Autore: Gabriele Serpe

  • Brooklyn, Usa: uomo multato taglia il parchimetro con una motosega

    Brooklyn, Usa: uomo multato taglia il parchimetro con una motosega

    La nevrosi da parchimetro sta contagiando il mondo intero. Nei giorni scorsi a Genova un uomo armato di rabbia e coraggio aveva deciso in piena notte di farsi il giro del quartiere di San Fruttuoso danneggiando a calci i parchimetri con tanto di segnaletica divelta.

    Il comitato di cittadini a San Fruttuoso si è addirittura riunito sotto il nome di “Indignati” per protestare contro quel blu sull’asfalto, cromaticamente invitante e piacevole, ma odiato e detestato perché simbolo di decisione imposta dall’alto che va a toccare la sfera quotidiana delle persone. Pagare per posteggiare la macchina è un gesto visto come un’imposizione, addirittura un abuso di potere, soprattutto in zone non di passaggio dove a posteggiare sono solo i residenti.

    In America, precisamente a Brooklyn, nei giorni scorsi un poliziotto addetto al traffico ha adocchiato un furgone di due lavoratori edili posteggiato in un’area di sosta a pagamento con il ticket ormai scaduto. Dopo aver compilato il modulo, alzato il tergicristallo e infilato la multa, i due lavoratori sono giunti sul posto e hanno colto il poliziotto in flagrante.

    Prima uno dei due ha cercato in tutti i modi di farsi levare la contravvenzione (sosteneva che i minuti di ritardo non erano poi così tanti), il suo socio però quella mattina aveva poca voglia di parlare. Come se nulla fosse è sceso dal furgone, ha preso la motosega dal bagagliaio e ha segato in due il parchimetro! Ecco il video:

  • L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa non è un soggetto politico, ma economico. Ciò significa, in pratica, che le decisioni sono prese dalla BCE per motivazioni economiche e non dai politici europei per motivazioni sociali. Senza contare che entrambi i soggetti sono già ostaggio di banche private a rischio di fallimento e altri potentati.

    E’ da qui che si spiega la lettera di Trichet e Draghi all’Italia. C’è un’esasperata tensione economica che pervade il continente e l’ansia di tranquillizzare i mercati spinge organismi che si dovrebbero occupare di altro ad interferire persino con la sovranità interna di uno Stato.

    Certo, qualche giustificazione sta nell’inadeguatezza e nel dilettantismo del nostro (ormai ex) governo. Ma resta il fatto che la BCE non può permettersi di chiedere ad uno Stato di eludere ogni ragionamento politico. Possiamo forse accettare che l’Europa imponga ai nostri conti un saldo finale. Ma non possiamo accettare che ci venga detto come ottenerlo. Perché l’allocazione delle risorse è un problema politico.

    In ultima analisi, spetta a noi cittadini interrogarci e decidere cosa e dove tagliare, se e come intervenire. Siamo d’accordo che, volente o nolente, oggi l’Italia debba controllare i propri conti e reperire in fretta dei capitali per finanziarsi. Ma non è necessario passare per forza attraverso la riduzione degli stipendi, i licenziamenti agevolati, lo slittamento a 67 anni delle pensioni di vecchiaia, il taglio selvaggio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse.

    O meglio, un po’ di queste misure sono inevitabili: tutte insieme no. Perché l’Italia, per fortuna o per sfortuna, ha tanti sprechi, tanti costi inutili, tante riforme ancora da fare e una ricchezza privata consistente. Ciò significa che si potrebbero recuperare tanti soldi, ad esempio, tagliando i costi della politica, abolendo le provincie, combattendo l’evasione fiscale, tassando le transazioni e le rendite finanziarie, contrastando la corruzione (che ci costa 60 miliardi l’anno e fa lievitare i costi delle opere pubbliche) e colpendo le mafie (che fatturano ogni anno 150 miliardi in nero).

    Per reperire soldi subito si potrebbe fare una bella patrimoniale: secondo Massimo Mucchetti, potrebbe toccare solo il 20% della popolazione più ricca, senza sortire l’effetto di frenare la crescita. Poi, certo, come “intima” la BCE, si può e si devono fare anche le liberalizzazioni, la lotta ai monopoli privati e la vendita del patrimonio pubblico. Ma perché ad esempio insistere sulle infrastrutture? Almeno su certe infrastrutture, tipo la TAV? Costerà almeno 14 miliardi (di soldi nostri) e servirà per spedire rape e ravanelli da Lisbona a Kiev. Come mai mettiamo in discussione il ponte sullo stretto (per fortuna…), ma né la politica italiana né la BCE hanno pensato che i 14 miliardi della TAV potessero essere destinati ad altro?

    E le varie guerre di altri che, camuffate con distingui teorici e bizantinismi, continuiamo ad appoggiare in giro per il mondo in spregio alla Costituzione? Non si potrebbero ridurre un po’ i 23 miliardi che, secondo l’inchiesta di Paolicelli e Vignarca, se ne sono andati in spese militari solo l’anno scorso?

    Magari così facendo potremmo far saltare fuori quei 250 miseri milioni che, come ha scritto il Corriere giusto ieri, mancano all’appello per completare un intervento di priorità nazionale sul letto del Bisagno che, da 41 anni ad oggi, ancora non è stato ultimato, ma che di danni e di morti continua a farne…

    Andrea Giannini

  • Alluvione, i consiglieri regionali liguri donano 1000 euro a testa

    Alluvione, i consiglieri regionali liguri donano 1000 euro a testa

    Piazza de Ferrari Palazzo della Regione1000 euro a testa per sostenere la Regione in un momento così difficile: questo il segnale lanciato questa mattina dai consiglieri regionali della regione Liguria, che hanno deciso di devolvere la cifra per le vittime e i danni provocati dagli alluvioni dell’ultima settimana.  Il presidente Monteleone ha dichiarato che la donazione avverrà con una trattenuta dello stipendio del mese di novembre.

    Un gesto semplice ma concreto, che potrebbe rappresentare un punto di partenza importante per riaviccinare la politica alla gente.

    In un momento come questo di profonda crisi ambientale ed economica, servono una maggiore presa di coscienza da parte della classe politica, poche parole e molti fatti, non solo nei momenti della tragedia, ma soprattutto nella quotidianità.

    La strada è ancora lunga, ma da qualcosa bisogna pur partire, anche se è triste che il punto di partenza coincida con un avvenimento tragico.

    Foto: Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    "Il Ponte di Carignano" di Luigi Garibbo (1800)
    Dipinto di Luigi Garibbo, fine ‘700: “Il Ponte di Carignano”

    La Storia di Genova, Carignano – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Vi sono cinquanta giardini, ossia ville di cittadini, molto dilettevoli, ornate di magnifici edifici e superbe case…” Così scrivevano del “Colle di Carignano” agli inizi del ‘500.

    Nel Medioevo la zona era denominata Caliniano o Calignano, una collina coltivata ove gli orti si estendevano per lunghe distanze intorno alle ville. Fino al XIX secolo Carignano rimase poco più di un sobborgo (venne inclusa nelle mura dal 1320), a tal punto che gli abitanti dicevano “ana’ a Zena” per dire “scendere in centro”…

    Testimonianza di quel passato alcune strade come via delle Bernardine (detta “creuza da Gianetta” dal nome della proprietaria di una rinomata osteria) o vico Fasce (quella zona della collina era coltivata a fasce) che si distende fra le case più datate del quartiere. In vico Fasce si riunivano i popolani per esercitarsi a “batte a moesca” (ballare la moresca), una danza in voga all’epoca, importata dalla Spagna dai Saraceni.

    La cima della collina era ed è occupata dalla basilica di Carignano fatta costruire dalla famiglia Sauli la cui prima pietra fu posta il 10 marzo del 1552.

    La parte esterna fu completata nel 1890 e da allora sono in corso i lavori di restauro… proprio per questo motivo si usa dire a Genova “…a l’è comme a Fabbrica de Caignan” per indicare una cosa lunga, che non finisce mai. La famiglia Sauli nel 1718 finanziò anche la costruzione del ponte di Carignano, pensato come via d’accesso alla grande chiesa. Il ponte fu inaugurato nel 1724, unisce il colle di Sarzano con quello di Carignano, un’opera notevole per i tempi, tanto che i disegni e i dipinti del “grande ponte” fecero il giro dell’Europa. Curiosità: a causa dell’elevato numero di suicidi, il mercante genovese Giulio Cesare Drago fece sbarrare i parapetti del ponte alla fine dell’800, gli stessi che si vedono oggi, come ricorda una lapide posta nel 1880 che recita “perchè non passi consuetudine l’esempio antico e recente di gittare disperatamente la vita dal ponte di Carignano…”

    Il quartiere è profondamente cambiato nell’800: piazza Carignano, villa Figari (fatta costruire nel 1875 da Federico Mylius e ben visibile da corso Aurelio Saffi, un imponente loggiato sull’orlo del muraglione), via Fieschi, corso Andrea Podestà e via Corsica sono del XIX secolo.

    Gli orti e le ville hanno ceduto il passo ai lavori di modernizzazione della città voluti da Carlo Barabino. Fu lui nel 1825 a progettare il parco dell’Acquasola, pensato come passeggiata diurna fra gli ippocastani, impreziosito da un lago artificiale e un teatro.

    Per comprendere la trasformazione che subì il quartiere è sufficiente riportare un testo del 1887 dove via Corsica viene definita “la nuova arteria, la più ampia e spaziosa della città”.

    In quegli anni venne costruita anche villa Croce, oggi sede del Museo d’Arte Contemporanea di genova, a breve distanza dal bellissimo complesso del Sacro Cuore. Lo splendido parco della villa è da sempre aperto al pubblico e offre una suggestiva apertura sulla città.

  • Alluvione: milioni di danni, non ci sono soldi per ricostruire

    Alluvione: milioni di danni, non ci sono soldi per ricostruire

    Il Bisagno in pienaThe day after. La prima riflessione del giorno è amara: nonostante l’ordinanza del Comune che ha vietato l’utilizzo di mezzi privati per tutta la giornata di oggi, Genova è regolarmente trafficata dalle auto. Incoscienza? Menefreghismo? Difficile comprendere le motivazioni di chi questa mattina, come se niente fosse, ha acceso la propria auto e si è messo in viaggio per le vie della città.

    Ieri la tragedia, che ha riportato i genovesi a quei drammatici giorni del 1970, in cui i morti furono tre volte quelli che abbiamo perso ieri sotto la furia dell’acqua del Fereggiano. L’allerta 2 durerà sino alle 12 di domani, sulla città continua a piovere e l’anima di Genova è stracciata, infangata.

    Alle ore 12 con allerta 2 macchine in doppia fila si recano al panificio e al supermercato come se nulla fosse…

    Allerta 2… Livello 2… cosa significa?: Il livello  di allarme  meteo 2 è una cosa, stato di Allerta 2 è l’allerta massima… Insomma Genova tutta aveva sottovolatuto o frainteso il messaggio di pericolo. Il giorno 2 novembre l’amministrazione aveva chiesto di limitare l’uso delle auto, ieri come oggi nessuno ha dato ascolto. Vero anche che è stato commesso un errore di valutazione, evidentemente l’ira del cielo che si stava per riversare su Genova avrebbe meritato un coprifuoco, ma chiaro a dirlo dopo sono buoni tutti.

    La stessa Marta Vincenzi in questo senso ha fatto autocritica: “Sono stata criticata nei giorni scorsi e in altre occasioni simili per aver chiesto di evitare spostamenti e utilizzo delle auto, mi hanno additato di “terrorismo”, purtroppo il mio rimpianto è quello di non aver fatto abbastanza terrorismo“.

    Perché emettere solo oggi l’ordinanza (non rispettata) di divieto assoluto  di circolazione? Se era stato consigliato ai cittadini di restare a casa, come facevano a rispettare l’ordine i genitori dei bambini a scuola? Per carità, considerando il fatto che ieri intorno alle 13 la zona della Fiumara era trafficatissima con la gente intenta a fare shopping, è necessaria un’operazione di autocritica anche da parte nostra in qualità di cittadini.

    La tanto discussa decisione di tenere aperte le scuole è forse emblema di quanto una simile tragedia non fosse in previsione, e rispecchia anche la paura dei politici di prendere decisioni, timorosi degli attacchi di una popolazione, la nostra, che da sempre è abituata prima a criticare e poi a riflettere.. Questo ovviamente è un’aggravante e non una scusante per i nostri politici, purtroppo il dato di fatto dice che la ragazza deceduta era andata a prendere il fratello a scuola e la donna di 40 anni è stata sorpresa dall’acqua dopo essere andata a prendere il figlio a scuola. Questo, ripeto, è un dato di fatto e non vuole essere una critica o una colpevolizzazione gratuita, vero anche che le scuole sono un fondamentale punto di raccolta e di protezione, per cui… Detto ciò, proviamo a guardare avanti.

    Lunedì Genova alzerà la testa e riprenderà a vivere, ma lo farà con oltre 300 milioni di danni sulle spalle. Una cifra spaventosa che al momento nessuno può pagare. E quindi?

    Il presidente della Camera di Commercio Paolo Odone: “In ginocchio tanti piccoli imprenditori che avevano investito in un  momento di crisi come questo. Noto con piacere la solidarietà di alcune banche, noi come Camera di Commercio abbiamo pochi soldi ma interverremo almeno per rimediare alle emergenze più difficili.” Da lunedì gli uffici Ascom sono a disposizione dei commercianti alluvionati.

    L’assessore al bilancio della Regione Pippo Rossetti: “Non servirà aumentare la tassa regionale sui carburanti, è necessaria una manovra urgente del governo”.

    Anche tralasciando le prime stime di danno a tanti zeri per il ripristino degli argini dei torrenti, per i danni ai singoli privati/appartamenti e a tutte le attività commerciali della città e limitandoci alle sole strade ed edifici pubblici, il “succo” non cambia: cinque milioni di danni per le strade, 20 scuole danneggiate (ma non inagibili) con un ulteriore danno di un milione di euro. Questi interventi, pari a circa 6 milioni, saranno a carico del Comune e alla domanda secca posta questo primo pomeriggio all’assessore Mario Margini “ci sono questi soldi?” lui ha risposto in modo chiaro e conciso: “No”.

    Tutto ciò mentre a Roma si parla di governo tecnico, le condizioni per assumere il controllo della situazione non ci sono, e non ci sono i soldi, neanche la metà di quelli che servirebbero. Soltanto gli interventi per una nuova messa in sicurezza degli affluenti del Bisagno raggiungono cifre impensabili in una simile situazione economica italiana e europea, questo fa paura, questo è l’ennesimo segnale di un mondo che sta cambiando in tutti i suoi aspetti, non solo climatici.

    La soluzione al momento non c’è, bisognerà aspettare di quantificare i danni causati dall’alluvione con maggiore certezza, ma certo è che sarebbe quantomeno anacronistico pensare che in una cassa segreta del Ministero del Tesoro esista un fondo miracoloso per le emergenze pronto all’uso per rimettere in piedi la città di Genova. Serviranno tasse speciali, manovre finanziarie, serviranno quindi decisioni importanti e veloci per restituire dignità alla nostra città.

    Non si tratta di demagogia avere la certezza matematica della totale assenza in questo momento a Roma di cervelli in grado di prendere in mano la situazione.

    Gabriele Serpe

    Foto di Daniele Orlandi e Giacomo Manca

  • Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Via Garibaldi

    Genova era sino al primo Novecento la città delle case chiuse e dei bordelli. Il pubblico postribolo, nell’antichità, era situato dove poi venne costruita la regale Strada Nuova (oggi via Garibaldi). Le “signorine” pagavano regolarmente le tasse, 5 genovini al giorno e, come normali lavoratrici, avevano il sabato libero e la domenica andavano alla messa. Erano chiamate le donne delle candele perchè il tempo e quindi il costo della prestazione era determinato da una tacca incisa su un cero.

    Genova e le case chiuse – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

    Genova e dintorni, la guida online

     

     

     

  • Mauro Pirovano, il comico genovese dei Broncovitz

    Mauro Pirovano, il comico genovese dei Broncovitz

    Mauro PirovanoMauro Pirovano, attore genovese noto al pubblico più giovane per personaggi come La Fata Madrina di Mai dire Goal o il dottor Giorgi di un “Medico in famiglia“, e amato dai più “datati” soprattutto per i “Broncovitz” gruppo di comici genovesi formato da Maurizio Crozza, Ugo Dighero, Carla Signoris, Marcello Cesena e, ovviamente, dallo stesso Pirovano.

    La sua carriera inizia negli anni ’80 al Teatro Stabile di Genova e si consolida con il programma “Avanzi” firmato appunto dal gruppo dei “Broncovitz”. Vincitore del premio Govi nel 2008 per le sue straordinarie interpretazioni in dialetto che indagano nella realtà storia e contemporanea. E’ andato in scena con una versione genovese del “Malato Immaginario” di Moliere, con la compagnia storica “I Caroggi”.

    In questi giorni hai calcato il palcoscenico nei panni di Argante, il malato immaginario di Moliere in una trasposizione in dialetto genovese. Non e’ la prima volta che porti in scena il dialetto, quale pensi che sia la forza comunicativa del genovese, e dei dialetti in generale?

    Il dialetto e’ immediato, rende i concetti con una parola. Il genovese, in particolare, e’ parsimonioso – quale termine piu’ adatto! – recupera la tradizione, ma penso che i dialetti vadano vissuti, debbano evolversi essere ad uso degli anziani come dei ragazzi. Sono per l’evoluzione della lingua locale, parlare di dialetto e’ riduttivo il genovese e’ una lingua, nei secoli passati era la lingua delle mercature, la lingua del mediterraneo, e’ infatti contaminato da tutte le influenze possibili, dal francese all’arabo, e dovrebbe continuare ad essere cosi’. In altre regioni italiane il dialetto e’ molto piu’ vissuto e costituisce una vera ricchezza, a Genova si usa meno e forse portarlo a teatro e’ un modo per renderlo piu’ familiare. Nel caso del “Malato immaginario” si e’ prestato in particolar modo, per le sue assonanze con il francese e per la sua melodia.

    Questa tua passione e dedizione, ti ha portato a ricevere il premio Govi 2008. Nel tuo percorso artistico quanto ti sei ispirato a Govi, qual e’ stato il piu’ grande insegnamento?

    Sono molto orgoglioso di questo premio, Govi e’ un maestro, in generale e in particolare per i genovesi. Credo che ogni attore ligure si ispiri a lui, la mimica, le pause…E’ la macaia, l’odore dei caruggi, chi non vive Genova non lo percepisce, ma sono fondamentali per una comicita’ raffinata, mai volgare. Non e’ la battuta a far ridere, sono situazioni, e’ l’intera scena ad essere comica, non si lavora per tormentoni ma per situazioni, e penso sia questa la caratteristica che contraddistingue il buon teatro genovese.

    In questi giorni vediamo quanto sia “rischioso” ironizzare e criticare la societa’, per non parlare della politica. Nella tua carriera ti sei mai trovato in difficolta’ di questo tipo?

    Eccome.. erano i tempi di Avanzi, con i Broncovitz, mandavamo in scena uno scatch satirico nei confronti di Craxi: “L’antica segreteria del corso” non piacque e fummo minacciati di una sospensione, ma erano tempi diversi, le persone stavano al posto giusto – sicuramente piu’ di adesso – il direttore era Guglielmi, assessore alla cultura di Bologna, che difese a spada tratta il programma, che ando’ giustamente in onda.

    Il gruppo dei Broncovitz, con Dighiero, Crozza e Signoris… indimenticabile, come ricordi quel periodo?

    Lo ricordo con malinconia e grande divertimento, abbiamo preso strade diverse, ma siamo sempre legati da grande amicizia.

    Pensi che oggi la televisione sia cambiata?

    Sicuramente, programmi come Avanzi erano studiati, avevano delle basi. Oggi facendo zapping vediamo una serie di programmi clone, la comicita’ e’ fatta di tormentoni!

    Ti concedi allo schermo, ma il tuo ambiente e’ il palcoscenico. Secondo te quali sono limiti e potenzialita’ dei due mezzi?

    Assolutamente non sono paragonabili, la televisione arriva a tutti, ma la si vive passivamente ed e’ difficile emozionarsi, mentre si guarda la televisione si fanno altre mille cose. Il teatro coinvolge ed emoziona, chiunque ci si avvicini, e a qualunque eta’, non puo’ che rimanerne affascinato. La televisione e’ divulgativa, il teatro emozionale.

    Sei molto impegnato in una serie di progetti che coinvolgono i ragazzi. Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la tua carriera?

    Amo i giovani, mi piace passare tempo con loro, hanno tanto da insegnare sono attratti dallo spettacolo, dal teatro, in molti cercano di accostarsi a questo mondo. E’ difficile, soprattutto oggi, c’e’ il rischio di imbattersi in scuole e corsi improvvisati, alla moda. Il consiglio che do e’ quello di trovare una buona scuola, e’ fondamentale, una formazione sbagliata te la porti dietro per sempre. Ma la cosa che consiglio maggiormente e’ il divertimento, il divertimento nel volersi mettere in gioco.

    Abbiamo detto genovese doc… come vivi Genova? Quali pensi che siano le cose piu’ urgenti a cui metter mano?

    Penso sia una citta’ bellissima, ho un bel rapporto, mi piace camminare per il centro storico. Ma Genova non e’ solo il centro storico, Genova e’ dove si vive, le periferie. Penso che la cosa piu’ urgente sia un’apertura alle periferie, non bisogna isolarle, bisogna inserirle nel tessuto cittadino, collegarle meglio e renderle protagoniste degli eventi, non si puo’ svolgere tutto in Piazza de Ferrari! Teatri, cinema, spazi e’ urgente eliminare il divario tra centro e periferia, ad esempio sto lavorando ad un festival per l’acquedotto storico, e’ un’opera grandiosa va qualificata… il problema sono gli sponsor!

    Claudia Diaspro

  • Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    I giardini Baltimora, qui si sviluppava il quartiere di via Madre di Dio

    La Storia di Genova: documentario sull’epoca fascista, la guerra e la speculazione edilizia, con uno speciale dedicato alla demolizione di via Madre di Dio  –  GuidadiGenova.it

    Dove oggi i giardini Baltimora sono abbandonati al silenzio e alla desolazione, circondati dal gelo dei casermoni della Regione e costeggiati da auto e moto, sorgeva l’antico quartiere Madre di Dio.

    Venne demolito interamente tra il 1969 e il 1973, una decisione che, a distanza di decenni, appare ai più avventata e ingiustificata. Via Madre di Dio era l’arteria principale, collegava la zona di Ponticello (poi piazza Dante) e, passando fra le arcate del ponte di Carignano, sfociava in corso Quadrio a pochi passi dal mare.

    Fra il sestriere del Molo e quello di Portoria, Madre di Dio era una delle zone più antiche del nostro Centro Storico, vicoli stretti, passi e scalinate la collegavano a via Fieschi, Campo Pisano e via del Colle. Al  nr. 38 di passo Gattamora, un vicolo del quartiere stretto fra Madre di Dio e via del Colle, il 27 ottobre 1782 nacque Nicolò Paganini: neanche quell’edificio fu salvato dalle ruspe.

    I sapori e gli odori che caratterizzavano la zona erano quelli delle case popolari, il pianto dei bambini, l’abbaiare dei cani e il denso cicaleccio delle comari. Ma era soprattutto il sonoro biancheggiare delle lenzuola e della biancheria stesa che regalava a via Madre di Dio l’aspetto di un fiume in piena verso il mare.

    Uno scritto del patrizio genovese Stefano De Franchi è utile per comprendere meglio l’atmosfera di quei vecchi vicoli: “Figlia mia! Qui non c’è pace, né di giorno, né di notte. Mille voci risuonano dal mattino appena giunta l’alba sino alla sera… Ho la testa che mi rintrona come un tamburo, per il frastuono e lo schiamazzo che fa la gente!”

    Spesso Madre di Dio viene raccontata come zona difficile, povera, degradata… caratterizzata dallo svolgersi di attività non propriamente legali. Ma accanto a ciò, ci si dimentica spesso di raccontare quello che era il suo volto umano, semplice, profondamente genovese. La maggior parte degli abitanti della zona lavorava in porto, tutte le famiglie si conoscevano e le porte d’ingresso delle abitazioni venivano chiuse soltanto con una catenella. Era buona norma comunicare da una finestra all’altra e se c’era bisogno di qualcosa bastava gridarlo al vicino e si creava una specie di telefono senza fili…

    Abbiamo ascoltato con piacere il racconto di un genovese nato in via Madre di Dio, il quale ricorda come una sera, dopo l’improvviso malore della nonna, senza la possibilità di telefonare, arrivò un medico in casa pochi minuti dopo, chiamato dai vicini che si erano accorti del problema.

    La lunga strada durante il giorno era stracolma di bambini che spesso raggiungevano la spiaggia per giocare, una distesa di sabbia e pietre sino a Puntavagno. I bambini più poveri erano soliti frequentare salita del Prione, giocavano fra le macerie dei bombardamenti lontano dallo sguardo dei genitori, quelli che invece erano considerati “ben educati” venivano accompagnati in piazza Caricamento, seguiti dalle mamme. Controllare i figli era segno distintivo di una “buona famiglia”.

    La sera, invece, Madre di Dio andava a dormire più tardi rispetto al resto della città. Salita del Prione era la zona dei bordelli e delle case chiuse, ma la zona era rinomata soprattutto per le tante osterie, le più frequentate a Genova. Gli uomini, fra un bicchiere e l’altro, uscivano in strada e giocavano a mora, d’estate i tavolini per il gioco delle carte invadevano la strada…

    E, per finire, la curiosità: a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta in via Madre di Dio viveva la “Tina”, una donna quantomeno borderline… Quando si arrabbiava con qualcuno (spesso) usava aprire le persiane e mostrare le chiappe chiare a tutto il quartiere. La Tina abitava in cima alla strada, nella parte più in salita… Era dunque semplice per tutti comprenderne l’umore, giorno dopo giorno, chiappa dopo chiappa.

  • Che cosa è la “chitina”? La seconda materia più diffusa in natura

    Che cosa è la “chitina”? La seconda materia più diffusa in natura

    Che cos’è la chitina? Una domanda a cui ben pochi ragazzi saprebbero rispondere e che creerebbe un serio imbarazzo anche tra gli adulti. E’ una delle tante curiosità che, in questi giorni, si incontrano nella Piazza delle Feste, al Porto Antico di Genova, in un’area dedicata ad esperimenti di “magia “chimica.

    Varcata la soglia, una folla di piccoli apprendisti stregoni si muove, chiassoso, tra provette che mandano fumi sinistri, tra liquidi incolori che si tingono di rosso o di azzurro, tra nomi astrusi che solo i più grandi ricordano di avere incontrato nella tavola periodica di Dmitrij Mendeleev.

    Girando in questa confusione babelica, incontriamo la chitina in compagnia del suo scopritore, il chimico e farmacista francese Henri Braconnot . Questo “ficcanaso” sopraffino del mondo vegetale può essere definito il padre ancestrale della fotografia,  avendo scoperto l’acido gallico e pirogallico, successivamente, usati in questo campo;  può essere ritenuto lo scopritore di una sostanza ottenuta  trattando legno e cotone con acido solforico, sostanza  che diventerà nota al mondo intero col nome di glucosio (zucchero); può essere indicato come il fautore di una forma di primordiale precursore della plastica, la xyloidina,  ottenuta per nitrazione di fibre di cellulosa; ma, soprattutto, è riconosciuto universalmente come il genitore indiscusso della chitina, molecola misteriosa che, come novelli Sherlock Holmes, siamo venuti a cercare.

    Seconda solo alla cellulosa, è la materia più diffusa in natura ed ha una formula chimica  composta da 8 atomi di carbonio, 13 di idrogeno, 5 di ossigeno e 1 di azoto che si susseguono in modo ripetitivo a formare una lunga catena polisaccaridica (saccaridi termine chimico per zuccheri). La struttura di base è quella del glucosio che condivide con l’acido ialuronico e la cellulosa e tale analogia ha fatto scaturire l’ipotesi che essa possa derivare da un unico batterio prestorico che si sarebbe , in seguito, evoluto distribuendosi nei mammiferi (acido ialuronico), nelle  piante (cellulosa), negli artropodi e nei funghi (chitina).

    La protagonista della nostra indagine, che deve il suo nome alla parola greca χιτών (tunica, rivestimento) si nasconde ovunque: nella radula (denti) delle lumache o del polpo, intorno allo stomaco dei lombrichi, sulle ali delle farfalle, nei gusci delle aragoste, nella pelle dei serpenti, nell’esoscheletro dei coleotteri, nella cuticola delle meduse, nell’intera struttura dei funghi, insomma, ovunque sia necessaria durezza ed elasticità che sono le sue principali caratteristiche.

    E’ una sostanza biodegradabile e, come tale o trasformata in chitosano e in glucosammina, trova innumerevoli campi applicativi:  risulta essere un ottimo materiale per la produzione di suture chirurgiche e bende, viene usata in campo oftalmico, nasale, orale, per una rapida cicatrizzazione delle ferite, nei regimi dietetici per ridurre l’assorbimento dei grassi, in dermocosmesi e, in generale, in quelle condizioni in cui è necessario veicolare una principio attivo su un bersaglio specifico, grazie alle sue caratteristiche di muco-adesività e di rilascio dei farmaci.

    Ma non finisce qui: grazie alla biocompatibilità, biodegradabilità, non tossicità, può essere impiegata nell’imballo di cibi per le sue proprietà antibatteriche e per la resistenza che la carta acquisisce se impregnata di questo prodotto; viene usata per purificare l’acqua da metalli pesanti e per chiarificarla da proteine derivanti da lavorazioni alimentari; trova applicazione in campo tessile come uniformante di tintura o per il suo effetto anti-infeltrente.

    La porzione più pura della chitina si presenta sotto forma di strutture fibrillari piccolissime con una lunghezza media pari a 250 nm e spessore di 5/7 nm cioè dei nanocristalli,  la cui produzione ed utilizzo sono legati a brevetti internazionali italiani: un chiaro esempio della necessità di guardare alla ricerca come fonte di innovazione ed un eccellente risultato di cui essere orgogliosi.

    Adriana Morando

  • Porto di Genova: cresce il traffico, diminuiscono i passeggeri

    Porto di Genova: cresce il traffico, diminuiscono i passeggeri

    Porto di GenovaIl Porto di Genova reagisce allo “sboom” economico e  riprende a camminare, il traffico container sale del 4,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso raggiungendo quota 1.380.894 teu. In particolar modo cresce il traffico teu del VTE di Voltri che raggiunge il 15,2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno passato.

    Nel primo semestre del 2011 il porto di Genova ha movimentato in totale 26,25 milioni di tonnellate di merci. In tutto il 2010 51,9 milioni, quindi la previsione è di crescita rispetto allo scorso anno.

    Nel 2006, anno della grande ripresa, i traffici raggiunsero i livelli dei primi anni 70 attestandosi intorno ai 56 milioni di tonnellate di merci: se si confrontano con i numeri attuali ci si può rendere conto della rincorsa che il Porto sta compiendo su se stesso, una corsa che ad oggi sta dando ottimi risultati.

    In calo i prodotti petroliferi (-5,5%), complice la situazione libica. Calano anche i passeggeri dei traghetti, addiritura del 17,8% rispetto all’anno scorso. Anche in questo caso la situazione politica del Nord Africa incide sul dato, ma in calo sono anche i passeggeri delle crociere (-5,3%) indice che conferma i problemi dello scalo genovese per quanto riguarda l’imbarco dei passeggeri e la sua spiccata natura commerciale.

    Il Porto di Genova è infatti il primo in Italia per traffico merci (il secondo è Trieste, 44 milioni di tonnellate nel 2010) e soltanto il quarto per traffico passeggeri. Dieci anni fa lo scalo genovese aveva il primato anche per le crociere, oggi, pur essendo raddoppiato il numero di imbarchi, ha dovuto cedere il passo a Civitavecchia, Venezia e Napoli il cui traffico passeggeri è aumentato esponenzialmente.

     

  • Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Modello 730L’evasione fiscale ci costa 120 miliardi l’anno. La stima (prudenziale) è quella fatta da Nunzia Penelope nel libro Soldi Rubati (2011, Ponte alle Grazie). E appare assolutamente realistica, perché basata su stime di organi pubblici come la Corte dei Conti.

    D’altra parte, che non si tratti di un numero campato in aria, lo si capisce considerando che solo con l’ultimo condono sono stati rimpatriati 100 miliardi di capitali (dai quali, per inciso, lo Stato ha ricavato la miseria del 5%). Per dare un metro di paragone, in base a quello che è scritto nella lettera che Berlusconi ha portato a Bruxelles la scorsa settimana, l’effetto correttivo sui bilanci pubblici di tutti gli interventi “lacrime a sangue” presi dal Parlamento quest’estate sarà pari, da qui al 2014, a 60 miliardi di euro.

    Il che vale a dire che basterebbe non sconfiggere, ma dimezzare l’evasione fiscale per risparmiarci gran parte dei sacrifici che il dissesto dei conti pubblici, la crisi economica e la speculazione internazionale ha reso necessari. Tant’è vero che il governo ha cominciato a battere sul tasto del recupero dell’evasione come leva per il risanamento. Peccato però che non si possa fare molto affidamento su un incasso virtuale. E’ come per quelle società che mettono a bilancio, in attivo, i crediti non recuperati: sono soldi dovuti, è vero, ma non sono a disposizione (e chissà mai se lo saranno).

    Infatti l’Europa ci ha avvertito che non si fida di quelle che, allo stato attuale, rischiano di essere promesse che non si possono mantenere. Combattere l’evasione non è facile. In particolar modo in Italia. Per quale motivo? Si potrebbe cominciare dicendo che un premier imputato più volte per reati fiscali potrebbe avere qualche remora a inasprire le leggi contro i reati fiscali. Se poi questo stesso premier, a parole, legittima l’evasione, quando la tassazione agli occhi del contribuente appare troppo alta, è chiaro che poi passano messaggi poco proficui. Ma dare la colpa di tutto a Berlusconi sarebbe un errore.

    I grandi evasori si sentono tutelati grazie a leggi “benevole” fatte da governi di destra e di sinistra. E non ci sono solo i grandi evasori: il partito di chi non paga le tasse è trasversale. Sappiamo tutti che a non fare lo scontrino o a non rilasciare le ricevute sono un po’ tutte le categorie di commercianti e liberi professionisti. Solo il lavoratore dipendente non evade (ma unicamente perché non può, dato che le tasse gli sono detratte direttamente in busta paga).

    Arriviamo così al nodo del problema: uno stato di illegalità diffusa che coinvolge un po’ tutti e che costringe i politici che vogliano mantenersi la poltrona a non calcare troppo la mano contro l’evasione fiscale. Come siamo arrivati a questo?

    Con le soluzioni all’italiana, ossia tollerando l’evasione come ammortizzatore sociale. Le tasse sono alte, è vero, ma tanto si da per scontato che nessuno, grande o piccolo che sia, si mette a pagare tutto. E comunque l’economia va abbastanza bene, lo Stato si indebita ma riesce a fare un minimo di spesa sociale e tutti riescono più o meno ad adattarsi.

    Ma poi arriva la crisi. Ci si accorge che i conti non sono poi così in ordine e finanziare il debito costa sempre di più. Qualcuno comincia addirittura a paventare il rischio di insolvenza. Allora si taglia prima di tutto la spesa pubblica (cioè i servizi e gli incentivi). Poi si aumentano le tasse (più o meno occultamente). Ma fino a un certo punto.

    Come ha scritto una volta Michele Boldrin su Il Fatto Quotidiano, se prendiamo il PIL italiano, scorporiamo la stima del lavoro nero che non è tassato (il 12,5% secondo i conti dell’economista) e lo dividiamo per quello che incassa lo Stato, otteniamo una percentuale che registra la nostra pressione fiscale come la più alta del mondo! Superiamo persino quella dei paesi scandinavi, dove però ci sono servizi pubblici di altissima qualità.

    Morale: dato che le tasse sono già altissime, se non si vuole deprimere completamente l’economia, per fare cassa bisogna trovare altre soluzioni. Arriviamo così all’ultima novità: toccare il costoso sistema pensionistico. L’evasione invece, che ci costa forse anche di più, al di là degli spot, non si tocca: si scontenterebbe troppa gente.

    La nostra debole politica si può permettere di colpire solo le categorie più deboli, oppure di scaricare i sacrifici sulle spalle dei cittadini nel modo più ampio e indiscriminato. Perché gli Italiani sono l’unica categoria che non è abbastanza compatta per organizzare una protesta coerente.

    E’ così che siamo finiti in un tunnel da cui non sappiamo come uscire. Certo, ci sarebbe sempre la via più semplice: prendere provvedimenti che non abbiano a che fare con il calcolo elettoralistico di accontentare o di scontentare qualcuno, ma con la giustizia. Tanto per fare un esempio, si potrebbero colpire i privilegi indebiti, i comportamenti illegali e le inefficienze costose. Basterebbe appellarsi all’equità e dire: dobbiamo fare questo e questo non perché è conveniente per qualcuno, ma semplicemente perché è giusto. Peccato che quando l’illegalità è la regola, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non si distinguono più.

    Andrea Giannini

  • Come è nato l’universo? Tutte le teorie nel libro di Corrado Lamberti

    Come è nato l’universo? Tutte le teorie nel libro di Corrado Lamberti

    L'universoCorrado Lamberti, astrofisico e divulgatore scientifico, nell’ambito dell’incontro “Alla scoperta dell’Universo”, ha presentato il suo ultimo libro “Capire l’universo” che, come dichiarato dallo stesso autore, è rivolto essenzialmente agli studenti liceali o a coloro che vogliono avventurarsi in questo mondo “trascendentale”, pur non essendo degli esperti.

    Per tale scopo, dismessi i panni dell’erudito, è andato alla ricerca di quella semplificazione necessaria, pur nel rigore scientifico, per rendere comprensibili ostici problemi matematici e formule fisiche, spesso esposti con un linguaggio da “marziani” (testuali parole).

    Appare, quindi, quasi normale che un certo Edwin Hubble, una mattina, si sia alzato, nel 1931, ed abbia comunicato al mondo che l’universo si stava espandendo. In realtà, questo è stato il finale di un lungo percorso che traeva spunto da un’ipotesi fondamentale, elaborata 13 anni prima, e cioè che l’universo fosse isotropo (omogeneo in tutte le direzioni dello spazio) e che valessero le stesse leggi fisiche che governano il nostro mondo.

    Con la scoperta dell’espansione dell’universo, gli astrofici si sono dati da fare al fine di elaborare modelli per configurare lo spazio, tra cui quello evolutivo e quello stazionario, che sono stati in competizione tra loro fino al 1975.

    I cosmologi, con i loro modelli, erano consapevoli che, solo quando sarebbero stati in grado di acquisire dati relativi ai redshift o alle distanze delle stelle in spazi molto lontani, avrebbero potuto risolvere il mistero. Negli anni 50-60, infatti, le osservazioni non superavano i 2 miliardi di anni luce e bisogna aspettare la scoperta della radiazione fossile, per accertarne l’ipotesi evolutiva così come, nel 1998, quando con le supernove di tipo 1 si sono raggiunti quei confini osservativi, si è stabilito con certezza che la forma dell’universo risponde alle regole della geometria euclidea.

    Nello stesso anno, un’altra pietra miliare segna la storia dell’astronomia: la scoperta dell’accelerazione espansiva dell’universo per la quale Saul Perlmutter ed altri hanno ricevuto il Nobel. Questo concetto fece scalpore perché, apparentemente, contrasta con la presenza di materia che, esercitando una forza di gravità contraria, pone un freno con conseguente, logica, decelerazione del moto. Il dato ormai è consolidato e, da almeno 7 miliardi di anni, l’universo procede verso l’infinito con una velocità che aumenta nel tempo. L’unica spiegazione plausibile è che esista una “spinta” antigravitazionale (energia oscura) che non è materia, non è radiazione, non è energia convenzionale e risulta essere il motore di questa “corsa” progressiva.

    Nonostante negli ultimi 5 anni si sia riusciti a delineare la storia dell’evoluzione dinamica dell’universo, altre ipotesi affascinanti si affacciano all’orizzonte. Negli anni 80’, Alan Guth, giovane ricercatore statunitense, per spiegare la mancanza di monopoli magnetici, particelle primordiali che si sarebbero formate nei primi istanti del Big Bang, ha elaborato la teoria dell’inflazione: una super-espansione che il cosmo avrebbe conosciuto una frazione di secondo piccolissima dopo questo evento primordiale (10 alla meno 35 secondi), una super-espansione esplosiva, grandiosa, esponenziale che, per fare un esempio, partendo da un punto grande come la capocchia di uno spillo avrebbe portato, in un attimo, alle dimensioni dell’universo attuale.

    Comunque sia nato lo spazio che si perde tra le stelle, resta il fatto che la mente umana continuerà il suo cammino di ricerca, proprio come la pulce che apre il prologo del libro di Lamberti: “C’è una pulce annidata tra i peli del mio gatto, una pulce curiosa e megalomane che si è messa in testa di indagare su chi, quando, come e perché, edificò le maestose rovine del Machu Picchu.” Un’impresa titanica per la piccola pulce, ma nulla in confronto a quella che aspetta l’uomo nella sua esplorazione siderale.

    Adriana Morando

  • Gianmaria Testa, il cantautore di Cuneo scoperto dai francesi

    Gianmaria Testa, il cantautore di Cuneo scoperto dai francesi

    Gianmaria TestaChe cosa ti manca, Gianmaria? “Mi manca sapere cosa mi manca…. e mi manca Pasolini. Per fortuna sono amico di Erri de Luca, un grande poeta”.

    Nativo della provincia di Cuneo, Gianmaria Testa era il capostazione dello scalo ferroviario della città piemontese. A 36 anni, dopo aver vinto il premio Recanati per due anni consecutivi, incontra la produttrice  francese Nicole Courtois e l’anno successivo, il 1995, esce in Francia il suo primo album intitolato “Montgolfieres”.

    Neanche un anno dopo Gianmaria pubblica il secondo lavoro “Extra-Muros”, ma è dopo la brillante esibizione all’Olympia di Parigi del 1996 che l’Italia si accorge del “suo” cantautore.

    Nel 1999 l’album “Lampo” esce anche in Italia, ma Gianmaria non abbandona il posto di ferroviere e continua a dividersi fra binari e concerti in tutta Europa. La consacrazione nel Bel Paese arriva l’anno successivo con il “Valzer di un giorno“, il primo album di produzione italiana, un disco che ad oggi ha venduto oltre 80.000 copie. “Altre altitudini” (2003) e “Da questa parte del mare” (2006) sono il passato recente.

    Quale è il tuo rapporto con la musica? “La canzone è un’arte minore rispetto alla purezza della poesia o della scrittura in genere, perché si appoggia e sfrutta le scorciatoie della musica che, diciamolo, è un po’ puttana…Ciò nonostante credo che meriterebbe più rispetto soprattutto da parte di chi la propone, a maggior ragione se si pensa a quante canzoni stupende rimangono chiuse nei cassetti…”

    C’è un misto di pudore e sfrontatezza nel suo volto quando si parla di musica, della sua musica: “Quando scrivo una canzone cerco di autocensurare tutto ciò che in qualche modo riguarda solo me, così evito l’ansia da prestazione e la vergogna quando la faccio ascoltare a qualcuno per la prima volta.”

    “Io al contrario di tanti altri colleghi non ho un rapporto quotidiano con la chitarra, talvolta la lascio appesa al muro per mesi e se quando la riprendo mi ricordo quello che avevo suonato l’ultima volta, allora quel qualcosa deve diventare canzone e inizio a lavorarci.”

    Nella sala del teatro scende il silenzio quando testa suona alcune delle sue canzoni più belle, “Una lucciola d’agosto“, “Come al cielo gli aeroplani” e poi “Ritals” una canzone dedicata all’emigrazione… Quale è la posizione di Gianmaria sul tema?

    “Io non mi aspettavo che l’immigrazione in Italia non creasse problemi, ma sinceramente mi aspettavo un po’ di memoria in più da parte nostra. La cosa che mi fa arrabbiare è che le pulsioni di ognuno di noi, stupide quanto normali, spesso vengono aizzate da media e politica e mai calmate”.

    Gabriele Serpe

     

     

  • Il Comune vende il palazzo ex Ansaldo Nira, si pensa ad un albergo

    Il Comune vende il palazzo ex Ansaldo Nira, si pensa ad un albergo

    Ex Ansaldo Nira
    L'edificio ex Ansaldo Nira in via dei Pescatori 35

    L’imponente edificio ex Ansaldo Nira ed ex Ansaldo Trasporti, in via dei Pescatori 35 poco distante dal padiglione B, è stato ufficialmente messo in vendita dal Comune che ha indetto un’asta pubblica.

    Il prezzo base d’asta è di 13.296.000,00, si tratta di una costruzione di 11 piani di 17.395 metri quadrati complessivi con un’area “Centro Congressi” di ulteriori 3.404 metri quadrati.

    Venne ultimato nel 1964, progettato da Maurizio Vitale, Domenico Del Vecchio e Edoardo Sarzano, gli stessi che progettarono il padiglione C. In principio il palazzo era stato pensato per ospitare la mostra delle telecomunicazioni e i congressi nell’Auditorium. Il progetto del museo rimase però inattuato, per qualche anno l’edificio venne utilizzato per ospitare Eurodomus, una rassegna di mobilio e arredamento, poi rimase inutilizzato sino ai primi anni ’80.

    Sulla scia dell’entusiasmo nucleare, l’edificio venne rimesso in sesto e consegnato ad Ansaldo come sede della “Ansaldo Nira”. Ma il nucleare venne presto abbandonato e la struttura passò ad Ansaldo Trasporti.

    A marzo del 2005 anche l’ultimo insediamento di Ansaldo (Ansaldo Signal) abbandona la sede di via Pescatori 35 e questa immensa “cattedrale per nessuno”, che campeggia di fronte alla collina di Carignano, si ritrova nuovamente senza inquilini.

    Intanto, nel maggio 2003, Regione, Comune, Autorità Portuale, Provincia e Fiera di Genova siglavano un accordo di programma per dare il via libera a Fiera di Genova per la trasformazione della struttura ex Nira in albergo di elevato standard qualitativo con vista da Portofino a Capo Noli, accesso dal mare, 157 camere e 28 junior suite.

    Tale progetto preliminare non è prescrittivo per i potenziali investitori, ma il diritto di superficie, attribuito da Comune a Fiera, è di durata quarantennale e scadrà il 31 dicembre 2046.

    Con questo particolare dovrà fare i conti chi deciderà di investire sull’immobile, un edificio dalle enormi potenzialità che fino ad oggi Genova non ha saputo utilizzare e valorizzare.

    Le offerte dovranno pervenire all’Archivio Generale Protocollo del Comune di Genova sito in piazza Dante al civico 10. Il termine ultimo per la consegna è entro e non oltre le ore 12 del giorno 9/11/2011. Il bando integrale può essere ritirato presso l’aufficio Acquisti e vendite in via di Francia 1.

     

  • Margherita Hack, la storia dell’universo: vita e morte delle stelle

    Margherita Hack, la storia dell’universo: vita e morte delle stelle

    Margherita HackParole come sole, stelle, infinito, hanno fatto da cornice alla “Lectio Magistralis” tenuta, presso l’aula polivalente S. Salvatore di Piazza Sarzano, dalla celeberrima astrofisica italiana Margherita Hack. Come un pittore, con sapienti tocchi, riesce a far emergere da una tela muta scorci di vita reale o immaginaria così, in poche frasi, la scienziata è riuscita ad ammaliare il pubblico e a proiettarlo nella storia dell’universo.

    Partendo dagli ominidi, che non avevano spiegazioni per quei punti luminosi che vedevano brillare nella sfera celeste, passando per la filosofia del francese Auguste Compte che negava la possibilità di scoprire gli elementi costitutivi delle stelle, la cosmologia ha percorso un viaggio faticoso ma ricco di vittorie che ci permettono di capire la composizione di un astro, la sua nascita e la sua morte.

    LA NASCITA DI UNA STELLA

    Dal prestorico Big Bang, che data 13,7 miliardi di anni, atomi di idrogeno e polvere stellare si sono aggregati in minuscoli primordi di vita, tenuti insieme dalla forza di gravità. In questi “grumi”, si sono prodotte collisioni casuali e caotiche tra gli atomi del gas, con formazione di energia che è responsabile della forza pressoria rivolta verso la superficie, dove il calore viene disperso.

    Questa competizione, tra dinamiche opposte (gravità e pressione),termina al raggiungimento dell’equilibrio (tanta energia si crea tanta ne viene dispersa) e la neonata stella può incominciare il suo cammino: smette di contrarsi ma cova, nel suo centro, un cuore bollente dove, continue reazioni nucleari, trasformano l’idrogeno in elio.

    IL SOLE

    Eventi analoghi hanno portato alla formazione del nostro sole che è nato circa 10 miliardi di anni fa ed ora si trova a circa a metà della sua vita. Come tutte le stelle è destinato a spegnersi per mancanza di combustibile quando, esaurito tutto l’idrogeno, diminuita l’energia, prevarrà nuovamente la forza gravitazionale, innescando un processo di contrazione (Nana Bianca). Collassando, si determina un nuovo riscaldamento e quando la temperatura raggiungerà i 100 milioni di gradi Kelvin, per non esplodere, incomincerà ad espandersi.

    Nel caso del sole si è calcolato che potrebbe raggiungere un raggio di 140 milioni di chilometri inglobando Mercurio e Marte mentre la terra sarebbe ridotta ad una palla arida. Perdendo vigore, perderà anche luce, fino a spegnersi completamente.

    SUPERNOVA

    Altre stelle, come le Supernove, con massa pari a 10-20 volte quella del sole, hanno una vita più breve, splendono 100mila volte di più, bruciano più rapidamente e vanno incontro ad una fine diversa. Esaurite le scorte energetiche, dopo continue espansioni e contrazioni, nell’ultima mezz’ora di vita, danno origine ad una serie accelerata di reazioni nucleari che le porta ad esplodere, seminando nello spazio la polvere stellare per nuove fonti di vita.

    Adriana Morando
    Foto e video Daniele Orlandi