Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Il Comune vende il palazzo ex Ansaldo Nira, si pensa ad un albergo

    Il Comune vende il palazzo ex Ansaldo Nira, si pensa ad un albergo

    Ex Ansaldo Nira
    L'edificio ex Ansaldo Nira in via dei Pescatori 35

    L’imponente edificio ex Ansaldo Nira ed ex Ansaldo Trasporti, in via dei Pescatori 35 poco distante dal padiglione B, è stato ufficialmente messo in vendita dal Comune che ha indetto un’asta pubblica.

    Il prezzo base d’asta è di 13.296.000,00, si tratta di una costruzione di 11 piani di 17.395 metri quadrati complessivi con un’area “Centro Congressi” di ulteriori 3.404 metri quadrati.

    Venne ultimato nel 1964, progettato da Maurizio Vitale, Domenico Del Vecchio e Edoardo Sarzano, gli stessi che progettarono il padiglione C. In principio il palazzo era stato pensato per ospitare la mostra delle telecomunicazioni e i congressi nell’Auditorium. Il progetto del museo rimase però inattuato, per qualche anno l’edificio venne utilizzato per ospitare Eurodomus, una rassegna di mobilio e arredamento, poi rimase inutilizzato sino ai primi anni ’80.

    Sulla scia dell’entusiasmo nucleare, l’edificio venne rimesso in sesto e consegnato ad Ansaldo come sede della “Ansaldo Nira”. Ma il nucleare venne presto abbandonato e la struttura passò ad Ansaldo Trasporti.

    A marzo del 2005 anche l’ultimo insediamento di Ansaldo (Ansaldo Signal) abbandona la sede di via Pescatori 35 e questa immensa “cattedrale per nessuno”, che campeggia di fronte alla collina di Carignano, si ritrova nuovamente senza inquilini.

    Intanto, nel maggio 2003, Regione, Comune, Autorità Portuale, Provincia e Fiera di Genova siglavano un accordo di programma per dare il via libera a Fiera di Genova per la trasformazione della struttura ex Nira in albergo di elevato standard qualitativo con vista da Portofino a Capo Noli, accesso dal mare, 157 camere e 28 junior suite.

    Tale progetto preliminare non è prescrittivo per i potenziali investitori, ma il diritto di superficie, attribuito da Comune a Fiera, è di durata quarantennale e scadrà il 31 dicembre 2046.

    Con questo particolare dovrà fare i conti chi deciderà di investire sull’immobile, un edificio dalle enormi potenzialità che fino ad oggi Genova non ha saputo utilizzare e valorizzare.

    Le offerte dovranno pervenire all’Archivio Generale Protocollo del Comune di Genova sito in piazza Dante al civico 10. Il termine ultimo per la consegna è entro e non oltre le ore 12 del giorno 9/11/2011. Il bando integrale può essere ritirato presso l’aufficio Acquisti e vendite in via di Francia 1.

     

  • Fallimento Aster, la manutenzione potrebbe ritornare al Comune

    Fallimento Aster, la manutenzione potrebbe ritornare al Comune

    Palazzo TursiLa crisi di A.S.Ter non è certo uno “scoop”. L’Azienda è in crisi da anni, o meglio, dal momento in cui è stata fondata.

    Nel gennaio del 2011 i lavoratori avevano alzato la voce chiedendo garanzie al Comune, da quel momento i conti dell’azienda sono finiti nell’occhio del ciclone, tante spese e scarsi risultati. In quell’occasione si iniziò a parlare in consiglio comunale di nuovo piano di controllo sulla qualità dei lavori pubblici effettuati da A.S.Ter, di un nuovo piano d’impresa, una nuova discussione sulle voci del bilancio e lo stop a nuovi debiti per manutenzioni straordinarie.

    A distanza di quasi un anno la situazione non è migliorata. Il bilancio online pubblicato sul sito di A.S.Ter mette in mostra uno strabiliante attivo, ma non è lì che bisogna andare a cercare i problemi. O, perlomeno, si può provare a leggere fra le righe… Ed è così facendo che balzano agli occhi ad esempio i 14 milioni di differenza fra i crediti (17 milioni) e i debiti (3 milioni), oppure il capitale circolante netto (indicatore utilizzato per verificare l’equilibrio finanziario dell’impresa nel breve periodo) che è diminuito in un anno di quasi 5 milioni.

    Indicativo è il dato relativo al ROI che è l’indice di redditività ed efficienza economica della gestione dell’impresa e che dovrebbe non essere mai inferiore all’8%. Nel bilancio di A.S.Ter il ROI si assesta intorno al 5,5% nel 2009 e al 6% nel 2010, il che significa che il capitale investito non è remunerato a dovere.

    Ma è importante sottolineare un “particolare” che aiuta a comprendere il perchè del bilancio in attivo di un’azienda in crisi nera: quasi la metà dell’attivo dello stato patrimoniale è rappresentato dai crediti verso il Comune di Genova, crediti che non è scontato che il Comune di Genova sia in grado di pagare. Questo è il nodo della questione. Per comprendere meglio la situazione basta pensare che i lavori per la segnaletica relativi al 2006 sono stati incassati quest’anno.

    Inoltre, dal momento della creazione di A.S.Ter nel 2004 ad oggi, i dipendenti sono praticamente raddoppiati, da 250 a 432. Quale futuro si prospetta per i lavoratori?

    Facciamo un passo indietro. La manutenzione del territorio comunale un tempo era affidata a operai direttamente alle dipendenze del Comune, falegnami, muratori, giardinieri, idraulici e via dicendo… Si chiamavano “Officine Comunali“.

    A.S.Ter. (Azienda Servizi Territoriali del Comune di Genova) e’ stata costituita nel mese di ottobre 1999 prendendo in carico la manutenzione di strade ed impianti di illuminazione pubblica e inglobando 250 operi trasferiti appunto dalle “Officine”. Gli operai che non passarono ad A.S.Ter restarono alle dipendenze del Comune, più precisamente delle Circoscrizioni per interventi di manutenzione sul territorio. Poi nel 2002 il Comune affidò ad A.S.Ter nuovi compiti come la manutenzione delle strade e la gestione di parchi e giardini e nuovi operai ex Officine vennero trasferiti.

    Dichiarando il fallimento di A.S.Ter la manutenzione pubblica tornerebbe direttamente a carico del Comune e i dipendenti dovrebbero quindi essere nuovamente integrati nella macchina comunale. Dunque, si torna alle “Officine Comunali”?

    La conclusione è molto semplice. Allo stato attuale il Comune versa soldi pubblici ad A.S.Ter (talvolta anche denari per cui era prevista diversa destinazione, vedi caso “barriere architettoniche” di qualche mese fa) per coprire i buchi di bilancio e per pagare i dipendenti: in caso di fallimento crollerebbe il tramite, ma resterebbero i problemi.

     

  • Sfratti in Italia, quelli per morosità in 10 anni sono raddoppiati

    Sfratti in Italia, quelli per morosità in 10 anni sono raddoppiati

    Via Soziglia, centro storicoLa domanda che una persona di buon senso giunti a questo punto si porrebbe è “e adesso dove li mettiamo?”

    Eppure continuiamo a considerarci un paese civile anche se molti nostri concittadini sono letteralmente in mezzo a una strada.

    L’emergenza abitativa in Italia è ormai una piaga. Ha pervaso il tessuto sociale facendosi largo tra le maglie assai larghe di politiche abitative estemporanee e sempre più soggette a tagli.

    Il paradosso è che il mattone viene considerato la prima forma d’investimento. Mentre numerose famiglie non riescono a pagare regolarmente l’affitto.

    Gli sfratti per morosità negli ultimi anni sono infatti praticamente raddoppiati passando dai 25 mila del 2000 (il 64,5% dei provvedimenti di rilascio forzoso emessi) ai 56 mila dell’anno scorso (l’85,7% del totale).

    Una crescita così forte probabilmente dipende anche da canoni di locazione sempre più alti e dall’assenza di “ammortizzatori sociali” per gli inquilini.

    Genova è una città con una considerevole incidenza percentuale di sfratti per morosità. Sono l’83,52% sul totale dei rilasci forzosi.

    Stefano Salvetti, sindacalista del Sicet Liguria (Sindacato Inquilini Casa e Territorio), commenta così questi dati “Dobbiamo ridare certezze ai canali dell’edilizia sociale. In Italia ci sono solo 700.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica mentre, per fare un esempio simile in termini di popolazione, sono 3 milioni in Inghilterra. A Genova sono 10.500 e 21.000 in tutta la Liguria”.

    La graduatoria per le case popolari continua a crescere e attualmente sono 3600 le persone in lista d’attesa. Mentre gli alloggi sottoposti a manutenzione sono 500. Anche quando saranno pronti per essere consegnati fuori dalla porta rimarrà una moltitudine disperata.

    “Forse entro fine 2011 riusciremo a farne assegnare 200 – spiega Salvetti – e finiti i posti cosa facciamo?”

    Si ritorna così alla domanda da cui eravamo partiti.

    Le regioni e gli enti locali dispongono di fondi sempre più esigui mentre lo stato taglia le poche risorse ancora a disposizione.

    Ad esempio il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso delle abitazioni in locazione, nato con lo scopo di agevolare gli inquilini con reddito basso a pagare l’affitto .

    Ebbene se nel 2000 era previsto uno stanziamento di oltre 360 milioni di euro, nel 2010 è sceso a 143 milioni.

    Per poi ridursi drasticamente, anche grazie alla legge di stabilità, a soli 33 milioni per il 2011 e il 2012, fino ai 14 milioni nel 2013.

    Secondo il sindacato con queste misure viene cancellato ogni aiuto agli inquilini in difficoltà.

    “Sarebbe necessaria una nuova politica per le case popolari – conclude Salvetti –  mentre oggi va di moda il social housing. Ma non si può considerare edilizia pubblica, parliamo infatti di un canone moderato che parte dai 400 euro. Secondo noi c’è bisogno di un tavolo comune interassessorile. Ho parlato con l’Assessore ai servizi sociali del Comune, Roberta Papi, perché si deve intervenire anche sui criteri di assistenza.

    Il comune deve dotarsi di un ufficio unico che svolga anche attività di prevenzione. E poi bisogna disporre di un puntuale controllo sulle situazioni a rischio. Non esiste infatti un registro con gli atti per gli sfratti. Così spesso siamo costretti ad intervenire quando l’ufficiale ha già suonato alla porta”.

    Matteo Quadrone

     

     

  • Ex Manicomio di Quarto: un vincolo frena la speculazione edilizia

    Ex Manicomio di Quarto: un vincolo frena la speculazione edilizia

    Manicomio di QuartoUn’area immensa e dalle innumerevoli potenzialità, forse senza eguali sul territorio genovese, per gran parte abbandonata al suo destino. Oggi l’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto rischia di perdere gli ultimi servizi sanitari attivi al suo interno.

    Voci sempre più insistenti preannunciano infatti la futura vendita, tramite una seconda “cartolarizzazione”, degli immobili ancora di proprietà della Asl3. Parliamo della parte più antica del complesso (1895), circa un 50% dell’intera area dove sono ubicate comunità psichiatriche e per minori disabili, strutture residenziali per anziani, servizi di medicina legale e diversi uffici amministrativi.

    Nel 2008 la sanità ligure fece cassa mettendo all’asta il patrimonio immobiliare delle Asl, compresi alcuni immobili dell’ex ospedale psichiatrico. La gara la vinse “Valcomp due” società partecipata da Fintecna Immobiliare, a sua volta un’emanazione del colosso parastatale Fintecna. “Valcomp due” si aggiudicò 3 palazzine e il monumentale corpo centrale del complesso, risalente agli anni ’30, dal valore storico riconosciuto, ma ormai dall’aspetto fatiscente.

    Una delle palazzine di Valcomp esternamente appare perfetta e sembra che anche all’interno sia già pronta per trasformarsi in residenza. Gli altri edifici necessitano invece di interventi di recupero. Anche gli accessi e le strade di collegamento sono stati ceduti a “Valcomp due”, ma gli accordi tra le parti prevedono che la Asl mantenga in comodato d’uso i varchi d’accesso e alcuni immobili fino a quando non saranno pronti per essere consegnati ai nuovi proprietari. Nel frattempo la responsabilità di manutenzione e pulizia compete alla Asl, ma sono del tutto evidenti enormi carenze: all’ingresso, su entrambi i lati, due distese d’erba raggiungono almeno il mezzo metro d’altezza.

    Questo è il biglietto da visita di una struttura che dovrebbe essere un fiore all’occhiello della città. Ovviamente “Valcomp due” spera si sblocchi al più presto la situazione, in particolare per quanto riguarda la destinazione d’uso degli spazi. Insomma i nuovi proprietari attendono il via libera per costruire. Da parte loro la soluzione migliore resta quella residenziale. Ma potrebbero accontentarsi di alberghi o centri commerciali. Snodo cruciale è l’approvazione definitiva del nuovo Puc.

    Tutto però potrebbe essere rimesso in discussione da una questione, che ai fini dell’esito della vicenda, appare decisiva. Sull’area infatti graverebbe un vincolo stringente.

    Come spiega il presidente dell’Alfapp, associazione ligure famigliari pazienti psichiatrici, Paolo Pescetto: “La legge 180, la famosa legge Basaglia, stabilisce che gli spazi (terreni e immobili) degli ex manicomi sparsi per la penisola, una volta dismessi dalla loro funzioni, siano destinati alla cura di pazienti psichiatrici ma anche anziani”. Attraverso la mediazione delle asl queste strutture dovrebbero continuare a svolgere funzioni terapeutiche. In altri termini è lecito metterle in vendita e immaginarne un nuovo utilizzo, ma sempre con queste finalità.

    “Nel 2005 all’epoca del governatore regionale Sandro Biasotti, quando si parlò della concessione in comodato gratuito della palazzina del corso per infermiere all’IIT, la nostra associazione agì per vie legali e vinse la causa contro la regione”, racconta Pescetto. Un precedente significativo perché oggi ci troviamo nuovamente di fronte a un tentativo di scavalcare il vincolo. E in caso di nuova cessione di immobili l’Alfapp è pronta a scendere in campo con i suoi legali.

    E’ evidente come una seconda gara vedrebbe in prima fila “Valcomp due” nel tentativo di aggiudicarsi gli immobili rimasti. Il sospetto trova conferma dal fatto che alcuni giorni fa senza alcun preavviso sono partiti i lavori di riqualificazione nell’area di proprietà della società.

    Fra il personale asl regna l’incertezza perché ancora non si sa quali servizi sanitari corrono il rischio di scomparire. I motivi che destano preoccupazione sono almeno due: in primis per la futura sistemazione dei pazienti (quelli psichiatrici sono una trentina) anche se l’augurio è che per loro si trovi una soluzione idonea. Ma l’ansia maggiore è per la sorte dei dipendenti, visto che ancora non si conosce nessun piano di ricollocazione delle strutture e dei dipendenti. Attendiamo novità dalla Regione, sperando faccia chiarezza una volte per tutte sulla travagliata questione Quarto.

    Ma purtroppo sembra che la sorte dell’ex ospedale psichiatrico dipenderà non tanto da Genova e dalla Liguria bensì da Roma. Qui infatti si trova la sede di Fintecna, di Valcomp due e di decine di altre società controllate dal Ministero del Tesoro.

    Matteo Quadrone

    foto di Daniele Orlandi

  • Volabus, il primato di Genova: è il bus più caro d’Italia

    Volabus, il primato di Genova: è il bus più caro d’Italia

    Volabus Un aeroporto in città ha i suoi pro e i suoi contro. A molti potrebbero non piacere tutti quei velivoli che sorvolano Corso Italia, tanto vicini da poter vedere i finestrini e persino intuire le sagome dei passeggeri. Però ci sono anche dei vantaggi. L’accessibilità, tanto per cominciare.

    Se abitate a Milano e dovete partire da Malpensa, per raggiungere l’aeroporto vi aspetta un bel tratto di tangenziale per almeno tre quarti d’ora. Da Genova centro invece, in condizioni di traffico scorrevole, si arriva a Sestri in una ventina di minuti al massimo. Un bel risparmio, ma solo di tempo.

    Già, perché per quanto riguarda il denaro, è un altro paio di maniche. Infatti, il servizio di navette che dalla stazione di Milano Centrale porta il passeggero a Malpensa (50 km di tragitto), rispetto al Volabus che da Genova permette di raggiungere il Cristoforo Colombo (11 km), costa solo 1,50 € in più (7,50 € contro i 6 € della Superba)… Una cifra risibile per percorrere un tratto che è ben 5 volte più lungo!

    L’aeroporto di Linate poi, che è ben più vicino (12 km), si raggiunge in bus spendendo 4 €. Ma è Milano ad essere particolarmente economica o è Genova ad essere particolarmente cara? Facciamo un confronto con altre realtà dove le piste di atterraggio sono attigue al centro cittadino. L’aeroporto Marconi, per esempio, dista da Bologna 13 km e costa 5 € di navetta. L’Elmas ne dista da Cagliari 9, e si raggiunge con 4 €. Da Bergamo a Bergamo Orio al Serio sono 5 km, per un totale di 1.7 €. L’aeroporto Fontanarossa di Catania, addirittura, che rispetto al centro città è sito ad una distanza analoga al caso genovese (10 km), si raggiunge con l’apposito Alibus al costo di un normale biglietto: vale a dire un singolo euro. Anche a considerare il caso di scali che, al contrario, siano ben distanti dal centro città, il trend comunque non cambia. A Trieste ad esempio, dove si devono percorrere circa 40 km per raggiungere l’aeroporto, si può utilizzare la linea 51 del trasporto pubblico con soli 3.25 €!

    Quasi la metà di quello che spendiamo noi per una tratta quattro volte superiore. Insomma, un bel benvenuto per i turisti stranieri: così almeno capiscono subito come gira, qui a Zena.

    Andrea Giannini

  • Scuola, inizia il nuovo anno: i dati Ocse bocciano l’Italia

    Scuola, inizia il nuovo anno: i dati Ocse bocciano l’Italia

    Ore 8 circa, esclusi ritardatari, gli autobus tornano ad essere affollati, i giornali riesumano i soliti articoli, la TV propone immagini ritrite: è iniziato un nuovo anno scolastico e, con esso, il tormentone scuola.

    Bocciati dalle analisi Ocse, su 37 campioni in esame, l’Italia è confinata al 29esimo posto per finanziamenti inadeguati, pari al 4,8% del pil, (peggio di noi solo la Slovacchia e la Repubblica Ceca)  e al 34esimo posto sia  per  numero di diplomati, che sono il 70,3% su una media del 81,5% di altri paesi, sia per laureati, rispettivamente il 14% tra gli adulti e il 20% nella fascia compresa tra 25 e 37 anni, contro uno standard medio del 37% .

    I due stati, in coda a noi, sono la Turchia e il Brasile: nulla di cui vantarsi. A ciò va aggiunto lo stipendio dei docenti  che registra un 40% in meno di quello dei colleghi stranieri oltre ad un precariato insanabile.

    L’ Ocse ci bacchetta anche sul metodo: “Il sistema delle bocciature è inefficace ed aumenta il il divario e la disuguaglianza tra gli studenti, senza migliorare il percorso scolastico”.

    In attesa di provvedimenti efficaci vediamo qualche originale novità dal mondo: a Dallas, gli studenti si incontrano coi professori, 90 minuti prima e circa un’ora dopo le lezioni, per chiarimenti, spiegazioni o studio di gruppo; in Indiana è obbligatorio, già dalle elementari, insegnare l’uso della tastiera del Pc; in Inghilterra, USA, Canada, è sempre più diffuso l’uso di lavagne multimediali e la Corea ha previsto l’abolizione totale di libri e quaderni entro il 2015; in Gran Bretagna, per avvalorare il concetto di cultura multietnica, vengono insegnate parole in ben 44 lingue non escluso lo zulu.

    Alcuni istituti privilegiano, invece, temi come salute, benessere, ecologia: alla George Washington University si tengono corsi per combattere l’obesità giovanile; L’Orestad Gymnasium di Copenhagen, capolavoro d’architettura, dispone di un’ampia area aperta, dotata di cuscini, dove gli studenti possono studiare nella posizione a loro più comoda; in Francia, a Sotteville-lès-Rouen, un prato, in continuazione di un grande parco, fa da tetto all’edificio scolastico, garantendone inerzia termica ed  isolamento fonico. A Phoenix, aboliti sacchetti e bottiglie di plastica, per pranzo, si usano contenitori riciclabili; in Danimarca, dono di una società, una macchina a pedali (capienza 10 bambini), condotta da un adulto, è il mezzo per andare a scuola; in Svizzera, genitori volenterosi raccolgono gli alunni agli angoli dei quartieri  e tutti in corteo “salgono” sul Pedibus.

    Adriana Morando

  • Genova, l’ex Oleificio Gaslini teatro di corruzione e illegalità

    Genova, l’ex Oleificio Gaslini teatro di corruzione e illegalità

    Oleificio Gaslini demolito a Genova

    A novembre del 2005 vengono demolite le torri dell’ex oleificio Gaslini in Valpolcevera. La società Sviluppo Fe.Al, con sede in via Evandro Ferri 11 a Rivarolo, acquista dalla Gaslini l’area dell’oleificio e la società Eco.Ge, con sede in via Evandro Ferri 11 a Rivarolo, procede con la bonifica degli oltre tremila metri quadrati di terreno.

    Un primo progetto prevede la sistemazione nell’area della stessa Eco.Ge., ma lo scenario cambia e poco dopo si legge su un giornale locale di un nuovo progetto per la Valpolcevera… “Ci saranno insediamenti commerciali e uffici, sempre di piccole o medie dimensioni, oltre a un Centro Bowling Federato, un centro fitness cura del corpo, una scuola di danza e un baby parking”.

    Sviluppo Fe.Al vorrebbe dunque vendere a terzi il terreno per la costruzione della Fiumara bis e si viene a sapere, inoltre, che questa proposta progettuale era già al vaglio dell’amministrazione cittadina dall’inizio del 2004. C’è però un piccolo problema: il progetto non è in linea con le funzioni ammesse dal PUC per l’area dell’ex oleificio Gaslini. Questo impedisce, ovviamente, l’avanzamento del progetto e di conseguenza la vendita del terreno.

    Quattro anni dopo esplode lo scandalo tangenti a Tursi, che tocca da vicino anche le vicende legate all’ex oleificio e alla concessione della variante al PUC. Nel polverone dell’inchiesta l’amministratore unico di Eco.Ge Gino Mamone e Paolo Striano ex assessore della giunta Vincenzi vengono rinviati a giudizio per corruzione.

    Queste le dichiarazioni, tratte dal sito casadellalegalita.org, dell’imprenditore milanese Michelino Capparelli interessato all’acquisto dell’area: “Per acquistare il lotto non avevo intenzione di spendere più di 10 milioni, ai quali bisognava poi aggiungere  il “surplus” da sborsare ai politici. La costruzione del centro commerciale mi sarebbe costata altri 40 milioni e avrei a mia volta rivenduto tutto, superficie e nuove costruzioni, per 65, per guadagnarne 15. Era un’operazione importante, perciò avevo bisogno di garanzie sulla fattibilità. A un certo punto Mario Margini (ai tempi assessore allo Sviluppo economico n.d.r.) mi spiegò che non sarebbe stata possibile una destinazione d’uso totalmente commerciale. E mi tirai fuori”.

    Da diversi anni, però, i riflettori dei media si sono spenti (non quelli di www.casadellalegalita.org) e oggi, a sei anni di distanza dalla demolizione delle torri, degli oltre tremila metri quadrati dell’ex oleificio non si sa più nulla. L’ultima notizia risale al novembre 2010, un intervento in Consiglio del sindaco Marta Vincenzi in cui si fa riferimento all”area del’ ex oleificio come possibile scelta per gli investimenti di un imprenditore genovese “…aree di cui noi (Comune n.d.r) abbiamo piena disponibilità dal punto di vista delle funzioni che possono essere considerate ammissibili e quindi piena disponibilità pianificatoria. Non stiamo parlando di aree di proprietà del Comune o comunque pubbliche, ma di aree sulle quali abbiamo o avevamo già verificato una disponibilità e facilità di vendita o cessione da parte degli attuali proprietari […] L’area dell’oleificio Gaslini è sembrata essere fino all’ultimo un’area di possibile scelta, con alcuni elementi di aggiustamento logistico che si rendevano possibili ed altri di maggiore difficoltà di concretizzazione su cui eravamo però disponibili ad operare nell’immediato…”

    Abbiamo provato a chiedere informazioni a Tursi sul futuro dell’ex oleificio, ma ci è stato risposto che non ci sono aggiornamenti, che l’area non è di proprietà del Comune e che per questo motivo ogni domanda in merito risulterebbe “fuori luogo, un po’ come se a lei giornalista chiedessi consigli sulle pillole per la tosse”.

  • 8xmille alla Chiesa Cattolica, veniamo presi in giro?

    8xmille alla Chiesa Cattolica, veniamo presi in giro?

    8 x milleCon l’8 per mille alla Chiesa Cattolica avete fatto molto, per tanti.” Facendo un po’ di zapping in TV, mi è accaduto spesso di imbattermi in questi messaggi di ringraziamento.

    Sarà che io sono caustico e sfiduciato, particolarmente nei confronti della Chiesa, ma gli spot di questo tipo, a metà fra Amnesty International e Mulino Bianco, non mi sono mai piaciuti. Per non so quale spirito contraddittorio ho deciso di informarmi, e qui cerco di riassumere i dati di una labirintica e intricata ricerca.

    La prima fonte in cui mi sono imbattuto è niente meno che Attilio Nicora, cardinale, presidente dell’amministrazione della Santa Sede, intervistato da Paolo Mondani. Quando il giornalista chiede come venga distribuito il ricavato dell’8 per mille, la risposta è “Oggi le ripartizioni sono pressappoco 20% per la carità, in Italia e nel terzo mondo, 35% per il sostentamento del clero, e 45% per le esigenze di culto”. Però! Inizio a visualizzare le facce dei destinatari.

    A questo punto, insospettito, faccio un giro nel sito ufficiale dell’8 per mille (www.8xmille.it), e, come sospettavo, i risultati sono poco incoraggianti. Mi perdonino i lettori se mi imbarco in enunciazioni di cifre e di percentuali, ma è necessario.

    Ecco come vengono ripartiti i soldi dal 1990 al 2010:

    dati in milioni di euro 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999
    ASSEGNAZIONI TOTALI 210 210 210 303 363 449 751 714 686 755
    INTERVENTI NAZIONALI 21 36 39 43 58 106 206 214 187 253
    Edilizia di culto 15 23 26 30 38 65 74 77 73 76
    Culto e pastorale 4 9 9 10 15 36 75 80 69 111
    Beni culturali 52 52 41 62
    Carità 2 4 4 3 5 5 5 5 4 4
    DIOCESI ITALIANE 28 38 38 52 54 77 186 186 186 186
    Culto e pastorale 18 23 23 31 33 46 118 118 118 118
    Carità 10 15 15 21 21 31 68 68 68 68
    “TERZO MONDO” 15 26 28 30 39 65 72 72 62 65
    SACERDOTI 145 108 103 177 212 201 287 241 249 250
    dati in milioni di euro 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010
    ASSEGNAZIONI TOTALI 643 763 910 1.016 952 984 930 991 1003 967 1067
    INTERVENTI NAZIONALI 122 205 292 332 322 346 274 303 295 297 341
    Edilizia di culto 54 83 120 130 130 130 117 117 117 122 125
    Culto e pastorale 58 81 107 122 92 116 64 88 80 80 106
    Beni culturali 3 26 50 50 70 70 63 68 68 65 65
    Carità 7 16 30 30 30 30 30 30 30 30 45
    DIOCESI ITALIANE 183 203 225 225 230 240 240 250 250 246 253
    Culto e pastorale 118 134 150 150 150 155 155 160 160 156 156
    Carità 65 69 75 75 80 85 85 90 90 90 97
    “TERZO MONDO” 54 65 70 80 80 80 80 85 85 85 85
    SACERDOTI 284 290 308 330 320 315 336 354 373 381 358

    Ecco fatto, basta poco per capire quanto, ancora una volta, veniamo presi in giro.

    Se qualcuno di voi, dopo aver letto queste cifre, decidesse di non destinare l’8 per mille alla Chiesa Cattolica, faccia bene attenzione.

    In Italia c’è un meccanismo che viene chiamato proiettivo, cioè il numero dei fedeli che fa un’opzione decide per tutti quelli che l’opzione non la fanno: circa il 60 per cento degli italiani non compie alcuna scelta. Ma questa parte di 8 per mille viene lo stesso redistribuita proporzionalmente tra tutti i soggetti. Così la Cei (Conferenza Episcopale Italiana), alla fine, si trova a ricevere quasi il 90 per cento del totale.

    Fantastico, vero?

    Marco Topini

  • Nuova battaglia per il popoloso quartiere Cep di Genova

    Nuova battaglia per il popoloso quartiere Cep di Genova

    Cep LavatriciUna nuova sfida per il Cep, il popoloso quartiere collinare genovese, alle spalle di Voltri e Prà, questa volta è pronto a mobilitarsi per il suo supermercato. Infatti da 4 mesi, era la fine del dicembre scorso, il punto vendita del gruppo francese Carrefour, ha chiuso i battenti e da allora gli abitanti sono stati privati di un servizio utile soprattutto per chi, come anziani e persone con problemi di deambulazione, è oggi costretto a scendere a valle per fare la spesa.

    L’elemento paradossale della vicenda è che Carrefour sta continuando a onorare il contratto d’affitto con Arte (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) concordato fino al prossimo novembre. Inoltre la società ha chiesto e ottenuto dal Comune la sospensione della licenza e ora si considera legittimata a mantenere i locali vuoti. Le logiche del mercato spesso sfuggono all’uomo comune ma evidentemente è più conveniente continuare a pagare piuttosto che spalancare la porta alla concorrenza. Anche se si gioca sulla pelle dei cittadini. E nonostante ci siano già tre differenti operatori commerciali che scalpitano, pronti ad insediarsi non appena sarà possibile.

    “In soli due giorni abbiamo raccolto oltre 300 firme che mettiamo a disposizione del Comune per mettere maggiore pressione a Carrefour e ottenere il rilascio dei locali – spiega Carlo Besana, anima dell’Associazione Pianacci – Se la situazione non dovesse sbloccarsi agiremo secondo il nostro stile con proteste spiazzanti e fantasiose”. Si parla di azioni legittime che punteranno a contrastare la normale attività dei punti vendita Carrefour sparsi in città.

    Il Comune, sollecitato da abitanti e Municipio, tramite l’Assessore al Commercio Giovanni Vassallo, sta provando ad instaurare un dialogo con Carrefour affinché la questione si risolva nel più breve tempo possibile. Nel frattempo si prepara la mobilitazione, così come successe due anni fa, quando la minaccia di chiudere l’ufficio postale del quartiere portò i cittadini ad inventarsi “l’operazione tartaruga”, allo scopo di rallentare il lavoro negli altri uffici genovesi. Fu un successo che costrinse Poste italiane a cambiare repentinamente idea.

    Ma negli ultimi anni sono stati numerosi gli obiettivi raggiunti dalle realtà associative del Cep: in principio fu il centro sociale, nell’unica antica casa ligure sopravvissuta al diluvio di cemento degli alloggi popolari, poi vennero il campo da calcio in erba sintetica e i campi da bocce, il centro culturale islamico e i corsi d’italiano per stranieri, le attività motorie per gli anziani e infine il Palacep, come è stato soprannominato, con una pista di pattinaggio unica a Genova e tremila posti a disposizione per l’organizzazione di concerti e spettacoli dal vivo. Una comunità che è stata in grado di autodeterminarsi e costruirsi un’identità collettiva partendo dalle mille storie di disagio ed emarginazione confluite nel quartiere.

    Una piccola città di oltre 7000 anime che rappresentava fino a poco tempo fa una realtà altra nata dal nulla, oggi il Cep è diventato un simbolo del possibile riscatto sociale e un modello, studiato oltre i confini genovesi, da chi si trova ad operare in contesti simili ogni giorno. Eppure le difficoltà continuano a non mancare e Carlo Besana, nonostante l’organizzazione avesse tutte le carte in regola, è stato recentemente denunciato per disturbo alla quiete pubblica a causa della rassegna di spettacoli “Che estate alla Pianacci”, capace di portare al Cep ogni anno, circa  8000 spettatori.

    Matteo Quadrone

  • Rischio sfratto per 200 famiglie nella casa-albergo di via Linneo a Genova

    Rischio sfratto per 200 famiglie nella casa-albergo di via Linneo a Genova

    Begato, la diga di via MaritanoIl residence di periferia mette alla porta i suoi ospiti. Accade a Genova al civico 130 di via Linneo, un casermone fatiscente di 15000 metri quadrati che ricorda in versione ridotta la famosa “diga” di via Maritano sull’opposto versante collinare di Begato, proprietà di Europa Gestioni Immobiliari, società partecipata interamente da Poste Italiane.

    Già da qualche anno l’intenzione di Poste italiane è quella di disfarsi di tutte le proprietà immobiliari sparse sulla penisola. EGI ha infatti a disposizione una serie di strutture in diverse città come Genova, Bologna, Firenze, Venezia, Milano, Torino. Proprio in quest’ultimo caso è stata raggiunta un’intesa con il Comune che ha realizzato un bando aperto ai soggetti intenzionati a rilevare l’immobile per trasformarlo in alloggi sociali ad uso di studenti fuori sede, lavoratori trasferisti e famiglie di persone ospedalizzate.

    “L’operazione ha avuto un enorme successo – racconta Bruno Pastorino, Assessore alle politiche della casa del Comune di Genova – L’edificio è stato infatti rilevato da una società, appartenente al mondo delle Onlus, che si occupa di edilizia sociale. Il progetto è stato premiato alla rassegna Eire 2010 di Milano come il miglior progetto di social housing”.>Ma tornando a Genova, come si è sviluppata la vicenda che riguarda la casa-albergo di via Linneo? “Nel 2009 l’amministrazione chiese informazioni sulla valutazione dell’immobile – spiega Pastorino – la reazione di Poste italiane fu di indisponibilità nei confronti di un dialogo costruttivo. Il prezzo di 7 milioni di euro (e almeno altrettanti sono necessari per la ristrutturazione) è decisamente eccessivo. La nostra proposta prevede una soluzione sul modello di Torino”.

    Per l’amministrazione sarebbe corretto che questa struttura, appartenente a una società pubblica, svolgesse anche una funzione di pubblica utilità. “Il Comune potrebbe agire come facilitatore in una dialettica fra Poste italiane e soggetti terzi, preferibilmente provenienti dal mondo della cooperazione e specializzati in edilizia sociale, per realizzare a Begato un progetto di social housing che includa anche servizi sociali di tipo sanitario, ad esempio consultori e poliambulatori per gli abitanti del quartiere”, conclude Pastorino.

    La gestione di circa metà dell’immobile, 73 unità abitative di 50 metri quadrati che ospitano più di 200 inquilini fra i quali molti stranieri ma anche cittadini italiani, è affidata dal 2001 a una società di Trevignano (Tv), Gest.a srl, che ha trasformato il complesso in una cosiddetta  casa-albergo. Vale a dire una struttura che dovrebbe garantire, il condizionale è d’obbligo, determinati servizi di tipo alberghiero, come ad esempio la lavanderia, un’adeguata pulizia degli spazi comuni e il rispetto di tutte le norme di sicurezza. Per quel che concerne il rapporto con i suoi ospiti, la società stipula dei contratti di carattere transitorio, rinnovabili ma senza trasformarsi in permanenze stanziali.

    “Dopo la dismissione dei dipendenti di Poste italiane – spiega Stefano Salvetti, Sicet (Sindacato Inquilini Casa e Territorio) – in questi bilocali si sono inserite persone in situazioni di disagio e che di fatto si arrangiano, viste le condizioni abitative per nulla consone al modello di casa-albergo”. E in effetti parlando con la signora che sta dietro il bancone della reception di via Linneo, la quale spiega come negli alloggi sia vietato l’uso di lavatrici e stufette perché c’è un unico generatore di corrente, mentre per quanto riguarda l’area cottura ogni alloggio ha a disposizione due piastre elettriche, si comprende bene cosa intende Salvetti. Tutti gli inquilini hanno installato le lavatrici perché evidentemente la lavanderia non funziona a dovere. E anche la pulizia, soprattutto degli spazi esterni accessibili dal palazzo, lascia a desiderare, ma la causa primaria è l’inciviltà degli stessi ospiti che qui abitualmente abbandonano l’immondizia. Per non parlare delle precarie condizioni, visibili a occhio nudo, in cui versa l’edificio che necessita di urgenti interventi di ristrutturazione perché rispetti almeno gli standard minimi di sicurezza.

    “Noi consideriamo i contratti annuali applicati da Gest.a, come simulati – accusa Salvetti – Infatti in base alla legge 9 dicembre 1998, n. 431, si configurano come locazioni abitative, insomma come prime case. La Sicet è quindi in procinto di muoversi per vie legali”. La difficoltà, come spiega il sindacalista, sta nel comunicare con queste persone, spesso extracomunitari che non conoscono a sufficienza la lingua o persone problematiche e difficili da intercettare, all’oscuro dei propri diritti. “Noi premiamo affinché la struttura venga recuperata e resa disponibile sotto forma di edilizia pubblica di cui c’è una grande carenza nel nostro paese – aggiunge Salvetti – In Italia infatti sono solo 700.000 gli alloggi E.r.p. in confronto ai 3 milioni dell’Inghilterra o ai 4 milioni della Francia. A Genova sono 12.000 e ne mancano almeno altri 8.000”.

    Sul finire di gennaio Gest.a ha inviato una missiva a 140 inquilini del residence, invitandoli a liberare gli alloggi entro il 3 febbraio. “L’amministrazione ha scritto a Gest.a, EGI e al Prefetto, per impedire che 140 persone si trovassero da un giorno all’altro in mezzo alla strada – afferma Pastorino – per il momento gli sfratti non sono stati eseguiti ma EGI continua nella sua azione di persuasione nei confronti dei singoli nuclei famigliari per cercare di liberarsene senza dare troppo nell’occhio e senza colpi di mano”.

    Nonostante Gest.a si affretti a ribadire di aver notificato gli sfratti solo ai soggetti morosi, è innegabile che dietro le quinte la pressione di Poste italiane, smaniosa di svuotare l’immobile, si faccia sentire. “Proprio qualche giorno fa ho incontrato due sorelle che sono residenti nel civico 130 da ben 8 anni – racconta Pastorino – a fronte di alcune morosità non eccessive e dovute alla perdita del lavoro, queste persone hanno ricevuto la notifica di sfratto esecutivo a partire dal 25 aprile”.

    Inoltre, ad aggravare le difficoltà di Poste italiane, c’è un’altra questione non secondaria: il 50% dei volumi dell’immobile insistono su un’area, quella che fino al 2006 ospitava la scuola di polizia postale, espressamente destinata ai servizi. Quindi dove non sono permessi insediamenti residenziali. Ed è anche per questo che, nonostante siano almeno 2 anni che la proprietà manifesta la volontà di cedere l’edificio, ancora oggi non sono giunte offerte concrete.

    Matteo Quadrone

  • Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    L’opera di deospedalizzazione dell’ospedale Frugone a Busalla è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio.
    Assume i contorni di una truffa perpetrata nei confronti della popolazione della Valle Scrivia privata di un presidio importante, con la promessa di una trasformazione, mai attuata nei termini previsti e che ha portato a una totale dismissione. E poi la scandalosa vicenda del Cica, il Centro Integrato di Cura e Assistenza, un progetto accolto, seppur parzialmente, firmato dall’Assessorato regionale alla Sanità e dalla Asl 3 e incredibilmente disatteso nel silenzio delle istituzioni che perdura da fine 2008.

    BusallaA livello regionale nell’assumere l’iniziativa di chiudere l’ospedale di Busalla c’è stata la convergenza in questi anni, di tutte le forze politiche.

    La deospedalizzazione viene infatti decisa dalla giunta Biasotti, centro-destra, all’atto dell’approvazione del Piano Socio Sanitario Regionale 2003-2005 ed è  attuata a partire dal 2006 dalla giunta Burlando, centro-sinistra.

    Ma in cosa consisteva la cosiddetta “trasformazione” del presidio ospedaliero Frugone, accettata passivamente, soprattutto per ragioni di affinità politiche con la giunta di centro-sinistra, da diversi sindaci della valle, ma avversata, fin dall’inizio dal sindaco di Busalla Mario Valerio Pastorino?

    Secondo la “Proposta di organizzazione specifica della rete di cura e assistenza in valle Scrivia”, controfirmata dall’Assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo e dall’allora Direttore di Asl 3, Alessio Parodi, l’organizzazione della struttura ospedaliera Frugone avrebbe dovuto prevedere: il mantenimento di una sede di primo intervento (l’unica ancora in piedi!); la realizzazione di un reparto di cure intermedie destinato a ricevere pazienti da altri nosocomi; l’accesso al reparto di Busalla, in casi selezionati, direttamente dai Pronto Soccorso cittadini o dalla stessa struttura di primo intervento.

    Ma questo a Busalla non è mai avvenuto. “A differenza ad esempio di Levanto – ricorda il sindaco Pastorino – dove i letti delle cure intermedie sono sempre occupati proprio perché accessibili dal primo intervento”. Nella struttura di Busalla un malato anziano residente in Valle Scrivia non poteva essere ricoverato direttamente dal primo intervento, ma il reparto ospitava invece la stessa tipologia di malati, provenienti però da altre realtà locali con i conseguenti disagi per i famigliari.

    Secondo Pastorino “Se l’impegno fosse stato mantenuto i 19 posti letto delle cure intermedie sarebbero stati occupati a pieno regime nel corso dei tre anni successivi”. E così, nel maggio 2010, non avrebbero offerto al nuovo Direttore Asl 3, Renata Canini, il pretesto per chiudere il servizio, causa sottoutilizzo.

    “La realizzazione delle cure intermedie non avrebbe rappresentato la salvezza dell’ospedale”, così pensava il sindaco. E i fatti gli hanno dato ragione. L’amministrazione di Busalla, già nel 2006, capisce che per difendere quel presidio minimo, a garanzia soprattutto di quella fascia di pazienti anziani che potevano essere curati in Valle Scrivia, l’unica soluzione fosse inserire questa unità di para ricovero minimale all’interno del progetto di un grande polo riabilitativo regionale. Il progetto Centro integrato Cura e Assistenza elaborato dal comune di Busalla prevedeva infatti di collocare in quest’area territorialmente strategica un servizio di riabilitazione neuromotoria, attualmente assente in Liguria, in grado di determinare una significativa limitazione del fenomeno della migrazione extra regionale per le terapie di riabilitazione.

    La parte relativa all’ospedale Frugone non venne recepita dall’Assessorato regionale alla Sanità che, ritenendo di avere dalla sua la maggior parte dei sindaci valligiani, proseguì sulla strada della “trasformazione”. Ma nelle sue linee essenziali il progetto Cica venne accolto con una lettera dell’Assessore Claudio Montaldo al sindaco di Busalla, datata 5 gennaio 2007 e successivamente oggetto di impegno congiunto controfirmato dallo stesso sindaco e dal Direttore Asl 3, Alessio Parodi, in data 25 gennaio 2007.
    L’attuazione del progetto però (si parlava di andare a gara per fine 2007) è stata fatta cadere nei tre anni successivi  senza che mai fosse fornita una spiegazione al comune di Busalla.

    Nel frattempo l’Asl 3 ha proceduto al restauro interno dell’ex padiglione chirurgico del Frugone allo scopo di ricavare 19 posti letto a disposizione delle cure intermedie e successivamente di un’ipotetica e mai realizzata, RSA di secondo livello. Lavori costosi e inutili ai fini dell’attuazione del previsto presidio riabilitativo.

    Nel novembre 2008 viene inaugurato il corpo nuovo della struttura sanitaria Frugone, altro non è che l’ex reparto chirurgico prima lasciato in totale abbandono. Qui vengono trasferite le cure intermedie ma il Comune si dissocia da un’operazione che ritiene esclusivamente di facciata.

    Ma il progetto Cica parzialmente accolto che fine ha fatto?

    Se lo domanda anche l’amministrazione di Busalla. Da oltre due anni, nonostante le lettere indirizzate al Presidente della Regione e al Direttore della Asl 3, le istituzioni competenti hanno opposto un silenzio assordante che echeggia in tutta la Valle Scrivia.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Multedo: le storiche fonderie Ansaldo verranno demolite

    Multedo: le storiche fonderie Ansaldo verranno demolite

    Fonderia AnsaldoLe fonderie Ansaldo di Multedo verranno demolite. Panorama spa, azienda leader nella distribuzione e attuale proprietaria dell’area, ha intenzione di procedere alla totale demolizione garantendo la conservazione solo della facciata storica che si affaccia su via Multedo.

    La Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria ha dato il suo assenso, seppur parzialmente. È necessario infatti il parere della Direzione Regionale per i Beni culturali e Paesaggistici, che ha chiesto un approfondimento in merito. L’associazione Italia Nostra e L’Aipai (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale) si schierano a difesa del complesso e denunciano a gran voce il rischio della sua imminente distruzione.

    Parliamo di un edificio che riveste grande interesse, sia dal punto di vista architettonico, per la struttura dei capanni in cemento armato e per la veste architettonica, progettata da Adolfo Ravinetti, sia per il suo valore storico.

    Costruito nel 1917 nel momento di massima espansione dell’Ansaldo, costituisce una delle ultime testimonianze di quella che era una delle maggiori industrie cittadine. Un’area, quella delle ex fonderie, salvaguardata dal Puc con una variante del 2009 perché dichiarata sito d’interesse per l’archeologia industriale, dopo lunghe battaglie dell’Aipai, anche in commissione urbanistica del Comune, e vincolata, sempre nel 2009, dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici.

    C’è una storia che si snoda per decenni e numerosi contenziosi, dietro a queste ultime vicende. Una storia che inizia negli anni ’90 quando Panorama spa acquista l’area con l’intenzione di realizzare un grande centro commerciale. Ma il Puc, nell’area delle ex fonderie, vietava la destinazione d’uso commerciale. Nel 2005 l’azienda vince il ricorso al Tar contro il divieto. In quell’anno viene discussa in commissione urbanistica del Comune, una variante al Puc che dà seguito a quanto disposto dai magistrati e rende possibile realizzare il centro per la grande distribuzione, non di generi alimentari.

    “Nel 2005 ci siamo mossi per ottenere un vincolo che però non ci è stato concesso – spiega l’Aipai – Abbiamo coinvolto Italia Nostra e finalmente nel 2009 siamo riusciti a ottenere il vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Ma purtroppo il vincolo presenta un vizio di forma: è stato infatti realizzato per un edificio pubblico quando invece si tratta di una proprietà privata e Panorama spa ha vinto il ricorso al Tar contro il vincolo”.

    L’intenzione della società è quella di ricostruire l’edificio con la stessa fisionomia esterna e uguale volumetria. Ma è un’operazione di facciata perché all’interno il progetto prevede la realizzazione di un parcheggio rialzato. La spazialità interna verrà stravolta e verranno annientate tutte le testimonianze della produzione industriale di un tempo. “Demolire completamente gli edifici per poi ricostruire il loro simulacro, è questo il modello? – si domanda l’Aipai – Stravolgere la spazialità interna del complesso vuol dire salvaguardarlo? Questo modello culturale, quello per intenderci applicato alla Fiumara, è un modello che va esattamente nella direzione contraria”.

    E Genova, per quanto riguarda l’archeologia industriale, ha già una sua personale ecatombe: lo stabilimento Taylor e Prandi (nato nel 1846 e rilevato dall’Ansaldo nel 1852), uno dei primi edifici industriali cittadini, nel 1998 è stato completamente raso al suolo; nel 2005 è stata la volta dell’oleificio Gaslini, e ancora oggi, nell’area, non si è ricostruito. “È uno scandalo che venga abbattuto questo edificio, all’estero strutture simili vengono conservate e riutilizzate, ma non distrutte – ribadisce l’Aipai – Ad esempio a Londra, l’ex centrale elettrica di Bankside è diventata, grazie a un riuscito progetto di recupero, il museo Tate Modern. Una progettazione con finalità di conservazione del complesso originario e riuso compatibile, è senz’altro fattibile per l’area delle ex fonderie e può essere anche vantaggiosa dal punto di vista economico, come avevamo dimostrato in occasione di una tesi di laurea in Ingegneria edile, già nel 2000”.

    Matteo Quadrone

  • I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    GastronomadiC’è un mercato di piccole realtà artigiane, produttori diretti di tipicità enogastronomiche locali, liguri e piemontesi, che ogni sabato e domenica rivitalizza Piazza Senarega e Piazza Banchi, riscuotendo l’apprezzamento dei residenti, ma il Comune ha deciso che dal 1 gennaio 2011 i banchetti dovranno trasferirsi, probabilmente presso la Commenda di Prè.

    “Sono anni che il Comune ci fa girare da una parte all’altra della città – racconta Gilberto Turbiani, portavoce del gruppo di produttori detti I Gastronomadi – Quando abbiamo iniziato, nel 2003, grazie all’iniziativa Biologgia, i nostri banchi avevano spazio all’interno del loggiato di Banchi. Poi successivamente siamo stati ospitati in Via Lomellini e in Piazza Fontane Marose, fino ad arrivare a guadagnarci il sabato e la domenica, Piazza Senarega e Piazza Banchi”.

    I Gastronomadi garantiscono un presidio enogastronomico di qualità in una zona che con il trascorrere del tempo si è impoverita notevolmente nel suo tessuto commerciale, a partire dalla scomparsa delle numerose botteghe storiche, ad esempio le antiche tripperie o le salumerie, presenti nei vicoli del centro storico fino a qualche anno fa.

    “È sufficiente passare di qua la domenica per accorgersi di quanto sia importante la nostra presenza, ad esempio per i turisti che cercano prodotti tipici di qualità e che in zona, attorno a noi, trovano solo un deserto di serrande abbassate”, spiega Turbiani.

    Il mercato è formato interamente da produttori diretti il cui obiettivo è accorciare la filiera per offrire prodotti naturali a prezzi sostenibili. Le aziende presenti sono piccole realtà artigiane provenienti dal Piemonte, dall’imperiese e dall’entroterra genovese. Sono produttori di olio e olive taggiasche, mele e frutta biologica, patata quarantina, vino, miele biologico, salame di S. Olcese, produzioni di sciroppi tipici come quello di rosa o lo sciroppo di fiori di sambuco.

    “Cerchiamo di fornire, oltre al bene materiale, anche un bene immateriale, perché dietro ogni prodotto c’è una storia che va valorizzata – continua Turbiani – Il nostro rapporto con i consumatori si è consolidato nel tempo e si è creata una sorta di empatia tra consumatori e produttori”.

    Ma il 2 dicembre i Gastronomadi hanno ricevuto una lettera dall’assessorato al commercio in cui il Comune comunica il futuro spostamento del mercato. Secondo Turbiani i problemi sono sorti a causa degli esposti presentati da alcuni esercizi commerciali della zona, i quali si lamentano della presenza dei banchetti, per altro non invasiva, ma che disturberebbe la clientela dei negozi.

    “Abbiamo ricevuto degli esposti per quanto riguarda la violazione, da parte dei produttori, delle norme che regolano l’occupazione del suolo pubblico – dichiara Giovanni Vassallo, Assessore al commercio del Comune di Genova – In particolare i Gastronomadi non avrebbero rispettato i limiti di metratura dei banchetti. Inoltre ci è stato segnalato come, in alcune occasioni, sia stata proposta la somministrazione dei prodotti enogastronomici attraverso forme di degustazione, infrangendo così le regole che consentono esclusivamente la vendita”.

    Ma i produttori non ci stanno anche perché “Il mercato, che non chiede nulla ai contribuenti, lascia nelle casse del Comune circa 6000 euro all’anno – racconta Turbiani – Solo il plateatico ci costa complessivamente 3600 euro a cui vanno aggiunte le spese per l’entrata dei mezzi e per i parchimetri”. E così i Gastronomadi si sono attivati in una raccolta firme per difendere il mercato che, se fosse costretto a spostarsi in zona Prè, dove non sussistono le condizioni per continuare, con ogni probabilità, non farà più tappa a Genova.

    “Non ci bastano le rassicurazioni per quanto riguarda il periodo natalizio – conclude Turbiani – Vogliamo conoscere il nostro destino per il 2011, siamo aziende artigiane e diamo lavoro ad altre persone, per questo abbiamo bisogno di sicurezza per tutto l’anno”.

    Matteo Quadrone

  • Ospedale Villa Scassi, ripartono i lavori per il nuovo padiglione

    Ospedale Villa Scassi, ripartono i lavori per il nuovo padiglione

    Ospedale Villa ScassiDopo due anni in stato di abbandono, per il cantiere del monoblocco a sei piani dell’ospedale Villa Scassi, accanto al padiglione 9, quello che doveva divenire il padiglione 9 bis ed ospitare circa 150 posti letto dando respiro alla principale struttura ospedaliera del Ponente, si apre uno spiraglio e con l’inizio del nuovo anno i lavori dovrebbero finalmente ripartire.

    Manca ancora l’annuncio ufficiale ma dopo che la società alla guida delle tre imprese appaltatrici, la toscana Cogesto, nel gennaio 2010 è stata dichiarata fallita dal tribunale di Firenze, le due imprese genovesi rimaste, Crocco srl e Isir spa, proseguiranno i lavori a partire da gennaio-febbraio 2011.

    “È già stata individuata l’impresa capogruppo, anche se per ora non è possibile rivelarne il nome – spiega l’ingegnere Benedetto Macciò, responsabile del procedimento – Verrà ricostituita un’associazione temporanea, con l’assenso della Asl 3 e delle due imprese mandanti, per completare l’appalto sampierdarenese”.

    Il cantiere ha suscitato diverse polemiche sia per le proteste dei cittadini ma anche all’interno del Municipio Centro-ovest.

    Nel 2007 era già stata eseguita la parte principale dell’edificio e iniziarono i lavori interni. Ma sul finire dell’anno la prima impresa capogruppo, la Toscanelli, entrò in crisi e cedette il ramo d’azienda esecutore dei lavori, alla Cogesto. Il resto è storia recente. Nel 2008 la Cogesto iniziò il suo travaglio che coincise con lo stop del cantiere, fino al fallimento definitivo del 2010. E nel frattempo tutto è rimasto immobile.

    Il costo complessivo dei lavori ammonta a circa 6 milioni di euro e la spesa è stata coperta grazie a un finanziamento pubblico Stato-Regione di oltre 7 milioni di euro. Finora sono stati impiegati circa la metà dei fondi disponibili ma il ritardo non è più sopportabile e l’incognita dello sperpero di denaro pubblico rimane dietro l’angolo.

    “La ditta che è stata individuata come capogruppo per proseguire l’appalto non ha ancora iniziato i lavori perché l’edificio presenta dei rischi di stabilità. – lancia l’allarme Fabio Costa, presidente del comitato di cittadini nato in difesa dell’ospedale Villa Scassi – Ci sarebbe il concreto pericolo di crolli anche per colpa di lavori edili non eseguiti a regola d’arte dall’impresa poi fallita”.

    E infatti sono in corso delle verifiche, da parte della direzione dei lavori, per constatare l’effettivo rispetto delle recenti norme anti sismiche.

    Matteo Quadrone

     

  • Nuova vita al teatro di Villa Duchessa di Galliera

    Nuova vita al teatro di Villa Duchessa di Galliera

    Villa Duchessa di GallieraI lavori di restauro, partiti nel 2007, sono terminati in questi giorni e a novembre Genova vedrà rinascere il teatro storico settecentesco, unico esemplare superstite in Liguria, di villa Duchessa di Galliera a Voltri.

    Il teatrino, voluto nel 1786 da Anna Pieri Brignole Sale, nobildonna dai molteplici interessi culturali, appartiene alla tipologia del “teatro in villa”, uno spazio privato dove gli stessi esponenti della famiglia Brignole Sale si esibivano, o figuravano come autori degli spettacoli.

    Il restauro è stato finanziato dal Comune e dall’Ente Opera Pia Brignole Sale, proprietaria dell’immobile, grazie alla partecipazione al bando del 2006, indetto dalla Compagnia di San Paolo, “Restauri in scena”, che prevedeva l’erogazione di contributi a favore del recupero di alcuni teatri storici di Piemonte e Liguria.

    Il teatro presenta una pianta rettangolare e il soffitto con una volta lavorata (divisa in due parti e con una cupoletta centrale) costruita “in canniccio”, cioè con una struttura in legno simile allo scheletro di una barca, una tecnica comune che permetteva di coprire grandi spazi e di conferire alla struttura diverse forme.

    L’inagibilità dei locali, ormai inutilizzati da tempo, derivava principalmente da due fattori: la presenza di numerose crepe che attraversavano la volta; i problemi di umidità dovuti alle precarie condizioni di alcune pareti e la conseguente caduta di intonaco e stucco.

    Il Comune per quanto riguarda il restauro delle decorazioni che coprono la volta e le pareti, realizzate nel Settecento dal pittore voltrese Giuseppe Canepa, si è affidato al lavoro della ditta Co.Art.

    “Gli interventi di restauro più importanti sono stati eseguiti sulle decorazioni murali realizzate con la tecnica a secco – spiega Marialuisa Carlini, titolare della Co.Art – L’autore infatti ha steso i colori a calce sull’intonaco già asciutto, questa è la differenza rispetto all’affresco che prevede la stesura dei colori sulla superficie bagnata”.

    I restauratori si sono occupati di fissare i colori e consolidare gli intonaci; recuperare e pulire le parti decorate ma ormai coperte e, dove possibile, ricostruire le decorazioni. “Il colore tendeva a staccarsi dal supporto e soprattutto spolverava –continua Carlini – Il restauro ha riguardato il risanamento delle murature dall’umidità e il recupero del colore, in molte parti ormai mancante”.

    E non sono mancate curiose scoperte:  sopra la struttura della volta è stata infatti ritrovata una sorta di “macchina del suono”,  un carrello di legno riempito di pietre e trascinato da destra a sinistra, su binari sopraelevati. La macchina muovendosi generava rumori utilizzati nelle rappresentazioni, ad esempio per simulare un temporale. “Non è stato possibile conservarla nella sua collocazione originaria – racconta Carlini – però il prezioso reperto è stato salvato e verrà esposto al pubblico”.

    Il progetto di recupero ha previsto inoltre un importante lavoro di consolidamento della volta, il risanamento di alcuni locali collegati al teatro, compresi gli adiacenti servizi igienici, nonché l’adeguamento delle relative uscite di sicurezza e la messa a norma degli ingressi con l’inserimento di un nuovo accesso per i disabili, tutti interventi progettati in modo da rendere funzionale l’utilizzo dello spazio teatrale.

    “I lavori in termini economici sono costati molto di più del previsto – dichiara Mario Margini, assessore ai Lavori pubblici – Abbiamo speso una cifra che sfiora il milione di euro ma indubbiamente si tratta di denaro ben speso. Personalmente non avrei mai immaginato un restauro così pregiato. È il risultato del lavoro di una serie di artigiani/e di altissimo livello e competenze professionali”.

    Adesso a lavori ultimati, secondo l’assessore, occorre garantire due cose: la concreta fruibilità pubblica del teatro e la massima attenzione affinché questo spazio recuperato non venga deteriorato con il passare del tempo.  “Il problema è stabilire in che forme andremo a gestire questo immobile di pregio – spiega Margini – Probabilmente faremo una gara pubblica per decidere quale soggetto sarà il gestore responsabile”.

    E il 13 novembre, lo spazio restituito alla città, sarà inaugurato ospitando lo spettacolo del teatro Cargo, “La regina”. “Un nostro vecchio lavoro – spiega Laura Sicignano, curatrice di testo e regia – che racconta proprio la storia straordinaria tra cultura e politica della fondatrice del teatrino Anna Pieri Brignole Sale, interpretata da Lisa Galantini”.

    Matteo Quadrone