Autore: Nicola Giordanella

  • Potenza e fragilità della globalizzazione: ciò che svela il blocco di Suez

    Potenza e fragilità della globalizzazione: ciò che svela il blocco di Suez

    La portacontainer Ever Given, della compagnia di trasporti marittimi taiwanese Evergreen Marine Corp., ha bloccato il canale di Suez dal 23 al 29 marzo. Sei giorni sono un tempo breve, ma in questo caso sono bastati per provocare danni ingenti. Innanzitutto, dal punto di vista economico. La rivista specializzata Lloyd’s List ha stimato che ogni giorno di blocco sia costato ai commerci marittimi 9,6 miliardi di dollari (8,18 miliardi di euro) e che il valore delle merci bloccate nelle più di 300 navi incolonnate nel canale fosse di 8,12 miliardi di euro. Ma come fa notare la Bbc, i danni vanno ben oltre il settore dei commerci via mare, quindi al momento è molto difficile fare una stima di quanto questi sei giorni siano costati complessivamente.

    Il motivo è l’assoluta centralità del canale per i traffici globali. I numeri variano a seconda delle stime, ma grossomodo da Suez passa ogni giorno il 12% del commercio mondiale, 1 milione di barili di petrolio e l’8% del gas naturale liquefatto. Restringendo il campo, dal canale arrivano in Italia merci per un valore di 88 miliardi all’anno, quindi 241 milioni al giorno. La crisi ha anche avuto un impatto anche sulle attività del porto di Genova, che nei giorni del blocco è entrato in stato di preallerta. «Da Suez – ha detto il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale Paolo Signorini lo scorso 29 marzo in un’intervista a Repubblica – passa il 22% complessivo dei traffici del porto e poco meno del 50% dei traffici containerizzati». Il problema, oltre ai ritardi, sarebbe stato l’aumento del costo delle merci trasportate attraverso più lunghi percorsi alternativi (alcune navi hanno scelto di circumnavigare l’Africa) e la gestione di un afflusso concentrato nei giorni successivi allo sblocco della situazione.

    Oltre a provocare danni economici, i sei giorni in cui la Ever Given ha paralizzato una buona fetta dei commerci marittimi mondiali hanno portato alla ribalta alcune dinamiche spesso discusse solo nei circoli ristretti degli addetti ai lavori. A cominciare da quella del cosiddetto gigantismo navale. Le immagini del colosso incagliato nella sabbia, vicino al quale i mezzi incaricati di disincagliarlo sembravano giocattoli, hanno generato perplessità ma anche ironia e meme.

    Affidare i trasporti marittimi a navi sempre più grandi è però una tendenza che va avanti da tempo, dalle conseguenze significative. Conseguenze che riguardano anche Genova.

    Grandi navi, grandi opportunità (ma anche grandi problemi)

    Nel 1999 uno studio della Delft University of Technology noto nel settore dei trasporti prevedeva che si sarebbe arrivati a costruire navi dalla capienza di 18.000 TEUs (sigla che sta per Twenty-foot Equivalent Units, l’unità di misura convenzionale usata per le portacontainer, dove un TEU corrisponde con un container) ma che sarebbe stato impossibile costruirne di più grandi.

    La Ever Given ha capienza di 20.124 TEUs (quindi può portare 20.000 containers) e quando è stata lanciata, nel 2018, era tra le portacontainer più grandi del mondo. È lunga 400 metri e da piena pesa più di 200.000 tonnellate. A soli tre anni di distanza, però, ci sono già più di 100 navi con capienza superiore ai 20.000 TEUs, e le navi di ultima generazione – assemblate da aziende cinesi o sud coreane – possono portare circa 24.000 TEUs. Gli esperti del settore ritengono molto verosimile che entro il decennio sarà normale veder circolare navi da 30.000 TEUs.

    Quando negli anni 50 del secolo scorso l’imprenditore di una ditta di autotrasporti del North Carolina Malcolm McLean ebbe l’idea di usare i container per il trasporto delle merci sulle navi, il settore dei trasporti marittimi divenne molto più efficiente. Fino ad allora, infatti, le merci venivano trasportate in modo più disordinato, le operazioni di carico e scarico nei porti duravano giorni ed erano frequenti rotture o danneggiamenti dei materiali trasportati. L’uso dei container consentì di abbattere i tempi di carico e scarico (risparmiando anche sulla forza lavoro degli scaricatori di porto) e di trasportare grandi quantità di materiale in maggior sicurezza. Nei decenni successivi la costante crescita del volume delle navi ha consentito di sfruttare sempre meglio queste economie di scala.

    Ancora oggi la ricerca di una sempre maggior efficienza è il motivo che spinge a far circolare navi sempre più grandi. Dimensioni del genere, però, comportano anche dei problemi, prima di tutto per le infrastrutture per i porti di arrivo delle merci. Già oggi le navi più grandi possono accedere al porto di Rotterdam solo con l’alta marea e secondo uno studio della South Korea’s Tongmyong University allo stato attuale anche porti importanti come quelli di Shangai, Busan e Hong Kong presto non saranno in grado di accogliere le navi più grandi, nemmeno con l’alta marea. La stessa Ever Given è troppo grande per passare dal canale di Panama. La svolta verso il gigantismo navale costringe insomma le città portuali a grandi e costosi interventi infrastrutturali per non rischiare di rimanere fuori dai traffici che contano.

    La nuova diga per accogliere i colossi del mare

    È il caso della nuova diga foranea di Genova, presentata esplicitamente come un’infrastruttura per rendere il capoluogo ligure attrattivo per le navi che superano i 400 metri di lunghezza. Un’opera da 1,3 miliardi di euro, a cui l’ultima versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) destinava 500 milioni di euro provenienti dal piano Next Generation EU, il fondo di investimenti messo in campo dall’Unione europea per contrastare gli effetti economici della pandemia di coronavirus. L’ultima versione del PNRR era però stata varata dal governo Conte, quindi la cifra potrebbe essere modificata nel nuovo piano che il governo Draghi dovrà presentare a Bruxelles entro fine mese.

    “L’attuale scenario portuale pone infatti un limite superiore alle dimensioni delle navi in grado di accedere in sicurezza al bacino di Sampierdarena, che corrisponde ad una lunghezza massima di 300 m – si legge nel Dossier di progetto della diga realizzato a dicembre 2020 e presentato in occasione del recente dibattito pubblico – Dato decisamente vincolante se si considera che su scala mondiale è ormai consolidata la tendenza all’impiego di navi portacontenitori proprio di lunghezza maggiore di 300 m, appartenenti alle classi denominate New Panamax e ULCV (Ultra Large Container Vessel). Queste ultime sono caratterizzate ad oggi (e per il prossimo decennio) da lunghezze fino a 400 m, per raggiungere in proiezione futura i 450 m”.
    “Peraltro – prosegue il documento – l’analisi del mercato dei trasporti marittimi condotta nell’ambito del Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica ha evidenziato come la quota del traffico marittimo mondiale trasportata su navi, che oggi non possono essere accolte nel porto di Genova, sia destinata ad aumentare nei prossimi anni e decenni”.

    Non tutti però sono d’accordo con questa visione. “Quante maxi portacontenitori sono previste all’anno da/per il porto di Sampierdarena? – si chiede per esempio l’associazione Italia Nostra – Sulla base di quali studi scientifici è stato ritenuto che il gigantismo delle navi renda vantaggioso l’investimento della nuova diga? In quanti anni verrebbe ripagato un investimento stimato, ad oggi in 1,4 miliardi di euro? È del tutto assente una indicazione precisa ed approfondita sulla provenienza ed attendibilità delle stime dei futuri volumi di traffico e, soprattutto, sul definitivo affermarsi nel futuro del gigantismo navale delle portacontainer, per il porto di Sampierdarena”.

    È la questione – che ritorna spesso dei dibattiti sull’opportunità di realizzare nuove infrastrutture – delle cause e delle conseguenze. Rendere un porto più capiente porta in automatico a un aumento dei traffici? Le autorità portuali e i rappresentanti della politica locale (in primis il sindaco di Genova Marco Bucci) e nazionale sono convinti di sì, per questo oggi presentano la diga come una grande occasione per il rafforzamento del porto e dell’economia genovese, oltre che come un mero adeguamento alla tendenza al gigantismo navale. Italia Nostra, invece, sostiene che non sempre funzioni così: “Molte delle previsioni di crescita di volumi, effettuate nel passato, si sono rivelate, alla prova del tempo, eccessivamente ottimistiche”.

    Contro il gigantismo navale si è espresso, proprio durante i giorni del blocco di Suez, anche il presidente di Assiterminal Luca Becce. Oltre a evidenziare come la necessità di accogliere navi sempre più grandi costringa Stati e terminalisti a investimenti miliardari, in un’intervista a Genova24 Becce ha detto che questa tendenza ha generato negli ultimi anni una contrazione della concorrenza: “[Il gigantismo navale] ha generato una contrazione del mercato del trade e del trasporto che da 18 operatori è passato a 3 alleanze in 10 anni, situazione provocata da un eccesso di stiva che ha fatto precipitare i costi dei noli, mettendo in ginocchio gli armatori medio piccoli”. Inoltre, come sottolineato anche da altri critici, è più difficile gestire le situazioni critiche quando a essere coinvolte sono navi di dimensioni paragonabili a quella della Ever Given o persino più grandi. “Quando una nave come questa ha un problema spesso si genera la situazione che stiamo vivendo a Suez”, sottolinea Becce. Secondo questo tipo di critiche, la ricerca di un’eccessiva efficienza finisce paradossalmente per rendere i trasporti più vulnerabili.

    Il costo ambientale del gigantismo

    Secondo i difensori del gigantismo navale, aumentare l’efficienza (e quindi le dimensioni delle navi) è anche un modo per ridurre le emissioni. Il settore marittimo è responsabile di circa il 3% delle emissioni prodotte dall’uomo. Insieme al settore aereo, è stato escluso dal sistema delle quote di emissioni per Paese, perché per le navi come per gli aerei non sono ancora state trovate fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, dal momento che si tratta di navi troppo grandi e che compiono viaggi troppo lunghi per essere alimentate con fonti rinnovabili. Le navi sono alimentate a oli combustibili. “Questi oli combustibili pesanti (hfo) – si legge in un recente articolo di Gwynne Dyer pubblicato da Internazionale – sono il residuo, simile a catrame, che rimane alle fine del processo di distillazione e “spaccatura” del petrolio, dopo che gli idrocarburi più leggeri come benzina e gasolio sono stati rimossi. La maggior parte delle navi merci brucia questi oli, con un processo così inquinante che la sola Ever Given, navigando, produce ogni giorno un inquinamento pari a cinquanta milioni di automobili che percorrono i loro tragitti quotidiani”.

    Per la prima volta, nel 2018, l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) ha deciso di fissare l’obiettivo della riduzione del 50% delle emissioni del settore entro il 2050. Per raggiungere questo obiettivo (che verrà perseguito a partire dal 2029) una via sarebbe utilizzare carburanti a minor contenuto di zolfo, che però sono più costosi. Un’altra sarebbe diminuire la velocità di circolazione delle navi: abbassando la velocità del 10% le emissioni calano del 27%. “Ma la misura migliore di tutte – sottolinea Dyer – fino all’arrivo di una nuova generazione di navi da carico alimentate a energia eolica, è ridurre semplicemente il volume di merci che viaggiano per mare” riportando la produzione dei prodotti più vicina ai luoghi in cui questi vengono consumati.

    L’alternativa della rotta artica e le manovre geopolitiche di Russia e Cina

    Nei giorni del blocco del canale di Suez la Russia ha approfittato della situazione per sponsorizzare la Northern Sea Route, la rotta al largo della sua costa settentrionale resa sempre più facilmente navigabile dal progressivo scioglimento dei ghiacci. Una tendenza che va avanti ormai da anni e che potrebbe rendere i mari del nord liberi dal ghiaccio e quindi completamente navigabili per tutto l’anno entro il 2040. La rotta settentrionale consentirebbe inoltre alle merci di compiere il viaggio dalla Cina all’Europa in una ventina di giorni, contro i trenta impiegati attualmente. Al momento l’entità dei traffici su questa rotta non è comparabile con quella di Suez, se si conta che nel 2020 sono passati dalle acque artiche appena 300 navi contro le 19.000 transitate dal canale egiziano. Ma anche nell’anno della pandemia i traffici al largo della Russia sono aumentati del 15% rispetto al 2019.

    «La vicenda di Suez non penso abbia di per sé cambiato la tendenza – racconta a Era Superba Leonardo Parigi, fondatore del sito Osservatorio Artico – ma ha messo in mostra che ci sono tante realtà, non solo la Russia, interessate a un rafforzamento delle rotte settentrionali. Penso per esempio alla Finlandia. L’azienda finlandese Aker Arctic ha di recente varato una portacontainer da 8.000 TEUs capace di navigare in quelle acque senza l’aiuto di navi rompighiaccio».

    Ad oggi la rotta nordica è usata soprattutto per il trasporto di gas liquefatti ed è difficile prevedere se diventerà un’alternativa realistica a quella che passa da Suez. «La Russia di sicuro ci punta tanto, per svariati motivi – spiega Parigi – il primo è per sviluppare le infrastrutture dei loro 24.000 chilometri di costa settentrionale, dove ci sono intere città costruite su un permafrost sempre più sottile dove talvolta si verificano tragici incidenti che costano miliardi di dollari. L’estate scorsa, per esempio, in Siberia un oleodotto è crollato per il cedimento del terreno, causando la fuoriuscita di 20.000 tonnellate di gasolio».

    «Inoltre, per la Russia ma anche e soprattutto per la Cina non si tratta di una questione meramente commerciale – prosegue Parigi – ma anche geopolitica. La rotta del nord consentirebbe infatti di raggiungere il cuore del mercato europeo oltre che in meno tempo anche evitando passaggi marini controllati dagli Stati Uniti, come quello di Malacca».

    Stati Uniti che ritornano anche nelle considerazioni che Parigi fa riguardo le potenziali conseguenze sul Mediterraneo: «La ritirata di Washington dalla regione ha reso il Mediterraneo più instabile – dice – oggi ci sono i russi e i turchi sulle coste libiche, uno scenario che solo pochi anni fa sarebbe sembrato assurdo. Di sicuro questa instabilità potrebbe favorire rotte alternative più sicure, anche per una mera questione di costi. Bisogna vedere se Biden renderà di nuovo gli Stati Uniti protagonisti nel Mediterraneo o se proseguirà con la ritirata decisa da Trump. Ad oggi gli Stati Uniti sono presenti solo con la flotta di stanza a Napoli».

    «Per una città come Genova vorrebbe dire perdere molto – conclude Parigi portando il focus sulla situazione locale – a quel punto non sarebbe neanche più una questione di infrastrutture. Genova potrebbe trovarsi anche una grande capacità attrattiva grazie alla diga, al terzo valico, alla gronda e a quant’altro ma restare tagliata fuori per colpa di dinamiche ben al di là del suo controllo, e di diventare un porto post-storico. Si tratta ovviamente di scenari da prendere con cautela, ma il rischio è la situazione peggiori man mano che passa il tempo».

    Sempre più grandi

    Il blocco di Suez è costato all’Egitto circa 14 milioni di euro al giorno. Per evitare che eventi del genere si ripetano in futuro è probabile che il governo del Cairo decida di allargare il canale. Inoltre il canale è profondo 24 metri e le navi di ultima generazione arrivano a 20 metri di profondità, quindi è probabile anche che si dovrà scavare il fondale per evitare il rischio di incagliamenti. La crisi della Ever Given ha spinto molti a chiedersi fino a che punto porti e canali siano modificabili per adattarsi alle mega navi del futuro. O a ipotizzare che le necessità di far circolare navi portacontainer sempre più grandi spinga ad abbandonare passaggi stretti come Suez, Malacca o Panama a favore di quelli più ampi come la circumnavigazione dell’Africa attraverso il capo di Buona Speranza (o, in un futuro prossimo e per gentile concessione dei cambiamenti climatici, la rotta artica).

    Si tratta in molti casi di percorsi più lunghi, che per diventare profittevoli richiedono di massimizzare ancora di più le economie di scala. Magari con navi da 50.000 TEUs vicino alle quali la Ever Given sembrerà un giocattolo come lo sono sembrate le macchine che l’hanno estratta dalle sabbie di Suez.

    Luca Lottero

  • Rotta balcanica e le responsabilità europee: intervista a Brando Benifei

    Rotta balcanica e le responsabilità europee: intervista a Brando Benifei

    Dal 29 gennaio all’1 febbraio l’europarlamentare spezzino Brando Benifei (capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo) è stato in missione istituzionale al confine tra Croazia e Bosnia, dove da settimane la polizia croata respinge i migranti che dalla Bosnia cercano di entrare in Croazia, e quindi nell’Unione europea. Era Superba l’ha intervistato per farsi raccontare quello che ha visto e per cercare di inquadrare la situazione nel più ampio contesto europeo.

    Se infatti le cronache delle ultime settimane si sono giustamente concentrate sui metodi talvolta violenti degli agenti incaricati dei respingimenti e sulle condizioni disumane in cui vivono i profughi rimasti in Bosnia, almeno altrettanto importanti sono state per esempio l’impotenza (e talvolta la negligenza) della Commissione europea, incapace di imporre una linea europea all’immigrazione o le politiche restrittive di molti Paesi (Italia inclusa) che hanno contribuito a rendere la rotta balcanica il collo di bottiglia che conosciamo oggi.

    Insieme a Benifei hanno partecipato alla missione gli europarlamentari del PD Alessandra Moretti, Pietro Bartolo e Pier Francesco Majorino. Le missioni in uno Stato membro, in Paesi extra-Ue o in conferenze internazionali fanno parte delle normali prerogative del Parlamento europeo, e in particolari delle commissioni parlamentari. «In questo specifico caso – spiega Benifei – vista l’urgenza di comprendere quanto stesse accadendo ed agire di conseguenza, come avviene di prassi in questi casi, la missione è stata organizzata dalla delegazione del PD, e ovviamente concordata e appoggiata dal gruppo dei Socialisti e Democratici (il gruppo del Parlamento europeo che riunisce i partiti dei vari Paesi dell’Unione europea di centrosinistra, ndr)».

    La rotta balcanica è il percorso dei migranti provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan per raggiungere l’Europa. Qual è il contesto che l’ha resa il collo di bottiglia che vediamo oggi? Hanno influito anche le scelte degli ultimi governi italiani (soprattutto con le politiche di Minniti e Salvini) che hanno quasi chiuso la rotta mediterranea?
    La rotta balcanica è una delle principali rotte migratorie insieme a quelle del Mediterraneo. Nel 2015, nel pieno dell’emergenza nei paesi del Medio Oriente, è diventata la principale via di accesso al continente europeo. In quel periodo l’Unione Europea, e in particolare alcuni stati membri come la Germania, adottarono misure di accoglimento dei migranti particolarmente permissive. Tuttavia, a partire dal 2016, anche per via di accordi con la Turchia, il flusso è stato interrotto e il percorso dei migranti si è notevolmente complicato. Campi profughi con condizioni di vita spesso precarie sono stati distribuiti tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina, e Croazia. Venendo alle politiche migratorie italiane, il decreto Minniti-Orlando del 2017 è nato con l’obiettivo di accelerare le procedure di esame dei ricorsi sulle domande di asilo e aumentare il tasso delle espulsioni di migranti irregolari. È chiaro che pesava e pesa la mancanza di norme adeguate alla migrazione economica, avendo noi ancora l’impianto della Legge Bossi-Fini in piedi.  Tuttavia, alcune importanti criticità sul decreto nella sua applicazione pratica sono poi emerse, ma è stato con il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza dell’anno successivo che sono stati fatti gravi e duraturi danni all’intero sistema italiano di accoglienza e gestione dei flussi migratori, in particolare quando si tratta di richiedenti asilo.

    Anche se la crisi va avanti da anni, soprattutto nelle ultime settimane abbiamo visto le condizioni disumane in cui sono costretti i migranti, “ospitati” in centri d’accoglienza a dir poco inadeguati o costretti a vagabondare nei boschi, in un periodo di freddo particolarmente intenso. Quale situazione avete trovato voi?
    L’incendio che ha distrutto il campo profughi di Lipa (città della Bosnia non lontana dal confine con la Croazia, ndr) lo scorso 23 dicembre, e la successiva decisione delle autorità bosniache di chiuderlo senza trovare un’adeguata soluzione, si è rivelato drammatico. Da quel momento un migliaio di persone tra i 19 e i 60 anni arrivati principalmente da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh, sono rimaste senza alloggio, in luoghi in cui di notte le temperature scendono fino ai 20 gradi sottozero. Durante la nostra missione abbiamo visitato il campo di Lipa e ci è stato subito chiaro che le condizioni di vita sono effettivamente disumane. Le tende messe in piedi sono poco riscaldate, l’acqua è scarsa e i servizi igienici limitati. A questa drammatica situazione si aggiunge il comportamento delle autorità croate verso chi tenta di oltrepassare il confine. Respingimenti violenti, sequestro ingiustificato di telefoni cellulari e altri possedimenti dei migranti sembra siano all’ordine del giorno. Non possiamo consentire che si faccia finta di niente.
    Oltre a essere un confine tra due Stati, quello tra Croazia e Bosnia è anche un confine dell’Unione europea. Crede che la Commissione stia ponendo la giusta attenzione al problema o che sia “distratta” dalla gestione della pandemia, la distribuzione dei vaccini e i piani di ripresa economica? Al Parlamento europeo, invece, cosa si muove su questo fronte?
    Le violazioni e le mancanze relative al rispetto dei diritti fondamentali dei migranti e la scarsa capacità di gestione del fenomeno migratorio a livello europeo sono ormai evidenti a tutti, da molti anni. Il Parlamento Europeo, in particolare il gruppo dei Socialisti e Democratici di cui fa parte la delegazione del PD, ha portato avanti molte iniziative nel tempo per sensibilizzare e segnalare alla Commissione europea la drammaticità della situazione, inchiodandola alle sue responsabilità. Ad esempio, è stata recentemente approvata dal Parlamento una risoluzione che denuncia lacune e carenze nella politica UE sui rimpatri. Come in molti altri ambiti, ritengo che il Parlamento europeo sia riuscito a mostrarsi come principale “guardiano” dei diritti dei migranti, mostrando una chiara determinazione a fare luce sulle violazioni e a cercare di impedirle. Penso che la Commissione debba ascoltare con più attenzione le richieste del Parlamento e agire di conseguenza con determinazione, nonostante le oggettive difficoltà di mettere d’accordo i 27 stati membri in sede di Consiglio europeo, soprattutto in materia di migrazione. È chiaro che la pandemia che ci siamo ritrovati ad affrontare, e tutte le complicazioni che sono seguite, ha avuto un impatto negativo sulla questione. Non è tuttavia possibile utilizzarla come scusa per non agire con forza e rapidità in difesa dei diritti umani. Per questo ora lavoreremo dal lato del Parlamento Europeo sul nuovo Patto per le Migrazioni che la Commissione Europea ha presentato e su cui è impegnato in prima persona il mio collega Pietro Bartolo.

    Quanto, nella gestione delle migrazioni, è responsabilità dell’Unione europea e quanto invece dei singoli governi nazionali (in questo caso quello croato) che scelgono di chiudere i propri confini?
    L’Unione europea gode effettivamente di competenze condivise con gli stati membri a riguardo. I Trattati indicano chiaramente che l’Unione deve sviluppare una politica comune in materia di immigrazione, ed elaborare una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi. Tuttavia, negli anni è stato evidente come gli stati membri siano particolarmente restii a cedere anche piccole parti della loro sovranità in ambito di gestione dei flussi migratori. Tutti sappiamo quanti problemi e tentativi di modifica ci sono stati relativamente alla famosa Convenzione di Dublino (il regolamento europeo che fa sì che responsabile dell’esame della richiesta d’asilo sia il primo Paese d’arrivo, spesso criticato dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo, naturali primi Paesi d’arrivo per chi arriva dal nord Africa o dal medio oriente). La verità è che attualmente sono ancora i singoli stati ad avere voce in capitolo e si dovrebbe per questo lavorare, in ogni sede istituzionale UE, per aumentare le competenze a livello di Unione. La Commissione, ad esempio, si è certamente resa colpevole di gravi mancanze e parziale incapacità di azione, ma non bisogna scordare che gli strumenti di cui dispone non sono poi così tanti rispetto alla vastità delle problematiche.

    Quali modifiche legislative, a livello di Unione europea, auspicate per una gestione più comunitaria delle migrazioni?
    Come dicevo, il flusso di migranti e rifugiati verso l’Europa ha dimostrato il bisogno di una politica per l’asilo più giusta ed efficace a livello comunitario. È dal 2017 ormai che il Parlamento Europeo si batte per una seria e sostanziale riforma del regolamento di Dublino. Purtroppo l’opposizione in sede di Consiglio (organo che riunisce i capi di Stato o di governo dei singoli Paesi membri dell’Unione europea, ndr), e in particolare da parte di alcuni stati membri, non ha permesso di raggiungere gli obiettivi sperati. La gestione dei flussi migratori non solo deve essere effettivamente portata a livello comunitario, ma occorre che sia anche fondata su quel principio di solidarietà tra stati membri presente nei Trattati, con ricollocamenti obbligatori e superando il principio del Paese di primo ingresso, che blocca ad esempio in Italia molte persone che vorrebbero andare altrove.

     

    Crede che la Commissione Von der Leyen, rispetto alle precedenti, dal punto di vista della comunicazione voglia dare l’idea di una gestione più muscolare dei confini (cedendo anche qualcosa alla retorica identitaria) e che la Croazia in qualche modo si senta legittimata nella sua azione da questo nuovo corso? Penso per esempio alla polemica sulla volontà iniziale della Commissione di istituire un commissario per la “protezione dello stile di vita europeo” o ai ringraziamenti di Von der Leyen al governo greco per aver fatto da “scudo” all’Europa durante le crisi nei campi di Lesbo dell’estate scorsa, indicando esplicitamente gli immigrati come un pericolo da cui difendersi…
    La Presidente Von der Leyen, e la Commissione in generale, si sono ritrovati a dover affrontare problemi e sfide di enorme portata per l’Unione Europea. Spesso il Parlamento, e in particolare il gruppo S&D, non si trova del tutto d’accordo con l’operato della Commissione, in primo luogo per quanto riguarda alcune scelte nei messaggi da trasmettere. Certamente sul fronte della gestione comune dei migranti ci sono enormi margini di miglioramento, ma occorre ricordare che in questo ambito l’ultima parola spetta purtroppo al Consiglio, dove i punti di vista dei Paesi sono sempre complicati da conciliare. Riguardo alla Croazia, non penso che la Commissione condivida in alcun modo le modalità spesso a dir poco discutibili con cui le autorità stanno gestendo i flussi migratori e infatti la Commissaria Johansson, responsabile per il tema, è intervenuta più volte sulle autorità croate a fronte di episodi emersi nelle cronache giornalistiche e anche giudiziarie.

     

    Anche il Governo italiano, oltre a quello croato, ha la sua quota di responsabilità in questa situazione, dal momento che i migranti riammessi in Slovenia vengono poi spesso respinti a loro volta in Croazia e quindi di nuovo in Bosnia. Avete esposto la situazione anche al governo Conte e la farete presente anche al prossimo?
    È purtroppo vero che anche dall’Italia avvengo molte più espulsioni che in passato, in particolare al confine con la Slovenia. Occorre tuttavia ricordare che la pandemia ha effettivamente complicato la gestione dei flussi migratori, soprattutto in Italia essendo stato uno dei paesi colpi maggiormente e prima degli altri dal COVID-19. La delegazione PD al Parlamento Europeo, e il PD in generale, ha seguito e continuerà a seguire con attenzione quanto accade a livello di Ministero dell’Interno, dove le decisioni riguardo queste espulsioni vengono effettivamente prese. Non appena il nuovo governo si sarà formato, ci assicureremo di stabilire un rinnovato e costante dialogo per assicurare il rispetto dei diritti dei migranti. Riteniamo che l’accordo attualmente vigente tra Italia e Slovenia, che addirittura precede l’ingresso di quest’ultima nell’Unione Europea, debba essere superato.

    Sulla sua pagina Facebook ha pubblicato un video in cui racconta come la polizia croata vi abbia inizialmente impedito di ispezionare il confine. Quali motivazioni hanno assunto per impedirvi di portare avanti la vostra missione? Anche il ministro croato Bozinivic vi ha accusato di aver agito illegalmente e di aver voluto screditare la Croazia…
    Come è ormai noto, a poche centinaia di metri dal confine fra Croazia e Bosnia, una decina di agenti di poliziotti ben armati ci ha impedito di proseguire formando un posto di blocco improvvisato. Neanche interventi telefonici delle rappresentanze diplomatiche hanno potuto sbloccare la situazione. Gli agenti si sono anzi irrigiditi. Ci siamo poi incamminati pacificamente per tentare di proseguire, rimanendo comunque all’interno dei confini europei e dunque senza infrangere alcuna norma in vigore. Ma gli agenti ci hanno seguiti e fermati nuovamente, formando poi un cordone per impedirci di andare avanti. Nessuna specifica motivazione ci è stata fornita. La nostra libertà di movimento come cittadini europei e rappresentanti eletti ci è dunque stata negata su suolo europeo senza valido motivo. Un fatto gravissimo. Il governo croato ha poi cercato di strumentalizzare la situazione per meri fini politici. Noi non abbiamo mai infranto alcuna norma e abbiamo sempre agito nel rispetto della legge e del programma della visita precedentemente condiviso con le autorità, volendo solo svolgere il nostro lavoro, in quanto siamo decisori sul bilancio dei fondi europei che le stesse autorità croate utilizzano per operare sul proprio confine con un territorio esterno all’Unione Europea.

    Luca Lottero

  • Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    “I fautori della modernità ci hanno insegnato a non fidarci di noi stessi e a non amarci. Tutte quelle storie sulla coscienza individuale, sul dolore solitario. La modernità si basava sulla nevrosi e sull’alienazione. Basta guardare l’arte, l’architettura che hanno espresso. Hanno qualcosa di molto freddo”

    (J.G.Ballard, Regno a venire)

    Tra le tante mutazioni urbanistiche genovesi degli ultimi anni, il 2020 appena concluso passerà alla storia cittadina non solo per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sulle macerie di Ponte Morandi ma anche, seppur con meno clamore, per l’inizio dell’abbattimento della Diga di Begato, divenuta un simbolo della peggiore architettura e urbanistica del secondo Novecento genovese e italiano. Per comprendere il significato storico di questo luogo e il suo monito per il presente ed il futuro, è opportuno allargare gli orizzonti spaziali, temporali e mentali oltre gli angusti confini cittadini e del dibattito puramente specialistico.

    Due eventi ed un architetto hanno segnato indelebilmente la storia e l’immaginario urbani dell’ultimo quarto del XX secolo. Il 15 luglio 1972 i tre edifici centrali dell’enorme complesso residenziale di Pruitt-Igoe, alla periferia di Saint-Louis, vennero fatti saltare in aria con la dinamite dalle autorità comunali su richiesta esplicita e unanime degli abitanti. Costruiti appena diciassette anni prima per ospitare la popolazione immigrata dalle campagne intorno alla grande città del Missouri, questi formicai urbani concepiti dall’architetto Minoru Yamasaki sul modello della “città radiosa” di Le Corbusier avevano letteralmente fatto infuriare i suoi abitanti, divenendo in poco tempo un ricettacolo di degrado, alienazione e violenza. La demolizione di quel complesso fu eclatante e divenne rapidamente il simbolo del fallimento di un modello urbano che imperversava dalla fine della seconda guerra mondiale. Come ricorda Tom Wolfe, fu “un avvenimento storico per due motivi. Uno: per la prima volta, nella storia cinquantennale degli alloggi operai, si chiedeva un parere ai clienti. Due: la vox populi. La vox populi attaccò subito a intonare in coro: “Blow it… up! Blow it… up! Fatelo saltare in aria! Buttatelo giù!” (T.Wolfe, Architetti maledetti, Bompiani 1997, p.78). Caso vuole che proprio nel momento in cui quei tre blocchi venivano fatto brillare con la dinamite (molto materiale informativo si trova in rete sulla storia e sulla demolizione di Pruitt-Igoe, materiale all’interno del quale spicca ancora per capacità evocativa un bel capitolo del poema visivo Koyaanisqatsy di Godfrey Reggio), Yamasaki stesse portando a termine il secondo grande progetto della sua carriera, le Twin Towers, cuore del World Trade Center di New York, all’epoca i due grattacieli più alti del mondo. Inaugurati il 4 aprile 1973, essi, come noto, vennero abbattuti l’11 settembre 2001: un altro crollo, non voluto in questo caso dall’esasperazione degli abitanti, ma programmato da un commando di terroristi islamici che scelse quei grattacieli per il loro valore simbolico di summa del potere dell’Occidente (il capo attentatore Mohammed Atta era tra l’altro un architetto, laureatosi in Germania con una tesi contro la modernizzazione occidentale della sua città, Aleppo). Solo diciassette anni visse il complesso di Pruitt-Igoe, solo ventotto le Twin Towers; difficile trovare un architetto del XX secolo divenuto più celebre di Yamasaki per il fallimento e la sfortuna delle sue creazioni.

    Casermoni popolari modellati sul modello della casa per abitare di Le Corbusier e grattacieli in acciaio e vetro come simboli del potere sono due architetture archetipiche del capitalismo del Novecento e diffusesi in tutti gli angoli del globo. Anche Genova, nel suo piccolo e con i suoi tempi dilatati, ha il suo Yamasaki locale e una storia che riflette questi cambiamenti epocali. Anche Genova ha infatti un sede locale della World Trade Centers Association (l’Associazione mondiale dedicata alla promozione e alla facilitazione del commercio mondiale), il World Trade Center Genoa, un grattacielo di 25 piani alto 102 metri costruito negli anni Ottanta nella zona di San Benigno dall’architetto Piero Gambacciani. Anche Genova ha la sua Pruitt-Igoe, la Diga di Begato, costruita anch’essa negli anni Ottanta come parte di un più ampio progetto urbanistico e oggi in via di demolizione, ancorché non con la dinamite, ma smontata pezzo per pezzo. L’architetto progettista di Begato è sempre Piero Gambacciani. Lo stesso architetto per due luoghi simbolo della Genova contemporanea e lo stesso destino nel secondo caso sono due similitudini cariche di significato in quanto specchio di trasformazioni internazionali epocali, ma le date non sono un dettaglio. Se Pruitt-Igoe segnò uno spartiacque all’interno della modernità funzionalista già nel 1972, la costruzione di Begato a distanza di un decennio ne fa infatti un fallimento decisamente fuori tempo massimo.

    Piero Gambacciani era nato a Prato nel 1923. Il padre Tullio era un anarchico e morì giovane lasciando la famiglia in difficoltà. Il giovane Piero si iscrisse alla Facoltà di Architettura a Firenze nel 1941, sotto il magistero dell’architetto razionalista Giovanni Michelucci. L’8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale di Mussolini ed il 25 aprile 1945, a Novara, si ritrovò davanti ad un plotone di esecuzione di partigiani. Fucilato e creduto morto, fu portato in ospedale da un prete e sopravvisse, ma con una condanna a morte sulla testa; il fratello, che invece era un ufficiale dell’esercito di Liberazione, lo prelevò dal carcere, sottraendolo a possibili vendette e riportandolo in Toscana. Ripresi gli studi e laureatosi nel 1948, Gambacciani giunse a Genova al seguito di Michelucci, e da allora non lasciò più la città, morendovi nel 2008. A Genova Gambacciani raggiunse nel corso degli anni una posizione professionale di gran rilievo, realizzando, oltre ad una una serie di edifici privati, numerose opere di grande impatto architettonico e urbanistico per la città, in un lungo arco di tempo che va dal grattacielo della SIP di Brignole costruito negli anni Sessanta per finire con il complesso residenziale-turistico di Ponte Morosini e Ponte Calvi nell’area del Porto Antico realizzato negli anni Novanta. Prosecutore della lezione corbusiana del genovese Daneri, Gambacciani ha notevolmente contribuito a definire l’identità urbana di fine Novecento di Genova nel segno della modernità tardofunzionalista che celebra se stessa sulle macerie dell’eredità storica della città. In questo senso, oltre a Begato e al WTC che ne fanno lo Yamasaki genovese, va ricordata almeno Corte Lambruschini. Fino al 1982 lì, nel cuore del quartiere di Borgo Pila, sorgeva, unico caso a Genova, un caseggiato ottocentesco a corte; più che un enorme palazzo era un piccolo quartiere a sé che, all’interno di un vasto perimetro di abitazioni popolari e operaie, racchiudeva la grande corte, sede di un mercato interno. Nel 1982 venne decisa la sua demolizione e, sulle sue macerie, Gambacciani vi costruì il nuovo centro direzionale in acciaio e vetro culminante nelle due torri principali, alte cento metri e suddivise in venti piani, che incombono all’angolo di Corso Buenos Aires.

    Ma torniamo alla storia di Begato. La costruzione della Diga avvenne a compimento di un progetto urbanistico ben più articolato e complesso che merita di essere brevemente ricordato. Questo progetto – nominato ufficialmente quartiere Diamante, dal nome del forte che sovrasta la vallata, mentre Begato è il nome storico della località e della frazione di paese che sorge a qualche chilometro di distanza – parte da lontano. Nel 1965 la variante locale del Piano nazionale delle “Aree 167” per l’edilizia residenziale pubblica aveva previsto di insediare sui rilievi collinari che circondavano le alture comprese tra la Valpolcevera e il centro di Genova una popolazione di circa 70.000 persone. Era il momento del massimo trionfo del boom economico e industriale della città, la quale, secondo progettisti e statistici, avrebbe presto superato il milione di abitanti (alcuni di essi vaneggiavano addirittura cinque milioni), e quel progetto prevedeva di urbanizzare tutte le colline genovesi fino al limite rappresentato dalla cinta dei forti.

    [quote]i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere[/quote]

    Quel sogno di “progresso” durò poco, colpito e affondato dalla crisi industriale dei primi anni Settanta; conseguentemente la popolazione di Genova si stabilizzò prima di cominciare a decrescere costantemente fino ad oggi, rendendo obsoleta quella idea di urbanizzazione massiva. Così il Piano Regolatore Generale del 1976 limitò l’applicazione di quel progetto a poche aree, la principale delle quali fu proprio Begato, che fino a quel momento era stata una collina boscosa della Valpolcevera punteggiate di case contadine con annessi orti, che storicamente vantava una produzione di pregio di prodotti della campagna (cfr E.Poleggi, P.Cevini, Genova, Laterza 1981, p. 211) e che era stata per lungo tempo un luogo di villeggiatura. L’insediamento della nuova zona 167 di Begato – anche Scampia a Napoli è noto come il quartiere 167, figlio della stessa legge – avrebbe dovuto dare alloggio a 21.000 persone, il quaranta per cento della popolazione della Valpolcevera di allora. La realizzazione dell’area fu rapida; nel 1980 gran parte degli edifici erano completati. Il modello era quello solito della “città radiosa” formulato da Le Corbusier; grandi unità di abitazione modulari, teoricamente dotate di negozi e servizi interni e immerse in spazi verdi, con strade che servissero da collegamento sia interno che con il resto della città. La realtà si mostrò da subito ben diversa dalle tavole intrise di ottimismo del progetto: gli edifici, realizzati con “sistemi edilizi industrializzati e prefabbricati” a basso costo, si dimostrarono di pessima qualità; i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere. Insomma, detto in parole povere, Begato è diventata la variante collinare, caratteristica della particolare orografia genovese, di uno degli infiniti, anonimi, ghetti-dormitorio che si posso vedere ai margini di qualsiasi territorio urbano dell’Occidente, dalle banlieues francesi alle nuove periferie che, da nord a sud – Rozzal Melara a Trieste, il Corviale a Roma, le Vele di Scampia a Napoli, i casi più celebri a cui la Begato ha avuto “l’onore” di essere stata accostata –, hanno riempito le nostre città di megastrutture allucinate in uno scenario distopico. “Sono quartieri per molti versi cresciuti in parallelo, edificati a distanza di qualche anno, ultime espressioni dell’edilizia pubblica tra anni Settanta e Ottanta. Si tratta di modelli insediativi completamente avulsi dal tessuto urbano, di un’urbanistica collinare fuori scala e fuori luogo, nata in un’epoca in cui la città aveva disperata fame di case e poco denaro da spendere, realizzazioni già anacronistiche e tristemente superate rispetto ai modelli dell’edilizia popolare europea coeva. Quartieri segnati da numerose debolezze, che si manifestano non solo nel livello di reddito e nella composizione demografica dei residenti, ma sono evidenti anche sul piano territoriale e infrastrutturale. Zone ‘amorfe’ della città che hanno a lungo funzionato come strumento di confinamento sociale” (A.Petrillo, La periferia elevata a potenza? Il caso del CEP a Genova, in Indagine sulle periferie, “Limes”, n°4, 2016, pp. 81-82). D’altronde che un quartiere concepito così, a distanza di dieci anni dal fallimento proclamato da Pruitt-Igoe e nel contesto specifico di Genova, fosse un’idea funesta in partenza fu evidente già da subito a più di un addetto ai lavori. Nel 1983, nel corso di un Congresso che si tenne in città, Bruno Gabrielli affermava: “A me sembra incredibile che si mandi avanti una iniziativa del tipo appunto di Begato, senza valutare minimamente quali possano essere le conseguenze a livello urbanistico, a livello sociale, a livello economico” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi 2015, p. 103).

    A coronamento del piano di Begato arrivò da ultima la costruzione della famigerata Diga. Le due imponenti costruzioni, comunemente denominate “Dighe Rossa e Bianca” per il colore dei rivestimenti, proprio come una diga idrica tagliavano la vallata da Est a Ovest, dando la possibilità, grazie ad alcune passerelle pedonali sospese a mezz’aria e colleganti i due blocchi, di passare da un versante all’altro senza mai uscire dall’edificio. Inutile sottolineare come il complesso ebbe un forte impatto ambientale e paesaggistico, ostruendo completamente l’orizzonte.

    Lo scopo iniziale della Diga doveva essere quello di ospitare per un periodo limitato di tempo un alto numero di famiglie per lo più sfrattate dal centro storico. Pochi anni prima era stata completata la scellerata distruzione del quartiere di via Madre di Dio e si scelse di spostare gli sfollati in questi casermoni posti all’interno della Valpolcevera, lontani e isolati dai caruggi e dal centro in cui erano abituati a vivere. Costituiti da oltre 500 alloggi, i due complessi della Diga hanno ospitato oltre 1200 persone (rimasti poco meno di 800 al momento della demolizione), il corrispettivo degli abitanti di un piccolo comune concentrati all’interno di un unico edificio. A dispetto delle intenzioni dichiarate e col passare degli anni, la Diga è rimasta a tutti gli effetti una residenza stabile per la maggior parte delle persone lì deportate, mentre solo una minima percentuale di esse ha trovato una sistemazione diversa. A fianco dei primi abitanti la titolarità a vedersi assegnato un alloggio nella Diga – con canoni di affitto bassissimi – è stata per decenni riservata alle liste che danno diritto ad una casa popolare: persone e nuclei famigliari con difficoltà socio-economiche e altri tipi di indigenza. Questa concentrazione di disagio sociale unita al fallimento da subito evidente del modello architettonico-urbanistico ha rapidamente trasformato Begato intera e la Diga in particolare in un vero e proprio ghetto. E’ facile fare una breve ricerca in rete o sui giornali per trovare molte descrizioni e testimonianze delle condizioni di vita vissute dai suoi abitanti. Mutatis mutandis esse riecheggiano la descrizione fatta da Tom Wolfe a proposito di Pruitt-Igoe parlando di una situazione vissuta quasi mezzo secolo prima: “Questi campagnoli inurbati provenivano da zone assai poco densamente popolate … dove raramente si saliva a più di tre metri sul livello del mare ammenoché non ci si arrampicasse su un albero: ed eccoli alloggiati in casermoni di 14 piani, a Pruitt-Igoe. A ciascun piano c’erano ballatoi coperti, in obbedienza al concetto di Corbu delle “strade per aria”. Siccome non v’era nell’agglomerato, alcun altro luogo ove peccare in pubblico, tutto ciò che d’ordinario sarebbe avvenuto nelle bettole, nei bordelli, nei caffè, nelle sale da biliardo, al lunapark, all’emporio, nei campi di granturco, nei pagliai, nelle stalle o nei granai, aveva luogo in quelle “strade per aria”. In confronto a quei boulevards di Corbu, la Gin Lane (o Vico dei Beoni) di Hogarth sarebbe sembrata una strada tranquilla” (T.Wolfe, op.cit., p.78).

    Come a Pruitt-Igoe, gli abitanti della Diga sono stati costretti a districarsi all’improvviso tra ascensori, ballatoi, scale interne prive di luce naturale e spazi labirintici, percepiti rapidamente come luoghi alienanti e insicuri. Si è subito imposta ad essi la sensazione di vivere asserragliati. Di conseguenza i pianerottoli sono stati rapidamente chiusi con inferriate, isolando così i singoli appartamenti, e gli spazi comuni dei ballatoi sono stati divisi verticalmente, per limitare la circolazione di figure estranee. Molti appartamenti vuoti sono stati occupati ma non attraverso forme di lotta organizzata di “diritto alla casa”, come in altre città e situazioni (per esempio alle Vele di Scampia), ma quasi sempre in una logica di marginalità e disperazione. Nel frattempo i box, mai terminati, sono divenuti una “zona franca” per ogni sorta di attività illecita. All’esterno l’assenza di negozi e botteghe, bar e qualsivoglia luogo di cultura e socialità ha alimentato lo stesso senso di insicurezza e gli spazi pubblici, le piazze e i presunti luoghi di aggregazione sono stati ben presto divorati dall’incuria e dal degrado. E’ lo stesso scenario che era già stato vissuto dagli abitanti di Pruitt-Igoe, al punto che proprio l’analisi di quel clamoroso fallimento spinse – nel 1973, appena un anno dopo la distruzione di Pruitt-Igoe stessa – Oscar Newman, allora professore alla Washington University di Saint Louis, a scrivere il saggio Defensible Space. Crime and Prevention Through Urban Design, divenuto subito un classico della microsicurezza urbana, la risposta tecnica ad una visione securitaria dell’ambiente metropolitano. Osservando come gli spazi pubblici di Pruitt-Igoe fossero divenuti oggetti di abbandono e, conseguentemente, ricettacoli di un alto tasso di criminalità, Newman ne fece un caso studio per proporre soluzioni “riparatorie” che andavano dal design deterrente alla promozione di attività di sorveglianza informale da parte degli abitanti. La teoria dello “spazio difendibile” di Newman – che ha ottenuto grande successo nei piani dei dipartimenti di urbanistica e nelle retoriche politiche sulla sicurezza imperanti da decenni – aveva come sottotesto il principio che la tutela della sicurezza degli abitanti di luoghi anonimi e marginali debba passare non per la messa in discussione radicale dell’idea di città alla loro base, ma per pratiche concrete di sopravvivenza in un territorio ostile, pratiche fondate sul sospetto e sulla diffidenza che, di fatto, implicano la rinuncia definitiva alla dimensione sociale e pubblica della città e l’abitudine a considerare strade e piazze come territori naturalmente pericolosi da cui difendersi.

     

    Alcuni storici dell’architettura locali, ammiratori del funzionalismo di Gambacciani, lamentano come la sua fama sia rimasta ancorata alla dimensione cittadina genovese. Questa constatazione si potrebbe spiegare con il semplice fatto che egli si è mostrato un epigono limitatosi a declinare localmente una tendenza internazionale, facendolo, soprattutto a Begato, particolarmente male e fuori tempo massimo. Ma per comprendere il significato più profondo di ciò che hanno rappresentato Begato e tutti i ghetti realizzati ben oltre la dead line rappresentata dall’abbattimento di Pruitt-Igoe, occorre andare alla radice della sua idea architettonica e urbanistica, alla sua matrice ideologica e pragmatica primigenia, ovvero all’opera e al pensiero di Le Corbusier.

    Negli ultimi anni in Francia sono uscite diverse monografie che hanno ricostruito i legami profondi di Le Corbusier con l’estrema destra francese degli anni Venti e Trenta, sia in campo culturale che politico, legami spintisi fino all’ammirazione esplicita per Hitler e al collaborazionismo attivo con il regime di Vichy, e per altro ben occultati da Le Corbusier stesso nel secondo dopoguerra e trascurati dalla critica per decenni. Sarebbe facile fare un parallelismo con la militanza fascista del giovane Gambacciani, ma non è questo il punto interessante della questione che ci interessa.

    Ciò che emerge di più interessante da questi saggi è il riduzionismo freddo e totalitario del suo pensiero. L’uomo, diceva Le Corbusier, è come un’ape costruttrice di cellule geometriche, o come una formica, «con delle abitudini precise, un comportamento unanime» (citato in X. Jarcy de, Le Corbusier, un fascisme français, Albin Michel 2015, p. 175). La vita dell’uomo moderno si riduce a quattro bisogni fondamentali: lavorare, riposare, abitare, circolare, e la città contemporanea deve rispondere nel modo più funzionale ad essi. La risposta architettonico-urbanistica naturale al loro soddisfacimento è la standardizzazione: in primis la standardizzazione della casa, una “macchina per abitare” che va organizzata nelle “unità di abitazione”, concepite ognuna come una piccola città verticale racchiusa in un unico edificio, capace di ospitare 1500 persone; contemporaneamente la standardizzazione della città, una macchina ortogonale, fredda e impersonale, votata al puro funzionamento della produzione economica; infine – e come conseguenza delle prime due – la standardizzazione della vita dei suoi abitanti, organizzati come masse laboriose e disciplinate che, come negli alveari e nei formicai, devono seguire percorsi obbligati e sempre uguali a se stessi. La fabbrica fordista, la catena di montaggio, “l’organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor erano un modello assoluto di efficienza utilitaristica per Le Corbusier e per l’urbanistica funzionalista di quegli anni; lo erano ovviamente per il capitalismo, ma lo erano anche per i regimi totalitari. Questi ultimi non ressero, il capitalismo sì e si sarebbe aggiornato ed evoluto.

    [quote]Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.[/quote]

    Il capitalismo ha infatti fatto tesoro se non del modello integrale di città ideale di Le Corbusier, sicuramente del suo spirito ordinatore, modulando l’organizzazione urbana della vita sociale in funzione delle proprie esigenze economiche. Di radere completamente al suolo interi centri storici per sostituirli con griglie di grattacieli destinati ai luoghi del potere e dell’amministrazione – la soluzione pensata da Le Corbusier per tutti i centri urbani – se la sono sentita in pochi, anche se la tendenza a conservarli è stata dettata quasi unicamente dalle ragioni del profitto incarnate dal turismo e dalla gentrification; oppure lo si è fatto solo parzialmente, come avvenuto in modo clamoroso a Genova a Piccapietra e nel quartiere di via Madre di Dio. Di ammassare i poveri nei ghetti di periferia modellati sul principio delle “città radiose” nessuno si è fatto invece scrupolo. Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «la gerarchia è la legge del mondo organizzato nella natura come tra gli uomini» (Le Corbusier, Arte decorativa e design, Laterza 1973, p. 16) e che fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.

    Le Corbusier amava definirsi un tecnico che risolve problemi e non un politico: «Tenevo molto a non uscire dal piano tecnico. Sono un architetto, non sono disposto a fare della politica. Che ciascuno nel proprio campo, secondo la più rigorosa specializzazione, conduca la propria soluzione alle estreme conseguenze» (Le Corbusier, Urbanistica, Il Saggiatore 2017, p. 290). Questa presunta neutralità è il tratto fondamentale del pensiero totalitario; in una vita sociale organizzata dall’alto in modo così capillare, gerarchica e razionale, dove nessuno può mettere in discussione l’ordine generale (ovvero fare politica), ognuno deve limitarsi a svolgere il proprio compito come un tecnico. La categoria fondamentale del pensiero di Le Corbusier non era dunque il nazifascismo – tant’è vero che egli si rivolse con altrettanto entusiasmo anche a Stalin – ma il totalitarismo economico-produttivista, l’ordine razionale e l’efficienza di un mondo industriale, tecnico e utilitarista: “una visione fredda del mondo”, per dirla con Marc Perelman, della quale le forme urbane delle “città radiose” sorte tutte uguali ai quattro angoli del globo, da Pruitt-Igoe fino a Begato (passando per le periferie delle città del socialismo reale, non a caso perfettamente speculari a quelli dell’Occidente capitalistico), hanno rappresentato una manifestazione tanto orribile nei risultati quanto coerente negli scopi. «L’opera-sistema di Le Corbusier è fermamente associata ad una visualizzazione totalitaria della vita, ad una compulsione ripetitiva dell’idea di macchina (umana, architettonica, urbana), all’inquietante progetto di un urbanismo della rarefazione visiva, al freddo allineamento di blocchi di edifici e unidimensionali. […] Poiché Le Corbusier non fu solo lo specchio della società dei suoi tempi, egli certamente fu l’espressione vivente e dunque pericolosa di quei tempi, l’individuo-soggetto, ma soprattutto il soggetto-progetto che ha cristallizzato nella propria persona il cupo divenire della città, l’anticipatore che ha proiettato, con un saper fare sicuramente inedito, un’esistenza sottomessa ad un behemoth urbano mostruoso» (M.Perelman, Une froide visione du monde, Michalon 2015, pp. 70-71).

     

    L’organizzazione totalitaria delle forme di vita dell’uomo all’interno della città alveare è dunque la cifra urbana del Novecento inventata da Le Corbusier e pedissequamente ripresa da mille suoi seguaci, tra cui Gambacciani. In uno degli altri suoi progetti della metà degli anni Ottanta, modellando il nuovo quartiere di Quarto Alto secondo gli stessi schemi architettonici e urbanistici di una ennesima piccola “città radiosa” – e, non a caso, molti dei “profughi” della Diga di Begato vengono oggi ricollocati proprio a Quarto Alto -, Gambacciani ha definito il grattacielo più alto del complesso “il supercondominio” (citato in A.Vergano, op.cit., p.119). Non so se Gambacciani avesse letto e conoscesse Il condominio scritto da Ballard nel 1975 e volesse così fare del citazionismo autoironico. Non lo credo, visto che quel romanzo è una denuncia spietata della psicopatologia indotta dalle forme della macchina per abitare corbusiana, ancorché in una versione “borghese”, e che quasi tutti gli altri suoi romanzi dagli anni Settanta in poi sono incentrati sulla descrizione di una cupa distopia sociale incentrata sui non-luoghi caratteristici del tardocapitalismo. Nel suo ultimo grande romanzo prima di morire, Regno a venire, Ballard è arrivato a definire il consumismo indotto dai grandi centri commerciali come una nuova forma di totalitarismo, la cui veridicità profetica l’abbiamo potuta verificare recentemente osservando le code che si sono create fuori dai grandi centri commerciali nel periodo del lockdown e delle restrizioni, quando, non potendo muoversi liberamente o andare fare delle scampagnate, le masse delle metropoli si sono accalcate alle loro porte: “La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia. Crediamo di poter scegliere ma è tutto già deciso. Dobbiamo continuare a comprare, se no falliamo come cittadini. Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere soddisfati solo dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva… Questa è una nuova forma di totalitarismo che opera nei pressi dei registratori di cassa” (J.G.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli 2006, p.114).

     

    “Nel quadro delle campagne di politica sociale di questi ultimi anni, per rimediare alla crisi degli alloggi, prosegue febbrilmente la costruzione di topaie. Di fronte all’ingegnosità dei nostri ministri e dei nostri architetti urbanisti non si può che restare ammirati. Per evitare ogni disarmonia, costoro hanno messo a punto alcune topaie tipo, i cui progetti vengono impiegati ai quattro angoli della Francia. Il cemento armato è il loro materiale preferito. Questo materiale, che si presta alle forme più elastiche, viene adoperato soltanto per fare case quadrate. Il più bel risultato del genere sembra essere la “Città Radiosa” del generale Corbusier, benché le realizzazioni del brillante Perret gli contendano la palma. Nelle loro opere si sviluppa uno stile che fissa le norme del pensiero e della civiltà occidentale del ventesimo secolo e mezzo. E’ lo stile “caserma” e la casa del 1950 è una scatola. Lo scenario determina i gesti: noi costruiremo case appassionanti” (Internazionale lettrista, Costruzione di topaie, “Potlatch” n.3, 6 luglio 1954). Questo scrivevano i più radicali nemici del progetto politico di Le Corbusier – l’Internazionale lettrista è il gruppo parigino di Guy Debord antecedente alla creazione dell’Internazionale situazionista – un anno prima che Yamasaki completasse il complesso di Pruitt-Igoe e trenta prima che Gambacciani, ignorando quella lezione storica, ripetesse lo stesso modello a Begato. Per i situazionisti, lo stile di vita che si incarnava nelle città ristrutturate secondo il dettato funzionalista corbusiano era il campo sul quale il dominio totalitario del capitalismo moderno – quello che Debord avrebbe definito “la società dello spettacolo” – si espandeva in modo subdolo e pervasivo, aggiornandosi ai bisogni imposti dalla ristrutturazione della società dei consumi degli anni Cinquanta, la stessa che si sarebbe evoluta nella distopia descritta da Ballard. D’altronde, vedendo sorgere alla periferia di Parigi le banlieues, già nel 1961, i situazionisti furono facili profeti delle sommosse che le avrebbero attraversate decenni dopo: “Se i nazisti avessero conosciuto gli urbanisti di oggi, avrebbero trasformato i campi di concentramento in case popolari… i privilegiati delle città dormitorio non potranno che distruggere” (R.Vaneigem, Commenti contro l’urbanistica, “Internationale situationniste”, n°6, 1961, pp. 33-37, Nautilus 1994). L’Italia non è la Francia, Genova non è Parigi, Begato non è Sarcelles; la composizione sociale delle banlieues ne fa un caso unico nel contesto europeo. Begato non è mai stata caratterizzata da rivolte e oggi viene smantellata sommessamente, senza la volontà popolare espressa attraverso assemblee pubbliche né l’atto spettacolare della dinamite di Pruitt-Igoe.

    Neanche il WTC di San Benigno, ben difficilmente e per fortuna, sarà bersaglio di attacchi terroristici come il suo fratello maggiore di New York. Egli rimane lì dov’è, una gelida lastra di vetro e acciaio sulla spianata che ha livellato il colle di San Benigno che per secoli divideva Genova dal ponente cittadino. Su questa piana il WTC è giocoforza diventato il vicino e il contraltare postmoderno della Lanterna di Genova che da novecento anni guida la navigazione al largo delle coste liguri del Mediterraneo. A questo proposito è buffo e significativo il fatto che Hitler fosse convinto che il Reich nazista sarebbe stato millenario e che, a fronte di questo delirio, Le Corbusier nel 1933 scrivesse alla madre che “Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa. […] Questa è la fine dei discorsi da tribuna o da assemblea, dell’eloquenza e della sterilità parlamentare. La rivoluzione si farà nel senso dell’ordine» (cit. in M.Perelman, op.cit., p. 39). Quel regno millenario durò fortunatamente soltanto dodici anni, meno ancora di Pruitt-Igoe e delle Twin Towers. E’ facile immaginare che anche le forme e lo spirito dell’architettura genovese di Gambacciani non si avvicineranno minimamente alla vita della ben più gloriosa Lanterna. Lo smantellamento di Begato dopo meno di quarant’anni di esistenza s’inserisce in questo processo; e sarebbe bello che esso fosse l’alba di una presa di coscienza collettiva del voler farla finita per sempre con questa “visione fredda del mondo” incarnata dall’urbanistica totalitaria degli architetti del Novecento e del volerne ricostruire uno nuovo, di mondo, popolato di case davvero “appassionanti”.

     

    Eppure le forme di vita imposte dalle “città radiose” di Le Corbusier, da Pruitt-Igoe a Begato, al di là delle loro vetuste forme architettoniche, sembrano incarnare una profezia nefasta proprio alla luce di quanto abbiamo vissuto in questo 2020: il distanziamento sociale, la vita quotidiana reclusa in cellule abitative segregate dal mondo esterno, il tramonto della vita sociale e pubblica surrogata dalla realtà virtuale, la mobilità esterna ridotta al lavoro e agli spostamenti per necessità. Tutto ciò che era stato pensato da Le Corbusier come struttura della vita ridotta ad ingranaggio di una megamacchina produttiva lo abbiamo sperimentato in prima persona con l’emergenza della pandemia. Il problema è che molti di coloro che, stando ai vertici del comando economico planetario, hanno il potere di decidere delle nostre vite non esitano a predire che questo modello, opportunamente edulcorato, dovrebbe essere in qualche modo mantenuto anche una volta sconfitto il virus e cessata l’emergenza. Secondo i loro piani lo stato di eccezione temporanea dettato dalla pandemia potrebbe diventare preludio di una rivoluzione permanente. Per i capi del World Economic Forum la pandemia dovrebbe infatti essere esplicitamente l’opportunità da non perdere per il grande reset (cfr. K. Schwab, T.Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020), l’avvio di quella quarta rivoluzione industriale (K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, FrancoAngeli 2019) che, grazie alle mirabolanti conquiste dell’era digitale, dovrebbe rendere strutturali alcune di queste sperimentazioni. In questa visione di futuro prossimo, il trionfo della virtualità, lo smart working e la didattica a distanza, l’innovazione tecnologico-digitale, le prospettive transumaniste e cyborg che arrivano a mettere in discussione persino il significato stesso di “essere umano”, si innestano su una organizzazione sociale nella quale il distanziamento, la separazione netta tra la “libertà” interna alle mura domestiche e limiti sempre più necessari alla vita sociale e pubblica, sistemi pervasivi di sorveglianza che aggiornano tecnologicamente la teoria dello spazio difendibile di Newman, dovrebbero diventare la norma, aggiornando in senso autoritario il tardocapitalismo alle crisi (ambientali, economiche e sociali) da esso stesso provocato. Meno libertà, più sicurezza; di questo i capi dell’economia mondiale parleranno al prossimo incontro del World Economic Forum di Davos. L’obiettivo esplicito di questa operazione è rendere l’Occidente liberale competitivo con la Cina, la potenza economica più forte al mondo ed un modello di autoritarismo statale capitalistico che, se fosse ancora vivo, Le Corbusier apprezzerebbe sicuramente molto, sia da un punto di vista politico-sociale che urbanistico. Non a caso una delle immagini più forti e simboliche di questo 2020, l’inizio della rivoluzione indotta dalla pandemia, è racchiusa nel video impressionante degli abitanti di Wuhan costretti dal lockdown a stare chiusi negli enormi “supercondomini” di quella megalopoli-alveare di undici milioni di abitanti che cantano all’unisono dalle finestre delle proprie cellule abitative per farsi coraggio. Una visione che sembrava tratta da un mix distopico di Metropolis di Fritz Lang e un romanzo di Ballard e che si è invece rivelata la profezia di una trasformazione globale forse appena agli esordi.

    In questo scenario la “visione fredda del mondo” non si incarnerebbe più, forse, nelle forme obsolete e ostili di Pruitt-Igoe e Begato ma potrebbe propagarsi come un virus silenzioso degno di quello de Il demone sotto la pelle di Cronenberg, coltivato proprio nelle viscere di una macchina per abitare corbusiana (significativamente ribattezzata L’arca di Noè) e da lì pronto a propagarsi per il mondo. Quel film del 1975, concepito come una distopia ballardiana (il film è dello stesso anno de Il condominio) sulle relazioni tra una certa architettura moderna e l’avvertito pericoloso disfacimento della società occidentale, assume oggi i connotati di una metafora ancora più densa di significato. Là, nella finzione cinematografica del 1975, l’isolamento salvifico dalla crisi della civiltà su quella sorta di arca allegorica che era la “città radiosa” si trasformava, proprio grazie ad un virus, nella creazione di un nuovo modo di essere figlio dell’ambiente insostenibile in cui veniva generato. Qua, nella realtà presente, un virus nato e propagatosi per l’invadenza dell’uomo urbanizzato nei confronti degli equilibri di un ecosistema pianeta che abbiamo trasformato in una specie di supercondominio-alveare ci costringe a rimettere in discussione l’idea che si possa continuare a concepire la nostra vita come funzione della megamacchina economica e produttiva.

    Di ben altre dighe avremo bisogno in quel caso, ma, nel frattempo, visto che il futuro resta ancora una incognita e la storia una pagina da scrivere collettivamente, limitiamoci, dal nostro piccolo punto di vista locale, a rivolgere uno sguardo benevolo che le luci della Lanterna possano idealmente ricongiungersi con quelle provenienti dalle colline di Begato non più ostruite da una colata di cemento, esclusione ed alienazione.

    Leonardo Lippolis

  • Genova scelta di ‘serie b’ per Amazon: opportunità persa o pericolo scampato?

    Genova scelta di ‘serie b’ per Amazon: opportunità persa o pericolo scampato?

    Con l’apertura, a ottobre, del nuovo deposito a Campi Amazon rafforza la sua presenza anche a Genova, nell’anno della crescita record favorita dal covid. Ma il dibattito, fermo ai numeri sui posti di lavoro creati e al grido di dolore del commercio tradizionale, non inquadra i veri termini della questione.

    Negli ultimi giorni di ottobre di quest’anno, qualcuno o qualcuna ha acquistato su Amazon il romanzo di Nancy Springer  “Enola Holmes: il caso del marchese scomparso”. È stata la prima volta che un acquisto effettuato su Amazon è passato dal nuovo deposito di smistamento della stessa Amazon a Genova Campi, entrato ufficialmente in funzione lo scorso 28 ottobre. Il lettore/la lettrice è probabilmente genovese ma potrebbe risiedere anche a La Spezia o Alessandria, altre province in parte servite dalla nuova struttura.

    In queste settimane, con la stagione degli acquisti natalizi e un settore del commercio tradizionale martoriato dal covid-19 (ma in crisi, almeno a Genova, da ben prima della pandemia), di Amazon si sta parlando molto. I commentatori si dividono tra chi crede che il colosso dell’e-commerce faccia una concorrenza troppo forte e persino sleale a negozi e centri commerciali fisici e chi invece sostiene che questi dovrebbero adeguarsi e, per esempio, aprire un proprio spazio sulla piattaforma. Le circostanze di quest’anno portate dalla pandemia, con milioni di consumatori di tutto il mondo costretti a casa e altrettante attività fisiche costrette a chiusure parziali o totali, hanno rafforzato ulteriormente Amazon e l’e-commerce in generale e dato ulteriori argomenti a entrambe le posizioni. La ribellione dei piccoli contro la multinazionale o lo sbarco nell’inevitabile nuovo mondo dell’e-commerce, poco importa se visto come un destino da accettare o un’opportunità da cogliere.

    Le associazioni di categoria assumono posizione spesso difensive. Quest’anno hanno chiesto al Governo di fare come in Francia, dove la giornata principale del Black Friday è stata rinviata al 4 dicembre, quando l’allentamento di alcune delle restrizioni in vigore potrebbe aver consentito ai negozi fisici di concorrere in modo più equilibrato con il super evento di sconti annuale di Amazon. Il Governo italiano, però, non ha modificato le date dell’evento, che si è concluso lo scorso 27 novembre. In Francia è nata anche la campagna a sostegno dei negozi fisici #NoelSansAmazon (Natale senza Amazon) che alcune organizzazioni del piccolo commercio hanno cercato di proporre anche in Italia. La Camera di Commercio di Genova e delle Riviere della Liguria per la stagione degli acquisti di Natale ha proposto la campagna #comprasottocasa, dai contenuti simili.

    Amazon a Genova

    Eppure, quando Amazon ha aperto il suo centro di smistamento a Genova il dibattito si è limitato agli annunci sui nuovi posti di lavoro che si sarebbero creati e a una polemica presto disinnescata sui camion per il trasporto delle merci, che lo scorso inverno sembrava dovessero parcheggiarsi nell’area di Villa Bombrini, destinata però ad altri progetti per gli abitanti di Cornigliano. La scelta sembrava essersi resa necessaria dall’indisponibilità dell’autoparco di Campi, di proprietà dell’ingegner Aldo Spinelli, a causa dei lavori di ricostruzione del ponte Morandi. Ma dopo le polemiche degli abitanti di Cornigliano fu lo stesso Spinelli ad annunciare la disdetta degli accordi con i sindacati dei trasporti e una rimodulazione del progetto (diluito nel tempo in attesa di un autoparco definitivo).

    Forse anche questi imprevisti hanno costretto al ridimensionamento degli annunci sui nuovi posti di lavoro, ad oggi ben meno trionfali di quelli iniziali. In un’intervista rilasciata sempre a Primocanale per i suoi 80 anni, lo scorso 10 gennaio ancora Spinelli prevedeva 125 posti di lavoro sin dall’apertura dell’impianto e 300 in vista della stagione natalizia, quando il carico di lavoro aumenta. Ma al momento dell’apertura, il 28 ottobre, il comunicato di Amazon prevedeva che il nuovo centro avrebbe creato “nei prossimi anni” 30 posti di lavoro a tempo indeterminato per operatori di magazzino e 70 a tempo indeterminato per autisti incaricati di ritirare gli ordini dal deposito e di distribuirli ai clienti finali (oltre a quelli già attivi da prima dell’apertura del centro). A nostra richiesta, l’ufficio stampa di Amazon ci ha informato che ad oggi lavorano presso il deposito «circa 23 dipendenti a tempo indeterminato, più gli autisti dei nostri fornitori di servizi di consegna». «Le selezioni degli operatori di magazzino – ci dice sempre la compagnia – vengono gestite da agenzie interinali locali. Amazon non ricorre in nessuna occasione a cooperative. Gli autisti sono invece assunti direttamente dei fornitori locali di servizi di consegna che collaborano con Amazon Logistics».

    Opportunità persa o pericolo scampato?

    Il nuovo magazzino aperto a Genova è un “deposito di smistamento”. Nel gergo di Amazon, con questo termine si indica una struttura più piccola e con meno funzioni di un “centro di distribuzione”. «I centri di distribuzione – ci spiegano dall’azienda – sono in generale centri logistici di grosse dimensioni in cui i prodotti vengono stoccati e spediti una volta ricevuto l’ordine del cliente. I depositi di smistamento sono invece funzionali alla gestione dell’ultimo miglio. Si tratta di centri di dimensioni più piccole, situati in posizione strategica rispetto ai centri urbani, in cui ogni giorno arrivano ordini provenienti dai centri di distribuzione che vengono smistati in base alla loro destinazione finale».

    [quote] il paradosso di merci che sbarcano a Genova, viaggiano in camion a Torino o Piacenza dove vengono stoccate per poi tornare nel nuovo deposito di Campi ed essere distribuiti a clienti genovesi[/quote]

    Per farci un’idea il nuovo deposito genovese occupa un’area di 7mila metri quadrati, contro i 60mila del centro di Torrazza Piemonte a Torino, uno dei sei (di cui due aperti nel 2020) presenti in Italia. Come possiamo vedere dalla mappa, di questi sei cinque sono distribuiti nel nord Italia. Forse per questo a Genova Amazon ha optato per questa scelta – se vogliamo – di serie b, nonostante la presenza di un’infrastruttura come il porto. Anche con il rischio di generare il paradosso di merci che sbarcano a Genova, viaggiano in camion a Torino o Piacenza dove vengono stoccate per poi tornare nel nuovo deposito di Campi ed essere distribuiti a clienti genovesi.

    Difficile quindi quantificare con precisione l’impatto che un magazzino dalle funzioni limitate avrà. Il contesto economico per molti versi inedito generato dalla pandemia rende anche scivoloso ogni parallelo con situazioni esistenti. Ma è grazie a questa infrastruttura di magazzini, estremamente fisica a dispetto dell’idea di azienda “digitale” che spesso associamo ad Amazon, che la piattaforma fondata nel 1994 da Jeff Bezos si diffonde in modo sempre più capillare. Ogni centro di distribuzione e ogni deposito di smistamento fa arrivare un po’ più velocemente il nostro ordine a casa nostra e rende Amazon un po’ più conveniente rispetto ai negozi fisici.

    Un viaggio ad Amazonia

    Ospitare un’azienda come Amazon in una città non è quindi una scelta neutrale, ma si porta dietro una serie di conseguenze che vanno ben oltre i posti di lavoro diretti o generati nell’indotto. Non è un caso che se ne siano accorti ormai da tempo negli Stati Uniti, dove Amazon è una realtà più radicata che in Europa e il dibattito e quindi più maturo. La regolamentazione delle grandi corporation è centrale nel dibattito politico americano soprattutto a sinistra, dove nel corso delle primarie del partito democratico poi vinte da Joe Biden una candidata come la senatrice Elisabeth Warren proponeva il loro spezzettamento per contrastare il loro potere di monopolio.

    Nel 2019 le forti polemiche di cittadini e amministratori locali hanno spinto Amazon a rinunciare alla costruzione di un quartier generale nel quartiere di Queens, a New York City. Un impianto che avrebbe dovuto ospitare circa 25mila lavoratori e, secondo alcune stime, avrebbe garantito allo Stato e alla città di New York un gettito fiscale di 27,5 miliardi di dollari nei successivi 25 anni. In cambio però di generosi incentivi fiscali che in definitiva i legislatori hanno ritenuto eccedere i benefici. Come spiega l’autore e accademico Nicola Melloni sull’edizione italiana di Jacobin, magazine della sinistra radicale, Amazon sfrutta da anni i meccanismi del federalismo competitivo statunitense, bandendo delle specie di aste in cui gli Stati competono a suon di sconti e incentivi fiscali per ospitare i magazzini dell’azienda con il loro carico di posti di lavoro. Con il risultato però che le casse pubbliche si svuotano, i fondi per i servizi sociali si assottigliano e le città sono talvolta costrette ad adattarsi ad Amazon, più che l’opposto.

    La presenza di Amazon ha delle conseguenze anche molto dirette nei luoghi dove sceglie di far sorgere i suoi quartier generali. Il quartiere South Lake Union di Seattle, capitale dell’impero globale di Amazon, ha un rapporto stretto con l’azienda di Jeff Bezos, al punto da essere stato soprannominato Amazonia dai suoi stessi abitanti. «La città ha avuto una spinta senza precedenti dal punto di vista economico, con la creazione di 220mila nuovi posti di lavoro negli ultimi dieci anni – scrive Harrison Jacobs in un suo reportage del 2017 pubblicato in Italia da Business Insider – ma ha dovuto pagare un prezzo elevato». L’espansione immobiliare dell’azienda (che a Seattle ha uffici dove lavorano impiegati di alto livello, oltre a magazzini) l’ha resa tra i principali locatari cittadini, con possibilità di scegliere a quali realtà concedere i suoi spazi e a quale prezzo. L’arrivo in massa di lavoratori ben pagati e l’espansione della compagnia ha inoltre fatto lievitare i prezzi di abitazioni e uffici. Un tempo città economica, negli ultimi 10 anni Seattle ha visto crescere il valore medio degli affitti fino a tre volte la media nazionale ed è diventata la terza città degli Stati Uniti per numero di senza tetto. Vivere nel centro di Seattle richiede ormai un reddito annuale di almeno 96mila dollari. E il traffico è costantemente congestionato dai fattorini della compagnia.

    La capacità di creare posti di lavoro e ricchezza (pur con tutte le controindicazioni del caso) si traduce inevitabilmente in influenza politica. Nel 2018 il Consiglio cittadino stava discutendo l’introduzione di una tassa sulle maggiori compagnie che operavano in città, inclusa ovviamente Amazon. L’azienda finanziò l’opposizione al progetto e minacciò di sospendere la costruzione di un nuovo centro che avrebbe dato lavoro a 7mila persone, e la legge fu ritirata. Una tassa è poi stata introdotta quest’anno per contrastare gli effetti economici della crisi portata dal covid e per iniziative a favore di poveri e senzatetto.
    La situazione italiana ed europea è molto diversa da quella statunitense e un deposito di smistamento non renderà Genova la “Amazonia” italiana. Il racconto di Jacobs e lo scontro con il Consiglio cittadino di Seattle sulle tasse sono però utile per farsi un’idea di fino a che punto può spingersi l’influenza di Amazon e di quanto le grandi corporation di nuova generazione siano diventati a tutti gli effetti soggetti politici, capaci di influenzare le scelte collettive e la realtà che li circonda e di rimodellare i tessuti urbani in cui sono inseriti.

    Amazon e piccole-medie imprese: tentativi di dialogo

    Da parte sua, Amazon non vuole certo passare per la multinazionale assassina delle realtà più piccole e tradizionali che molti descrivono. In un tessuto economico fatto soprattutto di piccole e medie imprese come quello italiano, lo scorso 24 novembre Amazon Italia ha lanciato “Accelera con Amazon”, un piano di formazione per la crescita e la digitalizzazione delle piccole e medie imprese. All’evento erano presenti anche i ministri degli Esteri Di Maio e dello Sviluppo Economico Patuanelli.

    Inoltre «Sono oltre 14.000 le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it e che hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni di euro – ci fanno sapere dall’ufficio stampa di Amazon Italia – Di queste, circa 600 le realtà che hanno superato il milione di dollari in vendite. Ad oggi, le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it hanno creato oltre 25.000 posti di lavoro. Da giugno 2019 a maggio 2020, i partner di vendita italiani hanno registrato vendite per una media di oltre 75.000 euro ciascuno, ed hanno venduto in media più di 100 prodotti al minuto nei nostri negozi online».

    Inoltre i lavoratori impegnati a tempo pieno nel periodo del picco natalizio riceveranno un bonus in busta paga di 300 euro lordi (il bonus sarà parziale per chi lavora part-time). Un investimento del resto pienamente abbordabile da parte dell’azienda, che quest’anno è stata senza dubbio tra le vincitrici nel contesto della crisi causata dalla pandemia. Tra settembre 2019 e settembre 2020 Amazon ha realizzato un flusso di cassa operativo (le entrate al netto degli investimenti) di 55,3 miliardi di dollari, in aumento del 56% rispetto all’anno precedente. Nel terzo trimestre del 2020 l’utile netto è stato di 6,3 miliardi di dollari, il triplo di quello dell’anno precedente. Numeri che hanno consentito ad Amazon di quasi raddoppiare la propria forza lavoro solo tra gennaio e ottobre, assumendo 427.300 persone (in media 1.400 assunti al giorno) e arrivando ad avere 1 milione e 200 mila dipendenti in tutto il mondo . Un ritmo di assunzioni che alcuni studiosi paragonano a quello dell’industria bellica statunitense ai tempi della seconda guerra mondiale. La crescita è stata particolarmente pronunciata proprio in Italia, tra i Paesi più colpiti dalla pandemia e dove l’abitudine di fare acquisiti era relativamente meno diffusa che altrove.
    Numeri di una realtà ormai inevitabile, con cui le autorità pubbliche e le associazioni di categoria non possono evitare di fare i conti. Iniziando, tanto per cominciare, a inquadrare i termini della questione.

     

    Luca Lottero

  • Mini-idroelettrico, ecco perché è una risorsa senza futuro che porta solo devastazione e cemento

    Mini-idroelettrico, ecco perché è una risorsa senza futuro che porta solo devastazione e cemento

    Oggi, grazie all’idroelettrico, una parte importante della produzione elettrica nazionale è rinnovabile: nel 2016 si stimava il 15,3%. Tuttavia, più del 70% della potenza installata è costituita da impianti maestosi e in esercizio da prima degli anni Settanta. Ne deriva quindi un complesso di strutture troppo vecchio per stare al passo coi tempi in termini di adeguamento tecnologico e, soprattutto, sostenibile. Al contrario, invece, le numerose installazioni degli ultimi anni sono riconducibili al mini-elettrico con risultati non rilevanti in termini di produzione.

    In futuro, il potenziale idroelettrico incorrerà in una decisa trasformazione a causa dei cambiamenti climatici. Si stima che per effetto delle variazioni delle precipitazioni annue – in diminuzione rispetto al passato – oltre che della maggiore evaporazione, il deflusso delle acque e, di riflesso, la produzione di energia elettrica nei prossimi anni calerà fino al 10%. Infatti, alla continua e inesorabile riduzione dei ghiacciai segue la scomparsa dell’acqua che deriva dalla loro fusione perciò, in un contesto così instabile, è bene rivedere lo sfruttamento dell’acqua allo scopo di produrre energia idroelettrica.

    La proposta: invasi lungo i fiumi liguri, ma aumenterebbero il dissesto idrogeologico

    Come un film visto e rivisto, durante le forti ondate di maltempo, assistiamo alle stesse temute scene: piogge battenti che mettono in ginocchio intere comunità, a causa della cattiva manutenzione e pulizia dei torrenti che, puntuali, esondano e spazzano via tutto ciò che incontrano. Le conseguenze sono paesi che rimangono isolati, senza corrente elettrica e in grande difficoltà per giorni interi, oltre che danni materiali incalcolabili. L’emergenza climatica non è vicina, ma è già in atto, ed è ora che la classe politica stabilisca un piano d’azione rapido, efficace e soprattutto sostenibile. La recente proposta di del governatore Toti di installare degli invasi lungo i fiumi della Liguria per ‘disinnescarli’ e contenere le piene, non è passata inosservata e ben presto è arrivata la bocciatura da parte dell’associazione ambientalista Legambiente.

    Mentre il governatore ligure pensa a emulare il cosiddetto ‘Modello Trentino’ tramite la creazione di mini-invasi lungo i torrenti della regione, c’è chi gli ricorda che le valli della Liguria a livello morfologico sono altamente diverse da quelle del Trentino. Inoltre, i nostri torrenti hanno un flusso molto variabile e per nulla costante – dipendente sostanzialmente dalle stagioni – e un mini impianto idroelettrico installato su un corso d’acqua per gran parte dell’anno secco equivale a mettere a rischio interi ecosistemi per produrre quantità di energia estremamente basse. Nel dossier sull’idroelettrico stilato da Legambiente nel 2018, emerge che nel 2014 oltre duemila impianti idroelettrici di potenza inferiore a 1MW hanno prodotto soltanto il due per mille dell’energia complessivamente consumata. Dallo studio ne deriva, poi, che costruire invasi – tramite il versamento di ingenti quantità di cemento – per ‘salvaguardare’ il territorio ligure innescherebbe un deterioramento del suolo, con conseguente incremento del dissesto idrogeologico.

    La ‘protesta dei pesci’

    L’obiettivo è di tutto rispetto: rendere meni pericolosi i torrenti e scongiurare le piene distruttive durante le ondate di maltempo come quella degli scorsi mesi che ha colpito l’estremo Ponente. I mini-invasi si pagherebbero da soli grazie alla creazione di energia elettrica e, in secondo luogo, conterrebbero l’acqua dei torrenti evitando inondazioni. Ma ci si è domandati come funzionano queste installazioni e se il gioco vale la candela? La questione del mini-elettrico in Liguria non è nuova: il Rio Carne, che score nell’imperiese, per anni è stato oggetto di battaglie, in quanto un progetto voleva la costruzione di una mini centrale idroelettrica lungo il suo corso che avrebbe però avuto un impatto negativo sull’ecosistema circostante. Il piano è stato stracciato soltanto grazie alla presenza di un ponte che ne ha impedito la realizzazione altrimenti la situazione, con tutta probabilità, sarebbe ancora irrisolta. Ma, nonostante i precedenti, il governatore ligure sembra intenzionato a riprendere in mano la tematica, anche se i tempi di realizzazione si ipotizzano superiori ad almeno un lustro.

    In controtendenza con le dichiarazioni di Toti, solamente qualche mese fa, decine di associazioni ambientaliste protestavano contro tutti i progetti idroelettrici che mettono a rischio i corsi d’acqua e di conseguenza la fauna ittica che vive al loro interno. Si tratta della ‘protesta dei pesci’, nata per denunciare il furbesco modus operandi delle regioni che aggirano la Direttiva Quadro Acque, mettendo a rischio i corsi d’acqua naturali con progetti micro-idroelettrici totalmente incompatibili con la tutela del suolo e delle acque. La Direttiva Europea, infatti, punta a prevenire il deterioramento qualitativo e quantitativo delle acque, a migliorarne lo stato e ad assicurarne un suo utilizzo sostenibile. Quest’ultima stabiliva il 2015 come scadenza entro la quale tutte le acque europee dovevano risultare in buone condizioni, dove per ‘buono stato’ si intende la presenza una pressione antropica ridotta. L’obiettivo, purtroppo, non è stato centrato e probabilmente non lo sarà finché la legislazione in merito non sarà più severa e meno superficiale.

    Mini-idroelettrico: i pericoli della sua applicazione

    Centrale Idroelettrica di Isoverde - foto di Aquae Giorgio TemporelliI piccoli impianti di sfruttamento delle acque a fini energetici apportano un contributo irrisorio al settore delle energie rinnovabili, ma l’impatto ambientale che ne deriva è devastante. Mentre l’attuale Decreto Rinnovabili FER 1 incentiva l’installazione di mini-centrali, ciò che andrebbe incentivata è la tutela di quei tratti fluviali ancora naturali delle nostre montagne e non la loro continua manipolazione. Per quanto gli impianti siano di dimensioni ridotte, questi finiscono per eliminare sentieri, territori per il pascolo, abbattere alberi e minacciare la sopravvivenza di specie rare di animali. Se nel secolo scorso quest’attenzione alla salvaguardia del paesaggio passava in secondo piano, all’interno di un’attività che offriva in cambio una grande domanda di manodopera locale unita ad un necessario presidio del territorio, oggi questi presupposti sono venuti meno per via della crescente automazione e dello sviluppo di sistemi di controllo da remoto. Senza contare la presa di coscienza rispetto alla crisi climatica che stiamo vivendo. È quindi alla luce del sole, ormai da anni, la consapevolezza che non vale la pena rovinare i nostri fiumi per una produzione così esigua di energia.

    Sempre più ecosistemi sono ormai artificializzati – basti pensare che dal 2009 a questa parte sono sbucati oltre 3 mila nuovi impianti – e, complice il fatto di trattarsi di opere realizzate in luoghi perlopiù isolati, le trasgressioni alle normative vengono spesso non sanzionate. I dati non mentono: questi piccoli impianti costruiti lungo i torrenti sono inutili, producono poca energia, rovinano interi ecosistemi e arricchiscono solo i privati. In generale, ogni intervento di invaso comporta delle modifiche peggiorative sull’ambiente e di conseguenza sul patrimonio storico-culturale. L’impatto, in ogni caso negativo per il territorio, comporta lo sconvolgimento dell’ambiente naturale che viene brutalmente urbanizzato, mutamenti del microclima e dell’ecosistema. Insomma, mentre l’effetto di queste infrastrutture non sarebbe affatto irrilevante, non solo il gioco non vale la candela ma aumenterebbe il rischio di dissesto idrogeologico. In Liguria permane un problema di sicurezza ambientale che da tempo avrebbe dovuto essere affrontato, ma la risposta non sembra certo essere quella proposta dal governatore.

    Ecco come sfuggire alle normative sul V.I.A.

    Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad una spasmodica proliferazione di mini-centrali idroelettriche e al conseguente impatto negativo sull’habitat della flora e fauna. La manipolazione dei paesaggi naturali si ripercuote poi sul turismo, a causa della costruzione di opere di cementificazione e di strutture accessorie che rendono meno appetibili le destinazioni per i turisti. Come detto in precedenza, le attuali normative incentivano la loro propagazione e il business non accenna a smarrire il suo appeal, anche perché all’imprenditore che realizza una mini-centrale viene concessa persino la ‘pubblica utilità’ che comporta un ventaglio di vantaggi fra cui la possibilità di espropriare i proprietari dei terreni su cui si andrà a costruire.

    Emergono poi delle contraddizioni di non poco conto in materia sul V.I.A (Valutazione Impatto Ambientale): in Liguria le mini-centrali elettriche – ossia quelle di potenza installata inferiore ai 100 KWh – non richiedono tale valutazione. Perciò, se un soggetto vuole realizzare un’installazione di potenza 400 KWh, può decidere con tutta convenienza di costruirne quattro di potenza 100 Kwh, sfuggendo così senza troppa difficoltà a quanto stabilito dalle normative sulla valutazione dell’impatto ambientale.

    Mini-centrali e speculazione privata

    Foto: Free Rivers ItaliaI nostri fiumi già sono provati dagli effetti della crisi climatica in atto e dunque da lunghi mesi di siccità, le installazioni di micro-idroelettrico provocano un ulteriore danno alle acque, le quali perdono la loro capacità di auto-depurarsi, di far crescere la vita al loro interno e si deteriorano, con il conseguente mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dalle normative europee. È il cane che si morde la coda. Le mini-centrali idroelettriche funzionano in maniera ottimale se la portata d’acqua è costante tutto l’anno, ma se questa è variabile, per alcuni mesi le centrali rimangono necessariamente inattive, quindi con capitale investito immobilizzato. Si è notato come, prevalentemente, questi impianti vengano installati in aree montane gestite da piccoli comuni, dove è più difficile trovare strutture adeguate a verificare e ad approfondire in modo efficiente una documentazione progettuale e come spesso gli abitanti siano rimasti all’oscuro di progetti di questo genere.

    La superficialità con la quale vengono approvati i progetti di mini-elettrico – senza minimamente considerare le conseguenze paesaggistiche o la presenza di specie protette – la dice lunga sul posto che ricopre la tutela della natura nella scala delle priorità. Occorre riscrivere le regole di tutela ambientale e di corretta gestione di questi impianti, regole che dovrebbero essere innovative e chiare, unite ad un sistema sanzionatorio rapido ed efficiente. Alla scadenza delle concessioni, servono gare per assegnarle con procedure regionali che stabiliscano criteri chiari di garanzia per le entrate pubbliche, eliminando lo squilibrio esistente in favore dei privati. Legambiente propone normative che prevedano la presenza di una commissione d’inchiesta in caso di contestazione e che sia obbligatoria la pubblicizzazione – fin dalle prime fasi – di un eventuale nuovo progetto per la costruzione di una mini-centrale.

    Conclusioni e sfide future

    E’ ai grandi impianti esistenti, e ormai parecchio datati, che bisogna guardare con attenzione in modo tale da mantenere, ma migliorare, la produzione idroelettrica dei prossimi anni. Secondo gli ambientalisti per l’installazione di altre centrali idroelettriche dovranno essere contemplate solo le reti già artificiali come acquedotti e fognature, siccome difficilmente sarà possibile individuare nuovi bacini con caratteristiche idonee alla costruzione. Nei grandi impianti le questioni più rilevanti riguardano l’elevata età – in media maggiore di 65 anni, mentre alcuni raggiungono quasi il secolo – e la conseguente assenza di adeguamento tecnologico e di manutenzione, spesso derivanti dai mancati rinnovi delle concessioni. Tale stallo si ripercuote sia sulla potenzialità produttiva, di cui se ne perde un 30% e sia sulla salubrità dell’ambiente, poiché la mancata messa a gara delle concessioni impedisce anche il compimento delle procedure di V.I.A.

    Il ri-affidamento delle concessioni scadute con gara potrebbe essere finalmente l’occasione per rendere trasparente la gestione degli impianti e per evitare all’Italia, nuovamente, una messa in mora dalla Commissione Europea per il Mercato Interno come nel 2013. Paradossalmente, la ripetuta emissione di proroghe delle concessioni ormai scadute, ritarda le procedure di gara per la ri-assegnazione e non giova affatto alla produzione: dopo decenni di attività gli impianti e gli invasi necessitano di ingenti investimenti per essere rinnovati, per aumentarne l’efficienza e la sicurezza. Tali investimenti però per essere programmati e concretizzati, richiedono delle garanzie di redditività che sono possibili soltanto con adeguati tempi di ritorno e che sono bloccati in assenza di concessioni regolarmente rinnovate.

    Paola Alemanno

     

     

     

     

  • Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Covid e disagio sociale, le zone rosse sono sempre le stesse

    Il coronavirus non ha colpito con uguale intensità i quartieri genovesi. Lo ha accertato la recente instaurazione di zone rosse nei quartieri di Certosa, Rivarolo, Cornigliano in parte di Sampierdarena e sul 95% del centro storico, e poi la definizione delle zone di “coprifuoco”, dove dalle 21 della sera di giovedì 22 ottobre entreranno in vigore regole più stringenti per il contenimento del contagio.

    Ma che la pandemia abbia diviso i territori e le città di tutto il mondo è un fatto ormai accertato. In ogni città, metropoli o megalopoli ci sono confini invisibili, ma netti e chiari, tra i quartieri che reggono meglio l’urto e quelli che invece pagano un prezzo salato in termini di contagi e vite umane. E i confini possono diventare fossati nei centri abitati caratterizzati da disuguaglianze più marcate. Tutte le ricerche e le analisi condotte negli ultimi mesi arrivano infatti alla conclusione che chi vive in quartieri poveri e socialmente disagiati ha più probabilità di ammalarsi e di morire di covid 19.

    Un fenomeno globale

    Prendiamo il caso di New York City, una delle città colpite più duramente dalla pandemia. Lì la diffusione della malattia e la distribuzione tra i diversi quartieri è mappata con precisione chirurgica e i numeri diffusi con una trasparenza ben maggiore rispetto a quella a cui siamo abituati. Nel momento in cui scriviamo questo articolo (sera del 21 ottobre 2020) «Molti dei quartieri con il numero più alto di casi pro capite – scrive il New York Times  – sono aree con reddito mediano più basso e famiglie più numerose della media. Tra le zone più colpite ci sono comunità del South Bronx, nord e sudest del Queens e la gran parte di Staten Island. Se l’età è un fattore molto legato alla fatalità del covid-19, anche quartieri con alte concentrazioni di afroamericani e latinoamericani, così come quelli con residenti dal basso reddito, soffrono i più alti tassi di morti da covid 19».

    Anche analisi e ricerche effettuate su città come Birmingham (Regno Unito), Mumbai (India), Nairobi (Kenya), Milwaukee (Stati Uniti), Montreal (Canada), Londra (Regno Unito) e Barcellona (Spagna) mostrano la stessa tendenza. Si tratta di città e contesti molto diversi tra loro, ma le aree più colpite dalla pandemia hanno caratteristiche ricorrenti: nuclei familiari numerosi che condividono spazi abitativi ridotti, presenza di lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di lavorare da casa come fattorini, addetti alle pulizie, conducenti di mezzi pubblici, infermieri, badanti. O alti livelli di disoccupazione, povertà e disagio sociale in genere. Tutti fattori che anche in tempi normali portano a condizioni di salute peggiori, alla presenza di un numero più elevato che altrove di malattie croniche, che come ormai sappiamo spianano la strada al contagio e al Covid 19, che ha conseguenze più serie – persino fatali – più facilmente sui soggetti con patologie pregresse.

    Zone sempre rosse

    Paragonare le zone rosse genovesi con quelle di New York e delle altre città citate può essere azzardato. Troppo diversi i contesti, forse troppo piccola e “compatta” Genova per poter distinguere in modo netto i quartieri interni. Tant’è, in un quadro di emergenza sanitaria generale, le autorità hanno ritenuto di alzare ulteriormente il livello di guardia in un numero limitato di aree cittadine. In assenza di dati pubblici più precisi sulla distribuzione del contagio tra i quartieri (a parte qualche occasionale report dell’agenzia sanitaria regionale Alisa, il più recente dei quali risale a inizio mese) questa grave decisione amministrativa è al momento l’indicatore più chiaro delle disuguaglianze territoriali interne alla città di Genova di fronte alla pandemia. Decisione che ha interessato territori dove si ritrovano alcune delle caratteristiche che rendono i quartieri più fragili dal punto di vista sanitario.

    Nel centro storico si concentrano alcune delle caratteristiche che ormai sappiamo contribuire alla diffusione del contagio: densità abitativa elevata ma anche appartamenti sovraffollati e talvolta occupati da più di un nucleo familiare, disoccupazione e povertà diffusa. Genova sotto molti aspetti ribalta il classico rapporto centro-periferie, con quest’ultime in molti casi più vivibili di un centro storico in molte sue aree degradato, povero, socialmente in difficoltà. E fragile davanti a un fenomeno come il coronavirus, che penetra più a fondo tra le pieghe del disagio.

    Periferie in senso lato sono però Certosa, Rivarolo, Cornigliano e Sampierdarena, le altre aree rosse forse non a caso tutte e tre nella parte occidentale della città o in Val Polcevera, aree dal passato industriale e negli anni gravate di più servitù di altre. Aree che si trascinano dietro annose questioni sociali e che in tempi più recenti hanno visto suonare diversi campanelli d’allarme dal punto di vista sanitario. Nel 2016, il consigliere regionale Gianni Pastorino segnalava un aumento della mortalità femminile del 30% in Val Polcevera. Il dato era stato fornito dal dottor Valerio Gennaro dei Medici per l’Ambiente, che negli ultimi anni si è dedicato allo studio dei tassi di mortalità nei vari quartieri genovesi. Il metodo utilizzato dall’associazione consente nel calcolare la differenza tra il numero di morti attese per cause naturali nei diversi quartieri e quelle che invece effettivamente si registrano. Secondo i risultati più recenti dell’associazione, ad avere più morti del previsto sono in genere proprio i quartieri ponentini e quelli della Val Polcevera, in particolare aree come Pra’ e Cornigliano, quest’ultima confinante o prossima alle attuali zone rosse.

    Chi paga?

    “Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia” diceva il premier Giuseppe Conte all’inizio del lockdown di marzo, ma sembra che in quel tutti qualcuno debba e abbia rinunciato a qualcosa più di altri. A partire dalla salute e proseguendo dalla possibilità di accedere ad una vita sana e dignitosa, e in un ambiente urbano salubre. Questi pochi mesi tra la prima e la seconda ondata, già messa in conto e largamente attesa da tutta la comunità scientifica, hanno però dato l’impressione che nonostante queste evidenze, non ci sia stato un cambio di prospettiva o un intenzione di cesura con il passato. Niente è stato fatto per potenziare il servizio di trasporto pubblico mentre l’assistenza socio sanitaria alle persone in difficoltà è ancora saldamente incardinata nel centralismo delle strutture sanitarie, con tutti i problemi di accessibilità che si porta dietro. Le tutele per i lavoratori non hanno segnato svolte e l’istruzione pubblica non è stata messa in sicurezza, lasciando alla “facoltà di connessione” il discrimine per l’accesso al sapere.

    Ma non solo: nelle scelte ambientali e urbanistiche sono stati riproposti gli schemi di un passato responsabile delle criticità di oggi: lo si evince dalla vicenda dei depositi chimici di Multedo, che con buona probabilità saranno spostati nella solita Val Polcevera, mentre per il centro storico si sta aspettando il progetto di riqualificazione dell’amministrazione comunale e che, secondo le prime anticipazioni, sembra essere incardinato sui parametri del “benessere commerciale” più che del benessere di chi ci abita. Se ci abiterà ancora. E chi oggi è in zona rossa, lo sarà anche domani, ovunque essa sia.

     

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella

  • Si torna a scavare sul Monte Gazzo: altri 3 milioni di metri cubi di calcare per le grandi opere

    Si torna a scavare sul Monte Gazzo: altri 3 milioni di metri cubi di calcare per le grandi opere

    Monte Gazzo – Foto Wikipedia CC Bbruno

    La Regione Liguria con deliberazione del 26 maggio 2020 ha approvato il nuovo PTRAC, ossia il Piano Territoriale Regionale delle Attività di Cava. Vent’anni dopo l’approvazione del precedente ‘Piano Cave’, la Liguria si dota di un nuovo strumento al passo con le attuali ‘esigenze produttive’ della regione. Il Piano assicurerebbe l’approvvigionamento dei materiali da costruzione necessari al fabbisogno regionale delle opere edili, conciliando allo stesso tempo l’interesse economico e strategico dello sfruttamento dei giacimenti con la tutela del paesaggio e del suolo. Almeno sulla carta.

    L’attività di cava è un’attività economica di non trascurabile importanza, finalizzata al reperimento di materiali litoidi fondamentali per realizzare infrastrutture, opere di difesa costiera e spondale, per l’edilizia e il ripascimento delle spiagge. Le attività estrattive in Liguria risalgono al Medioevo, perciò troviamo nei centri storici della regione – nei muretti a secco e nei rivestimenti architettonici ad esempio – i materiali litoidi che una volta venivano impiegati nelle costruzioni: da qui la necessità di reperire la materia adeguata alla manutenzione delle infrastrutture urbane tramite nuove escavazioni.

    Piano cave 2020: cosa prevede?

    L’attività estrattiva ha subito negli ultimi anni la crisi del settore edilizio e questo nuovo piano tenta di stabilire un equilibrio tra gli interessi del settore estrattivo e la necessità di preservare la riserva del giacimento, in quanto si tratta di risorsa non rinnovabile. Il settore estrattivo in Liguria interessa 53 Comuni e impegna un migliaio di persone nell’intera regione, ne deriva quindi la necessità di difendere dei posti di lavoro all’interno di un’attività strategica e di primaria importanza per l’economia. A conti fatti, il nuovo Piano Cave di Regione Liguria restringe da 75 a 53 i siti estrattivi, regola il ripristino del paesaggio per le cave ormai chiuse e mette ordine al settore dopo un ventennio. Il PTRAC non ammette l’apertura di nuove cave e miniere – compresa l’effettuazione di sondaggi a scopo minerario –, riduce del 30% il numero di cave e del 50% il numero dei depositi degli scarti da estrazione dell’ardesia, ma consente di reperire i materiali necessari nelle attività che già operano nel settore, per le quali si prevedono ampliamenti del 14%. Inoltre, è stato stabilito l’obbligo, per tutte quelle cave che hanno esaurito l’attività estrattiva, di ricomporre il paesaggio e l’ambiente nell’ottica di una valorizzazione dei siti a scopo turistico-ricettivo. Il recupero dovrà essere realizzato a fini naturalistici, privilegiando la creazione di zone umide e boschive.

    Concessioni per l’esercizio dell’attività estrattiva

    “La legge regionale che si occupa dell’attività estrattiva è la legge n. 12 del 5 aprile 2012: questa prevede l’adozione di un piano di attività di cava, il quale è stato approvato in Consiglio regionale per il luglio di quest’anno, dopo 20 anni. Ha valenza decennale e disciplina quelle che sono le attività d’estrazione possibili all’interno della regione Liguria”, ci spiega il consigliere del Partito Democratico Luca Garibaldi. “Rispetto agli anni passati – continua – molte cave che avevano la possibilità di essere utilizzate, sono state invece cancellate dal piano, mentre in altre le previsioni di estrazione sono state limitate e c’è un’attenzione particolare alla parte degli interventi post esaurimento delle cave, in termini di ricomposizione ambientale. Tuttavia, noi, ci eravamo astenuti perché c’era ancora una lettura poco convincente”. Per quanto concerne il meccanismo economico che ruota intorno alle attività di cava, il quadro normativo prevede quanto segue: “Il titolare della concessione – ci racconta Garibaldi – è tenuto a versare un contributo al comune e alle Regione, il quale è commisurato al tipo e alla quantità di materiale estratto l’anno precedente. Oltre a questo, il titolare dell’autorizzazione deve corrispondere al proprietario del fondo anche un indennizzo annuo per ogni metro cubo di materiale estratto e, se ha ereditato altri materiali, impianti od opere da terzi, deve corrisponde a questi soggetti una parte di indennizzo. La contribuzione quindi per il titolare dell’autorizzazione è di tre tipi”.

    Per quanto riguarda il contributo di estrazione, l’articolo 14 della legge n. 12/2012 stabilisce che “il titolare dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività estrattiva è tenuto a versare entro il 31 maggio di ogni anno un contributo commisurato al tipo e alla quantità del materiale estratto nell’anno precedente, applicando i seguenti parametri: materiali da taglio e da rivestimento 0,35 euro a tonnellata; materiali per usi chimico-industriali, edile stradale e per manufatti: 0,58 euro a tonnellata; sabbie e ghiaie da terreno alluvionale: euro 2,36 a tonnellata”.

    Materiale che entra nella filiera edile, e che dopo vari passaggi arriva al consumatore con un carico di prezzo vertiginoso, se si pensa che una tonnellata di ghiaia può arrivare a costare fino a 45 euro, vale a dire il 1900% di quanto rimane sul territorio, cioè del costo della materia prima.

    Tale contributo annuale è di spettanza del Comune o dei comuni interessati per territorio – ad eccezione della quota di un trentesimo di tale contributo, che è da versare direttamente alla Regione per le attività di programmazione e gestione – i quali destinano i contributi percepiti ad interventi di riqualificazione ambientale e di riequilibrio idrogeologico. Per il titolare dell’autorizzazione vige poi l’obbligo, entro il 31 marzo di ogni anno, di fornire i dati sull’attività svolta nell’anno precedente, compreso il quantitativo di materiale estratto e l’importo del contributo di estrazione da versare al Comune e alla Regione.

    Lo sfruttamento (e l’inquinamento) selvaggio del Monte Gazzo

    Monte Gazzo, le cave – Foto credits CC Ivano Dapino

    Per via della sua struttura calcarea il Monte Gazzo di Sestri Ponente nel corso dei secoli è stato protagonista di un’intensa attività estrattiva che ha pesantemente intaccato e modificato il suo aspetto originale, distruggendo anche le numerose grotte che si aprivano sui suoi fianchi, lasciandone soltanto alcuni tratti. Lo sfruttamento del monte risale all’Alto Medioevo: lo testimoniano la presenza di antiche calcinaie, cioè dei forni per la cottura del materiale calcareo da cui si otteneva la calce, reperti ancora in ottimo stato e che ne arricchiscono il paesaggio. A partire dagli anni Cinquanta, però, l’attività estrattiva ha assunto un aspetto industriale ad alto sfruttamento, allargando l’estrazione alle rocce di dolomia triassica le quali forniscono materiale molto resistente da costruzione.

    La produzione di inerti è fondamentale per tutto il settore dell’edilizia e delle opere pubbliche, ma insieme alla salvaguardia occupazionale, dovrebbe essere assicurata anche la completa tutela del patrimonio naturale, dalla cui protezione dipende anche il contrasto al dissesto idrogeologico tanto diffuso nella fragile Liguria. Nelle schede depositate dalle associazioni ambientaliste nelle commissioni di competenza, tra fine gennaio e metà febbraio 2019, già si chiedevano ‘bonifiche urgenti’ dei siti abbandonati, oltre ad un occhio di riguardo per il rispetto dell’equilibrio dell’ambiente e delle sue biodiversità. Le numerose cave attive, oggi in parte dismesse, hanno avuto un notevole impatto sulla morfologia dell’area. Infatti, il Monte Gazzo è divenuto celebre forse più per la sua sagoma ‘mangiata dalle cave’, riconoscibile a chilometri di distanza, che non per l’antico santuario che sorge sulla sua vetta ospitante la statua della Madonna. Sulle sue alture permane una convivenza assai difficile tra zone meravigliose dal punto di vista naturalistico e improvvise diramazioni di ampi fronti di cava, che si sviluppano per centinaia di metri.

    Per i poli estrattivi oramai chiusi da decenni il piano ne ha previsto l’eliminazione: dovranno essere predisposti tutti gli interventi di carattere igenico-sanitario-ambientali finalizzati al ripristino dei siti oggetto di cessazione dell’attività di cava, rispettando la natura e la salute pubblica, evitando che possano divenire – come è già accaduto – vere e proprie discariche di rifiuti, anche speciali. Oggi è in via di istituzione il ‘Parco Urbano del Monte Gazzo’ sotto il patrocinio del comune di Genova: il nuovo polmone verde prenderà forma sul versante sud del monte, sarà esposto al mare e limitrofo al centro abitato. Il progetto di ricomposizione ambientale e paesaggistica del sito dovrà prevedere l’utilizzo di essenze tipiche dei luoghi, in maniera tale che possano svilupparsi autonomamente e riportare l’intero complesso ad uno stato di naturalità, seppur con forme fortemente antropizzate.

    Il gap fra fabbisogno e disponibilità: il ‘no’ alla riapertura dell’ex cava Conte

    1Dall’analisi inclusa nel Piano emerge che – per il prossimo decennio – per la Liguria occorrerebbe un fabbisogno di 30 milioni di metri cubi di inerte da costruzione, di cui 24 milioni di calcare. Unicamente per l’area di Genova sarebbero necessari oltre 5 milioni di metri cubi di calcare, volume non coperto dalle cave attuali, la cui produzione è già quasi interamente prenotata per il Terzo Valico. Nel momento in cui dovesse prendere il via la Gronda, gli approvvigionamenti raggiungerebbero livelli critici, anche perché il documento evidenzia un notevole divario tra la disponibilità nelle cave attive del genovesato – ma non solo – e il reale fabbisogno di inerte. Un gap che poteva essere in parte colmato con la riapertura dell’ex cava Conte, che vale circa 4 milioni di metri cubi di materiale calcareo per edizlia; tuttavia, soltanto le cave Gneo e Giunchetto, posizionate a Nord dell’ex cava Conte, sono state considerate nel PTRAC, per una previsione estrattiva di circa 3 milioni di metri cubi, principalmente dalla cava Giunchetto. Per esse sono stati presi in considerazione degli ampliamenti, mentre l’ex cava Conte – coltivata sino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso – è stata esclusa, con conseguente abbandono potenziale di una cubatura notevole di calcare dolomitico, considerando il contesto molto deficitario per gli approvvigionamenti. I poli di calcare dolomitico in provincia di Genova, infatti, sono soltanto due, il Monte Gazzo a Genova e il Monte Castellaro a Campomorone.

    Le conseguenze delle estrazioni: il gioco non vale la candela

    Le attività di cava, in generale, generano più risvolti negativi che positivi, soprattutto in termini di impatto ambientale e, di conseguenza, di qualità di vita per l’uomo. Gli effetti di tali attività si ripercuotono sull’aspetto dei luoghi d’insediamento, distruggendone inevitabilmente il valore paesaggistico e facendone decadere il valore turistico. In secondo luogo, le operazioni di cava richiedono un enorme movimentazione ed escavazione di terreno, perciò esercitano un impatto fortemente negativo su flora, fauna ed sugli habitat. Si tratta di opere che vanno spesso a sconvolgere gravemente gli equilibri degli ecosistemi e che possono comportare danni a intere comunità animali e vegetali. A livello di ecosistema si devono affrontare, tra le altre cose, le conseguenze che l’alterazione dei flussi idrici superficiali e sotterranei avrebbero a catena sulle specie più vulnerabili e specialistiche, in particolare quelle minacciate a livello globale.

    Monte Gazzo visto da Sestri – Foto credits CC Alessio Sbarbaro

    Dapprima il Piano prevedeva l’ampliamento e la realizzazione di nuovi poli estrattivi in aree ancora integre e ad alto valore paesaggistico, ma l’avanzamento di tale programma ha subito uno stop: spesso le aree di cava, se non vengono prontamente ripristinate e ri-ambientate, possono essere oggetto di fenomeni di dissesto erosivo ed idrogeologico, con grave pregiudizio per l’ambiente oltre che per la salute umana. Ampliamenti e/o nuovi interventi di attività sarebbero in grado di incidere negativamente, per effetto indiretto e cumulativo, sugli elementi della natura presenti. Alcuni luoghi, data la valenza che ricoprono a livello storico e paesaggistico, non possono essere oggetto di una trasformazione così incisiva, anche perché l’estrazione non ricompenserebbe l’elevato costo che eventuali disagi produrrebbero, basti pensare al transito dei mezzi pesanti funzionali all’attività di cava in un contesto di viabilità totalmente inadeguata, alle interferenze con l’abitato, all’impatto ambientale e a quello acustico.

    Ma non solo: il gap tra valore di mercato del materiale e contributo versato dal privato che lo estrae all’ente pubblico è molto svantaggioso per il territorio che ospita una cava. Quanto viene estratto dal Monte Gazzo è un inerte calcareo ottimo per l’edilizia, che sul mercato ha un prezzo che oscilla tra i 14 e i 20 euro a tonnellata, mentre come abbiamo visto al territorio rimane circa 0,5 euro a tonnellata. Tenendo conto che un metro cubo di materiale equivale a circa 1,5 tonnellate di peso, il calcolo per il Gazzo è presto fatto: i 4,5 milioni di tonnellate che saranno estratte nei prossimi anni produrranno un valore di circa tra i 63 e 90 milioni, contro un “questua” lasciata agli enti locali di appena 2,2 milioni, ovvero un valore tra il 3,5 e il 2,4% del valore “prodotto” dal monte svuotato.

     

    Conclusioni: a quando la ricerca di fonti alternative?

    Sì che il settore estrattivo occupa una fetta importante dell’economia Ligure e che tali materiali sono necessari per la manutenzione delle città e la costruzione di nuove infrastrutture, ma a quale costo? Il risultato è un monte deturpato dall’uomo, la cui bellezza originaria è scomparsa ormai da tempo e un ecosistema a rischio: davvero non c’è un’altra soluzione alle estrazioni? In un’ottica di ‘green economy’ forse la Liguria dovrebbe orientarsi verso la ricerca di strade alternative di reperimento dei materiali adeguati alle costruzioni, rispetto alle pericolose estrazione di materiali vergini. O rivedere alla radice le esigenze che creano questa “fame” di materiale da cava.

    Una soluzione in grado coniugare la salvaguardia del lavoro degli operai, e allo stesso tempo dell’ambiente, potrebbe essere quella di recuperare i materiali provenienti dalle demolizioni. Mentre negli altri paesi europei – ai primi posti troviamo Olanda, Irlanda, Germania e Danimarca – si ricicla fino al 98% dei rifiuti provenienti dalle costruzioni e dalle demolizioni, l’Italia sembra rinunciare ad aprire le porte ad un settore innovativo come quello del recupero degli inerti, che vanno praticamente tutti in discarica. Oltre a sostituire o comunque ridurre al minimo l’attività di cava, si risparmierebbero i paesaggi e si aumenterebbero i posti di lavoro. Il rapporto di Legambiente 2017 stimava, infatti, che per una cava da 100mila metri cubi gli addetti in media sono 9, mentre per un impianto di riciclaggio di inerti gli occupati sono più di 12. Ma questa non è l’unica alternativa, perché tonnellate di materiale utile potrebbe essere recuperato dalla pulizia dei fiumi e dall’asportazione dei litoidi dagli alvei: in questo modo si chiuderebbe un cerchio che vedrebbe i letti dei fiumi più puliti, meno alluvioni e più materiale per le costruzioni e/o manutenzioni. Sono soluzioni di riciclo ‘momentanee’ poiché l’asticella della produzione tenderà sempre a salire, ma il punto è che non si potrà scavare per sempre. Occorre probabilmente impegnarsi in un’altra direzione, piuttosto che nell’ennesima operazione di escavazione e investire nella bioedilizia al fine di realizzare del materiale da costruzione totalmente green e in armonia, finalmente, con la natura e con l’uomo.

    Paola Alemanno 

     

  • L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    Quando le chiediamo di commentare la recente vendita dell’ex mercato del pesce di Piazza Cavour da parte del Comune di Genova, Marina Montolivo Poletti mette subito in chiaro una cosa: «Sono molto arrabbiata». Architetta che negli anni ha combattuto diverse battaglie contro alcune evoluzioni urbanistiche della città (vincendo alcune, come quella contro la costruzione di un parcheggio all’Acquasola e perdendone altre come quella contro la realizzazione della Fiumara a Sampierdarena) oggi considera la vendita dell’ex mercato ittico l’ennesimo anello della lunga catena di errori e orrori urbanistici che hanno investito Genova – a suo parere – negli ultimi 30 anni, senza apparente soluzione di continuità tra le giunte di centrosinistra e, più recentemente, quelle di centrodestra. «Questa vendita – dice infatti ai nostri microfoni – è l’ennesima prova della totale incapacità di programmazione urbanistica di questa città».

    Ieri mercato del pesce, domani chissà

    Lo scorso giugno il Comune di Genova ha venduto l’immobile di Piazza Cavour a Pix Development S.r.l., società di investimento, sviluppo e gestione immobiliare con sede legale a Roma e attiva soprattutto nel centro Italia. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, il portfolio del sito web della società è in fase di aggiornamento, ma tra i settori di competenza lo stesso sito cita il retail (commercio), gli hotel e le residenze di lusso. Non è ancora chiaro con quali intenzioni la società abbia acquistato l’ex mercato del pesce, ma lo scorso 18 giugno l’amministratore unico della società Paolo Cavini diceva al Secolo XIX che l’idea sarebbe quella di un “mix di funzioni” a cominciare da quelle ricettive e commerciali. Dunque alberghi e supermercati. A più di un mese da quelle parole abbiamo chiesto all’assessore ai lavori pubblici del Comune di Genova eventuali novità, ma l’assessore ci ha risposto che, al momento, novità non ce ne sono. Nemmeno il PUC (Piano Urbanistico Comunale) dà molti indizi al proposito, dal momento che per l’edificio prevede una possibile riconversione in “residenza, strutture ricettive, servizi d’uso pubblico e servizi privati, uffici, connettivo urbano escluse sale gioco parcheggi, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita”. Quasi tutto, insomma.

    «Mi chiedo chi avrà voglia di andare ad abitare in quella zona – si chiede Montolivo – sporca, costantemente intasata dal traffico e quindi con l’aria irrespirabile. O chi avrà voglia di andare fare la spesa in quel groviglio di macchine dove non puoi neanche fermarti un secondo». Una zona brutta e intasata, ma strategica, almeno a volerlo vedere: «L’edificio, oltre a essere interessantissimo dal punto di vista architettonico – commenta infatti l’architetta – si trova nel punto di congiunzione tra il progetto della passeggiata di Renzo Piano e il Porto Antico. Un’attrazione di tipo culturale come un museo di arte moderna avrebbe attratto il turismo dell’acquario, l’unico di una certa consistenza e continuità del centro storico. Ad oggi il turismo del centro non esce dal porto antico, non arriva neanche in Piazza Banchi. Servono attrazioni in grado di allargare e indirizzare in modo virtuoso i flussi di turisti».

    Da qui la provocazione, ma fino a un certo punto: «Perché piuttosto non abbiamo venduto villa Croce, struttura nata residenziale? – propone Montolivo – dalla vendita di quell’immobile, che ad oggi rappresenta un debito per la città, si sarebbero ricavati 10 milioni di euro e 6 begli appartamenti. Invece abbiamo venduto l’ex mercato del pesce (che sembra fatto apposta per ospitare un museo come quello di arte moderna di Villa Croce) per un tozzo di pane».

    Dal 2016 – anno in cui ha smesso di ospitare il mercato ittico – si sono rincorse varie ipotesi sull’utilizzo della struttura, ampia 1300 metri quadrati e realizzata negli anni 30. Si è pensato di farne un museo di auto d’epoca o un centro per l’impiego, una palestra, un parcheggio e persino una moschea. Una precedente asta da 1 milione e 700 mila euro è andata deserta. Alla fine Tursi è riuscito a vendere la struttura per 1 milione e 500 mila euro, facendo anche cadere il vincolo dell’obbligo di presentazione di un progetto dettagliato sull’uso della struttura. «Praticamente come un bell’appartamento» commenta con amarezza Montolivo dopo averci raccontato il grande valore potenziale dell’edificio.

    “Come la droga per un tossico all’ultimo stadio”

    Se dopo aver ipotizzato tutto e il contrario di tutto alla fine nella struttura dell’ex mercato del pesce si dovesse installare un supermercato, non sarebbe una scelta troppo fantasiosa. Su queste pagine abbiamo infatti già raccontato come Genova si sia da tempo convertita al credo della grande distribuzione: «La scelta meno intelligente dal punto di vista economico – commenta lapidaria Montolivo – perché è già provato in tutti i modi che le grandi strutture commerciali, come i complessi residenziali, non portano pil. Ma chi ha amministrato Genova negli ultimi 30 anni sembra capire solo la lingua dei centri commerciali, basti vedere a cosa è diventata la Val Polcevera».

    O la zona dove oggi svetta la Fiumara di Sampierdarena. Nel corso della nostra intervista, Montolivo ne parla come una delle grandi battaglie della sua carriera: «C’erano fior di proposte per fare dell’area un district park, cioè una zona di assemblamento delle merci del porto – ricorda – un tipo di attività pulita, che avrebbe previsto solo la realizzazione di capannoni bassi, ma indispensabile per il porto, e che avrebbe generato molti posti di lavoro e benefici per tutto l’indotto circostante. Intorno si potevano ipotizzare attività per rendere l’area appetibile, come una fascia di rispetto o un expo permanente delle merci che arrivano dall’Africa o dall’oriente, sul modello della fiera di Milano, dove vanno a comprare gli stessi commercianti genovesi. Queste sono le scelte che risanano davvero i quartieri e le periferie».

    Le cose, però, sono andate diversamente «È inutile poi lamentarsi e dire che a Genova manca un retroporto – sottolinea ironicamente Montolivo – se nelle ex aree industriali vengono costruiti centri commerciali e abitazioni. Siamo una città in profonda crisi economica, ma continuano a costruire centri commerciali per indurci a comprare una maglietta in più. È come dare la droga a un tossico all’ultimo stadio».

    «Serve una vera visione strategica del territorio – conclude – che immagini un futuro per questa città decidendo su cosa investire. Anche l’area del porto antico è stata gestita senza alcuna visione strategica, assembrando attività incongrue, poco attrattive e complessivamente mal gestite (basta pensare al museo Luzzati). Di fatto, un’ area di questa importanza e vocazione turistica, risulta null’altro che la passeggiata degli abitanti del centro storico per espletare i bisogni dei cani».

    Luca Lottero

  • Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Durante i mesi di quarantena imposti dalla pandemia di Covid-19 in tanti si sono trovati costretti a lavorare da casa, spesso per la prima volta in vita loro. Secondo la Fondazione Di Vittorio (centro studio della Cgil) nei mesi peggiori dell’emergenza sanitaria 8 milioni di lavoratori italiani non sono più andati in ufficio, quando prima del coronavirus erano solo 500 mila quelli già abituati a lavorare senza dover garantire la propria presenza fisica in un certo luogo ed entro un certo orario. Una rivoluzione che ci è caduta sulla testa quasi dall’oggi al domani, ma più subita che perseguita intenzionalmente. Perché alla svolta di massa, che con ottimismo forse eccessivo abbiamo voluto chiamare smart working (“lavoro intelligente”), siamo arrivati impreparati. Da un punto di vista culturale e, per così dire, di infrastruttura, prima di tutto. Il rapporto DESI 2020 della Commissione europea (che misura il livello di digitalizzazione di economie e società dei Paesi dell’Unione) dice infatti che l’Italia è all’ultimo posto per competenze digitali della forza lavoro e al 22° (su 28) per quel che riguarda la digitalizzazione delle imprese. Complessivamente, tra i Paesi europei, solo le economie e le società di Romania, Grecia e Bulgaria sono meno digitalizzate dell’economia e della società italiana. Usando i dati del rapporto DESI 2019, il Politecnico di Milano ha sviluppato un indice su base regionale, da cui la Liguria risulta la quarta regione più digitalizzata d’Italia, in un contesto però dove nessuna regione raggiunge la media dei Paesi UE.

    Ma un aspetto su cui ci siamo ritrovati impreparati di fronte alla rivoluzione “smart” del lavoro è stato anche quello delle regole e del riconoscimento di diritti vecchi e nuovi. Senza i quali la svolta rischia di portare in dote precarietà e sfruttamento. «Vi è stata troppa improvvisazione – ci racconta Elena Bruzzese, segretaria federale della Cgil di Genova – non vi è stata un’adeguata preparazione e la dovuta attenzione agli spazi e all’organizzazione del lavoro. Per la Cgil lo smart working deve essere regolamentato, e ad oggi non lo è ancora».

    Analisi rischi – benefici

    L’idea dello smart working nasce per cercare di migliorare l’equilibrio tra ore di lavoro e tempo libero dei lavoratori e delle lavoratrici, migliorando così il loro stato psicofisico tramite il superamento della logica del lavoro fordista, per cui il lavoratore vende ore del proprio tempo al datore di lavoro garantendo la propria presenza statica sul luogo di lavoro. Associato di solito a lavoratori autonomi, freelance o neogenitori che vogliono passare più tempo a casa con i figli, con il lockdown sono dovute diventare smart anche categorie nuove, non impiegate in filiere costrette a mantenere la presenza fisica dei propri addetti come la grande distribuzione alimentare o la sanità. Impiegati del settore privato e funzionari pubblici, ma anche insegnanti o educatori, per cui la scarsa digitalizzazione del Paese ha voluto dire abbandonare studenti che non hanno in casa un computer o non vivono in una zona con una connessione internet decente.

    Ma se l’obiettivo dello smart working deve essere il miglioramento della salute psicofiisca di chi lavora, tra gli psicologi e i sociologi c’è chi sottolinea anche i rischi di questa pratica. Anche da prima del covid-19. «Negli ultimi anni (con la crescita della pratica dello smart working, ndr) dal punto di vista della salute sul lavoro, accanto alle patologie tradizionali, abbiamo registrato l’aumento delle problematiche legate alla salute mentale, cioè all’equilibrio psicofisico, a fattori psicosociali di rischio lavorativo» ha raccontato il presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma) Umberto Condura in un’intervista al Fatto Quotidiano. Problematiche legate soprattutto al cosiddetto tecnostress, causato da un’iperconnessione agli strumenti digitali di lavoro che in molti casi rende più evanescenti o fa scomparire del tutto i confini tra tempo libero e tempo di lavoro. “Staccare” per davvero diventa più difficile, quando il salotto è anche l’ufficio.

    «Per questo la Cgil ritiene fondamentali gli interventi per tenere distinti i tempi di vita dai tempi di lavoro» dice Bruzzese, che ci conferma anche un’altra disuguaglianza che lo smart working forzato di questi mesi ha reso ancora più evidente. Quella di genere. In una cultura, come quella italiana, dove i lavori di cura della casa e della famiglia sono ancora spesso a carico di mogli e compagne, non sorprende che (sempre secondo lo studio dell’associazione Di Vittorio) l’8% in più delle lavoratrici rispetto ai lavoratori abbia definito il lavoro da casa un’esperienza “pesante e complicata” e il 9% “alienante e frustrante” mentre per gli uomini la stessa esperienza sia stata più stimolante e soddisfacente. «È sbagliato pensare che lo smart working possa essere uno strumento di conciliazione o condivisione del lavoro di cura – sottolinea Bruzzese – anzi, nel caso in cui il ricorso allo stesso si ampliasse, i tempi di lavoro e quelli di cura rischierebbero di sovrapporsi, peggiorando la situazione e facendo regredire molte conquiste ottenute nel tempo».

    Lavoro di UfficioCon il progressivo ritorno negli uffici e nelle fabbriche, sindacati, associazioni degli imprenditori e semplici lavoratori hanno iniziato a interrogarsi sull’opportunità di estendere il lavoro da casa, agile o smart, anche oltre i tempi ristretti dell’emergenza. Il dibattito è ancora in corso, ma in linea di massima, nemmeno i sindacati più fermi nel chiedere una regolamentazione severa sembrano del tutto ostili allo smart working, in forma parziale o totale. Nei mesi del lockdown, in molti hanno infatti sottolineato benefici come il risparmio dei tempi di percorrenza casa-lavoro, quindi un minor tempo trascorso nel traffico e minori danni ambientali. Benefici non trascurabili per una città come Genova soprattutto in questo momento storico di autostrade bloccate e traffico molto intenso. Abbiamo chiesto a Elena Bruzzese cosa significherebbe però per il sindacato la progressiva diffusione di un modello di lavoro atomizzato e sostanzialmente individuale come quello dello smart working, vista l’importanza che l’azione collettiva ha storicamente avuto nella lotta e nelle rivendicazioni dei lavoratori: «Per quanto ci riguarda – ci ha risposto – lo smart working non deve diventare una modalità di lavoro permanente se non dettata da una scelta volontaria del lavoratore e della lavoratrice, perché riteniamo che nel lavoro la relazione sia molto importante, non solo per le relazioni umane ma anche per il funzionamento dell’impresa stessa». E per organizzare un’eventuale difesa dei diritti dei lavoratori, aggiungiamo.

    Le (poche) regole che ci sono

    In Italia il lavoro agile è regolato dalla legge 81 del 2017 (attuativa del jobs act), che prevede accordi individuali tra lavoratori e datori di lavoro per stabilire le modalità, i tempi e gli obiettivi della prestazione lavorativa. Da inizio marzo di quest’anno, per affrontare l’emergenza il governo ha consentito alle aziende di derogare dall’obbligo dell’accordo individuale. Da un lato questo ha consentito di attivare il lavoro agile nei tempi rapidi richiesti dall’emergenza, dall’altro ha fatto saltare i (pochi) paletti fissati dalla legge. Come quello che attribuisce al datore di lavoro la responsabilità “della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore”. Nei mesi scorsi molti lavoratori hanno dovuto pagare di tasca propria la connessione internet o i materiali, il cui prezzo è spesso aumentato a causa della forte domanda. Secondo una ricerca di BrandToday, per esempio, su Amazon il prezzo delle stampanti è aumentato quasi del 25%.

    La legge, poi, tace per quel che riguarda i limiti orari delle prestazioni lavorative e il diritto alla disconnessione, cioè il diritto, per il lavoratore, di non essere reperibile fuori dall’orario di lavoro, indispensabile per poter “staccare” mentalmente dall’attività. Tutto è delegato alla trattativa tra il singolo lavoratore e il datore di lavoro e abbandonato quindi alla buona volontà delle aziende. Troppo poco per i sindacati, che infatti ora chiedono una regolamentazione dello smart working nei contratti nazionali: «è necessario fissare i limiti orari – ci dice Bruzzese – devono essere garantite le stesse condizioni di salute e  di sicurezza che si devono garantire all’interno del posto di lavoro in presenza, non devono esserci differenze  nella parte economica e  in quella normativa rispetto a chi lavora con la stessa mansione all’interno del luogo di lavoro (aspetto questo che la legge in vigore sembra in realtà prevedere, ndr), deve essere garantito il diritto alla disconnessione e adeguate dotazioni tecnologiche».

    Tempo dilatato, tempo sottopagato

    «In teoria dovremmo lavorare 5 ore al giorno, in pratica non si riesce mai a completare il lavoro in quel tempo – ci racconta una dipendente genovese – e di fatto arriviamo a 8 o 9 ore, senza orari fissi né turni per coprire il normale orario intero». La testimonianza, raccolta da Era Superba nel pieno dei mesi di quarantena, è un concentrato di tutto ciò che può andare storto con il cosiddetto smart working, se questa prospettata rivoluzione del lavoro dovesse concretizzarsi senza un adeguato aggiornamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Lungi dal poter impostare in modo flessibile e autonomo il proprio tempo di lavoro, la dipendente che ha accettato di raccontarci in forma anonima la propria esperienza si è di fatto ritrovata a fare le stesse cose che faceva in ufficio e con lo stesso vincolo di orari. Solo, a casa, e con il materiale pagato di tasca propria: «Non ci hanno fornito nulla», ci dice.

    Rispetto al lavoro prima del lockdown, a ben vedere, una cosa è cambiata, ed è il peso finale della busta paga. «Dovremmo fare 3 ore di cassa integrazione al giorno, che sommate alle 5 di lavoro fanno le 8 ore della normale giornata lavorativa» ci racconta. Ma come abbiamo visto, anche quelle tre ore sono diventate ore di lavoro a tutti gli effetti. Solo, pagate meno di prima, perché con la cassa integrazione in deroga (pagata dall’Inps, cioè da tutti i lavoratori e pensionati che versano o hanno versato i contributi) il lavoratore recepisce l’80% del normale stipendio. Cassa integrazione che, tra l’altro, si è prestata ad altri tipi di abusi. Lo scorso giugno l’Inps segnalava più di 2mila casi di sospette truffe, con aziende create ad hoc ed assunzioni in fretta e furia di amici e parenti fatte solo per incassare il sostegno pubblico.

    Nella catastrofe economica e sociale causata dal covid-19, la persona che ci ha raccontato la propria esperienza fa parte dei relativamente fortunati, perché almeno un lavoro continua ad averlo e non si è mai fermata del tutto. Il costo del “privilegio” è stato però la riduzione, di fatto, dello stipendio. E in caso di smart working diffuso sarebbe difficile vigilare su abusi di questo tipo, perché l’Ispettorato del lavoro non ha – ad oggi – gli strumenti per controllare il rispetto delle norme a casa dei lavoratori.

    Tempi di lavoro dilatati e confini con i tempi di vita che sfumano. Materiale fai da te, stipendi più bassi e nessuna vera autonomia nella gestione degli orari. Uno smart working che si presenta davvero poco smart. Non per tutti, per lo meno.

     

    Luca Lottero

  • Legalità in deroga, i rischi di una normalizzazione del “modello Genova”

    Legalità in deroga, i rischi di una normalizzazione del “modello Genova”

    Il “modello Genova”, cioè l’insieme di normative d’emergenza, deroghe alle normali procedure ed eccezioni di vario tipo che hanno consentito una rapida ricostruzione del Ponte Morandi, piace a tutti o quasi. Di sicuro piace al leader della Lega Matteo Salvini, che propone – come è successo appunto per la ricostruzione del Morandi – “poteri speciali ai sindaci in deroga ai cavilli del Codice degli appalti, ricorsi, contro-ricorsi, inutile burocrazia”. Piace anche a Matteo Renzi, che vorrebbe “un commissario straordinario per ogni grande opera” e al viceministro dei trasporti del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancellieri, che qualche mese fa, a nome del suo partito, proponeva una legge speciale per lo sblocco delle infrastrutture ispirata proprio al modello Genova. A differenza dei due mattei Cancellieri aveva voluto sottolineare che, nel piano del M5s, “Non ci saranno deroghe al Codice Antimafia o Anticorruzione, né spartizioni politiche per le nomine dei commissari”.

    Eppure è proprio pensando alla legalità che un’associazione contro la mafia e sensibile al tema della corruzione come Libera esprime più di una riserva sulla trasformazione del modello Genova da procedura d’emergenza a nuova normalità per la gestione dei lavori pubblici. «Non è possibile, ed è anzi un pericoloso azzardo – spiega a Era Superba Stefano Busi, referente di Libera per la Liguria – ipotizzare che un modello decisionale emergenziale legato a un singolo, chiaro e ben identificabile progetto (peraltro già esistente e ben definito, realizzato e seguito gratis dal progettista) possa essere esteso a dimensioni più ampie senza che vi siano malversazioni e corruttele, è semplicemente irrealistico». Sulla non replicabilità del modello Genova si è espressa anche la ministra dei trasporti Paola De Micheli del Partito Democratico, l’unica, tra le principali forze politiche di maggioranza e opposizione, del tutto schierata su una linea cauta.

    È ormai da diversi mesi che l’espressione “modello Genova” è diventata sinonimo di efficienza, velocità, capacità finalmente di fare le opere in un Paese soffocato da procedure e burocrazia. Ora, davanti a un’economia in gran parte da ricostruire dalle macerie della pandemia di Covid-19 e una ventilata ipotesi di riforma del codice degli appalti, l’idea che sia giusto sbarazzarsi di quanti più regolamenti e controlli per favorire la ripresa sembra attrarre molti decisori politici. Inclusi, naturalmente, quelli locali, che del modello hanno fatto motivo d’orgoglio. Giovanni Toti, che punta forte sul tema delle infrastrutture per farsi rieleggere a settembre, è stato esplicito: “Via codice degli appalti, via gare europee, via controlli paesaggistici, via certificati antimafia, via tutto – diceva lo scorso 7 aprile  – Almeno per due anni. Ci sono gruppi affidabili e lavori da fare: io dico ‘partano subito’. Serve un modello di ricostruzione post bellico”.

    La posizione del presidente ligure aveva fatto saltare sulla sedia diverse associazioni, tra cui la stessa Libera, e anche la Cgil, che definì l’idea di Toti “agghiacciante”. L’idea non è solo slogan approssimativo di una politica in campagna elettorale permanente, ma si fa spazio anche nel linguaggio più asettico dei tecnici che nelle scorse settimane hanno redatto il piano Colao, per cui per riformare gli appalti pubblici è necessario un riequilibrio tra “l’asse della legalità” e “l’asse dell’efficienza”. Stefano Busi, però, rifiuta questa contrapposizione: «Non esiste una contrapposizione tra “efficienza” e “legalità”, ed anzi la corretta applicazione delle norme esistenti agevolerebbe l’efficienza del sistema – dice – Per fare un esempio, il codice degli appalti prevede degli strumenti che già consentono di snellire in caso di urgenza».

    L’eccezionalità del modello Genova

    Tra il 14 agosto 2018, giorno in cui 43 persone perdono la vita nel crollo del Ponte Morandi, e il 28 aprile 2020, quando viene issata la diciannovesima e ultima campata del nuovo Viadotto Polcevera, sono passati 623 giorni, poco più di un anno e otto mesi. Meno di due anni saranno passati quando il viadotto verrà inaugurato quest’estate, staremo a vedere se con una grande festa in diretta televisiva come avrebbero voluto amministratori locali e costruttori, se con un ricordo più sobrio e istituzionale ricordo come chiesto dall’associazione dei parenti delle vittime e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella o se con una soluzione di compromesso, come la doppia cerimonia ipotizzata dal sindaco Bucci.

    Si tratta in ogni caso di tempi molto rapidi per gli standard dell’Italia, dove, secondo i dati raccolti dal Dipartimento per la Coesione territoriale nel 2018, un’opera pubblica impiega in media 4,4 anni per essere realizzata. e in Liguria, in particolare, tra l’apertura e la chiusura di un cantiere passano in media 5,2 anni. Tempi dunque ben al di sopra alla media nazionale, e persino in peggioramento rispetto a quanto rilevato dal precedente rapporto, datato 2014 , quando per la Liguria si calcolava un tempo medio di realizzazione delle opere di 5 anni netti (a livello nazionale, invece, tra il 2014 e il 2020 il tempo per realizzare un’opera pubblica è sceso, da 4,5 a 4,4).

    A rendere possibile una ricostruzione del Ponte Morandi in tempi tanto più rapidi di quelli consueti è stato il decreto legge 109 del 2018 (chiamato più comunemente “decreto Genova”), che stabiliva la nomina di un Commissario straordinario a cui veniva concesso di operare “in deroga ad ogni disposizione di legge extrapenale, fatto salvo il rispetto dei vincoli inderogabili derivanti all’appartenenza all’Unione europea”. Nel ruolo di Commissario straordinario sarebbe stato scelto il Sindaco di Genova Marco Bucci, che grazie alle disposizioni del decreto ha potuto forzare al massimo tutte le normali procedure di assegnazione dei lavori, affidando per direttissima i lavori al consorzio Per Genova, nato per l’occasione con la partecipazione di Fincantieri e Salini Impregilo. La grande partecipazione emotiva e la consapevolezza dell’emergenza ha fatto inoltre sì che nessuno mettesse i bastoni tra le ruote al processo, a cominciare dai possibili costruttori alternativi, che hanno rinunciato a qualsiasi tipo di ricorso per non rallentare i tempi.

    «Bisogna inoltre considerare – aggiunge Busi – che la ricostruzione del Ponte è stata ed è costantemente sotto i riflettori dei media, non solo nazionali, e dell’opinione pubblica: altro elemento che, accanto alla presenza comunque garantita dei controlli antimafia, ha consentito di scongiurare i tentativi di infiltrazione da parte di imprese collegate ad ambienti criminali (tentativi che, comunque, ci sono stati). Inoltre il budget era oggettivamente limitato, se comparato alla globalità delle opere pubbliche italiane». 

    Veloci ad ogni costo?

    Tra gli addetti ai lavori c’è chi non teme che una riforma del codice degli appalti in direzione del “modello Genova” possa effettivamente generare rischi di corruzione. In un recente numero della rivista dell’ordine degli ingegneri della Liguria, il presidente dell’ordine di Genova Maurizio Michelini, per esempio, ha definito il modello Genova semplicemente “consentire alle persone di lavorare bene”. “Ma se per farlo – ha aggiunto Michelini – occorrono un Commissario straordinario e una legge speciale di deroga, allora vuol dire che siamo messi proprio male. Il ‘decreto Genova’ non è un ‘liberi tutti’, come alcuni erroneamente pensano, perché non consente di derogare alle leggi penali – come quelle di tutela di preminenti interessi tipo salute, ambiente, sicurezza delle costruzioni, paesaggio, beni culturali, antimafia, ecc. – né di agire al di fuori del quadro normativo sovraordinato di matrice europea, internazionale e costituzionale. Consente, invece, di ‘uccidere’ la burocrazia inutile, di interpretare e applicare le norme secondo buon senso e di seguire le migliori prassi internazionali senza rischiare di finire sotto processo e con i lavori bloccati” .

    Epperò, nel corso della nostra intervista, Busi lascia intendere che secondo lui è proprio a una sorta di “liberi tutti” che molti alfieri del modello Genova sembrano ammiccare. Anche lui sostiene la necessità di una razionalizzazione delle norme («Occorre trasparenza integrale di ogni spesa e di ogni acquisto pubblico, senza opacità di alcun genere. – ci dice – Altro punto importante, l’immissione di competenze professionali tecniche nella Pubblica Amministrazione, elemento fondamentale per consentire agli enti pubblici di gestire al meglio gli appalti») ma rispetto a Michelini o ai politici che spesso sembrano usare il modello Genova come un’arma elettorale, ha un’idea diversa su quali siano le vere radici delle inefficienze e delle lentezze italiane. «Detta in una battuta: è proprio la presenza delle organizzazioni mafiose e dei sistemi corruttivi a causare questa lentezza, e non l’insieme di norme che tentano di contrastare quei sistemi – sintetizza – È innegabile che l’architettura di norme e procedure presenti nel nostro Paese sia complessa e, a volte, di difficile comprensione, ma non va certo dimenticato che quel sistema così complesso (complesso non certo per la presenza delle norme antimafia e anticorruzione) è reso tale dall’incapacità del decisore pubblico di porvi rimedio».

     Per non parlare poi di quando la lentezza è autoindotta, e diventa giustificazione di situazioni di emergenza e di conseguente deroga ai regolamenti. «A volte – conclude infatti Busi – si ha l’impressione che alcuni bizantinismi siano funzionali a poter affermare la necessità di derogare a tutte le norme, anche a quelle che bizantine non sono. E La storia del nostro Paese, anche quella recente, ha più volte dimostrato che “deroga” ed “emergenza” sono spesso state le parole d’ordine per aumentare i costi, arricchire amministratori corrotti, ingrassare imprenditori collusi e gruppi criminali, anche mafiosi».

     

    Luca Lottero

  • Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    “Continua l’assurda politica di chiusura dei vicoli da parte dell’Amministrazione Comunale di Genova con sinistri cancelli di ferro. Non si passa più. La strada pubblica diventa uno spazio privato. Per entrare nella “Zona” – che è demanio pubblico – si deve avere la chiave. Gli amici degli auto-galeotti devono aspettare che vengano ad aprirgli la strada! La motivazione di questo delirio non ha niente di pubblico: i cancelli servono per allontanare i tossicodipendenti, ed aumentare il prezzo degli appartamenti. Domanda: ma hanno smesso di drogarsi costoro? Ovviamente no, si sono solo spostati. Dobbiamo aspettarci altre chiusure di strade? Perché per questa zona si possono tener fuori gli “odiati” tossici e per altri quartieri no? Se non ci sono figli e figliastri, con questo metodo avremo una bella città blindata, come nel terrificante film “La zona”. È stato creato un ghetto, che rende impossibile un’attività sociale”. Questo è quanto denunciava l’Osservatorio del Centro Storico nel 2009: oggi in centro storico ci sono più cancelli di 11 anni fa, e quali sono stati i risultati?

    Nel corso degli anni, in maniera del tutto illegittima, vicoli, piazzette e giardini del cuore della città sono stati chiusi con conseguenti non poche polemiche e proteste. La chiusura avveniva con provvedimenti in teoria provvisori ma che in pratica sono diventati definitivi e le ‘zone morte’, sbarrate con delle cancellate, sarebbero circa una quarantina. La procedura era sempre la stessa, spiegavano gli animatori dell’Osservatorio anni fa: “Qualche vicolo viene lasciato nel degrado, la strada non viene riparata per anni, il vicolo diventa sgradevole, a volte mal frequentato. A questo punto il Comune “accontenta” i cittadini che chiedono “sicurezza” e mette i cancelli, regalando lo spazio pubblico a pochi e garantendosi voti di scambio. Chiudere le strade equivale a violare il diritto civico e costituzionale di transitare e di vivere liberamente nelle strade pubbliche. I vicoli vanno aggiustati, ripuliti e illuminati, non chiusi”.

    Cancelli contro il degrado: davvero non esiste soluzione migliore di questa?

    In risposta all’allarme degrado nel centro storico, residenti e commercianti nel corso degli anni hanno chiesto – e ottenuto – il via all’installazione di cancellate per ‘proteggere’ alcuni dei vicoli più malfamati della città vecchia. In sostanza, secondo le ordinanze, quando cala il sole numerosi vicoli del centro storico dovrebbero blindarsi, per poi riaprire la mattina seguente. Alcune cancellate sono ‘finte’, non necessitano cioè di alcuna chiave e rappresentano semplicemente un deterrente per chi è habitué a infilarsi nei vicoli per spacciare o consumare droghe, bere, mangiare o bivaccare sugli scalini in prossimità dei portoni. Altre, dotate di chiave e lucchetto, sottraggono letteralmente angoli di suolo pubblico e possono rappresentare un ostacolo in caso di soccorso urgente degli inquilini dei palazzi interessati. Molte di queste gabbie con il tempo sono diventate dei depositi di merce varia, utilizzate dai negozianti per accatastare qualunque tipo di cosa, mentre altre dei parcheggi abusivi per moto.

    Il trend delle cancellate è iniziato intorno agli anni Ottanta, per poi intensificarsi dal 2008 al 2013. Il fenomeno ha visto sempre più vicoli e piazzette ‘ingabbiati’ per tentare di eliminare fisicamente presenze indesiderate come clochard e tossicodipendenti. L’Osservatorio del Centro Storico è stata la prima associazione a insorgere contro questi furti di pezzi di città: tramite un blog l’Osservatorio si è occupato per anni di informare i cittadini con articoli, fotografie e mappe in merito a quanto stava succedendo nel quartiere. Il rosicchiamento illegittimo di luoghi pubblici, avvenuto ‘in via provvisoria’, persiste da quasi mezzo secolo. “Tutti gli anni facevamo il giro dei cancelli chiusi – ci racconta Roberto Faure, avvocato ed ex attivista dell’Osservatorio. Organizzavamo un gruppo di persone che andava a visitare, come una specie di funerale, tutti i vicoli e le piazze chiuse. Poi non ne abbiamo più fatti perché abbiamo perso le speranze”.

    Al fine di contrastare le varie forme di degrado per gran parte dei residenti e dei commercianti del centro storico la realizzazione delle inferriate è stata la soluzione migliore. La chiusura ha spesso rappresentato un’amara vittoria per coloro che si sono battuti per ottenerla: da una parte c’era la consapevolezza che chiudere un vicolo fosse un peccato mortale e che vivere in gabbia non era ciò che desideravano, dall’altra parte però non avrebbero avuto scelta. Sono stati ‘costretti’, a seguito di   operazioni di pulizia, di sorveglianza e di allontanamento che hanno portato solo esiti parziali e circoscritti nel tempo. Gli interventi effettuati, palesemente inefficienti, oltre a incoraggiare la blindatura di una città che si spaccia per turistica, non hanno eliminato affatto il problema del degrado ma al massimo l’hanno spostato e aggravato. La chiusura tramite cancellate non può essere l’unica soluzione: la più semplice e immediata forse, ma non di certo l’unica. È il paradosso di una città che punta sul turismo ma che possiede angoli off-limits a chi non possiede la chiave d’accesso.

    Il contraddittorio caso di Piazzetta dell’Amico

    Nel novembre del 2013 la Direzione Urbanistica del Comune di Genova chiariva in merito alla cancellata la cui installazione è stata voluta da un commerciante di Piazzetta dell’Amico: “Come da accordi intercorsi la cancellata dovrà essere posata esclusivamente nelle ore notturne (ore 23) e smontata al mattino (ore 7) non dovrà quindi essere presente durante tutto l’arco della giornata compresi i giorni festivi e nelle date di chiusura dell’esercizio commerciale. Il mancato rispetto di tale prescrizione prevede la rimozione della stessa”. Bene, a distanza di sette anni la cancellata si trova ancora lì, in un via vai di gente e vigilanti che sembrano aver accettato la ‘gabbia’ come se quello fosse sempre stato il suo posto. Le proteste ‘anti-cancelli’ ci sono state, fino a un certo punto, e poi, stanchi, ci si è arresi. “La soluzione? Emigrare, andare in un altro paese. Qua non c’è nessuna speranza”, ha sbottato Faure, ex attivista dell’Osservatorio.

    A due passi dal Porto Antico e dall’Acquario – l’attrazione principe della città che porta milioni di visitatori ogni anno – troviamo una città blindata da cancelli arrugginiti, a cui manca soltanto il filo spinato. Una vera e propria fregatura se ci mettiamo nei panni di un turista in visita ai celebri ‘caruggi di Genova’, che si trova costretto a fare dietrofront in continuazione. Quella dei cancelli non è una soluzione che ha adottato unicamente il Comune di Genova, poiché di esempi simili ne possiamo trovare a bizzeffe in tutta Italia. Milano, Roma, Ferrara, Rimini e molte altre città italiane si sono viste ‘costrette’ a piantare delle cancellate per limitare il degrado urbano. Eppure, pare assurdo che questa sia l’unica soluzione attuabile. Forse si dovrebbe ragionare un modus operandi diverso, mirato ad estirpare il problema, se il problema esiste, alla radice e non a metterci una pezza e spostarlo un po’ più in la in modo che diventi il tormento di qualche altro quartiere. 

    La nascita di A.Ma per la vivibilità della Maddalena

    Nel 2012 nasce A.Ma – Associazione abitanti Maddalena – con lo scopo di ragionare insieme una serie di regole condivise per la vivibilità degli spazi pubblici del quartiere. Un movimento dal basso che punta alla concretizzazione di idee in azioni che possano migliorare davvero la qualità della vita. Secondo A.Ma la privatizzazione dei vicoli per ragioni di ordine pubblico non può essere la soluzione, quanto piuttosto produrre cultura, organizzare eventi, ritrovi e momenti di condivisione per riqualificare quei quartieri ad alto tasso di criticità. Se l’intero centro storico si impegnasse in questa direzione, invece di chiedere l’installazione di ferrame, forse la vivibilità sarebbe maggiore. La chiusura non è certo la risposta, anzi una contraddizione, nel momento in cui la città si fa portatrice di una sempre più vasta dimensione turistica.

    “Tendenzialmente siamo per la libera circolazione – ci ha spiegato Luca Curtaz, segretario A.Ma e consigliere Municipio centro-est. Crediamo che i cancelli non siano la soluzione adatta. A nostro avviso, è sempre l’ultima spiaggia chiudere dei vicoli con i cancelli. In alcune zone è arrivata forte questa richiesta dai residenti e l’Amministrazione – sia l’attuale e sia quelle precedenti – ha cercato di assecondare istanze di questo tipo. È chiaro che chiudere con i cancelli risolve un aspetto più diretto, a livello di frequentazione, ma mette in moto tutta un’altra serie di problemi: ad esempio Amiu non passa, o fa molti meno passaggi”. Gli attivisti di A.Ma nel 2014 hanno studiato il primo bicibox della città, convinti che un andirivieni di grandi e piccini in sella avrebbe creato un flusso positivo per il quartiere: “In vico Fasciuole abbiamo creato un bicibox condiviso. Il fatto che ci sia un luogo dove tutti i giorni decine di persone vanno a prendere la bici e la riportano per le loro attività, crea un viavai favorevole. Quello che pensiamo è che se i luoghi vengono attraversati e vissuti non ci sia bisogno di chiuderli con dei cancelli”.

    Ancora oggi ci sono richieste da parte di condomini per chiudere alcuni vicoli per le solite questioni riguardanti lo spaccio e il degrado, anche se al momento non sono deliberate altre chiusure. Nel corso degli anni ciò che è rimasto una costante e, anzi, ha visto un peggioramento è la pulizia dei vicoli stessi: “Oggi quello che si nota è che aumentata la carenza di igiene. Le spazzature a mano son sempre più rare e i vicoli più piccoli in cui i mezzi non passano sono in condizioni igienico-sanitarie precarie. Gli Ecopunti di nuova generazione hanno arginato un problema – quello degli spazi utilizzati per svariati motivi di illegalità – ma ne hanno fatto sorgere un altro. I cosiddetti ‘invisibili’ non hanno il badge per accedervi, dunque succede spesso che davanti agli Ecopunti ci siano montagne di spazzatura e questo genera di nuovo sporco e degrado”.

    Il post Covid e i cancelli ‘anti-fuga’ per i pusher

    L’11 maggio 2020 in un post su Facebook la presidente A.Ma Marzia Giorgi ha comunicato: “La situazione in via della Maddalena è al limite del vivibile e il pericolo per i commercianti e abitanti è reale. La nostra speranza è che la giunta comunale di adoperi a risolvere questo problema di sicurezza pubblica anche esponendosi in prima persona con chi ha la competenza in questo ambito. La Maddalena non è all’anno zero, molte cose sono state fatte e appena possibile torneremo ad animare il quartiere con iniziative perché noi continuiamo a credere in questo luogo e qui vogliamo restare a vivere”. Con l’emergenza legata al Covid-19 la situazione nel centro storico è peggiorata e oggi il trend delle cancellate potrebbe subire una nuova impennata. La presenza di strade deserte, secondo i residenti, ha incentivato pusher e malviventi a prenderne il controllo. Quei quartieri che di lotte ne hanno combattute parecchie per ottenere la maggior vivibilità possibile per le famiglie del luogo, sono rapidamente regrediti al punto di partenza.

    Com’è immaginabile, la pandemia ha lasciato un segno soprattutto sui più fragili, fomentando una solitudine che ha portato a una richiesta maggiore di droghe rispetto a prima. La Maddalena è di nuovo zona di spaccio a cielo aperto e si parla – ancora – di cancelli, ma questa  Di nuovo cancelli, di nuovo chiusure. Abbiamo chiesto ad A.Ma se questa fosse una soluzione attuabile: “Assolutamente no. Sono proposte demagogiche, elettorali. Chi ha partorito quest’idea dovrebbe chiudere tutti i vicoli di Genova e sappiamo già cosa vuol dire vivere con cancellate tutte intorno alle nostre case. Sanno benissimo chi sono i pusher, cosa fanno e dove. Se volessero, potrebbero agire ben prima. Esiste un sistema di videosorveglianza con cui, se fosse utilizzato come dicono di voler fare, potrebbero avere un controllo ‘in diretta’ su quello che avviene senza il bisogno di dover chiudere i vicoli con dei cancelli”, ci ha risposto Curtaz.

    “Quel tipo di attività repressiva che va a colpire solo gli spacciatori non serve a niente – ha aggiunto. Arrestati quelli – a patto che succeda e che vengano condannati – ce ne sono molti altri pronti a sostituirli, perché dietro a quelle persone c’è un’organizzazione che trova sempre manodopera per azioni d’illegalità. Primo non vogliamo chiuderci dentro e secondo sono altri gli strumenti per contrastare l’illegalità. Ad esempio, meditare azioni che vadano a colpire i vertici, perché continuando ad arrestare i piccoli spacciatori non si smuoverà mai niente. Ci vorrebbe la volontà politica e istituzionale di proiettare delle risorse economiche di un certo livello per elevare la quantità e la qualità delle indagini, andando così a scardinare le organizzazioni criminali. Lo soluzione è colpire i vertici, che alla fine sono sempre gli stessi. Storicamente, chi muove le fila dello spaccio e della prostituzione nel centro storico di Genova, sono famiglie italiane. Il controllo continua ad essere nelle loro mani”.

    Conclusioni

    Creare istintivamente delle ‘protezioni’ alla propria ‘zona personale’ non risolverà alcun problema, ma lo sposterà di qualche metro. L’idea della cancellate a difesa del decoro urbano è un’illusione. I cittadini si sentono al sicuro, dietro ai cancelli, ma si tratta di una sicurezza fittizia che svanisce nel momento stesso in cui si mette il piede fuori da quel confine. Il degrado va combattuto diversamente, promuovendo occasioni di incontro, coinvolgendo le persone e non confinandole, e alimentando uno spirito di comunità. Il problema va senz’altro affrontato alla radice: un migliore sistema di controllo non può bastare, però. Ad un grande flusso di persone che attraversa le strade andrà proposta una vasta gamma di servizi per consentire di diluire questi flussi. Dunque servono attrezzature, panchine, aree verdi e aree coperte in cui rifocillarsi, ad esempio. E, non per ultimo, la riqualificazione degli spazi fatiscenti con pulizia, arredo urbano, operazioni di restauro e recupero di locali dismessi da tempo. Il centro storico deve respirare, e per farlo i cancelli devono essere aperti.

    Paola Alemmano

     

  • Nel piano Colao spunta la proroga delle concessioni autostradali, tra deroghe e affidamenti diretti

    Nel piano Colao spunta la proroga delle concessioni autostradali, tra deroghe e affidamenti diretti

    C’è anche la possibilità di una proroga delle concessioni autostradali, tra le Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022” proposte dalla task force di esperti nominata dal governo e guidata dall’ex manager di Vodafone Vittorio Colao. Una proroga che – si legge al punto 24 del documento consegnato alla presidenza del Consiglio – dovrebbe essere “limitata” e legata a piani di investimento per il miglioramento e la messa in sicurezza delle infrastrutture e in linea con il Green Deal europeo. Ma la proposta, nonostante tutti questi paletti, potrebbe dividere i partiti che sostengono il governo Conte. Perché dal 14 agosto 2018, giorno del crollo del Ponte Morandi, il tema delle concessioni autostradali è diventato macigno incandescente.

    Il Movimento Cinque Stelle, al governo con la Lega prima e con il Partito democratico poi, da allora ha fatto della revoca della maxi-concessione ad Autostrade per l’Italia un punto quasi identitario, ma gli alleati che si sono succeduti a settembre dell’anno scorso hanno mantenuto un atteggiamento più prudente. Con il cambio di maggioranza Paola De Micheli (Pd) ha sostituito al Ministero dei trasporti Danilo Toninelli (M5s) e ha inaugurato una linea meno netta sull’argomento, promettendo che la decisione finale (senza specificare quale) sarebbe stata “nell’interesse pubblico” e sostenendo che chi parlava di revoca della concessione lo faceva a titolo personale, quindi non rappresentava la linea ufficiale del governo.

    E se da un lato il decreto Milleproroghe dello scorso febbraio cancellava la maxi sanzione che il governo avrebbe dovuto pagare ad Autostrade per l’Italia per la revoca anticipata della concessione (facendo quindi pensare che il governo preparasse lo strappo con Aspi) , dall’altro nei mesi successivi è andata avanti una trattativa tra il Ministero dei trasporti e i vertici di Atlantia , che per mantenere la concessione si sono impegnati per un piano dal valore complessivo di 2,9 miliardi tra riduzione delle tariffe e investimenti, e a ridurre la propria partecipazione in Autostrade per l’Italia fino a una quota inferiore al 50% delle quote (al tempo stesso chiedendo al governo un prestito per far fronte al crollo degli incassi dovuto al lockdown).

    La proposta avanzata da Colao si inserisce quindi in un contesto in cui, sul tema delle concessioni autostradali, le due principali forze di governo sembrano seguire agende diverse, come testimoniato più di recente dalle scintille interne allo stesso Ministero dei trasporti. Non è escluso che una parte del governo (Pd e soprattutto Italia Viva di Renzi, schierata apertamente contro la revoca) possa appoggiare la proposta degli esperti, mentre un’altra (il M5s) si ritrovi nella posizione paradossale di contrastare una proposta avanzata da un tecnico nominato da un presidente del Consiglio che è sua stessa espressione. In mezzo il premier Conte, che se da un lato ha rilanciato gli interventi su vecchie e nuove infrastrutture come traino di una ripresa economica, dall’altro ha detto chiaramente che le proposte di Atlantia non bastano, ribadendo la linea dura del governo. Fino a prova contraria.

    Il piano Colao, ad oggi, è un elenco di proposte in sei capitoli (Imprese e lavoro; Infrastrutture e ambiente; Turismo, arte e cultura; Pubblica Amministrazione; Istruzione, ricerca e competenze; Individui e famiglie) elaborato negli ultimi due mesi da un gruppo di esperti nominato dal governo con il compito di supportare l’esecutivo nell’elaborazione di piani per superare la crisi. La proposta su autostrade si inserisce nel capitolo “Infrastrutture e ambiente” e mira a semplificare le procedure e a garantire gli investimenti fondamentali anche dove le concessioni sono scadute o prossime alla scadenza e il ritorno economico per gli operatori incerto. Seguendo lo stesso criterio, quello della semplificazione e dell’efficienza, il piano Colao cita espressamente il “modello Ponte di Genova” come via maestra, proponendo nel breve periodo l’affidamento diretto e senza gara d’appalto per le opere ritenute più urgenti e nel lungo un ripensamento complessivo del codice degli appalti (punto 23). Meno regole e meno concorrenza. Ora sta al governo decidere quanto del piano adottare. E se far passare il rilancio dell’Italia (anche) dalla proroga delle concessioni autostradali.

    Luca Lottero

  • Biciclette per decongestionare Genova. Se l’emergenza ci costringe a essere bike-friendly

    Biciclette per decongestionare Genova. Se l’emergenza ci costringe a essere bike-friendly

    La partenza a singhiozzo della nuova corsia ciclabile in Corso Italia (causa pioggia e dubbi sulla sicurezza) ci dice che servirà ben più di qualche striscia di vernice per cambiare il modo in cui le persone si muovono in città. Dice bene il sindaco Marco Bucci, quando dice che i genovesi dovranno cambiare mentalità. Ma ci vorrà anche molto altro.

    Nei prossimi mesi, forse anni, la convivenza con il Covid-19 ci costringerà a limitare i posti sui mezzi di trasporto pubblico per garantire il distanziamento sociale. È plausibile inoltre che molti, specialmente nei primi tempi, sceglieranno di evitare bus e treni per paura di contagiarsi. Se la bicicletta non diventerà davvero un’alternativa alle automobili per gli spostamenti quotidiani per una buona fetta di popolazione, c’è il rischio che città congestionate come Genova si trasformino definitivamente in inferni di traffico, parcheggi e smog.

    Per questo, in queste settimane, diverse città europee stanno mettendo su in fretta e furia modifiche urbanistiche (a volte piuttosto audaci, anche se spesso provvisorie) per stimolare l’uso di biciclette e monopattini, cercando di tradurre precipitosamente in pratica una serie di concetti come mobilità dolce o sostenibile di cui negli ultimi anni si è spesso parlato spesso in modo un po’ teorico.

    Più bici e monopattini, meno auto e moto: una tendenza europea

    Il Comune di Milano, per esempio, ha in programma di realizzare entro settembre 23 chilometri di nuovi percorsi ciclabili, e altri 12 entro la fine del 2020. Piani per la mobilità d’emergenza (quindi, almeno per il momento, provvisori) sono stati pensati in diverse altre città italiane più o meno estese come Torino, Roma, Firenze, Rimini e altre, forse stimolate dalle misure del decreto rilancio. Il decreto, infatti, pur non prevedendo fondi per i Comuni per la realizzazione di piste ciclabili, sul tema introduce un bonus fino a 500 euro per l’acquisto di biciclette per chi vive in aree metropolitane e soprattutto modifiche al Codice della Strada che introducono il concetto di “corsia ciclabile” (cioè uno spazio riservato alle bici ma non separato fisicamente dalle corsie per le auto) e di “casa avanzata”, cioè una linea d’arresto ai semafori più avanzata per bici e monopattini . E una “corsia ciclabile” – cioè uno spazio per le bici separato solo dalla vernice dalle corsie delle auto – è anche la nuova corsia di Corso Italia, come i prossimi interventi in programma. Per le “piste” vere e proprie dovremo aspettare.

    Ma la realizzazione di piani urbanistici d’emergenza è una tendenza che va oltre i confini italiani. A Bruxelles, per esempio, si sta sottraendo molto spazio alle automobili in ampie vie del centro abituate a essere costantemente congestionate dal traffico e insomma diverse città europee si stanno muovendo verso la mobilità dolce e stanno incoraggiando i propri cittadini a lasciare il più possibile l’automobile in garage.

    I tentativi di Genova si inseriscono dunque in una tendenza piuttosto estesa. Un’ulteriore difficoltà per il capoluogo ligure sarà superare i limiti di una conformazione poco spaziosa e pianeggiante che la rende una città meno ospitale di altre per le biciclette. Del resto anche la città portuale Marsiglia, a cui Genova è spesso paragonata per caratteristiche, sta affrontando difficoltà simili. La corsia ciclabile tra Piazza De Ferraris e Boccadasse dovrebbe essere – almeno nelle intenzioni dell’assessore alla mobilità Matteo Campora – solo il primo passo di un progetto complessivo di mobilità dolce che dovrebbe arrivare fino a Sampierdarena a ovest e toccare la Val Bisagno e la Val Polcevera a nord, passando per quartieri come Marassi e Staglieno.

    Un’iniziativa pensata già da tempo, resa più urgente dalla pandemia e in questi giorni spinta anche mediaticamente da #genovaciclabile, una petizione rivolta al sindaco Bucci e all’assessore Campora che chiede la realizzazione in tempi rapidi di progetti di mobilità alternativa, che nel momento in cui scriviamo questo articolo conta 8.418 firme e un gruppo Facebook di 7.482 membri, che ogni giorno si scambiano articoli e idee sulla mobilità sostenibile e seguono appassionatamente i lavori in corso a Genova.

    Segno che il tema è sentito e che una domanda di mobilità sostenibile esiste anche a Genova. Genova, del resto, avrebbe avuto bisogno di un ripensamento radicale della propria mobilità da ben prima che il coronavirus sconvolgesse le nostre esistenze.

    Una città congestionata

    Genova è tra le città più congestionate del Paese tradizionalmente con il più alto rapporto tra automobili e abitanti d’Europa. Secondo i dati raccolti dalla multinazionale Tom Tom basandosi sul segnale gps di auto e cellulari, nel 2019 Genova è stata la sesta città italiana per “livello di congestione” (dietro a Roma, Palermo, Napoli, Messina e Milano) e la 128ᵃ a livello globale. L’anno scorso il livello di congestione del capoluogo ligure era del 30%, in calo rispetto al 31% del 2018. Significa che a Genova un automobilista impiega in media il 30% in più del tempo a percorrere un certo tratto di strada rispetto al tempo che impiegherebbe senza traffico. Una percentuale che sale al 53% per l’ora di punta mattutina e al 54% per quella serale, quando si impiegano in media 46 minuti a compiere un viaggio che ne richiederebbe 30. Valori risultato di una media di una serie che va dalla congestione del 9% del 15 agosto (il giorno con meno traffico) al 69% del 22 novembre, il giorno invece con più code e ingorghi. Sempre secondo i dati di Tom Tom, nel 2019 in media ogni genovese ha passato nel traffico 121 ore, cioè cinque giorni e un’ora.

    Un livello di traffico che influisce sulla qualità dell’aria. Nel 2018, secondo il rapporto “Mal d’Aria” 2019 di Legambiente, Genova è stata la prima città italiana per superamento dei livelli d’ozono, con 103 giorni di esposizione a inquinamento “grave” contro il limite di 25 giorni. Un dato ridimensionato nell’edizione 2020 del rapporto, per cui nel 2019 Genova ha superato il livello di polveri sottili e ozono “solo” 43 giorni . Secondo la classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore, nel 2019 Genova si è piazzata al 31° posto tra le città italiane per qualità dell’aria ma al 106° posto su 107 per incidenti stradali, con 9,4 morti e feriti ogni mille abitanti (dove la posizione più bassa in classifica indica un numero maggiore di incidenti).

    Ma come è noto non tutto l’inquinamento da motori a combustione arriva dal traffico privato: il porto merci e passeggeri, collocato nel centro geografico della città contribuisce enormemente ad aumentare i livelli di inquinamento: parlare di sostenibilità di Genova, quindi, significa progettare un piano della mobilità di lungo periodo, non “obbligato” dall’emergenza di turno, e, inoltre non può e non deve prescindere dal convitato di pietra che è il nostro porto, e che tutti i giorni, dalle sue banchine avvelena un po’ tutti noi, ciclisti compresi.

     

    Luca Lottero

     

     

  • La Liguria e le sue bombe ecologiche: le fitobonifiche con piante “mangia veleni” potrebbero salvarci?

    La Liguria e le sue bombe ecologiche: le fitobonifiche con piante “mangia veleni” potrebbero salvarci?

    StoppaniIl deterioramento dei suoli è uno dei grattacapi più seri che la società deve – e ha urgente bisogno – di affrontare. L’eccessiva pressione demografica, l’utilizzo di tecniche agricole per niente sostenibili e l’inquinamento causato dagli scarti delle lavorazioni industriali, hanno messo i terreni di fronte ad un progressivo degrado. Per farsi un’idea, basti pensare che negli ultimi 50 anni la produzione agricola è cresciuta del 150%. Oggi l’agricoltura, oltre ad essere intensiva, dipende da fertilizzanti chimici sintetici e da pesticidi che contribuiscono ad avvelenare il suolo e l’acqua. Secondo l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) i due terzi del suolo in Italia presenterebbero problemi di degradazione. Quest’ultimi sarebbero più accentuati dove l’attività dell’uomo si fa più intensa, non soltanto nei siti dedicati alla produttività ma anche in prossimità di aree urbanistiche costruite senza tenere conto del successivo impatto ambientale, specialmente sul suolo. Le conseguenze per il terreno sono drammatiche: perdita di fertilità e della capacità produttiva, compattazione causata dai pesanti mezzi agricoli con conseguente perdita di permeabilità e capacità di filtraggio, contaminazione da inquinamento e uso eccessivo di fertilizzanti, sterilità, erosione che può dare vita a frane, impermeabilizzazione che impedisce lo stoccaggio dell’acqua e la regolamentazione della temperatura.

    Un aiuto dalla canapa, la pianta ‘mangia-veleni’

    Filiere produttive gestite in modo sconsiderato hanno prodotto dei veri e propri disastri ambientali e oggi occorre escogitare una soluzione per rimediare al danno. Tramite una pratica sostenibile come quella della ‘fitodepurazione’ si potrebbe dare il via ad una nuova e ambiziosa green economy. Alcune tipologie di piante – dette fitomediatrici o fitodepuranti – hanno infatti la capacità di depurare i terreni, le acque e l’aria, stoccando gli inquinanti al loro interno, principalmente delle foglie e nelle radici. La tecnica si chiama fitoestrazione: i metalli inglobati dalla pianta vengono estratti e recuperati. Tra i migliori ‘mangiatori di veleni’ si configura la canapa, in grado di togliere dai terreni metalli pesanti come piombo, cromo, rame, cadmio e altri. Da qui al possibilità di ri-estrarli e ri-utilizzarli nell’industria. La stessa canapa può essere utilizzata nuovamente in settori come la bioedilizia, come biomassa nelle filiere bioenergetiche o, ancora, in campo tessile. Si chiuderebbe così un cerchio ‘green’ molto importante e positivo da ogni punto di vista che gioverebbe alla salute dell’ambiente e dell’uomo.

    Le fitotecnologie si basano sul principio di ‘utilizzare la natura per disinquinare la natura’ e rappresentano una serie di tecniche di bonifica alternative che sfruttano la capacità intrinseca degli organismi viventi di ‘risucchiare’ i veleni dalla terra. Il fitorimedio è alquanto competitivo per diverse ragioni. Si tratta di una tecnica silenziosa, esteticamente gradevole ed ecologica, che non faticherebbe quindi a trovare consenso nell’opinione pubblica. I costi sono contenuti, la manutenzione richiesta è minima e prevede l’utilizzo di pratiche e macchinari di comune uso agricolo. In più, una parte degli interventi richiesti prevedono attività di natura colturale e dunque si evidenzia anche l’aspetto sociale, in termini di occupazione. È un approccio pratico sia dal punto di vista economico che da quello tecnico, ideale per processi di bonifica eco-sostenibili ma anche per prevenire la diffusione della contaminazione con la restituzione di aree al settore agricolo o anche al verde pubblico/privato.

    Disastri ambientali e bonifiche interminabili: i casi Stoppani e Iplom

    Tra i 41 siti italiani ad alto rischio sanitario, considerati dall’ISPRA come ‘siti di interesse nazionale’ troviamo tre siti liguri fra cui l’area intorno all’ex Stoppani, ubicata in provincia di Genova. L’azienda – che produceva composti di cromo esavalente – è stata chiusa nel 2003 e nel suo sottosuolo sono state rilevate massicce concentrazioni della sostanza cancerogena che dava lavoro a oltre 400 persone. Lo stato di emergenza è attivo nell’area dal 2006 e, dopo quasi 20 anni dalla chiusura dei battenti, i lavori di bonifica sarebbero fermi al 90%. Tra gli interventi di bonifica attuati in tutti questi anni, c’è anche la costruzione di una barriera fisica per delimitare il sito e impedire sversamenti pericolosi nel torrente Lerone. Tale barriera nel 2017 trasudava inequivocabilmente materiale nocivo, segno che i lavori fatti avevano messo una pezza al problema senza di fatto risolverlo. Milioni di euro sono stati spesi e gigantesche quantità di rifiuti tossici sono stati versati nella discarica di Molinetto. Oggi la bonifica continua, mentre l’obiettivo finale dovrebbe essere un’area verde da restituire ai cittadini, forse tra 4 o 5 decenni.

    Anche il quartiere di Fegino nel 2016 è stato protagonista di una grave contaminazione ambientale per via dell’incuria di alcuni dirigenti dell’oleodotto Iplom di Busalla. Il 17 aprile di quell’anno un tubo malandato di proprietà della società è esploso e grandi quantità di petrolio si sono rovesciate nel rio Pianego, successivamente nel Fegino, poi nel torrente Polcevera e, infine, in mare. Le prime operazioni di tamponamento sono state svolte di notte, quindi inizialmente fu difficile capire l’entità del danno ma circa 600 mila litri di greggio avevano avvelenato l’area.

    L’azienda ha impiegato milioni di euro per i lavori di messa di sicurezza e per la bonifica del territorio, ma per altri tre anni le acque sotterranee del Fegino e del Pianego dovranno subire dei controlli.  Soltanto che a distanza di anni i residenti di Fegino affermano di sentire ancora odore di idrocarburi, in particolare quando piove e sospettano che questo miasma giunga dal fiume. E se avessimo optato per una più moderna metodologia di bonifica, compatibile con la sicurezza dell’ambiente e dell’uomo? Stando ai dati delle sperimentazioni delle tecniche di fitodepurazione, avremmo potuto recuperare le aree liguri contaminate da tempo, con costi inferiori e senza peggiorare i già gravi danni ecologici. Soltanto a Genova e provincia sono decine le aziende che potrebbero innescare un disastro ambientale nel caso in cui accadesse un incidente di qualsiasi tipo. Tra le più a rischio troviamo Iplom di Busalla, Sigemi di San Quirico, A-Esse Spa di Carasco, il deposito del porto Petrolio di Multedo, la Superba di Multedo di Pegli, Silomar di ponte Etiopia, Petrolig ed Eni Porto in porto e il deposito Iplom di Fegino.

    Acna: la bomba ecologica ligure dopo 20 anni di bonifiche fallimentari

    Attualmente i siti oggetto di bonifica o messa in sicurezza permanente – soltanto nel comune di Genova – sono 88, in tutta la regione Liguria 250, mentre i siti con analisi di rischio approvata sono invece 92. Dunque le aree da ripulire e riqualificare sono parecchie, come anche i problemi per la salute (dell’uomo e dell’ecosistema) se le sostanze tossiche non verranno rimosse presto e in maniera sostenibile. Particolarmente critica sarebbe l’area di Cencio ­– piccolo comune in provincia di Savona – dove si trova l’Acna, ex ‘fabbrica di veleni’ che ha lasciato in eredità oltre 500 mila metri quadrati di area contaminata. L’azienda, che trattava coloranti e affini, per quasi un secolo ha versato tonnellate di sostanze tossiche nelle acque della Bormida, le stesse acque che venivano prelevate per abbeverare animali e bagnare orti. La contaminazione della Val Bormida è sempre stata sotto gli occhi di tutti ma l’Acna dava lavoro a migliaia di persone e la lotta alla chiusura è stata lunga, oltre a costare moltissimo. La fabbrica è chiusa dal 1999 ma la bonifica non è ancora stata conclusa, mentre tonnellate di scorie chimiche ancora presenti fanno del sito una vera e propria bomba ecologica. Non sono bastati gli anni di negligenza in cui i residenti della Val Bormida si sono visti avvelenare ogni cosa intorno a loro, perché a questo si aggiunge un ventennio di bonifiche fallimentari e alquanto misteriose.

    Foto Eni.com

    L’area contiene ancora cumuli di rifiuti tossici e le acque sotterranee del sito presentano concentrazioni di contaminanti oltre ogni limite di legge, difficile quindi pensare che la zona verrà recuperata per un qualsiasi impiego futuro. Il risultato è uno degli episodi più gravi nella storia del nostro paese: una contaminazione su larga scala fra la Liguria e il Piemonte, un’eredità che ha messo e mette tutt’ora a repentaglio la salute di tutti i residenti, con una moria per casi di cancro nella zona difficile da digerire. Il rischio ambientale è ancora altissimo: tonnellate di rifiuti tossici accatastati a mo’ di montagna attendono di essere messi in sicurezza e minacciano nuovamente l’area – già fortemente martoriata – in caso di alluvione. Una tecnica ecologica come quella della fitodepurazione dei suoli potrebbe configurarsi come un’opportunità per bonificare l’intera zona, con costi che in confronto a quelli a cui siamo avvezzi sarebbero bazzecole e il raggiungimento di un risultato ottimale in tempi più contenuti. Siamo così abituati a bonifiche ventennali – gravose ed inefficienti – che pare quasi normale, ma così non è. Che cosa si aspetta, dunque, per attuare un risanamento sostenibile di tutti quei territori che egoisticamente sono stati avvelenati? Probabilmente troppe mani sono attaccate ai progetti di bonifica tradizionali, quelli impattanti, infiniti, il cui risultato non è quello auspicato. Un giro di soldi enorme che va ad impinguare organizzazioni e a devastare terre che di devastazione ne hanno vista fin troppa.

    Le bonifiche che inquinano

    Attualmente, le bonifiche dei siti inquinati si affidano a metodologie di vecchia concezione che implicano l’utilizzo di grandi quantità di mezzi e risorse, soprattutto energetiche. Il risultato è spesso peggiore della situazione preesistente la bonifica. Grandi mezzi dissodano la terra contaminata e la caricano su camion che la trasportano in centri di bonifica appositi. Qui la terra viene sottoposta a trattamenti chimici per limitare il grado di pericolosità delle sostanze nocive in essa contenute. Tale procedimento non elimina quindi gli elementi di tossicità, ma li degrada per renderli meno pericolosi. Le operazioni di bonifica che si svolgono oggi hanno come obiettivo primario raggiungere – in base alla normativa vigente – un dato livello di concentrazione di inquinanti, mentre si fa scarsa attenzione alle conseguenze delle tecnologie usate sulla qualità del suolo. Inoltre, il dissodamento e il trasporto da un luogo ad un altro di questo terreno inquinato, genera nubi di polveri velenose che si diffondono nell’ambiente.

    Le attuali bonifiche richiedono l’investimento di un massiccio capitale economico, oltre che un eccesso di risorse, e non fanno altro che procurare un nuovo e diverso danno all’ambiente, a volte superiore a quello che si intendeva eliminare. La bonifica sostenibile è, invece, quella che combina una o più tecnologie in modo che il beneficio complessivo per la salute umana e quella dell’ambiente sia reso massimo attraverso un uso limitato di risorse. È la migliore soluzione da ogni punto di vista: economico, sociale e ambientale, ma non solo. Si definisce sostenibile quella bonifica che soddisfa i bisogni del presente, senza compromettere le stesse possibilità di soddisfazione per le generazioni future.

    Biomassa come volano economico e freni al fitorimedio

    A rendere concorrenziali i progetti di bonifica eco-sostenibili basati sulle fitotecnologie è anche la possibilità di valorizzare la biomassa. Quest’ultima è un prodotto organico derivante dalla fotosintesi e utilizzato per generale energia, ma non solo. La normativa relativa alla valorizzazione delle biomasse provenienti da impianti di fitorimedio è lacunosa, tuttavia queste potrebbero essere destinate – oltre alla generazione di energia tramite combustione diretta nelle centrali elettriche – alla produzione di biocarburante, biometano, materiali da costruzione e bioplastiche. Essendo la biomassa contaminata andranno selezionate le filiere di destinazione adeguate a garantire il rispetto della qualità dell’ambiente e della salute umana sia durante il processo di trasformazione che durante l’utilizzo.

    Quest’approccio ‘green’ del fitorimedio, purtroppo, deve affrontare ostacoli di varia origine. In primis, la tecnica deve superare la resistenza di un mercato che tende a preferire soluzioni tradizionali, o per meglio dire ‘vecchie’. Dal punto di vista economico, scarseggiano incentivi diretti e indiretti ad adottare soluzioni innovative e con un più basso impatto ambientale, mentre dal punto di vista sociale è necessaria la definizione di una metodologia in grado di sottolineare in maniera trasparente ed efficiente i pro e i contro delle diverse alternative di approccio. Infine, normativamente parlando, manca nel quadro italiano un iter amministrativo e approvativo più fluido per quanto concerne la formulazione di progetti di bonifica controcorrenti come questo. Tuttavia, l’approccio ha un potenziale enorme, soprattutto se si pensa a tutte quelle aree del nostro paese che meriterebbero di essere portate a nuova vita tramite riqualificazione, come le ex discariche o le ex industrie. Certo è che la scelta delle ditte per le bonifiche dovrà essere più che accurata, altrimenti il disastro sarà doppio, a causa delle ecomafie che potrebbero fiutare il business: chi in passato ha distrutto e ci ha guadagnato, ora potrebbe tentare di guadagnare risanando o fingendo di farlo.

    Modello Taranto

    Foto di Mafe de Baggis (wikipedia) 2007

    Il primo esempio di bonifica tramite semina di canapa è riconducibile al disastro di Chernobyl, quando nel 1998 una società americana avviò un progetto di fitorisanamento per la messa in sicurezza della zona circostante, contaminata da agenti tossici e materiale radioattivo. I risultati furono positivi e il modello fu replicato in altre parti del mondo. Al momento nel nostro paese il progetto più importante di bonifica tramite semina di canapa è stato avviato a Taranto nel 2014, dove si è sperimentata per la prima volta la tecnica della fitodepurazione nella Masseria Carmine, quella che era un’efficiente realtà agricola e agroalimentare vicino all’ex Ilva. La famiglia Fornaro nel 2008 fu costretta ad abbattere 600 ovini a causa degli alti livelli di diossina e PCB riscontrati negli alimenti di produzione propria e a convertire l’azienda in masseria per cavalli. I terreni, infatti, non possono più essere utilizzati per attività colturali o zootecniche per via del disastro ambientale causato dall’acciaieria: qui vige ancora il divieto di pascolo entro un raggio di 20 km. L’obiettivo dell’intervento è recuperare i terreni agricoli circostanti l’impianto siderurgico, altamente inquinati, attraverso una semina di canapa nel 2014 ed una nel 2016. Ora si attende quella definitiva, l’ultima speranza di trasformare un inenarrabile disastro in risorsa locale.

    Conclusioni

    Mentre in nazioni come gli Usa il fitorimedio è applicato sin dagli anni ’90, dove il suo impiego ha riguardato oltre 200 aree, nel nostro paese questa tecnologia ha trovato impieghi soltanto sperimentali e non ha ancora raggiunto un livello paragonabile alle ‘vecchie’ e impattanti tecniche di bonifica, seppure con varie sperimentazioni in Puglia, in Campania, in Sardegna e in Veneto. Alle base dell’applicazione di queste tecnologie dovrebbe esserci la presa di coscienza del valore del suolo e la volontà di preservarlo. Il futuro si dovrà necessariamente orientare verso soluzioni che permettano di ottenere un suolo funzionale e che, allo stesso tempo, non lo considerino come rifiuto da trattare ma come risorsa da proteggere. Anche se una direttiva europea comune sul suolo è ancora di lontana approvazione, il fitorimedio rappresenta una reale pratica di conservazione di questo capitale, decisamente preferibile alle tecniche distruttive utilizzate fin’ora.

    Paola Alemanno

  • Coronavirus e informazione, quando l’assembramento selvaggio diventa un format

    Coronavirus e informazione, quando l’assembramento selvaggio diventa un format

    I dati sulle multe alle persone che non rispettano i limiti agli spostamenti dovuti all’emergenza coronavirus ci restituiscono l’immagine di un Paese che sta, in larghissima parte, rispettando le regole. Lo scorso sabato 4 aprile, raccontato come una giornata di sanzioni record, su 229mila e 104 persone fermate dalle forze dell’ordine, le multe sono state 9.284 .

    Significa che a sgarrare è stato poco più del 4% delle persone fermate, cioè lo 0,015% della popolazione italiana. A leggere le cronache di questi giorni, però, sembrerebbe che sparsi per il territorio nazionale ci siano diversi focolai di ribellione alle regole e al buon senso dove i cittadini, mossi forse da un superbo senso di invulnerabilità o dal gusto per la sfida all’autorità fine a sé stessa, escono volutamente di casa senza reale necessità, generando assembramenti non necessari e moltiplicando i rischi di contagio con grave rischio per la collettività.

    È il caso, per esempio, del Quadrilatero di Bologna o del quartiere Spaccanapoli, a Napoli . Anche Nel suo piccolo, anche Genova ha il suo focolaio di insubordinazione, situato in Via Sestri, cuore pulsante della delegazione di Sestri Ponente. Quartiere ribelle al punto da meritarsi il doppio rimprovero del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, una prima volta lo scorso 13 marzo  e poi, di nuovo, il 2 aprile. Il secondo rimprovero presidenziale è stato accompagnato da una foto, dove nella parte superiore compare il fermo immagine di un servizio televisivo che ritrae una Via Sestri apparentemente piena di gente e una inferiore con alcuni medici del San Martino, a suggerire che la passeggiata impenitente avviene a sfregio di chi rischia la vita tra le corsie degli ospedali. Ma proprio su quel fermo immagine, in realtà, sono cominciati ben presto a circolare dei dubbi, per via dello schiacciamento prodotto dalla prospettiva ottenuta con un teleobiettivo.

    Inganni ottici a parte, sono le caratteristiche del quartiere a rendere difficile immaginare un abbandono totale della via. A Sestri Ponente vivono quasi 45mila abitanti e in Via Sestri ci sono numerosi supermercati, negozi di alimentari e farmacie. Negozi che non possono chiudere nemmeno in tempo di quarantena, perché vendono beni essenziali. È dunque lecito pensare che chi in questi giorni va in Via Sestri lo faccia per un valido motivo. A meno che non si voglia credere che gli abitanti di Sestri per qualche ragione si divertano a sfidare regolamenti e buon senso, in controtendenza rispetto al resto della popolazione nazionale.

    L’uomo che morde il cane

    Forse è proprio questa la ragione per cui Via Sestri è diventata un caso. Visto che il cane che morde l’uomo non è una notizia ma lo è l’uomo che morde il cane, il racconto dell’eccezione alla regola, del cittadino che sgarra, sta diventando un format nel racconto che si sta facendo di questi giorni. Un format che mantiene alta l’attenzione su alcuni aspetti, tralasciandone altri, creando una narrativa legata alla contrapposizione, al conflitto, tra persone. In altre parole un problema di ordine sanitario è diventato de facto un problema di ordine pubblico: un format, questo, che però, oltre a rischiare di dare un’idea distorta dei problemi alla base di questa situazione rischia anche di far passare, come sta succedendo, senza troppe cerimonie, limitazioni inedite delle nostre libertà individuali e collettive. 

    [quote]In altre parole un problema di ordine sanitario è diventato de facto un problema di ordine pubblico[/quote]

    Una modalità di gestione della situazione che ha “contagiato” anche altri soggetti, che titolarmente dovrebbero avere un ruolo differente. E’ il caso dell’ospedale Policlinico San Martino, niente meno che l’ospedale-università più importante della Liguria e rifermento scientifico nazionale: in questi giorni la direzione ha optato per una comunicazione molto aggressiva nei confronti dei comportamenti considerati dannosi, riproponendo quel format in chiave più social, dichiaratamente finalizzato a sensibilizzare la fascia più giovane della popolazione. Esempi sono due pubblicazioni divenute virali non per il contenuto ma per la polemica che hanno suscitato: il primo con la foto di una paziente estubata, accompagnata dalla dicitura “State a casa! Altrimenti l’unica corsa che farete sarà in rianimazione”, riferendosi al format del podista-untore, e il secondo, dove il frame di un famoso e virale meme è accompagnato dall’ammonimento “Fossimo in voi, noi medici, infermieri e oss, staremmo a casa, e non in prima linea, per voi, qui al San Martino”.

    Una comunicazione, quindi, che colpevolizza determinati comportamenti il cui peso sull’attuale situazione è quanto meno incerto: non passa giorno senza che arrivino percentuali di persone che si spostano, confronti, trend, seguiti da paternali e minacce di nuovi provvedimenti, senza avere invece informazioni esaustive sulla diffusione reale del virus, che essendo per l’80% asintomatica, nessuno ha con certezza. E l’incertezza non crea nessun format di successo, ma responsabilità politiche.

    Compito straordinario

    Secondo altre letture l’esasperazione dei (pochi) casi di ribellione alle regole contro il covid-19 farebbe comodo a tanti. A chi vuole scaricare sul popolo bue le responsabilità della crisi da un lato e a sindaci e amministratori locali con manie da sceriffo dall’altro, che proverebbero a stimolare la richiesta di una gestione poliziesca del territorio giustificandola con la presunta irresponsabilità della gente. Puntando magari a rendere ordinarie le misure straordinarie che si stanno rendendo necessarie in queste settimane. Se così fosse, finita l’emergenza il giornalismo avrà compiti ben più urgenti e scomodi della caccia all’assembramento selvaggio.

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella