Autore: Gabriele Serpe

  • Associazione VoLùmia, il progetto P.U.M.A. per la musica live a Genova

    Associazione VoLùmia, il progetto P.U.M.A. per la musica live a Genova

    Che la musica a Genova non abbia vita facile è cosa abbastanza nota: pochi spazi per suonare dal vivo e interesse che rasenta lo zero da parte delle istituzioni. Il più sta all’iniziativa dei singoli e di quelle associazioni che cercano di fare qualcosa di concreto. Una di queste è voLùmia, che col suo progetto P.U.M.A. promuove musica live, dando un’opportunità di visibilità a gruppi nuovi, e lo fa in zone difficili, unendo quindi al primo intento anche un impegno per cercare di migliorare, col proprio contributo, certa realtà cittadina. Renato Campanini, attuale presidente dell’associazione, ci ha raccontato di cosa si tratta.

    Cos’è voLùmia e quando nasce?
    «VoLùmia è stata creata da me, Francesco Ratti (cantante dei VOLUMIcriminali), Emanuele Pecollo (cantante dei 2Novembre) e altri due soci che suonavano in altri gruppi. Nata come gruppo informale nel 2001, è un associazione culturale senza fini di lucro che organizza eventi live e promuove musica a Genova dal dicembre 2004. All’inizio è nata come un’associazione musicale per gestire la sala prove che usavamo in diversi gruppi. La sala era nata con l’idea di offrire ad un territorio difficile (il Lagaccio), soprattutto ai ragazzi che vi abitavano, un servizio alternativo che fosse culturalmente più produttivo del bar sotto casa, e a dei prezzi molto più accessibili delle sale prove che si potevano trovare in giro. Dopo nove anni di gestione le “lungimiranti” politiche hanno fatto sì che quello spazio venisse perso per sempre e con esso una grossa parte di quanto si era costruito in quell’arco di tempo…   Non posso dire di aver salvato nessuno dalla strada, né tantomeno di aver in qualche modo migliorato quel quartiere, il fatto stesso di aver subito, ai tempi, anche più di un’aggressione per strada fornisce la misura della mentalità media presente. Per fortuna c’erano le eccezioni, che mi facevano pensare “non sto facendo questo per niente”. Molte band hanno usufruito di quella sala, nell’iter naturale di un gruppo che passa dall’affitto ad ore ad una sala propria. Col tempo le cose si sono evolute. Non so dire neanche quando, perché, o se mai avessimo pianificato di organizzare eventi live ma così è andata…»

    Quali servizi offre attualmente voLùmia e dove?
    «In questi anni abbiamo proposto in giro per Genova più di un centinaio di date tra rassegne unplugged, concerti di musica live veri e propri, dj set etc… Abbiamo collaborato con enti e istituzioni per eventi live: col Terra Di Nessuno, col Buridda, con la Sinistra Giovanile alla Festa dell’Unità, con la Madeleine, col Little Italy. Devo fare il mio ringraziamento più sincero a Luciano Bregoli della ZetaTi che ci ha sempre aiutato specialmente durante gli anni della “diaspora” (fino a quando non abbiamo vinto il bando di assegnazione che ha dato alla luce P.U.M.A.), nonché a Jonny Noiser, ma per altri motivi».

    In cosa consiste il progetto P.U.M.A.?
    «Prima di tutto P.U.M.A. è un acronimo: sta per Presidio Urbano Musiche Attuali… e nel nome c’è tutto il significato del progetto. La parola “Presidio” ha una connotazione direi quasi militaresca, effettivamente siamo un po’ un avamposto per la riqualificazione del territorio che partendo da Piazza delle Erbe si sta lentamente orientando in direzione Maddalena, mentre noi siamo già nella zona di Via Prè (e di lavoro di qui ce n’è davvero molto da fare…). “Urbano” perché siamo strettamente legati al territorio, sia dal punto di vista della ricerca musicale che per il pubblico verso il quale ci proponiamo. “Musiche” al plurale e non “musica” al singolare: siamo ben consci della poliedricità delle proposte dell’underground genovese, non vogliamo isolarci blindandoci in un genere specifico. “Attuali” perché facciamo nascere e forniamo punti di appoggio alle novità culturali e musicali, locali e alternative».

    «Non abbiamo criteri esclusivi per far suonare le band, ma è chiaro che esistendo già una rete di contatti è più facile per noi far suonare generi più pesanti (Mellowtoy, Devotion, Shake Well Before ecc) ma non mancano altri gruppi decisamente più soft (Valentina Amandolese, Palconudo, ecc.) per non parlare di musica elettronica (Useless Idea, K ecc) come è altrettanto evidente che promuoviamo più spesso le autoproduzioni locali dell’underground, con tutte le eccezioni e senza preclusioni a priori».

    «P.U.M.A. è nata il 19 Gennaio 2010: abbiamo partecipato ad un bando per l’assegnazione dei locali in Vico San Cristoforo e abbiamo vinto, da lì abbiamo perso un po’di tempo per i lavori di insonorizzazione ma per fortuna ora è da più di un anno che siamo attivi (anche se abbiamo speso una fortuna per i materiali!). Come anticipato prima ne venivamo dalla “diaspora” della vecchia voLùmia: il progetto P.U.M.A. ne ha rappresentato la rinascita e l’evoluzione. Fortunatamente c’è stato un parziale ricambio e, quello che conta di più, un passaggio del know how verso elementi più giovani. Al momento è gestita sia da alcuni vecchi elementi che diversi nuovi: ritroviamo me, Francesco Ratti “Pogo” e Emanuele Pecollo “Shuster” e contiamo i nuovi ingressi di Luca Morga “Ragno” (bassista dei Broken Hollow), Roberto Travi (batterista degli Audiograffiti), Victor Zappi “_Vic” (voce e basi dei _Distopia), Dario Mazzanti “Gida” (batteria e synth degli A Silent Order), Jacopo Lorenzetti “J” (bassista nei “What Eye See”), senza contare gli aiuti sostanziali dei gruppi che frequentano la sala e dei soci coinvolti negli eventi.
    Attraverso P.U.M.A. offriamo le nostre capacità ed energie maturate sul campo in anni di eventi live, per poter venire incontro ad altri musicisti conoscendo già le loro esigenze, orientandoci al mondo della produzione e fruizione artistica e culturale».

    Veniamo alla parte più innovativa di questo progetto: l’iniziativa Live In Sala Prove.
    «Partiamo dal presupposto che un nostro interesse è spingere tanto la musica che si produce a Genova. Proporre a persone a digiuno delle realtà nostrane questa musica potrebbe essere un modo per avvicinarle, incuriosirle, fino a fare in modo che ti chiedano il nome del gruppo, il disco e quant’altro… Come si può facilmente desumere dal nome della rassegna, la proposta giunge direttamente dal luogo di origine di ogni brano di ogni artista: la sala prove. Gli artisti si esibiscono in un locale allestito che durante gli altri giorni della settimana viene utilizzato di fatto come sala prove; al pubblico viene offerta la produzione “a crudo”, direttamente dalla fonte, in un’atmosfera che esula dai formalismi palco/pubblico – produzione/fruizione… in orario aperitivo, dalle 19 alle 21: nel week end le persone hanno in programma diversi impegni per la serata, in questo modo lasciamo la libertà a tutti con un live set di breve durata senza monopolizzare il tempo… tenendo conto anche del passaparola che segue sia per la promozione dei gruppi che hanno suonato sia del progetto».

    Come si fa per partecipare sia come protagonisti, sia come pubblico?
    «Gli artisti in genere ci contattano direttamente: su internet e sui social network è molto facile mettersi in contatto con noi, e anche per telefono! Per il pubblico allo stesso modo: è sufficiente iscriversi alla pagina di facebook per ricevere gli aggiornamenti sugli eventi, siccome la sala non ha moltissimo spazio riusciamo in questo modo a tener monitorata la quantità dei partecipanti e a organizzarci di conseguenza».

    Quali sono le prossime date di Live In Sala Prove?
    «Per quest’estate faremo ancora pochi eventi per motivi puramente “climatici”, anche se qualcosa bolle in pentola per fine Giugno… In ogni caso torneremo in autunno, ci sono venute un sacco di idee. Ad esempio vorremmo implementare la proposta con un po’ di arte “digitale” e la musica elettronica, abbiamo già qualche contatto… Restate sintonizzati!»

    Per tutte le info e per i contatti si possono consultare i seguenti siti:
    www.puma.htmx.it/
    www.volumia.4000.it/
    www.youtube.com/volumia04
    www.facebook.com/PresidioUrbanoMusicheAttuali
    www.facebook.com/voLumia

     

    Claudia Baghino 

     

  • Siria, oltre 15.000 morti nella guerra civile: manifestazione a Caricamento

    Siria, oltre 15.000 morti nella guerra civile: manifestazione a Caricamento

    Molte voci in questi mesi si sono alzate per esprimere rabbia, costernazione, dolore. La sollevazione, in origine esclusivamente pacifica, del popolo siriano è iniziata nel marzo dell’anno scorso ed è tutt’ora in corso, avendo assunto, nei mesi scorsi, le caratteristiche di una vera e propria guerra civile.

    Non è appurato con assoluta certezza se in Siria ci siano state infiltrazioni di guerriglieri “esteri”, libici, della Penisola arabica, mujaheddin da nazioni vicine: quel che è certo è che siriani combattono contro siriani e la popolazione civile soffre e muore da più di un anno. Le altre primavere non sono certo sbocciate in tutta la loro potenziale e immaginata bellezza: la Libia è un paese sempre più diviso e lacerato da contenziosi regionali e tribali, l’Egitto…bhé è sotto gli occhi di tutti la neodittatura militare, in Bahrein si continua a manifestare e ad essere incarcerati, lo Yemen, nonostante una transizione presidenziale (di facciata), è sempre più stretto nella morsa di ribellioni religiose, jihad globale e povertà. Chi si aspettava una fresca ventata di “eau-de-revolution” stile europeo-statunitense, aveva decisamente sbagliato paesi e scenari.

    Ad oggi la Siria rimane il teatro più sanguinoso delle Primavere arabe, con un numero di vittime che si aggira, secondo le ultime stime internazionali, a 15.000 morti. Le responsabilità, ovviamente e cinicamente, si rimpallano tra lealisti e  ribelli, regolari e bande armate, minoranze fedeli e sunniti sovversivi, classe borghese urbana e i più umili delle periferie e dei piccoli centri. Della molteplice e unita Siria del regno degli Assad rimane ben poco; l’unico bastione ancora integro, per il momento, è il Palazzo del Popolo (Qasr ash-sha’b), dimora del Presidente Bashar, su un’altura nei sobborghi di Damasco.

    Anche Genova si è attivata nelle scorse settimane per mostrare solidarietà alle migliaia e migliaia di persone che hanno perso la vita in Siria, che sono scappate all’estero o  che soffrono all’interno del loro stesso Paese. A Palazzo Ducale sono state esposte le vignette satiriche del disegnatore Ali Farzat, a cui le forze governative siriane avevano spezzato le mani nell’agosto scorso affinché non potesse più sfidare il regime con le sue immagini irriverenti. La Comunità di Sant’Egidio ha organizzato una raccolta fondi a favore di un campo profughi ai confini con la Siria. La sezione genovese dei Giovani Musulmani d’Italia ha a sua volta realizzato una serie di iniziative: una cena per raccogliere fondi, diversi sit in e la partecipazione di alcuni suoi membri alla manifestazione nazionale a Roma pro-Siria. E infine c’è l’attivismo di cinque donne, alcune maestre alla scuola Daneo, che sperano prima o poi di rimettersi in contatto con le persone conosciute nel Paese visitato un mese prima dall’inizio delle prime manifestazioni.

    Un nuovo presidio è stato organizzato per sabato 23 giugno, ore 16, in Piazza Caricamento. Diverse associazioni di cittadini stranieri di Genova hanno deciso di manifestare la loro solidarietà con la rivoluzione del popolo siriano: autodeterminazione, pace e libertà saranno le parole d’ordine dell’evento. «Il popolo è sovrano e lo stato deve garantire, al di sopra di ogni cosa, la sua legittima rappresentatività politica. Anche la politica internazionale dovrebbe fare di questo principio un caposaldo imprescindibile: ad oggi solo gli interessi sembrano guidare le scelte dei Grandi della Terra» spiega Abdelattif El Sayed, presidente della Comunità Egiziana nella Liguria e nel Mediterraneo «La solidarietà al popolo siriano ed alla sua rivoluzione ha un valore per tutti/e. Ci insegna una verità fondamentale: la gente che sceglie assieme di vivere meglio e si unisce pacificamente ha una volontà indomabile ed una forza che nessun esercito e nessun massacro può fermare» affermano gli esponenti della sezione genovese di Socialismo rivoluzionario.

    La manifestazione è promossa da: Associazione Al Mohammadia – Associazione Imam Malek – Associazione Antirazzista 3 Febbraio – Comunità Egiziana nella Liguria e nel Mediterraneo – Movimento Politico Italia Colorata – Movimento sociale volontariato – Socialismo Rivoluzionario

    Per adesioni: primaveramediterraneoabdellatif@yahoo.it – mauroa3f@libero.it

     

    Antonino Ferrara

  • Pantelleria: le antiche palme di Giorgio Armani…

    Pantelleria: le antiche palme di Giorgio Armani…

    Quello che colpisce del giardino in questione è che esso sembra, all’osservatore esterno, lì da sempre, anzi esso quasi si confonde, pur distinguendosene impercettibilmente, dal paesaggio circostante.

    Il giardino di Giorgio Armani è situato in uno dei punti più suggestivi dell’isola di Pantelleria, su un promontorio di terra che si protende, isolato, nel mare. Solo tre colori caratterizzano l’insieme: il verde scuro della vegetazione, il marrone bruciato del terreno ed il blu del Mediterraneo.

    Ciò non significa che non vi siano i grigi delle pietre o i vivaci colori delle fioriture estive ma tutto questo è collocato ad un livello diverso, meno evidente e non intellegibile (per volute esigenze stilistiche, volte a non incidere troppo sul paesaggio) dall’esterno. Dove non vi era nulla e nulla sembrava poter crescere, ora vi sono cespugli di rose, bordi di Lavande violacee, muri di Plumbago azzurri, cespugli di gelsomino bianchi e, infine, alberi che non ti aspetteresti di vedere a Pantelleria, come i cipressi.

    Il tutto evidenziato dalle cactacee che sottolineano in modo naturale il ritmo decorativo complessivo grazie alle loro stupefacenti ed essenziali forme geometriche. In particolare, vi sono  qui alcune Agave victoriae reginae (una particolare e suggestiva varietà di agave a foglie verde scuro striate di bianco), Cereus peruvianus (una succulenta a portamento a candelabro, simile ad un albero) e molte varietà di Cycas (che, con approssimazione, assomigliano un po’ a palme), tutte piante dalle esigenze (soprattutto idriche!) limitate, tali da non richiedere particolari manutenzioni e soprattutto perfettamente adattabili ad un contesto ed ad un clima davvero estremi.

    L’unica concessione, volta ad ottenere un effetto immediato, è rappresentata da un insieme di palme, disposte a schiera, secondo un preciso schema stilistico. Esse svettano, alte, quale elemento verticale di rottura, su di una vegetazione omogenea per dimensioni e colori. Queste però non sono esattamente semplici palme, sono piante di trecento anni che crescevano nel giardino di un palazzo storico di Palermo, trasportate con un elicottero (con le difficoltà ed i costi che si possono facilmente immaginare!) su di un’isola, persa in mezzo al Mediterraneo e dalla quale non si vede, su tutti i lati ed a perdita d’occhio, altro che mare.

    Il loro impatto sul giardino è però decisivo ed impressionante, soprattutto al tramonto quando si stagliano contro un cielo di un particolare viola, tipico solo di Pantelleria. Anche la piscina, di per sé spesso elemento di frattura rispetto all’insieme, è stata studiata con grande attenzione e contestualizzata, per quanto possibile, all’insieme. A sfioro, protesa sul paesaggio e rivolta al mare, si confonde con l’orizzonte che è, data la collocazione di Pantelleria, infinito…

     

     

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • L’Italia e la moneta unica europea: ieri, oggi e domani

    L’Italia e la moneta unica europea: ieri, oggi e domani

    2001 Odissea nello Spazio, 2012 Fuga dall’Euro, 2013 Odissea nello Spazio atto II. In questo mondo occidentale sempre più afflitto dal relativismo, fa un certo effetto pensare e soprattutto dover constatare che esistano rapporti indissolubili, come il Trattato UE che disciplina l’Euro.

    Soprattutto per noi italiani che , invece di assumere Roma come modello di riferimento da un punto di vista del diritto e delle istituzioni, abbiamo sempre prediletto il trasformismo e la dialettica fine a se stessa di tradizione greca e che abbiamo vissuto da secoli nell’illusione del motto “fatta la legge trovato l’inganno”. E invece questa volta l’inganno proprio non si trova per quanto ci si sforzi di girare e rigirare la norma di riferimento…

    E allora si comincia a battere i piedi come fanno i bambini piccoli quando la mamma toglie loro il giocattolo perché  non hanno ubbidito; “ mamma cattiva!”; uscendo dalla parafrasi oggi l’Italia vorrebbe indietro la sua sovranità monetaria, con cui inondare il Paese di lirette per pagare spese, come sempre fuori controllo e spesso senza senso, e da utilizzare proficuamente per svalutare il tasso di cambio e ricominciare a  esportare negli altri Paesi… Altrimenti mamma Merkel è cattiva , per non dire di peggio.

     

    PENSIERO DEBOLE
    Chi sostiene che la soluzione dei nostri mali sarebbe tornare alla lira e stampare moneta per poi usare il trucchetto della svalutazione è afflitto come minimo da carenza di visione futura e di conoscenza delle dinamiche economiche passate e presenti. La carenza di visione si poggia su un ragionamento molto chiaro, che ha fatto di recente un economista direttamente toccato dai fatti e cioè il greco Yani Varoufakis: «L’assenza di una clausola del Trattato o procedura istituzionale per uscire dalla zona euro ha una logica ferrea: tutto il senso della creazione della moneta unica era far impressione sui mercati, far capire loro che si trattava di un’unione permanente così solida, che chiunque avesse l’ardire di puntare contro la sua solidità sarebbe incorso in gravi perdite. Una sola uscita dall’euro basterebbe ad aprire una frattura in questa percezione di solidità. Sarebbe come una sottile linea di frattura in una diga possente, l’uscita della Grecia inevitabilmente porterebbe al collasso dell’edificio sotto forze inarrestabili di disintegrazione. Appena la Grecia fosse spinta fuori, due cose accadranno: una massiccia fuga di capitali da Dublino, Lisbona, Madrid, eccetera, a cui seguirà la nota avversione della BCE e di Berlino ad autorizzare la fornitura di liquidità illimitata a banche e Stati. Questo significherà la bancarotta immediata di interi sistemi bancari e di alcuni stati più indebitati, come Spagna e Italia. A quel punto, la Germania si troverà di fronte all’orribile dilemma: danneggiare la solvibilità dello Stato tedesco impegnando i trilioni necessari al compito di salvare quel che resta dell’Eurozona, oppure tirarsi indietro (lasciando l’eurozona). Non ho dubbi che sceglierà la seconda opzione. E siccome questo significherà stracciare una quantità di trattati UE e accordi (compreso quello relativo alla BCE), l’Unione Europea di fatto cesserà di esistere con conseguenze non ipotizzabili».

    Il Trattato Ue non prevedeva way out perché il percorso verso l’Unione economica di molti Paesi, con situazioni economiche non omogenee e modalità gestionali differenti, non poteva essere una passeggiata e bisognava impegnarsi seriamente per rispettare il percorso di convergenza, stabilito da parametri condivisi. Nessun Paese è stato costretto a firmare il patto, neppure l’Italia, ma una volta firmato l’Accordo per il bene di tutti non si poteva più uscire: trattavasi di matrimonio indissolubile, come tendenzialmente era una volta quello celebrato in chiesa.

    Una volta si diceva che nei matrimoni si poteva essere più o meno felici, ma era comunque per sempre; l’avvento del divorzio ha portato ancora più infelicità e soprattutto una instabilità sociale molto grave; lo stesso accadrebbe per l’uscita dall’Euro.

    Così doveva essere l’Euro e la forza iniziale del suo progetto stava proprio nella capacità di convincere i mercati che ob torto collo e con non poche pressioni i Paesi disallineati (tra cui l’Italia) un po’ alla volta si sarebbero messi al passo di quelli più virtuosi e insieme avrebbero potuto costituire un forte e coeso polo economico in grado di contrastare la potenza degli USA ma ancor più di quei paesi emergenti come Cina, India e in parte Russia e Brasile.

    Quattordici anni fa quando è partito il primo step del progetto Euro conclusosi nel 2002 con lo stralcio delle valute nazionali, l’Europa era una importante potenza industriale e l’Italia era al secondo posto dopo la Germania; il progetto a medio termine era stato considerato a buon diritto di fondamentale importanza per il nostro Paese.

    Non per tutti fu così, infatti dal progetto Euro non a caso è rimasta fuori l’UK, perché  poco interessata al progetto di rafforzamento dell’economia reale e produttiva e quindi conscia che i vincoli imposti dal Trattato sarebbero stati troppo onerosi per la sua economia, già indirizzata prevalentemente al settore finanziario e troppo dipendente dal mantenimento della sovranità monetaria della Banca d’Inghilterra, sulla falsariga dei loro cugini americani.

     

    LA SITUAZIONE ATTUALE
    Con il senno di poi molti potrebbero dire che lor hanno fatto bene e noi abbiamo fatto una sciocchezza perché nell’euro, così mal combinati, non possiamo vivere, ma nemmeno a questo punto si può uscire. In passato altri paesi in crisi, come l’Argentina, hanno potuto svalutare perchè avevano la loro moneta. Grecia, Spagna e Italia non hanno più una moneta: uscire dall’euro, significherebbe per loro creare una moneta allo scopo di svalutarla: «Qualcosa che non è mai avvenuto nella storia», dice sempre Varoufakis. Il potere d’acquisto di una simile neo-moneta precipiterebbe a razzo nel regno dell’infinitamente piccolo, provocando un’iper-inflazione mai vista.

    E la morte per fame della popolazione.

    Quello che mi riesce difficile accettare è che tutti oggi dicono quanto è duro stare nell’euro (ed è un dato di fatto), ma si dimenticano di quanti vantaggi abbiamo avuto come Paese in questi anni con la possibilità di ottenere credito a tassi minimi proprio perché facevamo parte del progetto euro; ma questo bonus pluriennale fornito dall’Euro come lo hanno gestito i  nostri governanti?

    Al solito come le famose cicale di La Fontaine: hanno fatto dilatare a dismisura il debito pubblico che oggi ammonta a 2.000 mld e che era 1.373 mld nel gennaio del 2002, finanziando spesa pubblica improduttiva, senza investire sullo sviluppo e non attuando le riforme strutturali piu’ volte chieste dall’UE, per consentire un effettivo allineamento dei parametri di Maastricht.

    E ai richiami dell’Ue cosa è stato risposto? Che erano dei rompiscatole burocrati e che non capivano la peculiarità del nostro essere italiani, che siamo fantasiosi e liberi di pensiero; per cui mentre gli altri Paesi controllavano efficacemente la loro tabella di marcia e apportavano, ove necessario, i giusti correttivi (come la Germania nel 2006-2007), noi ce ne stropicciavamo allegramente, raccontando frottole, facendo manovre finanziarie del tutto diseducative e senza reali contenuti strutturali e invocando lo stellone italico.

     

    IL FUTURO
    Bisogna smetterla di piangerci addosso dicendo che Tizio è cattivo, Caio non capisce e che Sempronio ha fatto male, che il progetto Euro era sbagliato perché una moneta senza una nazione è una contraddizione in terminis e una moneta senza una banca centrale è come l’attinia senza il suo paguro, e fare tesoro dei gravi errori commessi dai nostri governanti in questi dieci anni per individuare un percorso che oggettivamente innovi rispetto a quanto fatto male o non fatto e che riporti al centro del dibattito politico e dell’agenda economica un recupero di credibilità, che passa dal verificare cosa è realisticamente possibile attuare e poi porlo in essere, senza i soliti alibi italici dei se e dei ma….

    Per farlo dobbiamo cambiare la classe politica, perché questa che abbiamoè totalmente inaffidabile come dimostrano anche i recenti avvenimenti sulla cancellazione della norma sulla riduzione dei parlamentari. E dobbiamo farlo in fretta perché non si può poi dare la colpa ad un governo tecnico se non si riesce a mantenere la rotta prevista e a rispettare gli impegni, quando la colpa è di un gruppo di persone totalmente autoreferenziali e scollegate dalla realtà del Paese, che pensano unicamente al loro tornaconto personale e che appoggiandosi al populismo esasperato ed esasperante con cui hanno mantenuto il potere, adesso, dopo i disastri compiuti, ci vengono a dire che la salvezza è il ritorno alla lira e alla tanta agognata superinflazione e svalutazione del tasso di cambio.

    Ma vergognatevi, persino la tanto vituperata Grecia di fronte al baratro dell’uscita dall’euro, peraltro molto simulata e discussa a tavolino, ha dimostrato più maturità! Questi discorsi da bar dello sport, che determinano immediatamente perdita di credibilità e la salita dello spread, costano molti soldi agli Italiani che hanno un debito pubblico mostruoso; la salita di soli 50 punti dello spread (0,5%) vuol dire in ragione d’anno 10 miliardi di euro di interessi in più, che finirebbero sulle spalle dei cittadini.

    Sarebbe giusto far pagare il conto a chi dice stupidaggini di questo tipo e che, invece di fare autocritica e approfondire gli argomenti, finirà per dare il colpo di grazia a questo Paese di agnelli sacrificali, che si convincerà dell’ultima menzogna invece di rendersi conto che in questo mondo modello villaggio globale  sopravviverà solo chi sarà capace di progettare a medio termine e di confrontarsi con i migliori su basi di serietà e competenza e non chi percorrerà la strada di tornare piccolo e ininfluente, sperando che gli venga concesso di fare in segreto i suoi trucchi delle tre tavolette.

    L’Italia è stata definita il “bel Paese”, ma avrebbe ancora la possibilità di essere un “grande Paese”, ma deve attuare in tempi brevi un netto cambio culturale e abbandonare la logica dei trucchi da imbonitori da strada e illusionisti di quartiere e tirare fuori le qualità, che nonostante una classe politica del tutto inadeguata l’hanno resa famosa in tutto il mondo e che stavolta devono essere messe a disposizione del Bene Comune e non solo del patrimonio personale.

     

    Maurizio Astuni
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Tre cose da sapere per ogni parola inglese

    Tre cose da sapere per ogni parola inglese

    Il passaggio da Middle a Modern English alla fine del Quattrocento è dal punto di vista linguistico una fase confusa, come evidenziato da William Caxton, che nel 1476 apre la prima stamperia a Londra.

    Caxton si lamenta in una prefazione a una traduzione dell’Eneide che non è nemmeno possibile ordinare un uovo, dato che coesistono diverse parole per indicare lo stesso alimento, tra cui quella usata oggi, ovvero egg.

    Anche nelle opere di Shakespeare – a cavallo tra ‘500 e ‘600 – troviamo anche una situazione grammaticale non ancora definita. Per esempio, la forma negativa del presente, che secondo lo standard attuale viene costruita con do not, appare sia con sia senza ausiliare. Nello spazio di soli tre versi troviamo nell’Atto I, Scena II di Julius Caesar:  

    I do not know the man e  I fear him not, (quest’ultimo oggi sarebbe I do not fear him).

    Per quanto riguarda la pronuncia, si registra a partire dal XIV secolo un fenomeno noto come Great Vowel Shift (GVS), ovvero “grande spostamento dei suoni vocalici”. Il GVS è un processo che non si è mai arrestato ed è ancora in atto nel presente. Per esempio, la “a” di mate (“amico”, “compagno”), che oggi viene pronunciata /eɪ/, secoli fa veniva letta /a:/. La “o” in loot (“bottino” come sostantivo, o “saccheggiare” come verbo) ora si legge /uː/.

    Perché si è verificato questo GVS che tanto ci complica la vita nello studio dell’inglese? Le ragioni sono incerte. Tuttavia, considerando quanto la pronuncia in Inghilterra rappresenti uno status symbol che identifica chi appartiene a una determinata classe e ha ricevuto una certa education (“istruzione”), è possibile che alla base del GVS vi sia la volontà da parte di alcune classi di distinguersi dalle altre attraverso la pronuncia. E’ un discorso di  sociolinguistica – materia che studia i rapporto tra i cambiamenti linguistici e i fattori sociali che li determinano –  che rivedremo ancora…

    Tornando al passaggio al Modern English, il problema dell’inglese alla fine del ‘400 è quello di essere una lingua nazionale ma di non avere ancora uno standard, ovvero un modello uniforme e tendenzialmente stabile che possa svolgere il ruolo di punto di riferimento. Dal XV secolo l’affermazione di Londra come centro del potere economico e politico fa sì che sia la varietà dialettale londinese a imporsi a livello nazionale.

    Un ruolo importante nella standardizzazione dell’ortografia inglese è anche quello dei dizionari. Un primo abbozzo è il Table Alphabeticall di Robert Cawdrey nel 1604, contenente una spiegazione di circa 2000 termini difficili e rivolto in particolare alle donne, per le quali l’accesso alla cultura era più difficile che per gli uomini.

    A Dictionary of the English Language di Samuel Johnson, pubblicato nel 1755, e soprattutto il monumentale Oxford English Dictionary, di oltre 150 anni dopo, completano l’opera abbozzata da Cawdrey. Come abbiamo già visto, l’OED contiene oltre 600.000 parole.

    Degno di menzione è anche l’American Dictionary of the English Language di Noah Webster. Il suo tentativo va nella direzione di una semplificazione dello spelling americano, rendendolo più vicino alla pronuncia. Da qui abbiamo differenze di spelling come nelle parole: colour /color, honour/honor, theatre/theater (il termine a sinistra riporta lo spelling del British English, mentre quello a destra è in American English). E’ significativo che Webster abbia avvertito la necessità di un dizionario americano distinto da quelli britannici. “Divided by a common language”,”divisi da una lingua comune”, scriveva George Bernard Shaw riguardo a Gran Bretagna e Stati Uniti: anche su questo aspetto torneremo in seguito.

    Nonostante questi tentativi, lo spelling delle parole inglesi rimane ancora di difficile interpretazione. Per questo motivo, trovo ancora valido e attuale un insegnamento  – molto profondo nella sua semplicità – di un mio vecchio docente: “Di ogni parola inglese è fondamentale conoscere tre cose: che cosa significa, come si scrive e come si pronuncia.”

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Viadelcampo29rosso: dieci giorni dedicati a Luigi Tenco e Tullio Piacentini

    Viadelcampo29rosso: dieci giorni dedicati a Luigi Tenco e Tullio Piacentini

    Luigi TencoOggi alle ore 15:00 presso l’emporio-museo “viadelcampo29rosso” in via del Campo andrà in scena il “preludio” alla mostra-rassegna “Luigi Tenco e Tullio Piacentini: i rivoluzionari della videomusica”. Verrà infatti consegnata all’emporio, direttamente dalle mani del liutaio Carlo Pierini e alla presenza della famiglia Tenco, la storica chitarra di Luigi Tenco, la “Carlo Raspagni” del cantautore genovese.

    La rassegna avrà luogo a Genova dal 21 giugno al 1 luglio, si dividerà fra l’emporio Viadelcampo29rosso, la Biblioteca Universitaria di Genova ed il Museoteatro Commenda di Prè. Si tratta di una mostra itinerante, allestita in tre luoghi di grande interesse storico-artistico nel cuore del centro storico di Genova. In ognuna delle sedi, i cui allestimenti avranno temi diversificati dagli altri, verranno organizzati incontri e convegni tematici con proiezioni di filmati ed immagini.

    Presso l’emporio viadelcampo29rosso saranno presenti anche altri cimeli appartenuti all’artista, quali la macchina da scrivere mai uscita prima da casa Tenco, ma anche videoclip, vinili e fotografie…Inoltre, in occasione dell’evento, i Palconudo eseguiranno dal vivo un omaggio musicale al grande cantautore genovese.

    Se Luigi Tenco non ha bisogno di presentazioni, Tullio Piacentini, produttore cinematografico sin dall’immediato dopoguerra, nel 1967 realizzò il primo telefilm musicale per la messa in onda televisiva. Il suo titolo era ‘Passeggiando per Subiaco‘ e riproponeva vari cantanti mentre si esibivano per le strade della Città di Subiaco (Roma). L’intento di questa produzione, forse troppo in anticipo con i tempi, era quello di creare intrattenimento musico-televisivo… Fu il primo coraggioso passo verso il videoclip…

     

  • Stati Uniti d’Europa: la grande utopia dell’unione politica europea

    Stati Uniti d’Europa: la grande utopia dell’unione politica europea

    Si fa presto a parlare di unità politica dell’Europa. Monti ha dichiarato addirittura che sarebbe questa la soluzione di cui abbiamo bisogno. E non ha tutti i torti. Ma, ad essere onesti, chi ci crede più? La Grecia ha votato una maggioranza pro-euro, ma i mercati non si sono lasciati impressionare; la Spagna è quasi definitivamente fuori dall’accesso al credito, con i bonos a dieci anni che hanno ormai superato la soglia psicologica di non ritorno del 7%; l’Italia rischia di seguire a ruota e la Germania, sola contro tutti, non pare arretrare di un millimetro. In questa delicatissima fase, c’è qualcuno disposto a pensare che un progetto di maggiore coesione politica possa salvare l’Europa tirandoci fuori dalla crisi? Non scherziamo.

    La ricetta magica (se mai ne esiste una) si chiama “condivisione europea del debito” e passa obbligatoriamente per un “si” della Germania ai famigerati Eurobond (cioè i titoli di debito europei la cui solvibilità sarebbe garantita da tutti i paesi dell’UE). Si parla anche di unione bancaria, di un bilancio comune, di un nuovo ruolo per la BCE: tutte cose che – chissà – potrebbero sortire effetti anche positivi, soprattutto se si riuscisse a schiodare la Banca Centrale Europea dal suo mandato ufficiale, che è semplicemente quello di contenere l’inflazione, per farla diventare davvero una “banca centrale” come tutte le altre.

    In ogni  caso più o meno questo è quello che ci si aspetta per dare una scossa al malato prima che passi a miglior vita. L’unione politica dell’Europa, invece, potrebbe venire soltanto con molto tempo a disposizione: tempo che non c’è. L’idea sembra quindi sconclusionata. Sempre che – e a questo bisogna stare bene attenti – per “unione politica” s’intenda, appunto, un’unione politica; e non invece una serie di vincoli e intromissioni sui bilanci nazionali da parte di un gruppo di euro-burocrati. Meglio chiarirsi bene le idee: una gestione “politica”, qualunque cosa significhi, non può essere nulla che prescinda, in democrazia, da un voto o un mandato popolare. Se invece la Germania ottenesse di sottoporre a un rigido controllo i conti degli Stati in difficoltà, questa si dovrebbe chiamare piuttosto “cessione di parte della sovranità nazionale”: una scelta delle classi dirigenti europee che toglierebbe autonomia alle politiche nazionali senza che nessun cittadino fosse chiamato ad esprimersi in merito.

    Pertanto, purtroppo, o Monti dice “unione politica” pensando così di tendere una mano alla Germania in cambio di un impegno tedesco sul problema del debito, oppure confonde il problema con la soluzione. Allo stato attuale, infatti, siamo costretti a constatare, a volere essere realisti, che è l’assoluta mancanza di un’unità di intenti e di un progetto politico comune ad affossare l’Europa, piuttosto che auspicare, con molto idealismo, che un’improbabile unità politica ci salvi.

    Mi spiego meglio. Uno dei più importanti argomenti della vita politica di un paese è la questione fiscale: vale a dire, chi paga e quanto per le spese dello Stato. Si tratta di una questione centrale anche nell’attuale crisi europea: i Tedeschi non sono contenti di come i Greci hanno gestito e gestiscono il loro sistema di tassazione; e l’Unione Europea recentemente ha bacchettato persino Monti per aver fatto troppo poco contro l’evasione. Il perché di queste attenzioni è evidente: se un paese dell’Unione è in difficoltà e deve chiedere ad altri paesi membri di intervenire, è normale che questi stessi paesi pretendano, come minimo, che chi chiede aiuto faccia pagare prima le tasse ai propri cittadini. Se si sta insieme, ci vogliono condizioni uguali: se no si favoriscono alcuni e si sfavoriscono altri.

    Ora, come si fa a mettere d’accordo l’Irlanda, che tassa tuttora le imprese ad un’aliquota che si aggira attorno al 12%, con la Grecia che non tassa gli armatori e con l’Inghilterra che, giustamente, non vede di buon occhio una tassazione sulle transazioni finanziarie, dato che il paese si basa su una fiorente industria finanziaria? In nome di cosa dovremmo chiedere ad uno Stato di rinunciare a una cosa importante come la propria politica fiscale (tanto più gli Inglesi, che ne discutono dal 1215)? Ma c’è un altro problema più grosso. Lo Stato, una volta che ha raccolto le tasse, le redistribuisce. E redistribuire significa sostanzialmente togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno. E’ il problema dell’allocazione delle risorse, la cui finalità è quella di rendere omogeneo il paese riequilibrando gli scompensi che ci possono essere, ad esempio, tra ricchi e poveri, tra città e campagna, tra settentrione e meridione, eccetera. Si tratta di un’operazione non scontata che può imbattersi in parecchie difficoltà politiche. Ad esempio, è illuminante il caso italiano della “questione settentrionale”, che è stata il cavallo di battaglia dalla Lega: perché il Nord efficiente deve pagare per il Sud sprecone? Questa, a bene vedere, è esattamente la stessa domanda che si stanno ponendo i Tedeschi in Europa.

    In generale ci si chiede perché una parte più virtuosa debba cedere sue risorse ad un altra parte meno organizzata. Ma il solo fatto di porsi questa domanda, significa già esprimere un’insofferenza di fondo: significa mettere in discussione l’interesse collettivo per affermare un interesse parziale, rendendo così evidente che una visione unitaria sta franando o è già franata. Quindi il fatto che la Germania non voglia pagare l’inflazione per risolvere problemi che in effetti non ha creato lei, testimonia che non pensa a mantenere in vita quel sogno europeo che pure era la missione storica tedesca. E il discorso vale anche per gli altri Stati europei, che non hanno mostrato maggiore lungimiranza: per tutti la pratica è stata l’affermazione dell’interesse particolare a scapito dei grandi progetti ideali.

    Se fosse stata messa la stessa energia con cui oggi si pretendono vincoli di bilancio che deprimono l’economia anche nel pretendere norme severe contro la corruzione, le mafie e la grande evasione fiscale, che pure hanno scavato la fossa, ad esempio, del debito pubblico italiano, chissà come sarebbero andate le cose. Forse sarebbe stata considerata un’indebita ingerenza politica; o forse un quadro normativo comune di questo tipo si sarebbe potuto facilmente approvare direttamente con il voto dai cittadini europei. Almeno in Italia, c’era molta fiducia nelle istituzioni europee: e in queste materie gli Italiani avrebbero delegato più volentieri che ai loro stessi politici. Sarebbe stato un passo importante verso gli Stati Uniti d’Europa, che invece oggi restano un’utopia. Forse se ne riparlerà: sempre che, tra qualche mese, esista ancora l’Europa.

    Andrea Giannini

  • Consulenza online, Gas e Luce: bollette pazze, utenti impazziti

    Consulenza online, Gas e Luce: bollette pazze, utenti impazziti

    In Italia esiste un organismo, l’A.E.E.G., ossia l‘Autorità per l’energia elettrica ed il gas. Meno male, direbbe qualcuno… Pensa se non ci fosse!

    Che cosa succede se ricevete a casa una bolletta del gas o della luce che contiene errori, vizi o, peggio ancora, contiene importi assurdi e/o non dovuti? L’utente medio si arma di santa pazienza, chiama il call center dedicato e spiega il suo problema… Al call center risponde l’operatore numero 418 che di nome fa Mario e risponde da Firenze; l’operatore dice all’utente che il problema verrà risolto in 48 ore con l’emissione di una nuova bolletta che annulla la precedente.
    Dopo due settimane l’utente riceve una raccomandata di sollecito di pagamento della bolletta incriminata; allora chiama nuovamente il call center, dove risponde Giuseppina da Napoli, la quale sostiene che non vi sono problemi, la pratica è già a posto.Passano altri due mesi e il Nostro riceve una raccomandata dal recupero crediti. Al call center Roberto da Roma lo insulta maleducatamente (esiste un insulto educato?). L’utente è esasperato, cerca di cambiare gestore, ma il nuovo gestore non può prendere in carico la sua utenza, poiché il vecchio gestore sostiene di avere un credito in sospeso…
    Quella appena raccontata è l’odissea di un moderno Ulisse che, navigando nei mari agitati della burocrazia, spesso finisce per naufragare; e, da buon Robinson Crusoe, si ritrova solo in un’isola sperduta di desolazione e frustrazione. Ulisse combatteva contro i Proci, il Nostro deve combattere contro un nemico non sempre identificabile.

    Ma gli rimane una strada: una lettera raccomandata da spedire presso la sede del gestore “incriminato”; se entro 40 giorni non riceve risposta o se la risposta risulta insoddisfacente, gli resta la possibilità del reclamo all’AEEG, la quale, in teoria, interviene e fa le verifiche del caso.
    E proprio il caso vuole che nel frattempo sia passato un anno…

    Alberto Burrometo
    [foto di Diego Arbore]

    Per saperne di più sull’argomento trattato, ma anche per fare domande o richiedere consulenze di ogni genere, per segnalazioni e informazioni scrivere a progetto.up@gmail.com oppure direttamente a redazione@erasuperba.it. Alberto Burrometo, presidente dell’associazione Progetto Up, è a vostra disposizione.

  • MF Gallery, un progetto artistico fra New York e la Maddalena

    MF Gallery, un progetto artistico fra New York e la Maddalena

    MF Gallery, Genova e New YorkMartina Secondo e Frank Russo sono i due giovani galleristi che gestiscono la MF Gallery di Vico dietro il Coro della Maddalena. Lei è genovese di nascita e americana d’adozione, lui è nativo degli Stati Uniti d’America, insieme hanno inaugurato la galleria nel 2009. Ma il loro esordio risale al 2003, quando aprono la prima sede, gemella di quella genovese, a New York. Oggi vivono tra la Grande Mela e la nostra città, portando avanti questo originale doppio progetto.

    La vostra storia in breve: a poco più di vent’anni avete dato vita a una galleria d’arte a N.Y. Ho letto che oggi è tra le più importanti della Grande Mela per quanto riguarda le correnti artistiche da voi trattate. In Italia a vent’anni sei considerato un ragazzino o poco più e ottenere fiducia da banche e istituti di credito per un simile progetto è una chimera…c’è davvero tutta questa differenza tra un paese e l’altro? Come è stata la vostra esperienza?

    «Siamo tutti e due cresciuti a New York, ma abbiamo studiato al California Institute of Art dal 1988 al 2002. Quando siamo tornati nella Grande Mela, ci siamo accorti della mancanza di un certo tipo di arte – il Low Brow/Pop Surrealism – che interessava a noi, molto più conosciuta e valorizzata nella West Coast. Essendo tutti e due artisti, abbiamo deciso da un lato di aprire uno spazio per esporre i nostri lavori e quelli dei nostri colleghi, dall’altro di lavorare nel frattempo con artisti già più noti in questa corrente artistica».

    Aperta la sede di N.Y. nel 2003, avete inaugurato a Genova, nel quartiere della Maddalena, nel 2009. Due realtà antitetiche: una metropoli tra le più importanti e dinamiche al mondo la prima, una città al confronto minuscola, che fa fatica a rinnovarsi e a portare novità la seconda. Eppure avete scelto Genova e non Milano o Roma per la seconda sede. Perché?

    «Martina è nata a Genova. Abbiamo molti parenti e amici in questa città in cui tornavamo spesso per le vacanze. Quando si è liberato un piccolo magazzino accanto al ristorante “I Tre Merli” di proprietà della famiglia di Martina, abbiamo colto l’occasione per rimetterlo a nuovo e aprire la sede genovese. Genova è una città vecchia ma anche con molti giovani, e ci sembrava pronta per recepire anche il “nuovo”».

    Come si conformano le due gallerie alle due città? Quali i punti in comune, se ce ne sono, quali le differenze? Artisti ospitati a N.Y. vengono messi in mostra anche a Genova e viceversa, o ci sono divisioni nette tra le esposizioni?

    «L’esperienza di aprire le due gallerie è stata stranamente simile, nel senso che in tutte e due le città abbiamo introdotto uno stile di arte nuovo. A New York nel 2003 non erano molte le gallerie che esponevano Low Brow/Pop Surrealism. E a Genova nel 2009 (come pure nel resto d’Italia!) era una novità assoluta. Avere una galleria su ciascun lato dell’oceano è positivo e molto interessante: ci ha fatto conoscere collezionisti internazionali sia da una parte che dall’altra, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare artisti italiani ed esporre i loro lavori anche a New York e viceversa, importando a Genova artisti americani e facendoli amare al pubblico italiano».

    Quanto si discosta il pubblico newyorkese da quello genovese?

    «La gente che apprezza questo tipo di arte è abbastanza simile sia in Italia sia in America. I collezionisti di questo genere amano il rock, i tattoos, i fumetti, i toys e tutto ciò che è generalmente considerato alternative. È una sottocultura che attraversa le frontiere!»

    Avete aperto la sede genovese a crisi già cominciata. In Italia la cultura è sempre la prima “voce di spesa” a subire tagli nei bilanci pubblici. Anche oltreoceano è così?

    «Purtroppo anche in America, forse ancora più che in Italia, sono i programmi artistici a subire i primi tagli! Nonostante questo, gestire una galleria ed essere artista è qualcosa che non si può fare solamente a scopo di lucro. Va fatto prima di tutto per passione».

    Siete artisti voi stessi, oltre che galleristi, e sul vostro sito si legge che il filone cui afferite coi vostri lavori e con il vostro impegno di galleria è il Pop Surrealism/Underground Pop Art. Di cosa si tratta precisamente?

    «Il Pop Surrealism/Underground Pop Art/Lowbrow Art è il primo vero movimento artistico del nuovo millennio. Affonda le radici nella cultura californiana degli anni ’50 e ’60, con le macchine “hot rods”, nella cultura skate e surf, nei fumetti underground di quei tempi e, come già detto, prende ispirazione anche dal mondo dei tattoos, dei giocattoli, dei cartoni animati».

    Le opere che ospitate sembrano sempre veicolare una fortissima inquietudine, una sorta di senso di distruzione: corpi lacerati, figure consumate, un sentore di apocalisse negli sfondi e nelle ambientazioni… quale messaggio si vuole trasmettere?

    «L’arte che esponiamo usa immagini forti per scuotere e provocare il pubblico, obbligarlo a vedere le cose in modo diverso. Come ai tempi dei film proiettati nei drive in, i mostri e le immagini spaventose servono per divertirsi in modo alternativo e un po’ ribelle. Molti artisti sono influenzati dal punk e dall’heavy metal, dai film horror, e questo emerge chiaramente nelle loro opere».

    Quali sono i progetti futuri per la sede genovese?

    «Nella sede genovese vogliamo dedicarci a presentare personali di artisti italiani, soprattutto genovesi, pur continuando ad allestire collettive con artisti americani e di tutto il mondo».

    Claudia Baghino

  • Triora, Ghost tour: percorsi guidati sulle tracce delle streghe

    Triora, Ghost tour: percorsi guidati sulle tracce delle streghe

    Autunno Nero Ghost Tour: al via la prima edizione di un originale percorso guidato nel borgo di Triora, tra storie e leggende narrate dagli storytellers, odierni menestrelli che accompagnano il turista in un luogo antichissimo famoso soprattutto come “paese delle streghe”.

    Il piccolo paesino di Triora, inerpicato a 780 m d’altezza sui monti imperiesi, è inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia e dal 2007 vanta la Bandiera Arancione del Touring Club (analoga alla Bandiera Blu delle località marine, ma conferita a piccoli comuni dell’entroterra che offrono servizi e accoglienza di qualità); dai più conosciuta per una pagina di storia tanto famosa quanto triste, il sanguinoso processo alle streghe del 1587, Triora affonda le radici delle sue origini molto più indietro nel tempo, in un primo insediamento dei Liguri Montani, poi sottomessi dai Romani.

    Su questi e altri fondamentali episodi della storia triorese si articola l’iniziativa promossa dall’associazione culturale Autunno Nero, che organizza, a partire dal 16 giugno ogni sabato e per tutta l’estate, il Ghost Tour, percorso a piedi attraverso gli stretti ripidi vicoli, tra chiese, cimiteri e rovine, raccontando passo dopo passo le storie che hanno segnato il paese nei secoli: «Si parte dalle reminescenze dei Liguri, primi abitanti della zona, per passare alle storie sul periodo romano, all’invasione saracena, al terremoto….non solo streghe, quindi – dice Ginevra Mattone, segretaria dell’associazione – ma uno sguardo di più ampio respiro sulla storia di Triora».

    La peculiarità dell’iniziativa è il modo in cui la visita viene proposta ai turisti: delle attrici conducono attraverso il percorso recitando le storie secondo un vero e proprio copione. Queste figure sono le cosiddette storytellers, lemma inglese oggi in voga che altro non vuol dire che (restando più fedeli alla suggestiva atmosfera medievale del borgo e dei suoi racconti) menestrelli, cantastorie. Niente di ciò che viene “cantato” è frutto di invenzione: ogni informazione è basata su ricerche d’archivio e fonti letterarie verificate su cui sono elaborati i copioni.

    A richiesta può essere aggiunta al percorso una tappa ulteriore alla chiesa di San Bernardino, poco fuori l’abitato, caratterizzata da affreschi tragico-grotteschi, con demoni che squartano e mutilano le anime dannate. L’associazione Autunno Nero prepara inoltre un appuntamento speciale il 7 luglio: un incontro sul tema dei fenomeni paranormali con la squadra ligure Paranormal Investigation Taggia, affiliata alla Ghost Hunters Team.
    Tutte le visite partono in orario serale in due tranches da 35 persone al massimo, 22.00 e 22.45; il percorso dura all’incirca un’ora e sono consigliati calzature e abiti comodi.

    L’iniziativa è patrocinata dalla Regione Liguria, dalle Province di Genova e Imperia, dai Comuni di Genova e Dolceacqua.
    Un’ultima curiosità: chi volesse può partecipare, fino al 30 giugno, al contest di Autunno Nero su Facebook “Scream Queen and King Contest”, una competizione che premia il più convincente urlo di terrore.
    Per tutte le informazioni sulle visite e il contest visitare www.autunnonero.com oppure autunnonerofest su Facebook.

    Claudia Baghino

  • Istituto Idrografico della Marina: porte aperte ai visitatori

    Istituto Idrografico della Marina: porte aperte ai visitatori

    Porto di Genova, Istituto Idrografico della Marina
    Foto dell'Istituto Idrografico della Marina

    L’Istituto Idrografico della Marina organizza giovedì prossimo, 21 giugno, una giornata a porte aperte per consentire ai visitatori, genovesi e non, appassionati o semplicemente curiosi, di vedere cosa si fa all’interno dello storico istituto genovese che da 140 anni ha la sede nazionale presso il Forte San Giorgio.

    Durante la visita sarà possibile assistere a tutte le fasi produttive dell’Organo Cartografico dello Stato che conduce il rilievo sistematico dei mari italiani per la produzione della documentazione nautica, sia tradizionale che in formato elettronico, e cura la diffusione delle informazioni  in ambito nazionale e internazionale, per garantire la sicurezza della navigazione. Dalla presenza di relitti o di nuove costruzioni lungo la costa sino alle più piccole variazioni dei fondali, dati di fondamentale importanza per i navigatori, in un ambiente in continuo mutamento.

    Per i rilevamenti l’Istituto Idrografico si avvale di navi idro-oceanografiche della Marina Militare dotate di strumenti sofisticati e di ultima generazione come ecoscandagli a ultrasuoni che raccolgono i dati batimetrici utili per la mappatura della conformazione dei fondali marini, ma anche GPS differenziali e sonar a scansione laterale. Appositamente per l’occasione, giovedì verranno esposti alcuni strumenti storici che bene si sposeranno con lo scenario suggestivo dell’antico forte genovese.

    Il possibile trasferimento dell’Istituto in una sede più moderna, diventa un motivo in più per partecipare all’open day. Si accede al forte da Passo dell’Osservatorio (nel forte ebbe sede per diversi anni l’Osservatorio Astronomico genovese) a pochi metri da via Napoli e l’orario di apertura previsto è dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 16.30.

    Per maggiori informazioni contattare l’Istituto all’indirizzo mail iim.sre@marina.difesa.it o al numero 0102443274.

     

  • La storia delle Olimpiadi in pillole, tutte le edizioni dal 1896 al 2008

    La storia delle Olimpiadi in pillole, tutte le edizioni dal 1896 al 2008

    Il 2012, anno ricco di avvenimenti sportivi, avrà il suo culmine tra il 27 luglio ed il 10 agosto in quel di Londra, dove si svolgerà la 30° edizione delle Olimpiadi moderne. Mentre la Regina Elisabetta festeggerà i 60 anni di regno, Londra ospiterà per la 3° volta i giochi a 5 cerchi (le precedenti edizioni furono nel 1908 e nel 1948). Ecco la storia in pillole delle Olimpiadi moderne, edizione per edizione…

     

    ATENE 1896

    Il ripristino del mito dei giochi di Olimpia nell’antica Grecia, fu innanzitutto del Barone Pierre De Coubertin nel giugno 1894. Al termine del Congresso Internazionale di Parigi fu deciso che nel 1896 ad Atene si sarebbe svolta la 1° Olimpiade dell’ era moderna. La manifestazione si svolse dal 6 al 12 di aprile; vi parteciparono 13 nazioni ( l’ Italia no ) per un totale di 285 atleti. Nel medagliere i greci conquistarono il maggior numero di titoli ( 10 ori, 17 argenti, 19 bronzi ). Gli Stati Uniti vinsero più medaglie d’ oro (11 ori, 7 argenti, 2 bronzi ). Nella gara simbolo delle Olimpiadi, la maratona, ispirata al mito del messaggero Filippide ( che percorse 42 km e 195 m per annunciare la vittoria ateniese sui persiani ) il successo fu del greco Spiridon Louis, che divenne in breve tempo un eroe nazionale, diventando il primo atleta simbolo delle Olimpiadi moderne. Il Comitato Olimpico Internazionale dopo aver valutato l’opportunità di fare della capitale ellenica la sede fissa della manifestazione, optò per una scelta itinerante con cadenza quadriennale dei giochi a 5 cerchi, e quindi nel 1900 la 2° edizione si sarebbe svolta a Parigi.

     

    PARIGI 1900

    Quella parigina fu un edizione molto lunga e travagliata con ” molti intenti ma nulla di olimpico ” ( così sentenziò De Coubertin a conclusione della stessa ). Si gareggiò dal 20 maggio al 28 ottobre e ci vollero più di due anni per distribuire le medaglie, con gare ufficiali riconosciute ed altre dimostrative e di contorno. Nelle 20 nazioni partecipanti per 1066 atleti complessivi, ci fu anche l’ Italia, che portò a casa le prime medaglie olimpiche( 2 ori e 2 argenti ) divise tra scherma ed equitazione. La Francia dominò il medagliere conquistando 100 medaglie ( 25 ori, 41 argenti, 34 bronzi ) più del doppio della nazione seconda per podi conquistati : gli Usa ( 19 ori, 14 argenti, 14 bronzi ). Se nella prima edizione si esaltò il vincitore della maratona Spiridon Louis, Parigi applaudì le imprese dell’ americano Ewry Ray soprannominato l’ uomo caucciù ‘ visto che in gioventù fu colpito dalla poliomelite e che nonostante ciò fu in grado di vincere l’ oro nel salto in lungo e nel salto triplo da fermo. La 3° edizione, la prima oltreoceano, si sarebbe disputata a S. Louis negli Stati Uniti.

     

    S. LOUIS 1904

    La transvolata, la distanza, i costi ed anche un certo ostruzionismo fecero si che molte nazioni più che rinunciare dovettero dare forfait alla manifestazione statunitense ( Italia compresa )e quindi presenziarono solo 496 atleti di cui 432 americani. Gli atleti a stelle e strisce vinsero 77 ori 81 argenti e 78 bronzi, lasciando 41 medaglie complessive alle altre nazioni presenti. Tra gli atleti, da menzionare le prestazioni dell ‘americano Archie Hahn che vinse nell ‘atletica i 60, i 100 e i 200 metri piani; quest’ultimi vinti con il tempo di 21″6 che resterà record del mondo fino alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932. Tre vittorie anche per Harry Hillman ( 400m,200m ostacoli e 400m ostacoli ) e per il 22-enne Lightbody ( 800m,1500m e 2500 siepi ). << L’uomo caucciù >>, Ewry Ray si confermò nel salto in lungo da fermo. Nel 1908 si tornerà in Europa per la 4° Olimpiade moderna.

     

    LONDRA 1908

    Il congresso di Bruxelles del C.I.O nel 1905 assegnò i giochi olimpici a Roma su firti pressioni di De Coubertin ,ma il nostro governo con l’onorevole Giolitti in testa era contrario e quindi si dovette scegliere un’ altra sede che fu Londra. Le gare in programma daL 13 al 25 Luglio ,in realtà si svolsero da Aprile ad Ottobre,con l’ormai solita presenza di gare dimostrative. Le nazioni partecipanti furono 22 ed i padroni di casa britannici conquistarono 145 medaglie (56 O.51A.38B.) contro le 47 americane. L’ Italia vinse 2 ori e 2 argenti chiudendo nona nel medagliere. L’episodio più celebre è legato al fornaio di Carpi , Dorando Petri, che nella maratona giunse stremato e barcollante sul traguardo di una gara in cui era capoclassifica ma dove ormai stentava a restare lucido e cosciente;fu aiutato dal giudice Andrews a tagliare la linea di fine maratona, crollando esanime subito dopo. Petri lottò tra la vita e la morte per 24 ore, dopo essere stato trasportato in ospedale e la sua vittoria fu vana; infatti fu squalificato dopo il reclamo dell’americano Hayes,ma divenne un eroe per la sua mancata impresa. La Regina Alessandra gli donò una coppa d’oro e la sua popolarità varcò i confini nazionali procurandogli gloria e riconoscimenti. Si tenne poi un pranzo ufficiale, nel corso del quale il barone De Coubertin, in un discorso, lesse una frase divenuta il più famoso marchio di una competizione sportiva : << L’ importante in queste gare non è vincere ma partecipare >>, frase pronunciata la domenica precedente a una cena cui partecipò il barone De Coubertin e venne pronunciata dall’ Arcivescovo della Pennsilvania e non dallo stesso creatore delle Olimpiadi moderne come tanti credono.

     

    STOCCOLMA 1912

    La 5° edizione dei giochi olimpici moderni ,fu disputata nella capitale svedese, e venne all’unanimità applaudita per la perfetta organizzazione guidata dal buon Sigfrid Edstrom. Le gare si svolsero tra il 6 e il 15 luglio. Presenziarono 2541 atleti tra cui 57 donne,per la prima  volta presenti ai giochi (anche se in maniera semi clandestina alcune atlete presenziarono anche nelle prime edizioni). 28 le nazioni presenti,tra cui la nostra che conquistò 3 ori 1 argento e 2 bronzi,  con il già famoso Alberto Braglia ginnasta ed il 18-enne schermidore Nedo Nadi sugli scudi. La Svezia conquistò il maggior numero di medaglie(65) mentre gli Usa portarono oltre oceano più ori di tutti (25). Americano era anche l’atleta simbolo di Stoccolma 1912 il 23-enne pellerossa Jim Thorphe ,oro nel pentlathon e nel decathlon premiato personalmente dal monarca svedese Gustavo che lo definì << il più grande atleta  del mondo >>. Purtroppo per un indagine interna statunitense Thorphe  fu accusato di professionismo, violando il dilettantismo che vincolava gli atleti dei giochi a 5 cerchi,e costretto a restituire le 2 medaglie. Ricevette la solidarietà dello stesso De Coubertin ma non vi fu modo di  riavere i 2 ori , neanche negli anni seguenti. A Thorphe dedicarono anche un film <<Il gigante dello stadio >> con Burt Lancaster nel suo ruolo. Nel 1916 si sarebbe dovuto gareggiare a Berlino, ma ovviamente il conflitto mondiale rese impossibile la disputa delle Olimpiadi, si sarebbe ripreso a gareggiare nel 1920 sempre in Europa.

     

     

    ANVERSA 1920

    A due anni dalla conclusione del primo conflitto bellico,si riprese a disputare le Olimpiadi,come sede fu scelta Anversa,città belga.Presenti 29 nazioni che sfilarono per la cerimonia ufficiale davanti al Re Alberto.Il medagliere fu dominato dagli U.S.A.(41 Ori,27 Argenti;27 Bronzi),mentre il Belgio padrone di casa conquistò il 5° posto,nel computo totale(14 Ori;11 Argenti;11Bronzi).Fu un edizione florida di medaglie anche per la  nostra Nazione,che laureò 13 campioni olimpici,abbinati a 5 Argenti e 6 Bronzi. Ugo  Frigerio ,vinse i 3 Km ed i 10Km di marcia;la scherma con Nedo Nadi,stella assoluta,permise la solita incetta di allori limpici. Si vinse anche nel ciclismo,nel canottaggio,nei pesi,negli sport equestri e nella ginnastica. Un bronzo ,giunse  anche nella gara di tiro alla fune.Tra gli atleti,si posero all’attenzione,l’americano Charles Paddock,come migliore velocista a stelle e strisce degli anni venti,ed il grande finlandese Paavo Nurmi,che sarà protagonista anche nelle successive Olimpiadi (saranno infatti 9 i suoi Ori,tra Anversa 1920 e Parigi 1924).

     

    PARIGI 1924

    Si tornò a Parigi,dopo l’edizione del 1900,ed il numero delle nazioni presenti aumentò fino a 45,sopratutto europee.Gli atleti furono 3092(136 donne)e le gare furono distribuite tra maggio e luglio.Gli sportivi americani sfiorarono le 100 medaglie(45 Ori;27 Argenti;27 Bronzi),ed al secondo posto come “metalli pregiati” si piazzò la Finlandia(14-13-10) con Nurmi trascinatore dei finnici. Per la nostra nazione,8 ori,3 argenti e 5 bronzi,che fruttarono il 5° posto finale nel medagliere. La nazionale di calcio fu affidata a Vittorio Pozzo,il futuro C.T. dell’Italia,campione del mondo,nel 1934 e nel 1938,ma fu eliminata dalla Svizzera. Nel nuoto s’impose all’attenzione generale,un atleta americano Johnny Weissmuller,che divenne poi famoso,interpretando il ruolo di Tarzan al cinema.Da segnalare che nel 1924 cominciarono anche le Olimpiadi  invernali,con sede Chamonix,dedicata agli sport del ghiaccio, l’anno dopo il barone De Coubertin, passava il ruolo di presidente C.I.O. a Henrry De Baillet-Catour.

     

    AMSTERDAM 1928

    Si svolsero dal 28 luglio al 12 agosto,le Olimpiadi in terra d’Olanda;alla cerimonia d’apertura venne istituita la procedura,tuttora  vigente,in cui la Grecia sfila per prima ,e le altre nazioni a seguire in ordine alfabetico,e venne acceso con la fiaccola il braciere Olimpico,attivo per l’intera durata della kermesse dei giochi a 5 cerchi,3015 gli atleti presenti,290 delle quali donne,con 46 nazioni partecipanti. L’Italia conquistò 7 Ori;5 Argenti;7 Bronzi,conquistando il 5° posto assoluto nel medagliere,con gli  Stati Uniti davanti a tutti (22 Ori;18 Argenti;16 Bronzi). Nel torneo di calcio vinto  dall’Uruguay ci classificammo terzi rivelando alcuni elementi che formeranno in seguito  l’ossatura della squdra che avrebbe vinto i mondiali  di calcio del 1934(Combi,Rosetta,Callegaris,Schiavo).Weissmuller si ripetè nel nuoto(100Mt),mentre nel salto triplo  con la misura  di 15m e 21 cm, Mikio Oda,regalò al Giappone la prima vittoria olimpica.Nel 1932 si sarebbe attraversato l’oceano per gareggiare negli Stati Uniti,28 anni dopo Sant Louis con sede Los Angeles.

     

    LOS ANGELES 1932

    Si tornò negli USA,  come già annunciato,in un America ancora con i postumi della crisi economica del 1929,ma sempre pronta a cavalcare il  business dell’ evento, creando anche un villaggio olimpico ad hoc ,specie per gli atleti maschi. Si gareggiò dal 30 Luglio al 14 Agosto e pur essendo trascorsi 28 anni da St. Louis 1904, la distanza ed i costi fecero si che gli atleti  furono solo 1048 (127 donne)rispetto agli oltre 3000 di Amsterdam1928.Fu, come spesso degli Stati Uniti il primo posto nel medagliere con oltre 100 medaglie vinte (41 ori 32 argenti 30 bronzi), ma con gran soddisfazione ,dietro agli americani fu l’Italia a vincere più”trofei”(12 o. 12 a. 12 b.)Grande risalto ebbe la vittoria nei 1500 m piani di Luigi Beccali. Tra gli atleti si segnalarono lo statunitense Eddie Tolan ,che vinse i 100 e i 200 m piani , il finlandese Jarvinen, dominatore nel lancio del giavellotto e nelle gare del gentil sesso la 18-enne texana Mildred “Babe” Didrikson che fece suoi gli 80 m ostacoli ed il lancio del giavellotto,stabilendo in entrambi i casi il record olimpico e mondiale.Fu squalificata invece con una decisione discutibile nel salto in alto, altrimenti il suo carnet sarebbe aumentato ulteriormente.Furono squalificati per professionismo il francese Ladoumegue ed il leggendario finlandese Paavo Nurmi. Quest’ultimo venne invitato ed inserito  nei partecipanti alla Maratona ,ma non gli fu permesso di partire (!)  Nel 1936 si sarebbe ritornati in Europa e più precisamente a Berlino.

     

    BERLINO 1936

    La Germania ospitò le gare della XI Olimpiade, in una nazione ormai assoggettata alla dittatura hitleriana, con simboli nazisti in tutta Berlino e con il Fuhrer e i suoi gerarchi pronti a lasciare lo stadio per non applaudire e premiare atleti di colore e di stati considerati inferiori. L’ edizione fu comunque molto ben organizzata e la regista Leni Riefensthal girò un film a riguardo di Berlino 1936. Gli atleti( 4069 di cui 328 donne ) in rappresentanza di 49 nazioni sfilarono il 1° agosto per la cerimonia di apertura. Il medagliere arrise alla Germania ( 33 ori, 26 argenti e 30 bronzi ) davanti a Usa, Ungheria ed Italia ( 8 ori, 9 argenti e 5 bronzi ). La bolognese Trebisonda ‘Ondina’ Valla vinse gli 80 metri ostacoli; nella scherma brillammo come al solito e nel calcio battemmo in finale l’ Austria 2-1 guidati da Vittorio Pozzo e trascinati dall’ occhialuto Annibale Frossi autore della doppietta decisiva. L’ atleta simbolo di Berlino 1936 fu, comunque, l’ americano di colore Jesse Owens, nativo dell’ Alabama e capace di conquistare 4 ori tra gare di velocità e salto in lungo. Si narra che Hitler  per non complimentarsi con Owens, abbandonò lo stadio, ma il pubblico fece del grande Jesse un beniamino, applaudendo le sue imprese. Uno smacco per il Fuhrer che in terra germanica lo sportivo più ammirato sia stato un afroamericano. Quasi a chiudere un cerchio, Berlino fu l’ ultima Olimpiade disputata prima del secondo conflitto mondiale. Si sarebbe tornato a gareggiare nel 1948 a Londra. Intanto il 2 settembre 1937 moriva per una crisi cardiaca il barone Pierre de Coubertin, colui che aveva ripristinato i giochi a 5 cerchi e 1° presidente del C.I.O.

     

     

     

    LONDRA 1948

    Dopo la II Guerra mondiale, il neopresidente C.I.O Sigfried Edstrom assegnò i giochi a Londra, 40 anni dopo l’ edizione del 1908, quella di Dorando Petri. Le macerie post conflitto erano presenti ovunque e la parola d’ ordine fu: austerity; con il divieto per il comitato organizzativo di costruire nuovi impianti. Assenti per motivi comprensibili Germania e Giappone, furono 59 gli stati presenti, per un totale di 4383 atleti. La cerimonia d’ apertura si tenne il 29 luglio, alla presenza del re Giorgio VI, il padre di Elisabetta II. Nel medagliere Stati Uniti davanti a tutti ( 38 ori, 27 argenti e 19 bronzi ), precedendo Svezia, Francia e Ungheria. Per l’ Italia 5° posto, frutto di 8 ori, 11 argenti e 8 bronzi. Adolfo Consolini vinse nel lancio del disco; mentre tra gli atleti di altre nazioni si evidenziarono, l’ufficiale cecoslovacco Emil Zapotek che domina i 10000 metri, la olandese Fanny Blankers-Koen, vincitrice di 4 medaglie e il finnico Rautavaara, 1° nel lancio del giavellotto. Nella maratona, vinta dal corridore argentino Delfo Cabrera, il francese Gailly visse un finale di gara come il nostro Petri ( sempre in quel di Londra ), conclusosi fortunatamente senza gravi conseguenze,finendo in ospedale, completamente stravolto, dopo aver tagliato il traguardo.

     

    HELSINKI 1952

    La XV Olimpiade dell’ era moderna, si svolse in Scandinavia, più precisamente in Finlandia e venne inaugurata il 19 luglio dal Presidente Paasikivi. L’ ultimo tedoforo fu Paavo Nurmi, che sfilò con la fiaccola sotto la sua statua eretta nello stadio Olimpico; 18 sport presenti con 5867 atleti in rappresentanza di 69 stati. Tornarono a gareggiare anche sportivi russi e rientrarono tedeschi e giapponesi. Americani davanti a tutti nel carnet finale ( 40 ori, 19 argenti e 17 bronzi ),poi a seguire Urss, Ungheria e Svezia. Per gli azzurri 8 ori,9 argenti e 4 bronzi. Per il 5° medagliere assoluto, in una ipotetica classifica, i Mangiarotti nella scherma e Dordoni nella marcia( 50 km ), conquistarono grandi vittorie, ma salimmo sul podio più alto anche in gare di pugilato, ciclismo e vela. Nel nuoto giunse in semifinale dei 100 metri stile libero il 1° connazionale sceso sotto il minuto sulla distanza, il napoletano Carlo Pedersoli; in seguito divenuto il famoso attore Bud Spencer di tanti film pieni di sganassoni e umanità. L’ Ungheria trascinata dall’ossatura della Honved Budapest dominò il torneo di calcio ( 2-0 in finale sulla Jugoslavia ). L’ icona assoluta di Helsinki 1952 fu, senza ombra di dubbio, il cecoslovacco Zapotek, già protagonista a Londra 1948, vincitore con ampio margine dei 5000 e dei 10000 metri e della maratona. Il 1952 salutò l’ elezione alla presidenza C.I.O dell’ americano Avery Brundage. Nel 1956 la terza Olimpiade extraeuropea condurrà gli atleti in Oceania.

     

    MELBOURNE 1956

    Dopo aver disputato tutte le olimpiadi in Europa, tranne che nel 1904 e nel 1932 quando si gareggiò in Nord America, vennero finalmente calcati nuovi lidi. Non potendo disputare le gare in Africa ed in Asia per problemi innanzitutto organizzativi, la XVI Olimpiade si svolse in Australia, nella città di Melbourne, tra il 22 novembre e l’ 8 dicembre, visto che nel periodo estivo europeo in Australia c’è un clima opposto e quindi rigido, essendo posizionata nell’ altro emisfero. Più che per motivi logistici come nei casi S. Louis e Los Angeles, furono alcune questioni politiche ed economiche a far si che alcune nazioni rinunciassero a partecipare. Filippo di Edimburgo, marito di Elisabetta II, diede il via alla kermesse con 67 Stati presenti, per un totale di 3183 atleti. L’ Urss raccolse 37 ori, 29 argenti e 32 bronzi; gli Stati Uniti furono i migliori dopo i sovietici ( 32 ori, 25 argenti e 17 bronzi ). Buono fu anche il comportamento dei padroni di casa australiani che conquistarono 35 medaglie, per l’ Italia 8 ori, 8 argenti e 9 bronzi, Ercole Baldini vinse la gara nel ciclismo su strada, mentre la scherma ci regalò al solito grandi risultati, con il podio completo nella spada individuale: 1° Pavesi, 2° Delfino e 3° Edoardo Mangiarotti. Il russo Vladimir Kuts vinse i 5000 e i 1000 metri, mentre la maratona arrise al franco-algerino Alain Minoun. Nel 1960 si tornerà in Europa per la disputa della XVII Olimpiade, e precisamente in Italia, nella capitale, Roma.

     

    ROMA 1960

    Si svolse dal 25 agosto all’ 11 settembre con numeri da record la ‘nostra’ Olimpiade : 84 nazioni, 5915 atleti, 5337 partecipanti, 651 atlete donne. Molti impianti furono costruiti e diversi altri riadattati. Il giuramento fu letto da Adolfo Consolini, ex olimpico azzurro. Nel medagliere, alle spalle delle due nazioni-guida ( Urss ed Usa ) arrivò l’ Italia. Conquistammo 36 podi frutto di 13 ori, 10 argenti e 13 bronzi. Molteplici le storie e i protagonisti di Roma 1960. Nei 100 metri vinse il tedesco Armin Hary, nei 200 metri il torinese Livio Berruti, 23-enne strabiliò vincendo in 20” e 5′, stabilendo anche il record del mondo e conquistando le pagine d’ apertura anche dei giornali non sportivi. Gli Usa si rifecero nei 400 metri con Otis Davis, dopo le batoste dei 100 e 200 metri. Negli 800 metri il ‘ kiwi ‘ Peter Snell beffò il belga Roger Moens, mentre nei 1500 il grande Heribert Elliot, australiano, vinse con 2” e 8 di vantaggio sul francese Jazy. Dopo 25 anni crollò il record del salto in lungo di Jesse Owens, con Robertson che ‘ volò ‘  a 8,21 metri, mantenendo il marchio statunitense come primatista del record del mondo. I russi, come grandi protagonisti, presentarono lo schermidore Victor Zhdanovich, il ginnasta Boris Shakhlin e nel sollevamento pesi Jury Vlasson, che stabilì il nuovo record del mondo con 537,5 kg. Nelle gare femminili copertina d’ obbligo per la ‘ gazzella  del Tennesse ‘ Wilma Rudolph vincitrice di 3 medaglie d’ oro nei 100-200-4 x 100 metri piani. I fratelli Raimondo e Piero D’ Inzeo furono primo e secondo nel concorso del salto ad ostacoli individuali, montando i cavalli Posillipo e The Rock. Nel pugilato il titolo dei mediomassimi andò al diciottenne americano Cassius Clay ( in seguito Muhammad Alì ). La storia più bella, comunque, fu quella della maratona, che fu disputata in serata partendo dal Campidoglio e arrivando sotto l’ Arco di Costantino, in una Roma meravigliosamente illuminata. Vinse l’ etiope Abebe Bikila che vinse correndo a piedi nudi, incantato mentre tagliava il traguardo. Fu una grande Olimpiade, quella romana e la stessa economia nazionale ne ebbe beneficio, mentre è di recente bocciatura da parte dell’ attuale governo Monti la candidatura per le Olimpiadi del 2020, in un’ Italia più preoccupata da altre faccende. Nel 1964 un nuovo continente ospiterà per la prima volta i giochi olimpici.

     

    TOKYO 1964

    Il 6 maggio 1963, in una clinica di Losanna, moriva Marie Rothan, 101-enne, moglie del barone De Coubertin, mentre l’ anno dopo l’ Asia ospitava per la prima volta le olimpiadi con sede Tokyo ( Giappone ). Al solito, nonostante tanto celebrato spirito olimpionico, ci furono alcune rinunce o esclusioni per motivi politici e diplomatici ( Indonesia, Corea del Nord e Sud Africa ). Presenziarono 94 nazioni per un totale di 5541 atleti. Davanti a tutti nel medagliere gli Usa ( 36 ori, 26 argenti e 28 bronzi ), mentre i russi conquistarono il maggior numero di medaglie ( 96 ). I padroni di casa giapponesi laurearono 16 campioni olimpici, mentre i nostri atleti vinsero 27 metalli pregiati ( 10 ori, 10 argenti e 7 bronzi ). La Germania partecipò per l’ ultima volta come nazione singola, dal 1968 al 1988 saranno presenti Germania Est e Germania Ovest, divise dal muro di Berlino e non solo. L’ America vinse 21 trofei solo nell’ atletica leggera, con Bob Hayes vincitore dei 100 metri, Henry Carr dei 200, Mike Carrabee dei 400, Bob Schul dei 5000 e William Mils dei 1000 metri; quest’ultimo con una strepitosa volata finale. Il neozelandese Peter Snell, già conosciuto in quel di Roma dominò 800 e 1500 metri. Lo “zar” russo Valery Brumer vinse il salto in alto mentre Al Oerter ( Usa ) conquistò il terzo ‘alloro’ olimpico consecutivo. Joe Frazier ( Usa ) , lo storico rivale di Alì, recentemente scomparso, vinse l’ oro nel pugilato, categoria pesi massimi. Per l’ Italia da segnalare le imprese di Abdon Pamich, vincitore nei 50 km di marcia, il ginnasta Franco Menichelli, oro nel corpo libero, argento negli anelli e bronzo nelle parallele e l’ argento nei tuffi di Klaus Dibiasi. La maratona fu rivinta dal grande Abebe Bikila, l’ etiope, questa volta con le scarpe, rifilò un notevole distacco all’ inglese Heatley e al giapponese Tsuburaya.

     

    CITTA’ DEL MESSICO 1968

    Fu un anno di grandi lotte interne in più di una nazione ( Italia compresa ) e anche l’ olimpiade messicana fu anticipata dagli scontri tra polizia e studenti, mettendo a rischio la disputa delle gare a 5 cerchi che alla fine partirono ugualmente. Si sfondò il tetto delle 100 nazioni partecipanti ( 112 ) per un totale di 6626 atleti. Gli Usa vinsero 45 ori, 28 argenti e 34 bronzi, davanti a Russia e Giappone,mentre per l’ Italia la kermesse messicana rese solo 3 ori, 4 argenti e 9 bronzi. Le problematiche razziali emersero nella premiazione dei 200 metri piani, con la clamorosa protesta dei colored americani Tommie Smith e Johon Carlos ( oro e brozo olimpici ) che salirono sul podio, senza scarpe, con calze nere, pugno chiuso levato in alto e coperto da un guanto nero per evidenziare ulteriormente il disagio etnico tra bianchi e neri, scatenando poi ulteriori proteste e polemiche. Tornando alle gare Bob Beamon vinse il salto in lungo con l’ incredibile balzo di 8,90 metri, record poi rimasto imbattuto per 23 anni, Al Oerter fece poker nella sua specialità ( lancio del disco ), vincendo il 4° oro consecutivo dopo Melbourne, Roma e Tokyo, mentre Dick Fosbury vinse nel salto in alto rivoluzionando la tecnica di salto e semipensionando il “ vecchio “ ventrale. Nel pugilato, nei massimi vinse l’ americano George Foreman, terzo futuro big ad imporsi, dopo Clay a Roma e Frazier a Tokyo. I nostri ori arrivarono nel canottaggio con il duo Baran e Sambo, timoniere Cipolla ), nel ciclismo con Vianelli e nei tuffi con Dibiasi che conquistò il primo dei suoi ori olimpici ( vincerà anche a Monaco 1972 e Montreal 1976 ). La maratona fu vinta ancora da un atleta etiope: Mamo Wolde, mentre Bikila si ritirò al 17esimo km.

     

    MONACO 1972

    Fu un edizione insanguinata quella tedesca. Il 5 settembre un gruppo di fedayn entra nel villaggio olimpico, nel quartiere degli atleti israeliani, uccide 2 persone, cattura 9 ostaggi e chiede il rilascio di 200 palestinesi e di 3 aerei per lasciare la Germania. Le trattative diplomatiche sono vane, con somme di denaro ingenti proposte a smuovere i terroristi. Poi nella notte tra 5 e 6 settembre il massacro con i tiratori scelti bavaresi che sparano con il bollettino finale di : 1 elicotterista, 1 poliziotto, 4 fedayn e tutti gli ostaggi morti. Gare sospese per un giorno, poi si riprese, ma in un edizione comunque ben organizzata ancora oggi Monaco 1972 è innanzitutto ricordata per la strage avvenuta. A livello sportivo 127 nazioni al via per 7015 atleti. Medagliere dominato dai russi ( 99 podi ) contro i 94 americani, mentre la Germania est conquista 66 medaglie contro le 40 della Germania ovest. Per l’ Italia 18 medaglie frutto di 5 ori, 3 argenti e 10 bronzi, un terzo dei quali negli sport acquatici, grazie ai tuffatori Di Biasi e Cagnotto e alla giovanissima padovana Novella Calligaris che conquista 1 argento e 2 bronzi. Il finlandese Lasse Viren vinse i 5000 e i 1000 metri. Tra l’ altro in quest’ultima gara cadendo a metà e rimontando fino al successo finale. Mentre l’ ugandese John Akiibua regalò 400 ostacoli il primo oro olimpico alla sua nazione con record del mondo annesso. Nella pallacanestro maschile, con l’ Italia quarta, i russi sorpresero in finale gli Usa grazie al canestro decisivo di Alexander Belov che sancì in mezzo ad innumerevoli proteste americane il 51 a 50 finale, nei 3 secondi finali assegnati dagli arbitri. Comunque l’ atleta simbolo rimane il nuotatore Usa Mark Spitz che vinse nel nuoto 7 ori, stabilendo anche  7 record del mondo, impresa superata poi 36 anni dopo a Pechino da un altro atleta a stelle e strisce : Michael Phelps. Nel 1976 l’ olimpiade si svolgerà a Montreal, in Canada.

     

    MONTREAL 1976

    Mentre il clima da guerra fredda aumentava il Canada ospitò la manifestazione olimpica. Fu un edizione caratterizzata dal forfait di diverse nazioni, per motivazioni principalmente politiche. Sfilarono nella cerimonia d’ apertura 92 nazioni, che a gare avviate videro il ritiro di Tunisia, Egitto, Marocco e Camerun. Inoltre dopo il dramma di Monaco1972, il servizio d’ ordine venne notevolmente ampliato con più di duecentomila militari impegnati.L’ Urss dominò il medagliere ( 49 ori, 41 argenti e 35bronzi ) davanti ai tedeschi dell’ Est e agli Usa; mentre la raccolta italiana fu solo di 2 ori, 7 argenti e 4 bronzi. Klaus Di Biasi fu ancora il migliore nei tuffi, mentre l’ altro oro giunse dalla scherma grazie al mestrino Fabio Del Zotto che sorprese lo zar Aleksandr Romankov. Tra i 7 argenti da menzionare quello di Sara Simeoni nel salto in alto femminile e nei tuffi maschili quello di Franco Cagnotto, il papà della bravissima Tania. L’ americano James Montgomery scese sotto i 50 secondi ( 49’99’’ ) nei 50 metri stile libero di nuoto,vinse altre 3 medaglie ( 2 ori nelle staffette, 1 bronzo nei 200 stile libero ), John Naber dorsista di ori ne vinse addirittura 4, mentre in campo femminile la Germania est conquistò 11 ori. Sempre nelle gare femminili ci fu l’ impresa della ginnasta rumena Nadia Comaneci, 1,53 m per 39 kg. La 15enne nata ad Onesti, vicino ai Carpazi, meritò in pedana 3 ori, 2 argenti e 1 bronzo, prendendo in 6 occasioni il voto 10 dai giudici. Nelle gare di atletica il finlandese Viren bissò i titoli di Monaco nei 5000 e nei 10000 metri, il cubano Alberto Juantorena vinse i 400 e gli 800 metri piani ( 1° atleta a riuscirci ) e l’ americano Edwin Corley Moses, mister 13 passi, dominò i 400 ostacoli con il tempo record di 47”64. Moses è stato uno dei più grandi dominatori nello sport di ogni genere: vinse tra il 1976 e il 1987 122 gare ( 107 finali ) consecutive, e in tutta la carriera 178 corse su 187, rivincerà nel 1984 a Los Angeles, mentre nel 1980 non partecipò. Nel 1990 fu 3° in una gara di Coppa del Mondo di bob a 2 con il connazionale Brian Shimer. Il pugile cubano Teofilo Stevenson riconquistò l’ oro nel pugilato ( e si ripeterà anche a Mosca 1980 ).

     

    MOSCA 1980

    Sia l’ Olimpiade moscovita che quella statunitense di Los Angeles 1984 saranno caratterizzate da un clima da “ guerra fredda “, e se a Mosca le nazioni del gruppo “ americano “ non parteciparono, la stessa situazione si verificherà nel 1984 con diverse nazioni del gruppo “ comunista “ facenti capo alla Russia assenti. 81 nazioni gareggiarono dal 19 luglio al 3 agosto e ben 61 boicottarono le gare. L Italia partecipò dopo varie polemiche interne con la bandiera a 5 cerchi, invece che quella tricolore e senza l’ inno di Mameli,sostituito con quello dei giochi. L’ Italia vinse 8 ori, 3 argenti e 4 bronzi mentre i padroni di casa sfiorarono le 200 medaglie complessive ( 195 in tutto ). Alle spalle dei russi, la Germania est con 126 medaglie, Pietro Mennea vinse i 200 metri piani, Sara Simeoni il salto in alto donne, Maurizio Damilano la 20 km di marcia, negli sport di squadra da segnalare l’ argento del basket maschile; Dino Meneghin e compagni furono superati dalla Jugoslavia dopo aver sorpreso in semifinale l’ Urss. Gli inglesi Ovett e Coe, con una rivalità pari a quella di Coppi e Bartali si spartirono 800 e 1500 metri piani, e il tedesco dell’ est Waldemar Cierpinsky riconquistò la maratona dopo Montreal 1976, eguagliando il grande Abebe Bikila. Come già segnalato, visto che rifiutò di diventare professionista, Stevenson conquistò il terzo oro consecutivo nel pugilato.

     

    LOS ANGELES 1984

    La 23° olimpiade dell’ era moderna, caratterizzata dal boicottaggio di molti paesi dell’ era comunista, partì il 28 luglio con 140 nazioni e 6796 atleti. L’ America maestra dello show business organizzò una cerimonia d’ apertura memorabile e Edwin Moses lesse il giuramento degli atleti. Usa vincitori di 174 medaglie con la Romania sorprendentemente seconda. L’ Italia vinse 14 ori, 6 argenti e 12 bronzi; con il successo di Alberto Cova nei 10000 metri e il 1° trionfo dei fratelli Abbagnale; grandi furono anche le imprese del fiorettista Mauro Numa, del pesista Alessandro Andrei, della mezzafondista Gabriella Dorio, del lottatore Vincenzo Maenza, tutti vincitori olimpici. L’ uomo simbolo fu l’ atleta statunitense Frederick Carlton, “Carl” Lewis, nativo dell’ Alabama e vincitore di 4 ori tra il salto in lungo e gare di velocità, eguagliando il grande Jesse Owens. A fine carriera saranno 9 i suoi ori olimpici, e 1 argento, 8 i suoi titoli mondiali, 1 argento e 1 bronzo. Grandi furono le prestazioni del nuotatore tedesco dell’ ovest Michael Gross, detto l’Albatros, 2,02 metri di altezza e 2,27 d’apertura di braccia, che vinse i 100 farfalla e i 200 stile libero. Il ginnasta cinese Li vinse 3 ori, 2 argenti e 1 bronzo; Moses riconquistò i 400 ostacoli dopo lo stop forzato di Mosca 1980. La maratona fu vinta dal portoghese Carlos Lopez, mentre in quella femminile, vinta dalla statunitense Benoit, la svizzera Cristina Anderben visse una situazione che riportò alla mente Dorando Petri a Londra 1908, giungendo stremata al traguardo, completando in più di 18 minuti l’ ultimo km, ma portando meritatamente a termine la gara.

     

    SEUL 1988

    La 24° edizione olimpica si svolse in Corea del Sud, con 159 nazioni presenti ( fortunatamente i boicottaggi erano terminati ). La tv cominciava ad entrare prepotentemente negli eventi sportivi, il tennis tornava in gara dopo 64 anni. Il medagliere vide l’ Urss precedere Germania Est e Usa. I russi conquistarono 132 medaglie contro le 102 tedesche e le 94 americane. L’ Italia portò a casa 6 ori, 4 argenti e 4 bronzi con il bis olimpico dei fratelli Abbagnale e del timoniere Di Capua; l’ impresa di Gelindo Bordin nella maratona e Vincenzo Maenza capace di ripetersi nella lotta grecoromana come i fratelloni di Castellammare di Stabia nel canottaggio. Vinsero anche il terzo degli Abbagnale, Agostino, nei 4 di coppia con Poli, Farina e Tizzano; Stefano Cerioni nella scherma e il pugile Giovanni Parisi (vedi foto) nei pesi piuma, scomparso in un tragico incidente d’ auto nel marzo 2009. Seul 1988 è l’ olimpiade della famosa squalifica per doping del canadese Ben Johnson vincitore dei 100 metri piani con il tempo record di 9’79” e poi eliminato dalla gara dopo le controanalisi. L’ oro finì al collo di Carl Lewis. Furono 10 gli atleti squalificati per doping, ma ancora oggi per molti il simbolo negativo di Seul 1988 è il canadese a cui fu sottratto anche l’ oro mondiale di Roma 1987. Nei tuffi brillò la stella di Greg Louganis, l’ americano si ferì nelle qualificazioni sbattendo la testa contro la tavola flessibile del trampolino, ma vinse con oltre 25 punti la sua 4° medaglia d’ oro; nel nuoto Matt Biondi vinse 5 ori, 1 argento e 1 bronzo e la tedesca dell’ est Kristin Otto conquistò 6 ori. Altra atleta che si distinse fu l’ americana Florence Griffith vincitrice di 3 ori e 1 argento e nelle gare di atletica, personaggio eccentrico, si fece notare anche per i suoi body aderenti e variopinti. La Griffith morirà nel 1998 per una crisi epilettica ma anche su di lei si addensarono spesso voci di doping e assunzione di sostanze proibite. Nel 1992 si sarebbe gareggiato in Spagna.

     

    BARCELLONA 1992

    La caduta del muro di Berlino e lo scoppio del conflitto nei Balcani con la disgregazione della Jugoslavia fecero si che a Barcellona ’92 parteciparono 169 nazioni per un totale di 9367 atleti e se la Germania tornava a gareggiare sotto un’ unica bandiera, la comunità degli stati indipendent ( C.S.I ) prendeva il posto dell’ Urss. I giochi furono aperti da re Juan Carlos di Borbone il 25 luglio e videro proprio la C.S.I vincere più medaglie di tutti ( 112 ) contro i 108 degli Usa e gli 82 della Germania riunita. L’ Italia conquistò 6 ori, 5 argenti e 8 bronzi, con la epica vittoria nella pallanuoto maschile del ” Settebello ” di Ratko Rudic contro la Spagna ( 9-8 dopo 6 supplementari ) e il successo del ciclista Fabio Casartelli nella prova su strada ( poi scomparso tragicamente nel tour de France 1995 ); oltre all’ argento dei bicampioni olimpici Maenza e dei fratelli Abbagnale nelle rispettiva discipline. Furono fruttifere di medaglie anche la scherma e il tiro al volo. Ma  Barcellona ’92 è ancora oggi  l’ Olimpiade del “Dream Team”, la squadra dei sogni del basket Usa. L’ apertura al professionismo permise agli americani di schierare: Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird, Charles Barkley, Scottie Pippen, Karl Malone, John Stochton, Pat Ewing, David Robinson, Clyde Drexler, Chris Mullin e Chris Lettner, primo del draft Nba di quell’ anno. Guidati da Chuck Daly dominarono gli avversari e superarono in finale 117 a 85 la Croazia. Il russo Alexander Popov fu l’ uomo simbolo del nuoto, il ginnasta Vitaly Scherbo, bielorusso, vinse 6 ori nella ginnastica. L’ ucraina Tatiana Gutsu sempre nella ginnastica conquistò 2 ori, 1 argent e 1 bronzo. Nel 1996 si sarebbe celebrato il ” secolo olimpico ” e la scelta di Atene a 100 anni dalla prima edizione, pareva scontata ma il business e la Coca Cola resero vincente la candidatura statunitense.

     

     

     

    ATLANTA 1996

    Come detto la tradizione venne superata dal dio denaro e Atlanta fu preferita ad Atene. Parteciparono 197 paesi, tutti i membri del C. I.O, per un totale di 10328 atleti. Si cominciò il 19 luglio e il tedoforo che accese il braciere olimpico fu il grande Cassius Clay, Muhammad Alì, da anni affetto dal morbo di Parkinson. Usa primo nel medagliere con 101 metalli nobili ( 44 ori, 32 argenti e 25 bronzi ), davanti a Russia e Germania. Ottimo il bottino per l’ Italia con 13 ori, 10 argenti e 12 bronzi, con il signore degli anelli Yuri Chechi, la biker Paola Pezzo e gli schermitori grandi protagonisti. Roberto Di Donna nel tiro con la pistola ad aria compressa, s’ impose all’ ultimo tiro per 1/10 di punto sul cinese Yu Fu Wang. Lo zar Alexander Popov bissò il titolo nei 100 metri stile libero di Barcellona ’92, vinse anche i 50 stile libero e 4 argenti nelle staffette. Nel tennis maschile vinse Andre Agassi ( Usa ), nel pugilato categoria pesi super massimi l’ ucraino Wladimir Klitischko, nel ciclismo l’ iberico Miguel Indurain vinse la gara a cronometro, mentre in campo femminile Jeanne Longo ( Francia ) conquistò l’ oro su strada e l’ argento a cronometro. Nell’ atletica Lewis vinse il quarto oro nel lungo, Marie Jose Perec ( Francia )  vinse 200 e 400 metri piani, il texano Michael Johnson i 200 e 400m con la sua incredibile andatura, stabilendo il nuovo record del mondo nei 200 metri con 19’32”; nella maratona il successo del sudafricano Josia Thugnane. Il torneo di calcio fu vinto dalla Nigeria, mentre l’ Italia partita con propositi di medaglia uscì mestamente al 1°turno.

     

    SIDNEY 2000

    Per riavere le olimpiadi Atene dovrà attendere il 2004. Per l’ edizione del 2000 venne scelta l’ Australia e più precisamente Sidney, riportando in Oceania, 44 anni dopo Melbourne 1956 i giochi. Gli atleti furono 10651 e unanimi furono i consensi per l’ organizzazione e il clima gradevole della kermesse australiana. Gli ” aussie ” furono 4° nel medagliere dietro ad Usa, Russia e Cina, mentre il bottino italiano fu di 34 metalli pregiati con 13 ori, 8 argenti e 13 bronzi. Domenico Fioravanti, 1° italiano a vincere una gara olimpica nel nuoto, conquistò ia i 100 che i 200 metri rana ( fu poi costretto al ritiro negli anni seguenti per un’ anomalia genetica del cuore ). Paola Pezzo bissò nella mountain bike il successo di Atlanta ’96. Valentina Vezzali s’ impose nel fioretto individuale e di squadra ( con Daria Bianchedi e Giovanna Trillini ), gli spadisti vinsero il torneo a squadre maschile. Grandi applausi anche per gli atleti della canoa ( Antonio Rossi, Beniamino Bonomi Josef Idem ) e del canottaggio con Agostino Abbagnale che nel 4 di coppia vinse con Galtarossa, Ranieri e Sartori il 3° alloro olimpico personale. Massimiliano Rosolino portò a casa un oro nei 200 misti, un argento nei 200 stile libero; Fiona May fu argento nel salto in lungo, mentre la squadra di volley maschile mancò ancora il successo conquistando il bronzo; il nuoto propose alcuni grandi atleti: gli olandesi Inge De Bruijn 3 ori e 3 record del mondo, Peter Van De Hoogenband 2 ori; il “padrone di casa ” Ian Thorpe 3 ori e 2 argenti. L’ americana  Marron Jones vinse 3 ori e 2 bronzi diventando la donna copertina di Sidney 2000, ma fu poi squalificata e privata delle medaglie dopo l’ ammissione dell’ uso di sostanze dopanti, trascorse anche 6 mesi in carcere per falsa testimonianza. Michael Johnson ( U.S.A. ) rivinse i 400 metri piani, l’ inglese Steven Redgrave conquistò nel canottaggio il suo 5° oro.

     

    ATENE 2004

    Le olimpiadi dopo 108 anni tornavano in Grecia. Si partì il 13 agosto con 201 nazioni e 10500 atleti; se da un lato i casi di doping erano purtroppo in aumento, dall’altro le imprese di molti atleti fecero rivivere il mito di Olimpia. Gli americani vinsero 102 medaglie facendo meglio di Sidney 2000 ( 97 ) e precedendo Cina e Russia nel computo generale. L’ Italia conquistò 10 ori, 11 argenti e 11 bronzi con i successi di Paolo Bettini nel ciclismo su strada, Valentina Vezzali nel fioretto, del Setterosa nella pallanuoto ( 10-9 alla Grecia ) e di Stefano Baldini nella maratona. La gara era guidata dal brasiliano De Lima, quando il sacerdote irlandese Neil Horam, lo stesso che era entrato in pista durante il Granpremio di Gran Bretagna di Formula 1 2003, bloccò e ostacolò il carioca, favorendo il recupero  e il trionfo di Baldini nello sport di squadra. Podio per le nazionali maschili: argento nel basket e nella pallavolo, bronzo nel calcio; una sedicenne vinse l’ argento nei 200 stile libero: Federica Pellegrini. Il nuotatore Usa Michael Phelps cominciò a strabiliare nel nuoto dando vita a splendidi duelli con Ian Thorpe e Peter Van Den Hoogenband conquistando 6 ori e 2 bronzi. Il marocchino El Guerrouj s’ impose nei 1500 e nei 5000 metri, 80 anni dopo Paavo Nurmi. La russa Yelena Isinbayeva dominò il salto con l’ asta femminile. Tornando a noi il grande Yuri Chechi vinse il bronzo negli anelli a rinverdire la sua classe, mentre Igor Cassina vinse l’ oro nella sbarra.

     

    PECHINO 2008

    Dopo 20 anni le olimpiadi tornavano in Asia per la disputa della 29° olimpiade, che iniziò alle 8.08 locali dell’ 8 agosto 2008, visto che l’ 8 è il numero portafortuna della tradizione cinese. 204 le nazioni al via, per un totale di quasi 11000 atleti straordinariamente organizzata, l’ Olimpiade cinese diede spettacolo già nella cerimonia d’ apertura svoltasi nello stadio a nido d’ uccello. Cina protagonista nel medagliere con 51 ori, 21 argenti e 17 bronzi davanti alle due superpotenze classiche : Usa ed Urss. Gli ” azzurri ” vinsero 8 ori, 9 argenti e 10 bronzi. Terzo oro nella scherma per Valentina Vezzali, primo alloro per Federica Pellegrini nel nuoto, impresa di Alexander Schwarzer nella 50 km di marcia e Roberto Cammarelle davanti a tutti nella categoria supermassimi di pugilato. Al solito gli sport acquatici e di precisione, oltre alla scherma fornirono diverse medaglie, l’ eterna Jusefa Idem conquistò l’ argento nella canoa-kayak. L’ atleta simbolo rimane comunque l’ americano Michael Phelps che superò il record del mondo di Mark Spitz, vincendo 8 ori nel nuoto, con il fotofinish a decidere i 100 farfalla tra lui e il serbo Cavic. Grandiose anche le volate del giamaicano Usain Bolt che vinse i 100 e i 200 metri piani con relativo record del mondo ( 9’69” nei 100 e 19’30” nei 200 ) e nella staffetta 4×100 la zarina Isinbayeva bissò il titolo nel salto con l’ asta; Kenenisa Bekele vinse 5000 e 10000 metri maschili, mentre nel tennis lo spagnolo Rafael Nadal vinse nel singolare e lo svizzero Roger Federer nel doppio con Wawrinka. Negli sport di squadra l’ America vinse basket maschile e femminile, calcio femminile, volley maschile perdendo la finale femminile. Nel calcio maschile s’impose l’ Argentina guidata dal fuoriclasse Lionel Messi. Nel basket contribuirono al successo sulla Spagna le stelle Nba Kobe Bryant, Lebron James, Carmelo Anthony. La maratona fu conquistata dal keniota Samuel Kamau Wansiru. Il 24 agosto nella cerimonia di chiusura alla presenza del presidente C.I.O Jacques Rogge, avvenne il passaggio di consegne tra il sindaco cinese Guo Jincong e quello londinese Boris Johnson. A poco meno di 70 giorni dall’ inizio delle gare, per la 3° olimpiade  di Londra, la speranza è di vivere una manifestazione ricca di tradizione, cultura e con i valori sportivi e umani proposti dal barone De Coubertin sempre presenti a scapito, magari, di un business sempre più inarrestabile ed evidente.

     

    LONDRA 2012  (aggiornamento 12 agosto 2012)

    Con la favolosa cerimonia d’apertura, alla presenza di 95 Capi di Stato e con Sua Maestà Elisabetta II, che ha ufficialmente aperto la manifestazione, hanno preso il via il 27 Luglio scorso le trentesime Olimpiadi Moderne, le terze londinesi.
    Nella serata inaugurale organizzata dal regista Danny Boyle ( Trainspotting e The Milionare ) varie stars britanniche hanno partecipato: David Beckham, Daniel Craig (007 attuale), Rowan Atkinson (Mr Bean), J.K. Rowling (autrice di Harry Potter), Paul McCartney, solo per citarne alcune. Il tripode è stato acceso dagli ultimi 7 tedofori, giovani stars inglesi con età tra i 16 e i 19 anni. Per quanto concerne le gare gli atleti simbolo sono due: il nuotatore U.S.A. Michael Phelps che con le 6 medaglie conquistate ha chiuso la sua straordinaria carriera portando a quota 22 i suoi podi olimpici (18 O, 2 A, 2 B) a cui può aggiungere 33 titoli mondiali (26 O, 6 A, 1 B) e 36 record del mondo. Con 22 medaglie complessive Phelps, che ha vinto per la terza volta di fila sia i 100 farfalla che i 200 misti, ha battuto il precedente record della ginnasta russa Larysa Latynia a quota 18.
    L’altro uomo copertina è Usain Bolt, il corridore giamaicano che ha bissato tutti e 3 i titoli di Pechino 2008 (100, 200 e 4×100), facendosi anche regalare il testimone della staffetta dove con i connazionali Blake, Carter, Fraiter ha stabilito il nuovo record del mondo in 36”85. Sono 54 le specialità in cui il vincitore di Pechino 2008 si è ripetuto, per un totale di 131 ori.

    Sono caduti 44 record del mondo e 117 primati olimpici. Sono invece 85 le nazioni andate a medaglia con gli U.S.A. capoclassifica (46 O, 29 A, 29 B) davanti alla Cina e alla Gran Bretagna. I cinesi hanno fatto il pieno sia nel badminton (in quello femminile 8 atlete asiatiche sono state squalificate per comportamento antisportivo!) e tennis-tavolo ma anche nei tuffi sono giunti vari allori. Enormi gioie anche per la Gran Bretagna con la doppietta 5-10 mila metri di Farah, il 4° oro consecutivo del velista Ainslie, che ha eguagliato Orter (lancio del disco), Lewis (salto in lungo) ed Elvstrom (vela). La vittoria dello scozzese Murray su Federer nella finale di tennis maschile a Wimbledon, il successo del vincitore del Tour de France 2012 Wiggins nella gara a cronometro singolo.
    Per l’Italia 8° posto finale nel medagliere con 28 podi (8 O, 9 A, 11 B), con alcune sorprese positive e qualche boccone amaro. Valentina Vezzali (portabandiera azzurra nella cerimonia d’apertura) bronzo individuale e oro a squadre nel fioretto è ora con 9 medaglie complessive, la più vincente atleta italiana alle Olimpiadi, superando l’altra schermitrice Giaovanna Trillini, “ferma” a 8. Abbiamo migliorato il bottino di Pechino 2008 (27 medaglie complessive e 9° posto finale) con soddisfazione del Presidente della Repubblica Napolitano e del numero uno del Coni Petrucci. Brutta pagina la positività all’epo dell’oro di Pechino 2008 nella 50 Km di marcia Alex Schwarzer cui ha teso la mano Petrucci comunque condannando il gesto e chiedendo sincero pentimento e collaborazione. Sono 9 i casi di doping accertati e uno nel lancio del peso per steroidi sintetici è costato l’oro alla bielorussa Ostapchuk a favore della neozelandese Adams. Tornando all’Italia, oro nel fioretto a squadre, sia uomini che donne (Di Francisca-Errigo-Vezzali-Salvatori per le donne, Aspromonte-Baldini-Cassara-Avola negli uomini). Elisa Di Francisca ha anche vinto l’oro nella prova individuale su Arianna Arrigo (3° come detto la Vezzali), campioni olimpici sono anche l’arco a squadre uomini (Francilli-Calluzzo-Nespoli), Daniele Molmenti nella K1 slalom canoa, Jessica Rossi nella fossa olimpica con l’incredibile score di 99 centri su 100, nuovo record mondiale, Niccolò Campriani nella carabina 50m a 3 posizioni (argento anche nella carabina 10m) e nel taekwondo +80Kg Carlo Molfetta. Grida vendetta l’argento di Cammarelle nella categoria supermassimi contro l’inglese Joshua battuto da un verdetto troppo casalingo, mentre molti sono i quarti posto accumulati, due dei quali di Tania Cagnotto nei tuffi. Delusioni nel nuoto con il flop di Federica Pellegrini in primis.
    Negli sport di squadra con la palla, argento del Settebello e bronzo dell’Italvolley a livello maschile. Parlando dei titoli assegnati il Brasile non sfata il tabù dell’oro olimpico nel calcio perdendo 2-1 con il Messico la finale, il dream team U.S.A. vince di soli 7 punti con la Spagna di Scariolo (107-100), la Russia s’impone 3-2 nel volley contro il Brasile, la Serbia di Rudic vince il titolo nella pallanuoto, pallamano alla Francia.
    Rudisha (Kenya) vince gli 800m con 1’40”91 (record del mondo), 400m a James (Grenada), 400 ostacoli a Sanchez (Repubblica Dominicana), salto in alto a Ukov (Russia), lungo a Rutherford (Gran Bretagna), Harting (Germania) il lancio del disco, 110 ostacoli a Merrit (U.S.A.), 1500m a Makloufi (Algeria), salto triplo a Taylor (U.S.A.) con il nostro Donato 3°. Nella maratona successo dell’ugandese Stephen Kiprotich.

    A livello femminile basket e calcio agli U.S.A., volley al Brasile, pallamano alla Norvegia e ancora nel tennis singolare Serena Williams ( U.S.A. ) che vince anche il doppio con la sorella Venus, staffetta 4×100 agli U.S.A. con record mondiale (40”82), 4×400 sempre americana, 800m, 20Km di marcia e salto in alto con 3 ori russi: Salinova, Lashmanova, Chicherova. 100 ostacoli all’australiana Paerson e 100m alla giamaicana Fraser.
    Il 12 agosto la cerimonia di chiusura è stata preparata con la regia di Kim Gavin e la direzione artistica di David Arnold con 30 hits britanniche cantate da stars della terra d’Albione. Dopo la sfilata dei 204 stati partecipanti (per l’Italia, portabandiera era Daniele Molmenti) e il passaggio di consegne con Rio de Janeiro 2016 i discorsi di Sebastian Coe (leader del comitato organizzatore) e Jacques Rogge (presidente del C.I.O.) hanno preceduto l’ultimo atto ufficiale, la chiusura del braciere olimpico. Va in archivio così una Olimpiade molto ben organizzata e umanamente apprezzata, confermando le gare a 5 cerchi come la più grande manifestazione sportiva in assoluto, oltre che uno straordinario momento di aggregazione.

    a cura di Dino Perna

  • Genova, la bella: la mostra a Palazzo della Meridiana

    Genova, la bella: la mostra a Palazzo della Meridiana

    Palazzo della Meridiana
    Palazzo della Meridiana

    Sino al 5 agosto Palazzo della Meridiana ospita la mostra “Genova, la bella – un sogno di primo Ottocento”, curata da Giuseppe Marcenaro e Pietro Boragina. Si tratta della terza iniziativa espositiva dell’associazione Amici di Palazzo della Meridiana, riaperto dopo il lungo processo di restauro.

    Oli, incisioni, litografie, acquerelli mostrano suggestive vedute cittadine della Genova ottocentesca, il periodo di maggiore bellezza della nostra città; ciò che rende unica la mostra nel suo genere è il fatto che sia interamente allestita con opere appartenenti a collezioni private. Questo significa che normalmente non possono essere viste in alcun luogo aperto al pubblico: «Contrariamente a quanto si possa pensare, non è stato affatto difficile raccogliere i pezzi esposti. Abbiamo anzi trovato una grande disponibilità da parte dei collezionisti. Di certo la nostra esperienza trentennale è stata un punto di forza nell’organizzare l’esposizione». Così Pietro Boragina riguardo alla mostra e ai privati i quali, pur presenti all’inaugurazione del 30 maggio, preferiscono rimanere assolutamente anonimi.

    «Sono certamente opere che non si vedono mai: con l’associazione stiamo puntando proprio a esaltare il collezionismo privato» spiega Giuseppe Marcenaro. «Può sembrare una mostra retrò, fuori dal tempo. Gli autori di queste opere inoltre sono quasi tutti sconosciuti. Ma hanno tutti visto Genova, che li ha incantati, e hanno costruito questo insieme di immagini-sogno della città. Flaubert stesso diceva che Genova è di una bellezza che strazia l’anima. Ed è proprio l’anima che viene fuori da queste opere».

    Il pezzo di maggiori dimensioni è stato prestato da Banca Carige: un acquerello di Henry Parke di tre metri e mezzo di lunghezza, che illustra il panorama (Genova da un lato e San Pier d’Arena dall’altro) da un punto di vista privilegiato, San Benigno (la lingua di terra su cui si staglia la Lanterna). Immagini di una città di un altro tempo, calme e serene, ma anche malinconiche se si pensa a ciò che non esiste più… Dipinti che spingono i visitatori a cimentarsi nel gioco di individuare dei “punti di repere”, facilmente riconoscibili, come appunto la Lanterna, la Basilica di Carignano o la Cattedrale di San Lorenzo, per orientarsi e scoprire, con meraviglia, il sorprendente cammino urbanistico percorso da Genova, in poco più di 100 anni.

    La mostra è allestita in una successione di piccoli spazi accoglienti creati con pannelli neri su cui sono sistemate le opere, illuminate morbidamente. Accanto ad esse, brani su Genova tratti da famosi autori, come Flaubert o Alexandre Dumas, accompagnano il visitatore in questo viaggio sognato.

     

    Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Oltre il giardino: i segreti del giardino pantesco

    Oltre il giardino: i segreti del giardino pantesco

    La settimana scorsa abbiamo parlato del contesto paesaggistico-ambientale, tipico dell’isola di Pantelleria. Questa realtà unica, ostile ma particolarissima, ha portato alla nascita, in tempi assai remoti, di un peculiarissimo genere di giardino che viene definito, dal nome dell’isola in cui si è sviluppato, per l’appunto pantesco.

    A priva vista ed ad uno occhio inesperto, questo particolare tipo di spazio a verde non appare immediatamente riconducibile all’usuale concezione di giardino. Esso consiste infatti in un insieme di muretti a secco dell’altezza che varia da poco più di un metro a circa tre, che racchiudono, all’interno di una pianta circolare, un solo o pochi alberi, generalmente di agrumi o poche essenze vegetali di tipo mediterraneo. L’accesso a questi giardini è garantito solamente da una piccola porta, per il resto tutto è cintato dalle alte mura che proteggono l’interno dall’esterno, separano il dentro dal fuori e soprattutto preservano le essenze vegetali dagli agenti atmosferici estremi. Questi giardini rappresentano quindi un ingegnoso sistema quasi autosufficiente, in grado di difendere (a dire il vero a permetterne la vita!) le piante contenute al loro interno, nello specifico, dalla siccità e dal vento, che per la sua intensità e frequenza provoca spesso, sull’isola, danni difficilmente compatibili con la loro sopravvivenza.

    La descrizione del giardino sopra delineata non dà però l’esatta idea di cosa possa celarsi dietro agli scabri muretti a secco, spesso fortemente compenetrati nel paesaggio di terra e pietra lavica con cui essi stessi sono edificati. Dall’esterno del giardino pantesco, non si potrà neppure cogliere immediatamente l’incredibile varietà di tipologie che da esso hanno tratto origine e che sono ora sfruttate dagli esperti del settore per realizzare, sull’isola, giardini nel mezzo del deserto.

    A Pantelleria si sono infatti diffuse, negli anni, forme di giardini simil panteschi, a pianta oltre che circolare anche quadrata o rettangolare, spesso utilizzate per proteggere e permettere, al tempo stesso, un più rapido sviluppo delle piante non autoctone e più delicate. Essi si confondono bene nel paesaggio, passando spesso inosservati ai più, intellegibili nell’orditura del paesaggio solo per i ciuffi di verde che oscillano, oltre e al di sopra dei muretti, all’incessante vento.

    Lo spazio racchiuso tra mura permette di avere un’area separata dal resto del giardino, con il quale esso però si interfaccia sempre in uno stretto rapporto, tale spazio è di dimensioni non grandi ma comunque tali da consentire di ospitare alcune essenze vegetali.

    L’insieme interno potrà poi essere vario e molto eterogeneo. Le piante potranno essere disposte in modo simmetrico o casuale, lungo le pareti o nello spazio centrale, si potranno creare effetti diversi in base alla tipologia di cespugli e di rampicanti impiegati. Oltre a proteggere dagli agenti atmosferici esterni,  il giardino pantesco utilizza infatti la porosità delle pietre e l’escursione termica tra giorno e notte, insieme ai canali in pietra che raccolgono l’acqua piovana, per captarla direttamente dall’atmosfera. Così facendo, esso soddisfa, in modo ecologico e senza dispersione, l’esigenza idrica della pianta. Infine, tale giardino permette la sopravvivenza, a Pantelleria, di specie vegetali altrimenti ivi non adattabili.

    I muri in pietra garantiscono, poi, di ampliare lo spazio disponibile e di sfruttare i volumi anche in verticale. Vari tipi di rampicanti potranno così crescere sui muretti a secco, tanto all’interno che all’esterno del giardino pantesco. La varietà delle piante all’interno della “stanza” potrà essere pressoché infinita. In generale si collocheranno soprattutto agrumi, stante l’indiscutibile valenza pratica delle piante, ma anche arbusti quali mirto o altre ed analoghe essenze mediterranee, spezie e piante odorose. La limitatissima disponibilità idrica determina infatti, sull’isola, una tendenza alla massimizzazione dei risultati e quindi, di regola, la scelta delle essenze vede privilegiare quelle che combinino l’aspetto pratico (produzione di frutti, di verdure o erbe aromatiche) a quello più propriamente estetico. Lavande, Lavatere, rose rampicanti, Cistus, mirto, Santolina e decine di altra varietà possono però trasformare, in un lasso di tempo tutto sommato incredibilmente breve ed in combinazione a piante produttive di frutti, un terreno arido, un’area inospitale, battuta dal vento e riarsa dal sole, in un giardino tra mura, del tutto inaspettato e davvero difficilmente immaginabile dall’esterno.

     

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • “La Seconda Luna”, arriva in Sala Dogana il premio dedicato alle passioni

    “La Seconda Luna”, arriva in Sala Dogana il premio dedicato alle passioni

    Arriva a Genova “La Seconda Luna on tour”, il premio italiano giunto alla seconda edizione dedicato alle passioni. La presentazione è in programma lunedì 18 giugno alle ore 18.00 presso la Sala Dogana di Palazzo Ducale.

    La Seconda Luna è un progetto che raccoglie e valorizza tutte le passioni umane indipendentemente dalla disciplina di riferimento. Il premio diretto sia ai dilettanti che ai professionisti, mette in palio un montepremi totale di 26.000 euro e 13 premi: oltre ai “Premi principali”, il “Premio alla passione scientifica e tecnologica”, il “Premio alla passione divenuta professione”, la “Menzione speciale alla passione per la normalità”.

    L’obiettivo del progetto è raccogliere le esperienze di tutti quei singoli o gruppi di persone che – in qualsiasi settore – coltivano, condividono o promuovo una passione, sia essa un hobby o un mestiere. La seconda edizione si è aperta ufficialmente il 29 febbraio, forte degli ottimi risultati della prima che aveva raccolto più di 1.000 candidature da tutta Italia.

    L’incontro, a cui partecipano il curatore del progetto Denis Isaia e Serena Giordano, artista e teorica dell’arte nonché membro della giuria del Premio, è un’opportunità per avvicinare tutti i genovesi interessati all’iniziativa e un’occasione per discutere sul tema Passione ed eversioni creative”.

    Per riuscire nell’impresa di scovare gli appassionati, fa capo al premio un vero e proprio laboratorio di comunicazione. Cinque agenti, residenti nelle principali aree linguistiche europee, facendo leva sulla condivisione del progetto e la volontà comune di dare spazio a nicchie culturali “speciali”, alimentano giorno dopo giorno la risonanza del Premio. Con questo spirito il premio lancia un appello: segnalate gli appassionati che conoscete!

    Ognuno di noi conosce una persona che ha fatto della propria passione una vera e propria ragione di vita, nel proprio quartiere, nella propria città, fra i propri amici… nel caso in cui il segnalato vinca un premio, è prevista una ricompensa pari al 10% del premio vinto da attribuirsi al segnalatore.

    Il termine per partecipare o per inviare la propria segnalazione di un amico appassionato è il 16 ottobre 2012. Il bando e tutte le altre informazioni su La Seconda Luna sono disponibili sul sito www.lifelongpassionsaward.eu.

    Il Premio è promosso dal Comitato Premio Città di Laives con il supporto del Comune di Laives, del Dipartimento alla Cultura italiana della Provincia Autonoma di Bolzano, dell’Assessorato all’Innovazione della Provincia Autonoma di Bolzano, della Regione Trentino Alto Adige-Suedtirol, della Comunità di Valle Oltradige Bassa Atesina e della Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano.