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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • La Bolivia e la capitale La Paz

    La Bolivia e la capitale La Paz

    La Paz, Bolivia
    Veduta di La Paz, Bolivia

    La Bolivia è la nazione più povera del Sud America, una delle più povere del mondo. Dalle nostre parti si conosce davvero poco di questo paese e di questa gente, un volo per l’Europa qui costa l’equivalente di un anno di stipendio e per questo non è facile incontrare e conoscere a Genova un boliviano…

    Eppure, nonostante le difficoltà e le ristrettezze, l’enorme disparità fra poveri e ricchi non è così netta come verrebbe facile immaginare (almeno in tutta la zona dell’altipiano, meno felice in questo senso la situazione nella parte amazzonica); i problemi di sicurezza che caratterizzano molte realtà vicine come il Messico, il Perù, il Brasile o la Colombia, in Bolivia sono di minore entità; le persone si dispongono civilmente in coda per salire sul bus (nulla a che vedere con l’Italia) e in città tutti i commercianti fanno le ricevute (nulla a che vedere con l’Italia); gli unici bambini che vedi per strada (almeno nelle strade cittadine…) sono quelli che tornano da scuola, con i loro grembiulini tutti uguali, e quelli ancora più piccoli che sono al seguito della mamma con la bancarella… Ah, dimenticavo: la Bolivia, specialmente La Paz, è un mercato a cielo aperto, tutti vendono qualcosa!

    La Paz è la capitale più alta del mondo, la parte bassa dove vive la popolazione più ricca (a differenza di quello a cui siamo abituati noi dove di solito i ricchi stanno in collina..) ha un’altezza sul livello del mare di circa 3200 metri. La parte alta di La Paz arriva a quasi 4000 metri, e le case (pochissime baracche, tutte costruite in mattone e naturalmente senza intonaco..) si inerpicano lungo la montagna. Vista dal basso La Paz è un enorme agglomerato di case all’interno di un canyon nella cui gola si distende la strada principale che divide in due la città.

    Mercato a cielo aperto, dicevamo… La bellezza della merce in mostra ed i prezzi molto bassi aiutano a non pensare alla fatica quando cammini per le salite della città, talvolta assai ripide. La cosa che può sorprendere è che, anche in alcuni alberghi per turisti, al mattino vengono servite foglie di coca insieme alla colazione, le quali vanno masticate molto per far uscire il principio attivo che devo dire essere molto utile contro l’altitudine.

    I problemi della Bolivia riguardano soprattutto la rete di trasporti, dai mezzi a privati a quelli pubblici passando per la ferrovia. I mezzi sono deteriorati e privi di manutenzione tanto che ogni viaggio necessita di una sosta per la riparazione da parte dell’autista di qualche componente! la condizione delle strade, certo, non aiuta. Spesso è necessario scendere dal pullman per aiutare l’autista a coprire buche che assomigliano a vere e proprie voragini…

    La cucina boliviana è semplice, ma il sapore dei prodotti della terra è più forte rispetto al nostro. La qualità della carne è quasi sempre elevata e da provare le tante zuppe naturali che vengono servite nelle locande, molto particolare il Chairo, la zuppa dell’altipiano andino preparata con patate essiccate al gelo. E infine.. beh la parte tutta dedicata agli occhi.

    La Bolivia non è, ovviamente, solo La Paz. Mi riferisco agli splendidi panorami del lago Titicaca e dell’isola del Sole, alla ‘Ciudad Blanca‘ Sucre (la prima capitale alla costituzione dello stato Boliviano) e alla città di Potosi, la più alta del mondo. Verso il confine con il Cile si trova il lago salato più grande del mondo (Salaar de Uyuni), il deserto, dove si raggiungono anche i 5000 metri sul livello del mare e, infine, proprio a ridosso del confine, la famosa Laguna Verde con il vulcano Licanbur sullo sfondo…

    Massimo Mancini

  • Mexico: da Oaxaca destinazione Zipolite

    Mexico: da Oaxaca destinazione Zipolite

    Spiaggia di Zipolite, Mexico
    La spiaggia di Zipolite, Mexico

    Non ho resistito alla tentazione, nonostante il fuso orario e le 12 ore di sonno in 4 giorni… Lui era lì fuori maestoso e urlante. Dovevo presentarmi al compagno che sentirò vicino ogni mattina dal mio terrazzo, colui che mi addormenterà ogni notte: l‘Oceano Pacifico.

    Sono arrivata al check in alle 5.30 del mattino destinazione Oaxaca con scalo a Citta’ del Messico. Sull’aereo il signore che mi siede accanto mi saluta con un sorriso, pensare che poche ore prima a Milano ho faticato a parlare con tutti… Erano immersi nelle guide turistiche pensando a come spendere le loro due settimane messicane in un villaggio turistico…

    Citta’ del Messico dall’alto mi lascia senza fiato… enorme, sembra bellissima, grattacieli che si elevano altissimi in una parte, mentre il resto della citta’ sembra ancora dormire, in modo ordinato e silenzioso.

    Oaxaca a mezzogiorno sfoggia un caldo assurdo, il sole sembra volerti cuocere. Prendiamo un taxi cumulativo, in 5, io  sul sedile davanti insieme a Johnny, il mio compagno di viaggio.

     

    Oaxaca, MexicoOaxaca e’ una citta’ coloniale, capoluogo della regione con il piu’ alto numero di indigeni; ascolto i bambini al mercato e mi rendo conto che non parlano spagnolo, bensi zapoteco! Quando chiediamo un’informazione, le persone non si limitano ad indicarci la strada, ma ci accompagnano, un po’ come a Genova quando i vecchini scappano perche’  credono che tu sia un incredibile cacciatore di taglie!

    Anche il pomeriggio fa molto caldo, ma noto tanta gente per strada, chi passeggia, chi parla, chi si bacia…tutto intorno alla fontana centrale. Ci fermiamo in parecchi bar, un litro di cuba libre o mojito costa 30 pesos, 1.40 euro…

    La sera nella piazza principale c’e’ uno spettacolo di danza, una banda suona e la gente balla,naturalmente noi ci buttiamo nella mischia facendo la nostra misera figura in mezzo a signori e signore di una certa eta’ eccellenti ballerini di bachata e salsa!

    La mattina seguente dovevo attraversare il Mexico per raggiungere Zipolite, quella che sara’ la mia casa per i prossimi tre mesi, li’ mi aspetta il Pacifico… Il viaggio, pero’, non e’ ancora terminato, ancora sei ore di pullman mi separano dalla meta, buona parte delle quali trascorse con la testa di un mexicano appoggiata sulla mia spalla, non mi andava di svegliarlo, dormiva cosi’ bene! Io intanto non avevo intenzione di chiudere occhio, forse perche’ il sedile era maledettamente scomodo, ma soprattutto perche’ volevo guardarmi intorno. Le strade mexicane sono tutte molto buie, raramente sono illuminate dai lampioni; per lunghi tratti questa era sterrata e tortuosa…

    Alzando gli occhi dal finestrino mi accorgo di una Luna incantevole, sembra strana e insolita, ha lo spicchio rivolto verso il basso, “al contrario” rispetto a come siamo abituati a vederla noi. Pur essendo calante, la sua luce illumina tutta la campagna e si sostituisce ai lampioni… Esce la bella Luna e “si scolora il mondo”, scriveva Leopardi.

    Veniamo fermati per un controllo, un soldato in tuta mimetica, passamontagna e mitra ordina all’autista di aprtire il bagaliaio, tutto ok e si riparte. Dopo sei ore arriviamo a Pochutla, e poi un altro taxi per raggiungere finalmente Zipolite. Ottocento abitanti per tre chilometri di spiaggia, negli anni sessanta Zipolite fu una delle piu’ importanti comunita’ hippies del mondo, si trasferirono qui migliaia di persone, soprattutto americani. Oggi sono nati alberghi e ristoranti, si sono trasferiti qui molti europei alla ricerca di nuova vita. Ad una prima occhiata sembra davvero bellissima!

    Mi ritrovo con un terrazzo vista oceano, due simpatici cani neri sotto casa e il vicino che alle 7 del mattino mi saluta con un sorriso a trentasei denti! Niente male come benvenuto… A questo punto sapete gia’ che non sono riuscita a resistere, che ho deciso di trascorrere le mie prime ore a Zipolite su questo terrazzo… Ed e’ proprio da qui che vi sto scrivendo, sono le otto ormai e il sole si sta alzando, inizia a fare caldo, ma nonostante sia sveglia da ventiquattro ore di dormire proprio non ne ho voglia… Avro’ tre mesi di tempo per chiudere gli occhi, ora voglio solo godermi questo “pacifico” spettacolo… finalmente.

    Valentina Sciutti

     

  • Storia di Genova: piazza San Matteo e la famiglia Doria

    Storia di Genova: piazza San Matteo e la famiglia Doria

    Piazza San Matteo, Genova
    La chiesa di San Matteo nell’omonima piazza

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    Piazza San Matteo è stato il cuore di una delle più illustri famiglie genovesi, quella dei Doria. Consorteria e centro politico e di affari della famiglia, già nel 1125 il benedettino Martino Doria fece costruire una piccola Chiesa dedicata a San Matteo, patrono della famiglia perché gabelliere di professione (una delle principali attività dei Doria come pubblici ufficiali era appunto la riscossione di tasse indirette, dette gabelle).

    Nel XIII secolo i Doria trasformano con nuovi e più grandi edifici questo loro centro strategico, la cui collocazione nel tessuto urbano medievale garantiva il controllo della città. Inizialmente il borghetto si estendeva da San Matteo sino alle Mura Carolingie, presso la porta di Serravalle (attuale zona di via Tommaso Reggio), controllando l’uscita della città da questa parte.

    L’alternanza di marmo e ardesia (classiche facciate bianco nere del medioevo genovese) dei nuovi palazzi Branca Doria e Lamba Doria venne utilizzata anche per la chiesa completamente ricostruita nel 1278, arretrata e rialzata per gestire la pendenza del terreno e dare risalto alla facciata della Chiesa.

    Nel 1308, dietro palazzo Branca Doria e attiguo alla chiesa, venne costruito il Chiostro, prestigioso centro della consorteria, splendido esempio di architettura medievale e dal 2004 sede dell’ordine degli Architetti. Nel 1486 l’ultimo dei palazzi doriani della piazza, quello che dopo il 1528 sarà donato ad Andrea Doria come Padre della Patria, sorge a sinistra del Lamba Doria sul lato antistante la chiesa.

    Mecenate che introduce a Genova le nuove forme rinascimentali, la cui tomba è conservata nella cripta della Chiesa, Andrea Doria arricchì di marmi e affreschi la chiesa di famiglia e i palazzi affidandosi ad artisti del calibro di Luca Cambiaso e Giovambattista Castello.

    Video di Daniele Orlandi

    La congiura dei Fieschi e la vendetta di Andrea Doria

    Andrea Doria è stata una delle personalità di maggior rilievo della storia genovese. Nobile della famiglia Doria, intraprese la carriera militare collezionando successi prima a terra e poi come marinaio condottiero fino ai settantanni di età. Già anziano, e da un ventennio al controllo della città, nel 1547 dovette affrontare la congiura dei Fieschi, celebre avvenimento della storia genovese. La congiura fallì in un solo giorno, con il condottiero dei Fieschi annegato e un nipote della famiglia Doria ucciso. La vendetta del principe Andrea Doria fu molto crudele. Il corpo di Gian Luigi Fieschi fu recuperato dal mare e lasciato a decomporsi sul molo per due mesi. I congiurati vennero messi a morte dopo un processo sommario e in piazza San Matteo vennero convocate le più alte personalità cittadine per assistere al giudizio. I beni dei Fieschi vennero espropriati, le loro roccheforti espugnate una ad una. Ebbe così fine il ruolo nella vita politica genovese di questa famiglia, l’unica delle quattro grandi a non avere grossi interessi nei commerci marittimi e nella finanza e che basava il suo potere sui grossi feudi dell’entroterra.

  • Storia di Genova: le antiche creuze di Sant’Ilario

    Storia di Genova: le antiche creuze di Sant’Ilario

    Sant'Ilario a Genova

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    Con la costruzione da parte dei Romani della prima strada a mare nel 219 a.C., si assiste ad un primo sviluppo di centri abitati stabili sul litorale a levante di Genova, la litoranea romana, infatti, per superare l’austerità della costa saliva da Bogliasco e scendeva a Nervi: proprio lungo il tratto collinare si sviluppò il centro abitato di Sant’Ilario.

    Per buona parte della sua storia il piccolo Comune vive di pastorizia e del fitto commercio di agrumi con la Francia, nel Medioevo abbiamo notizia di una distinzione fra S.Ilario alto (abitato collinare) e S. Ilario Mare (lungo la via Aurelia), documenti risalenti al XIII secolo segnalano 154 famiglie insediate. Si definì dunque un fitto intersecarsi di creuze che, sopravvissute a migliaia di anni, conservano ancora oggi per lunghi tratti il tracciato originale.

    Partendo dai monti, la chiesa di San Rocco (1350), la parrocchia di Sant’Ilario (1170) con la più antica “chiesetta” di S. Nicolò e l’approdo al mare di Capolungo sono i “punti cardinali” di questi antichissimi sentieri immersi negli ulivi. Uno scenario incantevole che riporta a tempi lontanissimi, a pochi minuti a piedi dal traffico, nascosto dalle fronde dietro le ville di via Sant’Ilario, un paradiso bucolico fatto di piccole case in pietra, orti e silenzio… Piccole abitazioni isolate, raggiungibili solo a piedi lungo le tante creuze romane che collegano la spiaggia di Capolungo con la Chiesa di San Rocco a 250 metri sul livello del mare (il primo tratto “soffocato” nella città diventa quasi incontaminato una volta superata la parrocchia di Sant’Ilario).

    Questo, soprattutto questo, fa di Sant’Ilario tesoro esclusivo della città di Genova. Lo sviluppo delle ville e il turismo aristocratico iniziò a interessare il Comune a partire dalla prima metà del 700, ma non ebbe sviluppo tale da stravolgere le caratteristiche rurali di questo territorio. Basti pensare che nel 1870 era ancora privo di una strada carrozzabile (fu un gruppo di proprietari terrieri tre anni dopo a costruire una carrozzabile che collegasse la parrocchia con Nervi). Ciò nonostante il paese rimase collegato a Nervi con un servizio a cavalli sino ai primi decenni del 900.

    I cavalli partivano dalla stazione ferroviaria, proprio lei… la stazione di Sant’Ilario dove scese anni fa una certa “bocca di Rosa”. La vecchia stazione ferroviaria (attiva fino al 1959 oggi è abitazione privata) si trova a pochi passi dalla spiaggia di Capolungo.

  • Storia di Genova: Pegli e le colonie di Tabarca e Carloforte

    Storia di Genova: Pegli e le colonie di Tabarca e Carloforte

    Tabarca, colonia pegliese
    L’isola di Tabarca, antica colonia pegliese

    La Storia di Pegli e delle sue colonie nel Mediterraneo – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Nel cuore della Pegli antica si trova Piazza Tabarca, la piazza è dedicata alla colonia pegliese che per secoli contribuì alla ricchezza della Repubblica di Genova. Nel 1540, infatti, l’isola di Tabarca in Tunisia, prospiciente la città omonima, venne data dal bey di Tunisi in concessione alla famiglia genovese dei Lomellini.

    L’isola era ricca di banchi coralliferi, e la concessione venne data come riscatto per la liberazione del corsaro Dragut, catturato dai Doria quello stesso anno. Dal 1540 per ben due secoli Tabarca rimase colonia di Genova. I coloni pegliesi vendevano per 4,50 lire/libbra il corallo a Genova… che lo rivendeva per 9,10 lire/libbra a tutta Europa!

    I Lomellini facevano parte dell’entourage di Andrea Doria che governava Genova ed erano legati per parentela alla famiglia Grimaldi. I Lomellini per colonizzare Tabarca invitarono alcuni gruppi di abitanti pegliesi (soprattutto commercianti) a stabilirsi sull’isola promettendo guadagni elevati e condizioni di vita migliori. Questi salparono da Pegli lo stesso anno, e nessuno di loro fece più ritorno in patria. Dopo più di un secolo di colonizzazione, nel 1738, un folto gruppo di genovesi tabarkini (per lo più figli di coloni, ma anche nuovi emigranti pegliesi che raggiunsero l’isola a più riprese) si trasferì in Sardegna a causa dell’esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe. Fu Carlo Emanuele III regnante di Sardegna a invitare i coloni a stabilirsi sull’Isola di San Pietro, allora disabitata, per fondare un nuovo comune: Carloforte. Il nome di Carloforte fu scelto in onore del sovrano.

    A Tabarca rimasero pochi coloni e nel 1741 il Bey di Tunisi invase l’isola e fece prigionieri gli abitanti genovesi riducendoli a schiavi. La notizia in poco tempo raggiunse le corti di tutta Europa e la liberazione degli schiavi avvenne poco dopo grazie all’intervento del Papato, ma soprattutto dello stesso Carlo Emanuele III di Sardegna e di Carlo III di Spagna.

    Buona parte degli schiavi liberati raggiunsero Carloforte, altri diedero origine ad altre due comunità: Calasetta (nel 1770) nell’isola di Sant’Antioco in Sardegna e Nueva Tabarca sull’isola di San Pablo di Alicante in Spagna. In questo secondo caso i coloni genovesi si sono con gli anni integrati con la popolazione spagnola perdendo la propria identità, ma a Carloforte e a Calasetta i naviganti pegliesi e i “nuovi tabarkini” di orgine pegliese mantennero nel tempo integra la loro identità culturale sia nelle usanze che nella lingua. Ancora oggi il dialetto di queste due località, il cosiddetto tabarchino, è un dialetto ligure molto vicino per vocaboli e pronuncia al genovese, o meglio, al genovese di Pegli.

  • Storia di Genova: alla scoperta di Campo Ligure, a pochi km da Voltri

    Storia di Genova: alla scoperta di Campo Ligure, a pochi km da Voltri

    Il Castello di Campo Ligure

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    A pochi chilometri da Voltri, se ci inoltriamo in una delle tante valli che si snodano verdissime, tra il mare e i monti, incuneate in  gole scolpite nella roccia, troviamo la Valle Stura, detta anche la Valle del Latte, per la sua produzione di prodotti caseari. In questo territorio che vanta insediamenti umani, nell’area detta delle “Ciazze”, fin dal 380-330 a. C., è ubicato un borgo che si contraddistingue per il castello medievale dominante il paese: Campo Ligure.

    Campo Fredo e, poi, Campo Freddo, come veniva chiamato fino al  1° maggio 1884, per il clima rigido dovuto alla sua ubicazione al di là del versante appenninico dove non arrivano i benefici influssi del mare o, secondo altre versioni, Campo Frei , dal tedesco “frei” (libero), ha una storia che parte da molto lontano come lo testimonia il toponimo “Campo”(accampamento). Già dal III secolo, infatti, qui, era presente un presidio di legioni romane  a guardia di indesiderate invasioni germaniche e, nel VI secolo,  divenne un baluardo bizantino contro le incursioni longobarde.

    Entrato a far parte del marchesato del Vasto, nel X secolo,  fu ceduto ai nobili Vento, ai marchesi del Bosco ed infine divenne un feudo imperiale dal 27 giugno 1329. Fedele al suo nome, fu teatro di molte battaglie per i dissapori, che si susseguirono per un millennio, con la vicina Superba grazie, anche, alle interferenze della “new entry” in feudo, il ramo degli Spinola di Lucori, dissapori che culmineranno, nel 1600, in un terribile saccheggio, affronto che rimarrà impresso nelle memorie dei campesi a tal punto che, nel 1815, si dice, abbiano scritto ai membri del Congresso di Vienna per poter tornare sotto l’amministrazione degli Asburgo, ultimi eredi del Sacro Romano Impero.

    I nobili Spinola, stabilitisi nel paese, oltre ad approntare una dimora degna del loro rango, ancor oggi detta Il Palazzo del Principe, nel 1309, iniziarono un’imponente opera di rimaneggiamento dell’antica rocca. Al nucleo  di una  primitiva fortezza esagonale, databile XII-XIII secolo, da cui si diparte un’alta torre merlata, in ciottoli fluviali, pietre e mattoni, di 22 m di altezza e di 6 m di diametro, vennero aggiunte le mura nuove e tre torri cilindriche, ulteriormente modificate nel XIV secolo con l’aggiunta di un basamento a scarpa e di feritoie per il fuoco. Vennero anche costruite delle vie di “fuga” che collegavano il palazzo col castello attraverso tunnel sotterranei e due cavalcavia, uno dal palazzo alla casa detta la ”Galleria”,  e uno dalla Galleria alla roccaforte.

    Al Castello Spinola, oggi, si accede attraverso un comodo sentiero, in salita, percorribile in pochi minuti, che inizia dopo il ponte medievale di San Michele, sullo Stura, originariamente dedicato ad Adelaida o Adelaide in ricordo della sposa del marchese Aleramo del Monferrato, là  dove, anticamente, si trovava la stazione del dazio. Prima del viadotto, è posta una fontana in conglomerato calcareo, impreziosita da quarzi, selci e granito rosso, allegoria della libertà e dell’autonomia dell’antico feudo. L’impianto scultoreo è costituito, ai lati, da una figura femminile nell’atto di offrire dell’acqua in segno di ospitalità e da una figura maschile grata per l’omaggio ricevuto, al centro, campeggia un mascherone, che porta in sé un “riassunto” della storia del borgo: una corona marchionale costituita da tre spighe di grano simboli del potere legislativo, esecutivo e giudiziario, antichi privilegi di cui godeva il comune, l’acqua che esce dalla bocca dividendosi in tre rivoli, raffigurazione dei tre torrenti che bagnano Campo (lo Stura, il Ponzema e il Langassino) e l’aquila bicipite che sorregge lo stemma campese, rimembranze della dominazione imperiale. L’autore di quest’opera, Gianfranco Timossi, campese, è lo stesso  delle monumentali opere che si ammirano oltrepassato il ponte. Magnifiche e possenti figure mitologiche, rappresentazioni dell’inferno dantesco, soggetti sacri come il Cristo conservato nell’Oratorio di Nostra Signora Assunta, emergono dal tronco di alberi secolari, prevalentemente ulivi provenienti dalla Grecia, enucleati dal cuore di questi estinti giganti dalla fantasia e dalla maestria dell’artista.

     

    Il dio fabbro, Efesto,  che foggia lo scudo mirabile di Achille,  lo sfortunato Icaro, pronto a spiccare il tragico volo da Cnosso, la bella Diana, inseguita dall’innamorato Apollo, il tetro Caronte, traghettatore di anime,  accompagnano il visitatore nel primo tratto di salita verso la rocca che, oggi, ospita una  bella rappresentazione meccanizzata della fiaba di Pinocchio.

    Nota terra di abili tessitori e rinomata per la lavorazione del ferro, oggi, Campo Ligure è il regno incontrastato della filigrana, antica arte orafa che, lasciata la Cina, suo paese di origine,  transitando per il mondo arabo, non impiegò molto tempo ad approdare sulle coste liguri. Nel 1884, a causa di una epidemia di colera scoppiata a Genova, un certo Antonio Oliveri, pensò bene di lasciare la città appestata per tornare al paese di origine e di aprire il primo di una lunga serie di laboratori che, al massimo dell’attività, raggiunsero il numero di 40. Qui operavano ed operano mirabili artisti armati solo di “bruscelle” (pinze) e un cannello per saldature, per dar vita a splendidi gioielli che vengono realizzati intrecciando due esilissimi fili di metallo. Da ciò ne deriva il nome: “fili”, per il materiale impiegato, “grana” perché, se osservati con una potente lente, appaiono granulosi.

    La maestria di questi che, a buon diritto, vanno annoverati tra gli artisti , è tale che, non a caso, nel vecchio palazzo di Giustizia è stato approntato un museo che porta il nome del suo ideatore, il comm. Pietro Carlo Bosio. La storia di questa raccolta inizia nel 1960 quando, in una vendita all’asta, tenutasi a Londra, furono battuti alcuni oggetti in filigrana, che il campese non esitò ad acquistare, primi di una, tuttora, crescente collezione. Nei 4 piani museali si possono osservare autentiche meraviglie come un’acquasantiera trapanese in filigrana e corallo, la magnifica voliera genovese  del ‘700, (uno dei pezzi più grandi mai realizzati in filigrana), il tempietto cinese del XVIII secolo, il  “ciondolo della Fertilità“, monile imperiale benaugurante di lunga vita, le filigrane smaltate di Carl Fabergé, ed ancora, bruciaprofumi peruviani, modellini di pianoforte, farfalle, orchidee. Nel sottotetto, sono ospitatati un’ampia panoramica degli strumenti utilizzati nella lavorazione, vero esempio di archeologia industriale, ideati dagli stessi artigiani, oltre ad un supporto multimediale che percorre le varie fasi della lavorazione.

    Prima di lasciare Campo Ligure, non si può mancare di gustare famosa focaccia di grano e granturco, la revzrŏa,  la cui pronuncia è riservata ai soli valligiani con la “r” che diventa quasi una “u” e la ”ŏ” chiusa come la  proferirebbe un autentico tedesco. Una prelibatezza, condita con olio extravergine e sale grosso in superficie, che va mangiata “a testa in giù”, come dice Fabrizio Calzia, per  favorire l’incontro tra papille gustative e superfice saporita. Sette ingredienti, per pasta più grezza rispetto alla consorella genovese ma che, dopo la cottura, appare più dorata e friabile e che, nella sagra che si tiene ai primi di settembre, viene servita insieme alla testa in cassetta, tipico insaccato ligure.

    Infine, se riuscite, fatevi invitare da qualche valligiano a gustare la ”bazzurra”, una zuppa preparata con latte e castagne secondo le ricette della cucina “povera” di un tempo o la “pute” una sorta di polenta cotta in brodo vegetale che, una volta, veniva tagliata a fette ed inzuppata nel latte.

    L’ultimo saluto è riservato a vico dei Cannoni, vicolo claustrofobico di poche decine di centimetri che, a buon diritto, potrebbe essere annoverato nei guinness dei primati come uno dei più stretti al mondo. Se, invece, siete da queste parti nel periodo natalizio, vale la pena di dare un’occhiata all’Oratorio dei Santi Sebastiano e Rocco, dove, per l’occasione, viene allestito uno dei più bei presepi meccanizzati d’Italia e non stupitevi se, invece di paesaggi arabeggianti, troverete tanta Liguria.

     

    Adriana Morando

  • Croazia: Spalato, isola di Vis e baia Duboka

    Croazia: Spalato, isola di Vis e baia Duboka

    Spalato
    La città di Spalato in Croazia

    Arriviamo alle 6 del mattino, esausti e un po’ intristiti per gli insulti che abbiamo dovuto sopportare: sembra tutto il bus sia contro di noi, Mirko sostiene sia dovuto al suo accento serbo… d’altronde non sono passati molti anni dalla fine della guerra, la tensione è ancora forte e i serbi sono i più odiati.

    A Split (Spalato) fa caldissimo già alle prime ore dell’alba, poi la sera la temperatura si abbassa leggermente e il lungomare si riempie di artisti di strada. Il giorno dopo siamo sull’isola di Vis, nominata quest’anno dall’Unesco isola più bella del mondo… Fa impressione che fosse una base militare, addirittura pensare che in questi posti ci fosse la guerra, non si direbbe, se non fosse per l’astio che a volte si riscontra nei croati verso i serbi o nei montenegrini verso i croati. Vis è rimasta chiusa al turismo per più di 50anni e per questo è un gioiellino, conserva la sua bellezza naturale e selvatica. Baie e scorci mozzafiato, acqua cristallina, tradizionali case balcaniche di pietra grigia, distese di vite, frutta, alberi e ortaggi. Ci accampiamo nel giardino di un amico e facciamo il bagno al tramonto; bottiglia di vino e formaggio per godere di un cielo stellato limpidissimo dalle mura di una casa fantasma (chissà se bombardata o semplicemente abbandonata?).

    Lunghe camminate sotto il sole cocente per arrivare a minuscole baie nascoste e paradisiache, come Duboka; svegliarsi all’alba e fare il primo bagno nel silenzio del mattino con le suore che si affaccendano verso il monastero; raccogliere per strada prugne, more e fichi in una giornata di pioggia… Domenica sera si torna a Split. A cena non posso non sorridere alla esilarante traduzione del menù: pasta verde con conchiglie sarebbero gli spaghetti ai frutti di mare!

    Un altro viaggio notturno in bus: Split – Dubrovnik, partenza alle 2.30. Arriviamo alle 7. Vaghiamo per le strade ancora deserte della città vecchia, le stesse che in poche ore si colmeranno di turisti. Bagno e caffè (il caffè è buono in Croazia!). L’acqua è di un blu molto più scuro: ci stiamo infatti avvicinando al Montenegro, Crna Gora, vuol dire proprio monte nero, roccia scura.

    La stanchezza incombe, il caldo soffoca, mi addormento su una panchina e al risveglio mi ritrovo in una casa incredibile, scavata nella roccia a picco sul mare, stanze su livelli sfasati, labirinti di cunicoli, tutta in bianco e arredata da pezzi d’arte unici. Un pranzo delizioso imbandito sulla terrazza: cevapcici e pljeskavice (specialità locali di carne), punjene paprike, una specialità di origine turca fatta di peperoni ripieni di carne al sugo, pasta, insalata, e poi palacinki sa slatkim sirom (tipo crepes, di provenienza Austro-ungarica) e caffè turco. È la casa di Ja- goda Buic, un’artista ottantenne di una certa fama che lavora con tessuti e scenografie di teatro. Ci convince a restare la notte: come poter rifiutare spiaggia privata e camera con bagno tutta per noi dopo notti insonni su spiagge sassose e scomodissimi viaggi in bus?

    Morena Firpo

  • Storia di Genova: San Francesco d’Albaro

    Storia di Genova: San Francesco d’Albaro

    Albaro, villa Saluzzo Bombrini

    Oggi quartiere residenziale  non distante dal centro cittadino, un tempo la collina di San Francesco d’Albaro era luogo di villeggiatura delle nobili famiglie genovesi. Le sue creuze chiamate “strade della solitudine” sono state percorse da personalità artistiche del calibro di Byron, Dickens, Nietzsche, Corazzini, Gozzano, De Andrè e Firpo.

     

     

     

    Genova e dintorni, la guida online

     

    La storia di Albaro e San Fruttuoso – vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

     

     

     

  • Bangkok: quattro giorni in Thailandia

    Bangkok: quattro giorni in Thailandia

    il mercato di BangkokGodo a dondolarmi in queste strade, alle cui intersezioni minori si scovano sempre anfratti pieni di attività: sozzi e neri banchi di frutta e verdura e bettole.

    Ogni giornata trascorsa a Bangkok assume un tema, nel giorno dei mercati di strada ho visto ghetti speziati e puzzolenti sarebbe più esatto, col tetto di eternit (amianto), che neppure potrebbero ambire a gareggiare col bazar di Istanbul dalle luci ammaliatrici, il budello stregato che trae il visitatore nel proprio stomaco come le Sirene traggono Ulisse alla deriva.

    Ma Chaina-town (anche qui) fa strabuzzare gli occhi: merci indicibili e tipi umani senza aggettivi… l’unica mia tentazione è stata una mela, una Nashi, sembra una mela, ma sa di pera, è tipica dell’estremo oriente (in Italia oggi la coltivano gli stessi coltivatori del kiwi), ma era più cara di quanto mi aspettassi, più che in Italia (una cosa genuina che una volta tanto volevo) e la donna al banco di frutta non conosceva l’inglese (incredibile, bellissimo, ma dove sono?).

    E’ l’eternità di questi bizzarri mercati che mi ha colpito. Essa è in quella vigoria salmastra; quella rituale, rozza industriosità; quella strenua ostentazione. Anche di fronte agli spettacoli raccapriccianti, cimiteri e galere di animali condannati a morte, alle straordinarie esposizioni delle rosticcerie che cucinano veramente tutto, il ribrezzo per la barbarie umana cede all’eccitazione suggerita dal fervore dell’uomo medesimo.  Le tartarughe e i pesci sono vivi nelle loro vaschette piene d’acqua e vivi finiranno in pentole d’acqua bollente: ingredienti principali di prelibati brodi.

    Credo che dovrò aspettarmi scene peggiori al mercato del fine settimana. ( Sarà un vero museo degli orrori). La curiosità mi rende predatore di questi luoghi, gironi infernali, e il loro fascino è indubbio ma macabramente disgustoso. Se non fossi profondamente ammaliato dalla vivacità del commercio, rifiuterei sicuramente di visitarli. ( Ma per cos’altro venire a Bangkok allora?)

    Girovago, mi fan sorridere i tanti sedicenti lavoratori, muratori, forze dell’ordine…che vedo sempre e costantemente, a qualsiasi ora passi loro davanti, seduti con una ciotola fra le mani; addirittura ho visto un militare che pescava. Qui sono tutti un po’ così, di faticare la voglia è poca, si fa tutto con calma, coi tempi che ognuno si sente; però, sempre sorridendo.

    Peccato la loro amicizia non sia mai disinteressata: mi è successo per giorni di fermarmi con una persona a chiacchierare. Sono loro a fermarti e ti “attaccano una enorme pezza”, partendo da impensabili loro passioni per l’Italia e/o altro, ti danno informazioni turistiche e alla fine ti guidano verso il loro negozio, ti chiedono se vuoi acquistare qualcosa. Vorrei avere un’altra faccia, una per ogni Paese straniero in cui vado, mai avere scritto sul volto: “ Turista! Albero della cuccagna!”.

    In quattro giorni, sbattendosi, di Bangkok si vede praticamente tutto quel che di notabile c’è da vedere. Io sono andato sempre a piedi, così osservando persone, incroci, crocicchi e quartieri, tanto da imparare la loro effettiva posizione, anche in relazione a tutto il resto: solo, così è mia idea, si può dire di conoscere una città, se realmente è sufficiente.

    A questo punto, quando hanno visitato la capitale, i turisti solitamente si spostano a sud, nelle sopraffine spiagge del Siam. Io sono rimasto a improvvisare alti sei giorni.

    Mi sono addentrato in vicoli, nei quali, forse, un turista non dovrebbe entrare. Un turista non vorrebbe vedere il dietro le quinte di tutto il tramestio delle strade principali, delle bancarelle che su quelle strade sono a suo servizio: i laboratori sporchi e spartani, privi di norme, dove fanno il ghiaccio, fanno tessuti…  li ho visti raccogliere l’acqua piovana, ah quanto mi piace la pioggia!

    L’acquazzone è piombato all’improvviso su di noi, tremendo, tropicale, tutta l’acqua del cielo si è riversata quaggiù e ha sciacquato ogni brusio, spezzato ogni attività… tutto è finito con la pioggia.

    Le strade ingombre di merci di Bangkok sono molto più piacevoli dell’acquitrinoso e turistico Floating Market (vedi note). Sui marciapiedi di queste strade centrali si aprono dei veri e propri mercatini al coperto (dal sole).

    Si potrebbe meditare l’ipotesi, pensavo, di trasferirsi da queste parti, non fa per me, ma chiunque fosse interessato, con 20.000 euro qui si è signori e si può vivere in una reggia. In questo Paese la benzina costa dai 25 ai 31 Bath, cioè dai 50 ai 60 centesimi; l’acqua e la frutta sono le uniche cose essenziali per vivere e abbondano. Per me è troppo caldo e non voglio essere un signore, per di più, l’ignoranza che questa gente ha dell’igiene e, soprattutto, dell’inquinamento, credo, alla lunga, metterebbe a repentaglio la salute di qualunque occidentale. È la loro povertà, questa ignoranza.

    Vivono ancora come in campagna, nella giungla, senza tener conto degli effetti nocivi dei fumi dell’industria e delle macchine, dello smog, della spazzatura, del petrolio e dei suoi derivati… Per fortuna ho smesso di fumare le mie Lucky Strike: sto vivendo da un mese nei luoghi più inquinati della terra!

    Ho studiato lo smog della città che, quando essa aspetta la pioggia e le nuvole grigie comprimono il cielo, è aggressivo e insostenibile sulla pelle che brucia.

    Mi dismaga vedere che sì tante sono le malformazioni in terra d’Asia: io che pensavo che le creature mostruose appartenessero al mito e nascessero dalla fantasia di grandi fautori di storie, scopro queste creature esistere davvero, nei luoghi esotici di cui narrano le fiabe e le novelle.

    Ed è incredibile guardare quello che gli abitanti di questa città sanno fare: sono una catena di montaggio, in ogni quartiere si sviluppa un mestiere, in ognuno un diverso settore delle riparazioni e del recupero, dai miocrocip, al legno, alle stoffe.

    Recandomi al mercato di fine settimana di Chatuchak sento i lamenti degli animali. Al mercato trovo lo scempio che mi aspettavo: oltre vestiti, oggetti e cineserie, animali la cui visione è straziante. La grande tartaruga lasciata riversa sul guscio perché non scappi la dice lunga; e pesci, serpenti, ancora tartarughe; pappagalli e uccelli; cani, che pena i cagnolini che guaiscono nelle gabbiette, come i loro vicini galli, pulcini e galline. Ho visto, persino, vendere un piccolo coccodrillo, per 30 euro messo in una scatola di cartone, come una gallina appunto! E quando crescerà? Compreranno una scatola più grande?

    Mi piace studiare le abitudini, gli usi e i costumi, che a scuola mi annoiavano, dei miei ospiti, ma questa è gente spietata: non c’è alcun riguardo della sofferenza animale, veramente una cultura di altri tempi. Li si vede persino tenere scoiattolini (o simili roditori) piccoli, grandi, anche appena nati, legati a cordicelle, dentro a gabbiette o in braccio a ciondolare come pupazzetti, come giocattoli da tenere in bella vista. C’erano al mercato di Bangkok anche ragni schifosi, di quelli grossi e pelosi; vendevano disgustosi vermi (non so per quale uso); enormi scarabei (come i nostri cervi volanti, ma giganti) aspettavano un nuovo padrone.

    Addio Bangkok.

    Walter Firpo

    NOTE:

    Noodle soup: la versione vegetariana non è un gran piatto. Aroma dolciastro, piccantissima, e legnosa. Avevo intuito la predilezione per i sapori dolci da parte dei thailandesi, ma mi aspettavo qualcosa di diverso. Meglio le nostre minestre. Oltretutto, questa pietanza ustiona la bocca e fa gocciolare tantissimo il naso e non è insolito vedere thailandesi seduti a mangiare con il fazzoletto al naso.

    Pad thai: pietanza molto appetitosa. È veloce economica, si trova ovunque per strada e ce ne sono diverse varietà( ottima quella col tofu). Non è un piatto leggerissimo, è piuttosto unto.

    Floating Market: Il Mercato sull’Acqua (Floating Market) mi ha deluso, in parte, anche per colpa mia, che, ammetto, non mi sono voluto permettere la barchetta a fondo piatto a remo che mi avrebbe consentito di penetrare più a fondo i canali, senza quella si vede poco, costeggiando il canale sulla banchina; in massima parte la delusione è dovuta, però, alla commercializzazione di questo sito, spudoratamente turistico dove tutto costa il doppio e per di più si viene lasciati nelle condizioni di non poter rinunciare a nulla: la barchetta appunto, una bibita, l’ingresso al negozio dei serpenti.

    Non peraltro, questo mercato è aperto ai turisti solo nel fine settimana e non ne rimane nulla: solo due canaletti sono attivi, attorno alla piattaforma sulla quale sono chioschi e bancarelle (persino il bagno si paga). Come al solito, l’agenzia turistica rifila una bella fregatura a tutti, omettendo di riferire certi particolari: una barca c’è compresa nel biglietto, ma non quella per circolare tra le barchette degli ambulanti, bensì un inutile traghetto dal punto dove si ferma il mini-bus alla piattaforma; il bello è che il mini-bus può arrivare dietro la piattaforma e lì ti viene a prendere.

    In quel tratto d’acque si vede una scimmia, legata, poveretta, a un albero, come un cane da guardia. E poi, c’è il discorso del negozio di serpenti (le cui cose che avrei potuto vedere lì le ho viste al grande mercato di fine settimana in città, insieme a molte altre cose stupefacenti) il cui costo di ingresso è 200Bath, e ti ci portano anche se ti fan schifo i serpenti e comunque, devi stare ad aspettare che chi della comitiva è entrato finisca il suo tour tra gabbie e vetrine. Certo, è intrigante il grande coccodrillo che anche senza entrare si scorge dietro le vetrine dei serpenti all’ingresso, il biglietto di presentazione, ma…non ne vale la pena; non perché 200Bath siano 4Euro, ma perché in Thailandia con 150Bath ci compri 5kg di riso; 10ciotole di noodle soup al “ristorante”; 20 bibite rinfrescanti; ci vivi qualche giorno!

    La sensazione che ho avvertita su di me e negli occhi degli altri sventurati, tenutisi all’esterno del negozio di serpenti, ognuno per i propri motivi, e di essere considerato dagli agenti turistici e dai Thailandesi tutti alla stregua di una bestia, non c’è umanità nel modo in cui ci hanno trattato, solo una fonte di guadagno da succhiare fino all’osso.

    Qualche informazione è bene darla comunque, il Mercato Fluttuante è stato adibito dai cinesi 75anni fa. I cinesi scesero dalla Cina direttamente attraverso i canali; si trova a un’ora da Bangkok e ho già detto è aperto ai turisti solo il sabato e la domenica (non credo il venerdì)  dalle 7:00a.m. alle 12:00a.m.

    Oltre a quanto detto fino ad ora, mi sembra corretto ricordare anche la tristezza che imprime pensare alle persone che in quelle palafitte fluttuanti ci vivono realmente  365 giorni l’anno. Inoltre ho assaggiato una bevanda che non so, mi incuriosiva: potevano essere vermi, aveva un retrogusto lontanissimo di liquirizia, credo fossero alghe;  ma, dopo un quarto di bicchiere, l’eccessiva dolcezza e la sensazione raccapricciante di quella roba viscida che passa in bocca e in gola, mi hanno messo la nausea e, nonostante gli sforzi e il rammarico, non ho potuto non gettarla, molto più assetato di prima e assurdamente accalorato (poiché probabilmente era anche molto calorica).

     

  • Cuba, il viaggio dei sogni… “mi isla querida”

    Cuba, il viaggio dei sogni… “mi isla querida”

    Un taxi a CubaIl taxi sfreccia fra le vie cubane, riesco a scorgere grandi murales che inneggiano alla rivoluzione e all’attuale dittatura; arrivo al Vedado, quartiere costruito dagli americani all’epoca di Batista, grandi casermoni che si affacciano sul mare, pochi chilometri di fronte a me c’e’ la Florida… cosi’ vicina, ma cosi’ lontana per Cuba! Mangiamo qualcosa nel ristorante sotto casa, l’atmosfera e’ fantastica…

    L’indomani inizia il nostro viaggio: visita al Parque Lennon, foto di rito vicino alla statua di John e poi dirette alla Plaza de la Revolucion, immensa spianata che si allarga sotto lo sguardo vigile del Comandante Che Guevara, quello che per tutti i cubani e’ ancora “Il Comandante”.

    Per trascorrere la prima serata ci spostiamo in centro a L’Avana Vieja; spostarsi nella capitale e’ difficile ma curioso: sfrecciano per la strada taxi, cocotaxi (taxi gialli come le nostre api ma con l’autista munito di caschetto!), carrozze trainate da cavalli, riscio’, sidecar e fantastiche cadillac anni 50 che rendono l’ambiente incredibilmente romantico… sembra di aver fatto un tuffo nel passato!

    Anche i negozi richiamano l’Italia del dopoguerra: vetrine spoglie, spazi grandi con poche merci, mercatini e uomini che girano con carretti e trasportano pulcini! Ad ogni angolo della strada c’e’ qualcuno che ripara qualcosa: chi orologi, chi scarpe, chi borse… A Cuba nessuno butta via nulla, tutto e’ utile e ogni cosa puo’ essere riparata, mentalita’ assai lontana dal nostro usa e getta! Non esiste lo spreco, e il mio pensiero va ai quintali di cibo buttati in pattumiera da noi “fortunati” abitanti del mondo evoluto!

    Con i miei pensieri continuo a camminare per il centro della citta’, respiro, osservo, ascolto… gia’ ascolto, perche’ da ogni finestra e da ogni negozio arriva musica a gran volume! In ogni locale c’e’ un gruppo di musicisti che suona classici cubani, e poi, reggaeton in ogni dove. Passo la serata al Monserrat, un piccolo localino dove imparo (provo forse e’ meglio!) a ballar la salsa, degusto il mio mojito e osservo quanti turisti, soprattutto uomini in cerca di sesso facile, affollano questa citta’… Torno a casa presto, domani si parte per Vinales!

    vinales_cuba

    A Vinales mi sistemo in una casetta deliziosa con il pollaio e l’orticello accanto e il pomeriggio sono pronta per un’escursione a cavallo; cinque ore sotto il sole cocente in mezzo ai campi di tabacco. La mia guida “Negrito” mi porta dentro una grotta scavata nella montagna, e, dopo un tuffo nella piscina sotterranea, si parte alla volta del campesino Omar, una fabbrica di sigari dove ho degustato un delizioso cocktail con rum e cocco. Quando ci rimettiamo in sella e’ quasi buio; alzo gli occhi, il cielo con le sue stelle e’ incredibilmente vicino a me, non mi scordero’ mai quel panorama. Trascorriamo la sera al patio, un localino a cielo aperto con un buon cuba libre (attenzione rum chiaro, lo scuro a Cuba non si usa per il cocktail) e musica, musica e ancora musica. L’indomani bisogna alzarsi presto per andare a prendere un autobus che ci portera’ alla fermata del traghetto per Cayo Levisa; dopo trenta minuti sono in paradiso! Chilometri di spiaggia bianca, mare cristallino, palme e tanto bel sole… E’ il 29 gennaio, il mio pensiero va ai miei amici genovesi… loro al lavoro! Al nostro ritorno troviamo una buona paella ad aspettarci, ceniamo e di nuovo per le vie di Vinales, piu’ piccola e forse meno ”cubana” di Avana, ma molto deliziosa; una cittadina di campagna ordinata e silenziosa.

     

    havana_cubaL’indomani si riparte per Avana, ci sono ancora molte cose da vedere! Giunta nuovamente nella capitale noto che la temperatura si e’ un po’ abbassata; Alvaro e Hilda, i padroni della “casa particular” dove alloggiamo (simile come idea ai nostri bed and breakfast…) ci raccontano che era da molto tempo che non si toccavano tali temperature a Cuba. Ma i 15 gradi serali sono sicuramente piu’ piacevoli degli zero che ho lasciato a Genova quando sono partita. Visitiamo il museo de la revolucion… una vera delusione! E’ il piu’ classico dei monumenti al leader maximo, nessuna traccia dei valori che coinvolsero un intero popolo nella lotta per un sogno di liberta’. Mangiamo una pizzetta al volo in calle San Rafael, buonissime, costano 6 pesos, pari a 20 centesimi di euro. Ci incamminiamo per il centro storico, andiamo al museo dell’Havana club; un’ atmosfera molto carina all’ingresso, si odono le note di Chan Chan di Compay Segundo e si degusta dell’ottimo Havana 7, ma la visita all’interno del museo e’ veloce e non mi lascia granche’! Arriviamo in Plaza de la Catedral, un angolino stupendo dall’atmosfera mozzafiato… artisti di strada e ballerini si muovono sulla piazza, e la musica rende il tutto incredibilmente romantico! A due passi c e’ la famosa Boteguida del Medio, la taverna dove Hemingway trascorreva le sue giornate: musica, mojitos, e tanti tanti turisti… Intorno a me vedo sempre piu’ uomini occidentali in cerca di donne cubane a dir poco disponibili.

    Ultimi giorni nell’isola grande… Ci spostiamo al sud, a Trinidad, cittadina coloniale bellissima, ora che scrivo di lei mi rendo conto che e’ proprio la’ che ho lasciato il cuore! I padroni della “casa particular” dove alloggio a Trinidad sono persone fantastiche, mi hanno trattato come una figlia, con dolcezza e amore, pur essendo io niente piu’ di una semplice estranea. Un giorno al mare, il giorno seguente in visita al centro della citta’. La sera andiamo alla cuevas, una discoteca all’interno di una grotta. La mattina seguente lasciamo Trinidad e non trattengo le lacrime: mi mancheranno gli occhi pieni d’amore che ho visto in questa magnifica terra, mi manchera’ la gente che mi sorride… Sempre, anche davanti ad una realta’ quotidiana non sempre facile e fortunata.

    Ultimo giorno nella capitale, ultimo giro intorno al Parque Central dove il sabato gli artisti espongono le proprie opere lungo la strada. La dittatura imporrebbe loro di limitarsi all’esposizione, per non trarre guadagno alcuno dalla propria arte, in realta’ un po’ come accade da noi con gli spacciatori di droga, le vendite sono all’ordine del giorno, negli angoli un po’ meno in vista. Non si puo’ non rimanere colpiti dalla vitalita’ e dall’amore verso la vita di questa gente, gente costretta a non abbandonare la propria terra, divisa fra la passione e l’orgoglio per cio’ che ha saputo costruire cinquant’anni fa e la curiosita’ di conoscerti e capirti, per avere finalmente un’idea sempre piu’ chiara del mondo che li circonda. Un’idea che affascina non poco i cubani, perche’ fatta di capi firmati, occhiali alla moda, denaro… ma soprattutto mistero. Probabilmente tutto cio’ che ruota intorno a queste apparenze loro non riescono neanche ad immaginarlo, perche’ se un giorno ci riuscissero il caro occidente perderebbe non poco il suo fascino.

    I problemi a Cuba esistono e si comprendono all’istante, ad occhio nudo, molti ingranaggi nella politica di Fidel Castro non hanno funzionato, ogni cubano oggi cerca secondi lavori, chiaramente illegali, per incrementare il sussidio mensile garantito dallo Stato. La gente sotto sotto e’ convinta che nel resto del mondo si viva meglio. Eppure a Cuba nessuno corre per andare al lavoro, il sorriso e’ all’ordine del giorno, come la cordialita’, la voglia di parlare, di ridere… Se solo qualcuno riuscisse a far loro capire quanto e’ raro tutto cio’ dalle nostre parti! Sentire persone che ti salutano se condividono con te l’ascensore o ti chiedono scusa quando ti calpestano i piedi… Insomma, quello che per loro e’ normalita’ per noi e’ chimera, e viceversa. Che strano il mondo…

    Un taxi abusivo ci porta in aeroporto, addio Cuba… anzi, arrivederci!

    Valentina Sciutti

  • Liguria, alla scoperta dell’antico borgo di Apricale

    Liguria, alla scoperta dell’antico borgo di Apricale

    La piazza di ApricaleIl ponente ligure è una tranquilla passeggiata tra scorci di spiagge pianeggianti, interrotte da improvvisi scogli sassosi, mentre, lontano, un susseguirsi  di ampi golfi, di porti  fitti di natanti, di cittadine adagiate, come comode signore, davanti a una distesa color cobalto che, quando il cielo è terso, lascia intravedere, in fondo all’orizzonte, le prime propaggini della Corsica.

    Ma la riviera di ponente non è, certamente,  solo questo: lo dice la storia dei mille paesini della costa e dell’entroterra che aspettano solo di farsi ammirare nella loro unicità e bellezza.  Così, complice una giornata di caldo sole, ho raggiunto  Bordighera e da qui mi sono “arrampicata”, lungo la tortuosa statale della valle Nervia, fino ad Isolabona, senza dimenticare, per gli amanti del buon vino, di consigliare  una tappa d’obbligo a Dolceacqua, borgo famoso per la sua bellezza quanto per il Rossese.

    Da qui  ho continuato per la rotabile, lungo la valle del torrente Merdanzo,  fino ad una curva dove, all’improvviso, arroccato su uno sperone di roccia, ecco apparire Apricale. Non stupisce il nome, il cui toponimo “aprico” (soleggiato) la dice lunga sulla sua posizione, ubicata su quel costone ripido a un passo dal cielo. Non fatevi trarre in inganno, invece, dall’appellativo poco invitante del torrente che scorre in fondo alla valle, dovuto non ad esalazioni mefistofeliche ma al solo fatto di incunearsi in stretti anfratti, nascosti dalla fitta vegetazione. Non vi racconto la storia dell’antica Apricale, “Brigar” o “Avrigà” come si dice in ligure, la cui nascita sembra risalire all’età del bronzo, nemmeno quella dei suoi antichi signori, i conti di Ventimiglia o di quelli a cui fu ceduta, i Doria di Dolceacqua; vi voglio parlare dei suoi carruggi medievali in pietra a vista, delle ripide scalette, delle case che si intrecciano in rocamboleschi sbalzi, dei suoi arditi archi voltaici che  vi accompagnano, su, fino alla piazza principale.

    Percorrendo la salita, dove occhieggiano i colorati “murales” dipinti negli anni sessanta-settanta dalla locale comunità di artisti e rappresentanti scene di vita contadina,  si può raggiungere, in via degli Angeli, l’antico forno comunale, attivo fino agli anni quaranta, in cui esercitava il suo nobile mestiere “Giuà dei pai”, l’ultimo fornaio; potrete passare per  la portade u Carugiu Ciàn”, la meglio conservata del borgo dove troverete inciso sullo stipite “1764 fame ubique” (fame ovunque), ricordo remoto della terribile carestia di quell’anno. Oppure incunearvi nel “Carugètu”, il più angusto dei vicoli di Apricale, che misura, in alcuni punti, meno di un metro.

    In cima al colle, la piazza, la “Torracca“, unico slargo in un dedalo di viuzze, si apre su due piani, circondata dalla Chiesa Parrocchiale della Purificazione di Maria Vergine, dall’Oratorio di San Bartolomeo, dal Palazzo del Comune e dal Castello della Lucertola (già menzionato in documenti del 1902) in cui è ubicato un curioso museo che, accanto a scenografie di Luzzati, mostra cimeli del Risorgimento o Statuti Comunali risalenti al 1287.

    Archi e logge giocano con prospetti barocchi, sotto lo sguardo compassato della fontana  prerinascimentale (l’antico abbeveratoio) e del campanile cinquecentesco che fanno da scenario  a tornei di pallone elastico,  anche detto palla pugno, a manifestazioni teatrali  come quelle, ormai consuete, organizzate dal Teatro della Tosse di Genova, a  mostre di pittura e ceramica o alla tipica Sagra delle Pansarole (prima domenica di settembre). Dal giardino pensile del castello, il panorama si distende fino in fondo alla valle per poi risalire fino alle ultime case percorrendo un viaggio ideale che, passando dalla Chiesa di Santa Maria in Albis (ora Madonna degli Angeli) del XIII secolo,  si sposta poco sopra al cospetto di una sorgente, un tempo, ritenuta miracolosa per le malattie degli occhi, e prosegue per i ruderi dell’antica Chiesa romanica di San Pietro in Ento (XI secolo) e si conclude a Pian del Re, dove si trova una necropoli a tumuli sepolcrali dell’età del bronzo, il cui  tumulo più importante, originariamente composto da 10.000 pietre (ancora è visibile l’esteso perimetro  di 16 m. di diametro), era destinato ad un principe guerriero.

    ApricaleApricaleSpulciamo, ora, tra le curiosità. Cominciamo con un fatto di “noir”: Cristina Bellomo  nasce nel 1861, in una povera famiglia di contadini apricalesi. Sposata a  Giobatta Pisano detto ”Battiloso” si traferisce a Nizza,  dove rimane presto sola perché il marito, ricercato dalla polizia per la sua attività di falsario, fugge negli Usa.  Occupata come tuttofare presso il nobile Della Torre, ne diviene l’amante ed unica erede. Morto il protettore, passa la vita, tra Parigi e Pietroburgo,  tramando intrighi fino ad essere mandata a Tokyo, come spia al soldo dei sovietici. Scoperta dalla polizia giapponese, viene salvata grazie ad un abile lavoro di diplomazia e  ritorna in Russia, dove conquista l’amore dell’arciduca Sergio, fratello dello Zar. Per avere il consenso alle nozze, viene rintracciato il primo marito e fissato un incontro a porte chiuse. Dietro quei battenti si compie il dramma: la bella  Cristina è uccisa, a bastonate, dal  coniuge che, fuggito, viene trovato impiccato alla cancellata del cimitero.

    Apricalese è, anche, Giovanni Martini detto John Martin che le cronache vogliono  al servizio del 7° cavalleggieri del Generale Caster,  in qualità di trombettiere, e che si salvò, miracolosamente, dalla battaglia di Little Big Horn, solo, perché mandato a chiedere rinforzi. Non cercate, invece, il Barone Rampante (opera di Italo Calvino) ma solo il suo ontano, ubicato a circa un chilometro e mezzo dal bivio Bajardo-Perinaldo, quello che il giovane Cosimo Piovasco di Rondò, dovendo espletare i suoi bisogni, trovo sulla riva del Merdanzo,  con “ una forcella  sulla quale si poteva stare comodamente seduti”.

    Per finire in “dolcezza” non si può tralasciare di  gustare le pansarole, dolci a base di pasta, zucchero ed anice, preparati in occasione della festa patronale che vengono mangiate intingendole nello zabaglione. Da dove deriva il loro nome?  Qualcuno ipotizza che derivi da “panza” nel senso che sono rigonfie come l’epa di un obeso  ma preferisco pensare che si riferisca a una pancia normale, quella del visitatore, che si delizia  all’ombra di tanta storia.

     

     Adriana Morando

     

     

  • SS 45: l’antica strada fra bellezze e misteri

    SS 45: l’antica strada fra bellezze e misteri

    Veduta dalla statale 45
    Il panorama dalla ss 45

    Vi siete mai imbattuti nelle bellezze paesaggistiche della statale 45? Il tratto di strada che va da Torriglia a Piacenza offre scorci incantevoli, un’ora e venti di strada sorprendente.

    Superato Ottone, la carreggiata si restringe e segue la silouette sensuale del Trebbia. E’ spettacolare passare a strapiombo sul fiume che incide canyon davvero inusuali per il paesaggio ligure, perfino per quello dell’intera penisola. Rassomiglia i grandi fiumi americani. Il nostro fiume si attorciglia su se stesso, forte e prepotente.

    La strada e’ rilassante e bella, troverete siti di particolare attrazione, per tutti i gusti, quali Bobbio col suo ponte medioevale; borghi, rocche e castelli; laghi dove nuotare; alberghi, ristoranti e trattorie gustosi.

    E’ un paesaggio da scoprire poco a poco, tornandovi domenica dopo domenica, tante persone infatti scelgono questo tratto di strada per gite in moto e in macchina.

    Molte sono le diramazioni che dalla statale 45 conducono in paeselli antichi e strani, magari abbandonati, magari disabitati per tutto l’inverno e variopinti e vivi tutta l’estate. Troverete le basi dalle quali partire per inerpicarvi in espiatorie passeggiate, per esempio da Gorreto, potete avventurarvi verso l’Alpe. Ci sono, fra questi, paesi che costantemente propongono attivita’ vivaci; altri addormentati nella tradizione vegliano nella pacata lentezza di ritmi antichi e campagnoli…

    Non va frainteso il suo ruolo di strada, ovvero di via asservita alle comunicazioni, ma essa e’ anche qualcosa di piu’, essa ha qualcosa che va al di la’ della sua utilita’ e che la rende parte integrante di un paesaggio che va visitato e osservato. La statale 45 infilza la valle e la svela. Ha l’aspetto di una strada moderna ed e’ un sentiero per chi ama storia, natura e la loro commistione.

    Che ne dite allora? Per una volta e’ bene far onore all’asfalto e riposare le gambe, senza rinunciare al piacere che ne vien dal godere di belle cose da vedere.

    Ogni cosa era piu’ sua che di ogni altro perche’

    la terra, l’aria, l’acqua non hanno padroni,

    ma sono di tutti gli uomini o meglio di chi sa farsi

    terra, aria, acqua e sentirsi parte di tutto il creato.

    (Mario Region Stern- Stagioni).

    Walter Firpo

  • Brasile, Argentina: lo spettacolo delle cascate Iguazu

    Brasile, Argentina: lo spettacolo delle cascate Iguazu

    Cascata del diablo - Iguazu
    La cascata "del diablo"

    Le cascate Iguazu sono un sistema di 300 cascate, per una lunghezza di circa 3 km, con altezze anche di 150m, al confine fra Argentina e Brasile. La cascata più importante e profonda è chiamata la ‘garganta del diablo‘ profonda150m. e lunga 700 m.

    E’ da tener presente che, la maggioranza delle cascate si trova in territorio argentino. Ma una migliore visuale ed in particolare quella della ‘garganta del diablo’ la si può avere solamente dalla parte brasiliana.

    La maestosità e la potenza che questo continuo riversarsi di acque, dal colore leggermente marrone dovuto alla terra dell’alveo del fiume, agisce su chi le osserva, come un qualcosa di magico da ritenersi quasi sovrannaturale.

    L’assordante mormorio della caduta delle acque che a volte, per attimi di tempo, pare scomparire all’udito come se tutto stesse per rifiatare per poi riprendere con immutato assordante rumore, il levarsi continuo della nebbia che tutto avvolge e molto nasconde, i continui arcobaleni che nascono e muoiono a secondo il cambiamento, umanamente impercepibile, delle correnti d’aria, danno al visitatore una sensazione di sovranaturalità di tutto l’insieme.

    Solo un Dio, può aver creato e puo’ continuare a gestire il tutto, con normalità e quasi con indifferenza. Come se far arrivare e sprofondare sempre egualmente, sempre con la stessa cadenza, nel più semplice dei modi, miliardi di m3 di acqua, sia del tutto normale. Mi riesce difficile descrivere quello che ho potuto vedere ed ho provato, avvicinandomi a Loro. Dico loro e lo scrivo in maiuscolo, perché personalmente sento che debbo assolutamente portarle riverenza. Ancora oggi mi accade, malgrado il tempo trascorso da allora, che scrivendone il vissuto, ne rivivo, in parte, i momenti.

    Il turista, può scegliere più modi per ammirare questo spettacolo. Quello classico è di costeggiare, a piedi, per un po’il fiume fino a Puerto Canoas e di li prendere la passerella che conduce al salto detto Garganta del Diablo. Mi ripeto: uno spettacolo indescrivibile.

    Oppure quello di prendere il battello e raggiungere la piccola isola di San Martin e la relativa fossa. Anche perché i colori dell’acqua, sono diversi a seconda di dove il visitatore si trovi. Di norma ogni visitatore percorre, tutti i così detti sentieri, che permettono la visuale di tutte le cascate/fosse. C’è la possibilità di sorvolarle anche in elicottero con l’opportunità della visuale ampliata di buona parte del parco.

    Pensate che il fiume Yguazu, porta quest’acqua da una distanza di 700 km dopo essere disceso, in Brasile, dalla sorgente della Sierra do Mar, attraversando quindi buona parte dell’America del Sud e riversando, durante il suo passaggio, linfa vitale alle popolazioni delle sponde.

    All’origine il colore è quello che ha l’acqua di tutti i fiumi del mondo. Poi, man mano che il fiume si addentra nella foresta sub-tropicale inzia ad assumere un colore più scuro. Fino a raggiungere, prima delle cascate un colore rosso/marrone. Questo dovuto alla presenza di numerosi minerali. Come il ferro e la ferrite.

    Lungo il suo defluire, è un continuo sorgere di una vegetazione sub-tropicale bellissima. Come la presenza di alberi che possono raggiungere anche i 20/30 metri di altezza. Ed ancora, le sue acque sono ricche di pesci e/o crostacei commestibili e prelibati. I suoi acquitrini sono il regno degli Anaconda e di altri predatori.

    L’umidità intensa, fà crescere tutto in fretta ed in gran quantità. E’ un giardino incredibile,una foresta esuberante e popolata di svariate qualità di uccelli. In particolare la zona è famosa per le farfalle. E’, per me in sintesi, il sogno dell’ecologia. Così come si riscontra tutt’intorno alle cascate dove uccelli di tutte le dimensioni, razze e colori, pare che sfidano le cascate, scomparendo dentro esse e riapparendo poco dopo, come se nulla fosse stato.

    Nei secoli scorsi, nell’area oggi parco dell’Umanità, sorsero importanti missioni cattoliche gesiute. Famosa quella di San Ignacio (con riferimento a S.Ignazio di Loyola fondatore dell’ordine dei Gesuiti). Gli abitanti indigeni Guaranì, il popolo meno guerriero della regione, si raccolsero ed accettando la sottomissione religiosa e di popolo, si convertirono al cattolicesimo spagnolo.

    Nella zona delle cascate, fu girato anche un famoso film ‘Mission’ che raccontava gli eventi religiosi di quegli anni: fine 1600 a metà del 1700. Oggi la San Ignacio, è visitabile come splendida testimonianza di quel periodo storico religioso che ebbe, in quelle regioni, un forte peso politico.

    Credo che l’umanità tutta, presente in una qualsiasi parte del globo, debba da subito (molto tempo è già stato perduto a mio giudizio) individuare il modo con cui poter gestire la poca acqua rimasta sul pianeta. Le scarse pioggie (l’effetto serra?), la siccità avanzante nei continenti, l’annullamento continuo di immense zone boschive cause le pioggie acide, lo sciogliersi dei ghiacci nei due poli etc. sono, indiscutibilmente, avvertimenti incisivi che la natura ci manda. Siamo e saremo noi esseri umani, in grado di capirli? Di porre rimedio al secolore nostro mal fatto? Ai posteri l’ardua sentenza.

    Angelo Gualeni