Autore: Gabriele Serpe

  • Sostenibilità urbana e sviluppo creativo delle città, la mostra in Sala Dogana

    Sostenibilità urbana e sviluppo creativo delle città, la mostra in Sala Dogana

    Palazzo Ducale entrataLe cinque città del progetto europeo “Creative Cities” (Genova, Lipsia, Danzica, Lubiana, Pecs) hanno portato in Sala Dogana gli scatti di giovani fotografi sul tema della sostenibilità urbana. Ogni città ha selezionato due artisti under 35 in propria rappresentanza con due fotografie ciascuno.

    Uno sguardo transnazionale sul rapporto tra città e ambiente, quello dei dieci artisti europei prensenti in mostra; venti scatti che hanno il compito di concentrare nell’immagine l’idea di una città che può guardare al futuro partendo dalle idee e dal coraggio dei suoi abitanti, soprattutto i più giovani. Un’occasione per la città di Genova per scoprire un progetto europeo che è attivo da ormai due anni e mezzo e che si concluderà a marzo del 2013, un progetto che ad oggi non è ancora riuscito a lasciare il segno, penalizzato da una pessima promozione e dalla poca attenzione dei genovesi.

    La mostra è visitabile sino al 24 giugno, tutti i giorni a ingresso libero dalle 15 alle 20. Gli artisti sono Marianna Nazar e Aleksandra Xellas Krzyszewska in rappresentanza della città di Danzica in Polonia, Andrea Bosio e Anna Positano per Genova, Franziska Schurig e Andrzej Steinbach per Lipsia in Germania, Ajda Schmidt e Marijo Zupan a rappresentare Lubiana in Slovenia e Maté Dobokay e Gabor Horvath per la città ungherese di Pecs.

    I due artisti genovesi presentano “Grow it yourself” e “Vuoto a perdere”. Il primo è un progetto di Anna Positano, classe ’81, fotografa e architetto che vive e lavora tra Genova e Londra dove nel 2009 ha ottenuto il master in fotografia presso il London College of Communication. Dal 2012 è professore aggiunto alla facoltà di ingegneria di Genova. “Vuoto a perdere” è invece presentato da Andrea Bosio, 31enne artista genovese che si divide fra il capoluogo ligure e Lione.

  • Nice to meet you, English! L’inglese ha poche regole?

    Nice to meet you, English! L’inglese ha poche regole?

    Come insegnante di inglese mi è capitato di sentire questa affermazione: “L’inglese ha meno regole rispetto all’italiano”. Mi sono chiesto spesso la provenienza di questa sorta di urban legend.

    Dal punto di vista sintattico, alla base del fraintendimento riguardo alla sua presunta “facilità” risiede forse il fatto che l’inglese ha un sistema flessivo ridotto, una caratteristica che è confusa con una maggiore semplicità in generale. Gli aggettivi, per esempio, sono invariabili: good (“buono/a/i/e”) rimane inalterato davanti a boy, girl o people, mentre in italiano si modifica l’aggettivo a seconda del genere e numero del sostantivo che esso accompagna. La coniugazione dei verbi è più agevole da memorizzare: ended è il passato del verbo to end (“finire”) e rimane invariato per tutte le persone, mentre in italiano abbiamo: “finiv-o”, “finiv-i”,ecc.

    Il sistema flessivo non è sempre stato “scarno”. Per esempio, nell’Old English esistevano i casi: nominativo, accusativo, dativo erano presenti nell’inglese antico così come lo sono ancora nel tedesco. Oggi, tranne l’eccezione del genitivo sassone (Jim’s car, “l’auto di Jim”), di essi non abbiamo più traccia.

    Il graduale cambiamento dell’inglese da lingua sintetica, ovvero dotata di un ricco sistema flessivo, ad analitica, è avvenuto lungo l’intero arco del Middle English. Sfortunatamente per noi, il graduale ridimensionamento della flessione non ha reso l’inglese una lingua priva di regole, anzi, come conseguenza è aumentato notevolmente il rigore relativo all’ordine delle parole nella frase.

    Strettamente legata alla riduzione del sistema flessivo è la conversion, il passaggio di una parola da una categoria grammaticale a un’altra. Down (“giù”), che in origine era una preposizione, viene usata ormai anche come verbo. Nell’inglese da pub, to down significa “tracannare”: “Come on! Down it in one” (“Dai! Bevila alla goccia”).

    Altro tratto peculiare dell’inglese è la corrispondenza quasi nulla tra pronuncia e grafia. Per esempio, la “o” viene letta come:

    /ɔː/ in more;

    oppure:

    /ʌ/  in love;

    Le radici della discrepanza risalgono al Middle English e alla difficoltà di amalgamare in un sistema unico due componenti così diverse come quelle germanica e francese. A questo fattore si somma il complesso di inferiorità nei confronti delle lingue classiche, che ha portato nel Cinquecento a ulteriori complicazioni dello spelling. Un caso evidente è quello di debt (“debito”): nonostante già dal XIV secolo la “b” non fosse pronunciata – non lo è tuttora – essa è stata tuttavia aggiunta nella grafia della parola, in ossequio al latino debitum.

    Passiamo all’analisi lessicale. L’Oxford English Dictionary, il dizionario inglese più completo, contiene oltre 600.000 parole: il dato mi sembra già sufficientemente imponente per contraddire l’idea di una lingua “facile”.

    Il francese e le lingue classiche hanno arricchito la base di parole germaniche, dando vita a una serie di doublets, ovvero sinonimi di origine diversa, come: liberty /freedom (“libertà”) e  infant/child (“bambino”). Normalmente,  il termine anglosassone è considerato meno formale di quello francese o latino. Per questo motivo, un italiano che usa la parola a lui più familiare commence anziché begin (“incominciare”) dà a un interlocutore inglese un’impressione immediata – ahimé poi spesso smentita – di grande padronanza della lingua.

    La ricchezza del vocabolario inglese è inoltre dovuta all’espansione dell’Impero britannico e dei suoi scambi commerciali, cominciata nel Cinquecento, secolo che segna l’inizio del Modern English. L’Inghilterra e l’inglese si aprono al mondo, venendo a contatto con le lingue delle colonie. Nel vocabolario entrano parole come pundit (“esperto”, parola di origine sanscrita) e tattoo (dalla Polinesia), esempi di un processo che è ancora in corso…

    Insomma, sembra che l’inglese non sia così semplice. Ma poi, esistono lingue facili e difficili? A questa e ad altre domande cercheremo di rispondere prossimamente. Bye!   

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Da Mussolini a Beppe Grillo, ma non come ha scritto Severgnini…

    Da Mussolini a Beppe Grillo, ma non come ha scritto Severgnini…

    Beppe GrilloDopo l’exploit di Parma e i sondaggi che danno il suo movimento quasi al 20%, Beppe Grillo è diventato la vittima prediletta dall’ossessività compulsiva dei mass-media. Dopo essere stato bandito da tutte le televisioni per una battuta sui socialisti (battuta che si era poi rivelata profetica), è stato riscoperto magicamente a distanza di vent’anni; fino al punto che oggi giornali, telegiornali e cinegiornali lo seguono ovunque vada per coglierne ogni sospiro e possibilmente montarci una polemica sopra (aiutati certamente dalla vena provocatoria del comico).

    L’ultima in ordine di tempo è stata: “Grillo contro il Financial Times”; quasi un’epopea mistica da film degli anni ’60, del tipo: “Ercole contro Roma”. In realtà Grillo ha soltanto risposto, e anche piuttosto pacatamente, a un articolo apparso sul Financial Times a firma del giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini. Severgnini, che è volto piuttosto noto perché partecipa spesso ai dibattiti televisivi, è un saggista simpatico, alla mano, di nota fede interista e con una vena esterofila che lo ha portato a pubblicare libri in inglese per spiegare l’Italia agli stranieri. L’articolo in questione recava l’eloquente titolo “Lo stridente fascino del Grillo Parlante d’Italia” e si proponeva – ovviamente – di svelare ai lettori del prestigioso quotidiano britannico i retroscena dell’exploit elettorale di Beppe Grillo. Nel suo pezzo Severgnini accosta il comico genovese prima a Berlusconi e poi addirittura a Mussolini. E Grillo ovviamente si arrabbia. Scrive al direttore del Financial Times definendo il paragone “offensivo” e concludendo: «In futuro spero di leggere sul suo prestigioso giornale articoli più qualificati ed obiettivi sulla politica italiana».

    Una vicenda che, tutto sommato,  ha poco da dire e che potremmo evitare tranquillamente di menzionare, se non fosse per un punto che esula dall’argomento Beppe Grillo e che riguarda il contenuto specifico dell’articolo. Quando Severgnini paragona il fondatore del Movimento 5 Stelle a Mussolini, in fin dei conti esprime una libera opinione: un’opinione semplicistica, a mio giudizio, ma un’opinione che comunque va rispettata e che non è certo stata inventata dal giornalista del Corriere (esistono da tempo diverse declinazioni del lato autoritaristico di Grillo, tra cui quella del “Berlusconi di sinistra”). Se Severgnini vuole spiegare in questi termini il fenomeno Grillo ai suoi lettori stranieri, è liberissimo di farlo.

    Stupisce però che un giornalista così bravo si avventuri in un’analisi della cultura populista nostrana passando per i più scontati luoghi comuni sugli Italiani e tradendo una forte sudditanza psicologica verso la cultura anglosassone. Severgnini conia addirittura la definizione di “Populismo 2.0” e butta nel calderone insieme con Grillo: Bossi, Berlusconi, Tsipras del partito greco Syriza e persino il movimento dei “pirati” tedeschi. Un’analisi non proprio raffinatissima, in cui gli Italiani, per di più, fanno una pessima figura. Severgnini infatti li tratteggia come una massa succube di leader carismatici e autoritari, e come un popolino credulone preda del pifferaio magico di turno (Grillo) e incapace di valorizzare il professionista serio e preparato (Monti): il quale invece, pare di capire, non sarebbe snobbato da quella borghesia anglosassone a cui Severgnini strizza l’occhio.

    Difficile sfuggire all’impressione che questo quadro risulti un po’ offensivo per l’intelligenza media del popolo italiano. Non lo dico per patriottismo, che con la questione non c’entra nulla: lo dico perché credo che il giornalista sia stato piuttosto superficiale. Un conto è non risparmiare critiche a nessuno, nemmeno ai compatrioti; un’altra cosa sono i preconcetti, che non aiutano né gli stranieri a entrare in sintonia con noi, né noi a capire noi stessi. Contesto a Severgnini, in particolar modo, di aver ceduto a una visione pseudo-storica che dipinge l’italiano medio come incline al richiamo dell’uomo forte. Penso invece che questa tendenza vada interpretata dal punto di vista di una democratizzazione mai realizzata fino in fondo, come l’emancipazione e l’autogoverno mancati delle masse popolari. La storia d’Italia, che è una nazione giovane, non è la storia del popolo italiano: è piuttosto la storia delle sue élites politico-economiche e delle ingerenze straniere subite. Per questo le masse popolari non hanno mai abbandonato l’atavica diffidenza verso il potere che è tipica di chi ha imparato a vivere sottomesso.

    Ad esempio, dopo secoli di dominio straniero e papale, l’indipendenza dell’Italia fu ottenuta solo nel 1861: e non fu certo il frutto di un movimento popolare. Fu piuttosto il capolavoro politico e militare di due grandi personalità, Cavour e Garibaldi, che beneficiarono anche della benevola attitudine dell’Inghilterra. Dopo di che l’Italia fu governata dalla classe dirigente sabauda e dai gattopardi dei vecchi possedimenti borbonici. Fu solo nel 1912 che Giolitti concesse il suffragio universale maschile, uno strumento potenzialmente in grado di aprire alle masse la vita politica del paese. Eppure già quattro anni dopo il popolo italiano venne scaraventato suo malgrado in un’orribile guerra europea essenzialmente per le pressioni di piccoli gruppi di nazionalisti romani e per la precisa volontà politica di tre persone: il re Vittorio Emanuele, il primo ministro Antonio Salandra e il ministro degli esteri Sideny Sonnino.

    Anche il successo del fascismo dipese molto dal fatto che Mussolini fu in grado di accreditarsi presso le élites industriali come l’uomo dell’ordine e della stabilità contro la propaganda rossa; mentre non riuscì a prendere mai, fintanto che le elezioni restarono libere, nemmeno un terzo dei voti popolari. E quando nel ’22 andò al potere, lo fece grazie ad un pugno di militanti in camicia nera, dei quali il Duce temeva il fallimento al punto da starsene in attesa al confine con la Svizzera, pronto ad espatriare se le cose fossero andate storte. Sarebbero bastati due colpi di baionetta dei carabinieri per disperderli: ma il re non volle intervenire e gli Italiani si adattarono, come al solito, a diventare fascisti sotto il fascismo, anche se è pur vero che il consenso verso il regime conobbe momenti di spontaneo entusiasmo ai tempi della guerra in Etiopia. Ma ovviamente il parere del popolo non contava nulla.

    Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, grazie a una nuova e moderna costituzione, gli Italiani, e stavolta anche le Italiane, sperarono di poter cominciare davvero a occuparsi di ricostruire il paese in autonomia. Ma nei decenni a venire l’idealismo si affievolì, perché il paese si scoprì di fatto zona di confine tra due blocchi contrapposti e terra di conquista per agenti della CIA, uomini del KGB, mafiosi e rivoluzionari rossi. Bombe, omicidi, stragi e sequestri divennero così uno strumento di pressione sul paese, un modo per impedire a industriali e dirigenti pubblici di scardinare gli equilibri geopolitici internazionali, a magistrati e giudici di indagare troppo a fondo, a giornalisti di raccontare verità scomode e a movimenti popolari di affermarsi.

    Quando scoppiò Tangentopoli, il consenso bulgaro che l’operato del pool di Di Pietro riscosse tra la gente ben descrive il senso di soffocamento e asfissia con cui veniva vissuto il sistema di potere dei partiti, che ingessava la vita politica e drenava le risorse pubbliche. Ed è in questo contesto che si spiega anche l’exploit della Lega Nord come partito di protesta. Forse Tangentopoli durò troppo a lungo; forse la aspettative di rinnovamento che inevitabilmente le inchieste suscitarono non furono soddisfatte in tempo: fatto sta che la gente poco a poco si stancò e diede fiducia al bellissimo sogno di cartapesta fatto di ottimismo e prosperità economica prospettato dal nuovo venuto: Silvio Berlusconi. Eppure persino il Cavaliere durò solo pochi mesi e ci vollero tutti i vantaggi della sua posizione di potere e tutta l’inconsistenza dei suoi avversari politici per risuscitarlo e tenerlo in vita per un’altra decina d’anni.

    Oggi che non ci sono più dominazioni stranieri, non c’è più la guerra fredda, non c’è più Mussolini e non c’è più Berlusconi, le cose sono cambiate poco: siamo ostaggio di un parlamento di cooptati e di un governo che non abbiamo votato, che a sua volta deve rendere conto ad una governance europea in cui prevalgono gli interessi di altri Stati. Come si vede, dunque, nel corso della nostra storia sono state poche le occasioni in cui, come popolo, abbiamo avuto davvero voce in capitolo. Certo, quelle poche non siamo stati capaci di coglierle: ma d’altra parte non abbiamo mai maturato né l’esperienza né la cultura necessarie.

    Il problema non è certo quello (genetico) di subire il fascino carismatico del leader forte: è piuttosto quello (storico) di avere avuto pochissime occasioni per esercitare la libertà. Dei cosiddetti “leader populisti” di successo si dimentica spesso di ricordare che sanno proporsi come alternativa di rottura rispetto ad una situazione esistente percepita come negativa. Presentare Grillo come un anti-europeista che cambia spesso idea, che offre «risposte semplicistiche a problemi complessi» e che piace agli Italiani perché è simpatico e fa il buffone, è svilente per Grillo, certo: ma è svilente soprattutto per gli Italiani, che vengono trattati come bambini spaventati incapaci di arrangiarsi senza la tutela di questa classe dirigente.

    In realtà quello che per molti è davvero centrale nella proposta politica di Grillo riguarda, da una parte, la demolizione delle consorterie politiche, finanziarie e mafiose che condizionano lo sviluppo civile ed economico del paese, dall’altra la responsabilizzazione civica e democratica dei cittadini, che devono imparare ad accettare il prezzo della loro partecipazione attiva alla vita pubblica. In altri termini, è quell’ideale di democrazia che ci è sempre stato negato e che per l’ennesima volta, sembrerebbe, stiamo cercando di ottenere. E’ l’idea di Grillo che preferisco e quella che mi piacerebbe potesse sopravvivere alle sue contraddizioni.

    Andrea Giannini

  • Interdipendenza dei fatti economici: analisi della situazione italiana

    Interdipendenza dei fatti economici: analisi della situazione italiana

    Economia

    Pochi giorni fa è stato diramato il rapporto dell’Istat sulla disoccupazione del  primo trimestre 2012,  che evidenzia una percentuale di quasi l’11% , che significa ca 2,8 milioni di persone  senza lavoro, di cui oltre 600.000 under 25, unitamente a tante altre notizie vicine e lontane , come le perdite di qualche miliardo di dollari di JP Morgan,  il flop della quotazione di Facebook , la crisi di liquidità delle banche spagnole e l’ennesimo caso di mala gestio nostrana che ha portato al sequestro dei beni di una società quotata Uniland.

    Il cittadino italiano quando legge che JP Morgan ha perso 3 mld di dollari perché dovrebbe preoccuparsi? Quali conseguenze potrebbero portare nella sua vita quotidiana la sequela di errori fatti dai manager della banca? O gli errori e/o le colpevoli omissioni di Morgan Stanley che hanno portato alla mattanza dei poveri risparmiatori che hanno investito in Facebook? E cosa dire del fatto che in Spagna le banche del Paese siano afflitte da una grave crisi di liquidità dovuta alla circostanza che hanno in portafoglio titoli legati al mercato immobiliare per oltre 250 mld di euro e che i loro correntisti stanno prelevando  euro  al ritmo di 1 mld al giorno (oltre 100 mld negli ultimi 12 mesi)? E per arrivare alla nostra ormai piccola Italia, del sequestro dei beni di Uniland a seguito di manovre spericolate e poco chiare dei suoi esponenti?

    Tutti questi fatti, apparentemente scollegati tra di loro, purtroppo hanno conseguenze rilevanti sulla disoccupazione in Italia  cioè sulla notizia che tutti ritengono di loro diretto interesse.

    Quando la crisi iniziò nel 2008 il motore fu proprio il fallimento di una grande banca d’investimento la Lehman Brothers, che aveva fatto un grave errore di valutazione sui titoli derivati di qualche centinaio di miliardi di dollari e che aveva innescato un meccanismo di perdita di credibilità di tutto il sistema finanziario e di quello preposto ai controlli (società di revisione e società di rating). Soprattutto aveva scoperchiato l’enorme pentola dei prodotti derivati, che oggi rappresentano formalmente un volume di oltre 9 volte i beni reali esistenti.

    CRISI DI FIDUCIA
    Ma se il sistema non controlla efficacemente coloro che hanno la responsabilità di gestire i risparmi e gli investimenti di milioni di persone, noi come possiamo fidarci?  E questo vale sia per Lehman Brothers, che aveva un rating AAA prima di fallire, sia adesso per JP Morgan o per il flop di Facebook o ancora per la italiana Uniland. La peggiore crisi  in qualunque economia è quella che nasce dalla sfiducia nelle istituzioni, i cittadini e gli investitori  devono potersi fidare delle persone cui affidano le proprie vite e i propri averi; se le istituzioni politiche o quelle finanziarie non sono credibili, perché pongono in essere atti per favorire smaccatamente i propri interessi privati, dopo ricostruire il tessuto relazionale sarà lungo e difficile.

    La Germania, che è un Paese dell’area euro e quindi teoricamente è soggetto alla nostre stesse limitazioni, emette Buoni del Tesoro, i Bund, all’1% , perché le sue istituzioni sono credibili e non perché se lo dicono da soli… ma perché sono una nazione seria che rispetta i cittadini e anche le regole di una economia basata  su un miglior controllo dei soggetti economici.
    In Italia e in altri Paesi dell’Eurozona, che sono oggi sotto lo scacco della speculazione internazionale, il problema principale  non è  rappresentato solo dai limiti peraltro evidenti dell’euro e della BCE, ma proprio dalla consistenza delle istituzioni politiche e finanziarie; se un Paese è debole perché  non riesce a costruire un assetto politico consistente affidandosi a tecnici per definire delle linee di governo  e presenta un debito pubblico alto con una crescita bassa purtroppo subisce il giudizio negativo degli speculatori.

    Quindi il nostro spread è alto perché il nostro Paese è debole, ha sicuramente passato gli ultimi 20 anni a parlare e non a progettare, a spartirsi risorse pubbliche tra pochi, a confabulare su fantomatiche riforme, quando il Paese continuava a regredire, con crescita reale prossima a zero, disoccupazione giovanile alta, propensione all’investimento da parte di soggetti esteri quasi inesistente, tempi di pagamento da parte dello Stato più alti d’Europa, mercato del lavoro non coerente con le necessità del periodo storico, sistema fiscale e della giustizia con tempi e regolamentazioni incomprensibili…
    Ma chi ci viene o chi ci rimane in un Paese così mal sistemato? I mercati, che devono valutare la tenuta  a medio termine di un Paese, stanno dicendo, senza dubbio con il loro linguaggio e con una punta di sarcasmo, che dobbiamo produrre uno sforzo per essere veramente credibili, ma per diventarlo dobbiamo lavorare molto e non solo sotto il profilo economico, bisogna avere una nuova classe politica capace di incarnare un reale cambiamento, che coniughi l’impegno per un nuovo progetto nazionale e la responsabilità nell’esercizio del ruolo, come succede nei Paesi “seri”… E’ una sfida soprattutto culturale, che ci deve portare a superare modelli che erano già vecchi vent’anni fa  e che sono rimasti, molto inopportunamente, fermi per tutto questo tempo, facendo perdere a questo Paese, che in realtà ha grandi risorse, tutti i treni possibili.

    L’alternativa ad una seria ed efficace reazione a questa inerzia distruttiva sarebbe percorrere le strade di estrema sofferenza di Grecia, di Portogallo e a breve forse della Spagna. Per questo dobbiamo guardare ciò che succede all’estero e  non solo le notizie italiane; se ci sarà a breve una ulteriore botta alla fiducia nel sistema finanziario, non ci saranno  conseguenze solo sui manager di JP Morgan o Morgan Stanley, ma su tutto il sistema e i più deboli ne sopporteranno l’onere maggiore… i primi sono stati i greci, poi i portoghesi e gli spagnoli, poi noi… ma si può fare qualcosa?

    In primis dobbiamo essere consapevoli del pericolo reale e potenzialmente vicino nel tempo e pertanto essere disponibili ad impegnarci da subito per il Bene Comune, chiedendo con forza e convinzione una riforma elettorale e l’avvio di una nuova stagione politica, che inizi un percorso diverso per questo Paese. Oggi si parla di 2013 , come di un appuntamento troppo vicino per cambiare qualcosa… ma questa politica si rende conto del degrado dell’economia in questi ultimi mesi, con aziende in asfissia finanziaria e disoccupazione che cresce a ritmi notevoli? Aspettare un anno per dare delle risposte anche politiche a questo momento storico così difficile rischia di essere veramente intempestivo…
    E tutto questo sarà ancora più vero se dall’America non si farà nulla per mettere sotto controllo la finanza creativa, se in Europa si continuerà a non voler vedere lo stato di reale dissesto di alcune economie e se non ci sarà un sufficiente controllo sui soggetti senza scrupoli che si approfittano della buona fede degli investitori, e la conseguenza sarà che sempre più imprese chiuderanno o se ne andranno all’estero  e allora ci sarà sempre meno lavoro, con un aggravio insostenibile sugli ammortizzatori sociali e quindi a seguire gravi problemi di ordine pubblico.

    L’interdipendenza è un fatto, il nostro sguardo deve essere a 360 gradi e la nostra consapevolezza  più  ampia, ma bisogna agire e non pensare che alla fine ci sia compassione da parte dei mercati.
    Vae Victis, guai ai vinti, disse il capo gallico Brenno che mise per la prima volta a sacco Roma… ma i Romani, i  nostri progenitori, reagirono e per molti secoli Roma non fu più invasa; ma stiamo parlando di un altro mondo e di un altro tempo, gli italiani di oggi, dopo questo lungo letargo, saranno capaci di reagire e di dimostrare di saper trovare una nuova classe dirigente?  A breve l’ardua sentenza.

    Maurizio Astuni

    [foto di Daniele Orlandi]

  • “Dialogo nel buio”, incontro con le guide non vedenti

    “Dialogo nel buio”, incontro con le guide non vedenti

    E all’improvviso, è tutto sottosopra. Oscurità totale, e tu, che di solito vai abbastanza spedito, non sei nemmeno sicuro di fare un passo avanti. Potresti inciampare. Potresti cadere. E poi, chissà cosa c’è lì davanti, in quel muro di buio che non si attenua, inutile spalancare gli occhi… Meglio far strisciare lentamente un piede in avanti e sondare il terreno.​

    È questa la sensazione che avvolge appena si entra nell’oscurità di Dialogo nel Buio, e che accompagna per tutto il percorso: di capovolgimento della realtà cui siamo abituati. L’impaccio e l’incertezza connotano ogni singolo movimento. C’è solo una cosa che illumina questo buio: la presenza della guida non vedente che ti tende una mano sicura e gentile, ti parla e ti conduce attraverso gli ambienti che riproducono luoghi di vita quotidiana, con relativi oggetti, suoni e odori; viverli a occhi “chiusi” significa, ovviamente, acuire gli altri sensi e trovare un modo diverso per “vedere”. La prima cosa che succede appena entrati (si va a piccoli gruppi) è il totale ribaltamento dei canoni della prossemica: le mani si allungano a cercare riferimenti, la vicinanza non dà alcun fastidio, anzi rassicura, e diventa immediatamente normale prendersi la mano per guidarsi a vicenda sui vari oggetti nelle stanze; non importano l’aspetto, la postura, i vestiti; il che ti fa sentire alleggerito di un immenso fardello che tutti i giorni ci portiamo appresso senza nemmeno accorgercene: l’apparenza. Resta importante solo la voce.​

    La nostra guida si chiama Daniele: nella generale goffaggine del gruppetto, tra gomitate e pestoni sui piedi, procede senza incertezze, andando a recuperare chi ha perso l’orientamento e continuando sempre a parlare e a porgere la mano. Si muove con impressionante naturalezza e sembra quasi fluttuare da una parte all’altra senza sforzo. Non lo vedo, ma lo so. Perché muovendosi non urta nulla, e la sua voce si sposta costantemente indicandoci il verso da seguire. ​

    Per l’intervista Daniele mi porta nella sala relax delle guide: un altro ambiente buio, di cui conoscerò solo il divano perché è lì che mi fa accomodare appena entrati. Qui troviamo Carolina, altra guida in pausa, che resta per chiacchierare e rispondere alle mie domande.​
    Prima di tutto riflettiamo sull’inversione dei ruoli e su come loro vivano l’esperienza di guidare gli altri: «In questo luogo tutti i ruoli si invertono – dice Carolina – anche tra i visitatori. Il bambino per esempio è più spigliato e a suo agio dell’adulto. Personalmente fare quest’esperienza come guida è stato complicato all’inizio per me, ma mi ha portata ad affrontare certe mie paure e superarle per poter aiutare gli altri. Questa è una cosa che mi ha rafforzata». Aggiunge Daniele: «Trovarsi d’un tratto a essere non l’handicappato, ma quello che aiuta gli altri può sembrare una situazione di gratificazione, ma è un elemento che passa in secondo piano. La cosa più importante è che incontri persone diverse, ognuna con la propria emozione, e le porti attraverso il percorso. Il buio annulla il fastidio della vicinanza, ci permette di stare vicini, e ci mette in una situazione più tranquilla, pacifica e più umana». Entrambi dicono: «Crollano tutti i pregiudizi, gli stereotipi…cogliamo le sfumature delle voci e ci ascoltiamo di più. Usiamo l’istinto».​

    «La vista è come una scatola molto grande, che occupa quasi tutto lo spazio – così Carolina fornisce la sua interpretazione – al buio si rimpicciolisce e le scatole degli altri sensi possono finalmente espandersi. Ti rendi conto di cose che non notavi, e che diventano invece importanti».

    Poi passiamo ad analizzare le reazioni dei visitatori. Carolina racconta: «Appena entrano e prendo loro la mano, quasi tutti si spaventano perché sentono solo il contatto senza avermi vista, e non essendo abituati indietreggiano. Così devo spiegare cosa sto facendo». Entrambi trovano che sia molto importante l’istinto in questa come in altre situazioni: «Ho imparato a farmi guidare dall’istinto in molte occasioni – dice Daniele rispondendo alla mia osservazione su come fosse gentile e rassicurante il suo modo di guidare – e anche in questo caso il mio approccio è puramente istintivo. Faccio ciò che mi viene naturale fare». Per Carolina invece «l’istinto genera empatia: reagire spontaneamente alle situazioni crea un filo tra una persona e l’altra. Questo filo si avverte tantissimo al buio».

    Si sono sentiti chiedere diverse volte se vedono al buio, da persone stupite dalla sicurezza con cui procedono nel percorso: «Non è che vedo al buio – continua Carolina – è che creo questo filo costante che dura fino alla fine del percorso. Per questo mi accorgo di tutto». La loro scioltezza nei movimenti, raccontano, è frutto di una vita di addestramento e lavoro, aiutati dall’istinto che compensa quello che manca. Ancora sui visitatori, Daniele: «La stragrande maggioranza mostra reazioni molto positive. Solo una piccola minoranza ha reagito negativamente. C’è stato qualcuno che è scappato immediatamente. Una ragazza per esempio ha visto riaffiorare nel buio antichi dolori e non ha proseguito». Carolina: «Mi sono capitate persone spaventate, claustrofobiche, una ragazza che ha cominciato a piangere appena entrata e ha smesso quando è uscita, e nonostante questo ha voluto andare avanti, tenendomi forte la mano. Facendo la guida dai e ricevi tantissimo. Sei “costretto” a rispondere a domande che i visitatori ti fanno sul non vedere, e dover spiegare a persone che non ne sanno niente ti dà la forza per parlarne e anche affrontare blocchi personali. Senza saperlo, i visitatori danno davvero tanto alle guide».

    Ci sono stati anche molti visitatori con altri handicap: persone in carrozzella, sordomuti. «A un certo punto scopri altre sfaccettature dell’universo. Ricordo una ragazzina in sedia a rotelle – mi dice Daniele – che non poteva praticamente parlare, muoveva solo un braccio. A un certo punto mi ha tirato giù, ha preso la mia testa e se l’è messa contro il petto. Non aveva bisogno di parlare».

    Termina Carolina, con un aneddoto che allarga il cuore: «Durante la visita di una classe di scuola, un bambino mi faceva più domande di tutti, interessatissimo. Non ha smesso un secondo di parlare. Quando usciamo, l’insegnante mi abbraccia, “Hai fatto un miracolo” mi dice. Insomma, il ragazzino non aveva mai parlato prima».​

    Se non siete ancora andati, correte. Questa è un’esperienza che vale ogni singolo minuto del tempo che ci si prende per farla. Una di quelle cose che fanno bene alla mente, e all’anima.​ Dialogo nel Buio ha avuto ad oggi oltre 17mila visitatori; resta in allestimento a Caricamento, adiacente Palazzo San Giorgio, fino al 1° luglio compreso. L’approccio più semplice è il percorso, ma vengono organizzati anche aperitivi e cene al buio. Il percorso dura 45 minuti e bisogna prenotare. Tutte le info su dialogonelbuio.chiossone.it oppure tel. 010/8342423.

    Claudia Baghino

  • Datasiel: urge riorganizzazione dell’azienda informatica della Regione

    Datasiel: urge riorganizzazione dell’azienda informatica della Regione

    Datasiel è l’azienda informatica della Regione Liguria (a capitale interamente pubblico), il principale punto di riferimento dell’informatica ligure per la Pubblica Amministrazione. La Regione Liguria ha assegnato a Datasiel il ruolo di strumento operativo del SIIR, il Sistema Informativo Regionale Integrato, che comprende le aziende sanitarie e ospedaliere, l’Agenzia sanitaria regionale, l’Arpal, gli Enti Parco, l’Agenzia regionale Liguria Lavoro, l’Agenzia regionale In Liguria per la promozione turistica, le agenzie territoriali per l’Edilizia Arte, l’Agenzia per i servizi scolastici e universitari.

    Un’azienda di cui si è parlato molto negli ultimi mesi, soprattutto dopo la chiamata del sindaco di Genova Marco Doria al presidente (ormai ex) di Datasiel Francesco Oddone per la carica di assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova. Oddone aveva assunto la presidenza neanche un anno fa con il compito di riorganizzare una realtà da più parti indicata a rischio chiusura: contenimento dei costi e ridefinizione della mission i primi obiettivi. Poi lo scorso aprile è arrivata come un fulmine a ciel sereno l’inchiesta aperta dall’azienda di servizi di consulenza e revisione “Deloitte” sulla concessione a Datasiel dei servizi Cup delle Asl liguri per 50 milioni di euro. In quell’occasione i revisori produssero anche una radiografia del personale evidenziando una “elevata eterogeneità degli skills (competenze ndr) con elevata presenza di profili non tecnico scientifici anche nei centri di eccellenza”.

    Oggi, in questo caldo venerdì di giugno, una lettera firmata dalla Cgil Fiom irrompe sulla scena e riporta il nome dell’azienda sulle prime pagine dei quotidiani: «Datasiel non è un problema: rischia di diventarlo se si continua a dare voce a chi non vuole cambiare nulla e difende rendite di posizione. Alcuni di questi/e sono collocati all’interno dell’azienda, sono una piccola minoranza che vuol tenere in vita i propri privilegi, questi sono i veri nemici di Datasiel».

    Il sindacato intende innanzitutto difendere il patrimonio dell’azienda rappresentato dai 397 dipendenti: «La pressione mediatica su aspetti secondari del ‘problema Datasiel’ rischia di sviare il dibattito dai reali problemi ben evidenziati dalla Relazione Deloitte, circa le modalità di attuazione delle legge 42 (Legge Regionale per l’Istituzione del Sistema Informativo Regionale Integrato per lo sviluppo della società dell’informazione in Liguria, ndr); il rischio evidente è quello di rimettere in discussione i contenuti di quest’ultima a favore di altri modelli, molto più rischiosi per la Regione, ma vantaggiosi per qualche singolo privato. La disinformazione è strumentale: Datasiel non è una società da 59 milioni di Euro, il fatturato è di circa 43 di cui oltre un terzo per acquisti di beni e servizi effettuati per conto degli enti SIIR, spesso con sensibili ribassi rispetto ai valori di gara».

    E ancora: «Datasiel non è un carrozzone che impegna 400 persone per la sola erogazione di servizi informatici: c’è una struttura organizzativa da ottimizzare, ma molti dipendenti svolgono in outsourcing servizi gestionali per conto degli enti SIIR, soprattutto in ambito sanitario – si legge nella nota diffusa dal sindacato – Inoltre il personale Datasiel non è privilegiato: ci sono casi che hanno medie retributive superiori al Contratto Nazionale, legati a politiche discrezionali, che la Fiom-CGIL sta cercando di eliminare, ma la regola è un inquadramento in base al CCNL metalmeccanico, meno oneroso di quelli regionali e della sanità, dati verificabili. In azienda vi sono centinaia di lavoratori che ricevono la sola retribuzione contrattuale, non ricevono incentivi “particolari”, non hanno da anni uno scatto di livello, ricevono scarsa ed in alcuni casi nulla formazione, lavorano a diretto contatto con il pubblico senza riconoscimento alcuno, e leggono sui giornali d’essere dei “privilegiati”».

    Poi, per quanto riguarda i ruoli dirigenziali all’interno dell’azienda, la Fiom denuncia: «Datasiel ha un bassissimo numero di dirigenti (il 3,3% dell’organico, mentre altre Aziende o Agenzie Regionali superano il 15%) e questi non godono delle tutele dei contratti pubblici, non sono privilegiati e non hanno auto blu. Negli ultimi anni, però, ci sono stati alcuni inserimenti, retribuiti economicamente molto al di sopra della media aziendale, soprattutto Dirigenti non a diretto contatto con il cliente, a maggior ragione non giustificabili, perché indiretti.»

    Quindi, quali sono i “problemi veri” di Datasiel?
    Come già rilevato da Deloitte la mission assegnata a Datasiel è limitata e non in linea con le attività effettivamente svolte, come servizi gestionali in outsourcing (CUP, sistemi anagrafici, retribuzione dei medici), servizi di comunicazione istituzionale, centrale di acquisti informatici. Inoltre, anche questo sottolineato dall’inchiesta dell’azienda di revisione, percentuali significative del personale non dispongono di competenze in linea con la mission stessa. Il sindacato individua fra le problematiche anche la forma delle convenzione e lo statuto aziendale che non assicurano alla Regione una adeguata possibilità di governance e prevedono pesanti adempimenti burocratici propri del rapporto cliente fornitore che determinano uno spreco di risorse, favorendo (assieme ad altre cause endogene) l’allocazione di personale interno su attività non direttamente produttive.

    Quali le possibile soluzioni? Ecco le proposte della Fiom:
    «Sciogliere il nodo: cosa deve essere Datasiel? Occorre scegliere per uscire dall’equivoco. Le esigenze di contenimento della spesa e di miglioramento costo/qualità dei servizi richiedono di lavorare da subito all’interno degli spazi della LR 42: definire una mission che consenta di impiegare produttivamente, valorizzandone le diverse esperienze, tutte le professionalità aziendali (esplicitando le diverse tipologie di servizio che l’azienda già eroga o ha la possibilità di erogare). Modificare lo statuto aziendale e la forma della Convenzione al fine di aumentare la possibilità di governance della Regione e semplificare i rapporti operativi (anche al fine di recuperare personale ad attività direttamente produttive). Definire all’interno della Convenzione nuove modalità di finanziamento ‘a costo’ supportate dall’adozione di un sistema di contabilità che consenta di controllare le componenti di costo associate a ciascuna tipologia di servizio. Semplificare la struttura organizzativa dell’azienda riducendo le strutture di staff e assicurando una maggiore tracciabilità del processo decisionale nelle attività produttive.»

    Il sindacato nella nota aggiunge anche un giudizio positivo sul lavoro svolto da Francesco Oddone: «E’ ora importante individuare al più presto una figura in grado di completare il lavoro avviato, entro breve tempo. Una figura che somigli a quella di Oddone, una persona competente, slegata dalle logiche politiche, che risponda solo alla Regione, che voglia cambiare l’azienda davvero per migliorarla. Da queste cose valuteremo il nuovo.»

    [foto di Diego Arbore]

  • Suq Genova 2012, intervista all’organizzatrice Carla Peirolero

    Suq Genova 2012, intervista all’organizzatrice Carla Peirolero

    Carla PeiroleroMercoledì 13 giugno si alzeranno le tende e si aprirà il sipario del Suq 2012, anzi, a dir la verità le tende al Suq si costruiranno, in perfetto stile kazako! Una Yurta, una tipica abitazione mobile delle popolazioni nomadi dell’Asia centrale, sarà infatti la particolare sede delle iniziative “eco” che sono state organizzate quest’anno per la prima volta; una delle tante novità della XIV edizione del Bazar dei popoli e delle culture 2012. Ne abbiamo parlato con la direttrice e produttrice della manifestazione, l’attrice e regista Carla Peirolero.

    Il tema dell’edizione di quest’anno è “Identità e differenze”. Quanto è importante per la città di Genova incontrare e capire le identità che la abitano e sottolinearne le differenze?

    «Genova è una città che storicamente si è fatta realtà d’accoglienza per umanità da ogni parte del mondo. La città deve avere sempre memoria di questo, della sua storia passata e del suo presente per rinnovare il rispetto nei confronti delle genti che la abitano e per costruire solide trame per il futuro. Gli immigrati, l’incontro con le loro storie possono essere una opportunità di crescita, di scambio, così come lo è l’incontro in campo artistico, di cui il Suq vuole essere una realizzazione. “Identità e differenze” è un tema che verrà declinato al Suq in spettacoli, dibattiti, workshop: momenti di conoscenza e di condivisione perché l’integrazione si vive concretamente nello spazio dello stare insieme».

    Qualche anticipazione sulle novità del Suq 2012?

    «Quest’anno le tematiche ambientali saranno uno dei punti forti dell’offerta culturale del Suq: l’originale spazio di una tenda kazaka Yurta sarà infatti l’epicentro di una serie di appuntamenti “green” realizzati in collaborazione con la Fondazione Muvita che si occupa di divulgazione scientifica e culturale in tema di ambiente, energia e sviluppo sostenibile. Sabato 16 e sabato 23, a partire da mezzanotte, la tenda ospiterà le Veglie in Yurta, serate di conversazione e viaggio; inoltre ogni sera ci sarà l’appuntamento Il Passaggio di Enea, una serie di incontri con la poesia ligure all’inizio del XXI secolo. In anteprima nazionale poi, ci sarà la presentazione con la madrina Syusy Blady di Plant-for-the-Planet Italia, la filiale italiana del movimento internazionale dei bambini-piantatori di alberi nato sotto l’egida ONU. Quest’anno infine abbiamo il piacere di ospitare l’artigianato e le iniziative di due nuovi paesi: Egitto e Cina. Ormai il Suq sta entrando nella piena adolescenza, ha quasi quattordici anni e come tutti gli adolescenti, avrà voglia di cambiare, sperimentare, ribellarsi…»

    Cambiamenti in vista per il giovane Suq?

    «Il Suq in effetti “scalpita” perché vorrebbe diventare indipendente dal punto di vista “abitativo”: avere cioè una propria sede permanente dove dar vita ad attività interculturali tutto l’anno, uno spazio che possa accogliere tutta la Compagnia del Suq e la rete di realtà e associazioni che con essa collaborano. Abbiamo già realizzato tre progetti per il recupero di altrettante zone cittadine : la Loggia di Banchi, il mercato del Carmine e lo spazio del Music Store al Porto Antico ma per ora non abbiamo ricevuto risposte. Sono certa tuttavia che questo sarebbe un ottimo segnale per la manifestazione in sé e per tutta la città e contribuirebbe a rendere ancora più grande il Suq; 12 giorni sembrano non bastare più e il Suq vorrebbe diventare grande anche a livello temporale».

    Il Suq è il “bazar dei popoli e delle culture”. Non c’è forse il rischio di una spettacolarizzazione eccessiva delle componenti cittadine di origine straniera, limitata ad un singolo evento annuale, e una loro dimenticanza nel resto dell’anno?

    «Gli spettacoli e i laboratori realizzati dall’Associazione Suq in realtà si sviluppano lungo tutto il corso dell’anno: da marzo sono in corso i laboratori di teatro interculturale all’Università di Genova e in alcuni istituti superiori cittadini. Si sono realizzate 15 conferenze-spettacolo con artisti immigrati e genovesi che hanno girato gli istituti scolastici della Liguria per dire no al razzismo; la collaborazione con il Teatro Stabile è sempre attiva per la messa in scena degli spettacoli interculturali. Questo per sottolineare che il Suq è una rete in costante movimento e sempre attiva, tutto l’anno, e non potrebbe essere altrimenti perché il Festival, in caso contrario, non si farebbe. A livello istituzionale, siamo in costante contatto con i consolati della città che ci permettono di far esibire al Suq gruppi dei loro paesi d’origine. Insomma, anche quest’anno il 24 giugno si chiude il festival 2012 e il 25 inizieremo a lavorare per il 2013».

    Il Suq e l’Internazionale: i fatti che hanno interessato il Mediterraneo nel 2011 e lo interessano tutt’ora faranno parte dell’offerta culturale del Suq 2012?

    «Quest’anno riserveremo un’attenzione speciale alla Tunisia, il primo paese da cui scaturì la scintilla che coinvolse poi i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Sabato 23 avremo ospite Mohammed Sgaier Awlad Ahmad, poeta della rivoluzione tunisina, che parlerà dei suoi versi ispirati al sacrificio dei giovani fino alla stesura della nuova Costituzione».

    Il Suq e la Politica: cosa si aspetta dalla nuova giunta comunale genovese?

    «Ci aspettiamo, come ho già detto prima, una dimora per il Suq: questo era anche un punto chiave della giunta Vincenzi, una promessa che tuttavia non si è realizzata. Il mio desiderio è di creare un format artistico forte, un contenitore per tutte le realtà che nella città si occupano professionalmente e associativamente di intercultura. Genova ha un’alta percentuale di studenti stranieri iscritti all’università, una vocazione mercantile secolare e si meriterebbe questo luogo d’incontro e scambio per le identità della città. Gli spazi promozionali che attrarrebbe aiuterebbero a sostenerlo economicamente: se un’idea è forte catalizza investimenti e questo è stata la forza del Suq per più di un decennio. Se avessimo dovuto far affidamento solo sugli investimenti pubblici non ce l’avremmo mai fatta a garantire la continuità del Suq per più di 10 anni».

    A questo proposito, il Suq e l’Economia: in un suo recente articolo pubblicato da Repubblica pone l’accento sui problemi economici e di finanziamento dell’offerta culturale italiana…

    «Quest’anno il budget complessivo della manifestazione non arriva a 200.000 euro, di cui noi copriamo il 60%. In generale la cifra dell’investimento comunale è andata via via riducendosi: nel 1999 l’apporto pubblico era di 80.000 euro (il nostro apporto era il 20% del totale), nel 2011 era di 34.000 euro. Praticamente le parti si sono capovolte, quando il Suq nel corso degli anni ha esponenzialmente aumentato le presenze, catalizzando sempre più persone. Credo sia necessaria una profonda riflessione sull’offerta culturale cittadina: senza cultura non c’è sviluppo e per creare sviluppo sarebbe necessario coinvolgere tutte le forze vitali di questa città».

    Ci piace terminare ricordando una frase dell’antropologo Marco Aime: “E se la parola suq viene usata da qualcuno in modo spregiativo , per indicare confusione, disordine, rispondiamogli che è vero: confondersi con gli altri è il solo modo per fare umanità.”

     

    Antonino Ferrara

  • Oltre il giardino: isola di Pantelleria e giardino mediterraneo

    Oltre il giardino: isola di Pantelleria e giardino mediterraneo

    Tramonto a PanatelleriaAlcune persone hanno reso l’Italia famosa nel mondo e hanno contribuito a confermare l’idea che questo Paese sia tuttora il più creativo nel panorama internazionale e che sia in condizione di influenzare, come nei secoli passati, gli sviluppi ed i trend nei principali settori della cultura. Tra questi una menzione particolare merita, in tempi recenti, Giorgio Armani. Egli è, come è noto a tutti, la Storia del “Fashion design” ma, cosa quest’ultima meno conosciuta, anche il fortunato proprietario di un riuscito giardino mediterraneo sull’isola di Pantelleria.

    Prima di descrivere tale recente realizzazione, vogliamo fornire al Lettore (che non sia già stato sull’isola!) l’idea del contesto paesaggistico-ambientale unico e particolarissimo in cui tale giardino si inserisce, discostandosene appena quel tanto che basta per farsi notare solo ad un occhio attento.

    Pantelleria

    Pantelleria è, innanzi tutto, un’isola e questa che può sembrare un’affermazione scontata, in realtà non lo è affatto. Ogni isola è sempre una realtà a sé. E questo è particolarmente vero per Pantelleria che è più vicina all’Africa che all’Italia, geograficamente, culturalmente ed anche da un punto di vista botanico. Questo non è un luogo per persone qualsiasi, soggiornarvi è una parentesi dalla realtà, è quasi qualcosa di onirico. Il caldo intenso non è mai soffocante, il vento sferzante si armonizza al luogo, il sole scalda le ossa e non la pelle. Il blu del mare è unico ed il (raro) verde fa capire quanto la vegetazione e la natura siano preziosi nella realtà che ci circonda. Pantelleria è un insieme di rocce vulcaniche nere, riarse dal sole e coperte da un terreno arido e di colore brunito, il tutto è letteralmente perso in mezzo al mare che non è qui il Mediterraneo della Sardegna ma è un vero mare, impetuoso e profondo.

    Pantelleria

    Il poco terreno che copre la superficie vulcanica è quindi bruciato dal sole, impastato di salsedine e letteralmente frustato da un vento quasi incessante. Un contesto quindi estremamente ostile alla vita delle specie vegetali e di certo non propriamente atto ad agevolare la creazione di giardini. Questi ultimi saranno quindi davvero un atto eroico in termini di impegno, dedizione e passione (e “last but non least” costi!). In questo contesto, quasi unico, a colpire è l’immobilismo, molle e spossato della vegetazione: distese verdi di vigne apparentemente incuranti del sole, del sale e del vento.

    A Pantelleria le uniche coltivazioni praticabili e praticate sull’isola sono quindi quella del cappero e della vite. Il primo è qui un cespuglio dalle dimensioni ridotte, cresce semispontaneo tra le rocce e colpisce chiunque per i suoi fiori bianchi, che riflettono la luce di un sole africano, screziati di viola intenso. La vite è, sull’isola, diversa da quella a tutti nota, qui assume la forma di un bonsai spontaneo, con un tronco contorto da cui spuntano pochi rami, dalle grandi foglie verde vivo. Queste ultime si piegano, durante il giorno, per resistere al sole, molli e stropicciate al forte e costante vento, su rami che sembrano assecondare, spossati  anch’essi durante le ore di calura, le forze della natura. Poche piante succulente, qualche arbusto spontaneo ed alcune specie di palme, qualche pino marittimo, tutti generalmente di piccole dimensioni e piegati secondo le correnti, completano l’insieme.

    In questo contesto del tutto peculiare si inserisce e va letto il giardino di Giorgio Armani, diverso ma accomunato nei tratti salienti (i muri che lo circondano su più lati) al giardino pantesco, generalmente e per tradizione atavica, racchiuso tra muretti a secco, tipico dei Paesi a clima estremo e di Pantelleria in particolare. La prossima settimana ci addentreremo nel giardino…

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Righi: l’Osservatorio Astronomico apre le porte alla città

    Righi: l’Osservatorio Astronomico apre le porte alla città

    Dopo un (breve) periodo di inattività forzata dovuta a qualche problema tecnico, l’Osservatorio Astronomo del Righi riapre i battenti con una serie di proposte per trascorrere il prossimo fine settimana con il naso rivolo al cielo:

    Sabato 9 giugno, a partire dalle ore 11.30 e fino alle ore 13 è in pogramma l’osservazione del Sole tramite il nuovo filtro H-alpha che permette di evidenziare le macchie e le protuberanze solari. L’osservazione si può fare anche al pomeriggio dalle ore 14.30 fino alle ore 18.00 mentre all’interno dell’Aula Planetario si terrà l’animazione “Girotondo fra le stagioni: miti e leggende degli antichi Greci”.
    L’animazione in programma verrà effettuata con l’ausilio del proiettore ottico Starlab grazie alla collaborazione in atto con Progetto Cassiopea per la didattica e la divulgazione della scienza.

    Negli orari indicati sarà possibile visitare la cupola dell’Aula Didattica Planetario installata nel Giardino del Sole e quella dell’Osservatorio, per accedere alle quali è richiesto un contributo spese rispettivamente di 4 € e di 3 €.
    Entrambe le visite si svolgeranno tramite turni della durata di mezz’ora circa di max 30 persone per l’Aula didattica-Planetario e di max 15 persone per la cupola dell’Osservatorio.

    La sera di Sabato 9 giugno, alle ore 20.30, grazie alla collaborazione in atto ormai da tre anni con il Teatro della Tosse nel Giardino del Sole antistante l’Osservatorio verrà presentato il laboratorio-spettacolo Le stelle sono buchi nel cielo, a cura degli allievi di recitazione del Teatro della Tosse con la regia di Enrico Campanati. L’ingresso allo spettacolo è libero.

    Domenica 10 giugno, a partire dalle ore 14.30 e fino alle ore 18.30, in occasione della manifestazione “A piedi nel parco” organizzata da tutte le Associazioni che operano nella zona del Righi sarà possibile, fra le altre iniziative, osservare il Sole al telescopio e assistere alla proiezione della volta stellata alla scoperta delle stelle e delle costellazioni della primavera e dell’estate.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Storia di Genova: il Palazzo della Meridiana (Palazzo Grimaldi)

    Storia di Genova: il Palazzo della Meridiana (Palazzo Grimaldi)

    Palazzo della Meridiana

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Palazzo Grimaldi, meglio conosciuto come Palazzo della Meridiana, dall’affresco dell’orologio solare che campeggia sulla facciata sud dell’edificio, costituisce una delle prime testimonianze del rinnovamento architettonico cui andrà incontro, più tardi, questa zona della città, con la costruzione della Strada Nuova (1550), attuale Via Garibaldi.

    Edificato (1536-1544) lungo l’erta pendenza di Salita San Francesco, fu commissionato da Gerolamo Grimaldi, figlio di quel Giorgio Oliva che, entrato  a far parte del Patriziato Genovese, aveva potuto iscriversi, dietro lauto compenso,  nell’Albergo Grimaldi ed acquisirne, di diritto, il nome, insomma una “primogenitura” che ricorda il racconto biblico delle lenticchie di Esau. Acquisito un nome altisonante  tra la nobiltà della città e forte di un ingente patrimonio che gli era derivato dal suo “mestiere” di banchiere (in Spagna, ebbe il monopolio della riscossione delle tasse di Granada e di Cordoba, una specie di  moderna “Equitalia”), Gerolamo Oliva Grimaldi,  rientrato a Genova nel 1516, sentì l’esigenza di corredarsi di una dimora consona al suo rango. Sul committente vi è, in realtà, qualche incertezza poiché alcune fonti riportano che sia stato in realtà il figlio Giovanni Battista, sta di fatto che, quest’ultimo, ne fu certamente il destinatario che ne portò a termine il compimento, chiamando in cantiere architetti e pittori di prestigio quali il Bergamasco (vero nome G.B. Castello, forse autore del progetto), Galeazzo Alessi, Bernardo Spazio, Bernardo Cantone, Giovanni Ponzello e Luca Cambiaso.  Infatti, con il testamento del 1550, Gerolamo Grimaldi lasciò “in fedeicommissum” il Palazzo all’unico figlio maschio, Battista, al quale si deve, sicuramente, il decoro della facciata più alta con le “Storie di Ercole”(Aurelio Busso) e degli affreschi cinquecenteschi interni.

    L’impianto architettonico dell’edificio, tipico del ‘500, presenta una facciata principale che, per pendenza del declivio e assenza di altra via di comunicazione,  fu orientata su Salita San Francesco ove si apre l’adito di accesso che, anticamente, era costituito da due cortili comunicanti, oggi chiusi da una vetrata. I chiostri erano, e sono, circondati da un colonnato con campate ricoperte da volticelle circolari, ottagonali, quadrangolari, riccamente decorate che, come quelle dei saloni e delle scale,  sono da attribuirsi (1565 e il 1573) al Bergamasco. Il prospetto sud, originariamente  occupato da uno dei tre giardini che completavano la struttura del palazzo,  è stato ampiamente rimaneggiato per la  costruzione della via Nuovissima (1778–1786), attuale via Cairoli.

    Palazzo della Meridiana

     

     

     

     

     

     

     

    Grazie ad un vasto sbancamento e livellamento del terreno fu realizzata la piazza antistante (Piazza Meridiana), fu aggiunto l’attuale avancorpo (opera di Giacomo Brusco),  fu recuperato un piano,  furono aumentati gli assi delle finestre e la parete venne fregiata con la meridiana.

    Dall’ Ottocento iniziarono, poi, vari passaggi di proprietà, dai Grimaldi ai Serra di Cassano, agli Odero, ai De Mari e ai Mongiardino ed infine, agli inizi del ‘900, fu affittato alla Società di Assicurazioni di Evan Mackenzie, che incaricò Gino Coppedé  della ristrutturazione degli ambienti e a cui dobbiamo i “fantasiosi” interventi in stile Liberty (1907). Avvalendosi della collaborazione del pittore, architetto, frescante Nicola Mascialino (1854-1945), Coppedè dispose  la copertura del cortile con un ampio lucernaio, tra i cui vetri si intersecano disegni floreali, velieri e stemmi immaginari, nonché curò l’affresco delle volte del colonnato che si arricchirono di originali motivi ornamentali  tra cui primeggiano racemi, girali, ghirlande, anfore e dei curiosi “intrusi” legati all’attività del committente quali  timoni, salvadanai, ancore. Anche la volta dello scalone che porta ai piani superiori è riccamente decorata con fregi che si sovrappongono a quelli cinquecenteschi, creando una fitta ragnatela  tra le  lesene in aggetto e tra il gioco degli stucchi. Al piano superiore, troviamo   un susseguirsi di stanze, con pavimenti in seminato veneziano impreziosito da  frammenti di corallo, Sala Rosa, Salone del Camino, Sala Gialla, Sala Arazzi, Sala Calvi, quest’ultima con volta a padiglione, sottesa da 12 lunette e motivo centrale raffigurante il dio del Sole, Apollo, sul suo carro infuocato (Lazzaro Calvi).

    Mirabile, però, è il Salone Cambiaso, il cui soffitto è interamente occupato da un affresco a tema mitologico, “Ulisse saetta i Proci con l’aiuto di Minerva e di Telemaco“, che, tra le pieghe del racconto omerico, sublima il potere e la ricchezza della potente famiglia nobiliare. Non a caso, tra le figure che fanno da cornice alla scena centrale, troviamo il ritratto di Gerolamo Grimaldi, nei panni di Numa Pompilio, re romano ricordato per le sue grandi riforme ed apportatore di pace e benessere,  in posizione opposta al quale siede Carlo V, a simboleggiare la protezione del re spagnolo sul casato Grimaldi. Aldilà dei contenuti celebrativi, il dipinto è importante perché segna una svolta evolutiva nell’arte pittorica genovese. Ricordiamo che i soffitti delle dimore nobiliari, ancora ubicate tra gli stretti “caruggi”, erano costruiti prevalentemente in canniccio e come tali poco propensi a portare decori e stucchi. Non si era, quindi, sviluppata una vera scuola di maestri d’arte in questo settore.

    Luca Cambiaso, rifacendosi alla visione pittorica michelangiolesca, per primo in Genova, cercò di imprimere alle sue figure un movimento dinamico, realizzato  con giochi di prospettica, studio della luce, rapporti figura-spazio: un arto proteso, uno sgabello che cade, il bordo di un abito che ondeggia, danno volume e profondità alla superficie piana che si dilata ad accogliere forme e colori.  In questa stessa sala si trova, poi, un camino monumentale cinquecentesco, una sapiente cornice di  marmo,  opera di Gian Giacomo della Porta o dello stesso Bergamasco, che ricorda i laggioni islamici (piastrelle decorate in rilievo), nelle cui trame sono inseriti lo stemma e le armi  del casato.

    La storia dell’edificio non finisce qui, nell’ultimo secolo è stato adibito ai più disparati usi: sede di una Compagnia di navigazione, asilo, scuola, uffici Comunali, Ospedale Militare durante la prima guerra mondiale. Nel 2004 è stato acquistato dal Gruppo Viziano che ne ha finanziato il restauro, riaprendolo alla sua funzione museale accanto ad attività più moderne come sede per eventi e ricevimenti, residenzialità (alcune zone sono riservate ad appartamenti di prestigio) e al commercio come l’apertura di un prossimo ristorante, ma, soprattutto, ridandogli il giusto prestigio dovuto ad un edificio che, nel 2006, è entrato a buon diritto tra i “Palazzi dei Rolli”, dichiarati Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

    Adriana Morando
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Energia, si torna a parlare di turbine sottomarine nello stretto di Messina

    Energia, si torna a parlare di turbine sottomarine nello stretto di Messina

    Turbine sottomarine che utilizzano le correnti del mare per produrre energia. Non è una notizia dell’ultima ora, si tratta di un progetto di cui si iniziò a parlare già sul finire del 2007. Una soluzione, si disse ai tempi, che avrebbe richiesto l’individuazione di siti idonei a debita distanza dalle coste e a profondità tali da rendere sicura, e al tempo stesso economica, l’installazione dell’ impianto.

    E così il progetto Priamo (Pianificazione, ricerca e innovazione in un ambiente marino orientato), finanziato dalla Commissione Europea e coordinato dal dipartimento di Biologia animale ed ecologia marina dell’Università di Messina, aveva identificato in Italia, in particolare nello Stretto di Messina, una delle aree ideali per tali opere.

    La potenzialità energetica delle correnti dello Stretto di Messina secondo gli studi raggiunge i 15.000 MW ed è per questo che il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), tramite un progetto POR Sicilia, starebbe studiando in questo momento il punto più favorevole dove installare la prima turbina. L’ipotesi progettuale, sulla base dei dati e degli esperimenti condotti in questi anni nell’area dello Stretto, prevede l’installazione di una turbina ad una profondità compresa fra i 50 ed i 90 metri, con pale del diametro di 22 metri per un peso totale dell’intera struttura di 130 tonnellate. Un sistema che sarebbe in grado di fornire 1 MW di elettricità 24 ore su 24, potendo così coprire il fabbisogno di 300 famiglie.

    Al CNR si parla di “problemi burocratici” ancora da risolvere… Che questa sia davvero la volta buona per l’avvio del progetto?

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Nice to meet you, English! L’influenza del “français” nella lingua inglese

    Nice to meet you, English! L’influenza del “français” nella lingua inglese

    Il passaggio al Middle English avviene a partire dal 1066. In quell’anno a Hastings Guglielmo il Conquistatore, William the Conqueror, sconfisse l’esercito inglese guidato da Harold II, ultimo re anglosassone (guarda il video). Guglielmo era Duca di Normandia, regione nel nord della Francia: una nuova ruling class, “classe dominante”, di nobili normanni prese il posto dell’aristocrazia anglosassone.

    Dal punto di vista sociale, non si trattò solo di una sostituzione di uomini al vertice, ma di un cambiamento profondo, che segnò il passaggio da un sistema tribale a uno feudale, basato sulla proprietà della terra.

    Si creò una divisione in tre blocchi: bellatores (“coloro che vanno in guerra”, quindi l’aristocrazia), oratores (“coloro che pregano”, ovvero il clero), laboratores (“coloro che lavorano la terra”). Ciascuno di questi gruppi parlava una lingua diversa, dando vita a una situazione definita triglossia, cioè la compresenza di tre varietà linguistiche di diverso prestigio sociale in un territorio. La nobiltà usava il francese, gli ecclesiastici scrivevano in latino, lingua della cultura, mentre tra i contadini sopravvisse l’anima anglosassone e quindi germanica dell’inglese, fatta di un vocabolario essenziale, un “core English”, per esprimere azioni e oggetti della vita quotidiana: sun (“sole”), field (“campo”), sneeze (“starnuto”), ecc. Per il popolo fu un periodo buio: la giustizia veniva amministrata in francese e chi non lo conosceva aveva possibilità limitate di potersi difendere in tribunale.

    La situazione cambiò, soprattutto a causa delle sempre maggiori tensioni tra Inghilterra e Francia: la loro rivalità sfociò nella Guerra dei Cent’Anni (1337-1453). I francesi diventarono il nemico da combattere e l’inglese recuperò gradualmente il prestigio perduto: una lingua è un forte elemento identitario per compattare un popolo verso un obiettivo comune. Nel 1362 il discorso di apertura del Parlamento fu pronunciato in inglese per la prima volta. Ormai, tuttavia, l’inglese aveva acquisito un’anima francese.

    Ma in quale misura ha influito il contatto con il francese sul Modern English? Molto. Si stima che circa 10.000 vocaboli siano entrati a far parte del vocabolario che usiamo oggi.

    In ambito legale, politico, artistico abbiamo esempi quali: court (“tribunale”), bailiff (“ufficiale giudiziario”), parliament (“parlamento”), beauty (“bellezza”), aisle (“navata”, parola dalla pronuncia particolare /aɪl/, senza la ‘s’).

    Curioso è il discorso legato ad alcuni tipi di carne. Vediamo queste due coppie di parole: pig / pork (“maiale”/ “carne di maiale”), ox/beef (“bue”/”carne bovina”). In altre parole, l’animale ancora in vita ha un nome anglosassone – gli allevatori parlavano inglese – mentre il termine culinario ha origine nel language of power dei nobili, cioè il francese. Ancora una volta dinamiche – e ingiustizie – sociali si riflettono nell’uso della lingua.

    L’influenza del francese, tuttavia, non è solo legata al lessico. In generale, i livelli di analisi di una lingua riguardano anche la fonologia, ovvero lo studio dei suoni di una lingua, e la sintassi, che studia come le parole costruiscono una frase e i modi in cui le frasi si collegano per costruire un periodo (l’insieme di parole comprese tra due punti fermi).

    Dal punto di vista fonologico, il francese contribuì a cambiamenti nei suoni vocalici. Per quanto riguarda la sintassi, l’inglese era caratterizzato dalla presenza di frasi coordinate, collegate da congiunzioni come and (“e”), so (“così”), but (“ma”). Nonostante l’inglese moderno presenti ancora tendenzialmente dei periodi semplici, il francese, lingua neolatina, ha aumentato il livello di subordinazione tra le frasi in un periodo.

    Nel XVI secolo, in cui si fa terminare il periodo del Middle English, convivevano ormai nella lingua inglese tre componenti: germanica, franco-normanna e greco-latina. L’inglese era pronto per partire alla conquista del mondo.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Il Teatro del Lemming a Genova: ultimi giorni per iscriversi al laboratorio

    Il Teatro del Lemming a Genova: ultimi giorni per iscriversi al laboratorio

    Teatro del LemmingScade il 15 giugno il termine per le iscrizioni alla tappa genovese del laboratorio del Teatro del Lemming di Massimo Munaro che si terrà il 29, 30 giugno e l’1 luglio (per tre giorni, sette ore al giorno) presso il Teatro Scalzo di vico Vegetti nel Centro Storico.

    Il percorso teatrale, unico nel panorama italiano e ormai affermato a livello nazionale, che il Lemming conduce da tanti anni si caratterizza per il coinvolgimento drammaturgico e sensoriale degli spettatori.

    Ricollocando al centro dell’esperienza teatrale la ritualità e il mito, il “metodo” del Lemming si pone anche come ricerca sui profondi movimenti emotivi che le figure archetipiche inevitabilmente suscitano in coloro che le frequentano. Su queste basi il Teatro del Lemming è andato sviluppando, negli anni, un proprio processo pedagogico: «Per noi l’attore piuttosto che un guitto che si pavoneggia per un’ora sulla scena e di cui poi non si sa più nulla (W.S.) deve essere inteso, etimologicamente, come una guida, colui che conduce lo spettatore in quell’altrove che costituisce da sempre lo spazio del teatro. Per essere in grado di costituirsi come guida, l’attore deve innanzi tutto affinare le sue capacità di ascolto – adeguamento – dialogo. Questi tre principi sono sviluppati contemporaneamente in quattro diverse direzioni: su di sé, sui compagni, sullo spazio che li ospita, sullo spettatore».

    Per il Lemming lo strumento principale della ricerca dell’attore è il corpo… «Il senso/i sensi del corpo. Corpo non più inteso come protesi di un’intelligenza che dovrebbe guidarlo, ma nella sua pienezza animistica, in quella nudità sorprendente che conduce alla nudità di sé e, forse, alla verità dell’incontro con altre anime e corpi. I cinque sensi dell’attore, indagati separatamente e poi in continua sinestesia fra loro, sono per noi, oltre che un appello alla pienezza della vita, una via d’accesso all’altrove del teatro e alle capacità creative dell’attore».

    Nella sua relazione ravvicinata e intima con se stesso, con i compagni, con lo spazio e con lo spettatore, l’attore è indotto ad una messa a nudo radicale, a una ricerca personale e tecnica che passa per una disponibilità assoluta all’ascolto e all’attenzione di sé e dell’altro.

    Il laboratorio ha un costo d’iscrizione di €150 e la selezione dei partecipanti avviene previo invio di curriculum e di lettera motivazionale, è aperto ad un massimo di 20 iscritti e ogni singolo incontro avrà luogo dalle 15.00 alle 22.00.

    Ai partecipanti, durante il lavoro, è richiesto:
    – indossare degli abiti bianchi e neri;
    – portare un quaderno ed una penna;
    – portare una coperta (da utilizzare anche durante il lavoro);
    – portare una traduzione di Giulietta e Romeo di W. Shakespeare che occorrerà già avere letto e che sarà tema drammaturgico del laboratorio;
    – portare una benda nera.

    Per richiedere ulteriori informazioni e/o per inviare le richieste di iscrizione (contestualmente alla lettera motivazionale e al curriculum), potete scrivere a fedecovaia90@hotmail.it o a marcotopini@gmail.com.

  • Europa, la crisi è politica: chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Europa, la crisi è politica: chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Merkel e ObamaOra interviene anche Obama. E il problema del debito europeo diventa ufficialmente un problema globale. Con la Spagna sull’orlo del default e le indiscrezioni su un tardivo e improbabile piano di salvataggio europeo, gli Usa cominciano a preoccuparsi davvero.

    Tanto che si farebbe presto a scambiare per eccesso di arroganza le parole del portavoce della Casa Bianca, che ha dato la disponibilità dell’amministrazione americana «a consultarsi e a consigliare» le capitali europee in tema di crisi. Vale a dire “volete cominciare a fare qualcosa o vi dobbiamo fare un disegnino?”

    In realtà, come ha detto giustamente Edward Luttwak, non si tratta di arroganza: si tratta piuttosto di disperazione. Obama è già in campagna elettorale. Aveva appena finito di avviare il paese lungo il cammino di una crescita stentata, coordinandosi anche con gli interventi della FED per tenere il dollaro ad un livello competitivo, che è piombata la crisi europea a rischiare di rompergli le uova nel paniere. Se l’euro continua a svalutarsi, gli USA devono continuare a svalutare a loro volta per mantenere un rapporto euro/dollaro favorevole alle esportazioni. Inoltre se va in crisi il mercato europeo, va in crisi l’economia americana. Anzi, va in crisi l’economia mondiale.

    I dati economici sulla prima parte del 2012 danno Cina e India a livelli di crescita “ordinari”, lontani comunque dai livelli astronomici che avevano ancora nel 2011. Il Brasile, dopo il +7,5 % del 2010, è oggi in una fase di rallentamento che si avvicina alla recessione. E molti analisti attribuiscono la colpa di tutto alla crisi del debito europeo: il che significherebbe che persino i paesi cosiddetti “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) soffrirebbero per i problemi dei cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). E quindi il mondo è a un livello di interconnessione che forse non immaginavamo.

    Per questo tutti sono preoccupati per il vecchio continente e stanno cominciando a fare pressioni, a vario titolo. Obama non sta solo suggerendo ricette economiche: sta cercando di sfruttare il suo peso politico per smuovere lo stallo. Il problema infatti non è che sui tavoli delle diplomazie europee manchino soluzioni: il problema è che si fa fatica a decidere chi debba pagarle.

    La Germania non si fida dei paesi dell’Europa meridionale, e per impegnarsi ancora a livello europeo (cioè per mettere denaro sul piatto), vuole che questi accettino di sottoporsi a regole comunitarie di politica di bilancio e di controllo dei conti: il che significherebbe abdicare a una parte di sovranità nazionale per delegarla a un’istituzione dove i Tedeschi la fanno da padroni. Intanto però questi paesi qualche sacrificio hanno cominciato pure a farlo: e finora la situazione è solamente peggiorata. Un cambio di rotta non si profila e la baracca minaccia di venire giù da un momento all’altro. Per questo cominciano a chiedersi se sia loro interesse rimanere a queste condizioni.

    In questo contesto, però, in cui tutti accampano sacrosante divergenze di vedute nazionali, viene meno proprio quella convergenza di interessi che era stata la fortunata condizione storica di partenza. Vale a dire che l’Unione Europa si era formata ed è rimasta in piedi fino ad oggi in parte grazie all’intuizione di una ristretta élite politica, ma in parte grazie al semplice fatto che a tutti è convenuto così. La Germania si è rifatta una verginità politica per la prima volta dal dopoguerra, e si è trovata con una moneta non troppo forte che ha favorito le sue esportazioni. I paesi del Sud si sono legati ad una regione economica più vasta e solida, che li ha messi al riparo dall’inflazione e ha garantito anche finanziamenti per le aree sottosviluppate. Fintanto che tutti sono stati bene, nessuno ha avuto niente da ridire. L’integrazione europea ne ha guadagnato. Grazie agli accordi di Schengen, per andare in Francia non era più necessario cambiare le lire con i franchi. E nessuno si preoccupava davvero che il coordinamento politico fosse insufficiente e rimanesse affidato a burocrati scelti dai partiti e mandati in istituzioni distanti dalle popolazioni che avrebbero dovuto rappresentare. Eppure è proprio per questo motivo che oggi l’Europa rischia di saltare.

    La crisi economica non è il responsabile, esattamente come non si può ritenere un compito in classe responsabile dell’impreparazione di uno studente. Se oggi l’Europa rischia di non superare nemmeno il suo primo test, ciò significa solo che era drammaticamente impreparata.

    Bisognava costruire un’unità politica, invece che accontentarsi della soluzione tanto comoda quanto fragile di mettere insieme moneta unica comunitaria e autonomie politiche nazionali. Certo, probabilmente serviva tempo: e nessuno si aspettava che il problema si sarebbe presentato così presto. Ma l’inerzia e la mancanza di iniziativa dell’attuale leadership europea stanno lì a dimostrare che lo slancio europeista e l’idealismo degli inizi si sono completamente liquefatti in pochi anni, sprofondati nel molle abbraccio di un benessere che si pensava infinito: e la costruzione di un progetto con grandi speranze si è atrofizzata e spenta.

    Insomma, se la crisi fosse scoppiata tra cinquant’anni, ci avrebbe colto alla sprovvista allo stesso modo di oggi. E come oggi ci avrebbe messo di fronte ad un bivio: o riprendere con decisione la marcia verso gli Stati Uniti d’Europa, ammesso che non sia troppo tardi, oppure ognuno per la sua strada. Gli Eurobond possono salvarci dalla sfiducia dei mercati, ma genereranno  problemi in futuro: e non possono salvarci dalle contraddizioni di una politica ripiegata negli egoismi nozionali.

    Purtroppo i leader europei si sono finora rivelati privi di respiro, mostrando di aver smarrito una vecchia verità: che per far politica non bastano voti, carisma, personalità, eloquenza, un pizzico di cinismo e onestà individuale, ma occorre anche una visione dialettica della realtà. Il politico non deve essere solo reattivo, saltando quando si presentano problemi, ma deve essere attivo, operando nella realtà per modificarla secondo una visione ben precisa e costruendo attorno a questa il consenso necessario. Il problema dell’Europa è quello di avere politici allenati a non perdere voti piuttosto che a ispirare una visione nelle masse. La Merkel difende gli interessi tedeschi. Ma Kohl immaginava un ruolo per la Germania in Europa. La differenza sta tutta qui.

     

    Andrea Giannini

  • Consulenza online: consigli per l’acquisto di un’automobile

    Consulenza online: consigli per l’acquisto di un’automobile

    In tanti mi chiedono: qual è la marca di automobili più seria? Vedo tante pubblicità… Eh, già, sembra proprio che adesso si vendano solo telefonini e automobili, a giudicare dalle reclame. Quale sia la marca automobilistica più seria non si può certo dire così su due piedi; certo è che alcuni parametri li possiamo prendere in considerazione.

    Innanzitutto partiamo proprio dalle pubblicità: un’impresa seria si vede anche da questo. Quanto è più chiara e comprensibile l’offerta, tanto è più semplice coglierne i vantaggi. Una marca “seria” non inserisce asterischi accanto all’offerta (l’offerta scritta a caratteri cubitali, le note asteriscate a caratteri illeggibili perfino sui manifesti per strada…); a questo punto va detto che poche case automobilistiche si distinguono in positivo.

    Un altro elemento chiave è la garanzia offerta. La legge sul consumo parla di due anni (a livello europeo); molte case si adeguano e nemmeno si sforzano per offrire qualcosa in più; poi ci sono casi eclatanti: la Kia Motors offre ben sette anni di garanzia, l’unica in assoluto! Viene da pensare: sanno che cosa vendono, sono sicuri del fatto loro… Infine ci sono le cosiddette promozioni. Di solito durano pochissimi giorni e riguardano le concessionarie che aderiscono all’iniziativa; sta a voi scoprire quali sono…

    Dopo la pubblicità viene la seconda fase dell’indagine, ovvero quella presso le concessionarie o autosaloni. In questo caso, la palla passa al venditore, che per la legge attualmente in vigore, è colui a cui bisogna chiedere il risarcimento in caso di difetto del veicolo: una apparente assurdità, ma questa è un’altra storia.

    E le storie potrebbe raccontarvele il venditore dandovi informazioni errate, proponendovi modelli poco validi o comunque non corrispondenti alle vostre esigenze; in questo caso il venditore “fa” la casa automobilistica, la nobilita quando si comporta correttamente, la discredita in caso contrario.

    Senza parlare delle finanziarie. Appiopparvi un finanziamento, per una concessionaria auto, è un ulteriore guadagno sulla vendita (una provvigione, tanto per intenderci); il concessionario ha subito il denaro corrispettivo dell’auto, voi la pagate in comode rate da qui all’eternità e, se sgarrate, sono problemi della finanziaria.

    Se, a questo punto, siete sicuri dell’automobile che volete acquistare, non vi resta che trovare chi vi offre le condizioni economiche migliori. Motivi apparentemente inspiegabili fanno sì che ad esempio in Piemonte sia molto più conveniente acquistare una vettura nuova, in Lombardia una usata. Qualcuno dice: è il mercato… sarà pure, ma non è possibile dovere perdere mezze giornate per scoprire se in una promozione vi sia una truffa, se la promozione è seria, verificare quale sia il concessionario più serio e, infine, fare tutte le valutazioni del caso in famiglia senza, peraltro, essere sicuri di avere fatto l’affare della vita.

    La morale? La pubblicità rimarrà sempre e comunque l’anima del commercio, ma il commercio non farà mai pubblicità all’anima.

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]