Autore: Gabriele Serpe

  • Facoltà di Scienze della Felicità: come imparare ad essere felice

    Facoltà di Scienze della Felicità: come imparare ad essere felice

    Oristano, Horse Country ArboreaHo deciso: mi iscrivo all’università! La mia adesione incondizionata è legata all’intento, quanto meno singolare, di imparare ad essere felice. In Sardegna, nasce “Aristan”, Facoltà di Scienze della Felicità, corso di laurea in teorie e tecniche di “salvezza dell’umanità”.

    E’ tutto pronto: un campus universitario di 42 ettari, nell’area dell’Horse Country di Arborea (Oristano), corredato di spazi verdi, piste ciclabili, cavalli, aula magna di 7000 posti, biblioteca etc; ci sono 40 illustri docenti tra i quali lo scienziato Gianluigi Gessa, il critico d’arte Vittorio Sgarbi, gli scrittori Francesco Abate, Michela Murgia e Barbara Alberti, il filosofo Giulio Giorello, il giornalista Giorgio Pisano, il cabarettista Benitu Urgu, il leader del Movimento pastori sardi Felice Floris e, perfino, un cantante, Diablo, al secolo Alessandro Spedicati, voce dei SikitikisLa.

    Non mancano le materie di studio, originali ed inconsuete, che rispondono al nome di Francoecicciologia, Infantologia, Poesia, Amore, Tex Willer, Libertà, Divertentismo, Adescamento, Ars amatoria, Coscienza comparata, Paura, Follia; presenti, anche, i primi 100 entusiastici iscritti; a coordinare tutto ciò il preside Massimo Deiana, capo della facoltà di Giurisprudenza di Cagliari; manca solo “Lei“, di cui hanno scritto classici greci e latini, filosofi e poeti, Lei che, negli Stati Uniti, è un valore esplicitamente sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza: la felicità.

    In un mondo che sembra aver perduto la dimensione uomo a vantaggio del solo dio denaro, in un mondo in cui la stessa natura sembra ribellarsi scatenando l’ira incontrollabile dei suoi elementi, ritrovare un sorriso, la gioia, la serenità sembra quasi una chimera irraggiungibile e, allora, ben venga una scuola con tanto di certificato che ci aiuti a riacquistare la smarrita via.

    Al di là della facile ironia, esistono studi scientifici, come quello pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, condotto dall’University College di Londra e firmato da Andrew Steptoe e Jane Wardle, in cui viene dimostrato che la felicità riduce fino al 35% la percentuale di rischio di morte .

    Il problema è come raggiungerla, celata nei meandri più reconditi dell’area sensitiva del nostro cervello, e dotata di natura bizzarra come ci viene rivelato dai ricercatori della Cornell University, in Usa. “Il buon umore si alza presto al mattino e va a letto tardi la sera. Ma durante il giorno è piuttosto sfuggente, lasciando il posto ai cattivi pensieri”, questa è la conclusione a cui si è giunti analizzando “i cinguettii” che persone di tutto il mondo si scambiano su Twitter. Dunque, dal “bisogno di ammortizzare i fastidi e i dolori della vita”, come spiega Giorgio Pisano, nasce questo ambizioso progetto in terra sarda e, se non sarà felicità, sarà almeno uno “scudo stellare” contro il male di vivere di tal Eugenio Montale.

    Adriana Morando

  • Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Nichi Vendola e Antonio Di PietroUna delle più geniali imitazioni nella carriera di Corrado Guzzanti, a mio avviso, rimane quella di Fausto Bertinotti, l’ex-leader di Rifondazione Comunista. A parte la straordinaria capacità caratteristica quell’imitazione era riuscitissima anche per l’intelligenza della satira. Il comico romano, ad esempio, riusciva a mettere in ridicolo l’irriducibilità di una posizione politica funzionale a fare opposizione, ma non a governare. Epico il perentorio comizio del “sub-comandate Fausto” in un programma con la Dandini di molti anni fa: «Siamo inaffidabili! Noi non possiamo governare. Il comunismo è fantasia! Questo mito della governabilità è un mito della destra! La sinistra deve restare all’opposizione. La storia della sinistra italiana dice che la sinistra deve restare all’opposizione! La sinistra non può concedersi il lusso di governare questo paese». E ancora, in uno show a teatro nel 2009: «Capovolgendo il pensiero buonista del Partito Democratico, che dice di essere uniti anche nella diversità, noi invece diciamo: dividiamoci anche se la pensiamo grossomodo allo stesso modo!». Geniale.

    Ecco, oggi che Bertinotti e Rifondazione Comunista non ci sono più, ci si sarebbe augurati che Di Pietro e Vendola, che di fatto svolgono la funzione della sinistra cosiddetta “antagonista”, non si facessero trascinare negli stessi errori: cosa che non è successa. Intendiamoci: in politica, avere una posizione chiara e netta è indispensabile. E sia l’Italia dei Valori che Sinistra e Libertà hanno una linea precisa: il rispetto della Costituzione, la legalità, la lotta al conflitto d’interessi, il contrasto all’evasione, la difesa dei ceti più deboli, eccetera. Tutti principi sacrosanti che i due leader – bisogna riconoscerlo – hanno cercato di perseguire con una discreta coerenza (a parte qualche “inciampo” non proprio piccolissimo, tipo il caso Scilipoti nell’IDV o i rapporti discutibili di Vendola con il senatore Tedesco, finito nello scandalo della sanità in Puglia).

    Tuttavia avere le idee chiare non basta. Ci vuole anche carisma, fiuto e capacità di sintesi; ci vuole la stoffa per saper strappare degli accordi vantaggiosi; in una parola, bisogna sapere negoziare.

    Ora, negli ultimi 17 anni, Berlusconi ha inquinato questo presupposto normale della vita democratica. Con le proposte di legge del Cavaliere, per il modo in cui erano concepite e per il fine a cui erano indirizzate – e questo va rimarcato con forza, altrimenti si fa di ogni erba un fascio -, ogni compromesso è stato impossibile: contrattare su prescrizione breve, legge-bavaglio, pericolose modifiche della Costituzione, riforma della giustizia e tante altre belle cose non si poteva e non si doveva fare. Non si poteva accettare che un concessionario dello Stato, ineleggibile per legge, puntasse a sfasciare il buon funzionamento di uno Stato per ottenere impunità per i suoi amici e vantaggi per le proprie aziende. I compromessi sono diventati rese e le collaborazioni inciuci.

    Ma era da dicembre dell’anno scorso, dallo strappo con Fini, che il Cavaliere aveva smesso di governare. Le opposizioni cosa hanno aspettato per costruire un’alternativa? Il PD è un soggetto misterioso e diviso, ma l’iniziativa per costruire una piattaforma condivisa poteva partire benissimo da Vendola e Di Pietro. Con un programma scritto, sul modello di quello che presentò l’Unione di Prodi, ma possibilmente più snello e concreto, si poteva mettere nell’angolo il PD e costringerlo a costruire un’alleanza.

    Il Fatto Quotidiano mesi fa propose una legge anti-corruzione a costo zero. Si poteva esser d’accordo o meno, ma il punto è che non si limitò a chiederla: la scrisse. La buttò giù articolo per articolo. Se un giornale arriva a questi punti di concretezza, perché non può farlo una forza d’opposizione? Ma si è preferito discutere di alleanze: Casini si o Casini no?

    Poi è arrivata l’estate delle tribolazioni finanziarie e la coppia Berlusconi -Tremonti collezionava pessime figure: ma dall’altra parte tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è spuntata la lettera della BCE. Il mio pensiero in proposito l’ho scritto la settimana scorsa, suggerendo anche, pur non essendo un economista, delle alternative. Ma dall’opposizione ancora tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è caduto Berlusconi e Napolitano ha guardato subito a Monti. Dall’opposizione di nuovo critiche.

    Eppure, chi aveva causato il mal suo, avrebbe dovuto piangere se stesso. Qual’era l’alternativa? Lasciare tutto in stand-by per mesi fino alle elezioni con la pistola puntata di uno spread alle stelle? E che garanzie di tenuta avremmo avuto con la vittoria di un centro-sinistra che a tutt’oggi non ha una coalizione e non ha un programma? Inutile che Di Pietro parli di «macelleria sociale». Il fallimento del paese farebbe una «macelleria sociale» ben peggiore. Per questo la gente appoggia Monti: perché è il male minore.

    Ed è colpa anche di Di Pietro, che evidentemente si è accontentato di farsi bello con il proprio elettorato mostrandosi duro e puro, se, quando c’era tempo, non si è costruita un’alternativa. E ora è costretto, obtorto collo, ad imparare a mediare. Così, mentre l’Italia incrocia le dita, ci tocca concludere che Di Pietro è un ex-magistrato onesto e Vendola un buon oratore: ma entrambi non hanno saputo dimostrare di essere anche buoni politici.

    Andrea Giannini

  • Aeroporto Genova in crescita, ma della privatizzazione non si sa nulla

    Aeroporto Genova in crescita, ma della privatizzazione non si sa nulla

    Aeroporto Cristoforo ColomboDopo anni di incomprensibile immobilismo, il traffico dell’aeroporto Cristoforo Colombo in un anno è aumentato del 10% raggiungendo la quota di 1,4 milioni di passeggeri.

    A partire dal prossimo autunno, oltre al VolaBus (ricordiamo che allo stato attuale si tratta del collegamento città aeroporto più caro d’Italia), la stazione di Sestri Ponente e l’aeroporto Colombo saranno collegati ogni trenta minuti da un bus dell’Amt, al costo di 1,50 euro; bisogna solo attendere il termine dei lavori di RFI per il restyling e la costruzione del sottopassaggio, a quel punto la stazione ferroviaria cambierà denominazione e diventerà “Sestri Ponente Aeroporto“, verranno installati monitor in stazione per informare sui voli e in aeroporto per informare sui treni.

    Ma non è tutto, i progetti per il rilancio dello scalo genovese sono ambiziosi. La prima data importante era stata fissata per il 27 luglio, il termine ultimo per la presentazione delle offerte per la privatizzazione del Cristoforo Colombo. Decisione che inevitabilmente avrebbe portato a un programma preciso di investimenti e di gestione. Usiamo il condizionale perchè ad oggi della privatizzazione non si è più saputo nulla, la situazione è ancora in divenire e la scadenza fissata non è stata rispettata.

    Di certo ci sono i nuovi fondi che Regione, Camera di Commercio e Aeroporto hanno stanziato per i prossimi tre anni (2.5 mln di euro annui), l’obiettivo a breve termine è l’ampliamento dei collegamenti con le riviere per favorire la scelta dell’aeroporto di Genova da parte dei i turisti che vengono in Liguria, offrendo anche al posto del classico spuntino a bordo prodotti della gastronomia ligure.

    L’obiettivo a lungo termine, invece, è la costruzione entro il 2015 di un grande parcheggio di interscambio nella zona nord all’uscita dell’autostrada, “la Famagosta di Genova” come lo ha definito Marco Arato, presidente della società che gestisce lo scalo. Inoltre, nell’ambito del progetto della metropolitana leggera che collegherà Voltri con il centro città (vedi EraSuperba N°13), dovrebbe sorgere in quella stessa area la fermata/stazione “Aeroporto”. Staremo a vedere…

    Sicuramente le intenzioni sono lodevoli e la strada imboccata fa ben sperare per il futuro dell’aeroporto di Genova, soprattutto alla luce di una sempre più agguerrita concorrenza degli scali di Nizza, Pisa, e Milano. In questo senso Paolo Sirigu, direttore generale del Cristoforo Colombo, sembra essere fiducioso: “Più che concorrenti sono partner… Stiamo trattando per istituire triangolazioni sulle rotte che in bassa stagione si fa fatica a sostenere, in modo da suddividere i costi“.

    Gabriele Serpe

  • Trasfusione di sangue artificiale: la nuova frontiera della medicina

    Trasfusione di sangue artificiale: la nuova frontiera della medicina

    Sangue artificialeOgni giorno, la medicina ci stupisce con piccoli miracoli che rappresentano le tappe essenziali per un traguardo ambizioso. Un esperimento di marca francese, portato a termine dall’equipe di Luc Douay della Université Pierre et Marie Curie di Parigi e pubblicato dalla rivista scientifica “Blood”, apre la strada alle trasfusioni di sangue artificiale.

    Il sangue umano viene prodotto all’interno delle ossa lunghe, a partire da cellule staminali pluripotenti (CD34+ HSC) in grado, attraverso tappe successive, regolate da fattori di crescita, di trasformarsi in eritrociti (globuli rossi), deputati a rifornire l’intero organismo dell’ossigeno necessario per i processi metabolici.

    Seguendo i modelli biologici, i ricercatori francesi hanno prelevato cellule CD34+ HSC dal midollo osseo di un volontario, le hanno messe in coltura, stimolate a crescere, a differenziarsi ed, infine, trasfuse nello stesso donatore. Questi globuli rossi “artificiali” sono risultati perfettamente funzionanti in termini di contenuti in enzimi, di idoneità della loro emoglobina a fissare l’ossigeno, di validità di espressione dei vari gruppi sanguigni, di capacità di sopravvivenza.

    Lo testimonia il fatto che, dopo 5 giorni, il 94% degli eritrociti erano presenti in circolo e, dopo 26 giorni, ne persisteva ancora un numero compreso tra il 41 e il 63%, seguendo una curva di decrescita paragonabile a quella fisiologica.

    Analoghi tentativi erano stati condotti, nel 2008, dal team di Robert Lanza della Advanced Cell Technology (Usa), partendo da cellule embrionali e da cellule staminali della cute senza però testarne l’efficacia in vivo. La limitazione dell’esperimento sta nella quantità di sangue ottenuto, pari a 2 ml, a fronte di una quota minima necessaria di circa 200 volte superiore, corrispondente a una coltura cellulare di 400 litri.

    I vantaggi di una simile tecnica, che si pensa possa essere ottimizzata nell’arco di 10 anni, risulta però evidente: un “autotrasfusione” eliminerebbe rischi di contagio da sangue infetto e, in generale, ci sarebbe più facilità a reperire gruppi sanguigni rari, più efficienza nel superare le incompatibilità che si creano in caso di politrasfusioni come quelle occorrenti in patologie quali talassemia o emofilia e, non ultima, una risorsa inesauribile di sangue di gruppo “zero negativo”, il così detto “donatore universale“, colmando, in modo definitivo, quello che è il divario attuale tra la domanda e l’offerta di questo prezioso elemento.

    Resta il problema che, dopo catastrofi naturali o in luoghi remoti, sia difficile ricorrere a sangue fresco il quale necessita di particolari cautele per il trasporto. E’ una ricerca di cui si occupa Chris Cooper della University of Essex a Colchester, Regno Unito, tesa ad elaborare sostituti artificiali e, in particolare, alla creazione di una emoglobina meno tossica di quella esistente in formula chimicamente alterata: un’ altra sfida scritta nel futuro.

    Adriana Morando

  • Codacons e Comitas: il manifesto per gli azionisti del bene comune

    Codacons e Comitas: il manifesto per gli azionisti del bene comune

    “Benvenuta recessione se comporta una ripresa di attenzione al bene comune e alla necessità di cambiamento.” Parola di Codacons e Comitas che, al fine di promuovere la partecipazione dei cittadini di genova e della Liguria ad esprimere idee e proposte utili all’Italia di domani, hanno aperto un “manifesto” dove chiunque può far sentire la propria voce e avanzare proposte per migliorare il paese in questo momento di crisi oscura.

    Si chiama “Manifesto per gli azionisti del bene comune” e sarà redatto direttamente dai cittadini di ogni città d’Italia. Collegandosi al sito web www.xabc.it ci verranno richiesti nome, cognome, email, età e professione, successivamente ci verranno proposte 12 aree tematiche su cui esprimere il nostro parere, fornire un contributo, avanzare una proposta concreta:

    – Tagli ai costi della politica

    – Tagli agli enti locali

    – Lo sviluppo del territorio

    – Snellimento dell’apparato ministeriale

    – Maggiori entrate

    – Equilibrio contributivo

    – Modernizzazione, semplificazione e liberalizzazione

    – Agire contro le nebbie della finanza

    – Stimolo allo sviluppo d’impresa

    – Stimolo allo sviluppo della microimpresa

    – Stimolo equilibrato e intelligente ai consumi

    Ricominciamo da capo per ritrovare i valori fondamentali – si legge sulla nota di Codacons – e azzeriamo gli intrecci e le incrostazioni che bloccano la vita economica e politica; è difficile contrastare gli interessi di reciprocità e le connivenze; è ancora più difficile crescere appesantiti da privilegi e favori riservati a pochi in danno di tanti.”

    I risultati dell’iniziativa verranno resi noti il prossimo 3 dicembre, in occasione del Salone della Giustizia che si terrà a Roma.

  • Storia di Genova: la Foce e piazza Rossetti

    Storia di Genova: la Foce e piazza Rossetti

    Piazza Rossetti

    La Storia di Genova, Foce e Borgo Pila – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Punto d’approdo in epoca remota degli sbarchi dei mercanti detti i “focesi” (questa l’origine del nome del quartiere “Foce”, i focesi provenivano da una città greca della Ionia, Focea, dove oggi sorge la città di Foca in Turchia), quella piana formatasi sulla sponda sinistra alla foce del fiume Bisagno, l’attuale piazza Rossetti, ebbe un ruolo tutt’altro che marginale nella storia genovese.

    Spiaggia molto ampia, veniva utilizzata sin dai primissimi anni di sviluppo della città per l’approdo delle navi, terzo scalo per importanza dopo l’antico porto e la spiaggia di San Pier d’Arena (ai piedi della Lanterna), e già nel Medioevo l’approdo aveva funzione di cantiere navale.

    Inoltre, da lì partivano gli orti e i frutteti che si distendevano lungo il Bisagno e che fornivano frutta, verdure, erbe e spezie a tutta la città. Sulla spiaggia della Foce i carri ricolmi dei contadini e dei pescatori facevano bella mostra di sè ad ogni ora del giorno, e garantivano prosperità ai contadini e pescatori che abitavano quelle che Giustiniani negli Annali della Repubblica di Genova del 1537 descrive come “da otto a dieci case con la chiesuola di S. Pietro…” .

    Un crocevia fondamentale dunque per l’economia cittadina, nei mesi estivi frequentato anche per la balneazione, anche se in numero decisamente inferiore rispetto alle spiagge che sorgevano sulla sponda destra (ai piedi delle mura dell’odierno corso Aurelio Saffi). Gli orti e i carri con il passare degli anni arretrarono per concentrarsi esclusivamente nell’attuale Val Bisagno, ma intanto, già nel XV secolo, l’attuale piazza conobbe la prima trasformazione, fu edificato un “lazzaretto” per l’isolamento e il ricovero dei malati contagiosi (provenienti soprattutto dalle navi), cui approdarono i malati della pestifera epidemia del 1600,  di quella manzoniana del 1630 e la successiva del 1656, le quali determinarono la morte di ben 92000 abitanti. L’imponente edificio, più volte ampliato e modificato svolse la sua funzione fino alla metà dell’Ottocento, ospitò anche il filosofo francese Rousseau (esperienza di cui l’autore parla nelle “Confessioni“) nel 1743. Tra l’opzione di essere relegato a bordo di una nave, per 21 giorni, e l’ospitalità delle sinistre mura, così disagevoli da essere completamente sprovviste di mobili, allo scrittore toccò varcare la soglia del lazzaretto dove, dopo aver dato “la caccia alle pulci prese sulla feluca”, non gli rimase che farsi il giaciglio con i suoi stessi vestiti.

    Curiosi erano i rimedi suggeriti contro la peste ai tempi del Lazzaretto della Foce, o i segni ritenuti premonitori quali eclissi, comete, terremoti,  insieme all’aumento del numero dei topi, dei ranocchi, delle mosche. Come riporta il fisico e medico dell’Ospedale di Pammatone, Bartolomeo Alizeri,  oltre all’ovvia quarantena di merci e persone, infatti, le monete venivano purificate con aceto e profumi, le lettere copiate da persone fidate prima di inoltrarle al destinatario, si evitavano gli indumenti di lana, si  frizionava la regione cardiaca con olio di scorpione e per la dieta era raccomandato molto pesce perché, secondo Aristotele, questi animali erano immuni dal contagio. Infine, si ritenevano “efficacissime” le polveri ottenute da pietre preziose quali zaffiri e smeraldi, panacee per le quali si raccomandava, da buoni genovesi, il pagamento anticipato onde evitare spiacevoli “perdite”.

    Un altro sinistro edificio si ergeva, verso ponente, all’altezza dell’odierno corso Aurelio Saffi, il cui ricordo è testimoniato da una targa posta all’inizio della strada. Qui, dal 1602, vi era l’Oratorio delle Anime Purganti e il Cimitero dei Poveri (abbattuto dopo la costruzione di Staglieno): quest’ultimo era costituito da grandi fosse comuni, chiuse da grate a larghe maglie, in cui, durante le violente mareggiate, l’acqua poteva entrare liberamente facendo scempio dei poveri resti. Si dice che, nottetempo, questi luoghi, fossero frequentati da giocatori del lotto, speranzosi di ricevere qualche buona “indicazione” dalle anime dei defunti.

    Successivamente, con la spinta del governo napoleonico, venne demolito il Lazzaretto per fare spazio al “Cantiere Navale della Foce“, che conobbe nel XIX secolo grande sviluppo ed eccellenza in campo militare. Da quella spiaggia partirono anche due imbarcazioni della spedizione dei mille, l’altra metà, come sappiamo, salpò dallo scoglio di Quarto. Dopo la definitiva chiusura e demolizione del cantiere nel 1930, si iniziò a progettare per la storica piana della Foce un complesso di edifici destinati all’uso abitativo.

    L’architetto che ideò e progettò piazza Rossetti fu Luigi Carlo Daneri (ideatore del “Biscione”, cofirmatario del progetto dell’ospedale San Martino e del progetto urbanistico della Fiera di Genova n.d.r.). I lavori iniziarono già nel 1933 ma si fermarono per la Guerra Mondiale (i bombardamenti distrussero la chiesa di S.Pietro, ultima testimonianza del borgo della Foce) e la piana ebbe il tempo di cambiare veste per l’ennesima volta: sulle ceneri del cantiere navale e fra i nuovi palazzi ancora solamente “accennati”, sorse infatti il campo sportivo della Foce (i lettori più anziani se lo ricorderanno…), costruito dai soldati e cintato con le cortine militari.

    Lì nacque il Genoa Baseball Club, la prima società di “batti” e “corri”, successivamente nominato “palla base”. Fu un emigrato genovese, una volta rientrato in patria, ad iniziare la città di Genova a questo sport.

    Negli anni 50 ripresero i lavori per il completamento di Piazza Rossetti, diretti dallo stesso architetto Daneri, il campo sportivo lasciò spazio all’ampia piazza moderna e alla fontana. Si dice che l’attuale impianto d’illuminazione della piazza, caratterizzato dagli alti pali lato mare, sia rimasto pressochè lo stesso del campo sportivo… Un’immagine suggestiva, di cui però è difficile avere conferma.

    Ultimata nel 1958, piazza Rossetti ebbe grande risalto anche fuori dai confini nazionali e il caratteristico “quadrilatero chiuso dal mare” viene ancora oggi considerato uno dei capolavori del Razionalismo italiano.

  • Grecia: il lato oscuro della crisi si chiama FMI

    Grecia: il lato oscuro della crisi si chiama FMI

    Crisi in GreciaLa Banca Centrale Europea ha dichiarato qualche tempo fa tutta la sua insoddisfazione, rilevando che i movimenti in negativo del mercato dei titoli di stato UE “sono imputabili principalmente all’incertezza relativa al programma di risanamento del governo greco e alle prospettive di una ristrutturazione del debito greco”.

    Nel nostro paese si sentono e si leggono più volte le dichiarazioni di illustri giornalisti e politici dichiarare “speriamo di non finire come la Grecia“. Un’affermazione che sinceramente mi infastidisce ogni volta che la odo, primo perché mi pare miope e provinciale, secondo perché sulla crisi greca ci sono troppi aspetti poco chiari e, soprattutto, mai approfonditi.

    Qualcuno ha mai sentito parlare di “debito detestabile“? Si tratta di un debito che i cittadini non sono tenuti a pagare perché “illegale”. E di ipocriti ricatti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Centrale Europea (BCE) e delle singole potenze europee? Niente di niente.

    Eppure Francia e Germania prestano soldi alla Grecia a patto che quest’ultima non blocchi le importazioni di armamenti dalla Germania e di aerei militari dalla Francia. Così la Grecia incassa e distribuisce ai ricattatori, un paese in balia del FMI che ormai si è sostituito alla politica interna.

    E a pagare sono ovviamente i greci, che subiscono da più di un anno tagli impressionanti, necessari per soddisfare le richieste di FMI e BCE: tali richieste, però, sono in gran parte ILLEGALI. C’è qualcuno che lo grida?

    Ad Atene si, migliaia di persone in piazza, intellettuali e giornalisti chiedono la cacciata degli uomini del FMI e la verità sulla natura di questo debito, ma dalle nostre parti la notizia arriva un po’ distorta… e sembra che tutti ora stiano cercando di prodigarsi per aiutare questo Stato poverino, spendaccione e sconsiderato, oppure si ci augura di vederlo ribollire nel suo brodo, senza che la pentola trabocchi.

    IL PRECEDENTE – Una situazione molto simile è accaduta in Ecuador nei primi anni del 2000 e alcuni degli uomini del FMI che sbarcarono in Ecuador per “aiutare” il paese a ripagare i debiti contratti oggi li ritroviamo nelle aule del Parlamento di Atene. L’ascesa politica del nazionalista ecuadoriano Correa, attuale presidente della Repubblica, ha favorito la cacciata degli operatori del FMI attraverso l’istituzione di una Commissione di Controllo Logistico composta da economisti di tutto il mondo non soggiogati agli interessi internazionali. Il debito ecuadoriano è stato dichiarato illegale e da ormai quasi dieci anni l’Ecuador ha rialzato la testa migliorando le condizioni di vita dei suoi cittadini con lauti investimenti su sanità e istruzione. Fino a quel momento l’80% dei ricavi dello Stato venivano prelevati dall’FMI, il 20% dopo la rivoluzione di Correa.

    Il popolo greco sceso in piazza sa che l’istituzione della Commissione è impossibile sino a che non verranno strappati dalle poltrone gli attuali governatori, semplici burattini guidati dai potenti creditori. Anche in Grecia quindi, come in Siria e nord Africa, c’è un dittatore da sconfiggere e allontanare: il Fondo Monetario Internazionale.

    Per approfondire il tema del “debito detestabile” consiglio il documentario Debtocracy realizzato dai giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou che indaga sulle cause della crisi finanziaria greca legata al debito pubblico.

    Ecco il documentario con i sottotitoli in italiano.

    Gabriele Serpe

  • Dori Ghezzi e il ricordo di Genova: ci eravamo tanto amati

    Dori Ghezzi e Fabrizio De AndrèNel 1967 l’esordio discografico, poi un lungo cammino fatto di alti e bassi, gioie e difficoltà, un cammino a due con il compagno Fabrizio De Andrè. Alla morte del cantautore genovese, Dori si è dedicata con la “sua” Fondazione De Andrè a mantenere viva la musica di Fabrizio, un’agenda colma di appuntamenti da una città all’altra dell’Italia, un impegnativo gesto d’amore.

    Oggi Dori non vive più a Genova, ma qui ha lasciato tanti ricordi, inevitabilmente intrecciati con la vita e le opere di De Andrè che, come lei stessa ha detto, “era per me come una guida, mi presentava Genova con gli occhi innamorati…”

    La vita ti ha portato ad incontrare Genova sulla tua strada… Che rapporto hai con la città?

    Sicuramente le circostanze e i casi della vita mi hanno portata a Genova, ma di certo non si è trattato di una “convivenza forzata”, tutt’altro… Questa è una città che sa farsi amare per i suoi pregi. In più, io ho avuto il privilegio di conoscerla attraverso gli occhi di Fabrizio che me l’ha presentata in un modo speciale, da “figlio innamorato”…

    Quali sono le immagini e i ricordi più ricorrenti della “tua” Genova?

    Ho vissuto e conosciuto Genova come un’entità viva, che respira, perché la identifico con le persone che qui ho incontrato e che continuo ad amare. In qualche modo ci siamo scelte a vicenda, perché nel 1969, agli inizi della mia carriera, Genova mi ritenne degna di un premio prestigioso e ambito come la Caravella d’Oro. In quello stesso anno – guarda il caso, venne premiato anche Fabrizio!

    La tua carriera musicale è iniziata che eri ancora molto giovane. Dalle prime apparizioni sino ai successi degli anni settanta, gli alti e i bassi, gli incontri… Hai dei rimpianti?

    Tanti! Ricomincerei tutto dall’inizio, forse prestando più attenzione a determinate scelte…

    “Sono riusciti a cambiarci, ci sono riusciti, lo sai…” Il vostro rapporto vi ha cambiati?

    Fermo restando che, se due si innamorano, significa che si accettano e si amano per come sono, è inevitabile che poi, convivendo, ci si possa involontariamente influenzare e subire un naturale cambiamento.

    Il tuo impegno con la Fondazione De Andrè è ripagato ogni giorno da un numero crescente di riconoscimenti, probabilmente ben oltre le vostre iniziali aspettative. Ciò significa che la tua agenda è sempre colma e la tua presenza è richiesta in ogni manifestazione dedicata a tuo marito: quanto ti pesa, se ti pesa, tutto ciò? E quale sarebbe il pensiero di fabrizio se oggi potesse assistere a questo suo “successo da defunto”?

    Alla tua domanda ci sarebbe ben poco da aggiungere. Certo sarebbe più bello poter vivere ancora intimamente l’intenso rapporto con fabrizio e nessuna altra realtà può competere con questo, era davvero speciale. Forse è proprio questo il motivo per cui la gente lo ricorda ancora oggi con così tanto affetto. E le Fondazioni in questi casi possono fare ben poco… Tutto è nato da sé.

    Io penso che di fronte a tutto questo Fabrizio si dovrebbe semplicemente rassegnare, farsene una ragione.

    Gabriele Serpe

  • Abbey Road, 80 anni di storia: concorso per band emergenti

    Abbey Road, 80 anni di storia: concorso per band emergenti

    Abbey Road
    La copertina di "Abbey Road" l'ultimo album registrato dai Beatles

    Abbey Road, gli studi discografici forse più celebri al mondo festeggiano 80 anni di vita, e lo fanno in un modo molto particolare: un concorso per band emergenti, a cui viene chiesto di scrivere un “inno di compleanno“. Sono stati selezionati otto vincitori che in questi giorni stanno registrando le canzoni negli Studios, brani che a partire da dicembre saranno scaricabili su internet.

    Gli Abbey Road Studios di Londra sono nati nel novembre del 1931, inaugurati dal compositore Sir Edward Elgar e dalla London Symphony Orchestra. Nelle sale degli Studios hanno registrato tutti i più grandi del rock, dai Beatles ai Pink Floyd (fra quelle mura sono nati album come “Wish you were here” e “Dark side of the Moon“), da Ennio Morricone a Freddie Mercury e poi i Police, gli U2, gli Iron Maiden i Deep Purple… E ancora gli Oasis, i Muse… 

    A pochi passi dall’ingresso degli Studios nell’area nord ovest di Londra venne scattata la copertina (nella foto) dell’omonimo album dei Beatles “Abbey Road” datato 1969. Ancora oggi ad ogni ora si trovano turisti intenti ad attraversare la strada con tanto di parenti e amici pronti a immortalare l’evento, c’è anche chi si sfila le scarpe per emulare Paul McCartney che nella foto attraversa la strada scalzo. L’anno scorso l’attraversamento pedonale di Abbey Road è stato perfino dichiarato monumento nazionale.

     

     

  • Tassa sui trailer cinematografici: l’ultima trovata della Siae

    Tassa sui trailer cinematografici: l’ultima trovata della Siae

    Tassa sui trailerIl popolo del web e dei blog è in rivolta: desta scalpore l’ultima trovata della Siae, la società italiana autori ed editori, di imporre ai siti internet che pubblicano trailer cinematografici che includono musica, il pagamento di una tassa, il cui importo parte da 450 euro ogni tre mesi per il diritto di pubblicare fino a 30 trailer.

    Nel comunicato diffuso qualche giorno fa, i paladini del diritto d’autore spiegano che diffondere al pubblico colonne sonore senza averne assolto i diritti d’autore, rappresenta una violazione della legge.

    I magazine e i blog cinematografici on line, con la possibilità di arricchire i trailer con inserimenti musicali aumenterebbero l’attrattività sia nei confronti degli utenti che degli inserzionisti pubblicitari. Per cui questo vantaggio in più va pagato, e a caro prezzo aggiungiamo noi. In pratica questa tassa è basata sull’ipotesi che le musiche dei film incrementano la forza commerciale dei siti, è una tassa sull’ipotetica attrattività!

    Questa tassazione non è prevista per i siti non commerciali, cioè quelli che non hanno al loro interno la pubblicità. Nessuna eccezione per tutti gli altri: Siae non fa differenza tra chi pubblica il trailer e chi si limita a mettere il link a un video tratto da Youtube.
    La licenza trailer prevede la regolarizzazione da parte dei siti per l’anno 2011, più l’ammontare per i prossimi due anni, 2012 e 2013, a partire dal 1800 euro l’anno, con la possibilità però di pubblicare un numero limitato di trailer.

    Difficile pensare che ci possa essere una convenienza economica anche per i siti più grossi e strutturati, un numero limitato di trailer difficilmente genererebbe un traffico di visite sul sito tale da ripagare 1800 euro. Per evitare il pagamento, molti siti hanno rimosso i trailer ma secondo la Siae il costo è dovuto lo stesso per la passata pubblicazione. La Siae, signore e signori, ha poteri retroattivi! Quantomeno bizzarro, visto che per una grande quantità delle leggi dello Stato Italiano (incluse quelle penali) vige il principio di non-retroattività.

    Il rischio è che questa decisione penalizzi il mercato cinematografico, che non sta di certo vivendo uno dei suoi momenti migliori. Soprattutto i film di qualità e non di massa, che sarebbero tassati quanto i grandi colossal.

    Manuela Stella

    Illustrazione Chiara Spanò

  • Porto: no alla sesta vasca, sì al potenziamento ferroviario

    Porto: no alla sesta vasca, sì al potenziamento ferroviario

    Gru del portoE’ stato approvato dal Comitato Portuale il nuovo Piano Operativo Triennale del porto di Genova: 400 milioni di euro di investimenti e una dozzina di grandi progetti tra nuove opere portuali ed infrastrutturali.

    Il piano parte dalla programmazione delle opere del biennio 2012-2013, ponendosi l’obiettivo del 2014 come anni in cui dovrebbero essere concluse tutte le opere previste dal Piano Regolatore Portuale attualmente in vigore.

    I 400 milioni di euro investiti nei tre anni saranno così ripartiti: 170 milioni nel 2012, 145 milioni nel 2013 e 55 milioni nel 2014. E le priorità infrastrutturali del triennio riguardano sette ambiti.

    Il primo è quello delle Riparazioni e delle Costruzioni Navali, ambito nel quale si prevede un radicale intervento di adeguamento e potenziamento a partire dai bacini di carenaggio fino alla partecipazione e alla realizzazione del cosiddetto ribaltamento a mare di Fincantieri che consiste nel prolungamento del cantiere sino al Porto Petroli di Multedo. Certo non è compito dell’Autorità Portuale individuare soluzioni per il rilancio del cantiere di Sestri, ma più che sul ribaltamento bisognerebbe investire per dare a Fincantieri sbocchi su nuovi mercati diversi da quello crocieristico.

    Il secondo ambito preso in esame dal piano operativo è quello del cosiddetto Piano del Ferro, ovvero tutti quegli interventi propedeutici al potenziamento dell’infrastruttura ferroviaria nello scalo genovese tra cui in particolar modo:

    – la ristrutturazione dello scalo merci fuori muro con la nuova elettrificazione dei binari

    – la riqualificazione delle infrastrutture ferroviarie di collegamento al Parco Campasso

    – il nuovo raccordo ferroviario al bacino portuale di Voltri (nell’ambito dell’apertura del Terzo Valico direzione Milano)

    Seguono le opere complementari al completamento di Calata Bettolo con la piattaforma ecologica, il nuovo impianto per le rinfuse liquide e il progetto bunkeraggio a Calata Olii minerali. Si prosegue con una serie di interventi di riqualificazione nell’area di Sampiardarena tra cui importanti lavori a Ponte Libia, Ponte Somalia, Calata Inglese, Calata Massaua, Calata Derna, ex idroscalo, e l’adeguamento di alcuni tratti di diga foranea tra cui quello relativo all’imboccatura di ponente.

    Un altro ambito è quello relativo al Polo Passeggeri, da sempre punto debole del Porto di Genova, ed in particolar modo ad alcuni interventi su Ponte dei Mille e soprattutto alle opere propedeutiche alla realizzazione del progetto Van Berkel a Ponte Parodi. Un ambito importante di intervento dell’Autorità Portuale è anche quello di Voltri, con il progetto del nuovo viadotto, con la riqualificazione di alcuni piazzali e le opere a protezione della passeggiata a mare.

    Il Programma per la Logistica è un altro degli ambiti di intervento del Piano Operativo Triennale: l’ammodernamento e il prolungamento della sopraelevata portuale, il distripark e l’autoparco. Sempre in tema di logistica, l’area di Sestri Ponente, oltre che dagli interventi relativi al settore delle costruzioni navali, sarà interessata anche dalla realizzazione dell’area di sosta dedicata all’autotrasporto.

    La programmazione delle opere del triennio si completa con la realizzazione del Punto di Entrata Designato, il programma di manutenzioni e l’ammodernamento degli impianti tecnologici.

    Restano fuori dal Programma progetti importanti come la sesta vasca o il progetto delle Autostrade del Mare che potranno essere realizzati soltanto facendo ricorso alla partnership con i privati.

    L’obiettivo che realisticamente dobbiamo darci è di concludere le opere che sono in corso e avviare grandi interventi strategici che concludono la fase attuativa del piano regolatore vigente – ha commentato il presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo in relazione alle opere da avviare, abbiamo ricevuto recentemente la notizia che la Corte dei Conti ha sbloccato il finanziamento del viadotto di Voltri (Terzo Valico n.d.r.) per la cui realizzazione stiamo approntando la gara. Ma questo piano triennale dà il via libera anche per il ribaltamento a mare di Fincantieri e costruisce le condizioni per la sesta vasca.”

    “In questa fase politica ed economica è difficile procedere all’accensione di mutui. Penso però sia opportuna una riflessione più generale sulla pianificazione e sulla realizzazione delle opere portuali negli scali italiani. Molti dei porti italiani prevedono piani di sviluppo ciascuno di centinaia di milioni di euro con un orizzonte temporale che in alcuni casi va oltre il triennio senza che via sia alcuna copertura finanziaria a supportarli. Se facciamo la somma di tutti i piani arriviamo ad alcuni miliardi di euro, è credibile tutto ciò, ma soprattutto è un corretto impiego di risorse pubbliche? Se non c’è responsabilità da parte di tutti, sia a livello nazionale che di singolo porto, queste opere rischiano di non essere coerenti con le reali prospettive di mercato. Occorre avere la responsabilità di interrompere il ciclo vizioso dell’effimero e dei libri dei sogni.

  • 11/11/11, ore 11,11: ecco il giorno del “Grande Uno”

    11/11/11, ore 11,11: ecco il giorno del “Grande Uno”

    Capilla del Monte
    Capilla del Monte, Argentina

    Oggi è l’11/11/11, un palindromo (dal greco antico “sequenza di caratteri” n.d.r.) perfetto che alle ore 11.11 arriverà al suo naturale compimento. La vera particolarità è che questa coincidenza di numeri non avrà mai una replica e ha avuto un solo precedente: l’11 novembre del 1111, fra castelli e carri, in pieno Medioevo.

    Oggi è il giorno degli appassionati di esoterismo, i blog sono ricchi di teorie e ricostruzioni degne del miglior Giacobbo, il “giorno del Grande Uno”, lo chiamano.

    Dal quotidiano cinese Shanghai Morning Post apprendiamo che sono state più di 4000 le coppie in Cina che hanno chiesto di sposarsi in questa data “magica”. Da quelle parti oggi è il giorno dell’amore, la combinazione perfetta: tutti i single di Shanghai si riuniscono in piazza, sono previste 10mila persone alla ricerca della propria metà… Se ne vedranno delle belle.

    Boom di matrimoni anche in Messico e in India, ma anche dalle nostre parti la febbre da palindromo ha fatto impazzire la segreteria del Comune di Roma.

    Ma se si parlasse solo di giorno perfetto per sposarsi e darsi tanti bacini, i più sadici non avrebbero motivi di interesse, per cui ecco servite anche le fandonie più bieche: in Argentina in questo momento ci sono migliaia di persone a la Capilla del Monte, centro a circa 800 chilometri a nord di Buenos Aires, e lassù attendono la fine del mondo e l’apertura di una porta cosmica per il passaggio ad un’altra realtà. Averlo saputo prima.

    Per gli appassionati dello Yoga, oggi si risveglia Kundalini, la ”forza generativa” presente in ogni essere umano, con la consapevolezza e la conoscenza di passato, presente e futuro, e un’espansione della coscienza.

     

  • Liverpool: porto d’Inghilterra, città dei Beatles

    Liverpool: porto d’Inghilterra, città dei Beatles

    Liverpool
    Liverpool, Albert Dock

    Appollaiata sulla foce del fiume MerseyLiverpool è una città di porto, di marinai e navigatori. Lo si respira negli odori fra la nebbia e il cielo bigio, nei rumori degli uomini e dei gabbiani, e lo si sente la notte fra boccali di birra ingurgitata in quantità industriale e musica live di ogni genere suonata nei tanti locali, pub e club.

    Liverpool è la città dei Beatles, la prima a scoprire il rock n’ roll quando nei primissimi anni Cinquanta, direttamente dalle stive delle navi, arrivavano i primi dischi americani di Chuck Berry ed Elvis Presley. Ancora oggi la città è profondamente legata ai suoi quattro “eroi”, e già lo si comprende quando si atterra al John Lennon airport, dove a darti il benvenuto è una scritta nera su sfondo bianco: “Above us only sky”, dal testo di Imagine. Gli omaggi e i riferimenti ai Beatles sono tantissimi, dal museo ricco di cimeli nella zona del porto al Cavern Club in Mathew Street, e poi Penny Lane, Strawberry Field, luoghi che hanno ispirato canzoni stupende…

    Strawberry Fields

    E’ possibile anche salire sul “Magical Mistery Tour” e scoprire la storia di Paul, George, Ringo e John attraversando i quartieri periferici a bordo di un pullman, con tanto di guida che animosamente racconta le vicende più assurde (peccato lo faccia in inglese, quasi in dialetto, senza traduzioni in cuffia come nei più classici dei pullman turistici).

    Capitale Europea della Cultura nel 2008, Liverpool vive racchiusa e protetta fra le sue coinvolgenti contraddizioni, caratterizzata da un centro moderno ed europeo (Liverpool One è un quartiere nuovo interamente occupato da un centro commerciale decisamente di cattivo gusto) intorno al quale si abbraccia una città completamente diversa, tipicamente britannica in quelle vesti che tanto sanno di carbone, mattoni e vita vissuta. Il silenzio al calar della sera con la nebbia a pelo del fiume sotto i portici dell’Albert Dock (come il nostro Porto Antico, il vecchio molo sul Mersey recuperato e restituito alla città), è la cartolina di una città affascinante e misteriosa.

    Fra i vapori che si alzano dai tombini, l’antica Victoria Street che di notte si trasforma in quartiere omosessuale, una fra le più grandi China Town in Europa e tantissimi locali, uno attaccato all’altro, praticamente tutti gratuiti. Nessun esborso all’ingresso chiunque ci sia a suonare. Quartetti jazz, cover band (in questo caso fra Beatles e Oasis gli amanti del genere avranno di che cantare…), blues, rock e disco club.

    Da non dimenticare il forte legame che esiste fra la città e la squadra di calcio, il Liverpool F.C. nella storica sede di Anfield Road, un vero e proprio tempio per tutti gli amanti del calcio.

    Il tutto condito da un dialetto strettissimo che rende la parlata di Liverpool unica in Inghilterra e da una cordialità spesso aiutata dalla birra, è vero, ma comunque decisamente piacevole e inaspettata per questa gente di porto, abituata ai modi duri e al sacrificio. E intanto laggiù, dalla riva del Mersey, l’antica torre dell’orologio sembra scandire le ore di un tempo chissà quanto lontano.

    Gabriele Serpe

  • Intervista con Giuseppe Marcenaro: Genova e le sue storie

    Intervista con Giuseppe Marcenaro: Genova e le sue storie

    PortoHo incontrato Giuseppe Marcenaro un pomeriggio nella sua casa in salita Santa Brigida. Dalle finestre della sua abitazione è possibile scorgere il profilo della città, i tetti che si sfiorano e il labirinto dei vicoli, arrivando con lo sguardo fino al mare.

    Curatore di mostre in Italia e all’estero (dedicate fra l’altro a Sthendal; Montale; Genova nel Novecento; Viaggio in Italia; Russia e Urss), giornalista, scrittore, chiamato ad insegnare in diverse università anche straniere, il professor Marcenaro ha scritto molto su Genova ma paradossalmente la nostra città sembra non considerarlo a sufficenza.

    Sono un esule in patria. La mia collaborazione con Il Secolo XIX è l’unico rapporto che mantengo con Genova”. Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata seduti nel suo studio circondati dalla sua immensa biblioteca. Lettore accanito Marcenaro ha raccolto tutte le citazioni su Genova e sulla Liguria trovate nelle sue letture. Queste testimonianze di illustri viaggiatori transitati per la nostra regione sono raccolte nel suo libro Viaggio in Liguria (Sagep, 1992).

    Il più recente Genova e le sue storie (Bruno Mondadori, 2004) nasce invece dall’esigenza di costruire un’immagine letteraria alla nostra città. “Un libro su Genova come Dublineers di Joyce sarebbe straordinario”. Secondo lui Genova è un libro mancato. “Tutte le grandi città hanno il loro libro, Milano ha I Promessi sposi, Roma ha Gli indifferenti e molti altri, a Genova c’è stato il tentativo di Remigio Zena con La bocca del lupo, un libro di buona qualità, poi nessuno si è più cimentato in questa impresa. La prima edizione di Genova e le sue storie è del 2004, è uscito in occasione delle celebrazioni per Genova capitale europea della cultura. L’editore mi aveva chiamato chiedendomi di realizzare una guida su Genova”.

    In realtà è una guida non convenzionale, con intento polemico, il cui scopo è divertire, un tour che esplora le caratteristiche di Genova e dei suoi abitanti, ne mette in luce difetti e vizi antichi, attraverso testimonianze storiche e letterarie che forniscono molteplici spunti di riflessione.“Quello che mi interessa principalmente è indagare il carattere dei genovesi”. Con il professore abbiamo approfondito alcuni temi particolarmente significativi per la realtà odierna. .

    Marcenaro dedica un capitolo allo storico cardinale, Giuseppe Siri, “Figura emblematica di genovese” e all’impronta indelebile che ha lasciato sulla città e sulle coscienze dei cittadini con il suo conservatorismo inflessibile.

    La tendenza all’immobilismo, tipica delle strutture sociali che hanno dominato Genova, ha forgiato il carattere degli abitanti, sin dal 1628, quando Giulio Cesare Vacchero, colui che aveva cospirato contro la Repubblica, fu punito duramente, decapitato e il suo palazzo raso al suolo. ”Guai a chi osasse mettere a repentaglio l’equilibrio del governo cittadino”.

    Nei secoli la vecchia oligarchia si è trasformata, ma non è tramontata. “Si è autoriprodotta nei vari gruppi che impongono un potere di posizione, dando luogo a tanti monolitici piccoli soviet, somiglianti in maniera sorprendente agli antichi alberghi in cui si consorziavano le famiglie nobili e che hanno fatto scuola, diffondendo un sistema di protezione e privilegio chiuso, caparbio e ostinato, per conservare i diritti di casta… I borghesi del soldo si considerano gli eredi naturali delle passate grandezze. La ‘nobiltà operaia’ dell’ industria, della cantieristica – un tempo nella Stalingrado d’Italia (Sampierdarena) e nella Piccola Russia (Sestri Ponente) – e la corporazione dei portuali, appartenenti ormai a un giurassico genovese, orgogliosi del monopolio di una verità, hanno diffuso la convinzione che il bene collettivo – posto interessi – può venire soltanto dai circuiti chiusi”. Non c’è posto per chi è diverso e non allineato.

    Genova è davvero come la fortezza Bastiani di Dino Buzzati”. Siamo circondati da mura, e non si tratta solo della nostra storica cinta muraria ma di barriere mentali difficili da abbattere.

    Giuseppe MarcenaroNel 2004 quando scrivevo questo libro ero convinto che la città avesse ancora una possibilità di rilancio”. Un risveglio che può avvenire solo attraverso i tanto odiati forestieri, la nuova massa di turisti che muove verso Genova attratta da tesori sconosciuti e nascosti per anni, che oggi ritrovano la luce. “Attualmente non sono più convinto che Genova possa rialzarsi. Viviamo un momento di eclissi. E’ una questione di mentalità e non di appartenenza politica. Le amministrazioni cittadine, di qualunque colore siano, in questi anni hanno dimostrato spesso la medesima chiusura mentale. Oggi si è fatta la scelta di privilegiare la promozione di una cultura popolare facilmente accessibile. L’esempio tipico è la notte bianca. Ma a cosa servono le notti bianche se poi da tempo non si organizzano mostre importanti a Palazzo Ducale? Genova non sa più pensare in grande, non sa osare, è questo il problema. Oggi è passato il concetto che Genova è la città di De Andrè. Ma Genova non è solo De Andrè. Genova è anche la città di Eugenio Montale, un premio Nobel per la Letteratura, attualmente quasi dimenticato. Durante i miei viaggi, la passione per lapidi e targhe mi porta sempre alla ricerca di queste testimonianze storiche. Nel 2004 avevo proposto di installare qualche lapide anche nella nostra città per mostrare ai tanti turisti stranieri che famosi loro connazionali erano passati di qua. Mi sarebbe piaciuto che nell’atrio della stazione Principe fosse ricordato che lì era arrivato Arthur Rimbaud. Anche perché l’ultima città che il poeta vide fu proprio Genova e da qui partì per l’Africa abbandonando la poesia e dedicandosi al commercio. Oppure in via Balbi ricordare la testimonianza di Sthendal che la definì una delle più belle strade del mondo. Questa idea è caduta nel vuoto. Il discorso fondamentale è che non sappiamo venderci, non sappiamo promuovere la città”.

    Il capitolo dedicato a Piazza Banchi analizza quasi sociologicamente le trasformazioni della città. Passeggiando in questi giorni nei dintorni di Piazza Banchi si percepisce una città alla continua ricerca della propria identità. Per la piazza che fu il centro degli affari della Superba si incrociano turisti, extracomunitari, qualche tossico ciondolante, e sparuti genovesi che si aggirano con occhio vigile, rappresentazione di universi a sé stanti, che si ignorano ma sono costretti a vivere a stretto contatto. L’immagine di via S. Luca, via Orefici, via S. Pietro in Banchi con le loro file di negozi e lo strùscio della gente, contrasta nettamente con il degrado e il colpevole abbandono in cui giàcciono i vicoli adiacenti. Sedute sui gradini, di fronte ai bassi, le prostitute ci osservano nell’attesa di clienti. “E’ il fascino babelico della nostra città”.

    Una città che si interroga sul proprio destino. “Oggi Genova deve decidere da che parte stare. O diventa una città multiculturale oppure decide di chiudersi dentro le proprie mura. Ma una decisione va presa, bisogna trovare una nostra identità. Impariamo a decidere. Qui invece abbiamo la tendenza ad aspettare che gli avvenimenti avvengano, inevitabilmente. Ne è un esempio la questione della moschea. Per me va fatta. Ma bisogna che una decisione venga presa una volta per tutte e smetterla con il continuo tira e molla. Abbiamo il culto del non fare e del non lasciar fare. Questo è il concetto che ci sta portando alla decadenza”.

    Matteo Quadrone

  • “Pane e Bugie”: educazione alimentare e cattiva informazione

    “Pane e Bugie”: educazione alimentare e cattiva informazione

    Ogm e educazione alimentare

    Un incontro curioso, di quelli che ti spingono a meditare, si è svolto presso le Cisterne di Palazzo Ducale. Dario Bressanini, chimico di professione, scrittore per passione, ci mette in guardia contro i pericoli della cattiva informazione che, in campo alimentare, può dar adito a leggende metropolitane assolutamente fallaci.

    Nel suo libro “Pane e Bugie“, tema dell’incontro, pone l’accento su ciò che definiamo naturale e quello che etichettiamo come “chimico”. In realtà, la stragrande maggioranza delle sostanze di cui ci nutriamo esiste in natura e risulta poco rilevante se sia stata “concepita” nell’orto del vicino o sia un prodotto di sintesi: sono composti molecolari assolutamente identici. La natura, d’altro canto, non è scevra da insidie. Tra i vegetali, troviamo molti principi dannosi, che le piante producono per difendersi dai parassiti poiché, come dice l’autore, non hanno la possibilità di fuggire “a gambe levate”.

    La presenza di metil-eugenolo, nel basilico, ha relegato il pesto tra le sostanze cancerogene. Il buon senso, valutandone la presenza in percentuale, ci dice chiaramente che non sarebbe pericoloso neppure per una formica. Al contrario, se mangiamo un’intera noce moscata possiamo seriamente rischiare la morte così come se rimaniamo, a lungo, in una stanza satura delle fragranze della salvia.

    Il caffè contiene 21 sostanze cancerogene dovute alla tostatura e persino il succo d’arancia non è esente da elementi pericolosi, le cui dosi insignificanti sono ampiamente bilanciate dagli effetti salutari o di piacevolezza.

     

    Temiamo il “sintetico” ma assumiamo vitamina C in bustine o compresse, vitamina che nessuno si sognerebbe di estrarre dal limone a costi esorbitanti e, così, la si estrae dall’amido di mais, con buona pace di tutti.

    Siamo fans dello zucchero di canna? Le canne sono quelle che abbiamo in testa se pensiamo a qualcosa di diverso dallo zucchero bianco, tacciato di essere cancerogeno e deprivato di preziosi oligo-elementi. Lo zucchero grezzo è semplicemente meno raffinato, lo paghiamo di più e dovrebbe costare meno e ha un residuo pari allo 0,5% di calcio e potassio. Come dire che su 100g di zucchero ci sono 0,133g di potassio contro i 3g necessari pro die. Se non vogliamo morire di diabete meglio mangiarci una bella banana che di potassio ne contiene 358mg…

    Biologico è sinonimo di sano? Dipende: in queste colture sono permessi solo antiparassitari “naturali” tra i quali il Rotenone e il solfato di rame, altamente neurotossici e non si possono coltivare nuove specie se non ottenute per mutazioni spontanee cioè per errori casuali della natura. Devono considerarsi spontanee anche quelle indotte da radiazioni con cui si è ottenuto il pompelmo rosa?

    Rifiutiamo a priori gli OGM, rei di aver un gene in più cioè una proteina (il prodotto di un gene è una proteina) capace di difenderli dai virus vegetali. Accertata la innocuità della proteina, l’immediato vantaggio è che tali coltivazioni non devono essere trattate il che si traduce in un beneficio per la nostra salute e nella salvaguardia per il bio-habitat animale che vive nel campo.

    Infine parliamo del monossido di idrogeno, killer di professione: è un solvente industriale, responsabile delle piogge acide, può essere radioattivo e causa l’effetto serra… Sapete che cos’è il monossido di idrogeno?? E’ il nome scientifico dell’acqua!  E questo la dice lunga su come un’informazione non corretta può distorcere la realtà.

    Adriana Morando