Autore: erasuperba

  • Intervista ad Alessandro Repetto, presidente Provincia di Genova

    Intervista ad Alessandro Repetto, presidente Provincia di Genova

    Alessandro RepettoCiclicamente, soprattutto quando il paese affronta congiunture economiche negative ed è necessario approvare provvedimenti finanziari che taglino drasticamente le spese, si ripresenta puntualmente nel dibattito politico la questione dell’abolizione delle Province, considerate da alcuni commentatori degli enti superflui, se non del tutto inutili, che contribuiscono a gonfiare ulteriormente i costi di un sistema già al collasso.  Ne abbiamo discusso con Alessandro Repetto, Presidente della Provincia di Genova.

    Quale è il suo punto di vista sulla questione?

    Il mio è un giudizio disinteressato visto che sono al mio secondo mandato come Presidente e non potrò più ripresentarmi. Il tema dell’abolizione è spesso trattato con leggerezza da chi dimostra di non conoscere neppure le competenze della Provincia. E l’abolizione viene immaginata come la panacea di tutti i provvedimenti finanziari. Ma i finanziamenti che le province erogano per conto di regioni e stato, in loro assenza dovrebbero necessariamente essere erogati da altri soggetti e si avrebbero costi maggiori a causa del frazionamento delle spese. E le cito un esempio concreto: l’inverno scorso la Provincia di Genova ha acquistato, per conto di numerosi piccoli comuni, diverse tonnellate di sale per affrontare il problema del ghiaccio sulle strade. Il prezzo per i comuni interessati si è rivelato sicuramente vantaggioso rispetto a quanto avrebbero speso singolarmente. A mio parere se si vuole effettivamente ridurre le spese va drasticamente diminuito il numero dei parlamentari. Per le province si dovrebbe invece ragionare in direzione di una progressiva razionalizzazione.

    Molti cittadini non hanno nemmeno idea di quali competenze rientrino nell’ambito delle Province. Ci può indicare tre buoni motivi per mantenerle in vita? 

    Le province sono le istituzioni in grado di far dialogare tutti i soggetti del territorio su un piano di uguaglianza e rappresentano una forma di tutela per le realtà più piccole. Inoltre giocano un ruolo importante nella promozione di iniziative in rete. Ad esempio la Provincia di Genova presenterà in questi giorni il centro servizi territoriali: un progetto nato per aiutare nel processo di informatizzazione i 39 piccoli comuni che aderiscono all’iniziativa. Per quanto riguarda i tre buoni motivi a favore del mantenimento della provincia le cito alcuni nostri interventi. Nell’ambito della viabilità sulle strade provinciali abbiamo ridotto del 50% i costi della manutenzione grazie all’osservazione diretta sul territorio; la programmazione e pianificazione urbanistica sovra comunale che stiamo realizzando in valle Stura; le politiche di formazione-lavoro: la provincia interviene affinché non si creino situazioni di disparità fra diverse realtà del territorio con un ruolo di garanzia per i comuni meno attrezzati.

    Secondo lei è condivisibile la proposta di far lavorare di più le Province, aumentarne le competenze, invece di sopprimerle?

    Il disegno delega di Calderoli prevede nuove competenze per le province. Io sono perfettamente d’accordo. Le competenze devono essere chiare in modo da garantire un informazione corretta al cittadino. E stop all’eccessivo frazionamento delle competenze fra i diversi enti. Se ci sono 7 enti competenti in materia è difficile per il cittadino sapere a quale rivolgersi.

    Oliviero Toscani ha proposto dalle colonne de “La Stampa” di aggiungere i beni culturali alle competenze delle Province. La Provincia potrebbe diventare un ente mediatore fra i diversi livelli, nazionale e territoriali, per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali?

    Questi obiettivi li stiamo già perseguendo: attraverso i nostri finanziamenti e quelli regionali abbiamo recuperato le badie di Tiglieto e di Borzone (entroterra di Chiavari). E con i fondi europei siamo intervenuti per conservare i numerosi beni culturali sparsi nei nostri comuni e sconosciuti ai più.

    Legambiente immagina anche altre priorità per le Province. Ad esempio la cura del territorio e delle acque. Gli ambientalisti auspicano anche un nuovo ruolo per l’espansione dell’uso di energie rinnovabili. Lei cosa ne pensa?

    La nostra provincia sta mettendo in campo diverse iniziative a tutela dell’ambiente. Siamo una delle poche ad avere un bilancio energetico (in cui indichiamo i percorsi da seguire, gli aspetti da migliorare, dove intervenire). La provincia non avendo un interesse politico diretto sul territorio, come succede invece ai comuni, ha una visione di secondo livello ed è facilitata nel denunciare situazioni di degrado ambientale. Fra i nostri progetti mi fa piacere ricordare la fondazione Muvita, una fondazione partecipata nata per seguire le iniziative a favore delle energie rinnovabili. E in collaborazione con l’Autorità Portuale siamo impegnati nella realizzazione di un importante progetto che prevede un nuovo modello di porto che permetta di diminuire l’inquinamento delle navi sfruttando le energie verdi.

    Matteo Quadrone

     

  • Multedo: le storiche fonderie Ansaldo verranno demolite

    Multedo: le storiche fonderie Ansaldo verranno demolite

    Fonderia AnsaldoLe fonderie Ansaldo di Multedo verranno demolite. Panorama spa, azienda leader nella distribuzione e attuale proprietaria dell’area, ha intenzione di procedere alla totale demolizione garantendo la conservazione solo della facciata storica che si affaccia su via Multedo.

    La Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria ha dato il suo assenso, seppur parzialmente. È necessario infatti il parere della Direzione Regionale per i Beni culturali e Paesaggistici, che ha chiesto un approfondimento in merito. L’associazione Italia Nostra e L’Aipai (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale) si schierano a difesa del complesso e denunciano a gran voce il rischio della sua imminente distruzione.

    Parliamo di un edificio che riveste grande interesse, sia dal punto di vista architettonico, per la struttura dei capanni in cemento armato e per la veste architettonica, progettata da Adolfo Ravinetti, sia per il suo valore storico.

    Costruito nel 1917 nel momento di massima espansione dell’Ansaldo, costituisce una delle ultime testimonianze di quella che era una delle maggiori industrie cittadine. Un’area, quella delle ex fonderie, salvaguardata dal Puc con una variante del 2009 perché dichiarata sito d’interesse per l’archeologia industriale, dopo lunghe battaglie dell’Aipai, anche in commissione urbanistica del Comune, e vincolata, sempre nel 2009, dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici.

    C’è una storia che si snoda per decenni e numerosi contenziosi, dietro a queste ultime vicende. Una storia che inizia negli anni ’90 quando Panorama spa acquista l’area con l’intenzione di realizzare un grande centro commerciale. Ma il Puc, nell’area delle ex fonderie, vietava la destinazione d’uso commerciale. Nel 2005 l’azienda vince il ricorso al Tar contro il divieto. In quell’anno viene discussa in commissione urbanistica del Comune, una variante al Puc che dà seguito a quanto disposto dai magistrati e rende possibile realizzare il centro per la grande distribuzione, non di generi alimentari.

    “Nel 2005 ci siamo mossi per ottenere un vincolo che però non ci è stato concesso – spiega l’Aipai – Abbiamo coinvolto Italia Nostra e finalmente nel 2009 siamo riusciti a ottenere il vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Ma purtroppo il vincolo presenta un vizio di forma: è stato infatti realizzato per un edificio pubblico quando invece si tratta di una proprietà privata e Panorama spa ha vinto il ricorso al Tar contro il vincolo”.

    L’intenzione della società è quella di ricostruire l’edificio con la stessa fisionomia esterna e uguale volumetria. Ma è un’operazione di facciata perché all’interno il progetto prevede la realizzazione di un parcheggio rialzato. La spazialità interna verrà stravolta e verranno annientate tutte le testimonianze della produzione industriale di un tempo. “Demolire completamente gli edifici per poi ricostruire il loro simulacro, è questo il modello? – si domanda l’Aipai – Stravolgere la spazialità interna del complesso vuol dire salvaguardarlo? Questo modello culturale, quello per intenderci applicato alla Fiumara, è un modello che va esattamente nella direzione contraria”.

    E Genova, per quanto riguarda l’archeologia industriale, ha già una sua personale ecatombe: lo stabilimento Taylor e Prandi (nato nel 1846 e rilevato dall’Ansaldo nel 1852), uno dei primi edifici industriali cittadini, nel 1998 è stato completamente raso al suolo; nel 2005 è stata la volta dell’oleificio Gaslini, e ancora oggi, nell’area, non si è ricostruito. “È uno scandalo che venga abbattuto questo edificio, all’estero strutture simili vengono conservate e riutilizzate, ma non distrutte – ribadisce l’Aipai – Ad esempio a Londra, l’ex centrale elettrica di Bankside è diventata, grazie a un riuscito progetto di recupero, il museo Tate Modern. Una progettazione con finalità di conservazione del complesso originario e riuso compatibile, è senz’altro fattibile per l’area delle ex fonderie e può essere anche vantaggiosa dal punto di vista economico, come avevamo dimostrato in occasione di una tesi di laurea in Ingegneria edile, già nel 2000”.

    Matteo Quadrone

  • I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    GastronomadiC’è un mercato di piccole realtà artigiane, produttori diretti di tipicità enogastronomiche locali, liguri e piemontesi, che ogni sabato e domenica rivitalizza Piazza Senarega e Piazza Banchi, riscuotendo l’apprezzamento dei residenti, ma il Comune ha deciso che dal 1 gennaio 2011 i banchetti dovranno trasferirsi, probabilmente presso la Commenda di Prè.

    “Sono anni che il Comune ci fa girare da una parte all’altra della città – racconta Gilberto Turbiani, portavoce del gruppo di produttori detti I Gastronomadi – Quando abbiamo iniziato, nel 2003, grazie all’iniziativa Biologgia, i nostri banchi avevano spazio all’interno del loggiato di Banchi. Poi successivamente siamo stati ospitati in Via Lomellini e in Piazza Fontane Marose, fino ad arrivare a guadagnarci il sabato e la domenica, Piazza Senarega e Piazza Banchi”.

    I Gastronomadi garantiscono un presidio enogastronomico di qualità in una zona che con il trascorrere del tempo si è impoverita notevolmente nel suo tessuto commerciale, a partire dalla scomparsa delle numerose botteghe storiche, ad esempio le antiche tripperie o le salumerie, presenti nei vicoli del centro storico fino a qualche anno fa.

    “È sufficiente passare di qua la domenica per accorgersi di quanto sia importante la nostra presenza, ad esempio per i turisti che cercano prodotti tipici di qualità e che in zona, attorno a noi, trovano solo un deserto di serrande abbassate”, spiega Turbiani.

    Il mercato è formato interamente da produttori diretti il cui obiettivo è accorciare la filiera per offrire prodotti naturali a prezzi sostenibili. Le aziende presenti sono piccole realtà artigiane provenienti dal Piemonte, dall’imperiese e dall’entroterra genovese. Sono produttori di olio e olive taggiasche, mele e frutta biologica, patata quarantina, vino, miele biologico, salame di S. Olcese, produzioni di sciroppi tipici come quello di rosa o lo sciroppo di fiori di sambuco.

    “Cerchiamo di fornire, oltre al bene materiale, anche un bene immateriale, perché dietro ogni prodotto c’è una storia che va valorizzata – continua Turbiani – Il nostro rapporto con i consumatori si è consolidato nel tempo e si è creata una sorta di empatia tra consumatori e produttori”.

    Ma il 2 dicembre i Gastronomadi hanno ricevuto una lettera dall’assessorato al commercio in cui il Comune comunica il futuro spostamento del mercato. Secondo Turbiani i problemi sono sorti a causa degli esposti presentati da alcuni esercizi commerciali della zona, i quali si lamentano della presenza dei banchetti, per altro non invasiva, ma che disturberebbe la clientela dei negozi.

    “Abbiamo ricevuto degli esposti per quanto riguarda la violazione, da parte dei produttori, delle norme che regolano l’occupazione del suolo pubblico – dichiara Giovanni Vassallo, Assessore al commercio del Comune di Genova – In particolare i Gastronomadi non avrebbero rispettato i limiti di metratura dei banchetti. Inoltre ci è stato segnalato come, in alcune occasioni, sia stata proposta la somministrazione dei prodotti enogastronomici attraverso forme di degustazione, infrangendo così le regole che consentono esclusivamente la vendita”.

    Ma i produttori non ci stanno anche perché “Il mercato, che non chiede nulla ai contribuenti, lascia nelle casse del Comune circa 6000 euro all’anno – racconta Turbiani – Solo il plateatico ci costa complessivamente 3600 euro a cui vanno aggiunte le spese per l’entrata dei mezzi e per i parchimetri”. E così i Gastronomadi si sono attivati in una raccolta firme per difendere il mercato che, se fosse costretto a spostarsi in zona Prè, dove non sussistono le condizioni per continuare, con ogni probabilità, non farà più tappa a Genova.

    “Non ci bastano le rassicurazioni per quanto riguarda il periodo natalizio – conclude Turbiani – Vogliamo conoscere il nostro destino per il 2011, siamo aziende artigiane e diamo lavoro ad altre persone, per questo abbiamo bisogno di sicurezza per tutto l’anno”.

    Matteo Quadrone

  • Ospedale Villa Scassi, ripartono i lavori per il nuovo padiglione

    Ospedale Villa Scassi, ripartono i lavori per il nuovo padiglione

    Ospedale Villa ScassiDopo due anni in stato di abbandono, per il cantiere del monoblocco a sei piani dell’ospedale Villa Scassi, accanto al padiglione 9, quello che doveva divenire il padiglione 9 bis ed ospitare circa 150 posti letto dando respiro alla principale struttura ospedaliera del Ponente, si apre uno spiraglio e con l’inizio del nuovo anno i lavori dovrebbero finalmente ripartire.

    Manca ancora l’annuncio ufficiale ma dopo che la società alla guida delle tre imprese appaltatrici, la toscana Cogesto, nel gennaio 2010 è stata dichiarata fallita dal tribunale di Firenze, le due imprese genovesi rimaste, Crocco srl e Isir spa, proseguiranno i lavori a partire da gennaio-febbraio 2011.

    “È già stata individuata l’impresa capogruppo, anche se per ora non è possibile rivelarne il nome – spiega l’ingegnere Benedetto Macciò, responsabile del procedimento – Verrà ricostituita un’associazione temporanea, con l’assenso della Asl 3 e delle due imprese mandanti, per completare l’appalto sampierdarenese”.

    Il cantiere ha suscitato diverse polemiche sia per le proteste dei cittadini ma anche all’interno del Municipio Centro-ovest.

    Nel 2007 era già stata eseguita la parte principale dell’edificio e iniziarono i lavori interni. Ma sul finire dell’anno la prima impresa capogruppo, la Toscanelli, entrò in crisi e cedette il ramo d’azienda esecutore dei lavori, alla Cogesto. Il resto è storia recente. Nel 2008 la Cogesto iniziò il suo travaglio che coincise con lo stop del cantiere, fino al fallimento definitivo del 2010. E nel frattempo tutto è rimasto immobile.

    Il costo complessivo dei lavori ammonta a circa 6 milioni di euro e la spesa è stata coperta grazie a un finanziamento pubblico Stato-Regione di oltre 7 milioni di euro. Finora sono stati impiegati circa la metà dei fondi disponibili ma il ritardo non è più sopportabile e l’incognita dello sperpero di denaro pubblico rimane dietro l’angolo.

    “La ditta che è stata individuata come capogruppo per proseguire l’appalto non ha ancora iniziato i lavori perché l’edificio presenta dei rischi di stabilità. – lancia l’allarme Fabio Costa, presidente del comitato di cittadini nato in difesa dell’ospedale Villa Scassi – Ci sarebbe il concreto pericolo di crolli anche per colpa di lavori edili non eseguiti a regola d’arte dall’impresa poi fallita”.

    E infatti sono in corso delle verifiche, da parte della direzione dei lavori, per constatare l’effettivo rispetto delle recenti norme anti sismiche.

    Matteo Quadrone

     

  • A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    Max ManfrediMax Manfredi, classe 1956, cantautore genovese amato anche oltre i confini nazionali, ha presentato il 5 gennaio 2011 al Teatro della Tosse “la luna nel ghetto”, uno spettacolo di musica e poesia in cui l’incasso sarà devoluto al progetto “Oltre il ghetto” della comunità di San Benedetto.

    Max, c’è chi ha affermato: “i cantautori sono la voce del futuro”. Tu che futuro racconti?

    Non prendo per buona la premessa. Dire che i cantautori sono la voce del futuro è altrettanto ottuso che retrocederne l’importanza al passato remoto.Certo, quest’ultima posizione è più malevola. Entrambe non tengono conto della realtà, e soprattutto non chiedono il parere degli agonisti, di coloro che le canzoni le cantano e le fanno, ma anche degli ascoltatori, che ne determinano l’esistenza. Io penso che una canzone non abiti il tempo cronologico. Si trova presa in rete fra passato e futuro, fra la realtà e il sogno. La canzone è obliqua rispetto al tempo. Io ricevo richiami dal passato e dal futuro, qualcosa mi segno, qualcosa commento da questa postazione precaria ma ingombrante che è il presente. Quello mio, quello che condivido con gli altri e quello che non condivido. La canzone “fa presente”, ma da dove viene e dove va rimane nascosto fra le sue  pieghe.

    Cosa pensi dell’ascesa dei talent show musicali, xFactor in testa?

    Sono una forma di calmiere che il mercato impone e si impone per recuperare stralci di sopravvivenza. E’ come la scoperta dell’acqua calda: determiniamo alcuni fenomeni attraverso i media, così non hanno bisogno di tanta pubblicità, ci sono, per così dire, già di casa. Rispetto ad una offerta di artisti che corrisponde ormai alla quasi totalità della popolazione, ne inventiamo un numero chiuso. A questo punto, essendo benedetti dal riconoscimento mediatico, non trovano nemmeno difficoltà ad avere i concerti. Il tutto funziona il tempo di vendere qualche suoneria.

    Di per sé non è un fenomeno disprezzabile. E’ la situazione del mercato discografico che è insostenibile. Se poi qualcuno pensa che sia un modo per salvare capra e cavoli, qualità e vendite, non tiene conto di tutti i fenomeni di vera qualità che, non benedetti dall’intercessione mediatica, si trovano ad essere sottoesposti e quindi danneggiati.

    Al calmiere  dei talent show dovrebbero corrispondere altre iniziative, volte a conclamare e difendere il valore degli artisti più interessanti, dato che il mercato, da solo, non basta a salvarli e nemmeno a salvarsi. Fra l’altro si tratta di un “libero” mercato che libero non è affatto, composto da multinazionali e una nebulosa di indipendenti e indipendentine.

    Nel 66 Lennon dichiarò provocatoriamente che “i Beatles sono diventati più famosi di Cristo”. Un’affermazione quanto mai lungimirante visto il sempre più debole appeal della religione sulle nuove generazioni occidentali… Quale è il tuo rapporto con la religione?

    Non mi pare che Cristo abbia perso il suo appeal mediatico. Ma credo che la religione sia una faccenda segreta, intima, dell’individuo. Se fossi un religioso, magari cattolico, mi preoccuperei della mia chiesa e del suo asservimento agli strumenti mediatici (del demonio) così come se fossi uno di sinistra che insegue l’utopia dell’ortodossia (e non un bastardo come sono) mi preoccuperei della stessa cosa, parlando non più di un’entità mitologica come il demonio, ma di un’altra entità altrettanto mitologica che è il potere…

    Gabriele Serpe

  • Il discorso ambiguo sulle migrazioni di Salvatore Palidda

    Il discorso ambiguo sulle migrazioni di Salvatore Palidda

    MigrazioneApplicando il metodo di ricerca di Foucault, il suo concetto di discorso come struttura cognitiva di produzione e organizzazione del senso, e riprendendo alcuni aspetti della prospettiva sociologica interazionista di Goffmann, Garfinkel e H. Becker, i contributi raccolti nel testo “Il discorso ambiguo sulle migrazioni” di Salvatore Palidda interrogano il significato e il funzionamento del discorso sulle migrazioni nella contemporaneità e dei suoi termini-simbolo: migrante, immigrato, multiculturale, interculturale, cultura. Una delle tesi centrali è che le migrazioni siano da studiare come un fatto sociale totale o come un fatto politico totale, mettendole in relazione con i mutamenti degli assetti politici, sociali, economici e culturali delle società d’emigrazione e d’immigrazione. 

    Il curatore S.Palidda inquadra lo studio delle migrazioni nel contesto delle mobilità umane, nelle quali rientrano fenomeni apparentemente molto diversi come il turismo di massa e i pellegrinaggi religiosi, e sottolinea come gli spostamenti degli esseri umani siano da sempre una caratteristica intrinseca della storia sociale, politica, economica e non un’emergenza contingente. La proliferazione di ricerche, studi, convegni sull’immigrazione che caratterizza le scienze umane, dalla pedagogia al marketing, dalla psicologia alla giurisprudenza, è caratterizzata al contrario da uno sguardo tecnico, specialistico, che prescinde dall’analisi dei meccanismi sociali e politici: predomina, secondo gli autori, un approccio embedded, ovvero asservito a una logica per la quale tecnici e specialisti si limitano a proporre soluzioni per un problema concepito come puramente “amministrativo”. In Italia prevale un’immagine dell’immigrato fondamentalmente paternalista, come essere sofferente, svantaggiato, incapace di azione politica autonoma per il riconoscimento dei diritti universali legati allo status di persona umana, bisognoso della nostra benevolenza. Quello che sorprende, come mostra il saggio di Dal Lago, è che questa rappresentazione è assolutamente trasversale: la ritroviamo nella comunicazione istituzionale come nella cultura antirazzista e nella letteratura.

     

    Il saggio di Delgado Ruiz spinge quindi a mettere in questione l’uso di termini “politicamente corretti” come migrante, caratteristico della cultura solidarista e antirazzista, del quale smaschera l’illogicità: si smette di esserlo non appena si arriva a destinazione, e non possono esistere immigrati di seconda generazione ovvero persone immigrate dalla nascita. In realtà secondo l’autore, migrante-immigrato altro non significa che povero che si muove da un luogo all’altro, non necessariamente straniero, in quanto è usato anche per indicare spostamenti interni allo stesso paese.  L’approccio tecnico e spoliticizzato trova applicazione nei saperi disciplinari analizzati nel saggio di Baroni: pedagogia interculturale, psicologia e psicoterapia, mediazione linguistico-comunicativa, partendo dal presupposto che la diversità culturale sia la caratteristica dominante dello spazio sociale contemporaneo, intervengono in maniera clinica, ovvero individualizzata, sugli effetti prodotti negli individui dalle pratiche discriminatorie alle quali è sottoposto uno specifico gruppo, quello degli “stranieri” immigrati, a volte in maniera efficace, ma prescindendo dallo spazio sociale e ambientale e dalle logiche di potere che li producono. A fianco dello specialismo tecnico, c’ è la spoliticizzazione, resa possibile non solo dagli approcci clinici, ma anche dal concetto di “cultura” come entità immutabile che governa completamente l’agire dei “migranti”, idea dalla quale deriva la teoria della natura culturale dei conflitti politici e sociali e che ha avuto un’enorme fortuna nel senso comune, nel discorso, mediatico, politico (in modo del tutto trasversale) e in una parte della letteratura socio-politologica. L’ambiguità è il contrasto tra una retorica universalista, che considera le persone come soggetti di diritto, e un discorso che, anche se a volte con le migliori intenzioni, vede nello straniero proveniente dai paesi poveri solo un soggetto di cultura: un’incarnazione stereotipata dell’Altro che rimane tale per tutta la vita, trasmettendo ai posteri la sua alterità, forse fino alla terza e quarta generazione. Come dimostra il saggio di Brion, la cultura è entrata nei sistemi giuridici europei come quello belga, con i concetti di reato culturale (delitto d’onore, escissione femminile, travisamento per motivi religiosi) e difesa culturale (prevedere attenuanti per gli autori di reato mossi da motivazioni religiose o tradizionali e approvati dalle proprie comunità) del tutto inutili a prevenire e reprimere i reati di omicidio o lesioni personali gravissime già puniti dai codici ordinari, persino controproducenti rispetto al loro obbiettivo ufficiale, ma funzionali a costruire le minoranze di origine straniera ai quali sono rivolte come enclaves illiberali, premoderne, oppressive. Le proposte di legge che vietano il travisamento in pubblico facendo esplicito riferimento alla copertura totale del volto per ragioni religiose e la retorica del multiculturalismo estremo disposta a riconoscere attenuanti a delitti motivati da sedicenti convinzioni religiose, o legalizzare l’escissione delle figlie di immigrati praticandola sotto controllo medico in strutture pubbliche per ridurre il danno, mostrano quindi di avere in comune l’idea del determinismo culturale.Persino il razzismo esplicito abbandona oggi le sue tradizionali argomentazioni biologiste per riproporsi nella veste più presentabile di “neorazzismo culturale”.

    Questa raccolta di saggi, quindi, con un approccio critico e anticonformista, mette in questione non tanto, come è scontato, gli eccessi xenofobi o dichiaratamente razzisti, quanto la la centralità della cultura nel discorso sulle migrazioni e la sottile ambiguità del paradigma utilitarista dell’immigrato-risorsa con il quale dobbiamo dialogare, tollerandolo e non dimenticandosi mai la sua “utilità sociale”. Discorso che è strutturalmente ambiguo perché l’accettazione della presenza di immigrati-lavoratori non si accompagna a un pieno riconoscimento degli stessi come persone titolari di diritti universali e cittadini. I saggi qua raccolti mostrano il rischio insito nell’attuale discorso dominante sulle migrazioni: quello di trasformarsi in una costruzione autoreferenziale, tesa a perpetuare se stessa senza contrastare le diseguglianze e le sperequazioni sociali delle quali i migranti sono le prime vittime, solo limitandosi ad attenuarne gli effetti con strategie riparatorie di tipo microsociale o individuale. Gli interventi a carattere clinico, nella maggior parte dei casi rispondono a necessità reali delle persone e anche un’eventuale “riparazione” parziale dei danni provocati da logiche politico-economiche non controllabili da chi opera in questi settori è sicuramente preferibile al nulla; ma proprio per questo, il libro si rivolge in primo luogo a chi si occupa di migrazioni dal punto di vista del lavoro sociale, come strumento per esercitare una costante vigilanza verso il rischio di cadere nell’autoreferenzialità, nel paternalismo e nel tecnicismo, e a chi si occupa di ricerca, che non può porsi come “risolutore di problemi”, o come “difensore degli immigrati”, ma deve considerare la realtà sociale analizzata anche dal punto di vista dell’immigrato e analizzare con rigore e spirito critico il rapporto fra gli spostamenti migratori e l’organizzazione politica della società.

    La conclusione del curatore spinge a interrogarsi sulle nuove frontiere del discorso sulle migrazioni: il “caporalato etnico”, il business delle rimesse di denaro, la gestione delegata a privati, anche del terzo settore dei Cpt e degli sgomberi dei campi Rom, l’imprenditorialità degli immigrati e il fenomeno delle false partite IVA, le forme di sfruttamento nelle quali alcuni degli stessi immigrati hanno un ruolo preponderante a danno dei propri connazionali. C’è poi il fenomeno dell’ethnic business, del marketing mirato a minoranze religiose o gruppi di migranti considerati come categorie di consumatori; da un certo punto di vista è certamente un indicatore di integrazione o quantomeno del peso sociale ed economico acquisito, se si guarda a questo fenomeno a un livello settoriale. Se invece iniziamo a guardare alle migrazioni e alle mobilità umane come fatto sociale totale, la constatazione che il riconoscimento del ruolo di consumatore preceda, almeno nel nostro paese, quello di cittadino e titolare di diritti politici, sembra piuttosto una variante del punto di vista utilitarista per il quale la presenza dell’immigrato è auspicabile in maniera subalterna, solo quando ricopre il ruolo di lavoratore, ruolo al quale, in fondo, quello di consumatore è complementare. Rifacendosi ai contributi di Finzi, Etang-Peraldi, Scrinzi e Rahmi, che ci ricordano che pochi anni fa “gli altri” eravamo noi, e che quella che è identificata con la condizione di “migrante” è assimilabile a una condizione di svantaggio socio-economico, siamo indotti a riflettere su come logiche di potere alle quali gli stranieri poveri possono essere più facilmente sottoposti perché in condizione svantaggiata si possano estendere anche alle componenti subalterne della società autoctona: per questo, l’immigrazione è lo specchio della società nel suo complesso e non può essere studiata da punti di vista parziali.

     

    Andrea Macciò

     

     

  • Islam a Genova: intervista al responsabile del centro islamico di Genova

    Islam a Genova: intervista al responsabile del centro islamico di Genova

    husein salahL’Italia è un paese nel quale il pluralismo religioso è un fenomeno molto recente, che ha iniziato ad assumere un profilo socialmente rilevante solo intorno agli anni novanta, quando l’immigrazione inizia a profilarsi come un fenomeno diffuso. Parlare del senso della religione nel mondo contemporaneo significa di fatto affrontare due temi diversi: l’aspetto privato, quello della ricerca spirituale personale e del senso dell’esistenza da parte degli individui, e l’aspetto pubblico e sociale: in questi termini ci si chiede quanto nel mondo contemporaneo la pratica religiosa abiti o meno lo spazio sociale e influisca sulla vita di relazione e i comportamenti sociali, politici, economici delle persone.  Nel dibattito pubblico italiano prevale una rappresentazione rigidamente “polarizzata” tra credenti cattolici e non credenti, che non rende giustizia alla realtà sempre più diffusa delle minoranze religiose (che in molti casi, ma non sempre, hanno un legame con le migrazioni) ai percorsi di ricerca spirituale personale, sia all’interno del cattolicesimo che di altri confessioni, al fenomeno ormai piuttosto diffuso delle conversioni di italiani autoctoni a culti professati in maggioranza da immigrati. I giovani figli di immigrati, le “seconde generazioni”, quale approccio possono avere alla religione in un paese nel quale è fortemente presente l’impronta culturale cattolica, ma che, nello stesso tempo, sembra situare la pratica religiosa in uno spazio fondamentalmente personale e privato, e nel quale il dichiararsi seguaci di un culto non sempre sembra determinare in maniera chiara gli stili di vita? Abbiamo approfondito la questione del senso della religione fra i giovani musulmani italiani, “seconde generazioni” parte di una delle minoranze religiose numericamente più consistenti, contando oltre due milioni di persone in Italia, e più presenti nello spazio pubblico, anche in occasione dell’apertura della sezione genovese dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia, avvenuta il 28 Novembre. Per questo abbiamo raccolto la testimonianza di un testimone privilegiato come Husein Salah, responsabile del Centro Islamico di Genova.

    Secondo la sua esperienza, quanti figli di famiglie di religione musulmana in Italia si possono considerare realmente praticanti?
    E’ molto difficile rispondere a questa domanda, perché è un fatto personale che non viene censito scientificamente. La maggioranza delle famiglie musulmane cercano di dare un’educazione islamica ai loro figli, ma l’esito dipende molto dallo stile educativo: a volte prevale nei genitori un atteggiamento di dialogo e rispetto, altre uno di imposizione influenzato dallo stile educativo nei contesti d’origini. Nell’infanzia non c’è quasi mai conflittualità, i bambini tendono a seguire ciò che gli viene detto, ma, nell’adolescenza, facilmente avviene il contrario. Quando c’è un dialogo positivo con la famiglia, magari anche scontrandosi su alcuni aspetti, i ragazzi di solito intraprendono un percorso di fede tipico della “seconda generazione”: di fatto, l’adesione all’Islam diventa una loro scelta, come succede per i ragazzi dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia, che pochi giorni fa, il 28 Novembre, ha aperto una sezione a Genova. Invece, quando da parte dei genitori c’è un atteggiamento di imposizione autoritaria, nascono molti problemi. Alcune persone sono abituate a considerare la trasmissione dell’educazione e dei valori religiosi di generazione in generazione qualcosa di naturale, scontato, come nei paesi d’origine, senza tenere conto che qua, il contesto sociale è profondamente diverso, che i minori hanno un’esperienza di vita completamente differente da quella dei genitori. E cosi, ci sono degli episodi di ribellione alle famiglie e all’educazione impartita. A Genova e in Liguria, per fortuna, non ci sono stati casi di conflittualità fra genitori e figli gravi come quelli che abbiamo visto diverse volte nella cronaca nazionale, però siamo a conoscenza di numerosi casi di allontanamento volontario dalla famiglia. Alcune volte questo succede al compimento della maggiore età, altre volte ad andarsene sono dei minori, a partire dai 14 anni, sempre da famiglie che sono in difficoltà e non sono riuscite ad instaurare un dialogo educativo con i loro figli. Per questo, il nostro Centro Islamico organizza degli incontri periodici per genitori, perché abbiano consapevolezza delle difficoltà che si incontrano nell’educare i propri figli per scambio di esperienze e suggerire stili educativi adeguati. L’educazione dialogante e non impositiva a volte risulta difficile anche perché spesso i padri lavorano dal mattino alla sera e le madri che restano a casa, interagendo poco con quel mondo esterno con il quale invece i giovani sono costantemente in contatto.

    Ci sono invece casi di “ritorno” alla religione da parte di figli di famiglie immigrate da paesi musulmani, ma non praticanti?
    L’immigrazione in Liguria è troppo recente perché si possano vedere questi casi in numero significativo. Ci sono giovanissimi che frequentano i luoghi di culto, ma non sempre siamo a conoscenza del percorso che hanno fatto. Conosco invece alcuni giovani che si sono allontanati dal luogo di culto durante l’adolescenza e alcuni di loro sono rientrati, verso i 25-26 anni. Ciò che temo, è il ritorno rivendicativo all’identità di origine, quello che è accaduto in Inghilterra e nelle periferie francesi: molti giovani, delusi dalla loro occidentalità, soggetti a discriminazioni, chiamati spregiativamente “marocchini” da chi di certo non conosce il Marocco, in momenti di difficoltà e di conflitto, possono fare una scelta di ritorno non consapevole, motivata da rifiuto e rabbia più che da effettiva convinzione, e che può essere facilmente strumentalizzata tanto dall’estremismo politico quanto da quello religioso. Noi stiamo lavorando perché questo non avvenga mai in Italia:non a caso, l’associazione si chiama Giovani Musulmani d’Italia, per sottolinearne l’appartenenza italiana, affermarne anche l’appartenenza della fede religiosa all’islam e mostrare che questi due aspetti dell’identità possano convivere pacificamente nel giovani.

    Prima mi ha accennato che molti ragazzi compiono un percorso di fede “da seconda generazione”. In che cosa la loro religiosità si differenzia da quella degli immigrati e dei convertiti italiani?
    Rispetto agli immigrati, i giovani nati in Italia si differenziano per non seguire alcune pratiche consuetudinarie legate ai paesi d’origine dei genitori. Ad esempio, se in alcuni paesi c’è una netta separazione fra aspetto maschile e aspetto femminile, i nostri gruppi giovanili hanno assemblee miste, pur nel pieno rispetto dei precetti religiosi. Nei giovani musulmani ritroviamo spesso aspetti della cultura occidentale adattati a quella cultura: durante un convegno nazionale la GMI terrà a fine anno a Lignano Sabbiadoro, ci sarà anche un concorso di rap islamico; poi c’è l’aspetto dell’abbigliamento: in particolare, le ragazze fanno un continuo mixaggio culturale: indossano il velo, ma spesso mettono anche i jeans, e cosi via.: questi giovani saranno i mediatori del futuro, coloro che potranno assicurare il dialogo fra i nuovi immigrati musulmani e la società italiana e occidentale. Diverso è l’atteggiamento della seconda generazione rispetto a quello dei convertiti italiani: sono accomunati dall’assenza di riferimenti alle pratiche non religiose divenute consuetudini nei paesi musulmani, ma nei convertiti c’è di base un’insoddisfazione e talora un rifiuto della cultura occidentale o almeno di alcuni suoi aspetti, che li differenzia dai giovani nati in Italia da famiglie immigrate che, appunto, tendono a mixare elementi della cultura islamica e di quella occidentale, adattandoli alle loro convinzioni. Io penso che il musulmano consapevole non deve rifiutare ciò che esiste, ma cercare di adattarlo “se possibile” ai suoi valori. Influenzare e contemporaneamente essere influenzato, perché il rifiuto netto non porta a nulla.

    Nello stile di vita, in che cosa i giovani musulmani si differenziano dai ragazzi che non seguono nessun credo religioso in particolare e dai giovani praticanti cattolici?
    I giovani musulmani si differenziano dai ragazzi non religiosi in molti aspetti della vita quotidiana, dove cercano di seguire i precetti della religione musulmana: non bere alcolici, non usare sostanze, non mangiare carne di maiale, nell’ambito della coppia, astenersi dai rapporti prematrimoniali: norme di comportamento che nei paesi dei genitori sono molto sentite anche a livello sociale, oltre che religioso, tanto che quasi tutti i non musulmani tendono egualmente a seguirle. Per le ragazze, c’è anche l’elemento di distinzione estetica del velo. C’è anche però fra i giovani una forte sete di assimilazione, che spinge a imitare gli stili di vita caratteristici del paese dove sono nati. In una società come quella occidentale, dove l’immagine è tutto, assimilazione per un giovane vuol dire soprattutto cercare di avere le stesse cose degli altri, seguire le stesse mode, vestire con gli stessi marchi,per non essere emarginati: c’è il rischio di essere trascinati da un consumismo sfrenato, che mette ancora più in difficoltà il loro rapporto con i genitori:  e’ un aspetto che vale non solo per i musulmani, ma per tutti gli immigrati: molti cercano di farsi accettare per quello che hanno, o per quello che mostrano di avere, e non per quello che sono. Lo stile di vita dei ragazzi musulmani è forse più vicino a quello dei giovani cattolici praticanti che a quello di tutti gli altri, perché, in fondo, i principi sono simili; la differenza è che i musulmani tendono a essere rispetto a loro più praticanti e a applicare di più i principi nella vita quotidiana. Per quanto riguarda i rapporti esterni dell’associazione GMI, sono buoni sia con gruppi cattolici che con gruppi laici.

    Da che cosa dipende secondo lei il fatto che i giovani musulmani siano tendenzialmente più praticanti e osservanti rispetto ai cattolici? Può dipendere dal fatto che essendo in Italia una minoranza tendono a una maggiore coesione? 
    Penso di no, perché i praticanti di solito seguono i precetti anche nei paesi d’origine, dove i musulmani sono maggioranza. Credo dipenda dal fatto che il musulmano tende a riferirsi molto di più ai testi, alle scritture. Le cose vietate nel Corano sono pochissime, ma sono sempre le stesse: se l’alcool era vietato quattordici secoli fa lo è anche adesso, non c’è un’autorità religiosa generale che possa riammetterlo. Nell’Islam, a differenza che nel Cattolicesimo, non c’è un clero o un’organizzazione centrale che può decidere di modificare alcuni precetti per adattarli alla modernità. Questo, secondo me, facilita un rapporto più diretto delle persone con i testi  sacri e il rispetto dei precetti essenziali, perché una persona che vuole essere praticante sa che nessuno ha l’autorità di abolirli o modificarli. Sugli aspetti della vita quotidiana non trattati nel Corano, i musulmani si riferiscono alle tradizioni interpretative e alle opinioni dei sapienti, che possono avere opinioni diverse. Un sapiente può dire che una cosa è fattibile, se non è corretta troverà cento che diranno no, infatti nell’islam sunnita ci sono 4 scuole di diritto islamico con tanti ramificazioni, per fortuna, non esiste un’unica interpretazione. Alla fine è una scelta della singola persona, a questo punto, da chi essere convinta.Il compito dei religiosi musulmani consapevoli secondo me è anche quello di distinguere chiaramente i precetti religiosi dalle tradizioni locali.In certi paesi, alcuni hanno tentato di immettere usanze di origine tribale come l’infibulazione o l’idea del potere assoluto dell’uomo sulla donna, nel novero dei precetti religiosi. I religiosi sapienti e consapevole da sempre cercano di combattere tutto questo.

    Andrea Macciò

  • Intervista a Enrico Musso, un’esclusiva di Era Superba

    Intervista a Enrico Musso, un’esclusiva di Era Superba

    Enrico MussoUna lunga intervista con il parlamentare genovese Enrico Musso, candidato sindaco per il Pdl alle scorse elezioni amministrative.

    Che rapporto ha con Genova?

    Genova è la città nella quale sono nato, in cui ho abitato, trascorrendo periodi anche abbastanza lunghi e significativi fuori. Ma la mia città era sempre Genova anche quando ero a Parigi, a Cambridge, anche adesso che sto a Roma. E questa è una cosa che la vita la segna. Si è visto anche quando tre anni fa in modo assolutamente inaspettato un insieme di partiti mi ha chiesto di rappresentarli facendo il candidato sindaco nella mia città. Questo ha segnato profondamente la mia vita e ha limitato le attività che con molta passione stavo svolgendo. Nel momento in cui accetti una cosa del genere, naturalmente le scadenze scompaiono dal tuo orizzonte, ed è abbastanza doloroso. In tutto questo, il fatto che fosse per Genova è stato decisivo.

    Lei ha un’attività intensa, e spazia tra la docenza universitaria, la ricerca scientifica, e anche l’attività concertistica (è organista, nda). Se dovesse descrivere Enrico Musso, come lo descriverebbe?

    Intanto sfumerei un attimo sull’attività intensa, perché da quando sono parlamentare sono in aspettativa all’università perché c’è il divieto di cumulare queste due funzioni. Detto questo, evidentemente l’aver fatto molte cose cercando di farle non dico bene, ma al meglio delle mie possibilità, rappresenta l’indice di una certa curiosità. In molte delle cose che ho cercato di fare, certamente nell’università e nella politica, ho cercato di dedicare il mio tempo ad un’attività che fosse utile ad un certo numero di persone. Nello stesso spirito ho accettato di fare il candidato sindaco e poi il parlamentare, addirittura sospendendo. L’attività di parlamentare consente di essere utili a molte più persone; certamente con un apporto personale molto più limitato.

    Che ruolo ha la musica nella Sua vita?

    Le mie qualità da musicista sono assolutamente trascurabili e quindi il ruolo è quello amatoriale. Ha avuto effetti molto positivi per me, perché ti mette direttamente in comunicazione con un’idea di bellezza, che in fondo è quello a cui tutti tendiamo e rispetto a cui la nostra vita diventa troppo tortuosa. Quando hai la fortuna o la possibilità di metterti a suonare  allora riprende la presa diretta con la bellezza. Mi sono specializzato sul periodo barocco, e in particolare sulla musica organistica di Bach e dei suoi predecessori. Questa musica ha la caratteristica di stabilire un ordine sulla realtà dei suoni; può quindi aiutarti a stabilire un ordine sulla realtà delle cose che ti circondano, ossia una certa geometria nella lettura delle sensazioni che ti hai intorno, persino nella politica; ti aiuta a leggere l’intorno in un modo più ordinato e anche essenziale. In una fuga di Bach non c’è una nota fuori posto. E invece in politica ci sono tante note fuori posto, ma ci si rende conto più facilmente di quali sono.

    D – Ho letto una Sua dichiarazione sul Pdl, in cui Lei afferma “Basta zoccole e scandali”. Allargando l’obiettivo, e guardando alla nostra società, quanto pensa che la società sia specchio della politica e quanto la politica sia specchio della società?

    R – Io ho detto quella frase su Facebook, che ha un linguaggio fra scritto e parlato. La frase esatta diceva “Vorrei un partito serio dove non ci siano scandali e zoccole”. Io facevo riferimento al partito che rappresenta oggi “casa mia”, quindi voglio prima di tutto che casa mia sia un posto pulito. Ma il punto non è il Pdl: la sensazione è che in qualche modo i partiti rappresentino i difetti della società; gli eletti, nei loro difetti, sembrano evocare i difetti degli elettori. L’Italia è il paese della raccomandazione, per esempio, così tanto che è addirittura stata un po’ sdoganata, un po’ assolta: oggi, se una persona mi chiede, come professore, di dare una mano al figlio o al figlio dell’amico non ha la sensazione di fare qualcosa di dannoso per la società, e invece sì, perché cominciamo a stabilire un sistema di regole deviate per cui vince non quello che ha più merito ma quello che ha più conoscenze. Tutto questo si trasferisce poi nel lavoro e poi nella politica, e tutto il paese viene permeato dal sistema della raccomandazione. Io faccio fatica a definirmi di destra, ma se ci sono delle parole chiave di una destra moderna queste dovrebbero essere: una società basata di nuovo sull’individuo, sul merito, sulle capacità individuali, su un sistema di regole rispettate e condivise.

    Marco Topini

    Intervista integrale disponibile sul canale video di EraSuperba

  • Nuova vita al teatro di Villa Duchessa di Galliera

    Nuova vita al teatro di Villa Duchessa di Galliera

    Villa Duchessa di GallieraI lavori di restauro, partiti nel 2007, sono terminati in questi giorni e a novembre Genova vedrà rinascere il teatro storico settecentesco, unico esemplare superstite in Liguria, di villa Duchessa di Galliera a Voltri.

    Il teatrino, voluto nel 1786 da Anna Pieri Brignole Sale, nobildonna dai molteplici interessi culturali, appartiene alla tipologia del “teatro in villa”, uno spazio privato dove gli stessi esponenti della famiglia Brignole Sale si esibivano, o figuravano come autori degli spettacoli.

    Il restauro è stato finanziato dal Comune e dall’Ente Opera Pia Brignole Sale, proprietaria dell’immobile, grazie alla partecipazione al bando del 2006, indetto dalla Compagnia di San Paolo, “Restauri in scena”, che prevedeva l’erogazione di contributi a favore del recupero di alcuni teatri storici di Piemonte e Liguria.

    Il teatro presenta una pianta rettangolare e il soffitto con una volta lavorata (divisa in due parti e con una cupoletta centrale) costruita “in canniccio”, cioè con una struttura in legno simile allo scheletro di una barca, una tecnica comune che permetteva di coprire grandi spazi e di conferire alla struttura diverse forme.

    L’inagibilità dei locali, ormai inutilizzati da tempo, derivava principalmente da due fattori: la presenza di numerose crepe che attraversavano la volta; i problemi di umidità dovuti alle precarie condizioni di alcune pareti e la conseguente caduta di intonaco e stucco.

    Il Comune per quanto riguarda il restauro delle decorazioni che coprono la volta e le pareti, realizzate nel Settecento dal pittore voltrese Giuseppe Canepa, si è affidato al lavoro della ditta Co.Art.

    “Gli interventi di restauro più importanti sono stati eseguiti sulle decorazioni murali realizzate con la tecnica a secco – spiega Marialuisa Carlini, titolare della Co.Art – L’autore infatti ha steso i colori a calce sull’intonaco già asciutto, questa è la differenza rispetto all’affresco che prevede la stesura dei colori sulla superficie bagnata”.

    I restauratori si sono occupati di fissare i colori e consolidare gli intonaci; recuperare e pulire le parti decorate ma ormai coperte e, dove possibile, ricostruire le decorazioni. “Il colore tendeva a staccarsi dal supporto e soprattutto spolverava –continua Carlini – Il restauro ha riguardato il risanamento delle murature dall’umidità e il recupero del colore, in molte parti ormai mancante”.

    E non sono mancate curiose scoperte:  sopra la struttura della volta è stata infatti ritrovata una sorta di “macchina del suono”,  un carrello di legno riempito di pietre e trascinato da destra a sinistra, su binari sopraelevati. La macchina muovendosi generava rumori utilizzati nelle rappresentazioni, ad esempio per simulare un temporale. “Non è stato possibile conservarla nella sua collocazione originaria – racconta Carlini – però il prezioso reperto è stato salvato e verrà esposto al pubblico”.

    Il progetto di recupero ha previsto inoltre un importante lavoro di consolidamento della volta, il risanamento di alcuni locali collegati al teatro, compresi gli adiacenti servizi igienici, nonché l’adeguamento delle relative uscite di sicurezza e la messa a norma degli ingressi con l’inserimento di un nuovo accesso per i disabili, tutti interventi progettati in modo da rendere funzionale l’utilizzo dello spazio teatrale.

    “I lavori in termini economici sono costati molto di più del previsto – dichiara Mario Margini, assessore ai Lavori pubblici – Abbiamo speso una cifra che sfiora il milione di euro ma indubbiamente si tratta di denaro ben speso. Personalmente non avrei mai immaginato un restauro così pregiato. È il risultato del lavoro di una serie di artigiani/e di altissimo livello e competenze professionali”.

    Adesso a lavori ultimati, secondo l’assessore, occorre garantire due cose: la concreta fruibilità pubblica del teatro e la massima attenzione affinché questo spazio recuperato non venga deteriorato con il passare del tempo.  “Il problema è stabilire in che forme andremo a gestire questo immobile di pregio – spiega Margini – Probabilmente faremo una gara pubblica per decidere quale soggetto sarà il gestore responsabile”.

    E il 13 novembre, lo spazio restituito alla città, sarà inaugurato ospitando lo spettacolo del teatro Cargo, “La regina”. “Un nostro vecchio lavoro – spiega Laura Sicignano, curatrice di testo e regia – che racconta proprio la storia straordinaria tra cultura e politica della fondatrice del teatrino Anna Pieri Brignole Sale, interpretata da Lisa Galantini”.

    Matteo Quadrone

     

  • Intervista al Dr Burton-Chellew: i media e le “ricerche stupide”

    Intervista al Dr Burton-Chellew: i media e le “ricerche stupide”

    Dr Burton Chellew
    Dr Burton Chellew, Università di Oxford

    Dr. Burton-Chellew, Lei è stato citato da Repubblica per uno studio che dimostra come si perdano degli amici quando si entra in una relazione sentimentale. Tuttavia sono sicuro che molti, leggendo l’articolo, avranno pensato che si tratti di un argomento di ricerca un po’ sciocco e frivolo: alcuni si chiederanno come mai i ricercatori di Oxford sprechino il loro tempo per trarre conclusioni così inutili…

    Prima di tutto, devo dire che sono sorpreso della quantità di riscontri che questo lavoro ha ricevuto. Tuttavia credo che l’estesa copertura mediatica riveli come questo sia un argomento di interesse per molte persone in tutto il mondo e dunque non sia “sciocco” né “frivolo”. Aggiungo che è una reazione comune nei confronti dei risultati della biologia evolutiva il dire che si tratti di “conclusioni ovvie” e “inutili”; ma ciò è dovuto in parte al fatto che tali risultati sono in consonanza con le vera vita della gente e che le spiegazioni sono ingannevolmente semplici. Per esempio, se il nostro risultato fosse stato che le persone coinvolte nelle relazioni sentimentali hanno lo stesso numero di amici, o anche di più, allora sono certo che molta gente avrebbe commentato che un simile risultato era ovvio. Se tu chiedessi a 100 persone di predire il risultato, non sarei sorpreso se un terzo prevedesse un aumento, un terzo una sostanziale equità e un terzo invece una diminuzione. Il risultato della ricerca proverà dunque l’ovvio a quel terzo di persone a cui capiti di essere nel giusto.

    Lei quindi è uno “studioso” di relazioni sentimentali…?

    Beh, si e no. Questo era solo un piccolo studio nella mia carriera; e ogni studio fornisce le risposte a una parte di un puzzle. Molti studi messi insieme nel corso del tempo servono a fornire un corpo di prove a sostegno di particolari teorie. Per questo nel frattempo ho tralasciato quella ricerca e ora sono concentrato sull’economia comportamentale: ma potrei ritornarci sopra un giorno. Se non lo farò, allora magari qualcun altro continuerà la mia ricerca.

    Ci spieghi allora il fine scientifico di questi studi.

    Nella fattispecie il lavoro era parte di un più vasto corpo di lavori che servono ad approfondire i costi e i benefici di ogni relazione, di come la gente si senta a riguardo, di quanto sia cooperativa e verso chi lo sia. L’idea che ogni relazione comporti dei costi è contestata da alcuni ricercatori e richiede test empirici. In senso lato, stiamo comprendendo sempre meglio come gli individui non siano degli isolati “produttori di decisioni” che agiscono razionalmente,  ma siano radicati piuttosto all’interno di contesti sociali, che cercano di modificare e dai quali, a loro volta, sono modificati. Ciò ha delle ripercussioni in molti aspetti della nostra vita, da quella individuale su su fino a quella sociale: il diffondersi di malattie, i comportamenti come il fumo o l’obesità, i network economici e i contesti decisionali. Da un punto di vista ancora più generale, analizziamo gli esseri umani all’interno di un contesto evolutivo e li compariamo e li mettiamo a confronto con altri animali sociali come i nostri cugini primati.
    Per entrare nel dettaglio, questo lavoro stava verificando l’ipotesi che le persone, in situazioni che sottraggono tempo alla loro vita sociale, possano avere minori relazioni strette in grado di fornire loro aiuto. Lo studio si proponeva di osservare la gente nei processi educativi o nelle relazioni sentimentali, come due tra le molte possibili forme di limitazione del tempo a nostra disposizione. Abbiamo comprovato la sussistenza di costi sociali in entrambi i casi, ma i media si sono interessati solo al caso delle relazioni sentimentali. Questo lavoro analizzava anche il ruolo dei famigliari all’interno del contesto sociale su cui gli individui possono contare in caso di bisogno e abbiamo scoperto che le persone che avevano più fratelli e sorelle non per questo avevano più membri nel loro “contesto di supporto”, dimostrando così che non è la disponibilità concreta di relazioni percorribili a determinare la grandezza del nostro gruppo sociale di riferimento. Questa classificazione dei famigliari era anche in accordo con la teoria della Fitness Inclusiva (più comunemente conosciuta come “Selezione Parentale”), che è una teoria che  ha avuto un vasto successo e una larga influenza dalla biologia evolutiva alla zoologia.
    Personalmente penso che valga sempre la pena conoscere meglio la natura umana, per meglio capire noi stessi, le nostre azioni e i nostri sentimenti. Inoltre comprendendo gli altri diventiamo forse anche più tolleranti nei loro confronti. Le persone che ora conoscono questo lavoro possono essere potenzialmente più attente a non sviluppare sentimenti di risentimento nei confronti degli amici del loro nuovo partner, capendo che questi hanno già un’ inclinazione naturale, in qualche caso, a comportarsi così. Le persone che costruiscono una nuova relazione, dal canto loro, possono stare potenzialmente più attente a non dare i loro amici per scontati e ad assumere comportamenti atti a mantenere queste relazioni. E ciò mi sembra evidentemente utile.

    Ma qual’è esattamente il suo ramo di studi? Di cosa si occupa? Antropologia evolutiva o come la vogliamo chiamare?

    E’ meglio fare una descrizione del mio lavoro piuttosto che ragionare per nomi di istituto o di dipartimento. Io sono un biologo evolutivo specializzato in “evoluzione sociale”. Ciò significa che uso la teoria evolutiva per predire il comportamento e le decisioni degli organismi sociali. Attualmente mi occupo degli esseri umani, ma in precedenza mi occupavo delle vespe parassite. La mia carriera è cominciata all’Istituto di Biologia Evolutiva dell’università di Edimburgo dove ho completato un rigoroso corso di studi sulla teoria evolutiva per il mio dottorato. Quindi mi sono spostato all’Istituto di Antropologia Cognitiva ed Evolutiva (ICEA) di Oxford, anche se ora lavoro al dipartimento di Zoologia. Questi nomi riflettono la storia delle differenti divisioni filosofiche, dei differenti modi di suddividere il mondo. Storicamente Oxford suddivide la biologia in zoologia, scienze delle piante e antropologia, anche se questo non è un modo molto moderno di vedere il mondo; ragion per cui a Edimburgo si usa una ripartizione diversa. Ovviamente, usando la vecchia divisione, i miei interessi spaziano dalla zoologia all’antropologia.

    Per rispondere alla tua domanda l’ICEA è in effetti l’insieme di due dipartimenti (quello dell’antropologia evolutiva e quello della cognitiva) ma è anche un modo di separare questi stessi dalla più comune  antropologia. L’antropologia evolutiva studia come gli umani si evolsero, da quali antenati, dove, quando e su che cosa i nostri comportamenti ancestrali furono simili ai nostri comportamenti moderni. Questioni centrali possono essere: “Quando la monogamia si evolse nella nostra stirpe?”, oppure “Quale era la dimensione tipo dei gruppi dei nostri avi?”, “Quando sviluppammo cervelli così grandi?”, o ancora “Cosa è esattamente un amico?”. Di nuovo, l’amicizia sembra un dato ovvio: eppure allo stato attuale delle cose è molto difficile definirla ed è senza dubbio molto rara negli animali, e pertanto richiede una spiegazione. Gli umani sono spesso spacciati per una specie straordinariamente cooperativa, e siccome la cooperazione è difficile da spiegare in termini darwiniani, ciò pone un problema. Il dipartimento di antropologia cognitiva è più psicologico e meccanicistico e prova a spiegare le inclinazioni processuali che i nostri cervelli hanno ereditato a causa del nostro passato. Una questione su cui lavorano spesso è: perché così tante persone hanno un’inclinazione religiosa? Ma non sono ben informato sul loro lavoro, per cui non posso commentarlo a dovere.

    Lei è a conoscenza di come il suo lavoro, così complesso e vario, viene magari un po’ banalizzato dai media all’estero, come ad esempio è successo con la Repubblica in Italia?

    No, non ne ero affatto a conoscenza. La Repubblica mi ha scritto un’e-mail e io ho risposto: ho visto l’articolo ma non so leggere l’Italiano. Non ho idea di quante persone l’abbiano letto, né se qualche altro giornale si sia occupato della cosa. Le lenti dei media semplificano e distorcono sempre i resoconti scientifici, anche se ciò è in parte necessario, dato che fanno un “riassunto” degli articoli scientifici. Spero che i lettori interessati siano spinti a cercare oltre, ma sono sicuro che la gente, se legge l’intero articolo (anziché solo il titolo), possa scoprire che la verità è di norma in qualche modo più sottile e complessa. Noi siamo creature complicate con spiegazioni complicate, ma i media hanno bisogno di storie semplici. Allo stesso modo vorrei che la gente potesse credere che gli scienziati sanno di quali ricerche c’è bisogno. Un esempio recente nel Regno Unito è stato quello di un lavoro molto ben fatto dove si metteva in luce come le anatre preferissero la “doccia” al “bagno” e come le docce fossero migliori per la loro salute (o qualcosa del genere). Tuttavia i media criticarono aspramente l’utilità di un tale lavoro, sostenendo che fosse ovvio. Ma non lo era. Anzi, la ricerca ebbe grosse implicazioni finanziarie per l’industria dell’allevamento delle anatre e per il benessere degli animali.
    I lettori dei nuovi resoconti scientifici dovrebbero realizzare due cose: i media ridurranno all’osso l’articolo scientifico per includere solamente gli elementi dal titolo più accattivante (ed infatti, nel mio caso, gli effetti sulla grandezza del network sociale causati dalle perdita del tempo dedicato all’educazione è stata ignorata dai media); non sono gli scienziati a proporre il loro lavoro all’attenzione dei media o a spacciarlo come un articolo che fa notizia, come poi i media lo presentano.
    Se le prove vi sembrano poco convincenti e le conclusioni ingiustificate, allora imputate l’esagerazione ai media, prima che agli scienziati. Il lavoro più significativo che ho fatto era sulle vespe parassite, in cui ho verificato teorie chiave sulle vespe selvatiche sul campo. I media non hanno dimostrato alcun interesse in questo pur prezioso lavoro; pertanto, per cortesia, non giudicate uno scienziato dall’attenzione che i media gli riservano: questo non è il modo in cui noi scienziati ci giudichiamo a vicenda.

    Intervista e traduzione a cura di Andrea Giannini

  • Horacio Ferrer, il poeta del tango e di Astor Piazzolla

    Horacio Ferrer, il poeta del tango e di Astor Piazzolla

    Horacio FerrerHoracio Ferrer e’ un uomo che colpisce al primo sguardo: la sua voce sinuosa, la sua risata goduta e contagiosa, i suoi occhi vispi e vissuti, i suoi modi gentili e spontanei, e l’empatia quasi inimmaginabile con la pittrice Lulu’, la sua splendida ed eccentrica moglie.

    Nato a Montevideo nel 1933, ma trasferitosi in tenera eta’ a Buenos Aires, manifesto’ il suo talento gia’ da piccolo’, scrivendo poesie, milonghe, giochi di marionette, per intrattenere i suoi amici del quartiere. Fu uno zio materno a trasmettergli la passione per il tango e a fargli conoscere il fermento artistico della capitale Argentina. Negli anni 50 pubblico’ il suo primo libro di poesie e la sua prima opera teatrale, ma la svolta arrivo’ con l’opera “La ultima grela”, un tango che ebbe grandissimo successo e che rappresento’ l’inizio della sua parabola di scrittore.

    Da quel momento, infatti, la sua attivita’ compositiva non conobbe soste, grazie al sodalizio artistico che instauro’ con Astor Piazzolla, grande musichiere. Piazzolla, che in quel periodo cercava qualcuno che condividesse la sua voglia di rivoluzionare le chiuse e ormai logore tradizioni tanguere, per approdare a una forma di tango piu’ innovativa e vivace, trovo’ in Ferrer un eccentrico paroliere, e insieme diedero vita a una nuova estetica del tango, basata su opere con poche concessioni melodiche a favore delle parole, brani nei quali la musica fosse concepita come una preziosa cornice alla poesia.

    Negli anni successivi collaboro’ con altri grandi artisti internazionali, continuo’ a regalare ai milongari grandi opere e scrisse il “Libro del Tango”, che divenne oggetto di studio all’Universita’ di Parigi.

    Nel 1989 ha fondato la “Academia Nacional de Tango della Repubblica Argentina” a Buenos Aires e negli anni successivi la stessa accademia e’ nata anche in Francia, Spagna, Belgio, Italia, Olanda, Germania, Svezia, Cile, Cuba, Messico, Brasile. Persino una strada a Buenos Aires e’ intitolata a lui…

    Lo abbiamo incontrato in occasione del Festival Internazionale di Poesia di Genova, una chiacchierata emozionante, un incontro di quelli che rimangono impressi.

    Horacio, che cos’e’ il tango e cosa rappresenta per lei?

    Il tango scorre nelle mie vene fin dalla nascita, definirei la mia vita come una specie di festival permanente. Credo di essere un uomo modesto, ma con una grande virtu’: l’armonia nel suo destino. E questa armonia si e’ materializzata con il tango. Uno dei valori fondamentali della mia vita e’ la liberta’, e per me il tango e’ un esercizio di liberta’ straordinario: e’ il profumo, il sapore, l’odore, e’ l’arte della sensualita’; il suo destino e’ quello di esprimere il lato confidenziale dell’esistenza e di ricondurci all’ istinto primordiale, che e’ la parte piu’ libera di noi stessi.

    Danza e poesia, due elementi predominanti nella sua vita, molto piu’ simili e vicini di quanto la gente creda. Quali sono i punti di unione che legano queste due forme d’arte?

    Simonide di Ceos, poeta dell’antica Grecia, disse “La poesia e’ musica che parla, un insieme di suoni che arrivano e si trasformano in parole, la danza e’ il corpo stregato dalla musica.” Nel tango sono due realta’ che convivono perfettamente, mosse dall’estetica e dal cuore.

    Quale e’ il suo rapporto con l’Italia e quale impressioni le ha suscitato Genova?

    Il mio bisnonno aveva origini italiane, come la mia compagna Lulu’, per cui il richiamo del vostro paese e’ sempre forte. Venni per la prima volta nel 1971, a Roma. In quegli anni molti artisti italiani recitavano le mie opere o volevano collaborare con me: Milva, Mina, Domenico Modugno. In passato ho firmato il documento per la nascita a Roma dell’Accademia nazionale italiana di Tango, un luogo in cui convivono arte e cultura, creazione e studio, artisti e professori. A Genova e’ la prima volta che vengo, mi ricorda un po’ Napoli. Il mare fa risplendere la terra di un luccichio inebriante.

    Manuela Stella

     

    Tratto da “LiberTango”, Horacio Ferrer:

    Mi libertad es tango que baila en diezmil puertos

    y es rock, mambo, es ópera y flamenco.

    Mi libertango es libre, poeta y callejero,

    tan viejo como el mundo, tan simple como un credo.

    De niño la adore’, deseándola crecí,

    mi libertad, mujer de tiempo y luz,

    la quiero hasta el dolor y hasta la soledad.

     

    La mia liberta’ e’ tango che balla in diecimila porti

    e’ rock, mambo, e’ opera e flamenco

    Il mio liberotango e’ libero, poeta e vagabondo,

    Cosi’ vecchio come il mondo, cosi’ semplice come un credo.

    Da bambino la adorai, crebbi desiderandola,

    la mia liberta’, madre di tempo e luce,

    la voglio fino al dolore e fino alla solitudine.

  • Esther Stocker, la solitudine dell’opera alla Galleria 44

    Esther Stocker, la solitudine dell’opera alla Galleria 44

    La solitudine dell'operaLa Solitudine dell’opera (Blanchot)” dell’artista Esther Stocker, alla sua terza personale in Italia.

    Artista   affermata   a   livello   internazionale,   Esther   Stocker   (Silandro,1974)   ha   esordito   dipingendo   quadri astratti bidimensionali basati sulla sovrapposizione di griglie ortogonali di linee e superfici bianche, nere e grigie.

    Negli anni la sua pittura è uscita dalla dimensione del quadro per andare progressivamente a ricoprire pareti, pavimenti, soffitti di gallerie, edifici e musei. Gli ambienti di Esther Stocker sono percorsi estetici, sensoriali   ed   interattivi   composti   da   strutture   reticolari   che   giocano   sulla   dialettica   tra   ortogonalità   e deviazioni, tra bianco e nero, tra spazio pittorico dell’opera e osservatore.

    Per gli spazi della Galleria Studio 44 l’artista ha creato due progetti site-specific: il lungo tunnel – in origine un vicolo del centro storico di Genova –   è dipinto completamente di bianco. Su questo sfondo una serie di segni neri rettangolari riempiono progressivamente lo spazio fino a trasformarlo in una sorta di corridoio virtuale   verso   qualcosa   di   sconosciuto  e   ignoto.  Nel  secondo   ambiente,   invece,   i   segni   pittorici  murali corrispondenti alla scritta “La Solitudine dell’opera” abbandonano la loro bidimensionalità e sotto forma di fili invadono   l’intera   stanza,   offrendo   al   visitatore   la   possibilità   di   mettersi   in   relazione   fisica   con   essi. Quest’ultimo, infatti, è invitato a muoversi liberamente all’interno delle installazioni per smascherarne le ambiguità dettate da una visione statica e bidimensionale.

    Il titolo della mostra allude ad un saggio di Maurice Blanchot, “La solitudine essenziale”  (in  Lo spazio Letterario, 1955). Secondo Blanchot la solitudine accomuna l’opera e l’artista: l’opera è solitaria perché nel momento in cui il lettore/visitatore vi accede diventa indipendente dal suo creatore e di per sé infinita. La perdita del controllo sull’opera spinge lo scrittore/artista in una condizione di assoluta solitudine che lo induce ad iniziare un nuovo lavoro, dando il via ad un infinito processo di “cominciamento”. “La solitudine dello scrittore, questa condizione che è il suo rischio, deriverebbe dunque dal fatto che egli appartiene, nell’opera,  a ciò che è sempre prima dell’opera. Attraverso di lui, l’opera ha luogo, è la fermezza del cominciamento, ma  egli  stesso  appartiene  a un tempo”.  Questa  concezione  riflette  le  fasi  del  processo  creativo  dell’opera dell’artista viennese: la fase progettuale in cui realizza alcune ipotesi di intervento; quella installativa in cui costruisce l’opera in base alle peculiarità dello spazio; infine il momento della fruizione, in cui essa viene completata dal visitatore che ne cambia in continuazione le relazioni, l’aspetto e il significato. La prima fase di questo processo è documentata in mostra dai 10 disegni preparatori realizzati dall’artista per gli ambienti della galleria. Questi progetti sono un interessante esempio di quante siano le possibilità di intervento e di trasformazione di uno spazio attraverso l’applicazione di differenti strutture reticolari. Dal 30 settembre al 12 novembre gli spazi della Galleria Studio44 cambieranno il loro aspetto diventando ambienti astratti e mimetici dal carattere effimero e veri e propri dispositivi percettivi per il visitatore.

     

    KO.JI.KU.  (Consorzio Giovani Curatori)

    L’Associazione   Ko.Ji.Ku,   formata   da   otto   laureati   e   laureandi   del   corso   di   Laurea   Magistrale   in   Storia dell’Arte   e   Valorizzazione   del   Patrimonio   Storico-artistico   dell’Università   di   Genova   (Roberta   Allesina, Rossana   Borroni,   Alberto   Fiore,   Francesco   Iacometti,   Daniela   Legotta,   Valentina   Liotta,   Silvia   Merlino, Alessandra Piatti) nasce nel luglio del 2008 con l’intento di promuovere la creatività giovanile attraverso l’organizzazione di manifestazioni ed eventi artistico-culturali. L’Associazione ha inaugurato la sua attività con la mostra La Grande Abbuffata: Scarti, Scorie, Sprechi. Risorse Energetiche?, tenutasi a Genova dal 9 al 29 giugno  2009 presso  l’Auditorium  dei Musei  di Strada Nuova.  Da febbraio 2010 collabora con la GalleriaStudio44. In questa sede ha presentato la personale di Jacopo Mazzonelli (a cura di Silvia Conta) e ha   curato   la   mostra  L’uomo   che   teneva   il   parcheggio  (10-30   Aprile   2010).   Ha   partecipato   ai   Rolli Contemporanei (8-9 maggio 2010) presentando presso il Palazzo Giorgio Centurione l’installazione  New York Simphony del Rossoscuro Design.

     


     

  • Che cos’è una “pomba bianca”? Benzina senza multinazionali

    Che cos’è una “pomba bianca”? Benzina senza multinazionali

    Pompa bianca di benzinaQuesta estate, in previsione del massiccio flusso di automobili sulle strade italiane, il presidente del Codacons Carlo Rienzi ha scatenato la rivolta: “Siamo schifati dalle continue speculazioni sulla benzina, stranamente ora che arriva l’estate i prezzi si alzano… Invito tutti gli italiani a boicottare i distributori delle grandi multinazionali del petrolio, utilizzate le pompe bianche!” Le pompe bianche… Eh che roba è?! Avranno detto in molti… soprattutto dalle nostre parti.

    E’ un fenomeno nato in Italia, si tratta di distributori di benzina che non appartengono a nessuna multinazionale, “cani sciolti” si direbbe in gergo, liberi quindi di praticare prezzi più bassi.

    Piccoli imprenditori che solitamente riscono a gestire uno o massimo due impianti, acquistando direttamente il carburante senza passare dalle multinazionali riuscendo così a spuntare il prezzo di vendita finale. Dai 5 ai 10 euro di risparmio su ogni pieno di benzina, 5-6 centesimi al litro.

  • Scarichi abusivi nei torrenti di Pegli, stabilimenti a rischio

    Scarichi abusivi nei torrenti di Pegli, stabilimenti a rischio

    Lungomare di PegliL’obiettivo del Comune di Genova è quello di recuperare al più presto la balneazione nel tratto di litorale di Pegli per consentire a tutti, anche ai più anziani e ai bambini, di poter godere di un tratto di costa incantevole, da troppo tempo ostaggio di inquinamento, industrie e porto.

    E per riuscirci è necessario eliminare in maniera definitiva il problema degli scarichi abusivi che riversano nei torrenti della delegazione, e quindi in mare, le acque nere di alcuni caseggiati.
    A denunciare la situazione è stato il titolare dei Bagni Doria “Da tre mesi l’odore che sale dalla foce del rio Rexello è insopportabile e diventa ancora più forte quando le correnti marine non consentono il ricambio delle acque – racconta Vincenzo Epifanio – ho già fatto diverse chiamate a Mediterranea delle Acque ma il problema non è stato risolto”. Secondo Epifanio gli operai vengono e tolgono l’otturazione ma il giorno dopo tutto torna come prima. E lavorano di notte per non mostrare ai bagnanti la sporcizia e i liquami che scaricano in mare. Il danno economico per lo stabilimento che ha una terrazza ristorante proprio sopra la foce del torrente è notevole.

    L’adiacente hotel Miramare subisce le stesse conseguenze e varcando la soglia della portineria si sente subito lo sgradevole odore che penetra dalle finestre aperte. Il Municipio si schiera dalla parte degli imprenditori e ha chiesto a gran voce a Mediterranea delle Acque di eseguire controlli approfonditi sulle fognature del quartiere.

    “L’anno scorso durante i lavori per il rifacimento e la copertura del rio Rexello sono stati scoperti degli allacci irregolari alla rete fognaria – conferma Avvenente – ma sono necessari degli interventi anche per il rio Archetti e il rio Rostan di Multedo”.

    Alcune operazioni sono già state realizzate congiuntamente con il Comune e Mediterranea delle Acque, come il nuovo collettore di Multedo e la sistemazione del depuratore di Pegli. Una volta realizzati gli interventi sui collettori andrà affrontato il problema più critico, quello degli allacci abusivi. “Chiederemo che venga fatta una campagna di sensibilizzazione per incentivare le verifiche degli allacci – continua il presidente – ogni singolo amministratore di caseggiato dovrà dimostrare di essere allacciato regolarmente alla rete. E nel caso non fosse in regola gli sarà dato il tempo necessario per mettersi a norma, ma qualora non lo facesse dovranno scattare pesanti sanzioni”.

    Ma per raggiungere l’obiettivo balneazione queste misure saranno sufficienti ? “Dalle analisi realizzate periodicamente dall’Arpal risulta che l’inquinamento chimico non è più presente nelle acque di Pegli – dichiara Avvenente – oggi il problema è l’inquinamento batteriologico direttamente riconducibile alla presenza di scarichi fuorilegge”. Eliminata questa pratica nociva il mare di Pegli potrebbe finalmente tornare accessibile a tutti.

    Matteo Quadrone

     

  • Telecamere satellitari: il progetto dell’Unione Industriali di Roma

    Telecamere satellitari: il progetto dell’Unione Industriali di Roma

    Telecamera satellitareTelecamere satellitari: un’iniziativa prevista in futuro in tutte le aree metropolitane del Paese. E’ il progetto dell’Unione Industriali di Roma, si tratta di un sistema di controllo del territorio che unisce i dati satellitari con le immagini delle telecamere di videosorveglianza.

    Dallo spazio verranno effettuate “zoomate” sistematiche sul territorio ed eventuali anomalie saranno trasmesse al sistema visivo che inquadrerà il campo e fornirà due tipi di supporto: un quadro generale di ciò che sta accadendo e una prima valutazione dell’evento affidata ad un programma informatico in grado di riconoscere se un uomo che corre fa jogging, oppure ha il tipico comportamento di una persona in fuga. Fantascienza, sistemi che fino a qualche anno fa appartenevano esclusivamente all’immaginario di chi nel 1966 perdeva le sue serate davanti a “Star Trek”.

    Il sistema fornirà informazioni così chirurgiche che permetteranno di valutare velocemente e poi calibrare gli interventi delle forze dell’ordine.