Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Droga: 50 anni di fallimenti, sono necessarie nuove politiche

    Droga: 50 anni di fallimenti, sono necessarie nuove politiche

    «La guerra globale alla droga è fallita con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo. A distanza di 50 anni dalla Convenzione Unica sui narcotici e gli stupefacenti delle Nazioni Unite (1961) sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali. Le immense risorse dirette alla criminalizzazione e alle misure repressive su produttori, trafficanti e consumatori di droghe illegali hanno evidentemente fallito senza raggiungere l’obiettivo prefissato di una riduzione dell’offerta e del consumo. Anzi il mercato della droga illegale, ampiamente controllato dal crimine organizzato, è nei fatti cresciuto in modo spettacolare in questo periodo».
    Queste non sono le affermazioni di qualche vecchio fricchettone o “figlio dei fiori” fuori stagione ma al contrario sono le parole scelte con cura dalla “Commissione globale per le politiche sulla droga”, messe nero su bianco nella relazione presentata il 2 giugno 2011 (facilmente reperibile online). Tra i firmatari del documento ci sono personalità di spicco (alcuni proibizionisti pentiti) come gli ex presidenti di Brasile, Colombia e Messico, Fernando Henrique Cardoso, César Gaviria, Ernesto Zedillo, gli scrittori Carlos Fuentes e Mario Vargas Llosa, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.

    «Lo scopo della Commissione globale per le politiche sulle droga è portare alla luce, a livello internazionale, un dibattito pubblico, informato e scientificamente corretto, sulle modalità, efficaci ed umane, per limitare i danni causati dalle droghe al popolo e alla società – si legge nella relazione – questo è il tempo giusto per una revisione seria, esaustiva e di grande lungimiranza, delle politiche che possano rispondere al fenomeno della droga. Il punto di partenza di tale revisione è riconoscere che il problema globale della droga è un insieme di istanze sanitarie e sociali interdipendenti da governare, più che una guerra da vincere».

    «Un’ idea chiave dell’approccio “guerra alla droga” era che la minaccia di arresto e di una severa punizione avrebbe funzionato da deterrente ad usare droghe – continua la relazione – In pratica questa ipotesi si è dimostrata come errata. Molti Paesi, che hanno varato leggi severe anno effettuato un gran numero arresti ed incarcerazioni di consumatori di droghe e piccoli trafficanti, hanno un numero più alto di consumatori e di problemi relativi rispetto ai paesi che hanno seguito un approccio più tollerante. In modo simile, i Paesi che hanno introdotto una decriminalizzazione, o altre forme di diminuzione di arresti e di pene, non hanno visto aumentare il tasso dei consumatori né il numero di tossicodipendenti come si era paventato».

    LE POLITICHE SULLE DROGHE

    Ebbene – a distanza di 9 mesi da questa significativa autocriticanon sembra profilarsi all’orizzonte un decisivo cambio di mentalità. Dal 12 al 16 marzo a Vienna si svolgerà il convegno annuale della Commissione delle Nazioni Unite sulle Droghe Narcotiche presso il Vienna International Center, l’occasione per fare il punto della situazione e magari ipotizzare nuove politiche sulle sostanze stupefacenti.

    In teoria la politica sulle droghe è una questione di sovranità nazionale ma la convenzione delle Nazioni Unite del 1961 fissa i principi per ogni stato membro che l’abbia adottata. Se un Paese decide di sviluppare una nuova strategia, diversa dalla proibizione, deve prima farne richiesta alle Nazioni Unite per poter avviare un periodo sperimentale. Le politiche alternative dunque possono essere sviluppate a livello locale, è il caso ad esempio delle misure definite di riduzione del danno, ma richiedono molti anni di sforzi per essere ufficialmente riconosciute. Sono infatti tre i corpi di supervisione che agiscono in seno all’Onu: la Commissione internazionale per il controllo degli stupefacenti (ICNB), ovvero l’agenzia che decide, basandosi sulle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sull’inclusione/esclusione di sostanze dalle liste globali delle droghe sottoposte a controllo, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine (UNODOC), l’organismo di governo che ospita gli incontri annuali della Commissione sulle droghe narcotiche (CND), della quale mantiene la segreteria permanente. ICNB è una commissione di 13 membri cosiddetti “indipendenti” mentre la Commissione sulle droghe narcotiche consiste di delegazioni provenienti da almeno 53 paesi. In pratica un migliaio di delegati e 13 esperti sono chiamati a decidere le sorti di circa 250 milioni di persone che usano le droghe illecite.

    «Questo sistema si basa sulla premessa che il controllo internazionale delle droghe sia prima di tutto una lotta contro il crimine e i delinquenti – si legge nel documento del giugno scorso – Ora che la natura della sfida delle politiche sulle droghe è cambiata le istituzioni devono seguire questo cambiamento».
    «L’idea che i governi debbano lavorare insieme per affrontare i mercati delle droghe è un punto di partenza ragionevole ma l’idea della responsabilità condivisa è troppo spesso diventata un braccio di ferro che ha inibito lo sviluppo e la sperimentazione delle politiche – sottolinea il documento – L’ONU (attraverso la Commissione per il controllo internazionale degli stupefacenti) e in particolare gli Stati Uniti (particolarmente con il suo procedimento di “certificazione”), hanno indefessamente lavorato negli ultimi anni per assicurarsi che tutti i Paesi adottassero lo stesso rigido approccio alla politica sulla droga, le stesse leggi e lo stesso approccio severo delle forze dell’ordine. Quando i governi nazionali sono arrivati a una maggiore consapevolezza della complessità del problema e delle opzioni di risposta politica sui loro territori, molti hanno usato flessibilità nei riguardi della Convenzione, tentando strategie e programmi nuovi, come le iniziative di decriminalizzazione o i programmi di riduzione del danno. Quando questo ha compreso un approccio più tollerante all’uso di droga, i governi hanno dovuto affrontare pressioni diplomatiche internazionali per “proteggere l’integrità della Convenzione”, anche quando le strategie erano legali, efficaci e ricevevano consensi nel Paese».

    DRUGS PEACE FESTIVAL VIENNA 2012

    Per ribadire la necessità di un profondo cambiamento, contemporaneamente al convegno annuale della Commissione sulle droghe narcotiche, Vienna ospiterà dal 9 al 16 marzo, una mobilitazione intitolata “Drugs Peace Summit” – Festival per la Pace alle Droghe, promossa dagli attivisti della rete Encod, la Coalizione Europea di Cittadini per Politiche giuste ed Efficaci sulle Droghe.
    Un incontro spontaneo di persone che chiedono delle nuove politiche basate non sulla proibizione, bensì sulla salute pubblica, la riduzione del danno, un’analisi dei costi-benefici ed il rispetto dei diritti umani.
    «Noi ci appelliamo per una regolamentazione legale come unico modo sensibile ed efficace per diminuire i problemi legati alle droghe, ridurre il crimine organizzato e liberare denaro delle tasse per salute, educazione e programmi sociali – scrive la rete Encod – Le Nazioni Unite ed i governi del mondo sono responsabili per la miseria quotidiana prodotta dalla guerra globale contro le droghe. Dai tempi di Adamo ed Eva noi sappiamo che la proibizione non funziona. La violenza quotidiana nelle società come Messico o Afghanistan, la criminalizzazione di persone che altrimenti rispettano le leggi, la maggior parte del danno sanitario collegato alle droghe non ha nulla a che fare con le droghe stesse, ma con il fatto che esse sono illegali».

    «Oggi dobbiamo mettere gli esperti dell’Onu sul banco degli imputati – spiega Enrico Fletzer, giornalista e membro della rete Encod – Ed accusarli di negligenza criminale perché ormai è impossibile far finta di non conoscere le devastanti conseguenze delle politiche finora attuate».

    «Sempre più cittadini stanno sviluppando le loro alternative a questa politica fallimentare come i Cannabis Social Club che stanno operando in Spagna, Belgio e sono in preparazione in molti altri Paesi – spiegano gli attivisti – Nella coltivazione collettiva del CSC si producono delle quantità utili per un collettivo di consumatori di cannabis che non vogliono sostenere delle organizzazioni criminali e che desiderano avere un prodotto garantito. Il fine del club non è solo l’accesso ad una pianta che è stata utilizzata per migliaia di anni e che non ha mai ucciso nessuno ma anche la trasmissione di informazioni sul consumo consapevole attraverso la promozione di laboratori e dibattiti».
    Sabato 10 marzo una manifestazione percorrerà le strade di Vienna per reclamare di terminare la guerra alle droghe e cambiare il sistema di controllo delle Nazioni Unite sulle droghe. Allo stesso tempo una delegazione di Encod presenzierà all’incontro delle Nazioni Unite e diffonderà le proprie proposte di politiche alternative. Il messaggio di Encod alle Nazioni Unite è «Resettate la vostra politica aprendovi alle proposte dei cittadini che sono coinvolti nel fenomeno delle droghe e che stanno lavorando per migliorare la situazione mentre le vostre politiche la rendono peggiore».

    LA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE GLOBALE PER LE POLITICHE SULLA DROGA

    Non è difficile notare come il cambiamento richiesto a gran voce dagli attivisti europei faccia leva su parecchi argomenti affrontati coraggiosamente dai 19 celebri membri della Commissione globale per le politiche sulla droga.

    «Le politiche sulle droghe devono essere basate su solide evidenze empiriche e scientifiche. La prima misura del successo deve essere la riduzione del danno alla salute alla sicurezza e al benessere di individui e società», sottolinea la relazione del giugno scorso. Invece fino ad oggi «Le politiche e le strategie sulla droga, a tutti i livelli, continuano troppo spesso ad essere guidate da prospettive ideologiche o convenienze politiche e prestano troppo poca attenzione alla complessità del mercato della droga, dell’uso di droga e della dipendenza da droga. In primo luogo abbiamo misurato il nostro successo nella guerra alle droghe con misure quali il numero di processi ed arresti, le quantità sequestrate, o la durezza delle pene. Questi indicatori possono dirci quanto siamo stati duri, ma non possono dirci quanto successo abbiamo avuto nel miglioramento della “salute e benessere dell’ umanità”».

    Secondo la commissione occorre «Porre un termine alla criminalizzazione, emarginazione e stigmatizzazione delle persone che fanno uso di droghe e di quelli che restano coinvolti nei livelli più bassi della coltivazione, della produzione e della distribuzione e trattare le persone tossicodipendenti come pazienti non come criminali. Attualmente troppi politici sostengono l’ idea che tutti coloro che usano droga sono “tossicodipendenti senza morale”. La realtà è molto più complessa. L’ ONU ha prudentemente stimato che attualmente ci sono 250 milioni di consumatori di droghe illegali nel mondo e che ce ne sono altri milioni coinvolti nella coltivazione, produzione e distribuzione. Semplicemente non possiamo trattarli tutti come criminali. Dei 250 milioni di consumatori stimati nel mondo, le Nazioni Unite calcolano che meno del dieci per cento possano essere classificati come tossicodipendenti o come consumatori problematici. Moltissime persone coinvolte nella coltivazione illecita di coca, papavero da oppio, o canapa sono piccoli contadini costretti a farlo per mantenere la famiglia. Opportunità alternative di sostentamento sarebbero un miglior investimento, piuttosto che distruggere ogni loro possibile mezzo di sopravvivenza».

    La commissione raccomanda di «Incoraggiare i governi a sperimentare modelli di regolamentazione giuridica della droga per minare il potere del crimine organizzato e salvaguardare la salute e la sicurezza dei loro cittadini. Questa raccomandazione vale soprattutto per la cannabis, ma incoraggiamo anche altri esperimenti di depenalizzazione e regolamentazione legale, che possano raggiungere questi obiettivi e fornire modelli per altri». E ancora, i 19 firmatari, suggeriscono di avere un atteggiamento più umano, investendo in programmi sanitari e sociali «Offrire servizi sanitari e cure a chi ne ha bisogno. Garantire che sia disponibile una varietà di modalità di trattamento, compreso non solo il trattamento con metadone e buprenorfina, ma anche i programmi di trattamento assistito con eroina che si sono dimostrati efficaci in molti Paesi europei e in Canada. Implementare i programmi di accesso alle siringhe e alle altre misure di riduzione del danno che si sono dimostrate efficaci nel ridurre la trasmissione dell’HIV e di altre infezioni a trasmissione ematica così come le overdosi fatali. Rispettare i diritti umani delle persone che usano droghe. Abolire le pratiche abusive eseguite in nome del trattamento, come la detenzione forzata, il lavoro forzato e gli abusi fisici o psicologici, che contravvengano standard dei diritti umani e delle norme o che annullino il diritto all’autodeterminazione». Le autorità nazionali e l’ONU devono inoltre rivedere la classificazione delle sostanze perché le attuali classificazioni concepite per rappresentare i rischi ed i danni relativi alle varie droghe, «Furono stabilite 50 anni fa quando esistevano poche evidenze scientifiche sulle quali basare tali decisioni. Questo ha prodotto alcune ovvie anomalie, in particolare la canapa e la foglia di coca appaiono oggi classificate in modo non corretto».

    Le ingenti risorse per il controllo della droga non possono essere destinate esclusivamente alla repressione delle organizzazioni criminali che lucrano sul mercato delle droghe. Devono invece essere indirizzate soprattutto in programmi di prevenzione ed informazione «L’investimento più valido è quello in attività che possano evitare l’ingresso dei giovani nel consumo di droga e che impediscano ai consumatori saltuari di divenire consumatori problematici o dipendenti – recita la relazione del giugno 2011 – Le esperienze di prevenzione generica sono state contraddittorie nei risultati. I messaggi semplicistici come “Basta dire di no” non sembrano aver avuto effetto significativo. I modelli di prevenzione che più hanno funzionato si sono occupati della focalizzazione di gruppi particolari a rischio quali membri di bande giovanili, bambini negli istituti o con problemi a scuola o con la polizia, con programmi misti di educazione ed appoggio sociale».

    Le istituzioni dell’ONU per il controllo sulle droghe finora hanno lavorato in gran parte come difensori delle strategie tradizionali. Ma di fronte al fallimento di tali politiche sono necessarie delle riforme. «I Paesi si aspettano dall’ONU un sostegno ed una guida – conclude la relazione – Facciamo appello al segretario dell’ONU, Ban Ki Moon ed al direttore dell’esecutivo dell’UNODC, Yury Fedotov affinché intraprendano passi concreti verso una strategia globale sulle droghe veramente coordinata e coerente che bilanci la necessità di contenimento dell’offerta di droga e la lotta alla criminalità organizzata con la necessità di provvedere servizi sanitari, di assistenza sociale e di sviluppo economico agli individui ed alle comunità colpite».

    IL CASO ITALIA

    La legislazione italiana in materia di droga è il “Testo Unico sulla Droga”, D.P.R. 03/10/90, n.309. In seguito al referendum popolare del 1993 ne è stata abrogata la parte che classificava il consumo di droga come reato penale. Successive modifiche sono consistite nella L. 350 (24/12/03), L. 251 (5/12/05), ed infine nella L. 49 (21/02/06), la famosa Fini–Giovanardi.
    La legge italiana punisce sia la vendita sia il consumo di droghe. Le medesime sanzioni sono applicate senza distinzione tra stupefacenti ma per ciascuna droga sono previste specifiche soglie quantitative al fine distinguere tra possesso finalizzato al consumo o allo spaccio. Le sanzioni previste per il reato di traffico di stupefacenti sono sia di natura pecuniaria (multa da 26mila a 260mila euro), sia detentiva (da 6 a 26 anni di reclusione). Il consumo di stupefacenti è invece punito per via amministrativa tramite l’applicazione di varie sanzioni quali il ritiro del passaporto, della patente di guida, del permesso di soggiorno, ecc. per un periodo compreso tra un mese ed un anno. Sono inoltre previste altre sanzioni amministrative fino a due anni.

    «In Italia la guerra alle droghe è stata piuttosto efficace nel brutalizzare alcuni settori della popolazione, incluse molte persone del nostro sistema carcerario – scrive Enrico Fletzer, giornalista appartenente alla rete Encod – La legge Fini–Giovanardi ha abolito ogni differenza di politica tra eroina e cannabis e quest’ultima, da allora, è diventata la sostanza più colpita».

    L’Italia detiene il triste primato in Europa per quanto riguarda il numero di denunce di violazioni della legge sulla droga (OEDT, 2007). Dal 2000 al 2005 le forze dell’ordine italiane hanno condotto oltre 140mila operazioni antidroga (quasi 24mila all’anno), di cui la metà concernenti la cannabis (DCSA, 2007). Dal 2000 al 2005 circa il 38% dei detenuti nelle carceri italiane scontava condanne per violazioni della legge sulla droga (Istat, “Statistiche giudiziarie penali”).
    Nel nostro Paese il consumo di sostanze illecite è significativo ed in particolare la diffusione del consumo di cannabis, cocaina ed eroina è ben al di sopra della media mondiale. Si stima che in Italia quasi 4,5 milioni di persone consumino annualmente cannabis, circa 800mila cocaina e circa 300mila eroina (Unodoc, 2007).
    In termini di diffusione del consumo tra la popolazione in età lavorativa, l’Italia primeggia in Europa per la diffusione del consumo di cannabis (11%, inferiore solo a quello cipriota), cocaina (terzo tasso in Europa dopo Spagna ed Inghilterra) ed eroina (quinto tasso di diffusione in Europa) mentre la diffusione del consumo di droghe sintetiche (ATS) è invece nettamente inferiore rispetto al resto d’Europa (Unodoc, 2007).

    Un interessante studio del 2009 “Il costo fiscale del proibizionismo: una simulazione contabile” (consultabile su www.fuoriluogo.it), condotto dal Professore Marco Rossi dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza” , ha provato a fare i conti in tasca alla politica proibizionista vigente nel nostro Paese.
    «In base alle stime sulla diffusione del consumo di droghe abbiamo calcolato che nel 2005 in Italia siano state consumate circa 1200 tonnellate di cannabis, 32 di cocaina e 9 di eroina – si legge nella ricerca – Moltiplicando queste quantità per i prezzi al dettaglio registrati nel mercato nero (Unodoc, 2007) abbiamo stimato una spesa per l’acquisto di droghe di circa 11 miliardi di euro (di cui: il 68% per la cannabis, il 26% cocaina ed il 6% eroina)».
    «Recenti contributi teorici sostengono la superiorità degli strumenti fiscali nel contenere il consumo di droghe rispetto all’applicazione di una normativa proibizionista – spiega il prof. Marco Rossi – In Italia il consumo di tabacchi ed alcolici è appunto scoraggiato tramite l’imposizione di una elevata tassazione. Il nostro lavoro consiste nella stima dei benefici fiscali che l’erario italiano avrebbe riscosso nel periodo 2000-2005 se la regolamentazione applicata al mercato dei tabacchi (sul prezzo di vendita delle sigarette grava un’aliquota assai pesante pari al 75,5%) fosse stata estesa anche al mercato delle altre droghe. In altri termini abbiamo condotto una sorta di simulazione contabile volta a stimare quale sia stato il costo fiscale del proibizionismo in Italia».

    Il costo del proibizionismo è stato identificato sia nelle spese per l’applicazione della normativa proibizionista (risorse di polizia, magistratura e carceri), sia nel costo-opportunità delle tasse non riscosse.
    «il nostro studio stima in circa 60 miliardi di euro il costo fiscale del proibizionismo in Italia dal 2000 al 2005 (in media circa 10 miliardi di euro annui) – continua Rossi – La legalizzazione del commercio delle droghe avrebbe fatto risparmiare circa 2 miliardi all’anno di spese connesse all’applicazione della normativa proibizionista. Estendendo al mercato delle droghe la normativa fiscale applicata a quello dei tabacchi, l’erario nazionale avrebbe inoltre incassato circa 8 miliardi all’anno (47 in totale) dalla tassazione sulle vendite, di cui circa il 70% dall’imposta sulla vendita di cannabis (32 miliardi), il 24% dall’imposta sulla cocaina (11 miliardi) e solo il 6% dalle vendite di eroina (3 miliardi)».

    Stiamo parlando di una concreta analisi dei costi-benefici che non andrebbe esclusa a priori dal dibattito sui modelli alternativi di regolamentazione del mercato delle droghe, come sottolinea anche la Commissione globale per le politiche sulla droga «È inutile ignorare coloro che portano argomenti a favore di un mercato tassato e regolato per le droghe attualmente illegali. Questa è un’opzione politica che deve essere esplorata con lo stesso rigore di qualunque altra».

     

    Matteo Quadrone

  • Prà: i residenti delle alture da anni inascoltati dal Comune

    Prà: i residenti delle alture da anni inascoltati dal Comune

    Sono le promesse non mantenute quelle che più fanno infuriare il comitato di via della Torrazza, sulle alture di Prà. Abituato da anni a lottare con successo per le esigenze più elementari come un’adeguata rete idrica e fognaria, l’allaccio al gas, un sistema di raccolta delle acque piovane, la messa in sicurezza della strada e un trasporto pubblico degno di questo nome, certamente oggi non si spaventa a richiedere a gran voce il completamento dell’illuminazione pubblica, promesso da almeno 10 anni e ancora vanamente atteso.

    Infatti la realizzazione della rete di illuminazione pubblica lungo tutta via della Torrazza, fa parte di una serie di interventi, previsti ufficialmente in almeno 4 protocolli d’intesa siglati dal Comune a partire dal lontano 2001, ritenuti indispensabili per il recupero del territorio collinare, per dare una risposta alle esigenze di vivibilità e sviluppo economico delle attività agricole alle spalle di Prà, in particolare la coltura in serra del basilico e per la ristrutturazione del complesso di Villa Sciallero, oggi proprietà di Arte che dalla riqualificazione dell’ex collegio San Giovanni ha ottenuto una ventina di appartamenti. Inoltre nel 2006 tali interventi sono stati inseriti nel piano di sviluppo rurale 2007-2013 con sostegno economico della Comunità Europea e l’anno successivo trovavano spazio nel piano triennale dei lavori pubblici 2008-2010 siglato dal Comune di Genova.

    <<Questo territorio è fortunatamente considerato a vocazione agricola, è il polmone verde della delegazione di Prà e ciò ha permesso di evitare un’edificazione selvaggia – racconta Giuliana Verrando, anima e corpo del comitato – L’amministrazione ha dichiarato di voler salvaguardare questo presidio ma alle parole devono seguire i fatti.  Chi abita in zona si occupa della manutenzione e della cura del bosco, evitando i problemi che una natura lasciata a se stessa comporta, come l’erosione del terreno e i disastri conseguenti, frane e smottamenti che in Liguria sono un pericolo costante. Ma gli abitanti non devono essere lasciati soli dall’amministrazione comunale. O costretti ad abbandonare forzatamente questi luoghi. Sono ancora molti i problemi da risolvere a partire dalla messa in sicurezza di una strada con diverse curve pericolose non protette, scarsa illuminazione e una strettezza eccessiva che impedisce il passaggio dei mezzi di soccorso in caso di emergenza>>.

    Ma come mai il Comune nonostante le numerose sollecitazioni è particolarmente restio a completare l’illuminazione? Secondo gli abitanti perché via della Torrazza è ufficialmente una strada vicinale ma considerata ad uso pubblico. Se finalmente fosse dotata dell’illuminazione pubblica passerebbe da vicinale a strada comunale e di conseguenza l’amministrazione sarebbe costretta a garantire la necessaria manutenzione e la messa in sicurezza. Parliamo infatti di una via che non raggiunge i 2 metri di larghezza, dove Amt non fa transitare un bus di linea e dopo anni di lotte il comitato ha ottenuto un servizio integrativo ma ancora insufficiente viste le numerose persone che ne usufruiscono.

    <<Nel 2010 abbiamo trovato un valido interlocutore, l’ex Assessore Elisabetta Corda che è riuscita a far installare il primo lotto di illuminazione nella parte alta, vicino alle abitazioni– spiega Giuliana Verrando – Resta da avviare il secondo lotto che comprende tutta la via, un servizio utile per circa un centinaio di famiglie che abitano lungo la dorsale>>.

    Dopo le dimissioni della Corda i cittadini non hanno perso le speranze perché ad aprile 2011 il nuovo Assessore allo sviluppo delle manutenzioni, Pasquale Ottonello ha promesso, alla presenza del comitato, che avrebbe completato i lavori avviati dal suo predecessore.

    Ma da allorasono passati ormai 10 mesi nulla è cambiato e gli interventi per il completamento dell’illuminazione pubblica, previsti entro fine 2011, rimangono incompiuti.
    <<I protocolli parlano di 1 palo punto luce ogni 30 metri lungo tutti i 5 km di strada, del consolidamento dei muretti di sostegno e del miglioramento della viabilità  – racconta la portavoce del comitato – Ma fino ad oggi ben poco è stato fatto. Inoltre i 4 lampioni led installati nel settembre scorso continuano a non funzionare e nonostante le nostre sollecitazioni non vengono sostituiti>>.

    Ma sulle alture di Prà i problemi non riguardano solo via della Torrazza. Diverse criticità interessano infatti anche via Villini A. Negrone. Qui i disagi maggiori sono dovuti all’assenza di un sistema efficiente di raccolta delle acque.

    <<Nel quartiere i palazzi scaricano l’acqua piovana direttamente sulla strada che tra l’altro è priva di marciapiedi – denuncia il Comitato di via Villini A. Negrone – Col passare degli anni l’acqua ha danneggiato gravemente il cavalcavia sovrastante l’autostrada A10 e la Società Autostrade non può intervenire se non vengono eseguiti interventi di regolamentazione delle acque, totalmente a carico di Comune e Municipio>>.

    <<Parliamo di una strada stretta a doppio senso di marcia con molte curve a gomito ed assai trafficata – continua il Comitato – Sarebbe necessario trasformarla in un senso unico di marcia. I progetti sono esistenti da anni ma nulla è stato fatto. Da tempo, inoltre, è sparita la segnaletica di portata peso sul cavalcavia>>.

    Via Villini A. Negrone termina in una zona di campagna molto abitata dove l’unica via comunale sta franando nel tratto che va dal civ. 19 al civ. 39. <<Se non si interviene tempestivamente i residenti rischiano di rimanere isolati>>, sottolinea il Comitato.

    <<Nonostante alcune mozioni approvate in Consiglio Comunale e Municipale (il 12 gennaio il consigliere comunale Pdl, Lilli Lauro ha presentato un ordine del giorno relativo a via Villini A. Negrone approvato dalla maggioranza, ndr) via della Torrazza e via Villini A. Negrone non sono nei pensieri prioritari degli amministratori locali – conclude il comitato – Per la terza volta è saltato il sopralluogo in Via della Torrazza e Via Villini A. Negrone con l’Assessore alla Manutenzione, Pasquale Ottonello e la Municipalità VII Ponente. E’ da novembre 2011 che si chiede la presenza dell’Assessore sul nostro territorio. Ma anche questa volta l’appuntamento di mercoledì 15 febbraio è saltato con la solita scusa di impegno improvviso da parte dell’Assessore>>.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Consultori: il ridimensionamento rischia di snaturare il servizio

    Consultori: il ridimensionamento rischia di snaturare il servizio

    La riorganizzazione aziendale della Asl 3 – fortemente voluta dalla Giunta della Regione Liguria per esigenze di contenimento delle spese – rischia di compromettere un particolare servizio, dedicato all’utenza più fragile, che rappresenta ormai un presidio socio-sanitario consolidato.
    Parliamo dei consultori, luogo per eccellenza della salute sessuale e riproduttiva delle donne, ma non solo, istituiti nel 1975 con la Legge n. 405. Uno spazio deputato all’educazione sessuale e alla contraccezione, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, all’assistenza durante tutta la gravidanza e in ogni fase della vita fertile fino alla menopausa e anche dopo, all’applicazione della legge 194 sull’aborto volontario, ma anche a dare sostegno, assistenza psicologica e legale nei momenti difficili della relazione di coppia.

    A Genova i consultori sono dislocati nei 6 distretti sociosanitari. In totale ben 27 sedi, 14 all’interno dell’area comunale, 13 extraurbane. Tra queste troviamo 2 Centri giovani in via Rivoli ed in via Operai (Fiumara), riservati a ragazzi tra 14 e 21 anni, il Centro sovrazonale per le adozioni nazionali ed internazionali presso l’ex ospedale Celesia a Rivarolo, dove, in stretta collaborazione con il Tribunale dei minorenni di Genova, si valuta l’idoneità delle coppie e si fornisce sostegno/consulenza lungo tutto il percorso adottivo. E ancora un Centro di mediazione famigliare, sempre in via Rivoli, rivolto a coppie in via di separazione e divorzi con elevata conflittualità; un Collegio multi professionale per la certificazione dell’alunno in situazione di handicap ai fini del riconoscimento al sostegno scolastico (via Rivoli); un Polo autismo in via Struppa ed altri centri specialistici dedicati a patologie specifiche (trattate da neuropsichiatri infantili o psicologi) quali disturbi di apprendimento, disturbi psicologici e psicopatologia dell’età evolutiva, disturbi del comportamento, ecc.

    Il ridimensionamento delle Strutture complesse, approvato dalla Asl 3 con la delibera n. 1430 del 28 dicembre 2011, prevede una riduzione dalle attuali 57 strutture cliniche a 33, mentre le strutture non cliniche scenderebbero da 63 a 45.
    All’interno di queste ultime è compresa la Struttura complessa relativa all’Assistenza Consultoriale, che la stessa Asl 3 ipotizza di preservare perché si tratta di un servizio che necessita di autonomia gestionale e richiede omogeneità d’intervento. L’assistenza alle donne, alle famiglie e all’infanzia, insomma, deve mantenere intatta la sua peculiare capacità organizzativa, pena lo snaturamento di attività finora eccellenti.

    Ma c’è un ostacolo. La Regione infatti non ritiene sufficiente lo sforzo di riordino aziendale compiuto dalla Asl 3. Con la delibera n. 27 del 13 gennaio 2012 – passata quasi sotto silenzio – la Giunta regionale approva la riorganizzazione aziendale proposta dalla Asl 3 ma prescrive di avviare una verifica sulle attività svolte dalle strutture complesse di Assistenza Consultoriale, Assistenza Geriatrica, Integrata Fragilità e Continuità terapeutica, da compiersi entro il 31/12/2012. In caso di esito positivo le funzioni delle strutture complesse dovranno essere trasferite ai Distretti, anch’essi sottoposti a riorganizzazione.

    In pratica se davvero si procederà in questo senso si rischia di parcellizzare un servizio che per sua natura risponde ad esigenze particolari, con tempi e qualità di intervento per forza di cose distanti dalle attività distrettuali.

    <<Perdere questa struttura organizzativa è una sconfitta per tutto il sistema sanitario genovese – afferma Gabriella Trotta, segretario regionale sanità Uil e membro della Rete 194, un gruppo di uomini e donne che per primo ha lanciato l’allarme – Non si possono distruggere i consultori perché sono presidi fondamentali, frequentati da moltissime donne, tra le quali molte straniere>>.
    Occorre ricordare che i consultori si confrontano con una materia complessa e nello stesso tempo delicata, fornendo un supporto psicologico qualificato a minori, madri, giovani, uomini e donne, coppie, famiglie. Non rispondono solo al bisogno sanitario ma anche a quello sociale, si occupano di assistenza legale e di tutta la parte giuridicamente rilevante, ad esempio i rapporti con la magistratura per quanto riguarda gli affidi familiari, le adozioni, ecc.

    <<Lo smantellamento della struttura complessa di Assistenza Consultoriale  comporterà la scomparsa della loro capacità organizzativa – spiega Trotta – Dipendere gerarchicamente dai distretti sanitari è tutta un’altra storia. I distretti infatti hanno esigenza di fare numeri e tutto ciò che non è prestazione sanitaria non conta>>.
    Secondo il disegno della Regione i consultori finirebbero dissolti nel sistema ambulatoriale, perdendo completamente la loro ragione d’esistere.

    <<Oggi una visita consultoriale sia per i minori che per le donne non è neppure lontanamente paragonabile ad una visita ambulatoriale – continua Trotta – Parliamo di un servizio completamente diverso. Nell’ambulatorio pubblico ci sono delle tabelle da rispettare. Tabelle di marcia e produttività relative a tempi e qualità delle visite>>.
    Presso i consultori si sono formate competenze e capacità per quanto riguarda il rapporto instaurato con il paziente, il carico di complessità sociale, la qualità dell’intervento, che non possono esprimersi al meglio in una logica puramente ambulatoriale.

    <<Una donna straniera con il proprio figlio che si rivolge al pediatra ambulatoriale senza una mediazione culturale potrebbe avere alcune difficoltà oggettive – continua Trotta – una risposta efficace la può trovare proprio nei consultori. Oppure pensiamo al minore figlio di genitori irregolari che magari è privo di un proprio medico di famiglia. In un consultorio riceve le adeguate attenzioni alle sue problematiche, cosa che un semplice ambulatorio non può garantire>>.

    Non vanno dimenticati gli eccellenti risultati ottenuti in questi anni dall’assistenza consultoriale <<Ha lavorato sempre bene  – sottolinea Trotta – Ad esempio la riduzione nel numero di ricorsi all’aborto è merito dell’attività dei consultori>>.
    Questi alcuni numeri: circa 60.000 visite ginecologiche; 10.000 interventi legati all’area neuropsichiatrica e psicologica; 150.000 interventi di pediatria di comunità e pediatria consultoriale, ovvero vaccinazioni e interventi negli asili nido e nelle scuole come medicina scolastica; sono state seguite in gravidanza 600 donne, eseguiti 12000 Pap test  tra accesso spontaneo e screening cervicale; 1200 donne hanno frequentato i corsi di preparazione al parto e le attività del dopo nascita; 3500 pazienti si sono rivolti agli psicologi; 4000 pazienti sono trattati dall’area Neuropsichiatria Infantile; 1400 ragazzi sono stati seguiti dai Centri Giovani per contraccezione o interventi psicologici.

    Infine a poca distanza da noi abbiamo un esempio di una simile esperienza che non fa ben sperare. Parliamo di Savona e della Asl 2 dove il ridimensionamento dei consultori è già un dato di fatto. Un accorpamento che secondo la Rete 194 ha provocato <<Disorientamento nell’utenza e negli operatori a causa del depauperamento del servizio>>.

     

    Matteo Quadrone

  • La crisi in Grecia e i 130 miliardi prestati dall’Unione Europea

    Mentre in Italia l’opinione pubblica era assorbita dal “caso Celentano” e dalle mutande di Belen, l’euro stava per saltare. L’accordo raggiunto in extremis ha “comprato” altro tempo alla Grecia, ma il paese è sempre a rischio bancarotta e questo potrebbe cambiare in maniera drammatica il nostro futuro.

    COSA E’ SUCCESSO?

    La Troika (cioè il triumvirato: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Unione Europea), che gestisce gli aiuti alla Grecia, doveva decidere su un prestito da 130 miliardi al governo ellenico. Per sbloccarlo ha posto delle condizioni molto precise e dettagliate, che ricalcano pressapoco la lettera che la BCE aveva spedito all’Italia nel 2011. Il messaggio, neanche troppo velato, è: “se volete i nostri soldi, dovete fare quello che diciamo noi”. Domenica scorsa il parlamento greco, mentre fuori infuriava la guerriglia urbana, ha chinato la testa, acconsentendo ad assumere impegni molto onerosi. Tutto risolto quindi? Niente affatto.

    La Troika, dietro alla quale incombe il peso politico della Germania, non si fida più delle promesse dei Greci, i quali, in quattro anni di crisi, al di là delle parole hanno fatto poco. Pertanto pretendeva la massima sicurezza sul rispetto degli impegni e non voleva transigere nemmeno sui “miseri” 325 milioni di tagli che mancavano all’appello. Ma soprattutto era preoccupatissima per le imminenti elezioni greche. Chi ci assicura, pensano a Bruxelles, che quando ad aprile si insedierà un nuovo governo, gli accordi presi oggi dall’attuale governo verranno rispettati?

    Il premier, Lucas Papademos, è uomo gradito all’establishment finanziario europeo. Ma cosa succederà quando, con tutta probabilità, verrà eletto Antonis Samaras, il leader del partito di centro-destra? Samaras si spertica in rassicurazioni, ma poi lascia cadere frasi sibilline su “rinegoziare le condizioni” che toccano i sensibilissimi nervi scoperti della Troika. Per questo motivo tra le due parti cominciava a farsi strada l’ipotesi di rimandare la decisione sul mega-prestito a dopo aprile. C’è solo un piccolo dettaglio: il 20 marzo maturano 14 miliardi di titoli di Stato greci e le casse di Atene non sono abbastanza capienti per ripagarli. Quindi o arrivava il prestito, oppure la Grecia saltava in aria: bancarotta disordinata e uscita dall’euro. Perciò il parlamento greco ha dovuto tirare fuori i tagli mancanti e rassicurare Bruxelles sul tema elezioni. Così ieri, dopo estenuanti trattative, il prestito è stato finalmente sbloccato: ad Atene arriveranno 130 miliardi di euro. Ma a che prezzo?

     

    L’ACCORDO

    E’ ovvio che 130 miliardi sono sempre 130 miliardi: una cifra considerevole. Per sbloccarla, si è dovuto coinvolgere diverse parti in un complesso accordo. Gli investitori privati hanno accettato di tagliare il loro credito verso lo stato greco di un buon 53,5% e sono stati fatti nuovi titoli di Stato per sostituire più del 30% delle precedenti obbligazioni, con rendimenti fissati al 2% per le scadenze nel 2015. Tutte queste misure servono a una sola cosa: ristrutturare il debito. E’ questa la preoccupazione maggiore dell’Europa.

    Atene ha un debito pubblico clamoroso e va ridotto. L’accordo raggiunto e il prestito sbloccato dovrebbero portare il debito pubblico greco in rapporto al PIL al 120% nel 2020. Anche le quattro maggiori banche greche, che ovviamente hanno un sacco di titoli di stato del loro paese, beneficeranno di parte di questi soldi per ristrutturarsi. Ma nel 2013 il debito pubblico greco arriverà al 168% del PIL e anche l’economia sarà in profonda recessione. E’ probabile inoltre che scatti un commissariamento vero e proprio della Grecia da parte della Troika, come auspica l’Olanda. A questo punto, di fronte a questo quadro, viene spontaneo farsi qualche domanda.

    1. Ammesso e non concesso che i Greci sopportino i sacrifici, gli Europei sono davvero disposti a finanziarli, oppure al momento delle ratifiche dell’accordo nei vari parlamenti uscirà fuori un voto contrario?
    2. Davvero ristrutturare il debito e tenere in recessione il paese aiuterà il paese ad uscire dalla crisi?
    3. Non converrà lasciare andare la Grecia al suo destino?

    State pur certi che quest’ultima domanda è presa in seria considerazione a Bruxelles, a Berlino, a Washington, a Roma e persino ad Atene. Gli Stati Uniti e l’Italia sembrano spingere verso l’aggregazione, ma è evidente che in Germania come in Grecia ci siano circoli politico-finanziari favorevoli alla disgregazione.

     

    Crisi in Grecia

    Quanto sono influenti le forze favorevoli a una fuoriuscita della Grecia?

    Difficile dirlo. Ma ci sono segnali preoccupanti. Berlino, ad esempio, sta stipulando accordi commerciali con paesi asiatici, dal Kazakistan alla Cina: segno forse che i tedeschi pensano di poter fare a meno del mercato interno europeo per le loro esportazioni? Ad aumentare il sospetto hanno contribuito anche le parole di Franz Fehrenbach, presidente del gruppo Bosch, il quale ha detto esplicitamente che l’UE dovrebbe mettere la Grecia alla porta e lasciare che il paese recuperi la sua competitività con una dracma svalutata. Insomma: nonostante l’europeismo di facciata, lo scenario è aperto.

     

    Chi ci guadagna se Atene abbandona l’euro?

    Possiamo anche pensare che, se i Greci un giorno dovranno fronteggiare una bancarotta disordinata e caotica, con il rischio addirittura di un colpo di stato dei militari, come riportavano alcune voci di corridoio ad Atene, a un certo punto sono problemi loro: se la sono cercata. Ma è difficile che tutti gli altri paesi abbiano qualcosa da guadagnarci. Con ogni probabilità, la crisi non si allenterebbe, ma si estenderebbe, anzi, al resto del continente, gettando quindi un’ombra funesta sulla sopravvivenza dell’Europa unita. Se infatti si creasse il precedente di un paese europeo in procinto di fallimento che, per un motivo o per l’altro, non riesce ad essere salvato, i mercati e gli speculatori ne trarranno la lezione che si deve trarre: e cioè che l’Europa non è né coesa politicamente, né in grado di prendere le giuste decisioni dal punto di vista economico-finanziario. E avrà ragione a scommettere contro. Dopo la Grecia, quindi, non ci sarà motivo per cui non debba essere la volta di Portogallo e Irlanda, e poi anche di Belgio, Spagna e, certamente, anche dell’Italia. Per questo la linea tenuta finora della governance europea è contestata sempre più apertamente dagli economisti e da vari governi, compreso il nostro.

     

    Qual’è stata finora la linea dell’Europa di fronte alla crisi?

    La linea di rigore europea è sostenuta della Germania, che è il paese più forte. Si basa sull’assunto che la crisi dipenda dalla “mentalità del debito“, come l’ha definita l’ormai ex-presidente della Germania Christian Wulff in un discorso di qualche giorno fa alla Bocconi. Secondo i tedeschi, la tendenza degli stati ad indebitarsi per far fronte alle spese sanitarie, all’istruzione e alle pensioni (ma anche ad inefficienze, assunzioni clientelari, evasione fiscale e corruzione) ha dato origine a finanze pubbliche incontrollate e alle conseguenti preoccupazioni per la solvibilità dei debiti sovrani che agita i mercati finanziari. Pertanto la soluzione non potrebbe che essere una politica di austerità e di drastici tagli che azzeri il deficit e riconduca gradualmente il debito pubblico in rapporto al PIL ad una percentuale ragionevole. Ecco perché l’accordo punta tutto sulla ristrutturazione del debito. Peccato che questa linea, anziché migliorare, abbia peggiorato le condizioni dell’economia greca, avvicinando il paese al baratro più di quanto non lo fosse due o tre anni fa.

     

    Perché questa linea non sta dando frutti?

    Il motivo, al netto degli errori dei Greci, è molto semplice. Come fa notare, ad esempio, Joseph Stiglitz, nobel per l’economia nel 2001, sono decenni che i paesi del sud Europa presentano un elevato indebitamento pubblico: non si tratta affatto di una scoperta venuta con la crisi. La crisi è scoppiata per la bolla dei mutui subrprime, non per i debiti sovrani. Ma quello che la crisi ha messo in mostra è che il sistema finanziario globale non ha controlli e non ha regole: in una parola, è inaffidabile. Le informazioni non sono condivise e conosciute da tutti, ma nascoste, truccate e modificate secondo i vari interessi. E’ questo che ha rallentato la circolazione della liquidità e gli investimenti: nessuno si fida più di quello che appare.

    Le stesse banche non si fidano a prestarsi soldi tra loro: sono state talmente brave a nascondere le informazioni che volevano nascondere, che adesso non si fidano più delle solidità apparenti di quelli a cui dovrebbero prestare denaro o degli investimenti su cui potrebbero scommettere. Ed è stata proprio questa mancanza di fiducia ad aver contagiato il mercato obbligazionario, facendo schizzare verso l’alto il rendimento dei titoli di stato dei paesi ritenuti più a rischio di solvenza: cioè, in particolar modo, i paesi europei con un elevato indebitamento. Questi paesi sono più vulnerabili perché non hanno il paracadute di una banca centrale in grado di stampare moneta. E’ una vecchia contraddizione irrisolta dell’UE. I paesi del nord Europa hanno bilanci solidi e sono inattaccabili, almeno per ora; ma i paesi del sud sono tradizionalmente meno rigorosi e adesso, senza un salvagente di qualche tipo, rischiano di essere affossati.

    I mercati erano irragionevolmente ottimisti prima della crisi: ma ora sono irragionevolmente pessimisti. Per ripristinare la fiducia, a cominciare dal mercato delle obbligazioni, più che di bilanci solidi, che non si possono avere in un tempo ragionevole, abbiamo bisogno di una qualche misura concreta per far vedere ai mercati che l’Unione Europea e la BCE reagiranno compatti agli attacchi speculativi. I mercati capirebbero che l’Europa tutta insieme è troppo grande per essere affossata e ritornerebbero ottimismo e investimenti. I 130 miliardi, anche se danno un’idea di solidarietà, non bastano da soli.

     

    Che rischio stiamo correndo?

    Insistendo sulla linea attuale il rischio che falliscano a catena i paesi cosiddetti “P.I.G.S.” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) è concreto. E’ anche la paura di Obama, che deve affrontare le elezioni presidenziali e non vuole che la crisi europea gli crei problemi. Ma è anche la paura di Mario Monti, che infatti ieri ha firmato con gli altri paesi Europei (con la significativa esclusione di Francia e Germania) un manifesto per la promozione della crescita economia nell’Eurozona. Il premier sa benissimo che l’Italia non è salva e che, in caso di default greco, i prossimi sulla lista siamo noi. In questo momento tutti ci elogiano per le riforme fatte, ma non dobbiamo farci trarre in inganno dalle lusinghe. Obama e gli altri leader europei incensano il lavoro di Monti per dargli più credibilità e usarlo come cavallo di Troia per scardinare il rigore teutonico; la Merkel, dal canto suo, lo elogia per dimostrare che una politica di rigore può dare buoni risultati. Oggi a tutti viene comodo presentarci come il modello da seguire.

    Ma i fondamentali dell’economia italiana non sono cambiati: siamo in recessione, i consumi sono minimi, la disoccupazione è alta, la corruzione diffusa. Se la Grecia salta, la speculazione trarrà nuovo vigore e troverà validissimi motivi per scommettere contro di noi. In quel caso, se la Germania non interviene (e perché dovrebbe farlo, se non lo ha fatto per la Grecia?), state pur certi che salteremo. Prova ne è che l’andamento dello spread dei nostri titoli peggiora ogni qualvolta arrivano brutte notizie da Atene. La Germania ha ragione ad avercela con i paesi del Sud: se fossero stati più attenti, oggi sarebbero meno esposti. Per questo fa bene a insistere su un bilancio europeo rigoroso.

    Ma bisognerebbe anche spiegare agli elettori tedeschi che questa strada da sola non porta da nessuna parte. Sarà anche vero che i greci hanno truccato i bilanci; che hanno un 25% di dipendenti pubblici, dove la Germania ha solo il 9%; che i contribuenti greci più ricchi pagano poche tasse, mentre quelli tedeschi sono tartassati dal fisco. Ma questi problemi non si risolvono con un colpo di spugna. Se, ad esempio, la Grecia si volesse allineare agli standard tedeschi, dovrebbe licenziare i lavoratori in eccesso nel pubblico impiego, il che vorrebbe dire mettere il 16% dei lavoratori greci sulla strada. E che dovrebbero fare questi, appena perso un impiego sicuro e verosimilmente poco qualificato? Fare impresa? E con che competenze? Ma soprattutto, con che soldi?

    Lo Stato non può spendere perché è preoccupato a tagliare la spesa, la gente è povera e le banche non fanno credito. Come si fa ad uscire dalla recessione, se si continua a peggiorare le condizioni economiche di un paese? Si dirà: ma i Greci hanno appena preso 130 miliardi! Vero, ma non sono comunque abbastanza per risollevare il paese (i tagli che la Grecia ha fatto e dovrà fare costeranno molto di più). E poi significa fare nuovo debito. Per questo le previsioni sono che l’anno prossimo il debito greco aumenterà: se l’economia è in recessione e il PIL cala, e per andare avanti si contraggono nuovi debiti, è ovvio che la percentuale tra debito e PIL sale. Per questo viene il sospetto che non ci sia una strategia coerente, ma di compromesso, che i rischi siano dietro l’angolo e che i tedeschi, sotto sotto, stiano pensando: “chi non è in grado di starci dietro, può pure accomodarsi fuori”.

     

    Tagliare i rami secchi?

    E’ un’idea molto pericolosa, perché questi rami non stanno solo all’ombra del Partenone. Come ho cercato di spiegare, è probabile che la possibilità di default ripetuti nella zona euro dipenda più dalla mancanza di solidarietà europea che dallo stato dei bilanci. La linea di rigore tedesca dovrebbe essere affiancata, con equilibrio, a misure che favorissero la spesa, agli Eurobond o a nuove immissioni di moneta in circolazione, che aumenterebbero l’inflazione ma farebbero ripartire i consumi. Al contrario, se si applicherà sempre e solo la politica del rigore, essa porterà alla fine altri paesi fuori dall’Europa e lascerà solo il blocco nordico, che si ritroverà così con ottimi bilanci, ma anche con una moneta fortissima. E a chi saranno venduti i prodotti industriali tedeschi con un cambio simile? Basteranno i ricchi cinesi? C’è da dubitarne. La Germania è il paese che più ha beneficiato della moneta unica, perché ha favorito l’export nel resto dell’Europa. Davvero ora vuole farne a meno? Poi ci sarebbe anche da capire se le banche tedesche possano ritenersi immuni dal rischio di ritrovarsi a pagare i CDS (credit default swaps) contro il fallimento degli stati.

    Se la ristrutturazione del credito dei privati verso il governo greco non viene considerata (per un bizantinismo interessato) “volontaria”, teoricamente i premi dovrebbero essere pagati. Chissà poi quanti titoli di stato greci, italiani, portoghesi e spagnoli ci sono nei caveau tedeschi. Nessuno lo sa, ma a Berlino potrebbe non convenire venirne a conoscenza, un giorno, nel modo peggiore, se è vero, come è vero, che c’erano anche diverse banche tedesche tra le 114 dell’UE che l’altro giorno hanno subito il downgrade di Moody’s. La Germania dovrebbe riflettere bene se sia meglio perdere qualcosa oggi, o correre il rischio di perdere tanto domani. Ma se il problema è la contrarietà degli elettori tedeschi e la mancanza di coraggio dei loro politici, allora in linea di principio la Germania non è diversa dalla Grecia che, per accontentarli, i suoi elettori li assumeva.

    Andrea Giannini

  • Stranieri in Italia: la cittadinanza resta un miraggio

    Stranieri in Italia: la cittadinanza resta un miraggio

    ImmigratiOggi gli stranieri in Italia – secondo gli ultimi dati del “Dossier Statistico Immigrazione 2011” curato dalla Caritas – sono 4.570.317 su 60.650.000 residenti (incidenza del 7,5% sulla popolazione residente). Se si tiene conto di circa altri 400mila cittadini stranieri, regolarmente presenti ma non ancora registrati in anagrafe, si tratta di quasi 5 milioni di persone. Inoltre alcune stime parlano di circa mezzo milione di soggetti in posizione irregolare.
    <<Nel frattempo però, centinaia di migliaia di persone hanno perso l’autorizzazione a rimanere in Italia, perché sono scaduti ben 684.413 permessi (2/3 per lavoro e 1/3 per famiglia)>>, sottolinea il rapporto. Mentre i casi di acquisizione di cittadinanza sono stati 66 mila.

    I minori figli di immigrati sono quasi 1 milione, ai quali si aggiungono 5.806 minori non accompagnati (senza contare i comunitari). Gli iscritti a scuola nell’anno scolastico 2010-2011 sono 709.826 (incidenza del 7,9% sulla popolazione studentesca e ancora più alta nelle materne e nelle elementari).
    Le persone di seconda generazione sono quasi 650 mila, nate in Italia ma senza cittadinanza. Nel nostro Paese infatti – a differenza di molti altri stati europei e mondiali – vige lo “ius sanguinis” e non lo “ius soli”. Vale a dire che non conta nascere sul suolo italiano per essere considerato un cittadino a tutti gli effetti e godere dei diritti conseguenti, bensì per acquisire la cittadinanza occorre essere figli di almeno un genitore italiano. Il testo fondamentale che regola le modalità di acquisizione della cittadinanza è infatti la legge 5  febbraio 1992 n. 91 che si basa sul principio dello “ius sanguinis” e prevede tre modalità per l’accesso alla cittadinanza per coloro che sono di origine straniera: per nascita, per naturalizzazione e per matrimonio.
    <<La popolazione immigrata è più giovane (32 anni è l’età media, 12 in meno degli italiani), incide positivamente sull’equilibrio demografico con le nuove nascite (circa un sesto del totale) e sulle nuove forze lavorative – si legge nel dossier – è lontana dal pensionamento e versa annualmente oltre 7 miliardi di contributi previdenziali, assicura una maggiore flessibilità territoriale e anche la disponibilità a inserirsi in tutti i settori lavorativi, crea autonomamente lavoro anche con i suoi 228.540 piccoli imprenditori, si occupa dell’assistenza delle famiglie, degli anziani e dei malati, sta pagando più duramente la crisi in termini di disoccupazione e complessivamente rende più di quanto costi alle casse dello Stato>>.

    Partendo da questi presupposti abbiamo chiesto all’avvocato Alessandra Ballerini, membro dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e consulente della Cgil, di spiegarci come funziona la legislazione attualmente vigente.
    <<Oggi una persona nata in Italia da genitori stranieri può richiedere la cittadinanza una volta compiuto il diciottesimo anno di età – spiega Ballerini – Ma deve dimostrare di avere una residenza regolare ed ininterrotta sul territorio italiano fino al raggiungimento della maggiore età. A partire da quella data ha un anno di tempo per chiedere la cittadinanza>>.
    E qui iniziano i problemi. Se infatti parliamo di un figlio/a di persone irregolarmente presenti in Italia (clandestini), dovremo mettere in conto che a partire dalla nascita e fino a quando i suoi genitori non avranno ottenuto il permesso di soggiorno – questa persona sarà considerata clandestina.
    Ma allo stesso modo anche due genitori regolarmente autorizzati a soggiornare sul territorio italiano, per poter inserire nel permesso di soggiorno anche il proprio figlio, dovranno dimostrare di raggiungere un determinato reddito. <<Di conseguenza, spesso e volentieri, molti ragazzi per un certo periodo di tempo rimangono in clandestinità – spiega Ballerini – e diventa difficile, una volta compiuti i 18 anni, dimostrare la loro presenza ininterrotta sul suolo italiano>>.

    Per quanto riguarda gli adulti invece, esistono due modalità per richiedere la cittadinanza italiana.
    La prima è quella per naturalizzazione, secondo la quale occorrono 10 anni di residenza ininterrotta, <<il massimo tra le legislazioni europee esistenti>>, sottolinea l’avvocato, un reddito congruo relativo agli ultimi tre anni e nessuna pendenza penale, non solo in Italia ma anche nel paese di nascita ed in quelli dove si è risieduto in precedenza. Per ottenere i certificati penali il richiedente deve sottoporsi ad una lunga e costosa trafila. In pratica <<Bisogna incaricare un avvocato nel Paese di nascita (ma lo stesso va fatto in tutti gli Stati dove la persona ha risieduto in precedenza) per estrarre i certificati – racconta Ballerini – Poi è necessario recarsi all’ambasciata italiana per la traduzione dei documenti da inviare in Italia. Peccato però che i certificati penali scadano dopo  6 mesi. E spesso accade che non siano più validi quando finalmente la pratica è stata avviata. Anche perché lo Stato italiano impiega anche 3 – 4 anni prima di rispondere alla richiesta di cittadinanza, nonostante la legge stabilisca di farlo entro 730 giorni>>.
    Una soluzione potrebbe essere quella di affidarsi a delle autocertificazioni. Ma sarebbe necessario anche un minimo di buon senso nell’applicazione della legge. Infatti <<Se una persona ha lasciato il paese natio a tre anni non si comprende l’utilità di chiedergli il certificato penale – continua l’avvocato –  senza considerare il fatto che questo documento è legato al nome e non alle impronte digitali. Quindi presenta dei limiti anche ai fini della sicurezza>>.

    Inoltre il richiedente deve dimostrare di avere un reddito congruo relativo agli ultimi 3 anni. Capita però che le persone straniere presentino la domanda di cittadinanza e poi siano costrette ad attendere una risposta  anche per 4 lunghi anni. Nel frattempo è facile che si verifichino dei cambiamenti nella condizione di vita dei richiedenti, può trattarsi della perdita del lavoro come di altre situazioni di difficoltà.
    Il punto è che lo Stato – quando finalmente decide di rispondere – lo fa pretendendo di verificare il reddito attuale. <<Questa è una vera e propria assurdità – denuncia Ballerini – la richiesta del reddito degli ultimi tre anni deve essere relativa al periodo in cui il soggetto ha presento la domanda. Bisogna essere fiscali anche con lo Stato perché l’ingiustificato ritardo della Pubblica Amministrazione non può ricadere su persone incolpevoli>>.
    <<Cittadini che pagano le tasse e contribuiscono al nostro Pil – sottolinea Ballerini – ma non possono scegliere chi li rappresenta perché non godono del diritto di voto>>.

    La cittadinanza italiana può essere richiesta anche per coniugio. Ma pure in questo caso, la strada non è agevole. <<La legge 94/2009 ha modificato i termini previsti per la richiesta di cittadinanza – spiega infatti Ballerini – prima erano sufficienti 6 mesi di residenza successivi al matrimonio. Oggi occorrono 2 anni di residenza successivi al matrimonio>>.
    Dettaglio cruciale, i coniugi non devono essere separati. <<Con la separazione non decadono gli effetti civili del matrimonio – precisa l’avvocato – quindi non si riesce a comprendere perché ciò debba accadere esclusivamente a danno degli stranieri>>.
    Ebbene, grazie ai tempi lunghissimi della burocrazia statale, le conseguenze possono essere devastanti. <<La richiesta di cittadinanza parte dopo 2 anni di matrimonio, poi mediamente trascorrono altri tre anni per ottenere una risposta ed in questo arco temporale i rapporti con il coniuge possono incrinarsi – racconta Ballerini – al Centro antiviolenza di via Mascherona abbiamo registrato molti casi di donne straniere ricattate dal marito italiano che minaccia di presentare il ricorso di separazione. Donne che per paura di perdere l’opportunità di diventare cittadine italiane, subiscono in silenzio dei soprusi>>.

    Tutte queste difficoltà nell’accesso alla cittadinanza rendono complicata – e non poco – l’esistenza quotidiana di migliaia di stranieri.
    <<Chi è privo di cittadinanza è automaticamente escluso dalla partecipazione ai bandi pubblici – spiega Ballerini – parliamo dell’accesso a concorsi per posti di lavoro quali ad esempio insegnanti, autisti Amt, impiegati di enti locali, ecc. In alcuni casi abbiamo fatto ricorso contro la discriminazione. A Genova, alcuni anni fa, con la Cgil abbiamo vinto una causa riguardante diversi infermieri stranieri, riuscendo ad ottenere la loro riassunzione. In un caso, relativo all’ospedale Galliera, il giudice ha esplicitamente ordinato di rimuovere la discriminazione. In pratica l’azienda ospedaliera è stata obbligata a stipulare insieme ai sindacati i futuri bandi>>.

    Inoltre – considerato che il permesso vale solitamente 1 anno o al massimo 2gli stranieri sono obbligati ogni volta a rinnovarlo. Un’operazione che implica anche un costo economico, oggi pari a 172 euro.

    Ma il permesso può anche essere revocato oppure non rinnovato. La causa principale è la perdita del posto di lavoro. Attualmente infatti dopo 6 mesi ed 1 giorno di disoccupazione viene meno l’autorizzazione a soggiornare sul territorio italiano. Sono centinaia di migliaia i cittadini stranieri che in questi ultimi anni – anche a causa della crisi economica – si sono ritrovati disoccupati, cadendo di conseguenza in clandestinità. Persone che magari da vent’anni risiedono regolarmente in Italia, lavorando e pagando le tasse.
    <<Se avessero potuto chiedere la cittadinanza, oggi non sarebbero ricattate dallo Stato –denuncia Ballerini – costrette a vivere in clandestinità anche se magari hanno un mutuo da pagare>>.

    <<Legare così intrinsecamente il permesso di soggiorno al lavoro, crea un sottobosco di illegalità – sottolinea l’avvocato – Molti stranieri sono terrorizzati dalla prospettiva di perdere la possibilità di vivere nel nostro Paese e l’unica soluzione che intravedono è pagare qualcuno affinché ciò non accada>>.
    Ad esempio pagare il datore di lavoro per essere messo in regola oppure lavorare gratis pur di avere un contratto. Ma non solo. Purtroppo si sono verificati alcuni episodi con protagoniste persone straniere disposte ad acquistare un contratto di lavoro fasullo. Sborsando cifre che vanno dai 3 mila ai 5 mila euro. E a svolgere il ruolo di finti datori di lavoro, spesso sono cittadini italiani.

    Il permesso viene invece revocato in caso di commissione di reati. <<Se parliamo di pericolosità sociale è un conto, ma spesso non è così>>, precisa Ballerini. Il giudizio sulla pericolosità sociale infatti comporta direttamente l’espulsione. Inoltre coloro i quali da anni vivono in Italia, una volta commesso un errore, pagano già il loro debito con un’ammenda o con il carcere. Persone che si trovano coinvolte in una rissa, che commettono un furto, ma anche altri reati minori: il permesso gli viene revocato oppure non rinnovato.
    Un caso tipico è quello dei reati contro il diritto d’autore. <<Gli ambulanti senegalesi vengono infatti accusati di ricettazione – spiega Ballerini – e perdono il diritto a rimanere regolarmente in Italia>>.
    Ma il permesso, ad esempio quello per motivi di studio, si perde se il cittadino straniero non sostiene abbastanza esami. Mentre per conservare il permesso per motivi famigliari (parente entro il 2° grado di un cittadino italiano), occorre dimostrare di convivere con il parente.

    A complicare il tutto dal 10 marzo entra in vigore la nuova norma sull’accordo di integrazione, il famoso “permesso a punti”. In pratica il richiedente del nuovo permesso dovrà dimostrare di aver seguito specifici corsi, di conoscere la lingua italiana e la Costituzione, sottoponendosi ad un test. E nel caso non fosse sufficientemente preparato rischia di non ottenere l’autorizzazione a soggiornare nel nostro Paese.

    <<È un altro modo per continuare a costringere gli stranieri a vivere in una condizione di precarietà>>, denuncia Ballerini. Chi nel prossimo futuro entrerà in Italia entro tre mesi dovrà svolgere il relativo corso. E nel caso in cui non riuscisse a seguirlo entro i termini stabiliti, dai 16 punti iniziali subirà l’immediata decurtazione di ben 15 punti. Inoltre gli interessati incorreranno nella perdita di punti, non solo in caso di commissione di reati ma anche di illeciti amministrativi, ad esempio il mancato pagamento della tassa sui rifiuti.

     

    La mobilitazioneL’Italia sono anch’io”, sostenuta da una vastissima rete di associazioni, attraverso la raccolta firme su tutto il territorio nazionale, ha l’obiettivo di presentare una proposta di legge sul diritto di cittadinanza.

    Questi i punti principali.
    Innanzitutto l’introduzione del principio dello “ius soli”: sono cittadini italiani i nati in Italia che abbiano un genitore legalmente soggiornante nel nostro Paese da almeno 1 anno. Si ritiene inoltre che a chi nasce in Italia da genitore a sua volta nato in Italia debba applicarsi lo “ius soli” senza alcun requisito aggiuntivo, perché si tratta di una situazione che indica di per sé l’esistenza di un rapporto inscindibile con il territorio.
    Per quanto riguarda i minori – nati in Italia da genitori irregolari oppure entrati nel nostro Paese prima del 10° anno di età – è  prevista la possibilità di acquisizione della cittadinanza su istanza del genitore del minore che abbia frequentato un corso di istruzione primaria o secondaria o un percorso di istruzione o formazione professionale. Ma sarà possibile diventare italiani anche una volta raggiunta la maggiore età, presentando richiesta entro due anni.
    Per l’acquisizione della cittadinanza tramite matrimonio si chiede di ritornare alla formulazione anteriore alle modifiche introdotte dalla L.94/2009, ripristinando il termine dei sei mesi di residenza dopo lo sposalizio quale spazio temporale  per poter presentare la richiesta.
    Infine per quanto concerne la naturalizzazione, la proposta di legge propone un dimezzamento dei termini, dai 10 anni di residenza ininterrotta previsti attualmente, a 5 anni.

     

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Cannabis terapeutica: consentita dalla legge, ostacolata dalla burocrazia

    Cannabis terapeutica: consentita dalla legge, ostacolata dalla burocrazia

    Migliaia di persone sofferenti non godono di un libero accesso ai farmaci. Oppure sono costrette a lunghe trafile tra mille ostacoli burocratici per esercitare un loro diritto fondamentale: quello alla cura. Accade in Italia nell’anno 2012.
    Stiamo parlando di uomini e donne, giovani e meno giovani, affetti da patologie quali il glaucoma, epilessia, sclerosi multipla, sindrome di Tourette, spasticità nelle lesioni midollari (tetraplegia, paraplegia), patologie tumorali, malattie psichiatriche e molte patologie neurologiche, malattie autoimmuni (lupus eritematoso) e malattie neurodegenerative (morbo di Alzheimer, corea di Huntington, morbo di Parkinson), patologie cardiovascolari (arteriosclerosi, ipertensione arteriosa), artrite reumatoide, traumi celebrali/ictus, malattie infiammatorie croniche intestinali (morbo di Crohn, colite ulcerosa), asma, anoressia, Aids, sindromi da astinenza nelle dipendenze da sostanze, insonnia, incontinenza, allergie, sindromi ansioso-depressive ed altre ancora.

    Tutti – nessuno escluso – potrebbero ricavare notevoli benefici ed alleviare le proprie sofferenze grazie all’uso medico della cannabis. La canapa infatti contiene numerosi principi attivi, alcuni dei quali dotati di un riconosciuto valore terapeutico. È dalla notte dei tempi che la canapa viene considerata un valido medicinale e nel corso del XIX preparati a base di canapa si trovavano normalmente sugli scaffali di gran parte delle farmacie in Europa come in America. Nel XX secolo si generò un generale mutamento di clima –partito dagli Stati Uniti ed approdato nel Vecchio Continente – che condusse prima ad una campagna mediatica contro la cannabis e poi alla sua messa al bando. Nel frattempo le industrie farmaceutiche decisero di investire sui derivati dell’oppio come anticonvulsivi ed antidolorifici e sulle sostanze sintetiche quali aspirina e barbiturici. Per fortuna negli ultimi decenni si è registrato un rinnovato interesse del mondo scientifico nei confronti della cannabis e sono fioriti numerosi  studi.
    Attualmente in letteratura medica  si trova una vasta documentazione sull’uso terapeutico della cannabis a cui rimando per approfondimenti (in particolare i link accessibili dal sito di “Pazienti Impazienti Cannabis” http://wwwpazienticannabis.org; http://www.cannabis-med.org/italian/patients-use.htm).

    “Pazienti Impazienti” è un’associazione formata nel 2006, nata già nel 2001 come gruppo di auto-mutuo-aiuto, lotta da anni per affermare il diritto a curarsi con la cannabis. Capace di stabilire una forma di dialogo costruttivo con le Istituzioni (in particolare con il Ministero della Salute), “Pazienti Impazienti” ha ottenuto un importante successo – a cui purtroppo non sono seguiti i fatti – ormai ben 5 anni fa.

    <<Nel 2007 abbiamo compiuto un passo avanti importantissimo – racconta Alessandra Viazzi, genovese, Presidente nazionale dell’associazione – siamo riusciti a far inserire il principio attivo (THC) della cannabis nella tabella II B, l’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope di riconosciuto valore terapeutico, ovvero farmaci prescrivibili con semplice ricetta bianca non ripetibile>>.

    Con il decreto ministeriale del 18 aprile 2007 i cannabinoidi delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e trans-delta-9-tetraidrocannabinolo (Dronabinol) entrano nella tabella II B <<Considerato che costituiscono principi attivi di medicinali utilizzati come adiuvanti nella terapia del dolore anche al fine di contenere i dosaggi dei farmaci oppiacei ed inoltre si sono rivelati efficaci nel trattamento di patologie neurodegenerative quali la sclerosi multipla>>. Il Ministero della salute, a partire da quella data, rende possibile utilizzarli nella terapia farmacologica.

    Vengono così create le basi normative per immettere in commercio nel mercato italiano farmaci a base di cannabinoidi, visto che allo stato attuale simili prodotti non sono disponibili nelle farmacie del nostro Paese. <<I medici che ritengono di dover sottoporre propri pazienti a terapia farmacologica con derivati della cannabis devono richiederne l’importazione dall’estero all’Ufficio Centrale Stupefacenti del Ministero della salute>>, si legge nella pagina online del Ministero della salute dedicata ai medicinali cannabinoidi.
    La normativa nazionale di riferimento per tali farmaci è il Decreto Ministeriale dell’11 febbraio 1997, relativo all’importazione di farmaci esteri direttamente dal produttore da parte delle Farmacie del servizio sanitario pubblico, per utilizzo in ambito ospedaliero ed extra-ospedaliero. <<l’Ufficio centrale stupefacenti rilascia, su richiesta del medico curante (medico di medicina generale o specialista) o del medico ospedaliero, effettuata per il tramite delle aziende sanitarie locali o delle farmacie ospedaliere, autorizzazioni per l’importazione di medicinali stupefacenti registrati nel paese di provenienza e privi di AIC nazionale (Autorizzazione all’Immissione in Commercio) – si legge sempre sul sito del Ministero della salute – La richiesta di autorizzazione all’importazione del medicinale deve comunque essere motivata, da parte del medico richiedente, da mancanza di alternative terapeutiche disponibili in Italia>>.

    E qui iniziano i problemi per i pazienti, come racconta Alessandra <<Esistono due modi per accedere ai farmaci: a carico del paziente se prescritti dal medico di base; a carico del servizio sanitario se prescritti in ambito ospedaliero, non solo ospedalizzati ma anche pazienti soggetti a day-hospital, ad un percorso ambulatoriale o in regime di assistenza domiciliare integrata>>.
    Innanzitutto risulta assai difficile trovare medici disponibili a prescrivere medicinali derivati dalla cannabis. Tutto dipende dall’esclusiva valutazione discrezionale del professionista in questione ed inoltre  lo stesso Ordine dei medici pare non incentivare questa pratica.

    Una volta che il medico curante disponibile ha firmato l’apposito modulo, quest’ultimo va consegnato alla Farmacia Territoriale della Asl di riferimento che richiederà l’autorizzazione all’importazione del medicinale al Ministero della salute. Ottenuta l’autorizzazione del Ministero – dopo più o meno una settimana –  la Asl stessa importerà il medicinale e, quando il farmaco arriverà a destinazione, avviserà il medico o il paziente. <<Complessivamente occorre attendere dai 20 giorni ai 2 mesi circa ed anche più se per quella Farmacia è la prima volta e non sono pratici – spiega Alessandra – La maggior parte delle Farmacie Territoriali delle Asl, è il caso di quelle liguri, chiedono al paziente di pagare il costo di farmaco e procedure di importazione. Dai 600 ai 2000 euro anticipati per tre mesi di terapia>>.

    <<La prescrizione infatti vale solo per tre mesi ed ogni tre mesi deve essere rinnovata – continua Alessandra – Quindi il paziente deve ripetere l’intera snervante trafila: medico di base, farmacia territoriale Asl, richiesta al Ministero, attesa dei farmaci. Molti malati hanno problemi di deambulazione, alcuni si trovano in sedia a rotelle e se non possono contar su parenti ed amici come fanno ogni qual volta a rifare tutto il percorso burocratico? Senza considerare la beffa del pagamento anticipato. Il problema è che ogni Asl in Italia ha potere decisionale e non esistono regole che valgono per tutti>>.
    Se invece è il medico specialista ospedaliero a compilare la richiesta in teoria basterebbe che lo stesso la consegni alla Farmacia dell’ Ospedale e si dovrebbe ottenere il farmaco gratis tramite il day-hospital, come prevede la legge. Ma tant’è sono pochissimi i casi in cui i malati hanno accesso gratuitamente ai farmaci.
    <<In pratica molti dei “manager” che dirigono gli Ospedali boicottano illegittimamente l’applicazione della legge per motivi ideologici – spiega Alessandra – e le stesse farmacie ospedaliere spesso non accettano le pratiche complicando la situazione>>.

    Ma quali sono i farmaci cannabinoidi che siamo costretti ad importare dall’estero?
    L’industria farmaceutica ha prodotto diversi farmaci derivanti da cannabinoidi sintetici (in particolare dronabinol e nabilone) registrati per uso terapeutico e commercializzati in diversi paesi. I più importanti sono il Marinol ed il Cesamet, in pratica THC puro sintetico di solito in pastiglie, importati da Usa e Germania. Esiste poi un estratto, il sativex, sotto forma di spray, importato dal Canada.

    I derivati sintetici però sembrano mostrare minore efficacia e maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai derivati naturali, oggi preferiti da molti pazienti. Come conferma Alessandra <<Per noi i farmaci sintetici non vanno bene. E neppure gli estratti. Entrambi sono prodotti da multinazionali farmaceutiche ed hanno costi decisamente alti. I migliori sono i farmaci che arrivano dall’Olanda, realizzati appositamente per il Ministero della salute olandese. Sono le cosiddette infiorescenze femminili di cannabis, ovvero fiori coltivati in laboratorio, sterilizzati e sottoposti ad un minuzioso controllo per quanto riguarda qualità e sicurezza>>.
    La migliore modalità di assunzione delle infiorescenze rimane quella tramite vaporizzazione (grazie ad uno specifico vaporizzatore). La seconda modalità riconosciuta è attraverso l’assunzione di tisane (ma in questo caso non si sfrutta appieno l’apporto del THC che, essendo liposolubile, risulta difficile da sciogliere). <<Ma sono praticabili anche altre soluzioni – spiega Alessandra – c’è chi confeziona preparati alimentari e chi fuma le infiorescenze con o senza tabacco. Questa è la pratica più veloce, particolarmente consueta nei casi di asma ed epilessia>>.

    La pianta di cannabis contiene al suo interno una settantina di principi attivi, l’unico stupefacente è il THC.
    Il secondo principio attivo principale, con interessanti proprietà terapeutiche è il cannabidiolo (CBD), un cannabinoide non psicoattivo, cioè privo di effetti sul cervello. <<Il CDB è utilissimo per alleviare spasmi e dolori muscolari>>, spiega Alessandra.
    Inoltre il CDB è in grado di modulare l’azione del THC a livello celebrale prolungandone la durata d’azione e limitandone gli effetti collaterali. L’effetto di modulazione del CDB e di altri cannabinoidi – assenti nelle preparazioni sintetiche – potrebbe spiegare la minore efficacia dei farmaci di sintesi.
    Il Ministero della salute olandese già dal 2004 produce il Bedrocan, infiorescenze femminili contenenti il 19% di THC e meno dell’1% di CDB.
    <<Inizialmente questo prodotto era parecchio sbilanciato – spiega Alessandra – e così la ditta olandese “Bedrocan” ha iniziato a realizzarne altre versioni, studiate per venire incontro alle differenti esigenze dei pazienti>>. Nasce così il il Bedrobinol con il 12% di THC e sempre meno dell’1% di CBD. Ed ancora un terzo, il Bediol, in forma granulare, con percentuali variabili tra il 6 – 8% di entrambi i principi, THC e CDB. Parliamo di prodotti che, in alcuni casi, consentono ai malati di ridurre, se non addirittura eliminare completamente, il ricorso a farmaci terribili come i barbiturici.

    A partire dal 2007  esiste anche una seconda opportunità per i pazienti. I medicinali a base di cannabinoidi possono infatti essere commercializzati come preparazioni galeniche magistrali.
    Qualunque medico può prescrivere su semplice ricetta bianca non ripetibile tali preparazioni e qualsiasi farmacia – dotata di un laboratorio galenico – può richiederli ad una ditta di Milano, la Solmag-Artha, che nel 2009 ha chiesto ed ottenuto l’autorizzazione per importare le stesse infiorescenze femminili dall’Olanda (sfuse invece che in barattoli da 5 grammi). La ditta di Milano a sua volta le rivende alle farmacie italiane che nei loro laboratori preparano le singole dosi. <<Il problema è che questi passaggi fanno salire in maniera vertiginosa i costi>>, sottolinea Alessandra. La ditta di Milano acquista le infiorescenze a prezzo di costo, il medesimo pagato dalle Asl, ma poi ricarica i prezzi del 100%. <<Si passa così da circa 8 euro al grammo se il prodotto è importato tramite Asl, a cifre che si avvicinano ai 30-40 euro al grammo – continua Alessandra – Considerando che mediamente ogni paziente ha bisogno di almeno 1 grammo al giorno, si comprende alla perfezione come una spesa simile sia insostenibile per la maggioranza dei malati>>. In sostanza anche questa opportunità non può diventare una pratica consueta e per i malati curarsi rimane sempre un percorso ad ostacoli.

    <<Il problema è la mancanza di regole comuni in tutto il territorio italiano>>, precisa Alessandra.
    Con il riconoscimento e la regolamentazione dell’accesso ai derivati medicinali della pianta di cannabis e degli analoghi sintetici – sanciti dal DM dell’aprile 2007 – la fruizione della terapia è ormai formalmente un dato acquisito, ma occorrono delle singole leggi regionali in grado di applicare le norme quadro nazionali.
    <<Ogni regione deve mettere nero su bianco delle regole chiare – spiega Alessandra –  Noi come associazione di pazienti con l’appoggio trasversale di diverse forze politiche siamo riusciti a far presentare delle proposte di legge in 9 regioni italiane, tra cui la Liguria.  Purtroppo attualmente sono tutte in una fase di stallo. Inoltre presentano dei pesanti limiti che occorre eliminare. Il problema principale è che per un evidente volere politico e mediatico si sta trasmettendo all’opinione pubblica un messaggio errato. In pratica viene messa in evidenza l’utilità di questi farmaci esclusivamente per quanto concerne le cure palliative del dolore, ad esempio nei casi di malati terminali o persone sottoposte a cicli di chemioterapia. Ma questa è solo una delle indicazioni e non certamente la principale. In questa maniera vengono esclusi numerosi pazienti affetti da patologie che nulla hanno a che vedere con le cure palliative>>.
    Per quanto riguarda la Liguria la proposta di legge intitolata “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, presentata il 7 marzo 2011 da Federazione della sinistra e Sinistra ecologia e libertà (primi firmatari i consiglieri Alessandro Benzi, Giacomo Conti Matteo Rossi), giace in un cassetto di qualche ufficio regionale. Dimenticata ormai da quasi un anno.

    “Pazienti Impazienti” si è riunita con i capigruppo del consiglio regionale nell’aprile 2011. Da allora l’associazione non ha più avuto notizie. Neppure dal Presidente della Commissione Sanità, il consigliere Stefano Quaini, il quale aveva promesso di interessarsi alla questione.

    <<Bisogna assumere il punto di vista dei malati per comprendere la situazione – dice Alessandra – l’associazione si chiama “Pazienti Impazienti” perché non abbiamo più la pazienza di aspettare. Non c’è più tempo da perdere. Anzi non c’è MAI stato tempo da perdere. Purtroppo alcuni di noi in questi anni ci hanno lasciato nella vana attesa di un cambiamento delle stato delle cose. Noi la “nostra” medicina la vogliamo utilizzare e lo stiamo facendo comunque nonostante l’assurdità della legge. Non è giusto che in una società civile un malato possa curarsi gratis, un altro solo se ha un reddito sufficiente ed altri ancora rischino la galera>>.

    <<Io ho iniziato nel 1992 quando ancora, anche in ambito medico, ti guardavano come un “alieno” – racconta Alessandra – Poi per fortuna, intorno al 2000, ho iniziato a trovare qualcuno con cui condividere la mia esperienza. A Genova ad aver trovato medici che prescrivono questi farmaci siamo in 7-8 persone. In tutta Italia il bacino di utenza potenziale è di migliaia di persone. Purtroppo non si hanno informazioni certe e verificabili perché nessuno, neppure il Ministero della salute, si preoccupa di tenere aggiornati i dati. La nostra pratica ERA illegale e per la maggioranza dei pazienti CONTINUA ad essere illegale ancora oggi. Parliamo di malati che non trovano disponibilità nei medici, nelle farmacie territoriali delle Asl, pazienti che non possono sostenere costi elevatissimi e devono necessariamente trovare altre soluzioni. E così un numero elevato di pazienti ha due possibilità: o si rivolge al mercato nero della cannabis, con prezzi alti e soprattutto con un basso livello di qualità; oppure si auto produce la sua medicina. Diventa un coltivatore di cannabis con rischi ancor più alti perché da “consumatore di stupefacenti” si trasforma in “produttore di stupefacenti”, perseguibile dalla legge italiana. Anche le forze dell’ordine ritengono tutto ciò un’assurdità. Ma sono obbligati ad intervenire. È veramente paradossale perché siamo riusciti ad inserire un principio attivo stupefacente all’interno della lista dei medicinali, eppure nonostante ciò molti malati rischiano il carcere perché i medici non prescrivono questi prodotti>>.

    <<Se tutto fosse fatto a regola d’arte si potrebbero sfruttare le competenze sviluppate, soprattutto in altri Paesi, per metterle a disposizione dei malati – conclude Alessandra – già oggi esistono semi di canapa che garantiscono determinate percentuali di alcuni principi attivi che, come detto in precedenza, possono risultare utili per differenti patologie. Senza contare che la qualità e la sicurezza del prodotto finale risulterebbero totalmente accertate. Per quanto riguarda le preparazioni galeniche, anche questa potrebbe rappresentare una soluzione valida. Peccato però che senza un controllo accurato di costi e qualità sia un’opportunità impraticabile. Noi abbiamo proposto e siamo riusciti a farlo inserire in alcune proposte di legge regionali, di realizzare una produzione nazionale di canapa a fini terapeutici sul modello portato avanti dal Ministero della salute olandese. Sarebbe sufficiente individuare un laboratorio farmaceutico centrale, ad esempio abbiamo indicato lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze,  per la produzione e lavorazione di cannabis medicinale coltivata in Italia destinata alla fornitura per il Servizio Sanitario pubblico. Oggi si tratta di una possibilità completamente inesplorata che invece potrebbe risolvere parecchi problemi ed alleviare le sofferenze di migliaia di malati>>.

     

     

    Matteo Quadrone

     

     

  • Imprese in Liguria: quando le difficoltà si nascondono dietro i dati “positivi”

    Imprese in Liguria: quando le difficoltà si nascondono dietro i dati “positivi”

    Il 25 gennaio Unioncamere e Infocamere hanno diffuso i dati relativi al movimento imprese nel 2011. La Camera di Commercio di Genova ha comunicato che in Provincia di Genova l’anno appena concluso presenta – al netto delle variazioni tra le nuove realtà e quelle che hanno cessato la propria attività lo scorso anno – un saldo positivo di 746 imprese, il migliore dal 2005 ad oggi.

    Per quanto riguarda i diversi settori sono in miglioramento rispetto al 2010 le costruzioni (+338 unità), i servizi  di alloggio e ristoro (+152), i servizi alle imprese ed i servizi alle persone (rispettivamente +102 e +89) ed il commercio (+24). Mentre l’agricoltura perde 84 imprese e l’industria 53.

    E se turismo, professioni del terziario e commercio hanno dimostrato una buona tenuta, il dato che più salta all’occhio è quello relativo al settore edile che registra un sostanzioso aumento di imprese.

    Maurizio Senziani, presidente di Assedil, l’associazione che riunisce i costruttori edili genovesi, in un’intervista al “Corriere mercantile” lamenta una situazione ben diversa per quanto riguarda il comparto dell’edilizia. <<Sono almeno 1200 i posti di lavoro persi negli ultimi due anni – lancia l’allarme Senziani – Hanno chiuso imprese quarantennali, sono diminuiti gli appalti sia privati che pubblici e quelli che si fanno sono sempre affidati con il massimo ribasso. Questo significa che anche le imprese che hanno lavoro lo ottengono a condizioni disperate. Inoltre il rapporto con le banche è sempre più complicato ed i tempi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione sono sempre più lunghi. È la crisi più grave e prolungata che il settore abbia vissuto>>.

    Appare evidente una contraddizione di fondo fra i numeri snocciolati dal Presidente di Assedil e quelli forniti dalla Camera di Commercio. È doveroso cercare di spiegare la realtà che si cela dietro a questi dati, in tutte le sue sfaccettature. Troppo spesso infatti gli stessi organi d’informazione si accontentano di sterili comunicati trasmettendo all’opinione pubblica informazioni che rischiano di essere inevitabilmente fuorvianti, soprattutto se male interpretate.

    “Era Superba” ha chiesto lumi al Presidente dei costruttori edili genovesi. Come si spiega un aumento del numero di imprese ed allo stesso tempo una continua perdita di posti di lavoro?

    <<In realtà non esiste contraddizione fra questi due dati – spiega Maurizio Senziani – In atto c’è una vera e propria polverizzazione del settore, un frazionamento in una miriade di microimprese. Uno dei segni della crisi è proprio l’aumento delle Partite Iva. Parliamo di operai, licenziati, senza altre opportunità d’impiego ma anche persone in cassa integrazione che decidono di mettersi in proprio aprendo una singola posizione artigiana. In pratica i lavoratori espulsi dalla porta principale del mercato del lavoro tentano di rientrare dalla finestra. Questo va a discapito anche della qualità del servizio offerto. È evidente infatti che un conto è un lavoro eseguito a regola d’arte da un’impresa strutturata con una storia alle spalle, un altro, con tutto il rispetto, quello realizzato da un singolo operatore>>.

    <<Alla Camera di Commercio risulta un aumento delle Partite Iva – continua Senziani – Quindi singole persone e non imprese. La tenuta del numero di imprese nel settore costruzioni ed addirittura un loro aumento è esclusivamente dovuta alla presenza di queste piccolissime realtà. Un simile risultato è dunque la diretta conseguenza di un effetto “drogato” a causa delle numerose posizioni singole>>.

    <<La Cassa edile registra invece tutte le imprese che si avvalgono di lavoratori dipendenti – conclude il presidente di Assoedil – L’iscrizione è consentita alle aziende con almeno 1 lavoratore dipendente. La Cassa edile è in grado di fotografare la reale situazione del comparto costruzione. E qui il saldo tra imprese chiuse e quelle aperte è pari a zero. Nel 2011 sono una cinquantina le imprese strutturate costrette a chiudere l’attività. La crisi è insomma fortissima considerando la perdita dei posti di lavoro, complessivamente 1200 nel 2010-2011 ed il consistente calo delle ore lavorate>>.

     

    Tra i settori che invece registrano un saldo negativo spicca l’agricoltura. In  Provincia di Genova nel 2011 hanno cessato l’attività ben 84 aziende. Un dato costante negli ultimi anni – secondo la Camera di Commercio – che sottolinea un’evidente difficoltà del comparto.

    <<Purtroppo si tratta di un trend continuo – spiega Germano Gandina, presidente di Coldiretti Genova – ed in provincia di Savona ed Imperia la situazione è addirittura peggiore. La tendenza è dovuta a due fattori. In primo luogo nel settore registriamo un’età media degli imprenditori molto alta. Nella maggioranza dei casi parliamo di microimprese dove spesso troviamo un solo addetto o poco più. Il secondo fattore ovviamente è la crisi economica. Ma il dato più grave rimane l’età anagrafica così elevata. Un ricambio generazionale c’è ma non risulta sufficiente per invertire lo stato delle cose>>.

    <<A fronte di tutti i giovani che si affacciano al mondo dell’agricoltura abbiamo notato che sono due le motivazioni principali – continua Gandina – Sicuramente c’è un interesse nuovo, una riscoperta dell’agricoltura. Ma una buona parte dei tentativi di ingresso nel settore sono riconducibili anche all’estrema disperazione di questi ragazzi. Fino a qualche anno fa era possibile trovare maggiori opportunità lavorative, oggi è sempre più dura. Assistiamo insomma a dei veri e propri “viaggi della speranza”, persone che non hanno intrapreso un percorso agrario, bensì arrivano da tutt’altre esperienze lavorative>>.

    <<Il problema principale è che un gran numero di questi ragazzi non possiede il bene primario, vale a dire la terra – sottolinea Gandina – Ed è impossibile senza un requisito simile riuscire ad avviare un’impresa agricola. Purtroppo per coloro che non appartengono a famiglie con una consolidata tradizione agricola, già proprietarie di terreni, è davvero arduo riuscire ad aprire un’azienda. Noi ovviamente cerchiamo di offrirgli il massimo supporto possibile perché rappresentano un’importante risorsa>>.

    Ma quali interventi sarebbero necessari per favorire l’ingresso dei giovani in agricoltura?

    <<Abbiamo chiesto alla Giunta regionale, in questa ma anche nella precedente legislatura, di intervenire per riformare la legge regionale sulle terre incolte entrata in vigore nel 1996 – racconta il presidente di Coldiretti Genova – Non ha mai funzionato a dovere perché è troppo farraginosa. Se fosse più veloce, soprattutto a livello di procedure, permetterebbe ai giovani di poter usufruire dei terreni abbandonati. Oggi finalmente sembra che la Regione Liguria sia intenzionata a lavorare alla revisione della legge. Questa è una prima parziale risposta. Una seconda risposta è arrivata dal Governo Monti che ha sbloccato la possibilità di accesso ai terreni agricoli di proprietà del Demanio con il diritto di prelazione a favore dei giovani agricoltori. Infine noi agiamo a livello di sensibilizzazione sugli imprenditori che hanno dismesso l’attività affinché questi terreni possano essere consegnati, il più velocemente possibile, a nuovi imprenditori>>.

    <<Attualmente esistono già alcune opportunità che occorre sfruttare – conclude Gandina – Ad esempio gli sgravi fiscali per l’avvio di imprese nel settore agricolo. Poi non bisogna dimenticare i notevoli passi avanti compiuti grazie al Decreto legislativo 228/2001, la “Legge di orientamento ed ammodernamento in agricoltura”. Una norma che ha allargato lo spettro delle attività possibili nel settore. Oggi gli agricoltori non sono solo produttori di beni ma anche fornitori di servizi. In questi giorni, a causa delle abbondanti nevicate, stiamo assistendo ad attività di sgombero e pulitura delle strade, proprio ad opera di agricoltori. Manca però il bene principale, la terra e su questo versante è necessario intervenire al più presto>>.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Mediazione comunitaria: una risposta ai conflitti del centro storico

    Mediazione comunitaria: una risposta ai conflitti del centro storico

    <<Genova può costituire una piattaforma per cercare di lavorare sul conflitto in maniera preventiva prima che questo degeneri e possa trasformarsi in violenza – spiega Alejandro Nató, avvocato argentino, esperto mondiale in mediazione, formatore del corso di Sensibilizzazione alla Mediazione Comunitaria promosso e organizzato dalla Fondazione San Marcellino e dal DiSCLiC dell’Università di Genova, in collaborazione con Comune di Genova, Provincia di Genova e Regione Liguria – una caratteristica peculiare è l’aver avviato il progetto con un approccio di tipo comunitario, vale a dire che a Genova siamo partiti direttamente dalle esigenze della comunità. Quello che stiamo portando avanti assume un valore aggiunto proprio perché quando una determinata comunità, per sua spontanea volontà, decide di appropriarsi degli strumenti adeguati a gestire il conflitto, si genera una tale forza, in grado di espandersi agevolmente al resto della società. Inoltre la città possiede una particolare vocazione che ci permette di applicare la mediazione in ambiti diversi: interculturale, educativo, comunitario. Siamo riusciti ad unire segmenti della società che sono attori chiave come i residenti, gli operatori dei servizi sociali, gli agenti della polizia municipale. Grazie all’esperienza maturata alla casa di quartiere Ghett-up siamo giunti all’esperienza odierna. Vorrei sottolineare il grande impegno sociale che ho subito riscontrato nei partecipanti. Al di là dell’insegnamento relativo agli strumenti da utilizzare per la mediazione, si è creato infatti un vincolo potente, una rete di vicinanza e conoscenza che consente di individuare il conflitto precocemente>>.

    La mediazione comunitaria è un metodo di risoluzione pacifica e partecipativa dei conflitti, un programma sociale che favorisce la creazione di spazi dove la stessa comunità stabilisce un dialogo costruttivo per superare i problemi quotidiani. In pratica la mediazione comunitaria è l’arte della buona convivenza, attraverso la quale è possibile tracciare nuovi percorsi in direzione della concordia.
    Ma come funziona? Un terzo imparziale, formato a questo proposito – è il caso di Alejandro Nató, mediatore che ha lavorato in tutti i Paesi dell’America Latina, in particolare ha trascorso 3 anni in Bolivia impegnato a mediare i conflitti durante la riforma agraria promossa dal Presidente Evo Morales – facilita lo scambio di idee, informazioni, sentimenti e bisogni tra coloro che vivono una situazione conflittuale, aiutando a generare, in maniera collaborativa, soluzioni alternative a questa situazione.

    <<L’idea è quella di allargare la proposta formativa anche ai non addetti ai lavori – spiega Danilo De Luise, Fondazione San Marcellino Onlus – già nel 2011 il Corso sulla mediazione era rivolto ai residenti del Ghetto, oltreché ad agenti della polizia municipale, insegnanti della scuola Caffaro di Certosa, operatori dei servizi sociali. Nel 2012 l’obiettivo era riuscire ad attivare un altro territorio. Ed inaspettatamente sono stati gli abitanti di via San Bernardo, in maniera del tutto spontanea, a muoversi per primi dopo aver conosciuto la fortunata esperienza del Ghetto. Così è nato il progetto Quic (Quartiere in cantiere) di via San Bernardo. Oggi il corso, completamente gratuito, è aperto ad un gruppo eterogeneo di persone, 75 iscritti, tra i quali ci sono oltre ai già citati operatori dei servizi sociali ed agenti di polizia municipale, anche mediatori culturali, psicologi, e soprattutto gli abitanti di Prè, via San Bernardo e del Ghetto>>.

    Il corso è partito il primo febbraio presso la Biblioteca Berio e si compone di sessanta ore divise in tre sessioni, febbraio, marzo e maggio, e si concluderà con un convegno nei giorni 21 e 22 maggio prossimi.
    Venerdì 3 febbraio il workshop si è sviluppato intorno all’esperienza appena avviata dai cittadini attivi di via San Bernardo. Questi ultimi hanno raccontato a tutti i partecipanti il motivo di conflitto maggiormente sentito dai residenti. Prima hanno introdotto brevemente le ragioni della loro mobilitazione.

    <<Tutto nasce dal desiderio di fare qualcosa per migliorare le condizioni di vita del nostro quartiere – spiega Carola – abbiamo iniziato a conoscerci ed attraverso il confronto è emersa la problematica che davvero sta più a cuore agli abitanti, parliamo del famoso fenomeno della “movida”. Un forte disagio per i residenti che subiscono l’invasione notturna del quartiere e di conseguenza, come prima reazione, decidono di ritirarsi nelle loro abitazioni. Oggi ci troviamo in una fase appena precedente all’emergenza. In più di un’occasione abbiamo assistito ad episodi di violenza fisica e verbale, atti intimidatori, azioni invasive come lo sfondamento di alcuni portoni dei palazzi. Se non troviamo il modo di intervenire rischiamo che la situazione degeneri>>.

    Proprio per questo motivo hanno deciso di partecipare al Corso, in maniera tale da acquisire gli strumenti necessari per provare a cambiare lo stato delle cose.
    Ma le criticità relative alla frequentazione notturna riguardano una larga fetta del centro storico, alle prese da almeno una decina d’anni con un fenomeno che oltre ad aumentare le frustrazioni dei residenti, ferisce un tessuto sociale già provato da un passato di abbandono.
    Nata come tentativo di rivitalizzazione dei vicoli, la “movida” si è tramutata in un boomerang.
    Le istituzioni pubbliche, incentivando l’apertura dei locali, ipotizzavano di migliorare la vivibilità del centro storico. A distanza di breve tempo bisogna constatare come l’obiettivo non sia stato raggiunto. Si è registrata invece una proliferazione eccessiva di attività commerciali dedicate esclusivamente al “popolo della notte” e che inevitabilmente lasciano sguarnito un intero territorio nelle ore diurne.
    Oggi, percorrendo alla luce del sole via San Bernardo, sembra di attraversare un quartiere desertificato – basta osservare la sfilza di serrande abbassate – per poi trasformarsi, con il calare del buio, nell’epicentro di una festa che spesso assume toni incivili.

    Una prima risposta potrebbe essere favorire il decollo di insediamenti commerciali che offrano un servizio diverso rispetto ai locali aperti solo nelle ore serali. Ma è necessario anche un decisivo cambio di mentalità dei cittadini <<Noi vorremmo che il quartiere fosse vissuto anche di giorno, che le persone transitassero abitualmente per i vicoli in maniera tale che gli stessi gestori dei locali potrebbero constatare che è possibile avere un tornaconto economico anche con le serrande aperte di giorno>>.

    Tornando alla questione più critica, quella dovuta alla “movida” <<Nessuno di noi è contrario alla presenza dei giovani frequentatori – aggiunge Marina – ma fino a quando non si tocca con mano la situazione è difficile comprendere i disagi che subiamo. Parliamo di 3 notti alla settimana in cui gli abitanti si trovano in scacco di centinaia di ragazzi, alcuni dei quali si comportano in maniera incivile, impedendo il diritto al riposo>>.

    Ma in questo caso – secondo i cittadini di via San Bernardo – siamo di fronte ad un vero e proprio problema sociale che non riguarda esclusivamente i residenti, bensì l’intera città.
    <<Alle spalle di determinati comportamenti si nascondono anche delle responsabilità istituzionaliOggi ai giovani il centro storico offre solo la possibilità di girovagare per locali e bere. Occorre fornire altre opportunità di svago ed è necessario lo sforzo unitario di abitanti, commercianti ed amministrazione comunale>>. Un grido d’allarme, un’esplicita richiesta d’aiuto che i residenti del centro storico indirizzano a chi di dovere.

    Da sottolineare infine la presenza al Corso degli agenti della polizia municipale impegnati sul territorio, i quali evidenziano l’importanza del loro coinvolgimento <<Durante il nostro lavoro abbiamo sempre cercato di seguire il buon senso dell’antico vigile di quartiere, oggi grazie agli strumenti che stiamo acquisendo, possiamo migliorare il nostro approccio ai conflitti che ci troviamo quotidianamente di fronte. Si tratta di un cambio di mentalità che può dare davvero buoni frutti>>.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Parcheggio Acquasola: la storia dei favori concessi ai privati

    Parcheggio Acquasola: la storia dei favori concessi ai privati

    acquasolaLa parola fine alla vicenda Acquasola – secondo il Sindaco Marta Vincenzi – è già stata scritta il 25 novembre scorso quando la Giunta comunale ha approvato una delibera intitolata “Realizzazione dell’autorimessa interrata in spianata Acquasola. Nuovi indirizzi a salvaguardia patrimonio storico ambientale relativi alla riapertura in autotutela del procedimento autorizzativo dell’intervento”.

    Abbiamo salvato il parco dell’Acquasola – dichiara Marta Vincenzi – con la delibera che abbiamo approvato in Giunta non si potrà più fare nessun parcheggio interrato”.

    Il provvedimento ripercorre le tappe di un percorso avviato nel 1990 quando il Comune affidò alla Sistema Parcheggi srl (allora si chiamava Assopark) la costruzione e gestione pluriennale di sei parcheggi a corona nel centro cittadino (Piazza della Vittoria, Piazzale Kennedy, Largo Santa Maria dei Servi, Spianata Acquasola, Piazza Palermo, Piazza Paolo da Novi).
    La delibera riprende alcuni passaggi chiave della sentenza della Corte di Cassazione che nel settembre scorso ha confermato l’ordinanza del Tribunale di Genova che aveva sancito il sequestro del cantiere all’interno del parco.

    La sentenza della Cassazione ha sottolineato chegli interventi che incidono sulla conservazione e l’integrità dei beni storici sono possibili, quindi autorizzabili, qualora essi mirino a valorizzare o meglio utilizzare il bene protetto”. Tali presupposti non sembrano sussistere nel caso dell’Acquasola in quanto gli interventi progettati non avrebbero finalità di salvaguardare e valorizzare la natura storica del bene protetto.
    La Giunta ha così deliberato di “riaprire il procedimento allo scopo di effettuare e/o rinnovare la valutazione di compatibilità dell’intervento autorizzato con la natura e destinazione del bene tenendo conto della tutela accordata al bene stesso dal Codice dei beni culturali”.

    Ma l’iter amministrativo è appena iniziato e la comunicazione ai soggetti interessati non è ancora avvenuta, come conferma Maria Teresa Gambino, presidente di Sistema Parcheggi srl “Noi non abbiamo ancora ricevuto nessuna comunicazione dal Comune, quando riceveremo la delibera la valuteremo. Per noi la partita non è chiusa anche perché c’è un’inchiesta in corso”.
    Speriamo che il percorso formale di autotutela porti davvero alla revoca della concessione – dice Graziella Gaggero, portavoce del comitato dell’AcquasolaDa lungo tempo non viene più eseguita la manutenzione del parco. Per la sua riqualificazione sono stati stanziati 700 mila euro. Ci auguriamo che l’intera somma sia destinata a quest’obiettivo”.

    Ma quello che più stupisce, in questa storia travagliata che ha segnato oltre 20 anni di vita politica genovese, è il comportamento della parte pubblica – in particolare Comune di Genova e Regione Liguriasempre lesta nel concedere favori ed agevolazioni, anche di carattere economico, alla controparte privata.
    La vicenda è viziata fin dal principio da un’inchiesta giudiziaria, conclusa con la condanna di vari soggetti da parte del Tribunale di Genova, che costrinse il Comune a modificare il programma di interventi. Infatti rispetto alle previsioni originarie – 6 parcheggi a corona – fu realizzato un solo autoparcheggio, quello di Piazza della Vittoria lato nord.

    Il contenzioso Comune-Sistema Parcheggi srl nasce nel 1996 quando la società concessionaria pretese il rispetto degli accordi iniziali ed avanzò una serie di pretese risarcitorie. Una sentenza del Tar, confermata da una sentenza della Corte di Cassazione del 10/12/2001, respinse le istanze della Sistema Parcheggi srl.
    Quest’ultima sentenza stabilì la competenza del Tar perché ritenne che la questione fosse di diritto pubblico e quindi non compromettibile in arbitrati. In pratica visto che si trattava di concessioni, per loro natura sempre revocabili, la Corte diede ragione al Comune su cui non sarebbe gravato nessun vincolo nel caso in cui avesse voluto modificare gli accordi iniziali. E soprattutto, in termini economici, Palazzo Tursi non avrebbe dovuto alcunché alla Sistema Parcheggi srl.

    Ma tant’è, con una delibera del Consiglio comunale datata 28 maggio del 2002, il parcheggio dell’Acquasola viene inserito nel Programma Integrato della Mobilità. Ma non solo. Il Comune contestualmente chiede alla Regione Liguria di ammettere a contribuzione l’intervento in spianata Acquasola.
    La Giunta regionale non si fa pregare e il 27 dicembre 2002 delibera l’erogazione di un contributo di oltre 2 milioni e 690 mila euro per il parcheggio dell’Acquasola. Un finanziamento a zero interessi, restituibile in 25 anni, finalizzato ad incentivare la mobilità sostenibile. Soldi pubblici destinati a finire nelle casse di Sistema Parcheggi srl a condizione che i lavori partissero entro 24 mesi, vale a dire entro il 27 dicembre 2004. Rimane arduo comprendere come la realizzazione di un’autorimessa interrata proprio al centro della città, potesse essere considerato un intervento a favore della mobilità sostenibile.

    A fine dicembre 2002 una delibera della Giunta comunale approva una transazione del contenzioso – una scelta spontanea e del tutto immotivata, secondo il comitato dell’Acquasola, alla luce della sentenza di Cassazione del dicembre 2001 – che conferma l’affidamento in concessione alla Sistema Parcheggi srl dei lavori per la costruzione e gestione del parcheggio nel sottosuolo dell’Acquasola (468 posti auto di cui 147 pertinenziali concessi in diritto di superficie novantennale e 321 a rotazione per 60 anni), con la rinuncia da parte della società alle pretese di costruzione e gestione degli altri parcheggi (tranne quello di piazza della Vittoria lato nord, già realizzato).
    Nella transazione vengono descritti gli oneri dei costruttori verso l’amministrazione per gli anni successivi alla realizzazione del parcheggio. Ma la valutazione delle pretese del Comune appare discostarsi dal reale valore dei beni. Solo a titolo di esempio il valore per anno di un singolo posto auto è ritenuto nella transazione pari a poco più di 122 euro. Ma considerando un prezzo standard di due euro l’ora il singolo parcheggio per un anno forse avrebbe un valore corrente più elevato.

    Per quanto riguarda le pretese della controparte privata, nella transazione viene nominato “il risarcimento conseguente ai danni derivanti dalla riduzione apportata al parcheggio di piazza della Vittoria”, conseguenza diretta del ritrovamento di alcuni reperti archeologici. Appare quantomeno dubbio che un fatto imprevedibile, come in questo caso, possa far sorgere obblighi risarcitori a carico dell’amministrazione comunale.

    Nel frattempo continua la lotta di comitati cittadini e associazioni ambientaliste, in particolare Italia nostra e Legambiente, contro il progetto del parcheggio all’Acquasola. L’obiettivo della mobilitazione è rallentare l’avvio dei lavori in modo tale che Sistemi Parcheggi srl perda il finanziamento regionale.

    Il 20 dicembre 2004 a pochi giorni dalla scadenza del 27 dicembre, data ultima per l’inizio dei lavori, cittadini e ambientalisti scrivono una lettera alla Regione Liguria con la quale chiedono a gran voce che non venga accordata la proroga, in precedenza richiesta dal Comune di Genova, del termine per l’inizio dei lavori. L’erogazione del contributo regionale – secondo comitati ed associazioni – deve essere revocato e destinato ad una reale riqualificazione del verde urbano ed al miglioramento del trasporto pubblico locale. La Regione Liguria, con un comportamento che ha del cervellotico, prima approva un emendamento in cui si impegna a non concedere la proroga (delibera del consiglio regionale n.38/2004), per poi smentirsi di lì a breve, nell’ottobre 2005, proponendo l’annullamento della stessa delibera.

    La società concessionaria predispone il progetto definitivo dell’intervento, ottiene il parere favorevole di Comune e Soprintendenza nell’ambito della Conferenza dei Servizi che nel maggio 2007 approva il progetto. Il 16 ottobre 2007 la Regione Liguria concede una seconda proroga ed il finanziamento dell’intervento.

    Il resto è storia nota. Nell’estate 2009 le aree vengono consegnate a Sistema Parcheggi srl che avvia la realizzazione del parcheggio. Ma i lavori vengono interrotti più volte a causa dei ricorsi promossi da cittadini ed associazioni che contestano l’affidamento della concessione. Due sentenze del Consiglio di Stato, una nel 2010 e l’ultima nel gennaio 2011, respingono i ricorsi.
    Arriviamo così a marzo 2011 quando il Tribunale di Genova emette un decreto di sequestro preventivo del cantiere. La Corte di Cassazione con la sentenza del 29 settembre conferma il sequestro.

     

    Matteo Quadrone

    Foto e video di Daniele Orlandi

     

  • Borgoratti, via Bocciardo: gli abitanti del civico 1 rimangono fuori casa

    Borgoratti, via Bocciardo: gli abitanti del civico 1 rimangono fuori casa

    box via bocciardo

    (Leggi tutti gli aggiornamenti sulla vicenda)

    Venti persone dal 4 dicembre scorso vivono – a spese loro – fuori casa. Molti hanno trovato ospitalità da amici e parenti, qualcuno invece ha dovuto affittare un altro appartamento. Sono gli inquilini del civico 1 di via Bocciardo, a Borgoratti, un palazzo che si affaccia proprio sopra ad un cantiere, avviato nel settembre 2009, per la realizzazione di oltre un centinaio di box interrati.

    Il 4 dicembre gli inquilini – che già in precedenza avevano manifestato preoccupazione per la stabilità dell’immobile in conseguenza dei lavori sottostanti – sono stati evacuati dalle loro abitazioni dopo che un cedimento interno all’area del cantiere, uno smottamento di terra e pietre forse stimolato dalle forti piogge dei giorni precedenti, ha fatto temere per possibili lesioni strutturali alle fondamenta del palazzo.
    I vigili del fuoco ed i tecnici del Comune intervenuti sul posto, mettono i sigilli all’edificio e gli abitanti sono obbligati a trascorrere la notte in albergo. L’ufficio Pubblica Incolumità, dopo ulteriori sopralluoghi, decide di sgomberare il civico 1 e da allora, sono passati quasi 2 mesi, i residenti non hanno più fatto ritorno nelle loro abitazioni.

    La Procura nel frattempo ha aperto un’inchiesta per disastro colposo. Il 21 dicembre scorso il Comune revoca l’autorizzazione edilizia ed impone all’impresa esecutrice dell’opera (Sca di piazza della Vittoria) di realizzare esclusivamente i lavori finalizzati alla messa in sicurezza del cantiere. Il termine previsto per il completamento degli interventi era il 13 gennaio, ma ancora oggi gli operai sono al lavoro.

    Dopo l’episodio del 4 dicembre gli inquilini del civico 1 decidono di nominare un tecnico per la tutela dei loro interessi e contestualmente avviano le pratiche per una causa civile e penale contro la ditta esecutrice dell’opera.

    Venerdì 27 l’ingegnere incaricato dal Tribunale di Genova, accompagnato dall’ingegnere nominato dagli inquilini e dall’ingegnere dell’impresa esecutrice dell’opera, ha eseguito un approfondito sopralluogo all’interno dell’immobile per visionarne i problemi strutturali. Entro 60 giorni la documentazione raccolta sarà nelle mani del Giudice.
    Il perito del Tribunale ha confermato che il palazzo deve rimanere sgomberato perché sono necessarie ulteriori opere di consolidamento, rispetto a quelle finora realizzate dall’impresa Sca nell’area del cantiere. Interventi che saranno definiti con precisione nei prossimi giorni.
    Solo allora gli inquilini potranno far ritorno a casa. La speranza è di riuscirci prima dell’udienza, fissata in Tribunale per il 5 aprile prossimo.

     

    Matteo Quadrone

    Foto e video: Daniele Orlandi

     

  • Centro Trapianti San Martino: sarà diviso in due strutture semplici

    Centro Trapianti San Martino: sarà diviso in due strutture semplici

    Sei grandi aree di intervento, 16 strutture complesse declassate a semplici, lo smembramento del Centro Trapianti in due strutture più “leggere”, una per l’attività del rene e l’altra per quella del fegato.

    Sono questi i punti principali del piano di riorganizzazione che l’azienda San Martino–IST, di concerto con l’Università, ha presentato la settimana scorsa alla Regione Liguria. Una proposta che l’ente guidato dal Presidente Claudio Burlando dovrà approvare in 40 giorni.

    Uno dei nodi più “caldi” e che già fa discutere è quello del Centro Trapianti.
    Il Centro Trapianti ligure ha avviato la sua attività all’inizio degli anni ’80 maturando una consolidata esperienza nel trapianto degli organi solidi addominali (fegato, rene, pancreas) su pazienti adulti e pediatrici. Presso il Centro di Genova sono stati effettuati 683 trapianti di fegato e 1560 trapianti di rene.
    Alcuni mesi fa – quando presunte criticità organizzative imposero la sospensione del trapianto di fegato – contro la ventilata ipotesi di smantellamento del Centro Trapianti, comuni cittadini raccolsero in breve tempo oltre 20 mila firme.

    Ma torniamo ad oggi. La divisione del Centro prevista nel piano di riorganizzazione aziendale prende le mosse da un ordine del giorno approvato all’unanimità nella seduta del Consiglio regionale del 22 dicembre scorso.
    “Visto che i conti del Centro, nell’attuale strutturazione, non sono più sostenibili alla luce dell’attuale quadro economico e comunque sovradimensionati rispetto all’attività svolta – si legge nell’o.d.g n. 320 – valutato che Centri internazionali di eccellenza nell’attività trapiantologica da tempo seguono modelli organizzativi ed economici diversi; considerato infine che per problematicità correlate all’attuale organizzazione si è dovuto sospendere da tempo l’attività di trapianto epatico; (l’o.d.g.) impegna il presidente della giunta regionale ad attivarsi affinché si segua un modello organizzativo e gestionale basato sulla separazione dell’attività trapiantologica epatica e renale, mediante l’attivazione di due separate strutture semplici dipartimentali ospedaliere in quanto modello organizzativo caratterizzato da economicità ed efficienza”.

    La decisione di rimodellare il Centro Trapianti unico in due strutture semplici, trova il plauso del Presidente della Commissione Sanità della Regione Liguria, Stefano Quaini “L’assetto futuro del Centro così come previsto da un recente ordine del giorno regionale è ovviamente condiviso in quanto consentirebbe un’azione di risparmio molto importante, pur mantenendo un alto standard di qualità all’assistenza dei pazienti liguri e non che afferiscono al Centro”. Il consigliere regionale Idv sottolinea “Non si tratta di uno smantellamento e neppure di una penalizzazione dell’attività del Centro ma è invece la messa in campo di strategie che consentiranno alla Regione di recuperare quasi dieci milioni di euro”.

    Non è d’accordo il professore Umberto Valente, da oltre vent’anni alla guida del Centro del San MartinoSpetta ai soggetti istituzionalmente preposti (Assessore alla Salute, Rettore, Direttore generale IRCSS San Martino-IST) decidere l’organizzazione di un Centro Trapianti come quello ligure? – si domanda il professore in un circostanziato dossier inviato al Presidente della Regione, a tutti gli Assessori e Consiglieri regionali – Oppure è compito di una votazione a maggioranza, espressa da Consiglieri regionali certamente non adeguatamente informati in una materia così delicata e specialistica?”.

    La creazione di due UOS dipartimentali una per il trapianto di fegato, l’altra per il trapianto di reni non comporterà una riduzione dei costi – secondo Valente – bensì al contrario potrebbe generare l’impressione di perseguire l’obiettivo di creare strutture “ad personam”. Anche perché “Le UOS dipartimentali altro non sono che entità autonome, esattamente come le UOC. Nel caso in questione da una preesistente struttura verrebbero a costituirsene due (UOS Trapianto di fegato, UOS Trapianto di rene), peraltro private dei fondamentali supporti dedicati (in particolare dell’UOS Anestesia e Rianimazione dei Trapianti)”.

    Per quanto riguarda il primo punto dell’odg del 22 dicembre scorso, vale a dire la sostenibilità dei conti del Centro Trapianti, il prof. Valente osserva come “Il livello organizzativo di una struttura autorizzata allo svolgimento del trapianto di organi solidi deve necessariamente avvalersi di strutture e turnazione del personale tali da assicurare la pronta operatività 24/h”. Poi aggiunge “Al di là della considerazione essenziale che primariamente in sanità si deve valutare il costo rispetto al beneficio ottenuto in termini di qualità e risultati, si concorda che in tutti i settori della sanità pubblica, compreso quindi il comparto del prelievo e trapianto di organi solidi, è indispensabile attivare processi virtuosi finalizzati al contenimento della spesa”.

    Ed è proprio per questo che “A partire dal 20 ottobre 2010, a seguito di deliberazioni attuate dall’allora Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino, la UOC di Chirurgia Generale ad Indirizzo Epatobiliopancreatico è stata accorpata all’UOC Chirurgia Generale e Trapianti d’organo, consentendo la soppressione di 20 posti letto, il recupero del relativo personale infermieristico, mentre 3 unità del personale medico sono state trasferite presso il Centro Trapianti”. Un accorpamento che ha permesso all’azienda di risparmiare ben 4,5 milioni di Euro (questo il conto economico complessivo, per l’anno precedente, della singola UOC di Chirurgia Generale ad indirizzo Epatobiliopancreatico).

    Limitando la valutazione alle strutture principali coinvolte nell’attività di trapianto di organi solidi (UOC Chirurgia Generale e Trapianti d’Organo e Unità operativa semplice Anestesia e Rianimazione dei trapianti) il totale dei costi per il 2010 ammontava a 17.342.021,03 Euro comprensivo dei costi indiretti e generali dell’azienda (ammontanti a 3.555.274,38 euro), sui quali le singole strutture non possono esercitare alcuna forma di risparmio – scrive Umberto Valente nel dossier – A tal fine presso il Centro Trapianti è stato avviato un programma di razionalizzazione dell’impiego delle risorse umane, il quale una volta giunto a compimento porterà un ulteriore risparmio di circa 2 milioni all’anno”. Ma non solo “Si prevede inoltre di ottenere un risparmio di altri 2 milioni all’anno agendo sulle modalità di utilizzo delle strutture”, ad esempio attivando a tempo pieno le due sale operatorie a disposizione delle altre UO chirurgiche aziendali, accorpando alcune attività ambulatoriali con altri servizi aziendali, diminuendo ricoveri impropri, tempi di degenza, spesa farmaceutica e “valorizzando al più possibile la chirurgia ad alta complessità correlata all’attività del trapianto”.

    Per quanto concerne invece il secondo punto dell’odg, secondo il quale i centri internazionali dell’attività trapiantologica seguirebbero modelli organizzativi ed economici diversi, “L’affermazione appare in controtendenza rispetto agli indirizzi di contenimento della spesa in atto sia nella nostra regione e nello stesso IRCSS San Martino–IST, sia sul territorio nazionale, volti alle riduzione delle Unità Operative attraverso il loro accorpamento”, spiega il prof. Valente.

    Il Centro Trapianti di Genova dispone di un organizzazione consolidata sulla falsariga dei principali Centri Trapianti degli Stati Uniti d’America, finalizzata all’interscambiabilità degli operatori, alla condivisione delle strutture, delle attrezzature e del supporto multimediale, con la coesistenza di componenti universitarie ed ospedaliere – si legge nel dossier – Anche in Italia, dove possibile per motivi di razionalizzazione e di costi, viene attuato come modello organizzativo prevalente l’accorpamento delle attività trapiantologiche (Udine, Bologna, Milano Niguarda, Verona, Roma Policlinico, Roma Tor Vergata, Roma Cattolica, Bari, ISMETT-Palermo)”.

    Infine in merito all’ultimo punto dell’odg, relativo alla forzata sospensione dell’attività di trapianto epatico a causa di problematicità correlate all’attuale organizzazione, Valente precisa “Contrariamente a quanto affermato l’organizzazione propria del centro trapianti e dell’intero sistema operante all’interno dell’azienda ospedaliera, è perfettamente funzionante, peraltro come prima dell’interruzione, in grado di disporre nel caso di trapianto di fegato sia di più equipe di prelievo e trapianto sia di un pool di anestesisti, rivelandosi pienamente rispondente ai requisiti richiesti dalle norme di legge”.

    L’interruzione dell’attività di trapianto di fegato è stata conseguente ad una lettera inviata nell’aprile 2011 al Direttore generale del San Martino, sottoscritta da numerosi operatori del Centro Trapianti, in cui si chiedeva che venissero rimosse le ripetutamente segnalate difficoltà interne, conseguenti a comportamenti individuali inappropriati riconducibili ad un singolo dirigente medico – scrive Valente – A seguito di tale lettera la Direzione generale disponeva la sospensione temporanea dell’attività di trapianto di fegato mantenendo le sole procedure di emergenza”.

    Una scelta gravemente penalizzante per i pazienti in lista d’attesa o prossimi all’inserimento in lista, da allora costretti a rivolgersi presso centri situati al di fuori della regione Liguria”, sottolinea il professore.
    La sospensione dell’attività di trapianto di fegato infatti, contrariamente alle iniziali e formali deliberazioni che ne attestavano la natura transitoria, si è prolungata nel tempo.

    Oggi tale situazione, “nonostante il dirigente medico abbia mantenuto gli stessi comportamenti di reiterato rifiuto all’osservanza delle direttive proprie dell’azienda, si deve considerare superabile grazie alla rigorosa applicazione delle norme che regolano le attività assistenziali a livello aziendale ed all’impegno degli altri operatori della struttura – continua Valente – In ogni caso comportamenti inappropriati di un singolo operatore non possono rappresentare un giustificato motivo per una così prolungata sospensione di un pubblico servizio assistenziale e salvavita, non essendo tale sospensione motivata da ragioni tecniche ed organizzative”.

    L’ingiustificata interruzione del programma di trapianto di fegato, “oltre a causare un grave danno per i pazienti liguri in attesa di trapianto, comporta il concreto rischio di una penalizzazione degli operatori medici ed infermieristici che con il prolungarsi del periodo di sospensione rischiano di compromettere il know-how acquisito in anni di attività dedicata e certificata”, sottolinea Valente.
    E non dovrebbe essere trascurato neppure il danno di immagine per la stessa azienda ospedalieracon il rischio di perdita di fiducia da parte delle strutture sanitarie regionali e nazionali che da sempre hanno indirizzato i pazienti presso il nostro Centro”, conclude il professore.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Musei di Genova: la maggior parte è in difficoltà

    Musei di Genova: la maggior parte è in difficoltà

    villa croce“L’esame dei dati relativi ai flussi di visitatori nei Musei civici nel 2011 non può prescindere da una valutazione del risultato veramente eccezionale registrato l’anno precedente, con un incremento del 20% rispetto al 2009”. Con queste parole il Comune di Genova risponde alla nostra richiesta sui dati relativi alle visite nei Musei della città.

    Un’indagine partita alcune settimane fa, con la notizia della possibile chiusura del Museo dell’Accademia di Belle Arti, che pare abbia accolto appena un migliaio di visitatori nell’arco del 2011. Un dato che la direzione del Museo non conferma, perché l’anno si è appena concluso e le statistiche definitive ancora non sono state completate: «Il numero di visitatori è certamente basso e composto soprattutto da turisti stranieri, che si sono rivelati molto entusiasti delle opere contenute nel Museo», ha dichiarato il Direttore Giulio Sommariva.

    Per sanare la situazione, è in corso una trattativa per la vendita di trenta quadri alla Fondazione Carige: «Si tratta di opere attualmente collocate nei magazzini, che quindi non andranno a deprivare la collezione esposta, e che saranno collocate in un palazzo di proprietà della Fondazione, allo scopo di aprirle alla cittadinanza». La cessione di queste tele contribuirà a pareggiare un bilancio in passivo di circa un milione di Euro.

    Un bilancio che, ci tiene a precisare la direzione, riguarda unicamente l’Accademia, perché il Museo non ha un sostentamento autonomo ma vive grazie ai finanziamenti di cui la scuola dispone. Due realtà unite da un punto di vista economico e logistico (in quanto poste nello stesso edificio), ma nei fatti sempre meno legate: «un tempo gli studenti partecipavano in modo attivo alle attività del museo, oggi la collaborazione è più episodica perché è scomparsa la concezione dell’arte come copia, approfondita al liceo artistico ma ormai venuta a mancare nei corsi accademici».

    Cosa si può fare per sostenere questi musei? Ben poco, in quanto la bigliettazione occupa una percentuale minima alla voce “entrate” dei bilanci. Il problema che si riscontra è sempre lo stesso: i finanziamenti agli enti culturali sono sempre più esigui, e quei pochi fondi che ancora pervengono tendono a essere distribuiti fra i cosiddetti fiori all’occhiello del patrimonio museale cittadino. Nel periodo gennaio-ottobre 2011 il Comune ha infatti riscontrato “le buone performance dei Musei di Strada Nuova (+15%), che si stanno affermando sempre più come tappa imprescindibile alla visita della città grazie anche al riconoscimento UNESCO, del Museo d’Arte Orientale Chiossone (+30%) e del Castello D’Albertis (+29%)”.

    La città di Genova ospita – fra civici, statali e privati – trenta musei. Quanti genovesi saprebbero elencarli? Quanti sanno che l’Accademia di Belle Arti non è solo una scuola, ma ospita al suo interno un Museo? Quanti conoscono le strutture presenti in città oltre a Palazzo Ducale, i Musei di Strada Nuova e il Galata Museo del Mare?

    Si spiega così perché i Musei Civici che si trovano nella situazione più preoccupante sono il polo di Nerviin particolare Luxoro e Gam – e il Navale di Pegli, rispettivamente (dati anche in questo caso non definitivi) 4.000 e 1.700 visitatori nell’anno appena trascorso. Musei di prestigio minore e geograficamente penalizzati rispetto alle strutture più vicine al centro città.

    MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA VILLA CROCE

    Un discorso a parte merita il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce. Collocato in una villa seicentesca nel quartiere di Carignano, il Museo è da un anno senza curatore, figura indispensabile per coordinare tutte le sue attività. Pur avendo una collezione permanente aperta al pubblico, l’attività del Museo si basa quasi esclusivamente sulle mostre temporanee: nel 2011 ne sono state allestite sette, con un totale di circa 16.000 visitatori (i dati definitivi non sono ancora stati formulati). Non solo: «Una recente indagine sulla percezione che i genovesi, in particolare i giovani, hanno del proprio patrimonio museale – contando anche Palazzo Ducale, da molti ritenuto un museo anche se di fatto non lo è – ha posto Villa Croce al quarto posto», ha sottolineato la responsabile Francesca Serrati.

    A metà dicembre il Comune di Genova ha presentato un bando per il nuovo curatore, che avrebbe dovuto essere indetto nei giorni seguenti dalla Fondazione Cultura di Palazzo Ducale (con i recenti tagli imposti dal Patto di Stabilità, il Comune è infatti impossibilitato a indire qualunque concorso, anche per incarichi a termine). Il sito del Comune ha pubblicato la notizia del bando indicando come scadenza per presentare la domanda il prossimo 15 febbraio: in realtà il bando non è stato ancora indetto, e la Fondazione Cultura comunicherà prossimamente modalità e termini per la selezione.

    Marta Traverso

  • Strada a mare Cornigliano, il punto sui lavori con l’ass. Margini

    Strada a mare Cornigliano, il punto sui lavori con l’ass. Margini

    Progetto Strada a mare di CorniglianoLa nuova strada inizierà a levante in Lungomare Canepa e terminerà a ponente in Piazza Savio (Stazione FS di Cornigliano). Sarà lunga circa 1,6 km e si svilupperà su 3 corsie per senso di marcia passando attraverso il nuovo ponte sul Polcevera, una struttura di 100 metri di lunghezza che si eleverà sino a una quota massima di 12 metri sul livello del mare sopra i binari ferroviari di collegamento con il Porto in sponda sinistra e sopra l’asta di manovra ferroviaria ILVA.

    Il progetto prevede inoltre la realizzazione di due rotatorie e due lunghi viadotti all’altezza della Fiumara e di Via San Giovanni D’Acri, circa 400 metri l’uno, e un collegamento che immetterà il traffico sulla viabilità urbana passando sotto la linea ferroviaria, in Piazza Savio, dove verrà realizzata una terza rotatoria. Negli spazi sottostanti il viadotto dal lato ponente verranno realizzati spazi urbani attrezzati.

    L’importo complessivo dell’opera, IVA inclusa, ammonta a euro 152.101.682,17. Il finanziamento è per circa due terzi a carico della Società Per Cornigliano, che utilizza i fondi del Ministero delle Infrastrutture, e per un terzo a carico di ANAS.
    I lavori sono iniziati nel 2010 e dovrebbero terminare nel 2014, allo stato attuale dovremmo essere esattamente a metà dell’opera. Abbiamo chiesto delucidazioni in merito direttamente all’assessore ai Lavori Pubblici Mario Margini.

    A che punto siamo con i lavori assessore? “Sono state concluse tutte le attività di demolizione (fra cui quella dell’impianto elettrofiltri che era ancora presente sulle aree), nonché la bonifica bellica delle aree di sponda destra (aree ex Ilva di Cornigliano); risultano sostanzialmente completate tutte le opere di fondazione e di elevazione delle pile e delle spalle del futuro ponte, del viadotto e delle rampe di collegamento ed è in fase di montaggio l’impalcato metallico del viadotto. Prossimamente sarà avviata la realizzazione del sottopasso ferroviario che permetterà di collegare la strada a mare con piazza Savio e, in sponda sinistra Polcevera (aree di Sampierdarena), sta per essere avviata la fase di bonifica bellica delle aree; una volta conclusa saranno realizzate le fondazioni del viadotto di levante, la galleria artificiale di collegamento con la viabilità di sponda sinistra e il nuovo assetto ferroviario portuale”.

    L’area di riferimento è molto delicata, la costruzione di un’opera di queste proporzioni implica necessariamente accorgimenti o meglio vere e proprie opere parallele per garantire la sicurezza del territorio, soprattutto dal punto di vista idrogeologico. Quali opere idrauliche verranno realizzate? “Per quanto riguarda le aree di Cornigliano è prevista la realizzazione di un nuovo collettore che, prendendo origine in corrispondenza dell’attuale fognatura in prossimità dell’ex area di posteggio Ilva in adiacenza a piazza Savio (a monte dell’immissione della fognatura nel collettore Italsider), raccoglie gli altri scarichi attualmente confluenti nello stesso collettore Italsider e raggiunge quindi l’attuale rio Roncallo a valle di piazza Metastasio e del sottopasso ferroviario esistente.”

    “Allacciato quest’ultimo rio – continua l’assessore – il nuovo collettore percorrerà l’area a sud dell’infrastruttura stradale, sino allo scarico nel torrente Polcevera a valle del nuovo ponte veicolare in progetto. È previsto inoltre il rifacimento dell’attuale attraversamento del rio Roncallo al di sotto della linea ferroviaria, all’altezza di piazza Metastasio. La lunghezza complessiva del nuovo collettore è di circa 930 m. In sponda sinistra l’interferenza tra il collettore Barabino esistente e la viabilità in progetto (binario ferroviario e rampa di discesa alla rotatoria) rende invece necessaria la demolizione del tratto di collettore interessato dalle interferenze per una lunghezza di circa 70 m , onde consentire il passaggio della nuova viabilità”.

    Sul progetto inziale si legge l’intenzione di installare lungo il tracciato barriere fonoassorbenti per non commettere l’errore di ritrovarsi un’autostrada rumorosa nel cuore della città… Conferma quella intenzione iniziale? “Certo, sono previsti diversi interventi di mitigazione acustica. Innanzitutto per l’intero tratto della nuova infrastruttura stradale sarà utilizzato asfalto drenante e silente. Le barriere fonoassorbenti, invece, verranno installate nel tratto compreso fra la rampa di collegamento a piazza Savio e piazza Metastasio (370 metri) e nel tratto compreso fra piazza Metastasio e l’area in corrispondenza di villa Bombrini (415 metri)”.

    Gabriele Serpe

  • Centro storico: la casa occupata di via dei Giustiniani

    Centro storico: la casa occupata di via dei Giustiniani

    Via dei Giustiniani casa occupataUn edificio di proprietà del Demanio, vincolato dalla Sovrintendenza per il suo valore storico – architettonico, come altri sontuosi palazzi eretti in via dei Giustiniani fra XVI e XVII secolo, giace abbandonato nella più totale incuria da circa 6 anni. Parliamo del civico 19, uno stabile di sette piani che fino all’inizio del 2006 ospitava al piano terra e al primo piano le attività della Comunità di Sant’Egidio rivolte ai poveri con la distribuzione di vestiario e generi di sussistenza, al secondo piano la sede storica dell’associazione onlus il Ce.Sto che svolgeva attività ludiche e sociali con bambini e ragazzi del quartiere. Nell’edificio trovava posto anche un dormitorio per detenuti appena usciti dal carcere, gestito dalla Compagnia della Misericordia mentre i piani superiori erano abitati da alcuni nuclei famigliari.

    Ebbene nel 2006 i residenti e le associazioni vengono forzatamente allontanati perché la proprietà dichiara il palazzo inagibile. Una raccomandata datata fine novembre 2005 – indirizzata al Ce.sto e firmata dalla filiale ligure dell’Agenzia del Demanio – recita “Da un’indagine svolta da organismi tecnici di quest’ufficio è emerso che lo stabile occupato da codesta associazione presenta evidenti problemi strutturali con conseguente pericolo per la vivibilità all’interno dell’immobile stesso. Si invita pertanto la S.V. a voler rilasciare tale immobile libero da persone o cose nella piena e completa disponibilità della scrivente Agenzia del Demanio”.
    La proprietà paventa il rischio di crolli imminenti e nel giro di pochi mesi, tra gennaio e febbraio 2006, completa lo sgombero del civico 19. Da allora nessun lavoro di ristrutturazione è stato eseguito e l’edificio è rimasto sfitto per tutti questi anni, scivolando inesorabilmente nel degrado.
    L’Agenzia del Demanio, interpellata sulla questione, spiega “La Prefettura di Genova nel 2001 ha individuato alcuni problemi strutturali nell’immobile di via dei Giustiniani e ha incaricato il Provveditorato alle opere pubbliche di occuparsi dell’esecuzione dei lavori di messa in sicurezza. Nel 2001 e nel 2003 sono stati realizzati alcuni interventi. Nel 2006 i residenti sono stati invitati ad abbandonare l’edificio per completare l’opera di ristrutturazione”.

    Sul finire di ottobre 2011 un gruppo eterogeneo di persone ha deciso di occupare il civico 19 per rispondere alla drammatica esigenza di spazi abitativi e per restituire al quartiere un luogo vitale di socialità.
    Abbiamo occupato perché abbiamo bisogno di case, di luoghi in cui vivere dignitosamente, perché siamo stanchi di buttare i nostri miseri stipendi in affitti indecenti – scrivono i protagonisti dell’azione nel manifesto pubblico affisso per i vicoli del centro storico – Siamo uomini e donne diversi per età e percorsi di vita, ma uniti da bisogni concreti molto simili e dalla comune volontà di organizzarsi per soddisfarli. Abbiamo occupato perché abbiamo bisogno di spazi in cui costruire ciò che non abbiamo: un luogo di incontro dove costruire rapporti di mutuo appoggio, un ambito in cui discutere e divertirsi, uno spazio per noi e per il quartiere, per mangiare e per studiare, per adulti e per bambini, uno spazio di tutti coloro che lo vivono e lo sentono proprio”.
    Gli occupanti hanno fatto visionare il palazzo da un gruppo di tecnici solidali, architetti, ingegneri e restauratori che, nel corso di numerosi sopralluoghi, non hanno individuato elementi di criticità tali da comportare una situazione di grave pericolo. Anzi i problemi strutturali riscontrati nel civico 19 sarebbero i medesimi che affliggono almeno un quarto dei palazzi dei vicoli del centro storico.
    E così i nuovi abitanti della casa hanno deciso di predisporre un rigoroso piano di interventi per un uso progressivo e consapevole dello stabile, con l’obiettivo di renderlo fruibile in maniera sicura.
    Oggi è già stato sistemato il piano terra, adibito a spazio sociale, dove sono state organizzate svariate attività, proiezioni cinematografiche, cene sociali e spettacoli teatrali. Ricordiamo ad esempio l’esperienza del teatrino dei burattini che, ripetuta per due domeniche di novembre, ha riscosso un notevole apprezzamento richiamando numerosi bambini della zona.
    Grazie alla pratica del dialogo e al principio della “porta aperta” – chiunque può entrare per informarsi e confrontarsi, ogni giovedì alle 17:30 si svolge un’assemblea pubblica per accogliere le proposte di nuove iniziative/attività – gli occupanti hanno instaurato buoni rapporti con il vicinato e la loro presenza, soprattutto se messa al confronto con quella ben più rumorosa e molesta dei frequentatori della movida, non sembra arrecare disturbo ai residenti.
    Il prossimo passo sarà rendere agibile il secondo piano per realizzare attività sociali auto – organizzate. Si parla di una palestra, una sala prove musicale, un mercatino per lo scambio di vestiti e ancora un’attività di doposcuola concordata con le mamme del quartiere.

    Ma tornando alla questione sicurezza è inevitabile porsi alcune domande. “Se la situazione di via dei Giustiniani era così preoccupante perché i soldi pubblici non sono stati spesi per altri interventi piuttosto che per il rifacimento della facciata in occasione del G8 del 2001? – si legge ancora nel manifesto – Forse era più stimolante svuotare il palazzo per cercare di venderlo”.
    A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca – diceva un notissimo uomo politico della Prima Repubblica – ed in effetti è difficile spiegare perché il palazzo sia stato svuotato con una fretta assai sospetta. Solo un concreto rischio di crolli avrebbe potuto giustificare una simile celerità. Ma allora perché a distanza di 6 anni nessuno si è preoccupato della messa in sicurezza dell’edificio?
    Secondo gli occupanti – fin dal principio – l’operazione di sgombero era finalizzata alla vendita dell’intero immobile. E nel 2010, grazie all’opportunità offerta dal federalismo demaniale, il civico 19 sarebbe stato inserito nell’elenco dei beni immobili del patrimonio demaniale considerati alienabili.

    Resta il dato di fatto che dal lontano 2006 l’associazione onlus il Ce.Sto, che da trent’anni opera nel difficile contesto del centro storico promuovendo un modello di pacifica convivenza fra etnie e culture diverse, è stata arbitrariamente privata di un luogo che, proprio per la sua ricchezza di spazi, rendeva possibile lo svolgimento delle più svariate attività.
    Il Centro Sociale gestito dal Ce.Sto – dove si svolgono giornalmente attività ludiche dopo scolastiche e sociali con bambini e ragazzi del quartiere – ha trovato ospitalità nei locali della ex Scuola Baliano di Vico Vegetti. Oggi però la ex Baliano è prossima ad essere ceduta o destinata ad un nuovo utilizzo, ed il Centro Sociale rischia nuovamente di rimanere senza sede.
    Cinque anni fa abbiamo perso la sede storica a causa dell’inagibilità di un edificio di valore storico e artistico su cui la proprietà non ha fatto alcun intervento – denuncia il segretario dell’associazione, Domenico De Simone – e attualmente ci troviamo al punto di partenza”.
    Nel frattempo il quartiere si devitalizza a causa della progressiva scomparsa di attività commerciali e laboratori artigiani mentre si registra una crescita abnorme della movida con l’aumento dei partecipanti, l’estensione degli orari fino alle prime luci dell’alba ed il dilagare di episodi di teppismo e vandalismo.
    “La nostra ex sede è stata fatta oggetto di un’occupazione che dimostra se non l’infondatezza delle motivazioni dello sfratto, almeno il fatto che alla manifestazione di problemi è seguita solo la più completa inazione della proprietà (Agenzia del Demanio) ma anche degli altri soggetti che dovrebbero interessarsi all’urbanistica, alla vitalità e alla socialità di questa, come di altre zone della città”, concludono amareggiati i volontari del Ce.Sto.

     

     

    Matteo Quadrone

  • La vera storia dell’Islanda: il fallimento, il debito e il mito della rivoluzione

    La vera storia dell’Islanda: il fallimento, il debito e il mito della rivoluzione

    Islanda(Per aggiornamenti sulla situazione islandese clicca qui)

    L’Islanda è uno stato che conta poco più di 300 mila abitanti, un’isola appollaiata lassù nel nord dell’Europa, uno dei paesi europei con il Pil procapite più elevato, senza un proprio esercito e con un’economia incentrata sulla pesca. Una nazione che nel 2008 dichiarò bancarotta, dopo il fallimento di tutte e tre le banche nazionali con un debito estero pari a 50 miliardi, una cifra enorme e spropositata se rapportata alla modesta economia locale.

    Sono passati 4 anni da allora, il fallimento dell’Islanda trovò poco spazio nelle cronache del tempo, soffocate dall’esplosione dei mutui americani e della nascente crisi globale. Negli ultimi tempi, però, in Italia l’attenzione verso il lontano paese nordico è accresciuta notevolmente grazie al mito della “rivoluzione islandese”, che racconta la trionfale uscita dal crac finanziario condita dal rifiuto del pagamento del debito estero e delle condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Sul web si contano diversi video e tanti contributi appassionati che raccontano le gesta eroiche degli islandesi, si tratta di racconti e documenti visualizzati da migliaia e migliaia di persone. Ma in realtà le cose non sono andate esattamente come da più parti vengono narrate. Proviamo a ricostruire quanto accaduto in Islanda negli ultimi 4 anni.

    IL CRAC FINANZIARIO DEL 2008

    Dopo l’ondata di liberalizzazione che investì l’isola negli anni ottanta, dal 1998 inizia il processo di privatizzazione delle banche e dei fondi di investimento sino a quel momento di proprietà dello Stato. Le banche non furono vendute a gruppi bancari stranieri come accaduto nell’Est dell’Europa, ma a privati islandesi molto vicini ai partiti di governo. Con le banche libere dal controllo statale (in realtà primo complice), questi soggetti si diedero alla pazza gioia, concedendo e riscuotendo prestiti in grande quantità, come mai avvenuto in passato, facendo impennare il credito interno del sistema bancario dal 100% del Pil nel 2000 al 450% del 2007.

    La krona islandese è storicamente una valuta fluttuante, esposta all’influenza dei mercati mondiali e perciò facilmente sopravalutabile, per questo si decise di puntare sul cambio con le monete estere e sugli alti tassi di interesse (5-6%, contro il 2-4% dell’area euro-USA, e soprattutto lo 0-1% del Giappone) per attirare investitori stranieri, sia sotto forma di correntisti che di speculatori.

    E così il “fratello” islandese del nostro Conto Arancio, Icesave, vide crescere vertiginosamente in pochi anni il numero di correntisti da tutto il nord Europa. Simili condizioni, ovviamente, attirarono gli speculatori finanziari di tutto il mondo. Un esempio? Immaginiamo di chiedere in prestito cento euro al paese “x” a un ipotetico tasso di 1%, sapendo quindi di dover restituire 101 euro; a quel punto si va in Islanda con i nostri cento euro e si acquista un titolo di stato (in pratica “prestando” a mia volta i cento euro all’Islanda…), il tasso islandese, infatti, garantisce che mi verranno restituiti 106 euro, ovvero 5 euro di guadagno senza aver investito un centesimo.

    L’Islanda, però, non avrebbe mai potuto reggere un simile indebitamento, basti pensare che nel 2007 i debiti a breve termine verso l’estero del sistema bancario arrivano ad essere quindici volte superiori alle riserve in valuta estera della banca centrale d’Islanda.

    Nell’estate del 2008 viene dichiarato il fallimento delle tre banche del paese, l’Islanda si ritrova a picco con un debito estero di 50 miliardi di euro (per l’80% rappresentato dal debito delle banche) a fronte di un Pil di 8,5 miliardi! La moneta nazionale subisce una pesante svalutazione sino al -35% rispetto all’euro e l’ inflazione sale al 14%. Intanto, più di mezzo milione di correntisti esteri si ritrovano con il conto congelato.

    L’INTERVENTO DEL FMI

    Islanda, abitazioniA questo punto il governo islandese non ha altra scelta che nazionalizzare le banche fallite e affidarsi al Fondo Monetario Internazionale. L’Islanda accetta il finanziamento di 2,1 miliardi di prestito secco dal FMI a cui si aggiungono 5 miliardi dagli istituti centrali della banca scandinava e dalla banca del Giappone e accetta anche le condizioni imposte dal Fondo e dettate dal programma di ristrutturazione dell’economia interna. Contemporaneamente i paesi dell’Ue, in primis Inghilterra e Olanda, risarciscono i propri risparmiatori (correntisti di Icesave) convinti poi di potersi rifare sul “colpevole”, la banca islandese, che però adesso è nuovamente di proprietà dello Stato. In parole povere, il debito delle banche contratto da ricchi imprenditori del credito, dopo la “nazionalizzazione obbligata” diventa debito pubblico dell’Islanda e si aggiunge a quello con il FMI.
    Inghilterra e Olanda, con la regia del Fondo, propongono all’Islanda un programma per la restituzione in 15 anni di quasi 3,4 miliardi e il governo islandese “gira” la patata bollente sui cittadini chiedendo loro poco più di 100 euro al mese per quindici anni. Siamo nei primi mesi del 2009.

    LA PROTESTA DEGLI ISLANDESI

    Nascono fra i cittadini movimenti spontanei e comitati organizzati, nella capitale Reykjavík si accendono proteste di piazza e manifestazioni. Gli islandesi chiedono che a pagare siano i reali colpevoli, invocano e ottengono le dimissioni del primo ministro Geir Hilmar Haarde e con una raccolta firme chiedono al presidente della Repubblica di bloccare il rimborso del debito con Olanda e Inghilterra per i congelamenti dei conti Icesave. Il presidente della Repubblica cede alle richieste e blocca il disegno di legge proponendo un referendum: nel marzo 2010 il 93% degli islandesi confermerà di non volersi accollare quel debito contratto da privati verso privati.

    Islanda, la protesta per il debito IcesaveNel frattempo un altro movimento indipendente di cittadini aveva proposto la redazione di una nuova Costituzione che sostituisse quella in vigore dal 1944 e che difendesse il paese da nuove speculazioni. Il 27 novembre 2010 furono indette delle elezioni da cui risultarono eletti, nonostante la scarsa affluenza alle urne (36% degli elettori), i 25 cittadini della Consulta Costituzionale. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori. La ‘Consulta Costituzionale’ che venne eletta era composta da docenti universitari, avvocati, giornalisti, da un sindacalista, un contadino, un pastore e un regista.

    Originale e vincente è stato il modo con cui questa Consulta ha redatto la nuova Costituzione… Via internet! Social network, forum, videoconferenze, le assemblee potevano essere seguite in tempo reale e ogni cittadino era libero di intervenire, proporre riforme e discussioni. Al termine dei propri lavori, il 29 luglio 2011, il movimento ha presentato al Parlamento islandese la bozza della Costituzione che e’ attualmente al vaglio di una commissione parlamentare e dovrà essere sottoposta ad approvazione tramite referendum popolare prima delle elezioni presidenziali che si terranno fra maggio e giugno di quest’anno.

    L’ISLANDA PAGA I SUOI DEBITI

    Un mese dopo, agosto 2011, si è concluso il piano del FMI con tanto di annunci e soddisfazione da parte di tutti. L’Islanda finirà di pagare il debito con FMI nel 2014, fino all’ultimo centesimo, fra tagli delle spese pubbliche e aumento dei tributi sulla testa della popolazione. E che cosa ne è del debito Icesave dopo il risultato del referendum? Nel marzo 2011, con un nuovo referendum, i cittadini hanno respinto la seconda proposta di restituzione. Olanda e Inghilterra hanno allora concesso un rinvio dei pagamenti, poi, lo scorso settembre, l’annuncio del ministro dell’economia islandese ha rassicurato tutti: “entro la fine del 2012 il patrimonio della nuova Landesbanki (Icesave era una filiale di Landesbanki n.d.r) sarà sufficiente per coprire i debiti della vecchia gestione privata e risarcire le perdite dei risparmiatori. Per questo motivo cambia radicalmente la nostra interpretazione della disputa relativa ad Icesave – ha detto il ministro in quell’occasione – Non c’è più alcun motivo di contendere”. Anche il debito di Icesave verrà quindi regolarmente pagato ma, stando alle dichiarazioni del politico islandese, non saranno direttamente le tasse dai cittadini a finanziarlo. Se invece il patrimonio della Landesbanki non dovesse bastare le possibilità sono due: o si continuerà a respingere proposte di restituzione all’infinito o si arriverà ad un accordo tra le parti.

    In conclusione, l’Islanda non è ancora uscita dal terremoto finanziario che l’ha sconvolta, ma piano piano ha risalito la china e lo ha fatto seguendo scrupolosamente il piano del Fondo Monetario Internazionale. Insomma, nessun rifiuto irriverente… Inoltre, nel 2009, ha ufficialmente presentato richiesta per essere ammessa nell’Unione Europea. Certo, la leggendaria rivoluzione islandese raccontata sul web, quella dell’impertinente e coraggioso rifiuto di sottostare alle regole dell’economia globale, il complotto dei media di tutta Europa che nascondono la verità su quel che è accaduto nell’isola di ghiaccio… beh, sarebbe stata una bella storia da raccontare, sicuramente più avvincente come lettura, ma accontentiamoci: nella realtà rimane l’attesa per la decisione della commissione che dovrà esprimersi sull’entrata in vigore di una costituzione compilata sul web e partecipata dai cittadini, rimane la caparbietà di un popolo che stretto nella morsa del crac finanziario è riuscito a far sentire la propria voce ed il proprio peso politico, regalando all’Europa, qualunque sia l’epilogo della disputa Icesave, una lezione di democrazia.

    Gabriele Serpe e Giorgio Avanzino