Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Valpolcevera: i parcheggi invadono via Campomorone

    Valpolcevera: i parcheggi invadono via Campomorone

     

    Tre nuovi box interrati nel giro di 1 Km. Accade in via Campomorone, in Valpolcevera, la nuova frontiera per scatenati immobiliaristi pronti a mettere in vendita i posti auto ancor prima di costruirli. Lungo la strada che da Pontedecimo conduce a Campomorone spuntano cartelli di società immobiliari polceverasche che annunciano “Vendesi box”. E dove fino a poco tempo fa c’erano orti e fasce oggi si lavora alacremente nei cantieri.

    Peccato che i recenti sbancamenti insistano proprio alle falde della collina su cui sorge il paese di Cesino, una zona da sempre considerata a rischio di dissesto idrogeologico. Parliamo di un versante collinare composto da argilloscisto, rocce decisamente friabili come è facile notare anche ad occhio nudo.

    L’autorimessa in costruzione che incontriamo per prima, in direzione Campomorone, dovrebbe concludersi nel febbraio 2012.  Impressiona lo sbancamento che sarà di almeno 40 metri di altezza, ma pure i blocchi di cemento aggrappati con i tiranti al terreno superstite, fanno paura. Appena sopra, alcune abitazioni, incombono a strapiombo sui futuri parcheggi. La società immobiliare Il Ponte mette in vendita un numero imprecisato di posti auto. Il progettista è la società Omnia srl. Nel cartello delle autorizzazioni non sta scritto nessun recapito telefonico.

    Il paradosso è che a neppure cento metri si trova il civ. 31, un immobile a cui da anni è stata revocata l’agibilità perché segnato profondamente da vistose crepe che fra l’altro raggiungono la strada carrabile incrinandone l’asfalto – e che oggi finalmente è sottoposto alla necessaria messa in sicurezza. Ma un motivo ci sarà se la casa, per lungo tempo, è rimasta inagibile. Evidentemente il pericolo esiste.
    Come denuncia il circolo di Rifondazione comunista della Valpolcevera “In pochi mesi assistiamo allo stravolgimento di un equilibrio millenario – spiega Ennio Cirnigliaro – eppure ormai la gente pare abituata a questo processo di trasformazione e non si scandalizza più”.

    Il secondo progetto è in corso di realizzazione sotto il ponte ferroviario della tratta Genova – Milano. Qui la società di costruzioni Caneva srl di Serra Riccò costruisce e mette in vendita 34 box interrati. I lavori partiti a luglio dovrebbero concludersi nel luglio 2013. Lo sbancamento del terreno arriva fin sotto le fondamenta dei pilastri del ponte, risalenti al 1889. Fra l’altro ci troviamo a pochi metri da un piccolo rivo e dal passaggio di una tubatura della Iplom. Ma a preoccupare è anche la possibile influenza delle vibrazioni provocate dal passaggio dei treni.
    “Questo è un progetto risalente al 1990, da noi ripreso recentemente – spiega il progettista Paolo Malerba – Abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie da parte delle Ferrovie dello stato. I carotaggi hanno permesso di verificare che le fondamenta dei pilastri giungono fino a 16-17 metri di profondità. Non c’è nessun pericolo perché il progetto box prevede due piani di circa tre metri di altezza, quindi al massimo scendiamo a 6 metri di profondità. Gli scavi hanno insistito sulla terra di riporto che all’epoca della costruzione del ponte era stata sistemata in prossimità dei pilastri”.

    Infine l’ultimo complesso di box si trova in prossimità di Campomorone, ormai concluso e i posti auto già venduti, è forse quello che incute minore timore visto che gli scavi sono stati più contenuti.

    Restano i dubbi sull’effettiva compatibilità di opere invasive che distano alcune centinaia di metri una dall’altra e insistono tutte sul medesimo versante collinare. Spesso infatti sorge il dubbio che le istituzioni pubbliche rilascino autorizzazioni quasi ad occhi chiusi, per poi magari ripensarci quando è troppo tardi.

    Matteo Quadrone

  • Aeroporto Cristoforo Colombo: quando le valigie restano a terra

    Aeroporto Cristoforo Colombo: quando le valigie restano a terra

    L’aeroporto Cristoforo Colombo non arresta la sua crescita e chiuderà il 2011 con un bilancio di 1 milione e 400 mila passeggeri. E per il prossimo anno è previsto un ulteriore incremento.
    Ma non sono tutte rose e fiori. E se i passeggeri transitano senza problemi dallo scalo genovese lo stesso non si può dire per quanto riguarda le valigie al seguito.

    Accade infatti spesso e volentierisu alcune tratte, come conferma una fonte del Cristoforo Colombo, è ormai una consuetudineche alcune valigie rimangano a terra perché le stive dell’aereo sono troppo piene. È una procedura utilizzata in tutta Italia e da quasi tutte le compagnie, occorre sottolinearlo, ma che si è trasformata in una cattiva pratica a danno dei viaggiatori. Poi non c’è da stupirsi quando qualcuno smarrisce il proprio bagaglio.
    In poche parole la precedenza viene sempre data alle valigie in transito, vale a dire quelle dei voli di coincidenza. Mentre le valigie dei voli diretti, etichettate in maniera differente, vengono caricate all’ultimo, ovviamente se c’è ancora spazio a disposizione. E sì perché il sistema prevede di riempiere, prima le due stive anteriori con i bagagli a mano, ed infine quella posteriore dedicata alle valigie di dimensioni maggiori.

    Ad esempio sulla tratta Genova – Parigi accade sistematicamente. Parliamo di un volo affollato di passeggeri con varie destinazioni finali. E con una mole di bagagli superiore all’effettiva capacità di carico dell’aereo.
    Ebbene le valigie dei voli diretti sono costrette loro malgrado a compiere tragitti assurdi. E così capita che Airfrance, potendo contare sulla partnership con Alitalia, spedisca le valigie a Roma e poi da lì a Parigi. A volte però nella medesima giornata anche il volo Roma – Parigi potrebbe essere al completo. Di conseguenza le valigie attendono il proprio turno nella capitale. E se tutto va bene partono il giorno dopo.

    Ma può capitare di aspettarle anche per molti giorni. È il caso di un medico genovese partito dal Cristoforo Colombo il 3 dicembre scorso con volo Air France destinato a Lomè (Togo), facente scalo a Parigi.

    Scopo del viaggio dell’ottico optometrista era una missione umanitaria nel Paese africano dove avrebbe dovuto assistere la popolazione con visite oculistiche e con la distribuzione di occhiali. Ma il bagaglio regolarmente registrato, contenente la strumentazione necessaria, medicinali ed effetti personali, è rimasto a terra presso l’aeroporto di Genova fino al 6 dicembre, quando finalmente è stato inviato a destinazione. Compromettendo in maniera irreparabile la missione umanitaria del medico.

    Quest’ultimo ha deciso di rivolgersi all’avvocato Laura Buffa che ha avviato la pratica legale per chiedere il risarcimento del danno subito a causa dell’ingiustificato ritardo.
    Si tratta di un primo caso destinato a fare rumore e, forse, a smuovere la coscienza delle compagnie aeree affinché cambino un sistema che, alla prova dei fatti, si è rivelato assai deprecabile.

     

    Matteo Quadrone

  • Usura in Liguria: un reato che cancella aziende e lavoro

    Usura in Liguria: un reato che cancella aziende e lavoro

    L’usura costringe a chiudere cinquanta aziende al giorno e ha bruciato, nel corso del 2010, almeno 130 mila posti di lavoro. Cifre impressionanti emerse dal rapporto curato da Confesercenti, “No usura day” che, giunto alla seconda edizione, torna a fare il punto su un fenomeno circondato da un silenzio assordante nonostante sia in continua crescita.

    La persistente crisi economica ha reso più difficili le condizioni di vita, la qualità, il potere d’acquisto di cittadini e imprenditori, allargando il bacino potenziale del mercato usurario. E per il futuro le previsioni sono assai cupe. Ormai si parla apertamente di recessione, ne è sicura Confindustria che stima per il 2012 un prodotto interno lordo in calo dell’1,6% e lo teme anche l’Abi. L’associazione bancaria fa una previsione meno negativa – segnalando per l’anno prossimo un pil in diminuzione dello 0,7% – ma la sostanza non cambia.
    In un contesto simile aumentano esponenzialmente le fasce di cittadinanza coinvolte nello stato di impoverimento generale. Lo certifica anche la Banca d’Italia che, nel rapporto sulla stabilità finanziaria del novembre 2011, avverte “Le imprese stanno risentendo dell’indebolimento dell’attività economica. I sondaggi presso le aziende segnalano aspettative di un peggioramento dei livelli di attività e delle condizioni di acceso al credito. Qualora queste aspettative si materializzassero, nel 2012 le condizioni finanziarie potrebbero peggiorare per molte imprese”.
    Commercianti e piccoli imprenditori, già gravati dalla crisi potrebbero subire dunque ulteriori contraccolpi dall’accesso al credito. Mentre l’indebitamento delle imprese ha raggiunto i 180 mila euro, raddoppiando nell’ultimo decennio.

    In Liguria, come nel resto d’Italia, c’è stata una diminuzione drastica delle erogazioni da parte degli istituti bancari sia alle imprese che ai privati – spiega Andrea Dameri, direttore Confesercenti Genova – alcuni istituti sono quasi fermi a causa della forte crisi di liquidità. Ovviamente con la crisi è cambiata anche la qualità dell’indebitamento delle imprese, che mentre prima finanziavano investimenti, adesso finanziano ristrutturazioni del debito e soprattutto liquidità”.

    Anche i fallimenti sono cresciuti vorticosamente: +26,6% nel 2009, + 46% secondo i dati del primo trimestre 2010. A pagare il prezzo più alto è il piccolo commercio – si legge nel dossier di Confesercenti – Nell’ultimo triennio sono infatti 242 mila i commercianti al dettaglio che hanno cessato l’attività a cui bisogna aggiungere oltre 300 mila imprese artigiane.

    A Genova – secondo i dati della camera di Commercio – dopo un 2009 disastroso, che aveva visto crescere il valore complessivo dei mancati pagamenti dell’85% e il numero dei fallimenti del 50%, il 2010 vede il crollo del valore dei protesti (-43%) e un forte rallentamento della corsa dei fallimenti (+ 7,9%). Il dato genovese è ancor più incoraggiante se si pensa che a livello nazionale il valore dei protesti è sceso solo del 17,7% mentre i fallimenti continuano a crescere del 20%. Nei primi 5 mesi del 2011 il valore complessivo dei titoli protestati (assegni, cambiali e tratte) è sceso ancora rispetto allo stesso periodo del 2010, del 27,4%.
    Purtroppo i fallimenti sono tornati a crescere in questo terzo trimestre in modo esponenziale. Nei primi 9 mesi del 2011 a Genova sono stati 112 (nello stesso periodo del 2010 erano 86). 33 sono attività commerciali e 23 le imprese artigiane.

    Tornando al quadro nazionale la forte fase di instabilità economica ha determinato una ripresa incontrollabile del fenomeno usurario. “Oggi i gangli del credito illegale strangolano chiunque: non solo i clienti abituali come i giocatori d’azzardo, famiglie a basso reddito o imprenditori incapaci di gestire complicate situazioni economiche ma anche operai, impiegati e professionisti – scrive Confesercenti –Accanto all’usura strettamente intesa sta infatti emergendo una vasta area di sovraindebitamento che colpisce soprattutto le famiglie di medio reddito”.
    Stimare il mercato dell’usura è un’operazione complicata, perché parliamo di un fenomeno sommerso. È possibile però, in base alle informazioni in possesso di Sos impresa e ai diversi sportelli di aiuti presenti in tutta Italia, indicare il numero dei commercianti coinvolti. Si tratta di almeno 200 mila unità e visto che ciascuno si indebita con più strozzini, le posizioni debitorie sono stimate in oltre 600 mila. Di queste almeno 70 mila sono con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all’usura.
    “Alle aziende coinvolte vano aggiunti gli altri piccoli imprenditori, artigiani soprattutto ma anche dipendenti pubblici, operai e pensionati, facendo giungere ad oltre 600 mila le persone invischiate in patti usurari”.
    La cifra media del prestito iniziale è relativamente bassa, nel 40% dei casi non supera i 5 mila euro, e un altro 39% arriva a 20 mila. “I tassi di interesse oscillano mediamente tra il 120% ed il 240% annui (10-20% mensili) e cresce il capitale richiesto e gli interessi restituiti – si legge nel rapporto – nel complesso il tributo pagato dai commercianti ogni anno, a causa di questa lievitazione, si aggira in non meno di 20 miliardi di euro”. La scelta del ricorso al prestito usurario per molti imprenditori e commercianti si rivela fatale “Nel 30% dei casi determina la fine della propria attività”. E tra le cause della cessazione emerge un sostanzioso 12% di espropri da parte degli usurai.

    Ma qual è la situazione in Liguria?
    Nel documento si segnalano 5700 commercianti coinvolti, il 12% di quelli attivi, per un giro d’affari di circa 600 mila euro. “Ma – avverte Dameri – questi dati vanno trattati con estrema cautela. Parliamo di una stima ricavata dall’incrocio di indicatori statistici. Per essere chiari non esiste un riscontro oggettivo rispetto al fatto che in Liguria ci siano 5700 imprese vittime di usura. Personalmente tutte le volte che – anche a seguito di fatti di cronaca eclatanti come le indagini in Valbisagno o a Certosa – siamo intervenuti sui territori interessati ed abbiamo chiesto ai presidenti di Civ o ai nostri soci storici se erano a conoscenza diretta o indiretta di episodi di usura o estorsione, ci è sempre stato risposto con un netto diniego, senza alcuna esitazione. Ovviamente questo non significa che il fenomeno usura non interessi la Liguria, anzi se incrociamo i dati relativi a protesti, fallimenti, cessazioni di attività e li incrociamo per esempio con i dati relativi alle indagini ed ai procedimenti aperti in tema di usura, emerge un forte rischio per il nostro territorio”.

    Per quanto riguarda i privati cittadini, abbiamo chiesto lumi alla Fondazione antiusura S. Maria del soccorso, l’unico ente del genere presente in Liguria, nata 15 anni fa su iniziativa dell’allora Arcivescovo di Genova, Dionigi Tettamanzi.
    “Noi operiamo soprattutto sul versante della prevenzione dell’usura – spiega il dott. Montani, responsabile della Fondazione – cercando di avvicinare tutte le persone a rischio”. Quindi famiglie in difficoltà e cittadini alle prese con problemi economici.
    “Ma a noi si rivolgono anche persone che ammettono di essere cadute nella rete dell’usura – continua Montani – su circa 1200 – 1300 casi all’anno, 20 sono riferibili all’usura. Siamo sotto al 2% del totale”.
    In situazioni simili la fondazione invita sempre a denunciare e fornisce la necessaria consulenza.
    Fra gli usurati c’è una fascia di stranieri in particolare latino – americani – racconta Montani – Si tratta di una comunità in cui l’usura è presente in misura maggiore rispetto ad altre. È un problema culturale e di mentalità. Può capitare ad esempio di indebitarsi per riuscire ad attuare un ricongiungimento famigliare. Parliamo di un’usura con interessi che si attestano sul 10% al mese”.
    Per fortuna in Liguria, rispetto a 10 anni fa, è aumentata la percezione del pericolo. “Fino a qualche anno fa c’era chi finiva nelle braccia dello strozzino per la comunione del figlio – spiega Montani – Oggi, nonostante il periodo di crisi, registriamo un calo di casi grazie alla maggiore consapevolezza del rischio”.

    Chi sono gli usurai? E soprattutto quanti sono?
    Se nel 2000 le stime parlavano di circa 25 mila prestatori illegali in attività, oggi siamo saliti ad oltre 40 mila. Tra questi si inserisce anche una cosiddetta usura di mafia, ovvero gestita dalla criminalità organizzata che, nell’arco di soli 10 anni, ha ampliato e di molto la sua influenza. Secondo i dati di Sos Impresa le operazioni censite che hanno coinvolto esponenti della criminalità organizzata sono aumentate in tre anni del 52,5%.
    A fronte di questi numeri, il numero delle denunce registrate appare davvero risibile: 375 nel 2008 e 369 nel 2009. Particolarmente indicativo risulta invece l’aumento delle persone denunciate che – secondo il Ministero dell’Interno – nel primo semestre 2010, sono state 640.
    “Il dato indica inequivocabilmente un allargamento del giro usuraio e soprattutto il fatto che l’usura diventa un reato sempre più associativo – scrive Confesercenti – Il 65% degli usurai consuma il reato in concorso con altri, un 25% agisce all’interno di un associazione a delinquere (16%) o mafiosa (9%)”.
    “E se al sud l’usura è il frutto dell’evoluzione di una carriera criminale, nell’Italia centro settentrionale presenta caratteristiche più vicine ad un’attività finanziaria degenerata piuttosto che di un’attività criminale vera e propria”. Ciò non vuol dire che sia meno pericolosa, anzi: “la crescita dei reati associativi, maggiore al nord, è un segnale che conferma come il reato di usura stia sempre più evolvendo verso una dimensione associativa”.
    In Liguria tra 2008 e 2010 si sono svolte 23 operazioni antiusura per un totale di 58 indagati. Anche nella nostra regione si conferma un aumento dei soggetti coinvolti (gli indagati erano 9 nel 2009 a fronte di 5 operazioni, sono diventati 32 nelle 7 operazioni censite nel 2010).

    Se il fenomeno è sommerso gli attori criminali sono personaggi pubblici. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone già note all’autorità giudiziaria.
    La figura dell’usuraio classico (di strada, di quartiere, sul posto di lavoro) è destinata ad esaurirsi per lasciare spazio ad un usuraio organizzato, ben collegato agli ambienti professionali e che si avvale di connivenze con professionisti di alto livello – scrive Confesercenti – Un usura dalla faccia pulita i cui attori protagonisti, imprenditori, commercialisti, avvocati, notai, bancari, funzionari ministeriali e statali, conoscono bene, per professione, i meccanismi del credito legale e spesso conoscono perfettamente le condizioni economiche delle proprie vittime”.

    Nella tipologia degli usurai dal volto pulito rientrano innanzitutto le Società di intermediazione o di servizi finanziari “in preoccupante espansione negli ultimi anni, rappresenta una delle più insidiose forme d’illegalità economica perché gioca sulla fiducia che può nutrire una persona bisognosa nei confronti di una struttura apparentemente legale ed impersonale, visibilmente pubblicizzata sui mezzi d’informazione”.
    In Liguria – secondo i dati della Camera di Commercio – sono presenti 108 società che svolgono varie attività creditizie e servizi finanziari, 82 solo a Genova.
    “I prestiti non sono mai di grossa entità e i tassi d’interesse iniziale abbastanza tollerabili, il meccanismo di usura o truffa scatta sul tasso d’interesse che non è mai a scalare, ma fisso o sull’obbligo d’acquisto di un servizio tanto inutile quanto oneroso”.

    Ma forse il fronte più pericoloso, in particolare per Genova, è rappresentato da tutti quei mondi borderline – quelli delle aste giudiziarie e dei tribunali delle esecuzioni, dei compro oro, delle agenzie di scommesse – attorno a cui ruotano personaggi ambigui che maneggiano parecchio denaro. Qui prospera l’humus ideale per l’espansione del prestito a nero.
    Preoccupa ad esempio la fortissima impennata relativa all’apertura di Sale scommesse. Sono già 63 fra Genova e Provincia. Ma non solo. È visibile ad occhio nudo anche l’espansione dei Compro oro, difficilmente quantificabili perché rientrano in una più ampia categoria che comprende oreficerie ed altre attività.

    Occorre infine non dimenticare mai che, a fronte di facili guadagni, si è notevolmente abbassato il rischio di essere denunciati. In pratica l’usura è un reato depenalizzato.
    Il primo dato che salta all’occhio riguarda le persone che denunciano potendo contare sull’assistenza legale, il più delle volte fornita dalle stesse associazioni antiusura presenti sul territorio. Ebbene “solo un 10% dei denuncianti può godere di un’assistenza in grado di garantirlo durante tutto l’iter giudiziario”. Un dato che influenza fortemente l’esito finale della denuncia. Solo nel 9% si arriva, entro due anni, alla chiusura dell’inchiesta e al rinvio a giudizio; nella stragrande maggioranza dei casi (91%) l’indagine si trascina per almeno 4 anni. E di queste un buon 70% vengono archiviate.
    Una percentuale così irrisoria di assistiti è un fallimento della legge 108 che prevedeva una capillare informazione per quanto riguarda l’assistenza alle vittime di usura. Ma la realtà è ben diversa. Le vittime ignorano o ricevono informazioni del tutto errate, un atteggiamento negativo che spesso le spinge a recedere dalla denuncia”.
    Dei casi analizzati solo il 9% produce un rinvio a giudizio entro due anni e ancora meno (5%) una sentenza di primo grado. Il 49% ha un’attesa di due o tre anni per il rinvio a giudizio e ben il 36% attende oltre i 4 anni per giungere ad una sentenza di primo grado.
    Quando l’inchiesta non viene archiviata è la lentezza con cui i processi arrivano alla sentenza a provocare una serie di conseguenze: la caduta in prescrizione del reato per decorrenza dei termini (18%), oppure l’archiviazione (11%). Nel 22% dei casi la sentenza finale è di assoluzione e solo nel 49% il processo si è concluso con una condanna che oscilla fra una pena minima di 8 mesi e una pena massima di oltre 7 anni, ma solo nel caso particolare in cui oltre all’usura sono contestate anche associazione a delinquere di stampo mafioso e altri reati gravi quali l’estorsione i danneggiamenti, minacce e violenze.

     

    Matteo Quadrone

  • San Cipriano, box interrati in una zona a rischio frana

    San Cipriano, box interrati in una zona a rischio frana

    Un progetto di autosilos risalente ai primi anni ’90, che non ha mai visto la luce ma nel frattempo è stato la causa scatenante del peggioramento delle condizioni di sicurezza di alcuni palazzi della zona. Siamo nel tratto iniziale di Via Val d’Astico, la strada che da Pontedecimo conduce al paese di San Cipriano. Qui una collina salvatasi dal processo di cementificazione, che non ha risparmiato questo spicchio di Valpolcevera, a partire dal 2006 è stata sventrata nonostante gli allarmi lanciati dai residenti che conoscono bene la fragilità del terreno.
    Una vicenda travagliata e ricca di espliciti segnali che avrebbero dovuto far comprendere l’impossibilità di realizzare un progetto così invasivo. Ma tant’è il richiamo del profitto garantito da una serie di box – inizialmente erano 44, oggi si parla di un nuovo disegno che dovrebbe prevedere tre piani di silos per oltre una sessantina di posti auto – è stato più forte del buon senso. E non manca il comportamento contradditorio degli enti locali chiamati a vigilare sulla fattibilità di opere simili.

    Ma andiamo con ordine.
    Il terreno del cantiere, fino al 2005, è considerato zona a rischio frana attiva. In quell’anno la proprietà propone una perizia geologica alla Provincia. Il risultato, con la delibera del 12-04-2005 a firma del Presidente Alessandro Repetto e del relatore il vice Paolo Tizzoni, è stato un declassamento della frana che da attiva è diventa quiescente, vale a dire “in sonno”.
    Il 30 agosto del 2006 il Comune rilascia la concessione edilizia per la costruzione dei box interrati.
    “Ma i lavori – come ricorda il signor Mario Soddu, il residente che più si è impegnato nel contrastare quest’opera che sorgerà proprio a pochi passi da casa sua – sono cominciati già nel luglio 2006”.
    Ad occuparsi dell’intervento è la società Residenza del Chiappetto, di cui è azionista di maggioranza Antonio Matera, immobiliarista e costruttore, noto ai più per essere uno dei proprietari dell’Albikokka e del Fellini.
    Dopo appena pochi mesi si registrano i primi problemi “Nel novembre 2006 abbiamo comunicato al Comune di Genova ed ad altre autorità, allegando una copiosa documentazione fotografica, che lo sbancamento realizzato nei mesi precedenti aveva provocato vistosi cedimenti della collina” spiega Mario Soddu.

    Nel gennaio 2007 il Comune impone alla Società la messa in sicurezza dell’area. A quel punto la ditta inizia a posizionare le reti di contenimento. Dopo un periodo di sospensione, nell’agosto 2007, i lavori di scavo riprendono.
    Ma alla fine di novembre 2007 la Procura di Genova – grazie alle segnalazioni e agli esposti che l’instancabile Soddu presenta al Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri – dispone degli accertamenti nel cantiere. Vengono rilevati alcuni reati di natura amministrativa e la Procura impone alla Società la realizzazione di alcune opere necessarie per la messa in sicurezza dell’area.
    Dopo il forzato stop i lavori riprendono e nell’agosto 2008 i residenti denunciano il fatto che il cantiere venga utilizzato dalla ditta per scaricare abusivamente materiale edile e detriti vari. Per lungo tempo non ottengono risposta “Ma nel 2009 – come ricorda Soddu – per un breve periodo l’area del cantiere viene posta sotto sequestro dalla Procura”.

    Ma facciamo un salto indietro e torniamo al 2008. In quell’anno avviene un fatto sorprendente che ha il sapore amaro della beffa. Nell’ottobre 2008 infatti, un’ordinanza del Comune inserisce nell’elenco degli immobili a rischio frana ben 18 civici di via Val d’Astico. E se ciò non fosse sufficiente a confermare l’instabilità della zona, l’amministrazione comunale si premura di installare dei cartelli d’allarme della Protezione civile con l’indicazione delle norme di comportamento da adottare in caso di evento franoso.
    È inutile dire che il terreno del cantiere rientra nella zona rossa. Mentre fra gli edifici segnalati sono assenti, senza una spiegazione logica, alcuni civici posti a valle del cantiere e che negli ultimi anni hanno cominciato a mostrare inquietanti crepe.
    Il civico n. 23 è quello che vive la situazione peggiore. Palificato nel 2001, allo scopo di migliorare le condizioni di sicurezza, si è provveduto anche all’installazione di alcuni tiranti che insistevano proprio sulla collina che oggi non esiste più. Il palazzo si è spostato di un centimetro, scivolando verso valle e la costruzione dei box ha indubbiamente peggiorato la situazione. Crepe paurose hanno segnato anche il civico n. 106 che sorge a fianco del cantiere.

    “Nell’aprile 2009 – racconta ancora Soddu – nonostante le reti di protezione, si è verificata un’altra frana”.

    Finalmente nell’agosto 2009, gli abitanti di via Val d’astico, nel frattempo riuniti in un Comitato, sono stati ricevuti dal Sindaco.
    “Tante promesse di risolvere il problema – ricorda Soddu – ma ad oggi è ancora tutto fermo”.

    E la collina sventrata rimane a fare bella mostra di sé, incastonata miracolosamente, in mezzo alle abitazioni.

     

    Matteo Quadrone

  • Inquinamento acustico: una sentenza apripista condanna Autostrade spa

    Inquinamento acustico: una sentenza apripista condanna Autostrade spa

    Una sentenza destinata a fare giurisprudenza, una prima vittoria legale contro l’inquinamento acustico prodotto in alcuni tratti autostradali che tagliano la nostra città, è stata emessa dal Tribunale di Genova il 22 novembre scorso.
    Sono state infatti riconosciute le ragioni del signor Angelo Valente, anziano pensionato abitante in via Diano Marino a Genova Palmaro, al quarto piano di un condominio con vista sull’autostrada A 10.

    La società Autostrade S.P.A è stata condannata a risarcirlo per danno esistenziale – a causa dell’eccessivo rumore provocato dal traffico veicolare che scorre ad appena venti metri in linea d’aria dalla sua abitazione – con 10 mila euro (più le spese legali).
    Una cifra modesta ma che assume un alto valore simbolico perché comunque rappresenta una vittoria di un cittadino comune contro il colosso che gestisce la stragrande maggioranza delle autostrade italiane.
    È una valutazione discrezionale ed equitativa del giudice – spiega l’avvocato Laura Buffa che ha curato tutto l’iter legale – è un aspetto fondamentale in cause di questo tipo perché a differenza del danno biologico, per quanto riguarda il danno esistenziale non esistono parametri o tabelle di riferimento”.
    E poi c’è un problema comune a tutto il sistema giudiziario italiano: la girandola di giudici che spesso si avvicendano durante lo svolgimento del processo. “Nel caso del signor Valente è cambiato tre volte – racconta Buffa – questo fattore influisce pesantemente sull’esito finale”.

    Ma la novità fondamentale è che per la prima volta la sentenza obbliga Autostrade spa ad adottare gli strumenti idonei a ricondurre le immissioni acustiche entro i limiti della tollerabilità.
    “In Liguria ho seguito diversi casi contro Autostrade spa – aggiunge l’avvocato – e la società ha sempre proposto la transazione”. Di conseguenza la causa veniva abbandonata in cambio di denaro.
    Questa volta invece il gestore del tratto autostradale incriminato dovrà intervenire concretamente.

    Se Autostrade spa non si attiverà per riportare le immissioni a norma faremo richiesta di esecuzione forzata” annuncia l’avvocato.

    Ad onor del vero nel 2006quando la citazione della causa è arrivata ad Autostrade spa – quasi in contemporanea sono iniziati i lavori per la sistemazione dei pannelli fonoassorbenti in quel tratto di autostrada che attraversa Genova Palmaro. Una mossa probabilmente dettata dalla palese consapevolezza di essere fuori da ogni regola. Peccato che i pannelli, sistemati verticalmente e senza copertura, paradossalmente hanno peggiorato la situazione convogliando le immissioni verso l’alto.

    “La causa è partita nel 2006 ma i problemi del signor Valente perdurano da oltre 30 anni”, spiega Buffa. Dopo il raddoppio della Savona-Genova, realizzato a metà anni ’70, la vita dell’uomo e della sua famiglia è cambiata: molto difficile interloquire a normale livello di voce in casa con le finestre aperte, impossibile stare sul balcone, ascoltare radio o televisione.
    “Siamo riusciti ad allegare alcuni certificati medici relativi agli ultimi anni ma purtroppo il danno biologico non è stato riconosciuto”, aggiunge l’avvocato. In altri termini l’origine dei problemi di sordità, e della psoriasi nervosa dell’uomo non possono essere direttamente riconducibili alle immissioni acustiche prodotte dall’autostrada.

    È stato invece riconosciuto il danno esistenziale causato alla vita di relazione del signor Valente.
    “Si è perpetrato un illecito ai danni del nostro assistito che va a violare alcuni diritti costituzionali”, spiega l’avvocato. In particolare sono stati lesi gli articoli 2 (relativo alle formazioni sociali), l’art. 29 (diritti della famiglia), l’art. 32 (tutela della salute) della carta costituzionale.
    Il giudice ha stabilito che il nostro cliente non è stato in grado di esplicare la sua personalità in famiglia – continua Buffa – Abbiamo ascoltato una serie di testimoni che hanno confermato di non recarsi più in visita al signor Valente perché era impossibile soggiornare in quella casa mentre altri non gli telefonavano nemmeno più. Per quanto riguarda i problemi di salute abbiamo dimostrato che l’uomo e tutta la sua famiglia, per riuscire a dormire sono stati costretti per anni ad assumere psicofarmaci e calmanti”.

    La legge prevede tollerabili 3 decibel eccedenti il rumore antropico di fondo, mentre le perizie fonometriche erano arrivate a rilevarne punte massime fino 19 eccedenti.
    “Le misure del rumore hanno scala logaritmica e quindi ad ogni 3 decibel (come potenza disturbante) il rumore raddoppia – spiega Gian Paolo Bellone, responsabile ligure per il Movimento Difesa del Cittadino e Legambiente – Per quella famiglia e le famiglie vicine all’autostrada il rumore percepito è una enormità”.

    E pensare che, quando nel 2006 iniziò la causa, in zona Palmaro erano tanti i cittadini interessati dalla questione. “Probabilmente la paura di dover sostenere spese eccessive e affrontare lunghi processi ha fatto desistere molte persone – sottolinea Buffa – e l’unico che ci ha creduto fino in fondo è stato il signor Valente”.
    Eppure parliamo di una causa di per sé tecnicamente semplice perché finora il superamento dei limiti è stato sempre accertato dalle perizie fonometriche. “Inoltre – come ricorda l’avvocato – la causa è durata 5 anni, in linea con la media italiana”.

    Indubbiamente trovarsi di fronte una società come Autostrade spa incute timore.

    Ma oggi è necessario comunicare e diffondere il più possibile una sentenza che può essere l’apripista per altre rivendicazioni di cittadini sottoposti quotidianamente a simili situazioni di disagio.

     

    Matteo Quadrone

  • Opg: quaranta internati liguri, la Regione non interviene

    Opg: quaranta internati liguri, la Regione non interviene

    Quelle che sono vere e proprie discariche umane, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, portati alla ribalta grazie al tenace lavoro della Commissione del Senato sull’efficienza ed efficacia del Servizio sanitario nazionale, continuano a rappresentare un contenitore di miseria e abbandono e ancora oggi “accolgono” 1500 internati distribuiti nei sei istituti italiani.

    Il 27 settembre il Senato ha approvato la risoluzione n. 6, relativa agli Opg. Il documento, nato sulla base dei risultati raccolti dalla Commissione presieduta da Ignazio Marino, invita le istituzioni competenti “a stipulare convenzioni con le regioni sedi di Opg al fine di individuare strutture idonee ove realizzare una gestione interamente sanitaria dei ricoverati, secondo le esperienze rappresentate da Castiglione delle Stiviere e dalle strutture e dalle comunità assistenziali esterne agli Opg”.
    Un modello, quello di Castiglione, dove sono accolti i reclusi ancora soggetti alle misure di sicurezza detentive.

    Ma questo è solo un aspetto della questione perché attualmente negli Opg sono internate persone, pari al 10% circa, non destinatarie di Mds (Misure di sicurezza). E quindi potenzialmente libere da quello che è ormai definito un “ergastolo bianco”. Senza dimenticare inoltre che circa il 30% è rappresentato da ricoverati in Mds provvisoria.

    Il 13 ottobre, pochi giorni dopo l’approvazione della risoluzione del Senato, l’Accordo della Conferenza Unificata del Consiglio dei Ministri ha individuato gli interventi integrativi come supporto alla dimissione dagli Opg degli internati che hanno concluso la Mds, di quelli in osservazione, o trasferiti dagli istituti penitenziari.
    “A tal fine entro il 30 giugno 2012 in ogni Regione o Provincia autonoma, in almeno uno degli istituti penitenziari deve essere istituita, attraverso i Dipartimenti di salute mentale, una sezione specifica per la tutela della salute mentale delle persone detenute onde contrastare e rendere non necessario l’invio di detenuti che manifestano problemi psichici in Opg, nonché per permettere nella garanzia della cura il ritorno dall’Opg di quelli già inviati dal carcere. Si impegnano inoltre i Dipartimenti di salute mentale a promuovere azioni integrate con i servizi sanitari e sociali territoriali per la presa in carico sanitaria e l’inserimento delle persone dimesse nei territori di appartenenza”.

    Già un paio di anni fa, una decisione assunta dalla Conferenza Unificata del 26 novembre 2009, prevedeva la dimissione di circa 300 soggetti entro il 31 dicembre 2010.
    Nell’ottobre di quest’anno invece è stata stipulata un’intesa Ministero della Salute – Ministero della Giustizia, per la dimissione entro marzo 2012, di 221 internati ritenuti non più socialmente pericolosi. Parliamo di nomi e cognomi forniti dalle stesse direzioni sanitarie dei 6 Opg italiani.
    In questi anni le Regioni hanno iniziato a lavorare ma i risultati raggiunti non possono considerarsi soddisfacenti.
    La “Relazione sui dati forniti da Regioni e Province autonome, ministero Salute e ministero Giustizia, relativamente alle rispettive azioni, in attuazione dell’accordo in Conferenza Unificata del 26 novembre 2009”, del settembre 2011, ha monitorato l’intervento interistituzionale tra gennaio 2010 e maggio 2011 su 543 soggetti dimettibili.
    Il risultato che emerge è la dimissione di 217 soggetti pari al 39,9% del totale. Le regioni più virtuose sono state Lombardia ed Emiglia Romagna che hanno dimesso circa il 90% dei dimettibili. Bene ha fatto anche la Toscana raggiungendo il 68%.

    Per quanto riguarda la Liguria su 43 soggetti valutati ne sono stati dimessi solo 10 (pari al 23%).
    Abbiamo provato ripetutamente e per oltre un mese, a parlare con l’assessore competente, Claudio Montaldo, per conoscere quali sono gli interventi allo studio della Regione Liguria per liberare i cittadini liguri – secondo gli ultimi dati risalenti al 26 luglio 2011 sono 39 – rinchiusi in questi lager legalizzati. Ma purtroppo attendiamo ancora una risposta.

    Comunque i problemi sono comuni in tutta la penisola.
    Mancano i necessari investimenti economici e scientifici. E soprattutto risultano assenti le risorse statali e regionali da investire in percorsi territoriali esclusivamente dedicati alla cura e alla riabilitazione dei malati mentali che hanno commesso reati.
    Il nocciolo della questione è proprio questo. Il processo di dimissione dagli Opg è concretamente realizzabile se si creano strutture ad hoc capaci di soddisfare quelli che gli esperti definiscono come indicatori interni ed indicatori esterni di pericolosità sociale. In sostanza è necessario che il compenso clinico e comportamentale sia mantenuto in contesto di cura esterno sulla base di un percorso in prova sottoposto a costante monitoraggio per almeno 6-12 mesi. Insomma occorrono strutture in grado di gestire questi pazienti per impedire che ogni trasgressione degli obblighi imposti dal giudice in ambiente esterno, comporti automaticamente un reingresso in Opg.

    In gioco c’è il rispetto dei diritti umani, palesemente violati negli Opg, come mostrato dal drammatico video girato durante le visite della Commissione nel giugno-luglio 2010. Oggi tutti, nessuno escluso, sono a conoscenza delle condizioni detentive in cui vivono 1500 persone malate di mente, spesso arrestate per futili motivi e dimenticate in questi istituti da decine di anni. Un modello da superare al più presto attraverso valide alternative capaci di garantire il diritto alle cure ma anche la verifica dell’esito delle medesime, per restituire alla società cittadini che possano godere di libertà piena e incondizionata dal vincolo giudiziario.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Navi abbandonate in porto: la “Sentinel” non si può vendere

    Navi abbandonate in porto: la “Sentinel” non si può vendere

    In tempi di crisi liberare spazi vitali sulle banchine del porto è un’esigenza non più procrastinabile.
    Eppure, a causa di interminabili processi giudiziari, nello scalo genovese sono presenti, da molti anni, alcune navi completamente abbandonate al loro destino e ormai diventate veri e propri relitti.

    Il caso più eclatante però, per colpa dell’assurdità di alcune norme giuridiche, è quello della “Sentinel”, imbarcazione battente bandiera delle isole Comore, attraccata a Calata Gadda dal lontano 2004.
    Al momento dei controlli nel porto di Genova a bordo, oltre ai marittimi, si trovava un esiguo numero di clandestini. Per questo motivo la nave fu sottoposta a confisca e successivamente affidata in custodia all’Agenzia delle Dogane.

    Il Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (Dlgs 286/1998), come spiega l’Avvocato Carlo Lo Casto, prevede che “Il mezzo utilizzato per il trasporto di clandestini non può essere venduto all’asta. Deve essere demolito oppure consegnato ad enti e organi dello Stato per utilizzarlo nella lotta al traffico di clandestini o comunque per operazioni di polizia”.

    L’articolo 12 al comma 8 recita infatti “I beni sequestrati nel corso di operazioni di polizia finalizzate alla prevenzione e repressione dei reati previsti dal presente articolo, sono affidati dall’autorità giudiziaria procedente in custodia giudiziale, salvo che vi ostino esigenze processuali, agli organi di polizia che ne facciano richiesta per l’impiego in attività di polizia ovvero ad altri organi dello Stato o ad altri enti pubblici per finalità di giustizia, di protezione civile o di tutela ambientale. I mezzi di trasporto non possono essere in alcun caso alienati”.
    E al comma 8-quinquies si specifica “I beni acquisiti dallo Stato a seguito di provvedimento definitivo di confisca sono, a richiesta, assegnati all’amministrazione o trasferiti all’ente che ne abbiano avuto l’uso ai sensi del comma 8 ovvero sono alienati o distrutti. I mezzi di trasporto non assegnati, o trasferiti per le finalità di cui al comma 8, sono comunque distrutti”.

    Una persona di buon senso dovrebbe domandarsi come è possibile immaginare di utilizzare un’imbarcazione in pessime condizioni, come strumento di repressione al traffico di clandestini.

    Parliamo di una nave di oltre 3 mila tonnellate che è diventata in sostanza un bene indistruttibile”, spiega Lo Casto.
    In Italia infatti non esistono cantieri in grado di eseguire la demolizione quindi l’unica soluzione sarebbe rimorchiarla in un paese estero dove è possibile distruggerla, ad esempio la Turchia, sopportando la non trascurabile spesa che un’operazione del genere comporta.

    Siamo di fronte ad un danno erariale incredibilmente sottaciuto. E lo Stato continua a rimetterci denaro con il passare dei giorni.
    I danni economici derivano dalla condizione di stallo che si crea su una banchina perennemente occupata da una nave dismessa, che non offre nessun ritorno occupazionale e che anzi rappresenta un costo in termini di lavoro quotidiano degli ormeggiatori. Bisogna poi considerare che un’imbarcazione ferma subisce comunque la corrosione delle lamiere a causa delle correnti galvaniche.

    Oggi la “Sentinel”, che nel 2004 era in discrete condizioni, è buona quanto un ferrovecchio.

     

    Matteo Quadrone

  • Maddalena, fra riqualificazione e partecipazione tenta la rinascita

    Maddalena, fra riqualificazione e partecipazione tenta la rinascita

    Alla Maddalena si comincia a respirare un’aria nuova. I lavori di riqualificazione urbana procedono a buon ritmo e nel frattempo si registrano notizie positive anche per quanto riguarda l’insediamento in zona di nuove attività commerciali che vanno ad integrarsi alla perfezione con l’esperienza di condivisione promossa dai laboratori sociali.
    Una vitalità sommersa che lentamente riaffiora dagli spazi ristretti dei carruggi e si fa largo in mezzo ai problemi di sempre, la prostituzione e la criminalità che lucra alle spalle del disagio.
    Il tutto fa ben sperare, c’è fermento e speranza miste ad un po’ di paura di trovarsi dinanzi solo ad un’illusione di rinascita.

    Claudio Oliva, direttore del Job centre e uno dei protagonisti del Patto per lo sviluppo della Maddalena sottolinea “Speriamo che questo clima di fiducia sia utile per modificare in senso positivo la percezione che le persone hanno di via della Maddalena”.

    I lavori che interessano la zona sono numerosi e l’investimento è stato notevole: 13 milioni di euro in totale, di cui 10 provenienti dai fondi Por Fesr e 3 stanziati da Palazzo Tursi.
    “Per il centro storico medioevale più esteso d’Europa puntiamo ad una maggiore vivibilità”, ha dichiarato l’assessore ai Lavori Pubblici, Mario Margini.
    Il Comune ha appena perfezionato l’acquisto da Arte di Palazzo Senarega, attiguo a Piazza Banchi, dove l’amministrazione trasferirà il nuovo Centro Arti e Mestieri ed il Job centre, attualmente siti a Cornigliano.
    In totale sono ben 8 i milioni di euro di finanziamenti utilizzati (4 solo per l’acquisizione).

    Gli altri interventi riguardano la riqualificazione dei percorsi, tramite un programma di ripavimentazione allo scopo di rendere più percorribili le vie del quartiere; la bonifica impiantistica che prevede il rifacimento delle fognature, il rinnovamento dei tubi dell’acqua e dei cavi elettrici. E ancora l’adeguamento dei servizi con il rifacimento della segnaletica di orientamento, degli impianti di illuminazione e la realizzazione della copertura wi-fi che permetterà una piena accessibilità alla rete internet.
    “Tutti i lavori sono già appaltati ed in corso d’esecuzione”, spiega l’assessore Margini.

    In questi giorni un cantiere è stato aperto anche in vico della Rosa, alle spalle della chiesa della Maddalena. Qui verrà demolito un edificio inutilizzato da tempo per lasciare il posto ad un nuovo asilo nido.
    “La presenza dell’asilo è un fortissimo elemento di cambiamento – sottolinea Oliva – La direzione è quella giusta, rompere l’isolamento del quartiere favorendo la connettività fra le persone”.

    Ma occorre anche rivitalizzarlo, aprirlo all’esterno e connetterlo all’intera città. Un fattore imprescindibile è la presenza delle attività commerciali. Per anni latitanti, oggi si riaffacciano sulla via.
    “Fino a poco tempo fa avevamo grandi difficoltà nel trovare locali disponibili ad un prezzo accessibile – continua Oliva – mentre adesso gli stessi proprietari li mettono a disposizione con maggiore facilità”.
    Nel periodo che va da luglio a settembre l’Incubatore d’imprese del centro storico (gestito dal Job centre), nato per sostenere con finanziamenti e agevolazioni le attività della città vecchia, ha approvato 5 progetti per altrettante imprese che si insedieranno in zona. Con l’inizio di dicembre si procederà a valutarne almeno altri 2.

    Tutto ciò mixato alla presenza dei laboratori sociali, spazi messi gratuitamente a disposizione delle più svariate realtà associative: dalle associazioni di quartiere a chi si occupa di yoga, tutte i cittadini anche i non residenti, sono invitate a partecipare con le proprie iniziative.
    Pochi giorni fa si è concluso il bando per la gestione dei locali di vico Mele, sottratti alla criminalità organizzata e destinati alla vendita dei prodotti provenienti dalle terre liberate dalla morsa dei clan.
    Ma non solo. Attualmente sono tre i locali che grazie al Patto per lo sviluppo è stato possibile rendere accessibili: si trovano in Piazza Posta Vecchia, Vico Fornaro e Piazza della Cernaia.
    “È un fattore fondamentale perché stanno giungendo utilizzatori da tutta Genova – racconta Oliva – in questo modo la Maddalena torna ad essere considerata una risorsa per la città”.
    Un altro obiettivo sempre più vicino grazie al finanziamento del Job centre, è la realizzazione di una sede definitiva per il Laboratorio sociale Maddalena, presso alcuni locali al piano terra di vico del Papa.
    I progetti però non terminano qua. In Piazza della Cernaia si lavora per aprire, anche qui garantendo la massima accessibilità possibile, il nuovo distretto sociale. Mentre in Piazza Posta Vecchia sorgerà un Centro per anziani.
    Infine per il 2012 l’Incubatore d’imprese sta ragionando sulla possibilità di realizzare dei bandi innovativi, non rivolti esclusivamente alle imprese, bensì volti a favorire le associazioni cittadine che vogliano trasferire la propria sede in zona.
    E aumentare così quella presenza costante di persone, idee e progetti che potranno far compiere il decisivo salto di qualità a tutta la Maddalena.

    Matteo Quadrone

     

  • Miralanza: un passo avanti verso la riqualificazione

    Miralanza: un passo avanti verso la riqualificazione

     

    L’ultimo atto della lunga telenovela sull’area industriale ex Miralanza a Teglia, potrebbe essersi consumato un paio di giorni fa a Palazzo Tursi.

    Il 22 novembre infatti il Consiglio Comunale ha approvato l’assenso all’accordo di pianificazione per adeguare gli strumenti urbanistici alla riqualificazione dell’ex Miralanza.

    In pratica questo accordo, dopo il necessario assenso degli altri soggetti coinvolti, andrà a modificare quello risalente al 2003 fra Regione Comune e Asl 3 che prevedeva di destinare l’area all’ospedale di vallata per il Ponente e la Valpolcevera. Perché è proprio questo l’ostacolo che, almeno negli ultimi anni, ha impedito di presentare un progetto per recuperare gli spazi della ex fabbrica di detersivi.

    Nel 2009 però gli scenari sono mutati e la Regione ha individuato Villa Bombrini a Cornigliano come sede del nuovo ospedale del Ponente.

    Il Comune a quel punto ha cominciato a pensare a come recuperare l’area. Parliamo di 36 mila metri quadrati di assoluto degrado, proprietà di un fondo immobiliare, Pegaso Re, gestito da Fondamenta sgr.

    Nel 2010, un concorso di giovani architetti, Europan 10, cofinanziato dall’amministrazione comunale, propose un progetto di recupero per i siti di Begato- Diamante e l’area ex Miralanza. Le adesioni furono moltissime da tutta Europa, 41 i lavori pervenuti e numerosi quelli menzionati come meritevoli. E forse di quell’esperienza sarebbe utile recuperare alcuni spunti.

    Oggi il progetto di riqualificazione, che ha preso forma in linea con le previsioni del nuovo PUC, prevede la realizzazione di circa 250 appartamenti, negozi, parcheggi, una piastra sanitaria e una nuova fermata della ferrovia metropolitana.

    Una quota degli alloggi sarà destinata alle fasce sociali più deboli. C’è da sottolineare però che non si dovrebbe trattare di vera e propria Edilizia Residenziale Pubblica ma piuttosto di edilizia sociale a canone moderato. E forse in questo senso si poteva fare qualcosa di più.

    La Valpolcevera attende con impazienza soprattutto la piastra ambulatoriale vista la carenza di servizi sanitari sul territorio. Ma anche la stazione metropolitana è un decisivo passo avanti per migliorare i collegamenti in una zona, quella di Teglia, da sempre tagliata fuori dal trasporto pubblico.

    Mentre per quanto riguarda i volumi commerciali sono emerse le perplessità dei residenti che chiedono un’attenta verifica sulla possibilità di realizzare strutture di medie e grandi dimensioni, già ampiamente presenti in zona.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Differenziata: l’impianto dell’umido in Valvarenna è chiuso da 1 anno

    Differenziata: l’impianto dell’umido in Valvarenna è chiuso da 1 anno

    Impianto di compostaggio in Valvarenna
    L'impianto di compostaggio dell'umido in Valvarenna

    Una cava dismessa sulle alture di Pegli, in Valvarenna, trasformata da Amiu in un impianto di compostaggio per la raccolta della frazione umida dei rifiuti, non svolge più la sua funzione da oltre un anno.

    Era infatti il 4 ottobre 2010 quando l’alluvione che sconvolse il ponente ligure colpì pesantemente la vecchia cava, sita in località Chiesino di Carpenara. Il pericolo frane e la necessità della messa in sicurezza del versante montano imposero la chiusura dell’impianto.
    “L’impianto è stato chiuso immediatamente dopo gli eventi alluvionali dell’ottobre 2010 – conferma l’Assessore comunale al Ciclo dei rifiuti, Carlo Senesi – a causa del dissesto idrogeologico che ha interessato la zona”.

    Ebbene da allora sono passati 13 mesi e ancora oggi Amiu è costretta a smaltire i rifiuti fuori dalla Liguria, precisamente in Provincia di Alessandria. Presso una struttura privata, con un costo significativo per le casse dell’azienda controllata dal Comune e di conseguenza per le tasche dei cittadini.

    Il costo di conferimento è in media (compreso delle spese di trasporto) di 100 euro alla tonnellata“, spiega l’Ufficio Comunicazione Amiu. I conti sono presto fatti: considerando che la produzione annua di rifiuti compostabili è pari a circa 9000 tonnellate, il costo complessivo sostenuto finora supera i 900 mila euro.

    La raccolta dell’umido è un elemento fondamentale per attuare l’incremento della raccolta differenziata – spiega l’Assessore – Attualmente viene eseguita solo in alcune zone della città. L’obiettivo è quello di estenderla a tutta Genova, quindi un nuovo impianto risulta fondamentale”.

    Il piccolo impianto della Valvarenna era infatti appena sufficiente a soddisfare le esigenze dell’area cittadina. Viste le ridotte dimensioni e considerando l’obiettivo dell’aumento della raccolta differenziata (la quota utopistica è il 65% nel 2012), Amiu ha valutato che una volta ripristinata la struttura sarebbe stato necessario un notevole ampliamento della stessa. Un’operazione giudicata antieconomica.

    “L’azienda sta cercando un sito adatto per realizzare un nuovo impianto di compostaggio – racconta Senesi – Sicuramente non sarà all’interno del Comune di Genova”.
    Il nuovo impianto, precisa Amiu, sarà a servizio di tutta la Provincia e sarà localizzato in quest’area. L’individuazione del sito è una decisione che spetta all’ATO (Ambito Territoriale Ottimale) e coinvolgerà i 66 comuni della Provincia.
    “Per adesso siamo ancora in fase di trattativa – aggiunge Senesi – Tra alcuni mesi partiranno le operazioni e il progetto si concretizzerà al massimo entro 2 anni”.
    Ciò significa che per almeno altri 24 mesi l’azienda continuerà a pagare per trasferire i rifiuti umidi fuori dai confini regionali.

    Una volta realizzato, il nuovo impianto di trattamento sarà dedicato esclusivamente all’umido recuperato grazie alla raccolta differenziata. Lo scopo primario sarà produrre compost di alta qualità. E renderne possibile la sua utilizzazione come fertilizzante su prati o prima dell’aratura, nella gestione del verde pubblico e nei ripristini ambientali.

    Ma non si tratta dell’unica novità. Nel progetto del nuovo polo impiantistico di Scarpino sarà possibile utilizzare la frazione umida dei rifiuti ottenuta dalla separazione secco/umido. Parliamo dei rifiuti indifferenziati nei quali comunque si trova sempre una parte residua di umido. Il rifiuto umido verrà separato tramite un biodigestore anerobico con l’obiettivo di produrre energia sotto forma di biogas.

    “La parte a freddo del polo di Scarpino viaggia su una corsia preferenziale e sarà realizzata per prima – conferma Senesi – Anch’essa è fondamentale per migliorare la gestione dei rifiuti. La separazione dell’umido anche dai rifiuti indifferenziati consentirà infatti di diminuire la quantità destinata alla discarica”.
    Una discarica già oggi in sofferenza e a cui forse, in questo modo, sarà allungata l’esistenza.

    Mentre per quanto riguarda l’ex cava, in una zona, la Valvarenna, già vessata dalla presenza di altri siti di estrazione e dal conseguente transito di mezzi pesanti, non si conosce ancora il suo destino. Per il momento sono stati eseguiti solo gli interventi indispensabili per garantire la presenza quotidiana dei lavoratori dell’Amiu, presso gli ultimi uffici rimasti.
    L’obiettivo è la completa messa in sicurezza della zona per poter usufruire di quegli spazi –  dichiara Senesi – Stiamo valutando diversi progetti, alcuni legati alla realizzazione della gronda ma non c’è ancora nulla di definitivo”.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Ex manicomio di Pratozanino: una petizione per salvare i beni culturali

    Ex manicomio di Pratozanino: una petizione per salvare i beni culturali

    Manicomio di PratozaninoSulle alture di Cogoleto esiste una piccola frazione, Pratozanino, che un tempo ospitava il manicomio provinciale. Il complesso è notevolmente esteso, un’area di circa cento ettari in cui sono dislocati diversi padiglioni immersi nel verde del bosco.

    La zona viene presa in considerazione come luogo adatto alla costruzione di un manicomio a partire dal 1880, quando la Provincia di Genova si trova nella necessità di alleggerire dal sovraffollamento il manicomio cittadino di Via Galata e successivamente quello di Quarto.

    La costruzione inizia effettivamente nel 1907 e quando nel 1910 avviene l’inaugurazione i pazienti sono già più di cinquecento e i padiglioni terminati dieci. Negli anni successivi vengono eretti nuovi corpi di fabbrica in virtù di una logica di completa autosufficienza del complesso: tutto viene prodotto all’interno, dal cibo all’energia elettrica. Una piccola città totalmente autonoma. Negli anni venti il numero dei degenti supera le duemila unità, e l’ospedale rimane un polo di primaria importanza fino alla legge Basaglia del 1978, con la quale comincia la dismissione dei manicomi, che a Pratozanino viene portata a termine nel 1998.

    In realtà una chiusura totale dell’ospedale non è mai avvenuta, perché ancora oggi in questo luogo sono presenti dei malati, provvisoriamente sistemati in strutture prefabbricate (ormai da quattro anni) in attesa che vengano completati i lavori di ristrutturazione di due padiglioni destinati ad ospitarli. L’area infatti è stata venduta a Fintecna (società controllata dal Ministero del Tesoro, la stessa società che ha acquistato il manicomio di Quarto) nel 2008, ma questi due padiglioni sono rimasti in concessione alla Regione che li sta recuperando a proprie spese.

    All’interno del complesso sopravvivono però anche alcuni beni di interesse culturale la cui integrità è messa in serio pericolo dall’incuria in cui è stato lasciato il luogo per anni.

    L’Associazione Culturale Cogoleto Otto si batte per la difesa di questi beni. Siamo andati a parlare con il presidente, Maurizio Gugliotta.
    La vostra associazione ha promosso una petizione in difesa dei beni da salvaguardare presenti nell’area. Quanti e quali sono?
    In primo luogo la Chiesa di Santa Maria Addolorata. La chiesa è all’interno della struttura manicomiale e venne costruita nel 1933. Per una fortunata coincidenza fu terminata quando presso la struttura venne ricoverato Gino Grimaldi, artista dalla vita travagliata che trovò a Pratozanino il senso della sua esistenza. Gli venne infatti concesso di decorare l’intera chiesa.

    La sua opera però non è oggi visibile nella sua interezza: gli affreschi nel luogo di culto, sottoposti all’azione del tempo e alle infiltrazioni d’acqua e umidità, sono molto degradati. Altre opere invece sono state fortunatamente asportate e messe in salvo: si tratta di due pale d’altare (una raffigurante S. Camillo e una S. Vincenzo) e tre lunette che sono state restaurate e riportate all’antico splendore, e successivamente allocate nell’Oratorio di San Lorenzo a Cogoleto dove ancora adesso si trovano, insieme a una quarta lunetta -una bozza che Grimaldi aveva cominciato e poi lasciato da parte- e un coprialtare.

    Altra opera oggetto della petizione è il presepe dei ricoverati, un presepe particolarissimo (anch’esso si trova oggi a Pratozanino e ha sofferto per anni infiltrazioni d’acqua nel padiglione che lo accoglie), iniziato da un infermiere e alla cui realizzazione hanno contribuito negli anni anche i pazienti. È costituito da una parte classica rappresentante la Natività, con statue a grandezza naturale, per proseguire poi con una parte in cui i malati hanno restituito scene di vita quotidiana all’interno dell’ospedale, con raffigurazioni commoventi che ci offrono addirittura particolari come la stanza dell’elettroshock. C’è infine una terza parte con rappresentazioni di Genova nei ricordi dei ricoverati, quasi mettessero in immagine il loro desiderio di tornare a una vita normale.

    L’ultimo bene oggetto della petizione è il glicine secolare, cresciuto su un pergolato che faceva ombra a una zona con panchine.

    La chiesa è sottoposta a vincolo: quando la Soprintendenza pone il vincolo su un’opera, edificio o area, significa che l’oggetto del vincolo è riconosciuto bene culturale e in quanto tale tutelato. Quindi un passo in questo senso era stato fatto. Dopodiché Soprintendenza o Comune si sono mossi in funzione di un’azione di tutela e restauro dell’edificio e delle sue opere?
    Qualcosa è di certo stato fatto anche prima di noi, l’Associazione Pratozanino si è occupata da vicino di questo complesso. Sicuramente c’è da essere preoccupati per quanto riguarda lo stato degli affreschi: le ultime foto sono state fatte nel 2007 e mostravano chiaramente quanto si fosse perso delle immagini originali nel giro di dieci anni. Nel frattempo sono passati altri anni ed essendo oggi l’area dichiarata cantiere, quindi non accessibile, non siamo in grado di dire in che condizioni versano oggi queste opere.

    A difesa di questi beni organizzate, oltre alla petizione, una conferenza. Dove e quando?
    La conferenza è il prossimo 26 novembre alle ore 16 presso l’Oratorio di S.Lorenzo a Cogoleto. La relatrice è Angela Pippo, studiosa di Gino Grimaldi, che illustrerà le opere presenti in oratorio e quelle rimaste presso la chiesa.

    Chi volesse sottoscrivere la petizione può farlo presso l’oratorio, presso la sede dell’associazione, in Via Rati 37 a Cogoleto, oppure tramite il sito internet www.petizionionline.it individuando la petizione della A.C.C.O..

    Claudia Baghino

  • Grecia: il lato oscuro della crisi si chiama FMI

    Grecia: il lato oscuro della crisi si chiama FMI

    Crisi in GreciaLa Banca Centrale Europea ha dichiarato qualche tempo fa tutta la sua insoddisfazione, rilevando che i movimenti in negativo del mercato dei titoli di stato UE “sono imputabili principalmente all’incertezza relativa al programma di risanamento del governo greco e alle prospettive di una ristrutturazione del debito greco”.

    Nel nostro paese si sentono e si leggono più volte le dichiarazioni di illustri giornalisti e politici dichiarare “speriamo di non finire come la Grecia“. Un’affermazione che sinceramente mi infastidisce ogni volta che la odo, primo perché mi pare miope e provinciale, secondo perché sulla crisi greca ci sono troppi aspetti poco chiari e, soprattutto, mai approfonditi.

    Qualcuno ha mai sentito parlare di “debito detestabile“? Si tratta di un debito che i cittadini non sono tenuti a pagare perché “illegale”. E di ipocriti ricatti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Centrale Europea (BCE) e delle singole potenze europee? Niente di niente.

    Eppure Francia e Germania prestano soldi alla Grecia a patto che quest’ultima non blocchi le importazioni di armamenti dalla Germania e di aerei militari dalla Francia. Così la Grecia incassa e distribuisce ai ricattatori, un paese in balia del FMI che ormai si è sostituito alla politica interna.

    E a pagare sono ovviamente i greci, che subiscono da più di un anno tagli impressionanti, necessari per soddisfare le richieste di FMI e BCE: tali richieste, però, sono in gran parte ILLEGALI. C’è qualcuno che lo grida?

    Ad Atene si, migliaia di persone in piazza, intellettuali e giornalisti chiedono la cacciata degli uomini del FMI e la verità sulla natura di questo debito, ma dalle nostre parti la notizia arriva un po’ distorta… e sembra che tutti ora stiano cercando di prodigarsi per aiutare questo Stato poverino, spendaccione e sconsiderato, oppure si ci augura di vederlo ribollire nel suo brodo, senza che la pentola trabocchi.

    IL PRECEDENTE – Una situazione molto simile è accaduta in Ecuador nei primi anni del 2000 e alcuni degli uomini del FMI che sbarcarono in Ecuador per “aiutare” il paese a ripagare i debiti contratti oggi li ritroviamo nelle aule del Parlamento di Atene. L’ascesa politica del nazionalista ecuadoriano Correa, attuale presidente della Repubblica, ha favorito la cacciata degli operatori del FMI attraverso l’istituzione di una Commissione di Controllo Logistico composta da economisti di tutto il mondo non soggiogati agli interessi internazionali. Il debito ecuadoriano è stato dichiarato illegale e da ormai quasi dieci anni l’Ecuador ha rialzato la testa migliorando le condizioni di vita dei suoi cittadini con lauti investimenti su sanità e istruzione. Fino a quel momento l’80% dei ricavi dello Stato venivano prelevati dall’FMI, il 20% dopo la rivoluzione di Correa.

    Il popolo greco sceso in piazza sa che l’istituzione della Commissione è impossibile sino a che non verranno strappati dalle poltrone gli attuali governatori, semplici burattini guidati dai potenti creditori. Anche in Grecia quindi, come in Siria e nord Africa, c’è un dittatore da sconfiggere e allontanare: il Fondo Monetario Internazionale.

    Per approfondire il tema del “debito detestabile” consiglio il documentario Debtocracy realizzato dai giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou che indaga sulle cause della crisi finanziaria greca legata al debito pubblico.

    Ecco il documentario con i sottotitoli in italiano.

    Gabriele Serpe

  • Sampierdarena: un primo bilancio dei lavori di riqualificazione urbana

    Sampierdarena: un primo bilancio dei lavori di riqualificazione urbana

     

    Raggiunge la rispettabile cifra di 12 milioni di euro, l’investimento complessivo destinato alla riqualificazione urbana di Sampierdarena. 9 provengono dal contributo POR-FESR (Programma operativo per l’utilizzo del Fondo europeo per lo sviluppo regionale), 3 li mette sul banco il Comune.

    Ma oggi qual è lo stato dell’arte dei lavori che interessano il quartiere?

    Il Progetto Integrato di Sampierdarena è uno dei quattro approvati e destinati al finanziamento POR-FESR (gli altri riguardano Prà, per un importo di 11 milioni; Maddalena, quasi 10 milioni; Molassana, 9 milioni).

    L’idea di fondo del progetto è quella di migliorare la vivibilità del quartiere grazie a una serie di interventi che rendano maggiormente funzionale la mobilità e riducano i volumi di traffico.

    I principali interventi sono i seguenti: la riqualificazione di via Cantore, il riassetto della viabilità di via Buranello,la riqualificazione di Piazza Vittorio Veneto, la pedonalizzazione di via Daste, la realizzazione del nuovo ascensore per Villa Scassi, oltre a una serie di azioni volte al potenziamento dei servizi informativi al cittadino e dei servizi sociali attraverso la creazione di un nuovo asilo, di un centro per anziani e il risanamento del palazzo del Municipio.

    Di questi finora uno soltanto è stato portato a termine. Si tratta della riqualificazione di Piazza Vittorio Veneto che ha visto realizzarsi l’incremento dei parcheggi e l’ampliamento dei marciapiedi.

    Per quanto riguarda via Buranello, i lavori, della durata di un anno e dal costo complessivo di 2 milioni, fin dal principio sono stati accompagnati dalle polemiche. Il problema è la realizzazione di una corsia unica, promiscua mezzi privati/pubblici e il conseguente ampliamento dei marciapiedi. Secondo i commercianti della zona la presenza del cantiere e la riduzione della carreggiata influiscono negativamente sulle attività commerciali, impedendo un agevole passaggio veicolare e la possibilità di sosta.
    Ma dal Municipo sottolineano come, quando si interverrà per modificare la viabilità su Lungomare Canepa e via Sampierdarena, sarà possibile sedersi a un tavolo e ragionare sulla possibile presenza di una corsia unica per i mezzi pubblici.

    A breve partiranno invece i lavori per il rifacimento completo della pavimentazione di via Daste.
    Mentre in via Cantore si procede, anche se a rilento, nella riqualificazione dei marciapiedi e nella sistemazione del pavimento a mosaico del porticato.

    Ma sono due i progetti più interessanti. Uno che punta su un sistema di trasporto innovativo. L’altro invece vedrà rinascere una scuola dismessa da lungo tempo. Parliamo degli interventi previsti per il rispristino dell’ascensore che collega via Cantore e Villa Scassi e della realizzazione di un nuovo asilo al Campasso.

    La prima è un’operazione fondamentale per favorire l’accesso al vicino ospedale, grazie alla sistemazione di una struttura in disuso da molti anni.

    In pratica verrà eliminato il tratto pedonale che conduceva al vano ascensore. Una galleria risalente all’epoca della seconda guerra mondiale e utilizzata  come rifugio dai bombardamenti, un tunnel buio e decisamente angusto per anziani o persone con problemi di deambulazione.
    L’ascensore è stato riprogettato dalla testa ai piedi e sarà completamente meccanizzato. E’ previsto un tratto iniziale dove la cabina viaggerà in orizzontale e un secondo tratto, dove viaggerà in obliquo. Per concludere il suo breve tragitto e sbucare di fronte al Pronto Soccorso sul lato di Villa Scassi. Il progetto prevede una struttura trasparente e luminosa, grazie a una superficie totalmente vetrata. I tempi di risalita saranno di poco superiori ai due minuti. Sarà un sistema autogestito senza neppure la necessità della presenza di personale, coniugando così l’ottimizzazione dei costi e la fornitura di un servizio migliore. I lavori, che prevedono un investimento notevole (costo del 1° e 2° lotto, 4 milioni e 290 mila euro), cominceranno nel 2012 e dureranno circa 3 anni.

    Anche gli interventi che riguardano l’ex scuola di via Pellegrini al Campasso, devono ancora partire. Qui nascerà un asilo concepito con strutture architettoniche a misura di bambino. Il problema è la presenza di amianto nel tetto del vecchio edificio. Infatti in questi giorni si sta procedendo nella demolizione dell’edificio e nella conseguente bonifica. Per terminare i lavori e veder rinascere un luogo dedicato ai più piccoli, ci vorranno almeno altri 2 anni.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Silos Hennebique: abbandonato da anni, c’è un’ipotesi di rinascita

    Silos Hennebique: abbandonato da anni, c’è un’ipotesi di rinascita

    Un pezzo di storia cittadina, carico di ricordi gloriosi, è sempre lì fermo immobile. Silos Hennebique Ponte ParodiNumerose ipotesi di trasformazione si sono susseguite nell’ultimo trentennio ma purtroppo nessuna di queste è diventata realtà. Un colosso imponente, un luogo simbolo del porto di Genova, giace abbandonato al suo destino fin dagli anni ’70 e mentre tutto intorno fioriscono mutazioni, lui rimane uguale a se stesso, solo e sempre più decadente.
    Parliamo del silos granario Hennebique di Santa Limbania, ubicato a ridosso della Stazione Marittima, costruito a fine ‘800 per l’immagazzinamento e l’insaccamento del grano, così chiamato dal nome dell’inventore del cemento armato, Francois Hennebique, che brevettò la nuova tecnica di costruzione nel 1892. Una storia ultra centenaria quella del silos, uno dei primi esempi al mondo di grande costruzione in calcestruzzo armato. Il sistema Hennebique conta 1500 opere regolarmente registrate sparse in tutto il Paese, per citarne una lo stesso brevetto è stato applicato al Lingotto di Torino.
    L’Hennebique è ancora oggi un manufatto immenso di oltre duecentodieci metri di lunghezza, largo 33 e alto 44, con 38 mila metri quadrati di superficie interna distribuiti su sei piani. Inaugurato nel 1901, come ricorda una targa in facciata, è stato ampliato nel 1907 con l’aggiunta di 126 celle.
    Rappresenta un esempio storico di archeologia industriale citato nei manuali di ingegneria, un monumento all’edilizia da salvaguardare tramite un riutilizzo compatibile. Chi deciderà di investire nell’area infatti dovrà tenere conto di una serie di vincoli imposti dalla Soprintendenza: conservazione dell’involucro esterno, salvaguardia delle facciate e della torretta.

    La notizia è che il silos potrebbe finalmente trovare una nuova destinazione d’uso grazie a un bando di gara che l’Autorità Portuale, proprietaria dell’area, sta predisponendo in questi mesi per sancire il soggetto vincitore a cui affidare la riqualificazione e la futura gestione dell’edificio. Ma il condizionale in questo caso è d’obbligo.
    Infatti nel corso degli anni sono fioccate moltissime idee sul possibile riutilizzo dell’Hennebique: alla fine degli anni ’80 doveva trasformarsi in un albergo, poi avrebbe dovuto ospitare la sede della facoltà di Ingegneria, forse la soluzione più consona perché in grado di consentire un positivo collegamento con il centro storico e una riqualificazione urbana di tutta l’area.
    Ultimamente all’inizio del 2010, quando già si parlava di una gara per l’affidamento, un gruppo di professionisti (Carlo Guglielmetti, ideatore, Gianluca Peluzzo, progetto architettonico e Carla Peirolero, progetto scenografico) presentarono l’ambizioso “Progetto Cimento”, un contenitore culturale capace di ospitare musei (energia, cioccolato e pace), mostre permanenti, bar, ristoranti, un albergo e un parcheggio con oltre 450 posti. Infine a febbraio di quest’anno, in coincidenza con le celebrazioni dell’Unita d’Italia, l’ultima proposta: perché non renderlo disponibile come sede del museo della storia d’Italia?
    Il Presidente dell’Autorità Portuale, Luigi Merlo, spiegò all’epoca, febbraio 2011, che il porto insieme al Comune stava definendo la nuova destinazione d’uso dell’area e il bando di gara. Ma se dal governo o dal Parlamento fosse venuta l’indicazione di utilizzare l’edificio per il museo della storia d’Italia, Palazzo San Giorgio avrebbe immediatamente fermato il bando per mettere l’Hennebique a disposizione del progetto.
    Lo scandalo è che nessuna di queste proposte ha trovato finora un’applicazione concreta. Fiumi di parole e idee buttate al vento, fatto sta che tutto è rimasto com’era. Nonostante Comune e Autorità portuale stiano collaborando nella definizione delle linee urbanistiche che coinvolgono il fronte del porto, per far sì che il Piano Urbanistico Comunale e il Piano Regolatore Portuale siano il più possibile coincidenti, per quanto riguarda la nuova destinazione del silos, nulla si muove.
    Ma qual è il problema che ha creato l’impasse? L’uscita di scena dell’Università è il fattore scatenante: il cambio di programma dell’ateneo e il trasferimento della facoltà di ingegneria presso il futuro villaggio tecnologico degli Erzelli, impone infatti una revisione delle funzioni previste all’interno dell’ex deposito granario. È necessaria una variante al precedente accordo di programma siglato nel 2007 fra Comune, Autorità Portuale e Università, per individuare quali funzioni saranno “ammissibili”, vale a dire cosa si potrà realizzare all’interno di quegli immensi spazi. Non si tratta di un aspetto secondario visto l’ingente investimento che sarà necessario per la riqualificazione. Dopo la delibera che rende possibili le modifiche all’accordo, approdata in giunta sul finire di aprile, non si è più avuta notizia dell’approvazione definitiva del testo, che spetta al Consiglio comunale. L’autorità Portuale conferma di attendere le indicazioni di Palazzo Tursi. E ribadisce l’intenzione di indire la gara entro fine 2011, anche perché saranno necessari almeno 5 anni per l’approvazione del progetto e la realizzazione dei lavori.

    Un’operazione che comporterà notevoli investimenti privati, una prima stima si assesta fra i 100 e i 150 milioni di euro, che in qualche maniera dovranno essere ammortizzati.
    Dalla discussione in corso fra Comune e Autorità Portuale sono trapelate le cosiddette “funzioni ammissibili”. Partiamo dalle certezze: la funzione prevalente dovrà essere pubblica; ma è prevista anche un’apertura a funzioni private di interesse pubblico, prevalentemente di tipo ludico culturale, per esempio uno spazio museale. Inoltre ci sarà la possibilità di realizzare una struttura ricettivo – alberghiera a condizione che i servizi di interesse pubblico non siano inferiori a una determinata percentuale. Non sono invece previste residenze neppure di tipo universitario.
    Da quello che si riesce a comprendere l’obiettivo principale del recupero sarà quello di fornire luoghi di supporto alle attività crocieristiche. E vista la contiguità con Ponte Parodi e il Ponte dei Mille non poteva essere altrimenti. Il primo è oggetto anch’esso di un profondo rinnovamento, grazie al progetto dei francesi di Altarea, ed entro il 2015 data prevista di fine lavori, vedrà completata la realizzazione di una “Piazza del Mediterraneo” in cui saranno presenti iniziative culturali e ludiche ma anche una parte dedicata al commercio e alla grande distribuzione.
    La collocazione strategica del silos Hennebique tra Ponte Parodi e il Ponte dei Mille che, dopo l’ultimo ampliamento, ha un accosto della lunghezza complessiva di 340 metri in grado di consentire l’attracco delle navi più moderne, fa sì che la soluzione di supporto alle attività crocieristiche sia la migliore possibile.
    Resta da capire se per l’ennesima volta si tratta di un annuncio destinato a cadere nel vuoto, mancano pochi mesi alla fine dell’anno e il glorioso silos attende immobile di conoscere il suo destino.

     

    Matteo Quadrone

    Foto: Daniele Orlandi

     

  • La decrescita, il nuovo sistema economico di Serge Latouche

    La decrescita, il nuovo sistema economico di Serge Latouche

    decrescitaAlle nostre orecchie “decrescita” suona come una parolaccia. La nostra civiltà è cresciuta sotto la splendida palma del consumo e della crescita economica, e il segno meno è difficile da digerire come indicazione positiva.

    Eppure, già negli anni settanta, il professore rumeno Georgescu-Roegen gettava le basi di un nuovo sistema economico in contrapposizione alla crescita del PIL come indicatore positivo. Egli dimostrò quanto la teoria dei consumi potesse facilmente condurre la società occidentale all’entropia, alla paralisi.

    Nel 1979 i suoi studi vennero pubblicati in Francia attirando l’attenzione degli economisti di tutto il mondo, e si iniziò a parlare di “decrescita” come nuova opportunità, di esaurimento delle risorse non rinnovabili… temi in completo contrasto con il senso comune di quegli anni, che guardava al futuro come a una crescita infinita, fuorviato dall’aumento delle ricchezze e dalla vita comoda.

    Oggi questo senso comune non dico sia mutato, ma senza ombra di dubbio le crepe del sistema sono visibili a chiunque e l’insofferenza generale inizia ad avvertirsi nitidamente. E affermare che il miglioramento delle condizioni di vita deve essere ottenuto senza aumentare il consumo, non è più scomunicante ed eretico.

    Serge Latouche, economista e filosofo francese, è fra i principali sostenitori della decrescita, ma in Italia anche gli studiosi Maurizio Pallante e il genovese Giovanni Siri, in ambiti diversi, si occupano della materia. Lo scopo è quello di dimostrare concretamente l’alternativa al corrente sistema economico: il “nuovo mondo”. Un’economia fondata sull’autolimitazione volontaria dei consumi a favore di un miglioramento della qualità della vita, da non confondersi con la “crescita negativa” della quale sentiamo parlare nei vari talk show politici.

    Un nuovo paradigma sociale quindi, lontano anni luce dal concetto di utopia e basato su alcuni principi portanti: non si può separare la crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico, la limitatezza delle risorse contraddice il principio della crescita del PIL, la ricchezza prodotta dagli attuali sistemi economici consiste soltanto in beni e servizi e non tiene conto di altre forme di ricchezza indispensabili per la qualità della vita.

    Letture consigliate: Serge Latouche, “Come si esce dalla società dei consumi” / Giovanni Siri, “La psiche del consumo”

    Gabriele Serpe

     

    Ecco l’intervista di Giorgio Avanzino per Era Superba all’economista Serge Latouche

     

    IL MITO DELLA TORTA

    Siamo dentro alla teologia della crescita e non ne vediamo la stupidità. Dobbiamo ritrovare il senso della misura, restituire il suo significato alla parola lavoro. I tempi sono maturi per un cambiamento radicale del nostro stile di vita…” Serge Latouche

    Nel pieno di una crisi economica, sociale, culturale, della quale si fatica a vedere l’uscita, fra cambiamenti climatici, inquinamento, disoccupazione e peggioramento delle condizioni di lavoro, qual è la soluzione proposta da politici di ogni schieramento, economisti, giornalisti, industriali, sindacati, insomma da tutti? La parola magica: crescita, alias lavorare, produrre e consumare di più, nell’attesa che una tecnologia verde arrivi a salvarci dai suoi effetti collaterali. La via maestra passa per l’obsolescenza programmata di mercati saturi, come l’automobile e la telefonia, per la produzione di nuovi bisogni, per il concetto di povertà relativa, tutto con l’obbiettivo di rilanciare la produzione/consumo.

    Ma la crescita illimitata è auspicabile in un pianeta dalle risorse finite? Lavorare e consumare di più è davvero il fine dell’esistenza? Oggi, finita la sbornia del boom, dentro lo scenario peggiore, la società della crescita senza crescita , il segno meno del Pil, incubo evocato in ogni talk show, iniziamo a chiedercelo.  Per rifiutare il dogma che la crescita è buona, sempre e per tutti bisogna decolonizzare l’immaginario e uscire dalla cultura che la considera una verità rivelata, quasi religiosa: questa è la provocazione della decrescita serena proposta dal professore francese Serge Latouche.

    Nel suo ultimo libro, Latouche sfata il mito della torta che lievita all’infinito producendo più fette per tutti; è ora di chiedersi non quanto la torta della crescita potrà lievitare, ma quale sia la lista degli ingredienti: buoni o tossici?  Ma se l’economia è una religione, chi pratica la decrescita deve essere il suo ateo, e vivere come se non esistesse! Solo sospendendo la fede acritica nella crescita, potremo percepire la tossicità della torta, e non mangiarla più! I movimenti che si ispirano alla decrescita propongono un’autoriduzione volontaria, serena, della produzione e del consumo all’insegna del meno, ma meglio: non abolire il mercato, ma ricondurlo a semplice spazio sociale dello scambio impersonale; ristabilire un equilibrio tra uomo e ambiente; rilocalizzare la produzione di cibo; riscoprire la qualità della vita  La decrescita è una rivoluzione culturale, da non confondere con l’ambigua retorica della crescita verde, un’opulenza frugale che deriva dalla presa di coscienza che l’aumento dei consumi non può essere l’unico nostro orizzonte, a scapito dell’esistenza del nostro stesso pianeta.

    Andrea Macciò