Autore: erasuperba

  • Mac, icona Textedit: la “lettera nascosta”, il messaggio di Apple

    Mac, icona Textedit: la “lettera nascosta”, il messaggio di Apple

    La lettera dell'icona di TexteditL’icona di Textedit del vostro Mac nasconde un messaggio e ingrandendola al massimo delle possibilità scoprirete la “lettera nascosta” di Apple.

    Si tratta di una lettera scritta in lingua inglese firmata da un tale John Appleseed che scrive ad una non meglio precisata Kate. Ma chi è il sig. Appleseed?? E’ uno pseudonimo usato da Apple per la presentazione di prodotti, tutorial di posta, ecc. Si tratta di un omaggio a John Chapman, un pioniere della storia americana morto nel 1845… Ebbe il grande merito di introdurre in gran parte dell’America del nord la pianta della mela… E, come si suol dire, i conti tornano!

    Il testo della “lettera nascosta” tradotto in italiano:

    Cara Kate, ecco uno dei pazzi. Uno dei disadattati. Dei ribelli. Gli imbroglioni. Le caviglie rotonde nelle scarpe quadrate. Gli unici che vedono il mondo diversamente. Loro non sono amanti delle regole. E loro non hanno rispetto per le condizioni sociali. Tu puoi elogiarli, puoi essere in disaccordo con loro, citarli, non credere in loro, glorificarli o disprezzarli. Ma l’unica cosa che tu non puoi fare è ignorarli. Perchè loro cambieranno le cose.

  • Marketing sensoriale: l’olfatto può indurre all’acquisto

    Marketing sensoriale: l’olfatto può indurre all’acquisto

    Olfatto e Marketing sensorialeSi chiama marketing sensoriale, consiste nell’ associare a un prodotto o a un brand un determinato odore piacevole, in modo da “addolcire” l’incosciente compratore.

    Ricerche scientifiche confermano ormai che la memoria olfattiva richiama i ricordi vissuti e influenza l’individuo a ripetere l’esperienza odorosa per godere nuovamente delle medesime emozioni positive: si dice “apprendimento associativo” fra odori e significato cui la persona li associa. Inoltre, quella legata agli odori, è di gran lunga la memoria più persistente.

    Per questo motivo il consumatore riesce a stabilire nell’immediato il rapporto tra un odore e il prodotto che lo identifica. Gli esempi sono moltissimi. Pensiamo a Sony che nelle sue trentasei boutiques elettroniche diffonde un aroma di mandarino e vaniglia o gli hotel Sheraton, che curano i clienti con odore di gelsomino, chiodo di garofano e fico.

    In America, nei grandi magazzini Bloomingadale’s, in ogni reparto viene diffuso un aroma diverso, talco nell’area neonati, cocco nel reparto mare.

    Ma esistono anche casi di insuccesso, come Got Milk, realizzata dal California Milk Board. La campagna pubblicitaria prevedeva l’affissione di poster profumati a tutte le fermate dell’autobus, ognuno che emanasse un forte odore di biscotti al cioccolato. Ma il governo americano ha ritirato i poster immediatamente, creando danno economico all’azienda, queste le motivazioni “… L’odore dei biscotti spinge le persone a consumare dolci e merendine e in più può creare problemi ai soggetti allergici“. Segno di quanto l’argomento sia preso sul serio aldilà dell’oceano.

    La guerra dei brand si arricchisce dunque di una nuova battaglia, quella dell’olfatto, un ramo del marketing destinato a grande sviluppo in futuro. Sul mercato vi sono già moltissime aziende specializzate nella creazione di essenze ma anche nella diffusione della fragranza ideale, perché se l’odore è buono ma non viene diffuso nel modo giusto rischia di non catturare l’attenzione. Esistono persino apposite penne USB in grado di ospitare il profumo prescelto e che possono diventare un gadget distintivo. Sono poi disponibili diffusori professionali in grado di veicolare flussi d’aria con una copertura fino ai 1000 metri quadrati con durata e intensità regolabili. In America, inoltre, esiste il fragrance designer, esperto di fragranze e studioso di profumi, una figura professionale già richiesta da moltissime aziende. Quando avere il naso per gli affari non è più soltanto un modo di dire.

  • Croazia: Spalato, isola di Vis e baia Duboka

    Croazia: Spalato, isola di Vis e baia Duboka

    Spalato
    La città di Spalato in Croazia

    Arriviamo alle 6 del mattino, esausti e un po’ intristiti per gli insulti che abbiamo dovuto sopportare: sembra tutto il bus sia contro di noi, Mirko sostiene sia dovuto al suo accento serbo… d’altronde non sono passati molti anni dalla fine della guerra, la tensione è ancora forte e i serbi sono i più odiati.

    A Split (Spalato) fa caldissimo già alle prime ore dell’alba, poi la sera la temperatura si abbassa leggermente e il lungomare si riempie di artisti di strada. Il giorno dopo siamo sull’isola di Vis, nominata quest’anno dall’Unesco isola più bella del mondo… Fa impressione che fosse una base militare, addirittura pensare che in questi posti ci fosse la guerra, non si direbbe, se non fosse per l’astio che a volte si riscontra nei croati verso i serbi o nei montenegrini verso i croati. Vis è rimasta chiusa al turismo per più di 50anni e per questo è un gioiellino, conserva la sua bellezza naturale e selvatica. Baie e scorci mozzafiato, acqua cristallina, tradizionali case balcaniche di pietra grigia, distese di vite, frutta, alberi e ortaggi. Ci accampiamo nel giardino di un amico e facciamo il bagno al tramonto; bottiglia di vino e formaggio per godere di un cielo stellato limpidissimo dalle mura di una casa fantasma (chissà se bombardata o semplicemente abbandonata?).

    Lunghe camminate sotto il sole cocente per arrivare a minuscole baie nascoste e paradisiache, come Duboka; svegliarsi all’alba e fare il primo bagno nel silenzio del mattino con le suore che si affaccendano verso il monastero; raccogliere per strada prugne, more e fichi in una giornata di pioggia… Domenica sera si torna a Split. A cena non posso non sorridere alla esilarante traduzione del menù: pasta verde con conchiglie sarebbero gli spaghetti ai frutti di mare!

    Un altro viaggio notturno in bus: Split – Dubrovnik, partenza alle 2.30. Arriviamo alle 7. Vaghiamo per le strade ancora deserte della città vecchia, le stesse che in poche ore si colmeranno di turisti. Bagno e caffè (il caffè è buono in Croazia!). L’acqua è di un blu molto più scuro: ci stiamo infatti avvicinando al Montenegro, Crna Gora, vuol dire proprio monte nero, roccia scura.

    La stanchezza incombe, il caldo soffoca, mi addormento su una panchina e al risveglio mi ritrovo in una casa incredibile, scavata nella roccia a picco sul mare, stanze su livelli sfasati, labirinti di cunicoli, tutta in bianco e arredata da pezzi d’arte unici. Un pranzo delizioso imbandito sulla terrazza: cevapcici e pljeskavice (specialità locali di carne), punjene paprike, una specialità di origine turca fatta di peperoni ripieni di carne al sugo, pasta, insalata, e poi palacinki sa slatkim sirom (tipo crepes, di provenienza Austro-ungarica) e caffè turco. È la casa di Ja- goda Buic, un’artista ottantenne di una certa fama che lavora con tessuti e scenografie di teatro. Ci convince a restare la notte: come poter rifiutare spiaggia privata e camera con bagno tutta per noi dopo notti insonni su spiagge sassose e scomodissimi viaggi in bus?

    Morena Firpo

  • 8xmille alla Chiesa Cattolica, veniamo presi in giro?

    8xmille alla Chiesa Cattolica, veniamo presi in giro?

    8 x milleCon l’8 per mille alla Chiesa Cattolica avete fatto molto, per tanti.” Facendo un po’ di zapping in TV, mi è accaduto spesso di imbattermi in questi messaggi di ringraziamento.

    Sarà che io sono caustico e sfiduciato, particolarmente nei confronti della Chiesa, ma gli spot di questo tipo, a metà fra Amnesty International e Mulino Bianco, non mi sono mai piaciuti. Per non so quale spirito contraddittorio ho deciso di informarmi, e qui cerco di riassumere i dati di una labirintica e intricata ricerca.

    La prima fonte in cui mi sono imbattuto è niente meno che Attilio Nicora, cardinale, presidente dell’amministrazione della Santa Sede, intervistato da Paolo Mondani. Quando il giornalista chiede come venga distribuito il ricavato dell’8 per mille, la risposta è “Oggi le ripartizioni sono pressappoco 20% per la carità, in Italia e nel terzo mondo, 35% per il sostentamento del clero, e 45% per le esigenze di culto”. Però! Inizio a visualizzare le facce dei destinatari.

    A questo punto, insospettito, faccio un giro nel sito ufficiale dell’8 per mille (www.8xmille.it), e, come sospettavo, i risultati sono poco incoraggianti. Mi perdonino i lettori se mi imbarco in enunciazioni di cifre e di percentuali, ma è necessario.

    Ecco come vengono ripartiti i soldi dal 1990 al 2010:

    dati in milioni di euro 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999
    ASSEGNAZIONI TOTALI 210 210 210 303 363 449 751 714 686 755
    INTERVENTI NAZIONALI 21 36 39 43 58 106 206 214 187 253
    Edilizia di culto 15 23 26 30 38 65 74 77 73 76
    Culto e pastorale 4 9 9 10 15 36 75 80 69 111
    Beni culturali 52 52 41 62
    Carità 2 4 4 3 5 5 5 5 4 4
    DIOCESI ITALIANE 28 38 38 52 54 77 186 186 186 186
    Culto e pastorale 18 23 23 31 33 46 118 118 118 118
    Carità 10 15 15 21 21 31 68 68 68 68
    “TERZO MONDO” 15 26 28 30 39 65 72 72 62 65
    SACERDOTI 145 108 103 177 212 201 287 241 249 250
    dati in milioni di euro 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010
    ASSEGNAZIONI TOTALI 643 763 910 1.016 952 984 930 991 1003 967 1067
    INTERVENTI NAZIONALI 122 205 292 332 322 346 274 303 295 297 341
    Edilizia di culto 54 83 120 130 130 130 117 117 117 122 125
    Culto e pastorale 58 81 107 122 92 116 64 88 80 80 106
    Beni culturali 3 26 50 50 70 70 63 68 68 65 65
    Carità 7 16 30 30 30 30 30 30 30 30 45
    DIOCESI ITALIANE 183 203 225 225 230 240 240 250 250 246 253
    Culto e pastorale 118 134 150 150 150 155 155 160 160 156 156
    Carità 65 69 75 75 80 85 85 90 90 90 97
    “TERZO MONDO” 54 65 70 80 80 80 80 85 85 85 85
    SACERDOTI 284 290 308 330 320 315 336 354 373 381 358

    Ecco fatto, basta poco per capire quanto, ancora una volta, veniamo presi in giro.

    Se qualcuno di voi, dopo aver letto queste cifre, decidesse di non destinare l’8 per mille alla Chiesa Cattolica, faccia bene attenzione.

    In Italia c’è un meccanismo che viene chiamato proiettivo, cioè il numero dei fedeli che fa un’opzione decide per tutti quelli che l’opzione non la fanno: circa il 60 per cento degli italiani non compie alcuna scelta. Ma questa parte di 8 per mille viene lo stesso redistribuita proporzionalmente tra tutti i soggetti. Così la Cei (Conferenza Episcopale Italiana), alla fine, si trova a ricevere quasi il 90 per cento del totale.

    Fantastico, vero?

    Marco Topini

  • UFO: le ombre del Rapporto Cometa

    UFO: le ombre del Rapporto Cometa

    Ufo e extraterrestriPersino la Santa Sede ha per così dire “messo le mani avanti”, arrivando a dire che l’eventuale esistenza di extraterrestri sarebbe compatibile con l’esistenza di Dio. Perché, dunque, l’ipotesi UFO sembrerebbe godere di tutta questa credibilità?

    La spiegazione sta nel fatto che moltissimi degli avvistamenti di apparenti veicoli alieni sono stati fatti da militari preparati e credibili. Ecco perché i vari organismi di difesa nazionale sono da tempo in allerta. E le loro inchieste possono anche consegnarci risultati sconcertanti… Eccone un esempio.

    Di recente a Parigi mi è capitato fra le mani un rapporto del 1999 richiesto all’Istituto di Alti Studi per la Difesa Nazionale dall’allora presidente della Repubblica francese Jacques Chirac. Nulla di segreto, sia chiaro: si tratta di un documento già pubblicato, conosciuto come rapporto Cometa, che potete scaricare facilmente da internet. Eppure già il titolo è inquietante: «Gli UFO e la Difesa: a cosa bisogna prepararsi?».

    Si esordisce poi con questa frase: “L’accumulazione di osservazioni ben documentate fatte da testimoni credibili obbliga ormai ad affrontare tutte le ipotesi sull’origine degli Oggetti Volanti Non Identificati, gli OVNI, e in particolare l’ipotesi extraterrestre” (p. 8). Segue la presentazione di alcuni casi inspiegabili, testimonianze e dati raccolti, si fa il punto sulla ricerca, si fanno varie ipotesi, si valutano le implicazioni strategiche, quelle scientifiche e persino quelle politiche e e religiose.

    E si conclude con affermazioni molto forti: “Questi studi dimostrano la realtà fisica quasi certa di oggetti volanti del tutto sconosciuti, impressionanti per le performance di volo e per il silenzio. […] Una sola ipotesi rende sufficientemente conto dei fatti e non fa appello, essenzialmente, che alla scienza di oggi: quella di visitatori extraterrestri” (p. 86).

    Andrea Giannini

  • Fuckbook, il facebook degli incontri sessuali

    Fuckbook, il facebook degli incontri sessuali

    sesso-fuckbookFacebook è diventato talmente popolare da poter essere considerato una rivoluzione comunicativa pari quasi a quella dell’avvento dei telefoni cellulari di fine anni ’90. Anche il celebre cartone animato South Park ha recentemente ironizzato sulla creatura di Mark Zuckerberg in una puntata dall’eloquente titolo “You Have 0 Friends”.

    Nel determinare questo grande successo quanto è stata importante la componente “conoscere persone dell’altro sesso“?

    Già con MSN, Meetic e Myspace avevamo cominciato a familiarizzare con profili femminili e maschili piacevoli e spesso provocanti. Facebook si colloca su questa scia. Mettersi in mostra sfoggiando il lato migliore di sé stessi aiuta non solo nelle amicizie, ma anche negli incontri con persone dell’altro sesso. Anzi, deve essere proprio sulla base di questo presupposto che, in barba a tutti i bei discorsi di sociologi moralisti, qualcuno deve essersi chiesto: ma perché non fare un sito dove si va direttamente al sodo?

    Si può anche ragionarla da un’altra angolazione: oltre a Facebook, qual’è quella cosa che da sempre impazza su internet? Ovviamente la pornografia. Pertanto, perché non mettere insieme le due galline dalle uova d’oro? E difatti sono sorti decine di siti internet che si ispirano all’interfaccia di Facebook e promettono veri incontri sessuali. Il nome era già ovvio ed è tutto un programma: “Fuckbook“.

    Abbiamo quindi, oltre a www.fuckbook.com, anche il .net, il gofuckbook, l’hotfuckbook, eccetera. Esistono anche nomi un po’ più vari, come seekbang o adultfriendfinder, ma il principio è lo stesso: conoscere persone con cui fare sesso. Niente amicizie da creare, niente storie da raccontare, niente cene fuori: si va subito a letto.

    Uno degli ultimi arrivati è Gleeden, pensato esplicitamente per i tradimenti extraconiugali! So cosa vi state domandando: funzionano? Non lo so perché non li ho mai provati (e lo dico anche per rassicurare il mio ragazzo…); però spulciando un po’ su internet vengono fuori anche storie di prostitute in cerca di clienti, di falsi profili attraverso i quali connettersi ai computer delle vittime e trafugare i dati personali…

    Insomma: qualche controindicazione c’è. Senza parlare poi di tutti i discorsi che ci potrebbero ricamare sopra i sociologi e gli psicologici! Ad esempio: è la fine del maschio latino, del Casanova nostrano che vede il fascino più nella conquista che nel fine pratico? Ai posteri l’ardua sentenza. Io ne dubito.

    Matilde Gomez

  • “Realtà aumentata”: di cosa si tratta?

    “Realtà aumentata”: di cosa si tratta?

    Realtà AumentataSi tratta di una particolare tecnologia digitale, utilizzata da principio in ambito militare e medico, che è diventata familiare a chiunque possieda un semplice – per quanto costoso e ambito – iPhone. Tra le tante utilità di questo apparecchio, ne esiste una – per esempio – con la quale si può fare questo: semplicemente puntando la videocamera interna sulle strade nelle quali ci troviamo, sullo schermo vedremo apparire non solo l’immagine della realtà che stiamo osservando, ma anche dei pop-up in sovrimpressione, aggiunti dal programma, con le indicazioni delle stazioni metro più vicine e le relative distanze.

    Visualizzare la realtà più informazioni digitali: ecco la realtà aumentata.

    Le applicazioni sono molteplici. Un apparecchio in grado di utilizzare la tecnologia della augmented reality può permettere di visualizzare le informazioni dei social network sovrapposte alla realtà, ritrovare la macchina che abbiamo parcheggiato, taggare virtualmente i luoghi in cui passiamo, cercare hotel, pub e ristoranti. Tutto questo tralasciando le possibilità di cui già si avvalgono i medici che operano, per esempio, in interventi di chirurgia minimamente invasiva.

    Se ancora non avete capito di cosa si tratti, o semplicemente avete voglia di farvi stupire, andate a visitare siti come “http://ge.ecomagination.com/”  “http://www.boffswana.com/”. Vi basta una stampante e una webcam per vedere la realtà aumentata comparire magicamente… su di voi!

    Andrea Giannini

  • Storia di Genova: San Francesco d’Albaro

    Storia di Genova: San Francesco d’Albaro

    Albaro, villa Saluzzo Bombrini

    Oggi quartiere residenziale  non distante dal centro cittadino, un tempo la collina di San Francesco d’Albaro era luogo di villeggiatura delle nobili famiglie genovesi. Le sue creuze chiamate “strade della solitudine” sono state percorse da personalità artistiche del calibro di Byron, Dickens, Nietzsche, Corazzini, Gozzano, De Andrè e Firpo.

     

     

     

    Genova e dintorni, la guida online

     

    La storia di Albaro e San Fruttuoso – vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

     

     

     

  • Intervista a Bruno Rombi, scrittore e poeta

    Intervista a Bruno Rombi, scrittore e poeta

    Il poeta Bruno Rombi
    Il poeta Bruno Rombi

    Bruno Rombi, genovese d’adozione, è appena rientrato dal suo ultimo viaggio in Francia, ospite della manifestazione “Poésie et Gastronomie“. Letteratura ed arte culinaria ai massimi livelli, con la forte partecipazione di un pubblico attento ed interessato.

    Per una settimana i  più noti ristoranti della zona (“Au Fil de l’O” a Vieille Chapelle,  “Le Départ” a a Bethune, “La Chartreuse du Val St Esprit”, a Gosnay e “L’erge du Donjon” 2 a Fresnicourt le Dolmen) hanno proposto un Menù speciale  in onore del poeta, che ha letto i suoi versi in italiano e in francese ed incontrato gli studenti di alcuni licei della Regione, dialogando sulla poesia.

    Bruno Rombi, varie volte ospite d’onore in Festival e convegni, ha  pubblicato 5  volumi in Francia in edizione bilingue e recentemente “Fragments de lumière”, una raccolta di 40 poesie scritte da lui direttamente in francese e presentate l’anno scorso, a maggio, al Mercato della Poesia di Bordeaux.

    Rombi, come mai è tanto amato in Francia?

    Forse per la coerenza con cui svolgo il mio lavoro di traduttore e di amante della poesia francese… In Francia mi è stato detto che ciò accade anche per una sorta di “contrasto indiretto” che viene avvertito, tra alcune mie caratteristiche letterarie e, perchè no, caratteriali ben precise e l’attuale “idea” del Belpaese in circolazione…

    Lei porta, quindi, in un certo senso, un contributo di Italianità… “altra” in Francia?

    É ciò che spero, nel senso migliore della parola, dato che anche in Francia giungono notizie sul nostro paese non troppo edificanti.

    Che cosa l’ha colpita di più del suo tour transalpino?

    Constatare con quanta cura i professori di due licei avevano preparato i loro allievi all’incontro con me e le domande poste dai ragazzi, realmente interessati ed interessanti. Ma anche il desiderio di alcuni avventori in vari locali, di leggere le mie poesie in pubblico.

    Ha la sensazione di essere più apprezzato all’estero?

    Sicuramente. Non a caso ricevo inviti continui dall’estero ed i miei libri vengono  tradotti in mezzo mondo (in 16 lingue, ad oggi), cosa che peraltro mi dà una grande gioia e non finisce di sorprendermi. Ad esempio proprio ieri ho appreso che il mio poemetto “Tsunami” (del 2005), verrà tradotto in spagnolo.

    Che cosa le ha lasciato questa  esperienza?

    Sicuramente m’ha impressionato la serietà con cui i francesi si occupano di una questione così “superflua”, com’è da noi considerata la poesia. Pensi, la struttura organizzativa, Maison de la Poesie, oltre alla Direttrice, ha quattro dipendenti stabili. Impensabile, dalle nostre parti.

    Stefano Bruzzone

  • Tegras 2011: il “teatro educazione” nelle scuole genovesi

    Tegras 2011: il “teatro educazione” nelle scuole genovesi

    Tegras, il teatro educazioneNei prossimi giorni prenderà il via la sesta edizione della rassegna Tegras – Teatro Educazione,  rivolta alle scuole genovesi, organizzata  dal Comune di Genova-Assessorato alla Cultura in collaborazione con le compagnie teatrali Akropolis, la Chiascona, Officine Papage e Teatro dell’Ortica.

    La partecipazione è altissima, nonostante la crisi economica e i ripetuti tagli alla cultura e al mondo della scuola. Oltre 1200 giovani– 32 le scuole coinvolte – calcheranno per tutto il mese di maggio il palcoscenico di cinque Teatri (Teatro Govi, Teatro degli Emiliani, Teatro dell’Ortica, Teatro Akropolis e Teatro della Tosse) dando vita, con la loro creatività e la loro voglia di esprimersi, ad una grande festa e ad un momento di riflessione sulla scuola e sulle modalità di “fare scuola”. Si tratta, per numeri e prestigio, di una delle più importanti rassegne dedicate alle scuole sul territorio nazionale.

    Si parte martedì 10 maggio al Teatro Govi di Genova Bolzaneto, con la prima fase delle rassegne territoriali, per spostarsi al Teatro degli Emiliani di Nervi e poi all’Auditorium Allende di Molassana per finire al Teatro Akropolis di Sestri Ponente; in tutto 28 spettacoli per una vera e propria “invasione” teatrale.

    Concluderà la grande kermesse del Teatro Educazione di Genova, la seconda fase della rassegna, che si svolgerà al Teatro della Tosse dal 6 all’8 giugno dove verranno riproposti alcuni degli spettacoli delle rassegne territoriali e alcuni dei progetti della rassegna parallela TEGRAS Università. Saranno presenti anche gli spettacoli segnalati dalla Rassegna di teatro-scuola di Borgio Verezzi.

    Tegras Università è la sezione speciale dedicata alle esperienze di Teatro Universitario, nata lo scorso anno, ma che sta registrando numeri importanti: 5 compagnie di universitari di tutte le facoltà saliranno sul palco di Teatro Akropolis il 26 e il 27 maggio per una full immersion di teatro.

    Tegras Università si configura come “percorso di lavoro” e non solo vetrina di spettacoli; i ragazzi hanno potuto incontrare, in stage didattici organizzati durante l’anno, importanti e qualificati professionisti come Michela Lucenti di Balletto Civile con un laboratorio sul movimento e la danza, e Massimo Munaro del Teatro del Lemming, che ha messo a disposizione la sua esperienza e la sua competenza. Questa sezione speciale della rassegna è patrocinata dall’ Università di Genova e da ARSSU Liguria.

    Un mese intero – dunque – di lavoro che vedrà i ragazzi protagonisti assoluti della cultura cittadina. L’iniziativa, che conferma il crescente interesse per il teatro-scuola da parte delle scuole genovesi e vuole sottolineare ancora una volta l’importante valenza educativa e formativa dell’attività teatrale, non è solamente una rassegna di spettacoli, ma un vero e proprio percorso sul Teatro Educazione che si sviluppa durante tutto l’arco dell’anno: quest’anno infatti sono stati attivati tra marzo e aprile due percorsi di formazione per gli insegnanti sul Teatro Educazione divisi in due livelli – generale ed avanzato – in modo da abbracciare le diverse esigenze e i differenti percorsi degli insegnanti; la partecipazione è stata molto importante ed ha visto più di 40 insegnanti mettersi alla prova.

    Da parte degli organizzatori un grosso lavoro e molta attenzione sono stati posti, oltre che sul fare teatro, anche sul vedere, spingendo i ragazzi a vivere non solo attivamente quest’esperienza, ma anche ad assistere agli altri spettacoli, nell’ottica dell’apprendimento, dello scambio, del confronto positivo, della formazione di nuovo pubblico e della festa.

    Gli organizzatori – Comune di Genova-Ufficio Cultura e Città, Teatro Akropolis, Officine Papage Compagnia Teatrale, La Chiascona Associazione Culturale e Teatro dell’Ortica – hanno voluto riconfermare e non perdere, nonostante i sensibili tagli, il lavoro svolto negli anni precedenti. Esempio concreto di come realtà teatrali, artisticamente diverse e con una propria specifica identità, riescano a collaborare attivamente in un progetto comune.

    L’ingresso a tutti gli spettacoli è libero

     

  • Bangkok: quattro giorni in Thailandia

    Bangkok: quattro giorni in Thailandia

    il mercato di BangkokGodo a dondolarmi in queste strade, alle cui intersezioni minori si scovano sempre anfratti pieni di attività: sozzi e neri banchi di frutta e verdura e bettole.

    Ogni giornata trascorsa a Bangkok assume un tema, nel giorno dei mercati di strada ho visto ghetti speziati e puzzolenti sarebbe più esatto, col tetto di eternit (amianto), che neppure potrebbero ambire a gareggiare col bazar di Istanbul dalle luci ammaliatrici, il budello stregato che trae il visitatore nel proprio stomaco come le Sirene traggono Ulisse alla deriva.

    Ma Chaina-town (anche qui) fa strabuzzare gli occhi: merci indicibili e tipi umani senza aggettivi… l’unica mia tentazione è stata una mela, una Nashi, sembra una mela, ma sa di pera, è tipica dell’estremo oriente (in Italia oggi la coltivano gli stessi coltivatori del kiwi), ma era più cara di quanto mi aspettassi, più che in Italia (una cosa genuina che una volta tanto volevo) e la donna al banco di frutta non conosceva l’inglese (incredibile, bellissimo, ma dove sono?).

    E’ l’eternità di questi bizzarri mercati che mi ha colpito. Essa è in quella vigoria salmastra; quella rituale, rozza industriosità; quella strenua ostentazione. Anche di fronte agli spettacoli raccapriccianti, cimiteri e galere di animali condannati a morte, alle straordinarie esposizioni delle rosticcerie che cucinano veramente tutto, il ribrezzo per la barbarie umana cede all’eccitazione suggerita dal fervore dell’uomo medesimo.  Le tartarughe e i pesci sono vivi nelle loro vaschette piene d’acqua e vivi finiranno in pentole d’acqua bollente: ingredienti principali di prelibati brodi.

    Credo che dovrò aspettarmi scene peggiori al mercato del fine settimana. ( Sarà un vero museo degli orrori). La curiosità mi rende predatore di questi luoghi, gironi infernali, e il loro fascino è indubbio ma macabramente disgustoso. Se non fossi profondamente ammaliato dalla vivacità del commercio, rifiuterei sicuramente di visitarli. ( Ma per cos’altro venire a Bangkok allora?)

    Girovago, mi fan sorridere i tanti sedicenti lavoratori, muratori, forze dell’ordine…che vedo sempre e costantemente, a qualsiasi ora passi loro davanti, seduti con una ciotola fra le mani; addirittura ho visto un militare che pescava. Qui sono tutti un po’ così, di faticare la voglia è poca, si fa tutto con calma, coi tempi che ognuno si sente; però, sempre sorridendo.

    Peccato la loro amicizia non sia mai disinteressata: mi è successo per giorni di fermarmi con una persona a chiacchierare. Sono loro a fermarti e ti “attaccano una enorme pezza”, partendo da impensabili loro passioni per l’Italia e/o altro, ti danno informazioni turistiche e alla fine ti guidano verso il loro negozio, ti chiedono se vuoi acquistare qualcosa. Vorrei avere un’altra faccia, una per ogni Paese straniero in cui vado, mai avere scritto sul volto: “ Turista! Albero della cuccagna!”.

    In quattro giorni, sbattendosi, di Bangkok si vede praticamente tutto quel che di notabile c’è da vedere. Io sono andato sempre a piedi, così osservando persone, incroci, crocicchi e quartieri, tanto da imparare la loro effettiva posizione, anche in relazione a tutto il resto: solo, così è mia idea, si può dire di conoscere una città, se realmente è sufficiente.

    A questo punto, quando hanno visitato la capitale, i turisti solitamente si spostano a sud, nelle sopraffine spiagge del Siam. Io sono rimasto a improvvisare alti sei giorni.

    Mi sono addentrato in vicoli, nei quali, forse, un turista non dovrebbe entrare. Un turista non vorrebbe vedere il dietro le quinte di tutto il tramestio delle strade principali, delle bancarelle che su quelle strade sono a suo servizio: i laboratori sporchi e spartani, privi di norme, dove fanno il ghiaccio, fanno tessuti…  li ho visti raccogliere l’acqua piovana, ah quanto mi piace la pioggia!

    L’acquazzone è piombato all’improvviso su di noi, tremendo, tropicale, tutta l’acqua del cielo si è riversata quaggiù e ha sciacquato ogni brusio, spezzato ogni attività… tutto è finito con la pioggia.

    Le strade ingombre di merci di Bangkok sono molto più piacevoli dell’acquitrinoso e turistico Floating Market (vedi note). Sui marciapiedi di queste strade centrali si aprono dei veri e propri mercatini al coperto (dal sole).

    Si potrebbe meditare l’ipotesi, pensavo, di trasferirsi da queste parti, non fa per me, ma chiunque fosse interessato, con 20.000 euro qui si è signori e si può vivere in una reggia. In questo Paese la benzina costa dai 25 ai 31 Bath, cioè dai 50 ai 60 centesimi; l’acqua e la frutta sono le uniche cose essenziali per vivere e abbondano. Per me è troppo caldo e non voglio essere un signore, per di più, l’ignoranza che questa gente ha dell’igiene e, soprattutto, dell’inquinamento, credo, alla lunga, metterebbe a repentaglio la salute di qualunque occidentale. È la loro povertà, questa ignoranza.

    Vivono ancora come in campagna, nella giungla, senza tener conto degli effetti nocivi dei fumi dell’industria e delle macchine, dello smog, della spazzatura, del petrolio e dei suoi derivati… Per fortuna ho smesso di fumare le mie Lucky Strike: sto vivendo da un mese nei luoghi più inquinati della terra!

    Ho studiato lo smog della città che, quando essa aspetta la pioggia e le nuvole grigie comprimono il cielo, è aggressivo e insostenibile sulla pelle che brucia.

    Mi dismaga vedere che sì tante sono le malformazioni in terra d’Asia: io che pensavo che le creature mostruose appartenessero al mito e nascessero dalla fantasia di grandi fautori di storie, scopro queste creature esistere davvero, nei luoghi esotici di cui narrano le fiabe e le novelle.

    Ed è incredibile guardare quello che gli abitanti di questa città sanno fare: sono una catena di montaggio, in ogni quartiere si sviluppa un mestiere, in ognuno un diverso settore delle riparazioni e del recupero, dai miocrocip, al legno, alle stoffe.

    Recandomi al mercato di fine settimana di Chatuchak sento i lamenti degli animali. Al mercato trovo lo scempio che mi aspettavo: oltre vestiti, oggetti e cineserie, animali la cui visione è straziante. La grande tartaruga lasciata riversa sul guscio perché non scappi la dice lunga; e pesci, serpenti, ancora tartarughe; pappagalli e uccelli; cani, che pena i cagnolini che guaiscono nelle gabbiette, come i loro vicini galli, pulcini e galline. Ho visto, persino, vendere un piccolo coccodrillo, per 30 euro messo in una scatola di cartone, come una gallina appunto! E quando crescerà? Compreranno una scatola più grande?

    Mi piace studiare le abitudini, gli usi e i costumi, che a scuola mi annoiavano, dei miei ospiti, ma questa è gente spietata: non c’è alcun riguardo della sofferenza animale, veramente una cultura di altri tempi. Li si vede persino tenere scoiattolini (o simili roditori) piccoli, grandi, anche appena nati, legati a cordicelle, dentro a gabbiette o in braccio a ciondolare come pupazzetti, come giocattoli da tenere in bella vista. C’erano al mercato di Bangkok anche ragni schifosi, di quelli grossi e pelosi; vendevano disgustosi vermi (non so per quale uso); enormi scarabei (come i nostri cervi volanti, ma giganti) aspettavano un nuovo padrone.

    Addio Bangkok.

    Walter Firpo

    NOTE:

    Noodle soup: la versione vegetariana non è un gran piatto. Aroma dolciastro, piccantissima, e legnosa. Avevo intuito la predilezione per i sapori dolci da parte dei thailandesi, ma mi aspettavo qualcosa di diverso. Meglio le nostre minestre. Oltretutto, questa pietanza ustiona la bocca e fa gocciolare tantissimo il naso e non è insolito vedere thailandesi seduti a mangiare con il fazzoletto al naso.

    Pad thai: pietanza molto appetitosa. È veloce economica, si trova ovunque per strada e ce ne sono diverse varietà( ottima quella col tofu). Non è un piatto leggerissimo, è piuttosto unto.

    Floating Market: Il Mercato sull’Acqua (Floating Market) mi ha deluso, in parte, anche per colpa mia, che, ammetto, non mi sono voluto permettere la barchetta a fondo piatto a remo che mi avrebbe consentito di penetrare più a fondo i canali, senza quella si vede poco, costeggiando il canale sulla banchina; in massima parte la delusione è dovuta, però, alla commercializzazione di questo sito, spudoratamente turistico dove tutto costa il doppio e per di più si viene lasciati nelle condizioni di non poter rinunciare a nulla: la barchetta appunto, una bibita, l’ingresso al negozio dei serpenti.

    Non peraltro, questo mercato è aperto ai turisti solo nel fine settimana e non ne rimane nulla: solo due canaletti sono attivi, attorno alla piattaforma sulla quale sono chioschi e bancarelle (persino il bagno si paga). Come al solito, l’agenzia turistica rifila una bella fregatura a tutti, omettendo di riferire certi particolari: una barca c’è compresa nel biglietto, ma non quella per circolare tra le barchette degli ambulanti, bensì un inutile traghetto dal punto dove si ferma il mini-bus alla piattaforma; il bello è che il mini-bus può arrivare dietro la piattaforma e lì ti viene a prendere.

    In quel tratto d’acque si vede una scimmia, legata, poveretta, a un albero, come un cane da guardia. E poi, c’è il discorso del negozio di serpenti (le cui cose che avrei potuto vedere lì le ho viste al grande mercato di fine settimana in città, insieme a molte altre cose stupefacenti) il cui costo di ingresso è 200Bath, e ti ci portano anche se ti fan schifo i serpenti e comunque, devi stare ad aspettare che chi della comitiva è entrato finisca il suo tour tra gabbie e vetrine. Certo, è intrigante il grande coccodrillo che anche senza entrare si scorge dietro le vetrine dei serpenti all’ingresso, il biglietto di presentazione, ma…non ne vale la pena; non perché 200Bath siano 4Euro, ma perché in Thailandia con 150Bath ci compri 5kg di riso; 10ciotole di noodle soup al “ristorante”; 20 bibite rinfrescanti; ci vivi qualche giorno!

    La sensazione che ho avvertita su di me e negli occhi degli altri sventurati, tenutisi all’esterno del negozio di serpenti, ognuno per i propri motivi, e di essere considerato dagli agenti turistici e dai Thailandesi tutti alla stregua di una bestia, non c’è umanità nel modo in cui ci hanno trattato, solo una fonte di guadagno da succhiare fino all’osso.

    Qualche informazione è bene darla comunque, il Mercato Fluttuante è stato adibito dai cinesi 75anni fa. I cinesi scesero dalla Cina direttamente attraverso i canali; si trova a un’ora da Bangkok e ho già detto è aperto ai turisti solo il sabato e la domenica (non credo il venerdì)  dalle 7:00a.m. alle 12:00a.m.

    Oltre a quanto detto fino ad ora, mi sembra corretto ricordare anche la tristezza che imprime pensare alle persone che in quelle palafitte fluttuanti ci vivono realmente  365 giorni l’anno. Inoltre ho assaggiato una bevanda che non so, mi incuriosiva: potevano essere vermi, aveva un retrogusto lontanissimo di liquirizia, credo fossero alghe;  ma, dopo un quarto di bicchiere, l’eccessiva dolcezza e la sensazione raccapricciante di quella roba viscida che passa in bocca e in gola, mi hanno messo la nausea e, nonostante gli sforzi e il rammarico, non ho potuto non gettarla, molto più assetato di prima e assurdamente accalorato (poiché probabilmente era anche molto calorica).

     

  • Nuova battaglia per il popoloso quartiere Cep di Genova

    Nuova battaglia per il popoloso quartiere Cep di Genova

    Cep LavatriciUna nuova sfida per il Cep, il popoloso quartiere collinare genovese, alle spalle di Voltri e Prà, questa volta è pronto a mobilitarsi per il suo supermercato. Infatti da 4 mesi, era la fine del dicembre scorso, il punto vendita del gruppo francese Carrefour, ha chiuso i battenti e da allora gli abitanti sono stati privati di un servizio utile soprattutto per chi, come anziani e persone con problemi di deambulazione, è oggi costretto a scendere a valle per fare la spesa.

    L’elemento paradossale della vicenda è che Carrefour sta continuando a onorare il contratto d’affitto con Arte (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) concordato fino al prossimo novembre. Inoltre la società ha chiesto e ottenuto dal Comune la sospensione della licenza e ora si considera legittimata a mantenere i locali vuoti. Le logiche del mercato spesso sfuggono all’uomo comune ma evidentemente è più conveniente continuare a pagare piuttosto che spalancare la porta alla concorrenza. Anche se si gioca sulla pelle dei cittadini. E nonostante ci siano già tre differenti operatori commerciali che scalpitano, pronti ad insediarsi non appena sarà possibile.

    “In soli due giorni abbiamo raccolto oltre 300 firme che mettiamo a disposizione del Comune per mettere maggiore pressione a Carrefour e ottenere il rilascio dei locali – spiega Carlo Besana, anima dell’Associazione Pianacci – Se la situazione non dovesse sbloccarsi agiremo secondo il nostro stile con proteste spiazzanti e fantasiose”. Si parla di azioni legittime che punteranno a contrastare la normale attività dei punti vendita Carrefour sparsi in città.

    Il Comune, sollecitato da abitanti e Municipio, tramite l’Assessore al Commercio Giovanni Vassallo, sta provando ad instaurare un dialogo con Carrefour affinché la questione si risolva nel più breve tempo possibile. Nel frattempo si prepara la mobilitazione, così come successe due anni fa, quando la minaccia di chiudere l’ufficio postale del quartiere portò i cittadini ad inventarsi “l’operazione tartaruga”, allo scopo di rallentare il lavoro negli altri uffici genovesi. Fu un successo che costrinse Poste italiane a cambiare repentinamente idea.

    Ma negli ultimi anni sono stati numerosi gli obiettivi raggiunti dalle realtà associative del Cep: in principio fu il centro sociale, nell’unica antica casa ligure sopravvissuta al diluvio di cemento degli alloggi popolari, poi vennero il campo da calcio in erba sintetica e i campi da bocce, il centro culturale islamico e i corsi d’italiano per stranieri, le attività motorie per gli anziani e infine il Palacep, come è stato soprannominato, con una pista di pattinaggio unica a Genova e tremila posti a disposizione per l’organizzazione di concerti e spettacoli dal vivo. Una comunità che è stata in grado di autodeterminarsi e costruirsi un’identità collettiva partendo dalle mille storie di disagio ed emarginazione confluite nel quartiere.

    Una piccola città di oltre 7000 anime che rappresentava fino a poco tempo fa una realtà altra nata dal nulla, oggi il Cep è diventato un simbolo del possibile riscatto sociale e un modello, studiato oltre i confini genovesi, da chi si trova ad operare in contesti simili ogni giorno. Eppure le difficoltà continuano a non mancare e Carlo Besana, nonostante l’organizzazione avesse tutte le carte in regola, è stato recentemente denunciato per disturbo alla quiete pubblica a causa della rassegna di spettacoli “Che estate alla Pianacci”, capace di portare al Cep ogni anno, circa  8000 spettatori.

    Matteo Quadrone

  • Rischio sfratto per 200 famiglie nella casa-albergo di via Linneo a Genova

    Rischio sfratto per 200 famiglie nella casa-albergo di via Linneo a Genova

    Begato, la diga di via MaritanoIl residence di periferia mette alla porta i suoi ospiti. Accade a Genova al civico 130 di via Linneo, un casermone fatiscente di 15000 metri quadrati che ricorda in versione ridotta la famosa “diga” di via Maritano sull’opposto versante collinare di Begato, proprietà di Europa Gestioni Immobiliari, società partecipata interamente da Poste Italiane.

    Già da qualche anno l’intenzione di Poste italiane è quella di disfarsi di tutte le proprietà immobiliari sparse sulla penisola. EGI ha infatti a disposizione una serie di strutture in diverse città come Genova, Bologna, Firenze, Venezia, Milano, Torino. Proprio in quest’ultimo caso è stata raggiunta un’intesa con il Comune che ha realizzato un bando aperto ai soggetti intenzionati a rilevare l’immobile per trasformarlo in alloggi sociali ad uso di studenti fuori sede, lavoratori trasferisti e famiglie di persone ospedalizzate.

    “L’operazione ha avuto un enorme successo – racconta Bruno Pastorino, Assessore alle politiche della casa del Comune di Genova – L’edificio è stato infatti rilevato da una società, appartenente al mondo delle Onlus, che si occupa di edilizia sociale. Il progetto è stato premiato alla rassegna Eire 2010 di Milano come il miglior progetto di social housing”.>Ma tornando a Genova, come si è sviluppata la vicenda che riguarda la casa-albergo di via Linneo? “Nel 2009 l’amministrazione chiese informazioni sulla valutazione dell’immobile – spiega Pastorino – la reazione di Poste italiane fu di indisponibilità nei confronti di un dialogo costruttivo. Il prezzo di 7 milioni di euro (e almeno altrettanti sono necessari per la ristrutturazione) è decisamente eccessivo. La nostra proposta prevede una soluzione sul modello di Torino”.

    Per l’amministrazione sarebbe corretto che questa struttura, appartenente a una società pubblica, svolgesse anche una funzione di pubblica utilità. “Il Comune potrebbe agire come facilitatore in una dialettica fra Poste italiane e soggetti terzi, preferibilmente provenienti dal mondo della cooperazione e specializzati in edilizia sociale, per realizzare a Begato un progetto di social housing che includa anche servizi sociali di tipo sanitario, ad esempio consultori e poliambulatori per gli abitanti del quartiere”, conclude Pastorino.

    La gestione di circa metà dell’immobile, 73 unità abitative di 50 metri quadrati che ospitano più di 200 inquilini fra i quali molti stranieri ma anche cittadini italiani, è affidata dal 2001 a una società di Trevignano (Tv), Gest.a srl, che ha trasformato il complesso in una cosiddetta  casa-albergo. Vale a dire una struttura che dovrebbe garantire, il condizionale è d’obbligo, determinati servizi di tipo alberghiero, come ad esempio la lavanderia, un’adeguata pulizia degli spazi comuni e il rispetto di tutte le norme di sicurezza. Per quel che concerne il rapporto con i suoi ospiti, la società stipula dei contratti di carattere transitorio, rinnovabili ma senza trasformarsi in permanenze stanziali.

    “Dopo la dismissione dei dipendenti di Poste italiane – spiega Stefano Salvetti, Sicet (Sindacato Inquilini Casa e Territorio) – in questi bilocali si sono inserite persone in situazioni di disagio e che di fatto si arrangiano, viste le condizioni abitative per nulla consone al modello di casa-albergo”. E in effetti parlando con la signora che sta dietro il bancone della reception di via Linneo, la quale spiega come negli alloggi sia vietato l’uso di lavatrici e stufette perché c’è un unico generatore di corrente, mentre per quanto riguarda l’area cottura ogni alloggio ha a disposizione due piastre elettriche, si comprende bene cosa intende Salvetti. Tutti gli inquilini hanno installato le lavatrici perché evidentemente la lavanderia non funziona a dovere. E anche la pulizia, soprattutto degli spazi esterni accessibili dal palazzo, lascia a desiderare, ma la causa primaria è l’inciviltà degli stessi ospiti che qui abitualmente abbandonano l’immondizia. Per non parlare delle precarie condizioni, visibili a occhio nudo, in cui versa l’edificio che necessita di urgenti interventi di ristrutturazione perché rispetti almeno gli standard minimi di sicurezza.

    “Noi consideriamo i contratti annuali applicati da Gest.a, come simulati – accusa Salvetti – Infatti in base alla legge 9 dicembre 1998, n. 431, si configurano come locazioni abitative, insomma come prime case. La Sicet è quindi in procinto di muoversi per vie legali”. La difficoltà, come spiega il sindacalista, sta nel comunicare con queste persone, spesso extracomunitari che non conoscono a sufficienza la lingua o persone problematiche e difficili da intercettare, all’oscuro dei propri diritti. “Noi premiamo affinché la struttura venga recuperata e resa disponibile sotto forma di edilizia pubblica di cui c’è una grande carenza nel nostro paese – aggiunge Salvetti – In Italia infatti sono solo 700.000 gli alloggi E.r.p. in confronto ai 3 milioni dell’Inghilterra o ai 4 milioni della Francia. A Genova sono 12.000 e ne mancano almeno altri 8.000”.

    Sul finire di gennaio Gest.a ha inviato una missiva a 140 inquilini del residence, invitandoli a liberare gli alloggi entro il 3 febbraio. “L’amministrazione ha scritto a Gest.a, EGI e al Prefetto, per impedire che 140 persone si trovassero da un giorno all’altro in mezzo alla strada – afferma Pastorino – per il momento gli sfratti non sono stati eseguiti ma EGI continua nella sua azione di persuasione nei confronti dei singoli nuclei famigliari per cercare di liberarsene senza dare troppo nell’occhio e senza colpi di mano”.

    Nonostante Gest.a si affretti a ribadire di aver notificato gli sfratti solo ai soggetti morosi, è innegabile che dietro le quinte la pressione di Poste italiane, smaniosa di svuotare l’immobile, si faccia sentire. “Proprio qualche giorno fa ho incontrato due sorelle che sono residenti nel civico 130 da ben 8 anni – racconta Pastorino – a fronte di alcune morosità non eccessive e dovute alla perdita del lavoro, queste persone hanno ricevuto la notifica di sfratto esecutivo a partire dal 25 aprile”.

    Inoltre, ad aggravare le difficoltà di Poste italiane, c’è un’altra questione non secondaria: il 50% dei volumi dell’immobile insistono su un’area, quella che fino al 2006 ospitava la scuola di polizia postale, espressamente destinata ai servizi. Quindi dove non sono permessi insediamenti residenziali. Ed è anche per questo che, nonostante siano almeno 2 anni che la proprietà manifesta la volontà di cedere l’edificio, ancora oggi non sono giunte offerte concrete.

    Matteo Quadrone

  • Cuba, il viaggio dei sogni… “mi isla querida”

    Cuba, il viaggio dei sogni… “mi isla querida”

    Un taxi a CubaIl taxi sfreccia fra le vie cubane, riesco a scorgere grandi murales che inneggiano alla rivoluzione e all’attuale dittatura; arrivo al Vedado, quartiere costruito dagli americani all’epoca di Batista, grandi casermoni che si affacciano sul mare, pochi chilometri di fronte a me c’e’ la Florida… cosi’ vicina, ma cosi’ lontana per Cuba! Mangiamo qualcosa nel ristorante sotto casa, l’atmosfera e’ fantastica…

    L’indomani inizia il nostro viaggio: visita al Parque Lennon, foto di rito vicino alla statua di John e poi dirette alla Plaza de la Revolucion, immensa spianata che si allarga sotto lo sguardo vigile del Comandante Che Guevara, quello che per tutti i cubani e’ ancora “Il Comandante”.

    Per trascorrere la prima serata ci spostiamo in centro a L’Avana Vieja; spostarsi nella capitale e’ difficile ma curioso: sfrecciano per la strada taxi, cocotaxi (taxi gialli come le nostre api ma con l’autista munito di caschetto!), carrozze trainate da cavalli, riscio’, sidecar e fantastiche cadillac anni 50 che rendono l’ambiente incredibilmente romantico… sembra di aver fatto un tuffo nel passato!

    Anche i negozi richiamano l’Italia del dopoguerra: vetrine spoglie, spazi grandi con poche merci, mercatini e uomini che girano con carretti e trasportano pulcini! Ad ogni angolo della strada c’e’ qualcuno che ripara qualcosa: chi orologi, chi scarpe, chi borse… A Cuba nessuno butta via nulla, tutto e’ utile e ogni cosa puo’ essere riparata, mentalita’ assai lontana dal nostro usa e getta! Non esiste lo spreco, e il mio pensiero va ai quintali di cibo buttati in pattumiera da noi “fortunati” abitanti del mondo evoluto!

    Con i miei pensieri continuo a camminare per il centro della citta’, respiro, osservo, ascolto… gia’ ascolto, perche’ da ogni finestra e da ogni negozio arriva musica a gran volume! In ogni locale c’e’ un gruppo di musicisti che suona classici cubani, e poi, reggaeton in ogni dove. Passo la serata al Monserrat, un piccolo localino dove imparo (provo forse e’ meglio!) a ballar la salsa, degusto il mio mojito e osservo quanti turisti, soprattutto uomini in cerca di sesso facile, affollano questa citta’… Torno a casa presto, domani si parte per Vinales!

    vinales_cuba

    A Vinales mi sistemo in una casetta deliziosa con il pollaio e l’orticello accanto e il pomeriggio sono pronta per un’escursione a cavallo; cinque ore sotto il sole cocente in mezzo ai campi di tabacco. La mia guida “Negrito” mi porta dentro una grotta scavata nella montagna, e, dopo un tuffo nella piscina sotterranea, si parte alla volta del campesino Omar, una fabbrica di sigari dove ho degustato un delizioso cocktail con rum e cocco. Quando ci rimettiamo in sella e’ quasi buio; alzo gli occhi, il cielo con le sue stelle e’ incredibilmente vicino a me, non mi scordero’ mai quel panorama. Trascorriamo la sera al patio, un localino a cielo aperto con un buon cuba libre (attenzione rum chiaro, lo scuro a Cuba non si usa per il cocktail) e musica, musica e ancora musica. L’indomani bisogna alzarsi presto per andare a prendere un autobus che ci portera’ alla fermata del traghetto per Cayo Levisa; dopo trenta minuti sono in paradiso! Chilometri di spiaggia bianca, mare cristallino, palme e tanto bel sole… E’ il 29 gennaio, il mio pensiero va ai miei amici genovesi… loro al lavoro! Al nostro ritorno troviamo una buona paella ad aspettarci, ceniamo e di nuovo per le vie di Vinales, piu’ piccola e forse meno ”cubana” di Avana, ma molto deliziosa; una cittadina di campagna ordinata e silenziosa.

     

    havana_cubaL’indomani si riparte per Avana, ci sono ancora molte cose da vedere! Giunta nuovamente nella capitale noto che la temperatura si e’ un po’ abbassata; Alvaro e Hilda, i padroni della “casa particular” dove alloggiamo (simile come idea ai nostri bed and breakfast…) ci raccontano che era da molto tempo che non si toccavano tali temperature a Cuba. Ma i 15 gradi serali sono sicuramente piu’ piacevoli degli zero che ho lasciato a Genova quando sono partita. Visitiamo il museo de la revolucion… una vera delusione! E’ il piu’ classico dei monumenti al leader maximo, nessuna traccia dei valori che coinvolsero un intero popolo nella lotta per un sogno di liberta’. Mangiamo una pizzetta al volo in calle San Rafael, buonissime, costano 6 pesos, pari a 20 centesimi di euro. Ci incamminiamo per il centro storico, andiamo al museo dell’Havana club; un’ atmosfera molto carina all’ingresso, si odono le note di Chan Chan di Compay Segundo e si degusta dell’ottimo Havana 7, ma la visita all’interno del museo e’ veloce e non mi lascia granche’! Arriviamo in Plaza de la Catedral, un angolino stupendo dall’atmosfera mozzafiato… artisti di strada e ballerini si muovono sulla piazza, e la musica rende il tutto incredibilmente romantico! A due passi c e’ la famosa Boteguida del Medio, la taverna dove Hemingway trascorreva le sue giornate: musica, mojitos, e tanti tanti turisti… Intorno a me vedo sempre piu’ uomini occidentali in cerca di donne cubane a dir poco disponibili.

    Ultimi giorni nell’isola grande… Ci spostiamo al sud, a Trinidad, cittadina coloniale bellissima, ora che scrivo di lei mi rendo conto che e’ proprio la’ che ho lasciato il cuore! I padroni della “casa particular” dove alloggio a Trinidad sono persone fantastiche, mi hanno trattato come una figlia, con dolcezza e amore, pur essendo io niente piu’ di una semplice estranea. Un giorno al mare, il giorno seguente in visita al centro della citta’. La sera andiamo alla cuevas, una discoteca all’interno di una grotta. La mattina seguente lasciamo Trinidad e non trattengo le lacrime: mi mancheranno gli occhi pieni d’amore che ho visto in questa magnifica terra, mi manchera’ la gente che mi sorride… Sempre, anche davanti ad una realta’ quotidiana non sempre facile e fortunata.

    Ultimo giorno nella capitale, ultimo giro intorno al Parque Central dove il sabato gli artisti espongono le proprie opere lungo la strada. La dittatura imporrebbe loro di limitarsi all’esposizione, per non trarre guadagno alcuno dalla propria arte, in realta’ un po’ come accade da noi con gli spacciatori di droga, le vendite sono all’ordine del giorno, negli angoli un po’ meno in vista. Non si puo’ non rimanere colpiti dalla vitalita’ e dall’amore verso la vita di questa gente, gente costretta a non abbandonare la propria terra, divisa fra la passione e l’orgoglio per cio’ che ha saputo costruire cinquant’anni fa e la curiosita’ di conoscerti e capirti, per avere finalmente un’idea sempre piu’ chiara del mondo che li circonda. Un’idea che affascina non poco i cubani, perche’ fatta di capi firmati, occhiali alla moda, denaro… ma soprattutto mistero. Probabilmente tutto cio’ che ruota intorno a queste apparenze loro non riescono neanche ad immaginarlo, perche’ se un giorno ci riuscissero il caro occidente perderebbe non poco il suo fascino.

    I problemi a Cuba esistono e si comprendono all’istante, ad occhio nudo, molti ingranaggi nella politica di Fidel Castro non hanno funzionato, ogni cubano oggi cerca secondi lavori, chiaramente illegali, per incrementare il sussidio mensile garantito dallo Stato. La gente sotto sotto e’ convinta che nel resto del mondo si viva meglio. Eppure a Cuba nessuno corre per andare al lavoro, il sorriso e’ all’ordine del giorno, come la cordialita’, la voglia di parlare, di ridere… Se solo qualcuno riuscisse a far loro capire quanto e’ raro tutto cio’ dalle nostre parti! Sentire persone che ti salutano se condividono con te l’ascensore o ti chiedono scusa quando ti calpestano i piedi… Insomma, quello che per loro e’ normalita’ per noi e’ chimera, e viceversa. Che strano il mondo…

    Un taxi abusivo ci porta in aeroporto, addio Cuba… anzi, arrivederci!

    Valentina Sciutti

  • Maltus Faber, storia e curiosità della birra genovese

    Maltus Faber, storia e curiosità della birra genovese

    Maltus FaberMaltus Faber è un microbirrificio artigianale con sede a Genova Fegino, nato dalla volontà di due ragazzi di promuovere la cultura della birra e di produrre una birra tutta genovese.


    “Abbiamo cominciato l’avventura a livello di semplice hobby circa dieci anni fa – racconta Massimo Versaci, uno dei due titolari di Maltus Faber, colleghi di lavoro nella vicina Centrale del latte  – Io nasco come collezionista di lattine di birra e girando l’Europa per raduni, comincio a scoprire le birre più disparate”.

    Nel 2004 i due amici promuovono la nascita dell’associazione culturale “La compagnia della birra” con l’intento di riscoprire la cultura della birra, anche in Italia. “Con la compagnia promuoviamo l’organizzazione di viaggi in Belgio, Baviera e Vallonia, per accostare il prodotto al suo territorio, corsi per imparare ad auto prodursi la birra in casa, degustazioni, fra cui le prime nel nostro paese di birre trappiste prodotte dai monaci cistercensi in Belgio, assaporate nell’abbazia quattrocentesca del Boschetto accompagnate da prodotti tipici liguri  – dice Versaci –  L’associazione assume una rilevanza nazionale, è uno stimolo per creare altre realtà e oggi siamo arrivati ad avere una newsletter di oltre 4000 persone”.

    Nel frattempo, il suo futuro socio, Fausto Marenco, inizia una piccola produzione di birra in casa, ma la cucina in breve tempo gli sta stretta ed è in basso Piemonte che trova gli spazi adatti e crea un piccolo impianto artigianale. “Dopo la partecipazione a un concorso nazionale, con 40 giudici provenienti da tutto il mondo, in cui la nostra risultò la seconda birra italiana di categoria, decidemmo di fare il grande passo e realizzare un micro birrificio”, continua Versaci.

    Il primo problema che si trovano ad affrontare è quello relativo all’impianto per la produzione. “Le aziende che commercializzano questo tipo di impianti lavorano dal macro al micro – spiega Versaci – Da impianti standard, attraverso successivi adattamenti, producono impianti di dimensioni ridotte”. Ma le esigenze cambiano a seconda della qualità del prodotto che si intende realizzare. I due soci decidono così di progettare un impianto unico ed esclusivo, in sinergia con un’azienda artigiana specializzata nella lavorazione di acciaio inox alimentare.

    Il 5 giugno 2008 nasce ufficialmente Maltus Faber. E già dall’inizio ottiene buoni risultati. La guida Slowfood 2009 li cita fra le 22 migliori birre d’Italia; nella guida 2011 due delle birre prodotte da Maltus Faber risultano fra le 55 migliori d’Italia, le uniche della Liguria. Parliamo di una birra artigianale quindi non pastorizzata né filtrata, ad alta fermentazione, una birra viva e sana, ottenuta con un processo produttivo naturale che, partendo dalle materie prime (malti, luppoli e lievito) elaborate in una ricetta, permette di ottenere un prodotto di alta qualità.

    Maltus Faber e’ un micro birrificio, non un pub e quindi non ha un suo locale di mescita.  Attualmente sono quasi 400 i micro birrifici in Italia. C’è però un’importante distinzione da fare all’interno della categoria.  “I veri micro birrifici sono quelli che si occupano esclusivamente di produzione e vendita, poi ci sono i brew pub, locali dotati di mescita e dove i clienti consumano, ed è tale la quantità smerciata, che logicamente cambia anche la metodologia di produzione – chiarisce Versaci – È un business diverso rispetto a chi come noi immobilizza il capitale. La nostra birra infatti esce in commercio dopo 3 mesi dalla produzione. Secondo me sono un 25% le aziende mosse principalmente dalla passione e che mettono al centro del loro progetto la qualità della birra. Mentre Il restante 75% si avvicina a questo mondo più per ragioni legate alla presunta facilità del business”. Negli anni ’90 le multinazionali hanno acquisito tutti i marchi per uniformare la produzione in grandi siti produttivi. Ma negli stessi anni nascono i primi pionieristici birrifici e si avvia quello che diverrà un vero e proprio rinascimento della birra.

    “Negli anni 2000 l’Italia è al 5° posto in Europa come qualità della birra – continua Versaci – Il made in Italy ha creato un business mondiale. Bisogna tenere conto però che i 400 microbirrifici rappresentano oggi solo l’1% dei consumi. C’è un’autostrada di fronte da percorrere per contrastare il monopolio della birra industriale”.

    Maltus Faber nel 2010 ha registrato un aumento del 34,9% di fatturato rispetto all’anno precedente. “Produciamo circa 50.000 bottiglie all’anno ma c’è una previsione di incremento del 20% – afferma Versaci – Nel gennaio 2011 rispetto all’anno precedente abbiamo registrato un +26%. Il trend positivo indubbiamente c’è. Il problema è che l’autostrada va gestita. Puntando sulla qualità”.

    “La nostra filosofia è ridare dignità alla birra come accompagnamento nei pasti – conclude Versaci – Crediamo molto nella trasversalità della birra come bevanda socializzante.  Ed è importante anche l’aspetto della presentazione della birra. Attraverso la degustazione e l’abbinamento con i prodotti tipici del territorio. Iniziative che proponiamo in ogni ambito dal centro sociale, al club esclusivo, senza distinzioni”. 


    Matteo Quadrone