Autore: Gabriele Serpe

  • USA, il Commercio Equo e Solidale apre alle multinazionali

    USA, il Commercio Equo e Solidale apre alle multinazionali

    Il Fair Trade, letteralmente Commercio Equo, è un settore in forte espansione: l’anno scorso a livello internazionale si è registrato un aumento del 27% sulle vendite dei prodotti marchiati Fair Trade e, nel solo Regno Unito, il 30% del caffè venduto è marchiato con uno dei label di Fair Trade International.

    Questo trend positivo non sembra soddisfare Nico Roozen, fondatore di Fair Trade International e adesso mentore di Fair Trade USA. Seguendo lo slogan “Fair Trade for all” gli statunitensi si propongo di raddoppiare il giro d’affari entro il 2015 aprendo le loro certificazioni anche a grandi marchi come Starbucks o Nestlè che sicuramente non cambieranno la loro politica produttiva, anzi… Il rischio concreto è che in America i label “Fair Trade” diventino niente di più che mezzi per migliorare l’immagine delle multinazionali.

    Questa decisione ha prodotto una frattura totale all’interno del sistema del Commercio Equo. Da un lato c’è Fair Trade Intenational che è presente in decine di paesi e che ha più di 20 marchi registrati, dall’altra c’è Fair Trade Usa. Paolo Pastore è il direttore di Fair Trade Italia e spiega: “La rottura è iniziata a settembre, Fair Trade Usa spingeva per l’apertura del mercato alle multinazionali e per la revisione di alcuni standard. Noi come Italia ci siamo schierati sin da principio con l’associazione internazionale”. Dal primo gennaio la separazione della parte statunitense è stata formalizzata con la presentazione di una serie di nuovi marchi e con nuove certificazioni.

    AGICES è l’Assemblea Generale del Commercio Equo e Solidale, l’Associazione di categoria che monitora le Organizzazioni di fair trade italiane:

    La scelta americana – scrive AGICES in una nota – rappresenta un problema ed un evento negativo, che potrà portare confusione e dubbi. E tocca un tema – come crescere? Come confrontarci col mercato? – oggetto di continua riflessione e dibattito. Proprio per questo è importante che operatori e volontari del Commercio Equo italiano ed europeo, consumatori ed istituzioni, sappiano che la decisione di Fair Trade USA non è rappresentativa della realtà attuale del Fair Trade e che non produrrà alcun cambiamento nel contenuto etico e valoriale dei prodotti e delle organizzazioni riconosciuti come giustamente e pienamente “Equi e Solidali”.  Agices  si impegna a vigilare sulla situazione e a confermare il pieno rispetto dei criteri Fair Trade da parte dei suoi membri ed è disponibile a qualsiasi confronto sul tema“.

  • La Scozia chiede l’indipendenza dal Regno Unito, referendum nel 2014

    La Scozia chiede l’indipendenza dal Regno Unito, referendum nel 2014

    ScoziaNon si tratta di un’indiscrezione, ma di un annuncio ufficiale. La Scozia vuole la secessione dal Regno Unito e oggi il Primo Ministro scozzese Alex Salmond ha avanzato la proposta legislativa annunciando per l’ottobre del 2014 un referendum. Gli scozzesi potranno quindi recarsi alle urne e decidere attraverso il voto se restare con la Gran Bretagna o distaccarsene definitivamente.

    Già in sede di campagna elettorale il premier scozzese non aveva nascosto le sue mire indipendentiste, per gli uffici londinesi non si tratta quindi di una notizia spiazzante e inaspettata, anche se, dopo la vittoria dei conservatori e la crisi nera dell’Euro, si pensava che le sue mire si fossero placate. A Londra, comunque, non si sono fatti trovare impreparati e Camerun è immediatamente partito al contrattacco: “[…] il distacco della Scozia sarebbe un danno gravissimo per l’Unione, inutile nasconderlo.”

    Ma non è tutto, il premier inglese si è spinto oltre: “Se vorrete indire il referendum, avrete bisogno del nostro benestare…” Una affermazione che ha il sapore della minaccia e che risveglia da una parte e dall’altra antichi dissapori…

    Aldilà del confine Salmond non si è fatto intimorire, si è detto convinto che in due anni di approfondite discussioni il popolo scozzese arriverà all’appuntamento del 2014 preparato e saprà prendere la decisione giusta, “la decisione più importante in 300 anni di storia” come l’ha definita lui stesso.

     

  • “Ogni vita è grande”, è uscito il disco di Gian Piero Alloisio

    “Ogni vita è grande”, è uscito il disco di Gian Piero Alloisio

    Gian Piero Alloisio“Ogni Vita È Grande” è il disco appena uscito di Gian Piero Alloisio, il cantautore nostrano con quasi quarant’anni di carriera alle spalle. L’opera raccoglie non solo il meglio della sua produzione, ma anche le sue ultime avventure di teatro-canzone; tra queste, il recupero dei brani inediti di Umberto Bindi, che regala un nuovo sguardo e una nuova luce su una vicenda artistica tra le più emblematiche e toccanti della musica italiana.

    La luce in un canto” è uno dei quattro brani inediti di Bindi proposti nell’album, quasi un testamento artistico che prende vita per la prima volta a dieci anni dalla scomparsa del cantautore. Gli altri inediti di Bindi, questa volta con i testi di Alloisio, sono “Passa”, “La parte migliore” (in collaborazione con lo scrittore Maurizio Maggiani) e “Il paese delle cose che non sono”, dedicata ai ragazzi costretti a confrontarsi con la prospettiva del “no future”, già presente in quegli anni ’90 in cui Bindi e Alloisio si incontrarono.

    L’omaggio al primo cantautore italiano è ben rappresentato nella canzone “L’eco di Umberto”, che è anche il titolo dello spettacolo realizzato in collaborazione con il Teatro Stabile di Genova, che girerà per tutto il corso del 2012 in lungo e in largo per l’Italia.

    Nel disco Alloisio torna a interpretare “Venezia“, canzone resa celebre da Francesco Guccini, che il cantautore di Ovada scrisse nel ‘77 per la cugina Stefania morta di parto, oppure “La strana famiglia“, canzone nota dedicata alle trasmissioni televisive, scritta con Giorgio Gaber nell’88 per il duo Gaber-Jannacci.

    In esclusiva per iTunes, l’aggiornamento di una canzone comica scritta da Alloisio nel 2002, “Silvio”, il cui finale è di sicuro effetto: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”.

    “Dopo aver realizzato questo disco ho capito che sono soprattutto un cantautore politico – ha detto Alloisio – uso la poesia, la comicità, l’ironia, la drammaturgia, ma non faccio intrattenimento, faccio politica. In ognuna delle 14 canzoni dell’album infatti c’è l’urgenza di un intervento. In alcuni casi lo si capisce già dal titolo…

    Nella canzone “L’eco di Umberto” che ho dedicato a Bindi, c’è una domanda che riguarda tutti quelli che credono nella poesia cantata: in questa società in cui la musica è un’immagine in tv… c’è ancora posto per gli artisti? Io spero di sì, per questo ho voluto cantare canzoni come “Venezia” o “La strana famiglia”, che avevo scritto per grandissimi come Francesco Guccini e Giorgio Gaber, per rivendicare l’appartenenza a un preciso filone culturale. Non a caso i musicisti che hanno suonato nell’album fanno anche loro parte della storia della canzone d’autore: Gianni Martini, Claudio De Mattei e Enrico Spigno…”

  • Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ogni tanto è utile osservare il nostro paese attraverso il racconto che ne fanno media e giornali, il più prestigioso dei quali è per antonomasia il Corriere della Sera. Come altri quotidiani, insieme alle cronache di bravi giornalisti, il Corriere ospita le opinioni di “illustri” firme del giornalismo italiano. Mi ha sempre affascinato il mestiere dell’opinionista: deve essere bello poter esporre su un organo di stampa così importante le proprie considerazioni personali. Chissà quali vastissime competenze e quali ricchissime esperienze devono avere coloro ai quali è concesso questo privilegio. Ecco: un’attenta lettura del quotidiano di Via Solferino ci da una buona misura di quale sia lo stato dell’informazione e quale enorme contributo diano certi editorialisti al dibattito pubblico. Prendiamo l’edizione di ieri.

    Esordio col botto: in prima pagina troneggia Galli della Loggia, intellettuale esperto di storia, economia e politica, con un articolo dal titolo “Svolta necessaria, nostalgie inutili“. Nel giorno in cui Sarkozy incontra la Merkel per discutere l’atteggiamento da tenere con i paesi in difficoltà economica, come il nostro, la storica firma di Via Solferino si preoccupa piuttosto di informarci che «dopo Monti, nulla sarà più come prima». Addirittura? E’ iniziata la fulgida epopea, dice Galli della Loggia, di un nuovo modo di governare, che consentirà di «evitare le snervanti trattative, le infinite mediazioni, le mezze misure». Cioè decide tutto Monti? Ma no: sarà solo «una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo».

    Basta che Monti si renda conto che deve essere ancora più fermo e ancora più deciso per superare da qui in avanti tutte le divergenze, i mal di pancia e le resistenze corporative della nostra società. Strano: sarebbe venuto da pensare che a volere essere troppo rigidi gli attriti sarebbero aumentati. E il dialogo? La concertazione? Il compromesso? Roba vecchia: Galli della Loggia ha già chiaro in testa il volto dello statista del nuovo millennio, modellato sull’algida figura dell’ex-commissario europeo e attuale Presidente del Consiglio.

    Magari ad alcuni potrebbe apparire un pelino prematuro, dopo neanche due mesi di governo, mettersi a decantare le virtù di un supposto Monti-pensiero; ma l’illustre pensatore rincara la dose e ammonisce, anzi, che i partiti sono necessariamente ad una svolta, perché la maggioranza degli Italiani «non sarebbe più disposta […] a sopportare governi di coalizione» dato che il successo di Monti «segna l’inevitabile tramonto della loro forma attuale». Sarà. Ma non è che la casta difetti in trasformismo e capacità di sopravvivenza…

    In ogni caso, dopo gli aruspici di Galli della Loggia, il lettore può girare pagina alla ricerca di altre perle di saggezza. Probabilmente, semisepolto in un fondo interno, non noterà l’unico interessante commento di Sergio Rizzo sul sottosegretario Malinconico e la vacanze pagate a sua insaputa modello Scajola-due-punto-zero, e pertanto tirerà avanti fino ai paginoni centrali delle opinioni.

    E qui non ci si può perdere la rubrica dell’ex-ambasciatore Sergio Romano, che rispondendo a due lettori, ci illustra “i pro e i contro di una rinuncia”: le “missioni militari”. I pro paiono chiarissimi: risparmiamo un bel po’ di soldi. Quali sono i contro? Romano fa un bel excursus storico dagli anni ’90 a oggi per non lasciarci nell’equivoco: quali sono gli altissimi motivi umanitari che ci hanno spinto a mandare i nostri uomini a farsi ammazzare in giro per il mondo?

    Nell’ordine: in Somalia ci siamo andati perché dopo Tangentopoli cercavamo un modo per dimostrare di saper «preservare e coltivare il nostro ruolo storico nel Corno d’Africa»; in Bosnia e in Kosovo per «chiudere una fase durante la quale l’Italia era stata esclusa dal piccolo direttorio occidentale»; in Iraq perché «Silvio Berlusconi voleva creare un rapporto privilegiato con l’America di Bush»; in Libano «per riconquistare lo spazio che l’Italia aveva perduto nelle vicende mediterranee e mediorientali»; e in Afghanistan «perché non volevamo dire no agli Stati Uniti e alla Nato». Cioè realpolitik coloniale del peggior stampo.

    Dunque meglio ritirarsi? Si può anche fare, dice Romano, ma ci potrebbero essere «gravi imbarazzi per i partner» (oddio: faremo la fine della Spagna, che infatti ha uno spread più basso del nostro?); e poi bisogna tenere in conto le «condizioni locali e i bisogni delle popolazioni» e il fatto che i nostri militari hanno creato «un capitale di stima per il loro Paese e migliorato la vita di coloro che dipendono dalla loro presenza». Cioè: sembra che ci sparino addosso, ma in realtà ci vogliono bene. Siamo asserragliati in fortezze-caserme, ma non è perché ce l’abbiano con noi: tutt’altro. In Iraq e in Afghanistan adorano quelli che entrano nel loro paese armi in pugno, soprattutto quelli con una Costituzione in cui sta scritto che si «ripudia la guerra […] come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Articolo 11). Costoro non possono che venire in “missione di pace”, e quindi gli invasi si sentono tutelati e non si fanno ingannare dagli elmetti e dai fucili.

    Comunque subito a fianco c’è anche lo spazio di Pierluigi Battista, leggendario vice di Giuliano Ferrara a Panorama negli anni ’90. Tema: blitz della finanza a Cortina. Ecco che improvvisamente Battista scomoda tutte le teorie liberali di questo mondo, risveglia lo spirito di Montesquieu e si appella all’anima di Adam Smith per spiegarci che anche lo Stato, l’altro contraente del “patto fiscale”, si rivela «inadempiente, esoso e oppressivo» e «commina punizioni mostruosamente smisurate, sin quasi all’esproprio, a chi si è macchiato di piccoli errori contabili». Forse gli sfugge che questi eccessi Equitalia li riserva a chi paga le tasse, ma non toccano affatto i grandi evasori che passano il Capodanno a Cortina, i quali infatti fino ad oggi vivevano impuniti e contenti. Ma Battista non demorde: è bene snidare gli evasori, ma lo Stato deve chiedere «il giusto». Vero. Peccato che quale sia “il giusto” non lo decidono né Battista, né gli evasori che svernano sulle Dolomiti. Peccato che le nostre altissime tasse dipendano anche dal fatto che in tantissimi non le pagano.

    Detto questo, è pur vero che un grosso scandalo sono «i soldi sprecati da una spesa pubblica foraggiata con i ricavi delle tasse». L’ha detto anche il più grande tra tutti i commentatori di Via Solferino: Piero Ostellino. In trasferta su Radio 24, ieri mattina spiegava che il problema non è l’evasione, ma la spesa pubblica. Fantastico. Allora, le pensioni le abbiamo già allungate: a meno di non volere eliminare il sistema sanitario, resta solo la corruzione, che in Italia drena 60 miliardi l’anno. E come si fa a corrompere? Si evadono le tasse per creare fondi neri (le mazzette non possono essere messe a bilancio): cioè evasione e corruzione sono strettamente legate. I fondi neri si usano per corrompere soprattutto per fare le opere pubbliche, che quindi costano di più. Ecco come si spiega un debito pubblico di 2.000 miliardi. Peccato però che i “liberali” Battista e Ostellino, quando si facevano i processi per Tangentopoli o per fondi neri di Mediaset, erano preoccupatissimi solo per le garanzie degli imputati.

    Peccato che in dieci anni governati quasi tutti dal centro-destra, in cui la spesa pubblica è esplosa (lo ha ricordato ieri Santo Versace, che pure era con Berlusconi), i due non abbiano levato nemmeno un monito di disapprovazione. Peccato che tutte le notizie di questi anni relative a corruzioni, evasioni, frodi, bancarotte, furbetti del quartierino e via dicendo, venissero commentate con editoriali cerchiobottisti, in cui si lamentava l’accanimento delle procure, l’eccessivo uso delle intercettazioni e altre panzane simili. Peccato che ponti sullo stretto e TAV vengano spacciate per improrogabili necessità, senza che si batta ciglio per gli altissimi costi stimati.

    A dire il vero non c’è solo la corruzione ad alzare la spesa pubblica. Ci sono i costi della politica, gli enti inutili (province e regioni sono doppioni) e il clientelismo che produce un’amministrazione inefficiente. Peccato solo che quando si scoprì come mai Nicole Minetti era stata paracadutata nel consiglio regionale lombardo a godersi un lauto stipendio, un editoriale del Corriere della Sera ci abbia ricordato come i veri “liberali” non si debbano scandalizzare per certe signorine che fanno carriera grazie alle “doti” sulle quali sono sedute. Chi lo scrisse? Un certo Ostellino. Sarà un omonimo…

    Andrea Giannini

  • Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto CalderoliAAA, cercasi sede opportuna per cotechino fraudolento. Non certo provvisto del rigido aplomb inglese ma sfoderando la gioia godereccia della cucina emiliana, questo improvvido ospite ha osato presentarsi, sull’austera tavola di Palazzo Chigi, per dare vita ad un “party” di Capodanno, il cui “riguardevole” costo rischia di minare il bilancio dello stato. E’ questo l’urlo di Munch… oh pardon.. dell’ex ministro Calderoli che, venuto a conoscenza del misfatto, ha immediatamente presentato istanza in Parlamento, evocando scenari apocalittici, non ultimo quello delle immediate dimissioni del neo leader Monti.

    La vicenda Kafkiana, per il paradosso, fantozziana per il grottesco, nasce dalla notizia “clandestina” che il nostro austero Primo Ministro avrebbe usufruito, indebitamente, dell’apparato dello stato per approntare una cena luculliana i cui partecipanti, possibili carbonari eversori dell’ordine costituito, andavano sollecitamente individuati e ai quali andavano estorte confessioni inequivocabili sul tenore degli argomenti trattati, nel corso del diabolico convegno.

    Vorrei avere la linguaccia della Litizzetto o l’ironia pungente di Crozza per commentare il fattaccio o, meglio ancora, avrei voluto avere la telecamera nascosta dell’indimenticabile Nanni Loi per immortalare l’espressione del nostro flemmatico capo di gabinetto: la traccia di un sorriso un po’ sbieco, un sopracciglio lievemente inarcato, una pausa ad effetto, uno sguardo panoramico sulla comitiva “godereccia” e poi un ….esterrefatto ohibò! E in questo semplice afflato, la sintesi del suo giudizio sulla somma “intellighenzia” del conclave politico.

    Giusto per la cronaca, non sono molto distanti i giorni in cui le “menti fanciulle” di una nutrita schiera di parlamentari sono riuscite a credere alla nuova versione della favola orientale di Ali babà (e dei ladroni, molti più di 40) con tanto di principessa egizia, Ruby, protagonista di una storia da libro Cuore, così come sono riusciti a scusare un “paseo”, degno di quella via Veneto di felliniana memoria, con la giustificazione che la sede non era istituzionale, dimentichi che le “sedicenti” dame venivano accompagnate al castello su “carrozze blu” trainate da potenti cavalli a benzina e “lacchè” in divisa, rigorosamente finanziati dallo stato.

    Con lo stesso candore, direi poco ecologico, non hanno puntato il dito contro l’ecatombe vegetale perpetrata sotto forma di erotici pali per lap dance, perché un po’ di sano movimento è quello che ci vuole per una “mens sana in corpore sano”. In questa idilliaca atmosfera scoprire, con orrore, che sotto le parvenze di un equilibrato dr Jekyll si nasconde la natura perversa di mr Hyde è stata veramente dura. Meriterebbero un aumento di stipendio!

    Il laconico messaggio giustificativo, subito apparso per placare l’intrepido disdegno dei seguaci del Senatur, si può riassumere in poche righe: la cena è avvenuta in quella parte del palazzo adibita a residenza privata del Premier; le persone del complotto erano 12: Monti e signora, 2 figli con i rispettivi coniugi , la sorella con marito e 4 nipotini; il pranzo preparato e servito dalla padrona di casa, senza l’intervento di personale di servizio esterno, era sufficientemente frugale e in linea col rigore della manovra anticrisi (non ci è dato di sapere se ci fossero anche lacrime e sangue); i costi per i generi alimenti sono stati accreditati sul suo conto personale, non tra le spese rimborsabili, e l’acquisto è stato “perpetrato” nei negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).

    Ci si rammarica, nel comunicato, di quel plus-consumo, effettivamente ingiustificabile, di acqua, gas ed elettricità (la festa si è conclusa alle 00,15 del 1 gennaio) che, a mio parere, con un atto di clemenza, andrebbe condonato a fronte dell’esborso gratuito per le lenticchie che, come recita il tradizionale gesto scaramantico, dovrebbero assicurare la ricchezza necessaria a scongiurare un’altra manovra.

    Adriana Morando

  • Dio e i giovani: intervista a Andrea Gallo, Prospero Bonzani, Alberto Reimondini

    Dio e i giovani: intervista a Andrea Gallo, Prospero Bonzani, Alberto Reimondini

    Don GalloQuando un credente e uno scettico si confrontano sul tema della fede, le risposte sono vaghe e, spesso, poco convincenti, da ambo i lati. Abbiamo pensato di rivolgere alcune domande sulla religione a tre preti “di confine”, Prospero Bonzani (parroco del Lagaccio, già più volte agli onori della cronaca la sua posizione favorevole in merito alla costruzione della moschea), Alberto Reimondini (responsabile della comunità S.Marcellino e dei Gesuiti di Genova) e Andrea Gallo, (sacerdote genovese conosciuto in tutta Italia, responsabile della comunità di San Benedetto), sperando che ci potessero spiegare quali risposte un ragazzo, oggi, possa trovare nella fede. Ve le proponiamo.

    In questo momento storicamente complesso di rivalutazione dei valori quale può essere il  senso di una proposta della fede ai giovani? Cosa può trovare in Dio un giovane oggi?

    Prospero Bonzani: Io credo che oggi sia, oggettivamente, molto difficile e quasi respingente cercare il senso della vita in una religione istituzionale così come essa viene presentata; soltanto l’incontro personale con realtà alternative potrebbe suggerire ad un giovane di cercare risposte anche in una fede. Vedo più facili le fedi orientali, anche se, a mio avviso, meno ricche, perché più che religioni sono filosofie, per quanto anche la filosofia si pone di cercare il senso della vita. D’impatto, vedrei repellente l’incontro di un giovane con “l’istituzione Chiesa”. Un giovane un po’ sveglio però! Perché se un giovane vive solo di pallone, può vivere tranquillamente di pallone e di fede mescolati insieme. Un giovane un po’ intelligente si troverebbe di fronte a delle difficoltà.

    Alberto Reimondini: Sicuramente questo è un tempo di grande trasformazione, non so se di altrettanta riflessione. La paura del nostro tempo, come in tutti i tempi, è la paura della morte. Tendiamo ad esorcizzare ed allontanare la diversità, la sofferenza, le persone che ci ricordano che ci sono interrogativi nella storia dell’uomo e del mondo. Per questo ci costruiamo un sistema di idoli indotto, nel quale speriamo di trovare la risposta alle nostre domande di fondo. Tutto fuori. Il punto chiave è avere il coraggio e la voglia di guardare dentro di sé, all’interno anziché all’esterno. Il rischio è che la quantità di proposte che ci spingono all’esterno, che di per sé rappresentano una ricchezza, ci faccia perdere il senso profondo che è dentro di noi. Qualunque senso che possiamo dare, lo possiamo dare partendo dal nostro interno. Guardare dentro significa andare in controtendenza, e questo ci spaventa.

    Andrea Gallo: La grande Madre Natura concede, dona a tutti gli esseri umani questa energia, il dono dell’intelligenza, della creatività e della spiritualità. Partirei di qui prima di parlare di fede; la spiritualità in partenza non ha nessun riferimento alla religione, che viene dopo. Questa ci richiama ad entrare nelle nostre profondità dell’anima. Sono le religioni poi che non rispettano la spiritualità di ciascuno. Cosa può proporre oggi la Chiesa cattolica, che amo e di cui mi sento parte, se non rispetta questa spiritualità personale? Una religione soprattutto, fedele all’ispirazione della  propria fede, quindi per quanto riguarda la Chiesa cattolica la fede in Gesù (come incontro, come dono, come persona), dovrebbe riuscire a proporre ma sempre senza arroganza né intolleranza. Le religioni devono riconoscere che chiunque incontrano ha già un’etica personale, credente o non credente.

    Qual è il passaggio dalla spiritualità alla fede in Dio?

    Prospero Bonzani: Prima c’è il passo di un dio, cioè un essere trascendente ed eterno rispetto al temporaneo di tutto ciò che esiste e che noi vediamo; vuol dire credere che c’è qualcuno che ha dato un senso al cosmo, dal Big Bang all’atomo. Credere in un dio coincide con il credere in un senso della vita dato da un altro che non è la vita stessa. Se io penso che qualcuno abbia creato, penso che abbia creato per un fine positivo, definitivo attraverso tanti capitoli della storia dell’umanità. Penso che la fede in Dio non sia necessaria, ma sia equivalente a chi crede che la vita abbia un senso e non sia un casino completo. E questo per me è già moltissimo; sarebbe già moltissimo che un giovane credesse in questo, perché io ho l’impressione che la maggior parte dei giovani creda che l’importante sia mangiare, bere, dormire e scopare, in generale, poi trovare un lavoro, per qualcuno trovare una casa, un po’ meno trovare un partner fisso, e divertirsi finché si può, poi mettere un po’ la testa a posto e tirare avanti; direi che è un po’ questa la media. Non ci rimane altro che scommettere! Se scommettessi per il “sì”…il mondo ha un senso e potrebbe anche esserci una vita dopo la morte. Se scommettessi per il “no”…cerchi di vivere come puoi. Se alla fine della mia vita, dopo aver scommesso per il “sì”, scoprissi che sto sprofondando nell’abisso del nulla, in un attimo penserei: “Cara vita, ti sputo in faccia perché sono contento di poter dire che ho pensato che tu fossi meglio di quello che eri, e mi vanto di me che mi sono illuso di te.”

    Alberto Reimondini: Guardare all’interno è la chiave: la fede poi è vicina. Siamo stati pensati per essere felici, parlando in termini evangelici. Scoprire quindi la bellezza che c’è in noi, la profondità, la delicatezza. Domandarsi, o percepire, se sono dati di fatto o se qualcuno le ha pensate per noi. Questa è la traccia della fede, dare un valore aggiunto a qualcosa che ha già valore di per sé. Niente di più.

    Andrea Gallo: E’ chiaro che il passaggio è il Vangelo. Come immagine ti proporrei quella di un Gesù che cammina su un manto di neve, lasciando delle impronte. La fede è proprio mettere il piede dove Gesù ha lasciato l’impronta; con una propria originalità, quindi ciascuno a modo suo. Gesù infatti non crea una religione, una cultura, un’organizzazione, ma parla all’uomo amando l’uomo.

    Don Andrea Gallo, di Luca Marcenaro

    Manca una proposta valida per un cammino di fede o i giovani non la colgono?

    Prospero Bonzani: I giovani non peccano di superficialità ma sono vittime della pressione mediatica, attraverso la quale passa il messaggio della facile felicità; a questo si aggiunge la difficoltà creata dall’immagine che la Chiesa ufficiale vuole veramente dare di sé.

    Alberto Reimondini: Sì, manca una proposta in grado di intervenire nel mondo di oggi, che è più complesso, ad esempio, di quello di cinquant’anni fa. Ma è anche vero che i giovani sono sovraoccupati, e fanno fatica a trovare mezz’ora libera durante la settimana; questo è un dato che va tenuto in considerazione.

    Andrea Gallo: A chi vuole proporre una fede io dico questo: non è vero che i giovani non hanno valori, ma il punto è che i giovani di oggi hanno una forte esigenza di autenticità. Chi vuole diffondere la buona novella deve mettere l’altro in condizione di accettare questo dono di fede. Quando la religione è una scelta imposta diventa un totalitarismo religioso; invece, per annunciare la fede, la prima cosa è rispettare la libertà di tutti, poi ascoltare, accogliere e non giudicare, usare quindi un linguaggio mai discriminatorio né dispregiativo. La grande domanda dei giovani davanti a chi annuncia loro la fede è “sei un testimone autentico?”. E’ responsabilità degli adulti, ormai da parecchi anni i giovani hanno una percezione di assenza di futuro. Proprio perché ricercano ed esigono autenticità percepiscono che i testimoni, gli annunciatori, gli educatori non sono credibili. Tant’è vero che si accorgono di essere in un mare dal quale emerge – altro che la fede! – la proposta delle tre A: Avere, Apparire, Appropriarsi.

    Ma in concreto, come viene percepita la presenza di un dio nella vita?

    Alberto Reimondini: Ognuno ha il suo personale rapporto, cioè la possibilità di confronto ma non di insegnamento, si può insegnare la religione ma certo non la fede. E’ un’esperienza interiore, un abito su misura che ciascuno deve indossare. Sant’Ignazio ci ha lasciato lo strumento degli esercizi spirituali; non delineiamo un obiettivo a priori a coloro che ci chiedono di accompagnarli in questa ricerca, ma lo scopo è guidarli verso una decisione autonoma e matura. Spesso non ci si arriva, spesso non ci si prova neanche; quante vite vissute ma mai sentite proprie? Certo l’esperienza forte di altri aiuta. Questo è il senso della comunità. La comunità cristiana nasce dalla comunicazione della fede e della non fede, senza imporre proprie idee o sicurezze.

    Andrea Gallo: Qui arriviamo, e bisogna ammetterlo con sincerità, arriviamo di fronte agli enigmi. Non è un enigma la morte? Enigma vuol dire che non si capirà mai fino in fondo.

     

    Servizio a cura di Marco Topini e Sara Ottolenghi

    Prospero Bonzani, parroco chiesa Ns. Signora della Provvidenza; ha preso una forte posizione a favore della costruzione della moschea nella zona del Lagaccio.

    Alberto Reimondini, responsabile della comunità dei Gesuiti di Genova – è responsabile della comunità “S. Marcellino”, a servizio dei senza fissa dimora.

    Andrea Gallo, della parrocchia di s. Benedetto al Porto – responsabile della comunità di s. Benedetto.

  • Storia di Genova, i forti: San Giuliano, San Martino, Santa Tecla, Belvedere e Tenaglia

    Storia di Genova, i forti: San Giuliano, San Martino, Santa Tecla, Belvedere e Tenaglia

    Forte di Santa Tecla

    La Storia di Genova, fortificazioni e cinte murarie – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Alcuni tra i numerosi forti di Genova, con la crescita della città, si sono venuti a trovare in prossimità del centro abitato fino ad esservi completamente conglobati. E’ il caso del forte di S. Giuliano (1819-1836) che, anticamente a picco sul mare, occupa un‘area in pieno tessuto urbano ed è la sede del Comando Provinciale dei Carabinieri. Nato sulla preesistente “Batteria Sopranis” (1745), vi si accede dal lato nord, in via Gobetti, con tanto di ponte levatoio, tuttora funzionante. Originariamente costituito da due caserme e da due gallerie, “di scarpa” e “di controscarpa”, che la leggenda vuole si prolungassero, segretamente, fino a Brignole, ha subito radicali rimaneggiamenti in occasione della costruzione di Corso Italia e per accogliere batterie antiaeree (poi demolite) che ne hanno alterato profondamente il prospetto sud.

    Poco distante in linea d’aria è il forte di S. Martino. Sorto sulla collina di Papigliano, (1820-1832), ad opera del governo sabaudo, è ricordato per una storica fucilazione, durante il regime fascista. Adibito ad abitazione per i senzatetto, nel dopoguerra, adesso è di proprietà privata e versa in uno stato di completo degrado. Edificato sul Bastione delle Forche, il forte di S. Tecla è posto alle spalle dell’Ospedale di S. Martino. Il nome ricorda l’antica chiesa del XI secolo dedicata alla santa, annessa al forte e poi distrutta, nell’ottocento, per lavori di ampliamento. La struttura militare è datata 1747 ma, di fatto, è stata terminata solo nel 1833. Triste luogo di prigionia nell’ultima guerra, poi abitazione civica, dal 2001 è stata affidata all’Associvile che ne cura il mantenimento.

    Il forte Richelieu (1747), ubicato sul contrafforte orientale del Ratti, deve il suo nome al maresciallo francese Louis du Plessis, Duca di Richelieu. A pianta rettangolare, con una cinta a “coda di rondine”, ospita sul fronte di ingresso due imponenti bastioni su cui erano, anticamente, collocate le artiglierie. Completato nel 1827, con la realizzazione della caserma, è stato rinforzato con l’aggiunta di due batterie, chiamate “nord” e “sud,” rivolte verso il monte Fasce ed armate con cannoni da 14 GRC/Ret (Ghisa Rigata Cerchiata/a Retrocarica.). Oggi, è sede di un ripetitore RAI.

    Sito sull’omonimo monte, forte Ratti, aggetta sui quartieri di Sturla, Albaro, S. Martino. Si raggiunge salendo da via Terpi, fino a S.Eusebio, preparandosi, poi, ad una lunga passeggiata o dai Camandoli con un cammino più breve ma più impervio. Risalente ai primi del ‘700 ma modificato dai francesi e dai genieri del Regno Sardo, il forte si sviluppa quasi tutto in lunghezza (250 m) ed è sostanzialmente una gigantesca caserma. L’edificio primitivo includeva una preesistente torre, demolita, nell’ultima guerra, perché impediva la visuale alle batterie antiaeree. Si devono alla generosità della famiglia Durazzo le due ali, quella di ponente adibita a celle di prigionia e quella di levante, destinata ai magazzini. Una leggenda racconta che vi sia nascosta una camera segreta contenente armi e scheletri ma nessuno sa dove.

    Spostandoci verso ovest, incontriamo il forte Quezzi, dominante il Bisagno, poco sopra il Biscione, ridotto a ricovero per greggi e, ancora più a ponente, forte Casale Erselli, forte di Monte Croce e forte di Monte Guano, compagini rocciose mimetizzate nel profilo della collina che, abbandonate dal demanio, si limitano a pochi ruderi.

    A ridosso di Sampierdarena, arrancando per salita Millelire, troviamo forte Belvedere, teatro di uno scontro tra guelfi e ghibellini (1507) e sede, nel periodo napoleonico, di un’imponente torre, tutto ormai completamente snaturato dalla realizzazione del campo di calcio Morgavi. Nei dintorni, forte Crocetta prende il nome da un piccolo convento agostiniano. Ultimata, nel 1830, dal genio militare Sardo, l’impianto presentava un terrapieno superiore ed uno inferiore dove erano posizionati i pezzi di artiglieria e un ponte levatoio tuttora visibile. Circondata da una folta vegetazione che la rende particolarmente suggestiva, la sua cura è affidata solo alla buona volontà degli abitanti della zona.

    Eretto sulle macerie di un’antica bastia cinquecentesca, Forte Tenaglia (1816-1830) deve il nome al profilo ad “L” del fabbricato e si trova su un crinale prospicente la Valpolcevera, vicino al cimitero della Castagna. Nei suoi segreti meandri sarebbero nascosti “il tesoro di Napoleone” o quello che, si narra, sarebbe venuto a cercare un vecchio soldato tedesco, inutilmente, per il divieto d’accesso opposto dal Ministero della Difesa. Il reale tesoro è la Casa Famiglia realizzata, oggi, nella struttura, dall’associazione ONLUS “la Piuma”.

  • Aumento retroattivo IRPEF: non è incostituzionale, ma si può contestare

    Aumento retroattivo IRPEF: non è incostituzionale, ma si può contestare

    Spese e debito pubblicoLe manovre economiche hanno ridotto i trasferimenti agli enti locali e hanno inasprito i limiti del patto di stabilità: per far fronte a questo grave problema, il Governo ha pensato di ridare fiato agli enti locali adottando diverse misure, fra cui la reintroduzione dell’ICI (Imu) sulla prima casa; la previsione di un nuovo tributo comunale sui rifiuti e sui servizi; l’introduzione di un aumento delle accise (anche sulla benzina) per finanziare i trasporti locali e, infine, l’aumento dell’addizionale regionale sull’IRPEF anticipandola sin dal 2011.

    Quest’ultima norma, la retroattività dell’aumento dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF), è stata oggetto di studi da parte degli avvocati di Confconsumatori che ora si apprestano a contestarne l’applicazione innanzi alla Corte Costituzionale.

    IL FATTO – La norma contenuta nel decreto “Salva Italia” consente l’aumento dell’addizionale Irpef regionale dallo 0,9% all’1,23% (ovvero un + 0,33%) con effetto immediato già dal 2011. Questo significa che, nelle Regioni che applicheranno l’aumento, lo 0,33% dovrà essere tolto anche dalle buste paga e dalle pensioni dell’intero 2011 e sarà recuperato durante il 2012 (per cui la decurtazione di stipendi e pensioni sarà raddoppiata (0,66%). I professionisti invece pagheranno in sede di dichiarazione Irpef 2011 questa inattesa nuova tassa.

    LA GIURISPRUDENZA – «La Corte Costituzionale – afferma l’avv. Antonio Pinto di Confconsumatori – fin dalla sentenza n. 43 del 1964 ad oggi, ha infatti costantemente affermato il principio che la prestazione di imposta deve essere sempre effettivamente collegata al presupposto proprio del tributo, e tale collegamento effettivo deve esistere anche sotto il profilo temporale, sicché non deve essere di regola spezzato nella tassazione retroattiva.

    In tema di tassazione retroattiva il ragionamento della Corte Costituzionale è il seguente: quando una legge modifica retroattivamente una disciplina tributaria esistente, il collegamento effettivo fra capacità contributiva e tassazione può risultare spezzato; il venir meno di tale collegamento deve essere verificato di volta in volta dalla Corte. Dunque la legge tributaria retroattiva di per sé non è incostituzionale, ma toccherà allo Stato provare la legittimità della modifica peggiorativa e la crisi non costituirà di certo giustificazione legittima, anzi rafforzerà le ragioni dei consumatori».

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Just Add Melody

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Just Add Melody

    Just add MelodyI Just Add Melody nascono, con la formazione attuale, a Genova nel settembre 2009. Le iniziali del nome del gruppo formano la parola “jam”, in senso lato una marmellata di caratteri e suoni, un miscuglio eterogeneo formato dai componenti della band: Silvia-voce; Massimiliano-chitarra; Gregory-chitarra; Ivano-basso; Daniele-batteria.

    In due anni di attività hanno collezionato già una cinquantina di esibizioni live, piazzandosi ai primi posti in diverse competizioni musicali tra cui l’Upload di Bolzano, contest per band emergenti con la direzione artistica di Cristiano Godano dei Marlene Kuntz.

    Le canzoni parlano di loro, della loro vita, sono le esperienze vissute nel quotidiano a ispirare melodie, testi e riff di chitarra da cui poi nascono i pezzi.

    L’elaborazione avviene in gruppo, ognuno contribuisce con le proprie idee, in un confronto –a volte serrato-che porta alla canzone finita: “ Non sapete che clima c’è in saletta quando scriviamo un nuovo pezzo, è un brainstorming, tutti mettono bocca su tutto, la chitarra sulla voce, la voce sulla batteria, e via dicendo. Basta con ‘sta storia che nei gruppi si va d’accordo –scherzano- il nostro è un rapporto burrascoso, come tutte le grandi storie d’amore!”

    Genere: Alternative Frog Rock

    Contatti:

    www.myspace.com/justaddmelody

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Scarlet Diva

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Scarlet Diva

    Si conoscono tra loro e suonano da più di dieci anni, ma gli Scarlet Diva -nome ispirato all’omonimo film- si formano ufficialmente nel 2006, inizialmente come duo elettronico, con Matteo (pianoforte, synth, tastiere e voce) e Gianluca (batteria e voce), successivamente raggiunti da Enrico (chitarre e voce).
    Tra il 2006 e il 2008, una lunga gavetta, fatta di tante esibizioni live e partecipazioni a numerosi contest musicali come ItaliaLoveWave, NordKapp Indiependentour, NokiaTrendLab, GarageBand.

    Negli intenti della band, “creare musica facilmente accessibile ma mai banale, parlando con un linguaggio semplice e diretto” come loro stessi dicono.

    La fase di creazione è molto particolare, perché la canzone non scaturisce esclusivamente da pezzi strumentali, come normalmente ci si aspetta, ma viene spesso dal digitale, con la melodia scritta prima al computer e poi elaborata e arrangiata in sala.

    Nel 2011 è uscito il primo album, Nel Sole, registrato, mixato e masterizzato completamente nella loro sala, che è anche studio di registrazione. Nel 2012 saranno di nuovo in studio, impegnati nella registrazione del secondo disco.

    Scarlet DivaGenere: electro-rock
    Contatti www.scarletdiva.it
    www.myspace.com/soundivastudio

     

     

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Distorsione Mentale

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Distorsione Mentale

    I Distorsione Mentale nascono a Genova nel 2010, e il gruppo è attualmente costituito da cinque elementi. Con la voglia di fare qualcosa di bello mettendoci il maggior impegno possibile, creano insieme la musica dei loro pezzi, mentre i testi arrivano un po’ dopo, scritti da Davide unendo le sue idee con le ispirazioni date dalle melodie, e sono tutti in italiano, presentano riflessioni e contenuti e sono ciò che loro stessi indicano come cifra stilistica della loro musica.

    “Dovendo dare una definizione direi alternative rock – dice Lorenzo- anche se non ci piace etichettare la musica. La nostra musica è il risultato dell’unione di diverse esperienze e gusti musicali”, “cosa che rende la composizione un po’ più difficile e a volte lunga” aggiunge Simone.
    Il particolarissimo nome del gruppo racchiude in sé un concetto preciso: “La distorsione mentale è quel filtro che ognuno di noi possiede e attraverso cui approccia la realtà differentemente da chiunque altro- spiega Davide- e cerchiamo di rendere questa idea nelle canzoni prendendo ogni volta un punto di vista diverso, anche lontano dal nostro.Di qui titoli come L’equilibrista o Voglio dire no”.

    Progetti per il futuro: suonare, suonare, suonare, specialmente dal vivo e cercando di coinvolgere sempre più persone in un dialogo diretto tra il gruppo e chi lo va a sentire, dialogo che ritengono molto importante, soprattutto per una band emergente.

    Distorsione mentaleSimone e Matteo – chitarre
    Davide – voce
    Matteo – basso
    Lorenzo – batteria
    Contatti: www.distorsionementale.com

     

     

     

  • Befana anti-evasione: blitz al Porto Antico e alla Marina Aeroporto

    Befana anti-evasione: blitz al Porto Antico e alla Marina Aeroporto

    La Befana sbarca a Genova ma non è quella che ha cercato di fare sorridere i piccoli ospiti dell’Ospedale Gaslini, neppure quella che è comparsa sulla spiaggia di Sturla per premiare i bambini ”coraggiosi” che hanno partecipato al cimento invernale, è la stessa che a Cortina, invece di regali o dolciumi, ha portato controlli e multe per gli evasori fiscali.

    Quindici pattuglie e 30 agenti della Guardia di Finanza si sono spostati tra Portofino, Chiavari e Santa Margherita, non tralasciando il Porto Antico di Genova e la Marina dell’Aeroporto, effettuando più di 150 controlli sia su esercizi commerciali che su macchine e barche di lusso.

    Non sono, naturalmente, mancate le polemiche che si concentrano non tanto sul “contenuto”, nessuno o quasi osa affermare che non sia giusto, ma sulle modalità di esecuzione. Questa spettacolarità, infatti, secondo alcuni esponenti politici, rischierebbe di turbare le vacanze dei turisti e li spingerebbe verso altre mete. Capisco il dramma: perdere i “finti poveri” è una catastrofe economica, in quanto, proprio per il latrocinio perpetrato ai danni della stato, sono i soli in grado di sostenere la “crescita” facendo “girare” il denaro senza parsimonia.

    Il paradosso è evidente ed è stato materia di satira pungente alla quale i politici continuano a contrapporre una drastica levata di scudi che la dice lunga sulla reale volontà di una seria lotta all’evasione perché, tra le maglie della finanza, potrebbero incappare anche alcuni di coloro che siedono “intoccabili “ sugli scranni del Parlamento.

    E’ evidente che il censimento di auto di lusso si possa fare comodamente con i dati del PRA, che il controllo dell’emissione degli scontrini fiscali dovrebbe essere una pratica normale e non solo a Natale o all’Epifania, che verificare la fedeltà retributiva di prestigiosi studi professionali o attività commerciali, siti nei posti più esclusivi, si possa fare attraverso un banale computer e, dunque, questi blitz, dal sapore di folcloristiche scenate napoletane, servano più che altro a dare l’idea di un’improvvisa, rigorosa efficienza in nome di un’equità e giustizia fino ad oggi dimenticate.

    Se così fosse, ben vengano con il preciso intento, però, di essere rese “di routine” aumentando i finanziamenti alle forze dell’ordine (si assiste all’esatto contrario) e, magari, indirizzate proprio verso quella “casta” politica che continua a dare indecorosi spettacoli di malcostume e di sprechi, nascondendosi dietro privilegi talora incomprensibili. Che dire, ad esempio, delle indennità erogate ai parlamentari per collaboratori mai assunti o pagati in nero? Per par condicio, posso assumere una domestica e non pagarle i contributi o chiedere lo sgravio del 55% per pannelli solari mai messi? Non sono reati? Perché mi si chiede di rendere conto di prelievi superiori ai mille euro quando a un politico si rimborsano le spese sulla mera “fiducia” cioè senza l’esibizione di fatture giustificative?

    La mia proposta è che, nell’ambito di una seria campagna nazionale antievasione, non si dimentichino questi “signori”, promulgatori di leggi che per primi infrangono perché, noi, questi provvedimenti li aspettiamo “da..m..pezzo”.

    Adriana Morando

  • Lettera aperta a Antonio Mazzocchi dopo l’intervista su Radio24

    Lettera aperta a Antonio Mazzocchi dopo l’intervista su Radio24

    Antonio MazzocchiScusi Onorevole …non si vergogna? Ho ascoltato il suo “amaro” sfogo diffuso sulla rete internet e …sono trasecolata. Spero si renda conto, risentendosi, dell’enormità delle sue dichiarazioni. La mia non vuole essere, come è stata definita dal suo collega, l’onorevole Cicchitto, a proposito degli stipendi dei parlamentari, una campagna denigratoria, anzi, non vorrei toccare l’argomento, limitandomi a commentare quello che mi rimanda la sua viva voce.

    Dunque, Lei asserisce che un povero “eletto”, stante l’attuale normativa, se dura in carica solo una legislazione si vede erogare una pensione di 800 euro mensili, da considerarsi miserabile ed indecorosa. Sono d’accordo perché è vergognoso che questa sia la somma, se non inferiore, con sui sono costretti a vivere oltre la metà degli italiani e chi la percepisce, come pensione, ha lavorato per 40 anni ed oltre. La sua strenua difesa è argomentata dal fatto che, terminato il compito parlamentare, non è facile riproporsi nel circuito lavorativo e si rischia di rimanere per lunghi anni senza un sostentamento, fino a paventare una vita da “barboni” . Non vorrei sembrare polemica ma mi sorge spontanea una domanda: ma in che Italia vive?

    Ascolta un breve estratto dell’intervista andata in onda su Radio24

    Non partecipa a social network, non legge giornali, non segue le notizie o, semplicemente, nessuno si è premurato di informarLa che questo problema è vissuto, quotidianamente, da 30-40enni che non riescono a trovare un’occupazione e, se sono stati fortunati, vivono con contratti precari e con stipendi molto al di sotto della cifra di cui Lei argomenta con tanto spregio?

    Lo stesso dicasi per quelli che hanno superato gli ”anta” e vengono “espulsi” dal mondo del lavoro e che si ritrovano con una cassa integrazione destinata, prima o poi, a cessare. Non crede di avere migliori chance?

    La perplessità non è solo la mia, è la stessa incredulità che traspare nella domanda posta dal suo interlocutore il quale non riesce a capacitarsi come, una persona erudita al pari suo, non sia in grado, fuori dal Parlamento, di trovarsi un altro impiego. Provo a darmi una risposta che necessariamente suonerà provocatoria: o Lei è un totale incapace, cosa che non credo, ma se così fosse mi chiedo come può svolgere un compito istituzionale così delicato, o Lei appartiene a quella “casta” di intoccabili che, come re, dittatori ed imperatori, si sente di aver ricevuto una sacra ed intoccabile investitura “a divinis” su cui nessuno si può permettere di sindacare.

    Con un candore che mi fa quasi sorridere, non nasconde che se si riesce a “sopravvivere” per 3 legislature, l’ammontare della pensione sale vertiginosamente fino a 4000 euro. Beh, facciamo due conti: 3 legislazioni sono pari a 15 anni di “duro e onesto” lavoro come a dire l’equivalente di una baby pensione di “Rumor-iana” memoria (abolita nel 1992) , saldata con un “premio” che per l’italiano medio rimane una chimera. Vede. Onorevole, non si tratta di una caccia alle streghe ma di mero buon senso che dovrebbe scaturire spontaneo davanti ad un difficile momento storico che richiede sacrifici a tutti, anche, a chi ne fa già tanti. Le ingiustizie, però, quando sono lapalissiane, sono indifendibili e, quindi, a noi non rimane che sperare in una nuova legge elettorale che ci permetta di scegliere chi crediamo più meritevole, almeno, se sbagliamo, sapremo chi incolpare.

    Adriana Morando

  • La vera storia dell’Islanda: il fallimento, il debito e il mito della rivoluzione

    La vera storia dell’Islanda: il fallimento, il debito e il mito della rivoluzione

    Islanda(Per aggiornamenti sulla situazione islandese clicca qui)

    L’Islanda è uno stato che conta poco più di 300 mila abitanti, un’isola appollaiata lassù nel nord dell’Europa, uno dei paesi europei con il Pil procapite più elevato, senza un proprio esercito e con un’economia incentrata sulla pesca. Una nazione che nel 2008 dichiarò bancarotta, dopo il fallimento di tutte e tre le banche nazionali con un debito estero pari a 50 miliardi, una cifra enorme e spropositata se rapportata alla modesta economia locale.

    Sono passati 4 anni da allora, il fallimento dell’Islanda trovò poco spazio nelle cronache del tempo, soffocate dall’esplosione dei mutui americani e della nascente crisi globale. Negli ultimi tempi, però, in Italia l’attenzione verso il lontano paese nordico è accresciuta notevolmente grazie al mito della “rivoluzione islandese”, che racconta la trionfale uscita dal crac finanziario condita dal rifiuto del pagamento del debito estero e delle condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Sul web si contano diversi video e tanti contributi appassionati che raccontano le gesta eroiche degli islandesi, si tratta di racconti e documenti visualizzati da migliaia e migliaia di persone. Ma in realtà le cose non sono andate esattamente come da più parti vengono narrate. Proviamo a ricostruire quanto accaduto in Islanda negli ultimi 4 anni.

    IL CRAC FINANZIARIO DEL 2008

    Dopo l’ondata di liberalizzazione che investì l’isola negli anni ottanta, dal 1998 inizia il processo di privatizzazione delle banche e dei fondi di investimento sino a quel momento di proprietà dello Stato. Le banche non furono vendute a gruppi bancari stranieri come accaduto nell’Est dell’Europa, ma a privati islandesi molto vicini ai partiti di governo. Con le banche libere dal controllo statale (in realtà primo complice), questi soggetti si diedero alla pazza gioia, concedendo e riscuotendo prestiti in grande quantità, come mai avvenuto in passato, facendo impennare il credito interno del sistema bancario dal 100% del Pil nel 2000 al 450% del 2007.

    La krona islandese è storicamente una valuta fluttuante, esposta all’influenza dei mercati mondiali e perciò facilmente sopravalutabile, per questo si decise di puntare sul cambio con le monete estere e sugli alti tassi di interesse (5-6%, contro il 2-4% dell’area euro-USA, e soprattutto lo 0-1% del Giappone) per attirare investitori stranieri, sia sotto forma di correntisti che di speculatori.

    E così il “fratello” islandese del nostro Conto Arancio, Icesave, vide crescere vertiginosamente in pochi anni il numero di correntisti da tutto il nord Europa. Simili condizioni, ovviamente, attirarono gli speculatori finanziari di tutto il mondo. Un esempio? Immaginiamo di chiedere in prestito cento euro al paese “x” a un ipotetico tasso di 1%, sapendo quindi di dover restituire 101 euro; a quel punto si va in Islanda con i nostri cento euro e si acquista un titolo di stato (in pratica “prestando” a mia volta i cento euro all’Islanda…), il tasso islandese, infatti, garantisce che mi verranno restituiti 106 euro, ovvero 5 euro di guadagno senza aver investito un centesimo.

    L’Islanda, però, non avrebbe mai potuto reggere un simile indebitamento, basti pensare che nel 2007 i debiti a breve termine verso l’estero del sistema bancario arrivano ad essere quindici volte superiori alle riserve in valuta estera della banca centrale d’Islanda.

    Nell’estate del 2008 viene dichiarato il fallimento delle tre banche del paese, l’Islanda si ritrova a picco con un debito estero di 50 miliardi di euro (per l’80% rappresentato dal debito delle banche) a fronte di un Pil di 8,5 miliardi! La moneta nazionale subisce una pesante svalutazione sino al -35% rispetto all’euro e l’ inflazione sale al 14%. Intanto, più di mezzo milione di correntisti esteri si ritrovano con il conto congelato.

    L’INTERVENTO DEL FMI

    Islanda, abitazioniA questo punto il governo islandese non ha altra scelta che nazionalizzare le banche fallite e affidarsi al Fondo Monetario Internazionale. L’Islanda accetta il finanziamento di 2,1 miliardi di prestito secco dal FMI a cui si aggiungono 5 miliardi dagli istituti centrali della banca scandinava e dalla banca del Giappone e accetta anche le condizioni imposte dal Fondo e dettate dal programma di ristrutturazione dell’economia interna. Contemporaneamente i paesi dell’Ue, in primis Inghilterra e Olanda, risarciscono i propri risparmiatori (correntisti di Icesave) convinti poi di potersi rifare sul “colpevole”, la banca islandese, che però adesso è nuovamente di proprietà dello Stato. In parole povere, il debito delle banche contratto da ricchi imprenditori del credito, dopo la “nazionalizzazione obbligata” diventa debito pubblico dell’Islanda e si aggiunge a quello con il FMI.
    Inghilterra e Olanda, con la regia del Fondo, propongono all’Islanda un programma per la restituzione in 15 anni di quasi 3,4 miliardi e il governo islandese “gira” la patata bollente sui cittadini chiedendo loro poco più di 100 euro al mese per quindici anni. Siamo nei primi mesi del 2009.

    LA PROTESTA DEGLI ISLANDESI

    Nascono fra i cittadini movimenti spontanei e comitati organizzati, nella capitale Reykjavík si accendono proteste di piazza e manifestazioni. Gli islandesi chiedono che a pagare siano i reali colpevoli, invocano e ottengono le dimissioni del primo ministro Geir Hilmar Haarde e con una raccolta firme chiedono al presidente della Repubblica di bloccare il rimborso del debito con Olanda e Inghilterra per i congelamenti dei conti Icesave. Il presidente della Repubblica cede alle richieste e blocca il disegno di legge proponendo un referendum: nel marzo 2010 il 93% degli islandesi confermerà di non volersi accollare quel debito contratto da privati verso privati.

    Islanda, la protesta per il debito IcesaveNel frattempo un altro movimento indipendente di cittadini aveva proposto la redazione di una nuova Costituzione che sostituisse quella in vigore dal 1944 e che difendesse il paese da nuove speculazioni. Il 27 novembre 2010 furono indette delle elezioni da cui risultarono eletti, nonostante la scarsa affluenza alle urne (36% degli elettori), i 25 cittadini della Consulta Costituzionale. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori. La ‘Consulta Costituzionale’ che venne eletta era composta da docenti universitari, avvocati, giornalisti, da un sindacalista, un contadino, un pastore e un regista.

    Originale e vincente è stato il modo con cui questa Consulta ha redatto la nuova Costituzione… Via internet! Social network, forum, videoconferenze, le assemblee potevano essere seguite in tempo reale e ogni cittadino era libero di intervenire, proporre riforme e discussioni. Al termine dei propri lavori, il 29 luglio 2011, il movimento ha presentato al Parlamento islandese la bozza della Costituzione che e’ attualmente al vaglio di una commissione parlamentare e dovrà essere sottoposta ad approvazione tramite referendum popolare prima delle elezioni presidenziali che si terranno fra maggio e giugno di quest’anno.

    L’ISLANDA PAGA I SUOI DEBITI

    Un mese dopo, agosto 2011, si è concluso il piano del FMI con tanto di annunci e soddisfazione da parte di tutti. L’Islanda finirà di pagare il debito con FMI nel 2014, fino all’ultimo centesimo, fra tagli delle spese pubbliche e aumento dei tributi sulla testa della popolazione. E che cosa ne è del debito Icesave dopo il risultato del referendum? Nel marzo 2011, con un nuovo referendum, i cittadini hanno respinto la seconda proposta di restituzione. Olanda e Inghilterra hanno allora concesso un rinvio dei pagamenti, poi, lo scorso settembre, l’annuncio del ministro dell’economia islandese ha rassicurato tutti: “entro la fine del 2012 il patrimonio della nuova Landesbanki (Icesave era una filiale di Landesbanki n.d.r) sarà sufficiente per coprire i debiti della vecchia gestione privata e risarcire le perdite dei risparmiatori. Per questo motivo cambia radicalmente la nostra interpretazione della disputa relativa ad Icesave – ha detto il ministro in quell’occasione – Non c’è più alcun motivo di contendere”. Anche il debito di Icesave verrà quindi regolarmente pagato ma, stando alle dichiarazioni del politico islandese, non saranno direttamente le tasse dai cittadini a finanziarlo. Se invece il patrimonio della Landesbanki non dovesse bastare le possibilità sono due: o si continuerà a respingere proposte di restituzione all’infinito o si arriverà ad un accordo tra le parti.

    In conclusione, l’Islanda non è ancora uscita dal terremoto finanziario che l’ha sconvolta, ma piano piano ha risalito la china e lo ha fatto seguendo scrupolosamente il piano del Fondo Monetario Internazionale. Insomma, nessun rifiuto irriverente… Inoltre, nel 2009, ha ufficialmente presentato richiesta per essere ammessa nell’Unione Europea. Certo, la leggendaria rivoluzione islandese raccontata sul web, quella dell’impertinente e coraggioso rifiuto di sottostare alle regole dell’economia globale, il complotto dei media di tutta Europa che nascondono la verità su quel che è accaduto nell’isola di ghiaccio… beh, sarebbe stata una bella storia da raccontare, sicuramente più avvincente come lettura, ma accontentiamoci: nella realtà rimane l’attesa per la decisione della commissione che dovrà esprimersi sull’entrata in vigore di una costituzione compilata sul web e partecipata dai cittadini, rimane la caparbietà di un popolo che stretto nella morsa del crac finanziario è riuscito a far sentire la propria voce ed il proprio peso politico, regalando all’Europa, qualunque sia l’epilogo della disputa Icesave, una lezione di democrazia.

    Gabriele Serpe e Giorgio Avanzino

  • Etna, la spettacolare eruzione e le antiche leggende

    Etna, la spettacolare eruzione e le antiche leggende

    Un gigante brontolone, sonnacchioso a tratti, si è svegliato, improvvisamente, manifestandosi in tutta la sua potenza: ecco a voi l’ Etna. Non è certo uno sconosciuto che ha bisogno di presentazioni , grazie alle sue lontane ”gesta” o alle ben più recenti 18 eruzioni a cui ha dato vita nel solo 2011, ma un opportuno tributo gli è dovuto per lo spettacolo mozzafiato che ha offerto in questa sua prima “performance” del 2012.

    Una colonna di cenere, alta più di 5000 metri, si è sviluppata dalla bocca infuocata, evocando uno scenario mefistofelico di dantesca memoria, alla quale si sono aggiunti lapilli, lava e tremolii del suolo, puntualmente registrati dagli apparecchi dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia di Catania: una esibizione di “luci e suoni” che le immagini, reperibili in rete, possono esaurientemente commentare.

    L’evento si è aperto con una prima eruzione, alle 00:50, a cui è seguita un’attività crescente, per tutto il giorno, con un picco intorno alla 22. L’attività di tipo stromboliano, cioè con esplosioni e fontane magmatiche incandescenti, ha interessato il “solito” cratere di sud-est, a circa 3 mila metri di quota e la “solita” Valle del Bove, secondo un cammino precedentemente tracciato, senza dirette conseguenze per cose e persone.

    Fin qui la cronaca, ma chi è l’Etna? Nato, 600000 anni fa, nel Quaternario, terzo e ultimo dei tre periodi che compongono l’Era Cenozoica (2,588 milioni di anni e tuttora in corso), il massiccio etneo occupa un’area di circa 1570 kmq e presenta un diametro di 215 km. Salendo su per l’antica “Schiena del Leone”, toponimo oggi scomparso, si giunge a Pizzi Deneri, da cui si domina tutta l’area sommitale del monte: lo sguardo può distendersi lungo la Valle del Leone o calarsi a precipizio nella desertica Valle del Bove, una profonda incisione con pareti alte fino a mille metri che si sono modellate in seguito al collasso di arcaiche formazioni vulcaniche preesistenti.

    Rubando l’egemonia al mare, che copriva interamente la piana di Catania, le continue eruzioni hanno portato all’attuale orografia, le cui testimonianze sono visibili nei tanti coni secondari che costellano le pareti di questo “ciclope” irrequieto. Contorte figure di rocce, le “pietre cannone” rendono il paesaggio ancora più inquietante: sono le antiche vestigia di pini laricii i cui tronchi sono stati intrappolati dall’incedere inarrestabile della lava. All’interno di questi gusci sassosi, la pianta ha terminato la sua lenta combustione fino a trasformarsi in cenere che, asportata dal vento, ha lasciato l’incavo vuoto, come una “bocca” d’obice pronta a lanciare il suo grido di morte. Il paesaggio si addolcisce ad est, scendendo a balzi verso Taormina che svetta, lontano, su acque verde-smeraldo o sfuma all’orizzonte dove si intravvede la costa calabra.

    Un posto del genere è habitat “naturale” per il fiorire di miti e leggende: nelle viscere della terra, il dio Eolo vi avrebbe imprigionati i venti ma, secondo il poeta Eschilo, era il mostro Tifeo ad agitarsi furioso in questa tetra prigione, similmente al gigante Encelao, entrambi rei di aver sfidato Giove, padre degli dei. Per i greci non poteva che esservi ubicato il Tartaro, il lugubre regno dei morti, mentre per i romani era la fucina di Vulcano, dio del fuoco o quella dei Ciclopi intenti a preparare i “fulmini” per Zeus.

    Anche il suo nome evoca scenari apocalittici: passiamo dalla etimologia greca di “aitho” (bruciare) a quella fenicia “ attano ”(fornace), senza dimenticare la romana ”Aetna”, dea greca figlia di Urano e Gea. Anche gli arabi ne rivendicano la paternità con “Jabal al-burkān” o “Jabal Aṭma Ṣiqilliyya” (vulcano o montagna somma della Sicilia) e sarebbero implicati anche in “Mongibello”, antico nome dell’Etna, oggi riservato solo alla parte apicale del monte. Sarebbe nato dal ”matrimonio” tra il latino “mons” con l’araba Jebel (montagna) ma c’è chi sostiene derivi da Mulcibel (qui ignem mulcet=colui che blandisce la fiamma), sinonimo di quel dio Vulcano che, secondo i latini, aveva saputo domare Adranus, demone del fuoco.

    Adriana Morando