Autore: Nicola Giordanella

  • Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    Il nuovo Parco del Polcevera e l’inganno della neolingua

    La retorica dovrebbe essere un ponte, una strada, ma in genere è una muraglia, un ostacolo.
    (Jorge Louis Borges)

    La zona urbana della Valpolcevera coinvolta dal crollo di Ponte Morandi ha una storia paradigmatica delle trasformazioni economiche di Genova. Come testimonia il nome stesso, fino alla fine dell’Ottocento, Campi era una zona agricola, punteggiata di orti e frutteti, nonché dalle residenze estive di famiglie patrizie genovesi. Nel 1898, per implementare gli stabilimenti di Sampierdarena e Cornigliano, venne aperta una grande officina siderurgica dell’Ansaldo, motore dello sviluppo economico cittadino al punto da far diventare Genova uno dei vertici del triangolo industriale italiano. Da allora le fabbriche a Campi si sono diffuse a macchia d’olio, facendo della bassa Val Polcevera, insieme al resto della valle e a tutto il ponente cittadino, uno dei poli produttivi della città. Questo processo ha reso Genova, morfologicamente priva di spazi e fragile, una metropoli industriale che, nelle fantasie dei progettisti degli anni Cinquanta e Sessanta, avrebbe dovuto superare il milione di abitanti. Nel 1967, per supplire alle rinnovate esigenze di questo spazio urbano congestionato, venne costruito il Ponte Morandi, un’infrastruttura salutata come un capolavoro ingegneristico e simbolo di uno sviluppo che si credeva infinito. Le cose andarono diversamente; il boom industriale cessò poco dopo, e con esso quello economico e demografico. A Campi, come in altri poli cittadini, le fabbriche vennero chiuse e i capannoni convertiti dalle grandi catene internazionali del commercio e della logistica. Negli ultimi trent’anni Campi è stata un’area destinata a far viaggiare, accatastare e vendere le merci, o da attraversare velocemente per raggiungere l’alta Valpolcevera, periferia sacrificata da decenni di sfruttamento produttivo.

    I quartieri residenziali che insistono su questa zona sono stati socialmente disgregati da queste trasformazioni e sopravvivevano come aree economicamente e socialmente depauperizzate già da decenni. Non è un caso che le case in via Porro o al Campasso avessero tra i più bassi valori commerciali dell’intera città già ben prima della tragedia del 14 agosto 2018.

    “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” è il progetto vincitore del concorso internazionale, indetto dal Comune di Genova e dal Consiglio nazionale Architetti PPC, per il masterplan dell’area attorno al nuovo viadotto che sostituirà Ponte Morandi, viadotto disegnato da Renzo Piano e in via di costruzione ed ultimazione ad opera di Fincantieri e Impregilo-Salini. Il progetto, elaborato dalla Stefano Boeri Architetti in collaborazione con gli studi Metrogramma e Inside Outside, occupa l’area dell’ex parco ferroviario del Campasso, quella che sottende il viadotto, e copre una zona urbana corrispondente ai quartieri di Campi e del Campasso stesso. Suo nucleo centrale è il Cerchio Rosso, una pista circolare sopraelevata, pedonale e ciclabile, lunga un chilometro e mezzo che dovrebbe fare da collante tra i due versanti collinari della valle e da raccordo per i vari spazi sottostanti, culminante in una Torre del Vento alta 120 metri e produttrice di energia eolica. Sotto e attorno ad esso si dovrebbero sviluppare gli altri elementi del progetto: il Parco botanico del Polcevera, una serie di attività espositive e ricreative (un Parco dell’acqua, un Fun Park, tre giardini del Mediterraneo, delle Esposizioni e del Polcevera), l’installazione “Genova nel bosco”, un Parco dello sport con vari campi sportivi e palestre, la riconversione di una vasta rete di edifici e capannoni ad uso commerciale e produttivo ed una nuova stazione ferroviaria.

    La retorica del passato e del futuro

    Il progetto elaborato da Boeri è molto ambizioso nel proporsi come spazio pubblico ed ecologico che riqualifichi una zona difficile e, contemporaneamente, come nuovo luogo simbolico della città, memoria del suo passato industriale e omaggio alle vittime del crollo di Ponte Morandi. Evocando “infrastrutture per una mobilità sostenibile ed edifici intelligenti per la ricerca e la produzione”, esso si pone “l’obiettivo di capovolgere l’immagine attuale della valle del Polcevera, da luogo complesso e tragicamente disastrato a territorio dell’innovazione sostenibile per il rilancio di Genova stessa”.

    Il primo elemento del progetto che salta all’occhio è il tentativo di mobilitare l’orgoglio cittadino attraverso un richiamo romanticizzato all’immaginario dei suoi abitanti:

    La Torre del Vento e il Cerchio Rosso, il Parco del Polcevera e la sua varietà vitale cromatica e botanica, sono il saluto di Genova ai passanti del futuro. Il saluto al mondo da parte di una città di infrastrutture e parchi verticali, di camalli e nobildonne, di cantanti e ingegneri navali. Una Città Superba seppure affranta da una struggente Malinconia; bellissima seppur nell’asprezza delle sue irriducibili contraddizioni. Una Città di acciaio e mare, scolpita dal vento e dalle tragedie, ma sempre capace di rialzare la testa”.

    Al di là del buffo accostamento di camalli e nobildonne, cantanti e infrastrutture, ciò che lascia più perplessi in questa operazione di immagine è il voler far convivere l’inconciliabile, ovvero la natura con ciò che da sempre l’ha negata e distrutta, l’industria, il verde e il mare con l’acciaio e il cemento, l’ecologia con la produzione:

    “Il Cerchio Rosso, il Parco e le nuove Architetture attraverseranno e legheranno tra loro un territorio rigenerato composto di diversi suoli, colori e nature. Un nuovo ambiente caratterizzato da un’altissima biodiversità di specie viventi si tesserà con l’urbanizzato esistente, fatto di ferro e asfalto. Il Parco del Ponte, in questo modo, diventerà un sistema urbano allargato e radicato nel territorio e alternerà nuovi paesaggi resilienti, sistemi interstiziali, e dispositivi di connessione e energetici”.

    Il progetto vorrebbe dunque sposare l’acciaio e l’asfalto che hanno reso moderna la città con “i colori ed i profumi caratteristici della mediterraneità di cui Genova è simbolo nel mondo”, celebrando questo improbabile matrimonio proprio in una delle zone più martoriate dal cosiddetto “progresso” industriale.

    La retorica è nata nel V secolo avanti Cristo in Magna Grecia come arte del discorso e della capacità di persuadere l’uditorio ed è divenuta una delle arti più nobili del mondo classico. Cicerone affermava che un buon oratore deve saper docere, ovvero dare le informazioni sul fatto oggetto del discorso, delectare, ovvero esporre gli argomenti con vivacità evitando l’effetto noia, e movere, ovvero mobilitare i sentimenti dell’uditorio per coinvolgerlo e far sì che esso aderisca alle tesi esposte. Fin dalle origini, i fini della retorica prescindevano da un giudizio etico: “La retorica”, fa dire Platone a Socrate, “a quanto pare, è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all’ingiusto” (Platone, Gorgia). Come tale la retorica si è evoluta nel corso dei secoli ed è a tutt’oggi una disciplina assai viva. Nel corso del Novecento i suoi principi sono stati assorbiti nella teoria generale della comunicazione, in particolare della cosiddetta comunicazione persuasiva, e sono stati abbondantemente utilizzati di volta in volta dalla propaganda politica e dalla pubblicità commerciale.

    La maggior parte dei grandi progetti d’architettura contemporanei si fondano su un immaginario progressista, ecologico, sostenibile, smart, in linea con quanto l’epoca richiede. Come sostiene il sociologo urbano Garnier:

    “Per rispondere alle critiche contro il carattere troppo tecnicista della smart city, si parla anche di “città inclusiva” (ovvero, includere gli esclusi dai presunti benefici della mondializzazione capitalista), di “città frugale” (ridurre non il consumo e la produzione, ma lo spreco),”città giusta” (lottare conto le diseguaglianze spaziali, sociali e ambientali), “città sostenibile” (tenere in conto gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, tra cui la diminuzione dell’impatto ecologico), “città verde” (preservare o introdurre la natura in un contesto artificiale) o “città resiliente” (affrontare con successo qualunque forma di vulnerabilità, in particolare quella legata al cambiamento climatico). Tra tutte queste, però, la più apprezzata continua ad essere la “città intelligente” (smart city), poiché materializza e simboleggia l’ingresso glorioso dell’urbanismo nella cosiddetta economia della conoscenza” (J-P. Garnier, Smart City. La “città radiosa” nell’era digitale, Nautilus 2018, pp. 11-12).

    Nel caso del progetto di Boeri e associati, che rientra appieno in questa descrizione, le contraddizioni reali che soggiaciono alla sua retorica risultano particolarmente stridenti.

    Il progetto s’incastra in un’area urbana iper sfruttata e congestionata, limitandosi ad occuparne gli interstizi senza prevedere una vera e profonda ristrutturazione fisica. Nel dettaglio, dalle tavole del progetto si può constatare come, sul versante ovest, il Parco dell’acqua, il Fun Park, il Giardino del Mediterraneo e quello delle Esposizioni sarebbero tutti compressi tra Corso Perrone, il Gasometro riconvertito in parcheggio multipiano, i capannoni dell’Ansaldo, un altro enorme parcheggio e tutto l’insieme insistente sotto il nuovo viadotto dell’autostrada. Allo stesso tempo, il Parco e le altre zone ricreative previste si innesterebbero su una striscia di territorio molto stretta, ritagliata tra le numerose vie a rapido scorrimento che servono a collegare la fascia a mare con l’interno valpolceverasco (Corso Perrone, Via Perlasca, Via 30 Giugno, Via Fillak) e la linea ferroviaria. A valle del Parco la destinazione d’uso dell’area rimarrebbe quella dei capannoni dell’area commerciale, a monte quella industriale dell’Ansaldo.

    Il progetto di Boeri incarna un immaginario urbanistico preciso che ha come referente naturale quella middle class benestante, istruita e salutista che nel tempo libero va in bicicletta, fa jogging o legge un libro in parchi urbani verdi e ariosi, ma questo non è né il caso geografico dell’area in questione né tantomeno il corpo sociale degli abitanti delle aree di Campi e Campasso. Gli indicatori sociali che individuano situazioni urbane di difficoltà – alta percentuale di famiglie composte di anziani soli, concentrazione di immigrati in difficoltà, tassi di scolarizzazione e disoccupazione, indice di povertà – riscontrano valori molto alti nelle aree di Campi e del Campasso, facendone uno tra i quartieri più depressi della città.

    “Trasformando l’area in un insieme attivo e diversificato, il paesaggio in pendenza creerà punti di vista sorprendenti e condizioni interessanti invitando le persone a divertirsi e a farne esperienza in molti modi ogni giorno. Utilizzato per la ricreazione, l’istruzione, lo sport, la meditazione o come luogo di incontro sociale e culturale, il parco, da est-ovest, collegherà persone di entrambi i lati del Torrente e attirerà tutti coloro che provengono da Genova, e non solo”.

    Potrà un parco incastrato sotto l’autostrada, tra la ferrovia, quattro strade trafficate ed enormi aree commerciali, industriali e logistiche, modificare davvero la mentalità, la socialità e la vita quotidiana degli abitanti di quest’area?

    La storia dell’architettura e dell’urbanistica è tristemente costellata di progetti che, avendo applicato un modello teorico sganciato dalla realtà dei luoghi concreti – ovvero non integrato da processi sociali, educativi e culturali che sanassero in modo incisivo situazioni incancrenite di abbandono e marginalizzazione urbani – si sono rivelati dei fallimenti quando non dei veri e propri boomerang, ovvero spazi ben presto muti che hanno finito per alimentare quel senso di tristezza e abbandono che avrebbero voluto combattere.

    Inoltre, suscita più di una perplessità l’ipotesi che il resto della popolazione cittadina che ama godersi il verde e gli spazi aperti – in una città che possiede uno dei più grandi parchi urbani d’Italia (il Parco delle Mura, 617 ettari di colline e natura a ridosso del centrocittà), l’infinità di crêuze che s’inerpicano in collina nel silenzio, i numerosi parchi disseminati in molti quartieri o i lunghi tratti di costa e di mare accessibili – prenderà la macchina per andare a respirare un po’ di aria buona, “a riempirsi i polmoni”, sotto il ponte dell’autostrada a Campi. La presentazione del progetto, simile a quella di un’agenzia immobiliare, sembra voler presentare una facciata linda e invitante dietro alla quale si nasconde un appartamento non così diverso da quello abitato dai condomini precedenti.

    Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi

    In questo immaginario di propaganda la prevista trasformazione di Via Fillak in Boulevard Fillak risulta emblematica. I boulevards furono aperti da Haussmann nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento come parte di un intervento urbanistico, economico e politico di un certo tipo. Prescindendo un giudizio di merito su quell’operazione, i boulevards erano il cuore fisico e simbolico di quella che Napoleone III voleva essere la prima metropoli del nuovo Occidente capitalista, la “capitale del XIX secolo” come la definì Walter Benjamin. I boulevards furono il risultato della demolizione fisica di un tessuto sociale popolare funzionale a costruire una Parigi borghese e turistica, fatta di ristoranti, locali, grandi magazzini, snodo di una ristrutturazione imposta dalle nuove necessità del capitalismo avanzato. Ma qui siamo a Campi nel 2020, in una delle mille periferie abbandonate da quello stesso capitalismo a distanza di oltre un secolo e mezzo di tempo. La demolizione di via Porro, imposta dal crollo del Ponte, non farà di via Fillak un boulevard. La gentrificazione che sottende la retorica dei nuovi boulevards postmoderni e che viene implicitamente evocata dal progetto è un fenomeno urbano contemporaneo che insiste sui centri storici o sui quartieri a ridosso di essi, mai sulle sue periferie post-industriali, assediate dai capannoni commerciali, dal traffico e dagli hub della logistica. Il boulevard citato in questo progetto è poco più che un feticcio, una fantasmagoria ideologica, uno specchietto per le allodole. Mettere due file di alberi ai lati della strada manterrà il Boulevard Fillak un viale a rapido scorrimento, tale e quale è stato prima del crollo di Ponte Morandi, e non il boulevard di una capitale del XXI secolo che Genova non sarà mai, nonostante la retorica dei camalli e delle nobildonne genovesi. 

    La retorica sociale

     “Il tessuto urbano in cui si inserisce il progetto prevalentemente residenziale presenta una mancanza di luoghi pubblici per le attività della comunità. La ricostruzione viene quindi intesa tanto dal punto di vista architettonico quanto da quello sociale. L’obbiettivo infatti è quello di ricostruire un sistema urbano coeso, socialmente attivo e vivace, innovativo tanto da rivitalizzare non solo il quadrante stesso ma diventando attrattore per le zone limitrofe. A partire dalle richieste del bando pertanto, il programma funzionale all’interno del quartiere viene definito attraverso una serie di poli attrattori che spaziano dal mercato alla residenza fino ad arrivare a piccole realtà sportive, ricettive e commerciali mirate all’integrazione e alla generazione di un attrattività rispetto agli utenti delle fasce limitrofe”.

    Se la presentazione del progetto è incentrata sulla volontà di ricostruire un tessuto sociale e pubblico, i dati concreti relativi alle architetture da costruire o convertire parlano di una realtà ben diversa: gli spazi previsti da dedicare alla cultura sono il 6 % (5 830 mq), al settore residenziale-ricettivo il 5,8% (5 612 mq), allo sport il il 9,4% (9 095 mq), mentre al commercio sarà destinato il 36,2% (35 172 mq) e a quello produttivo il 42,6% (41 368 mq). Il benessere e la qualità della vita degli abitanti promessi continueranno dunque a dipendere soprattutto dalla produzione e dal commercio, gli stessi ai quali da decenni quella parte di città è stata sacrificata.

    In alcuni passaggi del progetto si legge in modo esplicito la gerarchia delle priorità stabilite: “I capannoni industriali esistenti vengono riconfigurati mantenendo le stesse funzioni, come l’incubatore d’imprese BIC, e inserendo funzioni produttive innovative (dalle nuove startup ambientali alla dislocazione di dipartimenti dell’IIT), anche ripensando la mobilità pedonale e carrabile di questa porzione di valle”.

    Nello specifico, solleva particolari dubbi l’opportunità di inserire 35000 mq di funzioni commerciali in un’area già satura per la presenza dei vari Ikea, Leroy Merlin, Decathlon, Euronics ecc. e, poche centinaia di metri più a valle, dell’ex area industriale Ansaldo recuperata da decenni a principale centro commerciale di Genova, la Fiumara. A fronte di una necessità non reale in un’area già congestionata di attività di questo tipo, il pericolo è che questi nuovi spazi rimangano vuoti, aumentando quella mancanza di vita che inficerebbe la fruibilità dell’intero progetto da parte della popolazione. Più in generale, non si comprende come il previsto e augurabile “sistema urbano coevo, socialmente attivo e vivace” potrebbe svilupparsi se l’80 per cento dell’area del progetto dovrebbe essere dedicato all’estrazione di profitto, quando la storia urbana capitalistica degli ultimi 150 anni dimostra che laddove si innesca il ciclo produttivo-consumistico le comunità umane e le forme di vita sociali vengono irrimediabilmente erose e degradate.

    La rinnovata polis evocata nel progetto sembra dunque sovrascrivere e coprire con una blanda verniciata di verde, sostenibilità e cultura l’ulteriore rafforzamento della metropoli produttiva. Ma come potrebbe essere diversamente, quando nessuno mette in discussione – e la gestione dell’emergenza attuale dettata dalla pandemia del coronavirus ne è la dimostrazione più clamorosa – la dittatura del profitto e del PIL? Il capitalismo continua ad essere una religione, come diceva Walter Benjamin già nel 1921, e gli architetti continuano a concepirsi come dei tecnici e non dei politici, come insegnava Le Corbusier negli stessi anni.

    La retorica ecologica

    Elemento centrale del progetto è il Parco botanico del Polcevera, “un nuovo paesaggio che raccoglie la varietà delle piante e delle essenze del Mediterraneo”, che dovrebbe misurare 13 ettari e ospitare 2895 alberi. Per presentarlo Boeri fa appello al pezzo forte della sua poetica architettonica recente, il tema del bosco:

    “Radici, tronco, rami, foglie. Stare in un bosco è come stare in una pinacoteca, tutto quel colore stimola l’immaginazione. Un albero col suo silenzio ci racconta il trascorrere del tempo con la stessa forza di un dipinto. Sta a noi leggerne la storia. Ogni radice, nervatura del tronco, ramo, foglia sono particolari che diventano metafore, simboli del nostro vivere. Ogni dettaglio ha racconti da narrare come una lancia di Uccello, una stele di Poussin, una schiena di Friedrich. Ogni pianta ha la sua personalità: incanta e stupisce, tranquillizza o inquieta, a seconda della forma, dei colori, della luce che la irradia. Di fronte alle sue fronde chiudiamo gli occhi, respiriamo a pieni polmoni e cerchiamo di assimilarne intensamente il profumo. Ogni persona si può identificare in un albero per atteggiamento, costituzione, ideale; ma nessuno potrà mai esserne padrone. Potrà solo, a sua volta, voler essere albero”.

    innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico

    Tralasciando l’effetto un po’ stridente di immaginare che un pur bel albero ombreggiato dal sovrastante viadotto autostradale potrà evocare la ricerca del dettaglio di un quadro di Paolo Uccello, Poussin o Friedrich, è l’intera impostazione di Boeri sulla funzionalità ecologica dei suoi boschi urbani che suscita molte perplessità, come dimostrano le numerose critiche rivoltegli, a partire dalla natura classista e spettacolare del celebre Bosco Verticale costruito nel Quartiere Isola di Milano. Scrive al proposito Fabrizio Bellomo:

    “Questa forestazione urbana mi suona un po’ come la vernice utilizzata da certi street artist, la quale sarebbe capace di assorbire l’inquinamento e migliorare così l’aria circostante, bah… Va ribadito (e ha senso farlo!): questa teoria relativa al “…combatte(re) efficacemente il cambiamento climatico…” attraverso la piantumazione di alberi sui balconi di grandi grattacieli di cemento armato rimane un’abile operazione comunicativa. La forestazione di cui si parla altro non è che un escamotage di tipo visivo con cui rivestire grandi cubature di cemento, attraverso delle altrettanto grandi fioriere – sempre in cemento – le quali andranno a contenere gli alberelli rigorosamente selezionati dal paesaggista di turno.Tale genere di forestazione – solo per usare le stesse parole, poiché in realtà si tratta più di un pattern, di un rivestimento appunto –, finisce così per generare una patina di verde verticale che non farà altro che produrre (per la comunità) dei soli paesaggi, fotografabili e condivisibili, paesaggi dunque pregni di un alto livello di likeability. Piacenti e ruffiani. Il Bosco Verticale (già quello milanese) genera sicuramente un paesaggio ma non genera per questo anche un ambiente (pubblico). Per spiegarsi meglio: il paesaggio generato dal Bosco Verticale viene disatteso dall’ambiente cittadino che ci circonda mentre usufruiamo della veduta di questa struttura: asfalto e palazzi. Questa è un’architettura dissociata – e forse in un’epoca in cui la dissociazione fra quello che si è e quello che si fa è diventato un paradigma fondamentale per la sopravvivenza – vi è anche la motivazione dell’enorme successo di questi edifici”.(F.Bellomo, Le foreste sono orizzontali , https://www.artribune.com/arti-visive/2019/11/boeri-bosco-verticale-tirana-editoriale-fabrizio-bellomo/).

    Le contraddizioni verticali del grattacielo ecologico milanese sono le stesse, riprodotte su un piano orizzontale, del Parco del Polcevera; innestare un bosco nei pochi interstizi lasciati liberi dalle infrastrutture, dai centri commerciali e dalle industrie – ovvero piantare degli alberi tra l’asfalto e il cemento – potrà creare forse un paesaggio, ma non un ambiente pubblico.

    L’evocazione da parte di Boeri del sentimento romantico della natura, riscontrabile nel riferimento specifico a Friedrich, è particolarmente significativa. In un bel capitolo del suo libro L’arte del viaggiare, Alain de Botton, recatosi nel Lake District sulle orme del grande poeta romantico Wordsworth, ci ricorda come quest’ultimo, nel suo amore sconfinato per la natura inglese ancora per larghi tratti incontaminata della prima metà del 1800, notasse come città e natura fossero incompatibili: “Parte del suo biasimo era rivolto contro l’inquinamento, la congestione, la miseria e la bruttezza delle città, ma provvedimenti antitraffico e sgombro degli slum non sarebbero valsi a revocare la bocciatura di Wordsworth. A preoccuparlo non era tanto la salute degli abitanti, quanto l’effetto della vita urbana sulla loro anima” (A. De Botton, L’arte di viaggiare, Guanda 2002, p. 138). La natura, diceva Wordsworth, è un cosmo, un sistema complesso che ha tanto da dare e insegnare agli uomini ma solo quando conserva la sua integrità e autonomia; essa, al contrario del conciliarci con l’asfalto e il cemento, ci dovrebbe indurre “a cercare nella vita e nel prossimo ‘quanto vi è desiderabile e buono’. Essa era una ‘immagine della giusta ragione’ capace di correggere gli impulsi sviati della vita urbana” (ivi, p. 146).

    La retorica della memoria

    Nel cuore del Parco del Polcevera verrà realizzata un’istallazione concepita dall’artista Luca Vitone, “Genova nel Bosco”, che prevede la piantumazione di 43 piante di specie diverse in memoria delle vittime della tragedia del Ponte Morandi, “a perenne ricordo del dolore e delle debolezze degli uomini” e come simbolo “dell’indomita forza di una città”. Spiega Vitone stesso:

    “Ogni albero sarà dedicato a un personaggio ligure di ogni epoca dell’ambito culturale, da Montale a Pivano, da Germi a Villaggio, da Strozzi a Scanavino, da Alberti al Coppedé. Personalità nate nella regione o che nella regione hanno trovato linfa per la propria crescita, figure che con la propria immaginazione hanno contribuito a esportare nel mondo l’immagine di Genova e della Liguria. Ogni nome dell’autore sarà celato dal suo anagramma che darà il titolo alla pianta e sarà cura del visitatore, come in ogni gioco enigmistico, scoprire la persona a cui l’albero è dedicato. Un percorso libero che ognuno potrà intraprendere all’interno del Bosco e dove troverà diverse sedute caratterizzate da un disegno particolare a forma di ruota o di croce su cui potrà sedersi, leggere e riposarsi all’ombra delle fronde. La curiosità del visitatore sarà soddisfatta da delle schede botanico‐simbolico‐biografiche che per ogni albero/autore ne racconterà affinità, accostamenti e relazioni. Queste informazioni, con la relativa soluzione dell’anagramma, saranno disponibili con un’applicazione pensata apposta per il progetto”.

    Ponte Morandi, così com’era e così come sarà nella sua nuova veste, è una necessità, l’infrastruttura di un sistema economico-politico – il capitalismo industriale – che ha portato benessere materiale ad alcune generazioni, ma che ha rappresentato anche un abbrutimento nocivo della qualità della vita quotidiana collettiva e che, come è sempre più evidente, sta portando il pianeta al collasso. Proprio la morfologia e la storia recente di Genova – dal crollo di via Digione nel 1969 a quello di Ponte Morandi, passando per le numerose alluvioni (di cui il Polcevera è stato spesso un pericoloso protagonista) che hanno provocato morti e disastri – dimostrano come la natura e i suoi fragili equilibri non siano più compatibili con un certo modello produttivo.

    A fronte di tutto ciò, il voler celebrare il passato della grandezza industriale della città ricordando le vittime del collasso di uno dei suoi simboli con degli alberi non suona un po’ stonato? E non suona stonato anche il voler insistere nel celebrare il passato della città come un tutto indistinto, associando al crollo di Ponte Morandi poeti e letterati, quasi a voler santificare il modello di progresso produttivista come il migliore dei mondi possibili, anche quando i suddetti esponenti dell’arte e della cultura evocati nulla centravano con esso o addirittura palesemente lo criticavano (basti pensare alle biografie e ai contenuti artistici di un Pietro Germi e di un Emilio Scanavino)?

    Quali sono “il dolore e le debolezze degli uomini” che dovrebbero essere ricordati? Le quarantatré persone inghiottite da quella voragine del 14 agosto 2018 sono morte per le responsabilità precise di un sistema economico-politico. Identificarle con altrettanti personaggi celebri che dimostrerebbero la nobiltà di Genova, la quale a sua volta si sovrapporrebbe al simbolo del vecchio Ponte Morandi, le disincarna e ne sfrutta l’orribile fine per celebrare un presunto spirito del progresso di cui esse sarebbero state vittime in un senso quasi hegeliano (“tutto il reale è razionale, tutto il razionale è reale”). In questo senso “Genova nel bosco” appare un’operazione triplamente subdola di spersonalizzazione di chi è scomparso quel giorno, assoluzione morale dei responsabili della tragedia, depoliticizzazione di un sistema. Operazione non soltanto retorica in questo caso, ma di sfacciata propaganda funzionale a suggellare nell’immaginario collettivo l’idea che quella tragedia sia stata un destino soggettivo e non una precisa colpa di chi gestiva quel tratto autostradale e quel viadotto, traendone lauti profitti e senza curarne la sicurezza.

    Un sobria targa come quelle che sono sempre state utilizzate per ricordare i nomi delle vittime delle guerre, o ancora meglio una colonna infame come quella murata in piazza Sarzano dagli ex abitanti della zona di Via Madre di Dio dopo il suo abbattimento per ricordare le responsabilità politiche di un disastro urbano o sociale conclamato, parrebbero soluzioni più degne e appropriate per ricordare le vittime del crollo di Ponte Morandi, senza anagrammi, giochi enigmistici e presunte suggestioni bucoliche. 

    La retorica della neolingua

    “Un Cerchio di acciaio, Rosso. Un anello che abbraccia – passando sotto il nuovo Ponte – un territorio di ferro, acqua, cemento e asfalto. Il Cerchio Rosso di acciaio, memoria di una potente tradizione di altoforni, gru, carroponti, corre attorno ai luoghi più vicini alla tragedia del 14 agosto 2018. Li abbraccia senza separarli dal loro contesto, ma anzi legandoli tra loro”.

    Elemento centrale, cuore simbolico e raccordo materiale dell’intero progetto, è il Cerchio Rosso, progettato in prima persona da Stefano Boeri con l’intento di legare “concettualmente e fisicamente le diversità di un quartiere che ha sempre tenuto insieme industria, infrastrutture e case”. La storia, come già detto, è oltremodo ricca di progetti urbanistici nati con le più roboanti dichiarazioni e intenzioni progressiste e rivelatesi dei fallimenti sociali e ambientali. A Genova è fin banale citare i Giardini Baltimora – più noti come Giardini di Plastica – costruiti sulle sopra citate macerie della zona di Via Madre di Dio.

    L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti

    Ma un altro esempio sovviene alla mente pensando ai percorsi sopraelevati del Cerchio Rosso: il quartiere periferico di Thameshead, nella zona sud-est di Londra, costruito alla fine degli anni Sessanta, contemporaneamente a Ponte Morandi e figlio dello stesso positivismo economico-sociale, per affrontare la carenza di alloggi della capitale britannica. Salutato come un progetto di avanguardia per il suo design sperimentale e brutalista (lo stesso dei palazzi dei Giardini di Plastica), Thameshead venne caratterizzato da un insieme di terrazze e da una fitta rete passerelle costruiti attorno a un sistema di laghi e canali. L’entusiasmo iniziale si scontrò con la realtà dei fatti e Thameshead divenne rapidamente un agglomerato insicuro e degradato, al punto che già nel 1971 Stanley Kubrick lo scelse per girarci alcune delle scene più celebri di Arancia Meccanica.

    Una popolazione che non trovò risposte nel progetto degli architetti trasformò quello spazio in una zona insicura e degradata, tanto che ben presto le passerelle vennero chiuse. Se la scommessa architettonica del Cerchio Rosso si rivelasse un azzardo non è difficile immaginare un destino simile. Una comunità la fanno i cittadini quando si sentono protagonisti attivi del cambiamento e quando un progetto risponde con realismo e intelligenza alle loro esigenze. In questo senso “Il Parco del Polcevera” lo vivranno davvero gli abitanti del quartiere per “fare sport, giocare, raccogliere fiori e frutti, usufruire di aree dedicate sia agli animali sia agli aspetti ludici, educativi e di socializzazione”, come auspicato, o diventerà l’ennesima terra di nessuno per i novelli drughi della società occidentale post-coronavirus, opportunamente e ulteriormente distanziati socialmente?

    Quale che sarà lo sviluppo reale di questo progetto, ci sono motivi per pensare che l’immagine progressista di rilancio della Valpolcevera incontrerà delle difficoltà concrete a realizzarsi. L’unica cosa certa che emerge al momento è una retorica di propaganda, allineata sui concetti di moda della contemporaneità, che risulta abbastanza discutibile nel confronto con la realtà dei fatti.

    Una caratteristica fondamentale di questa propaganda è l’utilizzo abbondante, da parte di Boeri e associati, della neolingua tipica degli architetti contemporanei. Abbiamo visto come la cornice linguistica e ideologica generale del progetto si materializzi nell’affastellamento stridente che associa il passato industriale di Genova ai colori e ai sapori del Mediterraneo, la gloria trecentesca della Superba di Petrarca agli esiti catastrofici della speculazione edilizia e di infrastrutture obsolescenti come Ponte Morandi. Allo stesso tempo il linguaggio tecnico che descrive gli interventi concreti del progetto stesso sembra volersi legittimare alla comunità internazionale degli architetti d’avanguardia più che rivolgersi agli abitanti di Campi e del Campasso. Al di là dell’abuso snobistico di termini inglesi per esporre concetti che avrebbero un loro semplice equivalente italiano – shared surfaces, smart mobility, mixite funzionali, sheds, wayfinders, clusters, strips –, ci sono interi brani della presentazione del progetto che traducono l’impressione di tecnici che pianificano dall’alto la vita quotidiana delle persone comuni:

    “Così come il programma funzionale, anche gli stessi involucri architettonici di progetto vengono ripensati trasversalmente alle fasce del quadrante, con l’obiettivo di sviluppare una semantica condivisa a micro e macro scala, alla base di un’identità comune e riconoscibile per il Quadrante”.

    L’uso di questo linguaggio per una disciplina, l’architettura, che modella la vita quotidiana delle persone, e, nello specifico, per un progetto che modificherà la vita di una popolazione di condizione sociale ed estrazione culturale di un certo tipo, richiama la neolingua, termine inventato da George Orwell nel suo celebre 1984 per definire un linguaggio innovatore che, proponendosi come incomprensibile per i sudditi, proibisce loro ogni pensiero critico nei confronti dell’autorità costituita. Come la neolingua degli architetti contemporanei si inscriva nella tradizione della retorica piegata ai fini della propaganda e della pubblicità ce lo ricordano ancora le parole di Socrate riportate da Platone oltre 2400 anni fa: “Dunque, il retore e la retorica si trovano in questa posizione rispetto a tutte le altre arti: non c’è alcun bisogno che sappia come stiano le cose in sé, ma occorre solo che trovi qualche congegno di persuasione, in modo da dare l’impressione, a gente che non sa, di saperne di più di coloro che sanno” (Platone, Gorgia).

    Nello specifico la neolingua della smart city, vero e proprio feticcio urbanistico della contemporaneità, ha degli obiettivi chiari all’interno dell’arte della retorica che ne deve promuovere la bontà e l’approvazione pubblica:

    “Per portare a termine una politica urbana che dia la priorità agli interessi privati senza provocare opposizioni popolari, è necessario formattare l’opinione pubblica. Per questo le parole adoperate non sono soltanto descrittive ma anche stimolanti: devono provocare il sostegno e perfino l’entusiasmo della gente. Tuttavia, a differenza della propaganda dei regimi definiti totalitari […], la propaganda della smart city seleziona il proprio vocabolario adoperando la tecnica o, meglio, la tecnologia come referente ultimo o come garante di efficienza e obiettività. Presentato come una seconda natura, l’ambito tecno-scientifico imprime un marchio di ineluttabilità sulle decisioni che si pendono. Ormai non si tratta tanto di governare, quanto di gestire. Motivo per cui ai gestori e ideologi della smart city piace così tanto la parola “governance”, importata – come tante altre – dagli USA e presa dal mondo “apolitico” dell’impresa” (J-P. Garnier, Smart City, cit., p. 11).

    Allo stato attuale, le politiche urbane cittadine indicate dal progetto del Parco del Polcevera non sembrano dunque prefigurare un vero cambiamento di rotta nella gestione dello spazio pubblico e di una strategia di reale coinvolgimento, partecipazione e miglioramento delle condizioni di vita di chi abita aree periferiche come quella della bassa Val Polcevera. Un progetto ridondante di ottimismo, verde, socialità e cultura verrà messo alla dura prova delle contraddizioni e dei limiti che emergono dal contesto reale di quella zona. Cosa si materializzerà nella vita reale dei cittadini di quelle aree, al di là della retorica e della propaganda, lo vedremo all’atto pratico. Speriamo di sbagliarci, perché Genova non ha più spazio per ulteriori buchi neri urbanistici.

     

    Leonardo Lippolis

     

    * tutte le citazioni riportate riguardanti il progetto “Il Parco del Polcevera e il Cerchio Rosso” sono tratte dalle tavole del progetto stesso e dalla sua presentazione da parte del Comune, consultabili entrambe sul sito https://smart.comune.genova.it/contenuti/il-parco-del-polcevera-e-il-cerchio-rosso

  • Il centro storico soffoca: aumentano i rifiuti ma diminuiscono gli spazzini

    Il centro storico soffoca: aumentano i rifiuti ma diminuiscono gli spazzini

    “La spazzatura è una grande risorsa nel posto sbagliato a cui manca l’immaginazione di qualcuno perché venga riciclata a beneficio di tutti”, ha detto Mark Victor Hansen. La Germania – per citare un esempio di posto ‘giusto’ – ricicla la maggior parte dei rifiuti che produce, una buona parte di quello che resta finisce negli inceneritori che generano energia e soltanto l’1% finisce in discarica. Per dare l’idea, dieci anni fa i tedeschi riciclavano di più di quanto fa oggi la Liguria.

    Perché Genova sembra così sporca e malcurata? Si tratta di inciviltà o di un cattivo sistema di gestione rifiuti? O entrambe le cose? Il degrado del centro storico è da anni un tema parecchio dibattuto eppure – nonostante i servizi offerti da Amiu e le nuove iniziative per incentivare il decoro urbano – la situazione sembra essere sempre la medesima. Mozziconi di sigarette, cartacce, plastica, scie di deiezioni canili. Non solo Genova fa male la raccolta differenziata nel 2018, ma la fa anche peggio del 2017.

    Oggi meno operai che nel 2015

    Per chi abita nel centro storico, gettare la spazzatura è sempre stato un incubo: le famose ex ‘stanzine blu’ sono state sostituite dagli EcoPunti ad accesso controllato, ma la situazione sembra non essere cambiata. Anzi – nonostante lo sporco rappresenti sempre un problema urgente da risolvere – gli spazzini sul territorio non accennano ad aumentare.

    Dai bilanci pubblicati sul sito di Amiu – l’Azienza Multiservizi e d’Igiene Urbana – si evince, infatti, che il numero degli operai nel corso degli anni ha subito un leggero decremento. Se nel 2015 erano 1254, nel 2016 erano 1236, l’anno successivo 1211 e nel 2018 gli spazzini erano 1226 (quasi tutti a tempo indeterminato e con una media d’età di 52 anni). Quindi dal 2015 ad oggi il numero degli operai impiegati nell’organico aziendale è andato man mano a scemare, con un leggero incremento soltanto nel 2018, che comunque resta inferiore al numero degli spazzini che erano impiegati in azienda qualche anno fa. Si registra anche una riduzione sui costi per il personale: si è passati da circa 51 milioni nel 2015 a circa 47 nel 2018.

    Il numero degli operai presenti nell’organico aziendale però, sarebbe ancora inferiore rispetto a quello riportato nei bilanci: “Nei conteggi vengono messi anche circa 30 operai che dipendono sempre da Amiu, ma svolgono dei servizi totalmente diversi come quelli funerari. In questo numero sono compresi anche quelli a tempo determinato presi per il crollo del ponte Morandi. Quindi i numeri, in realtà, sono un po’ al di sotto”, ci racconta una fonte qualificata fonte interna ad Amiu, che aggiunge: “È un problema. La richiesta di decoro è sempre la stessa. Dal crollo del ponte il numero degli operai e dei dipendenti in generale è andato a diminuire. Il calo degli operai si fa sentire. Col decreto Genova hanno assunto quelli che chiamiamo i ‘morandisti’ – che sono 30 – e queste sono state le uniche assunzioni fatte. Nel 2019 sono andati in pensione una settantina di dipendenti in generale. La carenza di personale, soprattutto operativi, è evidente”.

    Secondo questa lettura l’intenzione sarebbe quella di “smantellare l’azienda e far prendere ad Iren tutto il pacchetto. Noi lavoratori abbiamo fatto una lotta abbastanza dura e Iren non è entrata dalla porta, ma è entrata dalla finestra. Ha la concessione alla costruzione dell’impianto di Scarpino e tutte le ditte in appalto che stanno lavorando per Amiu sono ditte che notoriamente lavorano per Iren. Iren ci sta facendo a pezzettini, la situazione è questa”.

    Raccolta differenziata 2018: il contraddittorio caso genovese

    In Liguria i dati sulla raccolta differenziata sono positivi se paragonati a quelli di qualche anno fa. La regione ha registrato un incremento dei dati percentuali nel corso degli anni: se nel 2012 la raccolta differenziata era al 32,02%, nel 2018 è salita al 49,66%. Purtroppo, però, la provincia che registra la percentuale inferiore resta ancora Genova, con un 41,55% nel 2018. Paradossalmente, la raccolta differenziata genovese ha registrato un decremento rispetto al 2017 dove aveva registrato un tasso del 41,63%. Nessun miglioramento per Genova, nessun passo in avanti nel corso di un intero anno, mentre tutte le altre province hanno raggiunto e superato il 45% di raccolta differenziata. L’obiettivo della regione per il 2020 è raggiungere il tasso del 65%, un traguardo che a questo punto pare decisamente utopico per il capoluogo ligure.

    Chiusura di Scarpino e crollo del ponte Morandi: come hanno inciso sulla RD

    Il crollo del ponte Morandi – oltre a portare via 30 mila mq di aree industriali funzionali al servizio di igiene del suolo, alla raccolta e al trasporto di rifiuti – è stato un punto di svolta per Amiu che ha deciso di ripensare urgentemente l’organizzazione logistica e impiantistica. La distruzione che ha lasciato il crollo del ponte della Valpolcevera ha costretto l’azienda a traslocare persone, mezzi e attrezzature in altre sedi (non idonee come le precedenti) e questo ha comportato inevitabilmente un aumento dei costi.

    Dai bilanci di Amiu si comprende come la chiusura della discarica di Scarpino nel 2014 e il crollo del ponte Morandi nel 2018 abbiano segnato la città di Genova, causando un forte incremento dei costi per i servizi. In seguito alla chiusura di Scarpino i costi subirono un drastico aumento (di oltre 29 milioni), salendo a 62 milioni nel 2015. Dopo una sorta di assestamento dei costi per un triennio, nel 2018 hanno registrato un nuovo aumento rispetto all’anno precedente – pari al 10,72% – dovuto principalmente a due voci di spesa: i lavori di bonifica all’area ex Nira e i lavori di igiene urbana. I primi erano inesistenti, dunque sono stati stanziati per la prima volta oltre 3 milioni per bonificare dall’amianto la struttura abbandonata da oltre 20 anni, mentre i secondi hanno subito un aumento di oltre 2 milioni. Il che significa che la gestione delle attività che riguardano smaltimento rifiuti, pulizia spiagge e scogliere, gallerie e sottopassi, aree verdi e wc, diserbo, rimozione carcasse e discariche abusive e lavaggio cassonetti ha richiesto un budget più elevato (basti pensare al maltempo e i danni provocati).

    La nostra fonte ci spiega cosa è andato perduto il 14 agosto 2018 e quali decisioni sono state prese dall’azienda per sopperire alla perdita delle aree sottostanti il Morandi: “Nelle isole ecologiche, per fare un esempio, noi abbiamo dei grandissimi problemi. Sotto il ponte, oltre ai colleghi, abbiamo perso una rimessa, l’isola del riciclo, l’isola ecologica, una serie di uffici. Queste aree sono state perse e mai più recuperate”.

    E continua: “Tutto quel cantiere è stato riportato nella vecchia rimessa, insieme ad altri lavoratori tutti ammassati, abbiamo mezzi parcheggiati in posti privati dove paghiamo per tenere i nostri camion”. L’intento sarebbe quello di avere un “servizio sempre più scadente”.

    Mezzi fatiscenti e turnazioni bizzarre

    Il calo del personale non sarebbe l’unico problema dell’azienda: “Dalla chiusura di Scarpino non abbiamo mai fatto sentire l’emergenza, ma ora iniziamo ad andare pesantemente sotto di organico. A questo si aggiunge anche il problema dello stato dei mezzi: abbiamo camion che hanno 20 anni e che usiamo quasi 24 ore su 24. Di notte, abbiamo 6 o 7 zone scoperte per turno. Spesso mi è capitato di dover aspettare qualcuno che rientrasse col camion per poter fare la mia zona. E questo accade dappertutto. Non c’è più gente e quella che c’è viene dirottata su mille servizi. Poi l’età media dell’azienda è molto alta e non assumendo giovani questo si configura come un problema nel problema”.

    Inoltre, anche la turnazione non sarebbe gestita in relazione alle necessità. Per esempio nel centro storico il numero crescente di esercizi legati alla ristorazione, anche turistica, sta mettendo in crisi la tenuta del servizio: “L’inizio turno è stato spostato dalle 23 alle 19,20, creando problemi con lo svuotamento dei bidoni, che quindi vengono nuovamente riempiti appena svuotati, rimanendo pieni anche per tutto il giorno successivo”. Ma non solo: “Lo spazzamento manuale è stato di fatto ridotto – spiega – ogni operatore oggi ha una zona molto più ampia e deve scegliere, coprendo solo i punti di maggior passaggio. L’impegno della gente che lavora c’è ed è costante, ma più di così non ci riusciamo. Manca personale”.

    EcoPunti per il decoro urbano

    Per unire le esigenze di gestione dei rifiuti nel centro storico con quelle dì decoro del quartiere, Amiu ha allestito quasi 40 EcoPunti. Il centro storico di Genova – oltre ad essere densamente popolato – è una rinomata meta per i turisti di tutto il mondo, perciò necessita di frequenti e particolari lavaggi del suolo. In più, proprio a causa della densità di popolazione nel quartiere, i cassonetti vanno svuotati e puliti ancora più frequentemente. Amiu ha quindi servito il centro storico di piccoli magazzini che ospitano i contenitori della spazzatura, tutti ad accesso controllato e dotati di un sistema di video-sorveglianza e un sistema di anti-intrusione dei ratti. Nel centro storico attualmente gli EcoPunti sono 11, ma – sempre in termini di mantenimento del decoro e costruzione di appositi spazi per togliere i cassonetti della spazzatura dalle zone di pregio della città – queste aree aumenteranno.

    Abbiamo ascoltato due operatrici ecologiche che ci hanno raccontato una situazione sì migliore del passato, ma che mette in luce un sistema ancora poco efficace da alimentare comportamenti non virtuosi da parte dei cittadini, come l’abbandono degli ingombranti: “Gli EcoPunti nuovi funzionano con un badge distribuito ai residenti. Sono tutti video-sorvegliati, ma acquisire le immagini non è facile per via della privacy. Una persona che butta gli ingombranti dentro un EcoPunto chiuso come si fa a trovare? Bisognerebbe risalire, tramite le telecamere, all’orario preciso in cui è stato buttato il mobile, andare a vedere il badge che è passato proprio in quel momento e fare un controllo incrociato che diventa abbastanza difficile. Roba da CIA”.

    Mentre sullo stato dei bidoni e sul cambiamento che hanno notato in seguito all’installazione dei nuovi EcoPunti ci raccontano: “I bidoni non vengono lavati a sufficienza, respiriamo di tutto e d’estate la puzza è insopportabile. Il bunker è effettivamente più pulito all’interno da quando vi si accede con il badge, prima ci trovavamo ogni genere di cose e di situazioni. Il problema è che non tutti hanno la residenza e sono dotati del badge, quindi a volte troviamo cumuli di rumenta davanti all’EcoPunto. Alcuni sono più puliti di altri, dipende dalle zone”.

    La situazione dei rifiuti nel centro storico di Genova potrebbe essere considerata come un’emergenza, emergenza che ha origini lontane e sviluppi recenti: il crollo del Morandi poteva essere un’opportunità per pretendere da parte dello Stato nuove risorse, ma nei fatti il personale continua a diminuire, mentre il servizio diventa sempre meno efficiente, anche visibilmente. Eppure i rifiuti continuano ad essere una potenziale risorsa, che aspetta solo qualcuno o qualcosa che la sappia valorizzare.

    I rifiuti ci sono e sono sempre di più – nel 2018 circa il 49% in più dell’anno precedente – e in qualche maniera bisogna occuparsene. Una loro cattiva gestione diventa un problema per la salute dell’uomo e quella dell’ambiente, perciò occorre al più presto una politica di gestione rifiuti efficace, in grado di dare valore alle risorse al termine della loro vita, destinandole al corretto trattamento e riutilizzo. L’attuale servizio pare inadeguato e il centro storico è letteralmente saturo di spazzatura, decisamente non un bel vedere per i turisti in visita nella Superba e nemmeno un motivo di vanto per gli abitanti. Con l’ultimazione dei lavori per la ricostruzione del ponte della Valpolcevera, che determinerà in un certo senso una rinascita per la città, l’augurio è che si possa mettere un punto di partenza anche per una Genova più ‘green’: più pulita, rispettosa e accogliente.

     

    Paola Alemanno

  • Municipi e il decentramento che non c’è, tra soldi che mancano e riforme continue

    Municipi e il decentramento che non c’è, tra soldi che mancano e riforme continue

    Doveva essere l’amministrazione dei cinque milioni per i municipi promessi tre anni fa, in campagna elettorale, dall’allora candidato sindaco Marco Bucci, del decentramento delle sedi Amiu e Amster, con cui i municipi avrebbero dovuto gestire direttamente i lavori pubblici sui rispettivi territori. Dei nove municipi in cui è divisa la città di Genova intesi come nove mini-comuni, con ampia autonomia rispetto all’amministrazione centrale. E delle relative risorse finanziarie garantite dal Comune per rendere tale autonomia effettiva. Invece, in questa prima metà di mandato, proprio dai municipi è arrivata un’opposizione tra le più dure alla giunta comunale. Fino alla bocciatura, nelle scorse settimane, del bilancio previsionale del Comune da parte di cinque parlamentini su nove. Una decisione che avrà poche conseguenze concrete, dal momento che il parere dei municipi su questa materia non è vincolante. Ma che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra la giunta Bucci e le realtà territoriali più vicine ai cittadini.

    Certo, a ribellarsi ai piani di Palazzo Tursi sono stati i municipi governati dal centrosinistra, all’opposizione in consiglio comunale, mentre i quattro retti da maggioranze di centrodestra hanno diligentemente votato a favore. Ma vorrà pur dire qualcosa se, a Levante, il consigliere Tommaso Pinazzi ha votato contro la sua stessa maggioranza giustificando la propria decisione con queste parole, rilasciate in un’intervista a Genova Quotidiana: «Abbiamo parlato in campagna elettorale di decentramento, sparando stanziamenti di X milioni per i municipi, e invece ci viene tolto tutto». O se anche il presidente del municipio 1 centro est Andrea Carratù, in quota Lega, ammette ai nostri microfoni che «Sulla carta, se le cose fossero messe in pratica funzionerebbero. Ma – aggiunge – tra quello che è scritto è la realtà c’è una grossa differenza. È necessario avvicinare la teoria e la pratica».

    Il passo di Tursi

    Forse proprio per questo, per avvicinare la teoria alla pratica, lo scorso 11 febbraio, all’indomani della bocciatura e dei malumori espressi sul bilancio, Bucci ha delegato al consigliere comunale Stefano Costa la formulazione di una proposta di riforma del decentramento amministrativo. Costa, per dieci anni consigliere municipale nel Medio Levante, rivendica una sensibilità particolare sul tema, sia per la sua precedente esperienza sia per i suoi studi personali: «Dobbiamo rendere i municipi efficaci ed efficienti – spiega il consigliere di Fratelli d’Italia a Era Superba – cosa che in questo momento in parte non è perché la riforma del decentramento avviata con il ciclo Vincenzi, nel 2007, nello scorso ciclo amministrativo ha subìto un brusco arresto. Ritengo che questa sia un’occasione per rimettere mano a questa partita».

    Nel raccontarci le proprie idee sulla riforma, ancora alle primissime fasi del processo, Costa insiste molto sul tema dell’efficienza, ma non si sbilancia su possibili cifre da destinare ai municipi o sulle funzioni precise da assegnare loro. «Ogni aspetto merita un approfondimento a parte – spiega – puntare tutto il dibattito sulla contrapposizione tra più risorse e meno risorse o più funzioni e meno funzioni sarebbe semplicistico. Io parlerei di funzioni operative reali». Tra queste, Costa si sofferma in particolare sul tema delle manutenzioni ordinarie su cui, dice: «Al momento non c’è stata nessuna sostanziale modifica rispetto a quanto previsto dalla passata amministrazione. Ci sono le manutenzioni ordinarie in parte gestite dagli enti territoriali, che hanno voce in capitolo, ma come accadeva anche prima gli interventi devono essere posti al vaglio dell’assessorato competente. Ritengo – aggiunge – che per le manutenzioni ordinarie, come la buca del marciapiede o la gestione del verde urbano di piccole dimensioni, sia necessario ridurre la filiera amministrativa per garantire maggiore velocità d’intervento».

    Il punto di vista dei municipi “d’opposizione”

    I municipi attualmente retti dal centrosinistra sono i più netti nel denunciare la tendenza accentratrice della giunta Bucci, condotta, dicono, in totale contraddizione rispetto alle promesse di tre anni fa. Claudio Chiarotti, del municipio 7 Ponente, ne fa anche una questione di metodo: «Io sono per la più ampia forma di decentramento, ma se l’amministrazione comunale volesse riaccentrare alcune funzioni avrebbe tutto il diritto di farlo – chiarisce – se così fosse, però, dovrebbe farlo nella sede opportuna, che è il Consiglio comunale. Non si può andare avanti, com’è successo finora, con delibere di giunta o modifiche dei regolamenti imposte dall’alto». A differenza di Costa, che vede una continuità delle amministrazioni Bucci e Doria, Chiarotti vede un sostanziale cambiamento nei rapporti tra i diversi livelli amministrativi: «Il rapporto prima era più costante, pur tra le criticità e gli scontri – sottolinea – il tema è il rispetto del ruolo, anche politico, dei presidenti e dei consigli municipali, che non sono semplici parti dell’amministrazione. Come presidente, voglio partecipare alla discussione sul futuro della città, come municipi dobbiamo poter rendere chiari qual è la nostra visione ai cittadini. Se il Comune vuole tornare indietro è legittimo, ma lo faccia in modo chiaro. Spero che il consigliere Costa, nel suo nuovo ruolo, possa comprendere questa necessità».

    Chi dalla delega a Costa sembra invece non aspettarsi molto è Massimo Ferrante, al secondo mandato da presidente della Bassa Val Bisagno: «in realtà – spiega ai nostri microfoni – avevamo già una consigliera delegata ai rapporti con i municipi, Lilli Lauro. A inizio mandato, con grande entusiasmo, è stato istituito anche un gruppo di lavoro coordinato dalla Commissione 1, guidata dal consigliere Paolo Putti. Ora dopo due anni e mezzo scopriamo di nuovo che bisogna mettere mano al regolamento. Mi sembra l’ennesima sovrapposizione di ruoli e l’ennesima mossa per gettare fumo negli occhi».

    «Inoltre – aggiunge – mettere mano al regolamento sul decentramento può voler dire entrambe le cose, sia proseguire sul percorso del decentramento sia andare verso un accentramento di funzioni sul Comune. Finora gli atti del sindaco e della giunta sono andati chiaramente verso l’accentramento: è stato ridotto il fondo per i municipi, sono stati messi paletti sui patrocini, i municipi hanno sempre meno spazio di manovra, sempre meno personale nelle aree tecniche o negli uffici dell’anagrafe».

    Ferrante, Chiarotti, e gli altri due presidenti di municipio di centrosinistra Romeo e Bianchi sono inoltre firmatari di un ricorso aperto contro l’amministrazione comunale per la decisione del Comune di sottrarre ai municipi la competenza sugli ambiti territoriali sociali (ATS) tramite un atto del segretario generale amministrativo: «Abbiamo contestato il fatto – spiega Ferrante – che questo passaggio sarebbe dovuto avvenire in Consiglio Comunale, l’unico organo preposto a cambiare lo statuto».

    La caduta dei fondi aggiuntivi

    Un parametro forse non esaustivo ma chiaro per capire come sono cambiati i rapporti tra Comune e Municipi sono i fondi che il primo concede ai secondi. Che, rispetto alla giunta Doria, sono innegabilmente diminuiti. Con l’amministrazione Vincenzi, la prima con i municipi nella loro forma attuale, si stabilì un conto capitale annuale per ciascun municipio di 281 mila euro: «Con il primo bilancio – ricorda Chiarotti – l’allora assessore ai lavori pubblici Crivello portò tale cifra a 481 mila, sottraendo risorse alle sue direzioni. Nei due anni successivi li portò addirittura a 681 mila euro». Il problema fu che si trattava di risorse aggiuntive, da confermare di bilancio in bilancio. La giunta Bucci prese la decisione di riportare le risorse per municipio a 281 mila euro, lo stesso livello dell’era Vincenzi.

    Chiarotti elenca alcune delle misure che negli anni scorsi il suo municipio ha potuto adottare grazie ai fondi aggiuntivi messi a disposizione da Tursi: «La regimazione delle acque ai villini – elenca – una strada storica ad alta concentrazione popolare, la ripavimentazione del centro storico della delegazione su Voltri o la sostituzione di una ringhiera sulla passeggiata di Pegli. Con quei fondi il municipio aveva la possibilità di fare scelte anche politiche su dove fosse meglio spendere i soldi. Senza siamo costretti a chiederli alla civica amministrazione che in teoria, vagliando le nostre richieste, potrebbe accordarci anche fondi infiniti ma nei fatti, anche per la scarsità di risorse, può fare ben poco».

    A ottobre del 2017, quando per la prima volta la giunta Bucci non confermò le aggiunte ai fondi per i municipi di 400mila euro decise da Crivello, scatenando già allora diverse polemiche, l’assessore Piciocchi sostenne che l’esperimento della giunta precedente di aumentare i fondi poteva definirsi “fallito” perché “non tutti i municipi avevano gli strumenti per gestire questi fondi”. Al tempo stesso Piciocchi sostenne la necessità di legare il discorso dei fondi per i municipi a una più complessiva riforma del decentramento amministrativo. Da allora sono passati più di due anni.

    Il punto di vista dei consiglieri di centrodestra

    Meno perentorie le posizioni dei presidenti di centrodestra che però non nascondono le criticità dell’assetto attuale: «Le funzioni dei municipi possono anche essere diluite – sostiene Carratù, del municipio del centro est – ma nel caso quelle che rimangono devono essere coerenti rispetto alle risorse economiche a disposizione. Come municipio abbiamo la responsabilità della manutenzione ordinaria su 17 istituti scolastici e sui musei, che in centro storico sono ovviamente molti. I 281 mila euro annuali per svolgere queste funzioni non sono sufficienti. O mi togli gli oneri o mi dai la possibilità di poterli mantenere». Un altro problema che Carratù elenca è quello dei servizi di anagrafe: «il direttore del municipio ha la responsabilità della gestione del personale – spiega – ma nei fatti ci manca il personale e non possiamo né assumere né fare trasferimenti, e la gente se la prende con noi perché la responsabilità è nostra».

    «È importante – rincara la dose Renato Falcidia, del Municipio Centro Ovest – con una riforma del decentramento seria, individuare in modo più chiaro e definito le competenze dei municipi e attribuire ad essi le risorse adeguate per far fronte alle deleghe definite». Falcidia, però, non crede che la giunta Bucci abbia mostrato tendenze accentratrici: «Credo che in alcuni casi su questo tema ci siano state strumentalizzazioni politiche da parte di alcuni municipi – spiega – per esempio l’accentramento dei servizi sociali alla direzione del Matitone non impedisce che il servizio rimanga delocalizzato, come quando era gestito direttamente dai municipi. Si tratta di una scelta amministrativa che non va a incidere sul funzionamento quotidiano del servizio».

    A scontrarsi sembrano essere due visioni della città. Una che vorrebbe dei Municipi investiti di maggiori compiti e dotati di maggiori risorse, nella convinzione che in quanto enti più prossimi ai cittadini siano anche quelli capaci di rispondere meglio alle loro necessità. È il tema del cosiddetto decentramento amministrativo, argomento di discussione non solo a Genova ma anche in altre grandi città come Roma, dove alcuni municipi hanno estensione e popolazione di città medio-grandi e richiedono più poteri all’amministrazione centrale. Dall’altro lato, una visione più accentratrice, favorevole a una maggiore interferenza del Comune negli interventi e dell’amministrazione sul territorio.

    A Genova, almeno a parole, tutte le forze politiche sembravano aver scelto la prima opzione, tra il progetto di “città policentrica” della giunta Doria e l’ampia autonomia promessa ai municipi dal successore Marco Bucci in campagna elettorale e a inizio mandato. Oggi, però, i municipi di centrosinistra accusano il Sindaco di aver in realtà scelto la via accentratrice, e di farlo senza coinvolgere gli organi democraticamente eletti. Anche i municipi di centrodestra che abbiamo intervistato per scrivere questo articolo, però, sostengono che l’assetto attuale vada modificato, in un verso o nell’altro: «Bisogna guardare ai risultati e avere molto senso pratico – conclude infatti Falcidia – se un accentramento delle funzioni porta a migliori risultati, ben venga, altrimenti meglio decentrare ma con compiti e risorse ben definiti. Ad oggi si genera confusione e sovrapposizione tra deleghe».

    Che si pensi che i municipi genovesi facciano troppo o che facciano troppo poco, tutti sembrano d’accordo su un punto: il sistema attuale non funziona.

     

    Luca Lottero

  • Prima che cadano

    Prima che cadano

    Ha un non so che di acido il retrogusto dal sapore elettorale della corsa all’hastag di questi giorni a proposito dell’oramai tormentonico supposto interesse al ponte caduto da parte di innumerevoli rappresentanti della classe dirigente locale e nazionale.

    La levata di scudi “politica” alle sconsiderate parole di Oliviero Toscani ha sollevato un polverone mediatico che come prevedibile offusca ancora il tema esiziale delle responsabilità politiche del fatto in sé, cioè del crollo di uno dei più strategici viadotti del paese.

    Su questo punto, in questi mesi, non abbiamo visto né hastag, né flash mob, ma ci si è limitati solo al modesto dibattito su l’ipotetica revoca delle concessioni, presto diventato territorio di scambio politico, di ricatto tattico, di equilibrismi, di vediamo come va in Emilia Romagna, di calcolo, di trend, di fidelizzazione social.

    Ai ponti bisogna interessarsi prima che cadano; dopo son bravi tutti, compresi i Benetton, per i quali per anni il Morandi è stato solo una voce di spesa di un bilancio da massimizzare, mentre diverse stagioni di politici e amministratori hanno lasciato fare. Le manutenzioni non si inaugurano, e i nastri non si tagliano durante le ispezioni.

    Eppure si poteva fare qualcosa: chi oggi si indigna e già si vanta di aver dato un nuovo ponte a Genova, anche se ancora non c’è, al 14 agosto 2018 era da tre anni alla guida di un ente che partecipa a vario titolo alle riunioni del Provveditorato per i lavori pubblici, durante le quali si è parlato, poco e male, delle condizioni del Morandi. Nessuno ha mai alzato la mano, chiesto spiegazioni: a nessuno interessava, prima.

    Anche la civica amministrazione comunale, presente e passata, non ha mai preteso quella sicurezza per i suoi cittadini della quale dovrebbe essere ultimo e più prossimo garante: eppure le reti per non far cadere i calcinacci sulla testa degli operai Amiu c’erano. Ma a chi interessa un ponte prima della sua caduta, quando si può vendere il fumo delle grandi opere che metteranno tutto a posto?

    Per i genovesi il crollo è stato un improvviso rientro da uno spot lungo decenni su una rinascita post-industriale mai avviata, il calo di quella morfina che non ha fatto sentire i morsi della cancrena che pezzo dopo pezzo si è mangiata il nostro territorio, tra speculazioni dei beni collettivi e visioni socio-politiche provinciali e fallimentari. Un momentaneo stato di veglia doloroso che per molti sembra essere durato anche troppo. A chi interessa dei ponti prima che cadano?

     

    Nicola Giordanella

  • Genova-Milano, biglietto di sola andata. La città si svuota e diventa sobborgo. Davvero

    Genova-Milano, biglietto di sola andata. La città si svuota e diventa sobborgo. Davvero

    Il ministro Peppe Provenzano era seduto a fianco del governatore della Lombardia Attilio Fontana e a pochi metri dal sindaco di Milano Beppe Sala quando, lo scorso 11 novembre, alla festa dell’HuffPost Italia (a Milano!) osò dire che Milano è si un eccellenza e un esempio positivo per tutti ma anche che la città, a differenza di altre volte in passato, “non restituisce quasi nulla” al resto del Paese. Per rafforzare il concetto, Provenzano evocò l’immagine di un fossato che metaforicamente separa il capoluogo lombardo da tutto ciò che lo circonda.

    Per qualche giorno, dopo aver pronunciato quelle parole, il ministro si ritrovò al centro di una polemica politica bipartisan. Da una parte, com’è nelle cose, i presidenti di regione leghisti del nord, molti dei quali impegnati nella lotta politica per l’autonomia regionale, che nemmeno troppo tra le righe di quell’intervento avevano letto la solita tentazione della politica meridionalista di espropriare il ricco e produttivo nord delle proprie risorse a favore del sud povero e stagnante. Dall’altra, e forse ancora più agguerriti, tutto un universo di commentatori liberali e/o progressisti, che della Milano post-expo hanno fatto la propria Mecca, offesi da quello che hanno percepito come un attacco all’egoismo della città.

    Eppure, Provenzano aveva detto una cosa piuttosto ovvia, quasi banale per chiunque abbia un minimo di percezione della nostra realtà nazionale. Dietro a una città pienamente agganciata al treno della modernità c’è tutto un Paese che, invece, in molte altre aree arranca. E questo, per chi di mestiere fa il ministro “per la coesione territoriale”, oltre che per il sud, non può essere uno scenario ideale.

    Vari studi dedicati agli effetti socioeconomici delle “mega città” dimostrano infatti che, alla lunga, divari territoriali troppo accentuati mettono a rischio la tenuta sociale di intere regioni o persino nazioni, oltre a creare problemi molto concreti sia per chi vive nelle aree di emigrazione (calo demografico, invecchiamento della popolazione, fuga di aziende e industrie) sia per le aree, come Milano, di immigrazione (sovraffollamento, esplosione del costo della vita, gentrificazione).

    Succede prima di tutto con le aree rurali o con i piccoli centri che circondano la città. Nel caso di Milano, però, succede anche con le altre (sempre meno) grandi città, fatalmente attratte nell’orbita della capitale economica d’Italia.
    Come Genova.

    Andare per non tornare

    Come ci ha raccontato su queste pagine Guenda Liberato, per molti giovani genovesi, soprattutto quelli con i più alti livelli di istruzione e specializzazione, andare a lavorare a Milano è diventata la nuova normalità. O al limite il trampolino per fare il salto oltre le Alpi e avventurarsi nel vasto mondo per non tornare più indietro, se non per trovare la famiglia a Natale.

    La prima e più visibile conseguenza è che a Milano c’è sempre più gente, e a Genova ce n’è sempre meno. Naturalmente, non tutti i genovesi che emigrano vanno a Milano, e Milano non accoglie solo genovesi. I dati dell’istat (aggiornati a dicembre del 2018 Milano Genova) rendono però l’idea dell’andamento generale.

    A Milano, la popolazione è in crescita da sei anni consecutivi e, al 31 dicembre del 2018, la città contava 1 milione e 378 mila residenti. Questa cifra, quindi, non include chi a Milano vive mantenendo la residenza altrove. La popolazione di Genova, invece, decresce da quattro anni consecutivi, e i 578 mila abitanti di fine 2018 sono la quota più bassa da inizio novecento. (

    Visto che anche a Milano il numero delle morti annuali supera non di poco quello delle nascite (circa 14 mila contro meno di 11 mila, nel 2018) la crescita demografica è legata interamente all’immigrazione.

    Persone, ma anche imprese e attività commerciali. Mentre di Genova abbiamo raccontato spesso il declino commerciale, a Milano nel 2018 il numero di attività è cresciuto dell’1,2% rispetto all’anno precedente, con il 16% di attività gestite da stranieri e l’8% da giovani.

    Non è tutto oro quel che luccica

    Certo, una crescita del genere ha anche degli inconvenienti, per una città dopo tutto estesa solo 180 chilometri quadrati (se ci limitiamo a considerare il Comune) contro i 240 di Genova. A volte si può avere la sensazione che manchi fisicamente lo spazio e quel poco che c’è costa sempre di più. «Dove ho vissuto fino a poco tempo fa – ci racconta Lorenzo, genovese poco più che trentenne da qualche anno ormai emigrato a Milano – pagavo 600 euro al mese per un monolocale a Sesto San Giovanni, utenze escluse». Sesto San Giovanni è un Comune subito a nord di Milano, territorialmente contiguo al capoluogo e raggiunto da una linea di metropolitana, ma comunque fuori dai confini amministrativi della città. In certe zone di Milano, invece, un monolocale può arrivare a costare 900 euro al mese, per un bilocale saliamo fino a 1.250. Nei primi sei mesi del 2019 il costo degli affitti è aumentato del 6,1% rispetto al 2018 (dati Tecnocasa), mentre a Genova il costo degli affitti è in calo.

    Ora Lorenzo ha comprato casa, sempre a Sesto San Giovanni: «Se fossi in affitto pagherei probabilmente circa 800 euro al mese, perché sono vicino alla metro e anche quello influisce tanto sul prezzo», racconta. Con questi prezzi, vivere in centro, per i milanesi autoctoni o d’immigrazione, è diventato sempre più complicato. A influire non è solo l’immigrazione, ma anche altri fattori come il turismo (piuttosto inedito per Milano), ma anche la preferenza dei proprietari per vendere, anziché affittare, approfittando del buon momento del mercato, che riduce l’offerta di affitti e fa ulteriormente lievitare i prezzi.

    I milanesi non vivono a Milano” è una frase che si sente abbastanza facilmente, in città. Alcuni (in genere più avanti con gli anni e con famiglia) perché scelgono di coronare il proprio sogno milanese con macchina grande e villetta fuori mano. Altri, più semplicemente, Milano non se la possono permettere. Anche a Genova abbiamo la possibilità di una locuzione del genere, ma non per una crescita economico-demografica, ma per un trend di sfruttamento immobiliare che arricchisce i possessori di case, spesso multiproprietà. E il centro storico si svuota.

    Un trend globale

    Il Guardian ha recentemente dedicato un articolo al fenomeno delle mega città, intitolato senza giri di parole Come le megacittà europee hanno rubato la ricchezza di un continente. E vorrà pur dire qualcosa se il quotidiano britannico ha scelto proprio Milano come esempio.

    L’articolo si sofferma in particolare sul caso di Melzo, piccolo centro a 20 minuti di treno da Milano, che fino a metà degli anni 80 ospitava una sede della Galbani e oggi è una sorta di città dormitorio sempre più anziana, con i giovani che studiano e vanno a lavorare fuori. Spesso, naturalmente, a Milano.

    Degrado di Villa DonghiRiferendosi alla crescita del capoluogo lombardo, il professore di economia urbana del politecnico Roberto Camagni, interpellato dal Guardian, dice che si aspettava “avrebbe raggiunto un picco” ma che invece “sta ancora andando avanti”. «Il problema – aggiunge – è che questo miracolo di Milano coinvolge solo il milione circa di persone che lo vive direttamente. La città si è liberata dell’hinterland industriale che ha fatto la sua fortuna nel ventesimo secolo. Alla fine questo genera un problema di dignità per gli altri posti».

    Milano fa parte di quella famiglia di città europee come Londra, Parigi, Monaco o Amsterdam che hanno saputo sostituire l’industria con un terziario di alto livello, un fortunato mix di finanza, cultura e servizi che le ha rese delle città spesso più vivibili che in passato, oltre che ricche. Ma il resto dei rispettivi Paesi non ha vissuto la fine dell’industria altrettanto felicemente. «Sono state le grandi città come Milano, non gli stati-nazione, a beneficiare maggiormente della grande ondata di integrazione portata dal mercato unico europeo» spiega Camagni.

    Tutto questo però ha delle conseguenze politiche piuttosto precise, a cui proprio i liberal-progressisti che si sono offesi per le parole di Provenzano dovrebbero essere particolarmente sensibili. Come spiega uno studio del Centre for European Reform, citato nell’articolo del Guardian, un divario tra i territori così marcato sta generando fenomeni di polarizzazione politica che stanno rimodellando lo scenario europeo e non solo. I piccoli centri e le zone rurali sempre più anziani e impoveriti maturano un senso di frustrazione e risentimento verso le “élite” dei grandi centri urbani e diventano serbatoi di voti per forze populiste e nazionaliste.

    L’abbiamo visto succedere ovunque, negli ultimi anni, con una regolarità sorprendente. Negli Stati Uniti, nel 2016, con Hillary Clinton che stravince nelle grandi città ma perde nell’America profonda. Nel referendum sulla Brexit con Londra che vota remain a differenza del resto dell’Inghilterra, nelle presidenziali francesi del 2017 con lo stesso principio applicato alla coppia Macron-Le Pen. Persino, l’anno, in Ungheria, dove la capitale Budapest ha voltato le spalle al premier Viktor Orbàn, che invece domina elettoralmente a livello nazionale. E ancora con appuntamenti elettorali recentissimi e molto diversi tra loro come la sfida nazionale nel Regno Unito tra Johnson e Corbyn e quella regionale in Emilia Romagna tra Bonaccini e Borgonzoni. Esempi se ne potrebbero fare mille altri tra cui, ovviamente, la stessa Lombardia, dove alle ultime elezioni europee la Milano di Beppe Sala è stato quasi l’unico posto dove ha vinto il Pd, mentre nel resto della Regione ha trionfato la Lega di Salvini, che non a caso esprime direttamente il presidente della Regione dal 2013 ed è in maggioranza addirittura dal 1994.

    Se centri vicini come Melzo sentono con maggior intensità la forza della calamita, la forza attrattiva di Milano si fa sentire anche ben oltre i confini della Lombardia. Su Genova in particolare. “Milano è un Dyson” ha scritto Michele Masneri in un ironico ritratto della città stato pubblicato lo scorso novembre sul Foglio perché aspira tutto quello che le sta intorno. I torinesi o chi la raggiunge da altre città lombarde possono permettersi di fare i pendolari, muovendosi (pagando un bel po’) sulle linee ad alta velocità che li collegano al luogo di lavoro. I genovesi, invece, come abbiamo visto, a Milano si trasferiscono direttamente. Almeno fino a quando non avremo il Terzo Valico e Genova potrà diventare finalmente “il più bel sobborgo di Milano”, come promesso dall’attuale sindaco Marco Bucci durante la campagna elettorale di due anni fa. Dopotutto, fu una dichiarazione sin troppo realista. 

     

    Luca Lottero

  • Autostrade gratis e pubbliche, si può fare. Italia e Francia fanalino di coda dell’Europa

    Autostrade gratis e pubbliche, si può fare. Italia e Francia fanalino di coda dell’Europa

    Martina e Andrea, una giovane coppia di genovesi che da qualche anno vive a Lucerna, nella Svizzera tedesca, nei primi giorni del nuovo anno sono andati in posta per comprare la “vignetta”, un talloncino di riconoscimento colorato (quello per il 2020 è rosso) che chiunque viaggi sulle autostrade svizzere deve tenere esposto sul parabrezza. Costo complessivo 40 franchi svizzeri, equivalenti a circa 37 euro. «Con questa – raccontano a Era Superba – possiamo viaggiare su tutte le autostrade e qualche altro tipo di strada che la richiede, fino a gennaio del 2021». I 40 franchi pagati da Martina e Andrea sono andati nelle casse del governo centrale, che con i soldi incassati si occupa dei lavori di manutenzione. La gran parte delle infrastrutture autostradali svizzere è infatti di proprietà pubblica: federale, cantonale o comunale.

    In un momento in cui il tema delle concessioni autostradali è in cima all’agenda politica nazionale e interessa in modo particolare Genova e la Liguria, può essere utile allargare lo sguardo e dare un’occhiata a come altri Paesi hanno deciso di gestire le proprie infrastrutture per il trasporto di persone e merci su gomma, con quale tipo di proprietà e con quali costi. Per scoprire che il modello italiano non è l’unico esistente. Anzi. Ma non è l’unico modello possibile.

    Abbonamenti annuali e autostrade pubbliche e gratuite. Si può fare

    La Svizzera non è l’unico Paese europeo a usare il sistema delle “vignette”, in vigore, per esempio, anche in Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Romania, Slovenia e Slovacchia. In Austria l’abbonamento annuale per circolare in autostrada costa 87 euro, e viene versato a una società completamente controllata dallo Stato, che mantiene di fatto un controllo pubblico dell’infrastruttura.

    Si tratta di Paesi di dimensioni medio-piccole o con reti autostradali ancora non molto sviluppate, quindi con caratteristiche forse non paragonabili alla situazione italiana. Ma non vuol dire che Paesi più grandi debbano rinunciare alla gestione pubblica. L’esempio classico è la Germania, dove la gestione delle autostrade è federale e l’utilizzo completamente gratuito, anche se da qualche anno il governo centrale e quello della Baviera stanno considerando l’ipotesi di privatizzare, almeno parzialmente, la rete. Gratuite sono anche le autostrade in Belgio, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, dove si pagano solo alcuni tratti della M6 (la maggiore autostrada del Paese) e la “tassa sul traffico” per entrare in macchina nelle aree urbane di Londra e di Durham.

    Ancora diversa è la situazione in Spagna, dove le autostrade sono gestite con un sistema di collaborazione tra pubblico e privato (e dove si paga il pedaggio solo sul 20% circa della rete) e in Portogallo, dove i prezzi si avvicinano a quelli italiani ma il sistema è completamente elettronico.

    Italia e Francia: grandi concessioni, grandi introiti

    Il Paese con il sistema più simile al nostro è la Francia, anche se la sua rete autostradale è lunga circa 12mila chilometri contro i quasi 7mila (dato dicembre 2017) della rete italiana. Come da noi, gli automobilisti che transitano in Francia pagano al casello, sulla base dei chilometri percorsi, con prezzi diversi a seconda della tratta percorsa. Con la Francia l’Italia si gioca anche il non invidiabile primato di Paese con le autostrade più care. Una puntata della rubrica di approfondimento Dataroom della giornalista Milena Gabanelli di giugno del 2018 attribuiva il primato all’Italia, ma altre analisi hanno evidenziato come il risultato cambi a seconda della tratta considerata. La ex conduttrice di Report, infatti, aveva preso a esempio per le autostrade italiane la tratta Bologna – Ventimiglia, che ha la sfortuna di includere il tratto Genova – Ventimiglia, allora il più caro dello stivale con i suoi 19 euro e 30 centesimi di costo di percorrenza, circa 12 centesimi a chilometro.

    Forse non a caso è simile, in Italia e in Francia, anche il sistema delle concessioni, con gran parte della rete gestito da grandi gruppi privati. Solo che mentre in Italia il processo di privatizzazione a cavallo tra gli anni 90 e l’inizio del 2000 ha visto emergere il gruppo Autostrade Spa (oggi Autostrade per l’Italia del gruppo Atlantia, che con il gruppo Gavio si spartisce i ¾ circa del mercato) e la famiglia Benetton, in Francia, più o meno negli stessi anni, si è imposto il gruppo Vinci, una delle più grandi aziende di costruzioni mondiali, che oggi gestisce quasi la metà della rete complessiva.

    La concessione infinita ad Autostrade Spa

    In Italia, all’evidente concentrazione della maggior parte del mercato nelle mani di pochi, grandi gruppi, si aggiunge quello delle concessioni lunghe, che soffocano ulteriormente la concorrenza. Come abbiamo più volte raccontato su queste pagine la mancata applicazione della direttiva europea Bolkestein per quel che riguarda le concessioni di tratti di lungomare ai gestori degli stabilimenti balneari, allo stesso modo l’Italia si è storicamente dimostrata sorda ai richiami dell’Unione europea anche quando questa la invitava a mettere a gara le concessioni per le gestioni autostradali. Anzi. Ad aprile del 2018 l’allora governo Gentiloni chiedeva e otteneva dalla Commissione europea (dopo lunga trattativa avviata dal precedente governo Renzi) un’ulteriore proroga della concessione ad Autostrade per l’Italia, che spostava la data di scadenza dal 2038 al 2042. Il prolungamento veniva concesso ad alcune condizioni tra cui la promessa di un piano d’investimenti che includeva, tra le altre cose, anche la realizzazione della Gronda di Genova.

    Questo, però, succedeva prima che il ponte Morandi crollasse, e prima del recente caos legato alla gestione delle infrastrutture autostradali, fatto da incidenti, crolli e indagini della magistratura su una rete che ogni giorno che passa sembra essere più fragile. Oggi, rispetto ad allora, la proposta di riportare in mani pubbliche la gestione della rete autostradale è al centro della discussione e, tra le principali forze politiche, è appoggiata soprattutto dal Movimento Cinque Stelle, attualmente primo gruppo in Parlamento e socio di maggioranza del governo attuale come di quello precedente. Decisamente contrario è invece Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi non altrettanto rappresentato ma decisivo per le sorti del governo giallo-rosso. Ma al di là di chi avrà la meglio tra i due schieramenti, i termini del dibattito, dopo il 14 agosto del 2018, sono cambiati completamente. Ma in Italia si sa, spesso tutto cambia, per poi non cambiare nulla.

     

    Luca Lottero

     

     

     

     

     

  • Qualità della vita, Genova salvata da cultura e ambiente. Ma per ogni 14enne ci sono 2,5 persone sopra i 65 anni

    Qualità della vita, Genova salvata da cultura e ambiente. Ma per ogni 14enne ci sono 2,5 persone sopra i 65 anni

    Come ogni anno, Il Sole 24 Ore ha pubblicato la classifica della qualità della vita nelle province italiane. In cima, per il secondo anno consecutivo, la provincia di Milano, mentre nel 2019 Genova si piazza al 45° posto. Un risultato migliore rispetto al 56° posto del 2018 e al 74° del 1990 (anno in cui Il Sole ha iniziato a stilare la sua classifica) ma lontano dagli anni migliori come il 2016, il 2009 o il 2004 quando la provincia di Genova si piazzava intorno alla ventesima posizione.

    Al di là della posizione in classifica (che dipende anche dalle performance delle altre province) è interessante approfondire i criteri scelti e analizzati dal Sole 24 Ore per stabilire cosa si intenda per qualità della vita. Per stilare la classifica del 2019 il quotidiano finanziario ha preso in considerazione 90 indicatori (più del doppio dei 42 del 2018), suddivisi nelle categorie “Ricchezza e consumi”, “Ambiente e servizi”, “Giustizia e sicurezza”, “Affari e lavoro”, “Demografia e società” e “Cultura e tempo libero”.

    Indicatori che restituiscono il quadro di una delle province migliori d’Italia in alcune categorie e tra le peggiori in altri. Da qui la posizione di metà classifica, per usare una metafora sportiva. Cominciamo con le buone notizie.

    Genovesi “imprenditori”, amanti del trasporto pubblico e della cultura

    “Affari e lavoro” (10° posto), “Ambiente e servizi” (11°) e “Cultura e tempo libero” (13°) sono le categorie in cui Genova occupa le posizioni più alte, a ridosso della top ten tra le province italiane.

    Scendendo nel dettaglio, tra le singole voci che compongono la categoria “Affari e lavoro”, Genova riporta punteggi alti su molti aspetti che riguardano l’imprenditorialità: è la dodicesima provincia italiana per imprenditorialità di giovani under 35 e l’ottava per quel che riguarda la percentuale di imprese straniere (il 13,8% delle attività totali, dati Infocamere). Piazzamento dignitoso anche rispetto alla differenza tra occupazione maschile e femminile (12%, secondo l’Istat) e per il numero di startup innovative, che sono 8,2 ogni mille (dati Infocamere). Si sorride meno a guardare i dati sull’occupazione (9,7% di disoccupazione complessiva e 24,2% di disoccupazione giovanile secondo l’Istat), che vedono Genova al 59° e al 61° posto tra le province italiane. Più in basso le posizioni che riguardano l’uso di internet. Nonostante Genova sia la quindicesima provincia italiana per diffusione della banda larga (dati Istituto Tagliacarne), solo 4,3 imprese ogni mille sono in rete (sessantatreesima posizione) e solo lo 0,2% è attivo nell’e-commerce (novantacinquesima) secondo Infocamere.

    In “Ambiente e servizi” spicca il terzo posto della provincia di Genova per uso del mezzo pubblico in rapporto alla popolazione. Del resto, il trasporto pubblico locale è il nono in Italia per offerta (dati Legambiente – Ecosistema urbano). Male, in questa categoria, i dati sull’emigrazione ospedaliera, con il 12,5 di dimissioni di residenti avvenute fuori regione (78° posto, Istat) e raccolta differenziata (91° posto secondo Legambiente – Ecosistema urbano).

    teatro akropolisSiamo inoltre tra le province con il più alto livello di offerta culturale, con un ottimo 10° posto per densità culturale (372 spettacoli ogni 10 kmq) e per offerta di mostre ed esposizioni secondo la Siae e addirittura sesti per “indice di sportività” (dati Pts Clas).

    Nella categoria “Ricchezza e consumi” Genova si piazza al 36° posto tra le province italiane, frutto di un posizionamento positivo su punti come il “valore aggiunto per abitante” (11° posto, Prometeia) o il reddito medio per contribuente (23.498,3 euro annui che valgono il 14° posto, dati del ministero delle Finanze) e altri molto negativi sui canoni medi di locazione (895 euro al mese di media, 90° posto secondo Scenari immobiliari) o il rischio dei finanziamenti, per cui Genova è al 96° posto tra le province italiane con il 3,9% di decadimento dei tassi di finanziamento per cassa (Istat).

    Genovesi sempre più vecchi, malati e insicuri

    Le dolenti arrivano alle categorie “Giustizia e sicurezza” (dove Genova si trova al 95° posto) e “Demografia e società”, dove Genova è addirittura al 105° posto su 107 province analizzate (l’ultima in questa categoria è Savona).

    Se nella prima categoria siamo quasi in fondo alla classifica per quel che riguarda gli incidenti stradali (9,4 morti e feriti ogni mille abitanti, dice Legambiente) o i reati legati agli stupefacenti (116,3 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat) molto basso è anche il piazzamento per quel che riguarda le violenze sessuali 11,5 denunce ogni 100 mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat), rapine (47,9 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat) e per il numero complessivo di delitti denunciati (4.732,5 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat).

    Ancora peggio facciamo in “Demografia e società”, dove la classifica del 2019 ci regala l’immagine di una Genova con un indice di vecchiaia molto elevato (257,2 è il rapporto tra la popolazione over 65 e quella under 14 moltiplicato per 100, secondo l’Istat, cioè ogni 14enne e accompagnato da 2,5 ultra sessantacinquenni ) e bassi tassi di natalità. La nostra provincia è inoltre quasi la più dipendente d’Italia dagli anziani, e la famiglia genovese è in media composta da solo due elementi (dati Istat). Una composizione demografica che ha come ovvia conseguenza elevati tassi di mortalità (102° posto, Istat), di mortalità per infarto (2,6 morti ogni mille abitanti in cinque anni, 88° posto, Istat) e di mortalità per tumore (20,1 morti ogni mille abitanti in cinque anni, Istat).

     

    Luca Lottero

  • Rischio idrogeologico, tutto il sistema dei fondi per la prevenzione è “a pezzi”. Lo dice la Corte dei Conti

    Rischio idrogeologico, tutto il sistema dei fondi per la prevenzione è “a pezzi”. Lo dice la Corte dei Conti

    Nei giorni scorsi il Codacons ha minacciato di denunciare la Regione Liguria per non aver speso i 10 milioni di euro ricevuti quest’anno dal Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico. “Belinate” ha risposto Giovanni Toti in conferenza stampa, la sera del 27 novembre. Non solo – dice il presidente – Regione Liguria ha impiegato tutti i fondi ricevuti quest’anno ma, dall’inizio dell’amministrazione Toti (quindi dal 2015) il governo regionale ha messo a bilancio circa 552 milioni per la tutela del territorio. Una cifra che include tutte le opere in corso d’appalto, da quelle per cui sono ancora in corso le gare fino a quelle effettivamente concluse. Per il programma triennale 2019-2021, inoltre, la Regione ha già mandato al Ministero dell’ambiente un piano di progetti per un totale di 268 milioni di euro.

    “Belinate” e beghe della politica locale a parte, però, è tutto il sistema della progettazione delle opere necessarie e quindi della prevenzione a non funzionare. L’ha scritto la Corte dei Conti nel report di analisi sul Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico 2016-2018, pubblicato lo scorso 31 ottobre. Il documento passa in rassegna i vari piani nazionali che si sono alternate negli ultimi anni, dall’Italia Sicura del governo Renzi al Proteggi Italia del Conte 1. Il giudizio complessivo è severo. “Nonostante i tentativi intrapresi dai vari governi che si sono succeduti – si legge infatti nelle valutazioni conclusive – non sembra ancora essere compiutamente definita una vera e propria politica nazionale di contrasto al dissesto idrogeologico, di natura preventiva e non emergenziale, coerente anche con una politica urbanistica e paesaggistica, rispettosa dei vincoli ambientali, con interventi di breve, medio e lungo periodo”. Le conseguenze le avremmo viste tutte poche settimane dopo la pubblicazione dello studio.

    Il fondo per la progettazione

    La legge n.221 del 2015 stanzia 100 milioni di euro per la progettazione delle opere necessarie a mitigare il rischio idrogeologico e per accelerare l’attuazione dei piani nazionali contro il rischio idrogeologico. Con questi soldi, quindi, non si finanziano direttamente le opere, ma si punta a favorire le attività di progettazione necessarie, da sempre un problema per le amministrazioni regionali. A ricevere i fondi sono direttamente i presidenti di Regione, che Italia Sicura aveva in precedenza reso commissari straordinari per il rischio idrogeologico, sempre nell’ottica di accelerare i tempi.

    I finanziamenti, però, non sono stati distribuiti a scatola chiusa. Per ottenerli, le Regioni dovevano inserire nel database del ReNDiS (il Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) progetti con requisiti tecnici minimi di ammissibilità, che includessero per esempio una valutazione dell’impatto dell’opera. E poche, a quanto pare, sono state in grado di farlo. Tra l’inizio del 2017 e la fine del 2018, infatti, alle Regioni è effettivamente arrivato solo il 19,9% dei 100 milioni complessivi. A circa due anni dall’istituzione del fondo, la stessa Italia Sicura evidenziava la criticità in un comunicato stampa: “Il vero ritardo – si legge nel passaggio riportato nel report della Corte dei Conti – a dimostrazione di un lavoro di prevenzione mai realizzato finora, sta nelle progettazioni. Delle 9.397 opere richieste dalle regioni solo l’11% dei progetti pervenuti sono esecutivi e pronti per gare e finanziamenti”. Anche il Ministero dell’Ambiente, poco prima, aveva segnalato “problemi di spesa da parte dei soggetti attuatori (Presidenti di Regione) dovuti in parte a problemi di ordine burocratico e amministrativo e in parte alla cronica mancanza di progettazione di livello adeguato”.
    Tutti i tentativi di accelerare, semplificare e snellire le procedure sono andati a sbattere contro alcuni storici problemi delle amministrazioni locali, che spesso non possono o non sono capaci di spendere i fondi che pure avrebbero a disposizione. E la Liguria non fa eccezione.

    Il caso ligure: a maggio del 2019 arrivati solo 41 milioni dei 275 previsti per le opere più urgenti

    Nel 2015, il Ministero dell’Ambiente e Italia Sicura, basandosi sulle richieste provenienti dalle Regioni, stanziano circa 20 miliardi di euro per il Piano operativo nazionale degli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico (quello che ha fatto litigare Toti e il Codacons) per il periodo 2014-2020. Tutti gli interventi relativi al dissesto idrogeologico sono finanziati dalla delibera CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) n. 32 del 2015. Per gli interventi più urgenti, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 15 settembre 2015 stila un “piano stralcio” per le aree molto popolose e a forte rischio idrogeologico, del valore complessivo di 13,05 miliardi. Il piano stralcio si divide più o meno a metà tra gli interventi già finanziati (654 milioni) e interventi ancora da programmare (648 milioni).

    Tra gli interventi già finanziati ce ne sono anche quattro da realizzare in Liguria, la Regione che, in questa prima tranche di finanziamenti, riceve più soldi di tutte: 275 milioni. Ma al 21 maggio del 2019 (data della ultima rilevazione della Corte dei Conti) dei quattro progetti in questione due risultano “in progettazione” e due “in esecuzione” e dei 275 milioni complessivi solo 41 sono effettivamente arrivati nelle casse regionali, mentre 233 risultano ancora da erogare. In percentuale, equivale al 15% del totale, ovvero la quota prevista per il primo lotto di finanziamenti, erogati a giugno 2018, per le regioni che sono state in grado di presentare progetti finanziabili (Liguria, Toscana, Lombardia, Abruzzo, Veneto e Sardegna ed Emilia Romagna). In effetti, come rileva la Corte, solo all’Emilia Romagna sono state versate tutte e cinque le tranches di finanziamento previste, mentre tutte le altre nell’elenco si sono dovute limitare alla prima.

    Un’opera ligure compare anche nell’elenco delle opere ancora ferme alla fase progettuale (almeno a maggio di quest’anno): il Canale scolmatore T. S. Siro e Magistrato di Santa Margherita Ligure, 33 milioni di cui 621 mila ancora da finanziare.

    Le cause di un’inefficienza che pagheremo sempre più cara

    I motivi di questa enorme differenza tra le risorse impiegate e quelle che poi arrivano effettivamente sui territori sono sempre gli stessi: troppa burocrazia e troppa poca capacità progettuale. Di Italia Sicura, la struttura renziana che nelle intenzioni degli ideatori doveva accelerare il sistema, la Corte dei Conti boccia però anche il metodo di fondo.Italia sicura si è configurato come una mera raccolta di richieste di progetti e di risorse, talvolta non omogenee, – si legge infatti nel report – senza addivenire ad una vera e propria programmazione strategica del settore”. Non solo quindi agli enti locali manca la capacità progettuale. È anche lo Stato che, negli anni, si è mostrato carente di visione strategica, forse vittima di governi che hanno preferito accogliere tutte le richieste delle regioni e annunciare finanziamenti esorbitanti anziché coordinare risorse dove ce n’era più bisogno, con un lavoro di analisi mirato.

    Certo non sarebbe semplice stabilire quali aree abbiano effettivamente più bisogno di risorse e quali meno. Il dissesto idrogeologico interessa infatti tutto il territorio nazionale, colpito con sempre maggior intensità e frequenza da eventi estremi causati anche dal cambiamento climatico globale.

    Non che le cose siano migliorate con i piani dei governi Conte, che (nella versione 1, quella Lega-5 Stelle) aboliscono la struttura di Italia sicura e tolgono il controllo della lotta al cambiamento climatico dalla presidenza del Consiglio per trasferirla interamente nelle mani del Ministero dell’Ambiente. I problemi di fondo restano tutti lì. Oltre alle carenze burocratiche e progettuali, il report della Corte dei Conti menziona anche l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi, una comunicazione complicata tra Stato e Regioni, la frammentazione e la disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto (che complica ulteriormente il lavoro di progettazione delle Regioni) e il ricorso a una gestione sempre emergenziale e non ordinaria.

    Leggendo il rapporto della Corte, sia ha l’impressione che poco, del sistema complessivo, rimanga da salvare e che agli enti locali non resti che provare a mettere “tapulli” a una situazione che a ogni alluvione e frana sembra sorprenderci.

    In compenso, nel 2017 e nel 2018 è tornato a crescere il consumo di suolo (rispettivamente dello 0,21 e dello 0,22% a livello nazionale), dopo una decrescita di alcuni anni, nonostante sia ormai riconosciuto come uno dei fattori che rende i nostri territori più fragili. In barba, oltre a varie leggi e disposizioni italiane ed europee, all’agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che nel 2015 fissava l’obiettivo, per il 2030, di un land degradation neutral world, cioè un mondo in cui il consumo di suolo rimanga stabile o aumenti all’interno di sistemi specificati e mai comunque a un ritmo più elevato della crescita della popolazione.

    Non è di sicuro il caso della Liguria, una terra in decrescita demografica. Eppure, il consumo di suolo interessa anche la nostra regione anche se, come sottolinea l’ultimo report dell’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra), meno rispetto ad altri territori come il nord-est o il sud. Nel 2018, infatti, sono stati consumati solo 350mila metri quadrati di terreno, in percentuale lo 0,08% del territorio. Una percentuale, dunque, ben al di sotto della media nazionale. Lo stesso rapporto però ci dice anche che la Liguria è la Regione più cementificata di tutte in aree ad alta “pericolosità idraulica”, quindi più fragili. È consumato, infatti, il 22,7% del terreno in aree che l’Ispra definisce a pericolosità “elevata” (solo le Marche, in questo settore, fanno peggio, con il 37,8%), il 29,3% di quelle a pericolosità “media” e il 33,4% di quelle a pericolosità “bassa”.

    Percentuali da un lato spiegate dalla fragilità generale del nostro territorio, che ci dicono anche come il conto di ogni metro quadrato cementificato per la Liguria rischi di essere molto più salato che per altre regioni.

    Luca Lottero

     

  • Partire per non tornare: quando la fuga di cervelli si tocca con mano. Genova è davvero una città per vecchi?

    Partire per non tornare: quando la fuga di cervelli si tocca con mano. Genova è davvero una città per vecchi?

    Nel corso degli ultimi anni è stato un crescendo di giovani “emigrati” al di fuori dei confini liguri. Non più tardi del 2018, la ventottesima edizione del Dossier Statistico dell’Immigrazione – un rapporto presentato annualmente dal Centro Studi e Ricerche IDOS in merito al fenomeno migratorio in Italia – ha permesso una lettura oltremodo chiara della situazione. E, oltre che chiara, anche particolarmente preoccupante.

    All’interno dello studio in questione viene, infatti, evidenziato come il maggior numero di espatri italiani riguardi proprio la nostra regione. Nel 2017 si è arrivati a 18.520 liguri emigrati all’estero, fra i quali ben 15.375 solo genovesi. Il fenomeno ha certamente radici ben più lontane e radicate, che fanno capo alla crisi economica in cui l’intero Paese versa ormai da diversi anni, ma purtroppo – nonostante i numerosi sforzi – il dato non sembra in alcun modo accennare miglioramenti. E in tutto ciò – come facilmente intuibile – i primi liguri a emigrare sono gli under 35. Ma la questione non finisce qui: sulla base di alcuni dati raccolti non molti mesi fa da “Genova Che Osa”, la nostra città «è tra le città più vecchie d’Italia. Ogni 10 bambini ci sono 25 anziani. In quarant’anni Genova ha perso 185 mila under 35». Stando alle stime, inoltre, nel prossimo futuro «sarà sempre più numerosa la popolazione inattiva, in particolare anziana, dipendente da una popolazione attiva che farà sempre più fatica ad assicurare la sopravvivenza della città». Un dato davvero preoccupante anche per chi resta, insomma.

    Che la si voglia chiamare “fuga di cervelli” o che si associ questo fenomeno a una più generale mancanza di stabilità economica e di fiducia dei giovani in un mercato del lavoro sempre meno rassicurante, poco importa. Che si tratti di laureati che, una volta finiti gli studi, si ritrovano a barcamenarsi tra uno stage e l’altro – portando sempre con sé il proprio aggiornatissimo curriculum vitae e quel tanto sudato “pezzo di carta” su cui hanno investito tempo, impegno, soldi e fatica – o di ragazzi con titoli di studio diversi che inseguono i propri sogni o, semplicemente, tentano di trovare qualcosa per sbarcare il lunario, tantomeno. I giovani liguri si spostano, lasciano tutto e se ne vanno, è un dato di fatto: saltano sul primo aereo o sul primo treno e lasciano Genova e la Liguria, portando in valigia sogni e la speranza di un futuro migliore, accompagnate dall’incertezza di quello che effettivamente potranno trovare una volta arrivati. Preferiscono un futuro incerto alla certezza di non avere un futuro.

     

    Un viaggio “a tappe”

    Il dato forse più interessante, però, riguarda il fatto che il “primo step” di questo viaggio verso l’ignoto non vede necessariamente una fuga dei giovani genovesi e liguri verso l’estero: molto spesso si fermano prima di varcare il confine. Stando ad alcune testimonianze raccolte, infatti, i giovani genovesi – prima di decidersi davvero a lasciare l’Italia – tendono spesso ad affacciarsi verso altre realtà nostrane, inizialmente identificate come più “rassicuranti”. Inutile dire che la prima tappa del loro viaggio nella maggior parte dei casi finisce per essere Milano.

    Vicina ma non troppo la capitale economica italiana nell’immaginario di molti fra i giovani emigranti zeneizi e liguri continua a essere una sorta di “terra promessa”, un luogo pseudo-idilliaco in cui anche i giovani possono trovare lavoro. Sì, ma che tipo lavoro? E a che prezzo?

    metropolitanaA spostarsi a Milano sono per lo più laureati frustrati che – sperando di poter in qualche modo realizzare i propri sogni – scendono a compromessi col destino in maniera più graduale rispetto a chi subito prende e parte per l’estero. La frase che ci si sente ripetere più spesso da chi sceglie di trasferirsi è «Milano non è Genova, a Milano il lavoro lo trovi, c’è più richiesta»: ed effettivamente sì, le possibilità di trovare qualcosa di inerente i propri studi probabilmente sono più alte… Ma anche in questo caso – a seconda dell’ambito – buona parte di chi riesce si ritrova, poi, impelagato ulteriormente nel macchinoso “meccanismo degli stage”. Perché se tutti fanno lo stesso ragionamento – e questo è comprovato avvenga – il numero di candidati aumenta e, di conseguenza, il “gioco dello stage” va avanti in loop. Questo continuo ricambio di stagisti, insomma, allontana ancora di più la speranza del tanto agognato “posto fisso”: quale datore di lavoro – trovandosi davanti a un ricambio così alto di “manovalanza a basso costo” – può essere infatti interessato a prendere qualcuno dopo lo stage se sa che fuori dalla porta ha la fila di aspiranti tirocinanti pronti a farsi notare? Non importa quanto tu sia qualificato: la crisi c’è per tutti. E purtroppo fin troppo spesso sono i giovani – che, col passare del tempo, finiscono per non essere manco più tanto giovani – a farne le spese.

    È un meccanismo malato, insomma, quello che ormai da anni si è innescato nel mondo del lavoro italiano. E allora accanto a chi, pieno di coraggio e di ambizione, punta subito al mercato estero, vediamo giovani genovesi prendere, partire, andare a Milano e – una volta presa l’ennesima facciata – imbarcarsi sul primo aereo e varcare i confini del Bel Paese: perché «se non ho trovato lavoro manco qui, a casa la situazione sarà anche peggio. Devo andare più lontano». E allora eccoli lì i nostri giovani che – dopo la loro ennesima fallimentare esperienza nostrana – si uniscono alle file di coraggiosi che nel corso degli anni sono partiti alla volta dell’ignoto. La Brexit non fa paura (per ora), e l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Svizzera, la Spagna e la Francia continuano a essere mete più che gettonate (con oltre il 50% delle preferenze tra gli emigrati italiani). Ma i nostri millennials spesso non si fermano neppure in Europa: non di rado la loro meta è il Sudamerica, con l’Argentina – località preferita anche a livello nazionale – che svetta in cima alla lista di destinazioni prescelte, seguita da Uruguay, Perù e Cile, quest’ultimo particolarmente gradito soprattutto ai liguri. Solo gli USA, forse, rimangono un sogno ancora troppo lontano.

    I dati sono preoccupanti, questo è evidente: e davvero, chiamatela pure “fuga di cervelli” se volete, ma a questo punto l’unica definizione che sembri davvero calzante a mio parere è solo “viaggio della speranza”.

     

    Piccole isole felici in un mare sempre più in tempesta

    I giovani se ne vanno, Genova invecchia e nessuno sembra poterci fare nulla. O, meglio, spesso anche gli sforzi fatti finiscono per risultare – sul lungo periodo – poco producenti.

    futuroIn questo scenario, però, forse per i laureati qualche possibilità in più c’è: entro e non oltre i 12 mesi dal conseguimento del titolo, infatti, l’Università e la Regione hanno previsto una serie di convenzioni per i novelli ex-studenti, che in questo modo possono attivare tirocini extracurricolari di massimo 6 mesi in aziende che – sul finire del periodo di stage – potrebbero forse concedere loro un vero contratto di lavoro. Esistono casi in cui questo succede, ma purtroppo sono ancora molto pochi rispetto al numero di richieste.

    È fuor di dubbio che tra i laureati quelli che se la passano peggio siano i cosiddetti “umanisti”, ma non si creda che basti un titolo di laurea conseguito presso una facoltà scientifica per far migliorare drasticamente la situazione. Che tu voglia fare l’insegnante, lo psicologo, l’architetto, il biologo, il chimico o quant’altro, le possibilità di restare a lavorare a Genova sono comunque poche: chiaramente più impegno ci metti e più ti fai “le ossa” e più possibilità avrai di riuscire nel tuo intento, ma purtroppo spesso neanche questo basta. La meritocrazia può poco contro una situazione lavorativa globale in cui per essere assunto devi avere meno di 30 anni, due lauree, aver superato l’eventuale esame di Stato – se previsto – e almeno 10 di esperienza nel settore. Perché no, non è una leggenda: purtroppo non è raro che te lo dicano davvero. E quando succede, stare dall’altra parte è davvero svilente.

     

    Si può tornare indietro?

    Fortunatamente, a far da contrappeso al sempre più crescente numero di giovani genovesi in fuga c’è quello dei cosiddetti “cittadini acquisiti”: gli stranieri residenti, infatti, nel bilancio globale aiutano ad abbassare l’età media della popolazione locale, e questo – in una situazione come quella attuale – è davvero un bene, se vogliamo anche solo dal punto di vista statistico. Basti pensare che nel 2016 a Genova gli immigrati erano circa 50 mila – quasi il 10% della popolazione totale, contro un 6,2% di giovani emigrati – mentre oggi sono 56mila su 580mila abitanti. Tutto questo probabilmente può essere visto come un modo per “recuperare” almeno in parte quello che Genova – e con lei la Liguria intera – sta inesorabilmente perdendo negli ultimi anni. Ma non basta. Il saldo migratorio può anche essere positivo per quel che concerne la fascia under 35 della popolazione, ma le prospettive demografiche della città non traggono certo beneficio da questa proiezione. E neppure i suoi giovani.

    Vista la situazione, chi se ne è andato e ha fatto fortuna lontano ormai difficilmente tornerà: non è pessimismo, è un dato di fatto. Bisogna agire, far qualcosa al più presto: è necessario lavorare su chi è ancora qua, non su chi è partito. Perché se qualcuno sceglie di tornare va certamente accolto a braccia aperte, ma ora il problema principale è non lasciar partire chi ha già l’idea di farlo: tenerli qui, convincerli e incentivarli a restare, far vedere loro che – per quanto spesso possa non sembrare – un futuro a Genova c’è ancora. Ne sono la prova iniziative come quelle organizzate periodicamente dall’Università di Genova, i bandi di concorso uscenti ed eventi come “We’re back – Genova 2019”, il primo appuntamento dedicato ai giovani italiani per invertire la rotta di questa “fuga di cervelli”, tenutosi lo scorso 8 giugno a Palazzo Ducale e in cui le storie di chi ha fatto successo in Italia o vi ha fatto ritorno dopo essere stato all’estero sono state di grande incoraggiamento per tutti i ragazzi presenti. Un buon modo per iniziare, questo è certo: ma non basta.

    Tornare indietro è ancora possibile, ma bisogna agire in fretta: perché i giovani se ne stanno andando davvero, e in numero sempre crescente. Non siamo ancora arrivati al punto di non ritorno, ma resta il fatto che – se la situazione non dovesse migliorare – Genova sarà davvero sempre più “una città per vecchi”.

     

    Guendalina Liberato

  • Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    In una manciata d’anni, il vecchio fabbricato dell’ex stazione di Pra’ ha visto trasformarsi tutto ciò che gli stava intorno. A lato mare, dove prima c’erano i binari della ferrovia, ora c’è l’Aurelia. A monte, la strada dove passavano le automobili è stata a sua volta sostituita da una zona pedonale su cui affacciano case e negozi. Una trasformazione cominciata nel 2006, con la costruzione più a sud della nuova stazione, e proseguita in anni più recenti con i Por, finanziamenti dal valore di 20 milioni di euro targati Unione europea e Comune di Genova, che hanno cambiato in modo consistente il volto del quartiere.

    A rimanere sempre uguale, in mezzo a tutto questo cambiamento, è stata proprio la ex stazione. Solo recentemente liberata dalle transenne che la circondavano ormai da tempo, la struttura oggi espone le sue pareti esterne ripitturate di fresco al centro della strada. Vuota. Perché cosa ce ne faremo, di questa palazzina che cominciò la sua carriera di stazione ferroviaria nel 1856, ancora non è chiaro. E dire che le idee, negli ultimi mesi e negli ultimi anni, non sono mancate. Solo che le idee del Comune di Genova, che ci mette i soldi, sono diversi da quelle del Municipio 7 Ponente, che accusa Tursi di non tenere abbastanza in considerazione le esigenze della cittadinanza e di voler imporre dall’alto il proprio progetto. L’idea originale del Municipio, approvata all’unanimità, era quella di dividere il prima piano della struttura tra un mercato per prodotti alimentari a chilometro zero e un museo del pesto mentre al piano superiore l’idea era realizzare una biblioteca multimediale che fosse anche uno spazio aperto per mostre e incontri. «Una piccola città dei bambini – la definisce Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio, che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico e sta seguendo il progetto – richiesta anche dal civ, dall’associazione La giostra della fantasia e dalla comunità praese». Lo scorso aprile, invece, il Comune di Genova ha approvato una mozione perché negli spazi venga realizzato un centro per la prevenzione dei disturbi alimentari.

    Lo scontro tra Municipio e Comune

    Lo scorso 23 settembre, la commissione che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico del Municipio 7 ha votato contro il progetto presentato in quell’occasione dalla direzione progettazione del Comune, rappresentata dagli architetti Tartaglino e Bartolini e dall’ingegnere Piro. «Il progetto presentato si riferiva solo al primo piano della struttura, ma noi avremmo dovuto votarlo in toto – spiega Ferrando – come si fa a votare un progetto se non ci sono ancora i fondi e senza sapere in cosa consiste? Al momento ci sono i 400 mila euro per il piano di sotto che potrebbero diventare 600 mila per il progetto complessivo, ma ad oggi, di certo, per il piano di sopra non è stato stanziato un soldo». Il consigliere municipale di A Sinistra Filippo Bruzzone ha invece giustificato il suo no con un post su Facebook, in cui ha lamentato soprattutto uno scarso ascolto del territorio: «Ho votato no perché il Comune ha redatto un progetto senza coinvolgere la cittadinanza ma nelle stanze del matitone – ha scritto – Come Municipio abbiamo “costretto” a presentare un progetto a marzo (bocciato già quello): dopo 6 mesi hanno presentato lo stesso identico progetto, una presa in giro».

    Solo che a tirar troppo per le lunghe il dialogo tra sordi tra Comune e Municipio rischiano di venir meno i 400 mila euro messi a disposizione da Tursi. «Se ci troviamo in questa situazione – commenta Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio – è a causa della presa di posizione dell’ex assessore ai lavori pubblici, che aveva imposto una destinazione d’uso dei locali senza curarsi della decisione presa all’unanimità dal Consiglio Municipale e della volontà della delegazione». Il riferimento, neanche troppo velato, è all’ex assessore Paolo Fanghella, di recente uscito dalla giunta Bucci. I rapporti tra Fanghella (che del municipio ponente è stato consigliere e ha provato a diventare presidente alle elezioni del 2017) e la maggioranza di centrosinistra che appoggia il presidente del Municipio 7 Chiarotti, del resto, non sono mai stati semplici. Per tutta l’estate tra le due parti sono volate accuse – via social o interviste sui media – sul ripascimento della spiaggia di Voltri e i lavori di sistemazione della passeggiata, con l’assessore che rivendicava di aver rispettato i tempi e la maggioranza del 7° che invece oltre a criticare i tempi lunghi per i lavori di riparazione della passeggiata (non ancora conclusi) e avanzava dubbi sulla qualità dei materiali usati per il ripascimento della spiaggia (una polemica che va avanti ancora adesso). Visto l’orientamento opposto, poi, entrambi accusavano la controparte di agire per calcolo politico.

    La ricerca di un compromesso

    Con Pietro Piciocchi, che dallo scorso 7 settembre ha preso il posto di Fanghella, il settimo municipio spera di avere rapporti meno tempestosi: «Il nuovo assessore sembrerebbe di idee più aperte – chiosa Ferrando – speriamo sia più disponibile a venire incontro alle esigenze del territorio». La riprova delle parole di Ferrando arriverà molto presto. La riunione di commissione del 23 settembre, infatti, si è chiusa con l’incarico al presidente Chiarotti di trovare in tempi rapidi una quadra insieme al nuovo responsabile ai lavori pubblici: «Se Chiarotti riesce a bloccare il discorso del mutuo e possiamo allungare i tempi – spiega Ferrando – possiamo definire un progetto nuovo e nel caso votarlo, possibilmente già nel giro di due o tre settimane». L’idea sarebbe insomma quella di trovare un compromesso tra il piano del Municipio e quello del Comune, nella speranza che il nuovo assessore abbia un approccio meno rigido. Compromesso per cui Ferrando vede spazi, visto che l’idea della “città dei bambini” al piano superiore è già di fatto stata abbandonata per caratteristiche tecniche della struttura, che al piano superiore è poco adatta perché si è rilevato non fattibile abbattere i muri per creare lo spazio necessario: «Se invece la mettessimo al piano di sotto, lato ponente – ragiona il consigliere – avremmo comunque uno spazio di nove metri per quattro, quindi un buon spazio. Sul lato levante ci sarebbe invece spazio per il mercato a chilometro zero. Al piano di sopra potremmo avere tre stanze più piccole a disposizione, in cui fare anche la stanza per i disturbi alimentari voluta dal Comune e le altre assegnarle a rotazione alle associazioni del territorio». Sull’idea del centro per i disturbi alimentari, però, mantiene molte riserve Bruzzone, che da consigliere ha seguito da vicino l’evoluzione del progetto e su Facebook elenca così i motivi del dissenso: «a) non è stato concordato col territorio; b) il territorio non lo vuole ; c) il servizio è garantito da asl3 sia al martinez sia a Voltri; d) non ho documentazione che attesti chiaramente che il suddetto servizio sia totalmente pubblico e gratuito; e) un centro per i disturbi alimentari sopra ad un mercato (?); f) immagino che chi affronta questa difficile battaglia voglia più discrezione possibile, e questo lo garantisce la struttura asl3 non certo il secondo piano della vecchia stazione di Pra dove tutti sanno chi va a fare cosa».

    Luca Lottero

  • Gronda, previsioni sbagliate: in dieci anni meno 17% di traffico. Rivedere il progetto è necessario

    Gronda, previsioni sbagliate: in dieci anni meno 17% di traffico. Rivedere il progetto è necessario

    Mentre la strutturazione viaria del nodo di Genova è in una fase di profonda trasformazione, mentre aspettiamo quel 15 agosto che non è mai sorto, prepotente sul tavolo del dibattito politico è il tema della Gronda, scosso oggi dal  progetto alternativo della cosiddetta mini gronda, che potrebbe rimescolare le carte del mazzo. Lo scontro politico nazionale sulle concessioni ha aggiunto una variabile emotiva e comprensibilmente rivendicativa verso il progetto, il cui peggior nemico, però, rimane essere sé stesso, e le sue contraddizioni fondative.

    Numeri che non tornano

    Ma andiamo con ordine, e facciamo qualche passo indietro, tornando al 2009, quando dopo un acceso dibatto pubblico si arrivò alla scelta del progetto, poi divenuto esecutivo e oggi fermo al Mit in attesa del via libera definitivo. Alla base delle cinque proposte di Autostrade per l’Italia c’era la necessità di intervenire con nuove infrastrutture per evitare il collasso del nodo genovese. Un collasso generato da aumento del traffico, la cui crescita veniva calcolata attraverso diversi panorami temporali di breve, medio e lungo periodo. Nella presentazione del progetto era tracciato un generico aumento del 30% di traffico in trent’anni, mentre nei documenti di supporto le cifre erano meglio specificate: entro il 2015 un aumento del 16,6% del traffico leggero, e un 35,6% di quello pesante, nel 2025 rispettivamente +32% e +73,5% e nel 2035 previsioni di crescita di 42% e 101%.

    Oggi siamo nel 2019 e abbiamo quindi valicato la prima soglia, quella del breve periodo, e confrontando i dati ufficiali raccolti e pubblicati da Aiscat possiamo dire che ad oggi quelle previsioni, per qualsivoglia motivo, si sono rivelate sbagliate. E non di poco.

    Nel 2009 i veicoli medi giornalieri per l’A10, nel tratto Genova-Savona, erano 127.474 quelli leggeri e 23.539 quelli pesanti; per il 2018, stando all’ultimo report pubblicato, le cifre sono rispettivamente 101.466 e 22.708 con un calo quindi del 20% e del 3,5%. Dati su cui pesa senza dubbio la tragedia del Morandi: per avere un confronto quindi in situazione di normalità prendiamo anche i dati registrati al primo semestre 2018: 105.255 la media giornaliera dei veicoli leggeri e 24.055 per i pesanti, con quindi un delta percentuale di -17,4% e +2,2%. Numeri decisamente lontani da quelli previsti: con 21.160 veicoli leggeri e circa 7.700 pesanti “fantasma” che mancano all’appello rispetto ai calcoli modellistici di Aspi.

    Una situazione che non è solo peculiare per l’A10, tratta che sarebbe “doppiata” dalla Gronda, ma che è simile anche per le altre tre autostrade genovesi. Per l’A7, nel tratto Genova-Serravalle, nel 2009 si contavano 118.598 veicoli leggeri al giorno e 22.017 pesanti, mentre nel 2018 i numeri registrati sono stati 95.417 e 20.077, con un calo rispettivamente del 19,5% e 8,8%. Per l’A12, nel tratto Genova – Sestri Levante nel 2009 i veicoli medi giornalieri erano 89.692 quelli leggeri e 13.686 quelli pesanti, mentre nel 2018 rispettivamente 83.373 e 12.497, cioè il 7% e il 8,7% in meno. Stesso andazzo anche per l’A26, che nel 2009 registrava nel tratto Pra’ – Alessandria 49.765 mezzi leggeri e 13.490 pesanti, mentre nel 2018 il conto si è fermato a 44.188 e 13.950, avendo in parte assorbito il traffico dell’A10 interrotta, con differenze di -11.2% e un +3,4%.

    Sommando tutti i valori assoluti nel 2009 sul tronco di Genova circolavano mediamente al giorno 385.529 mezzi leggeri e 72.732 mezzi pesanti, mentre nel 2018 i numeri registrati sono stati 328.233 per il traffico leggero e 70.579, con un calo quindi rispettivamente di 57.296 e 2153 unità, cioè -14,8% e -2,9%. La diminuzione del traffico non ha risolto ovviamente tutti i problemi dei tracciati che attraversano Genova e che essenzialmente sembrano derivare dalla arretratezza degli svincoli, vero tallone d’Achille delle nostre autostrade: le code ci sono lo stesso, praticamente quotidiane. Ma il sistema non è collassato: l’unico collasso che abbiamo visto è quello del Morandi.

    La sicurezza non è mai troppa, come i pedaggi

    I dati di cui sopra ci restituiscono, quindi, una previsione errata, totalmente smentita dai fatti. Ma i dati sul traffico non sono gli unici ad essere stati ‘sbagliati’: anche le considerazioni sulla sicurezza stradale in questi dieci anni hanno visto la realtà superare la ‘fantasia’, per fortuna. In dieci anni gli incidenti sono fortemente diminuiti, arrivando quasi ad essere dimezzati. Per l’A10, nel 2009 si contavano un totale di 227 sinistri nella tratta Genova – Savona, mentre nel 2018 il conto si è fermato a 146. Sulla A12, tra Genova e Sestri Levante, dai 153 del 2009 si è passati ai 141 del 2018, sulla A7 (Fino a Serravalle) dai 166 a 98 e sulla A26, tra Voltri e Alessandria da 135 a 71. Statistiche che sconfessano quindi l’altra “necessità” alla base del progetto presentato nel 2009 come soluzione necessaria anche dal punto di vista della sicurezza di chi viaggia sulle nostre autostrade: durante la recente visita del neo ministro, Camera di Commercio di Genova ha consegnato alla De Micheli un ‘dossier’ da toni allarmanti sulla pericolosità delle nostre autostrade, che sono tra le più alte in classifica in termini di incidenti (dato vero), dipingendo uno scenario in peggioramento (dato non verificato, anzi smentito), cosa che renderebbe, secondo questa lettura, la costruzione della Gronda, come sempre più necessaria e impellente.

    Guardando ai report di Aiscat, però emergono altri due dati decisamente interessanti, che aggiungono una prospettiva ulteriore alla lettura del contesto: nel 2009 sulle tratte gestite da Autostrade per l’Italia, quasi tremila chilometri di tracciati, hanno viaggiato un totale di 48.729.713.463 veicoli, mentre nel 2018 un totale di 48.002.477.881 unità, con un calo di oltre 727 milioni di unità, ovvero un -1,4% in termini percentuali. Nonostante ciò, però, i ricavi di Aspi (dati scorporati da tasse e accise varie) sono aumentati passando da 2,4 miliardi a 3 miliardi, cioè un +20%. Non male, soprattutto in virtù del fatto che gli aumenti di pedaggi sono concertati con il concedente, cioè lo Stato. In un recente dossier, Anac (Autorità nazionale anti corruzione) ha stimato che per le autostrade italiane i concessionari hanno speso solo il 2,2% di quello preventivato per le manutenzioni: in particolare Aspi, dal 2008 al 2017 ha speso 249.131.000 milioni su oltre dieci miliardi previsti. Dieci miliardi che sarebbero comunque stati ammortizzati ampiamente dai ricavi di esercizio.

    E se sul nuovo ponte non ci passasse nessuno?

    Un altro punto delicato del progetto del 2009, e presentato definitivamente nel maggio del 2018, è la liberalizzazione della tratta urbana della A10, che diventerebbe una sorta di “tangenziale” gratuita. Ma c’è un nodo che non è ancora stato sciolto: stando al progetto di Aspi, il tratto interessato a questo declassamento è quello compreso tra Genova Pra’ e Genova Aeroporto, con il casello di Cornigliano/Sestri Ponente che quindi diventerebbe casello di testa. E il tratto fino a Genova Ovest? Mistero. Lo stesso Bucci si era detto contrario (e un po’ spiazzato) rispetto a questa ipotesi; in un’intervista aveva infatti dichiarato: “No way, assolutamente impossibile, questo non lo concederò mai altrimenti il Ponte Morandi non lo percorrerà più nessuno”. Poi è arrivato il 14 agosto, e il Morandi non lo ha percorso più nessuno per davvero, ma il progetto di Autostrade per l’Italia, che in molti vorrebbero partisse immediatamente, tra cui anche lo stesso Bucci, non è cambiato: stando così le cose il ponte “dell’orgoglio” e del “riscatto” di Genova sarebbe destinato ad una vita di solitudine. Per la precisione, mille anni di solitudine.

    Un progetto superato

    Alla luce di questi dati, l’attuale progetto della Gronda sembra quanto meno superato: le premesse di scenario sono state smentite largamente, e nel frattempo sono state costruite e aperte nuove strade “concorrenti”. Una buona condotta amministrativa, quindi, fermerebbe un attimo la macchina, prima di buttarsi a capofitto in una mega opera dalle pesanti ricadute economico-ambientali per i territori che attraversa. Forse sarebbe il caso di aspettare e vedere cosa succede: quando sarà operativo il nuovo ponte, oltre a riavere il vecchio assetto autostradale, avremo a disposizione una nuova viabilità a mare, per la quale si dovrà intervenire per tutelare le persone che vi vivono attorno. Per questo motivo il progetto presentato in questi mesi dal Mit (versione Cinque Stelle) mette sul tavolo una alternativa, anche se un buona parte ancora non progettata (metà però lo è, visto che riprenderebbe il raddoppio del tratto di A7 fino a Bolzaneto, come previsto, disegnato, progettato e approvato per il progetto di Aspi), prendendosi il merito di mettere in discussione il faraonico progetto del 2009. Non è quindi un caso che si sia alzata immediatamente una cortina fumogena contro questa eventuale ipotesi, tra interpretazioni non corrette, come la fantomatica distruzione del lungomare di Pegli, e critiche di metodo prima che di merito: l’argomentazione del tempo che si perderebbe a riprogettare, non regge perché appunto, metà del lavoro è già fatto, e soprattutto proviene da coloro che paradossalmente hanno dimostrato che, con la gestione bis-commissariale dell’emergenza Morandi, se si vuole, si può fare presto e bene. E’ il mantra che ci accompagna da mesi, ma vale per tutto però. E poi, in ultimo ma non per importanza, l’alternativa permetterebbe di “risparmiarci” lo scavo di due mega tunnel da 20 chilometri l’uno, che ci obbligherebbero a gestire diverse milionate di metri cubi di detriti ad alto contenuto amiantifero, e che sono la voce di spesa più importante del progetto della Gronda, che vale 5,4 miliardi di euro, finanziati con anni di aumenti dei pedaggi, quindi da noi. Ma forse il vero business sta proprio lì.

    Nicola Giordanella

  • Ne demolissero altri cento

    Ne demolissero altri cento

    Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione “ad alta voce”, che partendo da un personale punto di vista pone sul tavolo interessanti e forse inevitabili spunti di riflessione sul vaso di Pandora scoperchiato dalla tragedia del Morandi. Quanti “ponti” sono stati costruiti seguendo un progetto di progresso rivelatosi fallimentare nella restituzione allargata del benessere? Qual è il prezzo che Genova sta pagando? Era possibile fare diversamente e meglio? Ma soprattutto è possibile oggi fare diversamente e meglio? Tra “il comando dei mediocri” e “l’abitudine al brutto” quanti futuri abbiamo perso e stiamo ancora oggi perdendo?

    di Giacomo D’Alessandro *

    In vista dell’anniversario della tragedia di Ponte Morandi farò una riflessione che a molti suonerà provocatoria se non irrispettosa. Pace. Fermo restando il cordoglio sentito e necessario, penso sia importante richiamare l’attenzione anche su alcuni aspetti più scomodi che la realtà ci porta addosso, e che ci riguardano tutti.

    Il Ponte Morandi, quel che ne restava, è stato disintegrato in 6 secondi ormai un mese fa. Chi vi ha assistito da vicino si è reso forse conto di cosa deve provare chi subisce oggi una guerra. Deve aver intuito lo sgomento di quando un’esplosione come quella, che pure era prevedibile e concentrata in un punto a distanza di sicurezza, ti incombe addosso ogni minuto del giorno e della notte. Quale dev’essere il trauma psicologico di bambini, donne, uomini, anziani costretti a vivere per mesi in un posto dove quello squarcio devastante può accadere senza alcun controllo, piombare sulla tua impotenza.

    Pausa. Cosa c’entra questo con noi, Genova? Apparentemente niente. Suggestione. E invece, anche se non ci pensiamo mai, siamo tra i primi paesi al mondo ad esportare armi e bombe. Potremmo boicottare da anni questa industria di morte, col nostro voto politico, col consumo critico, abbandonando le banche armate a favore di banche etiche. Non lo abbiamo fatto. Non ci pensiamo. Che la nostra città abbia intrapreso una lotta contro le navi armate saudite è novità degli ultimi mesi, e si deve al collettivo dei portuali e a quelle associazioni di nicchia da sempre impegnate sul tema, con scarsa eco mediatica.

    Riflettiamo. Non fermiamo lo sguardo al nostro cortile e al nostro ponte. Perché dice molto di più, questa esperienza anche emotiva, fisica, simbolica che le circostanze ci fanno subire.

    A scomparire da Genova non è solo una via di comunicazione. È un “mostro” della cosiddetta civiltà moderna. Abbiamo l’onestà di dire che il Ponte Morandi era un “pugno nell’occhio” di cemento e metallo, che ha tranciato via l’orizzonte (e che orizzonte: il mar ligure rinomato in tutto il mondo) a decine di migliaia di persone per decenni? O siamo talmente assuefatti alle “necessità del progresso” da aver assunto come normale persino un’estetica – che è stata tutto fuorché a misura d’uomo? Ho ascoltato rispettosamente quegli abitanti scossi dai singhiozzi per un travolgimento emotivo, per un simbolo che ha accompagnato la loro rappresentazione della realtà quotidiana, e che adesso tragicamente è andato giù. Sia chiaro: non mi sfiora neanche l’idea di giudicare quel dolore. Non lo posso capire e non ho la pretesa di giudicarlo. Ho passato tanto tempo ospite di amici che vivono a Certosa, col ponte in faccia. Ho sperimentato quella quotidianità. Ma se ci fermiamo attoniti a quel dolore istintivo, alla retorica della città ferita, rinunciamo a chiederci che umanità siamo diventati.

    Perché percepiamo bellezza, rassicurazione e famigliarità davanti ad un mostro? Peppino Impastato spese una bellissima riflessione sull’urgenza di insegnare la bellezza alla gente. Noi a che idea di bellezza ci siamo abituati? Come è successo? Cosa ha a che fare questa estetica pesante e violenta con la Genova dei caruggi, dei forti, dei palazzi mercantili e delle creuze? Del mare e dei monti, del vento e delle valli?

    Almeno in questo, dovrebbe esserci un certo sollievo nell’aver “rimosso” un emblema della cementificazione selvaggia che ha aggredito il nostro territorio. Al di là del dolore umano e sociale che non si tocca (giova ripeterlo, perché già me li vedo i commenti di accusa), oggi potremmo avere la maturità di riflettere che un ponte del genere non avrebbe mai dovuto essere costruito. Si potevano studiare ben altre alternative, più umili, meno ambiziose, per rispondere alle necessità di un popolo. È lo stesso ragionamento che vale per tutti i palazzi-mostro delle nostre periferie, tirati su come carnai disumanizzanti sull’onda della necessità, e di cui oggi a livello sociale paghiamo lo scotto.

    Abbruttire una valle e una parte di città – che nascerebbe per favorire la vita e la serena crescita delle persone – è qualcosa di cui abbiamo ancora necessità? Va bene, è stato considerato necessario e avanguardista in un certo momento storico; ma possiamo dirci oggi che il Ponte Morandi ha svolto una funzione sbagliata? Ovvero unire la città di ponente con il centro. Consentire di bypassare ad alta velocità la città, passandoci in mezzo. Ma che idea è? Come è possibile – ce ne siamo resi conto solo con questa tragedia – che una intera città si percepisca unità grazie ad un ponte autostradale? È normale? Che umanità siamo diventati? Che ne è stato delle naturali vie di collegamento costiero?

    [quote]Scopriamo solo oggi che si potevano aprire strade alternative lato porto? Scopriamo solo oggi che si poteva tenere aperta la metro anche di notte? [/quote]

    Nessuno nega le esigenze e i compromessi del realismo; ma perché guardare ancora col para-occhi e come soluzione ripetere gli errori fatti? Scopriamo solo oggi che si potevano aprire strade alternative lato porto? Scopriamo solo oggi che si poteva tenere aperta la metro anche di notte? Sicuramente scopriamo solo oggi possibilità aggiuntive, come le biciclette elettriche e il monopattino elettrico, ai quali basterebbe una pista protetta che percorresse tutta la città costiera e le direttrici delle valli (più uno sharing efficace) per consentire la mobilità sostenibile “traffic-free” che in tante città europee è ormai il presente evoluto, e che sgraverebbe anche Genova di tanti problemi e tanto stress. Va bene, non è una soluzione per tutti. Certo che non lo è: non esistono soluzioni per tutti, è finita l’epoca del generalismo, delle realtà di massa. Le esigenze sono frammentate, la popolazione è frammentata, il territorio è spaccato. Per questo aggrapparsi ad un ponte non ha senso né verso il passato né verso il futuro: perché abbiamo da investire in micro-soluzioni molto più efficaci, umane e differenziate. Treni urbani, metro di superficie, piste ciclabili, bike e car sharing, impianti di risalita, zone di interscambio, navibus, sentieri urbani… E non state tutti lì a dire: “certo, certo, ma come si fa…” Si fa se si vuole. Se si investe lì e non altrove. Decenni fa si doveva fare.

    Pensiamo al rumore, allo smog e alla bruttura che quel ponte ha imposto per decenni a decine di migliaia di persone residenti. Era necessario farlo così? Era impensabile costruire un tunnel di superficie molto più basso (come i ponti ferroviari vicini), dove possibile addirittura interrato, anche a costo di smontare un paio di palazzi? Sarebbe stato silenzioso, quasi invisibile, e col contenimento degli scarichi. Perché le cose brutte, se proprio necessarie, non le nascondiamo alla vita quotidiana di una città? Di questo progresso mi piacerebbe si parlasse.

    [quote]l’inerzia dei vecchi e di personaggi mediocri al comando sempre e comunque, che tappano spazi e visioni, assecondando invece che guidando la popolazione[/quote]

    Di cominciare a demolire quegli eccessi di sovrastrutture pachidermiche, inefficaci, insicure, tristi e brutte con cui abbiamo soffocato la nostra vita quotidiana. E c’è poco da dare colpe alla politica, che è nostra espressione (o espressione del caso, visti gli ultimi dati di astensione). Genova non cresce, non cresce nel senso autentico di qualità, non di quantità, perché la sua gente non vuole vedere, non vuole capire, non vuole cambiare. E su questo c’è poco da fare, se non sbattere la faccia sulle continue tragedie e frustrazioni che in questi anni si susseguono. Ma c’è una tragedia più silenziosa che diventerà assordante: la fuga dei giovani e degli adulti più talentuosi, in cerca di spazi espressivi; l’inerzia dei vecchi e di personaggi mediocri al comando sempre e comunque, che tappano spazi e visioni, assecondando invece che guidando la popolazione. La sproporzione tra le due correnti è tale e tanta che parecchi giovani vivono e lavorano già da “vecchi dentro”, per potersi inserire nei gangli genovesi, e ritagliarsi un ruolo.

    Ecco, non so se ho condiviso qualcosa di utile, probabilmente no. Ma la sensazione ad un anno da quel ponte che crolla, davanti a chi si ferma soltanto al dolore dell’imprevedibile, è un po’ questa. Di chi non sa più distinguere ad alta voce tra un ponte che non doveva cadere (e non doveva uccidere), ed una città che non doveva affidarsi ad un affare del genere, lasciandosi ferire e deturpare ben prima nella sua socialità, facendosi incapace persino oggi di immaginare alternative per una vita più umana, una vita più bella.

    *Coordinatore Centro Banchi – Genova

  • Isola di plastica, correnti salvano (per ora) la Liguria, ma il nostro mare è una zuppa. E dovremmo preoccuparcene

    Isola di plastica, correnti salvano (per ora) la Liguria, ma il nostro mare è una zuppa. E dovremmo preoccuparcene

    Isola di plastica nel Tirreno, @Francesco Alesi/ Greenpeace

    Nelle scorse settimane, l’Istituto francese di ricerca sull’inquinamento del mare (Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer – Ifmer, di Bastia) ha rilevato una concentrazione altissima di plastiche e microplastiche nel tratto di Mar Tirreno tra la Corsica e l’Isola d’Elba. Un’“isola di plastica”, come si sono affrettati a battezzarla i giornali francesi e i pochi giornali italiani che ne hanno dato notizia, con chiaro riferimento al più famoso Great Pacific Garbage Patch (o Pacific Trash Vortex) dell’Oceano Pacifico settentrionale. Una notizia che sulla sponda ligure del Tirreno non ha avuto molto seguito, passata praticamente rapidamente in archivio: eppure quello che oramai è dato empirico dovrebbe preoccuparci molto. Oggi.

    L’isola scoperta nel Tirreno non ha la stessa estensione di quella oceanica e a differenza di questa, come ha spiegato il direttore dell’Ifmer François Galgani non è permanente, ma generata periodicamente dal particolare gioco delle correnti del Mediterraneo nord-occidentale, che tendono a risalire la costa italiana e poi, ostacolate dall’isola Elba e dalle altre isole dell’arcipelago toscano, ad accumulare in quell’area il materiale trasportato, con le concentrazioni maggiori lungo le coste della Corsica.

    Occhio non vede…

    Questo però non vuol dire che il problema della plastica nel Mar Mediterraneo sia meno grave che quello nel Pacifico. Anzi. «Il Mediterraneo è un mare chiuso – spiega Stefano Pedone, dell’associazione Worldrisee questo fa si che le concentrazioni di plastiche siano molto più elevate di quanto non accada nell’Oceano, che ha la possibilità di diluire maggiormente la concentrazione di microplastiche. Tanto che, nell’intero Mediterraneo, la concentrazione di plastica è quasi pari a quella delle isole, o “zuppe” oceaniche. Per la zona tra l’Isola d’Elba e la Corsica parliamo quindi di concentrazioni assolutamente straordinarie».

    Plastica raccolta sulla spiaggia di Santa Margherita – Dicembre 2018, foto Worldrise

    Isola di plastica è un termine mediaticamente efficace ma in realtà improprio: «Dà l’idea di una vera e propria isola su cui si possa camminare – spiega Pedone, che è laureato in Scienze Naturali all’Università di Genova e in questo momento sta studiando per ottenere la seconda magistrale in biologia marina – in realtà le plastiche che finiscono in mare si riducono progressivamente di dimensioni per effetto del sole, del sale e del moto ondoso, fino a diventare microplastiche e a mischiarsi con l’acqua marina. Passando con la barca in aree che chiamiamo “isole di plastica” quasi non ci se ne accorge, perché la superficie è uguale a quella di una zona normale. Le microplastiche sono invisibili a occhio nudo, in realtà, senza accorgersene, si naviga in una sorta di zuppa di acqua e plastica».

    Grazie correnti, ma ci pensa il porto

    E Genova? Nel golfo ligure il particolare gioco delle correnti rende in teoria poco probabile una concentrazione in stile “isola di plastica” al largo delle nostre coste, ci racconta Pedone nel corso della nostra chiacchierata. Ciò non vuol dire, però, che nel mar ligure la plastica non ci sia: «I porti sono grandi produttori di microplastiche – spiega infatti Pedone – come confermato di recente da forti concentrazioni di microplastiche rilevate al largo del porto di Napoli». A noi, in un certo senso, non serve una sfortunata combinazione di correnti marine come quella che interessa il mare tra l’Elba e la Corsica. Basta la principale attività economica cittadina. Un’attività che, tra l’altro, ci rende di fatto esportatori netti di microplastiche che, prodotte dal nostro porto, si ritrovano poi a viaggiare per tutto il Mediterraneo: «Ovviamente non sono gli abitanti dell’Elba o delle Tremiti a produrre tutta quella plastica – sottolinea Pedone – sono in generale le città di riviera, e in particolare quelle portuali come Genova, o altri fattori come, per quel che riguarda le isole Tremiti, nell’Adriatico, il fiume Po, che riversa in mare tutte le plastiche raccolte lungo la Pianura Padana, che vengono trasportate verso sud dalle correnti superficiali finché non vengono bloccate delle Tremiti».

    Il Mediterraneo che cambia

    Se le correnti, ad oggi, ci stanno tenendo lontani dalla parte più visibile del problema, è anche vero che il contesto del Mediterraneo è soggetto a forti mutamenti, dovuti alla attività antropica e a cambiamenti microclimatici in atto da diversi decenni.

    Foto di Kevin Krejci

    Diversi sono gli studi scientifici che hanno certificato un aumento della temperatura media del nostro mare registrata negli ultimi decenni: un dato che può arrivare ad incidere sulle correnti e sulle quantità e qualità delle precipitazioni e dei fenomeni atmosferici. Un mare sempre più “tropicale” favorisce fenomeni altrettanto “tropicali”, con estremi inediti per le nostre coste. Fenomeni a cui non siamo preparati.

    Il dibattito sui cambiamenti climatici è molto ampio e discusso, talvolta anche “tifato”ma gli eventi degli ultimi mesi ci portano sul piatto alcune evidenze, che se diventassero “strutturali” ad un rinnovato contesto appunto climatico, potrebbero non essere troppo da sottovalutare, anche nel breve periodo: la mareggiata dello scorso ottobre ne è un esempio lampante, con una altezza di onde registrata fuori dalla media. Il day after, lo ricordiamo, fu caratterizzato, oltre che dalla conta dei danni, dalla necessità di ripulire le coste da decine di quintali di rifiuti plastici spiaggiati, che il mare conservava da qualche parte e che ci ha restituito. Con gli interessi, visto la difficoltà di una bonifica quasi impossibile, se si parla di microplastiche, oramai presenza fissa e invisibile sulle nostre spiagge. 

    La nostra zuppa di plastica

    Sulla immediata costa di questo “quasi lago”, che è il Mediterraneo, vivono almeno 150 milioni di persone, ma i fiumi portano il fall-out di un bacino umano molto più ampio. Il Wwf, in uno studio del 2018 ha calcolato che la concentrazione di frammenti per chilometro quadrato è pari a 1,25 milioni, circa quattro volte quella registrata presso l’isola di plastica trovata nel nord del pacifico. Numeri estremamente sensibili alle attività umane: durante il periodo estivo, infatti, il numero di persone sulla costa praticamente raddoppia, con un aumento di immissione di plastica in mare che sale, durante i “mesi delle vacanze” del 40%. Milioni di rifiuti plastici giacciono da qualche parte sui fondali marini, in balia degli eventi, e rilasciano costantemente piccoli frammenti: una miniera ad estrazione continua che ha trasformato il nostro mare in una vera zuppa di plastica.

    Sempre il Wwf ha riportato in un recente studio che nel Santuario dei Cetacei Pelagos, che comprende tutto il mar ligure fino alla Sardegna, cioè tutto il nostro mare, il 56% del plankton è contaminato da microplastiche, avendo trovato nei fanoni delle balene abituate a vivere in questa acque quantità 4 o 5 volte superiori ai livelli considerati normali. E forse, quindi, non è un caso che gli spiaggiamenti di balene e delfini morti siano sempre più frequenti nel Tirreno, spesso con le viscere piene di plastica. Un santuario che sta diventando un sepolcro.

    L’inquinamento del Mediterraneo, uno dei più “abitati” e trafficati del pianeta è, quindi, per lo più invisibile, ma inequivocabile. L’isola di plastica della Corsica e dell’Elba sono solo una versione tangibile e ingombrante di un problema molto esteso, che ci coinvolge in prima persona. Anche se ad oggi le correnti ci hanno fatto da scudo di quella parte del problema maggiormente impressionante, forse dovremmo iniziare a preoccuparci seriamente della salute del nostro mare. E della nostra.

    Luca Lottero, Nicola Giordanella

     

     

     

  • Spiagge liberate: tra mareggiate, sequestri e un castello di sabbia che sta per crollare

    Spiagge liberate: tra mareggiate, sequestri e un castello di sabbia che sta per crollare

    Quella che stiamo vivendo è un’estate diversa, con una stagione balneare particolarmente complicata, che convive con le profonde cicatrici della mareggiata di ottobre, e in ultimo, con vicende giudiziarie quanto meno dirompenti. Due situazioni in apparenza negative, ma che in realtà hanno dischiuso un possibile nuovo assetto dei nostri litorali, che potrebbe rappresentare una svolta per il nostro mare e la sua fruibilità. Con la restituzione del maltolto.

    La notizia più interessante è che questa estate Genova ha una spiaggia libera in più: si tratta del piccolo arenile di quelli che erano i Bagni Monumento, devastati dalle onde fuori misura dello scorso autunno. I lavori di ristrutturazione non sono stati completati, e i gestori hanno tenuto chiuso. Risultato? Decine di persone, ogni giorno, accedono liberamente al piccolo lido, posizionando asciugamani e zaini la dove erano fissi gli inamovibili e danarosi ombrelloni dello stabilimento. Una spiaggia liberata.

    Il concessionario aveva quantificato in oltre 110 mila euro i danni subiti, che secondo le prime stime avrebbero ridotto del 20% la fruibilità, ma nei fatti oltre alla messa in sicurezza di quelli che il mare ha ridotto come ruderi, poco si è riuscito a fare in tempo utile, per cui oggi gli stabilimenti sono chiusi. L’unica presenza è quella del bagnino, come previsto dal contratto di concessione.

    Questo ha portato degli inevitabili problemi per chi ci lavorava e per l’indotto del settore, come accade nelle molteplici situazioni in qualche modo simili che troviamo su tutto il litorale ligure. Ma come abbiamo visto anche in altri articoli, il caso singolo si inserisce in una prassi decisamente in debito verso la collettività, visto il contesto normativo regionale e comunitario disatteso da anni.

    E proprio su questo si innesta la seconda notizia dell’estate, cioè quella del sequestro delle aree oggetto di concessione demaniale sulla spiaggia dei Bagni Liggia, andata in scena pochi giorni fa. Un episodio circoscritto, ma che potrebbe essere la prima pietra di una valanga molto più ingente di quanto i pochi metri di transenne potrebbero lasciare intendere.

    [quote]La coesistenza dicotomica tra norme europee vigenti ma non recepite e condotta de facto ha retto fino a due giorni fa, quando i giudici genovesi hanno creato il precedente esplosivo[/quote]

    Causa dell’azione giudiziaria il mancato rispetto della Bolkestein, attraverso un rinnovo automatico della concessione, non previsto dall’ordinamento comunitario, e che invece in tutto il paese è continua prassi. La coesistenza dicotomica tra norme europee vigenti ma non recepite e condotta de facto ha retto fino a due giorni fa, quando i giudici genovesi hanno creato il precedente esplosivo: a dirlo lo stesso gestore di Liggia, che in tutte le interviste rilasciate alla stampa ha dichiarato che presenterà “un esposto alla Procura –per dire che esistono oltre 10 mila concessioni in Italia che sono nella mia situazione. Sono elencate nel database del ministero delle infrastrutture e del ministero del turismo e vi elenco le 453 autorità concedenti che vi chiedo di indagare”. Saltato il tappo, la questione balneare potrebbe degenerare in un tutti contro tutti la cui responsabilità è esclusivamente politica.

    Il castello di sabbia che rischia di crollare è, infatti, il risultato di un continuo nicchiare da parte della classe dirigente del paese, che negli ultimi anni, (la Bolkestein è del 2006, tanto per dire) ha cullato la categoria nell’illusione che tutto sarebbe rimasto uguale per sempre, senza fare altro che normative transitorie “tappullo” puntualmente impugnate perché incompatibili con l’ordinamento comunitario. Ora il tempo sembra essere scaduto.

    La cosa che rimane poco comprensibile è la paura atavica per la Bolkestein, che di per sé prevede la gara per le concessioni ogni dieci anni, senza che venga esclusa la eventuale riconferma di chi che sia. Se uno fa bene, investe (principale argomento contro) e ha la proposta più conveniente per lo Stato vince. Punto. Il problema è che come abbiamo visto l’attuale gestione non è il meglio per lo Stato e la collettività che lo compone, ma una generosa pratica che da anni sostiene un florido mercato che restituisce pochissimo all’erario, garantendo un indotto considerevole e un bacino elettorale prezioso.

    Il crollo di questo castello di sabbia potrebbe essere, invece, una buona occasione per rimettere mano alla decennale cannibalizzazione delle spiagge libere della nostra regione, che, come abbiamo visto più volte, è ferma ad un 14% fortemente sotto la soglia del 40% posta dalla stessa Regione Liguria, in mancanza di una normativa nazionale.

    Insomma, in attesa di avere dati più completi della stagione in corso, le cui avvisaglie non sono molto confortanti, è necessario iniziare a ragionare su come ripensare il nostro approccio alla questione. La forza della natura e l’italico e furbesco pressapochismo culturale e politico hanno mescolato prepotentemente il mazzo di carte. Non tutto il mare viene per nuocere.

     

    Nicola Giordanella

     

  • “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    In questi giorni di scontro politico, aspro e a tratti disarmante, sui soccorsi in mare, abbiamo raccolto una storia “di terraferma”, dove la nostra democrazia e la nostra civiltà da tempo “sta facendo naufragio”. Una piccola e breve testimonianza che riporta prepotente la riflessione su un sistema, quello della gestione dello straniero senza diritti e documenti, fuori legge in quanto tale, che prosegue la lunga catena del sangue e della tragedia, che parte da lontano ma che arriva a pochi metri da noi.

     

    E il terzo giorno più uno resuscitò, uscendo con le sue gambe dall’inferno in cui era stato scaraventato. Prese la sua vita, raggiunse la stazione, e dopo più di dieci ore era di nuovo a Genova. Sopravvissuto. Incredulo. “Italiani, non sapete quello che state facendo”.

    Questa storia la raccontiamo partendo dalla fine, dal sedimento indelebile che ha lasciato nella vita difficile di un uomo, in Italia da quindici anni, che per una serie di errori e legali efficienze è stato scaraventato nel fondo melmoso della nostra democrazia. “Quando sono uscito ho dato quello che potevo a chi rimaneva, ma non ho preso contatti, non ho tenuto nomi nella mia testa, l’unica cosa che voglio è dimenticare quello che ho visto”. Ma noi non possiamo permettercelo, perché quello che ha visto è quello che succede ai margini delle nostre città, adesso, in Italia. Anno del Signore 2019. E in qualche modo ne siamo responsabili.

    Povero Cristo, nome di fantasia, è un uomo arrivato dall’altra sponda del Mediterrano ad inizio degli anni duemila, con una laurea breve in tasca, insieme al sogno di una vita migliore. Ma l’integrazione non è facile: “Ho scelto di frequentare il meno possibile i miei conterranei – racconta – certo sarebbe stato più semplice, ma in questo modo si rimane stranieri”. Arriva un corso professionale, arriva il lavoro, ma anche l’alcool e i problemi. E una condanna, per rapina: “Un fatto che non ho commesso – tiene a sottolineare – ma che ho pagato con un anno di carcere”.

    Ma il carcere, in questa storia, è solo un passaggio, un termine di confronto, uno strumento: “Io sono grato all’Italia, perché mi ha dato un’altra possibilità, con dottori e assistenti sociali che mi hanno aiutato”. Sì perché una volta uscito dal carcere arriva anche un decreto di espulsione. “Ho fatto ricorso, ottenendo la sospensiva e mi sono mosso per ottenere i documenti necessari per rimettere a posto la mia vita”. Ha un appuntamento in questura, a quale si presenta puntualmente, senza sapere che quella stessa sera avrebbe visto quello che non dovrebbe esistere.

    In questura, infatti, non risulta il ricorso, le carte dei tribunali, non sono condivise con le questure, anche se il calendario segna 2019: “Ho sbagliato, non mi sono portato il documento dietro – ammette – e i poliziotti hanno fatto quello dovevano fare”. Il tempo di avvertire a casa, e poi l’attesa del trasferimento: “Sono stato accompagnato in aeroporto, e tra due poliziotti in borghese ho volato fino a Roma, e poi Bari, su aerei di linea”. Il tutto a spese nostre. Destinazione finale il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Bari Palese, situato a poche decine di metri dallo scalo Karol Wojtyla del capoluogo pugliese. “Durante il viaggio mi hanno trattato bene – vuole precisare – e io che mi vergognavo della mia situazione, ho cercato di far vedere ai passeggeri che ero tra amici”.

    [quote]Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”[/quote]

    Un centro, quello del capoluogo pugliese, finito agli onori della cronaca per una recente rivolta dei suoi ospiti, lo scorso dicembre, le cui motivazioni, grazie a questa testimonianza sono chiare e lampanti, come riconosciuto anche da una recente visita del Garante nazionale delle persone private delle libertà, passata praticamente inosservata nel trambusto mediatico sull’argomento. Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”.

    Ma la “gita”, dicevamo, finisce presto, e dietro le porte del Cpr si dischiude un inferno fatto di follia, sangue e chimica. Dopo la registrazione di rito, arriva la visita medica: “Un infermiere, non un dottore, mi ha guardato, ha visto che stavo in piedi, mi ha chiesto se avevo qualche malattia e mi ha fatto andare”. Un minuto, scarso. “E poi mi hanno fatto entrare nel centro vero e proprio”.

    La struttura è composta da capannoni, con dentro stanze, e dei cortili. Le telecamere sono solo fuori, come gli agenti e i militari, che non entrano mai, se non per prelevare chi è di turno per il rimpatrio.

    Nessuno gli ha comunicato dove andare: “Vai e arrangiati, mi hanno detto”. Ma la freddezza dell’accoglienza viene subito dimenticata: “La prima cosa appena entrato che ho visto, praticamente sulla soglia, è stato un ragazzo nigeriano, che nudo si dimenava, sanguinante perché si era appena tagliato con qualcosa”. Questa scena si ripeterà molte volte in quei quattro lunghissimi giorni. “Ci ho messo poco a capirlo: lo dentro non esiste la legge, se non quella del più forte. Fortunatamente sono riuscito a trovare un letto, e qualcheduno mi ha dato una coperta e sono riuscito a sistemarmi”. Mettersi comodo per uno spettacolo che non voleva vedere. “L’igiene non esiste, nessuno pulisce i bagni, nessuno entra nelle stanze. Il cibo è scarso, con un bicchiere di latte al mattino, e un etto di pasta e un pezzo di pollo sia a pranzo che a cena”. Quello che non manca mai sono gli psicofarmaci: “Te li danno a richiesta e in quantità. Forse per calmare le persone, ma spesso il risultato è che la gente esce di testa”.

    La notte fa freddo e il letto senza lenzuola non fa dormire: “Quasi tutti i vetri delle finestre sono rotti – racconta – perché in tanti hanno usano i cocci per tagliare e tagliarsi”. In teoria all’ingresso dovrebbe essere consegnato un kit, con una tuta, biancheria, lenzuola, sapone e asciugamani “ma spesso, quasi sempre, non viene consegnato”. Ma gestito: “Grazie ad un mio compaesano, che sapeva fare la voce più grossa di altri, ho avuto al terzo giorno questo sacco, ma tutto era ovviamente fuori misura”. È previsto un servizio di lavanderia, ma con tempistiche vaghe e “i vestiti te li ridanno ancora bagnati”.

    E così passano i giorni, tre più uno per P.C., ma settimane e mesi per altri: e nelle stanze e nei corridoio sono in molti a tentare la via del ricovero per uscire da lì. Numerose le risse e le violenze tra “ospiti”: “Nessuno interviene, se non quando tutto è finito, per raccogliere i feriti, ma solo se succede nei cortili esterni e nei corridoi, nelle stanze non entra nessuno”. Solo la pietà di chi è altrettanto ospite spesso salva uomini moribondi. Talvolta.

    Ma i momenti più difficili sono quando arriva il giorno del rimpatrio: “Quando arriva il turno, e arriva senza preavviso, entrano i poliziotti, accompagnati dal personale delle cooperativa che gestisce il centro”. Viene chiamato il nome; sono quelli gli attimi più drammatici: “le persone impazziscono e iniziano a tagliarsi, ferirsi per non essere presi, o per sperare in un ricovero”. E le scene a cui assiste P.C. sono indelebili: “Un ragazzo, avrà avuto vent’anni, aveva un pezzo di vetro, e davanti ai poliziotti si è tagliato la gola, da solo”. Sangue misto a terrore. “Non l’ho più visto”.

    Poi per Povero Cristo, arriva un colloquio con un giudice di pace, i documenti che attestano il ricorso sono saltati fuori, può uscire. Per cui le porte del Cpr si riaprono, questa volta nel senso giusto. “Avevo ancora un po’ di soldi con me, e sono riuscito a prendere un treno e a tornare a casa”. A casa, la sua Genova, che gli ha saputo dare una possibilità, doppia, per tirar su una vita difficile ma dignitosa. “Il carcere in confronto a quello che ho visto è un albergo, non potrò mai dimenticare, quei giorni per me sono un incubo, tutti dovrebbero sapere e vedere cosa succede, cambierebbero molte cose“. Forse.

    Spesso si sente dire che i lager in Libia non dovrebbero esistere, si parla di porti e soccorsi – riflette P.C. prima di congedarsi – ma forse gli italiani dovrebbero anche preoccuparsi di quello che succede in Italia”. Perché l’inferno è anche sulla terraferma, a pochi metri dalle nostre case, fuori dai titoli di giornale e dalle tendenze dei social. E ne siamo responsabili.

     

    Nicola Giordanella

    Illustrazioni di Emanuele Giacopetti