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  • Prà, Fascia di Rispetto: progetti sbagliati, a rischio la riqualificazione

    Prà, Fascia di Rispetto: progetti sbagliati, a rischio la riqualificazione

    PraIl progetto di riqualificazione della Fascia di Rispettoa partire dal 2008 promesso alla popolazione in tutte le campagne elettoralirischia seriamente di saltare. E con esso 15 milioni di euro di finanziamento, di cui 9 messi a disposizione dalla Comunità europea. Stiamo parlando di un ampio programma di interventi definito come “Progetto integrato Prà Marina” che è stato riconosciuto idoneo di cofinanziamenti dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (F.E.S.R. 2007-2013) relativamente all’Obiettivo “Competitività Regionale e Occupazione” – Programma Operativo Regione Liguria (P.O.R. Liguria 2007/2013) – Asse 3 “Sviluppo urbano”.
    L’intervento è destinato a cambiare radicalmente il volto della delegazione attraverso la ridefinizione dell’asse viabilistico, pedonale e veicolare, attorno al quale si organizzeranno una serie di operazioni di riqualificazione e integrazione tra le diverse parti del tessuto urbano. In particolare si provvederà al completo restyling della via Aurelia (via Prà) al fine di traslare la stessa, ove possibile (sedime ferroviario abbandonato), a maggior distanza dall’edificato storico del quartiere.

    Il progetto, tramite una gara ad evidenza pubblica, è stato affidato allo Studio Sibilla Associati. Già approvato in tutte le sedi competenti, oggi è pronto per l’appalto. «E adesso scopriamo che non si può fare a causa di un imprevisto aumento dei costi (il 23% in più) dovuto ad alcuni errori tecnici – spiega Ginetto Parodi, presidente del Consorzio Prà Viva che gestisce la Fascia di Rispetto insieme al Comune – il problema principale riguarda la viabilità che non sarebbe funzionale. A fine agosto durante una riunione con il vice sindaco Stefano Bernini e gli assessori Gianni Crivello e Anna Maria Dagnino, mi hanno annunciato che il progetto dovrà subire diverse variazioni. Mi chiedo come sia possibile che in 4 anni non siano mai state fatte delle verifiche progettuali. A questo punto rischiamo di perdere i finanziamenti. Il bando stabilisce il termine del 31 dicembre 2015, quale data del completamento del progetto».

    Strettamente correlata c’è la questione amianto, la cui presenza è stata rilevata nei cumuli di terra e rifiuti accumulati ormai da lungo tempo nell’area di levante della Fascia di Rispetto, tra la ex-pizzeria San Pietro e l’isola ecologica, in una zona frequentata quotidianamente dai residenti per prendere le barche, fare jogging o recarsi al punto Amiu.
    «La Provincia ha chiesto di preparare l’area con interventi propedeutici all’avvio del progetto – spiega Ginetto Parodi – Una ditta privata ha analizzato i cumuli di terra e ha trovato amianto in misura superiore alla soglia consentita dalla legge. Arpal, incaricata della certificazione delle analisi, non ha confermato i risultati. Il Comune ha affidato l’indagine ad un’altra ditta privata che, al contrario, ha nuovamente rilevato la presenza di amianto».
    L’attendibilità dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Liguria è messa in forte discussione. Il rischio per la salute pubblica, infatti, è ribadito da un’ordinanza del Sindaco, datata 13 settembre 2012, la quale ordina l’immediata rimozione e lo smaltimento dei cumuli di terra. «Vista la pericolosità del rifiuto e delle lavorazioni connesse allo smaltimento la rimozione deve essere effettuata con procedure d’urgenza», sottolinea il documento firmato da Marco Doria. Il Comune per l’intera operazione – che dovrebbe partire a breve – spenderà 600 mila euro, a fronte della spesa ipotizzata inizialmente, pari a circa 40 mila euro.
    Ma non è tutto «L’amianto è stato ritrovato anche nel vecchio sedime ferroviario – sottolinea Parodi – Quest’ultimo è stato acquistato dall’amministrazione comunale con una spesa di 2 milioni e 600 mila euro. Questa decisione frettolosa è stata dettata da meri interessi elettorali, insomma per mettersi in mostra di fronte ai cittadini. Peccato però che sarebbe stato possibile acquisirlo ad un costo simbolico, grazie all’accordo di programma con Trenitalia per la realizzazione del Nodo ferroviario di Genova».

    «Nessun componente dell’amministrazione è ancora venuto a Prà per spiegare alla popolazione le intenzioni di Palazzo Tursi – continua Parodi – Quali sono le prospettive future? Qualcuno deve assumersi le proprie responsabilità. Recentemente ho avuto un incontro in Regione con il sindaco Marco Doria e il presidente Claudio Burlando e da quello che è emerso, ci sono serie probabilità di perdere il finanziamento».
    Il 13 ottobre, presso il Centro Remiero sulla Fascia di Rispetto di Prà, le numerose associazioni di cittadini, i comitati, le realtà eterogenee che da sempre si battono per migliorare la vivibilità del quartiere, per l’ennesima volta manifesteranno tutto il loro disappunto.
    «Chiediamo di sapere, attraverso dei documenti ufficiali, qual è la reale percentuale di amianto presente nelle terre rimosse – spiega Nicola Montese del Comitato per Prà – Per quanto riguarda la riqualificazione della Fascia di Rispetto vogliamo chiarimenti sullo stato del progetto. Qualcuno deve pagare i suoi errori anche con le dimissioni. Su questo progetto tutti i partiti di maggioranza hanno fondato le loro campagne elettorali».
    I comitati chiederanno l’istituzione di un tavolo tecnico-operativo all’interno del Municipio Ponente con rappresentanti dei cittadini e del Comune, al fine di ripensare il progetto.
    «È inutile che i rappresentanti istituzionali vadano in giro a raccontare che i progetti sono stati condivisi – conclude Montese – Noi sappiamo che non è vero. Se il 13 ottobre qualche componente dell’amministrazione di Palazzo Tursi venisse a raccontarci come stanno realmente le cose, sarà ben accetto. Le realtà associative di Prà stanno riempiendo il vuoto lasciato dalla politica che si è dimostrata irresponsabile. I cittadini, al contrario, hanno dimostrato di essere responsabili e chiedono rispetto. Da troppo tempo non ci sentiamo rappresentati da questi amministratori pubblici. Noi non protestiamo, né urliamo contro il sistema, noi vogliamo parlare e desideriamo condividere, partecipare al processo decisionale».

     

    Matteo Quadrone

  • Val Polcevera, ex Mira Lanza: tra storia dell’industria e futuro dell’area

    Val Polcevera, ex Mira Lanza: tra storia dell’industria e futuro dell’area

    Tracce del glorioso passato industriale della Val Polcevera tuttora rimangono intatte e richiamano alla mente immagini di una città operosa e vitale che oggi stentiamo a riconoscere. A Rivarolo i segni dell’industrializzazione sono ancora evidenti ma le amministrazioni locali succedutesi nel tempo, purtroppo prive di una visione lungimirante, non sono state capaci di ipotizzare un futuro per le numerose aree produttive dismesse. Al contrario, queste sono spesso divenute dei buchi neri, simboli di incuria ed abbandono.

    Emblematico il caso dell’ex stabilimento Mira Lanza, i cui prodotti rappresentano un pezzo importante della storia dell’industria chimica dei detergenti nel nostro Paese.

    Tutto parte negli anni ‘70 dell’800 quando «La L. Bottaro e C., società per azioni con un capitale di ben 2 milioni di lire che ha tra i suoi soci fondatori esponenti del mondo armatoriale e commerciale genovese come Erasmo Piaggio e banche e finanziatori milanesi e di origine tedesca, decide di costruire uno stabilimento a Rivarolo (in zona Teglia, ndr) che produce candele steariche, acido solforico e sapone diventando negli anni ’80 la principale azienda del settore – spiegano Sara De Maestri e Roberto Tolaini nel libro “Storie e itinerari dell’industria ligure” (De Ferrari, 2011) – nel 1888 la Bottaro si trasforma in Stearineria Italiana con sede a Milano e con capitale prevalentemente nelle mani di azionisti milanesi ma la presidenza resta in mano a Piaggio».
    Da una superficie iniziale di 14 mila metri quadrati lo stabilimento cresce inglobando altre aree e fabbricati. Nel contempo anche l’occupazione aumenta passando dalle 30 unità del 1874 alle 600 del 1895. La produzione dei saponi viene incrementata orientandosi su quelli marmorati, bianchi e verdi, d’oleina, di palma e gialli uso inglese, mentre quella di acido solforico raggiunge 20 mila quintali annui.
    Nel 1903 un incendio colpisce il reparto di produzione candele steariche rendendo inutilizzabili anche i locali adibiti alle macchine e alla distillazione «La stearineria è posta in liquidazione e rilevata da una nuova società sempre controllata dai Piaggio, la Stearinerie Italiane, di cui sono amministratori delegati Giuseppe Piaggio e Giuseppe Bafico, che la ricostruisce ampliandone gli impianti e dotandola di macchinari moderni».
    In un contesto che vede l’espansione dell’economia italiana «I Piaggio organizzano la fusione con un’altra grande impresa del settore, la Società anonima Stearinerie e Oleifici Lanza di Torino le cui origini risalgono al 1832». Nasce così la Unione Stearinerie Lanza con stabilimenti a Rivarolo Torino e Roma «Quello di Rivarolo viene ulteriormente ampliato acquisendo un’area confinante di circa 3500 metri quadrati». Purtroppo nel 1912 un altro incendio distrugge quasi completamente i reparti stearineria, fabbricati, macchinari e scorte. Ma anche in questo caso la ricostruzione è rapida «Già nel 1913 con macchinari moderni lo stabilimento di Rivarolo supera i livelli di efficienza precedenti».
    Nel mercato sono presenti diversi operatori sia esteri che italiani e, dopo una fase di aspra concorrenza nel settore candele e saponi, nel 1924 la Unione Stearinerie Lanza e la veneta Fabbrica di candele di Mira (VE) si fondono in una nuova società, la Mira Lanza, con sede a Genova, 40 milioni di capitale e azionisti come la Banca Commerciale Italiana. Contestualmente oltre ai siti produttivi Mira Lanza si dota di depositi in tutta Italia per creare una rete di distribuzione nazionale dei propri prodotti. «Si producono saponi per tutte le esigenze, da quelli per il bucato a quelli per gli indumenti fini, alle paste per lavare e sgrassare, a quelli destinati all’industria meccanica e tintoria. Alla fine degli anni ’20 la Mira Lanza occupa nei suoi stabilimenti poco meno di 1400 addetti».

    Durante la seconda guerra mondiale vengono chiusi gli stabilimenti di Torino, Napoli e Cornigliano, mentre quello di Rivarolo insieme a quello di Mira vengono potenziati con la meccanizzazione delle tecniche di confezionamento del sapone. «È in questi anni caratterizzati dalle difficoltà di approvvigionamento che Mira Lanza investe maggiormente in ricerca avvicinandosi con il Miral al sapone sintetico in polvere. Gli anni successivi vedono la trasformazione del mercato dei detergenti con la comparsa della lavatrice e dei detersivi a base di tensioattivi frutto della ricerca di laboratorio, prodotti dalle grandi multinazionali. Mira Lanza si adegua al cambiamento tecnologico modernizzando la produzione adesso orientata verso saponi per toilette incluso il palmo live, dentifrici, creme e detergenti liquidi come Calinda e Lip».
    L’azienda si espande ed intorno a metà anni ’50 a Mira e Rivarolo sono occupati circa 2200 lavoratori. Grazie a brillanti campagne pubblicitarie che usano sistematicamente i nuovi mezzi di comunicazione, emblematico il cartone di Calimero, Mira Lanza riesce a competere con i grandi gruppi esteri e nel 1968 detiene il 26% del mercato nel comparto detersivi e saponi.
    Nel 1964 però, mentre vengono avviate nuove linee di prodotti come shampoo o crema da barba, lo stabilimento di Rivarolo viene chiuso a causa «Dell’esaurimento della falda freatica sottostante, risorsa fondamentale per i processi produttivi e soprattutto per l’impossibilità di un’ulteriore espansione in una zona fortemente urbanizzata in cui Mira Lanza è circondata da altri importanti insediamenti industriali e commerciali come l’Oleificio Gaslini (demolito nel 2005, l’area ancora spetta di essere recuperata, ndr) e i Magazzini del Caffè». Alla fine del decennio i Piaggio decidono di cedere la proprietà. Dopo vari passaggi di mano, nel 1999 lo stabilimento di Mira e i suoi marchi storici entrano a far parte del gruppo Reckitt Benckiser. Quando in Val Polcevera le attività cessano, la fabbrica è affittata a diverse imprese che successivamente la lasciano, in vista di un intervento di riconversione. Ma nonostante diversi progetti di recupero succedutesi nel tempo, il più significativo quello che prevedeva l’inserimento di una struttura ospedaliera (il famoso ospedale di vallata, ndr), l’area ex Mira Lanza è rimasta vuota per decenni. Molti edifici sono stati demoliti, mentre quelli rimasti in piedi versano in stato di grave degrado.

     

     

     

     

     

     

     

    Finalmente nel marzo 2012, sotto il mandato dell’ex sindaco Marta Vincenzi, il consiglio comunale ha dato il via libera alla riqualificazione dell’area, ben 38 mila metri quadrati, attualmente proprietà della milanese Tank sgr. Adesso, affinché le intenzioni si trasformino in interventi concreti, sarà necessario sottoscrivere un nuovo accordo di pianificazione con i soggetti interessati.
    L’ostacolo che fino ad oggi ha impedito di recuperare gli immensi spazi dell’ex fabbrica di detersivi era la sua destinazione ad uso sanitario decisa dalla Regione, in accordo con Comune ed Asl 3, in vista della futura realizzazione dell’ospedale di vallata per il Ponente e la Val Polcevera. Formalmente questo vincolo è stato conservato dal 2003 fino al 2009, ma in quest’arco di tempo nulla si è mosso e l’ex fabbrica Mira Lanza è rimasta abbandonata, tranne per un certo periodo caratterizzato dall’occupazione abusiva da parte di un gruppo di migranti costretti a vivere in condizioni disumane. Nel 2009 gli scenari sono mutati radicalmente: la Regione ha individuato Villa Bombrini a Cornigliano come sede del nuovo ospedale del Ponente ed il Comune ha iniziato ad immaginare come recuperare gli spazi dell’ex Mira Lanza. Contatti informali sono stati avviati con la proprietà e così è nato un primo progetto.
    A Teglia sorgeranno un palazzo della salute di tremila metri quadrati – una delle 4 piastre sanitarie previste dall’intesa raggiunta nel febbraio scorso tra Comune e Regione – una nuova fermata della ferrovia metropolitana, case e parcheggi. Ma si parla anche di volumi commerciali, probabilmente per rendere più allettante ed economicamente sostenibile l’investimento, in merito ai quali sono emerse le perplessità dei residenti che chiedono un’attenta verifica sull’opportunità di realizzare strutture di medie e grandi dimensioni, già ampiamente presenti in zona.
    Per quanto riguarda gli alloggi, una quota sarà destinata alle fasce sociali più deboli. C’è da sottolineare però che non si dovrebbe trattare di vera e propria Edilizia Residenziale Pubblica ma piuttosto di edilizia sociale a canone moderato. E probabilmente in questo senso si poteva fare qualcosa di più. Nel 2010, un concorso di giovani architetti, Europan 10, cofinanziato dall’amministrazione comunale, propose un progetto di recupero per i siti di Begato- Diamante e l’area ex Mira Lanza. Le adesioni furono moltissime da tutta Europa, 41 i lavori pervenuti e numerosi quelli menzionati come meritevoli. Un’esperienza dalla quale sarebbe utile recuperare alcuni spunti.
    La riqualificazione seguirà le linee tracciate dal nuovo Puc che per il distretto di trasformazione locale 3.03 prevede come condizione irrinunciabile la realizzazione di una piastra sanitaria con superficie agibile non inferiore a mq 3000. L’obiettivo della trasformazione è la riconversione dello stabilimento ex-Mira Lanza in via Rivarolo, per la realizzazione di un nuovo polo multifunzionale, servito dalla nuova fermata ferroviaria di Ge-Teglia. Tra le funzioni ammesse, le principali sono residenza, servizi pubblici, direzionale, esercizi di vicinato, connettivo urbano, parcheggi pubblici e privati. Le funzioni complementari, invece, sono terziario avanzato, servizi privati, infrastrutture di interesse locale. Infine il Puc aggiunge «L’organizzazione delle attività commerciali nel Distretto, laddove determini la costituzione di un polo integrato con i servizi pubblici e gli spazi pubblici, consente l’inserimento di medie strutture di vendita, tra le quali una sola di generi alimentari, quest’ultima esclusivamente se derivante da trasferimento di attività della stessa tipologia e merceologia esistente nell’ambito dello stesso Municipio».
    La Val Polcevera attende con impazienza soprattutto la piastra ambulatoriale, vista la carenza di servizi sanitari sul territorio. Ma anche la stazione metropolitana è un decisivo passo avanti per migliorare i collegamenti in una zona, quella di Teglia, da sempre tagliata fuori dal trasporto pubblico.

    Sul muro che circonda l’area sono comparsi dei cartelli che preannunciano la futura riqualificazione ad operà della società Aragorn real estate advisor, ma i tempi sono ancora lunghi, come conferma il vicesindaco Stefano Bernini «La proprietà deve ancora formalizzare la sua proposta. Finora le soluzioni ipotizzate, almeno a livello informale, non sono accettabili perché comprendono troppi spazi commerciali. Per il Comune è imprescindibile la presenza di una piastra ambulatoriale». Come ribadito dallo stesso Piano Urbanistico «A settembre si partirà con la discussione delle osservazioni al Puc – conclude Bernini – Questa sarà l’occasione per sciogliere i dubbi sul destino dell’area ex Mira Lanza».

     

    Matteo Quadrone

  • Torre Embriaci: il progetto di ristrutturazione del Fai ancora non parte

    Torre Embriaci: il progetto di ristrutturazione del Fai ancora non parte

    Un gioiello del centro storico che in altre realtà sarebbe valorizzato a dovere, nella nostra città rimane colpevolmente escluso dai circuiti turistici nonostante esista, ormai da anni, un ambizioso progetto di riqualificazione. Parliamo dell’ultima torre medioevale di Genova, Torre degli Embriaci che sovrasta la chiesa di Santa Maria di Castello dall’alto dei suoi 43 metri, costruita a metà del XII secolo, avrebbe tutte le carte in regola per diventare un simbolo della città, invece, da lungo tempo, è abbandonata al suo destino. Eppure sarebbe sufficiente un’adeguata ristrutturazione per restituire questo patrimonio comune ai cittadini genovesi e consentire ai visitatori foresti l’opportunità di ammirare la città vecchia dalla sommità dell’edifico.

    «La costruzione della torre è legata al nome del celebre Guglielmo Embriaco che, assieme alla flotta di Primo di Castello, si distinse nella conquista cristiana di Gerusalemme del 1099 – spiega il sito www.fosca.unige.it (fonti per la storia della critica d’arte) – Originariamente identificato come domus con torre della famiglia Embriaci, il palazzo venne ceduto ai Cattaneo (1514) quando il ceppo originario, mitico erede delle imprese crociate, non aveva più l’autorevolezza di Guglielmo Embriaci conquistatore di Gerusalemme. Nel 1583 fu acquistato da Giulio Sale che lo ristrutturò due anni dopo, secondo i canoni contemporanei (rolli del 1588/2 e 1599/3). Dopo il 1607 il palazzo passò a Gio. Francesco Brignole I (doge nel 1635 – 1637) che vi apportò le trasformazioni leggibili nella fisionomia attuale. Oltre ad una quadratura esterna, di cui rimangono pochi segni, vi sarebbero ancora affreschi attribuiti ad Andrea Ansaldo. Nel 1616 si verificò il primo intervento di sopraelevazione, a partire dal 1680 inizia il progressivo declino della costruzione che rimase proprietà dei Brignole Sale fino al 1869, anno in cui passò ai Melzi d’Eril».
    Dell’intero complesso, la cui leggibilità architettonica fu compromessa alla fine del XIX secolo con la suddivisione in unità abitative indipendenti, l’elemento più monumentale rimane la torre «La massiccia struttura in grossi blocchi di pietra bugnata, alta 41 metri, presenta sottili feritoie nelle cortine murarie per l’illuminazione e alla sommità è coronata da una triplice cornice di archetti pensili sempre più aggettanti».
    Torre Embriaci è l’unica sopravvissuta ad un’ordinanza del 1196 che impose la riduzione dell’altezza di tutte le torri cittadine. Il podestà Drudo Marcellino, infatti, ordinò che nessuna torre potesse superare l’altezza di 80 palmi (circa 20 metri) «Mentre le altre torri (ben 66 in tutta Genova fino al XIII secolo, 33 alla fine del XV secolo) vennero mozzate, una lapide posta alla sua base ricorda che la Torre degli Embriaci, alta 165 palmi, fu risparmiata, forse in ricordo delle gloriose imprese di Guglielmo Embriaco in Terrasanta».

    Il Fai (Fondo Ambiente Italiano) in tempi recenti ha manifestato il suo interesse ad investire nel recupero di un monumento che, senza i necessari interventi di ristrutturazione, rischia di scivolare nell’incuria, ma si è dovuto arrestare di fronte ad insormontabili intoppi burocratici e contenziosi tra i vari proprietari.

    Il problema principale è rappresentato dall’eccessiva frammentazione: la torre, infatti, è parte integrante del Palazzo Brignole Sale (al civico 5 di piazza degli Embriaci), suddiviso tra tanti inquilini privati ed una piccola porzione di proprietà comunale. Di conseguenza per salvarla, occorre che i proprietari – privati e Comune di Genova – decidano di donare la torre al Fondo Ambiente Italiano.

    «Purtroppo la situazione rimane in una fase di stallo e tuttora non sussistono le condizioni per poter intervenire – spiega il capo della delegazione genovese del Fai, Sonia Cevasco Asaro – Noi siamo sempre disponibili a portare avanti il progetto di riqualificazione a fini turistici di Torre degli Embriaci , un luogo storico, a pochi passi dall’area del Porto Antico e del Museo del Mare, che potrebbe essere aperto al pubblico diventando un museo fruibile a tutti».
    Il progetto del Fai parte da molto lontano, come ricorda Cevasco «A distanza di anni dalla presentazione della nostra proposta nessuno è stato in grado di fornirci delle risposte concrete. All’epoca avevamo calcolato anche un’ipotesi di spesa ma oggi, a distanza di tempo, le condizioni sono mutate».
    Nel 2008 si parlava di un investimento di circa 700 mila euro per affrontare il restauro e la messa a norma dell’immobile ai fini della sua fruibilità. Il progetto prevede il recupero delle parti degradate – soprattutto i conci delle facciate, in parte compromessi – l’allestimento di nuovi accessi diretti alla struttura, l’installazione di un ascensore, l’adeguamento degli impianti, la realizzazione di un’illuminazione esterna ed interna.
    Purtroppo non è stato possibile avviare nessuno di questi interventi a causa di un imbarazzante silenzio – da parte dell’amministrazione comunale e dei proprietari privati, i quali più volte, almeno a parole, hanno manifestato la loro disponibilità a donare la torre al Fai, ma non sono mai passati ai fatti – intorno all’unica opportunità per restituire alla città uno dei suoi monumenti più significativi. Attualmente è stato paventato il rischio di un ripensamento definitivo da parte del Fai, stufo di non trovare collaborazione, ma il Fondo Ambiente Italiano smentisce «Non abbiamo intenzione di rinunciare al progetto – conclude Sonia Cevasco – siamo infatti convinti si tratti di un investimento intelligente, in grado di generare un non trascurabile indotto per la città».

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, ex istituto ortopedico Bruzzone: nuove residenze entro il 2014

    Quarto, ex istituto ortopedico Bruzzone: nuove residenze entro il 2014

    Istituto BruzzoneUna struttura sanitaria finita nelle mani di privati, nuove residenze e box probabilmente destinati a rimanere invenduti nel cuore di Quarto, nell’antica via Priaruggia, questo l’ennesimo risultato prodotto dall’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare messa in atto in questi anni dalla Regione Liguria.
    Parliamo dell’ex istituto ortopedico Bruzzone, un edificio che esternamente appare in buone condizioni, praticamente intonso da almeno 4 anni, ma al suo interno sicuramente necessita di interventi di ristrutturazione per trasformarlo in residenze e posti auto coperti.

    La struttura è circondata da un ampio giardino dove la vegetazione cresce rigogliosa e nessuno si è preoccupato di contrastarla, tutto tace in via Priaruggia 21 e le prospettive future, almeno per ora, sono affidate esclusivamente ad un cartello affisso dalla società immobiliare proprietà, Bagliani srl (la stessa che realizzerà residenze, parcheggi e piscina presso Villa Raggio in Albaro, ndr), dove si promuove la prenotazione di bilocali, trilocali e box di prossima realizzazione.

    L’ex istituto ortopedico Bruzzone rientra nell’elenco di immobili messi in vendita nel gennaio 2008 dalla Regione Liguria per fare cassa – tra i quali il cespito più importante è quello dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, da mesi al centro di discussioni per quanto riguarda il destino dei malati ancora ospitati nel complesso e la futura destinazione d’uso dell’area– ed acquistati da Valcomp due, società interamente controllata da Fintecna Immobiliare, a sua volta controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    Successivamente Valcomp due ha messo in vendita l’edifico che è stato acquistato da Bagliani srl.
    Raggiunta telefonicamente la società immobiliare spiega che i lavori per la realizzazione di trilocali, bilocali e box, dovrebbero partire nel settembre 2012 e concludersi entro 2 anni. Il prezzo delle residenze è di 6 mila euro al metro quadro.
    Quindi almeno fino al 2014, escludendo eventuali ritardi nell’avvio degli interventi di ristrutturazione, l’ex istituto Bruzzone rimarrà abbandonato a se stesso.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Voltri, riqualificazione area ex Verrina: il grattacielo che non c’è

    Voltri, riqualificazione area ex Verrina: il grattacielo che non c’è

    L’ennesima operazione di trasformazione di un’area industriale dismessa destinata nel prossimo futuro ad accogliere attività commerciali ed insediamenti residenziali – con la gradita aggiunta di opere di compensazione quali un asilo, spazi verdi, un centro per l’assistenza degli anziani ed un impianto sportivo – ma pur sempre di contorno a case, negozi e gli immancabili parcheggi, doveva veder la luce in breve tempo dopo un lunghissimo iter progettuale, invece per il momento resta ferma al palo. Le cause? La difficile congiuntura economica e soprattutto il calo verticale dei valori immobiliari.
    Eppure parliamo di un progetto in grado di cambiare radicalmente il volto di una porzione di Voltri, quella che corre lungo l’Aurelia tra il casello autostradale di Voltri-Prà e l’ingresso nell’estrema delegazione ponentina, l’area ex Verrina, oltre 16 mila metri quadrati che un tempo ospitavano uno stabilimento metalmeccanico e da più di 40 anni sono abbandonati in attesa di conoscere il loro destino.

    Qui, infatti, dovrebbe svettare un grattacielo alto 90 metri affacciato sulle serre di basilico che circondano la zona. E poi parcheggi, negozi e una nuova piazza pubblica sull’Aurelia. Ma per fortuna gli oneri di urbanizzazione prevedono anche la realizzazione di alcuni servizi per il quartiere: i sopracitati asilo e residenza assistita per anziani; uso pubblico (convenzionato) della superficie di copertura dell’edificio commerciale (in pratica un campo sportivo sul tetto). Il progetto comprende anche la realizzazione della viabilità di collegamento con via Ventimiglia e la realizzazione di un’area verde pubblica contestuale al risanamento del rio San Giuliano.
    Tutto è pronto dopo che il consiglio comunale nella seduta pubblica del 28 aprile 2011 ha approvato lo schema di assetto urbanistico (SAU) relativo all’ambito speciale di riqualificazione urbana n. 3 del puc, ex stabilimento Verrina e la bozza di convenzione fra il Comune di Genova e la proprietà, ovvero la società Salati Armando spa, relativa all’attuazione degli interventi previsti dal SAU.
    Per giungere a questo punto è stato necessario un lungo processo decisionale che ha visto anche la partecipazione dei cittadini. Nella prima versione del progetto, contrastata da abitanti e comitati di quartiere, il grattacielo misurava 105 metri. In seguito l’altezza è stata ridotta a 90 metri ma è rimasta la soluzione verticale. Il nodo più critico rimane quello del rapporto con le serre di basilico che si estendono lungo il perimetro dell’area e dovranno essere adeguatamente tutelate. A questo fine la convenzione prevede, da parte della proprietà, la cessione dell’area entro il “parco delle serre” ed il recupero di un piccolo edificio annesso.

    Ma andiamo con ordine e ripercorriamo le tappe salienti del progetto. Nel novembre 2006 la Salati Armando invia al Comune di Genova lo Schema di Assetto Urbanistico (SAU) relativo all’ambito speciale di riqualificazione urbana dell’ex stabilimento, redatto dall’architetto Fabio Pontiggia. Dopo alcune modifiche, che recepivano le richieste della circoscrizione, nell’aprile 2008 lo schema di assetto urbanistico viene consegnato al Comune e trasmesso al Municipio per una propria valutazione. La nuova proposta di SAU contiene, a parità di quantità volumetriche e attività insediabili sostanzialmente coincidenti con la soluzione sopra descritta, due soluzioni alternative in merito alla configurazione dell’edifico residenziale. Lo stesso edificio assume, all’interno del medesimo quadro progettuale complessivo, la forma di torre, o di linea.
    È a questo punto che parte il processo di partecipazione promosso dall’ex assessore all’attuazione dei grandi progetti di riqualificazione urbana e degli strumenti di partecipazione alle fasi di progettazione definitiva e realizzazione, Mario Margini, di concerto con il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente, allo scopo di avviare un confronto tra cittadini, amministrazione comunale e municipale. La consultazione si è sviluppata sulle due ipotesi progettuali per la riqualificazione dell’area ex Verrina e sulle caratteristiche dei progetti, relativamente alla parte residenziale e ai servizi che lì dovranno insediarsi. L’attività è stata seguita da un gruppo di lavoro comprendente, l’assessorato guidato da Mario Margini, il Municipio Ponente e la Facoltà di Architettura dell’Università di Genova. La prima assemblea pubblica, a cui ne seguiranno altre, è datata 16 luglio 2009. Per la consultazione dei cittadini vengono distribuiti e raccolti 161 questionari. Nell’ottobre dello stesso anno il Municipio, con una specifica delibera, approva le linee guida emerse dal percorso di partecipazione.
    «Il progetto è stato approvato dopo un lungo percorso che ha visto condividere il processo decisionale con la popolazione di Voltri – spiega il presidente Municipio Ponente, Mauro Avvenente – Si è trattato di un esempio di débat public sulla falsariga di quello seguito per la Gronda. Nel 2009 il Comune e la facoltà di architettura dell’Università di Genova organizzarono una sorta di referendum tra due ipotesi progettuali – continua Avvenente – una costruzione sviluppata in orizzontale oppure in verticale. Circa 300 persone parteciparono al sondaggio e alla fine vinse la soluzione verticale».

    Ma non tutti sono convinti che il confronto con la cittadinanza sia stato davvero foriero di risultati significativi. «Nel 1996- 1997 un’interessante proposta della circoscrizione prevedeva la costruzione di un polo artigianale con annesso un museo- laboratorio per il pesto – ricorda Arcadio Nacini, ex consigliere a Palazzo Tursi e storico portavoce della sinistra ponentina – questa era una soluzione positiva per il quartiere ma evidentemente sono ritenuti più utili altri centri commerciali. L’unica proposta positiva è la ricucitura a mare della Via Aurelia con Via Ventimiglia e, pertanto, con l’area collinare di Prà-Voltri. In una zona di circa 40.000 abitanti in cui la partecipazione alle assemblee è stata alta, si è chiesto di scegliere fra la costruzione della torre, con i medesimi volumi, verticali oppure orizzontali – sottolineava Nacini nella seduta del consiglio comunale che decise l’approvazione della riqualificazione dell’area ex Verrina – Un quesito che sapeva di ricatto: vuoi la torre in verticale o in orizzontale? Questo ha allontanato i cittadini perché partecipazione vuol dire non solo stare ad ascoltare ma anche fare delle proposte e le proposte che sono state fatte dalle delegazioni non sono state recepite perché c’è stata una chiusura totale. Lo scopo dei proprietari è sempre stato quello di fare “palanche” come hanno dimostrato tenendo quell’area per 40 anni e facendola degradare».
    «Ritengo che non si sia svolto un reale processo di urbanistica partecipata visto che la progettazione non è stata condivisa con i cittadini fin dall’inizio – spiegava l’ex consigliere comunale del gruppo misto, Manuela Cappello, nella seduta del 28 aprile 2011 – Inoltre è stato ripetutamente detto da questa amministrazione che non si sarebbero più fatti centri commerciali mentre anche in questo caso assistiamo alla realizzazione di un centro commerciale in una zona dove già sono presenti altri insediamenti simili ed i piccoli negozi faticano a sopravvivere. Peraltro una struttura commerciale nuova significa nuova attrazione di traffico e volumi di auto private ma anche di inquinamento. I grattacieli non sono la soluzione per ovviare al problema del consumo di suolo – aggiunge Cappello – la costruzione in altezza crea una serie di complicazioni che comportano una maggiore superficie necessaria per le strutture, per gli elementi di collegamento verticale, per gli accessi, i parcheggi, i sevizi. Non è vero, quindi, che la città alta ed i grattacieli risparmiano il consumo di suolo».

    La pensa diversamente il presidente del Municipio Ponente «Noi riteniamo che il progetto abbia riscosso l’apprezzamento dei cittadini – sottolinea Avvenente – la sua realizzazione permetterebbe al quartiere di ricevere, a titolo di compensazione, alcuni servizi oggi assenti. Il ritardo nell’avvio dei lavori è legato alle difficoltà del mercato immobiliare. Il Municipio ha fatto pressioni affinché il progetto parta. Ci sono tutte le premesse per restituire alla popolazione di Voltri un’area inaccessibile da molti anni».
    Purtroppo però le speranze del presidente Avvenente sono destinate a rimanere tali e addirittura si corre il concreto rischio di un’inevitabile modifica al ribasso del progetto.
    «I tempi di approvazione dello strumento urbanistico (SAU) sono stati lunghissimi così come la definizione della convenzione, effettivamente approvata nel 2011 – spiega il progettista Fabio Pontiggia – Siamo quindi arrivati a poter essere operativi in concomitanza con l’acuirsi delle difficoltà economiche generali, in un momento di calo verticale della richiesta di alloggi e dei valori immobiliari».
    Ma questa non è l’unica causa dell’attuale empasse «Le condizioni di contributo in opere pubbliche e oneri diversi, previsti dalla Convenzione, erano già particolarmente pesanti in condizioni normali di “mercato” e diventano insostenibili in questo periodo di crisi per qualsiasi operatore», sottolinea Pontiggia .
    Quindi quali sviluppi sono prevedibili? «La situazione va rivista alla luce dei nuovi limiti complessivi – spiega l’architetto – L’ipotesi è quella di una rielaborazione progettuale che, tenendo conto della congiuntura sfavorevole, parta dalle priorità espresse dalla cittadinanza nel corso del dibattito pubblico per realizzare un intervento più leggero e che tenga maggiormente conto delle effettive richieste di mercato. Per ora è solo un’ipotesi di lavoro sulla quale stiamo cominciando a ragionare – aggiunge Pontiggia – La proprietà sta comunque provvedendo ad alcuni importanti interventi di preparazione dell’area in attesa di futuri sviluppi». Di conseguenza quali opere di compensazione saranno salvate? «Lavorando ad una nuova ipotesi si dovranno salvaguardare il più possibile le aree destinate complessivamente a servizi (pubblici o convenzionati) – spiega il progettista – sicuramente l’asilo (salvo diverso orientamento del Comune) e la strada di collegamento. La residenza per anziani potrebbe essere pensata come un servizio convenzionato e cosi le aree ad uso sportivo».

    E l’architetto ritorna sul punto che ritiene fondamentale «Non è possibile ipotizzare che il complesso degli oneri versati sia più di tre volte quanto dovuto, ciò comporta automaticamente non poter fare l’operazione a causa della sua insostenibilità economica – sottolinea Pontiggia – La sfida è un progetto che coniughi il giusto interesse imprenditoriale, giusto interesse e non interesse speculativo, con l’interesse pubblico della cittadinanza e del quartiere, partendo dalla priorità che è necessario superare al più presto lo stato di degrado in cui versa l’area». In definitiva, la possibilità di portare a compimento la riqualificazione dell’area ex Verrina, non è completamente svanita «Io penso sia possibile trovare questo punto di equilibrio con un po’ di buona volontà da parte di tutti e abbandonando ogni forma di demagogia o presa di posizione a priori che di fatto condanna tutti ad un disastroso immobilismo – conclude Pontiggia – Inoltre il cantiere potrebbe dare lavoro a più di 60 addetti per un periodo variabile dai 3 ai 4 anni, a cui si sommerebbe tutto l’indotto. Di questi tempi non mi pare un’ipotesi da buttare via».

    Matteo Quadrone

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Monte Moro: i volontari riqualificano un’area verde abbandonata dalle istituzioni

    Monte Moro: i volontari riqualificano un’area verde abbandonata dalle istituzioni

    Quando i cittadini decidono di rimboccarsi le maniche ed impegnarsi in prima persona i risultati si vedono. È il caso delle iniziative che ormai da un paio di anni si susseguono a Monte Moro, nel tentativo di riqualificare quello che è un vero e proprio “polmone verde” del levante genovese.

    <<Ci siamo costituiti in associazione dopo l’incendio del 2009 che ha distrutto ben 150 ettari di bosco – racconta Francesco Viscardi, presidente dell’associazione Amici del Monte Moro – Con un gruppo di amici abbiamo iniziato a piantare un centinaio di alberi. Questa è stata l’occasione propizia per incontrare gli abitanti del quartiere e conoscere i problemi che affliggono la zona. La criticità maggiore è dovuta alla presenza di una mole imponente di rifiuti che hanno degradato una delle aree verdi più estese della città>>.

    Oggi i volontari sono 60 e l’associazione continua a raccogliere adesioni da ogni parte di Genova perché gli amanti di questo luogo, chi lo frequenta per passeggiare, fare jogging, respirare aria pulita, intende impegnarsi attivamente per difenderlo e renderlo più vivibile.

    <<Dalla primavera del 2010 ad oggi abbiamo raccolto qualcosa come 45 tonnellate di rifiuti – spiega Francesco Viscardi – almeno una quarantina di carcasse d’auto, motorini, frigoriferi, lavatrici, mobili, rifiuti di ogni genere. In pratica abbiamo riempito trenta container>>.

    L’ultima azione si è svolta Sabato 25 e Domenica 26 febbraio quando un gruppo di volontari ha rimosso svariati quintali di rifiuti ingombranti abbandonati sul monte. L’operazione di bonifica ha riguardato anche una delle scarpate di Via Alberico Lanfranco. Amiu – come già aveva fatto in precedenza – ha messo a disposizione un contenitore scarrabile utilizzato per il recupero dei rifiuti e per il trasporto in discarica degli stessi.

    L’azienda di igiene urbana è l’unico ente “pubblico” che finora ha supportato concretamente l’associazione. Mentre sul piano finanziario qualche piccolo aiuto è arrivato dal Municipo Levante.

    Eppure Monte Moro avrebbe enormi potenzialità che rimangono inespresse. <<Parliamo di una zona ricca di percorsi naturalistici che occorre valorizzare e promuovere – continua Francesco –  Ad esempio il sentiero che collega Quinto al Monte Moro oppure quello che collega Monte Moro con il Monte Fasce>>.

    Ma non solo. L’area infatti ospita anche un sito di notevole interesse storico, ovvero il complesso delle fortificazioni di Monte Moro. <<Una delle batterie più complesse ed articolate realizzate a difesa di una città costiera nel periodo del secondo conflitto mondiale – scrive il prof. Carlo Alfredo Clerici sul sito www.progettomontemoro.it  – Questa imponente struttura, il cui sistema di gallerie si estende in profondità all’interno della collina, era in realtà costituita da una molteplicità di opere sia sotto che fuori terra. Tutto il versante a mare della collina, dall’abitato di Quinto sino alla vetta, venne attrezzato con una capillare distribuzione di punti difensivi. La peculiare conformazione geomorfologica della città e la particolarità del suo sviluppo urbano, ha permesso la preservazione di quest’opera sino ai giorni nostri>>.

    Ma la totale indifferenza delle istituzioni pubbliche ha fatto sì che gli storici manufatti siano totalmente abbandonati a se stessi. L’unico intervento di ripristino – che ha riguardato uno dei bunker militari – è stato effettuato dai volontari dell’associazione.

    <<Eppure, con pochi ed oculati interventi, l’area di Monte Moro potrebbe tornare a esprimere tutta la sua potenzialità di Parco del Levante Genovese, punto panoramico, attrattiva turistica e memoria storica di un nostro passato prossimo – conclude il professore – Se collegata sapientemente al complesso del Parco dei Forti potrebbe costituire una evidenza tangibile sull’evoluzione dell’ingegneria difensiva della nostra città. Ridare un senso a questo tipo di strutture, così come alla globalità dei nostri forti non dovrebbe essere inteso, quindi, come un semplice lavoro di pulizia e di restauro, ma andrebbe contestualizzato in un ben più complesso e articolato progetto. Un piano di recupero delle aree verdi da restituire alla fruizione da parte dei cittadini, un recupero dei sentieri, una attenta valorizzazione e promozione turistica>>.

    Gli Amici del Monte Moro comunque non si danno per vinti e credono sia ancora possibile invertire lo stato delle cose. E per finanziare le operazioni di pulizia e bonifica dei versanti montuosi si sono inventati delle manifestazioni collaterali. <<Solo con le nostre forze era difficile proseguire nell’opera di riqualificazione – spiega Francesco – ed allora abbiamo iniziato ad organizzare piccole sagre ed eventi di autofinanziamento che sono stati sempre molto partecipati. Ad esempio la castagnata dell’ottobre 2011 con un raduno di auto d’epoca in collaborazione con il Veteran Car Club Ligure>>.

    Oggi sembra che la fase di emergenza acuta sia fortunatamente terminata <<Con questo intendo dire che attualmente l’escursionista che frequenta il Monte Moro non si trova di fronte una mole imponente di rifiuti come accadeva fino a poco tempo fa – continua FrancescoMa c’è ancora molto da lavorare. Sono infatti ancora almeno una quarantina le tonnellate di rifiuti presenti nelle scarpate. Il problema, oltre allo scarso senso civico dimostrato da molti cittadini, è anche l’assenza di controlli adeguati e preventivi>>.

    <<Questa primavera pianteremo un altro centinaio di alberi – annuncia Francesco – mentre il prossimo 18 marzo è in programma una “Giornata di restyling del Monte Moro”. Tutti i genovesi sono invitati. Divideremo i partecipanti in squadre ed ognuno si occuperà di un’attività. Da qualche mese abbiamo iniziato a dipingere il guardrail di via Lanfranco. Una struttura arrugginita e logorata dal tempo. L’obiettivo è renderlo più facilmente visibile in modo tale da diminuire la pericolosità della strada. Poi continueremo la pulizia delle scarpate>>.

    L’intera area del Monte Moro è di proprietà del Demanio. Che a quanto pare non ha alcuna intenzione di provare a recuperarla. <<Noi ovviamente agiamo sotto la luce del sole, ma purtroppo siamo in casa altrui – conclude Francesco – Vorremmo avere l’opportunità di gestire un’area per restituirla alla cittadinanza, visto che il monte è patrimonio di tutti i genovesi. E magari realizzare una sorta di parco per bambini ed anziani. Dove impegnare attivamente persone con problemi fisici e mentali, aiutandoli a reinserirsi nel tessuto sociale. Penso ad esempio ai ragazzi disabili che già abbiamo coinvolto nelle nostre attività. In questi due anni infatti sono nate e proseguono proficuamente diverse collaborazioni con Anffas, la Croce Rossa di Apparizione, l’Associazione Alpini sezione di Nervi ed il Veteran Car Club Ligure. Ultimamente ci siamo legati anche all’Agesci per iniziare a ripristinare la sentieristica sul Monte Moro. È importante allargare la rete se vogliamo raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati>>.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Castelletto, Valletta San Nicola: orti comuni e spazi ricreativi per il quartiere

    Castelletto, Valletta San Nicola: orti comuni e spazi ricreativi per il quartiere

    Valorizzare gli spazi presenti in città, trasformando il territorio “abbandonato” in orti e giardini per migliorare la vita dei residenti. È questa la proposta che il “Comitato Le Serre” – con il sostegno di alcune tra le più conosciute associazioni ambientaliste – ha illustrato venerdì 24 durante un’affollata assemblea pubblica cittadina, presso il nuovo auditorium della Parrocchia San Nicola di Castelletto.

    <<Il tema centrale era quello di chiamare i cittadini a condividere un’idea di impiego della Valletta San Nicola dietro l’Albergo dei Poveri a favore del quartiere e della città intera, visto che ormai il Comune ha deciso di non avvalersi più delle serre in cui per decenni venivano ospitate le specie arboree che poi andavano ad adornare giardini e aiuole – scrive il comitato in una nota – Una splendida occasione per dimostrare che è possibile elaborare, tutti insieme, un modello di gestione sostenibile del territorio basato sull’organizzazione di spazi ricreativi e di riaggregazione sociale>>.

    Allo scopo di rendere più concreto il “progetto” il “Comitato le Serre” ha invitato associazioni e comitati che hanno già realizzato e con successo, iniziative simili in città, quali ad esempio il Giardino dell’Erba Voglio del quartiere di San Teodoro, i giovani che coltivano gli Orti sul Porto nelle fasce dei frati della Madonnetta di Castelletto, gli Amici dell’Orto Botanico di corso Dogali. Ma anche esperienze virtuose come quella del CertOlio che venne realizzato in anni recenti, in cui volontari e bambini delle scuole erano stati chiamati per raccogliere le olive e farne olio grazie a quattro splendidi ulivi dell’Oasi del Chiostro, nei pressi della fermata della metropolitana a Certosa.

    Ma forse si tratta solo di un sogno perché <<Nonostante il nuovo piano urbanistico cittadino recentemente adottato ne preveda una conservazione a verde, la Valletta rimane pur sempre di proprietà dell’Istituto Brignole che la potrebbe quindi utilizzare a fini cementificatori e di ritorno economico>>.

    Ma il Comitato ha affermato di confidare che <<Grazie anche al Comune possano essere poste le condizioni per una riappropriazione naturale della Valletta da parte del quartiere, per un modello di gestione condiviso e sostenibile – si legge nel comunicato – come d’altronde già aveva inteso fare Emanuele Brignole, grande benefattore e fondatore dell’Albergo dei Poveri, quando nel suo testamento dispose che la Valletta e i terreni circostanti rimanessero a servizio dei poveri e della città>>.

    Il dibattito ha dato modo ai cittadini di esporre le proprie idee circa l’utilizzo dell’area <<Attività condotte da associazioni che lavorano a sostegno delle persone con disagi psichici, orti comuni e vendita di piante e prodotti, aree verdi con percorsi e aree per famiglie e anziani, strumenti di finanziamento come progetti europei e altri ancora>>.

    Insomma, il contributo da parte dei cittadini c’è stato, come si auguravano gli organizzatori, così come l’adesione numerosa di coloro che si sono detti interessati ad essere informati delle attività del Comitato e degli sviluppi che l’iniziativa potrebbe avere in un prossimo futuro.
    <<Sia gli organizzatori sia gli abitanti che sono accorsi numerosi, pur riconoscendo le difficoltà che ci sono nel realizzare il “sogno”, si sono detti congiuntamente fiduciosi di veder sbocciare presto un progetto che riqualifichi l’area , conservandone l’interesse storico artistico che presenta, ma mantenendone la funzione di polmone verde, riacquisendola come bene comune al servizio del quartiere e della città – conclude la nota – L’affluenza numerosa, ai limiti della capienza dell’auditorium, e l’interesse dimostrato nel dibattito hanno confermato le aspettative del Comitato che adesso dovrà impegnarsi per porre le condizioni perché il “sogno” si realizzi>>.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Silos Hennebique: la riqualificazione prevede un albergo e servizi pubblici

    Silos Hennebique: la riqualificazione prevede un albergo e servizi pubblici

    Silos Hennebique Ponte ParodiSvolta decisiva per il destino dellex silos Hennebique. Martedì il Consiglio comunale ha approvato le modifiche all’accordo di programma, risalente al 2007, fra Comune, Provincia, Regione ed Autorità portuale, riguardante la riqualificazione dell’antico deposito granario e la trasformazione di Ponte Parodi.

    Venuto meno il previsto trasferimento della facoltà di Ingegneria, ora destinata alla collina degli Erzelli, per quanto concerne gli spazi del silos, era necessario stabilire le nuove funzioni urbanistiche ammissibili.
    La delibera è stata approvata con i voti favorevoli di quasi tutto il centrosinistra, l’opposizione di gran parte del centrodestra e del consigliere indipendente Manuela Cappello, l’astensione di Antonio bruno (Rc-Se), Luca Dallorto (Verdi), Giuseppe Murolo ed Emanuele Basso (L’Altra Genova).
    La funzione che caratterizzerà il futuro dell’area sarà quella ricettiva, quindi alberghiera, che dovrà occupare almeno il 30% della superficie dell’edificio, mentre una superficie non inferiore al 51% sarà destinata a funzioni pubbliche e/o di uso pubblico. Tradotto è probabile che il silos rinasca sotto forma di albergo, ma non solo, al suo interno troveranno spazio anche alcuni servizi pubblici, tra i quali potrebbero essere compresi uno o più luoghi museali.

    La delibera sarà immediatamente esecutiva ed in tempi brevi – si ipotizza entro l’estate – l’Autorità portuale potrà pubblicare il bando per assegnare la concessione per la riqualificazione e la gestione del silos.
    Abbiamo lavorato d’intesa con il Comune affinché fossero escluse funzioni maggiormente remunerative come quella residenziale e quella commerciale – spiega l’Autorità portuale – visto che si tratta di un’area delicata, attigua al centro storico.

    Da menzionare un ordine del giorno, presentato dal consigliere Manuela Cappello, che ha proposto di verificare, di concerto con la comunità islamica, la possibilità di destinare una parte del silos al progetto della nuova moschea. Il consigliere ha sottolineato come dal punto di vista dell’accessibilità, della sicurezza ma anche dell’integrazione, questa soluzione sarebbe più consona rispetto all’ipotesi Lagaccio, ma il documento è stato bocciato dall’aula di Palazzo Tursi.

    Per quanto riguarda Ponte Parodi il Consiglio comunale ha dunque dato il via libera al progetto che prevede la realizzazione di 15 mila metri quadrati di medie strutture di vendita, 8 mila metri quadrati di attività commerciali, 200 metri quadrati di pubblici esercizi ed oltre 1000 parcheggi.
    Una Fiumara al quadrato”, così ha bollato il progetto la stessa Manuela Cappello, ma una ferma contrarietà era stata espressa nel dicembre scorso anche dal Municipio centro est, il quale contesta soprattutto l’impatto del nuovo polo commerciale nei confronti del tessuto produttivo del centro storico. Ma a preoccupare sono anche le ripercussioni sulla mobilità della zona, causate dalla presenza di nuovi parcheggi.

     

    Matteo Quadrone

  • Maddalena, fra riqualificazione e partecipazione tenta la rinascita

    Maddalena, fra riqualificazione e partecipazione tenta la rinascita

    Alla Maddalena si comincia a respirare un’aria nuova. I lavori di riqualificazione urbana procedono a buon ritmo e nel frattempo si registrano notizie positive anche per quanto riguarda l’insediamento in zona di nuove attività commerciali che vanno ad integrarsi alla perfezione con l’esperienza di condivisione promossa dai laboratori sociali.
    Una vitalità sommersa che lentamente riaffiora dagli spazi ristretti dei carruggi e si fa largo in mezzo ai problemi di sempre, la prostituzione e la criminalità che lucra alle spalle del disagio.
    Il tutto fa ben sperare, c’è fermento e speranza miste ad un po’ di paura di trovarsi dinanzi solo ad un’illusione di rinascita.

    Claudio Oliva, direttore del Job centre e uno dei protagonisti del Patto per lo sviluppo della Maddalena sottolinea “Speriamo che questo clima di fiducia sia utile per modificare in senso positivo la percezione che le persone hanno di via della Maddalena”.

    I lavori che interessano la zona sono numerosi e l’investimento è stato notevole: 13 milioni di euro in totale, di cui 10 provenienti dai fondi Por Fesr e 3 stanziati da Palazzo Tursi.
    “Per il centro storico medioevale più esteso d’Europa puntiamo ad una maggiore vivibilità”, ha dichiarato l’assessore ai Lavori Pubblici, Mario Margini.
    Il Comune ha appena perfezionato l’acquisto da Arte di Palazzo Senarega, attiguo a Piazza Banchi, dove l’amministrazione trasferirà il nuovo Centro Arti e Mestieri ed il Job centre, attualmente siti a Cornigliano.
    In totale sono ben 8 i milioni di euro di finanziamenti utilizzati (4 solo per l’acquisizione).

    Gli altri interventi riguardano la riqualificazione dei percorsi, tramite un programma di ripavimentazione allo scopo di rendere più percorribili le vie del quartiere; la bonifica impiantistica che prevede il rifacimento delle fognature, il rinnovamento dei tubi dell’acqua e dei cavi elettrici. E ancora l’adeguamento dei servizi con il rifacimento della segnaletica di orientamento, degli impianti di illuminazione e la realizzazione della copertura wi-fi che permetterà una piena accessibilità alla rete internet.
    “Tutti i lavori sono già appaltati ed in corso d’esecuzione”, spiega l’assessore Margini.

    In questi giorni un cantiere è stato aperto anche in vico della Rosa, alle spalle della chiesa della Maddalena. Qui verrà demolito un edificio inutilizzato da tempo per lasciare il posto ad un nuovo asilo nido.
    “La presenza dell’asilo è un fortissimo elemento di cambiamento – sottolinea Oliva – La direzione è quella giusta, rompere l’isolamento del quartiere favorendo la connettività fra le persone”.

    Ma occorre anche rivitalizzarlo, aprirlo all’esterno e connetterlo all’intera città. Un fattore imprescindibile è la presenza delle attività commerciali. Per anni latitanti, oggi si riaffacciano sulla via.
    “Fino a poco tempo fa avevamo grandi difficoltà nel trovare locali disponibili ad un prezzo accessibile – continua Oliva – mentre adesso gli stessi proprietari li mettono a disposizione con maggiore facilità”.
    Nel periodo che va da luglio a settembre l’Incubatore d’imprese del centro storico (gestito dal Job centre), nato per sostenere con finanziamenti e agevolazioni le attività della città vecchia, ha approvato 5 progetti per altrettante imprese che si insedieranno in zona. Con l’inizio di dicembre si procederà a valutarne almeno altri 2.

    Tutto ciò mixato alla presenza dei laboratori sociali, spazi messi gratuitamente a disposizione delle più svariate realtà associative: dalle associazioni di quartiere a chi si occupa di yoga, tutte i cittadini anche i non residenti, sono invitate a partecipare con le proprie iniziative.
    Pochi giorni fa si è concluso il bando per la gestione dei locali di vico Mele, sottratti alla criminalità organizzata e destinati alla vendita dei prodotti provenienti dalle terre liberate dalla morsa dei clan.
    Ma non solo. Attualmente sono tre i locali che grazie al Patto per lo sviluppo è stato possibile rendere accessibili: si trovano in Piazza Posta Vecchia, Vico Fornaro e Piazza della Cernaia.
    “È un fattore fondamentale perché stanno giungendo utilizzatori da tutta Genova – racconta Oliva – in questo modo la Maddalena torna ad essere considerata una risorsa per la città”.
    Un altro obiettivo sempre più vicino grazie al finanziamento del Job centre, è la realizzazione di una sede definitiva per il Laboratorio sociale Maddalena, presso alcuni locali al piano terra di vico del Papa.
    I progetti però non terminano qua. In Piazza della Cernaia si lavora per aprire, anche qui garantendo la massima accessibilità possibile, il nuovo distretto sociale. Mentre in Piazza Posta Vecchia sorgerà un Centro per anziani.
    Infine per il 2012 l’Incubatore d’imprese sta ragionando sulla possibilità di realizzare dei bandi innovativi, non rivolti esclusivamente alle imprese, bensì volti a favorire le associazioni cittadine che vogliano trasferire la propria sede in zona.
    E aumentare così quella presenza costante di persone, idee e progetti che potranno far compiere il decisivo salto di qualità a tutta la Maddalena.

    Matteo Quadrone

     

  • Miralanza: un passo avanti verso la riqualificazione

    Miralanza: un passo avanti verso la riqualificazione

     

    L’ultimo atto della lunga telenovela sull’area industriale ex Miralanza a Teglia, potrebbe essersi consumato un paio di giorni fa a Palazzo Tursi.

    Il 22 novembre infatti il Consiglio Comunale ha approvato l’assenso all’accordo di pianificazione per adeguare gli strumenti urbanistici alla riqualificazione dell’ex Miralanza.

    In pratica questo accordo, dopo il necessario assenso degli altri soggetti coinvolti, andrà a modificare quello risalente al 2003 fra Regione Comune e Asl 3 che prevedeva di destinare l’area all’ospedale di vallata per il Ponente e la Valpolcevera. Perché è proprio questo l’ostacolo che, almeno negli ultimi anni, ha impedito di presentare un progetto per recuperare gli spazi della ex fabbrica di detersivi.

    Nel 2009 però gli scenari sono mutati e la Regione ha individuato Villa Bombrini a Cornigliano come sede del nuovo ospedale del Ponente.

    Il Comune a quel punto ha cominciato a pensare a come recuperare l’area. Parliamo di 36 mila metri quadrati di assoluto degrado, proprietà di un fondo immobiliare, Pegaso Re, gestito da Fondamenta sgr.

    Nel 2010, un concorso di giovani architetti, Europan 10, cofinanziato dall’amministrazione comunale, propose un progetto di recupero per i siti di Begato- Diamante e l’area ex Miralanza. Le adesioni furono moltissime da tutta Europa, 41 i lavori pervenuti e numerosi quelli menzionati come meritevoli. E forse di quell’esperienza sarebbe utile recuperare alcuni spunti.

    Oggi il progetto di riqualificazione, che ha preso forma in linea con le previsioni del nuovo PUC, prevede la realizzazione di circa 250 appartamenti, negozi, parcheggi, una piastra sanitaria e una nuova fermata della ferrovia metropolitana.

    Una quota degli alloggi sarà destinata alle fasce sociali più deboli. C’è da sottolineare però che non si dovrebbe trattare di vera e propria Edilizia Residenziale Pubblica ma piuttosto di edilizia sociale a canone moderato. E forse in questo senso si poteva fare qualcosa di più.

    La Valpolcevera attende con impazienza soprattutto la piastra ambulatoriale vista la carenza di servizi sanitari sul territorio. Ma anche la stazione metropolitana è un decisivo passo avanti per migliorare i collegamenti in una zona, quella di Teglia, da sempre tagliata fuori dal trasporto pubblico.

    Mentre per quanto riguarda i volumi commerciali sono emerse le perplessità dei residenti che chiedono un’attenta verifica sulla possibilità di realizzare strutture di medie e grandi dimensioni, già ampiamente presenti in zona.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Rivarolo: nell’area dell’ex Comune torna il parcheggio privato

    Rivarolo: nell’area dell’ex Comune torna il parcheggio privato

    RivaroloIn via Pisoni, l’antico palazzo dell’ex Comune di Rivarolo, proprietà del marchese Cattaneo Adorno, giace da anni in condizioni che definire decadenti sarebbe un eufemismo. Un buco nero situato proprio al centro della delegazione con gli abitanti che si domandano se un bel giorno sarà mai sanato.

    Fasciato lateralmente da una serie di vistose impalcature ormai arrugginite, in attesa della necessaria ristrutturazione, nel frattempo negli ultimi anni si è trasformato in un rifugio per disperati.
    Persone senza fissa dimora sono infatti accampate al piano terra praticamente sotto il grande scalone in marmo. Un pericolo per la loro stessa incolumità visto che probabilmente i solai del palazzo non sono mai stati controllati adeguatamente e messi in sicurezza. E una fonte di disagio per la contemporanea presenza, nell’edificio accanto all’ex palazzo comunale, della sede di un asilo frequentato quotidianamente da mamme e bambini.

    E pensare che l’intero complesso, comprendente anche i due edifici laterali, quello dove tuttora c’è l’asilo e uno sul lato strada dove una volta c’erano negozi e abitazioni e oggi appare desolatamente vuoto, è vincolato dalla Soprintendenza.
    La società “Saia”, che gestisce il patrimonio immobiliare della famiglia Cattaneo Adorno, spiega che per quanto riguarda il palazzo dell’ex Comune non ci sono ancora novità e le decisioni in merito al suo futuro dovranno essere prese congiuntamente da proprietario e Soprintendenza.

    La notizia è che da qualche giorno gli operai sono al lavoro per pulire e bonificare l’area che sta di fronte al palazzo principale con l’obiettivo di ripristinare il parcheggio privato. Negli ultimi tempi infatti la zona era diventata liberamente accessibile.
    I 70 posti auto saranno custoditi e gli accessi regolamentati da un cancello elettronico.

    “Saia” sottolinea di aver agito per eliminare i disagi dovuti alla presenza degli abusivi. Ovviamente la società difende i suoi interessi e non poteva più tollerare la situazione di degrado che si stava delineando.
    Vedremo nel prossimo futuro se davvero tutto ciò servirà alla riqualificazione della zona oppure se sarà stata solo un’operazione dettata dai legittimi interessi economici del proprietario.

    Matteo Quadrone

  • Silos Hennebique: abbandonato da anni, c’è un’ipotesi di rinascita

    Silos Hennebique: abbandonato da anni, c’è un’ipotesi di rinascita

    Un pezzo di storia cittadina, carico di ricordi gloriosi, è sempre lì fermo immobile. Silos Hennebique Ponte ParodiNumerose ipotesi di trasformazione si sono susseguite nell’ultimo trentennio ma purtroppo nessuna di queste è diventata realtà. Un colosso imponente, un luogo simbolo del porto di Genova, giace abbandonato al suo destino fin dagli anni ’70 e mentre tutto intorno fioriscono mutazioni, lui rimane uguale a se stesso, solo e sempre più decadente.
    Parliamo del silos granario Hennebique di Santa Limbania, ubicato a ridosso della Stazione Marittima, costruito a fine ‘800 per l’immagazzinamento e l’insaccamento del grano, così chiamato dal nome dell’inventore del cemento armato, Francois Hennebique, che brevettò la nuova tecnica di costruzione nel 1892. Una storia ultra centenaria quella del silos, uno dei primi esempi al mondo di grande costruzione in calcestruzzo armato. Il sistema Hennebique conta 1500 opere regolarmente registrate sparse in tutto il Paese, per citarne una lo stesso brevetto è stato applicato al Lingotto di Torino.
    L’Hennebique è ancora oggi un manufatto immenso di oltre duecentodieci metri di lunghezza, largo 33 e alto 44, con 38 mila metri quadrati di superficie interna distribuiti su sei piani. Inaugurato nel 1901, come ricorda una targa in facciata, è stato ampliato nel 1907 con l’aggiunta di 126 celle.
    Rappresenta un esempio storico di archeologia industriale citato nei manuali di ingegneria, un monumento all’edilizia da salvaguardare tramite un riutilizzo compatibile. Chi deciderà di investire nell’area infatti dovrà tenere conto di una serie di vincoli imposti dalla Soprintendenza: conservazione dell’involucro esterno, salvaguardia delle facciate e della torretta.

    La notizia è che il silos potrebbe finalmente trovare una nuova destinazione d’uso grazie a un bando di gara che l’Autorità Portuale, proprietaria dell’area, sta predisponendo in questi mesi per sancire il soggetto vincitore a cui affidare la riqualificazione e la futura gestione dell’edificio. Ma il condizionale in questo caso è d’obbligo.
    Infatti nel corso degli anni sono fioccate moltissime idee sul possibile riutilizzo dell’Hennebique: alla fine degli anni ’80 doveva trasformarsi in un albergo, poi avrebbe dovuto ospitare la sede della facoltà di Ingegneria, forse la soluzione più consona perché in grado di consentire un positivo collegamento con il centro storico e una riqualificazione urbana di tutta l’area.
    Ultimamente all’inizio del 2010, quando già si parlava di una gara per l’affidamento, un gruppo di professionisti (Carlo Guglielmetti, ideatore, Gianluca Peluzzo, progetto architettonico e Carla Peirolero, progetto scenografico) presentarono l’ambizioso “Progetto Cimento”, un contenitore culturale capace di ospitare musei (energia, cioccolato e pace), mostre permanenti, bar, ristoranti, un albergo e un parcheggio con oltre 450 posti. Infine a febbraio di quest’anno, in coincidenza con le celebrazioni dell’Unita d’Italia, l’ultima proposta: perché non renderlo disponibile come sede del museo della storia d’Italia?
    Il Presidente dell’Autorità Portuale, Luigi Merlo, spiegò all’epoca, febbraio 2011, che il porto insieme al Comune stava definendo la nuova destinazione d’uso dell’area e il bando di gara. Ma se dal governo o dal Parlamento fosse venuta l’indicazione di utilizzare l’edificio per il museo della storia d’Italia, Palazzo San Giorgio avrebbe immediatamente fermato il bando per mettere l’Hennebique a disposizione del progetto.
    Lo scandalo è che nessuna di queste proposte ha trovato finora un’applicazione concreta. Fiumi di parole e idee buttate al vento, fatto sta che tutto è rimasto com’era. Nonostante Comune e Autorità portuale stiano collaborando nella definizione delle linee urbanistiche che coinvolgono il fronte del porto, per far sì che il Piano Urbanistico Comunale e il Piano Regolatore Portuale siano il più possibile coincidenti, per quanto riguarda la nuova destinazione del silos, nulla si muove.
    Ma qual è il problema che ha creato l’impasse? L’uscita di scena dell’Università è il fattore scatenante: il cambio di programma dell’ateneo e il trasferimento della facoltà di ingegneria presso il futuro villaggio tecnologico degli Erzelli, impone infatti una revisione delle funzioni previste all’interno dell’ex deposito granario. È necessaria una variante al precedente accordo di programma siglato nel 2007 fra Comune, Autorità Portuale e Università, per individuare quali funzioni saranno “ammissibili”, vale a dire cosa si potrà realizzare all’interno di quegli immensi spazi. Non si tratta di un aspetto secondario visto l’ingente investimento che sarà necessario per la riqualificazione. Dopo la delibera che rende possibili le modifiche all’accordo, approdata in giunta sul finire di aprile, non si è più avuta notizia dell’approvazione definitiva del testo, che spetta al Consiglio comunale. L’autorità Portuale conferma di attendere le indicazioni di Palazzo Tursi. E ribadisce l’intenzione di indire la gara entro fine 2011, anche perché saranno necessari almeno 5 anni per l’approvazione del progetto e la realizzazione dei lavori.

    Un’operazione che comporterà notevoli investimenti privati, una prima stima si assesta fra i 100 e i 150 milioni di euro, che in qualche maniera dovranno essere ammortizzati.
    Dalla discussione in corso fra Comune e Autorità Portuale sono trapelate le cosiddette “funzioni ammissibili”. Partiamo dalle certezze: la funzione prevalente dovrà essere pubblica; ma è prevista anche un’apertura a funzioni private di interesse pubblico, prevalentemente di tipo ludico culturale, per esempio uno spazio museale. Inoltre ci sarà la possibilità di realizzare una struttura ricettivo – alberghiera a condizione che i servizi di interesse pubblico non siano inferiori a una determinata percentuale. Non sono invece previste residenze neppure di tipo universitario.
    Da quello che si riesce a comprendere l’obiettivo principale del recupero sarà quello di fornire luoghi di supporto alle attività crocieristiche. E vista la contiguità con Ponte Parodi e il Ponte dei Mille non poteva essere altrimenti. Il primo è oggetto anch’esso di un profondo rinnovamento, grazie al progetto dei francesi di Altarea, ed entro il 2015 data prevista di fine lavori, vedrà completata la realizzazione di una “Piazza del Mediterraneo” in cui saranno presenti iniziative culturali e ludiche ma anche una parte dedicata al commercio e alla grande distribuzione.
    La collocazione strategica del silos Hennebique tra Ponte Parodi e il Ponte dei Mille che, dopo l’ultimo ampliamento, ha un accosto della lunghezza complessiva di 340 metri in grado di consentire l’attracco delle navi più moderne, fa sì che la soluzione di supporto alle attività crocieristiche sia la migliore possibile.
    Resta da capire se per l’ennesima volta si tratta di un annuncio destinato a cadere nel vuoto, mancano pochi mesi alla fine dell’anno e il glorioso silos attende immobile di conoscere il suo destino.

     

    Matteo Quadrone

    Foto: Daniele Orlandi

     

  • Sampierdarena, nell’ex area Enel nascerà un nuovo quartiere

    Sampierdarena, nell’ex area Enel nascerà un nuovo quartiere

     

    Un progetto di riqualificazione a Sampierdarena, un’area dismessa da tempo rinascerà infatti in tre anni, regalando anche un po’ di verde agli abitanti della delegazione.

    Parliamo dell’ex area Enel di via Pacinotti (vicino alla Fiumara), che si estende per 13.500 metri quadrati e dove sorgerà una nuova scuola materna, residenze, uffici, attività commerciali non gastronomiche, e una piazza pubblica.

    La nuova scuola ospiterà circa settanta bambini e prevederà strutture all’avanguardia sia dal punto di vista edilizio che da quello energetico.

    L’area è privata quindi l’operazione sarà realizzata con fondi privati.

    Ma grazie agli oneri di urbanizzazione, in parte reinvestiti sul territorio, sarà possibile la realizzazione dell’edificio scolastico, la riqualificazione del mercato rionale di via Dondero- via Salucci che oggi versa in stato di abbandono e l’allargamento della sezione stradale di via Salucci.

    All’interno del mercato sarà presente un compattatore per la spazzatura che renderà la struttura completamente autonoma nella gestione dei rifiuti e consentirà di eliminare i cassonetti dalla strada.

    Inoltre verranno rinnovati e incrementati i parcheggi della zona.

    Il progetto deve ancora passare al vaglio del Consiglio Comunale e quindi saranno possibili alcune modifiche. Una volta approvato, forse entro l’anno, dovrà essere portato a termine nel tempo massimo di 3 anni.

    Il Municipio Centro Ovest sottolinea come questa operazione sia stata ampiamente discussa con i cittadini.

    Ma non mancano alcune critiche, espresse dagli stessi abitanti: per esempio per quanto riguarda l’ulteriore modifica della viabilità, che potrebbe peggiorare la già caotica situazione di Sampierdarena; la possibilità di allagamento dei parcheggi che, essendo sotterranei, potrebbero finire come quelli della Fiumara, allagati non molto tempo fa; e infine un problema assolutamente non trascurabile, vale a dire quello dello smaltimento dell’amianto durante lo smantellamento delle costruzioni esistenti.

    Matteo Quadrone

  • Il mercato di San Teodoro rinasce grazie ai volontari

    Il mercato di San Teodoro rinasce grazie ai volontari

    Un mercato comunale dismesso da tempo e dall’aspetto ormai fatiscente, inizia una nuova vita.

    Accade in via Bologna, nel quartiere di San Teodoro, grazie all’intervento provvidenziale di cittadini volontari aderenti ad associazioni presenti in zona, in particolare La voce di San Teodoro e Music for peace.

    Armati di ramazze, scope e quant’altro i cittadini hanno ripulito la struttura e alcuni piccoli container presenti all’esterno.

    Un’attività preziosa per la riqualificazione del quartiere che finora non era stata possibile perchè le casse del Municipio purtroppo non lo permettevano.

    Adesso è allo studio un progetto per recuperare gli spazi e renderli accessibili ai residenti.

    Il Municipio centro ovest conferma l’intenzione di voler dar vita a una tavola rotonda per ascoltare le esigenze degli abitanti di San Teodoro e, in accordo con le associazioni di volontariato, la struttura sarà disponibile per nuove funzioni idonee con la sua collocazione.

    Matteo Quadrone