Autore: Gabriele Serpe

  • Turismo a Genova: ecco i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale

    Turismo a Genova: ecco i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale

    In Liguria, nel 2011, l’impatto economico generato dal turismo è stato pari a 5,2 miliardi di euro (erano 4,8 miliardi quelli stimati nel 2010), per il 30% legati ai consumi dei turisti che hanno soggiornato in strutture alberghiere e per il 70% a quelli dei villeggianti proprietari di seconde case.

    I dati ufficiali relativi al 2011 riportano per la Liguria un totale di 3.886.463 arrivi (+5,3% rispetto al 2010) e 14.169.929 presenze (+2,6%), dove per arrivi si intendono i turisti registrati nelle strutture recettive al momento dell’arrivo mentre per presenze si intende il numero di pernottamenti.

    Il comune di Genova registra un +0,05% rispetto al 2010 in termini di arrivi, la provincia di Genova un +5,20% ed è la seconda provincia ligure (la prima è ovviamente La Spezia forte delle 5 Terre) per incidenza del turismo straniero (rappresenta il 37,9% su una media regionale del 31,3% e per il Comune di Genova raggiunge il 40,9%)

    Questi, in sintesi, i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale, dove viene evidenziata una sostanziale tenuta dei numeri del movimento turistico (con un significativo aumento degli stranieri, sia in termini di arrivi che di presenze), a fronte della drastica diminuzione della capacità di spesa rispetto al 2010, non solo per gli italiani ma anche per gli stranieri.

    Abbiamo già verificato in altre occasioni quanto queste ricerche siano sicuramente utili per avere indicazioni di massima, ma mai esaurienti della realtà in tutte le sue sfaccettature e quanto richiedano letture partendo da diversi punti di vista. Ciò non toglie che la crescita del turismo a Genova rispetto al passato sia ormai un dato di fatto. Nonostante la crisi (o forse anche “grazie” alla crisi…), la città è diventata meta gradita di tanti cittadini sia italiani che stranieri e l’analisi del mercato organizzato internazionale lo conferma: Genova è la seconda località turistica ligure più venduta nel corso del 2011 dai grandi buyer internazionali che trattano la Liguria. I buyer europei costituiscono complessivamente il 61,9% (tra cui spicca la Russia e più in generale i Paesi dell’Est), mentre gli USA si confermano il principale mercato extra-europeo.

    Così il presidente della Camera di Commercio di Genova Paolo Odone ha commentato i dati dell’Osservatorio Regionale: «Dall’Osservatorio emergono alcuni dati particolarmente interessanti come la crescita a Genova di turisti motivati dagli eventi culturali (il 10,5%), più della media Liguria (3,6%) e più del dato relativo al 2010 (4,6%). Apprendiamo che il passaparola continua a essere il principale canale di comunicazione per attirare turismo con il 43% dei visitatori che hanno scelto Genova grazie al passaparola e solo il 15% attraverso internet. Merita attenzione anche analizzare la spesa media dei nostri turisti che si aggira intorno ai 73 euro per gli italiani e 287 euro per gli stranieri per quanto riguarda il viaggio andata e ritorno, 43 euro al giorno gli italiani e 39 euro gli stranieri per l’alloggio mentre 69 euro gli italiani e 80 euro gli stranieri per beni e servizi extra acquistati sul territorio. E’ importante, dunque, misurare non solo il numero di visitatori ma anche quanto, dove e come spendono i loro denari, perché in ultima analisi questo vuol dire quante imprese e quanti posti di lavoro nascono e crescono in un territorio grazie al turismo».

    Il tessuto imprenditoriale del turismo ligure è formato tuttora prevalentemente da micro imprese (7 imprese su 10 hanno meno di 5 dipendenti), un assetto che conta il 9,3% di personale straniero e in cui la presenza di personale femminile è elevata: in media ciascuna impresa vede il 59,8% di donne impiegate in un ampio ventaglio di cariche, dal personale al piano alle figure manageriali (sono il 17,4% del totale le donne che lavorano nel settore).

    [foto di Diego Arbore]

  • Storia di Genova: San Lorenzo, il piazzale medievale

    Storia di Genova: San Lorenzo, il piazzale medievale

    Cattedrale S.Lorenzo

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    Se sei nato a Genova non ci fai caso, ma qui tutto è parsimonioso, proprio come ci insegna la tradizione che vuole i suoi abitanti corredati dal “braccino corto”, marchio d’infamia che pare dobbiamo a Sir Francis Drake, navigatore, corsaro e politico inglese, e ai poco accorti nostri antichi concittadini del ‘500 che decisero di schierarsi con gli spagnoli nella guerra contro l’Inghilterra. Furono proprio i genovesi, infatti, a finanziare “l’invincibile armata”, costituita da 130 vascelli e da 24000 uomini, ma l’esito disastroso della spedizione insegnò loro, da quel giorno, ad essere più oculati nell’aprire i cordoni della borsa, nonché ad ostentare quella diffidenza verso i “foresti” che è un altro “pregio” che si ascrive ai liguri.

    Parsimoniosi, dunque con il denaro, con il sorriso ma anche con lo spazio, conteso al mare e ai monti  metro su metro, oggi come ieri, battaglia che si rispecchia nelle sue caratteristiche creuze, nei suoi angusti vicoli, nella sua scarsità di ampie piazze. Non stupisce, dunque, che il sagrato a che si apre davanti alla Cattedrale di San Lorenzo, unico slargo degno di questo nome, fosse, nel Medioevo, uno spazio pubblico dove si svolgeva la maggior parte della vita civile, economica e politica della città.

    A partire dal 1300, qui, aveva luogo la designazione del doge: erano riunioni popolari spesso tumultuose come quella in occasione dell’elezione di Simon Boccanegra (1339), primo doge di Genova (a cui si ispirò Giuseppe Verdi per la composizione dell’omonima opera),  durante la quale, scalmanati avversari politici, appartenenti al vecchio regime, bruciarono, nel piazzale, i libri dei crediti della Repubblica, naturalmente, tra le grida esultanti degli spettatori.

    Nel quotidiano, mentre lungo i muri della chiesa stazionavano i besagnini, esponendo i loro prodotti ortofrutticoli, Piazza San Lorenzo era occupata dalle “caleghe” (dal latino callegarii, ovvero aste pubbliche), un variopinto mercato dell’usato non dissimile da quello che si  tiene a Palazzo Ducale, la prima domenica del mese. Nel 1615, però, in seguito alla morte di un gabelliere per mano di un “repessin”, le autorità furono indotte ad abolire tale pratica.

    Incontro rituale era, poi, quello che si svolgeva durante la festa del santo patrono della città, San Giovanni Battista: per questa occasione, ci si recava a comprare le “benedizioni”, cioè foglie di noci, rami di sambuco ed altre piante perché, secondo le antiche credenze, le erbe bagnate dalla rugiada  di quella notte “magica” avevano straordinarie proprietà curative. Nel giorno del solstizio d’estate, infatti, il sole e la luna,  a detta della tradizione, si univano in matrimonio, riversando sulla terra  energie positive che inducevano effetti miracolosi come quello di fare fiorire le felci. Una fioritura effimera, di una sola notte, che, se raccolta, avrebbe avuto il potere di far piegare qualunque volontà.

    Il fascino di un “ sogno di una notte di mezza estate”, come direbbe lo stesso Shakespeare, lasciava il posto, spesso, nell’arco dell’anno, ad episodi  non proprio bucolici: ne rimangono tracce sulla porta laterale della Cattedrale, Porta di San Gottargo, dove sono visibili i buchi impressi dai micidiali dardi delle balestre o le fenditure alla base delle colonne, conseguenze di un incendio divampato durante le lotte tra Guelfi e Ghibellini, nel 1296.

    Cattedrale S.LorenzoSan Lorenzo, pozzanghera

     

     

     

     

     

     

     

    Ricordiamo, poi, che le chiese e le loro pertinenze godevano dell’immunità giudiziaria, diritto di asilo emanato da una bolla papale ed in essere fino al XVIII secolo. Tutte le chiese ne fruivano ed accoglievano rei di tutti i tipi ad eccezione di quelli condannati per omicidio volontario. Non è difficile immaginare che qualche “furbetto” strumentalizzasse tale prerogativa per trarne un illecito vantaggio. E’ il caso di “o Serronetto”, lestofante settecentesco che aveva eletto a domicilio proprio la Cattedrale. In agguato e pronto a colpire, quando individuava l’oggetto delle sue malefatte, scendeva nella piazza, metteva in opera la sua bricconata e, con altrettanta rapidità, riguadagnava i “sacri” scalini dove era al sicuro dalle pene della legge. Si racconta, ad esempio, che il mattino del 2 settembre 1729, con un suo provvido intervento, avesse liberato un camallo accusato per una questione di tabacco  e nello stesso giorno avesse fatto oggetto di una fitta sassaiola i gendarmi di passaggio. Quel satanasso “che stando sopra la scala… fa tutto il giorno molte insolenze” fu infine preso e condannato a dieci anni da trascorrere nelle patrie galere ma, il giorno stesso, evase per rifugiarsi nella Chiesa degli Incrociati.

    La piazza è stata, anche, testimone di eventi più edificanti: qui transitavano notai e cancellieri che si recavano nel Chiostro per redigere atti importanti; vi passavano i poveri che andavano a elemosinare un piatto di minestra, vino e focaccia distribuiti dai Canonici o la attraversavano i 13 indigenti, prescelti tra i senza tetto, a cui,  in occasione del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi da parte del Reverendo Capitolo, capeggiato dall’Arcivescovo, veniva offerto un pranzo completo.

    Come in ogni angolo di Genova che si rispetti, non può mancare un po’ di “noir”. Il 26 febbraio 1799, Sebastiano Biagini, giornalista e politico (fu uno dei fautori della caduta della vecchia Repubblica) fu pugnalato a morte  dal collega Queirolo, mentre si trovava all’interno della farmacia Dodero, prospicente la piazza. La parte più horror della vicenda, però, fu il funerale che ne seguì: il cadavere non fu messo in una bara ma seduto, come se guidasse, su un carro trainato da sei cavalli bianchi e, così, traslato alla Basilica di Carignano. Qui, fu composto, sempre seduto, al centro di una macabra scenografia: nelle mani gli fu messa una copia della Costituzione,  a destra, una statua della Storia nell’atto di incoronarlo, a sinistra, un effige del Genio Ligure che bruciava una serpe, incarnazione dell’avversario che ne aveva causato la morte, alle spalle, una stele simboleggiante l’Eternità dietro cui occhieggiava, funerea, la Morte. Sopra tutta questa “artistica” composizione, che fu lasciata in esposizione per ben due giorni, campeggiava un’aerea Fama provvista di tromba.

    Per tornare a cose più amene, fa sorridere, oggi, la denuncia di un anonimo (1745) che segnalava “il disordine scandaloso di vedere, alla notte, uomini e donne frammischiati sopra la scalinata di San Lorenzo” o la riprovazione che veniva manifestata nei confronti di giovani nobili per un comportamento giudicato disdicevole: questi bricconi impenitenti solevano, infatti,  bivaccare sulla piazza, nell’imminenza delle funzioni religiose, per “sbirciare” le caviglie delle giovanette che scendevano dalle carrozze.

    Tante storie, dunque, curiose, tristi o tragiche raccontate da una piazza molto diversa da quella attuale perché, nel 1830, fu necessario un profondo restyling, demolendo alcuni edifici che erano stati costruiti a ridosso della cattedrale, al fine di restituirle un po’ di spazio. Il Palazzo dei Fieschi, che trovate, sulla sinistra, ponendovi con le spalle alla Cattedrale,  è un esempio evidente di questo “recente” ridimensionamento:  se guardate attentamente, potrete constatare, infatti, che ne è stata asportata una “fetta”, come si evince dalla facciata che risulta arretrata rispetto all’originale.

     

    Adriana Morando
    foto di Daniele Orlandi

  • Oltre il giardino: la terrazza in città

    Oltre il giardino: la terrazza in città

    La terrazza in città rappresenta, a nostro avviso, un vero lusso, nel senso lato del termine. In una città, come Genova, dal clima mite, poter disporre di uno spazio esterno alla casa, fruibile per grande parte dell’anno, garantisce la possibilità, se ben curato, di avere uno stretto e immediato contatto con la natura, anche in un contesto fortemente cementificato ed urbanizzato.

    Nel presente articolo potremo ovviamente fornire solo alcuni rapidi accenni alla materia. L’enorme varietà di esposizioni, dimensioni, conformazioni delle varie terrazze necessita infatti di uno specifico studio, sia dal punto di vista progettuale che della scelta delle piante più adatte.

    In una città dal clima mediterraneo, come è Genova, sarà ovviamente possibile l’impiego della gran parte delle essenze di cui abbiamo già parlato nell’articolo della settimana scorsa. Tale schema potrà poi essere integrato o variato, a seconda del contesto e delle esigenze, con altre varietà.

    Per esempio, in posizioni ombrose o semiombrose, si potranno poi facilmente coltivare ortensie, oste, felci, bossi oppure acidofile (piante che necessitano di un terreno con particolare livello di acidità) quali azalee, rododendri, skimmia e camelie.

    Molto poi dipenderà dall’effetto che si desidera ottenere e dal contesto stilistico complessivo in cui la singola terrazza si inserisce. Per esempio, in un edificio ottocentesco o comunque di stile classico, si potranno, ad esempio, utilizzare piante di alloro o di bosso, unite magari ad ortensie bianche o altre varietà meno note di hydrangea (ad es: paniculata o quercifolia).

    Nel dettaglio, il citato bosso è infatti un cespuglio longevo, dalla crescita regolare, dalle eleganti foglie ovaliformi scure, genericamente utilizzato in giardini o contesti di taglio classico. Per la copertura di muri, pareti verticali o strutture in ferro, suggeriamo, in questo caso, l’impiego di rampicanti quali il gelsomino o il rhyncospermum jasminoides, entrambi dalla fioritura estiva bianca. L’insieme di per sé classico e “formale” potrà poi essere alleggerito o sottolineato mediante l’impiego di bulbose o piante di stagione, da scegliere secondo le finalità desiderate ed, ovviamente, il gusto del proprietario!

    In un simile insieme si potranno, per esempio, poi invece aggiungere in luogo delle ortensie, se l’esposizione lo consente, alberelli di limoni, arance o kumquat, sempre di impianto semplice ma di richiamo più mediterraneo.

    La scelta dei vasi, delle vasche e dell’insieme degli altri elementi di arredo risulta evidentemente di grande rilievo in ambito cittadino e fortemente caratterizzante dell’insieme complessivo.

    Particolare attenzione si suggerisce inoltre di riporre nella scelta dei materiali, ad esempio, della pavimentazione. Si tratta infatti di interventi definitivi o difficilmente modificabili (salvo grandi spese!)  in un secondo momento. Anche l’illuminazione avrà poi, specie  nelle serate estive, un ruolo di primo piano, potendo decretare il successo dell’insieme e/o la valorizzazione della singola pianta.

    Come già accennato in altro articolo, non va neppure sottovaluta la valenza olfattiva di alcune specie vegetali e delle loro fioriture tardo primaverili ed estive.

    Una terrazza in città, se ben strutturata, potrà quindi rappresentare completamento e valorizzazione di un appartamento ma potrà anche, se il proprietario lo desidera, assumere una valenza meno formale e diventare un semplice insieme di piante rustiche.

    Nel caso in cui, per esempio, la terrazza o il balcone siano siti in prossimità del vano cucina, l’insieme potrebbe essere completamente diverso da quello sopra descritto e molto più spontaneo. Si potrebbe infatti immaginare di collocare vasi di rosmarino, salvia, lavanda ed altre piante officinali nonché dedicarsi alla crescita, in terrari, di erbe aromatiche (basilico, erba cipollina, …) ed eventualmente di qualche ortaggio di più facile coltivazione. Alla valenza più propriamente estetica, si aggiungerebbe, in questo caso, anche quella pratica, oltre alla soddisfazione del proprietario di vedere crescere il proprio basilico.

    Come nel caso della terrazza al mare, i due esempi riportati sono solo alcuni dei possibili e numerosissimi tipi di terrazze ipotizzabili. Il pressoché sconfinato mondo vegetale, unito alla fantasia del progettista, permettono infatti combinazioni infinite e risultati, a priori, inimmaginabili. Non si deve però pensare che si debba necessariamente disporre di grandi spazi o di ampie terrazze. Anche due soli vasi con cespugli o alberelli potati secondo i dettami dell’“ars topiaria” e poche bulbose o stagionali alla base, posti simmetricamente ai lati di una porta, o un rampicante che si abbarbica su una balaustra, possono cambiare completamente il contesto. Tutto ciò con notevole risultati estetici e di soddisfazione nel prendersene cura, del tutto paragonabili ad una ben più impegnativa terrazza cittadina!

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Trofeo Fantozzi: parte dal Porto Antico la corsa più pazza dell’anno

    Trofeo Fantozzi: parte dal Porto Antico la corsa più pazza dell’anno

    Domenica 27 maggio, “Cercasi ciclisti improvvisati, in perenne tragico eccesso con la famosa goliardica triade Bacco Tabacco & Venere e sedentari impenitenti, possibilmente sotto o sovrappeso, sputati dalla fortuna e obbligatoriamente amanti della bella vita”,  in tal modo viene presentata la cosiddetta “Coppa del Mondo per corridori ipodotati” o Trofeo Fantozzi, un nome, un programma.

    La  premessa di questa domenica, diversa dalle solite, non lascia dubbi su ciò che offre: sicuro divertimento, un po’ di sano sport, un’occasione per “guardare” la città che, nella normalità, percorriamo senza vedere, e tanta consolazione per quel fisico cha mal si adatta agli stereotipi  da top model o alle forme felinesche di Andrew Howe, per quel fianco che ricorda la donna anfora botticelliana, per quelle maniglie che puoi anche chiamare dell’amore ma che di amorevole non hanno nulla.

    Un giorno di festa, dunque, per ritrovare la gioia di lasciare fluire i capelli nel vento come novelli Jack e Rose sulla prua del Titanic, per guardare a un traguardo non come una cosa impossibile, riservato  a superdotati recordmen e, soprattutto, alla consapevolezza che, quando la fronte comincia ad imperlarsi di quelle fastidiose goccioline di sudore, spie traditrici delle nostre inconfessabili deroghe culinarie nonché dell’innata pigrizia pantofolaia,  si può, comodamente, rifiatare, lasciando rianimare la lingua che protrude dalla bocca in cerca di refrigerio.

    Si, perché, dal programma si evince che questa “passeggiata”,  in alcuni punti, rischia di mettere a dura prova un cuore innamorato degli agi della vita: partenza dal Porto Antico, ore15.00, fin qui tutto bene; corso Aurelio Saffi, domanda: come si arriva in cima? Mettendo il più comodo dei rapporti per una salita da lumaca… ma con qualche certezza di sopravvivere? Facendosi trainare da una “macchina di appoggio” di un amico compiacente? Scendere e andare a piedi sospingendo quel mezzo che sembrava amico ma che si è “piantato” come un somaro riottoso?

    Per gli scampati, da qui,  tutta discesa e pianura godendo della vista a mare  della brutta fotocopia della Promenade des Anglais, ovvero Corso Italia, con una tappa nei  pressi del Circolo di Pesca  Dario Schenone, per “un tuffo con bici al seguito” (mi sono rifiutata di indagare  su tale prestazione, meglio la suspense che la certezza) e, poi, di seguito, fino alla chiesa di Boccadasse. In questo punto, consiglierei una fermata, non prevista, ma d’obbligo. Tra le fresche mura  dell’edificio religioso  chiedete accoratamente la grazia di una vigoria sovrumana, requisito indispensabile, per affrontare via Felice Cavallotti, poeta, politico, storico italiano, il cosiddetto “bardo della Democrazia”, la cui triste fine (morì in un duello col conte Ferruccio Macola) rischia di accumunarvi quando vi accingerete a sfidare questo lungo tratto in salita.

    Conquistato trionfalmente l’incrocio con via Orsini, meta che meriterebbe un “Gran Premio della Montagna”, giù spediti fino al Monumento di Quarto dove, come un esercito di novelli eroi, seppur non in mille, si ritroverà la compagnia “dell’Unità dei Sedentari” per una sosta e per un dovuto rifornimento “ipercalorico” all’insegna del “guai a perdere un etto di sovrappeso!”.

    E il ritorno? Meglio non parlarne, basta ricordare che le discese si tramutano in salite! In realtà il percorso varia, ma cambia poco in termini di fatica, prevedendo una deviazione verso lo stadio Carlini dove il Cus Genova Rugby  disputa i Play Off per un ritorno in serie A, senza, ovviamente, transitare per via Sturla,  il che si trasformerebbe in un suicidio di massa.

    Salvo eventuali dispersi, il traguardo è previsto al Porto Antico alle 18,45  dove si svolgerà la premiazione di questa massa di improvvisati Fantozzi e, per non venir meno allo spirito goliardico di questa iniziativa, sono previsti premi speciali per i perseguitati dalla “sfiga”, cioè quelli incappati in forature e cose simili…

    Il primo di questi regali speciali lo darei agli organizzatori che si sono visti richiedere dal Comune ben 19000 euro per l’impiego di 25 vigili necessari… Alla fine, i “cantunè” saranno solo 8,  spero, per non dare multe per “eccessiva imbranatura”.

     

    Adriana Morando

  • Elezioni politiche 2013: la fine della seconda Repubblica?

    Elezioni politiche 2013: la fine della seconda Repubblica?

    Pier Luigi BersaniIl notista politico che cerca di interpretare il voto popolare è destinato immancabilmente a parlare di cose che non sa. Come si può sapere, infatti, quale ragionamento stia dietro al voto espresso da migliaia o milioni di teste pensanti differenti? Di solito ci si basa sulla sensibilità, sull’intuizione e sull’esperienza personale: tutte facoltà, per l’appunto, limitate ed ingannevoli. E che spesso inducono anche gli osservatori più attenti a considerare le cose non per quello che sono, ma per quello che vorrebbero che fossero.

    Per questo, nel tentativo di rappresentare il quadro che sembra emergere da quest’ultima tornata elettorale, bisogna procedere con i piedi di piombo e partire dai dati di fatto. E il dato di fatto più evidente è l’astensione; che era già a livelli record nel primo turno del 6/7 maggio, ma che è schizzata ancora più in alto nel secondo turno dei ballottaggi. Il nuovo sindaco Marco Doria, ad esempio, ha vinto ottenendo la preferenza del 60 % dei votanti effettivi, che però in termini assoluti, a causa dell’astensione, si traduce in un avente diritto su cinque. Insomma, il “marchese rosso” si troverà nella non facile condizione di dover amministrare una città in cui l’80% dei cittadini o non lo ha votato oppure non gli ha proprio prestato attenzione.

    Questo forte astensionismo inoltre certifica la disaffezione della gente dalla classe politica, anche se a questo non esiste una spiegazione semplice, come potrebbe sembrare. Ci sono ragioni storiche profonde, come il rallentato processo di democratizzazione in un paese dove il potere ruota ancora attorno a notabili e signorotti, o la fine delle ideologie del ‘900. E ci sono ragioni contingenti, come gli scandali, la corruzione e l’arricchimento privato dei rappresentanti del popolo o la crisi economica (rispetto alla quale i politici sono in parte colpevoli e in parte capro espiatorio – in entrambi i casi non la scampano…).

    In ogni caso è difficile attribuire un peso specifico a ciascuno di questi fattori: di solito in questi casi viene comodo dire che c’è un “mix” di spiegazioni diverse. Comunque sia, lo scollamento tra politico e cittadino è incontrovertibile ed è confermato anche dalle scelte degli elettori “sopravvissuti”, che tendono a premiare ovunque i candidati percepiti come “outsider”. Dopo Milano e Napoli la sagra continua. A Palermo vince Orlando (IDV), battendo rovinosamente il candidato ufficiale delle sinistre nel ventennale della morte di Falcone. A Genova Doria è sindaco dopo che alle primarie aveva già surclassato ben due primedonne del PD. A Parma Pizzarotti sconfigge clamorosamente il PD e certifica che il partito di Grillo ha ormai i numeri per ambire al Parlamento. Addirittura qualcuno accredita al Movimento 5 Stelle, che nella ultime settimane ha visto triplicare il proprio indice di gradimento nei sondaggi, un consenso superiore a quello accreditato al Popolo Delle Libertà.

    E in effetti un altro verdetto importantissimo è stato il crollo del blocco di potere di destra formato da PDL e Lega. D’altra parte, con la crisi che stiamo vivendo e per il modo in cui è uscito di scena, squalificato dalle cancellerie di mezza Europa, sarebbe stata davvero una sorpresa clamorosa, se gli elettori non avessero punito il precedente governo, bevendosi la storia che la colpa sarebbe tutta dell’euro e di Prodi e Ciampi che nell’euro ci avevano portato. La Lega in particolare, distrutta dagli scandali, ha perso 7 ballottaggi su 7: nel partito di Bossi rimane ormai soltanto il sindaco di Verona Flavio Tosi, uno che non si era comprato una laurea in Albania, ma che aveva addirittura osato partecipare ai festeggiamenti per il 150° dell’unità d’Italia e che pare amministri bene la sua città.

    Insomma: è chiaro a tutti che è in atto una rivoluzione enorme nell’assetto politico del nostro paese, che alle politiche nel 2013 ci sarà da divertirsi e che la seconda repubblica è probabilmente alla fine. Chiaro a tutti, meno che a uno: Pierluigi Bersani. Il cui partito, tutto sommato, aveva anche tenuto. Forse il fatto che le sinistre puntino molto su scuola e stato sociale è visto positivamente da un elettorato che teme Monti, la crisi e la ricette europee. Eppure sono bastati i commenti a caldo del segretario per far pensare che anche per il PD le ore siano ormai contate. Bersani infatti prima finge di non vedere il filo rosso che lega le elezioni comunali di Milano, Napoli, Genova, Parma e Palermo; poi sbandiera i numeri delle molte vittorie ottenute, tipo Budrio e Garbagnate, come se potessero controbilanciare la sconfitta di Palermo; e ancora, si fa sbeffeggiare da Grillo (e a dire il vero da tutta Italia) riuscendo a scolpire un capolavoro del rigiro e del contorsionismo semantico dicendo che a Parma il partito avrebbe non perso, bensì “non vinto”, trattandosi di un comune amministrato in precedenza dal centro-destra; e infine conclude serafico “senza se e senza ma” che il PD è  il “vincitore delle elezioni amministrative”. Come se ci fosse ancora un avversario. Come se ci fosse ancora Berlusconi. Come se ci fosse ancora il PDL o Forza Italia. Come se il mondo fosse ancora quello del 2006, con due poli aggregati, due programmi, i dibattiti televisivi tra i due candidati premier e poi magari l’immancabile “Porta a Porta”, con Vespa che assiste agli spogli in diretta mentre la grafica ripartisce rigorosamente i voti tra una casellina rossa e una casellina azzurra. Ecco: se Bersani e il PD non hanno capito che devono cambiare radicalmente assetto, generazione e logica e sanno rispondere solo “abbiamo vinto noi”, possiamo pure stare certi che dal prossimo anno avremo un grillino a Palazzo Chigi.

     

    Andrea Giannini

  • Maddalena, le botteghe diventano gallerie per la mostra “Adotta un artista”

    Maddalena, le botteghe diventano gallerie per la mostra “Adotta un artista”

    Piazza BanchiOggi, Venerdì 25 maggio, a partire dalle ore 16.30 presso la Loggia della Mercanzia in Piazza Banchi, inaugura la mostra Adotta un artista, una collettiva itinerante d’arte contemporanea che sino al 9 giugno colorerà gli esercizi pubblici della Maddalena.

    Le opere esposte – dalla pittura alla ceramica, dalla fotografia all’illustrazione a singolari commistioni di materiali come il gum print – sono state selezionate fra i partecipanti dal bando promosso qualche mese fa dall’associazione Colorinscena sul sito www.genovacreativa.it, si tratta di artisti affermati e giovani esordienti, genovesi di nascita, d’adozione o a essa legati per storia o affinità elettive.

    Per due settimane le botteghe del quartiere della Maddalena “adottano” le opere degli artisti mettendo a disposizione uno spazio del proprio esercizio – dalle vetrine agli interni – per consentire l’esposizione e creare un itinerario insolito nel cuore della città.

    All’Urban Center della Loggia della Mercanzia di Piazza Banchi vengono esposti i lavori preparatori e gli schizzi degli artisti, una giornata arricchita anche dalla presenza della musica con l’esibizione di Takako Nagayama, cantante lirica accompagnata dal maestro Enrico Montobbio e dal maestro di pianoforte Davide Runcini.

    GLI ARTISTI IN MOSTRA
    Stefano Bucciero, Francesca Dainotto, Andrea Sessarego, Mihail Ivanov, Kamala HeArt, Valeria Caserza, Natalia Serrano, Zlatolin Donchev, Svilen Genov, Laura Rossi, Davide Battaglia, Elisa Boccedi, Ana Marìa Garcìa Ruiz, Maura Ghiselli, Sara Parodi, Kristina Kostova, Enrico Mortola, Laura Baldo, Luca Caridà, Resaldo Ajazi, Giulia Avvenente, Gabriele Antistress, Ksenja Laginja.

    LE BOTTEGHE CHE ESPONGONO
    In Scia Stradda, Il Botteghino delle Vigne, Datemi un Martello, Taverna di Colombo, Piccola Bottega Mamibella, Pub 4 Canti, Il Salotto Creativo, Artekne Novecento, Le Ceramiche del Grifo, Cantina Rosso Rubino, Exultate, Glo Glo Bistrot, Almanacco, La Berlocca, Melampo, La Chiocciola, Tele della Casana, Le Gramole, Taggiou, La Bottega del Gusto, Luccoli Bistrot, Andrea B. Pelletterie, Mielaus.

    foto di Daniele Orlandi

  • Raccolta differenziata: l’esempio di Bogliasco, Sori e Pieve Ligure

    Raccolta differenziata: l’esempio di Bogliasco, Sori e Pieve Ligure

    Rifiuti raccolta differenziata“Caro Bogliaschino, ti invito a seguire con grande attenzione le nuove regole per la raccolta differenziata. Il riciclo di frazioni ben differenziate non ci costa nulla e se fatto bene, permette al Comune di ricevere danaro dal Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI). Un conferimento sbagliato ci costringe a mandare in discarica l’intero contenuto del cassonetto e questo costa al Comune, a tutti i Bogliaschini e anche a te, 90 euro a tonnellata e 17 euro di ecotassa regionale. Sono soldi sottratti all’assistenza agli anziani, alle scuole, alla manutenzione dei marciapiedi. Grazie per la collaborazione. Il sindaco, Luca Pastorino.”

    A marzo i comuni di Bogliasco, Sori e Pieve Ligure hanno dato una svolta decisiva alla politica di gestione dei rifiuti. Sono spariti dalle strade i classici cassonetti verdi della spazzatura e sono rimasti solo quelli per la raccolta differenziata, mentre il rifiuto indifferenziato, che il cittadino deve dividere in frazione organica e secco residuo, viene raccolto porta a porta da una ditta incaricata. Ma che cosa è la frazione organica e che cosa è il secco residuo? Ovviamente il primo compito deve essere informare i cittadini. Ad ognuno di loro è stato consegnato un vademecum da seguire, pena multa salata, per la corretta gestione dei propri rifiuti. Cosa gettare nei contenitori della differenziata e cosa no, come separare nella propria abitazione rifiuti organici e residuo secco e un calendario che ricorda i giorni in cui depositare fuori dalla propria abitazione i sacchetti. A Sori, ad esempio, l’organico viene ritirato il lunedì e venerdì (anche il mercoledì nei mesi estivi) e il secco residuo il mercoledì (anche il sabato nei mesi estivi).

    Certo, non sono mancati i problemi. I cittadini si sono lamentati per i ritardi della raccolta e il conseguente accumulo dei sacchetti (qualche volta abbandonati nei giorni sbagliati…). Inoltre, poco tempo fa, sia Amiu che lo stesso Comune di Bogliasco, hanno sporto denuncia contro ignoti per arginare le iniziative di alcuni “furbetti” che, pur di evitarsi l’insopportabile fatica di separare i rifiuti e lasciare i sacchetti sottocasa, preferivano “trasferirsi” nei cassonetti della vicina Genova.

    Ma ci sono anche i primi dati, anche se si tratta di anteprime non ufficiali: a due mesi dall’introduzione del sistema porta a porta, la raccolta differenziata a Bogliasco risulterebbe essere superiore all’80%. Si tratterebbe di un risultato eclatante che costringerebbe l’amministrazione genovese a rimboccarsi le maniche. E’ necessario, però, sottolineare anche un aspetto certamente meno positivo, ovvero che (si tratta sempre di dati non ufficiali) l’intera produzione di rifiuti sarebbe diminuita del 40%. Colpa della crisi, le famiglie di Bogliasco producono meno rifiuti? Bisognerebbe andare a chiederlo ai cassonetti di Nervi…

    Quest’ultimo punto non farebbe altro che confermare quanto non sia facile dall’oggi al domani rivoluzionare le abitudini delle persone e quanto non bastino le leggi da sole per migliorare la nostra civiltà. I protagonisti di un cambiamento, volenti o nolenti, sono sempre i cittadini.

     

    Gabriele Serpe
    foto di Daniele Orlandi

  • Incontro con Marcello Mogni, l’artista genovese dipinge la sua città

    Incontro con Marcello Mogni, l’artista genovese dipinge la sua città

    Marcello MogniFormatosi presso l’Accademia di Belle Arti, l’artista genovese Marcello Mogni lavora ed espone nella sua città. Attualmente le sue opere sono in mostra alla MF Gallery (Vico dietro il Coro della Maddalena), dove presenta quadri ad olio su tela e tavola. Immagini forti e coinvolgenti, colori vividi e scenari post-apocalittici trasportano chi osserva in un mondo insieme surreale e possibile.

    I lavori che presenti in galleria si dividono in due categorie: Periferia Chimica e Storie di Vicoli.  Periferia Chimica ci mostra un mondo di ferro, tubi e scarichi tossici, cieli rossi e volti malati. È un tentativo di contribuire a scuotere le persone facendo prendere loro coscienza della direzione in cui stiamo andando, se ancora ce ne fosse bisogno, o una personale paura –peraltro fondata- di tutto questo, sfogata dandole forma in queste illustrazioni?
    Il primo ciclo è proprio dedicato agli effetti prodotti sull’ambiente dall’industria chimica e petrolchimica. Se parliamo di sfogo, penso che lo sfogo dell’artista sia comunque sempre comunicativo, perciò dovrebbe in qualche modo arrivare agli altri. Il mio è un realismo magico e in parte fantastico: i luoghi dei miei quadri non sono posti realmente esistenti o riconoscibili; prendo spunto da immagini fotografiche e poi assemblo liberamente gli elementi a seconda di come mi servono per creare i miei sfondi. Per esempio nel quadro che si trova anche in locandina, dal titolo “Cattedrale”, ho sistemato ciminiere e tubi in modo che ricordassero un po’ la facciata incombente di una cattedrale, mentre il personaggio in tuta bianca e maschera antigas è il sacerdote di questo tempio. C’è quindi anche una componente simbolica.

    Alcune tra le tele più suggestive: il fantasma di un operaio vicino a una macchina in un enorme silo, e i ritratti di una Alice che non ha niente di allegro ed è tutto tranne che nel Paese delle Meraviglie. Puoi parlarcene?
    L’immagine con l’operaio si intitola “Presenze nel vecchio cantiere”. Lo sfondo in questo caso viene da una foto di archivio storico, è un capannone delle acciaierie di Cornigliano. Io l’ho immaginato ormai abbandonato, di notte, mentre emergono i fantasmi degli operai che ci hanno lavorato. In “Alice nel petrolchimico delle meraviglie” ho ripreso precisamente nella composizione una delle illustrazioni originali fatte per il libro nell’ottocento, in cui Alice teneva in braccio un bambino che poi si trasformava in maialino. L’allusione è all’incubo delle pandemie –una delle ossessioni globali attuali- che si ripresenta a intervalli regolari, e in particolar modo all’epidemia di febbre suina di qualche anno fa.

    In Storie di Vicoli i nostri caruggi sono strappati al classico punto di vista dolce-malinconico per diventare asfittici sfondi di volti emaciati, dagli occhi rossi e gli sguardi inquietanti. Perché hai scelto questa visione? Qual è il significato?    
    Qui volevo dare l’idea di quello che succede quando camminiamo, specialmente nei vicoli: i volti delle persone che camminano nel senso opposto al tuo ti vengono incontro per un attimo e sono un breve flash, che ti si para davanti agli occhi per un solo istante e poi svanisce. Ed ecco tutte le tipologie di personaggi: la vecchia signora, il ragazzo che ride, un uomo, una ragazza…

    A cosa stai lavorando per il futuro?  
    Credo che continuerò a sviluppare questi due cicli che ho portato in mostra. Certe ispirazioni a volte ricorrono: è possibile che alcune cose del passato tornino.

     

    Claudia Baghino
    video di Daniele Orlandi

  • Consulenza online: assemblea di condominio, come impugnare una delibera

    Consulenza online: assemblea di condominio, come impugnare una delibera

    Questa di Giulio M. di Chiavari è proprio una bella domanda… Già, perchè da pochi mesi è entrata in vigore quella norma che prevede il tentativo obbligatorio di conciliazione anche in materia condominiale.

    Ora, se è pacifico che si possa mediare quando si è in lite, vi sono casi in cui oggettivamente appare complesso. Supponiamo dunque che vi sia una delibera assembleare che calpesti il diritto di un qualche condomino. Con la vecchia normativa, costui doveva entro trenta giorni impugnare la delibera presso il tribunale così come previsto dal Codice Civile.

    Ora, prima di una simile condotta, deve tentare una mediazione… Al di là del fatto che in casi del genere sarebbe curioso capire come si fa a mediare e quindi intravvedere il successo di questa nuova normativa vigente, difficile è capire come possa funzionare il meccanismo, per cui quella che segue non può che essere una mera ipotesi, ancorchè molto vicina alla realtà.

    Chi vuole impugnare una delibera assembleare, fa istanza di mediazione presso uno dei centri all’uopo predisposti. Contro chi? Contro il condominio, naturalmente, in persona dell’amministratore. Quest’ultimo deve convocare un’assemblea straordinaria durante la quale comunica di avere ricevuto un’istanza di mediazione dal condomino “Tizio”. L’assemblea deve deliberare se andare in mediazione o fare finta di nulla e non presentarsi. Chi scrive suggerisce di trovare una mediazione proprio in quella sede: i costi si riducono ed i tempi si accorciano.

    Ma si sa, a volte le questioni di principio superano (e di molto) la ragione ed il buon senso. Quindi, nel caso in cui l’assemblea deliberi di non presentarsi, “tizio”, se vuole far valere i suoi diritti, prosegue la sua “battaglia” in tribunale, mostrando al Giudice il verbale nel quale sta scritto che il condominio non si è presentato alla mediazione: un punto a suo favore!

    Invece, nel caso in cui l’assemblea dia l’ok per la mediazione, l’amministratore dovrà avere a sue mani anche una delibera che gli dia i margini entro i quali può mediare. Il risultato della mediazione va poi comunicato ai condomini.

    Poi ci sono le situazioni ibride e lì viene il bello… Ce ne occuperemo la prossima settimana.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]

  • Marco Doria, ecco il nuovo sindaco di Genova

    Marco Doria, ecco il nuovo sindaco di Genova

    Marco Doria

    Un risultato che non sorprende quello del ballottaggio per le elezioni amministrative di Genova, anche se non si è trattato di un plebiscito: Marco Doria supera l’avversario Enrico Musso con un 59,7%. E non sorprende neanche il dato nero sull’affluenza alle urne, in picchiata rispetto alle amministrative del 2007 e in netto calo rispetto alle ultime elezioni del 6 e 7 maggio: meno del 40% dei genovesi aventi diritto è andato a votare.

    I cittadini che al primo turno avevano votato il Movimento 5 Stelle hanno sicuramente contribuito a far salire la percentuale degli astenuti – nè Doria nè Musso sono infatti riusciti nell’impresa di assorbire i voti dei cosiddetti “grillini” – ma dietro alla peggiore affluenza della storia di Genova si nasconde un sentimento di apatia politica e di sfiducia che interessa tutte le fasce dell’elettorato. Ed è in questo clima di desolante distacco e “menefreghismo” che Marco Doria vive la sua prima mattina da sindaco.

    Non si hanno ancora certezze su quella che sarà la nuova Giunta; sembra molto probabile l’insediamento di Carlo Repetti (direttore del Teatro Stabile di Genova) nel ruolo di vicesindaco, quello di Gianni Crivello (ex presidente Municipio Val Polcevera) ai lavori pubblici, di Stefano Bernini (ex presidente Municipio Medio Ponente) al lavoro e la conferma di Franco Miceli al bilancio, mentre le prime anticipazioni parlano di Valeria Garotta all’ambiente (importante ricordare che questo assessorato prenderà sulle spalle anche le competenze fino a oggi della Provincia), Gianni Vassallo (che sarebbe confermato) al commercio e Clizia Nicolella ai servizi sociali (medico, candidata della lista Doria). Interessante anche la figura dell’avvocato Alessandra Ballerini, da sempre vicina alle cause delle persone disagiate e sostenitrice dei diritti degli immigrati, che ha buone possibilità di ottenere un incarico politico.

    Nell’attesa di conoscere le decisioni finali di Doria e di assistere alla presentazione ufficiale della squadra, ecco l’intervista realizzata da Era Superba al nuovo sindaco di Genova poco prima delle elezioni amministrative:

    CHI E’ MARCO DORIA?

    E’ discendente dall’antica casata dei Doria e figlio di Giorgio Doria che negli anni sessanta venne diseredato dalla famiglia dopo essersi iscritto al Partito Comunista Italiano. Sposato, con tre figli, vive a Genova a un centinaio di metri da Palazzo Tursi. Diplomato presso il liceo Andrea D’Oria nel 1976, si laurea nel 1981 in Lettere e Filosofia e lavora come borsista dell’archivio storico dell’Ansaldo. Insegna lettere alle scuole superiori fino al 1995, anno in cui diventa ricercatore universitario in storia economica nella Facoltà di Economia dell’Università di Genova. Nel 2010 ottiene l’idoneità a professore ordinario. É membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Ansaldo dal 2000 al 2007 e, successivamente, membro della Commissione scientifica a partire dal 2008.

     

  • Francia: il presidente Hollande taglia del 30% gli stipendi dei politici

    Francia: il presidente Hollande taglia del 30% gli stipendi dei politici

    Parigi, EliseoTaglio del 30% per gli stipendi di ogni membro dell’esecutivo, dal Presidente fino ai sottosegretari. E’ questo il primo provvedimento del neo presidente francese Francois Hollande in occasione della prima riunione del nuovo governo composto da 34 ministri, di cui 17 donne.

    Lo stipendio dello stesso Hollande scenderà dai 21.000 ai 14.900 euro lordi al mese, lo stesso stipendio del primo ministro Jean Marc Ayrault (il primo ministro in Italia percepisce uno stipendio di circa 12.000 euro). Meno di 10 mila euro (9.940), invece, il compenso previsto per i ministri (che prima guadagnavano 14.200). Per le due cariche principali sarà ora necessario presentare un progetto di legge, mentre per gli altri basterà un decreto varato dal governo.

    La decisione di Hollande, più volte annunciata in campagna elettorale, fa felice tutta quella parte di elettorato sensibile all’argomento, lo stesso che si era indignato quando Sarkozy nel 2007 decise di aumentare i compensi del 170 per cento.

    Il socialista Hollande durante la riunione ha distribuito ai ministri un codice etico, una vera e propria “carta deontologica”: no ai conflitti di interesse, agli sprechi, ai doppi mandati e agli inviti per vacanze o soggiorni; divieto assoluto di favori ad amici e familiari e divieto di accettare regali oltre i 150 euro; e ancora utilizzo dell’aereo consentito solo per lunghi viaggi e obbligo di affidare azioni di borsa e portafoglio investimenti ad un gestore esterno.

  • Assicurazioni auto a tariffe etniche: agli extracomunitari costano di più

    Assicurazioni auto a tariffe etniche: agli extracomunitari costano di più

    Nei giorni scorsi l’Europa ha ufficialmente chiesto all’Italia di eliminare definitivamente le cosiddette assicurazioni a “tariffe etniche”, ovvero un premio assicurativo più caro che viene applicato solo nei confronti dei cittadini extracomunitari.

    Si tratta di un caso già noto, sollevato due anni or sono da un’inchiesta di Repubblica, che, per effetto di un esposto dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), è giunto sui tavoli della Commissione Europea. Interessa buona parte delle compagnie di assicurazione italiane, ormai abituate da anni ad applicare tariffe più svantaggiose ai cittadini immigrati raggiungendo maggiorazioni che arrivano anche al 100% (soprattutto nel caso di cittadini marocchini) e che in media si aggirano dall’8% al 43%.

    Utilizzando i termini tecnici del mondo degli assicuratori viene definito “rischio nazionalità”, facendo invece riferimento ai termini che utilizziamo tutti i giorni in qualunque altro contesto si dice che “se sei albanese o marocchino la polizza auto costa di più”. Per quanto riguarda la Commissione Europea, invece, si parla di “restrizione discriminatoria della libertà di fruire di un servizio” e di “criteri di cittadinanza nella definizione dei premi assicurativi delle Rc auto”. Al momento la Commissione Ue ha deciso di non aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, limitandosi alla segnalazione; ora tocca alle compagnie italiane eliminare la voce dai contratti.

    All’inizio di quest’anno anche l’Ufficio Nazionale Anti-Discriminazioni Razziali (Unar) era intervenuto sulla delicata questione diffondendo una nota con la quale sottolineava i profili di illegittimità e di contrasto con il diritto europeo che caratterizzano le tariffe differenziate per nazionalità nelle polizze auto.

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Istituto Gaslini: una squadra di calcio per raccogliere fondi

    Istituto Gaslini: una squadra di calcio per raccogliere fondi

    Ospedale GasliniE’ nata la squadra di calcio dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. Un’iniziativa voluta fortemente dagli stessi infermieri e lavoratori dell’ospedale pediatrico con l’obiettivo di dare maggiore visibilità all’Istituto stesso, anche aldilà delle proprie mura, ma soprattutto proponendosi come promotore delle cause delle singole associazioni e della ricerca scientifica.

    La squadra è composta da molte delle figure professionali presenti nell’Istituto: medici, specializzandi, infermieri pediatrici, tecnici di radiologia, tecnici di laboratorio ecc… creando forte valore aggregativo, nonché di interscambio di informazioni utili alla crescita reciproca.

    «Come ogni squadra che si rispetti abbiamo il nostro sponsor ufficiale “Gaslini Band Band” che oltre ad essere un’associazione di volontariato ONLUS, ha come missione il miglioramento dell’accoglienza dei piccoli ospiti e delle loro famiglie dell’ospedale Gaslini», racconta Roberto Sabatini, infermiere pediatrico presso l’Istituto e tra i fondatori della squadra.

    Il primo appuntamento sarà il 23 Maggio alle 20:30 in Via dei Ciclamini, campo Mons. Sanguinetti, dove la squadra affronterà un altro istituto, l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, con l’intento di sostenere la “Cicogna Sprint Onlus”, associazione di genitori dei neonati della Terapia Intensiva Neonatale presso il nostro Istituto, che sta cercando di farsi conoscere e di farsi strada.

  • Storia di Genova: i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco

    Storia di Genova: i palazzi dei Rolli, patrimonio dell’umanità Unesco

    Palazzo Rosso

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    I Rolli di Genova, un incontro imperdibile, un viaggio a ritroso nel tempo per immergersi negli antichi splendori di una città che, per la sua gloriosa storia, vanta a buon diritto l’appellativo di Superba, una riscoperta di quelle antiche dimore genovesi, sobrie all’esterno, ma che ammagliano per lo sfarzo che si può ammirare all’interno, seguendo con occhi abbagliati, i sapienti stucchi, gli affreschi magistrali, le preziose dorature, i capolavori d’arte e il luccichio dei marmi di Carrara.

    Siamo lontani dalle povere case in legno che fino al 200 il Cintraco andava ad ispezionare nei giorni di quel “vento d’Aquilone” che tanto si temeva in caso di incendi, siamo tra i palazzi che sorsero sempre più alti, ricoperti di preziosa pietra nera di Liguria, l’ardesia, siamo tra le nobili abitazioni che si affacciano sul percorso delle Strade Nuove che si snodano da piazza De Ferrari, attraversando tutto il centro medievale, fino al Palazzo de Principe, Andrea Doria, valente Ammiraglio ed abile politico, unico Principe di Genova, di fatto se non di diritto.

    Due secoli di continui rinnovamenti a partire dall’antica via Montalbano, da cui le “signorine” furono sfrattate per far posto ad una strada, larga 7 metri, via Aurea (odierna via Garibaldi), fatta con l’argento e l’oro proveniente dal nuovo mondo, allestita per ospitare le residenze di prestigio delle nobili famiglie genovesi che volevano allontanarsi dalle anguste case della Ripa Maris, troppo vicine ai moli e ai mercati.

    Spianata la collina di Castelletto, tra il 1551 e il 1558, ed allontanato il postribolo, l’arteria si presentava con un unico ingresso da piazza Fontane Marose perché dall’altro lato, oggi piazza della Meridiana, era chiusa dai giardini di Palazzo Ducale. Gli edifici che individuiamo col nome altisonante dei loro antichi padroni, i Pallavicini, gli Spinola, i Grimaldi, i Lomellini , i Lercari, i Cattaneo-Adorno, i Brignole-Sale, ammaliano per gli immensi atrii, gli imponenti scaloni, le volte a crociera, i loggiati aggettanti su splendidi giardini che, per quelli a monte, giungevano fino a Castelletto, architetture talmente imponenti che indussero Pietro Paolo Rubens a disegnare i palazzi della via e di tutta la città perché diventassero un modello per i costruttori di Anversa (tavole pubblicate nel 1662).

    Spicca tra gli altri il cosiddetto Palazzo delle Torrette, posizionato di fronte a Palazzo Tursi, che l’architetto Giacomo Viano volle più arretrato rispetto agli altri per dare maggior luce al  “più nobile” dirimpettaio ma, soprattutto, per nascondergli  la vista, poco decorosa, degli edifici  del sestiere della Maddalena in cui si era spostato il meretricio.

    Tra il 1602 e il 1613 (completato nel 1655), un secondo percorso viene delineato per diventare la strada residenziale di un’altra potentissima famiglia genovese, i Balbi, che realizzano La Grande Strada del Vastato. Ai lati sorgono palazzi “degni del congresso di un re”  come li aveva definiti Madame de Stael  e infatti si sono  fregiati  della presenza, persino, della regina Elisabetta di Inghilterra.

    Palazzo RealePalazzo Reale

     

     

     

     

     

     

     

    Logge, scalee, colonnati, saloni affrescati  e tanto marmo che la Repubblica concedeva di utilizzare solo alle famiglie che avevano operato “qualche fatto egregio in utilità della Patria”, sono il denominatore comune di queste dimore che raggiungono il più alto grado di magnificenza nel  Palazzo Reale, divenuto dal 1823, residenza ufficiale di casa Savoia. Il cortile con tre arcate che da accesso al giardino da cui si gode una magnifica vista sul porto, la sua loggia, i suoi saloni che accolgono   più di 200 dipinti e mobili originali genovesi, piemontesi, francesi della metà del XVII secolo fino all’inizio del XX secolo, la superba Sala del trono, le volte affrescate, sembrano quasi scomparire davanti alla mirabile bellezza settecentesca della  Galleria degli Specchi dove si ha la sensazione di perdersi in un mondo di luce.

    La Strada Nuovissima (via Cairoli) fu completata alla fine del ‘700, dopo monumentali opere di sbancamento atte ad unire la via Aurea a via Balbi, lungo il cui tracciato si possono ammirare le antiche dimore di Gio Carlo Brignole, di Antoniotto Cattaneo, di Nicolò Lomellini e di Cristoforo Spinola.

    Ma i palazzi dei Rolli non sono solo questi, se ne annoverano, infatti, 83 di cui 42, dal 13 luglio 2006,  sono consacrati, dall’Unesco, come Patrimonio dell’Umanità. Potete trovarli scendendo nel cuore della città medievale lungo quell’antica valle di Luccoli che vide gli insediamenti dei Doria, dei De Mari, degli Spinola, rispettivamente a San Matteo, a Banchi e a San Luca. Nascosti in oscuri vicoli o in anguste piazzette incontriamo le dimore degli Imperiali, dei De Marini, dei Durazzo, di Domenico Grillo (sede della Fondazione De André), dei Della Rovere, dei Salvago, dei Saulli, dei Senarega, solo per citare alcuni tra i nomi non ancora menzionati, ognuno con la sua storia ma tutti  insieme per raccontare le gesta gloriose di Genova.

    Un incontro da non perdere, come dicevo, percorrendo un dedalo di viuzze, talora mai esplorate, alla ricerca di quelli che, come cita il biografo di Cola di Rienzo  “erano maravigliosamente belli i palazzi di Genova, che specchiano le fronti di niveo marmo nel nostro mar glauco”, in compagnia di un curioso interrogativo: perché si dicono palazzi dei Rolli?

    Nel 1500 non esistevano gli equivalenti dei nostri alberghi o la disponibilità di strutture pubbliche atte ad accogliere ospiti di riguardo. Si poneva, dunque, il problema di dove trovare un alloggio decoroso per i visitatori stranieri. Fedeli al loro spirito parsimonioso, i nobili ben si guardavano di aprire le loro dimore a questi illustri personaggi, per cui, le autorità si videro costrette ad imporre una forzosa accoglienza. Si censirono, dunque, 150 dimore nobiliari, classificandole in 3 distinte categorie in base alla raffinatezza degli arredi, all’ubicazione, al confort abitativo ed ad altri requisiti che sono ben specificati in 5 editti risalenti al 1576. Ad ognuna di esse, poi,  fu assegnata una certa tipologia di ospiti, Papa, Cardinali, Principi, notabili o semplici turisti di rango. Gli edifici prescelti venivano contrassegnati da un “rollo” (rotolo di carta) che veniva inserito in un bussolotto da cui, in una specie di estrazione del Lotto, si “pescava” quello “fortunato”, il cui padrone, giocoforza, era obbligato a prendersi cura del forestiero.

    Come si può desumere facilmente, soprattutto perché parliamo dei proverbiali avari genovesi, nessuno si dimostrava entusiasta di tale oneroso incarico, come testimoniano le numerose lamentele che giungevano al Doge, sia per l’esborso  di vil denaro sia per  i comportamenti, talora, esuberanti di quei, non voluti, coinquilini. La visita ai Rolli è un’occasione unica, dunque, per scoprire, come dice Edoardo Grendi, “una città bellissima ma che, per una ragione o per l’altra, non si scopre mai”.

     

    Adriana Morando
    foto di Daniele Orlandi

  • Un orto comunitario nel centro storico della città: il progetto del “Re Moro”

    Un orto comunitario nel centro storico della città: il progetto del “Re Moro”

    Siviglia, orto del Re MoroSiamo nel centro storico di Siviglia. Camminiamo lungo Calle Enladrillada, un vicolo lungo e stretto costeggiato su entrambi i lati da alti muri bianchi e a tratti da edifici altrettanto stretti, dai cui poggioli decorati ad azulejos pendono i panni stesi ad asciugare che spandono profumo di bucato lungo l’acciottolato che stiamo percorrendo. Ogni tanto passa un motorino, e qualche magro gatto si rifugia sui gradini dei piccoli portoni d’ingresso.

    Poi, sulla nostra destra, un grande cancello aperto rompe la monotonia dei muri e apre la vista su un vasto, colorato giardino delimitato da altri muri bianchi… Siamo nell’Orto del Re Moro, attiguo alla Casa del Re Moro, una delle poche costruzioni domestiche di fine quindicesimo secolo, periodo in cui si mescolano il tardo gotico, il rinascimento e una forte influenza islamica.

    In questo luogo i cittadini hanno dato vita ad un’esperienza di gestione condivisa di uno spazio, rimettendo a nuovo ciò che era in stato di abbandono e rendendo la zona accessibile a tutti coloro che vogliano partecipare o semplicemente usufruire di uno spazio verde urbano coltivato.

    Nell’aria c’è profumo di salvia, rosmarino e menta lungo il sentiero in terra che si snoda tra le varie colture. Sotto gli alberi, robusti e nodosi lungo il perimetro del giardino, sono sistemati scivoli e altalene, e accanto a questi alcuni bambini razzolano entusiasti in una zona di terra e sabbia, sporchi da capo a piedi. Intorno a loro, due sculture di terra essiccata e materiali di recupero: una grossa lumaca da cavalcare e un serpente ancora in costruzione, con il dorso e le squame fatte con vecchi pneumatici. E ancora, due pergole coperte di rami di palma, tante sedie da giardino, e una libreria stracolma di libri a disposizione di tutti. Gente che entra ed esce dalla cancellata, qualcuno lavora negli orti, altri portano il cane a fare una passeggiata. Gli unici rumori qui sono l’abbaiare dei cani, il vento tra le fronde, i cinguettii di innumerevoli uccelli e il brusio indistinto di sottofondo delle api indaffarate tra un fiore e l’altro.

    Abbiamo parlato di questo progetto con Valentina, genovese residente a Siviglia che partecipa attivamente a questa realtà: «El Huerto del Rey Moro viene occupato nel 2004. Fino a quel momento è uno spazio verde non costruito e di fatto abbandonato all’interno del centro storico, per il quale il Plan General de Ordenación Urbana de Sevilla (il nostro PUC per intenderci) prevede la costruzione di 40 appartamenti. Il luogo viene notato, dalle terrazze vicine, da un gruppo di persone che decide di occuparlo per impedire l’ennesima speculazione immobiliare. Puliscono lo spazio e cominciano a coltivarlo, utilizzando materiali di riciclo per dare forma agli orti e creare l’arredamento, e dando di fatto nuova vita a un pezzo di terra prezioso all’interno della città». Intanto si costituisce l’Associazione Amici dell’Orto del Re Moro La Noria che inizia a battersi perché venga scartato il progetto edilizio.

    Partecipano persone differenti e di ogni età. Uno degli aspetti più interessanti è la volontà progettuale spesa per questo luogo e volta a farne uno strumento utile per tutti e con scopi didattici: «Dal 2006 funziona il programma Orti per le Scuole, gestito da un’associazione di genitori dei bambini delle scuole pubbliche vicine. È un programma davvero importante, perché oltre ad avvicinare i bambini all’orto e a insegnare loro le specie vegetali e i corrispondenti periodi di semina e raccolto, affronta temi come l’agricoltura biologica e l’autosufficienza alimentare, mettendo in relazione il quartiere con l’orto in quanto sistema vitale. Per i bambini è pensato anche il laboratorio di fango, in cui vengono realizzate figure con questo materiale naturale».

    Siviglia, orto collettivo

     

     

     

     

     

     

     

    La zona coltivata è divisa tra orti vicinali, piccoli quadrati affidati a residenti di zona che se ne occupano completamente, e il più grande orto comunitario, dove coloro che vogliono successivamente usufruire di un orto individuale imparano, seguiti da persone più esperte, le tecniche di coltivazione, compostaggio, irrigazione, potatura e raccolta. A questo proposito Valentina cita Luciano, altro italiano trasferitosi a Siviglia, «…il vero ortolano numero uno! La sua decennale esperienza, il suo amore per la biodiversità e la sua costante curiosità nello sperimentare ne fanno l’elemento indispensabile per la buona salute dell’orto». Detto questo, anche chi non lavora direttamente nell’orto è il benvenuto e, sempre nel rispetto del luogo, può servirsi prendendo qualche rametto di rosmarino…

    «All’ultima assemblea mensile abbiamo deciso di aggiungere un’aia con le galline, che si nutrono dei residui destinati al compostaggio, e attraverso lo slogan “Tu Basura vale un huevo” (la tua spazzatura vale un uovo, ma anche vale molto perché in spagnolo valer un huevo significa anche valere tanto) vogliamo coinvolgere tutto il quartiere a portare i rifiuti organici come cibo per le galline, avendone in cambio uova».

    Nonostante gli aspetti positivi e di pubblica utilità, l’Associazione deve sempre stare in guardia da tentativi di sgombero, soprattutto da quando si è insediata la nuova giunta, che ha già provveduto a sgomberare alcuni centri sociali e a proporre progetti di parcheggi interrati in zone analoghe a quella dell’Orto. Questo e altri sono gli aspetti problematici di un’esperienza che comunque dà la gioia di partecipare a una cosa comune, a una res publica ormai troppo spesso dimenticata da tutti: «Gestire uno spazio collettivamente non è facile – continua Valentina – e comporta un grande sforzo da parte di molte persone. Ci sono problemi come porzioni che periodicamente risultano abbandonate e devono essere riassegnate, danni che vengono fatti all’orto soprattutto durante le feste (durante cui si raccolgono fondi), eccessivo carico di lavoro gestionale che ricade quasi sempre sulle solite persone. Nonostante tutti questi inconvenienti, nell’orto si respira la vita, lo si percepisce come un luogo vivo, in continuo cambiamento, dove davvero i cittadini decidono come vivere lo spazio pubblico. Io credo che questo sia, soprattutto, un modo di vivere: i cittadini si responsabilizzano riguardo la cosa pubblica, e non delegano all’amministrazione una gestione che quasi sempre è poi motivo di critica e malcontento. Credo che oggigiorno, davanti ad una crisi mondiale delle istituzioni, l’autorganizzazione e la riappropriazione degli spazi  sia l’unica soluzione possibile a una civiltà imbarbarita e addormentata e che l’Orto del Re Moro sia un esempio da seguire».

     

    Claudia Baghino