Anno: 2012

  • Prà: un’antenna Wind inquina la Fascia di Rispetto

    Prà: un’antenna Wind inquina la Fascia di Rispetto

    Un’antenna telefonica del colosso WIND è al centro delle polemiche, accusata di inquinare la Fascia di Rispetto di Prà con le sue emissioni tossiche. La denuncia arriva dal Comitato per Prà che ormai da tempo cerca un contatto con la società per chiedere l’elettrificazione di tale impianto – oggi alimentato da un motogeneratore – al fine di eliminare l’emissione in atmosfera di anidride carbonica e del rumore provocato dai motori.

    Oggi gli impianti di telefonia mobile presenti sulla piattaforma del VTE in fregio alla passeggiata pedonale sono 4 (TIM, VODAFONE, WIND, H3G). Al momento 3 impianti sono elettrificati mentre quello della WIND è l’unico ad essere ancora alimentato da un motogeneratore. Il motivo? il punto di allaccio Enel dista dall’impianto 1600 metri e l’allaccio è a carico dei gestori. «L’azienda WIND, considerato il costo non indifferente dell’intervento, non ha ritenuto di effettuare questa spesa, a differenza delle altre società», spiega il referente alla telefonia municipale, il consigliere Silvio Benvenuti.

    «Sono mesi che cerchiamo il gestore che continua ad “appestare” la Fascia di Rispetto, a ridosso della pista ciclabile, con le sue emissioni tossiche – spiega il Comitato – Alla fine scopriamo che esiste un “tavolo sulla telefonia” e che l’unico soggetto titolato a relazionarsi con i gestori è il Municipio e che tutto è comunque rimandato al dopo elezioni. Domanda: di che cosa si parla durante gli incontri del “tavolo”? Perché ad oggi il Municipio non ha chiesto alla WIND di provvedere alla elettrificazione dell’antenna?».

    Il Municipio Ponente, tramite uno scambio di mail, ha spiegato al Comitato che, secondo la prassi consolidata «Se voi mandate una richiesta al Municipio sarà cura del referente sulla telefonia mobile scrivere alla Wind e chiedere riscontri nell’incontro trimestrale che avviene in sede di assessorato. Attualmente possiamo sicuramente scrivere a Wind segnalando le richieste del commissario, mentre vi informo che la prossima riunione del tavolo sulla telefonia in assessorato avverrà con l’insediamento della nuova giunta comunale».

    «Il Municipio non ha mai sollevato la questione al tavolo sulla telefonia perché, a quanto mi risulta, la segnalazione è arrivata formalmente solo in tempi molto recenti e, per quanto mi riguarda, pur sapendo dell’esistenza del motogeneratore, non ero a conoscenza del disturbo arrecato – spiega Silvio Benvenuti, referente alla telefonia municipale – Credo anche che il posizionamento del motogeneratore rientri nei limiti di legge e solo una pressione delle istituzioni insieme ai cittadini potrebbe convincere il gestore ad effettuare un investimento oneroso cui non è obbligato».

    Quindi una richiesta formale e motivata del Comitato, in grado di evidenziare tutte le problematiche causate dall’impianto, potrebbe risultare utile a sbloccare la situazione.

    «Sarà mia cura accertarmi che il nuovo referente alla telefonia municipale, qualora non fosse più il sottoscritto, sollevi il problema alle prossime riunioni del “tavolo”», conclude Benvenuti.

    Il Presidente del Municipio, Mauro Avvenente, aggiunge «Il nostro referente alla telefonia sta seguendo la questione grazie all’osservatorio che il Comune di Genova, con il contributo dei Municipi, è riuscito ad ottenere, nonostante il decreto Gasparri consenta ai gestori di avere la massima  libertà in merito all’installazione delle antenne. L’osservatorio coinvolge comitati e cittadini e le loro segnalazioni sono un elemento fondamentale per eliminare eventuali criticità. Qualcuno pensa che i problemi si possano risolvere in un batter d’occhio. Noi dobbiamo muoverci in un quadro di carattere istituzionale ed alcuni passaggi sono obbligati. Abbiamo già parlato con l’azienda WIND chiedendole di adeguarsi come hanno fatto le altre società. Faremo ulteriori pressioni finché non avremo una risposta positiva».

     

    Matteo Quadrone

  • Recco: a Villa Dufour “En plein air”, giornata sull’acquerello

    Recco: a Villa Dufour “En plein air”, giornata sull’acquerello

    recco villa dufourVenerdì 20 aprile 2012 a partire dalle 17 si terrà nel parco di Villa Dufour (Mulinetti, vicino a Recco) un incontro sul tema dell’acquerello dal titolo En plein air.

    L’evento è a cura di Farida Simonetti (Direttore della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola a Genova), che parlerà del tema “Vivere” e non “visitare”. Seguiranno gli interventi di Ferruccio Giromini (storico e critico dell’illustrazione) su “Dipingere con l’acqua: breve storia dell’acquerello” e di Andrea Musso (acquarellista, illustratore, grafico) su “Quando dipingo ”en plein air”.

    Saranno inoltre esposti alcuni acquerelli di Andrea Musso realizzati a Monterosso e nelle Cinque Terre.

    Seguirà aperitivo.

    Per maggiori informazioni si può contattare la villa al numero 338 6825696.

  • Scatti di natura nella costa del Savonese: concorso fotografico

    Scatti di natura nella costa del Savonese: concorso fotografico

    fotografia[AGGIORNAMENTO: concorso prorogato al 12 luglio 2012]

    Sono aperte le iscrizioni al concorso fotografico Aspetti naturalistici della costa savonese, organizzato dalla Provincia di Savona, Settore Tutela del Territorio e dell’Ambiente allo scopo di valorizzare gli angoli dell’ambiente costiero ligure.

    Ogni partecipante può presentare un massimo di 3 opere in formato 20×30, che dovranno riportare sul retro: dati anagrafici, recapito dell’autore e numero di telefono, titolo della foto e indicazione del luogo di scatto.

    Le immagini dovranno essere spedite entro il 14 giugno 2012 all’indirizzo Provincia di Provincia di Savona – Settore Tutela del Territorio e dell’Ambiente – Ufficio Educazione Ambientale, Via Amendola 10 – 17100 Savona.

    Le immagini migliori saranno utilizzate per l’allestimento di una mostra itinerante.

    Per informazioni è possibile contattare la Provincia di Savona all’indirizzo 019 8313547 o ceap@provincia.savona.it.

  • Loro Dentro: un documentario sulla vita all’interno del carcere di Marassi

    Loro Dentro: un documentario sulla vita all’interno del carcere di Marassi

    Dieci giovani uomini tra i 20 e i 30 anni di età, italiani e stranieri, davanti alla telecamera raccontano la loro esperienza quotidiana e personale dentro il penitenziario più affollato della Liguria. Ma non si tratta di un’azione di denuncia fine a se stessa, piuttosto di un processo di ricerca reso possibile dall’instaurazione di una relazione continuativa tra i protagonisti del video e gli autori, un punto di vista parziale ma indipendente, una scelta precisa e consapevole, ovvero quella di dare la possibilità di parola a chi non l’ha mai avuta e invitare la società a guardarsi allo specchio attraverso i corpi, i volti e le voci dei giovani che hanno partecipato al film.

    Il documentario è il risultato di un prezioso lavoro promosso dal Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova – uno spazio sperimentale all’interno della Facoltà di Scienze della Formazione, nato dall’esigenza di utilizzare l’audiovisivo come linguaggio accessibile a tutti per la divulgazione dei risultati della ricerca sociale e la telecamera come strumento di indagine della realtà sociale – un gruppo eterogeneo, formato da sociologi, ricercatori, studenti, registi, artisti e video maker, in collaborazione con il Centro Frantz Fanon ed il Ser.T ASL 4 di Chiavari sui giovani adulti in carcere.

    Martedi 17 aprile alle ore 18 “Loro Dentro”, questo il titolo del film, sarà presentato in anteprima nazionale presso il Cinema Sivori in Salita Santa Caterina 12. (Il trailer è visibile al link http://www.laboratoriosociologiavisuale.it/lab/?p=5)

    «Dall’incontro con il direttore del carcere di Marassi, Salvatore Mazzeo e con l’assessore provinciale alle carceri, Milò Bertolotto è scaturita la nostra proposta di realizzare un laboratorio video all’interno delle mura del penitenziario di Marassi coinvolgendo una decina di giovani detenuti – spiega Francesca Lagomarsino, sociologa, ricercatrice presso l’Università di Genova – la nostra intenzione era confrontarci con i reclusi attraverso un percorso di conoscenza reciproca e metterli in condizione di esprimere quello che sentivano come maggiore esigenza di comunicare all’esterno. E così i ragazzi hanno deciso di raccontarci la loro vita all’interno del carcere, un racconto, ovviamente soggettivo, di una quotidianità che oscilla tra le domandine, l’attesa di un colloquio, la speranza di ottenere le pene alternative».

    Il film è uno strumento per informare, sensibilizzare e riflettere sulla situazione del carcere in Italia, proprio a partire dalle narrazioni dei detenuti coinvolti nel laboratorio. Il gruppo di lavoro – composto da Massimo Cannarella, Francesca Lagomarsino, Luca Queirolo Palmas, Fabio Seimandi, Simone Spensieri, Cristina Oddone – ha girato insieme a loro nei luoghi del carcere quali ad esempio la sala colloqui, l’aria, il campo, le cucine, i corridoi delle sezioni, provando a raccontare le storie di vita dei protagonisti, biografie spesso segnate dalla migrazione, dell’emarginazione sociale, della tossicodipendenza.

    «Ci interessava raccontare il carcere dal punto di vista di chi lo abita nella quotidianità – spiega Cristina Oddone, videomaker, dottoranda in Sociologia presso l’Università di Genova e regista del documentario – quali sono le pratiche di adattamento o di resistenza all’interno dell’istituzione penale, quali relazioni si stabiliscono tra i detenuti, se riflettono le appartenenze culturali o se queste vengono negoziate in funzione di altri interessi (scambi economici, relazioni di potere, alleanze, favori, ecc.). Abbiamo voluto creare una relazione continuativa recandoci in carcere ogni settimana per 5 mesi (tra febbraio e giugno 2011) proprio per superare l’urgenza della denuncia, sia per andare più in profondità rispetto alle traiettorie biografiche dei giovani, sia per non ripetere le notizie sul carcere prodotte da stampa e televisione. C’è voluto tempo per arrivare a identificare i nodi fondamentali della narrazione. Penso che sia stato un processo di ricerca per noi, ma soprattutto per loro: il percorso comune li ha aiutati a guardarsi dentro, ha creato la possibilità di uno spazio di riflessione sul proprio vissuto».

    «Il laboratorio video è stato lo strumento per costruire questa relazione, offrendo ai detenuti la possibilità di “mostrarsi” alla telecamera, utilizzando il proprio linguaggio, la propria fisicità, guidandoci negli spazi della loro vita quotidiana – racconta Oddone – i temi che emergono, soprattutto all’inizio, sono quelli di loro interesse: come si fa la spesa, quali sono le possibilità di lavorare, come si trasformano le relazioni con la famiglia».

    «Abbiamo superato un’inevitabile distanza iniziale grazie ad un approccio graduale – continua Oddone – Il visuale è stato uno stimolo fin dall’inizio, una sorta di mediazione: abbiamo visto insieme film, documentari, video clip, frammenti del materiale girato. Riconoscersi sullo schermo è stato molto importante per i ragazzi che hanno compreso la preziosa opportunità offerta dalla realizzazione di questo video».

    Due fattori hanno contribuito a creare questo clima di confidenza e fiducia reciproca, come spiega la regista «In primis la continuità della nostra presenza, in uno spazio assolutamente privo di cura, dove le iniziative sono per lo più sporadiche e saltuarie, dove non c’è certezza di niente e si può essere trasferiti da un giorno all’altro senza essere avvisati; e ancora il fatto che il nostro fosse un gruppo di 6 persone, uomini e donne con età e saperi differenti, ha permesso l’instaurazione di dinamiche di gruppo ma anche di relazioni individuali».
    «Non abbiamo mai avuto nessun interesse nell’indagare il “perché sono finiti dentro”, nel senso stretto di “quali reati avete commesso” – precisa Oddone – ma di cercare piuttosto le cause macro sociali che portano giovani, poveri, per lo più stranieri, moltissimi tossicodipendenti, a un destino di isolamento, solitudine e castigo, così come è oggi l’esperienza del carcere in Italia».

    E due sono anche le criticità maggiori del sistema penitenziario italiano, emerse in tutta evidenza dall’esperienza del laboratorio video. «Innanzitutto parliamo di giovani che appartengono a classi sociali medio-basse, alcuni transitati da dolorose esperienze di tossicodipendenza – spiega Lagomarsino – Oggi il carcere è diventato un contenitore di persone che non hanno potere economico, che non dispongono di buoni avvocati, molti sono i reclusi per reati minori come il piccolo spaccio o l’assenza di documenti, nel caso di stranieri». Quindi l’attuale presenza in prigione di una larga parte di detenuti appare legata in misura preponderante alla marginalità sociale da cui essi provengono, piuttosto che alla gravità dei reati commessi.

    «Il secondo aspetto che emerge è il fallimento delle politiche alternative alla detenzione – continua Lagomarsino – Ci sono storie di ragazzi transitati attraverso l’affidamento esterno ad esempio a servizi come i Ser.T (i servizi pubblici per le tossicodipendenze). Giovani che hanno iniziato un percorso di distacco dalla tossicodipendenza ottenendo relazioni positive e magari anche l’opportunità di un posto di lavoro. Ma poi, proprio nel momento in cui stanno provando a ricostruirsi un futuro nella società, ecco arrivare il verdetto della pena definitiva».
    Questa è la schizofrenia delle istituzioni che «Delegittima i servizi forniti dallo Stato e il cui operato ed i risultati raggiunti, non vengono riconosciuti – sottolinea Lagomarsino – In altri termini, nel momento in cui, grazie alle misure alternative alla detenzione, si intraprende un percorso e in alcuni casi si conclude positivamente, questo non viene valorizzato adeguatamente». In pratica la pena provvisoria permette l’inserimento in un circuito di inclusione sociale – faticosamente portato avanti tra mille ostacoli dalle istituzioni più sensibili, operatori sociali e realtà del volontariato – che però viene inesorabilmente spezzato quando la condanna diventa definitiva.

    Per gli stranieri le problematiche maggiori sono dovute al permesso di soggiorno «Persone che al termine del periodo di detenzione escono dal carcere e si ritrovano al punto di partenza, ovvero senza documenti – racconta Lagomarsino – a causa delle evidenti difficoltà a trovare un lavoro e reinserirsi nel tessuto sociale dopo l’esperienza della detenzione, per i più deboli è fin troppo facile ricadere in un circolo vizioso e ritrovarsi nuovamente reclusi». Senza dimenticare che «All’interno delle prigioni italiane purtroppo le opportunità sono limitate, quasi assenti le attività riabilitative e la possibilità di lavorare è un privilegio per pochissimi – conclude Lagormasino – Per questo motivo vanno incentivati i percorsi alternativi. La presenza in regime di detenzione di ragazzi così giovani è completamente inutile e dannosa ai fini del loro recupero».

    «Abbiamo cercato di capire cosa vuol dire avere 20 anni e stare in carcere, in un momento di massima vitalità e possibilità di costruirsi un futuro – racconta Oddone – questi giovani subiscono un destino che non è stato scritto da loro: molto spesso la scelta di migrare è stata quasi imposta; in generale la decisione di delinquere è l’unico modo per sopravvivere in una società che non offre molte prospettive a chi non ha ereditato dalla famiglia la possibilità di studiare, viaggiare, lavorare».
    Il fallimento delle politiche riabilitative dimostra in qualche modo la funzione reale del carcere, assai diversa rispetto a quella ufficialmente dichiarata «Rinchiudere gli “scarti della società”, isolarli e nasconderli piuttosto che rieducarli e fornirgli le cure adeguate soprattutto nel caso delle tossicodipendenze – sottolinea la regista – Oggi la detenzione porta alle perdita di sé anziché alla riabilitazione. Il sistema carcerario infatti riproduce e mantiene l’ordine sociale esistente e gli stessi meccanismi di confinamento, siano essi di classe o di razza».

    Quali sensazioni ti ha lasciato l’esperienza all’interno del penitenziario di Marassi ?
    «È un mondo di grandissimo dolore ed è faticoso affrontarlo con distacco – conclude Cristina Oddone – Un grande senso di ingiustizia sociale, non solo legato al carcere ma alla società in generale. L’idea che l’essere umano ha la possibilità di emanciparsi se gli viene concessa la possibilità di esprimersi, sviluppare se stesso, la propria identità e la propria socialità: la trasformazione di una società passa da questa stessa possibilità».

     

    Matteo Quadrone

  • Sestreet: iscrizioni aperte al concorso per band musicali

    Sestreet: iscrizioni aperte al concorso per band musicali

    band musicaAprono le selezioni per un nuovo festival musicale che si terrà i prossimi 1,2 e 3 giugno a Genova Sestri Ponente: la prima edizione di Sestreet è rivolta a band e musicisti giovani che operano nella città di Genova.

    Per partecipare è necessario fare un filmato con il cellulare della band mentre suona live un brano originale e inviare il video all’indirizzo mail  sestreet2012@gmail.com entro il 13 maggio 2012.

    Le migliori band si esibiranno sul palco del festival Sestreet e avranno la possibilità di registrare una canzone di loro composizione presso gli studi della Green Fog Records di Genova.

  • Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Nicolò Ggaraventa

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Garaventa, toponimo sconosciuto nella memoria delle giovani generazioni, ma che padri e nonni ricordano ancora con  disagio, quello che seguiva la minaccia di essere mandati a sperimentare la rigida educazione della famigerata nave-scuola, se non si tenevano comportamenti corretti. Questa istituzione prende il nome dal suo fondatore, Nicolò Garaventa (Uscio 1848-Genova 1917), insegnante di matematica del Liceo Andrea Doria, appartenete ad  una famiglia di filantropi che annoverava, tra gli avi, don Lorenzo, ispiratore delle prime “Scuole della carità”, opere pie che si facevano carico dell’istruzione dei ragazzi abbandonati alla mercé della strada. Memore del motto del suo antico congiunto “ubi caritas, ibi Deus” (dove c’è la carità, c’è Dio), decise di offrire una chance di vita migliore a tanti poveri orfanelli,  a fanciulli di famiglie indigenti, ad adolescenti problematici figli di prostitute o di detenuti: li raccoglieva sulla spianata dell’Acquasola e, parlando loro in dialetto per farsi ben intendere, li convinceva ad aderire alla sua iniziativa ed a frequentare quella primitiva “officina” che aveva sede poco distante, in una specie di catapecchia, fatta di semplici assi di legno.

    Qui, dal 1° dicembre 1883, i ragazzi si riunivano per fare piccoli lavori ma, soprattutto, si impegnavano nell’apprendere un mestiere che avrebbe costituito il passaporto per il reinserimento nella vita sociale. Fu solo nel 1892, in occasione dell’esposizione colombiana, che gli venne offerta una vecchia nave a vela, quale sede per la sua scuola, sede trasferitasi, l’anno successivo, sul brigantino Daino, ribattezzato” Redenzione”, ancorato al Molo Giano, una vecchia nave dismessa dalla Marina Militare Sarda (varato 1844-demolito 1900). Fu qui che l’istituzione assunse la vera veste di collegio galleggiante, una “fucina di salvezza”, basata sui principi disciplinari e morali della marineria.

    Contraddistinti da una divisa militare, i giovani garaventini, impegnandosi nello studio e nel lavoro, passavano le loro giornate a bordo, giornate  che iniziavano, all’alba, adempiendo al rito dell’alzabandiera con tanto di picchetto e di musica e, alla sera, si concludevano con  quello  dell’ammaina. Il progetto, inizialmente, suscitò molte perplessità  in merito alla validità delle regole educative, ma la tenacia del suo ideatore, che continuava, instancabilmente, a girare nei quartieri più poveri in cerca di nuovi adepti, sempre fedele alla sua filosofia  di “prevenire e redimere”, divenne, in seguito, un modello imitato da altri in Italia e all’estero.

    Si stima che siano passati, per i ponti della nave-scuola, dal momento della sua fondazione fino alla sua definitiva chiusura nel 1977, più di dodicimila ragazzi, in un’età compresa tra i 6 e i 17 anni.

    Nel suo lungo cammino, altre imbarcazioni divennero la casa-rifugio  dei giovani. Nel 1904, infatti,  i ragazzi vennero trasferiti su una cannoniera in disarmo, il Sebastiano Veniero, che, però, venne affondato sotto il bombardamento inglese del  1941  e i garaventini vennero ridistribuiti nei vari collegi cittadini. Solo nel 1951, fu messo a disposizione un nuovo natante, l’ex posamine Crotone, ormeggiata a Calata Gadda. Da quell’anno la direzione passò a Carlo Peirano, dopo essere passata ai figli di Garaventa, Giovanni e Domingo, che la mantenne fino al 1975, quando la scuola venne commissariata e dopo due anni chiusa definitivamente.

    Chissà quante storie vi potrebbero raccontare quei fanciulli di ieri, oggi ingrigiti dal tempo, o lo stesso don Andrea Gallo, figura nota nella nostra città, per l’impegno che profonde nella lotta alla tossico-dipendenza, che visse, in questa struttura, una breve esperienza, quale Cappellano,  storie che potrebbero incominciare con “c’era una volta una nave un po’ speciale…” e concludersi con “La Garaventa è ferma nel porto, ferma da anni, immobile nel tempo, fissata alla terra da forti gomene e al fango del fondo da grosse catene..” (Anton Virgilio Savona).

     

    Adriana Morando

     

  • Sestri Ponente: nuovo sottopasso davanti alla stazione ferroviaria

    Sestri Ponente: nuovo sottopasso davanti alla stazione ferroviaria

    Dopo due anni di lavoro il sottopassaggio che collega via Ferro con la stazione ferroviaria di Sestri Ponente è finalmente pronto. A breve, probabilmente entro i primi di maggio, verrà inaugurato ufficialmente ma in concreto sarà percorribile già subito dopo la Pasqua.

    «L’inaugurazione è stata posticipata in attesa dell’installazione degli ascensori – spiega il presidente del Municipio Medio Ponente, Stefano Bernini – impianti fondamentali per abbattere le barriere architettoniche e consentire il passaggio anche alle persone disabili».

    Quindi, almeno fino a quando non sarà conclusa interamente l’opera, non verrà eliminato l’attraversamento pedonale a raso tra la stazione e via Biancheri.
    «Quando il sottopassaggio potrà essere utilizzato anche dalle persone disabili potremo cancellare il semaforo e l’attraversamento pedonale di via Puccini, conferma Bernini». Risolvendo così il problema del traffico, intensificatosi nel corso del tempo proprio in corrispondenza delle strisce pedonali.

    Ma non solo, entro la fine di aprile termineranno anche i lavori di asfaltatura della sede stradale di via Puccini.
    «L’area adiacente alla stazione potrà tornare ad essere un’area adibita al parcheggio – conclude il presidente del Municipio Medio Ponente – mentre a settembre sarà concluso anche il nuovo mercato di via Ferro».

     

    Matteo Quadrone

  • Via Bocciardo: le famiglie sfollate a dicembre sono ancora fuori casa

    Via Bocciardo: le famiglie sfollate a dicembre sono ancora fuori casa

    box via bocciardoLa speranza era che dopo l’udienza del 5 aprile gli sfollati di via Bocciardo 1 a Borgoratti potessero fare ritorno a casa. Ma l’udienza è stata rinviata e le famiglie sono ancora a spasso, a loro spese (leggi l’articolo di EraSuperba del 30 gennaio su questo argomento).

    Il 4 dicembre scorso il cantiere per la costruzione di box interrati in via Tanini viene colpito da una frana, il palazzo di via Bocciardo si trova proprio sopra gli scavi e la Pubblica Incolumità ordina lo sgombero del palazzo. Inizialmente le famiglie vengono rassicurate circa un rapido rientro a casa, ma oggi a distanza di 5 mesi gli appartamenti continuano ad essere inagibili e le famiglie stanno pagando di tasca propria una nuova sistemazione, i più fortunati hanno trovato asilo da amici e parenti.

    Spiega Rosella Ricca, sfollata dal suo appartamento: «Non entro nel dettaglio, ma posso dire che dopo quasi tre anni di scavi e trivellazioni selvagge, essendo stati eseguiti lavori in parte difformi dai progetti presentati (come da perizia tecnica e non per nostra fantasia), il 4 dicembre 2011 c’è stato un crollo dei piloni del cantiere sotto la nostra casa e la Pubblica Incolumità ci ha fatto sgomberare lasciandoci poi al nostro destino».

    «Perché dovete sapere – continua Rosella – che il Comune ha il potere di concedere permessi di devastare una zona dove c’è il vincolo idrogeologico per l’interesse economico di poche persone, per poi buttarti fuori di casa quando vede che le cose si mettono male, ma non si assume più l’onere tecnico ed economico per ripristinare i danni al caseggiato e pagare un tecnico che dichiari la messa in sicurezza. Rimane tutto a nostro onere.»

    Dopo l’evacuazione gli abitanti hanno deciso di intentare una causa contro la ditta esecutrice dell’opera per far valere i propri diritti, forti delle tante telefonate effettuate agli organi competenti durante i lavori di cantiere per segnalare crepe e anomalie, segnalazioni che non sono mai state prese in considerazione: «Il caseggiato è lesionato da crepe passanti ai muri portanti, finestre e porte non si chiudono più – afferma Rosella Riccavia Bocciardo 1 sta scivolando sullo strato di terra (non di roccia) su cui poggiava felicemente da 100 anni a questa parte. I rilevamenti lo affermano. E se noi siamo fuori di casa a spese nostre dal 4 dicembre la controparte nega tutto: non c’è nessun danno, nessun pericolo, nessun responsabile… dicono. Ci siamo visti costretti a rivolgerci (sempre a nostre spese) al Tribunale che sta trascinando di rinvio in rinvio una sentenza. Che cosa stanno aspettando? Ormai è tutto chiaro, le perizie sono state fatte. Dov’è la giustizia? Chi pagherà? Grazie a tutti coloro, politici, amministratori, pseudo professionisti, imprenditori ed affaristi che hanno causato tutto questo.»

     

    Foto e video Daniele Orlandi

  • Non tutto è risolto, Franca Valeri al teatro della Corte

    Non tutto è risolto, Franca Valeri al teatro della Corte

    Non è tutto risoltoIl teatro della Corte ospita dal 10 al 15 aprile lo spettacolo “Non è tutto risolto”, in cui Franca Valeri gioca in assoluta libertà con la propria avventura esistenziale e artistica, ma evita accuratamente di cadere nell’autobiografismo e nelle note malinconiche.

    Ne deriva così una commedia arguta, ironica, elegante, che ospita alcuni dei suoi personaggi più ironici,  come la Contessa, alle prese con il passare degli anni e con una situazione finanziaria alquanto sgangherata.

    L’azione si svolge oggi, ma all’interno di una casa del Seicento. C’è una segretaria che ha con la Contessa un rapporto insieme di odio e di rispecchiamento. Ci sono l’incontro con un figlio mai voluto e mai riconosciuto e la presenza di una pantalonaia, promossa cameriera personale, destinata forse ad accompagnare gli ultimi anni della vecchia signora. Ma, soprattutto, c’è lei, la Contessa, che oscilla tra amore dei propri ricordi e tentazione di abbandonarli nel passato, tra ironia distaccata e consapevolezza che tutti quei frammenti di una lunga esistenza sono comunque degni di essere rivisitati. La vita potrà ancora divertirla? Dopo tutto, dice la signora, «non era nelle intenzioni del Creatore farci divertire».

    Non è tutto risolto – Franca Valeri
    10 Aprile 2012 / 15 Aprile 2012 – Teatro della Corte

    Orario spettacoli: feriali ore 20.30 – domenica ore 16

    Biglietti: da 17 a 25 euro

     

  • Un infuso un racconto: concorso letterario per racconti brevissimi

    Un infuso un racconto: concorso letterario per racconti brevissimi

    Selezioni aperte fino al 30 luglio 2012 per Un infuso un racconto, concorso letterario per racconti brevissimi inediti, in lingua italiana e a tema libero, di lunghezza massima di 2000 battute spazi inclusi.

    Gli elaborati e i dati identificativi dell’autore (nome, cognome, età, indirizzo, numero telefonico) devono essere inviati tramite mail a uninfusounracconto@gmail.com.

    Non è prevista alcuna quota di iscrizione.

    Tutti i racconti saranno pubblicati sul sito www.infusidisardegna.it. Una giuria selezionerà nove vincitori, che verrano premiati con una confezione dell’intera gamma dei prodotti di Infusi di Sardegna del valore di 100 euro e la pubblicazione del proprio racconto nella collana I Racconti della tisana.

  • Pista ciclabile in via Venti Settembre: ecco l’ordinanza comunale

    Pista ciclabile in via Venti Settembre: ecco l’ordinanza comunale

    IL PRECEDENTE

    11 aprile 2009: dal Comune di Genova arriva l’annuncio di un’ordinanza per creare una pista ciclabile in Via Venti Settembre. Non un’annuncio campato in aria, ma viene testualmente usata la parola “pronta”, come a dire che il più è fatto ed è solo questione di far partire il cantiere. Secondo le fonti interne al Comune, al via ufficiale mancano solo la firma del funzionario che darà autorizzazione al provvedimento e il sopralluogo di Aster per segnalare l’area interessata e delimitarla con i cordoni di sicurezza. Il tutto sarà fatto «nel giro di un mese», dicono.

    Sfrattare il traffico automobilistico nel tratto che va dal Ponte Monumentale a Piazza de Ferrari, per far circolare in libertà le biciclette nello snodo centrale della città: i veicoli privati dovranno obbligatoriamente seguire l´itinerario via Dante – piazza Dante – Galleria Colombo – via Macaggi. Lasciando inalterato, ovviamente, lo spazio riservato al transito di autobus e taxi.

    IL PRESENTE

    Aprile 2012: via Venti è ancora dominata dal traffico delle auto. Di quell’ordinanza pronta tre anni fa sono sparite le tracce, e il solo esperimento messo in atto per abbattere gli ingorghi del centro città è stata una rambla che attorno a sé ha saputo muovere solo polemiche. Senza dubbio la pista ciclabile sarà uno dei progetti al centro del concorso di idee che Comune e Università hanno lanciato lo scorso autunno in merito alle sorti della strada, ma del cui esito ancora non si sa nulla.

    Marta Traverso

  • Lega Nord: la resa dei conti dopo lo scandalo Belsito – Mauro

    Lega Nord: la resa dei conti dopo lo scandalo Belsito – Mauro

    Francesco BelsitoLega Nord dalle stalle alle stelle. Fino all’altro giorno sembrava che il movimento avesse subito un colpo durissimo, dopo che era venuto fuori ciò su cui stavano lavorando i magistrati: vale a dire, come ormai tutti sanno, che il tesoriere del partito, Francesco Belsito, concedesse a amici e colleghi di partito, per uso privato, il denaro ricevuto grazie al finanziamento pubblico (cioè i soldi delle nostre tasse che i partiti si intascano con il pretesto dei rimborsi elettorali).

    Bossi si sarebbe ritrovato parte della casa ristrutturata (ma a sua insaputa); al suo degno erede, il “Trota”, sarebbe stato pagato un diploma, varie multe e altre spese grandi e piccole; e la vicepresidente al senato Rosi Mauro avrebbe comprato una laurea e regalato una ricca consulenza (proprio presso la vicepresidenza del senato) al fantomatico Pier Moscagiuro, ex-poliziotto, body-guard e presunto amante della Mauro, con alle spalle una gloriosa carriera canora sigillata dal successo discografico “Kooly Noody”, incisa in coppia con Enzo Iacchetti.

    Poi, come per incanto, la Lega stupisce tutti: Bossi annuncia il ritiro, il Trota si dimette dal consiglio regionale e parte un processo di rinnovamento interno. Il 10 aprile scorso, a Bergamo, si tiene una grande manifestazione di militanti: tra cori e scope padane, Maroni è incoronato virtualmente nuovo leader e promette subito di “dimettere” la Mauro, fischiata dai partecipanti e additata da tutti come mela marcia assieme all’ormai ex-tesoriere Belsito.

    E’ a questo punto che i giornali cominciano a sperticarsi in elogi. Il Corriere della Sera non aveva lesinato panegirici all’Umbèrt dimissionario, spacciato da Pierluigi Battista come il grande statista che impose la “questione settentrionale”. Persino due giornalisti che non avrebbero alcun motivo per essere teneri con la Lega, Maurizio Belpietro e Marco Travaglio, riconoscono pubblicamente la capacità di mobilitazione del popolo leghista, la correttezza della scelta delle dimissioni dei coinvolti e il giusto istinto di pulizia e rinnovamento. Insomma, la Lega travolta dallo scandalo riesce a dare lezioni di moralità.

    Ora, con il precedente di un personaggio che non si è mai dimesso da presidente del consiglio pur con una ventina di processi alle spalle e con accuse a carico di rapporti mafiosi, riciclaggio, corruzione e abuso d’ufficio, è indubbio che colpisca favorevolmente il fatto che si dimetta spontaneamente un Trota qualsiasi, benché non indagato e accusato al più di aver speso soldi del partito per motivi personali. Detto questo, però, bisogna dare alle cose il loro giusto peso.

    Lo scandalo che ha travolto la Lega è in realtà ordinaria amministrazione. Infatti, era piuttosto ovvio che il combinato di bilanci poco trasparenti e massicci finanziamenti pubblici e privati fosse finalizzato al mantenimento occulto di un blocco di potere: per quale motivo la politica si sarebbe costruita un sistema così munifico e opaco, se non ci fossero affari da nascondere?

    Al contrario molta liquidità a disposizione e scarsissimi controlli sulla spesa vanno a costruire la classica occasione che fa l’uomo ladro, laddove per lo meno non ci sia una saldissima integrità morale (ma su questo punto credo davvero che nessuno si facesse molte illusioni). Quindi era già tutto scritto. Per questo l’improvvisa indignazione dei grandi giornali fa un po’ sorridere (io stesso avevo toccato l’argomento mesi fa; ma è da anni che i radicali battono inascoltati su questo tasto).

    E stupisce anche la sorpresa dei dirigenti del Carroccio, Maroni in primis, come se fino a ieri avessero vissuto sulla luna. Il fatto poi che Belsito, Mauro e Renzo Bossi abbiano dovuto fare i conti all’interno del partito non con fantomatici “probi viri” o improbabili “commissioni di garanzia”, ma con una base di militanti organizzati – merce rara di questi tempi – può anche fare notizia, ma non sposta il punto della faccenda: la Lega rimane quello che è e nonostante gli sforzi non si trasformerà in un partito migliore.

    Innanzitutto perché i princìpi che ispirano il movimento erano e restano patacche clamorose, come ho già avuto occasione di dire in precedenza; poi perché quella che abbiamo visto andare in scena a Bergamo non è stata tanto un’opera di pulizia interna, quanto piuttosto la resa dei conti tra Maroni e i suoi avversari politici; infine perché i militanti saranno anche ben organizzati e fedeli, ma sono tutto sommato pochi e continuano a dimostrarsi ubriachi di folklore leghista e succubi dei loro leader. E se gli elettori “moderati”, come sembrano confermare i recenti sondaggi, sono in fuga, il partito non si rialzerà mai solo grazie ai militanti, che nel corso degli anni si sono bevuti tutto e il contrario di tutto: prima la Lega moralizzatrice, poi la condanna di Bossi e le “toghe rosse”; prima la secessione, poi il federalismo; prima al governo con Berlusconi, poi mai più con Berlusconi; prima Berlusconi mafioso, poi non più mafioso; prima Roma ladrona, poi a Roma seduti in poltrona.

    E dopo aver digerito tutto questo, nel momento estremo della ricostruzione e del rinnovamento, quando persino a Bossi viene chiesto un passo indietro, il popolo leghista è riuscito ad assistere senza scoppiare a ridere alla favoletta del senatùr sull’arrivo di Belsito in Via Bellerio: un ex-autista ed ex-buttafuori, infatti, sarebbe finito a gestire i soldi della Lega per esplicita richiesta, fatta sul letto di morte, dell’allora tesoriere Maurizio Balocchi. Che è un po’ come credere alla storia di Berlusconi che da soldi a Ruby Rubacuori non perché è una procace e disinibita frequentatrice delle sue “feste”, ma perché è una piccola fiammiferaia spaurita. Ecco, magari domani stesso i leghisti mi smentiranno dando vita al movimento più coerente di questa terra. Ma se s’illudono che il vento del cambiamento possa passare attraverso le puerili scuse di leader che ormai hanno fatto il loro tempo, è più che probabile che la storia della Lega finirà presto.

     

    Andrea Giannini

  • Mostra mercato dell’olio di oliva, a Moneglia il lunedì di Pasquetta

    Mostra mercato dell’olio di oliva, a Moneglia il lunedì di Pasquetta

    Olio olivaIl lunedì di Pasquetta Moneglia ospita la trentunesima edizione della mostra mercato dell’olio di oliva, con molteplici attività tutte inerenti all’olio: stands gastronomici di prodotti tipici come la focaccia ligure con l’olio di oliva, il pane con la polpa di olive e tutti i prodotti derivanti dalla lavorazione dell’oliva; dalla frangitura: l’olio vergine ed extravergine, dalla lavorazione il patè, le olive in salamoia e sotto sale.

    Inoltre l’associazione turistica Pro Loco organizza per le vie del centro storico il mercatino dell’artigianato ligure dove si possono ammirare gli artigiani liguri che rievocano gli antiche mestieri come le ricamatrici.

    Prevista anche la possibilità di compiere un’escursione, a partecipazione gratuita della durata complessiva di circa 3 ore (circa 2 ore di cammino) fino a località San Lorenzo caratterizzata dalla Chiesa omonima che guarda la vallata di Ponente da più di mille anni per poi proseguire in località Facciù, dove è possibile visitare un frantoio che fino a poco tempo fa operava con il sistema tradizionale di molitura e frangitura, attualmente utilizzato come cantina da un gruppo di privati che ha messo a disposizione il locale per la visita guidata, e il frantoio moderno gestito dal Consorzio Olivicoltori “Du Facciù”.

    Sulla terrazza dei Bagni Monilia a partire dalle ore 10.30 si svolge una guida all’assaggio “Oliando” con la possibilità di far valutare la propria produzione al momento da sommelier qualificati a seguire premiazione dei vincitori del Premio “Miglior Uliveto 2011”.

    Inoltre è in esposizione un’affascinante mostra fotografica “Sul filo della Memoria” con protagonista la Moneglia di una volta al Circolo fotografico A Pria Stella.

  • Carcere: i bambini detenuti con le madri fino a 6 anni

    Carcere: i bambini detenuti con le madri fino a 6 anni

    Oggi, come comunicato dal Ministro della Giustizia, Paola Severino, i bambini presenti nelle prigioni italiane sono 54. A quasi un anno dal promulgamento della legge 62/11 sulle madri detenute con bambini non si è ancora messo mano al decreto attuativo che consentirebbe di applicare in modo corretto le intenzioni della legge e di non lasciare alla discrezionalità dei magistrati la responsabilità di dover interpretare una normativa che mostra lacune e ambiguità, ovvero evitare in via definitiva il carcere a tutti i bambini.

    Il convegno-workshop “Bambini in carcere: non luogo a procedere” organizzato presso l’Università Statale di Milano giovedì 29 marzo da Bambinisenzasbarre (Associazione onlus che si occupa dal 1997 della cura delle relazioni familiari durante la detenzione di uno o entrambi i genitori) e Terre des Hommes (da 50 anni in prima linea per proteggere i bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall’abuso e dallo sfruttamento), ha fatto il punto della situazione assieme agli attori principali della riforma e agli operatori sul campo e, al contempo, ha inteso promuovere il promulgamento di un decreto attuativo della legge, che non lasci la questione solo all’interpretazione, pur attenta, dei magistrati, e permetta un’applicazione della normativa quanto più rispondente al diritto universale di protezione dei bambini.

    La sentenza 11714 della Corte di Cassazione di alcuni giorni fa mette in evidenza come l’unica ICAM – Istituto a custodia attenuata madri sezione staccata del carcere di San Vittore a Milano, sia una struttura non certificata per la mancanza di una disciplina omogenea, e che quindi non può essere presa a modello, anche se è certamente un evidente esempio di buone pratiche in questo campo.

    «Se entro il 1 gennaio 2014, data ultima in cui la Legge è in vigore in tutte le sue parti senza discrezionalità, non sarà promulgato il decreto attuativo – lanciano l’allarme le associazioni – tutti i bambini che condivideranno con la madre la detenzione rischieranno di dover vivere entro le mura del carcere fino a 6 anni».

    «Tra le ambiguità ed equivoci interpretativi primo fra tutti è il tema del ricovero e delle cure mediche del bambino – spiegano le associazioni – pur dando al direttore del carcere la libertà di autorizzare l’uscita della madre questo non garantisce la presenza della madre in tutte le circostanze in cui il minore ha bisogno di lei. Per superare il problema, nel caso della Lombardia, è ormai consolidata la buona prassi di ricoverare la madre nei casi in cui è necessaria l’ospedalizzazione del figlio. Questo escamotage pratico ha sempre consentito di superare le lungaggini burocratiche per ottenere un permesso, che – prima della nuova Legge – veniva concesso solo in situazioni di eccezionale rilevanza».                                                                                                                                                                                                                                «Ma urgente è anche una regolamentazione delle caratteristiche delle Case Protette introdotte assieme all’ICAM dalla nuova legge, strutture d’accoglienza equivalenti alla privata dimora, dove le mamme prive di domicilio possono scontare la pena con i bambini fino ai 10 anni – spiegano Bambinisenzasbarre e Terre des Hommes – La legge precisa che non è previsto nessun onere a carico dell’amministrazione penitenziaria per tali strutture, mentre per gli ICAM si prevede un piano investimenti di 11, 7 milioni di euro».

    «In un’ottica di mantenimento della relazione madre-bambino anche quando questa è detenuta, come stabilito dalla Convenzione dei Diritti dell’Infanzia, le Case Famiglia Protette sono certamente la soluzione migliore per tutelare l’interesse superiore del minore, ma è fondamentale che dispongano di fondi adeguati», sottolineano le associazioni.

    Le parole del Ministro della Giustizia Paola Severino, lette all’apertura dell’incontro milanese, fanno intravedere una volontà di arrivare ad una prossima soluzione «…in un Paese moderno è necessario offrire ai bambini, figli di detenute, un luogo dignitoso di crescita, che non ne faccia dei reclusi senza esserlo. Una struttura che sia diversa da quella tradizionalmente detentiva….Ritengo, quindi necessario, che l’Istituzione, nell’affrontare un così delicato argomento, abbia chiari tutti gli aspetti che lo sostanziano al fine di trovare soluzioni idonee che tutelino gli importantissimi valori in gioco».

    «Sono troppi gli interrogativi ancora aperti che lasciano un’ombra sull’efficacia di questa riforma – spiega Lia Sacerdote, Presidente di Bambinisenzasbarre – ad iniziare dal fatto che ancora oggi permangono in strutture detentive decine di bambini con le loro madri, quando in molti casi potrebbero essere accolti in Case Famiglie Protette, i cui requisiti ancora non sono stati specificati. Il tempo è prezioso, soprattutto quando un bambino lo trascorre in carcere».
    «La nuova legge, inoltre, non garantisce la presenza della madre accanto al figlio nel caso in cui venga ospedalizzato – afferma Federica Giannotta, Responsabile Diritti dei Minori di Terre des Hommes – non risolve il problema dell’accesso alle misure domiciliari speciali, non tutela in alcun modo le donne extracomunitarie, in quanto permane l’espulsione automatica a fine pena, senza alcuna considerazione per gli effetti e per le ripercussioni sulla crescita psicologica che questo ha sui loro bambini».

    L’auspicio di Bambinisenzasbarre e di Terre des Hommes è che «questo incontro possa sollecitare un’applicazione quanto più coerente e rispondente possibile alle esigenze di protezione, rispetto e riconoscimento della dignità delle donne detenute e, soprattutto, dei loro bambini».

     

    Matteo Quadrone

  • Common Deflection Problems e Megarissa Con Machete live al Checkmate

    Common Deflection Problems e Megarissa Con Machete live al Checkmate

    Common Deflection Problems

    Sabato 7 aprile il circolo Arci Checkmate rock club ospita i concerti di Megarissa Con Machete, la band genovese più discutibile del momento con le sonorità impro, stoner, hypno, space, sludge.

    A seguire, Common Deflection Problems, tre ragazzi italiani provenienti dalla scena underground napoletana, un mix di tecnica ed improvvisazione. 

    Il trio italiano giramondo che dopo avere messo radici a Londra le ha spostate in blocco a Barcellona, è influenzato dallo stone, zero fronzoli e tanta sostanza per un sound profondo e graffiante. A Genova sono già stati, prennunciano un live set tutto ‘burro e marmellata’, tra armonie delicate e rasoiate su tempi rotti.

    Ingresso 3 euro con tessera Arci

    Sabato 7 Aprile, qsqdr QSQDR, la microetichetta dei CRTVTR, a partire dalle 22 presenta:

    Megarissa Con Machete (Genova – ITA)

    La band più discutibile del momento. Impro/stoner/hypno/space/sludge.

    Common Deflection Problems (ES/ITA)

    Trio di italiani giramondo che dopo avere messo radici a Londra le ha spostate in blocco a Barcellona. A Genova sono già stati, prennunciano un live set tutto ‘burro e marmellata’, tra armonie delicate e rasoiate su tempi rotti.

     

     

    Ingresso 3 euro con tessera Arci