Autore: Gabriele Serpe

  • Alberto Terrile, l’incontro con il fotografo genovese

    Alberto Terrile, l’incontro con il fotografo genovese

    Alberto TerrileAlberto Terrile, fotografo genovese, classe ’61, ci ha accolto nel suo studio, nei caruggi, in un pomeriggio semipiovoso per un’intervista… ma più che un’intervista, quest’incontro è diventato una meravigliosa finestra su vita, esperienze e aneddoti. Si è dedicato a noi a lungo e con generosa sincerità, e questa è la storia che ci ha raccontato.

    Tu hai vissuto il contesto artistico degli anni ’80, tra punk e new wave. Com’era Genova in quel periodo?

    «Era una realtà abbastanza vivace, screditata rispetto a Milano ovviamente, ma massacrata in quegli anni da un fenomeno sociale gestito dall’alto, la droga. Le droghe classiche sono sparite, sostituite dall’eroina, che qui a Genova ha distrutto una generazione, ha ucciso molti miei amici. Sono assolutamente convinto che sia stata una cosa tramata dall’alto, c’è una logica ben precisa dietro le droghe: l’eroina non è stata una scelta di quella generazione, è il mercato che offre ciò di cui il sistema ha bisogno. Era una città in cui sono successe moltissime cose a livello musicale e creativo-artistico. Le gallerie presentavano artisti che poi sono stati celebrati dopo. A 14-15 anni andavo a vedere una mostra e scoprivo Joseph Beuys. C’erano nomi eccezionali, adesso tutto questo non c’è più. Mi viene in mente anche l’attività del Teatro del Falcone, l’assessorato di Sartori che ha promosso rassegne geniali, come quella di cinema underground americano al Sivori. Oggi c’è tanta apparenza, tante iniziative appariscenti che fanno sembrare la città culturalmente vivace, ma sono cose già viste, sentite, niente di davvero innovativo».

    Ho letto che dopo l’apprendistato a Milano sei tornato con il rigetto per il mondo della fotografia di moda e per quel tipo di mondo…perché?  

    «Finita l’Accademia sono andato a Milano a fare l’assistente in uno studio di moda. Modelle bellissime, tutte abbastanza anoressiche, set incredibili… noi poveri assistenti eravamo fuori da quel sistema, pettinavamo capelli e cambiavamo obiettivi alle Sinar, mentre i fotografi di moda appartenevano a un sistema che appoggiava il naso sulle superfici e tirava su tutto. Io ero il terzo assistente e per di più arrivato da Genova, quindi considerato meno di zero. Succedeva però una cosa interessante, perché arrivavi con un tale complesso di inferiorità rispetto al mito di Milano, che ti eri tanto preparato da essere poi bravissimo. Tutto sembrava si facesse a Milano. L’ho odiata profondamente per lungo tempo, oggi nutro un tenero affetto, mi fa un po’ pena vederla così decaduta, come una vecchia signora con gli acciacchi cui si cede il posto sul bus».

    Hai quindi detto no al versante più facilmente redditizio di questo mestiere. Però hai scelto di viverci, con questo mestiere. Come ti arrangiavi, trent’anni fa, all’inizio? 

    «Era difficile allora come oggi, per di più decidendo di farlo a Genova questo mestiere. Ho avuto la pensata, allora non vincente, di portare a Genova un tipo di professionalità che ritenevo mancasse, cioè la fotografia di ritratto in bianco e nero, in antitesi al molto colore degli anni ’80. Impresa fallimentare perché poca era la gente disposta a farsi ritrarre da un giovane esordiente e Genova è una città che era ed è fatta a cerchi chiusi, caste; devi appartenere a un certo giro di amicizie, e allora trovi simpatia, lavoro, amore e fortuna. Se no, niente. Una città infinitamente snob. Ho dovuto fare i sacrifici che qualunque giovane deve fare anche oggi: passare attraverso l’iter delle cerimonie, specie della fotografia matrimonialista, che era redditizia (oggi col digitale non la è più), per comprarmi l’attrezzatura; per fare il ritrattista, partire coi ritratti dei bambini.

    «C’era il centro culturale francese, l’Alliance Française attuale, che organizzava iniziative e a me era stato proposto di fare una specie di storia fotografica in collaborazione con Danielle Sulevich, scenografa per il Teatro della Tosse, con i bambini delle scuole medie, a tema Pantagruel e Gargantua. Tutto in Hasselblad 6×6, una spesa da folle. Fatto sta che il lavoro è piaciuto molto al direttore dell’Alliance e ha voluto sapere di più su cosa facessi, vedendo così alcuni dei primi angeli, queste figure in sospensione nello spazio. Se ne è fatte lasciare alcune da portare a Parigi, dove viveva, da far vedere a una gallerista. Nello stesso periodo alla Biennale di Venezia conosco, senza sapere chi fosse, l’assistente di Wim Wenders. Le chiedo di ritrarla, dato il viso interessante. Parlando le spiego degli angeli e gliene faccio vedere alcuni che portavo con me in un piccolo album. Stessa situazione: le piacciono e se ne fa alcune lasercopie da portare con sé a Berlino. Come ho scoperto chi fosse? Andando insieme a vedere un’esposizione fotografica di Wenders lì alla Biennale, un lavoro su Venezia. A me non piaceva per niente e l’ho detto senza mezzi termini. Lei sorrideva e dopo mi ha detto chi era. Ha visto però una persona genuina credo, e le sono rimasto simpatico. Queste due cose che ho detto generano, un paio d’anni dopo, due mostre: nel 1996 “Gli Angeli a Berlino” con Wenders photoeditor che in versione casalinga mi sceglie le foto, a destra quelle buone a sinistra gli scarti; e nel 1997 vengo contattato dalla direttrice del Petit Palais di Avignone, museo d’arte medievale, interessata a fare una mostra con me visto che trattavo un tema – l’angelo nella contemporaneità – che era particolarmente pertinente  alla collezione del museo, ricco ovviamente di immagini sacre. Nel ’98, a 37 anni, mi trovo così a fare questa mostra bellissima».

    «Per me che venivo da liceo artistico e accademia, quindi avevo una vera formazione di storia dell’arte, è stata un’esperienza stupenda. Ospitato venti giorni nell’appartamento della direttrice, che si trovava all’interno del museo, ho potuto girare in pigiama le stanze del museo a notte fonda, in completa solitudine, fermandomi quanto volevo davanti a un quadro di Botticelli. Ho scoperto che queste cose accadono solo ogni tanto. A me ne sono successe due quasi in contemporanea, poi magari passano dieci anni prima che ti capiti qualcos’altro di paragonabile. Bisogna avere pazienza e aspettare, non scoraggiarsi nel frattempo. Per un periodo mi chiamavano solo per mostre a carattere religioso e mi chiedevano di partecipare con gli angeli. Negli anni ’90 ho lavorato molto bene a Genova, tanti ritratti su commissione, anche se ho sempre guadagnato poco perché non facevo i matrimoni, la pubblicità, la moda, tutte le cose più redditizie insomma. Ho dovuto lottare con la famiglia per dimostrare che sarei riuscito a mantenermi anche così, e comunque l’autosufficienza è arrivata dopo molti anni, ho dovuto talvolta chiedere aiuto alla famiglia. Ho fatto copertine di libri, fotografia di teatro, tanta danza contemporanea, copertine per dischi, ne faccio ancora una all’anno, alcune per amici.»

    Oggi quindi con cosa si lavora?

    «Io vivo molto con l’insegnamento, e per il resto faccio la fotografia che voglio, cioè lavoro di ricerca: l’ultimo che ho fatto si intitola Alice nel Paese dello Stupore con dei disabili fisici e psichici di una comunità ed è stata un’esperienza forte, nata in un periodo difficile per me; io mi stavo sottoponendo a cure pesanti e il mio assistente di allora stava molto male, se ne è andato per due tumori. Così abbiamo iniziato questo lavoro e siamo entrati in un mondo a parte, ben rappresentato da quell’assunto bergmaniano che dice “io vivo nel mio mondo e ogni tanto faccio una visita alla realtà”. Questo è ciò che oggi mi interessa particolarmente. Le mie visite alla realtà sono centenari sofferenti di Alzheimer, la comunità transessuale genovese che abita i bassi, le giornate di insegnamento, poi torno nel mio mondo, che è la dimensione poetica e interiorizzata del vivere. Io ho necessità di prendere le dovute distanze da una realtà in cui altrimenti si resta implicati malamente e progressivamente rincoglioniti».

    Hai fotografato molti personaggi del cinema, registi, attori, attrici. Com’è per un fotografo immortalare questi soggetti?

    A un metro di distanza da Kieslowski respiravi una persona colta, interessante, ma normalissimo, non griffato dalla testa ai piedi. David Lynch è una persona squisita, gentilissima, e anche in lui non ho mai visto quel lusso che si sposa col successo raggiunto. Nel ritrarre personaggi famosi e del cinema uso prevalentemente inquadrature dal basso, perché ti trovi a lavorare con persone che hanno mediamente un discreto ego. Io allora ho sfruttato il fatto di essere piccolo di statura e timido… è capitato le prime volte che mi inginocchiassi sotto di loro per inquadrarli; ho visto che la cosa funzionava, perché tu sei ai loro piedi, sentono di poterti dominare e ti guardano dall’alto. Un meccanismo che ho messo in pratica con molti di loro. Preferivo evitare i photocall, li prendevo da parte pochi minuti, ma da solo. Altman l’ho ritratto attraverso il braccio di una persona, io ero al tavolino di fronte. Ho sempre cercato di togliere questi personaggi dall’aura di protagonismo che li circonda e metterli in un contesto di quotidianità. Claudia Cardinale è in macchina che guarda fuori dal finestrino, Gong Li è su un balcone del Lido. Asia Argento aveva quindici anni, mi ha chiesto “cosa devo fare?”…»

    Nel Segno dell’Angelo è una sorta di work in progress che porti avanti da trent’anni. Di cosa si tratta e che tipo di ricerca racchiude? 

    «È una cosa da cui non mi sono mai separato, dopo avere cominciato a farla. Nasce in prima battuta da un riflessione, ancora studente, sulla storia dell’arte e l’iconografia sacra. L’angelo è una figura che mi ha sempre affascinato. Mentre vivevo a Parigi ho avuto una sorta di flash… stavo male, erano successe cose nella mia vita che mi avevano portato ad abbandonare Genova e trasferirmi da un amico lassù per un tempo imprecisato, vivevo male le mie emozioni e il senso di perdita, un giorno rimango folgorato da una frase che mi appare in testa: “Le forme simboliche vuote ricevono l’immaginario delle masse. Preferisco abitare la periferia del sistema nella quotidiana sospensione tra il Paradiso e l’Inferno di ogni mia giornata”. Scrivo questa frase di getto su un taccuino. La prima parte conteneva un mio senso di fastidio già presente per come la massa accoglie una serie di minchiate, e oggi questo si verifica ancor più fortemente. Poi c’era un po’ di autocommiserazione, a quei tempi bevevo in una maniera furiosa, al punto che non bevo più dal ’99. Nella parola “sospensione” c’era già questo lavoro, i miei angeli sono sospesi, levitano, di poco sollevati da terra, terribilmente umani. C’erano tante cose che si stavano agitando in me, innanzitutto questo sentirmi palleggiato tra paradiso e inferno. Quando ho riletto la frase mi sono reso conto che faceva perfettamente riferimento a immagini scattate la settimana prima a una ragazza amica di compagni di appartamento, sospesa nel cimitero di Montmartre in mezzo a un vialetto, impassibile, immobile come se fosse tutto naturale, che guarda lo spettatore. Volevo dare l’idea di queste persone che arrivano incontro senza fare il minimo sforzo, sospese, immerse in un silenzio totale, mentre tutto intorno a loro è fermo immobile. Sono tutte foto analogiche, stampate da me, con questi bianchi e neri filtrati in un certo modo, così che queste immagini sfuggono alla concezione di tempo. Gli angeli sono un pochino sollevati verso l’alto, solo un pochino, perché da una prospettiva leggermente rialzata c’è la possibilità di vedere diversamente le cose; perché io non guardo dall’alto con atteggiamento di superiorità, ma avverto una forma di diversità che oggi sento rimarcata fortissima guardando la contemporaneità».

    Spessissimo i tuoi scatti sono in Bianco e Nero. Di certo il B/N è molto più suggestivo ed evocativo del colore. Lo scegli per qualche motivo particolare o si tratta solo di un fattore estetico? 

    «Da una parte è una risposta a tutto il colore che vedevo negli anni ottanta, dall’altra è una scelta apposita perché noi vediamo a colori, la visione in bianco e nero non ci appartiene e a maggior ragione sposta tutto su un diverso piano di riconoscibilità delle cose».

    Hai vissuto tutto il passaggio al digitale. Di certo la progressiva democratizzazione dei costi per l’attrezzatura unita alla possibilità di pubblicare su internet i propri scatti ha generato un’ondata di fotografi improvvisati, con il web che trabocca profili di flickr, a scapito della qualità e dei professionisti. Cosa pensi di tutto questo fenomeno?

    «Prima del digitale tu fotografo stampavi tutto a mano, su carta, diventavi padrone di una tecnica, la stampa analogica. Scoprivi cose meravigliose lavorando con una tecnologia molto difficile da maneggiare, certo non alla portata di tutti com’è invece il digitale che è democratico. Lavoravi con la luce, con gli acidi, e visto da fuori sembravi un mago in camera oscura, con la luce rossa che ti avvolgeva, coperto di grembiuli per proteggerti dagli acidi e intento a fare gesti con le mani coi quali facevi apparire le immagini dall’acido. Adesso sono tutti chini sul monitor, con la scoliosi, a cliccare. Il digitale ha preso tutto il sapere analogico e lo ha ridotto a un’azione da clic. A un certo punto ho dovuto adeguarmi, mi hanno detto: o ti compri il computer o sei finito. Prima si spedivano le foto per raccomandata alle redazioni delle case editrici per esempio per una copertina di libro, ora si manda una mail ed è fatta, quindi i lati positivi ci sono sicuramente. Il digitale ha permesso a tutti di farsi le proprie fotografie a basso costo, e questo è un bene. Peccato che le masse siano spesso inconsapevoli e l’uso che viene fatto di queste cose è inconsapevole. 
    Ci sono troppe cose fatte senza riflettere: qualunque forma d’arte deve avere una consapevolezza del fare, capire perché si sceglie un certo linguaggio, un certo mezzo artistico: deve rispondere alla tua interiorità. È inutile lavorare per successo e soldi, se vuoi fama e denaro non scegliere istanze artistiche, a maggior ragione in un momento come questo in cui non ci sono soldi. Avviso ai giovani: non imbarcatevi nell’arte se lo fate solo per questi motivi».

    Attualmente la realtà che ci circonda non dà molta speranza, molta voglia di sognare… cos’è che continua a ispirarti?        

    «Spero ardentemente di far vedere questa mia strana ricerca, Alice nel Paese delle Meraviglie, la cui idea è nata dopo che avevo visto uno spettacolo teatrale fatto da disabili, che mi ha suggerito la possibilità di lavorare con loro. La mia Alice è un uomo di 43 anni che sembra una signora, imprigionato in un corpo di donna, incazzato, che soffre il posto dove vivono loro, la ghettizzazione in cui li mette la società. Un’occasione per parlare di una realtà differente, di evasione, visionarietà, e loro mi hanno dato visionarietà a manciate, stravolgendo il lavoro, togliendogli narratività, sono diventati sketch che metteremo insieme in maniera quasi surrealista, ma è stata un’esperienza incredibile. Persone che ti inondano di affetto, che basano la loro vita su piccolissime cose che noi trascuriamo completamente, una lezione di vita enorme. Per un periodo non stavo bene e hanno chiesto di telefonarmi per dirmi di tirarmi su, che per loro ero importante. Persone che se le incroci per strada pensi poveri disgraziati. Ho chiesto ad alcuni di loro “Tu sei felice?”, la risposta è stata “Sì, perché?”. Allora c’è qualcosa che non funziona in noi appartenenti alla categoria dei cosiddetti normali. Siamo stati ospitati da Castello de Albertis durante il progetto perciò speriamo di allestire la mostra per il 2013 proprio lì».

    Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo che vuole intraprendere il percorso di fotografo cosa gli diresti?

    «Sherwood Anderson ha detto una cosa bellissima: “sono interessato a stare al di sotto di tutto ciò che vive”. Significa incidere una superficie e guardare sotto; secondo me l’arte avrebbe questo compito, andare al di sotto, scendere in profondità, scandagliare. Quando vedo persone che vogliono avere successo dico pensate cosa è successo a un personaggio come Nick Drake, ha fatto tre dischi, è morto a 24 anni preda di antidepressivi ed è universalmente riconosciuto, oggi, come un grande, amato dai più grandi della musica. Lui soffriva terribilmente il fatto di non vedere riconosciuto il suo talento, ed è morto per la sofferenza. Perché non guardiamo anche a questi personaggi, invece che guardare soltanto ai successi? In quest’ottica, quando insegno cerco sempre di trasmettere questo modo di vedere: fatelo per amore, perché è un’esigenza interiore. Con l’insegnamento, nel quale sono finito per caso, ho scoperto di poter parlare a persone giovani e trasmettere sapere, tecnica ma anche atteggiamento. Quale? Guardiamo al perché fare e non solo al come. Troppo spesso si crede che la fotografia sia solo un insieme di nozioni e che una volta che le si possiede si è fotografi. Poi ci si ritrova sul campo e non si sa cosa fare perché si conosce la tecnica ma non si sanno approcciare situazioni e soggetti. Quando insegno vedo che i miei allievi non chiedono quasi mai perché ho scartato una certa foto nel momento in cui gliele seleziono, ma insistono per tenerle. Io non mi sono mica sognato di dire a Wenders di reinserire qualcosa che aveva scartato… è ovvio che soggettivamente ognuno la può pensare diversamente, ma bisogna imparare ad ascoltare chi ha più esperienza, cosa che i giovani non sanno fare. Sono tre anni che produco mostre, proponendo giovani e selezionando fotografie, e vedo spesso questo atteggiamento. Ora guardando Facebook si vede che tutti vogliono fare fotografia glamour: tutte foto orrende, senza senso, un numero infinito di ragazze dagli sguardi vuoti, sedute in bilico su muretti e davanzali, o in posizioni improbabili dentro fabbriche abbandonate, luoghi dove prima c’era il lavoro, il sudore, invasi di corpi femminili tra segatura, vetri rotti e macchie d’olio, tutti rigorosamente in due pezzi, tutti rigorosamente con tre, quattro tatuaggi in punti strategici. Tutti stanno facendo questa fotografia perché hanno visto che rende, nonostante la crisi. Ma è tutta roba leggera, superficiale. Le persone che fotografo io hanno uno sguardo che è presenza, diretto o laterale ma presente. Persone che hanno un mondo nello sguardo. Sono assolutamente cosciente di avere scelto una strada di nicchia, consapevole di essere assolutamente un minore, non credo che lascerò nella storia dell’arte contemporanea chissà quale segno. Mi considero un artigiano che fa il suo con passione. Il fatto è che oggi si lavora sempre meno con passione…»

    Claudia Baghino
    video di Daniele Orlandi

  • Menu a Km zero: è arrivata a Nervi la “cena intelligente” di Coldiretti

    Menu a Km zero: è arrivata a Nervi la “cena intelligente” di Coldiretti

    Menu a Km Zero” è un nuovo stile gastronomico. È una ricetta che permette di apprezzare, comodamente seduti a tavola, al ristorante ma anche nell’intimità della propria cucina, tutte le stagionalità, la freschezza e le ricchezze che crescono a meno di 50 Km da quel tavolo. Cercando un sinonimo, si potrebbe dire che mangiare a km zero vuol dire accorciare le distanze.

    Impossibile, quindi, trovare due Menu a km Zero identici. Ogni singolo piatto è composto da prodotti tipici locali e di stagione, provenienti dalle campagne vicine, nel rispetto dell’ambiente, in un tripudio di tipicità, qualità e freschezza. Anche se diverso, ogni Menu a Km Zero si basa, però, sulla stessa ricetta: mettere nei piatti le specialità delle campagne circostanti, contribuendo cosi alla riduzione dell’inquinamento causato dal traffico veicolare.

    L’unico modo per avvicinarsi al “Menu a Km Zero” è sedersi a tavola. Ed è quello che ha fatto il Rotary Genova San Giorgio, presso il ristorante “La Bigoncia”, a Quarto. L’Avv. Enrico Sala, con la complicità di un “menu made in Nervi”, ha tenuto una relazione sul tema. Una cena a base di portate che identificavano il territorio, quello di Nervi appunto, ha offerto lo spunto per alcune considerazioni.

    “Menu a Km Zero” non deve essere inteso solo come la cena al ristorante, ma deve essere sinonimo di sensibilità ambientale anche nel momento di fare la spesa; deve poter dire privilegiare prodotti locali e di stagione a chilometro zero che non devono percorrere lunghe distanze con mezzi inquinanti prima di arrivare sulle nostre tavole. Invito ad accorciare le distanze che l’Avv. Sala ha voluto racchiudere in un aneddoto: «E’ stato dimostrato come negli hamburger americani ci fosse insalata messicana e come nelle tortillas messicane ci fosse insalata americana».

    Una metodologia culinaria, quella coniata dalla Coldiretti del Veneto, che i partecipanti all’incontro hanno potuto apprezzare attraverso una cucina basata sulla tradizione, con una ricerca minuziosa per quanto riguarda le materie prime e seguendo la stagionalità dei prodotti usati. «Un grazie particolare a Chef Corrado Carpi che ha dato sapore e gusto ad ingredienti anche poco noti e non troppo espressivi (ad esempio i funghi cardoncelli di S.Ilario) oppure conosciuti e di tutti i giorni (le acciughe del nostro mare), ma trattati con personalità e fantasia, a conferma che l’opera dello chef o di una brava cuoca casalinga è fondamentale per “nobilitare” ingredienti vicini a noi, spesso ignorati o poco considerati», è il commento conclusivo dell’Avv. Sala.

     

    Valeria Abate

    [foto di Diego Arbore]

  • Mare per tutti: sport accessibili a disabili e tutela dell’ambiente marino

    Mare per tutti: sport accessibili a disabili e tutela dell’ambiente marino

    Quinto, Genova“Mare per tutti” è il nome del progetto di promozione sociale che la Regione Liguria promuove in collaborazione con la Lega Navale Italiana. In quanto Ente Morale e di Diritto Pubblico, di Protezione Ambientale e Promozione Sociale, l’iniziativa si sposa perfettamente con gli scopi dell’associazione e rientra nel raggio più ampio dell’accordo di collaborazione tra i due enti pubblici stipulato nel 2003 ma ratificato soltanto nel 2011, e che ha come obiettivi la tutela dell’ambiente marino e lo svolgimento di attività legate al mare, rivolgendosi in particolare ai giovani e alle fasce sociali più deboli.

    Attivo tutto l’anno ma maggiormente fruibile in estate per ovvi motivi, il progetto “Mare per tutti” si articola nelle seguenti attività: vela, canoa, canottaggio, gite in mare e anche semplice accesso alla spiaggia, il tutto pensato per rendere la realtà del mare e degli sport ad esso legati accessibile a ragazzi con disabilità motorie, disabilità mentali o non vedenti. Vengono inoltre organizzati corsi e attività rivolti alla prevenzione del disagio giovanile e gestiti in collaborazione con le Asl (per ragazzi con disturbi specifici) e con il Dipartimento di Giustizia Minorile (per il recupero di giovani e il reinserimento sociale).

    Le sezioni genovesi della Lega Navale aderenti all’iniziativa sono Genova Centro, Genova Quinto e Genova Sestri. In particolare la sezione di Quinto organizza, presso la propria sede, una grande festa aperta a tutti il 10 giugno alle ore 9 per inaugurare la stagione estiva. Per partecipare è necessario prenotarsi e comunicare il numero di disabili e di accompagnatori.

    Tempo permettendo, infatti, verranno svolte le prime attività: «Il progetto ha dei riscontri molto positivi – dice Carlo Conti, presidente della sezione – l’anno scorso abbiamo avuto circa una cinquantina di ragazzi partecipanti». Quinto organizza poi le uscite in collaborazione con tre enti di riferimento: Unitalsi (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali), Anffas e Angsa (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) cui ci si può rivolgere per partecipare.

    La sezione di Genova Centro invece dà il via, nel mese di giugno, a brevi corsi di vela della durata di sei lezioni, indirizzati principalmente a ragazzi dagli 8 ai 13 anni. In questo caso le associazioni di riferimento sono l’Associazione Il Formicaio e l’Associazione Il Ce.Sto. Anche la sezione di Sestri partecipa al progetto attraverso corsi di vela. Tutte le informazioni utili su “Mare per Tutti” e sui servizi offerti dalle singole sezioni sono reperibili sul sito della Lega Navale Italiana.

     

    Claudia Baghino    

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Genova Creative Cities: progetto per lo sviluppo dell’industria creativa

    Genova Creative Cities: progetto per lo sviluppo dell’industria creativa

    Genova, panoramaGenova, insieme a Lipsia (Germania), Danzica (Polonia), Lubiana (Slovenia) e Pécs (Ungheria), è protagonista dell’ambizioso progetto europeo “Creative cities” finanziato nell’ambito del programma “Central Europe” dell’Unione Europea. Un’iniziativa volta allo sviluppo delle cosiddette “industrie creative“, ovvero, come da definizione del Dipartimento Cultura, Media e Sport del Regno Unito, “realtà imprenditoriali fondate sulla creatività individuale, sull’abilità e sul talento della persona. In grado di produrre ricchezza e posti di lavoro attraverso lo sviluppo e lo sfruttamento della proprietà intellettuale“. Splendido a leggersi, ma vediamo di capire un po’ meglio.

    Innanzitutto vengono considerati come principali campi d’azione di un’impresa creativa quello della pubblicità e del commercio, l’architettura, le compagnie di distribuzione e l’industria cinematografica, la comunicazione (radio e tv, giornali e agenzie), la musica, l’arte visiva e le performance artistiche, l’attività museale, la vendita (sia diretta che al dettaglio) di beni culturali (cd musicali, libri, gallerie, arte), il design, le nuove tecnologie (software e videogiochi) e l’industria del gusto.

    L’obiettivo sostanziale del progetto è quello di creare una rete a livello europeo fra gruppi di imprese operanti nel campo della produzione creativa. Come? Organizzando gruppi di lavoro e corsi di formazione, promuovendo azioni di marketing transnazionale e collaborazioni con altri settori del mercato.

    “Creative cities” vorrebbe in pratica promuovere le capacità imprenditoriali e la competitività delle industrie creative locali favorendo la visibilità su nuovi mercati, creando quindi i presupposti per attrarre investimenti e scambi di “know how” (conoscenze, abilità operative). Inoltre, sfruttando le potenzialità di questo genere di attività, il progetto si pone fra gli obiettivi anche quello di recuperare aree urbane degradate favorendo l’insediamento di industrie creative.

    In tutto questo il ruolo delle istituzioni locali è fondamentale. A loro il compito di integrare il progetto nei piani e nelle strategie a livello locale e, soprattutto, di raggiungere i soggetti dell’industria creativa operanti sul territorio. Nello specifico, il Comune di Genova, che è anche il principale responsabile del progetto per quanto riguarda la comunicazione, è orientato a puntare sulla valorizzazione del patrimonio culturale come azione creativa, con l’obiettivo di elaborare strategie vincenti per il radicamento dell’industria creativa nel tessuto urbano. Per ottenere ciò, sarà necessario innanzitutto un lavoro di analisi sul territorio per conoscere e quantificare le realtà che operano nel settore della creatività (così come viene definito dal Dipartimento Cultura UK, vedi sopra), per poi operare con lo scopo di aumentare le potenzialità di sviluppo dell’intero settore favorendo i collegamenti interni e con la rete europea.

    Giovedì 7 e Venerdì 8 giugno sono in programma a Palazzo Ducale tre appuntamenti per presentare il progetto europeo ai cittadini, saranno ospiti i partner delle altre quattro città coinvolte, un’occasione importante per comprendere se e quali concrete opportunità potrebbero celarsi dietro questa iniziativa europea per la città di Genova. Il primo appuntamento è giovedì mattina (dalle 9 alle 13,30) presso la Sala del Munizioniere con la conferenza dal titolo “Lo Sviluppo Urbano Creativo” con gli interventi di Charles Landry, esperto internazionale nell’utilizzo dell’immaginazione e della creatività per i cambiamenti urbani, Franco La Cecla, antropologo culturale e architetto, e Anna Corsi, direttrice di Urban Lab. A moderare sarà Agostino Petrillo, ricercatore e professore di Sociologia urbana.

    Da oltre due decenni si discute su cosa si intenda per “città creativa”. Si indicano con questo termine le città che hanno la capacità di affermarsi nella competizione internazionale in virtù di industrie basate su competenze astratte, grazie ad una produzione “immateriale” nella sua elaborazione, ma redditizia nella sua commercializzazione. In realtà definire cosa sia “creatività” appare tutt’altro che semplice…”, queste le premesse del dibattito.

    Nel pomeriggio, alle ore 18, è prevista presso Sala Dogana l’inaugurazione della mostra fotografica internazionale “La Sostenibilità Urbana e lo Sviluppo Creativo delle città”: dieci giovani fotografi provenienti dalle città che hanno aderito al progetto “Creative Cities” hanno realizzato venti scatti gettando uno sguardo sulla relazione tra città e ambiente. La mostra resterà aperta al pubblico fino al 24 giugno, da martedì a domenica dalle 15 alle 20.

    Infine, venerdì 8 giugno dalle 9 alle 13 presso la Sala Società Ligure di Storia Patria (Palazzo Ducale), si tengono un seminario e un dibattito sul tema “Tra copyright e copyleft – La protezione dei diritti d’autore nella legislazione europea. Immagini, fotografia e altri linguaggi visivi”. Presiedono Giovanni Battista Gallus (avvocato esperto in diritto d’autore, profili giuridici del free/open source software e Presidente del Circolo dei Giuristi Telematici), Francesco Paolo Micozzi (avvocato esperto in diritto penale, diritto dell’informatica e delle nuove tecnologie, privacy e diritto d’autore) e Marco Ciurcina (esperto in diritto della Information Technology, diritto d’autore, brevetti e marchi).

    Le conferenze si potranno seguire anche in streaming all’indirizzo creativecitiesproject.eu.

     

    [foto di Diego Arbore]

  • Festival e rassegne culturali per il 2012: i finanziamenti del Comune

    Festival e rassegne culturali per il 2012: i finanziamenti del Comune

    Arte di Strada teatro attoriNonostante l’allarme tagli più volte lanciato dalle istituzioni, sono arrivati i primi risultati relativi ai contributi del Comune di Genova alla cultura. I bandi, pubblicati in primavera, erano cinque: tre dedicati al teatro (prosa, dialettale e ragazzi), uno ai progetti culturali in genere e il quinto a favore di festival e rassegne.

    Quest’ultimo è al momento l’unico di cui si conoscono i risultati. Per la pubblicazione degli esiti del bando relativo ai progetti culturali bisogna aspettare il 25 giugno 2012. Due giorni dopo, il 27 giugno, verranno pubblicati gli esiti dei contributi al teatro di prosa, al teatro dialettale genovese e al teatro dei ragazzi.

    Vi proponiamo l’elenco dettagliato dei vincitori del bando e per ognuno l’importo esatto del contributo pubblico assegnato. Ricordiamo che il Comune considera “finanziabili” solo festival e rassegne di cultura e spettacolo che siano almeno alla terza edizione e articolati su almeno tre giorni anche non consecutivi; devono essere realizzati nel territorio del Comune di Genova nel periodo compreso fra il 1° maggio 2012 e il  30 aprile 2013; inoltre almeno un’edizione deve aver avuto luogo negli anni 2010 e 2011.

    Ecco i soggetti che hanno ricevuto il finanziamento:

    – Circolo dei Viaggiatori nel Tempo 18° “Festival Internazionale di Poesia” : 39.600,00 euro
    – Associazione Culturale Chance Eventi “Suq Genova”: 34.335,00
    – Associazione EchoArt “Festival del Mediterraneo“: 32.700,00
    – Associazione Culturale Sarabanda “Circumnavigando Festival“: 22.737,50
    – Fondazione Luzzati Teatro della Tosse “La Tosse ai Parchi di Nervi”: 22.500,00
    – Associazione Culturale Duanbailò “Genova Film Festival”: 22.000,00
    – Associazione Teatro Garage per “Ridere d’agosto ma anche prima”: 18.750,00
    – Associazione Culturale Teatri Possibili Liguria “Dialoghi sulla rappresentazione”: 18.750,00
    – Lunaria Teatro Associazione Culturale “Festival di una notte d’estate”: 18.725,00
    Teatro Cargo Associazione Culturale onlus Fuori luogo, “Cargo estate”: 16.575,00
    – Associazione Culturale Gezmataz Gezmataz “Festival & Workshop di Jazz”: 14.025,00
    – M.E.D.I. Schegge di Mediterraneo “Festival dell’eccellenza al femminile“: 12.750,00
    – Associazione ARTU – “Festival Internazionale di Danza/Paesaggi Urbani”: 11.475,00
    Filarmonica Sestrese “International Music Festival – Meeting Giovani Musicisti”: 11.250,00
    – Collegium Pro Musica “Festival Internazionale di musica da camera“: 9.900,00
    Assoartisti – Confesercenti Genova “Mediterrarte”: 9.180,00
    – Compagnia Teatro Akropolis: 9.000,00
    – Associazione Sant’Ambrogio Musica “I Concerti di San Torpete“: 8.800,00
    Teatro dell’Ortica – Società Cooperativa onlus “Festival Teatrale dell’Antico Acquedotto”: 8.000,00
    – Ugo Associazione Culturale Nervijazz: 7.140,00
    – Associazione Culturale Metrodora “Festival delle Periferie”: 7.140,00
    – Associazione Culturale Profondità di Campo per “Festival Nuovo Cinema Europa”: 7.000,00
    – Associazione ARCI Genova POP Festival: 6.120,00
    – Associazione Psyco “Goa Boa festival”: 6.000,00
    – Associazione Culturale Orchesta Regionale Ligure per “Musica ricercata”: 4.400,00
    – Associazione Culturale P&P “Genova Tango Festival“: 4.080,00
    – Associazione Amici di Paganini “Hommage a Paganini”: 4.000,00
    – Associazione onlus Music for Peace Creativi della Notte “Che Festival” ex Zena Zuena: 4.000,00
    – Associazione Gratia Artis Rassegna Music “Right show“: 3.060,00
    – Associazione Culturale DisorderDrama: 2.000,00

    [foto di Constanza Rojas]

  • Fratelli e Fratellastri: incontro con l’associazione del centro storico

    Fratelli e Fratellastri: incontro con l’associazione del centro storico

    Fratelli e FratellastriSi dice che l’importante non è vincere, ma partecipare. All’indomani di una vittoria tuttavia tutti sono, logicamente, concentrati sul vincitore; e gli altri concorrenti vengono, subito e spesso, dimenticati. La competizione finisce ma la speranza è che le idee costruttive e alternative rimangano e continuino a generare dibattito e attenzione all’interno del panorama cittadino. Abbiamo incontrato alcuni esponenti di una nuova “creatura” politica sorta durante la campagna elettorale 2012, Fratelli&Fratellastri.

    Abbiamo tracciato un bilancio di questa esperienza con Simohammed Kaabour e Lara Rios Duarte che ci raccontano retroscena e progetti.

    Partiamo da un mero bilancio numerico: 650 voti, lo 0,2% delle preferenze…

    «Premettiamo che i numeri non sono chiari nemmeno a noi: c’è chi ci ha detto 625, chi 650 o 670. In realtà il nostro obiettivo iniziale non era il raggiungimento di una certa soglia numerica e la quantità di voti non riveste per noi, al momento, una questione di vitale importanza. Il nostro movimento nasce  come spazio per lanciare proposte alternative per la città di Genova e riportare l’attenzione dell’opinione genovese su determinate questioni. Ovviamente un nostro augurio è di far crescere questo movimento assicurandogli sempre più spazio a livello locale.»

    Tra antipolitica e astensionismo, vi siete buttati in politica in un periodo che, eufemisticamente, si potrebbe definire sfavorevole…

    «L’antipolitica è in realtà una delle motivazioni che ci hanno spinto a buttarci in questo progetto. Se la politica che c’è non va bene pensiamo sia necessario costruirne un’altra, piuttosto che pensare di fare tabula rasa. Dall’altra parte riteniamo sia finito il tempo della delega passiva: i cittadini devono partecipare, nei modi che ritengono più affini e vicini alle loro competenze e sensibilità. La cosa pubblica è da “usare” non solo quando è fonte di vantaggi economici per il cittadino ma dev’essere curata e controllata da tutti con costanza, sollecitando le istituzioni a compiere il loro dovere quando lo disattendono. Il distacco tra istituzioni e cittadini non è univoco ma è acuito anche da noi: disinteressandocene non miglioriamo la situazione…» 

    La lista, ad una prima occhiata superficiale, poteva essere percepita come una realtà rivolta esclusivamente e composta da cittadini di origine straniera, anche se in realtà accoglieva anche cittadini di origine italiana…

    «La nostra lista in realtà è composta esclusivamente da cittadini italiani, dato che in Italia non è possibile candidare una persona priva di cittadinanza; questa osservazione ci è stata fatta molte volte da giornalisti che ignorano evidentemente le leggi del loro stesso stato! Poi è un dato di fatto che alcuni di noi hanno origini straniere e questo lo rivendichiamo con orgoglio, senza nasconderlo; non per questo però le tematiche esclusive che dobbiamo e vogliamo affrontare sono legate all’immigrazione e all’integrazione, come invece ci è stato spesso chiesto durante i dibattiti. I Fratelli&Fratellastri parlano di lavoro, di scuola, di sanità, di ambiente: di problemi comuni e di soluzioni da cercare per la città di Genova e per i giovani. Fratelli&Fratellastri raggruppa persone diverse per esperienze di vita, background culturale, religione, idee…il nostro comune denominatore non è un’immagine specifica ma un’idea di cambiamento per una generazione, la nostra, troppo schiacciata dalle altre e troppo stereotipata in categorie che ormai ci sembrano prive di senso, come destra e sinistra. Del resto le necessità di un giovane sono simili, al di là delle origini nazionali».

    Quali sono le maggiori difficoltà e resistenze che avete incontrato?

    «La prima fase “burocratica” è stata complicata, soprattutto per noi che eravamo totalmente digiuni da regole elettorali: anche il semplice reperimento delle informazioni necessarie all’iscrizione della lista non sono state semplice, le informazioni erano a volte contraddittorie, e temevamo di non riuscire a raccogliere abbastanza firme per vederci ammessi alla competizione elettorale. Quando ci siamo visti ammessi la gioia e la soddisfazione sono state enormi, dato che siamo riusciti nell’impresa senza mezzi e operando nel pieno della legalità, senza mai scendere a patti con diverse “proposte indecenti” che abbiamo incrociato lungo la strada. La disillusione dei nostri coetanei – la nostra lista, sebbene non l’abbiamo mai enfatizzato più di tanto, era composta per lo più da trentenni – nei confronti della politica è stato poi un altro ostacolo da superare;  alla fine siamo riusciti a coinvolgere persone valide e dai profili più diversi e strutturare una lista che, per puro caso, era composta per lo più da donne. La nostra inesperienza certamente ha rallentato un po’ i tempi e anche le nostre limitate risorse economiche, tutte derivanti da autofinanziamento, non ci hanno permesso una propaganda a tappeto – sebbene a noi interessasse più veicolare un contenuto piuttosto che un’immagine. A livello di visibilità poi abbiamo constatato come non venisse garantito pari accesso a tutte le formazioni: i nostri spazi pubblicitari, sebbene sono stati occupati dai nostri manifesti più tardivamente rispetto ad altre liste, erano già stati “venduti” e usati per le affissioni di altre formazioni. Ci è toccato constatare che vale la legge del più forte, una sorta di far-west elettorale».

    Qual è la cosa più importante che secondo voi manca a Genova e all’Italia per progredire sulla strada dei diritti civili? 

    «Serve una presa di coscienza del momento presente per poter andare avanti in modo migliore: siamo un Paese ancorato al passato in cui tutti dicono “si stava meglio quando si stava peggio”. Questo è un approccio anti costruttivo che sta distruggendo questo Paese. Si fa un’enorme fatica a pensare ad un’Italia diversa, frutto di una vera trasformazione: vivere il presente significa trovare soluzioni ai problemi del presente e permettere di dare la sicurezza alle persone che il loro valore aggiunto, personale o tecnico che sia, sarà valorizzato. La meritocrazia in questo senso è fondamentale».

    Possiamo parlare di un primo esperimento elettorale destinato a crescere e maturare in città?

    «Molti giornali hanno scritto che il progetto “degli immigrati” è stato sconfitto dalle urne ma questa affermazione è falsa. Abbiamo gettato un primo “sasso nello stagno”: continueremo e ci auguriamo più partecipazione perché si tradurrà in un risultato più grande, al di là della “poltrona” da conquistare o della remunerazione. La maggiore consapevolezza acquisita in questi mesi ci aiuterà nel futuro: l’importante è stato il viaggio che abbiamo percorso fin qui e vogliamo continuarlo».

    Antonino Ferrara

  • Oltre il giardino: un esempio di terrazza fra agrumi e bambù

    Oltre il giardino: un esempio di terrazza fra agrumi e bambù

    Abbiamo detto che ogni terrazza è un caso a sé e rappresenta un microcosmo, cui disposizione e scelta delle piante devono adattarsi. Nello scegliere le essenze si dovrà avere sempre in mente l’effetto complessivo che si desidera ottenere: elegante, formale, spontaneo o rustico.

    Le foglie, il portamento, le dimensioni e i colori della vegetazione e delle fioriture sono infatti in grado di modificare completamente l’insieme. Anche la destinazione d’uso del terrazzo dovrà essere poi attentamente valutata, si dovranno infatti tenere in considerazioni le diverse esigenze e la destinazione d’uso delle varie aree (solarium, barbecue…).

    Nella dislocazione delle piante si esamineranno e pondereranno l’ubicazione delle finestre della casa, della visuale che da questa si gode sull’esterno e, in linea molto semplificata, delle dimensioni. Spazi grandi richiedono generalmente piante grandi e spazi piccoli piante piccole, cosa non sempre semplice da ottenere dato che le piante sono vive e non del tutto e sempre controllabili!

    Una delle difficoltà pratiche maggiori si può riscontrare, per il neo giardiniere, con i rampicanti e con il loro sviluppo. La scelta della qualità corretta sarà quindi fondamentale per ottenere il risultato auspicato. Tra i più semplici da far crescere, si consigliano i gelsomini, alcune varietà di rose ed il diffuso Rincospermum jasminoides (rincospermo o gelsomino invernale).

    Per completare questa breve digressione sulla terrazza, vi descriveremo infine un esempio, un po’ particolare ma, secondo noi, ben riuscito, di terrazza cittadina. La ricostruzione non renderà però mai giustizia al risultato, garantito dalla natura e dalla dedizione dei proprietari.

    Il terrazzo in questione è caratterizzato da una semplice composizione, di taglio minimalista (per il tipo di piante impiegato) in contrasto con l’insieme complessivo, lussureggiante. Lungo i lati sono state collocate vasche contenenti grandi piante di bambù di differenti varietà. A completamento sono poi stati aggiunti vasi di agrumi (aranci selvatici o eventualmente, se si preferisse, di kumquat), caratterizzati dai loro fiori bianchi e soprattutto dalle abbondanti fruttificazioni di un elegante e lucido arancione carico. Per la copertura dei muri e frammisti all’insieme sono stati collocati gelsomini e Rinconspermum jasminoides, dalle foglie lucide e scure e dai fiori bianchi.

    Per enfatizzare l’insieme sono stati posizionati alcuni vasi di agapanto bianchi (o anche azzurri o eventualmente Cistus), dalla lussureggiante fioritura estiva e di facile coltivazione. In loro alternativa, si potrebbe peraltro optare, qualora si desiderasse un diverso effetto, per vasi di Sterlizia reginae, dalle infiorescenze giallo-viola-arancione e dall’estetica più esotica.
    Un’adeguata illuminazione radente dal basso, tra i bambù, completa l’insieme dando agli ospiti l’idea e la gradevole sensazione, nelle serate estive, di trovarsi nel verde e lontanissimi dalla città di tutti i giorni.

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Open Arpal 2012, porte aperte alla cittadinanza e visita ai laboratori

    Open Arpal 2012, porte aperte alla cittadinanza e visita ai laboratori

    Martedì 5 giugno l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Ligure (Arpal) apre le porte della sede genovese di via Bombrini 8 alla cittadinanza. La visita alle strutture è gratuita e rivolta a tutti, permetterà di scoprire i laboratori e gli strumenti in dotazione ad Arpal, capaci di analizzare acque, alimenti, aria, terre e scovare le più minute tracce di inquinanti.

    Sarà possibile sperimentare in prima persona alcune delle attività di monitoraggio ambientale, simulare le operazioni necessarie ai controlli sul territorio, approfondire le tematiche di maggiore interesse.

    Il racconto dalla viva voce dei tecnici del lavoro quotidiano e delle questioni ambientali, focus e analisi dei dati… L’ambiente non è così facile come talvolta viene fatto credere, e bisogna conoscere approfonditamente i delicati equilibri che lo regolano.

    Gli esperti saranno a disposizione per rispondere a domande e curiosità, in particolare su:

    Balneazione: primo bilancio dall’inizio della stagione balneare 2012.
    Qualità dell’aria: il viaggio del dato dal sistema di misura alla validazione del numero.
    Biodiversità e bioindicatori alle 10,30, alle 11,30 e alle 15,30: dalla rete di monitoraggio strumentale (realizzata anche grazie a progetti europei) e naturale al riconoscimento degli indicatori sul territorio e in laboratorio.
    Campi elettromagnetici, alle 10, alle 11 e alle 15: prova pratica di come gli ispettori Arpal tengono d’occhio un inquinamento invisibile.
    Alluvioni: le immagini del disastro, l’intervento dei tecnici Arpal, la ricostruzione
    Visite ai laboratori, alle 11, alle 12 e alle 16; uno dei fiori all’occhiello dell’agenzia, per vedere da vicino gli strumenti utilizzati nelle analisi di tutti i giorni.

    Per i gruppi è gradita la prenotazione al numero 01064371 o inviando una email a info@arpal.gov.it

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Nice to meet you, English! Alla scoperta della lingua inglese

    Nice to meet you, English! Alla scoperta della lingua inglese

    Bus di Londra“Where do you come from?” si chiede normalmente a una persona conosciuta da poco. Nel caso dell’inglese: “Where does English come from?” Quali origini ha l’inglese? Gli studiosi individuano tre diverse fasi: Old English, Middle English, Modern English.

    Per capire meglio, dobbiamo tornare indietro di alcuni secoli,  fino al 410 d.C. quando le legioni dell’Impero romano si ritirarono dalla Britannia, lasciando sull’isola popolazioni celtiche, che parlavano dialetti di un ceppo linguistico lontano da quello dell’inglese.  Il vuoto che seguì  fu colmato da popolazioni germaniche, che iniziarono a migrare verso l’isola a partire dal  449: gli Iuti, i Sassoni e gli Angli. Proprio da questi ultimi derivano England (“terra degli Angli”) ed English. Questa data è fondamentale perché segna per convenzione l’inizio dell’ Old English.

    Angli, Sassoni e Iuti provenivano dalle coste delle attuali Germania e Olanda e parlavano dialetti derivanti dal proto-germanico, l’antenato non solo dell’inglese, ma anche del tedesco e di altre lingue germaniche (svedese, olandese e danese per citarne alcune). A queste migrazioni si aggiunsero quelle dei Vichinghi, originari delle coste scandinave, i quali più o meno aggressivamente si stabilirono in Inghilterra a partire dall’VIII secolo. Diverse espressioni legate alla vita quotidiana dei dialetti – germanici anch’essi – dei nuovi arrivati si radicarono nell’Old English, tra cui: they are, birth (“nascita”), sky (“cielo”), window (“finestra”, dal composto “vindauga”, cioè “occhio del vento”).

    Ma quanto è simile l’Old English all’inglese di oggi? Ben poco. Se non mi credete, cliccate su questo link…  e verificate voi stessi. Potrete ascoltare la lettura del prologo di Beowulf, il poema epico più importante dell’inglese antico, che narra le gesta dell’eroe omonimo di fronte al mostro Grendel. Noterete  che rispetto a oggi sono radicalmente diverse la fonologia, la sintassi e il vocabolario. A questo punto sorgono due domande legittime: come mai l’inglese è cambiato così tanto? E perché le lingue, in generale, cambiano?

    E’ necessario rispondere innanzitutto alla seconda: la storia di una lingua è la storia delle persone che la parlano. Una lingua non è solo un mezzo per interagire con altri individui, ma soprattutto per comprendere la realtà: è normale quindi che tale strumento si evolva per “dare un nome” ai cambiamenti che hanno luogo nella società. A tale proposito, viene in aiuto una citazione da Aspects of the Theory of Syntax del grande linguista Noam Chomsky secondo cui una proprietà del linguaggio è: “Fornire i mezzi per […] reagire in modo appropriato a una gamma illimitata di nuove situazioni.”

    A causa del loro carattere dinamico, tuttavia, le lingue non cambiano solo in risposta a esigenze che provengono dall’ “esterno”, ma anche per ragioni “interne”. Per esempio, la pronuncia può evolversi nel corso del tempo, magari per facilitare l’articolazione di determinati suoni.

    Altri fattori determinanti sono il contatto stesso tra lingue diverse e lo status che viene attribuito a certe espressioni rispetto ad altre. Al riguardo, ho un aneddoto significativo. Pochi giorni fa ho ricevuto un’email in cui sono stato definito come lavoratore “skillato”, ovvero “qualificato”. Per fortuna conosco l’inglese, altrimenti avrei potuto confonderlo con un’offesa… Battute a parte, la cosa mi ha fatto riflettere su quanto l’inglese sia penetrato nella nostra lingua, proprio perché in alcuni ambiti – in particolare quello business – usare alcune espressioni inglesi è uno status symbol.

    Saranno proprio il language contact e il prestigio sociale a giocare un ruolo chiave nel passaggio da Old a Middle English, come vedremo prossimamente…

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Progetto verde e Progetto piazze: le prime proposte di Marco Doria

    Progetto verde e Progetto piazze: le prime proposte di Marco Doria

    Marco DoriaMarco Doria ha appena trascorso il suo primo giorno da sindaco con la sua nuova giunta comunale. In questi giorni post elettorali immaginiamo che il suo tempo libero sia stato davvero poco, tra nomine, primi documenti da studiare, dichiarazioni da rilasciare, tuttavia il neo sindaco ha trovato il tempo per partecipare ad una delle manifestazioni più interessanti del mese di maggio, “IF – Istruzioni per il futuro”, organizzata a Villa Bombrini dalla Rete Ligure per l’altra economia, promotrice dal 2008 della Fiera “Fa la Cosa Giusta”!.

    Produttori agricoli, imprese artigiane, cooperative sociali, associazioni della mobilità sostenibile, gruppi di acquisto solidale per due giorni si sono interrogati e confrontati su “La città che vogliamo”, la Genova che la nuova amministrazione sarà chiamata ad immaginare e realizzare, la Genova che dovrebbe diventare un esperimento Superbo dal punto di vista sostenibile e sociale.

    Doria non si è tirato indietro al confronto, si è presentato al convegno finale intitolato proprio “La città che vogliamo”, incontro che ha visto anche la partecipazione del Prof.re Stefano Bartolini (docente di Economia politica all’Università di Genova e studioso del concetto di felicità rapportato al mondo economico), di Santo Grammatico (presidente di Legambiente Liguria), di Deborah Lucchetti (presidente della cooperativa Fair Coop) e di Mario Zambrini (esperto valutatore alla Commissione per le Valutazioni dell’Impatto Ambientale del Ministero dell’Ambiente e amministratore presso Ambiente srl).

    Il sindaco ha avuto modo di esporre diversi punti interessanti del programma che intenderebbe realizzare in città, tra cui il tema che in questi giorni ha maggiormente trovato spazio nelle pagine dei giornali locali: la Gronda e il presunto ricatto di Società Autostrade sul nodo di San Benigno. Doria ne ha parlato, citando anticipazioni del Secolo XIX e gli strascichi della questione si sono sentiti anche il giorno dopo, e quello successivo ancora. Un botta e risposta a suon di smentite e lettere.

    Nella città prospettata il week-end scorso in effetti la Gronda non ci sarebbe e questo dato è stato fortemente ribadito dagli organizzatori dell’evento. Anche i 18 liberi professionisti chiamati dal professore a redigere delle osservazioni al Piano Urbanistico Comunale hanno espresso scetticismo sulla fattibilità dell’opera di Società Autostrade. Ma il PUC doriano non parla solo di Gronda e grandi opere pubbliche, ma anche di recupero di spazi condivisi e socialità e sviluppo delle aree verdi cittadine, destinate allo svago e all’agricoltura: il Progetto Piazze e il Progetto Verde. Due progetti da attuare nell’arco dell’intero ciclo amministrativo e che hanno come denominatore comune gli spazi da condividere… «Dobbiamo recuperare non solo idealmente la dimensione pubblica degli spazi, dobbiamo tornare a vivere nella nostra città», ha detto il sindaco.

    PIANO VERDE. Prioritaria per Doria è la preservazione degli spazi verdi e agricoli presenti sul territorio comunale. Questo si traduce in primo luogo nel sostegno alle attività agricole all’interno del perimetro cittadino e un incentivo continuo a pratiche che privilegiano la filiera corta e una produzione agricola biologica. L’agricoltura in città, e in particolare il costante sviluppo degli orti urbani, ha una funzione di presidio del territorio e inoltre riveste un’importanza strategica anche dal punto di vista economico perché rappresenta uno sbocco occupazionale da tutelare, come gli altri. Il piano prevede poi un’attenzione particolare alla conservazione dei parchi urbani – il parco di Nervi, la villa Duchessa di Galliera a Voltri solo per citarne qualcuno –, dei giardini pubblici e delle aiuole. Importante sarà risvegliare in tutti i cittadini genovesi la consapevolezza del patrimonio naturale del Comune e incentivarne l’utilizzo rispettoso.

    PIANO PIAZZE. Il neo sindaco ha inoltre posto l’accento sul recupero dei tradizionali spazi di socialità cittadina che caratterizzavano le nostre città fino a 30, 40 anni fa: le piazze come luogo ludico privilegiato per il divertimento dei bambini e la convivialità degli abitanti. Coinvolgendo il mondo accademico, Doria vorrebbe in prima istanza effettuare una ricognizione delle piazze cittadine e del loro effettivo utilizzo; farne insomma una fotografia della maggiore o minore fruibilità attuale. L’obiettivo della ricerca è di individuare un paio di piazze genovesi che possano essere oggetto di specifici atti d’intervento con lo scopo di farle ritornare luogo di aggregazione sociale.

    MOBILITA’ SOSTENIBILE. Come ci ha confermato Santo Grammatico di Legambiente, tra le innovazioni sostenibili del sindaco ci sarebbero anche la realizzazione di zone a traffico moderato ad una velocità massima di 30 km/h e la possibilità di realizzare o migliorare le piste ciclabili laddove la larghezza della carreggiata lo consente (perché Genova, a dispetto degli stereotipi fortemente sedimentati, è una città che si può percorrere in bici!). Moderare la velocità dei veicoli privati permetterebbe una convivenza più sicura e civile tra i diversi sistemi di trasporto, le bici e i pedoni. Si incentiverebbe l’utilizzo dei mezzi pubblici, si ridurrebbero gli incidenti e gli inquinamenti, e soprattutto si recupererebbero spazi privilegiati da destinare alla socialità cittadina, grazie alla diminuzione delle vetture private in circolazione. Un passo in più per migliorare la vivibilità di Genova e permettere ai suoi abitanti di goderne “a misura d’uomo”.

    Antonino Ferrara

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Ecco la giunta di Marco Doria: alla scoperta dei nuovi assessori comunali

    Ecco la giunta di Marco Doria: alla scoperta dei nuovi assessori comunali

    Una giunta tecnica, in pieno stile romano. Oltre al sindaco, infatti, sono ben tre i professori che lavoreranno a Tursi. Ecco nome per nome qualche informazione utile sui membri della nuova squadra. Intanto il sindaco dichiara: «Nella scelta delle persone ho guardato al rigore e alla serietà. Ho guardato alle competenze e ho anche guardato, come avevo detto, ad un elemento che mi sembra importante. L’obiettivo era garantire una larga presenza femminile. Su 11 assessori 6 sono donne».

    Proprio nel giorno della presentazione ufficiale e dell’inizio dei lavori del Consiglio, Era Superba propone la prima uscita di Liberi Tursi” una nuova rubrica che avrà come obiettivo quello di portare ogni settimana il Consiglio comunale nelle vostre case per ridurre la distanza, oggi enorme, fra cittadinanza e politica. Non ci limiteremo a raccontare quello che accadrà fra i banchi di Tursi, ma ci impegneremo a spiegarlo, a renderlo il più chiaro e trasparente possibile.

    La composizione della giunta di Marco Doria:

    MOBILITA’ E TRAFFICO: Anna Maria Dagnino

    Assessore provinciale uscente con deleghe a: Programmazione della Mobilità – Trasporti Pubblici e Privati – Turismo – Commercio e Artigianato – Coordinamento Eventi Fieristici ed Espositivi. Laureata in Storia dell’Arte è docente di Storia dell’Arte presso il liceo classico A. D’Oria di Genova. Già consigliere comunale dal 2002 al 2007 nella giunta Pericu.

    SCUOLA, SPORT, POLITICHE GIOVANILI: Pino Boero

    Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova dal 2002 al 2008, oggi pro rettore delegato alla formazione e professore di letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura.

    POLITICHE DELLA CASA: Renata Paola Dameri

    Docente universitaria, ricercatrice di Economia Aziendale presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Genova e docente di Ragioneria Generale e Sistemi informativi aziendali.

    LEGALITA’ E DIRITTI: Elena Fiorini

    Avvocato dal 1997, candidata con la lista Marco Doria alle amministrative, si occupa di diritto penale, diritto di famiglia e dei minori e della condizione giuridica dei migranti. Un passato da educatrice con il “Ce.sto”, laureata in giurisprudenza.

    VICE SINDACO E URBANISTICA: Stefano Bernini

    Svolge attività politica a tempo pieno dal 1989 e dal 2002 ad oggi è Presiedente del Municipio Medio Ponente.

    LAVORI PUBBLICI: Gianni Crivello

    Presidente del Municipio Val Polcevera, iscritto SEL

    CULTURA E TURISMO: Carla Sibilla

    Dirigente dell’Acquario di Genova dal quale andrà in aspettativa e presidente del Convention Bureau Genova.

    SVILUPPO ECONOMICO: Francesco Oddone

    Ex consigliere di amministrazione di Spim, società immobiliare che gestisce il patrimonio del Comune e presidente del consiglio di amministrazione di Datasiel, l’azienda informatica della Regione Liguria, da cui si dimetterà.

    AMBIENTE: Valeria Garotta

    Genovese, 34 anni, iscritta PD, ingegnere idraulico. Ha dedicato 5 anni alla ricerca universitaria nel campo dell’idraulica fluviale,  lavora in una società di Ingegneria, dove si occupa di progetti di ricerca e sviluppo per conto di Ansaldo Energia.

    FINANZE E BILANCIO: Franco Miceli

    Unico assessore della giunta Vincenzi confermato.

    PERSONALE: Isabella Lanzone

    Genovese, 38 anni, già dirigente amministrativo di Asl 3 poi responsabile gestione risorse umane dell’Asl 4 medio Friuli di Udine.

  • Consulenza online: condominio e sinistri stradali, la mediazione è un problema

    Consulenza online: condominio e sinistri stradali, la mediazione è un problema

    La scorsa settimana eravamo rimasti con l’amministratore di condominio che otteneva l’ok dall’assemblea per andare in mediazione… Ora, mi si permetta una considerazione: vi sono situazioni oggettivamente non conciliabili.

    Poniamo che un’assemblea condominiale deliberi di espropriare Tizio di un bene di sua proprietà; la delibera di per sé è nulla e quindi è sempre impugnabile da Tizio. Qui non esiste una situazione “grigia”: il bene è di proprietà di tizio oppure non lo è. La mediazione è priva di senso logico. Eppure è obbligatoria…

    Anche l’assemblea che dia il proprio benestare all’amministratore affinchè quest’ultimo si presenti all’udienza di mediazione, in che termini può farlo? E poi, in mediazione può accadere (anzi, è altamente probabile) che vi sia una proposta transattiva; di regola, l’amministratore dovrebbe riconvocare un’altra assemblea straordinaria per avere l’ok su quella proposta. Di fatto, il procedimento di mediazione si chiude (positivamente o negativamente) in due sedute.

    A questo punto la domanda sorge spontanea: togliere lavoro ai tribunali è cosa buona e giusta, ma creare situazioni grottesche come quella appena descritta è la soluzione alternativa?

    E nell’ambito dei sinistri stradali le cose non vanno meglio. Vi è da discutere sia sulla responsabilità nel causare l’incidente, sia nel determinare l’entità del risarcimento. Sul punto della responsabilità, vi è da dire che questa va provata (con verbali dell’Autorità intervenuta piuttosto che con i testimoni…); sul punto della quantificazione non è facile trovare l’accordo, specie se vi sono i carrozzieri di mezzo. Il procedimento di mediazione deve durare al massimo 4 mesi e, in certe situazioni, potrebbero non bastare… Da ultimo, bisogna aspettare un po’ di tempo per vedere questo procedimento pienamente assestato e, quindi, per valutarne l’utilità o meno. Per fortuna, nei sinistri stradali le situazioni sono in generale tutte grigie.

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • L’Europa è una bomba a orologeria, siamo pronti all’addio della Grecia?

    L’Europa è una bomba a orologeria, siamo pronti all’addio della Grecia?

    EuroQuando parlo con la gente, mi rendo conto con stupore che pochi hanno capito la gravità della situazione. I più sono convinti che l’Europa non possa sfaldarsi e che l’Italia non tornerà mai alla lira: si crede che di fronte alla prospettiva di perdere un componente così importante dell’Unione, dando un colpo fatale al sogno europeo, le resistenze individuali e gli egoismi nazionali prima o poi cadranno. Speriamo. Temo però che questa prospettiva ottimistica dipenda solo dal fatto che si sottovalutino o si ignorino gli allarmi lanciati dagli economisti, e che non si sappia o non si voglia ammettere che il burrone si apre dritto di fronte a noi, che l’auto su cui viaggiamo è lanciata a tutta velocità e che l’autista continua ad accelerare.

    A dire il vero non tutti gli addetti ai lavori pensano che un’eventuale nostra uscita dall’euro possa rivelarsi catastrofica come un volo da un crepaccio. Nel breve periodo sarà probabile un drastico peggioramento delle condizioni di vita, con una riduzione significativa del poter di acquisto dei salari. Sul medio periodo però la situazione potrebbe migliorare sensibilmente. Quello che è certo è che, al di là delle tinte più o meno fosche con cui lo si dipinge, ogni economista che s’interessi della situazione europea non può più ignorare questo scenario: anzi tende a considerarlo sempre più probabile ogni giorno che passa.

    Tanto per fare un esempio, recentemente Paul Krugman – che cito frequentemente essendo uno dei più noti ed influenti economisti a livello mondiale (ha vinto un Nobel, insegna a Princeton e scrive sul New York Times) – ha dato la Grecia fuori dall’euro a giugno: cioè il mese prossimo. Appena accadrà, ciò spingerà lo Stato italiano e quello spagnolo a varare regole draconiane che vietino trasferimenti di denaro all’estero e pongano un limite al prelievo di contanti. Il che significherebbe il panico e il default a un passo.

    A questo punto i tedeschi avrebbero due sole possibilità: da una parte sconfessare in un battito di ciglia tre anni di politica di rigore ed austerità, ammettendo di aver sbagliato tutto; dall’altra decretare la fine all’euro. Ma non è Krugman l’unico a esprimersi in questo senso: ormai è chiaro a tutti che l’eventualità sta lì, concretissima, a portata di mano. E chi ha delle carte da giocarsi si sta già muovendo.

    Infatti, al di là delle dichiarazioni ufficiali improntate alla misura e all’ottimismo, tutte le cancellerie d’Europa si stanno preparando ad un’uscita della Grecia: “GreExit” è la parola d’ordine. Anche Monti, se non è uno sprovveduto o l’ultimo dei Giapponesi, si starà sicuramente preparando all’eventualità che un default greco faccia salire la tensione dei mercati sul debito italiano. Temo che se la gente avesse idea di quanto seriamente gli addetti ai lavori stiano prendendo la faccenda, l’ottimismo svanirebbe in fretta e si diffonderebbe il panico.

    Ed è proprio questa certezza – oserei dire – “matematica” sulle conseguenze a cui questa linea ci sta portando a far pensare a tutti che i Tedeschi, se non si smuovono ora, non si smuoveranno nemmeno nel prossimo futuro. Due anni fa si poteva ancora pensarla diversamente: ma oggi non c’è più nessuno disposto a dire che la politica voluta dalla Germania nei confronti della Grecia, in particolar modo il principio del “share the burden”, vale a dire di ripartire tra tutti i debitori le perdite della rinegoziazione dei debiti di Atene, puntando sull’austerità e il contenimento del debito, sia stata la mossa azzeccata. Lo stesso Krugman in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel ha dichiarato chiaro e tondo: «Abbiamo avuto due anni e mezzo di tempo per valutare gli effetti di queste politiche [di austerità, ndr] e mi stupisce che, malgrado le prove evidenti del fallimento, sia ancora questa la ricetta che si intende usare».

    Il debito che abbiamo accumulato non c’entra nulla con la crisi in atto. (Sempre Krugman: «Non sto dicendo che il debito non mi preoccupa. Sto cercando di far capire che in questo momento non deve preoccupare»). E’ stato piuttosto il fatto di non mettere la garanzia europea sul debito a scatenare l’attuale crisi. Se un titolo di stato europeo (che sia greco o tedesco, non importa) può non essere onorato e può essere rinegoziato, provocando così perdite per chi lo detiene, è ovvio e normale che la gente non lo comprerà più tanto facilmente. O lo banca centrale di quello Stato (nel nostro caso la BCE) stampa tanta moneta quanto ne serve, andando incontro alla svalutazione, ma onorando i debiti, oppure è ovvio che la gente si libererà dei titoli di quegli Stati considerati meno solidi e quindi a rischio fallimento non appena s’intacchi la fiducia nel sistema. La Germania è troppo solida per fallire, ma l’Italia e la Spagna no. Eppure sono troppo grandi e troppo importanti, questo si, perché un loro default e una loro uscita dall’euro non possa segnare inevitabilmente la fine dell’Unione Europea.

    A questo punto i Tedeschi non possono più fingere di non sapere verso cosa ci stanno portando. Perché non cambiano rotta e non accettano una misura di garanzia europea (tipo Eurobond) che ripristini la fiducia? Ci sono vari motivi. Innanzitutto, l’ho già scritto, da loro va tutto bene e l’urgenza della crisi non si sente. L’export verso l’Asia è cresciuto tantissimo e probabilmente molti in Germania pensano che si possa vivere benissimo anche senza il mercato interno europeo. In secondo luogo dalla fine della prima guerra mondiale i Tedeschi hanno un sacro terrore dell’inflazione, e pensano comunque che un aumento dei prezzi sarebbe l’ennesima tassa che loro, i più virtuosi, devono pagare per salvare gli altri, i meridionali, quelli che hanno speso e sperperato per anni. Infine è probabile che per la loro mentalità protestante sia inconcepibile che chi si macchia di una colpa (fare debiti per anni), poi non ne paghi il conto (accettare pesanti misure di austerità).

    E anche se ci sono possibilità che questa linea di pensiero conduca a  conseguenze negative per la stessa Germania, non è detto che il buon senso e la praticità riportino i Tedeschi a più miti consigli: storicamente, se c’è un popolo che ha dimostrato senso morale e perseveranza, a costo di una certa ristrettezza di pensiero, questi sono proprio i compatrioti di Bismarck.

    In ogni caso nelle prossime settimane sapremo se il rischio si concretizzerà, oppure se la tempesta passerà davvero, dando ragione a chi sostanzialmente non si preoccupa della cosa o la ignora. Un po’ come accade in certi film americani, dove l’eroe disinnesca all’ultimo secondo la bomba nucleare che è destinata a radere al suolo New York City, mentre la gente ignara continua a vivere la sua vita come niente fosse.

    Andrea Giannini

  • Laura Sicignano, incontro con la regista e direttrice del Teatro Cargo

    Laura Sicignano, incontro con la regista e direttrice del Teatro Cargo

    Laura SicignanoAbbiamo incontrato Laura Sicignano, regista teatrale e direttrice del Teatro Cargo di Voltri, sul trenino di Casella in occasione dello spettacolo “Donne in guerra“. Un testo scritto da Laura appositamente per l’antico trenino genovese, dove le attrici alzano la voce per sovrastare il rumore del treno, un’ambientazione insolita e ricca di fascino. «Il testo è nato proprio per questo spazio così particolare. Durante la seconda guerra mondiale molte persone, soprattutto le donne, usavano questo treno perché erano sfollate nell’entroterra ed era un mezzo indispensabile per raggiungere Genova e trovare parenti, lavorare o fare acquisti. Lo spettacolo non è solo un viaggio fisico su questo antico treno, ma anche un viaggio mentale nella memoria di quelle donne che negli anni del conflitto ebbero un ruolo importantissimo. Alla fine della guerra queste donne si sono nascoste… le loro gesta, spesso anche eroiche, raramente sono uscite allo scoperto, ma proprio quelle donne furono protagoniste di una grande emancipazione, si trovarono sole e con la responsabilità di ruoli che fino a quel momento erano sempre stati degli uomini… Questa situazione, non a caso, portò ben presto al diritto di voto…»

    Quella del Teatro Cargo è un’avventura che parte nei primi anni novanta… Un’associazione, una compagnia, un teatro, una realtà consolidata. Oggi, dopo anni di arrampicata, Laura e le sue fidate socie possono guardarsi alle spalle con soddisfazione…

    «E’ stato un lavoro veramente faticosissimo condiviso con una formidabile squadra di socie come Laura Benzi e Maria Grazia Bisio che fin dalla fondazione mi sono state accanto. Una grande impresa personale costellata di tante soddisfazioni e anche tanto lavoro fuori Genova con tournee importanti. Sicuramente di questi tempi la sensazione è quella che si prova quando si compie il massimo sforzo e si ottiene il minimo risultato, per raggiungere i risultati di qualche anno fa bisogna lavorare molto di più, insomma sono davvero tempi duri. Poi aggiungiamoci che Genova non è certo una città con una vocazione di apertura al nuovo, basti pensare che un teatro come il nostro che esiste dal ’94 viene ancora considerato “giovane”, e questo a volte è un po’ buffo… La cosa che rimane molto gratificante è la risposta di pubblico e stampa, quello si…»

    Un matrimonio felice quello fra il quartiere di Voltri e il Teatro Cargo, arricchito in questi ultimi tempi dall’esperienza a Villa Duchessa di Galliera nell’antichissimo teatro restaurato…

    «Adesso Voltri vede il Cargo come il “suo” teatro, abbiamo un legame stretto con il territorio. Io per prima mi sento un po’ voltrese ormai anche se non abito lì, guai a chi me la tocca! E’ un quartiere vivo e attivo, con gente pensante… ed è molto buono anche il rapporto con le scuole del territorio.»

    Hai detto… “lotto per raggiungere quello che un anno fa avrei ottenuto faticando meno”… Come vivi il tuo lavoro, sei serena?

    «Questo non è certo un lavoro che ti rende sereno, è il lavoro della precarietà, ma lo sapevo bene anche prima di iniziare. Sono una persona combattiva di natura, le difficoltà mi stimolano ad essere ancora più agguerrita. Certe volte però alcune opportunità che la città perde creano un po’ di depressione, perché pensi che il tuo lavoro abbia un costo bassissimo per la collettività e che sia un buon lavoro, eppure le istituzioni spesso sembrano non accorgersene. La cosa bella e che da forza e serenità è la squadra, quando riesci a fare squadra con le persone con cui collabori… proprio come nel caso di questo spettacolo».

    Spesso ti abbiamo vista in prima linea contro i tagli alla cultura annunciati più volte sia dal Comune che dal governo. Credi sia possibile immaginare il teatro, ma anche la cultura più in generale, libera da ogni sorta di finanziamento pubblico?

    «Non è possibile perché il teatro non funziona come il mercato, è come una biblioteca o una scuola e i costi non possono essere sostenuti solo con i biglietti. Se le istituzioni smettessero di finanziare i teatri, i biglietti per gli spettacoli costerebbero cifre altissime e lo spettacolo diventerebbe un bene per pochi privilegiati. Poi ci sono realtà che hanno capacità di far fruttare meglio i contributi pubblici altre meno… ma questo non sta a me valutarlo, è compito delle istituzioni valutare i risultati: io ho dato 100 a questo teatro, quali benefici ho in cambio? Questo dovrebbe essere il ragionamento da fare…»

    Credi ci sia meritocrazia oggi a Genova nella distribuzione di questi finanziamenti?

    «In parte… Nel senso che chi si lamenta più forte solitamente ottiene il risultato migliore, ma c’è anche da considerare che tutto ciò che è cultura passa il più delle volte come superfluo e questo atteggiamento non aiuta certo nelle valutazioni. La cultura non è un bene di lusso, ma essenziale per il benessere e l’arricchimento delle persone. Inoltre la cultura crea posti di lavoro e indotto, benefici primari… ciò nonostante in Italia questo concetto non è ancora stato assimilato. Tornando più precisamente alla domanda, nessuno si prende la responsabilità di dare un giudizio artistico e suddividere i finanziamenti in base al gusto artistico… io potrei anche starci, ma nessuno si prenderà mai questa responsabilità. Se un ingegnere costruisce un ponte e questo crolla significa che l’ingegnere ha lavorato male, ma per uno spettacolo teatrale non può funzionare così, il giudizio è soggettivo. Chiaramente poi ci sono istituzioni nel mondo della cultura che è più difficile intaccare, realtà che rischiando capitali propri si sono costruiti negli anni una storicità e penso sia giusto valutare anche questo aspetto quando si finanzia la cultura. Ad ogni modo un po’ più di equità non guasterebbe, quello è sicuro, in particolare considerando il rapporto, come detto prima, fra costi e benefici.»

    Alla luce di quanto detto, che futuro vedi per il Teatro Cargo?

    «Di questi tempi non è più possibile pensare più in là di quelli che saranno i prossimi sei mesi, bisogna adeguarsi a questo stile di vita. Una condizione psicologica di assoluta precarietà, una situazione molto darwiniana dove sopravvivono non i migliori ma i più adatti… Noi siamo nati in mezzo alla spazzatura, ce la siamo sempre cavata, l’arte del funambolismo non ci manca per cui, che dire… “io me la cavo”!»

     

    Gabriele Serpe
    video di Daniele Orlandi

  • Nasce in Liguria il registro dei datori di lavoro socialmente responsabili

    Nasce in Liguria il registro dei datori di lavoro socialmente responsabili

    Piazza de Ferrari Palazzo della RegioneE’ nato il registro ligure dei datori di lavoro socialmente responsabili. Il progetto, portato avanti dalla Regione Liguria in collaborazione con l’Agenzia Liguria lavoro e con il coinvolgimento diretto di rappresentanti delle pubbliche amministrazioni, partirà a giugno in via sperimentale. Di che cosa si tratta? Il registro, una novità a livello italiano, è previsto dalla legge regionale sulla sicurezza e la qualità del lavoro con l’obiettivo di premiare i comportamenti socialmente responsabili dei datori di lavoro, sia nel privato che nel pubblico.

    Per quanto riguarda le imprese private, il giudizio si basa su cinque aree di valutazione: governo dell’organizzazione, ambiente di lavoro, mercato, ambiente e comunità locale. Diversi i criteri nel pubblico, i cui datori di lavoro saranno valutati in base a: rendicontazione e trasparenza, valorizzazione del capitale umano, tutela ambientale e gestione sostenibile, relazione con i fornitori.

    La sperimentazione durerà sei mesi dopo i quali la Giunta regionale dovrà approvare il modello definitivo con le premialità, il regolamento e il soggetto gestore. In questo arco di tempo saranno organizzati incontri nelle quattro province liguri, grazie anche alla collaborazione di Unioncamere Liguria, per agevolare aziende e pubbliche amministrazioni che intendono iniziare il percorso di iscrizione al Registro.

    E’ online il sito www.responsabilitasocialeinliguria.it, dove imprese private ed Enti pubblici potranno accedere ad un software gratuito per effettuare la propria candidatura e iscrizione al registro, inserire tutti i documenti che provano le azioni di responsabilità sociale effettuate, trovare informazioni e finanziamenti sui bandi  e scambiarsi buone pratiche. Per valorizzare il percorso compiuto come datore socialmente responsabile, verrà rilasciato un logo realizzato dagli studenti del corso di disegno industriale della Facoltà di architettura di Genova.

    Le imprese che si dimostreranno socialmente responsabili riceveranno come “premio” un supporto per accedere gli appalti pubblici, sgravi fiscali sull’Irap e sull’addizionale Irpef e percorsi agevolati nell’accesso al credito. L’iscrizione al Registro dura un anno, al termine del quale, occorre nuovamente verificare il mantenimento della posizione.

    Non è tutto. La Regione mette a disposizione 150.000 euro attraverso un bando per sostenere micro, piccole e medie imprese che adottano subito comportamenti socialmente  responsabili. Dal 1 luglio al 31 ottobre aziende private e soggetti pubblici potranno presentare domanda per ottenere un finanziamento fino a 12.000 euro per la copertura delle spese sostenute per realizzare interventi di responsabilità sociale, relativi alla trasparenza, al personale, alla tutela ambiente e alla gestione sostenibile. Le domande dovranno essere inviate a Filse, la finanziaria regionale. Il contributo potrà raggiungere il 70% delle spese ammissibili. Tutte le informazioni sono sul sito della Regione Liguria all’indirizzo www.regione.liguria.it alla voce “Bandi del lavoro e della formazione” o su “scuola formazione e lavoro” e sul sito di FILSE  alla voce bandi.

    [foto di Daniele Orlandi]