sessanta metri. La domanda sorge spontanea: come sono rappresentati gli interessi di questi cittadini in sede politica? Se la maggioranza di Bucci è ovviamente compatta nel difendere il progetto, l’opposizione come si comporta?

    «Ho partecipato personalmente ad alcune Commissioni Consiliari» – precisa Maura –  «e purtroppo ho constatato una grande spaccatura interna alla minoranza che impedisce, di fatto, qualsiasi azione di contrasto ai piani della Giunta. L’impressione che ne ho ricavato da cittadina è stata molto deludente, sembra che prevalga l’interesse del partito e dei singoli, rispetto alla volontà di trovare una sintesi che permetta di unirsi contro progetti, come quello della Funivia, che i cittadini non vogliono.» 

     

    Attraversiamo la città in direzione Est e arriviamo nel quartiere di Staglieno, dove Gabriella Rabagliati nel 2021 ha fondato il Comitato Cittadini Banchelle, nato per opporsi al progetto del nuovo impianto crematorio. Un progetto, tanto per cominciare, portato a conoscenza dei cittadini con una presentazione effettuata online per via delle restrizioni imposte nel periodo pandemico. Gabriella riferisce come la prima difficoltà degli abitanti sia stata proprio quella di accedere alle informazioni basilari: in quell’occasione non venne comunicato, infatti, né il punto esatto in cui si intendeva collocare l’impianto, né i dati relativi ad un presunto aumento della domanda di cremazioni tale da giustificare la necessità di un secondo impianto, oltre a quello già esistente.

    Il comitato ha quindi svolto innanzitutto un’opera di ricerca di informazioni e successivamente di divulgazione agli abitanti, che «nella maggior parte dei casi o non conoscono il progetto» – ci dice Gabriella – “oppure faticano anche a capire che non si tratta di ristrutturare o ampliare l’attuale tempio di cremazione, ma di un costruirne uno ex-novo.»

    I componenti del comitato hanno iniziato a partecipare alle Commissioni comunali e regionali, stimolando la creazione di un tavolo di lavoro nel 2022, con il coinvolgimento di Regione, Comune ed enti competenti, visto che fino ad allora non esisteva un piano di coordinamento degli impianti a livello regionale. 

    Nel luglio 2023 il comitato riesce finalmente ad ottenere, tramite il Difensore Civico, i dati sulle cremazioni attualmente effettuate in Liguria e sulla capacità degli impianti esistenti, dati da cui emerge che l’impianto genovese So.Crem ha una capacità che va dalle quattordicimila alle sedicimila cremazioni all’anno, a fronte di una mortalità su Genova e città metropolitana che si aggira tra le novemila e le diecimila unità all’anno (dati Istat). Questo significa che l’impianto esistente è già in grado di soddisfare abbondantemente la domanda di cremazioni, considerando che il numero dei decessi non coincide con quello delle cremazioni, visto che non tutti usufruiscono di questo servizio.

    «Ci chiediamo da dove nasca la necessità di un secondo impianto. Saremmo l’unico caso in tutta Italia ad avere due impianti distinti di cremazione nello stesso cimitero, con ben sette forni» –  prosegue Gabriella – «Trattandosi di una concessione ad un privato, che quindi deve generare profitto, sorge il dubbio che vi sia l’intenzione di importare salme da fuori regione.» Dettaglio piuttosto preoccupante, questo, visto che una sentenza del Consiglio di Stato del 2022 definisce gli impianti di cremazione “industrie insalubri di prima classe”. 

    Il 29 settembre 2023 è stata convocata la Conferenza dei servizi decisoria, a cui ha partecipato anche il Comitato Banchelle presentando, grazie al supporto di un team di esperti, una relazione ambientale e una relazione geologica: sì, perché come se non bastasse, il punto individuato per collocare il nuovo impianto si troverebbe al di sotto di una frana attiva. 

    Purtroppo, è notizia di pochi giorni fa, la Conferenza si è chiusa con l’approvazione del progetto, seppur con una serie di prescrizioni. L’amministrazione comunale, quindi, può procedere e ha tutta l’intenzione di farlo nonostante tutte le criticità evidenziate. «Ci aspettavamo questo esito»  – si rammarica Gabriella – «Da parte del Comune non c’è stato nessun ascolto e abbiamo riscontrato una certa opacità sui numeri: il vicesindaco Piciocchi durante un’interrogazione avvenuta lo scorso dicembre ha parlato di “aumento percentuale delle cremazioni”, senza però quantificarle e senza dire che, parallelamente, i decessi sono invece diminuiti.» L’aumento percentuale della domanda di cremazioni è un argomento tendenzioso perché, da solo, non giustifica nulla: come già detto, l’impianto esistente è già in grado di soddisfare il doppio delle cremazioni attualmente effettuate. 

    Il comitato sta valutando con i propri tecnici l’eventualità di un ricorso al TAR, o di altre azioni legali, naturalmente a proprie spese. Curiosamente, soltanto il 26 dicembre 2023, dopo oltre due anni dall’annuncio del progetto e nel pieno delle festività natalizie, è stato pubblicato sull’Albo Pretorio l’affidamento di un incarico di studio di pericolosità geologica, che sembrerebbe quindi recepire gli stimoli forniti dai cittadini. Ma fuori tempo massimo.  

     

     

    Rimaniamo in Val Bisagno, dove incontriamo Raffaella Capponi, fondatrice del Comitato Via Vecchia e strade limitrofe, nato nel 2022 per opporsi al progetto Superbus-4 assi, che prevede la demolizione e ricostruzione della rimessa di Gavette e della storica rimessa di Amt di via Bobbio, quest’ultima accompagnata dalla costruzione ex novo di un parcheggio di interscambio oltre all’esproprio e alla demolizione di ben cinque civici. 

    Anche in questo caso, un progetto gravoso e impattante, che andrà a condizionare pesantemente – addirittura con espropri – la vita delle persone, che non ha visto alcun confronto della Giunta né con il Municipio né con i consiglieri comunali, né tantomeno con i cittadini che – ci racconta Raffaella – hanno scoperto casualmente l’esistenza del progetto grazie ad un annuncio su una radio locale. 

    Questo gruppo di abitanti, però, ha scelto di non occuparsi solamente del proprio problema locale, intuendo che la condivisione dello stesso disagio con altri cittadini colpiti in diverse zone della città potesse essere una strada utile per contrastare con più coesione e forza i progetti e le  modalità “autoritarie” messe in atto dagli amministratori. Nasce così, nel maggio 2022, la Rete genovese (di cui Raffaella è portavoce), che nel giro di due anni raddoppia, da venti a quaranta, il numero dei comitati aderenti, a cui si aggiungono anche associazioni e organizzazione, come la giovane Extinction Rebellion

    «Se per sua natura il comitato è autoreferenziale, perché nasce per affrontare uno specifico problema di uno specifico territorio, la crescita a cui abbiamo assistito in questi anni è sicuramente sintomo di un problema più ampio, diffuso su tutta la città, che porta i gruppi ad unirsi superando le differenze per avere più voce e più peso nel confronto con le istituzioni.» – racconta Raffaella – «Le nostre storie sono tutte simili, siamo tutti abitanti che si sono ritrovati da un giorno all’altro a subire un progetto calato dall’altro, di cui si scopre l’esistenza a cose fatte e che viene tenuto sottotraccia per far sapere il meno possibile.»

    I comitati della Rete genovese si incontrano mensilmente per confrontarsi, coordinare azioni comuni, elaborare progetti. Organizzano assemblee pubbliche, presidi, attività di ufficio stampa per arrivare ai media locali e nazionali. Attivano una serie di professionisti che prestano la loro opera gratuitamente in solidarietà alla causa. La Rete supporta le manifestazioni dei singoli gruppi e parallelamente organizza manifestazione unitarie: all’ultima, svoltasi a Genova il 16 dicembre 2023, si è unito anche il Coordinamento Comitati del Ponente e il movimento contro il rigassificatore di Savona.

     

    L’unione fa la forza

     

    Insomma, per tornare a bomba, quello che sta succedendo ha tutta l’aria di non essere riducibile a una questione di “cortile”, ma un fenomeno ben più complesso, che investe l’intera città e sembra destinato ad allargarsi oltre i suoi confini, gettando forse i presupposti per un movimento d’opinione capace di mettere in discussione l’attuale classe dirigente e il suo modus operandi.

    Ciò che pare estremamente interessante è che pressoché ognuno di questi gruppi, sovente accusati di immobilismo e dileggiati anche da certa stampa come “comitati del no a prescindere”, ha invece elaborato e proposto un’idea alternativa al progetto contestato, gravandosi tra l’altro di un lavoro oneroso che non dovrebbe essere a carico della buona volontà dei cittadini. Al contrario di ciò che avviene nei Consigli comunali e regionali, dove gli esponenti delle opposizioni fino ad oggi si sono limitati a dei no ideologici, oltretutto con spaccature e divisioni all’interno delle minoranze. Quello che invece i comitati genovesi hanno capito è che la frammentazione è inutile e dannosa: i controversi piani delle attuali amministrazioni sono talmente numerosi e generosamente distribuiti su tutto il territorio che rappresentano quello che viene percepito come un autentico attacco alla città, al quale è tempo di rispondere in maniera compatta e coesa. Innanzitutto elaborando ciò che fino ad oggi è mancato da parte delle opposizioni: una propria progettualità autonoma, che non si limiti a generiche dichiarazioni d’intenti, ma che sia concreta, aderente alla realtà, radicata nei territori e suggerita da chi li abita. Praticando quell’ascolto umile e a servizio della comunità che dovrebbe essere il pane quotidiano di chi fa politica e amministra la cosa pubblica, è proprio a partire dalle attività dei comitati, dalle loro proposte e dai loro progetti, che può nascere oggi una vera e percorribile visione alternativa di città.


    Emanuela Risso

     

  • Rallenatare o punire? Regione Liguria “bacchetta” la distrazione di ciclisti e pedoni, le associazioni chiedono la città a 30 all’ora

    Rallenatare o punire? Regione Liguria “bacchetta” la distrazione di ciclisti e pedoni, le associazioni chiedono la città a 30 all’ora

    Una ragazza guida una bicicletta. Avanza lentamente in quello che sembrerebbe un parco, un po’ a zig zag. Con una mano regge il manubrio, con l’altra il cellulare, a cui dedica evidentemente la propria attenzione. Dopo pochi secondi lo schermo si oscura e si sente il rumore di uno schianto. Appare una scritta: Non è stato un incidente. 

    La breve clip fa parte di una campagna di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale della Regione Liguria lanciata lo scorso 20 ottobre. La campagna è rivolta soprattutto ai giovani e mira a stigmatizzare comportamenti pericolosi tenuti dai vari utenti della strada, in particolare le distrazioni che possono causare incidenti.

    Ma non tutti hanno apprezzato. La consigliera regionale di opposizione Selene Candia (Lista Sansa) parla senza mezzi termini di una campagna che “Colpevolizza le vittimee annuncia un’interrogazione sul tema in Consiglio Regionale. Un gruppo di associazioni di ciclisti e pedoni impegnate nella mobilità sostenibile ha scrittoal presidente di Regione Giovanni Toti. Non possiamo che rimanere sconcertati e perplessi – si legge nella lettera – da una campagna che mette sullo stesso piano le vittime della INsicurezza stradale, con quelli che abitualmente ne sono i responsabili”.

    La lettera è firmata dalle associazioni tRiciclo – Bimbi A basso Impatto, Genova Ciclabile, FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) Genova, Famiglie Senz’Auto e Cittadini Sostenibili. Nel testo si dicono d’accordo con la necessità di sollecitare l’attenzione di pedoni e ciclisti e con il nome della campagna, “Non è stato un incidente”, che evidenzia correttamente come gli sconti stradali non siano mai frutto del caso ma di una precisa cultura stradale. 

    Le associazioni contestano però che i comportamenti scorretti dell’utenza “debole” della strada (ciclisti e pedoni) siano equiparati a quelli dei “veri responsabili dell’insicurezza stradale”, cioè “automobili, camion e ciclomotori” che “occupano tutti gli spazi disponibili, anche quelli riservati alle persone”.  Regione Liguria ha pubblicato tre video legati alla campagna: quello già descritto della ragazza in bicicletta, uno dove viene investito un ragazzo che attraversa la strada senza guardare, correndo e ascoltando la musica dalle cuffiette e un terzo dove è un automobilista a distrarsi e provocare un incidente guardando il cellulare mentre guida.

    I numeri

    Nell’ultima parte dei video della campagna della Regione compare un dato: Il 30,2% degli incidenti stradali causati da giovani è dovuto alla distrazione. 

    La percentuale è estrapolata da un report della Polizia Stradale riferito al periodo gennaio – agosto 2023 sugli incidenti contestati a conducenti di età tra i 18 e i 24 anni. Per questa fascia d’età, la distrazione al volante causa ad oggi più incidenti dell’alta velocità (27,1%), e molti più del mancato rispetto della distanza di sicurezza (12,1%) o dell’alterazione psico-fisica dovuta a alcol, droga o sonno (6,4%).   

    “Un dato significativo – ha commentato l’assessora regionali alle politiche giovanili Simona Ferro nel presentare della campagna – che conferma la necessità di sensibilizzare i ragazzi sul rispetto del codice stradale e delle generali norme di buona condotta sia quando si è alla guida di qualsiasi veicolo sia quando ci si sposta a piedi”. Se la campagna della Regione si rivolge a tutti gli utenti della strada, lo studio della Polizia Stradale si riferisce però soltanto alla distrazione dei conducenti. Almeno per quel che riguarda i pedoni, quel 30,2% di incidenti causati alla “distrazione” è quindi fuorviante. 

    Non è chiaro se in quella percentuale siano inclusi anche gli incidenti causati da bici e monopattini elettrici. Ammesso che lo siano, secondo l’Istat nel 2022 gli incidenti in cui sono stati coinvolti almeno una bicicletta (elettrica o non) o un monopattino elettrico sono stati in tutto poco più di 20 mila, per un totale di 331 vittime e tre pedoni deceduti. Si tratta di numeri in crescita rispetto agli anni scorsi, a causa della sempre maggior diffusione di questo tipo di mezzi. Ma è pur sempre una piccola percentuale rispetto al totale degli incidenti stradali con lesioni a persone che (sempre secondo l’Istat) nel 2022 sono stati 165.889, con 3.159 vittime e 223.475 feriti. In altre parole, gli incidenti in cui sono coinvolti biciclette o monopattini (anche come vittime) nel 2022 sono stati circa il 12% degli incidenti stradali complessivi.

    Numeri che sembrerebbero dare ragione alle associazioni e smentire l’equivalenza tra pedoni, ciclisti e automobilisti che la campagna della Regione sembra suggerire. Gli incidenti tra mezzi a motore sono più frequenti. E più letali.

    Il quadro europeo, nazionale e locale

    Rispetto ai primi anni del nuovo millennio, in Europa di incidenti stradali si muore molto meno. Se nel 2001 51.400 persone hanno trovato la morte sulle strade europee (fonte CARE – EU database on Road Crashes), il numero si era già ridotto a 28.730 nel 2011. Negli anni successivi il numero delle vittime è continuato a calare (anche se per forza di cose a ritmo meno sostenuto) fino al crollo del 2020, quando le vittime sono state 18.835 rispetto alle 22.756 dell’anno precedente

    Nell 2020 la mobilità è stata però fortemente limitata a causa dei lockdown e delle altre misure restrittive per il contrasto alla pandemia di Covid-19. Nel 2021 le vittime della strada tornavano infatti ad essere 19.917 e nel 2022 si è tornati oltre quota 20mila morti: 20.669 (dati dell’European Transport Safety Council). Un trend tornado quindi in crescita e poco incoraggiante rispetto agli obiettivi della Commisisone Europea, che con la strategia “Vision Zerovorrebbe dimezzare il numero di vittime della strada rispetto al 2019 entro il 2030 e arrivare il più vicino possibile agli zero morti per le strade entro il 2050.

    In Italia, invece, secondo i dati Istat nel 2022 sono morte in incidenti stradali 53,6 persone ogni milione di abitanti, contro una media UE di 46,3. Il dato colloca l’Italia in un poco invidiabile diciannovesimo posto per tasso di mortalità stradale, in una classifica dove al primo posto c’è la Svezia con 21,7 morti ogni milione di abitanti e all’ultimo la Romania con 85,8. Nel 2022, del resto, le vittime di incidenti stradali in Italia sono aumentate del 9,9%, mentre nell’Unione europea nel suo complesso l’aumento è stato del 3,7%.

    In un Paese in cui per incidente stradale si muore tanto (almeno per gli standard europei), la Liguria ha numeri incoraggianti rispetto ad altre Regioni. Il tasso di mortalità è di 3,8 morti di incidente stradale ogni 100.000 abitanti (in Italia la media è del 5,4) e tra il 2021 e il 2022 il numero di vittime è calato del 10,9%, da 64 a 57. In parziale controtendenza il dato su Genova, che con 3.910 incidenti nel 2022 è il grande Comune con più incidenti rispetto alla popolazione. Il tasso di mortalità (4,2 morti di incidente stradale ogni 100.000 abitanti) è però in linea con la media dei grandi Comuni italiani.

    Possibili soluzioni e la “rivoluzione” città 30

    Nella lettera indirizzata al presidente Toti, le associazioni propongono alcune soluzioni. Alcune, come l’installazione di più dissuasori, l’eliminazione della sosta e il restringimento della carreggiata prima degli attraversamenti, sono circostanziate. Altre sono più politiche, e chiedono a chi governa lo sforzo di ripensare la mobilità a livello di sistema. Rafforzamento del trasporto pubblico per renderlo sempre più un’alternativa possibile all’uso dell’auto privata. “Città 30”, ovvero lo stabilimento di un limite di velocità di 30 chilometri orari nelle zone urbane.

    Bciciletta in cittàQuest’ultima misura, in particolare, è supportata anche dalla consigliera regionale Selene Candia: “I numeri parlano chiaro – dice essere investiti da un auto a 30 all’ora è come cadere dal primo piano: 9 volte su 10 ti salvi. Essere investiti da un auto a 50 chilometri orari e oltre è come cadere dal terzo piano: 8 volte su 10 si rischia di morire. In Danimarca le ‘Città 30’ hanno ridotto gli scontri sino all’88% – conclude Candia – un risultato eccezionale che possiamo ottenere anche in Liguria prendendo spunto dalle sperimentazioni già in atto a Milano e Bologna”.

    Nel caso di Bologna il riferimento è a “Bologna città 30”, il progetto lanciato dalla giunta del sindaco Matteo Lepore a partire dall’1 luglio di quest’anno. Il capoluogo dell’Emilia-Romagna è la prima grande città italiana a introdurre un limite di 30 chilometri orari su praticamente l’intero territorio comunale. In assoluto, la prima città a introdurre la misura in Italia è stata però Olbia, dove il limite di 30 chilometri orari è in vigore già da giugno del 2021. 

    Chi supporta la misura menziona spesso diversi effetti positivi, che vanno anche oltre agli intuitivi effetti positivi sulla sicurezza di cui parla la consigliera Candia. Oltre a rendere più facilmente evitabili e meno letali gli impatti tra mezzi a motore e pedoni o ciclisti, la scelta di imporre un limite di velocità più basso porta a meno emissioni inquinanti e meno inquinamento acustico. Il sito di Bologna città 30 menziona anche effetti positivi per la socialità e l’economia locale: “Moderare la velocità e migliorare la qualità dello spazio pubblico, con marciapiedi più larghi, sedute e verde – si legge – può rendere le strade più sicure, tranquille e piacevoli, incoraggiando prima di tutto gli abitanti a passeggiare, incontrarsi e trascorrere più tempo all’aperto, frequentare maggiormente i negozi e le attività del proprio quartiere. Anche i visitatori della città e i cittadini che si spostano in bicicletta o in scooter sono più propensi a fermarsi per fare acquisti, cenare o visitare attrazioni turistiche. Un maggiore afflusso di pedoni può portare a un aumento delle opportunità di vendita per i negozi e le attività locali, favorendo una maggiore vitalità economica diffusa in tutta la città e non solo in centro.

    Tra le righe si legge la volontà politica di democratizzazione degli spazi pubblici. Dopo decenni in cui le città sono state spesso pensate per lo spostamento delle automobili, parte dell’opinione pubblica e della politica chiede di ripensare le città a misura di quella che viene definita “utenza debole” della strada: ciclisti e pedoni, in particolare bambini e anziani. Quelli che, in genere, in uno scontro stradale con un’automobile hanno la peggio. Si tratta di un cambiamento che parte dall’urbanistica per diventare rapidamente politico, persino culturale. Perché va a smontare idee e comportamenti consolidati da decenni. Un cambiamento che non tutti condividono.    

    Lo scontro politico e culturale sullo spazio urbano

    Il fatto che la prima Città30 in Italia sia stata Olbia è una piccola anomalia politica. Sindaco di Olbia è infatti, dal 2016, Settimo Nizzi, di Forza Italia. Oltre al limite di 30 chilometri orari la sua giunta ha introdotto altri cambiamenti a favore di ciclisti e pedoni che in pochi anni hanno trasformato la mobilità del Comune. In Italia e in Europa, però,molti esponenti di forze politiche vicine a quella di Nuzzi hanno posizioni diverse. 

    Lo scorso settembre, il Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha detto che un limite di 30 chilometri orari in città “non ha senso”  e si è detto favorevole a una sua introduzione solo in zone particolari come nei pressi di scuole e ospedali. Da quando è Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo Meloni, sul fronte della sicurezza stradale il leader leghista si è mostrato più propenso alla sanzione di comportamenti individuali che alla ricerca di soluzioni strutturali e innovative che comportino un ripensamento della mobilità urbana. 

    In particolare, Salvini sembra ritenere prioritaria la tolleranza zero per chi si mette alla guida dopo l’assunzione di droghe, nonostante il report della Polizia Stradale citato a inizio articolo la indichi come causa molto meno frequente di incidente rispetto alla distrazione o all’eccesso di velocità.  “Se ti stronchi di canne o ti impasticchi, o sniffi a tempo perso e ti metti al volante, io ti ritiro la patente e fino a 3 anni non la rivedi più” aveva detto lo scorso giugno presentando il disegno di legge sulla sicurezza stradale. Secondo i critici, tra l’altro, il ddl punirebbe in modo spropositato i consumatori di cannabis, dal momento che la positività al tampone salivare si rileva anche a diversi giorni dal consumo.    

    Mostrarsi intransigenti sul consumo di alcol e (soprattutto) droga alla guida consente ai partiti di destra di presentarsi anche su questo fronte come le forze della legge e dell’ordine. Quando si tratta però di limitare i limiti di velocità o gli spazi urbani in cui le auto possono circolare, spesso queste stesse forze politiche si schierano dalla parte delle presunte libertà degli automobilisti. 

    A Berlino, per esempio, la giunta a guida cristiano-democratica (di centrodestra) entrata in carica all’inizio di quest’anno ha annullato molti dei progetti di pedonalizzazione e di installazione di nuove piste ciclabili avviati dalla precedente giunta di centrosinistra, sostenuta da automobilisti e commercianti, che spesso vedono nella pedonalizzazione un ostacolo agli affari. Una dinamica, quest’ultima, che conosciamo anche a Genova, dove di recente il presidente del Civ Sestiere Carlo Felice Paolo Bartolone si è espresso contro le sperimentazioni di pedonalizzazione di Via Roma. 

    Posizioni come questa cristallizzano il dibattito politico in corso sui temi della mobilità urbana. Alle ragioni di chi vuole città più a misura d’uomo si oppone la ragione economica di chi ha legato fortune, carriere e vite al modello della città auto-centrica. Se infatti soprattutto a partire dai lockdown hanno iniziato a sentirsi più forti le voci di chi vuole limiti di velocità più stringenti e più spazio per la mobilità dolce, più recentemente ha iniziato a compattarsi il fronte contrario. Commercianti che vedono da sempre i clienti arrivare in macchina e che temono di perderli e di non trovarne altri se la strada davanti al negozio venisse pedonalizzata. O se un limite di velocità troppo basso disincentivasse l’uso dell’automobile.

    Gli spostamenti in auto sono stati il prerequisito talmente ovvio da risultare invisbile di molta dell’attività economica dal secondo dopoguerra a oggi. Gli spostamenti casa-lavoro, lavoro-casa, la visita al centro commerciale o la gita fuori porta la domenica, lo spostamento dalla perfieria al centro città per lo shopping del sabato. Non tutti sono pronti a ridimensionare un modello così radicato, per istintivo conservatorismo o per interesse. O per mancanza di alternativa.

    Interessi e paure a cui la parte conservatrice della politica è interessata a dar voce, spesso raccogliendone i frutti nella cabina elettorale. Con parte della politica progressista che invece inizia a dar spazio alle voci delle associazioni e dei sostenitori della mobilità dolce, il dibattito sta diventando sempre più politico, con conseguenze forse positive per la visibilità dei temi ma anche con le inevitabili approssimazioni del caso. Saranno temi sempre più presenti e divisivi nelle prossime campagne elttorali, si parli di Europa, di Italia o di Genova.   

     

    Luca Lottero

  • Ponte Morandi e quell’anno zero che non è mai arrivato a Genova

    Ponte Morandi e quell’anno zero che non è mai arrivato a Genova

    Gli anniversari delle tragedie sono cosa difficile. Da un lato presentano la necessità di presidiare il significato dell’evento, ricordandone le vittime e i danni, dall’altro offrono il rischio di disperderne la memoria stessa nel rincorrersi di fatti, opinioni, campane, strumentalizzazioni e banalità. Il crollo di Ponte Morandi, a cinque anni dai tragici fatti, racchiude oggi un valore e un significato ancora in evoluzione, nonostante la narrazione della ricostruzione abbia fatto di tutto per offuscarne il peso. Passato un lustro, oggi, è doveroso chiedersi se il viadotto caduto sulla testa dei genovesi, esigendo il tributo di sangue di 43 vite, abbia significato davvero un anno zero per la città di Genova e una svolta per lo Stato italiano.

    Le premesse si complicano con l’inevitabile considerazione del contesto altrettanto dirompente dell’era post Covid. Passata la frenesia sanitaria, dell’emergenza sono rimasti i soldi, tantissimi, virtualmente in mano alle amministrazioni pubbliche ma vincolati a opere e interventi da farsi alla veloce. A scadenza rapida. L’Europa metterà in mano all’Italia una somma stimata in 122,6 miliardi di euro, di cui il 36% a fondo perduto, finanziato quindi con i contributi dei paesi membri, e il preponderante 64% a prestito, che pagheranno i contribuenti presenti e futuri. Il già pagato e il pagheranno. Anche la Liguria gode di questa pioggia di finanziamenti, con circa 7,2 miliardi di fondi, di cui almeno 4,9 per le infrastrutture. Praticamente tutte nuove opere spesso già almeno in parte progettate o comunque già interiorizzate dall’opinione pubblica. Una mole di denaro e una valanga di cantieri che di fatto hanno moltiplicato, in parte distorcendo, la quantificazione e la percezione di quel “risarcimento”, che, per quanto riguarda Genova, deriva dal susseguirsi di emergenze.

    A Genova, a cinque anni dal crollo del Morandi, è rimasto un nuovo ponte, soldi e la promessa, anche qui, di nuove infrastrutture. Il 15 ottobre 2021 Autostrade per l’Italia ha sottoscritto l’accordo con il commissario e con il ministero per un rimborso alla città di 1,4 miliardi di euro, che si sono aggiunti ai circa 600 milioni versati dallo stato durante e dopo l’emergenza viaria. Il 7 aprile 2022 l’azienda è poi uscita definitivamente dai processi per il crollo e per i falsi report, grazie ai patteggiamenti accolti dai giudici a fronte del pagamenti di 30 milioni di euro. Oltre a ciò, su Genova e i genovesi aleggia un nuovo concetto, quasi un nuovo status, quello del ‘Modello Genova’, che un po’ inorgoglisce, un po’ assuefa e un po’ ipnotizza.

    Zona rossa

     

    [quote]Il nuovo ponte, che nell’aspetto risulta essere l’evoluzione del concept del giapponese Ushibuka, progettato dallo stesso Renzo Piano e completato nel 1995, oggi risulta essere l’infrastruttura autostradale genovese più moderna. Primato facile, con i viadotti più recenti risalenti al 1977.[/quote]

    Certosa, dopo aver vissuto 51 anni sotto il Ponte e dopo esserne stata travolta, oggi è sorvolata dal viadotto Genova San Giorgio, costruito in due anni (meno 10 giorni) dal crollo. Il nuovo ponte, che nell’aspetto risulta essere l’evoluzione del concept del giapponese Ushibuka, progettato dallo stesso Renzo Piano e completato nel 1995, oggi risulta essere l’infrastruttura autostradale genovese più moderna. Primato facile, con i viadotti più recenti risalenti al 1977, anno del completamento della A26. E’ stato pagato interamente da Aspi, con 202 milioni di euro, soldi poi messi nel conto, e quindi stornati, che l’azienda ha concordato con il commissario-sindaco Bucci. Già pagati.

    Sotto, appunto, i quartieri. Dopo due anni di macerie e cantieri, oggi c’è qualche palazzo in meno, tanti murales in più e il progetto-promessa di un grandissimo parco, il parco del Polcevera, il cui cerchio rosso, in acciaio, ancora una volta sorvolerà il quartiere. Recita la presentazione del progetto: “Il Cerchio Rosso sarà, prima di tutto, un dispositivo di relazione: un sistema ciclo-pedonale della lunghezza di 1570 metri, dell’ampiezza di 6 e del raggio di 250, e distribuzione di energia rinnovabile che si apre al quartiere in corrispondenza della nuova Stazione e con una Torre del Vento dell’altezza di 120 metri che ne conclude il percorso“. Neolingua a parte, (di cui abbiamo già ampiamente parlato qui) per i vivi, invece, resta l’allungamento della metro, che passerà sopraelevata tra le case, e la rifunzionalizzazione del parco ferroviario del Campasso. Parte di quest’area sarà occupata da impianti sportivi che saranno affiancati dai circa 40 treni merci al alta capacità che giornalmente usciranno dal porto per raggiungere il bivio del Terzo Valico.

    Nodi e snodi

    Con i soldi messi sul piatto da Autostrade saranno realizzate altre opere legate alla rete viaria genovese. Su tutto spicca il progetto del tunnel subportuale, opera vagheggiata da decenni e che oggi sembra essere veramente dietro l’angolo. Sono 700 i milioni stornati da Aspi nell’accordo necessari per la sua realizzazione, a cui si aggiungeranno almeno altri 200 ricavati infine dai pedaggi. L’idea è quella di creare l’alternativa alla strada sopraelevata, in un’ottica sostitutiva, anche se nei fatti l’eventuale demolizione della Aldo Moro non è compresa nel conto, anche se la realizzazione delle rampe sotterranee di collegamento al centro cittadino rendono le due opere incompatibili. Ma è soprattutto la realizzazione del Waterfront di Levante, che non è altro che il revamping del Blueprint ‘regalato’ da Renzo Piano nel 2016 alla Genova allora guidata dal sindaco Marco Doria a rendere necessario il tunnel: ricorderete la necessità di ‘atterrare’ il tracciato della sopraelevata da Cavour alla Foce per garantire la ‘riqualificazione’ dell’ex area fiera. In altre parole, per dare un valore immobiliare più robusto al progetto, quella specie di tangenziale che ogni giorno consente a Genova di sopravvivere a sé stessa deve sparire. E sparirà, sostituita da un tunnel il cui precipitato tecnico ha ancora diverse incognite sia strutturali, come il passaggio a pochi metri dal tracciato della metropolitana, e la gestione dei flussi viari.

     

    Ci sono poi 100 milioni per il rifacimento del casello di Pegli, finalizzato a deviare il traffico, soprattutto pesante, dalla rete urbana di Multedo. Multedo che però potrebbe vedere prossimamente la realizzazione di un nuovo autoparco nell’area Fondega Sud, a pochi metri dal casello, con circa 200 posti per lo stazionamento di tir e mezzi pesanti in attesa di entrare in porto. Un progetto fortemente contestato dai residenti del quartiere che vedrebbero sfumare la possibilità di riappropriarsi un’area per decenni occupata dai depositi petroliferi di Eni.

    Tra i finanziamenti messi sul piatto, anche 230 milioni per il Tunnel della Fontanabuona, vale a dire la bretella autostradale che nel suo intento collega la A12 all’omonima valle. Un progetto anche in questo caso in gestazione da decenni e che potrebbe sbloccare nuove aree da dedicare alla logistica ubicate nella verde vallata dietro il Tigullio. E che per il sindaco metropolitano Marco Bucci sarebbe il prologo, non si capisce in che termini dal punto di vista tecnico, della spettrale ‘Gronda di Levante’, l’idea monstre di costruire un passante autostradale di decine di chilometri che colleghi il Tigullio con l’A7, attraversando e devastando vallate fondamentali per l’approvvigionamento idrico della città.

    Oltre a questi progetti, di soldi arrivati alla città a seguito del crollo, vanno ricordati i 30 milioni che il commissario per la ricostruzione, ancora ‘in carica’ tre anni dopo la ricostruzione, ha spostato per pagare lo spostamento dei depositi chimici da Multedo all’area portuale di fronte a Sampierdarena. Soldi pubblici per interessi privati, per un settore, quello petrolchimico, che a Genova occupa un centinaio di persone mal contate. E poi i circa 200 milioni che Autorità di Sistema portuale metterà per il ribaltamento a mare di Fincantieri, progetto che inizialmente era stato pensato per spostare da terra a mare gli impianti, ‘restituendo’ spazi urbani a Sestri Ponente, ma che negli anni si è ‘evoluto’ diventando di fatto un raddoppio delle aree industriali.

    Ponti e gallerie che si sgretolano

    [quote]… nel 2019 l’ispettore ministeriale Placido Migliorino, poi ‘promosso’ a provveditore dei lavori pubblici di Campania, Molise, Puglia e Basilicata, aveva preventivato almeno dieci anni di cantieri, considerando che alcune opere, alcuni viadotti, sono stati trovati in condizioni talmente degradate che nei fatti potrebbe essere necessaria la definitiva demolizione e ricostruzione.[/quote]

    Ma il lascito più ingombrante del crollo di Ponte Morandi è quello di aver ‘svelato’ la condizione drammatica di ponti e gallerie della nostra rete autostradale, in alcune tratte oramai quasi secolare. Il processo Morandi bis dedicato ai falsi report sullo stato di manutenzione dell’opere, oggi ancora in attesa delle prime udienze, ha portato alla luce l’abitudine consapevole di sottostimare il degrado fisiologico delle infrastrutture. Cosa che, crollato il velo, ha generato la corsa disperata alla messa in sicurezza, con decine di cantieri emergenziali che di fatto stanno obbligando i genovesi a infinite ore di code e disagi, strade horror dal punto di vista della sicurezza (pensate alle decine di scambi di carreggiata con traffico misti leggero e pesante diviso nelle due direzioni di marcia da pochi centimetri) e un non quantificabile danno economico diffuso per una regione divenuta praticamente irraggiungibile da lavoratori e aziende.

    Per avere una rete autostradale degna di questo nome nel 2019 l’ispettore ministeriale Placido Migliorino, poi ‘promosso’ a provveditore dei lavori pubblici di Campania, Molise, Puglia e Basilicata, aveva preventivato almeno dieci anni di cantieri, considerando che alcune opere, alcuni viadotti, sono stati trovati in condizioni talmente degradate che nei fatti potrebbe essere necessaria la definitiva demolizione e ricostruzione. Di anni ne sono passati solo tre, siamo pronti per gli altri sette?

    Compensazioni = nuove servitù

    Questa lista un po’ sommaria è il conto di quello arrivato a Genova dopo il crollo. Per dovere di cronaca bisogna aggiungere i 64 milioni che Aspi ha stornato dal totale per lo sconto sui pedaggi in vigore in varie modalità dopo il crollo. Pedaggi che, in un accordo precedente a quello dell’ottobre del 2021, dovevano essere sospesi per dieci anni, ma che son tornati a pieno regime dal 1 gennaio 2022.

    In altre parole, checché ne dica la retorica della ricostruzione e della rinascita, tutte le risorse arrivate in città a seguito del tragico crollo, non seguono una logica risarcitoria, ma un logica compensativa, con nuove opere concettualmente vecchie di decenni che di fatto saranno altre servitù per quartieri cittadini. La compensazione, a parte gli alberelli, i parchetti e luoghi dove piangere, è calcolata in base al tentativo di un nuovo sviluppo industriale e logistico che dovrebbe avere ricadute sul territorio in termini di un indotto non meglio quantificato. Ma di fatto sono ancora una volta soldi pubblici che oliano meccanismi e profitti privati. Una accelerazione con soldi freschi e sporchi di sangue di uno asservimento sempre più totalizzante della città ai grandi vettori economici cittadini, nazionali e internazionali.

    A Genova – infine – è rimasto lo shock di essersi svegliata in un incubo di incuria e lassismo, dopo anni di devastazione e saccheggio. Il Morandi con il suo crollo, ha avuto l’unico merito di mostrarsi per quello che era, vale a dire come un arto devastato dalla cancrena in un corpo marcescente. Questa consapevolezza, parolone a parte, non è stata raccolta dalla classe dirigente cittadina che si sta spartendo la gigantesca torta dei ristori alimentando gli stessi meccanismi che negli ultimi decenni hanno portato a questi risultati. Mentre i genovesi, ipnotizzati dal dramma prima e dalla retorica della rinascita e della crescita meravigliosa dopo, restano ancora una volta sotto un ponte.

     

    Nicola Giordanella

     

     

     

  • Rinnovabili, al passo della Bocchetta un parco eolico con 5 pale da 150 metri

    Rinnovabili, al passo della Bocchetta un parco eolico con 5 pale da 150 metri

    Un parco eolico da realizzare a pochi metri dal Passo della Bocchetta, in territorio Ligure, comprendente cinque aerogeneratori di ultima generazione alti 150 metri capaci di produrre, sulla carta, 16 megawatt di energia eolica. Questo il progetto depositato nei giorni scorsi presso gli uffici di Regione Liguria in attesa di passare sotto il controllo della valutazione di impatto ambientale.

     A presentarlo la Seva srl, colosso valdostano dell’energia eolica, che ha proposto l’impianto al comune di Mignanego, in provincia di Genova, dove le pale dovrebbero sorgere. Il parco eolico sarebbe ubicato sulla cresta che congiunge il passo della Bocchetta al Monte Calvo, passando per il Monte Poggio, interessando una linea di cresta di circa 1,2 chilometri.

    Il progetto prevede l’installazione di 5 aerogeneratori ad asse orizzontale del tipo Vestas V1121  con un’altezza al mozzo pari a 94 metri e un diametro del rotore pari a 112 metri; stando alle stime presentate con l’energia prodotta, circa 34.000 MWh all’anno, si coprirebbe il fabbisogno di circa 13.600 famiglie. 

    Secondo quanto emerge dalla relazione tecnica, l’impianto ligure segue una progettazione simile redatta quasi dieci anni fa però sul versante piemontese. I progetto però fu stoppato da Regione Piemonte (e sarebbe attualmente sospeso) perchè considerato troppo vicino all’area protetta del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo, e quindi potenzialmente pericoloso per le rotte migratorie di alcune specie di volatili protetti. Oggi il nuovo progetto dista qualche decina di metri rispetto al precedente, ma in territorio totalmente ligure, e prevede due torri in meno rispetto alle sette (ma più piccole) dell’impianto piemontese.Parco eolico Passo della Bocchetta

    Come in tutti gli impianti del genere, l’elemento più complesso è quello relativo alla viabilità di servizio per l’installazione delle torri: in questo caso passando dalla Bocchetta si utilizzerebbero i tracciati utilizzati in precedenza per la posa del gasdotto Gavi-Pietralavezzara della Snam, salvo qualche puntuale intervento per rendere transitabile la strada dai lunghi mezzi speciali dedicati al trasporto delle parti delle pale. In corrispondenza di ciascun aerogeneratore sarà prevista la realizzazione di una piazzola temporanea costituita da una superficie pianeggiante di circa 2300 m2 necessaria per consentire l’installazione della gru e delle macchine operatrici, l’assemblaggio delle torri, l’ubicazione delle fondazioni, la manovra degli automezzi e, in generale, il deposito temporaneo di tutte le componenti. Secondo quanto presentato nella documentazione per realizzare il parco eolico ci vorranno 2 anni di lavori, e l’impianto avrà una vita utile calcolata tra 25 e 30 anni, salvo poi essere “riaggiornato”.

    Nella documentazione è stata allegato anche lo studio dell’impatto visivo, che interessa un’area in realtà molto ampia, visto che i generatori saranno visibili (o tutti o solo alcuni) praticamente in buona parte di un’area compresa entro i 10 chilometri dell’impianto, tra cui, oltre che dal passo della Bocchetta, anche dai Piani di Praglia e dalla Madonna della Guardia, vale a dire due dei più amati punti panoramici della nostra provincia. Ma non solo: dalla cartina allegata alla documentazione le pale si vedranno anche praticamente in tutta la  Valpolcevera fino a Sampierdarena.

     Altro impatto da valutare riguarderà l’acustica. Come è noto, infatti, le pale e i rotori degli impianti eolico producono rumore durante il loro funzionamento, calcolato per questa tipologia di macchine, con il mozzo a 90 metri dal suolo, a 94 decibel con un vento pari a 5 metri al secondo (l’impianto si attiva con 3) fino a 106 decibel con venti a 10 metri al secondo. Gli aerogeneratori potranno funzionare con venti fino a 25 metri al secondo. La percezione al suolo sarà diminuita dall’altezza dell’impianti, ma nelle zone limitrofe, ad altezza uomo, potrà variare dai 55 ai 40 decibel. 
  • La pandemia e le responsabilità degli adulti. Bruno Morchio: “Ai ragazzi serve la rielaborazione critica della realtà”

    La pandemia e le responsabilità degli adulti. Bruno Morchio: “Ai ragazzi serve la rielaborazione critica della realtà”

    Le conseguenze di due anni di pandemia, a livello sociale e culturale, sono ancora difficili da mettere a bilancio. E probabilmente i segni lasciati da questi mesi di “sospensione” in attesa di un presunto ritorno alla normalità avranno esiti lontani e radicati. A subire il doppio fardello dell’immediato e del prossimo venturo i giovani, una categoria sommariamente compresa tra il recinto semantico dell’adolescenza e quello dell’infanzia, che con l’arrivo del Covid hanno visto cambiare nel giro di pochi giorni le proprie strutture aggregative e il proprio mondo sociale. Forse per sempre.

     “La pandemia è stata un vero disastro – sottolinea Bruno Morchio, lo scrittore genovese padre del detective Bacci Pagano, ma anche psicologo psicoterapeuta – ci sono età critiche per ogni fenomeno ma quello che abbiamo visto è stato un così così duro per la socialità di adolescenti, preadolescenti e infanzia che potrebbe essere veramente un grosso problema per migliaia di ragazzi e ragazze”.

    Lo spunto per la riflessione è il convegno “I racconti dei ragazzi”, promosso dall’associazione Il Moltiplicatore, che da anni lavora con le scuole mediante la metodologia della narrazione e della riflessione, al fine di aumentare la consapevolezza dei ragazzi e il loro star bene, soprattutto in ambito scolastico. Un’occasione per riflettere e confrontarsi sull’importanza sempre maggiore che ha assunto la capacità di raccontarsi come strumento di crescita e condivisione per i giovani e non solo.

    “Ovviamente la speranza è quella di uscire presto da questa situazione – aggiunge Morchio – ma questa esperienza drammatica dovrebbe essere l’occasione per fare il punto sullo stato di salute della scuola, per capire come “catturare” i ragazzi e fornire degli stimoli che gli permettano di crescere”, soprattutto all’interno di una società sempre più competitiva e individualista, aggiungiamo.

     La mancanza degli spazi e dei momenti di socialità non mediati da uno strumento tecnologico sono sempre più ridotti “Una situazione già avviata prima della pandemia ma che in questi mesi ha subito una velocissima accelerazione – sottolinea lo scrittore facendo riferimento alla distanza sempre più percepita tra mondo degli adulti e dei giovani – e si è prodotto un gap mai visto così ampio tra generazioni e gli adulti non hanno gli strumenti per poter agganciare le nuove generazioni”.

    E’ così la responsabilità educativa degli adulti verso le nuove generazioni deve fare i conti con nuove sfide e nuove pareti da attraversare: “La cosa più urgente è quella di riuscire a far entrare attraverso i loro linguaggi gli strumenti fondanti della conoscenza – suggerisce Morchio – strumenti che non devono essere utilizzati solo per l’intrattenimento ma anche e soprattutto per produrre una rielaborazione critica della realtà: se resteranno solo come protesi per arrivare ai contenuti resteranno consumatori di tecnologia senza diventare produttori di innovazione”.

  • Nulla sarà più come prima

    Nulla sarà più come prima

    La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più”. Così si apriva un articolo di Milano Finanza firmato il 18 marzo 2020[1], appena due mesi dopo lo scoppio ufficiale della pandemia, che riportava un’analisi di Gordon Lichfield, direttore della “MIT Techonology Rewiew”, il magazine della prestigiosa università americana. Analizzando le varie ipotesi di contenimento del virus, Lichfield ipotizzava esattamente quanto abbiamo visto realizzarsi nei mesi successivi e suggeriva che tutto ciò non avrebbe rappresentato un’interruzione temporanea della normalità ma “l’inizio di uno stile di vita completamente diverso”. In un momento in cui i vaccini erano una pura ipotesi e di green pass ovviamente non parlava nessuno, l’autore profetizzava che “verrà ripristinata la capacità di socializzare in sicurezza, sviluppando modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattia e chi no, e discriminando legalmente chi lo è” e che “in futuro potrebbero chiedere una prova di immunità, una carta d’identità o una sorta di verifica digitale tramite il vostro telefono, che dimostri che siete già guariti o che siete stati vaccinati contro gli ultimi ceppi del virus”. Queste previsioni venivano accompagnate dalla cinica considerazione che “ci si adatterà anche a queste misure, così come ci si è adattati ai sempre più severi controlli di sicurezza aeroportuale in seguito agli attacchi terroristici. La sorveglianza invasiva sarà considerata un piccolo prezzo da pagare per la libertà fondamentale di stare con altre persone”. La chiusura dell’articolo metteva in guardia dai processi di esclusione che questo modello di società avrebbe ampliato nei confronti delle fasce deboli della popolazione e dal pericolo che essa avrebbe potuto prendere la direzione del credito sociale, un sistema presentato come distopia nella serie tv Black Mirror (nell’episodio Caduta libera del 2016) ma già concretamente operativo in Cina da alcuni anni. Basandosi su tecnologie per l’analisi algoritmica dei big data relative alle informazioni possedute riguardanti la condizione economica e sociale di tutti i cittadini, il governo cinese assegna a ciascuno di essi un punteggio rappresentante il suo “credito sociale”, una sorta di classificazione della reputazione personale, sulla base del quale stabilisce la relativa possibilità di accedere o meno ad alcuni servizi essenziali.

    La sorprendente capacità di previsione del futuro mostrata da Lichfield si spiega con la conoscenza delle nuove tendenze economiche a livello globale. Due sono i testi di riferimento che permettono di tracciare con sufficiente precisione questa cornice: La quarta rivoluzione industriale di Klaus Schwab e Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff[2].

    La quarta rivoluzione industriale, teorizzata dal fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum, consiste in una accelerazione tecnologica e digitale già in atto, destinata a modificare radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. Flussi di big data, intelligenza artificiale, automazione, smart cities, cyborg, internet delle cose, sanità digitale, 5G: il transumanesimo, che rappresenta il sostrato politico e filosofico della quarta rivoluzione industriale, mette in discussione il significato stesso di “essere umano” attraverso una nuova configurazione del rapporto tra le sfere fisica, biologica e digitale. Schwab individua e analizza nel dettaglio ventiquattro innovazioni tecnologiche che si dovrebbero plausibilmente verificare entro il 2025 e che creeranno questo nuovo ordine economico e sociale, secondo un processo ineluttabile di fronte al quale egli paventa un unico grande pericolo:

    L’altro lato oscuro di questa rivoluzione è la paura che genera nelle persone. Soprattutto contro i leader e contro le élite, che sono ritenute le prime responsabili di questi cambiamenti. Se nel mondo stanno crescendo tante forze di opposizione che demonizzano le élite, sia politiche che economiche, è perché il timore aumenta. È una reazione simile a quello che fu il luddismo nella prima rivoluzione industriale, ovvero la risposta violenta all’introduzione delle macchine. Tuttavia, questa rivoluzione c’è e non si può fermare. Si può solo indirizzare nel modo migliore possibile[3].

    Il capitalismo della sorveglianza descritto dalla Zuboff si presenta come il complemento economico reso possibile dalla quarta rivoluzione industriale. Il capitalismo della sorveglianza – scrive la Zuboff – si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti. Alcuni di questi dati vengono usati per migliorare prodotti o servizi, ma il resto diviene un surplus comportamentale privato, sottoposto a un processo di lavorazione avanzato noto come “intelligenza artificiale” per essere trasformato in prodotti predittivi in grado di vaticinare cosa faremo immediatamente, tra poco e tra molto tempo. Infine, questi prodotti predittivi vengono scambiati in un nuovo tipo di mercato per le previsioni comportamentali, che io chiamo mercato dei comportamenti futuri. Grazie a tale commercio i capitalisti della sorveglianza si sono arricchiti straordinariamente.

    Attraverso l’utilizzo delle informazioni che le persone ricercano e riversano nella rete in modo compulsivo, elaborate dai calcoli potentissimi dell’intelligenza artificiale e sviluppate attraverso la teoria di finanza comportamentale del nudge – la “spinta gentile” che induce determinati comportamenti attraverso una serie di stimoli informativi e che è valsa al suo creatore, Thaler, il premio nobel dell’economia del 2017[4]il capitalismo della sorveglianza mette a profitto ogni aspetto della vita umana (“le nostre voci, le nostre personalità, le nostre emozioni”) con lo scopo di creare quel “mercato dei comportamenti futuri” che, in termini di margini di profitto, è il corrispettivo del petrolio del XX secolo.

    Già nel 1956, Philip K. Dick, nel racconto Rapporto di minoranza (da cui il famoso film Minority Report), aveva immaginato un futuro in cui la polizia Precrimine sarebbe stata in grado di sventare crimini prima che potessero essere commessi grazie a un sistema di predizione dei comportamenti. Ma lo scopo del capitalismo della sorveglianza non è il controllo sociale. Totalmente integrato nella quarta rivoluzione industriale – gli algoritmi dell’Intelligenza artificiale sono il corrispettivo dei “precognitivi” dell’universo di Dick – il capitalismo della sorveglianza è totalmente impersonale, autoreferenziale, indifferente alla persona che sorveglia ed interessato esclusivamente ai flussi di dati che genera: “tramite l’automazione e un’architettura computazionale sempre più presente, fatta di dispositivi, oggetti e spazi smart interconnessi”, esso si prefigge lo scopo di “automatizzarci”, prefigurando una rivoluzione economica, sociale e antropologica di cui la Zuboff denuncia la pericolosità “per il futuro dell’umanità”.

    Se questo era a grandi linee lo scenario economico in cui ci stavamo muovendo al momento dell’esplosione della pandemia, come quest’ultima si è inserita in esso?
    La prima risposta ce l’ha data lo stesso Klaus Schwab pubblicando, nel luglio 2020, The Great Reset[5], un testo in cui ci viene spiegato perché la gestione della pandemia rappresenti un’occasione imperdibile per dare uno slancio decisivo alla quarta rivoluzione industriale: approfittare dell’emergenza per resettare il mondo, come si resetta un computer. Contemporaneamente altri analisti hanno notato come sia ragionevole interpretare alcuni strumenti introdotti in questi mesi possano fungere da acceleratori delle logiche e delle infrastrutture del capitalismo della sorveglianza:

     

    Per valutare il senso di una misura come il green pass – si nota per esempio in una interessantissima analisi di un filosofo del diritto -, occorre allora capire il tipo di tecnologia di potere all’interno della quale essa funzionerà, sarà innestata. Da questo punto di vista, temo che il green pass, più che come dispositivo di esclusione di determinati cittadini dalla vita sociale, finirà per funzionare come uno dei tanti dispositivi che, oggi, sono funzionali ad assicurare un “sapere” – sotto forma di flusso di dati – che consenta di anticipare i comportamenti dei cittadini, in modo da determinarne il futuro[6].

     

    La stucchevole discussione che imperversa da ormai due anni su dove cominci e finisca la libertà personale e di scelta in una situazione di emergenza frana di fronte all’evidenza che gli unici bisogni che dettano ogni scelta nella gestione della pandemia sono di ordine economico. Oggi come ieri sono sempre le esigenze della megamacchina capitalista a dettare le regole e stabilire le strategie all’interno delle quali le libertà individuali e i diritti sono variabili accessorie, erogabili, modulabili e sospendibili a seconda della criticità di una situazione. La prima evidenza di ciò è che, dopo due anni di pandemia, qualsiasi riflessione iniziale sulle criticità del modello di sviluppo economico mondiale è stata abbandonata nel nome della necessità del mantra del “ritorno alla normalità”. Che il virus sia nato da uno spillover o da un laboratorio di Wuhan (come in realtà pare ormai certo) cambia poco in questa prospettiva. È universalmente acclarato, ma opportunamente taciuto, che la pericolosità sanitaria del covid e la diffusione della pandemia derivino dall’intero apparato delle nocività strutturali della società mercantile e industriale: stili di vita dannosi, urbanizzazione selvaggia, inquinamento, distruzione dell’ecosistema e dei sistemi sanitari pubblici. Così come è stato rapidamente oscurato il fatto, sottolineato viceversa già da Lichfield nel suo articolo sulla “MIT Techology Rewiew”, che quella in corso sia non una pandemia ma una sindemia, ovvero una malattia che colpisce gli strati più deboli delle popolazioni.

    Cosa è stato messo in campo per porre rimedio a queste nocività strutturali ed endemiche? Nulla, nessun investimento cospicuo è stato previsto per questioni strategiche essenziali riguardanti sanità, scuola e trasporti, mentre la soluzione per tornare alla normalità della produzione e del consumo è stata demandata ad una tecnologica sperimentale pagata profumatamente alle multinazionali di Big Pharma e scaricando la responsabilità di un eventuale fallimento sui comportamenti delle persone, cittadini trattati da sudditi sempre potenzialmente irresponsabili e, per questo motivo, meritevoli di un bombardamento continuo di propaganda a senso unico, fatta di varie forme di colpevolizzazione prima e ricatti sociali e lavorativi sempre più restrittivi poi.

    L’aspetto della gestione della pandemia che ne ha svelato la logica intrinseca in un’ottica di ristrutturazione sistemica del futuro economico, sociale e politico è stato l’introduzione del green pass. Mentre perfino autorevoli voci mediche filo-governative hanno sottolineato come questa misura non abbia alcun valore di prevenzione sanitaria, ma semplicemente di incentivo a convincere i riluttanti a vaccinarsi, le autorità governativo hanno affermato di essersi ispirati nella sua elaborazione alla teoria del nudge, la stessa spinta gentile che abbiamo già visto essere tra le strategie fondamentali del capitalismo della sorveglianza. Al di là dell’evidenza che in un mondo che ruota intorno ai bisogni dell’economia il fatto che le scelte politiche derivino dalle teorie di marketing non può stupire, va detto che, fuori dalle belle parole del mondo accademico e della rassicurante neolingua anglofona, la logica del green pass sia riassumibile in quella molto più volgare del ricatto: ti consiglio vivamente di fare una cosa, sei libero di non farla, ma se non la fai ne paghi le conseguenze. Quindi la libertà di scelta di non vaccinarsi è soltanto apparente; il green pass la trasforma da diritto, quale allo stato legislativo attuale ancora è, in un dovere morale[7] (come ha recentemente ricordato perfino il presidente della Repubblica Mattarella) il cui non assolvimento comporta pesanti penalizzazioni.

    Il 20 luglio scorso l’autorevole economista Tito Boeri, sulle pagine di Repubblica[8], spiegava perché, in termini economici e di diritto, sarebbe giusto che chi decide di non vaccinarsi dovrebbe “pagare i danni che provoca alla società”. Sul principio economicistico delle “esternalità negative” il soggetto in questione si configura infatti come un peso insostenibile per la sanità pubblica e per la comunità. Questo ragionamento, sempre più sostenuto da un coro variegato di voci autorevoli e di governo, sottende il fatto che, una volta sfondata questa linea gotica del diritto riguardante la salute, quello che vale oggi per il vaccino potrà valere per qualsiasi altro aspetto sanitario che il legislatore stabilirà domani. Questa rivoluzione copernicana in atto dell’esternalizzazione delle responsabilità sull’individuo apre potenzialmente alla futura ricattabilità di stili di vita considerati non consoni che è già insita nei discorsi di alcuni politici e che prelude ad un ulteriore smantellamento della sanità pubblica in stile neoliberista americano o, peggio ancora, all’approdo al credito sociale cinese. D’altronde quest’ultimo è basato sulla semplice estensione delle regole che regolano l’accesso al credito finanziario nel mondo bancario (mutui e prestiti) allargato all’intera sfera sociale. Nel suo articolo Boeri, da economista, fa una serie di affermazioni utilissime a capire le connessioni tra l’attuale gestione della questione sanitaria e le sue implicazioni strutturali future. Egli afferma che il principio per cui la libertà individuale finisce dove iniziano i diritti degli altri “non è una questione costituzionale o etica, ma pragmatica”, laddove il pragmatismo è rappresentato dalle necessità dell’economia neoliberista. In nome dello stesso pragmatismo, egli mette in discussione il diritto alla privacy, che, come ricorda la Zuboff, è non a caso anche il più grande ostacolo da rimuovere per lo sviluppo dei profitti del capitalismo della sorveglianza.

    Se ricordare che la storia insegna che gli strumenti introdotti nei periodi di emergenza non vengono mai abbandonati (vedi le leggi antiterrorismo post 11 settembre) può far storcere il naso a qualcuno, il fatto che l’introduzione del green pass non abbia nessun carattere transitorio ma che anzi esso verrà implementato per la gestione dei dati sanitari delle persone come una sorta di passaporto digitale viene confermato da voci autorevoli del mondo medico:

     

    Cosa succederà una volta finita l’emergenza? Sicuramente ci si attende che non si torni più indietro e che le tecnologie digitali di cui stiamo usufruendo in questo momento rimangano tali… Anche il “Green pass”, lo strumento che la Comunità europea ha deciso di adottare per consentire la mobilità cross frontaliera dei cittadini per concedere le autorizzazioni a una serie di eventi, rappresenta uno strumento molto semplice a supporto delle persone e che ci consente di gestire lo scambio di informazioni in modo trasparente e sicuro. IBM ha supportato lo sviluppo di questo strumento che è già in uso negli Stati uniti, in Israele, in Cina e in Islanda. Il Green pass rappresenta sicuramente un esempio di come le tecnologie digitali continueranno a supportarci in futuro[9].

    D’altronde lo stesso Schwab affermava con certezza già nel 2015:

    Un’altra innovazione che nel 2025 prevedo diventi comune riguarda il modo in cui ci prendiamo cura della nostra salute. Molti di noi indosseranno dispositivi in grado di misurare immediatamente ogni deviazione dai nostri normali parametri di salute e ci faranno capire in tempo reale che azioni intraprendere per non stare male. Sarà un modo di vivere completamente nuovo… E ancora, gli impianti sottopelle: sarà molto più frequente vedere persone che si fanno inserire nel corpo dei chip che sostituiranno alcune funzioni che adesso abbiamo nei nostri smartphone o computer[10].

    Per cogliere poi la connessione coerente tra le previsioni di Schwab e ciò che sta accadendo oggi, è sufficiente leggere un articolo di una rivista mainstream che si occupa di faccende economiche, pubblicato anch’esso in tempi non sospetti – nell’aprile 2020, quando il vaccino non esisteva ancora – per avere una breve sintesi del progetto ID2020 (Identità digitale 2020). Lanciato nel 2015 (notare la coincidenza di date con le tempistiche date da Schwab) dall’Allenza per l’Identità digitale – una corporation che collabora con varie agenzie delle Nazioni Unite, i Governi e le maggiori imprese di tutto il mondo – esso poneva la necessità di fornire un’identità digitale alla maggior parte possibile della popolazione mondiale e il ruolo all’interno di questo progetto di una vaccinazione di massa. L’articolo stesso delinea in modo chiaro la connessione di questo progetto con la gestione della pandemia da covid, ovvero con l’idea che i “certificati digitali” che sarebbero stati emessi per certificare chi si sarebbe vaccinato una volta che un vaccino fosse stato trovato (quello che è divenuto il green pass) costituissero il passaggio decisivo dell’identità digitale di massa, una forma primitiva del futuro passaporto biometrico necessario a dimostrare chi sei… in maniera affidabile sia nel mondo fisico che online” in un mondo prossimo venturo in cui “avere un ID potrebbe essere fondamentale per la ricerca di un lavoro, per l’accesso al credito, ma anche per andare a scuola”[11]. È stato lo stesso ministro Speranza a definire, nel luglio scorso, il green pass come “la più grande opera di digitalizzazione di massa mai fatta” e sono sempre più le autorità che chiamano il green pass stesso “passaporto vaccinale”.

    Nel frattempo la Zuboff ci ricorda che l’accesso ai dati sanitari di miliardi di persone è il più grande business futuro del capitalismo della sorveglianza, essendo l’industria farmaceutica la più potente lobby al mondo, insieme a quella militare. Disease Mongering è il nome tecnico che designa la pratica commerciale di inventare letteralmente nuove malattie, perseguita da decenni dalle industrie farmaceutiche secondo una legge elementare del mercato: creare un bisogno, una domanda e un mercato a cui rispondere con i propri prodotti[12]. Attraverso una strategia di manipolazione dei dati, comunicazione e marketing, implementata dalle incredibili possibilità offerte dallo sviluppo digitale e algoritmico, la creazione di malattie e dei relativi rimedi possono portare nel prossimo futuro a margini di profitto finora impensabili. Se la Zuboff avvertiva che l’espansione delle logiche del capitalismo della sorveglianza all’interno delle istituzioni pubbliche abbia già sollevato molte preoccupazioni circa il pericolo che le democrazie nei paesi occidentali possano andare verso il modello di credito sociale cinese, è evidente che il green pass nella sua logica intrinseca è già un sistema di credito sociale e che la sua istituzionalizzazione come passaporto sanitario digitale potrebbe rafforzare questa deriva.

     

    Molti altri sono gli aspetti della gestione della pandemia che meriterebbero essere approfonditi per cogliere quanto sta accadendo in una prospettiva che non è quella di una semplice emergenza sanitaria. La sospensione della normalità giuridico-legislativa, che da stato di emergenza sta slittando verso uno stato di eccezione, per cui da due anni un governo tecnico come quello italiano governa tramite decreti da un lato; e la recente degenerazione della propaganda mediatica nella retorica bellica nella creazione di un nemico pubblico e di un capro espiatorio, con la conseguente criminalizzazione del dubbio e pensiero divergente, dall’altro, sono manifestazioni concrete di una situazione che solleva un parallelismo inquietante con i regimi totalitari, come alcune voci autorevoli hanno fatto recentemente notare. Si può davvero giustificare tutto ciò con la pericolosità effettiva del covid?

    Ci sono pochi dubbi che siamo davanti a una svolta storica. D’altronde la quarta rivoluzione industriale, come indica il suo stesso nome, rivendica la sua filiazione dalle prime tre, ovvero dagli ultimi due secoli e mezzo di capitalismo, e, più nello specifico, dalla civiltà tecnocratica delle macchine impostasi nel Novecento.

     

    Se ora sentiamo che organizzare la società in modo socialista e con un’economia pianificata è plasmarla scientificamente, questo significa: vitamine, microscopi, logaritmi, regoli calcolatori, fissione atomica, psicoanalisi, fisiologia, statistiche matematiche, ormoni. In questa concezione del mondo gli uomini occupano un posto non più alto dei cani su cui il fisiologo russo Pavlov condusse i suoi esprimenti sui “riflessi condizionati”, e la questione sociale ora diventa una specie di bacillo che deve essere solo scoperto usando gli “esatti” metodi di statistiche matematiche – i metodi di “correlazione multipla”, dei coefficienti di elasticità della domanda e dell’offerta e così via, e quindi, in un congresso scientifico mondiale – più numerosi partecipanti, meglio è – viene trovata l’appropriata panacea. Gli umani sono catalogati e diretti in ogni situazione e in ogni fase del loro sviluppo per mezzo di verifiche e contro-verifiche eseguite secondo procedure di controllo altamente elaborate; la predicibilità delle loro opinioni è accuratamente investigata per dedurne previsioni sul loro comportamento futuro, e infine metodi “scientifici” sono elaborati per formare e plasmare l’uomo in accordo con un’immagine che è a sua volta prescritta dalla “scienza”.

     

    Così scriveva il liberale Wilhelm Röpke nel 1944 (Civitas Humana) a proposito del collettivismo sovietico. Citata da Marco D’Eramo nel suo recente Dominio[13] come un’incredibile anticipazione temporale dei meccanismi ipertecnologici del capitalismo della sorveglianza di oggi, questa analisi dimostra come il mondo attualmente in ricostruzione sia soltanto l’estrema propaggine del processo secolare della civiltà delle macchine nata con la prima guerra mondiale, il taylorismo e la società-fabbrica. Di questa civiltà i totalitarismi hanno rappresentato una sperimentazione accelerazionista, ma alcuni dei loro fondamenti vengono oggi ripresi dal capitalismo nella fase di una ristrutturazione avvertita come sempre più necessaria. Non è un caso che il modello da seguire scelto oggi dal blocco occidentale liberale grazie al volano della pandemia sia quello dell’autoritarismo statale e tecnocratico della Cina. Un modello nato dalla fusione tra il controllo totalitario della popolazione di matrice sovietica con il turbocapitalismo economico digitale postmoderno. Dove l’Unione sovietica fallì, la Cina contemporanea sembra vincere nello scacchiere mondiale, come confermano le lodi generalizzate del sistema cinese nel contenere la pandemia e i tratti pseudo-socialisti e collettivisti della quarta rivoluzione industriale e del great reset propugnati dal World Economic Forum[14].

    Non a caso nell’ultimo World Economic Forum, tenutosi nel gennaio 2021 e dedicato proprio al great reset, il premier francese Macron ha esplicitamente affermato: “Questo capitalismo non funziona più”. Le oligarchie al vertice del capitalismo sono consapevoli dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e della necessità di una ristrutturazione tecnocratica che ne garantisca la sopravvivenza e l’implementazione di fronte alle crisi ambientali, economiche e sociali da esso stesso provocato. Esse sanno di essere entrate in una fase nuova storica in cui dovranno gestire crisi e catastrofi sempre più frequenti e sapere trasformarle in opportunità. D’altro canto queste crisi e catastrofi ci vengono presentate come delle semplici merci – ineluttabili, variabili e obsolescenti – e il potere si fonda sulla capacità di mantenere la percezione che non esista un’alternativa al di fuori di esse. La nostra libertà è, ormai da tempo, ridotta a quella di un consumatore di fronte agli scaffali di un supermercato; il problema è che quest’ultimo assomiglia sempre più ad un discount. All’incrocio tra le esigenze del capitalismo della sorveglianza e della quarta rivoluzione industriale, che ci attenda un “ritorno alla normalità” del ciclo produzione-consumo aumentato di un nuovo apparato iper-tecnologico o, più brutalmente, l’instaurazione di un nuovo paradigma politico-sociale autoritario simile a quello cinese, quel che è certo è che, come ricordava Lichfield, nulla tornerà più come prima. La sperimentazione di questi due anni ci prospetta una vita più virtuale e surrogata, sorvegliata e socialmente distanziata. Gli indizi del cambiamento in atto sono molteplici. È casuale il fatto che a pandemia appena iniziata si sia scelto di chiamare “sociale” un distanziamento la cui ratio sanitaria avrebbe dovuto battezzarlo “fisico”? È casuale che nell’agenda politica internazionale si discuta alacremente di introdurre un reddito di cittadinanza universale che copra la futura disoccupazione di massa introdotta dall’automazione? Se la produzione del mondo sarà sempre più robotizzata, il consumo rimarrà una necessità essenziale in un mondo in cui la garanzia della tutela di alcuni diritti da parte dello Stato comporterà il prezzo di rinunciare a sempre maggiori margini di libertà, democrazia e autonomia. Scegliere se questa idea di felicità ci piace è la posta politica in ballo e l’unica certezza è che senza una spinta dal basso che rompa l’incantesimo illusionistico che non esistano alternative possibili non c’è nulla di buono da aspettarsi.

     

    Leonardo Lippolis

     

    [1] https://www.milanofinanza.it/news/non-torneremo-piu-alla-normalita-ecco-come-sara-la-vita-dopo-la-pandemia-202003181729195935?fbclid=IwAR040N5v-cfZsWh71KMRh9ROq5vZVc1IysJfY-woPQwBravn71Bt9lTt-gs

    [2] K.Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Il Mulino, Bologna 2016; S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss, Roma 2019.

    [3] https://www.economyup.it/innovazione/schwab-wef-dal-lavoro-alla-genetica-cosi-la-4-rivoluzione-industriale-cambia-la-nostra/

    [4] R. Thaler, C. R. Sunstein, La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano 2014.

    [5] K. Schwab, T. Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing, Cologny/Geneva 2020

    [6] https://www.iisf.it/index.php/progetti/diario-della-crisi/green-pass-discriminazione-e-controllo-tommaso-gazzolo.html?fbclid=IwAR33WI9FHJfZAIVu9GA5Sh2pHzJU3hnYLpqTwol5FP-foFp1zb6H9A5Cac0

    [7] https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/08/31/covid-la-vaccinazione-non-e-un-dovere-ma-un-diritto-basta-col-clima-da-caccia-alle-streghe/6305860/

    [8] https://www.repubblica.it/economia/2021/07/20/news/chi_non_si_immunizza_deve_almeno_pagare_i_danni_che_provoca-310929241/?ref=RHTP-BH-I304495303-P2-S1-T1&fbclid=IwAR3bcAJ7XnkHueleg6wETFkbb94nFkzLfNHnnTOOZFygozjc8e2LA0uCUO0

    [9] https://www.pharmastar.it/news/digital-medicine/tecnologie-digitali-applicate-alla-salute-quale-sar-il-futuro-36046

    [10] https://www.economyup.it/innovazione/schwab-wef-dal-lavoro-alla-genetica-cosi-la-4-rivoluzione-industriale-cambia-la-nostra/

    [11] https://www.money.it/ID2020-identita-digitale-cosa-e-legami-COVID19?fbclid=IwAR2ZCdTHhEmdLdA_Of-0A1hYYrPRu8EyzktUfLLCwG-ii1dVKpUtmOOmfdE

    [12] Si veda al proposito il bel documentario Inventori di malattie, inchiesta puntuale e molto interessante realizzata da Silvestro Montanari nel 2007 per il programma “C’era una volta” di Raitre e reperibile in rete

    [13] M. D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano 2020.

    [14] Si veda al proposito https://www.weforum.org/agenda/2016/11/how-life-could-change-2030/

  • Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Sono passati tre anni dal crollo di Ponte Morandi. Di già tre anni: un tempo oramai congruo per far bilanci e osservare cosa è cambiato dopo un evento così catastrofico, ma, soprattutto, provare a decifrare che cosa non è cambiato. In questi tre anni abbiamo visto di tutto, commemorazioni, decine di inaugurazioni, fiocchi e polvere, lacrime e risate, chiacchiere e silenzi. Poi la pandemia ha rimodulato le priorità e la gerarchia delle emergenze, scalzando, senza troppi rammarichi da parte della classe dirigente, il problema della sicurezza delle infrastrutture svelatosi davanti ai nostri occhi in tutta la sua potenza il 14 agosto 2018.

    La ricostruzione del nuovo viadotto, nonostante la stucchevole retorica che l’ha accompagnata esaltandone una presunta grandiosità che il tempo per fortuna parrebbe aver già disciolto e annacquato nella memoria collettiva, oggi ci pone sotto gli occhi un contrasto evidente: nuovo contro vecchio. E di questo vecchio, che forse sarebbe meglio definire decrepito, abbiamo imparato a scoprire dettagli agghiaccianti solo grazie alle inchieste e indagini post crollo: non solo decenni di manutenzioni non fatte o fatte male, ma anche decenni di mancati controlli. Con l’inquietante dettaglio che il tutto è stato scoperto in via incidentale: sei per i viadotti il vaso di pandora si è aperto il 14 agosto, per le gallerie si è dovuti arrivare al crollo della volta della galleria Bertè, il 29 dicembre 2019.

    Interno del viadotto ad arco Portigliolo, sulla A10

    In altre parole abbiamo scoperto di non sapere nulla o poco di più, sulle grandi infrastrutture del paese. Da lì il delirio che tutti i genovesi e i liguri vivono ogni giorno: la grande corsa alla manutenzione straordinaria per provare a mettere in sicurezza una rete autostrade fatta da oltre 500 opere tra ponti e gallerie che il Morandi e la Bertè ci hanno svelato essere in condizioni pietose. E il fatto che i grandi agglomerati di potere economico che attraversano la nostra città, come il mondo della portualità, non abbiano il peso di spostare una virgola del contesto caotico dell’emergenza cantieri per conservare le proprie posizioni e i propri interessi, limitandosi al gioco delle tre carte, è la cartina tornasole della gravità della questione: qua o si cantierizza o si muore.

    E qui sta il nodo vero della questione: questa grande stagione di manutenzioni, destinata a durare ancora anni, a cosa serve, a parte, forse, a non farci morire ammazzati tra calcestruzzo, fango e ferraglia arrugginita? Cosa succederà dopo che tutti i viadotti e le gallerie saranno state messe in sicurezza? Soprattutto, questo condizione è realmente avverabile? In altre parole quello su cui la politica e la società dovrebbe interrogarsi è sul fine vita di centinaia di opere la cui età è drammaticamente sopra i limiti per cui furono costruite. E parliamo di opere gigantesche, viadotti di centinaia di metri, gallerie di chilometri, tra cui le più “moderne”, ovvero quelle della A26, hanno oggi 50 anni.

    In un verbale del tavolo Pris aperto con fatica e resistenze politiche di ogni sorta per la gestione dei cantieri del viadotto Bisagno, operativo del 1967, viene riportata questa frase: “L’Ing. Cavalletti (il tecnico incaricato dai comitati dei cittadini, ndr) tiene a precisare che al momento dell’ultima audizione con ASPI, era stato messo sul tavolo il fatto che i ponti come il viadotto Bisagno hanno una vita utile finita che attualmente è prossima al suo termine naturale; a precisa domanda posta da lui ad ASPI, su quanta vita residua ritengano di poter estendere con l’intervento in oggetto, riferisce che la risposta è stata ‘ci basta che arrivi al termine della concessione”. Una affermazione ad oggi mai smentita o approfondita, che svela la ratio con cui le manutenzioni di questi mesi sono state affrontate: tenere insieme i cocci finche si può. Finchè conviene. Fino al prossimo incidente, verrebbe da aggiungere.

    Secondo le stime del Cnr, pubblicate poche ore dopo il crollo del Morandi e finite nel vortice bulimico della narrazione della dramma, in Italia ci sono circa 10 mila opere che hanno superato la soglia della vita utile, la cui manutenzione conservativa dovrebbe impiegare risorse per circa 2,5 miliardi di euro l’anno, come minimo. Il Pnrr con cui il governo intende affrontare i prossimi dieci anni parla di circa 62 miliardi per le infrastrutture, (di cui una quarantina destinata alle nuove opere ferroviarie legate all’alta velocità) di cui solo poco più di 4 miliardi sono stati destinati alle manutenzioni del costruito.Un sesto del necessario calcolato solo per tenerle in piedi. Tutto il resto sarà spremuto dai pedaggi o raccolto cammin facendo. Se si troverà il modo di farlo.

    Nel frattempo decine di migliaia di auto e tir continuano a viaggiare su viadotti degli anni 60 costruiti con centine di legno, cazzuole e secchi di cemento. Sulla A10, il tratto più antico, vale a dire quello che oggi collega in direzione Genova Albisola con Pra’, è stato costruito negli anni 50, comprende decine di ponti ad arco (di cui molti progettati dallo stesso Morandi) sulla cui vita residua si sa pochissimo. O almeno pubblicamente si sa pochissimo. E fa fresco parlare di Gronda (che nei fatti si affiancherebbe al tratto urbano della A10, ovvero paradossalmente il più giovane), quando ogni giorno che passa è un giorno in meno che manca al fine vita di qualche viadotto o galleria.

    A destra il Lupara, progettato dal Morandi: all’epoca della sua costruzione, fine anni 50, era il più lungo d’Europa costruito con la tecnica ad arco. A sinistra il raddoppio fine anni 60 costruito con sistema Dywidag

    “Quando leggo sul ponte Valle Ragone, in A12, di segnalazioni fatte a ottobre e di interventi ancora non eseguiti ad aprile, resto perplesso. Non va bene. Perché le cose succedono quando meno te lo aspetti. Ci sono viadotti come il Nervi, il Veilino e il Bisagno, in Liguria, che devono essere monitorati di contino e con grande attenzione”. Parole di Fracesco Cozzi, ex capo della procura genovese, in un’intervista pubblicata in occasione del suo congedo. Questi tre viadotti, insieme al Sori, sono chiamati i “quattro fratelli” per via della loro modalità di costruzione: all’epoca, parliamo degli anni 60, essendo necessario costruire a quote eccezionali e in posti impervi o abitati, è stato necessario sviluppare una modalità di costruzione conosciuta come sistema Dywidag, mediante centinatura a sbalzo autoportante ad avanzamento bilanciato. Le travi, in calcestruzzo precompresso, sono state assemblate pezzo per pezzo a partire dall’appoggio sulla pila, mantenendo l’equilibrio statico grazie alla progressione parallela dei due lati. Una tecnica oggi abbandonata per le grandi costruzioni ma che ebbe grande successo in quegli anni, con decine di repliche in altri contesti, soprattutto autostradali. Ma che secondo una buona parte della letterature ingegneristica ha margini molti limitati di conservazione. Cosa succederà quando questi limiti saranno raggiunti?

    Dal crollo di ponte Morandi sono passati tre anni, ma da questa prospettiva non sembra essere passata nemmeno un’ora. Quello che è successo il 14 agosto 2018 è un evento sicuramente irripetibile, tale era la peculiarità dell’opera crollata sotto il peso di se stessa, ma tutto intorno ci sono strutture già pronte per il trapasso, a cui manca solamente la data del decesso. Che potrebbe essere anche domani.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

     

     

  • Ripresa e resilienza? Meno pubblico e più privato. Ma le concessioni balneari non le tocca nessuno

    Ripresa e resilienza? Meno pubblico e più privato. Ma le concessioni balneari non le tocca nessuno

    Stabilimento balneare

    Lo scorso 30 aprile il governo Draghi ha consegnato alla Commissione europea il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), cioè il documento in cui l’Italia spiega in che modo intende spendere i 191,5 miliardi in arrivo da Bruxelles da quest’anno (i primi fondi potrebbero arrivare a luglio o settembre) fino al 2026, anno entro il quale i fondi ricevuti andranno impegnati in progetti concreti.

    Oltre a una lunga lista di riforme settoriali e investimenti suddivisi in 6 missioni (transizione digitale, transizione ecologica, infrastrutture, istruzione e ricerca, sociale e salute) il PNRR include anche alcune riforme trasversali, tra cui quella per stimolare la concorrenza economica. “La tutela e la promozione della concorrenza – si legge a pagina 77 del piano – sono fattori essenziali per favorire l’efficienza e la crescita economica e per garantire la ripresa dopo la pandemia. Possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale“.

    Fatta questa dichiarazione di principio, nelle pagine successive vengono indicate le modifiche legislative (in sostanza ci si impegna a rendere operativa la legge annuale per il mercato e la concorrenza, approvata nel 2009 ma applicata solo nel 2017) e gli ambiti che si intende liberalizzare e aprire a una maggiore concorrenza. Già la legge annuale di quest’anno interesserà infrastrutture strategiche nel settore delle telecomunicazioni, portuale e delle reti elettriche. Verranno poi riviste in senso pro-concorrenziale le norme che regolano le grandi concessioni nei settori dell’idroelettrico, del gas naturale, delle autostrade e della vendita di energia elettrica.

    Per quel che riguarda i servizi pubblici locali, si punta a un uso “più responsabile” (e quindi più limitato) dell’affidamento dei servizi alle società in-house (cioè aziende controllate del tutto o in parte dagli enti pubblici, come a Genova sono tra le altre Amiu, Aster o Amiu) da parte delle amministrazioni locali. I Comuni, per esempio, dovranno fornire motivazione “anticipata e rafforzata” della scelta di affidare un servizio direttamente a una società di propria proprietà anziché ricorrere alla libera concorrenza di mercato. Lo stesso principio viene citato esplicitamente per l’accreditamento all’erogazione di servizi in ambito sanitario e per la gestione dei rifiuti.

    Nei prossimi anni si prospetta quindi uno sforzo riformatore notevole, tanto più che all’applicazione delle riforme trasversali è legata l’erogazione effettiva dei fondi necessari per finanziare le misure progettate dal governo per uscire dalla crisi economica.

    Eppure da tale sforzo rimangono fuori le concessioni per gli stabilimenti balneari, la cui scadenza è stata rinviata di 15 anni nel 2019, ai tempi del governo Lega-Cinque Stelle. In sfregio alla direttiva Bolkestein, la direttiva della Commissione europea del 2006 molto contestata in Italia e di fatto mai applicata. Negli ultimi anni sono stati soprattutto la Lega e gli altri partiti di destra a dare voce alla rivolta dei balneari e di altre categorie come gli ambulanti contro la direttiva, che punta a liberalizzare i loro settori. Ma su questo punto, almeno per il momento, tra il governo Conte 1 a trazione leghista e quello guidato dall’ex presidente della BCE non sembra esserci troppa differenza.

    La direttiva ignorata

    Secondo il sindacato dei balneari Sib, quando lo scorso 24 aprile la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha chiesto a Mario Draghi chiarimenti sulle bozze del PNRR in una telefonata, tra le altre cose avrebbe cercato di convincere il presidente del Consiglio a inserire l’applicazione della direttiva Bolkestein nel piano, ma Draghi avrebbe respinto tale richiesta.

    La notizia non è stata confermata da altri media, ma di sicuro la Commissione cerca da anni di spingere l’Italia ad applicare la direttiva, arrivando a minacciare sanzioni. Di recente, anche l’antitrust italiana si è espressa contro alla proroga delle concessioni al 2033 decisa dal primo governo Conte. L’Agenzia Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), in particolare, ha risposto negativamente alla richiesta del Comune di Carpi di verificare la legittimità di un proprio atto, che avrebbe prorogato le concessioni dei balneari che operano nel Comune fino al 2033. La decisione sarebbe appunto contraria alla direttiva Bolkestein. La stessa Agenzia, lo scorso marzo, aveva fornito un parere al presidente del Consiglio Draghi in cui, per quel che riguarda le concessioni balneari, in cui sosteneva la necessità dell’ “abrogazione delle norme che ne prorogano indebitamente la durata; l’adozione in tempi brevi di una nuova normativa che preveda l’immediata selezione dei concessionari in base a principi di concorrenza, imparzialità, trasparenza e pubblicità”.

    Dal punto di vista europeo, le lunghe concessioni ai balneari italiani impediscono ad aziende di altri Paesi europee di concorrere sul mercato dell’offerta di servizi sulle coste del nostro Paese, come sarebbe nello spirito del mercato comune europeo (che ovviamente prevede che le aziende italiane possano fare lo stesso negli altri Paesi europei). Chi contesta la Bolkestein dice che l’Italia ha più chilometri di costa utilizzabile per gli stabilimenti di ogni altro Paese europeo, e che crea posti di lavoro ed è formato da circa 30 mila aziende, spesso a gestione familiare.

    A sostenere le ragioni dei balneari un ampio spettro di forze politiche, a livello nazionale e locale. In Liguria la prima giunta Toti era arrivato prima del governo giallo-verde, emanando già a fine 2017 due leggi regionali per prorogare le concessioni già a fine 2017, bocciate però dall’allora governo Gentiloni proprio perché in contrasto con la Bolkestein.

    Negli anni scorsi Era Superba ha approfondito questi argomenti in altri articoli:

    Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria;

    Spiagge, lo scontro sulle concessioni tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiagge salate

    Anche chi spinge per una maggior applicazione delle regole sulla concorrenza per il le concessioni balneari non trascura il particolare contesto italiano, dove il settore è economicamente ben più rilevante rispetto agli altri Paesi europei. In particolare questo momento, con il settore colpito dalle conseguenze economiche della pandemia, non è considerato il migliore per una riforma che tolga certezze acquisite nel tempo a tante piccole o medie imprese.

    Ma per l’AGCM “in più di un’occasione, la proroga automatica e ingiustificatamente lunga delle concessioni è stata motivata dall’impatto sociale che gli affidamenti competitivi avrebbero comportato“. Nel parere inviato lo scorso marzo al presidente del Consiglio Draghi, l’Antitrust definisce questo punto di vista “una lettura che sottostima largamente i costi sopportati dai soggetti esclusi e le implicazioni per la competitività”.

    Anche dal punto di vista della rendita fiscale i vantaggi sono quantomeno dubbi. Secondo la società di consulenza Namisba, nel 2016 il settore versava alle casse pubbliche appena 103 milioni di euro, a fronte di un giro di affari da 15 miliardi all’anno.

    Riempire la costa di stabilimenti balneari significa anche rendere a pagamento (e spesso a prezzi salati) la fruizione di spazi in teoria pubblici. Una legge regionale ligure prevederebbe che in ogni comune rivierasco almeno il 40% della costa sia pubblico. Secondo Legambiente, nel 2018 lo era solo il 14%. E li siamo ancora fermi.

    Luca Lottero

  • Un anno di corsie ciclabili, ma la guerra per lo spazio urbano non è finita: in che città vogliamo vivere?

    Un anno di corsie ciclabili, ma la guerra per lo spazio urbano non è finita: in che città vogliamo vivere?

    Bciciletta in cittàNei mesi del primo lockdown imposto per contenere l’epidemia di coronavirus, diverse città italiane ed europee si sono dotate di piani d’emergenza, spesso provvisori, per cercare di facilitare la mobilità dolce, cioè incentivare l’uso di biciclette e monopattini al posto di automobili e moto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e di rendere più scorrevole il traffico. Ma se disegnare degli ipotetici percorsi di vernice in settimane in cui la mobilità era fortemente ridotta è stato abbastanza facile, non appena le persone hanno ripreso a circolare per lavorare o per vivere sono cominciati i problemi.

    Gli automobilisti si sono ritrovati con le corsie ridotte e in molte delle città interessate da questo tipo di interventi hanno iniziato a protestare a voce sempre più alta, soprattutto per un presunto aumento del traffico e per un’eccessiva vicinanza con i ciclisti, che può generare situazioni di pericolo. In effetti le “corsie ciclabili” come quelle che attualmente sono state tracciate in Corso Italia a differenza delle “piste” vere e proprie non sono separate fisicamente da auto e moto e quindi sono percepite da molti come poco sicure, sia per chi rischia di investire sia per chi rischia di essere investito. Per questo sono state presentate come soluzioni provvisorie, in attesa di modifiche alla viabilità più strutturate e definitive.

    A Genova, a quasi di un anno di distanza dalle prime corsie, al momento siamo ancora alle soluzioni provvisorie. «Mentre città come Milano o Parigi si sono mosse per creare dei nuovi sistemi di spazio pubblico, con piazze periferiche recuperate da parcheggi e collegate a ciclovie installate nelle corsie di vie ampie, Genova ha cercato un ‘quick fix’ creando tre percorsi per le bici frammentate e poco sicure – ci racconta Marco Picardi, animatore del blog Fuori Flora e osservatore delle questioni legate alla mobilità e all’uso degli spazi urbani – Questi interventi non hanno creato un vero sistema a scala cittadina e quindi non rendono la mobilità dolce più agevole. Non sono solo le ‘grandi metropoli’ ad aver pensato al loro spazio pubblico come un sistema da ripensare, città simili come Bordeaux o Valencia si sono mosse in questa direzione».

    Nei giorni scorsi, per la verità, il Comune di Genova ha presentato i suoi piani per realizzare una pista ciclabile in Corso Italia (la zona dove le corsie degli scorsi mesi hanno generato più polemiche) entro il 2022, usando 3 milioni di fondi europei. «Siamo vicini alla progettazione definitiva – ha detto l’assessore alla mobilità Matteo Campora in un’intervista a Primocanale – restituirà da Levante verso il centro città una corsia, per cui a monte avremo di nuovo due corsie. La corsia che oggi è occupata lato mare dalla pista ciclabile in parte verrà trasformata in nuovi parcheggi, mentre dove ora ci sono i posti auto sorgerà la nuova ciclabile».

    La lotta per lo spazio

    Quello che dopo un anno è ormai chiaro a tutti è che modificare la mobilità di una città complessa non è un’operazione semplice, né neutrale. Obiettivi a parole condivisi da quasi tutti come la sostenibilità ambientale o la qualità dell’aria non bastano, da soli, a far evaporare resistenze e disagi effettivi che queste soluzioni comportano, a scardinare anni di abitudini. E la lotta per lo spazio tra gli entusiasti di bici e monopattini e gli automobilisti per necessità o per abitudine sta diventando terreno di scontro anche politico.

    A Bruxelles, per esempio, città che nell’ultimo anno ha adottato misure importanti a favore della mobilità dolce, la protesta degli automobilisti (cavalcata anche dal partito nazionalista fiammingo) ha generato un clima di tensione e fortemente intimidatorio, nei gruppi Facebook (dove si è arrivati alle minacce di morte) ma anche nella vita reale. A Milano, nella battaglia elettorale per le comunali di quest’anno, il centrodestra sostiene le proteste degli automobilisti contro i piani del sindaco Beppe Sala, che di recente ha aderito ai verdi europei e sarà il candidato del centrosinistra.

    A Genova, la situazione è un po’ più sfumata. I partiti che altrove sostengono la causa dell’automobile qui sono quelli che tracciano le corsie ciclabili e che come coordinatore della mobilità urbana scelgono un noto sostenitore della bicicletta come il professor Enrico Musso. Ogni tanto qualcuno svia dalla linea ufficiale, come quando lo scorso dicembre la Lega ha fatto approvare dal Municipio della Bassa Valbisagno un ordine del giorno contro la realizzazione delle corsie ciclabili in Val Polcevera volute dal sindaco Bucci. Ma al momento, con le elezioni comunali del 2022 ancora lontane, nessuno sembra aver ancora ceduto alla tentazione di cercare di capitalizzare il malcontento degli automobilisti in consenso politico.

    Lo scontro, anche aspro, si sposta sui gruppi e sulle pagine Facebook, come “#genovaciclabile” e il “Circolo Fiab Amici della bicicletta – Genova” o, dall’altra parte, il gruppo “No alle piste ciclabili a Genova d’intralcio alla mobilità ordinaria”. Al di là di qualche eccesso verbale, soprattutto nei commenti, lo scontro anche se aspro si mantiene nei limiti della civiltà. Fiab e il gruppo “No alle piste ciclabili” hanno avuto recentemente uno scambio di lettere aperte sui temi della sicurezza e del rispetto delle norme stradali dai toni piuttosto pacati (qui la lettera di “No alle ciclabili” in risposta a una richiesta di Fiab di maggior severità contro la sosta selvaggia delle auto, qui la replica di Fiab).

    Una città per le bici?

    Rimane, sullo sfondo, l’eterna questione se Genova, con tutti i suoi saliscendi, sia una città adatta a un traffico cittadino prevalentemente su bicicletta. I critici dicono di no, ma i gruppi a favore si stanno sforzando molto per convincere quante più persone possibile che la bicicletta è in realtà un mezzo adatto anche per muoversi a Genova: «Anche se Genova sembra di essere tutta in salita, in realtà i 23 chilometri da Voltri fino a Nervi sono pianeggianti – ci dice Picardi – lo stesso vale per Valpolcevera e Val Bisagno. Come primo passo questi tratti dovrebbero essere collegati con una pista ciclabile continua che regali sicurezza dal traffico automobilistico e diventi un nuovo asse di mobilità dolce per la città».

    La trasformazione non dovrebbe però fermarsi qui: «Destinazioni chiave che si trovano su questo asse, come supermercati, stazioni, o luoghi di lavoro, devono avere più parcheggi per le bici – spiega Picardi – e dovremmo cercare di riaprire ai pedoni piazze dormienti lungo questi percorsi. Collegare le piste frammentate lungo questo asse iniziale può diventare il punto di partenza per poi costruire delle nuove ciclovie in diversi quartieri».

    Come ci hanno insegnato gli ultimi mesi, però, misure come queste non sarebbero a costo zero, ma comporterebbero una rinuncia di spazio da parte di chi è abituato a muoversi con le automobili: «Dobbiamo cercare di resistere alla nostra fobia a togliere spazio alle macchine – riflette infatti Picardi – solo a Genova la proposta del nuovo tram si trova nello ‘sky’ e non in una corsia esistente. Tantissimi studi confermano che il traffico automobilistico continuerà a crescere se gli si da’ spazio».

    «La volontà di creare nuove infrastrutture non manca in città, ad esempio il progetto per una nuova diga foranea – conclude Picardi – però dovremmo chiederci se vogliamo che la città funzioni per i tir o per gli esseri umani. Esiste un’enorme passione per la bicicletta a Genova, e se non consideriamo la bici come un vero mezzo di mobilità per attraversare tutta la citta, rimarrà sempre confinata ad escursionisti di MTB o ciclismo competitivo».

    Luca Lottero

  • Potenza e fragilità della globalizzazione: ciò che svela il blocco di Suez

    Potenza e fragilità della globalizzazione: ciò che svela il blocco di Suez

    La portacontainer Ever Given, della compagnia di trasporti marittimi taiwanese Evergreen Marine Corp., ha bloccato il canale di Suez dal 23 al 29 marzo. Sei giorni sono un tempo breve, ma in questo caso sono bastati per provocare danni ingenti. Innanzitutto, dal punto di vista economico. La rivista specializzata Lloyd’s List ha stimato che ogni giorno di blocco sia costato ai commerci marittimi 9,6 miliardi di dollari (8,18 miliardi di euro) e che il valore delle merci bloccate nelle più di 300 navi incolonnate nel canale fosse di 8,12 miliardi di euro. Ma come fa notare la Bbc, i danni vanno ben oltre il settore dei commerci via mare, quindi al momento è molto difficile fare una stima di quanto questi sei giorni siano costati complessivamente.

    Il motivo è l’assoluta centralità del canale per i traffici globali. I numeri variano a seconda delle stime, ma grossomodo da Suez passa ogni giorno il 12% del commercio mondiale, 1 milione di barili di petrolio e l’8% del gas naturale liquefatto. Restringendo il campo, dal canale arrivano in Italia merci per un valore di 88 miliardi all’anno, quindi 241 milioni al giorno. La crisi ha anche avuto un impatto anche sulle attività del porto di Genova, che nei giorni del blocco è entrato in stato di preallerta. «Da Suez – ha detto il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale Paolo Signorini lo scorso 29 marzo in un’intervista a Repubblica – passa il 22% complessivo dei traffici del porto e poco meno del 50% dei traffici containerizzati». Il problema, oltre ai ritardi, sarebbe stato l’aumento del costo delle merci trasportate attraverso più lunghi percorsi alternativi (alcune navi hanno scelto di circumnavigare l’Africa) e la gestione di un afflusso concentrato nei giorni successivi allo sblocco della situazione.

    Oltre a provocare danni economici, i sei giorni in cui la Ever Given ha paralizzato una buona fetta dei commerci marittimi mondiali hanno portato alla ribalta alcune dinamiche spesso discusse solo nei circoli ristretti degli addetti ai lavori. A cominciare da quella del cosiddetto gigantismo navale. Le immagini del colosso incagliato nella sabbia, vicino al quale i mezzi incaricati di disincagliarlo sembravano giocattoli, hanno generato perplessità ma anche ironia e meme.

    Affidare i trasporti marittimi a navi sempre più grandi è però una tendenza che va avanti da tempo, dalle conseguenze significative. Conseguenze che riguardano anche Genova.

    Grandi navi, grandi opportunità (ma anche grandi problemi)

    Nel 1999 uno studio della Delft University of Technology noto nel settore dei trasporti prevedeva che si sarebbe arrivati a costruire navi dalla capienza di 18.000 TEUs (sigla che sta per Twenty-foot Equivalent Units, l’unità di misura convenzionale usata per le portacontainer, dove un TEU corrisponde con un container) ma che sarebbe stato impossibile costruirne di più grandi.

    La Ever Given ha capienza di 20.124 TEUs (quindi può portare 20.000 containers) e quando è stata lanciata, nel 2018, era tra le portacontainer più grandi del mondo. È lunga 400 metri e da piena pesa più di 200.000 tonnellate. A soli tre anni di distanza, però, ci sono già più di 100 navi con capienza superiore ai 20.000 TEUs, e le navi di ultima generazione – assemblate da aziende cinesi o sud coreane – possono portare circa 24.000 TEUs. Gli esperti del settore ritengono molto verosimile che entro il decennio sarà normale veder circolare navi da 30.000 TEUs.

    Quando negli anni 50 del secolo scorso l’imprenditore di una ditta di autotrasporti del North Carolina Malcolm McLean ebbe l’idea di usare i container per il trasporto delle merci sulle navi, il settore dei trasporti marittimi divenne molto più efficiente. Fino ad allora, infatti, le merci venivano trasportate in modo più disordinato, le operazioni di carico e scarico nei porti duravano giorni ed erano frequenti rotture o danneggiamenti dei materiali trasportati. L’uso dei container consentì di abbattere i tempi di carico e scarico (risparmiando anche sulla forza lavoro degli scaricatori di porto) e di trasportare grandi quantità di materiale in maggior sicurezza. Nei decenni successivi la costante crescita del volume delle navi ha consentito di sfruttare sempre meglio queste economie di scala.

    Ancora oggi la ricerca di una sempre maggior efficienza è il motivo che spinge a far circolare navi sempre più grandi. Dimensioni del genere, però, comportano anche dei problemi, prima di tutto per le infrastrutture per i porti di arrivo delle merci. Già oggi le navi più grandi possono accedere al porto di Rotterdam solo con l’alta marea e secondo uno studio della South Korea’s Tongmyong University allo stato attuale anche porti importanti come quelli di Shangai, Busan e Hong Kong presto non saranno in grado di accogliere le navi più grandi, nemmeno con l’alta marea. La stessa Ever Given è troppo grande per passare dal canale di Panama. La svolta verso il gigantismo navale costringe insomma le città portuali a grandi e costosi interventi infrastrutturali per non rischiare di rimanere fuori dai traffici che contano.

    La nuova diga per accogliere i colossi del mare

    È il caso della nuova diga foranea di Genova, presentata esplicitamente come un’infrastruttura per rendere il capoluogo ligure attrattivo per le navi che superano i 400 metri di lunghezza. Un’opera da 1,3 miliardi di euro, a cui l’ultima versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) destinava 500 milioni di euro provenienti dal piano Next Generation EU, il fondo di investimenti messo in campo dall’Unione europea per contrastare gli effetti economici della pandemia di coronavirus. L’ultima versione del PNRR era però stata varata dal governo Conte, quindi la cifra potrebbe essere modificata nel nuovo piano che il governo Draghi dovrà presentare a Bruxelles entro fine mese.

    “L’attuale scenario portuale pone infatti un limite superiore alle dimensioni delle navi in grado di accedere in sicurezza al bacino di Sampierdarena, che corrisponde ad una lunghezza massima di 300 m – si legge nel Dossier di progetto della diga realizzato a dicembre 2020 e presentato in occasione del recente dibattito pubblico – Dato decisamente vincolante se si considera che su scala mondiale è ormai consolidata la tendenza all’impiego di navi portacontenitori proprio di lunghezza maggiore di 300 m, appartenenti alle classi denominate New Panamax e ULCV (Ultra Large Container Vessel). Queste ultime sono caratterizzate ad oggi (e per il prossimo decennio) da lunghezze fino a 400 m, per raggiungere in proiezione futura i 450 m”.
    “Peraltro – prosegue il documento – l’analisi del mercato dei trasporti marittimi condotta nell’ambito del Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica ha evidenziato come la quota del traffico marittimo mondiale trasportata su navi, che oggi non possono essere accolte nel porto di Genova, sia destinata ad aumentare nei prossimi anni e decenni”.

    Non tutti però sono d’accordo con questa visione. “Quante maxi portacontenitori sono previste all’anno da/per il porto di Sampierdarena? – si chiede per esempio l’associazione Italia Nostra – Sulla base di quali studi scientifici è stato ritenuto che il gigantismo delle navi renda vantaggioso l’investimento della nuova diga? In quanti anni verrebbe ripagato un investimento stimato, ad oggi in 1,4 miliardi di euro? È del tutto assente una indicazione precisa ed approfondita sulla provenienza ed attendibilità delle stime dei futuri volumi di traffico e, soprattutto, sul definitivo affermarsi nel futuro del gigantismo navale delle portacontainer, per il porto di Sampierdarena”.

    È la questione – che ritorna spesso dei dibattiti sull’opportunità di realizzare nuove infrastrutture – delle cause e delle conseguenze. Rendere un porto più capiente porta in automatico a un aumento dei traffici? Le autorità portuali e i rappresentanti della politica locale (in primis il sindaco di Genova Marco Bucci) e nazionale sono convinti di sì, per questo oggi presentano la diga come una grande occasione per il rafforzamento del porto e dell’economia genovese, oltre che come un mero adeguamento alla tendenza al gigantismo navale. Italia Nostra, invece, sostiene che non sempre funzioni così: “Molte delle previsioni di crescita di volumi, effettuate nel passato, si sono rivelate, alla prova del tempo, eccessivamente ottimistiche”.

    Contro il gigantismo navale si è espresso, proprio durante i giorni del blocco di Suez, anche il presidente di Assiterminal Luca Becce. Oltre a evidenziare come la necessità di accogliere navi sempre più grandi costringa Stati e terminalisti a investimenti miliardari, in un’intervista a Genova24 Becce ha detto che questa tendenza ha generato negli ultimi anni una contrazione della concorrenza: “[Il gigantismo navale] ha generato una contrazione del mercato del trade e del trasporto che da 18 operatori è passato a 3 alleanze in 10 anni, situazione provocata da un eccesso di stiva che ha fatto precipitare i costi dei noli, mettendo in ginocchio gli armatori medio piccoli”. Inoltre, come sottolineato anche da altri critici, è più difficile gestire le situazioni critiche quando a essere coinvolte sono navi di dimensioni paragonabili a quella della Ever Given o persino più grandi. “Quando una nave come questa ha un problema spesso si genera la situazione che stiamo vivendo a Suez”, sottolinea Becce. Secondo questo tipo di critiche, la ricerca di un’eccessiva efficienza finisce paradossalmente per rendere i trasporti più vulnerabili.

    Il costo ambientale del gigantismo

    Secondo i difensori del gigantismo navale, aumentare l’efficienza (e quindi le dimensioni delle navi) è anche un modo per ridurre le emissioni. Il settore marittimo è responsabile di circa il 3% delle emissioni prodotte dall’uomo. Insieme al settore aereo, è stato escluso dal sistema delle quote di emissioni per Paese, perché per le navi come per gli aerei non sono ancora state trovate fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, dal momento che si tratta di navi troppo grandi e che compiono viaggi troppo lunghi per essere alimentate con fonti rinnovabili. Le navi sono alimentate a oli combustibili. “Questi oli combustibili pesanti (hfo) – si legge in un recente articolo di Gwynne Dyer pubblicato da Internazionale – sono il residuo, simile a catrame, che rimane alle fine del processo di distillazione e “spaccatura” del petrolio, dopo che gli idrocarburi più leggeri come benzina e gasolio sono stati rimossi. La maggior parte delle navi merci brucia questi oli, con un processo così inquinante che la sola Ever Given, navigando, produce ogni giorno un inquinamento pari a cinquanta milioni di automobili che percorrono i loro tragitti quotidiani”.

    Per la prima volta, nel 2018, l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) ha deciso di fissare l’obiettivo della riduzione del 50% delle emissioni del settore entro il 2050. Per raggiungere questo obiettivo (che verrà perseguito a partire dal 2029) una via sarebbe utilizzare carburanti a minor contenuto di zolfo, che però sono più costosi. Un’altra sarebbe diminuire la velocità di circolazione delle navi: abbassando la velocità del 10% le emissioni calano del 27%. “Ma la misura migliore di tutte – sottolinea Dyer – fino all’arrivo di una nuova generazione di navi da carico alimentate a energia eolica, è ridurre semplicemente il volume di merci che viaggiano per mare” riportando la produzione dei prodotti più vicina ai luoghi in cui questi vengono consumati.

    L’alternativa della rotta artica e le manovre geopolitiche di Russia e Cina

    Nei giorni del blocco del canale di Suez la Russia ha approfittato della situazione per sponsorizzare la Northern Sea Route, la rotta al largo della sua costa settentrionale resa sempre più facilmente navigabile dal progressivo scioglimento dei ghiacci. Una tendenza che va avanti ormai da anni e che potrebbe rendere i mari del nord liberi dal ghiaccio e quindi completamente navigabili per tutto l’anno entro il 2040. La rotta settentrionale consentirebbe inoltre alle merci di compiere il viaggio dalla Cina all’Europa in una ventina di giorni, contro i trenta impiegati attualmente. Al momento l’entità dei traffici su questa rotta non è comparabile con quella di Suez, se si conta che nel 2020 sono passati dalle acque artiche appena 300 navi contro le 19.000 transitate dal canale egiziano. Ma anche nell’anno della pandemia i traffici al largo della Russia sono aumentati del 15% rispetto al 2019.

    «La vicenda di Suez non penso abbia di per sé cambiato la tendenza – racconta a Era Superba Leonardo Parigi, fondatore del sito Osservatorio Artico – ma ha messo in mostra che ci sono tante realtà, non solo la Russia, interessate a un rafforzamento delle rotte settentrionali. Penso per esempio alla Finlandia. L’azienda finlandese Aker Arctic ha di recente varato una portacontainer da 8.000 TEUs capace di navigare in quelle acque senza l’aiuto di navi rompighiaccio».

    Ad oggi la rotta nordica è usata soprattutto per il trasporto di gas liquefatti ed è difficile prevedere se diventerà un’alternativa realistica a quella che passa da Suez. «La Russia di sicuro ci punta tanto, per svariati motivi – spiega Parigi – il primo è per sviluppare le infrastrutture dei loro 24.000 chilometri di costa settentrionale, dove ci sono intere città costruite su un permafrost sempre più sottile dove talvolta si verificano tragici incidenti che costano miliardi di dollari. L’estate scorsa, per esempio, in Siberia un oleodotto è crollato per il cedimento del terreno, causando la fuoriuscita di 20.000 tonnellate di gasolio».

    «Inoltre, per la Russia ma anche e soprattutto per la Cina non si tratta di una questione meramente commerciale – prosegue Parigi – ma anche geopolitica. La rotta del nord consentirebbe infatti di raggiungere il cuore del mercato europeo oltre che in meno tempo anche evitando passaggi marini controllati dagli Stati Uniti, come quello di Malacca».

    Stati Uniti che ritornano anche nelle considerazioni che Parigi fa riguardo le potenziali conseguenze sul Mediterraneo: «La ritirata di Washington dalla regione ha reso il Mediterraneo più instabile – dice – oggi ci sono i russi e i turchi sulle coste libiche, uno scenario che solo pochi anni fa sarebbe sembrato assurdo. Di sicuro questa instabilità potrebbe favorire rotte alternative più sicure, anche per una mera questione di costi. Bisogna vedere se Biden renderà di nuovo gli Stati Uniti protagonisti nel Mediterraneo o se proseguirà con la ritirata decisa da Trump. Ad oggi gli Stati Uniti sono presenti solo con la flotta di stanza a Napoli».

    «Per una città come Genova vorrebbe dire perdere molto – conclude Parigi portando il focus sulla situazione locale – a quel punto non sarebbe neanche più una questione di infrastrutture. Genova potrebbe trovarsi anche una grande capacità attrattiva grazie alla diga, al terzo valico, alla gronda e a quant’altro ma restare tagliata fuori per colpa di dinamiche ben al di là del suo controllo, e di diventare un porto post-storico. Si tratta ovviamente di scenari da prendere con cautela, ma il rischio è la situazione peggiori man mano che passa il tempo».

    Sempre più grandi

    Il blocco di Suez è costato all’Egitto circa 14 milioni di euro al giorno. Per evitare che eventi del genere si ripetano in futuro è probabile che il governo del Cairo decida di allargare il canale. Inoltre il canale è profondo 24 metri e le navi di ultima generazione arrivano a 20 metri di profondità, quindi è probabile anche che si dovrà scavare il fondale per evitare il rischio di incagliamenti. La crisi della Ever Given ha spinto molti a chiedersi fino a che punto porti e canali siano modificabili per adattarsi alle mega navi del futuro. O a ipotizzare che le necessità di far circolare navi portacontainer sempre più grandi spinga ad abbandonare passaggi stretti come Suez, Malacca o Panama a favore di quelli più ampi come la circumnavigazione dell’Africa attraverso il capo di Buona Speranza (o, in un futuro prossimo e per gentile concessione dei cambiamenti climatici, la rotta artica).

    Si tratta in molti casi di percorsi più lunghi, che per diventare profittevoli richiedono di massimizzare ancora di più le economie di scala. Magari con navi da 50.000 TEUs vicino alle quali la Ever Given sembrerà un giocattolo come lo sono sembrate le macchine che l’hanno estratta dalle sabbie di Suez.

    Luca Lottero

  • Rotta balcanica e le responsabilità europee: intervista a Brando Benifei

    Rotta balcanica e le responsabilità europee: intervista a Brando Benifei

    Dal 29 gennaio all’1 febbraio l’europarlamentare spezzino Brando Benifei (capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo) è stato in missione istituzionale al confine tra Croazia e Bosnia, dove da settimane la polizia croata respinge i migranti che dalla Bosnia cercano di entrare in Croazia, e quindi nell’Unione europea. Era Superba l’ha intervistato per farsi raccontare quello che ha visto e per cercare di inquadrare la situazione nel più ampio contesto europeo.

    Se infatti le cronache delle ultime settimane si sono giustamente concentrate sui metodi talvolta violenti degli agenti incaricati dei respingimenti e sulle condizioni disumane in cui vivono i profughi rimasti in Bosnia, almeno altrettanto importanti sono state per esempio l’impotenza (e talvolta la negligenza) della Commissione europea, incapace di imporre una linea europea all’immigrazione o le politiche restrittive di molti Paesi (Italia inclusa) che hanno contribuito a rendere la rotta balcanica il collo di bottiglia che conosciamo oggi.

    Insieme a Benifei hanno partecipato alla missione gli europarlamentari del PD Alessandra Moretti, Pietro Bartolo e Pier Francesco Majorino. Le missioni in uno Stato membro, in Paesi extra-Ue o in conferenze internazionali fanno parte delle normali prerogative del Parlamento europeo, e in particolari delle commissioni parlamentari. «In questo specifico caso – spiega Benifei – vista l’urgenza di comprendere quanto stesse accadendo ed agire di conseguenza, come avviene di prassi in questi casi, la missione è stata organizzata dalla delegazione del PD, e ovviamente concordata e appoggiata dal gruppo dei Socialisti e Democratici (il gruppo del Parlamento europeo che riunisce i partiti dei vari Paesi dell’Unione europea di centrosinistra, ndr)».

    La rotta balcanica è il percorso dei migranti provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan per raggiungere l’Europa. Qual è il contesto che l’ha resa il collo di bottiglia che vediamo oggi? Hanno influito anche le scelte degli ultimi governi italiani (soprattutto con le politiche di Minniti e Salvini) che hanno quasi chiuso la rotta mediterranea?
    La rotta balcanica è una delle principali rotte migratorie insieme a quelle del Mediterraneo. Nel 2015, nel pieno dell’emergenza nei paesi del Medio Oriente, è diventata la principale via di accesso al continente europeo. In quel periodo l’Unione Europea, e in particolare alcuni stati membri come la Germania, adottarono misure di accoglimento dei migranti particolarmente permissive. Tuttavia, a partire dal 2016, anche per via di accordi con la Turchia, il flusso è stato interrotto e il percorso dei migranti si è notevolmente complicato. Campi profughi con condizioni di vita spesso precarie sono stati distribuiti tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina, e Croazia. Venendo alle politiche migratorie italiane, il decreto Minniti-Orlando del 2017 è nato con l’obiettivo di accelerare le procedure di esame dei ricorsi sulle domande di asilo e aumentare il tasso delle espulsioni di migranti irregolari. È chiaro che pesava e pesa la mancanza di norme adeguate alla migrazione economica, avendo noi ancora l’impianto della Legge Bossi-Fini in piedi.  Tuttavia, alcune importanti criticità sul decreto nella sua applicazione pratica sono poi emerse, ma è stato con il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza dell’anno successivo che sono stati fatti gravi e duraturi danni all’intero sistema italiano di accoglienza e gestione dei flussi migratori, in particolare quando si tratta di richiedenti asilo.

    Anche se la crisi va avanti da anni, soprattutto nelle ultime settimane abbiamo visto le condizioni disumane in cui sono costretti i migranti, “ospitati” in centri d’accoglienza a dir poco inadeguati o costretti a vagabondare nei boschi, in un periodo di freddo particolarmente intenso. Quale situazione avete trovato voi?
    L’incendio che ha distrutto il campo profughi di Lipa (città della Bosnia non lontana dal confine con la Croazia, ndr) lo scorso 23 dicembre, e la successiva decisione delle autorità bosniache di chiuderlo senza trovare un’adeguata soluzione, si è rivelato drammatico. Da quel momento un migliaio di persone tra i 19 e i 60 anni arrivati principalmente da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh, sono rimaste senza alloggio, in luoghi in cui di notte le temperature scendono fino ai 20 gradi sottozero. Durante la nostra missione abbiamo visitato il campo di Lipa e ci è stato subito chiaro che le condizioni di vita sono effettivamente disumane. Le tende messe in piedi sono poco riscaldate, l’acqua è scarsa e i servizi igienici limitati. A questa drammatica situazione si aggiunge il comportamento delle autorità croate verso chi tenta di oltrepassare il confine. Respingimenti violenti, sequestro ingiustificato di telefoni cellulari e altri possedimenti dei migranti sembra siano all’ordine del giorno. Non possiamo consentire che si faccia finta di niente.
    Oltre a essere un confine tra due Stati, quello tra Croazia e Bosnia è anche un confine dell’Unione europea. Crede che la Commissione stia ponendo la giusta attenzione al problema o che sia “distratta” dalla gestione della pandemia, la distribuzione dei vaccini e i piani di ripresa economica? Al Parlamento europeo, invece, cosa si muove su questo fronte?
    Le violazioni e le mancanze relative al rispetto dei diritti fondamentali dei migranti e la scarsa capacità di gestione del fenomeno migratorio a livello europeo sono ormai evidenti a tutti, da molti anni. Il Parlamento Europeo, in particolare il gruppo dei Socialisti e Democratici di cui fa parte la delegazione del PD, ha portato avanti molte iniziative nel tempo per sensibilizzare e segnalare alla Commissione europea la drammaticità della situazione, inchiodandola alle sue responsabilità. Ad esempio, è stata recentemente approvata dal Parlamento una risoluzione che denuncia lacune e carenze nella politica UE sui rimpatri. Come in molti altri ambiti, ritengo che il Parlamento europeo sia riuscito a mostrarsi come principale “guardiano” dei diritti dei migranti, mostrando una chiara determinazione a fare luce sulle violazioni e a cercare di impedirle. Penso che la Commissione debba ascoltare con più attenzione le richieste del Parlamento e agire di conseguenza con determinazione, nonostante le oggettive difficoltà di mettere d’accordo i 27 stati membri in sede di Consiglio europeo, soprattutto in materia di migrazione. È chiaro che la pandemia che ci siamo ritrovati ad affrontare, e tutte le complicazioni che sono seguite, ha avuto un impatto negativo sulla questione. Non è tuttavia possibile utilizzarla come scusa per non agire con forza e rapidità in difesa dei diritti umani. Per questo ora lavoreremo dal lato del Parlamento Europeo sul nuovo Patto per le Migrazioni che la Commissione Europea ha presentato e su cui è impegnato in prima persona il mio collega Pietro Bartolo.

    Quanto, nella gestione delle migrazioni, è responsabilità dell’Unione europea e quanto invece dei singoli governi nazionali (in questo caso quello croato) che scelgono di chiudere i propri confini?
    L’Unione europea gode effettivamente di competenze condivise con gli stati membri a riguardo. I Trattati indicano chiaramente che l’Unione deve sviluppare una politica comune in materia di immigrazione, ed elaborare una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi. Tuttavia, negli anni è stato evidente come gli stati membri siano particolarmente restii a cedere anche piccole parti della loro sovranità in ambito di gestione dei flussi migratori. Tutti sappiamo quanti problemi e tentativi di modifica ci sono stati relativamente alla famosa Convenzione di Dublino (il regolamento europeo che fa sì che responsabile dell’esame della richiesta d’asilo sia il primo Paese d’arrivo, spesso criticato dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo, naturali primi Paesi d’arrivo per chi arriva dal nord Africa o dal medio oriente). La verità è che attualmente sono ancora i singoli stati ad avere voce in capitolo e si dovrebbe per questo lavorare, in ogni sede istituzionale UE, per aumentare le competenze a livello di Unione. La Commissione, ad esempio, si è certamente resa colpevole di gravi mancanze e parziale incapacità di azione, ma non bisogna scordare che gli strumenti di cui dispone non sono poi così tanti rispetto alla vastità delle problematiche.

    Quali modifiche legislative, a livello di Unione europea, auspicate per una gestione più comunitaria delle migrazioni?
    Come dicevo, il flusso di migranti e rifugiati verso l’Europa ha dimostrato il bisogno di una politica per l’asilo più giusta ed efficace a livello comunitario. È dal 2017 ormai che il Parlamento Europeo si batte per una seria e sostanziale riforma del regolamento di Dublino. Purtroppo l’opposizione in sede di Consiglio (organo che riunisce i capi di Stato o di governo dei singoli Paesi membri dell’Unione europea, ndr), e in particolare da parte di alcuni stati membri, non ha permesso di raggiungere gli obiettivi sperati. La gestione dei flussi migratori non solo deve essere effettivamente portata a livello comunitario, ma occorre che sia anche fondata su quel principio di solidarietà tra stati membri presente nei Trattati, con ricollocamenti obbligatori e superando il principio del Paese di primo ingresso, che blocca ad esempio in Italia molte persone che vorrebbero andare altrove.

     

    Crede che la Commissione Von der Leyen, rispetto alle precedenti, dal punto di vista della comunicazione voglia dare l’idea di una gestione più muscolare dei confini (cedendo anche qualcosa alla retorica identitaria) e che la Croazia in qualche modo si senta legittimata nella sua azione da questo nuovo corso? Penso per esempio alla polemica sulla volontà iniziale della Commissione di istituire un commissario per la “protezione dello stile di vita europeo” o ai ringraziamenti di Von der Leyen al governo greco per aver fatto da “scudo” all’Europa durante le crisi nei campi di Lesbo dell’estate scorsa, indicando esplicitamente gli immigrati come un pericolo da cui difendersi…
    La Presidente Von der Leyen, e la Commissione in generale, si sono ritrovati a dover affrontare problemi e sfide di enorme portata per l’Unione Europea. Spesso il Parlamento, e in particolare il gruppo S&D, non si trova del tutto d’accordo con l’operato della Commissione, in primo luogo per quanto riguarda alcune scelte nei messaggi da trasmettere. Certamente sul fronte della gestione comune dei migranti ci sono enormi margini di miglioramento, ma occorre ricordare che in questo ambito l’ultima parola spetta purtroppo al Consiglio, dove i punti di vista dei Paesi sono sempre complicati da conciliare. Riguardo alla Croazia, non penso che la Commissione condivida in alcun modo le modalità spesso a dir poco discutibili con cui le autorità stanno gestendo i flussi migratori e infatti la Commissaria Johansson, responsabile per il tema, è intervenuta più volte sulle autorità croate a fronte di episodi emersi nelle cronache giornalistiche e anche giudiziarie.

     

    Anche il Governo italiano, oltre a quello croato, ha la sua quota di responsabilità in questa situazione, dal momento che i migranti riammessi in Slovenia vengono poi spesso respinti a loro volta in Croazia e quindi di nuovo in Bosnia. Avete esposto la situazione anche al governo Conte e la farete presente anche al prossimo?
    È purtroppo vero che anche dall’Italia avvengo molte più espulsioni che in passato, in particolare al confine con la Slovenia. Occorre tuttavia ricordare che la pandemia ha effettivamente complicato la gestione dei flussi migratori, soprattutto in Italia essendo stato uno dei paesi colpi maggiormente e prima degli altri dal COVID-19. La delegazione PD al Parlamento Europeo, e il PD in generale, ha seguito e continuerà a seguire con attenzione quanto accade a livello di Ministero dell’Interno, dove le decisioni riguardo queste espulsioni vengono effettivamente prese. Non appena il nuovo governo si sarà formato, ci assicureremo di stabilire un rinnovato e costante dialogo per assicurare il rispetto dei diritti dei migranti. Riteniamo che l’accordo attualmente vigente tra Italia e Slovenia, che addirittura precede l’ingresso di quest’ultima nell’Unione Europea, debba essere superato.

    Sulla sua pagina Facebook ha pubblicato un video in cui racconta come la polizia croata vi abbia inizialmente impedito di ispezionare il confine. Quali motivazioni hanno assunto per impedirvi di portare avanti la vostra missione? Anche il ministro croato Bozinivic vi ha accusato di aver agito illegalmente e di aver voluto screditare la Croazia…
    Come è ormai noto, a poche centinaia di metri dal confine fra Croazia e Bosnia, una decina di agenti di poliziotti ben armati ci ha impedito di proseguire formando un posto di blocco improvvisato. Neanche interventi telefonici delle rappresentanze diplomatiche hanno potuto sbloccare la situazione. Gli agenti si sono anzi irrigiditi. Ci siamo poi incamminati pacificamente per tentare di proseguire, rimanendo comunque all’interno dei confini europei e dunque senza infrangere alcuna norma in vigore. Ma gli agenti ci hanno seguiti e fermati nuovamente, formando poi un cordone per impedirci di andare avanti. Nessuna specifica motivazione ci è stata fornita. La nostra libertà di movimento come cittadini europei e rappresentanti eletti ci è dunque stata negata su suolo europeo senza valido motivo. Un fatto gravissimo. Il governo croato ha poi cercato di strumentalizzare la situazione per meri fini politici. Noi non abbiamo mai infranto alcuna norma e abbiamo sempre agito nel rispetto della legge e del programma della visita precedentemente condiviso con le autorità, volendo solo svolgere il nostro lavoro, in quanto siamo decisori sul bilancio dei fondi europei che le stesse autorità croate utilizzano per operare sul proprio confine con un territorio esterno all’Unione Europea.

    Luca Lottero

  • Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    “I fautori della modernità ci hanno insegnato a non fidarci di noi stessi e a non amarci. Tutte quelle storie sulla coscienza individuale, sul dolore solitario. La modernità si basava sulla nevrosi e sull’alienazione. Basta guardare l’arte, l’architettura che hanno espresso. Hanno qualcosa di molto freddo”

    (J.G.Ballard, Regno a venire)

    Tra le tante mutazioni urbanistiche genovesi degli ultimi anni, il 2020 appena concluso passerà alla storia cittadina non solo per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sulle macerie di Ponte Morandi ma anche, seppur con meno clamore, per l’inizio dell’abbattimento della Diga di Begato, divenuta un simbolo della peggiore architettura e urbanistica del secondo Novecento genovese e italiano. Per comprendere il significato storico di questo luogo e il suo monito per il presente ed il futuro, è opportuno allargare gli orizzonti spaziali, temporali e mentali oltre gli angusti confini cittadini e del dibattito puramente specialistico.

    Due eventi ed un architetto hanno segnato indelebilmente la storia e l’immaginario urbani dell’ultimo quarto del XX secolo. Il 15 luglio 1972 i tre edifici centrali dell’enorme complesso residenziale di Pruitt-Igoe, alla periferia di Saint-Louis, vennero fatti saltare in aria con la dinamite dalle autorità comunali su richiesta esplicita e unanime degli abitanti. Costruiti appena diciassette anni prima per ospitare la popolazione immigrata dalle campagne intorno alla grande città del Missouri, questi formicai urbani concepiti dall’architetto Minoru Yamasaki sul modello della “città radiosa” di Le Corbusier avevano letteralmente fatto infuriare i suoi abitanti, divenendo in poco tempo un ricettacolo di degrado, alienazione e violenza. La demolizione di quel complesso fu eclatante e divenne rapidamente il simbolo del fallimento di un modello urbano che imperversava dalla fine della seconda guerra mondiale. Come ricorda Tom Wolfe, fu “un avvenimento storico per due motivi. Uno: per la prima volta, nella storia cinquantennale degli alloggi operai, si chiedeva un parere ai clienti. Due: la vox populi. La vox populi attaccò subito a intonare in coro: “Blow it… up! Blow it… up! Fatelo saltare in aria! Buttatelo giù!” (T.Wolfe, Architetti maledetti, Bompiani 1997, p.78). Caso vuole che proprio nel momento in cui quei tre blocchi venivano fatto brillare con la dinamite (molto materiale informativo si trova in rete sulla storia e sulla demolizione di Pruitt-Igoe, materiale all’interno del quale spicca ancora per capacità evocativa un bel capitolo del poema visivo Koyaanisqatsy di Godfrey Reggio), Yamasaki stesse portando a termine il secondo grande progetto della sua carriera, le Twin Towers, cuore del World Trade Center di New York, all’epoca i due grattacieli più alti del mondo. Inaugurati il 4 aprile 1973, essi, come noto, vennero abbattuti l’11 settembre 2001: un altro crollo, non voluto in questo caso dall’esasperazione degli abitanti, ma programmato da un commando di terroristi islamici che scelse quei grattacieli per il loro valore simbolico di summa del potere dell’Occidente (il capo attentatore Mohammed Atta era tra l’altro un architetto, laureatosi in Germania con una tesi contro la modernizzazione occidentale della sua città, Aleppo). Solo diciassette anni visse il complesso di Pruitt-Igoe, solo ventotto le Twin Towers; difficile trovare un architetto del XX secolo divenuto più celebre di Yamasaki per il fallimento e la sfortuna delle sue creazioni.

    Casermoni popolari modellati sul modello della casa per abitare di Le Corbusier e grattacieli in acciaio e vetro come simboli del potere sono due architetture archetipiche del capitalismo del Novecento e diffusesi in tutti gli angoli del globo. Anche Genova, nel suo piccolo e con i suoi tempi dilatati, ha il suo Yamasaki locale e una storia che riflette questi cambiamenti epocali. Anche Genova ha infatti un sede locale della World Trade Centers Association (l’Associazione mondiale dedicata alla promozione e alla facilitazione del commercio mondiale), il World Trade Center Genoa, un grattacielo di 25 piani alto 102 metri costruito negli anni Ottanta nella zona di San Benigno dall’architetto Piero Gambacciani. Anche Genova ha la sua Pruitt-Igoe, la Diga di Begato, costruita anch’essa negli anni Ottanta come parte di un più ampio progetto urbanistico e oggi in via di demolizione, ancorché non con la dinamite, ma smontata pezzo per pezzo. L’architetto progettista di Begato è sempre Piero Gambacciani. Lo stesso architetto per due luoghi simbolo della Genova contemporanea e lo stesso destino nel secondo caso sono due similitudini cariche di significato in quanto specchio di trasformazioni internazionali epocali, ma le date non sono un dettaglio. Se Pruitt-Igoe segnò uno spartiacque all’interno della modernità funzionalista già nel 1972, la costruzione di Begato a distanza di un decennio ne fa infatti un fallimento decisamente fuori tempo massimo.

    Piero Gambacciani era nato a Prato nel 1923. Il padre Tullio era un anarchico e morì giovane lasciando la famiglia in difficoltà. Il giovane Piero si iscrisse alla Facoltà di Architettura a Firenze nel 1941, sotto il magistero dell’architetto razionalista Giovanni Michelucci. L’8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale di Mussolini ed il 25 aprile 1945, a Novara, si ritrovò davanti ad un plotone di esecuzione di partigiani. Fucilato e creduto morto, fu portato in ospedale da un prete e sopravvisse, ma con una condanna a morte sulla testa; il fratello, che invece era un ufficiale dell’esercito di Liberazione, lo prelevò dal carcere, sottraendolo a possibili vendette e riportandolo in Toscana. Ripresi gli studi e laureatosi nel 1948, Gambacciani giunse a Genova al seguito di Michelucci, e da allora non lasciò più la città, morendovi nel 2008. A Genova Gambacciani raggiunse nel corso degli anni una posizione professionale di gran rilievo, realizzando, oltre ad una una serie di edifici privati, numerose opere di grande impatto architettonico e urbanistico per la città, in un lungo arco di tempo che va dal grattacielo della SIP di Brignole costruito negli anni Sessanta per finire con il complesso residenziale-turistico di Ponte Morosini e Ponte Calvi nell’area del Porto Antico realizzato negli anni Novanta. Prosecutore della lezione corbusiana del genovese Daneri, Gambacciani ha notevolmente contribuito a definire l’identità urbana di fine Novecento di Genova nel segno della modernità tardofunzionalista che celebra se stessa sulle macerie dell’eredità storica della città. In questo senso, oltre a Begato e al WTC che ne fanno lo Yamasaki genovese, va ricordata almeno Corte Lambruschini. Fino al 1982 lì, nel cuore del quartiere di Borgo Pila, sorgeva, unico caso a Genova, un caseggiato ottocentesco a corte; più che un enorme palazzo era un piccolo quartiere a sé che, all’interno di un vasto perimetro di abitazioni popolari e operaie, racchiudeva la grande corte, sede di un mercato interno. Nel 1982 venne decisa la sua demolizione e, sulle sue macerie, Gambacciani vi costruì il nuovo centro direzionale in acciaio e vetro culminante nelle due torri principali, alte cento metri e suddivise in venti piani, che incombono all’angolo di Corso Buenos Aires.

    Ma torniamo alla storia di Begato. La costruzione della Diga avvenne a compimento di un progetto urbanistico ben più articolato e complesso che merita di essere brevemente ricordato. Questo progetto – nominato ufficialmente quartiere Diamante, dal nome del forte che sovrasta la vallata, mentre Begato è il nome storico della località e della frazione di paese che sorge a qualche chilometro di distanza – parte da lontano. Nel 1965 la variante locale del Piano nazionale delle “Aree 167” per l’edilizia residenziale pubblica aveva previsto di insediare sui rilievi collinari che circondavano le alture comprese tra la Valpolcevera e il centro di Genova una popolazione di circa 70.000 persone. Era il momento del massimo trionfo del boom economico e industriale della città, la quale, secondo progettisti e statistici, avrebbe presto superato il milione di abitanti (alcuni di essi vaneggiavano addirittura cinque milioni), e quel progetto prevedeva di urbanizzare tutte le colline genovesi fino al limite rappresentato dalla cinta dei forti.

    [quote]i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere[/quote]

    Quel sogno di “progresso” durò poco, colpito e affondato dalla crisi industriale dei primi anni Settanta; conseguentemente la popolazione di Genova si stabilizzò prima di cominciare a decrescere costantemente fino ad oggi, rendendo obsoleta quella idea di urbanizzazione massiva. Così il Piano Regolatore Generale del 1976 limitò l’applicazione di quel progetto a poche aree, la principale delle quali fu proprio Begato, che fino a quel momento era stata una collina boscosa della Valpolcevera punteggiate di case contadine con annessi orti, che storicamente vantava una produzione di pregio di prodotti della campagna (cfr E.Poleggi, P.Cevini, Genova, Laterza 1981, p. 211) e che era stata per lungo tempo un luogo di villeggiatura. L’insediamento della nuova zona 167 di Begato – anche Scampia a Napoli è noto come il quartiere 167, figlio della stessa legge – avrebbe dovuto dare alloggio a 21.000 persone, il quaranta per cento della popolazione della Valpolcevera di allora. La realizzazione dell’area fu rapida; nel 1980 gran parte degli edifici erano completati. Il modello era quello solito della “città radiosa” formulato da Le Corbusier; grandi unità di abitazione modulari, teoricamente dotate di negozi e servizi interni e immerse in spazi verdi, con strade che servissero da collegamento sia interno che con il resto della città. La realtà si mostrò da subito ben diversa dalle tavole intrise di ottimismo del progetto: gli edifici, realizzati con “sistemi edilizi industrializzati e prefabbricati” a basso costo, si dimostrarono di pessima qualità; i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere. Insomma, detto in parole povere, Begato è diventata la variante collinare, caratteristica della particolare orografia genovese, di uno degli infiniti, anonimi, ghetti-dormitorio che si posso vedere ai margini di qualsiasi territorio urbano dell’Occidente, dalle banlieues francesi alle nuove periferie che, da nord a sud – Rozzal Melara a Trieste, il Corviale a Roma, le Vele di Scampia a Napoli, i casi più celebri a cui la Begato ha avuto “l’onore” di essere stata accostata –, hanno riempito le nostre città di megastrutture allucinate in uno scenario distopico. “Sono quartieri per molti versi cresciuti in parallelo, edificati a distanza di qualche anno, ultime espressioni dell’edilizia pubblica tra anni Settanta e Ottanta. Si tratta di modelli insediativi completamente avulsi dal tessuto urbano, di un’urbanistica collinare fuori scala e fuori luogo, nata in un’epoca in cui la città aveva disperata fame di case e poco denaro da spendere, realizzazioni già anacronistiche e tristemente superate rispetto ai modelli dell’edilizia popolare europea coeva. Quartieri segnati da numerose debolezze, che si manifestano non solo nel livello di reddito e nella composizione demografica dei residenti, ma sono evidenti anche sul piano territoriale e infrastrutturale. Zone ‘amorfe’ della città che hanno a lungo funzionato come strumento di confinamento sociale” (A.Petrillo, La periferia elevata a potenza? Il caso del CEP a Genova, in Indagine sulle periferie, “Limes”, n°4, 2016, pp. 81-82). D’altronde che un quartiere concepito così, a distanza di dieci anni dal fallimento proclamato da Pruitt-Igoe e nel contesto specifico di Genova, fosse un’idea funesta in partenza fu evidente già da subito a più di un addetto ai lavori. Nel 1983, nel corso di un Congresso che si tenne in città, Bruno Gabrielli affermava: “A me sembra incredibile che si mandi avanti una iniziativa del tipo appunto di Begato, senza valutare minimamente quali possano essere le conseguenze a livello urbanistico, a livello sociale, a livello economico” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi 2015, p. 103).

    A coronamento del piano di Begato arrivò da ultima la costruzione della famigerata Diga. Le due imponenti costruzioni, comunemente denominate “Dighe Rossa e Bianca” per il colore dei rivestimenti, proprio come una diga idrica tagliavano la vallata da Est a Ovest, dando la possibilità, grazie ad alcune passerelle pedonali sospese a mezz’aria e colleganti i due blocchi, di passare da un versante all’altro senza mai uscire dall’edificio. Inutile sottolineare come il complesso ebbe un forte impatto ambientale e paesaggistico, ostruendo completamente l’orizzonte.

    Lo scopo iniziale della Diga doveva essere quello di ospitare per un periodo limitato di tempo un alto numero di famiglie per lo più sfrattate dal centro storico. Pochi anni prima era stata completata la scellerata distruzione del quartiere di via Madre di Dio e si scelse di spostare gli sfollati in questi casermoni posti all’interno della Valpolcevera, lontani e isolati dai caruggi e dal centro in cui erano abituati a vivere. Costituiti da oltre 500 alloggi, i due complessi della Diga hanno ospitato oltre 1200 persone (rimasti poco meno di 800 al momento della demolizione), il corrispettivo degli abitanti di un piccolo comune concentrati all’interno di un unico edificio. A dispetto delle intenzioni dichiarate e col passare degli anni, la Diga è rimasta a tutti gli effetti una residenza stabile per la maggior parte delle persone lì deportate, mentre solo una minima percentuale di esse ha trovato una sistemazione diversa. A fianco dei primi abitanti la titolarità a vedersi assegnato un alloggio nella Diga – con canoni di affitto bassissimi – è stata per decenni riservata alle liste che danno diritto ad una casa popolare: persone e nuclei famigliari con difficoltà socio-economiche e altri tipi di indigenza. Questa concentrazione di disagio sociale unita al fallimento da subito evidente del modello architettonico-urbanistico ha rapidamente trasformato Begato intera e la Diga in particolare in un vero e proprio ghetto. E’ facile fare una breve ricerca in rete o sui giornali per trovare molte descrizioni e testimonianze delle condizioni di vita vissute dai suoi abitanti. Mutatis mutandis esse riecheggiano la descrizione fatta da Tom Wolfe a proposito di Pruitt-Igoe parlando di una situazione vissuta quasi mezzo secolo prima: “Questi campagnoli inurbati provenivano da zone assai poco densamente popolate … dove raramente si saliva a più di tre metri sul livello del mare ammenoché non ci si arrampicasse su un albero: ed eccoli alloggiati in casermoni di 14 piani, a Pruitt-Igoe. A ciascun piano c’erano ballatoi coperti, in obbedienza al concetto di Corbu delle “strade per aria”. Siccome non v’era nell’agglomerato, alcun altro luogo ove peccare in pubblico, tutto ciò che d’ordinario sarebbe avvenuto nelle bettole, nei bordelli, nei caffè, nelle sale da biliardo, al lunapark, all’emporio, nei campi di granturco, nei pagliai, nelle stalle o nei granai, aveva luogo in quelle “strade per aria”. In confronto a quei boulevards di Corbu, la Gin Lane (o Vico dei Beoni) di Hogarth sarebbe sembrata una strada tranquilla” (T.Wolfe, op.cit., p.78).

    Come a Pruitt-Igoe, gli abitanti della Diga sono stati costretti a districarsi all’improvviso tra ascensori, ballatoi, scale interne prive di luce naturale e spazi labirintici, percepiti rapidamente come luoghi alienanti e insicuri. Si è subito imposta ad essi la sensazione di vivere asserragliati. Di conseguenza i pianerottoli sono stati rapidamente chiusi con inferriate, isolando così i singoli appartamenti, e gli spazi comuni dei ballatoi sono stati divisi verticalmente, per limitare la circolazione di figure estranee. Molti appartamenti vuoti sono stati occupati ma non attraverso forme di lotta organizzata di “diritto alla casa”, come in altre città e situazioni (per esempio alle Vele di Scampia), ma quasi sempre in una logica di marginalità e disperazione. Nel frattempo i box, mai terminati, sono divenuti una “zona franca” per ogni sorta di attività illecita. All’esterno l’assenza di negozi e botteghe, bar e qualsivoglia luogo di cultura e socialità ha alimentato lo stesso senso di insicurezza e gli spazi pubblici, le piazze e i presunti luoghi di aggregazione sono stati ben presto divorati dall’incuria e dal degrado. E’ lo stesso scenario che era già stato vissuto dagli abitanti di Pruitt-Igoe, al punto che proprio l’analisi di quel clamoroso fallimento spinse – nel 1973, appena un anno dopo la distruzione di Pruitt-Igoe stessa – Oscar Newman, allora professore alla Washington University di Saint Louis, a scrivere il saggio Defensible Space. Crime and Prevention Through Urban Design, divenuto subito un classico della microsicurezza urbana, la risposta tecnica ad una visione securitaria dell’ambiente metropolitano. Osservando come gli spazi pubblici di Pruitt-Igoe fossero divenuti oggetti di abbandono e, conseguentemente, ricettacoli di un alto tasso di criminalità, Newman ne fece un caso studio per proporre soluzioni “riparatorie” che andavano dal design deterrente alla promozione di attività di sorveglianza informale da parte degli abitanti. La teoria dello “spazio difendibile” di Newman – che ha ottenuto grande successo nei piani dei dipartimenti di urbanistica e nelle retoriche politiche sulla sicurezza imperanti da decenni – aveva come sottotesto il principio che la tutela della sicurezza degli abitanti di luoghi anonimi e marginali debba passare non per la messa in discussione radicale dell’idea di città alla loro base, ma per pratiche concrete di sopravvivenza in un territorio ostile, pratiche fondate sul sospetto e sulla diffidenza che, di fatto, implicano la rinuncia definitiva alla dimensione sociale e pubblica della città e l’abitudine a considerare strade e piazze come territori naturalmente pericolosi da cui difendersi.

     

    Alcuni storici dell’architettura locali, ammiratori del funzionalismo di Gambacciani, lamentano come la sua fama sia rimasta ancorata alla dimensione cittadina genovese. Questa constatazione si potrebbe spiegare con il semplice fatto che egli si è mostrato un epigono limitatosi a declinare localmente una tendenza internazionale, facendolo, soprattutto a Begato, particolarmente male e fuori tempo massimo. Ma per comprendere il significato più profondo di ciò che hanno rappresentato Begato e tutti i ghetti realizzati ben oltre la dead line rappresentata dall’abbattimento di Pruitt-Igoe, occorre andare alla radice della sua idea architettonica e urbanistica, alla sua matrice ideologica e pragmatica primigenia, ovvero all’opera e al pensiero di Le Corbusier.

    Negli ultimi anni in Francia sono uscite diverse monografie che hanno ricostruito i legami profondi di Le Corbusier con l’estrema destra francese degli anni Venti e Trenta, sia in campo culturale che politico, legami spintisi fino all’ammirazione esplicita per Hitler e al collaborazionismo attivo con il regime di Vichy, e per altro ben occultati da Le Corbusier stesso nel secondo dopoguerra e trascurati dalla critica per decenni. Sarebbe facile fare un parallelismo con la militanza fascista del giovane Gambacciani, ma non è questo il punto interessante della questione che ci interessa.

    Ciò che emerge di più interessante da questi saggi è il riduzionismo freddo e totalitario del suo pensiero. L’uomo, diceva Le Corbusier, è come un’ape costruttrice di cellule geometriche, o come una formica, «con delle abitudini precise, un comportamento unanime» (citato in X. Jarcy de, Le Corbusier, un fascisme français, Albin Michel 2015, p. 175). La vita dell’uomo moderno si riduce a quattro bisogni fondamentali: lavorare, riposare, abitare, circolare, e la città contemporanea deve rispondere nel modo più funzionale ad essi. La risposta architettonico-urbanistica naturale al loro soddisfacimento è la standardizzazione: in primis la standardizzazione della casa, una “macchina per abitare” che va organizzata nelle “unità di abitazione”, concepite ognuna come una piccola città verticale racchiusa in un unico edificio, capace di ospitare 1500 persone; contemporaneamente la standardizzazione della città, una macchina ortogonale, fredda e impersonale, votata al puro funzionamento della produzione economica; infine – e come conseguenza delle prime due – la standardizzazione della vita dei suoi abitanti, organizzati come masse laboriose e disciplinate che, come negli alveari e nei formicai, devono seguire percorsi obbligati e sempre uguali a se stessi. La fabbrica fordista, la catena di montaggio, “l’organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor erano un modello assoluto di efficienza utilitaristica per Le Corbusier e per l’urbanistica funzionalista di quegli anni; lo erano ovviamente per il capitalismo, ma lo erano anche per i regimi totalitari. Questi ultimi non ressero, il capitalismo sì e si sarebbe aggiornato ed evoluto.

    [quote]Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.[/quote]

    Il capitalismo ha infatti fatto tesoro se non del modello integrale di città ideale di Le Corbusier, sicuramente del suo spirito ordinatore, modulando l’organizzazione urbana della vita sociale in funzione delle proprie esigenze economiche. Di radere completamente al suolo interi centri storici per sostituirli con griglie di grattacieli destinati ai luoghi del potere e dell’amministrazione – la soluzione pensata da Le Corbusier per tutti i centri urbani – se la sono sentita in pochi, anche se la tendenza a conservarli è stata dettata quasi unicamente dalle ragioni del profitto incarnate dal turismo e dalla gentrification; oppure lo si è fatto solo parzialmente, come avvenuto in modo clamoroso a Genova a Piccapietra e nel quartiere di via Madre di Dio. Di ammassare i poveri nei ghetti di periferia modellati sul principio delle “città radiose” nessuno si è fatto invece scrupolo. Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «la gerarchia è la legge del mondo organizzato nella natura come tra gli uomini» (Le Corbusier, Arte decorativa e design, Laterza 1973, p. 16) e che fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.

    Le Corbusier amava definirsi un tecnico che risolve problemi e non un politico: «Tenevo molto a non uscire dal piano tecnico. Sono un architetto, non sono disposto a fare della politica. Che ciascuno nel proprio campo, secondo la più rigorosa specializzazione, conduca la propria soluzione alle estreme conseguenze» (Le Corbusier, Urbanistica, Il Saggiatore 2017, p. 290). Questa presunta neutralità è il tratto fondamentale del pensiero totalitario; in una vita sociale organizzata dall’alto in modo così capillare, gerarchica e razionale, dove nessuno può mettere in discussione l’ordine generale (ovvero fare politica), ognuno deve limitarsi a svolgere il proprio compito come un tecnico. La categoria fondamentale del pensiero di Le Corbusier non era dunque il nazifascismo – tant’è vero che egli si rivolse con altrettanto entusiasmo anche a Stalin – ma il totalitarismo economico-produttivista, l’ordine razionale e l’efficienza di un mondo industriale, tecnico e utilitarista: “una visione fredda del mondo”, per dirla con Marc Perelman, della quale le forme urbane delle “città radiose” sorte tutte uguali ai quattro angoli del globo, da Pruitt-Igoe fino a Begato (passando per le periferie delle città del socialismo reale, non a caso perfettamente speculari a quelli dell’Occidente capitalistico), hanno rappresentato una manifestazione tanto orribile nei risultati quanto coerente negli scopi. «L’opera-sistema di Le Corbusier è fermamente associata ad una visualizzazione totalitaria della vita, ad una compulsione ripetitiva dell’idea di macchina (umana, architettonica, urbana), all’inquietante progetto di un urbanismo della rarefazione visiva, al freddo allineamento di blocchi di edifici e unidimensionali. […] Poiché Le Corbusier non fu solo lo specchio della società dei suoi tempi, egli certamente fu l’espressione vivente e dunque pericolosa di quei tempi, l’individuo-soggetto, ma soprattutto il soggetto-progetto che ha cristallizzato nella propria persona il cupo divenire della città, l’anticipatore che ha proiettato, con un saper fare sicuramente inedito, un’esistenza sottomessa ad un behemoth urbano mostruoso» (M.Perelman, Une froide visione du monde, Michalon 2015, pp. 70-71).

     

    L’organizzazione totalitaria delle forme di vita dell’uomo all’interno della città alveare è dunque la cifra urbana del Novecento inventata da Le Corbusier e pedissequamente ripresa da mille suoi seguaci, tra cui Gambacciani. In uno degli altri suoi progetti della metà degli anni Ottanta, modellando il nuovo quartiere di Quarto Alto secondo gli stessi schemi architettonici e urbanistici di una ennesima piccola “città radiosa” – e, non a caso, molti dei “profughi” della Diga di Begato vengono oggi ricollocati proprio a Quarto Alto -, Gambacciani ha definito il grattacielo più alto del complesso “il supercondominio” (citato in A.Vergano, op.cit., p.119). Non so se Gambacciani avesse letto e conoscesse Il condominio scritto da Ballard nel 1975 e volesse così fare del citazionismo autoironico. Non lo credo, visto che quel romanzo è una denuncia spietata della psicopatologia indotta dalle forme della macchina per abitare corbusiana, ancorché in una versione “borghese”, e che quasi tutti gli altri suoi romanzi dagli anni Settanta in poi sono incentrati sulla descrizione di una cupa distopia sociale incentrata sui non-luoghi caratteristici del tardocapitalismo. Nel suo ultimo grande romanzo prima di morire, Regno a venire, Ballard è arrivato a definire il consumismo indotto dai grandi centri commerciali come una nuova forma di totalitarismo, la cui veridicità profetica l’abbiamo potuta verificare recentemente osservando le code che si sono create fuori dai grandi centri commerciali nel periodo del lockdown e delle restrizioni, quando, non potendo muoversi liberamente o andare fare delle scampagnate, le masse delle metropoli si sono accalcate alle loro porte: “La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia. Crediamo di poter scegliere ma è tutto già deciso. Dobbiamo continuare a comprare, se no falliamo come cittadini. Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere soddisfati solo dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva… Questa è una nuova forma di totalitarismo che opera nei pressi dei registratori di cassa” (J.G.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli 2006, p.114).

     

    “Nel quadro delle campagne di politica sociale di questi ultimi anni, per rimediare alla crisi degli alloggi, prosegue febbrilmente la costruzione di topaie. Di fronte all’ingegnosità dei nostri ministri e dei nostri architetti urbanisti non si può che restare ammirati. Per evitare ogni disarmonia, costoro hanno messo a punto alcune topaie tipo, i cui progetti vengono impiegati ai quattro angoli della Francia. Il cemento armato è il loro materiale preferito. Questo materiale, che si presta alle forme più elastiche, viene adoperato soltanto per fare case quadrate. Il più bel risultato del genere sembra essere la “Città Radiosa” del generale Corbusier, benché le realizzazioni del brillante Perret gli contendano la palma. Nelle loro opere si sviluppa uno stile che fissa le norme del pensiero e della civiltà occidentale del ventesimo secolo e mezzo. E’ lo stile “caserma” e la casa del 1950 è una scatola. Lo scenario determina i gesti: noi costruiremo case appassionanti” (Internazionale lettrista, Costruzione di topaie, “Potlatch” n.3, 6 luglio 1954). Questo scrivevano i più radicali nemici del progetto politico di Le Corbusier – l’Internazionale lettrista è il gruppo parigino di Guy Debord antecedente alla creazione dell’Internazionale situazionista – un anno prima che Yamasaki completasse il complesso di Pruitt-Igoe e trenta prima che Gambacciani, ignorando quella lezione storica, ripetesse lo stesso modello a Begato. Per i situazionisti, lo stile di vita che si incarnava nelle città ristrutturate secondo il dettato funzionalista corbusiano era il campo sul quale il dominio totalitario del capitalismo moderno – quello che Debord avrebbe definito “la società dello spettacolo” – si espandeva in modo subdolo e pervasivo, aggiornandosi ai bisogni imposti dalla ristrutturazione della società dei consumi degli anni Cinquanta, la stessa che si sarebbe evoluta nella distopia descritta da Ballard. D’altronde, vedendo sorgere alla periferia di Parigi le banlieues, già nel 1961, i situazionisti furono facili profeti delle sommosse che le avrebbero attraversate decenni dopo: “Se i nazisti avessero conosciuto gli urbanisti di oggi, avrebbero trasformato i campi di concentramento in case popolari… i privilegiati delle città dormitorio non potranno che distruggere” (R.Vaneigem, Commenti contro l’urbanistica, “Internationale situationniste”, n°6, 1961, pp. 33-37, Nautilus 1994). L’Italia non è la Francia, Genova non è Parigi, Begato non è Sarcelles; la composizione sociale delle banlieues ne fa un caso unico nel contesto europeo. Begato non è mai stata caratterizzata da rivolte e oggi viene smantellata sommessamente, senza la volontà popolare espressa attraverso assemblee pubbliche né l’atto spettacolare della dinamite di Pruitt-Igoe.

    Neanche il WTC di San Benigno, ben difficilmente e per fortuna, sarà bersaglio di attacchi terroristici come il suo fratello maggiore di New York. Egli rimane lì dov’è, una gelida lastra di vetro e acciaio sulla spianata che ha livellato il colle di San Benigno che per secoli divideva Genova dal ponente cittadino. Su questa piana il WTC è giocoforza diventato il vicino e il contraltare postmoderno della Lanterna di Genova che da novecento anni guida la navigazione al largo delle coste liguri del Mediterraneo. A questo proposito è buffo e significativo il fatto che Hitler fosse convinto che il Reich nazista sarebbe stato millenario e che, a fronte di questo delirio, Le Corbusier nel 1933 scrivesse alla madre che “Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa. […] Questa è la fine dei discorsi da tribuna o da assemblea, dell’eloquenza e della sterilità parlamentare. La rivoluzione si farà nel senso dell’ordine» (cit. in M.Perelman, op.cit., p. 39). Quel regno millenario durò fortunatamente soltanto dodici anni, meno ancora di Pruitt-Igoe e delle Twin Towers. E’ facile immaginare che anche le forme e lo spirito dell’architettura genovese di Gambacciani non si avvicineranno minimamente alla vita della ben più gloriosa Lanterna. Lo smantellamento di Begato dopo meno di quarant’anni di esistenza s’inserisce in questo processo; e sarebbe bello che esso fosse l’alba di una presa di coscienza collettiva del voler farla finita per sempre con questa “visione fredda del mondo” incarnata dall’urbanistica totalitaria degli architetti del Novecento e del volerne ricostruire uno nuovo, di mondo, popolato di case davvero “appassionanti”.

     

    Eppure le forme di vita imposte dalle “città radiose” di Le Corbusier, da Pruitt-Igoe a Begato, al di là delle loro vetuste forme architettoniche, sembrano incarnare una profezia nefasta proprio alla luce di quanto abbiamo vissuto in questo 2020: il distanziamento sociale, la vita quotidiana reclusa in cellule abitative segregate dal mondo esterno, il tramonto della vita sociale e pubblica surrogata dalla realtà virtuale, la mobilità esterna ridotta al lavoro e agli spostamenti per necessità. Tutto ciò che era stato pensato da Le Corbusier come struttura della vita ridotta ad ingranaggio di una megamacchina produttiva lo abbiamo sperimentato in prima persona con l’emergenza della pandemia. Il problema è che molti di coloro che, stando ai vertici del comando economico planetario, hanno il potere di decidere delle nostre vite non esitano a predire che questo modello, opportunamente edulcorato, dovrebbe essere in qualche modo mantenuto anche una volta sconfitto il virus e cessata l’emergenza. Secondo i loro piani lo stato di eccezione temporanea dettato dalla pandemia potrebbe diventare preludio di una rivoluzione permanente. Per i capi del World Economic Forum la pandemia dovrebbe infatti essere esplicitamente l’opportunità da non perdere per il grande reset (cfr. K. Schwab, T.Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020), l’avvio di quella quarta rivoluzione industriale (K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, FrancoAngeli 2019) che, grazie alle mirabolanti conquiste dell’era digitale, dovrebbe rendere strutturali alcune di queste sperimentazioni. In questa visione di futuro prossimo, il trionfo della virtualità, lo smart working e la didattica a distanza, l’innovazione tecnologico-digitale, le prospettive transumaniste e cyborg che arrivano a mettere in discussione persino il significato stesso di “essere umano”, si innestano su una organizzazione sociale nella quale il distanziamento, la separazione netta tra la “libertà” interna alle mura domestiche e limiti sempre più necessari alla vita sociale e pubblica, sistemi pervasivi di sorveglianza che aggiornano tecnologicamente la teoria dello spazio difendibile di Newman, dovrebbero diventare la norma, aggiornando in senso autoritario il tardocapitalismo alle crisi (ambientali, economiche e sociali) da esso stesso provocato. Meno libertà, più sicurezza; di questo i capi dell’economia mondiale parleranno al prossimo incontro del World Economic Forum di Davos. L’obiettivo esplicito di questa operazione è rendere l’Occidente liberale competitivo con la Cina, la potenza economica più forte al mondo ed un modello di autoritarismo statale capitalistico che, se fosse ancora vivo, Le Corbusier apprezzerebbe sicuramente molto, sia da un punto di vista politico-sociale che urbanistico. Non a caso una delle immagini più forti e simboliche di questo 2020, l’inizio della rivoluzione indotta dalla pandemia, è racchiusa nel video impressionante degli abitanti di Wuhan costretti dal lockdown a stare chiusi negli enormi “supercondomini” di quella megalopoli-alveare di undici milioni di abitanti che cantano all’unisono dalle finestre delle proprie cellule abitative per farsi coraggio. Una visione che sembrava tratta da un mix distopico di Metropolis di Fritz Lang e un romanzo di Ballard e che si è invece rivelata la profezia di una trasformazione globale forse appena agli esordi.

    In questo scenario la “visione fredda del mondo” non si incarnerebbe più, forse, nelle forme obsolete e ostili di Pruitt-Igoe e Begato ma potrebbe propagarsi come un virus silenzioso degno di quello de Il demone sotto la pelle di Cronenberg, coltivato proprio nelle viscere di una macchina per abitare corbusiana (significativamente ribattezzata L’arca di Noè) e da lì pronto a propagarsi per il mondo. Quel film del 1975, concepito come una distopia ballardiana (il film è dello stesso anno de Il condominio) sulle relazioni tra una certa architettura moderna e l’avvertito pericoloso disfacimento della società occidentale, assume oggi i connotati di una metafora ancora più densa di significato. Là, nella finzione cinematografica del 1975, l’isolamento salvifico dalla crisi della civiltà su quella sorta di arca allegorica che era la “città radiosa” si trasformava, proprio grazie ad un virus, nella creazione di un nuovo modo di essere figlio dell’ambiente insostenibile in cui veniva generato. Qua, nella realtà presente, un virus nato e propagatosi per l’invadenza dell’uomo urbanizzato nei confronti degli equilibri di un ecosistema pianeta che abbiamo trasformato in una specie di supercondominio-alveare ci costringe a rimettere in discussione l’idea che si possa continuare a concepire la nostra vita come funzione della megamacchina economica e produttiva.

    Di ben altre dighe avremo bisogno in quel caso, ma, nel frattempo, visto che il futuro resta ancora una incognita e la storia una pagina da scrivere collettivamente, limitiamoci, dal nostro piccolo punto di vista locale, a rivolgere uno sguardo benevolo che le luci della Lanterna possano idealmente ricongiungersi con quelle provenienti dalle colline di Begato non più ostruite da una colata di cemento, esclusione ed alienazione.

    Leonardo Lippolis

  • Genova scelta di ‘serie b’ per Amazon: opportunità persa o pericolo scampato?

    Genova scelta di ‘serie b’ per Amazon: opportunità persa o pericolo scampato?

    Con l’apertura, a ottobre, del nuovo deposito a Campi Amazon rafforza la sua presenza anche a Genova, nell’anno della crescita record favorita dal covid. Ma il dibattito, fermo ai numeri sui posti di lavoro creati e al grido di dolore del commercio tradizionale, non inquadra i veri termini della questione.

    Negli ultimi giorni di ottobre di quest’anno, qualcuno o qualcuna ha acquistato su Amazon il romanzo di Nancy Springer  “Enola Holmes: il caso del marchese scomparso”. È stata la prima volta che un acquisto effettuato su Amazon è passato dal nuovo deposito di smistamento della stessa Amazon a Genova Campi, entrato ufficialmente in funzione lo scorso 28 ottobre. Il lettore/la lettrice è probabilmente genovese ma potrebbe risiedere anche a La Spezia o Alessandria, altre province in parte servite dalla nuova struttura.

    In queste settimane, con la stagione degli acquisti natalizi e un settore del commercio tradizionale martoriato dal covid-19 (ma in crisi, almeno a Genova, da ben prima della pandemia), di Amazon si sta parlando molto. I commentatori si dividono tra chi crede che il colosso dell’e-commerce faccia una concorrenza troppo forte e persino sleale a negozi e centri commerciali fisici e chi invece sostiene che questi dovrebbero adeguarsi e, per esempio, aprire un proprio spazio sulla piattaforma. Le circostanze di quest’anno portate dalla pandemia, con milioni di consumatori di tutto il mondo costretti a casa e altrettante attività fisiche costrette a chiusure parziali o totali, hanno rafforzato ulteriormente Amazon e l’e-commerce in generale e dato ulteriori argomenti a entrambe le posizioni. La ribellione dei piccoli contro la multinazionale o lo sbarco nell’inevitabile nuovo mondo dell’e-commerce, poco importa se visto come un destino da accettare o un’opportunità da cogliere.

    Le associazioni di categoria assumono posizione spesso difensive. Quest’anno hanno chiesto al Governo di fare come in Francia, dove la giornata principale del Black Friday è stata rinviata al 4 dicembre, quando l’allentamento di alcune delle restrizioni in vigore potrebbe aver consentito ai negozi fisici di concorrere in modo più equilibrato con il super evento di sconti annuale di Amazon. Il Governo italiano, però, non ha modificato le date dell’evento, che si è concluso lo scorso 27 novembre. In Francia è nata anche la campagna a sostegno dei negozi fisici #NoelSansAmazon (Natale senza Amazon) che alcune organizzazioni del piccolo commercio hanno cercato di proporre anche in Italia. La Camera di Commercio di Genova e delle Riviere della Liguria per la stagione degli acquisti di Natale ha proposto la campagna #comprasottocasa, dai contenuti simili.

    Amazon a Genova

    Eppure, quando Amazon ha aperto il suo centro di smistamento a Genova il dibattito si è limitato agli annunci sui nuovi posti di lavoro che si sarebbero creati e a una polemica presto disinnescata sui camion per il trasporto delle merci, che lo scorso inverno sembrava dovessero parcheggiarsi nell’area di Villa Bombrini, destinata però ad altri progetti per gli abitanti di Cornigliano. La scelta sembrava essersi resa necessaria dall’indisponibilità dell’autoparco di Campi, di proprietà dell’ingegner Aldo Spinelli, a causa dei lavori di ricostruzione del ponte Morandi. Ma dopo le polemiche degli abitanti di Cornigliano fu lo stesso Spinelli ad annunciare la disdetta degli accordi con i sindacati dei trasporti e una rimodulazione del progetto (diluito nel tempo in attesa di un autoparco definitivo).

    Forse anche questi imprevisti hanno costretto al ridimensionamento degli annunci sui nuovi posti di lavoro, ad oggi ben meno trionfali di quelli iniziali. In un’intervista rilasciata sempre a Primocanale per i suoi 80 anni, lo scorso 10 gennaio ancora Spinelli prevedeva 125 posti di lavoro sin dall’apertura dell’impianto e 300 in vista della stagione natalizia, quando il carico di lavoro aumenta. Ma al momento dell’apertura, il 28 ottobre, il comunicato di Amazon prevedeva che il nuovo centro avrebbe creato “nei prossimi anni” 30 posti di lavoro a tempo indeterminato per operatori di magazzino e 70 a tempo indeterminato per autisti incaricati di ritirare gli ordini dal deposito e di distribuirli ai clienti finali (oltre a quelli già attivi da prima dell’apertura del centro). A nostra richiesta, l’ufficio stampa di Amazon ci ha informato che ad oggi lavorano presso il deposito «circa 23 dipendenti a tempo indeterminato, più gli autisti dei nostri fornitori di servizi di consegna». «Le selezioni degli operatori di magazzino – ci dice sempre la compagnia – vengono gestite da agenzie interinali locali. Amazon non ricorre in nessuna occasione a cooperative. Gli autisti sono invece assunti direttamente dei fornitori locali di servizi di consegna che collaborano con Amazon Logistics».

    Opportunità persa o pericolo scampato?

    Il nuovo magazzino aperto a Genova è un “deposito di smistamento”. Nel gergo di Amazon, con questo termine si indica una struttura più piccola e con meno funzioni di un “centro di distribuzione”. «I centri di distribuzione – ci spiegano dall’azienda – sono in generale centri logistici di grosse dimensioni in cui i prodotti vengono stoccati e spediti una volta ricevuto l’ordine del cliente. I depositi di smistamento sono invece funzionali alla gestione dell’ultimo miglio. Si tratta di centri di dimensioni più piccole, situati in posizione strategica rispetto ai centri urbani, in cui ogni giorno arrivano ordini provenienti dai centri di distribuzione che vengono smistati in base alla loro destinazione finale».

    [quote] il paradosso di merci che sbarcano a Genova, viaggiano in camion a Torino o Piacenza dove vengono stoccate per poi tornare nel nuovo deposito di Campi ed essere distribuiti a clienti genovesi[/quote]

    Per farci un’idea il nuovo deposito genovese occupa un’area di 7mila metri quadrati, contro i 60mila del centro di Torrazza Piemonte a Torino, uno dei sei (di cui due aperti nel 2020) presenti in Italia. Come possiamo vedere dalla mappa, di questi sei cinque sono distribuiti nel nord Italia. Forse per questo a Genova Amazon ha optato per questa scelta – se vogliamo – di serie b, nonostante la presenza di un’infrastruttura come il porto. Anche con il rischio di generare il paradosso di merci che sbarcano a Genova, viaggiano in camion a Torino o Piacenza dove vengono stoccate per poi tornare nel nuovo deposito di Campi ed essere distribuiti a clienti genovesi.

    Difficile quindi quantificare con precisione l’impatto che un magazzino dalle funzioni limitate avrà. Il contesto economico per molti versi inedito generato dalla pandemia rende anche scivoloso ogni parallelo con situazioni esistenti. Ma è grazie a questa infrastruttura di magazzini, estremamente fisica a dispetto dell’idea di azienda “digitale” che spesso associamo ad Amazon, che la piattaforma fondata nel 1994 da Jeff Bezos si diffonde in modo sempre più capillare. Ogni centro di distribuzione e ogni deposito di smistamento fa arrivare un po’ più velocemente il nostro ordine a casa nostra e rende Amazon un po’ più conveniente rispetto ai negozi fisici.

    Un viaggio ad Amazonia

    Ospitare un’azienda come Amazon in una città non è quindi una scelta neutrale, ma si porta dietro una serie di conseguenze che vanno ben oltre i posti di lavoro diretti o generati nell’indotto. Non è un caso che se ne siano accorti ormai da tempo negli Stati Uniti, dove Amazon è una realtà più radicata che in Europa e il dibattito e quindi più maturo. La regolamentazione delle grandi corporation è centrale nel dibattito politico americano soprattutto a sinistra, dove nel corso delle primarie del partito democratico poi vinte da Joe Biden una candidata come la senatrice Elisabeth Warren proponeva il loro spezzettamento per contrastare il loro potere di monopolio.

    Nel 2019 le forti polemiche di cittadini e amministratori locali hanno spinto Amazon a rinunciare alla costruzione di un quartier generale nel quartiere di Queens, a New York City. Un impianto che avrebbe dovuto ospitare circa 25mila lavoratori e, secondo alcune stime, avrebbe garantito allo Stato e alla città di New York un gettito fiscale di 27,5 miliardi di dollari nei successivi 25 anni. In cambio però di generosi incentivi fiscali che in definitiva i legislatori hanno ritenuto eccedere i benefici. Come spiega l’autore e accademico Nicola Melloni sull’edizione italiana di Jacobin, magazine della sinistra radicale, Amazon sfrutta da anni i meccanismi del federalismo competitivo statunitense, bandendo delle specie di aste in cui gli Stati competono a suon di sconti e incentivi fiscali per ospitare i magazzini dell’azienda con il loro carico di posti di lavoro. Con il risultato però che le casse pubbliche si svuotano, i fondi per i servizi sociali si assottigliano e le città sono talvolta costrette ad adattarsi ad Amazon, più che l’opposto.

    La presenza di Amazon ha delle conseguenze anche molto dirette nei luoghi dove sceglie di far sorgere i suoi quartier generali. Il quartiere South Lake Union di Seattle, capitale dell’impero globale di Amazon, ha un rapporto stretto con l’azienda di Jeff Bezos, al punto da essere stato soprannominato Amazonia dai suoi stessi abitanti. «La città ha avuto una spinta senza precedenti dal punto di vista economico, con la creazione di 220mila nuovi posti di lavoro negli ultimi dieci anni – scrive Harrison Jacobs in un suo reportage del 2017 pubblicato in Italia da Business Insider – ma ha dovuto pagare un prezzo elevato». L’espansione immobiliare dell’azienda (che a Seattle ha uffici dove lavorano impiegati di alto livello, oltre a magazzini) l’ha resa tra i principali locatari cittadini, con possibilità di scegliere a quali realtà concedere i suoi spazi e a quale prezzo. L’arrivo in massa di lavoratori ben pagati e l’espansione della compagnia ha inoltre fatto lievitare i prezzi di abitazioni e uffici. Un tempo città economica, negli ultimi 10 anni Seattle ha visto crescere il valore medio degli affitti fino a tre volte la media nazionale ed è diventata la terza città degli Stati Uniti per numero di senza tetto. Vivere nel centro di Seattle richiede ormai un reddito annuale di almeno 96mila dollari. E il traffico è costantemente congestionato dai fattorini della compagnia.

    La capacità di creare posti di lavoro e ricchezza (pur con tutte le controindicazioni del caso) si traduce inevitabilmente in influenza politica. Nel 2018 il Consiglio cittadino stava discutendo l’introduzione di una tassa sulle maggiori compagnie che operavano in città, inclusa ovviamente Amazon. L’azienda finanziò l’opposizione al progetto e minacciò di sospendere la costruzione di un nuovo centro che avrebbe dato lavoro a 7mila persone, e la legge fu ritirata. Una tassa è poi stata introdotta quest’anno per contrastare gli effetti economici della crisi portata dal covid e per iniziative a favore di poveri e senzatetto.
    La situazione italiana ed europea è molto diversa da quella statunitense e un deposito di smistamento non renderà Genova la “Amazonia” italiana. Il racconto di Jacobs e lo scontro con il Consiglio cittadino di Seattle sulle tasse sono però utile per farsi un’idea di fino a che punto può spingersi l’influenza di Amazon e di quanto le grandi corporation di nuova generazione siano diventati a tutti gli effetti soggetti politici, capaci di influenzare le scelte collettive e la realtà che li circonda e di rimodellare i tessuti urbani in cui sono inseriti.

    Amazon e piccole-medie imprese: tentativi di dialogo

    Da parte sua, Amazon non vuole certo passare per la multinazionale assassina delle realtà più piccole e tradizionali che molti descrivono. In un tessuto economico fatto soprattutto di piccole e medie imprese come quello italiano, lo scorso 24 novembre Amazon Italia ha lanciato “Accelera con Amazon”, un piano di formazione per la crescita e la digitalizzazione delle piccole e medie imprese. All’evento erano presenti anche i ministri degli Esteri Di Maio e dello Sviluppo Economico Patuanelli.

    Inoltre «Sono oltre 14.000 le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it e che hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni di euro – ci fanno sapere dall’ufficio stampa di Amazon Italia – Di queste, circa 600 le realtà che hanno superato il milione di dollari in vendite. Ad oggi, le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it hanno creato oltre 25.000 posti di lavoro. Da giugno 2019 a maggio 2020, i partner di vendita italiani hanno registrato vendite per una media di oltre 75.000 euro ciascuno, ed hanno venduto in media più di 100 prodotti al minuto nei nostri negozi online».

    Inoltre i lavoratori impegnati a tempo pieno nel periodo del picco natalizio riceveranno un bonus in busta paga di 300 euro lordi (il bonus sarà parziale per chi lavora part-time). Un investimento del resto pienamente abbordabile da parte dell’azienda, che quest’anno è stata senza dubbio tra le vincitrici nel contesto della crisi causata dalla pandemia. Tra settembre 2019 e settembre 2020 Amazon ha realizzato un flusso di cassa operativo (le entrate al netto degli investimenti) di 55,3 miliardi di dollari, in aumento del 56% rispetto all’anno precedente. Nel terzo trimestre del 2020 l’utile netto è stato di 6,3 miliardi di dollari, il triplo di quello dell’anno precedente. Numeri che hanno consentito ad Amazon di quasi raddoppiare la propria forza lavoro solo tra gennaio e ottobre, assumendo 427.300 persone (in media 1.400 assunti al giorno) e arrivando ad avere 1 milione e 200 mila dipendenti in tutto il mondo . Un ritmo di assunzioni che alcuni studiosi paragonano a quello dell’industria bellica statunitense ai tempi della seconda guerra mondiale. La crescita è stata particolarmente pronunciata proprio in Italia, tra i Paesi più colpiti dalla pandemia e dove l’abitudine di fare acquisiti era relativamente meno diffusa che altrove.
    Numeri di una realtà ormai inevitabile, con cui le autorità pubbliche e le associazioni di categoria non possono evitare di fare i conti. Iniziando, tanto per cominciare, a inquadrare i termini della questione.

     

    Luca Lottero

  • Mini-idroelettrico, ecco perché è una risorsa senza futuro che porta solo devastazione e cemento

    Mini-idroelettrico, ecco perché è una risorsa senza futuro che porta solo devastazione e cemento

    Oggi, grazie all’idroelettrico, una parte importante della produzione elettrica nazionale è rinnovabile: nel 2016 si stimava il 15,3%. Tuttavia, più del 70% della potenza installata è costituita da impianti maestosi e in esercizio da prima degli anni Settanta. Ne deriva quindi un complesso di strutture troppo vecchio per stare al passo coi tempi in termini di adeguamento tecnologico e, soprattutto, sostenibile. Al contrario, invece, le numerose installazioni degli ultimi anni sono riconducibili al mini-elettrico con risultati non rilevanti in termini di produzione.

    In futuro, il potenziale idroelettrico incorrerà in una decisa trasformazione a causa dei cambiamenti climatici. Si stima che per effetto delle variazioni delle precipitazioni annue – in diminuzione rispetto al passato – oltre che della maggiore evaporazione, il deflusso delle acque e, di riflesso, la produzione di energia elettrica nei prossimi anni calerà fino al 10%. Infatti, alla continua e inesorabile riduzione dei ghiacciai segue la scomparsa dell’acqua che deriva dalla loro fusione perciò, in un contesto così instabile, è bene rivedere lo sfruttamento dell’acqua allo scopo di produrre energia idroelettrica.

    La proposta: invasi lungo i fiumi liguri, ma aumenterebbero il dissesto idrogeologico

    Come un film visto e rivisto, durante le forti ondate di maltempo, assistiamo alle stesse temute scene: piogge battenti che mettono in ginocchio intere comunità, a causa della cattiva manutenzione e pulizia dei torrenti che, puntuali, esondano e spazzano via tutto ciò che incontrano. Le conseguenze sono paesi che rimangono isolati, senza corrente elettrica e in grande difficoltà per giorni interi, oltre che danni materiali incalcolabili. L’emergenza climatica non è vicina, ma è già in atto, ed è ora che la classe politica stabilisca un piano d’azione rapido, efficace e soprattutto sostenibile. La recente proposta di del governatore Toti di installare degli invasi lungo i fiumi della Liguria per ‘disinnescarli’ e contenere le piene, non è passata inosservata e ben presto è arrivata la bocciatura da parte dell’associazione ambientalista Legambiente.

    Mentre il governatore ligure pensa a emulare il cosiddetto ‘Modello Trentino’ tramite la creazione di mini-invasi lungo i torrenti della regione, c’è chi gli ricorda che le valli della Liguria a livello morfologico sono altamente diverse da quelle del Trentino. Inoltre, i nostri torrenti hanno un flusso molto variabile e per nulla costante – dipendente sostanzialmente dalle stagioni – e un mini impianto idroelettrico installato su un corso d’acqua per gran parte dell’anno secco equivale a mettere a rischio interi ecosistemi per produrre quantità di energia estremamente basse. Nel dossier sull’idroelettrico stilato da Legambiente nel 2018, emerge che nel 2014 oltre duemila impianti idroelettrici di potenza inferiore a 1MW hanno prodotto soltanto il due per mille dell’energia complessivamente consumata. Dallo studio ne deriva, poi, che costruire invasi – tramite il versamento di ingenti quantità di cemento – per ‘salvaguardare’ il territorio ligure innescherebbe un deterioramento del suolo, con conseguente incremento del dissesto idrogeologico.

    La ‘protesta dei pesci’

    L’obiettivo è di tutto rispetto: rendere meni pericolosi i torrenti e scongiurare le piene distruttive durante le ondate di maltempo come quella degli scorsi mesi che ha colpito l’estremo Ponente. I mini-invasi si pagherebbero da soli grazie alla creazione di energia elettrica e, in secondo luogo, conterrebbero l’acqua dei torrenti evitando inondazioni. Ma ci si è domandati come funzionano queste installazioni e se il gioco vale la candela? La questione del mini-elettrico in Liguria non è nuova: il Rio Carne, che score nell’imperiese, per anni è stato oggetto di battaglie, in quanto un progetto voleva la costruzione di una mini centrale idroelettrica lungo il suo corso che avrebbe però avuto un impatto negativo sull’ecosistema circostante. Il piano è stato stracciato soltanto grazie alla presenza di un ponte che ne ha impedito la realizzazione altrimenti la situazione, con tutta probabilità, sarebbe ancora irrisolta. Ma, nonostante i precedenti, il governatore ligure sembra intenzionato a riprendere in mano la tematica, anche se i tempi di realizzazione si ipotizzano superiori ad almeno un lustro.

    In controtendenza con le dichiarazioni di Toti, solamente qualche mese fa, decine di associazioni ambientaliste protestavano contro tutti i progetti idroelettrici che mettono a rischio i corsi d’acqua e di conseguenza la fauna ittica che vive al loro interno. Si tratta della ‘protesta dei pesci’, nata per denunciare il furbesco modus operandi delle regioni che aggirano la Direttiva Quadro Acque, mettendo a rischio i corsi d’acqua naturali con progetti micro-idroelettrici totalmente incompatibili con la tutela del suolo e delle acque. La Direttiva Europea, infatti, punta a prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, a migliorarne lo stato e ad assicurarne un suo utilizzo sostenibile. Quest’ultima stabiliva il 2015 come scadenza entro la quale tutte le acque europee dovevano risultare in buone condizioni, dove per ‘buono stato’ si intende la presenza una pressione antropica ridotta. L’obiettivo, purtroppo, non è stato centrato e probabilmente non lo sarà finché la legislazione in merito non sarà più severa e meno superficiale.

    Mini-idroelettrico: i pericoli della sua applicazione

    Centrale Idroelettrica di Isoverde - foto di Aquae Giorgio TemporelliI piccoli impianti di sfruttamento delle acque a fini energetici apportano un contributo irrisorio al settore delle energie rinnovabili, ma l’impatto ambientale che ne deriva è devastante. Mentre l’attuale Decreto Rinnovabili FER 1 incentiva l’installazione di mini-centrali, ciò che andrebbe incentivata è la tutela di quei tratti fluviali ancora naturali delle nostre montagne e non la loro continua manipolazione. Per quanto gli impianti siano di dimensioni ridotte, questi finiscono per eliminare sentieri, territori per il pascolo, abbattere alberi e minacciare la sopravvivenza di specie rare di animali. Se nel secolo scorso quest’attenzione alla salvaguardia del paesaggio passava in secondo piano, all’interno di un’attività che offriva in cambio una grande domanda di manodopera locale unita ad un necessario presidio del territorio, oggi questi presupposti sono venuti meno per via della crescente automazione e dello sviluppo di sistemi di controllo da remoto. Senza contare la presa di coscienza rispetto alla crisi climatica che stiamo vivendo. È quindi alla luce del sole, ormai da anni, la consapevolezza che non vale la pena rovinare i nostri fiumi per una produzione così esigua di energia.

    Sempre più ecosistemi sono ormai artificializzati – basti pensare che dal 2009 a questa parte sono sbucati oltre 3 mila nuovi impianti – e, complice il fatto di trattarsi di opere realizzate in luoghi perlopiù isolati, le trasgressioni alle normative vengono spesso non sanzionate. I dati non mentono: questi piccoli impianti costruiti lungo i torrenti sono inutili, producono poca energia, rovinano interi ecosistemi e arricchiscono solo i privati. In generale, ogni intervento di invaso comporta delle modifiche peggiorative sull’ambiente e di conseguenza sul patrimonio storico-culturale. L’impatto, in ogni caso negativo per il territorio, comporta lo sconvolgimento dell’ambiente naturale che viene brutalmente urbanizzato, mutamenti del microclima e dell’ecosistema. Insomma, mentre l’effetto di queste infrastrutture non sarebbe affatto irrilevante, non solo il gioco non vale la candela ma aumenterebbe il rischio di dissesto idrogeologico. In Liguria permane un problema di sicurezza ambientale che da tempo avrebbe dovuto essere affrontato, ma la risposta non sembra certo essere quella proposta dal governatore.

    Ecco come sfuggire alle normative sul V.I.A.

    Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad una spasmodica proliferazione di mini-centrali idroelettriche e al conseguente impatto negativo sull’habitat della flora e fauna. La manipolazione dei paesaggi naturali si ripercuote poi sul turismo, a causa della costruzione di opere di cementificazione e di strutture accessorie che rendono meno appetibili le destinazioni per i turisti. Come detto in precedenza, le attuali normative incentivano la loro propagazione e il business non accenna a smarrire il suo appeal, anche perché all’imprenditore che realizza una mini-centrale viene concessa persino la ‘pubblica utilità’ che comporta un ventaglio di vantaggi fra cui la possibilità di espropriare i proprietari dei terreni su cui si andrà a costruire.

    Emergono poi delle contraddizioni di non poco conto in materia sul V.I.A (Valutazione Impatto Ambientale): in Liguria le mini-centrali elettriche – ossia quelle di potenza installata inferiore ai 100 KWh – non richiedono tale valutazione. Perciò, se un soggetto vuole realizzare un’installazione di potenza 400 KWh, può decidere con tutta convenienza di costruirne quattro di potenza 100 Kwh, sfuggendo così senza troppa difficoltà a quanto stabilito dalle normative sulla valutazione dell’impatto ambientale.

    Mini-centrali e speculazione privata

    Foto: Free Rivers ItaliaI nostri fiumi già sono provati dagli effetti della crisi climatica in atto e dunque da lunghi mesi di siccità, le installazioni di micro-idroelettrico provocano un ulteriore danno alle acque, le quali perdono la loro capacità di auto-depurarsi, di far crescere la vita al loro interno e si deteriorano, con il conseguente mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dalle normative europee. È il cane che si morde la coda. Le mini-centrali idroelettriche funzionano in maniera ottimale se la portata d’acqua è costante tutto l’anno, ma se questa è variabile, per alcuni mesi le centrali rimangono necessariamente inattive, quindi con capitale investito immobilizzato. Si è notato come, prevalentemente, questi impianti vengano installati in aree montane gestite da piccoli comuni, dove è più difficile trovare strutture adeguate a verificare e ad approfondire in modo efficiente una documentazione progettuale e come spesso gli abitanti siano rimasti all’oscuro di progetti di questo genere.

    La superficialità con la quale vengono approvati i progetti di mini-elettrico – senza minimamente considerare le conseguenze paesaggistiche o la presenza di specie protette – la dice lunga sul posto che ricopre la tutela della natura nella scala delle priorità. Occorre riscrivere le regole di tutela ambientale e di corretta gestione di questi impianti, regole che dovrebbero essere innovative e chiare, unite ad un sistema sanzionatorio rapido ed efficiente. Alla scadenza delle concessioni, servono gare per assegnarle con procedure regionali che stabiliscano criteri chiari di garanzia per le entrate pubbliche, eliminando lo squilibrio esistente in favore dei privati. Legambiente propone normative che prevedano la presenza di una commissione d’inchiesta in caso di contestazione e che sia obbligatoria la pubblicizzazione – fin dalle prime fasi – di un eventuale nuovo progetto per la costruzione di una mini-centrale.

    Conclusioni e sfide future

    E’ ai grandi impianti esistenti, e ormai parecchio datati, che bisogna guardare con attenzione in modo tale da mantenere, ma migliorare, la produzione idroelettrica dei prossimi anni. Secondo gli ambientalisti per l’installazione di altre centrali idroelettriche dovranno essere contemplate solo le reti già artificiali come acquedotti e fognature, siccome difficilmente sarà possibile individuare nuovi bacini con caratteristiche idonee alla costruzione. Nei grandi impianti le questioni più rilevanti riguardano l’elevata età – in media maggiore di 65 anni, mentre alcuni raggiungono quasi il secolo – e la conseguente assenza di adeguamento tecnologico e di manutenzione, spesso derivanti dai mancati rinnovi delle concessioni. Tale stallo si ripercuote sia sulla potenzialità produttiva, di cui se ne perde un 30% e sia sulla salubrità dell’ambiente, poiché la mancata messa a gara delle concessioni impedisce anche il compimento delle procedure di V.I.A.

    Il ri-affidamento delle concessioni scadute con gara potrebbe essere finalmente l’occasione per rendere trasparente la gestione degli impianti e per evitare all’Italia, nuovamente, una messa in mora dalla Commissione Europea per il Mercato Interno come nel 2013. Paradossalmente, la ripetuta emissione di proroghe delle concessioni ormai scadute, ritarda le procedure di gara per la ri-assegnazione e non giova affatto alla produzione: dopo decenni di attività gli impianti e gli invasi necessitano di ingenti investimenti per essere rinnovati, per aumentarne l’efficienza e la sicurezza. Tali investimenti però per essere programmati e concretizzati, richiedono delle garanzie di redditività che sono possibili soltanto con adeguati tempi di ritorno e che sono bloccati in assenza di concessioni regolarmente rinnovate.

    Paola Alemanno

     

     

     

     

  • Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Il coronavirus non ha colpito con uguale intensità i quartieri genovesi. Lo ha accertato la recente instaurazione di zone rosse nei quartieri di Certosa, Rivarolo, Cornigliano in parte di Sampierdarena e sul 95% del centro storico, e poi la definizione delle zone di “coprifuoco”, dove dalle 21 della sera di giovedì 22 ottobre entreranno in vigore regole più stringenti per il contenimento del contagio.

    Ma che la pandemia abbia diviso i territori e le città di tutto il mondo è un fatto ormai accertato. In ogni città, metropoli o megalopoli ci sono confini invisibili, ma netti e chiari, tra i quartieri che reggono meglio l’urto e quelli che invece pagano un prezzo salato in termini di contagi e vite umane. E i confini possono diventare fossati nei centri abitati caratterizzati da disuguaglianze più marcate. Tutte le ricerche e le analisi condotte negli ultimi mesi arrivano infatti alla conclusione che chi vive in quartieri poveri e socialmente disagiati ha più probabilità di ammalarsi e di morire di covid 19.

    Un fenomeno globale

    Prendiamo il caso di New York City, una delle città colpite più duramente dalla pandemia. Lì la diffusione della malattia e la distribuzione tra i diversi quartieri è mappata con precisione chirurgica e i numeri diffusi con una trasparenza ben maggiore rispetto a quella a cui siamo abituati. Nel momento in cui scriviamo questo articolo (sera del 21 ottobre 2020) «Molti dei quartieri con il numero più alto di casi pro capite – scrive il New York Times  – sono aree con reddito mediano più basso e famiglie più numerose della media. Tra le zone più colpite ci sono comunità del South Bronx, nord e sudest del Queens e la gran parte di Staten Island. Se l’età è un fattore molto legato alla fatalità del covid-19, anche quartieri con alte concentrazioni di afroamericani e latinoamericani, così come quelli con residenti dal basso reddito, soffrono i più alti tassi di morti da covid 19».

    Anche analisi e ricerche effettuate su città come Birmingham (Regno Unito), Mumbai (India), Nairobi (Kenya), Milwaukee (Stati Uniti), Montreal (Canada), Londra (Regno Unito) e Barcellona (Spagna) mostrano la stessa tendenza. Si tratta di città e contesti molto diversi tra loro, ma le aree più colpite dalla pandemia hanno caratteristiche ricorrenti: nuclei familiari numerosi che condividono spazi abitativi ridotti, presenza di lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di lavorare da casa come fattorini, addetti alle pulizie, conducenti di mezzi pubblici, infermieri, badanti. O alti livelli di disoccupazione, povertà e disagio sociale in genere. Tutti fattori che anche in tempi normali portano a condizioni di salute peggiori, alla presenza di un numero più elevato che altrove di malattie croniche, che come ormai sappiamo spianano la strada al contagio e al Covid 19, che ha conseguenze più serie – persino fatali – più facilmente sui soggetti con patologie pregresse.

    Zone sempre rosse

    Paragonare le zone rosse genovesi con quelle di New York e delle altre città citate può essere azzardato. Troppo diversi i contesti, forse troppo piccola e “compatta” Genova per poter distinguere in modo netto i quartieri interni. Tant’è, in un quadro di emergenza sanitaria generale, le autorità hanno ritenuto di alzare ulteriormente il livello di guardia in un numero limitato di aree cittadine. In assenza di dati pubblici più precisi sulla distribuzione del contagio tra i quartieri (a parte qualche occasionale report dell’agenzia sanitaria regionale Alisa, il più recente dei quali risale a inizio mese) questa grave decisione amministrativa è al momento l’indicatore più chiaro delle disuguaglianze territoriali interne alla città di Genova di fronte alla pandemia. Decisione che ha interessato territori dove si ritrovano alcune delle caratteristiche che rendono i quartieri più fragili dal punto di vista sanitario.

    Nel centro storico si concentrano alcune delle caratteristiche che ormai sappiamo contribuire alla diffusione del contagio: densità abitativa elevata ma anche appartamenti sovraffollati e talvolta occupati da più di un nucleo familiare, disoccupazione e povertà diffusa. Genova sotto molti aspetti ribalta il classico rapporto centro-periferie, con quest’ultime in molti casi più vivibili di un centro storico in molte sue aree degradato, povero, socialmente in difficoltà. E fragile davanti a un fenomeno come il coronavirus, che penetra più a fondo tra le pieghe del disagio.

    Periferie in senso lato sono però Certosa, Rivarolo, Cornigliano e Sampierdarena, le altre aree rosse forse non a caso tutte e tre nella parte occidentale della città o in Val Polcevera, aree dal passato industriale e negli anni gravate di più servitù di altre. Aree che si trascinano dietro annose questioni sociali e che in tempi più recenti hanno visto suonare diversi campanelli d’allarme dal punto di vista sanitario. Nel 2016, il consigliere regionale Gianni Pastorino segnalava un aumento della mortalità femminile del 30% in Val Polcevera. Il dato era stato fornito dal dottor Valerio Gennaro dei Medici per l’Ambiente, che negli ultimi anni si è dedicato allo studio dei tassi di mortalità nei vari quartieri genovesi. Il metodo utilizzato dall’associazione consente nel calcolare la differenza tra il numero di morti attese per cause naturali nei diversi quartieri e quelle che invece effettivamente si registrano. Secondo i risultati più recenti dell’associazione, ad avere più morti del previsto sono in genere proprio i quartieri ponentini e quelli della Val Polcevera, in particolare aree come Pra’ e Cornigliano, quest’ultima confinante o prossima alle attuali zone rosse.

    Chi paga?

    “Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia” diceva il premier Giuseppe Conte all’inizio del lockdown di marzo, ma sembra che in quel tutti qualcuno debba e abbia rinunciato a qualcosa più di altri. A partire dalla salute e proseguendo dalla possibilità di accedere ad una vita sana e dignitosa, e in un ambiente urbano salubre. Questi pochi mesi tra la prima e la seconda ondata, già messa in conto e largamente attesa da tutta la comunità scientifica, hanno però dato l’impressione che nonostante queste evidenze, non ci sia stato un cambio di prospettiva o un intenzione di cesura con il passato. Niente è stato fatto per potenziare il servizio di trasporto pubblico mentre l’assistenza socio sanitaria alle persone in difficoltà è ancora saldamente incardinata nel centralismo delle strutture sanitarie, con tutti i problemi di accessibilità che si porta dietro. Le tutele per i lavoratori non hanno segnato svolte e l’istruzione pubblica non è stata messa in sicurezza, lasciando alla “facoltà di connessione” il discrimine per l’accesso al sapere.

    Ma non solo: nelle scelte ambientali e urbanistiche sono stati riproposti gli schemi di un passato responsabile delle criticità di oggi: lo si evince dalla vicenda dei depositi chimici di Multedo, che con buona probabilità saranno spostati nella solita Val Polcevera, mentre per il centro storico si sta aspettando il progetto di riqualificazione dell’amministrazione comunale e che, secondo le prime anticipazioni, sembra essere incardinato sui parametri del “benessere commerciale” più che del benessere di chi ci abita. Se ci abiterà ancora. E chi oggi è in zona rossa, lo sarà anche domani, ovunque essa sia.

     

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella