Autore: Gabriele Serpe

  • “Ai confini della fisica”, l’energia oscura: incontro a Palazzo Ducale

    “Ai confini della fisica”, l’energia oscura: incontro a Palazzo Ducale

    Anil AnanthaswamyAnil Ananthaswamy, consulente per la rivista New Scientist, è stato il relatore di un incontro che si è tenuto a palazzo Ducale, nell’ambito delle manifestazioni del Festival della Scienza. Le affascinanti protagoniste di questo dibattito sono state la materia e l’energia oscure che astrofisici di tutto il mondo cercano nelle profondità dell’universo. Ma esistono? Dove si nascondono? Di cosa sono fatte?

    Attraverso splendide immagini come quella della galassia Andromeda, Anil è salito in cielo, là, dove puntano gli occhi di potenti telescopi, per poi scendere sulla terra,mostrando paesaggi estremi come estreme devono essere le condizioni per poter studiare questi fenomeni.

    Conosciamo solo il 4% della materia dell’universo e tra questa si intercala una specie di ragnatela invisibile che non è rilevabile da nessuna lunghezza d’onda. Questa misteriosa entità sarebbe costituita per il 23% da infinitesime particelle cosmologiche e per il 73% da energia. Se non è stato possibile determinarne esattamente la composizione, la fisica ne ha dimostrato l’esistenza.

    Le tappe di questo percorso sono iniziate con Edwin Powell Hubble, astrofisico statunitense (1889-1953) e la sua teoria di “distanza di redshift”. Il redshift (spostarsi verso il rosso) è un fenomeno per il quale, in determinate circostanze, la frequenza di emissione della luce è più bassa rispetto all’emissione originale. In particolare, ciò succede quando la fonte emittente si allontana. Se con questo parametro misuriamo la velocità di allontanamento si evidenzia che l’universo si sta espandendo.

    Dopo di lui Fritz Zwicky (1898-1964), confrontando le velocità relative di galassie lontane 100 milioni di anni luce, giunse alla conclusione che tali velocità erano così alte che la sola forza gravitazionale della materia visibile non sarebbe stata in grado di tenerle unite. Dallo studio delle galassie a spirale, poi, emerse un altro dato che contrastava con le leggi gravitazionali di Newton e Keplero. Per sintetizzare, sappiamo che quanto più un corpo è lontano dal centro di rotazione tanto più lentamente si muove.

    Nelle galassie a spirale succede il contrario: le stelle più periferiche hanno una velocità maggiore. Il fenomeno è spiegabile, solo, ipotizzando la presenza di altra materia, non emittente, in grado di esercitare una forza gravitazionale sugli astri vicini. D’altra parte, la stessa forza dovrebbe rallentare l’espansione dell’universo che invece, abbiamo visto, continua il suo moto espansivo con un’accelerazione sempre maggiore.

    Ne consegue che esiste un’energia ignota a cui gli astrofisici danno il nome di energia oscura. Telescopi sensibilissimi, ubicati in posti remotissimi come le Ande, l’Alasca, il Polo Sud, il lago BaiKal, dove è possibile azzerare le interferenze del mondo esterno, sono al lavoro nel tentativo di captare un segnale che possa confermare questa teoria ma il cosmo, per ora, continua a celare gelosamente il suo segreto.

  • Every-One, la campagna di Save the Children

    Every-One, la campagna di Save the Children

    Save the ChildrenUna scia rossa serpeggia lungo l’Italia: è una scia rossa come il sangue ma, fortunatamente, dissimile da quelle che, esecrabili, propongono le immagini dei quotidiani o dello schermo televisivo. E’ una scia di vita, la stessa a cui avrebbero diritto 8 milioni di bambini, sotto i 5 anni, che tutti i giorni muoiono nel mondo, uno ogni 4 secondi.

    Non si tratta dei nostri rubicondi bambini che curiamo con amore, infarciti di vitamine e circondati da giochi tecnologici, parliamo di quelli, dimenticati, in un terzo mondo di miseria dove si muore ancora per banali patologie come dissenteria, polmonite, morbillo, malaria, poliomielite o semplicemente per fame.

    Per loro, si è mobilitato un esercito di vivacissimi palloncini rossi che, in cammino dall’imponente Monte Capitolino romano (Campidoglio), è approdato al Porto Antico genovese, una delle 10 tappe di questo viaggio umanitario.

    Promotore dell’evento l’associazione internazionale Save the Children, nata a Londra nel 1919, per volere dell’infermiera volontaria, Eglantyne Jebb, con l’intento di portare un soffio di speranza in un mondo di morte. Le piazze di Roma, Firenze, Trieste, Pisa, Pescara, Venezia, Milano, Torino, Genova, quindi Cagliari, Palermo, Bari, Napoli hanno aperto i loro spazi, in un abbraccio di solidarietà, in cui i bambini sono stati i protagonisti soffiando, in quei palloncini, un po’ della loro vita per donarla idealmente ad altri.

    Accanto a loro gente comune, autorità, personalità famose, campioni dello sport, navigatori di You Tube o di Facebook, emittenti radio con i loro volti più famosi come Max Giusti, Marco Presta, Antonello Dose, Max Paiella, Luca Barbarossa, Federica Gentile e Michela Andreozzi, Chiara Gamberale, Barbara Palombelli ed altri, tutti per dire un’unica parola: BASTA!

    Genova ha fatto la sua parte: i bambini degli istituti Barabino e Garaventa hanno consegnato alcuni dei loro simboli fiammanti a Giorgio Guerello, presidente del Consiglio comunale, a Milò Bertolotto, assessore provinciale con delega alle iniziative per la pace e a Renata Briano, assessore regionale dell’Ambiente. Gli altri li hanno “imbucati” in un grosso contenitore su cui era scritto “non lasciamoli andare”. Per trattenere queste piccole vite, ha spiegato Elena Avenat, responsabile advocacy internazionale, basta un contributo di 2 euro, via sms, dal cellulare o un apporto di 2-5 euro dalla rete fissa. L’obiettivo è salvare ogni anno 500.000 bambini per arrivare a 50 milioni entro il 2015.

    L’iniziativa genovese, patrocinata da Comune, Provincia e Regione, è stata appoggiata, anche, dalla Uisp, l’Unione Italiana Sport, con una serie di iniziative come quella di domenica, che vedrà i giocatori della squadra di seconda categoria “Liberi sestresi” scendere in campo tra nugoli di sfere vermiglie per una partita a cui noi possiamo partecipare digitando pochi tasti e un semplice click di invio.

    Adriana Morando

  • Stay hungry, stay foolish… stay lazy! – Le vergogne di Apple

    Stay hungry, stay foolish… stay lazy! – Le vergogne di Apple

    FoxconnLa compianta scomparsa del guru della Apple, Steve Jobs, l’incessante “postaggio” su facebook del suo discorso ai laureandi di Stanford, la simpatia che Jobs ha riscosso tra i miei coetanei mi ha fatto riflettere; non tanto sulla sua persona, ma sul ruolo che questa figura ricopre nell’immaginario collettivo.

    In questa parte di mondo la figura di Jobs rappresenta, per la mia generazione, una speranza, l’incarnazione della riuscita, del sogno americano. Non c’è infatti nulla di meglio di un multimiliardario che, indossando un paio di jeans uguali ai tuoi, ti rassicura con lo stesso tono di un fratello maggiore che con l’impegno tutto sia possibile.

    Così milioni di ragazzi, il cui ascensore sociale si è rotto da tempo, si sono emozionati davanti al suo famoso discorso ed hanno ricominciato a credere nella possibilità di sfondare in un sistema economico ormai al collasso.

    Questo simpatico cervellone è riuscito, in solo 15 minuti di discorso, a pompare al massimo la nostra autostima, ma soprattutto a farci dimenticare inezie quali:

    1) Nelle fabbriche Foxconn in Cina, dove si assemblano anche gli Ipad, vigono condizioni di lavoro disumane che portano ogni anno ad un elevato numero di suicidi tra i dipendenti. Così in alcuni di questi campus (dotati di sbarre alle finestre) si fanno firmare ai neo-assunti dei “patti di non-suicidio”: clausole con le quali non solo si vieta ai dipendenti di compiere gesti autolesivi, ma si avvertono anche le famiglie di quest’ultimi che non riceveranno nessuna indennità nel caso i propri parenti decidessero di togliersi la vita.

    2) L’impatto ambientale dei prodotti Apple fa guadagnare nel 2006 all’azienda il titolo di compagnia elettronica più inquinante (tra le 14 più grandi prese in considerazione da Greenpeace per stilare questa classifica). Nel 2010 la Apple non mantiene più l’orrendo primato, scendendo ad una comunque disonorevole quinta posizione.

    Queste sono solo poche delle informazioni documentate che si possono facilmente reperire sull’azienda, ve ne sono numerose anche riguardo al tanto amato leader della Apple.

    So che ai fan di Jobs, come a coloro che cambiano Iphone ogni cinque minuti, ciò non interessa, questo tipo di persone giustificano i propri consumi con la frase “tanto non cambierebbe nulla se io non lo comprassi”.

    Il largo consumo di beni prodotti in maniera per nulla etica non è infatti dovuta alla mancanza di informazioni, ma alla pigrizia degli informati. È infinitamente più comodo aspettare che cambi il mondo grazie al buon cuore delle multinazionali o grazie alla buona volontà di qualche politico, che non essere noi per primi il motore di tale cambiamento, modificando le nostre abitudini di consumo.

    È più facile vedere, dietro i prodotti che compriamo, il faccione di un simpatico multimilionario e ripensare al suo discorso di incoraggiamento, piuttosto che riflettere su cosa realmente ci sia dietro quel prodotto.

    Anche io, come tutti, non sono immune da questa pigrizia, ringrazio quindi con anticipo i potenziali Steve Jobs di tutto il mondo per i loro futuri discorsi “sciacquacoscienza” su come questo sia il mondo migliore possibile, basta essere folli e affamati… ma soprattutto pigri.

    Rossella Ibrahim

  • Maurizio Maggiani, intervista allo scrittore ligure

    Maurizio Maggiani, intervista allo scrittore ligure

    Maurizio MaggianiIl sognante romanziere della provincia spezzina, il vincitore del “Premio Strega“, il grande oratore, la penna del Secolo XIX o più semplicemente, come dice lui stesso, “uno che sa raccontare…”

    Maurizio Maggiani apre le porte della sua dimora sulle alture di La Spezia a “Era Superba” per un’intervista esclusiva, mentre sul fuoco, verdura dopo verdura, prende vita e forma quella che sarà la cena di un giorno qualunque.

    Niente di più adatto per mettere a proprio agio l’ospite munito di carta e penna, e la conversazione nasce spontanea. “Se vai avanti a scrivere a mano farà in tempo a freddarsi la cena, non olo a cuocersi!”, mi fa notare con ironia dopo qualche minuto.

    Tanti anni vissuti a Genova, un libro (“Mi sono perso a Genova“) che la dipinge affascinante e misteriosa… Come sta la vecchia Superba?

    Con un po’ di catarro direi, no?! D’altronde mille anni sono tanti per tutti, anche per lei. Inoltre più della metà dei genovesi ha sessantanni e, tranne rari casi, gli anziani non sono certo progressisti, per cui chiunque governi la città non può non considerare questo aspetto.

    Anche perchè poi la natura stessa di Genova è conservatrice, costruita sin dal Medioevo su grandi rendite finanziarie, un po’ come la Svizzera da questo punto di vista. Queste caratteristiche fanno di Genova una città che può decidere di concedersi al progresso e alla modernità, ma che ci metterà sempre un istante a ricredersi e tornare sui suoi passi. Prendi ad esempio la ripresa della città negli anni 90 dopo lo shock dell’acciaio, un investimento che doveva rappresentare il futuro della città e che invece ventanni dopo era già passato remoto. L’apice di questa ripresa nel 2011 con il G8 e poi i presupposti ancora migliori nel 2004 quando era Capitale della Cultura.

    Poi, però, proprio sul più bello la brusca marcia indietro. Quel 2004 fu caratterizzato in gran parte da scelte antiprogressiste, una grande manifestazione di conformismo. Per carità, non che l’anticonformismo sia sempre un pregio, ma un motore potente si, quello sempre.

    Tuttavia penso che si tratti davvero della città più bella d’Italia e penso che ogni famiglia genovese abbia almeno un figlio folle, quelli che nel 600 diventavano preti… esistono ancora e Genova deve esserne cosciente. Non dimentichiamo che stiamo parlando di una città che ha dato vita a movimenti artistici di avanguardia.

    Scrivi da anni per i quotidiani… Oggi, mentre calano a picco le vendite e i portali web prendono il sopravvento, a chi pensi di rivolgerti mentre scrivi?

    Scrivo per un’elite, chi compra il giornale oggi fa parte di un’elite. Persone di una certa età, dignitosi e conservatori, in alcuni casi anche radicalmente. Ma si tratta di una parte buona di Genova, lettori che apprezzano la buona scrittura. Io penso che se i quotidiani fossero fatti bene avrebbero ancora le carte in regola per muovere le masse e le opinioni. A Roma Repubblica riesce a muovere eccome… anche se si tratta di un giornale che personalmente non mi piace e non è precisamente quella la mia idea di “quotidiano fatto bene”…

    Forse a Genova più che altrove, ma in tutta Italia se si parla di arte e cultura emergente, si nota sempre di più la paura di rischiare, di investire sul nuovo, sull’anticonvenzionale e si assiste a un preoccupante livellamento verso il basso. Come motivi questa tendenza?

    Basta una parola, gerontocrazia, ovvero potere dei vecchi. In campo artistico è vero, ma anche politico. Tutto ciò sta già portando con sé i primi forti segnali di depressione e decadenza e non vedo soluzioni possibili dell’ultima ora.

    Di cosa hai paura Maurizio?

    L’unica cosa di cui ho davvero paura è di lasciarmi andare alla routine.

    E in che cosa invece hai fiducia?

    Ho fiducia nella durevolezza della storia, con i suoi cicli. le nuove generazioni vivranno un nuovo ciclo, io probabilmente non lo vedrò, tu forse…

    Gabriele Serpe

  • Gian Piero Alloisio, la musica e il teatro dell’artista “genovese”

    Gian Piero Alloisio, la musica e il teatro dell’artista “genovese”

    Gian Piero AlloisioGian Piero Alloisio è nato ad Ovada nel 1956, ma ancora giovanissimo si trasferisce a Genova dove inizia la sua carriera artistica. Dall’Assemblea Musicale Teatrale alle collaborazioni con Giorgio Gaber e Francesco Guccini. Nel 2008 l’avventura a teatro insieme a Maurizio Maggiani con “Storia della Meraviglia” e nel 2010 il progetto ” La Musica Infinita” per recuperare le opere inedite di Umberto Bindi.

    La tua carriera ha avuto inizio nella Genova dei primi anni settanta. Cosa è cambiato secondo te rispetto ad allora e cosa, invece, ritrovi sempre uguale in questa città?

    Genova è migliorata dal punto di vista dell’aspetto estetico, personalmente la trovo molto più bella oggi rispetto a quarantanni fa. Dall’altro canto, invece, continua a non esistere spirito produttivo, i genovesi non pensano, soprattutto in campo artistico, a sviluppare la loro esperienza e il loro talento nella propria città, preferiscono andare altrove. Tenco, Lauzi, lo stesso Bindi… si vedevano a Milano, raramente a Genova. L’eccezione, in particolare nei primi anni, era rappresentata dalla stanza dei fratelli reverberi alla Foce.

    Il discorso è semplice: siamo eccelsi produttori di musica e arte, perchè non iniziamo a produrre a casa nostra? E non vale solo per la musica, prendi anche gli spettacoli televisivi “Striscia la Notizia“, “Colorado“, “Le Iene“, gli spettacoli di Crozza… tutti esempi di arte genovese emigrata. Non esiste imprenditoria culturale a Genova e credo sia un suicidio per la città, oggi come allora. Eppure la mostra di De Andrè al Ducale aveva dimostrato per l’ennesima volta che il turista viene a Genova per i cantautori e non solo per il Salone Nautico.

    Guccini, Gaber, Fossati… solo per citare tre dei grandi artisti con cui hai collaborato. Cosa ti hanno lasciato?

    Guccini mi ha lasciato la scrittura etica, ovvero l’esigenza di scrivere per gli altri e non per sé stessi. Sembra banale dire “scrivo per gli altri”, in realtà non è così. Anzi personalmente credo sia proprio questo il limite di molti cantautori “moderni”, mi capita spesso di ascoltare brani in cui l’io riguarda sostanzialmente solo colui che canta e nessun altro.

    A Gaber invece devo un aspetto non propriamente artistico, ma fondamentale giacchè è l’unica cosa che rende l’arte possibile: il mestiere. Tu sei il tuo discografico, il tuo editore, il tuo impresario… rifiutare gli intermediari significa non regalare soldi al “grande sistema”. Io questo l’ho capito grazie a lui e ho scelto l’autoproduzione, lui mi ha insegnato che sarebbe stato l’unico modo per restare liberi.

    Con Fossati c’è stato un rapporto di pura simpatia dovuto più che altro alla casualità. lavoravo al Teatro della Tosse e abbiamo collaborato per la creazione di uno spettacolo. Mi è rimasta impressa una teoria di Fossati sulle armonizzazioni vocali, i cori: ricorda Gian Piero, due stonati insieme fanno uno intonato!

    Ti senti fra coloro che sono riusciti a mantenere in vita la tradizione dei cantautori genovesi? Che rapporto hai con tutto ciò che in questo campo è nato o sta nascendo dopo di te, segui le nuove proposte? Credi che sia una tradizione in continua evoluzione o è ormai giunta ad un punto morto?

    Si, confesso di si, mi sento fra coloro che hanno proseguito un cammino, soprattutto per quello che è l’apporto della canzone d’autore alla produzione teatrale. Cerco di seguire tutti coloro che fanno musica a Genova e se c’è la possibilità di collaborare con giovani cantautori genovesi non mi tiro mai indietro. Il mio è anche un ruolo di coordinamento, come è accaduto per gli inediti di Umberto Bindi. E non considero affatto morta la nostra tradizione, anzi.

    Finchè ci saranno ragazze e ragazzi che scrivono canzoni la scuola genovese resterà in vita. Personalmente credo che ancora oggi Genova sia la patria della canzone d’autore, è nel dna di questa città. Come dice Gino Paoli, cosa posso consigliare ad un giovane genovese se non iscriversi al conservatorio e studiare lettere?

    Mi piacerebbe tanto partire da questo aspetto per attirare gente dall’estero e da tutta Italia a studiare a Genova, un’enorme stanza con un pianoforte ed una chitarra, proprio come quella dei fratelli Reverberi per ripartire da dove ci siamo arenati qualche decina di anni fa.

    I grandi esponenti di quel filone di cantautori erano cresciuti insieme, suonavano e si confrontavano ogni giorno… questo a parer mio fu il vero segreto di un così grande successo e il mio sogno è proprio quello di riuscire a ricreare quelle condizioni…

    Gabriele Serpe

  • Ex Manicomio di Quarto: un vincolo frena la speculazione edilizia

    Ex Manicomio di Quarto: un vincolo frena la speculazione edilizia

    Manicomio di QuartoUn’area immensa e dalle innumerevoli potenzialità, forse senza eguali sul territorio genovese, per gran parte abbandonata al suo destino. Oggi l’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto rischia di perdere gli ultimi servizi sanitari attivi al suo interno.

    Voci sempre più insistenti preannunciano infatti la futura vendita, tramite una seconda “cartolarizzazione”, degli immobili ancora di proprietà della Asl3. Parliamo della parte più antica del complesso (1895), circa un 50% dell’intera area dove sono ubicate comunità psichiatriche e per minori disabili, strutture residenziali per anziani, servizi di medicina legale e diversi uffici amministrativi.

    Nel 2008 la sanità ligure fece cassa mettendo all’asta il patrimonio immobiliare delle Asl, compresi alcuni immobili dell’ex ospedale psichiatrico. La gara la vinse “Valcomp due” società partecipata da Fintecna Immobiliare, a sua volta un’emanazione del colosso parastatale Fintecna. “Valcomp due” si aggiudicò 3 palazzine e il monumentale corpo centrale del complesso, risalente agli anni ’30, dal valore storico riconosciuto, ma ormai dall’aspetto fatiscente.

    Una delle palazzine di Valcomp esternamente appare perfetta e sembra che anche all’interno sia già pronta per trasformarsi in residenza. Gli altri edifici necessitano invece di interventi di recupero. Anche gli accessi e le strade di collegamento sono stati ceduti a “Valcomp due”, ma gli accordi tra le parti prevedono che la Asl mantenga in comodato d’uso i varchi d’accesso e alcuni immobili fino a quando non saranno pronti per essere consegnati ai nuovi proprietari. Nel frattempo la responsabilità di manutenzione e pulizia compete alla Asl, ma sono del tutto evidenti enormi carenze: all’ingresso, su entrambi i lati, due distese d’erba raggiungono almeno il mezzo metro d’altezza.

    Questo è il biglietto da visita di una struttura che dovrebbe essere un fiore all’occhiello della città. Ovviamente “Valcomp due” spera si sblocchi al più presto la situazione, in particolare per quanto riguarda la destinazione d’uso degli spazi. Insomma i nuovi proprietari attendono il via libera per costruire. Da parte loro la soluzione migliore resta quella residenziale. Ma potrebbero accontentarsi di alberghi o centri commerciali. Snodo cruciale è l’approvazione definitiva del nuovo Puc.

    Tutto però potrebbe essere rimesso in discussione da una questione, che ai fini dell’esito della vicenda, appare decisiva. Sull’area infatti graverebbe un vincolo stringente.

    Come spiega il presidente dell’Alfapp, associazione ligure famigliari pazienti psichiatrici, Paolo Pescetto: “La legge 180, la famosa legge Basaglia, stabilisce che gli spazi (terreni e immobili) degli ex manicomi sparsi per la penisola, una volta dismessi dalla loro funzioni, siano destinati alla cura di pazienti psichiatrici ma anche anziani”. Attraverso la mediazione delle asl queste strutture dovrebbero continuare a svolgere funzioni terapeutiche. In altri termini è lecito metterle in vendita e immaginarne un nuovo utilizzo, ma sempre con queste finalità.

    “Nel 2005 all’epoca del governatore regionale Sandro Biasotti, quando si parlò della concessione in comodato gratuito della palazzina del corso per infermiere all’IIT, la nostra associazione agì per vie legali e vinse la causa contro la regione”, racconta Pescetto. Un precedente significativo perché oggi ci troviamo nuovamente di fronte a un tentativo di scavalcare il vincolo. E in caso di nuova cessione di immobili l’Alfapp è pronta a scendere in campo con i suoi legali.

    E’ evidente come una seconda gara vedrebbe in prima fila “Valcomp due” nel tentativo di aggiudicarsi gli immobili rimasti. Il sospetto trova conferma dal fatto che alcuni giorni fa senza alcun preavviso sono partiti i lavori di riqualificazione nell’area di proprietà della società.

    Fra il personale asl regna l’incertezza perché ancora non si sa quali servizi sanitari corrono il rischio di scomparire. I motivi che destano preoccupazione sono almeno due: in primis per la futura sistemazione dei pazienti (quelli psichiatrici sono una trentina) anche se l’augurio è che per loro si trovi una soluzione idonea. Ma l’ansia maggiore è per la sorte dei dipendenti, visto che ancora non si conosce nessun piano di ricollocazione delle strutture e dei dipendenti. Attendiamo novità dalla Regione, sperando faccia chiarezza una volte per tutte sulla travagliata questione Quarto.

    Ma purtroppo sembra che la sorte dell’ex ospedale psichiatrico dipenderà non tanto da Genova e dalla Liguria bensì da Roma. Qui infatti si trova la sede di Fintecna, di Valcomp due e di decine di altre società controllate dal Ministero del Tesoro.

    Matteo Quadrone

    foto di Daniele Orlandi

  • Paolo Odone, intervista al presidente della Camera di Commercio

    Paolo Odone, intervista al presidente della Camera di Commercio

    Paolo OdonePer avere un quadro generale della situazione attuale nel settore delle piccole e medie imprese genovesi, abbiamo posto alcuni quesiti al presidente della Camera di Commercio di Genova, Paolo Odone, che ci ha fornito i dati statistici del 2010 relativi alle imprese che hanno aperto e quelle che invece hanno cessato l’attività.

    In provincia di Genova i dati relativi alle imprese iscritte alla Camera di Commercio mostrano, per la prima volta dopo tre anni, un saldo positivo: + 270 imprese a fine anno. Un’inversione di tendenza, dunque, anche se non siamo ancora ritornati alla situazione pre-crisi.

    L’inversione è iniziata con il secondo e terzo trimestre 2010, che hanno mostrato i saldi positivi più alti degli ultimi 5 anni, compensando così un inizio anno negativo. La situazione per settori economici vede in lieve discesa commercio (- 160 imprese, vale a dire lo 0,6%del comparto) e attività manifatturiere (-87 imprese=1,1%); in lieve ascesa costruzioni (+196 imprese=1,4%), alloggio e ristorazione (+113=1,6%), immobiliare (+57=1,1%), attività professionali (+55=1,6%), servizi alle imprese (+42=1,5%), comunicazione (+30=1,6%), servizi alla persona (+26= 0,5%).

    Presidente, sarebbe interessante conoscere i dati relativi alla durata, in termini temporali, delle imprese di recente apertura. E quante invece, dopo poco tempo, chiudono i battenti. Qual’è la tipologia di impresa che in misura maggiore, attualmente, è richiesta dal mercato? E qual’è la durata media di un’impresa che oggi decide di avviare l’attività?

    Le nuove imprese, se non ben strutturate e sostenute da una buona idea d’impresa, sono destinate a chiudere nel giro di 2 anni, vale a dire il tempo medio in cui un imprenditore esaurisce le risorse investite nel progetto. Per dare più forza alle nuove imprese, la Camera di Commercio ha lanciato nel 1994, attraverso la propria agenzia formativa CLP (Centro Ligure per la Produttività) il Servizio Nuove Imprese, sportello per cui si rivolgono ogni anno un migliaio di aspiranti o neo-imprenditori. Dal dicembre scorso è attivo anche il Circuito Crea Impresa, finanziato dalla Provincia, che comprende vari tipi di servizi: il cosiddetto tutoraggio, evoluzione del servizio nuove imprese, gestito sempre dal nostro CLP, e poi consulenze, seminari, elaborazione di business plan, gestiti dalle associazioni di categoria.

    I dati più recenti degli utenti del tutoraggio, da dicembre ad oggi, ci dicono che le persone intenzionate ad aprire una nuova impresa sono state circa 200, per la maggior parte nel settore del commercio e dei servizi. La qualità dell’utenza è considerevolmente aumentata, e circa il 60% arriva al circuito con idee chiare e buone conoscenze di base (con un test gli chiediamo se sa cosa è la partita iva, se ha delle risorse economiche da investire, se ha professionalità per quell’idea d’impresa ecc.) mentre un buon 30% ha una laurea. Il 50% degli interessati arriva da una buona posizione lavorativa, e questo è un segno inequivocabile della crisi. Un altro segno è la riduzione degli extracomunitari che vogliono fare impresa, che oggi sono il 20%, mentre negli anni scorsi erano il 40%.

    Inoltre un altro aspetto importante, mi sembra la questione relativa al “trasferimento d’impresa”. Il problema è la mancanza di informazione e di coordinazione, fra coloro i quali vogliono cessare l’attività e chi, magari un giovane artigiano, potrebbe rilevarla e continuarla nel tempo?

    In Italia ci sono circa 5 milioni di imprenditori iscritti alla Camera di Commercio, di questi, il 43% supera i 60 anni di età. L’ 87% di questi è maschio. Nei prossimi 10 anni, quindi, dovremo trovare il modo per aiutare questi imprenditori a non chiudere la propria impresa, per evitare l’impoverimento del nostro tessuto economico. La strada che abbiamo scelto è quella di incentivare la cultura del trasferimento d’impresa e del passaggio generazionale. Per fare in modo che sul territorio genovese, mantenendo l’attenzione anche sulle aree periferiche, venga incentivata questa cultura, la Camera di Commercio ha sostenuto l’apertura di 12 sportelli informativi, da Sestri Levante a Voltri, presso le associazioni di categoria, che da un anno circa forniscono le necessarie informazioni sia a chi vuol cedere un’attività sia a chi la vuole rilevare. Questi sportelli permettono all’imprenditore di avere una buona conoscenza delle diverse possibilità del trasferimento d’impresa, dei vari passaggi legali e burocratici e delle modalità di passaggio. Qui il futuro imprenditore ha la possibilità di conoscere tutti i vantaggi che comporta la decisione di rilevare un’impresa già esistente. Inoltre, sempre il CLP sta progettando un percorso per accompagnare i nuovi imprenditori a rilevare un’impresa, soprattutto artigiana.

    Per quanto concerne le opportunità di creazione d’impresa, offerte dalla Camera di commercio e dagli enti locali, secondo lei, sono sufficientemente conosciute dai cittadini? E quanto vengono sfruttate concretamente?

    La nostra esperienza ci dice che il migliore dei veicoli per far conoscere alle imprese i servizi che le riguardano sono le associazioni di categoria, così come prevede il principio di sussidiarietà. E il fatto che il Circuito Crea Impresa sia arrivato quasi al livello di saturazione ne è la prova. Nei casi in cui è necessario creare una cultura ex novo e un humus positivo che favorisca iniziative innovative, come nel caso del trasferimento d’impresa e della responsabilità sociale d’impresa, abbiamo realizzato con buoni risultati delle campagne di informazione o delle iniziative promozionali, come il premio che abbiamo lanciato l’anno scorso per valorizzare le piccole imprese genovesi che perseguono il proprio profitto senza perdere di vista il carattere sociale e ambientale dell’attività produttiva.

    Matteo Quadrone

  • Storia di Genova: la leggenda degli spiriti del Carlo Felice

    Storia di Genova: la leggenda degli spiriti del Carlo Felice

    Foto d'epoca del Carlo FeliceUna superficie che scende a gradoni, finestre e balconi che occhieggiano da pareti i cui colori rievocano le facciate dei borghi marinari, una cupola di punti luminosi che ricorda un cielo stellato : benvenuto nella sala del Teatro Carlo Felice.

    Ti aspetti un ambiente ridondante di fregi e ti trovi in una delle tante piazzette che caratterizzano la costa ligure, ricche di salsedine e di panni stesi. Poltrone in resina e velluto, pavimenti in legno Doussiè, rifiniture in pero e ciliegio (legni usati per strumenti musicali), pareti di marmo blu di bardiglio (pietra che riflette le alte frequenze), assicurano un’acustica tra le migliori d’Italia, omogenea lungo i 44m che separano la prima dall’ultima fila della platea.

    In una atmosfera ovattata e magica, la suggestione rende palpabile la presenza di spiriti tormentati che la tradizione vuole legati alla storia dell’edificio. Progettato dall’architetto Carlo Barabino, in un’area precedentemente occupata dal complesso conventuale di San Domenico (XIII sec.), fu inaugurato nel 1828, alla presenza di Carlo Felice e Maria Cristina di Savoia, con l’opera belliniana” Bianca e Ferdinando”.

    Che siano le anime degli sfrattati domenicani o l’ombra di Leyla Carbone, figlia di un liutaio, condannata al rogo per stregoneria (1580), una specie di maledizione accompagna, da subito, la vita di questo edificio.

    Si narra che la cantante boema Teresa Stoltz, amante di Giuseppe Verdi, ordinò di collocare una mummia nello scantinato del teatro quale rimedio contro il malocchio ma l’espediente fu vano: la sera stessa, svenne sulla scena e l’incolpevole amuleto fu esiliato in un meandro del Museo di Pegli.

    Diversi incendi e la guerra segnano il dissesto dell’edificio finché, nel 1946, dopo molte traversie, il suo restauro fu affidato all’architetto Paolo Chessa ma, vedi il caso, il progetto si esaurì tra le carte bollate; morì accidentalmente, ahimé, anche, il subentrante Carlo Scarpa.

    Fu, infine, Aldo Rossi, a realizzare l’idea di una piazza coperta, di 400 mq di superficie, dove il teatro fosse il collegamento ideale tra Galleria Mazzini e piazza De Ferrari. Al fine di comunicare una percezione di solidità e di “eternità”, si privilegiarono, per gli esterni , materiali come la pietra e il ferro; gli interni, invece, eccellono per marmi e legno.

    Delle antiche vestigia rimangono solo il pronao (spazio posto davanti all’ingresso) a colonne doriche, il porticato a bugnato (pietre con rilievi sporgenti o bugne) che abbraccia l’edificio e forma la terrazza del primo piano. Il pronao è sormontato da un timpano triangolare con i primigeni bassorilievi, alla cui sommità svetta una copia della statua dello scultore Giuseppe Gaggini, rappresentante il ‘Genio dell’Armonia’ (l’originale è conservata all’interno della chiesa di Sant’Agostino in Sarzano).

    Tra le aggiunte del nuovo progetto si trova una cuspide poligonale vetrata, alta 27m, il lanternino, che sale attraverso i diversi piani del Teatro fino a svettare sul tetto, illuminando l’interno, e la torre, alta 63m, vero e proprio scrigno di sofisticati meccanismi che servono alla gestione scenica del teatro.

    A vegliare su questo gioiello… perché non si sa mai, campeggia, all’entrata principale, una statua marmorea di S. Domenico (Carlo Schiaffino 1689 –1765) antico protettore di questo luogo.

    Adriana Morando

  • “ABCD+Orientamenti”, Fiera di Genova: bando per giovani talenti

    “ABCD+Orientamenti”, Fiera di Genova: bando per giovani talenti

    Padiglione della Fiera di GenovaIn occasione del salone “ABCD+Orientamenti” in programma dal 16 al 18 novembre 2011 alla Fiera di Genova, Regione Liguria – in collaborazione con Ufficio scolastico regionale – Camera di Commercio, Università e Comitato interistituzionale Orientamenti promuovono un bando per giovani talenti nella scuola e nel lavoro. L’obiettivo è ricercare e valorizzare i talenti presenti fra i giovani nel mondo della scuola e del lavoro e rilanciare, in questo modo, una cultura orientata alla scienza e alla tecnologia.

    “Con questa iniziativa – commenta il Presidente della Camera di Commercio Paolo Odone – vogliamo mettere sotto i riflettori i giovani “job talent” che lavorano con successo nelle aziende. Al tempo stesso vogliamo richiamare l’attenzione delle famiglie sul fatto che, in un momento non facile per il lavoro dei giovani, occorre puntare sulle professioni cosiddette “introvabili”. I dati della ricerca Excelsior di Unioncamere (usciti ieri e relativi al 4° trimestre di quest’anno) ne sono una conferma: il 22 % delle previsioni di assunzione delle aziende genovesi saranno di difficile reperimento, con punte del 36% nella metalmeccanica-elettronica. Le assunzioni previste fra ottobre e dicembre in provincia di Genova sono in tutto 1430, con un tasso di entrata pari a circa 8 assunzioni ogni 1000 dipendenti, in linea con il dato nazionale”.

    Le categorie del bando per i giovani talenti sono le seguenti:
    • BABY (dai 6 ai 13 anni di età della scuola primaria e secondaria di 1°grado);
    • JUNIOR (dai 14 ai 18 anni della scuola secondaria di 2° grado e dei centri di formazione professionale);
    • SENIOR (giovani talenti universitari);
    • JOB TALENT (giovani fino ai 29 anni che si sono distinti per progetti / idee/ soluzioni innovative nel lavoro o nell’impresa).

    Le domande, pubblicate sui siti di tutti gli enti promotori (Camera di Commercio: www.ge.camcom.it) e sul portale: www.giovaniliguria.it, vanno inviate entro il 31 ottobre 2011. I talenti selezionati dalla giuria saranno ammessi al “Salone dei Talenti” (nell’ambito di “ABCD+Orientamenti”) dove il pubblico potrà votare il progetto preferito attraverso una postazione digitale. I premi attribuiti dalla giuria e del voto popolare saranno assegnati durante la notte dei talenti (venerdì 18 novembre).

     

  • Storia di Genova: fra i monti e il mare c’è la funicolare

    Storia di Genova: fra i monti e il mare c’è la funicolare

    La funicolare di Granarolo
    La particolare orografia che stringe Genova tra mare e ripide alture, consegna alla città un territorio avaro di spazi e “faticoso” da vivere. Saliscendi continui superabili, spesso, solo con ardue scalinate o anguste erte, hanno spinto, gli organi preposti, a realizzare mezzi come le funicolari che, in sedi dedicate, fuori dal traffico cittadino e non inquinanti, offrono un prezioso servizio pubblico.
    La più antica è quella di Sant’Anna che da via Bertani scende a Portello. In 2 minuti copre un dislivello di 54m su un percorso di 370m. Prima dell’elettrificazione, era azionata da un sistema di contrappesi ad acqua: una vettura, zavorrata con un cassone pieno d’acqua, scendeva per forza di gravità, trascinando l’altra in alto. All’arrivo si svuotava il cassone e il ciclo riprendeva.
    La linea, a binario unico, doppio solo nella zona centrale per l’incrocio delle vetture, venne costruita nel 1891 e corre, per un ampio tratto, su un viadotto con arcate in pietra.
    Coetanea di questa è la funivia, o ancora meglio, la ferrovia a cremagliera di Granarolo, che dal Lagaccio, a lato dell’ex hotel Miramare, sale al capolinea dove i passeggeri vengono accolti da una struttura in stile liberty (oggi, si ferma in via Bari per restauro). L’impianto sfrutta il principio per cui una ruota dentata, applicata alla vettura, ingrana con i denti di una guida, trasformando il moto rotatorio in moto lineare, fu realizzato da privati, tra il 1898 e il 1901, lungo un percorso di 1136m e un dislivello di 194m. Questa“tranvia a dentiera”deve il nome al neologismo derivato dal francese “cremaillère” e, ancor prima, al latino “cremaculum”e al greco antico”kremaster”.
    Di maggiori dimensioni è la funicolare Zecca-Castellaccio che, superando un dislivello di 278m su un percorso di 1428m, raggiunge Righi sulle alture della città. Nasce nel 1895, su un progetto di due svizzeri, residenti a Genova, per conto delle FEF di Kerns e prevedeva due impianti distinti: il primo, in galleria, tra largo Zecca e la chiesa di San Nicola, il secondo allo scoperto fino al Righi. Tra i due tratti si effettuava il trasbordo dei passeggeri. In servizio dal 1912, negli anni 1963-1965 i due tronchi furono uniti per meglio servire le nuove aree abitative. Delle 7 stazioni, meritevole di sosta è quella della Madonnetta per vedere un presepe permanente con statuine della scuola del Maragliano. A corollario dei mezzi che salgono e scendono ci sono gli ascensori pubblici ma, questa è un’altra storia.
    di Adriana Morando
  • Opening collettivo delle gallerie d’arte di Genova: gli artisti e le installazioni

    Opening collettivo delle gallerie d’arte di Genova: gli artisti e le installazioni

    Per i non appassionati o per i più distratti le gallerie d’arte del centro storico probabilmente sono quasi invisibili. Strette nelle pieghe dei caruggi, si affacciano sulla strada con angusti ingressi o ripide scale, quando addirittura non rimangono nascoste ai primi piani di antichi edifici provvisti di spessi portoni. Solo alcune espongono sobrie insegne verticali. Generalmente aprono solo alcune ore durante la giornata, talvolta esclusivamente su appuntamento. Tutto cambia in occasione dell’Opening collettivo autunnale. Per un giorno, queste gallerie aprono tutte contemporaneamente e restano aperte fino a mezzanotte. Man mano che si fa buio, le loro luci illuminano i vicoli, mentre il via vai di visitatori che entrano ed escono aumenta e quando si entra si è accolti dal vociare delle persone che a piccoli crocchi osservano, chiacchierano, e commentano le opere esposte.

    L’associazione START Genova riunisce le gallerie d’arte moderna e contemporanea del centro cittadino. Curiosando tra le varie gallerie abbiamo parlato con artisti e galleristi di arte, scelte, vita, esperienze, impressioni, opere.

    Alla Pinksummer di Palazzo Ducale le tre artiste islandesi che compongono il collettivo Icelandic Love Corporation espongono una grande ruota fatta di legno intagliato, calze di nylon e fonti luminose, che rappresenta il ciclo femminile in relazione alle fasi lunari. Le galleriste hanno contattato il trio dopo averne seguito il lavoro e le performances (in una performance eseguita a Copenhagen in occasione di una mostra sul cambiamento climatico hanno mangiato sushi di balena vestite di pelliccia come atto di denuncia dei crimini umani contro la natura). “Ci è piaciuto molto il loro modo di lavorare e di saper fondere l’aspetto lavorativo con gli altri aspetti della vita. Quando siamo andate a vedere il loro atelier una di loro aveva avuto da poco un bambino che era lì tranquillamente con noi nel corso dell’incontro e passava dalle braccia di una a quelle dell’altra, mentre discutevamo di lavoro bevendo un tè” racconta Francesca Pennone.

    Riguardo all’aderenza dell’arte alla realtà, la gallerista dice “noi amiamo molto il lavoro che non sia eccessivamente didascalico e diretto, o di troppo facile lettura, ma l’opera è comunque sempre legata al contesto storico, politico, sociale, economico che si sta vivendo. Poi il risultato può essere più o meno visionario, più o meno astratto, e la ricezione dell’opera è diversa a seconda del pubblico: quello generalista e meno formato è attratto da lavori immediatamente coinvolgenti, meno da opere più concettuali che magari generano la sensazione di non capire. Per questo noi cerchiamo sempre di accompagnare la comprensione delle opere”. Lavorare in gruppo non è mai semplice, specie se si tratta di mettere insieme ispirazioni artistiche per farle confluire in un’opera finita: “Abbiamo idee diverse ma collaboriamo sempre, facciamo dei brainstorming, discutiamo molto” raccontano le tre artiste. “Per noi l’ideale è che le persone pensino con la loro testa e scoprano le emozioni che provano di fronte alle nostre opere”.

    Alla UnimediaModern di Piazza Invrea invece la gallerista Caterina Gualco ospita una tranche della rassegna di Maria Rebecca Ballestra, organizzata in cinque diverse sedi espositive: “Di solito prima di fare una mostra devo conoscere bene l’artista, in questo caso non è stato così, sono stata affascinata dall’idea del progetto, che prevedeva una sinergia tra pubblico e privato con lo snodarsi della mostra in luoghi diversi (Villa Croce, Castello d’Albertis, Sala Dogana, UnimediaModern, Genoa Port Center), e dai temi affrontati dall’artista, certo dolorosi, senza speranza in qualche modo (Rebecca tratta problematiche quali consumo di risorse naturali, cambiamenti climatici, manipolazioni transgeniche, diritti umani, sperequazioni sociali) però io sono convinta che la Bellezza abbia un ruolo molto importante che è quello di portarci la voce del “luminoso”. Sono sei lavori, uno per esempio ci mostra luoghi di potere temporale e spirituale sommersi dalle acque o dalle nuvole, uno è sul cibo geneticamente modificato, un altro sulle pandemie che potrebbero invadere il mondo. Iil pubblico dimostra moltissimo interesse sia per gli argomenti trattati sia per il modo in cui vengono trattati”.

    Alla Guidi&Schoen di Vico Casana lo spazio espositivo accoglie un’installazione sonora interattiva, “Inside Outside”: settanta sfere di vetro soffiato trasparente pendono dal soffitto a diverse altezze, appese a fili in nylon. Ciascuna accoglie un piccolo altoparlante da cui si dipana il cavo audio che una volta a terra si unisce agli altri in un fascio che corre verso la parete. Gli altoparlanti, collegati a microfoni piazzati all’esterno della galleria, in strada, trasmettono i rumori che vengono da fuori. L’effetto è straniante: il cicaleccio confuso si fa suono singolo appena ci si accosta ad una sfera, mentre lo sguardo vaga su queste bolle che brillano alla luce di piccoli faretti, uniche fonti luminose. Una piccola selva di fiori alieni che bisbigliano.

    È stata la morfologia stessa dei vicoli a suggerire l’idea agli artisti Roberto Pugliese e Tamara Repetto, spingendoli ad alterare i confini noti attraverso la messa in relazione dello spazio esterno con quello interno, portando il mondo fuori dentro la galleria. “Durante i sopralluoghi siamo stati colpiti dalla grande attività acustica che caratterizza i vicoli” dice Roberto, “le sfere sono realizzate a mano, quindi ognuna diversa dall’altra e con una risonanza diversa. Sono micromondi acustici a sé stanti che insieme danno vita all’installazione. Le persone sono incuriosite e attratte dall’aspetto estetico ma soprattutto da quello sonoro, perché i suoni decontestualizzati e proposti in questo modo vengono considerati in maniera totalmente diversa”.

    Le mostre nelle ventiquattro gallerie restano in allestimento per un periodo medio di un mese.

    di Claudia Baghino

    Foto di Daniele Orlandi

  • Greenpeace: “Allarme inquinamento per il Santuario dei Cetacei”

    Greenpeace: “Allarme inquinamento per il Santuario dei Cetacei”

    La balena biancaCiao sono una balena. No, non una signora un po’ avanti negli anni che, tra il calo ormonale, una certa pigrizia per l’attività fisica e continui peccati di gola, si contorce come una serpe per calarsi in abiti impossibili il cui unico vantaggio è l’etichetta con una taglia in meno.

    Sono proprio una balena, quelle per cui la costa ligure era chiamata dai romani “Costa balaenae” e dove nuoto beata insieme ai miei cugini i delfini a cui Portofino,”Portus delphinii”, deve il nome. Ti voglio presentare alcune specie della nostra famiglia: io sono una balenottera comune (Balaenoptera physalus), vicino a me puoi vedere il tursiope (Tursiops truncatus), la stenella striata (Stenella coeuruleoalba), il sempre più raro delfino comune (Delphinus delphis) ed infine il maestoso capodoglio (Physeter macrocephalus).

    Viviamo nel Mediterraneo, in un’area protetta chiamata ”il Santuario dei Cetacei” che, grazie ad una collaborazione tra Francia (Costa Azzurra e Corsica), Principato di Monaco e Italia (Liguria, Toscana e nord della Sardegna), ha visto la luce nel 1999. Devo dire che mi sentivo a casa. Certo i pericoli sono sempre in agguato: incontri accidentali con imbarcazioni nautiche o con grandi reti ma l’inquinamento non l’avevo proprio considerato.

    Così mi sono ritrovata a Genova, davanti al maestoso Palazzo Ducale, in compagnia degli amici di Greenpeace. Ero un po’ rigida in quell’involucro di cartapesta, il sorriso era quello di convenienza ma il cartello “cerco casa” faceva il suo effetto. Per completare la scenografia, i miei amici in tuta arancione hanno appeso striscioni alle finestre del palazzo della Regione con la scritta “Santuario inquinato, ora basta!” e si sono incatenati a dodici bidoni con la scritta “danger”. Perché? Per l’inquinamento da metalli pesanti, composti di idrocarburi aromatici, residui organici pullulanti di batteri fecali e tante altre sostanze tossiche che sono state riscontrate in ben 5 punti della costa ligure: Vado Ligure presso la foce del Segno, Cogoleto in corrispondenza della nota Stoppani , porto commerciale genovese presso l’Ilva, foce del Magra, bacino del porto della Spezia.

    Ma il problema non è solo il mio: pensa a cosa metti in tavola quando ti nutri con i miei coinquilini, i pesci, o cosa ti scivola sulla pelle quando ti godi un bagno ristoratore nei caldi giorni estivi. Allora, sei d’accordo con me? Bisogna fare qualcosa perché un’ incantevole santuario non si trasformi in un lugubre cimitero.

    Adriana Morando

  • Maria Rebecca Ballestra, l’artista ligure racconta le sue opere

    Maria Rebecca Ballestra, l’artista ligure racconta le sue opere

    Maria Ballestra, Changing PrespectiveNell’ambito della rassegna START di ottobre, che vede l’apertura collettiva delle gallerie d’arte del centro genovese, abbiamo intervistato Maria Rebecca Ballestra, artista ligure che presenta un percorso espositivo intitolato “Changing perspectives” e articolato in cinque sedi (Villa Croce, Castello d’Albertis, Sala Dogana, galleria Unimedia Modern, Genoa Port Center).

    Tu viaggi e hai viaggiato molto, e dal viaggio, dal contatto con altre culture e altri luoghi trai gli elementi per le tue opere. Il viaggio inteso come strumento di conoscenza e l’arte come strumento di espressione: può essere una sintesi della tua ricerca artistica?
    Direi assolutamente di sì. Il viaggio è l’elemento fondamentale di tutto il mio lavoro e anche della mia vita personale in quanto è stato occasione per me di relativizzare la mia appartenenza culturale, la mia storia, per raggiungere una circolarità dello sguardo e spostare il mio punto di vista sulla realtà. L’arte è stato un mezzo di conoscenza e un mezzo per trasmettere, suggerire delle riflessioni. I miei lavori sono progetti site specific, quindi temporanei, e rappresentano l’intenzione di non presentare un prodotto che invada lo spazio e il tempo, ma di offrire un mezzo per suggerire appunto riflessioni su tematiche che ci riguardano tutti come cibo, energia, cambiamenti climatici e così via.

    A volte c’è una percezione comune dell’arte come qualcosa di slegato dalla realtà. Invece i tuoi lavori sono strettamente connessi a temi sociali, alla realtà che viviamo, a situazioni di urgenza che ci riguardano, esempi: il consumo folle di risorse naturali, i cambiamenti climatici, le manipolazioni transgeniche, i diritti umani, le sperequazioni sociali…. sono tutti temi importantissimi e più che mai attuali. Sembra tuttavia che niente possa cambiare il trend negativo che va avanti basato su equilibri di potere dettati dal denaro: l’impressione è che sarà il pianeta stesso a fermarci prima o poi. In un quadro simile, la tua opera è una semplice testimonianza di un destino ineluttabile o c’è un germe di speranza che qualcosa cambi?
    Nelle mie opere fino ad adesso la mia voleva essere solo un’osservazione. Nel momento in cui stanno avvenendo cose così gravi, spesso noi perdiamo tempo secondo me a parlare di tutt’altre cose, come politica o conflitti di religione, che per quanto siano importanti passano in secondo piano rispetto a urgenze come il cibo ad esempio. A breve tempo cibo, risorse energetiche e cambiamenti climatici saranno le problematiche principali di tutta l’umanità.

    Fino a quest’ultimo progetto non c’era alcun germe di speranza né di soluzione, anche perché i miei lavori non vogliono esprimere giudizi morali, se l’uomo vuole autodistruggersi va bene, l’importante è che ne sia cosciente, e secondo me non lo siamo. Poi durante l’esperienza di “Changing Perspectives” ho iniziato una collaborazione con degli scienziati e questo ha portato le mie ultime opere a essere più positive e possibiliste, considerando la possibilità che l’uomo sia la soluzione all’uomo stesso, e guardando alla scienza e all’arte come possibili risposte ai danni che l’uomo sta creando all’ecosistema e a se stesso.

    I tuoi lavori sono dislocati qui a Genova in 5 sedi espositive diverse: Villa Croce, Castello d’ Albertis, Sala Dogana, galleria Unimedia Modern, Genoa Port Center. Perché un percorso espositivo dinamico?
    Per varie ragioni. Innanzitutto ho sempre avuto difficoltà nel mio lavoro derivanti dal fatto di non limitarmi a un’estetica e a un sistema precisi, e nel tentativo di capire a quale dei luoghi del sistema dell’arte volevo appartenere mi sono sempre chiesta “perché devo lavorare solo con la galleria o solo col museo, o perché devo comunicare solo al sistema dell’arte, perché non posso comunicare a tutti?”.

    Il mio è stato un percorso sempre trasversale, a Parigi collaboro con una galleria che rappresenta il mio lavoro, però gran parte delle mie opere si sviluppa come interventi urbani site e contest specific, a volte in collaborazione per esempio con associazioni umanitarie, quindi trasversali al mondo dell’arte, o in collaborazione, come ultimamente è successo, con la scienza. Perciò volevo una mostra che illustrasse i vari luoghi e aspetti dell’arte, quindi: al Museo delle culture del mondo di Castello d’Albertis c’è l’opera fotografica realizzata durante i miei viaggi, che testimonia l’approccio alle culture diverse e il tentativo di comprenderle; in Sala Dogana c’è la documentazione dei progetti site specific, esauriti nel luogo e nel tempo in cui sono stati realizzati; la galleria Unimedia Modern rappresenta il luogo della vendita, che è tanto importante quanto i luoghi dove l’arte si fa e si conserva; Villa Croce è il luogo istituzionale, è il museo d’arte contemporanea; il Genoa Port Center è un altro luogo non legato all’arte ma rappresentativo di una realtà importante della città che è il porto, e qui ci sarà un’opera realizzata in collaborazione con uno scienziato, quindi di nuovo un’apertura diversa alla città, al di fuori del mondo dell’arte.
    Le tue opere sono “site specific projects“. Ci spieghi di cosa si tratta?
    I site specific projects sono progetti pensati appositamente per i luoghi che li accolgono, quindi hanno senso all’interno di un contesto che può essere aperto, chiuso, urbano, museale, e così via. Possono essere anche contest specific projects, cioè legati al contesto, per esempio a una comunità, a un villaggio, a una città, e time specific quando sono legati al tempo, quindi a una durata definita che coincide con il percorso di realizzazione o di visibilità.

    Per quanto riguarda il tuo pubblico, raccogli reazioni diverse a seconda del paese in cui esponi?
    Assolutamente sì. È molto importante considerare il fatto che il senso dei site specific projects si esaurisce nel contesto per cui sono creati, quindi per esempio un lavoro che ho fatto in India, realizzato in un villaggio ai limiti del deserto del Rajasthan e ispirato alla desertificazione che ha tanto peso su agricoltura e allevamento del luogo, aveva un determinato senso in quel paese ma ne assume uno diverso in un altro. Le mie opere però cercano di toccare problematiche globali che riguardano l’uomo in quanto specie, con l’intento di arrivare a tutti, in qualsiasi contesto l’opera venga portata. Universalità della tematica, universalità di pubblico, questa è la visione. Da qui nasce anche il mio interesse di comunicare a tutti gli strati sociali e non solo agli addetti ai lavori del mondo artistico.

    di Claudia Baghino

  • Marco Goldin porta a Genova Monet, Van Gogh e Gauguin

    Marco Goldin porta a Genova Monet, Van Gogh e Gauguin

    Marco Goldin
    Marco Goldin, curatore

    Il 12 novembre apre a Palazzo Ducale la mostra “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”, attesissima per il livello di eccellenza delle opere esposte, e soprattutto per il prestito epocale del celeberrimo “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, concesso dal Museo di Boston per la quarta volta soltanto nella sua storia, e solo per la seconda in Europa. Oltre a opere dei due grandi artisti cui la mostra dedica il titolo, saranno esposti nomi del calibro di Friedrich, Turner, Monet, Kandinsky, Hopper, Rothko. Abbiamo incontrato Marco Goldin, curatore della mostra.

    Per quale motivo scegliere Genova per ospitare questa mostra?
    Abbiamo firmato un primo contratto biennale con Palazzo Ducale e il programma biennale è stato dedicato a due temi centrali per Genova, il primo è il Mediterraneo (con la mostra fatta tra 2010 e 2011), il secondo è il tema del viaggio, e Genova è la città in Italia che meglio di ogni altra avrebbe potuto ospitare una rassegna dedicata all’idea del movimento, del viaggiare.

    Siete riusciti a portare “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, che non era quasi mai stato spostato dalla sua sede a Boston, fino a Genova. Come avete fatto? Come si dispiegano le forze per ottenere un pezzo così straordinario?
    Un lavoro di rapporti, confidenze, fiducia nei miei confronti da parte del museo di Boston, col quale collaboro personalmente da diversi anni; loro hanno prestato e stanno continuando a prestare alle mostre che faccio molti quadri importanti. È stato un lavoro diplomatico ai fianchi, perché era già un azzardo anche solo pensare che questo prestito potesse andare a buon fine.

    Quando ho messo in piedi questo progetto sul viaggio (oltre due anni fa) ho pensato subito a questo quadro, ho coltivato per qualche mese l’ambizione di chiederlo. Poi ho pensato di non farlo perché mi sembrava una cosa troppo complicata, l’avevano concesso in Europa una sola volta in un secolo -quindi questo dà già il senso dell’eccezionalità del prestito- ed era stato circa dieci anni fa in una mostra dedicata a Gauguin nella Polinesia, prodotta dal museo di Boston insieme al Grand Palais di Parigi e che poi è andata a Boston, quindi un’occasione molto speciale, poi non è stato più concesso in Europa e solo un paio di volte negli Usa.

    Per molti mesi ho accantonato l’idea fino a che, un po’ più di un anno fa, ho detto “ci provo” e sono cominciati alcuni viaggi a Boston, anche per altri quadri che mi servivano (qui alla mostra di Palazzo Ducale ci saranno, del Museo di Boston, due quadri di Monet – un ponte giapponese e una versione delle ninfee – e un meraviglioso quadro di Van Gogh a Auvers, uno degli ultimissimi dipinti dell’artista olandese). Poi loro sono venuti in Italia all’inaugurazione della mostra “Mediterraneo”, e insomma, il mio proposito è diventato realtà.

    Contano il rapporto di fiducia e naturalmente anche poter rischiare dal punto di vista economico per un prestito assolutamente oneroso: la sola assicurazione ci costa 300.000 euro, il quadro ha un valore di 300 milioni di euro, non ho mai avuto un quadro così costoso in tutta la mia attività, e ci costa circa 200.000 euro farlo venire qui, per il trasporto speciale, la scorta armata che lo seguirà da Boston all’aeroporto di New York, una cassa speciale di 6 metri per contenerlo. Ci ha aiutato uno dei due principali sponsor della mostra, Unicredit, che ha aderito alla mia richiesta di aiutarci a pagare le spese di trasporto e assicurazione.

    Come prendono forma le vostre mostre? Viene prima l’idea, il tema, o può a volte essere un’opera a suggerire il dipanarsi del filo rosso su cui si imposta la mostra?
    Le mostre che curo nascono sempre da un pensiero, molte volte da un’emozione. Alcune sono nate dentro di me viaggiando, molto spesso quando visito dei musei per dei prestiti specifici per una mostra che sto organizzando, guardando opere di altra natura che magari non c’entrano niente con la mostra, nascono emozioni diverse, nascono prime pagine di appunti. Ho quaderni che riempio, quando giro per il mondo, con piccoli pezzi di poesie, sensazioni davanti a un quadro, o davanti a paesaggi lontani da quelli della mia terra. Quindi ci sono tante cose che crescono anche così, improvvisamente, inaspettate e da queste nascono mostre. Progetti allo stato embrionale ne ho tanti in questi fogli sparsi, poi bisogna però rendere concreti questi progetti, certo l’idea è determinante, ma poi la concretizzazione avviene attraverso i prestiti delle opere, e questo è l’aspetto veramente complicato.

    Il motivo conduttore dell’esposizione è il viaggio, naturalmente non solo materiale, spaziale, ma anche e soprattutto interiore. Il viaggio interiore è qualcosa che richiede coraggio e grande onestà con se stessi, qualcosa che oggi spesso si fugge. Si preferisce guardare fuori. La mostra culmina nel climax della stanza buia in cui campeggia “Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”: sono i quesiti assoluti, quelli che hanno accompagnato tutta la storia dell’uomo con la loro forza dirompente. Pensa che il tema della mostra riuscirà a portare lo spettatore, oltre la mera fruizione estetica, a guardarsi dentro?
    Questa è sempre stata la mia ambizione come curatore – c’è chi anzi mi accusa di portare il visitatore troppo verso questo aspetto – anche con gli spettacoli che scrivo e che da tanti anni ormai portiamo in giro nei teatri italiani. Per me è importante, e vedo che la gente reagisce benissimo a questo tipo di approccio rispetto all’arte, portare lo spettatore in contatto con la propria anima più profonda.

    Direi che questa mostra dedicata al tema del viaggio lo fa in misura straordinaria, forse tra tutte le mostre che ho fatto non ce n’è un’altra che più di questa possa arrivare a toccare quel punto segreto, profondo, lontano che mette in contatto la nostra quotidianità col tempo primo del mondo. Per me questa è veramente l’ambizione massima, anche perché mi piace molto lavorare su una sorta di grande intreccio, di grande armonizzazione tra la parola, l’immagine, la musica, anche il pensiero filosofico sicuramente. Io credo che la gente abbia molta voglia di questo, e che la semplice nozione di carattere accademico non sia sufficiente.

    Gli storici dell’arte si possono forse accapigliare su un’unghia marrone o gialla di Veronese, di Tintoretto, di Rembrandt, sono però temi che possono interessare non dico nemmeno a tutti gli storici dell’arte, forse a una parte. Io credo invece che la pittura debba essere detta e raccontata in un modo che deve assolutamente essere comprensibile per le persone; chi fa il mio mestiere ha un compito straordinario che è quello di porgere la Bellezza alle persone che vengono a vedere le mostre, con un linguaggio piano, chiaro, semplice, fluente e questo si fa non soltanto parlando della tecnica dei pittori, dei movimenti artistici, delle successioni nella storia dell’arte, tutto importantissimo ovviamente, ma tutto ciò dev’essere mescolato per far sì che le persone vadano ad incontrare le cose e non se ne sentano respinte.

    Nel 2010 la cultura (musei, teatri, musica, cinema) ha generato valore per 40 mld di euro in Italia, a fronte di un investimento da parte dello Stato di 1,5 mld (dati Repubblica). Sono più i biglietti venduti per il teatro che per il calcio. (Con la differenza che la cultura produce non solo ricavi ma anche valore sociale. I paesi del Nord Europa hanno moltiplicato gli investimenti nella cultura in risposta alla crisi, sapendo che a lungo termine tali investimenti pagheranno). Cosa pensa del fatto che qui ci si ostini a considerare istruzione e cultura come uno dei primi campi (un’opzione) cui tagliare fondi invece che come un bene imprescindibile?
    Be’ la risposta è ovvia per chi fa il mio mestiere e per chi crede fermamente, anche mettendoci denaro proprio, in una visione della cultura aperta, libera, di confronto, di nuova conoscenza, quindi la posizione a me, come a tantissime persone, pare assurda. Come giustamente detto, la cultura non produce soltanto un valore che è sociale, che è arricchimento delle persone, che è incontro, che è conoscenza, ma produce anche ricchezza economica, quindi non arrivo a comprendere fino in fondo perché ci sia questa diabolica necessità di andare a tagliare sempre e soltanto questo aspetto della nostra vita.

    Una miopia assoluta credo, i dati però sono sotto gli occhi di tutti, quindi è difficile immaginare -se non secondo l’antica logica per cui per la politica la cultura sia qualcosa che non interessa- perché ci sia questa situazione, perché in realtà ormai lo vediamo tutti, il teatro piace, la musica piace, i festival che si fanno ovunque, dalla filosofia, alla scienza, alla storia sono sempre pieni di decine di migliaia di persone, le mostre pur in un momento di difficoltà continuano a essere punti di attrazione, i musei pure, anche se in Italia forse avrebbero bisogno di una rilucidatina (però speriamo che prima o poi ci si possa arrivare).

    Purtroppo non possiamo che constatare questa situazione con la speranza che presto si possa effettivamente cambiare registro. Non so nemmeno se si guardi al breve termine: tutte le ricerche delle università, Bocconi in testa, hanno dimostrato che la ricaduta economica di un avvenimento culturale sul territorio è molto importante, e in effetti sentiamo levarsi le voci delle varie associazioni di categoria che chiedono con forza che le città possano predisporre degli eventi culturali. Questi hanno una durata di quattro, cinque mesi, ciò vuol dire che quasi metà dell’anno è occupata da un evento che può richiamare tante persone che devono mangiare, dormire, acquistare… Quindi non è una visione miope solo in prospettiva, ma anche nell’immediatezza.

    Certo senza programmazione non si fa assolutamente nulla. Una mostra come quella che apriremo fra poche settimane ha avuto bisogno di oltre due anni di lavoro, quindi non si può pensare di fare tutto nel giro di due mesi. Le mostre, soprattutto quando sono di questo livello, hanno bisogno di un tempo lungo di preparazione e bisognerebbe fare una cosa che purtroppo in Italia non si fa mai: programmare. Questa è una cosa che la stessa politica mostra di fare in modo piuttosto labile, è una tradizione italiana da sempre, non sto parlando di destra o sinistra. Non abbiamo proprio questa cultura.

    Ricordo un aneddoto personale che si è ripetuto infinite volte quando una quindicina di anni fa iniziai a fare esposizioni di carattere internazionale, quindi a fare i primi giri nei musei europei e americani. Ero sconosciuto ovviamente, e venivo da una cittadina di provincia, insomma tutte le condizioni peggiori per iniziare a fare questo lavoro, e avevo l’aggravante di essere italiano, una cosa che tutti quelli che fanno il mio mestiere vivono sulla loro pelle: essere italiano vuol dire che non garantisci la necessaria serietà nel lavoro e soprattutto che ti trovavi a fare le richieste di prestito per un quadro anziché i due, tre anni prima canonici nel mondo internazionale, magari cinque, sei mesi prima, e ti dicevano “il solito italiano che non è capace di programmare”. Purtroppo è un aspetto che ci contraddistingue e mi pare che ancora adesso sia così.

    Il quadro generale in Italia è desolante attualmente. Chi è giovane e guarda davanti a sé vede un futuro che definire incerto e aleatorio è un eufemismo. Molti ci consigliano di fuggire all’estero, ma è un consiglio che, nemmeno troppo implicitamente, racchiude la convinzione che non ci sia speranza alcuna. Lei cosa direbbe a proposito?
    Credo di avere un buon osservatorio perché rappresentando una realtà abbastanza importante nel mondo dell’organizzazione delle mostre (anche se siamo una piccola azienda, quindici persone che lavorano con me) riceviamo decine di richieste ogni mese per venire a lavorare con noi. Effettivamente gli sbocchi per i giovani, penso anche al campo della cultura in senso generale, non sono molti. Servirebbe la possibilità di far aprire piccole cellule, piccole società, piccole realtà che possano fare questo tipo di lavoro. È difficile, però bisogna provarci.

    di Claudia Baghino

  • Storia di Genova: la città sotto terra dal Ponte Monumentale

    Storia di Genova: la città sotto terra dal Ponte Monumentale

    Ponte Monumentale e via 20 settembre con la neve

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    Lo sapevi che… lo confesso: no! E, adesso, quando cammino per la città, i miei piedi sembrano muoversi quasi con rispetto reverenziale, attenti a non turbare quelle antiche memorie che si celano nel sottosuolo della città, ignote alla maggior parte dei genovesi.

    Gallerie, serbatoi, camminamenti, antiche mura, bunker, rii navigabili si diramano nell’ipogeo, coprendo un’area la cui ampiezza è misurabile solo dai numeri: 2000 km di grotte naturali, 60 km di acquedotti storici,  25 km quadrati di cisterne pubbliche e private, 6 km di antiche cinte murarie, 52 torrentelli pari a 120 km e, poi, opere civili come gallerie ferroviarie, reti fognarie, cunicoli per servizi tecnologici.

    Questo viaggio occulto, nei ricordi millenari della città, si può iniziare alzando un tombino nei pressi del Ponte Monumentale (non da soli ovviamente, ma rivolgendosi al C.R.I.G. per visite guidate), scendere per circa 16 metri, per trovarsi nella struttura incava del ponte, progettato dall’architetto Cesare Gamba, ai primi del ‘900, proprio sulle antiche mura quattrocentesche del Barbarossa, là dove sorgeva la Porta d’Archi, rimossa e ricostruita sulle Mura delle Cappuccine.

    Le sorprese non sono finite: salendo verso l’Acquasola, zona anticamente conosciuta col nome di “i muggi”, perché usata come discarica nella costruzione di via Garibaldi, un’altra grata ci conduce verso la “città dei morti”: una fossa comune per  circa centomila persone, morte in seguito alla pestilenza del ‘600.

    Nelle vicinanze, proprio sotto la statua di Vittorio Emanuele, in Piazza Corvetto, un grande antro ospita il rio Torbido, le cui acque raggiungono piazza De Ferrari, per incunearsi tra porta Soprana e piazza Matteotti.

    Attenti ai palazzi: la severa facciata del Palazzo Doria Spinola, si alza a  baluardo di un bunker, destinato ad accogliere, nell’ultima guerra, gli uffici della Prefettura in caso di bombardamenti, così come il Palazzo Andrea Doria, che il Principe del 1500 volle costruire come “reggia-fortezza”, dissimula un accesso segreto che porta quasi fino a Ponte dei Mille, dove il signore della Superba teneva pronte le sue galee.

    Pietre secolari, muti testimoni di storie tragiche come quella della Galleria delle Grazie in cui perirono 500 persone per una ressa scatenata dal panico, nel corso di un attacco areo, o frivole come testimonia  l’antro artificiale parte di un famoso caffè-concerto demolito negli anni 50′ che declinano, però, un unico denominatore: la storia della nostra città.

    Adriana Morando