Autore: erasuperba

  • Luca Bizzarri: “Genova e’ ferma” e la Vincenzi: “Dici sempre le stesse cose”

    Luca Bizzarri: “Genova e’ ferma” e la Vincenzi: “Dici sempre le stesse cose”

    Luca BizzarriMarta Vincenzi e Luca Bizzarri, comico e presentatore delle Iene, si sono punzecchiati a distanza sulle pagine dei giornali: “Il Centro Storico e’ peggiorato rispetto agli anni passati – ha dichiarato Bizzarri –  quando era la camorra a fare da padrone le cose funzionavano meglio, oggi la criminalita’ non e’ sparita, semplicemente da “organizzata” e’ diventata “disorganizzata” e credo che sia molto peggio...”

    La sindaco si e’ limitata a sottolineare che “Bizzarri dice sempre le stesse cose, comunque parlero’ con lui di persona…” mentre Claudio Burlando non ci sta: “Il comico di casa nostra dovrebbe approfondire maggiormente le informazioni in suo possesso, Genova e’ una citta’ in netta ripresa, e lo dimostrano i sempre crescenti dati del turismo…”

    Io penso – continua Bizzarri – che chi amministra questa citta’ dovrebbe fare molto di piu’, Genova ha bisogno di una spinta. Io la amo, e mi piange il cuore se penso che oltre appennino non sanno manco che esista, vista da fuori non conta nulla, zero totale. Eppure quando porto con me gli amici e faccio loro da guida se ne innamorano...”

     

  • Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi dal vivoPartiamo da “Mandilli“, un album in dialetto genovese. Per te, tra l’altro, non e’ la prima esperienza con i testi dialettali, gia’ agli inizi della carriera avevi collaborato e scritto per i “Trilli”… In un contesto in cui il dialetto fa sempre piu’ fatica a conservarsi fra le nuove generazioni, che significato pensi possa avere la tua nuova avventura musicale?

    Eh gia’, ma ancora prima dei Trilli scrissi “Come sei bella Zena“, una canzone che oggi viene spesso considerata senza autore e fatta risalire alla tradizione popolare genovese… Per carita’ ormai ha quarantanni quel pezzo, pero’ l’ho scritto io!!! Scherzi a parte… Ho intrapreso l’avventura musicale di “Mandilli” innanzitutto per amore, un amore fortissimo per la mia citta’. Poi, come dici bene te, il dialetto e’ una scelta importante… Perche’ considero la nostra lingua l’arma piu’ preziosa che abbiamo per combattere l’omologazione generale verso cui il mondo di oggi ci spinge. I giovani che non conoscono il genovese purtroppo perdono contatto con la loro terra, perche’ le parole sono l’espressione dei nostri pensieri ed e’ un po’ triste che oggi, davanti alla tv, un marchigiano, un valdostano ed un ligure possano avere gli stessi identici pensieri…

    Amore per la tua citta’… Quanto ricambiato secondo te?

    Beh, devo dire che percepisco e ho percepito in tutti questi anni davvero tanto amore dalla mia citta’. Quando giro per Genova la citta’ sembra piccolissima, un paese… Perche’ tutti mi salutano e mi parlano e a me sembra di conoscere tutti… e’ bellissimo, magico. Non avendo mai nascosto la mia fede blucerchiata, inoltre, i tifosi si fermano e mi parlano spesso di calcio, genoani e sampdoriani. Si sa quanto sentiamo la fede calcistica noi liguri…

    La scelta del dialetto genovese fu anche di Fabrizio De Andre’ in occasione dell’album Creuza de ma. Forse, considerando soprattutto il tuo lungo rapporto professionale e di amicizia con Fabrizio, quell’album puo’ essere considerato “il padre” del tuo “Mandilli”?

    Il padre non credo… sicuramente, pero’, la strada che percorre il mio disco e’ la stessa che Fabrizio spiano’ a tutti noi cantautori genovesi nel 1984 con “Creuza de ma”. La lingua genovese grazie a lui varco’ nuovamente i confini del porto, per tornare ad insinuarsi in tutto il mediterraneo.

    Stiamo vivendo giorni “furibondi”, come probabilmente lui stesso avrebbe scritto. Tutta Italia parla di lui, ahime’, tante volte anche a sproposito. Tu che insieme a lui hai trascorso tantissimi momenti chitarra alla mano, cosa pensi di questa “De Andre’ mania”?

    Sono d’accordo con te, io penso con tutta sincerita’ che Fabrizio si stia facendo tante grasse risate da lassu’. In molti casi ho assistito ad una vera e propria mercificazione della sua poesia e non credo ce ne fosse bisogno. Lui per me era un magnifico mosaicista e cesellatore di parole, scriveva sempre la parola giusta al momento giusto e questo era un grande dono. Ricordo che avevo sedici anni quando gli davo la caccia le rare volte che veniva ai bagni Lido. Lo cercavo e quando lo trovavo facevo tanto che riuscivo a entrare con lui nella sua cabina. Gli facevo ascoltare le mie primissime cose, con una chitarra di plastica, un suono orribile. Era il 64 se non ricordo male, Fabrizio era gia’ Fabrizio De Andre’, ma non diceva nulla e mi ascoltava paziente… Io avevo l’abitudine di cantare parole a caso in inglese senza significato perche’ non avevo dei veri e propri testi: “Evita di dire ste stronzate in inglese – mi disse una volta – scrivi subito i testi quando hai la musica, esprimi quello che senti in italiano…” Qualche anno dopo lui si occupo’ di tutti i testi di “Senza Orario Senza Bandiera”, il primo album dei New Trolls, adattando le poesie del poeta genovese Riccardo Mannerini che tanto lo aveva ispirato. Fu l’inizio di una bellissima amicizia e di tante collaborazioni…

    Vittorio De ScalziVeniamo ai “New Trolls“, una delle pagine piu’ importanti della storia del rock italiano. Dal Giappone alle Americhe, un successo planetario. Dal primo album con testi di Mannerini e De Andre’, passando per il celebre “Concerto Grosso“… Ripensando a quegli anni e’ piu’ la malinconia o l’orgoglio? Quale e’, se c’e’, il rimpianto di Vittorio De Scalzi? E la chiave di tanti successi?

    La chiave del successo se uno sapesse trovarla sarebbe tutto piu’ semplice… Non lo so, non ne ho idea. Sicuramente sono una persona molto caparbia e questo mi ha aiutato molto, poi credo serva anche un po’ di presunzione… Bisogna andare controcorrente senza aver paura di farlo, cercare il “nuovo” che ovviamente all’inizio non piacera’ a nessuno… Ma se pensi che siano loro a non capirci nulla e tu ad avere fra le mani qualcosa di forte, allora continui ad andare dritto per la tua strada e da qualche parte arriverai. Malinconia nessuna, davvero, un po’ di orgoglio invece si, sono sincero, soprattutto quando vado all’estero… in Giappone mi dimostrano sempre moltissimo affetto. Un rimpianto… ti diro’, a dirla tutta un rimpianto c’e’: non aver iniziato prima a fare il cantautore. Da bambino volevo una band a tutti i costi, i Beatles e i Rolling Stones erano un mito per me. Poi con Nico Di Palo fondammo i New Trolls e i miei sogni si realizzarono… Ci ritrovammo ad aprire i concerti degli stessi Stones e a conoscerli di persona, facevamo rock progressivo, che era quello che ci piaceva fare, e guadagnavamo molti soldi… I tempi pero’ cambiarono e, desiderosi di mantenere il successo che avevamo raggiunto, ci buttammo nella musica piu’ leggera, il pop. Ebbene, quella scelta oggi la soffro un po’, avrei preferito forse concentrarmi subito su una strada simile a quella che sto percorrendo ora…  

    I fan della vostra generazione spesso affermano che se i New Trolls non avessero avuto problemi di convivenza all’interno del gruppo, caratteriali ed artistici, avrebbero potuto dare ancora molto di piu’ di quello che hanno dato alla musica italiana. Quanto c’e’ di vero in tutto questo? O forse furono proprio queste divergenze la forza del vostro sound…

    Non lo so cosa avrebbero potuto dare i New Trolls senza i problemi che ci sono stati… So pero’ che eravamo quattro ragazzini sostanzialmente molto diversi, come estrazione sociale, studi e soprattutto preparazione musicale. Piano piano, crescendo e maturando, certi problemi era normale che uscissero. Abbiamo avuto la fortuna di non fare gavetta, il che significa che a ventanni avevamo soldi, successo e a quell’eta’ certe cose ti danno alla testa. Tanti manager ci hanno poi mangiato sopra e noi, da parte nostra, abbiamo sperperato tanto… Diciamo che in un certo senso i problemi ce li siamo anche un po’ cercati, ma suonavamo bene, eravamo forti e questo veniva prima di ogni altra cosa.

    Te e Nico Di Palo (i “Lennon-McCartney” di casa nostra…), avete avuto la fortuna di muovere i primi passi in un terreno gia’ incredibilmente fertile. In quegli anni erano emersi e stavano emergendo dai nostri vicoli grandi talenti… Che ricordi hai di quegli anni?

    Negli anni sessanta a Genova e in Liguria c’era un fermento creativo oggi impensabile. Prendiamo ad esempio il Festival di Sanremo… Noi suonavamo in un locale a Sanremo in quel periodo, il Club 64. Gli artisti in gara al Festival venivano a sentire noi dopo essersi esibiti, noi che eravamo agli inizi. Si passava la notte a suonare, ricordo una lunga jam session con Stevie Wonder… oggi queste cose non accadono piu’. Alla Foce, in fondo a via Cecchi, c’era un bar frequentato da tutti gli artisti della citta’. C’era il poeta Riccardo Mannerini, lo stesso Fabrizio, poi Tenco, Lauzi, i fratelli Reverberi… io ero ancora un ragazzino. Poi mio padre apri’ un ristorante a Sturla sul mare, nella zona di via del Tritone, da “Gianni”, si chiamava… e li’ iniziarono a venire tutti loro. Avevo allestito nel retro una sala con gli strumenti e li’ rimanevamo la notte ore e ore a suonare, provare, parlare… Tutti gli artisti genovesi, ma ricordo ad esempio anche la P.F.M. e i Rokes di Shel Shapiro. C’era un’atmosfera davvero fantastica. Ricordo la prima volta che mi presentarono Tenco, lui era un appassionato di baseball e venne a mangiare da mio padre con tutta la squadra. Mi fece l’autografo su una pallina da baseball…

    Una domanda un po’ particolare… Dal rock progressivo al pop passando per la musica classica con i New Trolls, poi la tua vasta produzione cantautorale sino all’ odierno “Mandilli” e infine le canzoni scritte per la Sampdoria… Insomma, una carriera lunghissima che ha saputo toccare con maestria tanti generi cosi’ diversi fra loro. Se Vittorio De Scalzi non fosse gia’ conosciuto… e dovesse farsi conoscere con una canzone per ognuno di questi mondi musicali che poi rappresentano probabilmente anche stagioni diverse della tua vita… cosa farebbe ascoltare di se’??

    Signore io sono Irish“, con il testo di Fabrizio De Andre’… quelli erano i primi New Trolls. Poi “La nuova predica di padre O’Brian”, per quanto riguarda il rock progressivo… La stagione del pop e’ invece caratterizzata senza dubbio da “Quella carezza della sera“, mentre “Lettera da Amsterdam” credo sia la piu’ significativa fra le canzoni che ho scritto per la mia Samp. Infine, dall’ultimo album, “Aia da respia” e’ un brano che mi piace moltissimo…

    Abbiamo accennato alle tante canzoni che hai scritto con tuo fratello a cavallo fra gli anni ottanta e novanta per la Sampdoria. La particolarita’ e’ che oggi, molti giovanissimi, iniziano a sentire il nome di De Scalzi proprio per quella “Lettera da Amsterdam” che la gradinata sud intona a gran voce ogni domenica… Che effetto ti fa??

    Beh, e’ semplice risponderti… fa godere! Ogni domenica e’ un’emozione meravigliosa e credo che un artista come me non potrebbe chiedere di meglio…

    A Genova sono tanti i giovani artisti, in tutti i campi, che sognano di emergere e cercano di far sentire la propria voce in tutti i modi… Quale strada consiglieresti loro di percorrere nella realta’ di questi tempi per farsi conoscere al grande pubblico?

    Sicuramente direi loro che non esiste una strada da percorrere, ma non sono io la persona giusta per dare consigli di questo tipo. A volte le strade che portano al successo sono davvero misteriose e non rintracciabili…

    Capita spesso che il primo scoglio da superare per un ragazzo che sogna di vivere della propria arte sia la famiglia stessa, la quale impaurita per un futuro incerto del proprio figlio, lo scoraggia per indirizzarlo verso altri orizzonti.. Che ruolo ha avuto la tua famiglia per la realizzazione dei tuoi sogni?

    E’ vero quel che dici ed e’ altrettanto vero che per me la famiglia e’ stata fondamentale. Mio padre lo ringraziero’ sempre, con me fu incredibile. Lui credeva fortemente nelle mie qualita’ e faceva di tutto per incitarmi ad andare avanti. A forza di cene corrompeva i discografici per far avere un contratto ai New Trolls e alla fine ci riusci’… Anche la possibilita’ di aprire i concerti dei Rolling Stones arrivo’ grazie all’intraprendenza di mio padre…

    Gabriele Serpe

  • Il velo integrale delle donne islamiche: è giusto proibirlo in Italia?

    Il velo integrale delle donne islamiche: è giusto proibirlo in Italia?

    Proibire il velo integrale è necessario o siamo di fronte a un caso di strumentalizzazione politica, tra l’altro su un tema delicato che ha molteplici risvolti e chiama in causa la condizione della donna, la libertà di culto e i rapporti con culture diverse dalla nostra?
    È la domanda che mi sono posto leggendo negli ultimi giorni la notizia della multa da 500 euro comminata ad Amel, 26 anni, tunisina, residente nella zona popolare di Novara.
    La sua colpa è aver indossato il niquab, il velo che copre il volto a eccezione degli occhi. Non si tratta del famigerato burqa, il mantello che copre integralmente testa, viso e corpo ma è bastato per applicare l’ordinanza firmata a gennaio dal sindaco leghista Massimo Giordano, che prevede “in tutto il territorio comunale, nella aree pubbliche e aperte al pubblico, nelle vicinanze di scuole, asili, università, uffici pubblici e all’interno degli stabili che sono sede di dette istituzioni, il divieto di indossare abbigliamento atto a mascherare o travisare il volto delle persone in modo che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento delle stesse”.
    La ragazza con il marito è stata fermata davanti a un ufficio postale da una pattuglia di carabinieri per un controllo di routine. Il marito ha fornito senza problemi i documenti di entrambi. I militari per effettuare il riconoscimento di Amel hanno chiesto di confrontarne il volto con la foto sul documento. L’uomo però si è opposto fermamente e ha chiesto, per rispetto della sua religione, che a verificare l’identità di sua moglie, fosse una donna.
    Grazie all’aiuto di una vigilessa si è proceduto all’identificazione in un luogo appartato, lontano dagli sguardi di curiosi. I carabinieri hanno riferito che il tutto si è svolto in un clima di massima civiltà. L’epilogo, inevitabile, è stato la consegna del verbale con la sanzione da 500 euro e 90 giorni per pagarla.
    “Ho firmato il provvedimento per ragioni di sicurezza ma anche per far sì che chi viene a vivere nelle nostre città rispetti le nostre tradizioni”, sostiene Giordano. La Stampa il giorno dopo ha intervistato la giovane tunisina che così ha rivendicato l’autonomia della sua scelta “Mi velo per l’Islam ma l’ho scelto io. Non ho mai dato fastidio a nessuno. Esco una volta alla settimana per andare in moschea”.
    Questi i fatti raccontati dai maggiori organi d’informazione. È una questione quella della proibizione del burqa che stanno affrontando anche in altri paesi europei. Il Belgio in questi giorni è stato il primo a bandirlo. La norma proposta dai liberali sia fiamminghi sia francofoni ha avuto il sostegno di tutti i partiti e di tutti i gruppi linguistici. Per la definitiva approvazione manca soltanto il sì del Senato che viene dato per scontato. Anche la Francia a maggio dovrebbe approvare una legge simile su proposta del governo. Quasi tutti i deputati belgi hanno evidenziato che la nuova legge vuole essere un passo in difesa della dignità della donna contro le prigioni mobili rappresentate da burqa e niquab.
    Tornando alla vicenda italiana questo il commento del vicepresidente del centro islamico novarese, Salah Hirate “Non c’è nulla da dire davanti alla legge se questo è il volere del Comune”.

    Il presidente dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia), Izzedin Elzir, intervistato da La Repubblica ha ricordato invece che “L’Ucoii si è più volte espressa a favore del viso scoperto della donna e per il rispetto della legge italiana che esige la riconoscibilità di ogni persona. Contro il velo integrale basta rifarsi alla legge italiana sull’ordine pubblico del 1975”.

    In effetti la nostra legislazione impone la riconoscibilità delle fattezze del viso in caso vi possano essere risvolti di ordine pubblico. Il presidente dell’Ucoii ribadisce “Non si sente il bisogno di nuovi interventi ad hoc. Non vanno infatti creati problemi dove non ce ne sono. E guai poi a confondere burqa, niquab e hijab. I primi due nascondono il volto della donna, il terzo è il semplice velo che copre i capelli. Questo nessuno potrà mai impedirlo perché la nostra Costituzione garantisce la libertà religiosa di tutti”.

    Matteo Quadrone

  • Andrea De Carlo, intervista all’autore di “Due di Due” e “Treno di panna”

    Andrea De Carlo, intervista all’autore di “Due di Due” e “Treno di panna”

    Andrea De CarloEntra in teatro leggermente nervoso. Fa subito pensare a uno dei personaggi dei suoi romanzi. Si presenta con la sua consueta tenuta da rock star anni 70, pantalone nero, stivale nero, maglia nera. Lui è Andrea De Carlo lo scrittore milanese autore fra gli altri di “Due di Due“, “Treno di panna“, “Di noi tre“.

    L’atmosfera del teatro Modena è intima, pochi i presenti, forse a causa della pioggia. Le luci sono soffuse, basse. Il palco è allestito con stile minimale, colori caldi, gradevoli. Atmosfera decisamente informale consona allo stile dell’autore.

    Le pagine di De Carlo sono figlie degli anni 60, pagine piene di speranze, di idealismo, manifestazioni studentesche, centri sociali, scandaglio psicologico. Un minimalismo di impronta americana quello del suo stile di scrittura, influenzato dalla letteratura americana del ventesimo secolo. Pagine capaci di emozionare, ma anche cariche di minuziose analisi psicologiche. E’ uno degli autori italiani piu’ letti all’estero, Fellini era un suo grande ammiratore. “Il lettore e’ importante quasi quanto lo scrittore perche’ il lettore completa la storia con le proprie esperienze personali, con il proprio vissuto, con le proprie storie, leggere e’ un attivita’ creativa e il lettore e’ un creatore”.

    E lo scrittore ideale di Andrea De Carlo? “Quello che ti lascia entrare nel suo territorio” risponde. La conversazione prosegue alternandosi all’ascolto di pezzi storici del rock anni 60’ e 70’, quelli che formano le colonne sonore delle sue storie gli Stones, i Beatles, i Dire Straits e immancabile l’eroe di De Carlo, Bob Dylan, quello che ha dichiarato essere la sua principale in    fluenza letteraria. Proprio riguardo a Dylan…“C’e’ qualcosa di imperscrutabile in lui, e’ come leggere un geroglifico, c’e’ qualcosa di criptico. Da Dylan in poi la poesia scritta ha perso senso ed e’ diventata canzone...“Lo abbiamo raggiunto telefonicamente il giorno seguente. Lei ha citato l’autore francese Michel Houellebecq che definisce la nostra come una societa’ ad indirizzo erotico commerciale. Secondo lei esistono alternative concrete a questa corrente? E dove si possono trovare? Assolutamente si. Occorre partire da scelte individuali, soprattutto avere la forza di non essere consumatori ideali. In una societa’ in cui ci si chiede di essere dei sudditi senza giudizio e’ importante scegliere per se stessi e trovare altre persone che seguano lo stesso percorso. Tutto deve partire da una volonta’ personale.Nel suo romanzo “Uto” descrive la vita di una comunita’ spirituale guidata da un Guru, da un maestro. Oggi queste realta’ sono sempre piu’ numerose, attive e visibili. A suo parere la scelta di vivere all’interno di una di queste comuni si puo’ considerare come una fuga o come una scelta consapevole, magari solo un po’ in anticipo sui tempi? Dipende da ciascuno, il rischio e’ quello di trovarsi in una trappola. Il loro limite e’ che sono centrate su un capo che rischia di tenerli in una situazione di sudditanza, l’ideale sarebbe una comunita’ senza un capo, la storia e’ piena di esempi di questo tipo. Il rischio quasi sempre e’ che un uomo usi il suo potere per prevalere sugli altri.Alcuni suoi lettori sostengono che i suoi ultimi lavori manchino di freschezza e originalita’, riproponendo temi gia’ sviluppati nelle sue prime opere…Credo che ogni scrittore abbia alcune ossessioni, ricorrenti, come ogni persona, ha temi che gli appartengono, qualcuno (fra i tanti Bret Easton Ellis ndr) ha detto che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro, credo che ci sia una grande verita’ in questo.

    J.D. Salinger, Emily Dickinson, scrittori reclusi per scelta, eremiti consacrati alla letteratura. Cosa ne pensa di una scelta cosi’ estrema come quella di tagliare tutti i ponti con la societa’ per dedicarsi unicamente alla propria arte? Ne sarebbe capace?

    E’ una tentazione che viene perche’ lo scrittore e’ l’unica attivita’ che ti permette di vivere tagliando i ponti con il mondo, pero’ e’ una scelta pericolosa. Una persona per vivere ha bisogno di contatti, altrimenti occorre attingere sempre da se stessi con il rischio di alienarsi.

    Igor Sartoni

  • Mensopoli: Arpal sotto inchiesta, a rischio la salute dei cittadini

    Mensopoli: Arpal sotto inchiesta, a rischio la salute dei cittadini

    StoppaniIn questi ultimi giorni la notizia delle condanne per lo scandalo degli appalti truccati di Mensopoli trova un inquietante continuità nell’ indagine avviata dalla magistratura.

    Per Mensopoli le condanne hanno confermato l’impianto accusatorio che aveva portato nel maggio 2008 ad arresti eccellenti anche fra esponenti vicini alla giunta comunale accusati di aver creato un comitato del malaffare per gestire arbitrariamente gli appalti per le mense scolastiche e ospedaliere della regione. La dimostrata corruttibilità dei dirigenti pubblici e il tentativo di trasformare in sistema una pratica consueta di favori e mazzette è stata fermata in tempo e le condanne, se pure simboliche, perché sappiamo che gli imputati non passeranno un giorno in cella, sono comunque significative anche se forse non saranno un deterrente sufficiente per altri amministratori disonesti.

    La nuova inchiesta che chiama in causa l’agenzia per la protezione dell’ambiente è invece appena agli inizi ma se si confermassero i sospetti calerebbe un’ ombra sinistra sulla gestione della sicurezza ambientale nella nostra regione.

    Si presume infatti che l’Arpal che fornisce consulenze a vari enti pubblici sulla cui base vengono date concezioni edilizie e di altra natura, avrebbe emesso pareri addomesticati per favorire alcuni soggetti coinvolti.

    Si tratta di controlli che riguardano le acciaierie di Cornigliano, la Stoppani di Cogoleto, l’Acna di Cengio, la discarica di Scarpino.

    L’indagine sull’Arpal suscita pesanti interrogativi perché se fosse vero quanto ipotizzato sarebbe a rischio l’effettiva sicurezza dei siti prima nominati e soprattutto potrebbero esistere rischi per la salute delle persone.

    Non resta che confidare nel buon lavoro della magistratura e sperare bene, augurandosi che l’onestà di un organismo pubblico così importante per il benessere e la vivibilità della Liguria, sia ancora integra e non ritrovarsi un’altra volta immersi nel torbido mondo del malaffare a tutti i costi, anche sulla pelle dei cittadini.

    Matteo Quadrone

  • Ugo De Lucchi, il fumettista della rivista Frigidaire

    Ugo De Lucchi, il fumettista della rivista Frigidaire

    Ugo DelucchiUna sera, in una piccola piazzetta dei vicoli, ho fatto un incontro bizzarro: un signore, all’apparenza un giovane ragazzo, scarmigliato e mingherlino, porta con sè un blocco di fogli e una matita.
    Ugo, per chi lo conosce, non è una novità, è un fumettista, pittore, regista, giornalista e scrittore. Ha esposto i suoi quadri alla Biennale di Venezia, è stato regista di spot pubblicitari per la Mattel e la Penguin, ha ideato diari scolastici per la Pigna. E’ il più giovane del celebre gruppo della rivista Frigidaire, su cui disegnava anche l’ormai mitico Andrea Pazienza.
    Ugo inizia ad esser pubblicato nel ’73 con “Il Lavoro” e lascia al quarto anno il liceo scientifico per dedicarsi al mestiere dell’arte e per affinare i suoi talenti.

    Lavori per Frigidaire, hai fatto delle vignette per sostenere La Sinistra Arcobaleno: ti consideri un artista militante? Come ti definisci?
    Sì, lavoro per Frigidaire da sempre, prima veniva pubblicato con “L’Unità”, da due anni ormai esce l’ultimo sabato di ogni mese con “Liberazione”. Io artista militante? Sì, sì! Hai detto bene, e per dirla tutta mi definirei un anarchico del fumetto!

    Sei tra i primi artisti italiani ad aver creato figure animali e mutanti. Cosa pensi della nuova generazione di artisti?
    Innanzitutto l’arte si può anche imitare ma mai copiare. Io e Andrea Pazienza, e ancor prima Magnus, non abbiamo avuto maestri, siamo cresciuti da soli. Non ho mai imitato, il mio mestiere è nato spontaneamente: a 4 anni già disegnavo e a 14 avevo uno stile mio. Oggi tutti vogliono 5 minuti di celebrità, spesso senza vedere i propri limiti. Esiste una corrente chiamata dilettantismo che si nutre dei giovani e ne fa polpette. Ho trovato alcuni ragazzi con talento ma sono ancora indietro, devono sudare sulle tavole e non è una loro priorità.

    Sei mai stato imitato o copiato?
    Qualche anno fa c’era un giovane ragazzo dell’Accademia che ci teneva molto a dirmi quanto mi ammirasse, e conosceva a memoria le mie vignette. Beh, è finito a disegnare i miei personaggi per la Ceres.

    Quali progetti hai in futuro?
    Al momento lavoro per il prossimo numero di “Frigidaire”, e poi ho in ballo due personali a Milano e a Roma per febbraio, una a Berlino e una collettiva a Tokyo in primavera.

    In bocca al lupo a Ugo allora, un bicchiere alla tua salute e a presto sulla cresta dell’onda!

    Giovanna Ferrando

  • Roberto Maini, il pittore genovese che urla alla stazione Principe

    Roberto Maini, il pittore genovese che urla alla stazione Principe

    Roberto Maini, pittoreRoberto Maini, pittore genovese, conosciuto ai più come “la voce” che da anni risuona nell’atrio della stazione Principe o in Galleria Mazzini, le sue urla e i suoi rimproveri interrompono il movimento frenetico di centinaia di passanti che transitano ogni giorno da quei luoghi, cerca di risvegliarli dal loro torpore e dall’indifferenza verso gli altri…

    Alla sua figura, al suo essere al di fuori della cosiddetta “normalità”, sono stati dedicati anche dei gruppi di fan sul popolare Facebook. Ma del personaggio si conosce solo il suo lato per così dire irregolare, ma nessuno o quasi è al corrente delle sue notevoli qualità artistiche. Ci si può chiedere come sia possibile che questi nuovi mezzi di comunicazione, indubbiamente portatori di maggiore libertà di espressione, riescano a creare veri e propri miti, basandosi spesso esclusivamente su valutazioni superficiali ed estemporanee, senza nessun tentativo di approfondimento nei confronti della realtà delle cose. Ma questo non è il luogo dove affrontare la questione.

    La cosa che mi preme sottolineare è possibile conoscere l’attività artistica di Roberto Maini attraverso un’esposizione permanente allestita al Centro Solidarietà di Genova, in via Asilo Garbarino, con alcune riproduzioni ingrandite su tela di piccoli lavori pittorici originali, realizzati in acrilico e conservati da Eugenio Costa nella sua omonima galleria d’arte in Salita S. Caterina.

    La prima serie di opere, realizzata a metà degli anni ’90 su commissione di Eugenio Costa, hanno come temi principali il cielo, il cosmo, gli alberi. Sono opere che l’autore dichiara ispirate alle teorie di Wilhelm Reich, in particolare quella sull’energia orgonica, l’energia cosmica primordiale presente ovunque nell’universo.

    La sua è una pittura espressiva dai tratti decisi, esprime potenza, un’energia superiore, è la forza della natura che si manifesta all’uomo. Sono cieli blu e viola, rotti da scie luminose, da sprazzi di luce nel buio, atmosfere cosmiche in cui compaiono sfere lucenti simili a dischi volanti.

    Risalgono invece al 2009 una serie di lavori, sempre in piccolo formato, in cui il tema paesaggistico prende il sopravvento, scompaiono alcuni riferimenti cosmici, abbiamo la raffigurazione di mare, monti, paesaggi al limite fra cielo e terra. I colori variano, le tonalità del giallo e del verde sono predominanti, le atmosfere si fanno più rarefatte, i colori più tenui.

    Dimostra sempre un’incredibile abilità nell’accostamento dei toni ed un rigore compositivo che contrasta con la sua poetica visionaria, le sue immagini trasmettono un’energia primitiva, trasudano semplicità e concretezza, l’essenzialità della natura al cospetto dell’uomo.

    Matteo Quadrone

  • Silvano Agosti racconta il suo “discorso tipico dello schiavo”

    Silvano Agosti racconta il suo “discorso tipico dello schiavo”

    Silvano AgostiSilvano se dovessi racchiudere oggi in poche righe il tuo “discorso tipico dello schiavo”, come un messaggio sul telefonino a milioni di persone nello stesso istante… cosa scriveresti?

    Nessuna somma al mondo vale un giorno della tua vita vissuta in libertà, vale a dire sulla scia silenziosa dei desideri e non nel chiasso degli obblighi.

    Tu hai girato l’Oriente in sacco a pelo, come sopravvivevi, come ti sei mantenuto?

    Un vero miracolo. A partire dalla Grecia e poi in Turchia e in Siria e in Giordania e nel Libano e in tutto il nord Africa, avevo con me un biglietto di due dollari e non ho mai avuto bisogno di cambiarlo perche’ ovunque mi svegliassi c’era un essere umano, uomo o donna che mi porgeva del cibo con infinita tenerezza. Puo’ sembrare incredibile ma e’ stato cosi’.

    Il lettore si stara’ domandando: Bene… Ma oltre ai sogni da rock star, da attore hollywoodiano e alla vita da eremita, quali sono le vie alternative ai mille euro al mese del mio principale? Proviamo a dar loro qualche spunto… qualche esempio da cui partire, qualche riferimento… qualche cosa ben precisa su cui riflettere… Oltre il lavoro subordinato, quali strade pensi possa intraprendere un giovane oggi per sopravvivere in questo mondo?

    Innanzitutto va ripristinato il meccanismo dei desideri naturali, quelli che in genere ha un bimbo di 4 anni che non desidera ne’ soldi ne’ ragazze, ne’ carriere ma, se ha dormito e mangiato, desidera solo giocare. Si tratta di giocare col mondo e con gli eventi come se fossero a disposizione della nostra fantasia. Non esiste Essere al mondo che non abbia voglia di giocare e il gioco di un bimbo cresciuto si chiama creativita’, in qualsiasi forma o quantita’. Il lavoro subordinato e’ in genere un crimine, ma per tre ore al giorno a pieno stipendio si puo’ anche accettare. Al limite va cercato un padrone con un minimo di cervello, gli va chiesto quali sono i compiti da svolgere e tali compiti ci si organizza per svolgerli in tre ore, tempo interminabile per una persona serena e che sta pensando alle rimanenti 21 ore di liberta’. Ma meglio e’ se ognuno si inventa la possibilita’ di vivere della propria creativita’. Inoltre sconsiglio a chiunque di sopravvivere, si tratta invece di vivere e vivere, lo ripeto, significa ritrovare i desideri naturali e dare loro una risposta.

    Cantautori, poeti, pittori, cineasti… Il mondo e’ pieno di talenti. Ma per pubblicare libri viene richiesto denaro, per incidere dischi serve denaro, se suoni dal vivo non guadagni piu’ di trenta euro a serata e se vuoi fare del cinema nessuno ti da i soldi per iniziare a girare il tuo primo film. Quale strada deve seguire secondo te un artista emergente per riuscire a vivere della sua attivita’?

    L’arte fatta con i soldi somiglia all’amore fatto con i soldi, ovvero non e’ altro che un nulla travestito da evento. Ho scritto un manuale intitolato “Come produrre un film senza denaro o, per capirci meglio, senza spendere neppure un euro”. Io di film lungometraggi ne ho prodotti 12 senza denaro e una sessantina di documentari. Naturalmente per prima cosa ho eliminato la troupe e mi sono assunto la responsabilita’ di scrivere la sceneggiatura, fare la fotografia, il montaggio, la produzione e anche la distribuzione. Insomma “Comanda e fai da te, sarai servito come un re…”
    Infine non credo esista il Cantautore o il Poeta, ma un essere umano che si e’ ridotto a identificarsi in un ruolo, sia pur giocoso. In realta’ tu Cantautore o tu Poeta, come essere umano, appunto, sei una infinita’ di altre cose…

    Gabriele Serpe

  • Brasile, Argentina: lo spettacolo delle cascate Iguazu

    Brasile, Argentina: lo spettacolo delle cascate Iguazu

    Cascata del diablo - Iguazu
    La cascata "del diablo"

    Le cascate Iguazu sono un sistema di 300 cascate, per una lunghezza di circa 3 km, con altezze anche di 150m, al confine fra Argentina e Brasile. La cascata più importante e profonda è chiamata la ‘garganta del diablo‘ profonda150m. e lunga 700 m.

    E’ da tener presente che, la maggioranza delle cascate si trova in territorio argentino. Ma una migliore visuale ed in particolare quella della ‘garganta del diablo’ la si può avere solamente dalla parte brasiliana.

    La maestosità e la potenza che questo continuo riversarsi di acque, dal colore leggermente marrone dovuto alla terra dell’alveo del fiume, agisce su chi le osserva, come un qualcosa di magico da ritenersi quasi sovrannaturale.

    L’assordante mormorio della caduta delle acque che a volte, per attimi di tempo, pare scomparire all’udito come se tutto stesse per rifiatare per poi riprendere con immutato assordante rumore, il levarsi continuo della nebbia che tutto avvolge e molto nasconde, i continui arcobaleni che nascono e muoiono a secondo il cambiamento, umanamente impercepibile, delle correnti d’aria, danno al visitatore una sensazione di sovranaturalità di tutto l’insieme.

    Solo un Dio, può aver creato e puo’ continuare a gestire il tutto, con normalità e quasi con indifferenza. Come se far arrivare e sprofondare sempre egualmente, sempre con la stessa cadenza, nel più semplice dei modi, miliardi di m3 di acqua, sia del tutto normale. Mi riesce difficile descrivere quello che ho potuto vedere ed ho provato, avvicinandomi a Loro. Dico loro e lo scrivo in maiuscolo, perché personalmente sento che debbo assolutamente portarle riverenza. Ancora oggi mi accade, malgrado il tempo trascorso da allora, che scrivendone il vissuto, ne rivivo, in parte, i momenti.

    Il turista, può scegliere più modi per ammirare questo spettacolo. Quello classico è di costeggiare, a piedi, per un po’il fiume fino a Puerto Canoas e di li prendere la passerella che conduce al salto detto Garganta del Diablo. Mi ripeto: uno spettacolo indescrivibile.

    Oppure quello di prendere il battello e raggiungere la piccola isola di San Martin e la relativa fossa. Anche perché i colori dell’acqua, sono diversi a seconda di dove il visitatore si trovi. Di norma ogni visitatore percorre, tutti i così detti sentieri, che permettono la visuale di tutte le cascate/fosse. C’è la possibilità di sorvolarle anche in elicottero con l’opportunità della visuale ampliata di buona parte del parco.

    Pensate che il fiume Yguazu, porta quest’acqua da una distanza di 700 km dopo essere disceso, in Brasile, dalla sorgente della Sierra do Mar, attraversando quindi buona parte dell’America del Sud e riversando, durante il suo passaggio, linfa vitale alle popolazioni delle sponde.

    All’origine il colore è quello che ha l’acqua di tutti i fiumi del mondo. Poi, man mano che il fiume si addentra nella foresta sub-tropicale inzia ad assumere un colore più scuro. Fino a raggiungere, prima delle cascate un colore rosso/marrone. Questo dovuto alla presenza di numerosi minerali. Come il ferro e la ferrite.

    Lungo il suo defluire, è un continuo sorgere di una vegetazione sub-tropicale bellissima. Come la presenza di alberi che possono raggiungere anche i 20/30 metri di altezza. Ed ancora, le sue acque sono ricche di pesci e/o crostacei commestibili e prelibati. I suoi acquitrini sono il regno degli Anaconda e di altri predatori.

    L’umidità intensa, fà crescere tutto in fretta ed in gran quantità. E’ un giardino incredibile,una foresta esuberante e popolata di svariate qualità di uccelli. In particolare la zona è famosa per le farfalle. E’, per me in sintesi, il sogno dell’ecologia. Così come si riscontra tutt’intorno alle cascate dove uccelli di tutte le dimensioni, razze e colori, pare che sfidano le cascate, scomparendo dentro esse e riapparendo poco dopo, come se nulla fosse stato.

    Nei secoli scorsi, nell’area oggi parco dell’Umanità, sorsero importanti missioni cattoliche gesiute. Famosa quella di San Ignacio (con riferimento a S.Ignazio di Loyola fondatore dell’ordine dei Gesuiti). Gli abitanti indigeni Guaranì, il popolo meno guerriero della regione, si raccolsero ed accettando la sottomissione religiosa e di popolo, si convertirono al cattolicesimo spagnolo.

    Nella zona delle cascate, fu girato anche un famoso film ‘Mission’ che raccontava gli eventi religiosi di quegli anni: fine 1600 a metà del 1700. Oggi la San Ignacio, è visitabile come splendida testimonianza di quel periodo storico religioso che ebbe, in quelle regioni, un forte peso politico.

    Credo che l’umanità tutta, presente in una qualsiasi parte del globo, debba da subito (molto tempo è già stato perduto a mio giudizio) individuare il modo con cui poter gestire la poca acqua rimasta sul pianeta. Le scarse pioggie (l’effetto serra?), la siccità avanzante nei continenti, l’annullamento continuo di immense zone boschive cause le pioggie acide, lo sciogliersi dei ghiacci nei due poli etc. sono, indiscutibilmente, avvertimenti incisivi che la natura ci manda. Siamo e saremo noi esseri umani, in grado di capirli? Di porre rimedio al secolore nostro mal fatto? Ai posteri l’ardua sentenza.

    Angelo Gualeni

  • Scuola in piazza delle Erbe: il progetto diventa realtà

    Scuola in piazza delle Erbe: il progetto diventa realtà

    La nuova scuola in piazza delle Erbe
    Il progetto della nuova scuola in piazza delle Erbe

    I lavori per la costruzione della nuova scuola di Piazza delle Erbe partiranno a breve. Oggi sono stati compiuti passi avanti, e’ stato ottenuto il finanziamento  e lunedì 12 aprile il progetto e’ andato in gara.

    Le procedure, insomma, sono avviate e alla nostra precisa domanda “Che questo non sia l’anno buono per l’apertura del cantiere?” da palazzo Tursi rispondono: “Si, i lavori inizieranno presto.”
    Il nuovo edificio sostituira’ la scuola elementare Garaventa e la scuola media Baliano attualmente in via San Giorgio comportando la razionalizzazione del servizio scolastico e portando a una rivalutazione dell’offerta scolastica del centro storico (23 aule, per un complesso scolastico con capacita’ di 418 unita’).

    Salvo colpi di scena, fra tre anni la scuola sarà in piedi per la gioia dei tanti sostenitori che la attendono (soprattutto le sempre crescenti famiglie del centro storico con bambini piccoli…) e per il disappunto di chi sin dalle prime bozze pubblicate ha sempre considerato questo nuovo edificio di forte impatto ambientale.

    Il progetto della scuola era l’unico rimasto “non realizzato” fra quelli approvati nel 2002 dalla giunta Pericu per la riqualificazione della zona compresa fra piazza delle Erbe, via Ravecca, stradone Sant’Agostino e via San Donato.

     

     

  • Antonella Ruggiero, una delle voci più belle della musica italiana

    Antonella Ruggiero, una delle voci più belle della musica italiana

    Antonella Ruggiero“Genova La Superba” è il titolo dell’ultimo album di Antonella Ruggiero, un omaggio alla sua città natale e al grande fervore artistico che animò Genova neglianni sessanta. Fabrizio De Andrè, i New Trolls, Ivano Fossati, Gino Paoli, umberto Bindi, Luigi Tenco, il poeta Riccardo Mannerini: quattordici splendide interpretazioni di Antonella, l’ennesimo gioiello partorito da un’artista che a Genova in quegli anni cresceva e si formava. Esordì nel 1974 con il fortunato pseudonimo “Matia”, per poi unirsi l’anno successivo allo storico gruppo al quale diede il nome: i Matia Bazar.

    Un matrimonio durato ben quindici anni, fino alla decisione di Antonella nel 1989 di lasciare il gruppo per “riappropriarmi di una vita normale”, disse. L’abbandono delle scene, la maternità e soprattutto lunghi viaggi per tutto il mondo. Proprio durante uno di questi viaggi, in India, Antonella decide di tornare a cantare e nel 1996 esce “Libera”, la nuova pagina della carriera di Antonella Ruggiero, una pagina fatta di sperimentazioni e ricerche, successi e riconoscimenti (fra cui il secondo posto nel 1998 e la terza posizione nel 2005 al Festival di Sanremo). La sua voce è considerata una delle più grandi di sempre e, fra cori sacri e culture lontane, Antonella oggi continua a riempire i teatri di tutta Italia con un repertorio che spazia dal pop al jazz sino alla musica classica.

    Metropoli o dormitorio, fra grande città e realtà di provincia…
    Io credo che questo sia uno degli aspetti più caratteristici di Genova: il suo essere una grande città pur avendo mantenuto i ritmi della “provincia”. Io lo considero un elemento di ricchezza… Genova deve però senz’altro affrontare e superare le tante contraddizioni che derivano dal muoversi tra questi due opposti, questo è indispensabile.

    “Superba”… si tratta solo di un antico aggettivo coniato secoli or sono dal Petrarca o c’è qualcosa di più dietro questa denominazione? Cosa ha ancora di “superbo” secondo te questa città?
    Innanzitutto la sua storia, la sua tradizione e la sua arte… inoltre Genova è un crogiolo di culture e popoli diversi. Sono davvero tanti gli elementi che rendono “superba” questa città.

    De Andrè, Tenco, New Trolls, il tuo disco è un omaggio ai grandi cantautori della recente tradizione genovese. Tu vivevi a Genova in quegli anni e facevi parte di quel mondo profondamente ispirato.. cosa ricordi de “La Superba” in quel magnifico periodo? Cosa è cambiato secondo te rispetto a quegli anni?

    Non si può negare che quello sia stato un periodo straordinario, che ha offerto alla musica e all’arte delle perle uniche. Ho cercato di raccoglierne alcune nel mio ultimo album, rispettandone la versione originale ma offrendo anche una mia interpretazione e rivisitazione grazie anche agli arrangiamenti straordinari di Roberto Colombo. E’ difficile pensare che un periodo così magico possa ripetersi. Però Genova è ancora oggi una città ricca e stimolante: vedremo se ci regalerà delle belle sorprese in futuro…!!

    Pensi che il fatto di essere nata a Genova abbia influito su alcuni lati del tuo carattere? Sia in bene che in male, cosa ti ha dato Genova?

    R: Pur avendo viaggiato molto e vissuto in varie città, non posso negare che la mia infanzia genovese è una parte fondamentale del mio carattere e del mio modo di essere. Mi porto dentro il mare, con tutto ciò che questo comporta: lo spirito d’avventura, il desiderio di viaggiare, e in parte quella sottile malinconia che talvolta pervade le città marinare e le menti dei loro abitanti.

    Tantissimi anni di carriera e esperienza di vita alle spalle… cosa ti aspetti dal futuro? Hai fiducia nelle nuove generazioni?

    Assolutamente si! I giovani sono ricchi di energie e di risorse, di questo sono convinta. Purtroppo i tempi sono sempre più difficili per chi vuole fare musica o misurarsi con altre forme artistiche. Le condizioni non facilitano gli autentici talenti, e privilegiano l’apparenza piuttosto che l’impegno e lo studio. Vorrei ricordare a tutti i giovani che non serve avere un successo improvviso e legato all’apparenza: contano molto di più lo studio e l’impegno, che consentono di avere dei risultati effettivi e non effimeri.

    Tu hai anche un’etichetta discografica. Cosa pensi sinceramente della musica italiana contemporanea? Soprattutto per quanto riguarda il mondo del pop che a te ha dato così tanta fortuna… vedi buone prospettive e autori interessanti o pensi che si siano fatti dei passi indietro dopo la splendida fioritura degli anni dei Matia Bazar?

    Non parlerei di passi indietro o avanti: sono i tempi che sono diversi. Credo sia necessario interpretare i tempi per capire quali risorse ci sono. Sento delle voci interessanti e anche alcuni autori meritano una certa attenzione. Anche se, in effetti, è difficile incontrare oggi un musicista che veramente stupisca.

    Abbiamo consigliato ai nostri lettori il libro di David Linch sul rapporto fra ispirazione artistica e meditazione. Tu sei stata in India e ti sei ispirata molto a quelle sonorità… Che rapporto hai con la spiritualità?

    Negli anni ho avuto modo di visitare diverse volte l’India, venendo a contatto con una profonda spiritualità. Ho capito che si può avere un rapporto meditativo con qualsiasi evento della giornata. Trovo sia piu giusto avere consapevolezza nelle proprie azioni quotidiane piuttosto che concentrarsi unicamente su alcuni momenti. Da anni porto avanti un percorso di ricerca rivolto alla musica sacra. Il mio repertorio “sacrarmonia” è la testimonianza di questo mio viaggio dentro la musica ispirata al sacro. Personalmente sono credente e trovo straordinario il modo in cui la musica possa farsi da tramite tra gli uomini e la Divinità. In questo cerco di dare il mio piccolo contributo: mettendo la mia voce al servizio di brani intensi ed emozionanti.

    Una domada un pò marzulliana… Cosa non faresti mai, cosa non rifaresti mai e cosa invece oggi sogni di fare…

    Non farei mai del male a qualcuno: trovo inconcepibile ogni forma di violenza, sia fisica che psicologica. Cosa non rifarei…? Mi reputo soddisfatta di ciò che sono oggi, e ciò che sono è frutto del mio percorso esistenziale, compresi i miei errori: quindi credo che rifarei tutto ciò che ho fatto. Cosa sogno di fare…? Ancora tanta musica, tante scoperte e tante emozioni, senza le quali non riuscirei prorpio a immaginare la mia vita.

    Gabriele Serpe

  • Giovanni Allevi, il pianista classico dall’animo rock

    Giovanni Allevi, il pianista classico dall’animo rock

    Giovanni Allevi

    Giovanni Allevi è il pianista dei grandi palcoscenici teatrali e delle platee dei concerti rock. Di lui si dice abbia rielaborato la tradizione classica europea aprendola alle nuove tendenze pop e contemporanee, il che non è proprio cosa da poco. Questo omino dai capelli crespi e lo sguardo sveglio è un compositore di musica classica e i suoi brani sono presenti nella maggior parte degli i-pod dei giovani e dei giovanissimi, un risultato sorprendente che ha spiazzato tutti, a partire da lui.

    Originario di Ascoli Piceno, Giovanni decide di trasferirsi a milano dopo aver conosciuto Saturnino, arrangiatore bassista di Jovanotti. Sono proprio Saturnino e Jovanotti i primi a scommettere sulle potenzialità di questi brani molto semplici per pianoforte caratterizzati da melodie orecchiabili e fortemente comunicative.

    Così nel 1997 con la sua etichetta “SoleLuna”, Jova pubblica il primo album di Allevi dal titolo “13dita” e la musicista giapponese Nanae Mimura propone alcuni brani dell’album alla Carnegie Hall di New York. Da quel momento Giovanni inizia a farsi un nome e il suo talento viene lentamente riconosciuto da tutti.

    Nel 2004 inizia un tour internazionale dal palco dell’HKAPA Concert Hall di Hong Kong per arrivare il 6 marzo dell’anno successivo ad esibirsi sul palco del tempio mondiale del Jazz: il “Blue Note” di New York, dove registra due strepitosi sold-out. Oggi sono quattro in totale gli album pubblicati, con una bacheca già ricca di importanti onoreficenze e grandi esibizioni.

    Giovanni è venuto a Genova a presentare il suo libro, non una biografia, ma un omaggio a quella forma d’arte che lui chiama “strega capricciosa”, la musica che ha plasmato ogni sua energia pretendendo sempre dedizione assoluta.

    Nel tuo libro descrivi la musica come la tua “strega capricciosa” e non dimentichi mai di scriverla con la”M” maiuscola…

    Si, lei è la mia strega capricciosa, la mia ossessione, il mio grande amore. Una strega dalla quale non potrei liberarmi neanche se lo volessi, lei mi comanda, mi obbliga a fare salti mortali ed è sempre con me. Avevo cinque anni la prima volta che ho suonato un pianoforte, lo avevamo in casa ma i miei non volevano che lo suonassi. Così iniziai di nascosto, studiavo quando loro non erano a casa e me ne innamoravo giorno dopo giorno. Pensate che i miei scoprirono che sapevo suonare cinque anni più tardi, durante una recita in quinta elementare! Ricordo che suonai un preludio di Chopin…

    Dieci anni di pianoforte e dieci di composizione fra i conservatori di Perugia e Milano, poi l’esperienza all’Accademia Internazionale di Alto Perfezionamento di Arezzo. Oggi però le tue composizioni sfuggono dalla rigidita’ delle regole classiche…

    Sento fortissima la necessità di cambiamento, ma per rompere con le regole bisogna conoscerle profondamente, questo ci tengo a dirlo! Credo sia necessario passare attraverso l’accademia per poter provare a guardare oltre.

    I gusti musicali dei giovani stanno davvero cambiando? Ti senti in qualche modo un simbolo di questo cambiamento?

    Non la vivo come un’evoluzione celebrale di chi ascolta musica, ma come un grande ed inaspettato abbraccio della gente, un’evoluzione emotiva se vogliamo… quello si! Non riesco proprio a considerarmi emblema di questo possibile cambiamento, anche perché detta così sembra roba da extraterrestri! Senza dubbio i giovani sono la mia principale fonte d’ispirazione e nei loro occhi vedo ancora tanta luce a dimostrazione del fatto che questi tempi non sono morti e immobili come ce li vogliono dipingere. Una società che ama e segue la propria arte contemporanea è una società ricca e proiettata verso il futuro. Questo deve darci fiducia, altro che Italia fanalino di coda!

    Che musica ascolta Giovanni Allevi? E c’è un brano in particolare al quale ti senti maggiormente legato?

    Ascolto musica classica, ma non per snobbismo sia chiaro. Il fatto è che voglio puntare in alto e per migliorarmi costantemente devo rubare i segreti ai miei colleghi! Ad esser sincero però non ho un brano o una canzone preferita, ogni brano racchiude un momento, un’immagine, un gesto, un oggetto della nostra vita, che so.. anche una scatoletta di tonno! Per questo la lista è lunga e non esiste un pezzo più significativo di altri.

    Un capitolo del tuo libro è interamente dedicato alla paura di esibirsi, alla famosa ansia da palcoscenico.. Ancora oggi hai paura di sbagliare quando sali sul palco?

    Certo che si! E più si va avanti più si ha paura! Ricordo una serata in cui ero talmente agitato che, una volta seduto al pianoforte, non riuscivo a ricordare minimamente come iniziasse il brano che mi ero preparato!! Però non si tratta di paura di suonare, è più che altro paura del giudizio di chi ascolta e il giudizio degli altri spaventa chiunque non solo chi suona. Quando salgo sul palco mi rendo conto subito se la gente è venuta per emozionarsi o se hanno tutti il fucile puntato per giudicare se suono bene o male… Nel primo caso mi apro immediatamente, non sento nessuna ansia e vado liscio, nel caso contrario mi irrigidisco.

    Sei venuto spesso a suonare nella nostra città, che idea ti sei fatto di Genova e dei suoi abitanti?

    Ti rispondo così di getto… i colori. Genova è per me la città dei colori, colori unici che rimangono nella testa. E io trovo la gente colorata di conseguenza, la fama del genovese chiuso per quanto mi riguarda possiamo pure gettarla nel dimenticatoio!

      

  • La Bocca del Lupo, il film di Pietro Marcello girato a Genova

    “Prima di girare il film non conoscevo la vostra città unica memoria erano i racconti di mio padre, un marittimo meridionale. Lui si imbarcava e Genova era la sua città ideale, mi raccontava del fermento nei vicoli, delle tripperie, e del suo cielo, dei suoi colori, una città del nord che guarda a sud, diceva”.

    “Io ho conosciuto un’altra città rispetto ai racconti di mio padre. Silenziosa e unica nella sua diversità, ho vissuto nella zona dell’angiporto, dove la memoria è impressa nelle pietre di Sottoripa… A differenza di Napoli, a Genova è difficile riconoscere un tessuto sociale, questo mi ha fatto sentire disorientato al mio arrivo…”

    Il regista venne contattato più di un anno fa dall’Associazione San Marcellino perchè venisse nella nostra città a realizzare un film che riuscisse a fotografare una parte di città… quella dei vicoli, del ghetto e della comunità transessuale, dei tanti senza tetto assistiti dai volontari di San Marcellino. L’Associazione genovese, fondata nel dopoguerra per aiutare chi era rimasto senza casa dopo i bombardamenti, voleva raccontare attraverso un film, non tanto la propria attività, quanto il mondo a cui essa si rivolge.

    Nasce così La Bocca del Lupo, dal titolo del romanzo di Remigio Zena del 1892 ambientato nel centro storico, nell’antico sestiere di Prè.

    Il film ha attirato migliaia e migliaia di persone al cinema; una storia d’amore, la vera storia di Enzo e Mary, lei in strada, lui in carcere. Si sono aspettati e voluti sin dal tempo del loro incontro in galera, quando ancora si mandavano messaggi registrati su cassette nascoste.

    Mary, romana, raggiunge Genova negli anni sessanta per poter finalmente esprimere la propria sessualità, perchè nei nostri vicoli erano nate in quegli anni le prime comunità trans d’Italia. Enzo, figlio di un contrabbandiere, ha passato metà della sua vita dietro le sbarre a causa di diversi scontri a fuoco con la polizia.

    Un film documentario di un’ora, fra scene girate oggi e filmini per lo più amatoriali ripescati negli archivi e capaci di raccontare una Genova lontana, ricca di fascino per chi non l’ha vissuta, ricolma di rimembranze per chi in quegli anni era un ragazzo.

    Malinconico e “pasoliniano”, questo film racconta la storia dei vinti, in cui la vera vittima è lo spettatore, che improvvisamente si scopre miope e superficiale mentre sale in macchina per rientrare al proprio nido.

    E poi Lei, la città di confine, la scorbutica signora che invecchia… “unica nella sua diversità”.

    Gabriele Serpe

  • Gianni Serino, il bassista genovese di livello internazionale

    Gianni Serino, il bassista genovese di livello internazionale

    Gianni SerinoC’è chi lo definisce il più grande bassista del mondo. Di sicuro il genovese Gianni Serino è uno dei più quotati geni del basso al mondo.

    Pensate che stia esagerando? Allora facciamo così. Invece che starvi ad annoiare con il suo lungo curriculum, con le collaborazioni, le pubblicazioni, la didattica, le tecniche innovative, eccetera, eccetera, vi do un semplice consiglio: andate su YouTube, digitate “Gianni Serino” e scegliete uno a caso tra i video che compaiono. Poi mi saprete dire. Ora, a uno così, uno che ci è spuntato gratis proprio nel giardino di casa, abbiamo noi offerto spazi, riconoscimenti, opportunità? State a sentire…

    Allora Gianni, cosa pensi della scena musicale genovese di questi ultimi tempi?

    Beh, è molto ricca di band valide, belle idee e serietà. I ragazzi ultimamente si sono fatti molto più furbi rispetto alle proposte infami delle case discografiche pronte solo a spillare soldi… e non vado oltre! Ma la cosa più piacevole è constatare che hanno un soggetto, un’idea, e sono pieni di carica. Io non sono uno di quelli che dice: questo è brutto o questo è bello. Ho solo piacere ad osservare la passione. Naturalmente esistono anche tante band che devono ancora trovare la loro strada… fa parte del gioco! Ma tutti meritano incoraggiamenti.

    Veniamo al tuo rapporto con Genova: cosa ti ha dato la città e la sua gente?

    E’ una gran bella città, sia chiaro, con idee musicali valide, come ho detto prima, ma è stata rovinata dalla politica e dalla grande indifferenza artistica. La ritengo povera di interessi, povera di idee, povera di tutto… peccato! Un posto così… cosa vuoi che mi abbia dato? Non mi ha dato nulla di nulla: solo una gran spesa di soldi!! Riesco a sentirmi valorizzato quando sono altrove, dove il livello mentale delle persone è più elastico. Ho già escluso Genova dalla mia testa: le cose che faccio, le presento altrove.

    E’ triste, in effetti… Meglio tornare al discorso musicale: che consiglio ti senti di dare ai tanti giovani che suonano uno strumento?

    Rispondo con poche parole: semplicemente, lavorare, lavorare, lavorare sempre, sempre, sempre. Non perdete un secondo della vostra vita con cose nulle: chi vuole una cosa, se la vuole veramente, la ottiene.

    Andrea Giannini

  • Cineporto di Genova, centro servizi per l’audiovisivo

    Cineporto di Genova, centro servizi per l’audiovisivo

    Cineporto di GenovaUffici di produzione per uso temporaneo arredati e dotati di collegamento Internet veloce, una sola di posa, 4 camerini (10 postazioni) con servizi e docce, sala casting con sala attesa, 8 stanze, 15 posti letto e una foresteria,  internet wi-fi ad alta velocità a disposizione degli ospiti, tutto questo è il Cineporto di Genova, in via Muratori a Cornigliano

    Se il set di tutte queste meraviglie cinematografiche si trovasse nell’ormai super ovattata Holliwood, saremmo di fronte a normale routine; ma il fatto che questa fetta di celluloide sia apparsa quasi magicamente in una ex area industriale dismessa, proprio nella zona dell’ex Italsider, di fronte all’altoforno dell’Ilva, rende il tutto degno di nota e senza dubbio affascinante.

    Il Cineporto di Genova oltre a rappresentare un ottimo centro servizi per la produzione audiovisiva, è la dimostrazione di come una delle zone più depresse della città, ormai condannata alla desolazione e all’abbandono, sia stata non solo recuperata ma anche trasformata in un importante e prestigioso polo artistico e culturale. Le produzioni audiovisive, quelle liguri e quelle in arrivo da altre città o dall’estero, troveranno finalmente casa a Genova.

    Bastrebbe citare alcuni nomi del calibro di William Dafoe e Omar Sharif, probabili ospiti della struttura per due diverse produzioni cinematografiche (l’inglese “Jumping Rocks” e un film scritto da Morando Morandini, entrambi ancora in via di definizione) per confermarlo. La realizzazione dell’intera opera è stata possibile grazie a Genova-Liguria Film Commission e Società per Cornigliano. L’intero spazio oltre a diventare la naturale cornice di produzione cinematografiche italiane ed estere potrà essere utilizzato anche per le produzioni pubblicitarie e più in generale da fotografi e dai teatri.

    Le ambizioni e la voglia di grande schermo per Genova non si fermano qui: è partito in Liguria il workshop “Maya”, primo corso europeo di alto livello per formare produttori indipendenti di documentari e di fiction, co-finanziato da Genova-Liguria Film Commission e dal Programma Media dell’Unione Europea. Uniche location di questo evento: due paesi dell’est europeo e Sestri Levante.