Autore: Gabriele Serpe

  • Servizio Pubblico, i dibattiti di Santoro: che cosa impariamo?

    Servizio Pubblico, i dibattiti di Santoro: che cosa impariamo?

    Michele SantoroPremetto che ho sempre apprezzato Santoro: non mi sono perso una puntata di Annozero, che consideravo un programma con approfondimenti interessanti e con il coraggio di toccare argomenti considerati tabù. Pensavo insomma che fosse un’importantissima risorsa per l’informazione televisiva. Ma devo dire che recentemente sono rimasto deluso.

    Da quando non c’è più Berlusconi e il paese è in fermento per una crisi economica acuta e per le manovre del governo Monti, la nuova trasmissione, Servizio Pubblico, è diventata un calderone senza capo né coda. Ovviamente qui – come per l’articolo sugli editoriali del Corriere della Sera di due settimane fa – non mi interessa fare una critica giornalistica: anche perché non ho né le competenze né l’autorità per farla.

    Mi interessa piuttosto cercare di capire come i problemi di oggi vengano percepiti e affrontati dall’opinione pubblica. Ora, se Servizio Pubblico, che pure ha tanti pregi, è il meglio che sappiamo fare, significa che la nostra consapevolezza della situazione attuale e il nostro livello di maturità nel fronteggiarla sono ancora scarsi. Innanzitutto non si capisce perché Santoro continui ad invitare questi politici.

    Annozero era ostaggio di una RAI politicizzata che imponeva di portare in trasmissione i rappresentati dei diversi schieramenti per rincorrere il falso mito del “contraddittorio”. Ma ora che Servizio Pubblico va in onda su emittenti locali e sul web, che necessità c’è di ritornare a sentire il parere dei partiti? Questa classe politica, nel suo complesso, è la stessa di vent’anni fa ed è la principale responsabile del disastro attuale: non ha saputo gestire i problemi, li ha anzi aggravati e non ha mostrato nemmeno il buon senso per ridursi un po’ di quei privilegi che si è preoccupata spasmodicamente di accumulare da quando è al potere. Con che diritto ora possono presentarsi in televisione per spiegarci cosa fare? Che credibilità possono avere?

    Personalmente mi sono stancato di sentire i soliloqui inconcludenti di Vendola, così come non posso più sopportare il populismo e la spregiudicata incompetenza di personaggi come Santanché e Mussolini. Ma ci sono anche altre pecche. Santoro pensa forse che trasformare una trasmissione nella cassa di risonanza dei problemi sociali del paese possa essere di per sé buona informazione. Eppure non basta sbattere in prima serata il dramma dei dipendenti delle cooperative che hanno perso i subappalti delle FS, se poi, prima di capire come mai delle persone hanno perso il lavoro, bisogna aspettare più di metà trasmissione.

    Sandro Ruotolo gira l’Italia ovunque si crei un capannello di persone in situazioni critiche, mette loro un microfono davanti alla bocca e sicuramente raccoglie il dramma in corso, coinvolgendo lo spettatore in un’empatica percezione di un problema sociale potenzialmente esplosivo. Ma poi? Che lezione se ne trae, a parte la consapevolezza che ci sono parecchie cose che non vanno?

    Prima, con Berlusconi che negava la crisi, si poteva capire il senso di mostrare quelle realtà che si preferiva non vedere. Ma oggi che la gente sa benissimo quanto siano drammatiche le cose, quello che interessa è capire dove siano le responsabilità e cosa si possa fare per cambiare. O più semplicemente ci si aspetta di acquisire nuovi elementi e ascoltare analisi interessanti per valutare meglio. Ma questo passo successivo manca o è raffazzonato. Giovedì era il turno dei Siciliani in rivolta: gente con salari bassi, servizi inefficienti, tasse alte, beni di prima necessità costosi, figli senza futuro. Un problema vero, questo non si discute. Ma che fare? Inevitabilmente si finisce a parlare della manovra di Monti, che si è scaricata anche su queste persone. Ma con la gente frustrata ed arrabbiata che non sa bene con chi prendersela, i vecchi politici sempre troppo loquaci e i pochi opinionisti competenti a fare da tappezzeria, il dibattito non può avere spunti d’interesse. A Travaglio è riservato il solito spazietto: una decina di minuti per trattare una manciata di argomenti con la solita competenza e il solito spirito sferzante. Ma poi si ricomincia come se niente fosse. E che fine ha fatto Gianni Dragoni, il bravissimo giornalista del Sole 24 Ore che in altre puntate aveva fornito contributi rilevanti?

    Poi si tocca anche l’argomento della Costa Concordia – ma che c’entra? – e qui si sfiora il ridicolo. Un ospite se la prende con le navi da crociera che passano per il Canal Grande di Venezia, sostenendo che creino dei problemi alla delicata struttura delle città lagunare. Se davvero è così, bisogna indubbiamente far pressioni sulla Costa e le altre compagnie affinché adottino un itinerario esterno. Ma il problema dell’inquinamento creato da questi giganti del mare, se vale per Venezia, vale anche per le altre città. Perché noi a Genova dovremmo tenercele in porto? Perché qualsiasi altra città dovrebbe ospitarle? Con questo atteggiamento si rovina un settore economico molto importante: davvero dopo la tragedia della Concordia, dobbiamo rinunciarci? In effetti Santoro si mette a parlarne al passato, come se l’era delle grandi navi da crociera fosse finita. Un’opinione rispettabilissima, sia chiaro. Solo c’è da chiedersi cosa ne pensino gli operai di Fincantieri che qualche settimana fa erano ospiti in trasmissione a chiedere nuove commesse per costruire proprio nuove navi da crociera!

    Insomma, si fa presto a raccogliere le voci di chiunque manifesti un forte malcontento: ma anche un po’ di coerenza non guasterebbe, se no si ha solo l’impressione che l’unica preoccupazione sia quella di spettacolarizzare dei drammi. Non si può buttare ogni disagio sociale nel calderone della prima serata televisiva. Ci vuole anche discernimento. I Siciliani hanno tutte le ragioni del mondo per essere arrabbiati: ma si potrebbe ricordare loro di prendersela un po’ anche con se stessi, dato che nel 2001 votarono in massa (61 collegi uninominali su 61) per quel Berlusconi che in dieci anni governati quasi in solitaria ci ha portato serafico fino al baratro attuale.

    Per la verità un contributo positivo alla trasmissione ci sarebbe anche stato. Santoro a un certo punto afferma che dalla crisi si potrebbe uscire anche prestando attenzione alle parole di Serge Latouche (leggi l’articolo e l’intervista di Era Superba), il teorico della decrescita intervistato da Giulia Innocenzi. Ora, io non sono un esperto dell’argomento, ma in ogni caso le cose sono due: o Latouche è un venditore di fumo, e allora sarebbe stato meglio non intervistarlo, oppure è un studioso serio, e allora le sue teorie meritano un dovuto approfondimento: magari un’intera trasmissione dedicata, visto che si parla di ribaltare l’intero paradigma economico mondiale fondato sulla crescita! Ma dedicargli cinque minuti è utile solo a creare confusione, ingenerando nella gente già abbastanza spaesata la convinzione populista che la colpa sia sempre degli altri, dai ricchi arraffoni ai politici spreconi; di tutti meno che di noi stessi, che fino all’altro giorno, fintanto che ce la passavamo bene, ce ne stavamo tranquilli e non ci scandalizzavamo di nulla.

    Dubito che ai Siciliani importi davvero della decrescita: se a loro, come a tutti gli Italiani, fosse offerta una crescita prosperosa e buoni salari, non ci sarebbero queste proteste. Questo significa, allora, che siamo ancora lontani dal modo maturo e consapevole in cui una società informata affronta problemi cruciali e complessi.

    Andrea Giannini

  • “Generazione Creativa” alla Maddalena, 2012 all’insegna dell’arte

    “Generazione Creativa” alla Maddalena, 2012 all’insegna dell’arte

    Non “solo” finanziare e sostenere le istituzioni che operano nella cultura, lasciando a queste la regia delle iniziative, ma intervenire direttamente con un bando rivolto a enti pubblici e privati senza scopo di lucro, per stimolare la creatività giovanile. Questo il principio che ha spinto nella primavera scorsa la Compagnia di San Paolo di Torino a pubblicare il bando “Generazione Creativa”.

    Suddiviso in tre sezioni (arti visive, architettura e design) e limitato alle regioni Piemonte e Liguria (solo per quanto riguarda la localizzazione del progetto), il bando si poneva come primo obiettivo quello di sostenere progetti di arte contemporanea capaci di integrare creatività, coesione sociale e contrasto alla marginalità, proponendo soluzioni interessanti anche riguardo alla sostenibilità economico‐finanziaria delle iniziative proposte. Lo stesso bando indicava come “elementi preferenziali” la localizzazione dei progetti nel quartiere di Porta Palazzo a Torino e nel sestiere della Maddalena a Genova, zone storiche da riqualificare.

    “GENERAZIONE CREATIVA” ALLA MADDALENA

    Su un totale di 59 proposte progettuali (52 provenienti dal Piemonte e solo 7 dalla Liguria) sono 12 i progetti vincitori (per uno stanziamento complessivo di 265.400 euro), due di questi interesseranno la zona della Maddalena.

    Arci Liguria avrà un contributo di 10.200 euro per la realizzazione del progetto “MAEDMaddalena Mediterranea, grazie al quale verranno temporaneamente recuperati e riaperti locali e negozi abbandonati della Maddalena per essere destinati a workshop e laboratori promossi e gestiti da giovani artisti locali in collaborazione con la Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo. In questi spazi nasceranno anche residenze per artisti del sud del Mediterraneo che si confronteranno sul tema dell’arte urbana come strumento di trasformazione del territorio.

    Il secondo progetto genovese vincitore del bando si chiama “MASS – Maddalena Art & Street Spaces” ed è promosso dal gruppo “LaboratorioGenova“, un team di fotografi e videomakers provenienti da diverse zone d’Italia che dal 2010 ha sede a Genova. Sarà finanziato con un contributo di 30.000 euro destinato alla realizzazione di un laboratorio creativo permanente da marzo a fine settembre 2012, un’opportunità per fotografi, grafici, illustratori e pittori genovesi e un’occasione d’oro per le antiche strade della Maddalena. L’associazione si apre alla città e invita artisti e creativi a inviare materiale e idee (tutte le informazioni sul sito www.laboratoriogenova.com), verranno infatti organizzate mostre all’interno dei palazzi del sestiere e campagne di comunicazione di forte impatto e originalità, come ad esempio la distribuzione di macchine stenopeiche (ovvero “fatte a mano” sfruttando il principio della camera oscura, con una scatola, ad esempio, e del materiale fotosensibile n.d.r.) o l’affissione di opere d’arte originali negli spazi solitamente occupati dalla pubblicità.


    Video di Daniele Orlandi

  • Il lotto nasce a Genova, si chiamava il “Gioco del Seminario”

    Il lotto nasce a Genova, si chiamava il “Gioco del Seminario”

    Lo confesso: con saltuarietà e uno spreco di capitale parsimonioso, talora, mi lascio tentare ed esco dalla ricevitoria stringendo quel pezzo di carta che racchiude in se il 99% delle mie vane speranze per una vincita da nababbo e la stessa percentuale di assoluta certezza di aver contribuito, a fondo perduto, alle finanze dell’erario, entrando a far parte della nutrita schiera che pagano la “tassa sugli imbecilli”, così definita dallo statistico Bruno de Finetti, riferendosi al denaro speso per lotto e per giochi affidati al caso.

    La genesi del lemma “lotto”, che incarna il progenitore degli attuali sistemi per tentare la fortuna, si fa risalire al vocabolo francese “lot(sorte) e al corrispettivo verbo “lotir” (dividere o assegnare la sorte). Un’altra ipotesi lo connette all’antico “Hleut” tedesco, un oggetto in pietra che veniva lanciato in aria (gesto che noi ripetiamo con le monete) per dirimere le controversie all’interno delle tribù e da cui deriverebbe, poi, il ”lote” spagnolo, il “loto” portoghese, i moderni “los” tedesco o il “lot” danese ed, ancora, l’antico inglese ”hlot”.

    La passione per il gioco, del resto, ha origini antichissime essendo presente già tra gli Egizi così come tra i Caldei e non ne erano immuni i Romani i quali, durante i Saturnali, distribuivano tavolette numerate che poi venivano estratte a sorte, una specie di “nonno” della Tombola o del Bingo. L’idea di abbinare il gioco a dei “lotti” sembra essere nata ad Amersfoort, paese non lontano da Amsterdam, nel 1500, ad opera di cittadini che, sfruttando questa passione, assegnavano proprietà non altrimenti divisibili ed era noto come “Lotto di Olanda”.

    In Italia, pre-avi di questo gioco erano presenti già dal 1448, a Milano, dove nelle cosiddette “Borse di Avventura” si assegnavano, per estrazione, sette “borse” contenenti, rispettivamente 300, 100, 75, 50, 30, 25, 20 ducati. Con un ducato, si poteva inserire un biglietto col proprio nome in un cesto di vimini, mentre in un analogo contenitore si metteva un numero corrispondente di foglietti bianchi ad eccezione dei sette su cui era indicato l’ammontare del premio. Si procedeva all’estrazione contemporanea dai due cesti, ed all’abbinamento nome-biglietto che se risultava bianco, ovviamente, non dava diritto ad alcuna vincita.

    IL LOTTO NASCE A GENOVA?

    La culla del lotto Italiano, però, pare essere stata Genova, covo pullulante di “bische” dove si puntava su tutto come si evince da uno “Statuto” con cui le autorità proibivano giocate che avessero come oggetto la vita di personaggi eminenti quali il Papa, l’Imperatore, i Cardinali ma anche la sorte di eserciti, di matrimoni o eventi terribili come la peste. In questo panorama frenetico di scommesse, nel 1617, anno in cui il 29 aprile veniva eletto doge Gian Giacomo Imperiale, un gruppo di privati cittadini, capeggiati da Benedetto Gentile, si inventò il “Gioco del Seminario“.

    Ogni 6 mesi, 5 dei 120 membri dei “Serenissimi Collegi” venivano rinnovati mediante una specie di lotteria: i nomi dei candidati erano indicati su biglietti progressivamente numerati ed inseriti in un urna di sorteggio chiamata, appunto, “seminario”. Da qui l’idea di “azzardare” quali sarebbero stati i designati e quindi quali numeri sarebbero usciti. Dopo un primo tentativo di contrastare tale pratica, nel 1643, l’animo “mercantile” genovese prevalse e si pensò di trarne profitto demandandone la regolamentazione allo stato, naturalmente, con l’aggiunta di una tassa di accompagnamento. Il successo enorme di questa prassi, spinse le autorità, sempre a caccia di “palanche”, ad aumentare le estrazioni, staccandole dal rinnovo semestrale dei Collegi, ed ad estendere i numeri fino a 90, associando ad essi i nomi di fanciulle bisognose che, se vincitrici, ricevevano una cospicua somma da usare quale dote.

    Questa lotteria chiamata “Lotto della Zitella” si diffuse presto, con le stesse modalità, a Napoli mentre a Venezia, dove una parte dei proventi venivano usati per la pubblica illuminazione, verso la metà del ‘600, il Consiglio dei Pregadi istituì il “Lotto del Ponte di Rialto” che prevedeva, quale premio, l’’assegnazione di immobili di valore fino a centomila ducati.
    Nello Stato Pontificio il gioco, ovviamente, fu osteggiato a tal punto che il Papa Benedetto XIV, nel 1728, arrivò a minacciare la scomunica ma, solo 3 anni più tardi, con Clemente XII, tornò ad essere un sostegno insperato per umili donzelle, fino al 1785, anno in cui Pio VI destinò le vincite alle Opere Pie. Il 23 settembre 1863 la gestione del “lotto Genovese”, così era conosciuto, passò al giovane Regno d’Italia e diventò, da allora, una voce di bilancio talmente consistente che qualcuno ha auspicato una versione “europea” di un suo stretto parente il “Superenalotto”.

    Adriana Morando

  • “Bellacopia”: il concorso di Legacoop per giovani imprenditori

    “Bellacopia”: il concorso di Legacoop per giovani imprenditori

    Al via la quinta edizione del progetto”Bellacopia” promosso da Legacoop Liguria rivolto alle classi 3ª, 4ª e 5ª delle scuole secondarie superiori della regione Liguria.

    I ragazzi delle scuole sono stati chiamati a costruire la loro proposta imprenditoriale e a presentare l’idea da realizzare seguendo le indicazioni sul sito www.legaliguria.coop. Una commissione, costituita da esperti di pedagogia e didattica, di formazione professionale, di bilancio e controllo di gestione, di politiche sociali, ha valutato le proposte delle classi in funzione soprattutto della fattibilità e dell’originalità selezionando 8 proposte imprenditoriali. Per ognuna di queste i promotori metteranno a disposizione un tutor, ovvero un referente del progetto che seguirà la classe passo per passo nel percorso didattico.

    Le otto classi selezionate avranno ora modo di sviluppare la propria idea imprenditoriale attraverso la partecipazione a sette incontri della durata di due ore ciascuno con la possibilità, valutabile caso per caso, che la classe possa partecipare ad uscite didattiche. I progetti conclusi saranno premiati dalla commissione entro settembre 2012 con un contributo di 1000 euro al fine di finanziare attività correlate al progetto in questione.

     

  • Musei di Genova: la maggior parte è in difficoltà

    Musei di Genova: la maggior parte è in difficoltà

    villa croce“L’esame dei dati relativi ai flussi di visitatori nei Musei civici nel 2011 non può prescindere da una valutazione del risultato veramente eccezionale registrato l’anno precedente, con un incremento del 20% rispetto al 2009”. Con queste parole il Comune di Genova risponde alla nostra richiesta sui dati relativi alle visite nei Musei della città.

    Un’indagine partita alcune settimane fa, con la notizia della possibile chiusura del Museo dell’Accademia di Belle Arti, che pare abbia accolto appena un migliaio di visitatori nell’arco del 2011. Un dato che la direzione del Museo non conferma, perché l’anno si è appena concluso e le statistiche definitive ancora non sono state completate: «Il numero di visitatori è certamente basso e composto soprattutto da turisti stranieri, che si sono rivelati molto entusiasti delle opere contenute nel Museo», ha dichiarato il Direttore Giulio Sommariva.

    Per sanare la situazione, è in corso una trattativa per la vendita di trenta quadri alla Fondazione Carige: «Si tratta di opere attualmente collocate nei magazzini, che quindi non andranno a deprivare la collezione esposta, e che saranno collocate in un palazzo di proprietà della Fondazione, allo scopo di aprirle alla cittadinanza». La cessione di queste tele contribuirà a pareggiare un bilancio in passivo di circa un milione di Euro.

    Un bilancio che, ci tiene a precisare la direzione, riguarda unicamente l’Accademia, perché il Museo non ha un sostentamento autonomo ma vive grazie ai finanziamenti di cui la scuola dispone. Due realtà unite da un punto di vista economico e logistico (in quanto poste nello stesso edificio), ma nei fatti sempre meno legate: «un tempo gli studenti partecipavano in modo attivo alle attività del museo, oggi la collaborazione è più episodica perché è scomparsa la concezione dell’arte come copia, approfondita al liceo artistico ma ormai venuta a mancare nei corsi accademici».

    Cosa si può fare per sostenere questi musei? Ben poco, in quanto la bigliettazione occupa una percentuale minima alla voce “entrate” dei bilanci. Il problema che si riscontra è sempre lo stesso: i finanziamenti agli enti culturali sono sempre più esigui, e quei pochi fondi che ancora pervengono tendono a essere distribuiti fra i cosiddetti fiori all’occhiello del patrimonio museale cittadino. Nel periodo gennaio-ottobre 2011 il Comune ha infatti riscontrato “le buone performance dei Musei di Strada Nuova (+15%), che si stanno affermando sempre più come tappa imprescindibile alla visita della città grazie anche al riconoscimento UNESCO, del Museo d’Arte Orientale Chiossone (+30%) e del Castello D’Albertis (+29%)”.

    La città di Genova ospita – fra civici, statali e privati – trenta musei. Quanti genovesi saprebbero elencarli? Quanti sanno che l’Accademia di Belle Arti non è solo una scuola, ma ospita al suo interno un Museo? Quanti conoscono le strutture presenti in città oltre a Palazzo Ducale, i Musei di Strada Nuova e il Galata Museo del Mare?

    Si spiega così perché i Musei Civici che si trovano nella situazione più preoccupante sono il polo di Nerviin particolare Luxoro e Gam – e il Navale di Pegli, rispettivamente (dati anche in questo caso non definitivi) 4.000 e 1.700 visitatori nell’anno appena trascorso. Musei di prestigio minore e geograficamente penalizzati rispetto alle strutture più vicine al centro città.

    MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA VILLA CROCE

    Un discorso a parte merita il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce. Collocato in una villa seicentesca nel quartiere di Carignano, il Museo è da un anno senza curatore, figura indispensabile per coordinare tutte le sue attività. Pur avendo una collezione permanente aperta al pubblico, l’attività del Museo si basa quasi esclusivamente sulle mostre temporanee: nel 2011 ne sono state allestite sette, con un totale di circa 16.000 visitatori (i dati definitivi non sono ancora stati formulati). Non solo: «Una recente indagine sulla percezione che i genovesi, in particolare i giovani, hanno del proprio patrimonio museale – contando anche Palazzo Ducale, da molti ritenuto un museo anche se di fatto non lo è – ha posto Villa Croce al quarto posto», ha sottolineato la responsabile Francesca Serrati.

    A metà dicembre il Comune di Genova ha presentato un bando per il nuovo curatore, che avrebbe dovuto essere indetto nei giorni seguenti dalla Fondazione Cultura di Palazzo Ducale (con i recenti tagli imposti dal Patto di Stabilità, il Comune è infatti impossibilitato a indire qualunque concorso, anche per incarichi a termine). Il sito del Comune ha pubblicato la notizia del bando indicando come scadenza per presentare la domanda il prossimo 15 febbraio: in realtà il bando non è stato ancora indetto, e la Fondazione Cultura comunicherà prossimamente modalità e termini per la selezione.

    Marta Traverso

  • L’uomo e il suo cervello: la creazione e la “comprensione” dell’arte

    L’uomo e il suo cervello: la creazione e la “comprensione” dell’arte

    Si è aperto a Palazzo Ducale un ciclo di incontri tra “L’uomo e il suo cervello” il primo del quale è stato dedicato al “Cervello artistico”, in cui il relatore, Antonio Gallese, neuroscienziato, professore ordinario di fisiologia al Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma, ha spiegato le relazioni che intercorrono tra l’opera d’arte, la percezione di un osservatore e i nostri neuroni.

    L’empatia, che è un processo che ci permette di “intuire” le emotività dello stato d’animo altrui e, in particolare, l’empatia estetica nasce come costrutto teorico fra Ottocento e Novecento e si pone un amletico interrogativo: la comprensione dell’arte è diretta o mediata? A questo, pare, aver risposto il team del Prof. Giacomo Rizzolatti, di cui il Prof. Gallese fa parte, con l’individuazione dei “neuroni a specchio”, un particolare tipo di cellule nervose presente nella regione parieto-premotoria del cervello, scoperte, per la prima volta negli anni ’90.

    Esperimenti condotti su macachi hanno evidenziato, infatti, che alcune aeree motorie del cervello si attivano non solo quando compiamo un’azione ma anche quando la vediamo compiere da altri. Lo stesso vale per l’uomo: questi neuroni sarebbero i responsabili fisiologici, della nostra capacita di relazione con gli altri (intersoggettività), evocando “ricordi” di analoghi comportamenti o sensazioni già sperimentati da noi stessi.

    L’individuo avrebbe, cioè, una capacità innata di internalizzare il comportamento di un’altra persona o di una sua emozione, la cosiddetta “simulazione incarnata” ed imitarne il moto (solo come attivazione di potenziali a livello cerebrale non reale spostamento) o le sensazioni. Se quello che vediamo, infatti, ci è sconosciuto, quest’area motoria rimane silente.

    Sulla base di queste evidenze scientifiche le opere d’arte, come altre forme di “comunicazione” che vanno dal linguaggio alle impressioni sensoriali e che fruiscono dello stesso sistema dei neuroni a specchio, non sarebbero percepite ma empatizzate. Un oggetto, preso come simbolo di un mondo materiale, viene trasfigurato dall’artista per cogliere la sua “emotività più invisibile” che ci viene trasferita grazie ad un “rapporto particolare tra chi crea l’oggetto e chi lo contempla”.

    Davanti ad un’opera d’arte, dunque, attraverso le aree deputate alla vista, si attivano canali “multimediali” che fanno da “cassa di risonanza” per altre attività cerebrali che “mimano” gli stessi intenti del creatore. L’enorme rilievo di questa conclusione, che sembrerebbe più una disertazione filosofica che una ricerca scientifica, sta nella ricaduta che nuove conoscenze, di questo tipo, potrebbero avere nell’interpretazione dei meccanismi legati alle patologie dei disturbi mentali. Nella Sindrome di Ausperger, ad esempio, si sarebbe accertato una notevole riduzione nel funzionamento dei neuroni a specchio con conseguente mancanza di quei rapporti di intersoggettivita tipica dei bambini autistici. Questo nuovo approccio sui percorsi della “mente”, toglie il nostro cervello dall’angusto mondo della mera anatomia, per catapultarlo in quel mondo delle neuroscienze che, indagando a 360 gradi, ci stupiscono ogni giorno svelandone le incredibili potenzialità.

    Adriana Morando

  • Legge e web: Megaupload chiuso dall’FBI, ma era attivo da 7 anni

    Legge e web: Megaupload chiuso dall’FBI, ma era attivo da 7 anni

    Arrestato dall’FBI Kim Schmitz, il fondatore di Megaupload. La notizia ha creato scalpore, e non poteva essere altrimenti considerando che Megaupload contava (usiamo il passato perché il sito è stato oscurato) 45 milioni di utenti all’anno. Le accuse parlano di violazione delle norme anti-pirateria che avrebbe causato un danno di oltre 500 milioni di dollari alle compagnie proprietarie dei contenuti protetti dal diritto d’autore.

    Kim Schmitz è stato arrestato in Nuova Zelanda insieme ad altri tre dirigenti della Megaupload-Limited, società registrata ad Hong Kong. Per chi non ha mai frequentato il sito, Megaupload offriva gratuitamente la possibilità di caricare file fino a 2 GB e scaricare file non più grandi di 1 GB e metteva a disposizione dell’utente uno spazio di 200 GB. Ma esisteva anche la possibilità di usufruire del servizio a pagamento, l’account Premium, che offriva spazio di archiviazione illimitato.

    La comunicazione del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America fa un po’ di chiarezza su quella che è l’accusa: “[…] hanno condotto la loro operazione illegale usando un modello di business espressamente disegnato per promuovere l’uploading dei contenuti più popolari e coperti da copyright, disponibili a milioni di utenti per il download.”

    A questo punto le domande che viene naturale farsi sono principalmente due:

    – Megaupload è online dal 2005, perchè ci vogliono sette anni per rendersi conto che l’attività che svolge il sito è illegale?

    – Che ne sarà ora di tutti quegli utenti “Premium” che avevano pagato per usufruire dei servizi di Megaupload?

    Alla prima domanda è difficile dare risposta, nel senso che ci troviamo davanti ad un problema cardine del nostro tempo. Internet è più veloce della legge e la legge non è mai riuscita a reggere il ritmo. La rapidità con cui negli ultimi dieci anni Internet è entrato nelle case e nella quotidianità delle persone è impressionante, dal canto suo, invece, la macchina legislativa è da secoli abituata a lavorare su ritmi diversi. Un dislivello destinato a farsi sempre più pressante negli anni futuri. Il concetto di “libertà digitale” scontra con quello di “copyright” in moltissimi aspetti, come se l’intera legislazione sul web si basasse su equilibri sottili e quantomeno provvisori, in balia del tempo e della rete stessa. Ma siamo davanti ad un argomento vasto e delicato, per questo motivo proporremo su queste pagine nei prossimi giorni alcune riflessioni sulla materia.

    Per quanto riguarda la seconda domanda, se quello di Megaupload può considerarsi “schema di Ponzi” (modello economico di vendita che promette guadagni alle vittime di una truffa a patto che queste reclutino nuovi investitori da truffare), il rimborso diventa una chimera, come accaduto per la recente e clamorosa truffa di Bernard Madoff ex presidente NASDAQ nel dicembre 2008.

    Intanto su social e forum la protesta contro la chiusura del portale di condivisione non ha confini e si estende da Tokyo a New York…

  • Liceo Colombo: lavori di restauro per la scuola più antica di Genova

    Liceo Colombo: lavori di restauro per la scuola più antica di Genova

    Genova, liceo Cristoforo ColomboEntro il 2012 saranno appaltati i lavori di restauro del liceo e del Convitto Colombo, il complesso scolastico più antico di Genova edificato nel 1573. Gli interventi in programma prevedono manutenzione straordinaria e restauro dell’antico chiostro del liceo e realizzazione di uscite di emergenza per 950.000 euro. Mentre tra un mese inizieranno quelli per il rifacimento del solaio di copertura della biblioteca del Convitto, per 101.500 euro.

    L’assessore ai lavori pubblici della Provincia Monica Puttini ha comunicato tempi e modalità degli interventi: “Gli interventi al liceo Colombo proseguono e completano come secondo lotto i lavori in corso, finanziati con 1,3 milioni di euro, per il rifacimento e prolungamento dell’ascensore, la realizzazione delle scale di sicurezza e gli adeguamenti di tutti gli impianti. Con i nuovi interventi, che dopo le progettazioni definitive potranno andare in gara entro l’anno, l’istituto sarà pronto per ottenere la certificazione di prevenzione incendi dei Vigili del Fuoco.”

    Due anni fa il Demanio ha ceduto in convenzione, non in proprietà, il Convitto Colombo alla provincia di Genova: “In due anni abbiamo realizzato – dice Monica Puttini – i lavori necessari per la sicurezza e il rinnovo degli impianti tecnologici per 1,4 milioni e tra un mese partirà un altro intervento molto delicato e complesso per il rifacimento del solaio di copertura della biblioteca che presentava segni di degrado.”

    Il Demanio non aveva mai svolto interventi sulla struttura e la Provincia ha  riscontrato forti necessità di interventi di riqualificazione per 30 milioni di euro: “Se ne avessimo ottenuto la proprietà – continua l’assessore – la Provincia avrebbe attivato progetti specifici. Interveniamo comunque, anche senza il possesso dell’edificio, per garantire la sicurezza delle sue funzioni scolastiche.”

  • Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Abbiamo parlato nei giorni scorsi della storia del Carnevale. Ma com’era il Carnevale genovese? Può sembrare incredibile ma era più chiassoso, più sfarzoso e più dissoluto di quello di Venezia. Se ne ha prime notizie in documenti del XIII secolo, in cui venivano accordate dilazioni ai debitori perché potessero partecipare alla festa con animo sereno.

    Il Carnevale ai tempi della Superba – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

    Genova e dintorni, la guida online

     

     

     

     

  • Sanremo: la casa di riposo dove picchiavano gli anziani

    Sanremo: la casa di riposo dove picchiavano gli anziani

    Una vita che nasce, cresce e poi invecchia: queste sono le tappe del ciclo biologico di un essere vivente. In questo percorso si individuano fasce di età più fragili che sono quelle dell’infanzia e della vecchiaia, fasce che sono spesso oggetto, proprio per la loro incapacità a difendersi, dei soprusi più vili. Purtroppo, la cronaca registra l’ennesimo episodio di violenze reiterate, in una casa di degenza per anziani di Sanremo, che nulla ha da invidiare ad un vero girone dell’inferno dantesco. “Borea”, questo è il nome della struttura, “Acheronte” l’operazione della Guardia di Finanza e dei Carabinieri Nas di Genova che ha posto fine a questo orrore arrestandone gli artefici, “Airone” la cooperativa che forniva questo “qualificato” personale per i 42 ospiti non autosufficienti. Questo è il quadro della triste vicenda, la cui cornice è completata dai 6 “aguzzini” che, scorci di video registrati durante l’indagine, mostrano in tutta la loro crudeltà ed efferatezza.

    Le denunce dei parenti, insospettiti da ecchimosi riscontrate sul volto e sul corpo dei loro cari, hanno fatto scattare gli accertamenti , circa sei mesi fa, da cui è emerso, con documentazioni inconfutabili, come gli anziani, specie quelli con più gravi problemi cognoscitivi, venissero legati, picchiati con schiaffi e gomitate, sbatacchiati sui letti, spintonati, presi per i capelli, e chi più ne ha più ne metta. L’abominia risulta ancora più inaccettabile perché, come si evince facilmente dalle immagini, queste sevizie venivano comminate senza un’apparente motivo ma per puro sadismo.

    Un esempio per tutti: uno squallido corridoio, un’anziana legata su una sedia rotelle, passa un ”operatore sanitario” e… scatta, improvvisa, una gomitata. Nessuna giustificazione per questi mostri capitanati da Rosalba Nasi, responsabile della struttura agli arresti domiciliari, 58 anni, originaria di Mondovì ma abitante a Sanremo, moglie del senatore Gabriele Boscetto del Pdl che, pur non partecipando direttamente allo scempio, ne sarebbe stato a conoscenza e non avrebbe fatto nulla per impedirli.

    Per completate questo triste panorama, oltre a condizioni igieniche fatiscenti, ci sarebbero anche due morti sospette risalenti ad alcuni anni fa: un’anziana ricoverata all’ospedale per una profonda ferita lacero-contusa dovuta a un piatto calato “inspiegabilmente” sulla sua testa, poi morta per un ictus il mese successivo, e un secondo decesso imputabile ad un’eccessiva dose di tranquillanti.

    La struttura non è stata chiusa per non arrecare ulteriore danno ai pazienti ma la Asl ha provveduto ad inviare 4 medici al fine di verificare lo stato dei degenti, mentre i Nas hanno il compito di fotografare lo stato della struttura sia in termini di idoneità ambientale sia in termini di presidi sanitari adeguati, non ultimo la presenza di alimenti o farmaci scaduti. Il sindacato generale dei pensionati (Spi) aderente alla Cgil, interpretando il sentimento unanime, ha sentenziato ”nessuna pietà”, perché nessuna pietà può essere invocata davanti a tanta ferocia. Dallo stesso Spi parte una proposta condivisibile: l’apertura 24 ore su 24, a visitatori e familiari, di questi centri, per poter espletare una vigilanza costante, primo deterrente contro comportamenti aberranti. Sarebbe consigliabile, anche, a mio parere, una selezione più accurata del personale oltre a “responsabili” con tanto di abilitata qualifica, tra le quali , non pare, si configuri quella di “moglie di senatore”.

    Adriana Morando

  • Tassa su cibi e bevande dei fast-food, se ne parla anche in Italia

    Tassa su cibi e bevande dei fast-food, se ne parla anche in Italia

    Lo scorso anno, febbaraio 2010, la Romania fece da apripista con una legge  tanto originale quanto discussa: una tassa su alcol e cibo spazzatura (junk-food). L’accisa su fast-food e simili (tassa su chi produce e chi importa alimenti con alti livelli di grassi insaturi, zuccheri e additivi) causò un’ondata di polemiche in tutto il paese, addirittura fonti non confermate parlarono di minacce ricevute dal governo di Bucarest. I ricavati sono stati destinati a programmi di educazione alimentare e sanitaria.

    L’Ue applaudì la decisione del ministro Attila Czeke, un mese dopo a Bruxelles vennero varate regole comuni a tutti i 27 Paesi per i cosiddetti profili nutrizionali, cioè per indicazioni igienico-alimentari molto più dettagliate: non più solo informazioni sulle calorie, ma anche allarmi e notizie sui possibili effetti nocivi, come per le sigarette. Ovviamente l’eventuale tassazione è una decisione che non spetta all’Unione Europea bensì ai singoli governi, il Parlamento europeo si limitò a scrivere una lettera al governo romeno auspicando un simile provvedimento in tutti i paesi membri.

    Qualche settimana fa se ne è iniziato a discutere anche in Italia. Un’ipotesi attualmente allo studio del ministero della Salute è la tassazione di cibi non salutari per finanziare la costruzione e l’ammodernamento degli ospedali.

    Ora si attende di conoscere quale seguito avrà l’intento governativo. Occorre precisare che un’eventuale tassa andrebbe si a colpire le aziende che poi però, inevitabilmente, si rifarebbero sui consumatori con l’aumento dei prezzi. E se aumentasse di qualche centesimo il prezzo dell’hamburger con patatine  la gente smetterebbe di comprarlo? Probabilmente no, come non si smette di fare benzina quando aumenta il prezzo del carburante. E a onor del vero non è neanche questo il primo obiettivo dell’intervento governativo, è prima di tutto un’operazione economica per recuperare indispensabili fondi, viste le difficoltà che colpiscono i bilanci regionali della sanità.

  • Una ricetta per non ingrassare, lo studio della Washington University

    Una ricetta per non ingrassare, lo studio della Washington University

    Guardi sconfortato il “salvagente” naturale che ballonzola sui tuoi fianchi ad ogni passo e che, per consolarti, qualcuno chiama le maniglie dell’amore o quell’odioso accumulo di adipe che aggetta, come un balcone senza fiori, dal tuo corpo e ti impedisce di vedere dove metti i piedi od ancora spii, con malcelata indifferenza, l’impeccabile silhouette degli archetipi taglia “slim” con un senso di colpa degno dei più lacrimevoli coccodrilli? Coraggio, è in arrivo una buona notizia che, se non toglie un etto alla tua figura effetto balena, allontana da te il fio della colpa.

    Uno studio della Washington University School of Medicine, pubblicato sul Journal of Lipid Research, ha stabilito la nostra incolpevole tendenza alla golosità, liberandoci dal girone infernale in cui il nostro sommo padre Dante ci ha relegato. Secondo questo rigoroso studio scientifico, alcuni di noi (direi tanti, il 20%) avrebbero una variante ipoattiva di un “molesto” gene che ci fa alzare dal desco, insoddisfatti, anche dopo un pasto pantagruelico.

    Come ogni prodotto genico, la proteina trascritta, chiamata CD36, delegata a metabolizzare i grassi, essendo presente in quantità insufficiente, non permetterebbe ai recettori gustativi di raggiungere quel grado di “soddisfazione” tale da impedire un’ulteriore richiesta di cibo. Come insegna l’anatomia, l’organo del gusto è sito nell’apparato buccale, in particolar modo sulla lingua, dove organuli sensoriali, presenti nelle papille gustative, hanno il compito di farci percepire sapori come il dolce, il salato, l’amaro o l’acido.

    A questi 4 capisaldi, il giapponese Kikunae Ikeda, già dal 1908, aveva aggiunto un 5 gusto, l’umami, che si coglie mangiando cibi ricchi di proteine grazie alla presenza di composti simili al glutammato monosodico (eccipiente prevalente nel dado da brodo).

    I ricercatori di questo curioso lavoro, avrebbero scoperto, adesso, la presenza di un ulteriore recettore capace di individuare il “fat”. La mancanza di un apporto di lipidi sufficiente, o ritenuto tale da un sistema anomalo, stimola la richiesta compensatoria di altri alimenti che, paradossalmente, innescano il cosiddetto meccanismo di feedback e cioè: più cibo introduciamo, più viene inibita la produzione della proteina incriminata, più i recettori percepiscono la mancanza di grassi, più diventiamo famelici, innescando un diabolico circolo vizioso che ci conduce inevitabilmente alla condizione di obesi.

    L’esperimento, che ha portato a queste conclusioni, è stato condotto su 21 volontari, con indice di massa corporea Bmi (Body Mass Index) uguale o maggiore a 30, tutti valori rientranti nel “sovrappeso”,  a cui è stato chiesto di assaggiare liquidi diversi e valutarne il sapore. E’ emerso che la presenza di acido oleico e linoleico propri dell’olio di oliva o i “flavour” dei latte, anche in concentrazioni molto basse, vengono avvertite in modo molto dissimile proprio in funzione della “bontà” del sistema deputato al metabolismo di queste sostanze. In base alla variante genica della proteina CD36, infatti, che si identifica in tre classi definite “iperattiva”, “pigra” e intermedia, si è potuto accertare che la percezione del “grasso” era 8 volte superiore negli individui con un dinamismo enzimatico iperfunzionante rispetto ad uno con scarsa attività.

    Aver chiarito questo aspetto dell’alimentazione, è un indubbio aiuto ai medici nutrizionisti per la gestione dell’obesità ma, soprattutto, è un incentivo per le industrie di generi commestibili ad indirizzarsi alla realizzazione di prodotti dedicati. L’obiettivo sarebbe quello di “Ingannare” l’organismo in modo di soddisfare la “voglia” senza incrementare l’apporto calorico in modo analogo, ad esempio, alla strategia operata dal dolcificante nei confronti dello zucchero. In attesa di alzarci dalla tavola sazi e felici, non ci rimane, per ora, che una sana e salutare dieta e tanto benefico esercizio fisico.

    Adriana Morando

  • Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi

    In occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, tante sono state le manifestazioni celebrative che si sono svolte per ricordare quei “luoghi della memoria” che hanno costellato il difficile cammino verso questa conquista o per ricordare quelle figure eroiche che hanno pagato, talora col sangue, il prezzo dei loro ideali. Uno dei personaggi dominanti di questo periodo è stato, senza dubbio, Giuseppe Garibaldi a cui sono stati dedicati conferenze, dibattiti, mostre fotografiche, incontri commemorativi, fiction televisive.

    Tra le rimembranze storiche esiste, a Genova, nel museo S. Agostino, una lapide che così recita: “Saluti riverente il popolo/questa casa/che per fraterna pietà di Natalina Pozzo/accolse fuggiasco/Giuseppe Garibaldi iniziante la gloriosa epopea delle sue gesta/il 4 febbraio 1834…”. L’episodio a cui fa riferimento, che Ernesto Pisani ha tradotto in rima nella poesia “Ciassa Sarzan, ‘na neutte de frevâ” (piazza Sarzano, una notte di febbraio), racconta di un edificio non più esistente, spazzato via dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale ma che si ergeva al n°46, in quel luogo dove ferveva l’opera degli “strapunté” (materassai). Anche la protagonista è, solo, un nome perso nel tempo, tenuto in vita da un ricordo leggendario non scevro da un pizzico di “suspense”.

    LE “SCAPPATELLE” DI GARIBALDI CON LE “BESAGNINE”

    E’ buio, la notte nasconde i passi affannosi di un fuggiasco, la polizia insegue un ricercato, reo di aver partecipato ad una fallita insurrezione mazziniana. Quando tutto sembra perduto, una porta si apre nel cuore del quartiere di Sarzano e l’ombra scivola al sicuro di vecchie mura: è la casa di Natalina Pozzo, una “besagnina”. La donna guarda quegli occhi azzurri, ancora increduli per lo scampato pericolo, e cerca di rassicurare l’inaspettato ospite; “Stæ sciu zoenotto, ch’òua o ciu o l’é fæto”(coraggio giovanotto che il più è fatto) “Staiei chi un pâ de giorni, poi vediêmo”(starete qui un paio di giorni poi vedremo). Dopo qualche tempo, infatti, l’eroe dei due mondi trova la via della libertà, travestito da contadino.

    Un aneddoto curioso come tanti altri se non fosse per un’altra lapide che è in bella mostra a Camerata di Sotto (Lumarzo), in Val Fontanabuona. Parole incise sul marmo per descrivere un avvenimento simile, cioè l’accoglienza ricevuta dal ricercato, però, cambia la casa, sita in strada Carlo Felice, l’attuale via XXV Aprile, cambia la data (9 febbraio) e il nome della pia donna, Teresa Schenone o “Teixinin”, come era chiamata, anch’essa fruttivendola.  Questa antitetica versione dell’episodio sembra essere suffragata da un manoscritto, datato Brescia 23 settembre 1866, in cui Garibaldi, ormai famoso personaggio della “cronaca”, rispondendo ad una lettera di Teresa, le esprime gratitudine eterna per il provvido aiuto e da una successiva missiva, indirizzata al “Barone Podesta, sindaco di Genova”, in cui l’eroe chiede una raccomandazione (esistevano già allora) al fine di trovare un lavoro per il marito della suddetta signora.

    La storia si complica ulteriormente: come ogni fatto di “gossip” ecco spuntare una terza pretendente, cotale Caterina, proprietaria dell’Osteria della Colomba, sita nel vicolo dell’Acquavite (si pensa fosse presso piazza Banchi) che assicura di essere lei ad aver soccorso il patriota  in un momento tanto tragico. Purtroppo è impossibile ricorrere alla prova dirimente del DNA e non rimane che trovare una risposta logica, per sanare la controversia, ipotizzando che tutte le tre donne abbiano, effettivamente, contribuito alla rocambolesca fuga ma in tre momenti diversi: prima in Sarzano, poi in via Carlo Felice ed infine verso il porto dove, attraverso la porta della Lanterna si arrivava a Sampierdarena e di lì, sulla strada di Sestri, si poteva  raggiungere la vicina Francia.

    Adriana Morando

  • Comunicazione bufala: bimbo di 17 mesi necessita di sangue B+

    Comunicazione bufala: bimbo di 17 mesi necessita di sangue B+

    Un bambino di soli 17 mesi necessita di sangue B+ a causa di una Leucemia Fulminante. Il numero di telefono a cui rivolgersi è 3282694447, sig. Riccardo.

    Questo il messaggio che dalla mattina di oggi sta intasando il traffico su social e telefonini. Alla nostra redazione sono arrivate decine di mail, abbiamo provato ovviamente a contattare più volte il numero di telefono indicato, ma non ha mai risposto nessuno. Poi la notizia dell’infelice inganno si è diffusa altrettanto rapidamente e basta una veloce ricerca sul web per comprendere che si tratta di una bufala.

    Centinaia di annunci sono stati pubblicati in tutta Italia, in Toscana le chiamate di volontari donatori si sono moltiplicate sino all’annuncio del Centro Regionale Sangue diffuso dall’agenzia Adnkronos: “…il bambino citato nel messaggio e’ ormai grande, e’ stato trapiantato dieci anni fa, non ha mai avuto bisogno di sangue e sta bene”.

     

  • L’ Abc della crisi politica ed economica che colpisce l’Europa

    L’ Abc della crisi politica ed economica che colpisce l’Europa

    Cosa diavolo sta succedendo in Europa? Perché Monti riparte sempre per andare a confabulare con Merkel, Sarkozy e compagnia cantante? Cosa dobbiamo aspettarci e cosa dobbiamo sperare?

    La questione è complessa: eppure non è impossibile anche per l’uomo della strada capire le motivazioni di questa crisi del debito e gli scenari su cui si sta lavorando. Ho già detto che passa tutto da “casa nostra”: il futuro dell’euro, i destini della nostra economia, fino alle sorti della politica italiana. Proviamo quindi, una volta per tutte, ad andare al fondo del problema, in un modo che sia il più possibile comprensibile da tutti.

    Partiamo da un’ovvietà: gli Stati hanno bisogno di soldi. Per avere liquidità per le loro spese e i loro debiti essi vendono sul mercato titoli come i nostri BOT e BTP: si tratta di obbligazioni che scadono ad una data precisa e garantiscono un rendimento fissato al momento dell’acquisto. Ad esempio, investendo oggi 100, posso comprarmi un prodotto finanziario che – poniamo – mi renderà 101 tra 3 anni: ed è garantito direttamente dallo Stato che li emette. E’ un buon investimento: il rendimento è basso, ma sicuro. A meno che – ovvio – lo Stato in questione non fallisca. In condizioni normali è un’ipotesi remotissima, ma se le prospettive di questo Stato peggiorano seriamente (per vari motivi come una recessione economica o una grande instabilità politica) comincia ad insinuarsi il dubbio che i debiti possano non essere ripagati. Quindi gli investitori, per prendersi il rischio di prestare denaro a questo Stato, chiedono un margine di guadagno sempre più ampio. Non si accontentano più di mettere 100 per avere un domani 101 o 102, ma chiedono di poter guadagnare 104, 105, 106 o anche di più: altrimenti non sottoscrivono il debito. Tuttavia la ricchezza di uno Stato è limitata. Se contrae troppi debiti, finirà per non avere più i soldi per ripagarli. In altre parole, è la bancarotta (vedi crac finanziario dell’Islanda).

    E il tutto aveva avuto origine essenzialmente da un dubbio: una sensazione di sfiducia sulla solvibilità del paese che si era diffusa tra gli investitori riducendo il credito. A prescindere da quanto fosse sensata e ragionevole questa sfiducia o da come si sia generata e diffusa (un argomento troppo vasto e spinoso per affrontarlo qui), resta il fatto che il nostro problema oggi è proprio questo: c’è sfiducia verso certi paesi della zona euro, come l’Italia, che hanno un’economia in recessione e conti pubblici in disordine.

    Per questo lo soluzione è apparsa a molti obbligata: mettere a posto i bilanci pubblici. La Germania, che ha buoni conti e una crescita viva, ci dice: mettete in sicurezza i vostri conti e la crisi passerà. Peccato che con questa politica dopo quattro anni la Grecia si sia avvicinata ancora di più al fallimento. Perché? Lo abbiamo visto con la manovra di Monti. Se per mettere a posto i conti, si prendono i soldi dai cittadini tassando o riducendo i servizi, i cittadini avranno meno possibilità di spendere: i consumi si contrarranno e la crescita calerà. Ciò significa che lo Stato avrà minori entrate e dovrà aumentare di nuovo le tasse, e così via. E’ la spirale recessiva in cui ci troviamo.

    Le politiche di rigore sono giuste, ma vanno fatte con criterio e con l’occhio sempre rivolto allo sviluppo e alla crescita (e infatti il governo in questi giorni sta lavorando proprio su questo). Ma c’è un’altra strada praticabile. A ben vedere, se il problema è quello di pagare i creditori, si tratta allora, fondamentalmente, di un problema di liquidità. Ma gli Stati non dovrebbero avere problemi a trovare denaro: in fin dei conti, si tratta solo di un pezzo di carta. Basta stamparne ancora. Certo, aumentando la massa monetaria in circolazione, il valore della moneta scenderà (è una regola elementare: quando una cosa si trova facilmente, il suo valore scende). Se l’euro si svaluta, chi possiede dollari e vuole comprare in Europa, sarà favorito: quindi migliorerebbero le nostre esportazioni, e viceversa peggiorerebbero le importazioni, con conseguente aumento dei prezzi dei beni importati. Ma il punto è che nessuno potrebbe più scommettere sulla nostra incapacità di trovare il denaro per ripagare i debiti, dato che potremmo stamparne (in linea di principio) quanto ne vogliamo!

    La speculazione internazionale subirebbe un arresto, i rendimenti dei titoli calerebbero e lo Stato non dovrebbe più preoccuparsi di aumentare le tasse e tagliare i servizi ai cittadini per pagare i suoi debiti. A quel punto si tapperebbe la falla, finirebbe l’emergenza e si potrebbe ricominciare a riformare l’apparato produttivo del paese per avere nuova crescita e ridurre le tasse. Non è proprio così facile: ma è un’ipotesi praticabile e vantaggiosa. D’altra parte è quello che abbiamo sempre fatto quando avevamo la lira. Dunque, perché non farlo di nuovo? Perché c’è l’euro che è regolato dalla Banca Centrale Europea.

    E la Germania, che è il motore economico e la testa della governance europea, non lo permette. Non vuole nemmeno gli Eurobond, cioè quei titoli di Stato europei emessi dalla BCE che Tremonti vedeva come un altro possibile rimedio agli attacchi speculativi. Anzi, la Germania ha chiesto e ottenuto un regolamento europeo che impone vincoli rigorosi di rientro dal debito e sanzioni per chi sfora. Perché si ostina su questa linea? Per vari motivi. Il primo è che noi siamo in crisi piena, mentre i tedeschi stanno sostanzialmente bene: quindi non solo sono contenti di avere un euro forte, ma non percepiscono l’urgenza nella maniera drammatica in cui la percepiamo noi. Il secondo motivo discende dal primo: se in Germania le cose vanno tutto sommato bene, significa che la Germania, forse, può fare a meno dell’Europa. Cioè, c’è un largo fronte di euro-scettici tedeschi, che di fronte alla prospettiva della fine dell’euro non si strapperebbe i capelli. In fin dei conti Greci e Italiani sono in crisi perché corrotti, evasori e spendaccioni: perché darsi da fare per salvarli? Il terzo motivo è che i tedeschi sanno bene cosa succede quando una moneta si deprezza. Tra il ’29 e il ’33, vale a dire tra il crollo di Wall Street e l’ascesa di Hitler, nella Germania di Weimer si andava a fare la spesa con carriole di banconote, perché il marco era stato deprezzato al punto tale da valere quasi zero. Ecco perché non è difficile capire come mai la Merkel non ci venga incontro: ammesso che capisca la gravità della situazione, non saprebbe come farla digerire al suo elettorato. Questo però aumenta la sfiducia degli investitori.

    La zona euro è caratterizzata da una moneta forte, una banca centrale con poteri limitati e un’economia a due velocità: un nord con bilanci tradizionalmente rigorosi e un sud che ha sempre basato la sua sopravvivenza sulla svalutazione monetaria. Questa contraddizione oggi è alla base della speculazione: si scommette sul fatto che il sud in tempi di crisi non è in grado di andare avanti senza svalutare e che il nord non glielo permetterà. E più il tempo passa senza che la Germania ceda, più questa scommessa si alimenta e rischia di avverarsi.

    Tutto molto interessante – direte –, ma perché si parla di queste cose in una rubrica politica? Perché questa è politica. Oggi l’obiettivo politico in Europa è costringere la Merkel ad un cambio di rotta. Monti su questo versante deve ottenere assolutamente qualcosa: o che si trasformi la BCE in prestatore di ultima istanza, o qualche atra misura tipo Eurobond, oppure, alla mal parata, che si allentino almeno quei vincoli di bilancio europei che ora minacciano di strozzare nella culla la nostra ripresa economica.

    Per questo, dopo la manovra, (e veniamo alla domanda in apertura di articolo) si è messo a girare per l’Europa: deve trovare degli alleati con cui controbilanciare lo strapotere tedesco. Chi? La Francia innanzitutto, nobile decaduto; e poi l’Inghilterra, che per difendere gli speculatori della City rischia di rimanere tagliata fuori. Parallelamente il professore mette in discussione il ruolo-guida della Germania, accusandola esplicitamente di aver peggiorato la crisi greca e di sbagliare strategia. Una bella bastonata, a cui alterna la carota: in visita a Berlino, aveva recitato la parte del “genero ideale”, dicendo di amare la Germania, di sentirsi tedesco dentro e tante altre belle cose. Insomma una vera strategia politica. Ma funzionerà? Solo il tempo ci dirà – come avevo scritto mesi fa – se Monti si rivelerà essere quello di cui davvero abbiamo bisogno: non tanto un bravo tecnico, ma un bravo politico.

    di Andrea Giannini