Luiso Sturla, pittore, nasce a Chiavari nel 1930. Ha fatto parte di uno dei più importanti movimenti artistici italiani, il MAC, ha visto nascere la Pop Art a New York, è stato amico di Gregory Corso, poeta della beat generation. Pittore informale, continua ancora oggi un’instancabile attività. Ci ha accolto nel suo studio di Chiavari per parlare della sua vita e della sua arte.
Come è avvenuta la sua formazione artistica e come ha scoperto di voler dipingere? Il padre di amici era un pittore dilettante: prendeva una rosa o una calla dal giardino e ce le faceva copiare. Io ero piccolino, avevo sei anni, e ho cominciato così a disegnare. Mi piaceva. Tanto che ho fatto il liceo artistico, e quella è stata la mia formazione; lì ho conosciuto i pittori e gli scultori liguri importanti (come Verzetti, Alfieri, Micheletti) di due generazioni antecedenti la mia. Dovevo successivamente fare architettura, mi ero iscritto a Torino e avevo fatto un anno, però poi ho incontrato qui a Chiavari due “delinquenti” (ride) molto bravi, Bartolomeo Sanguineti, che faceva il falegname ma era un bravissimo pittore astratto, molto colto, e Vittorio Ugolini; ho cominciato una frequentazione con loro. Ma non c’eravamo solo noi: in quel momento a Chiavari – parlo del ’48-’50, appena dopo la guerra – c’era tutta un’aria novecentista che si era formata proprio lì, e che ci portava a interessarci di ciò che accadeva in Europa, a conoscere; avevamo fame di conoscere. Io, Costa e Ugolini siamo poi confluiti nel MAC, il Movimento d’Arte Concreta(il celebre movimento artistico fondato a Milano nel ’48 da Atanasio Soldati, Bruno Munari, Gillo Dorfles, n.d.r.). Già allora qui mi sentivo stretto, e a Milano ho avuto l’opportunità di conoscere tutti i grandi artisti italiani del mondo dell’astrattismo. Sono andato avanti con l’astrazione sette anni, fino al 1958 quando il movimento si è esaurito. Inoltre non riuscivo più a stare nei canoni dell’astrazione geometrica pura, ero troppo pittore, vivevo! E penetravo il tessuto pulsante della vita; bazzicavo già Firenze e conoscevo in quel periodo, presso la Galleria Numero, i pittori informali che suscitavano in me un interesse particolare. Così da Firenze sono partito, insieme ad un’amica, per New York, dove ho visto l’arte statunitense prendere forma: un vero scatto nel senso di formazione di un gruppo avveniva giusto in quegli anni, con la nascita della Pop Art. Nel mio anno di permanenza ho visto quella realtà, sono diventato amico di Gregory Corso, Michael Goldberg, Larry Rivers e altri tra poeti e artisti. Tornare non è stato facile. Le misure non erano le stesse, qui era tutto piccolo in confronto, a partire dagli atelier, che là erano enormi ex-capannoni industriali dismessi. Piano piano mi sono rimesso in corsa, con tante difficoltà, prima di tutto sul piano della vita, perché comunque era difficile vivere di pittura. Ho arricchito così il mio informale con qualcosa che appartenesse alla mia terra: attraverso l’uso della luce e del colore mi sono rivolto di più alla Liguria. Non so se sia stato un bene o un male, ma è stato così, il mio era un informale ligure. Attualmente invece i miei lavori sono incentrati sul mondo del sogno, dell’onirico, dei fantasmi. Il fare artistico è tutto un divenire, non sai mai dove arrivi, la fantasia ti porta dove non avresti mai pensato, quasi ad arrivare all’assurdo dell’immagine.
Oggi c’è l’impressione che l’atteggiamento più comune sia la mera constatazione dell’amara realtà che ci circonda. Non slanci propositivi, ma ripiegamento. Vede questo anche nel mondo dell’arte? In realtà sono un po’ di anni che non seguo tanto i movimenti artistici, non conosco bene i giovani; è difficile anche perché oggi sono un esercito, allora eravamo meno, ma mi pare che oggi un movimento vero e proprio non esista.
Certe sue opere mi ricordano un po’ Turner… c’è qualche artista del passato o un periodo che l’ha influenzata particolarmente? Non proprio. Turner, Monet, come dispersione della luce e dell’immagine, erano già dentro di me, e probabilmente erano insiti anche nella nostra luce ligure che si avvicina molto a quella francese; questa è una domanda che mi hanno posto in molti, perché ho dei quadri che si disfano e diventano luce. È interessante il fatto che a volte ci si trovi a riscoprire il passato rivedendolo in un altro mondo, attraverso una voce nuova. Io sono arrivato a certe immagini involontariamente, era il mio stesso tessuto pittorico che mi portava in quella direzione. Oggi vorrei cancellare 15-20 anni della pittura che ho fatto, proprio perché era troppo legata a un approccio fisico alla natura, a luce, mare, alberi…
Per molti poeti e musicisti liguri il fatto di avere questa terra dentro è stato determinante. Per lei essere ligure ha significato qualcosa?
La Liguria non l’ho cercata, semplicemente faceva parte di me, ce l’avevo dentro dalla nascita. Come artista informale ligure ho fatto parte di una tradizione ricca di artisti, Fasce, Repetto e molti altri. Noi avevamo una luce molto più ricca di colore rispetto ai lombardi per esempio, avevamo più suggestione lirica; anche se non avessimo visto i succitati Turner e Monet, o se li avessimo voluti cancellare, sarebbero tornati sempre, nella nostra luce, nel tessuto pittorico.
C’è un colore che predilige o che l’ha tormentata? Tormentare no, comunque l’azzurro. È un colore su cui ho lavorato molto, forse troppo. Ora infatti non sono più tanto portato verso questo colore, ho in testa altre immagini.
In più di cinquant’anni di attività, c’è un momento in cui passa la voglia?
Cosa vuoi che ti dica, sono malato e vado avanti nella malattia! La prima cosa che penso la mattina è di scendere in studio e mettermi di fronte alla tela… ma è una malattia personale. Pensiamo tutti, io e gli altri miei colleghi, di andare alla stazione e prendere ancora un altro treno, ma il treno non passa più, ormai. Però dentro di noi ci costruiamo il nostro modus vivendi, chi scrive, chi dipinge. Io sono quello che dipinge.
Oggi cosa la ispira ancora? Il mistero, il raccontarmi sottilmente, con pudore, il raccontare situazioni avvenute qui, nel mio giardino, sul fiume, episodi della mia storia che voglio tradurre in chiave più moderna, più astratta, meno figurativa, con la figurazione però. Voglio una figurazione che non sia figurativa, il che complica tutto! (ride).
Parte da dentro di sé o da fuori quando approccia la tela? Il quadro si fa via via, non puoi mai dire “so cosa faccio”. Parto con un’idea che credo di poter dipingere, poi mentre lavoro il quadro diventa un’altra cosa, perché la pittura informale è così, l’immagine cambia come cambiano i miei pensieri, è un’unione tra la mia psiche e la materia pittorica; finché non sento che è finito, non abbandono il quadro, anche a costo di distruggerlo, ma non lo distruggo mai, voglio sempre portarlo a termine, in tutti i modi… non ho niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso.
Antonio Clemente, nato il 28 Aprile 1982 a Castelvetrano (TP), in Sicilia. Si definisce “pittautore”… Fin da bambino mostra inclinazioni artistiche, disegnando personaggi e storie a fumetti. Verso i 16 anni comincia a interessarsi alla poesia e alla pittura.
A 18 anni, ricevuta in regalo una chitarra, inizia l’amore per la musica, per i cantautori italiani… «ideale via di mezzo tra musica, poesia e concretezza, fondamentali per la formazione del mio gusto musicale e la mia personalità».
A 24 anni pubblica una raccolta di poesie adolescenziali dal titolo “Fiori di strada” per una casa editrice fiorentina, la “Maremmi Editore”. Nello stesso periodo entra a far parte di una band, “La Combriccola”, cover band di pop e rock italiano, con cui per circa 4 anni si esibisce in lungo e largo per tutta la Sicilia Occidentale, eseguendo anche qualche brano inedito.
Nel 2006 arriva la laurea all’Accademia di Belle Arti di Palermo con una tesi sulla pittura italiana degli anni ’20 che molto ha influenzato anche il mio personale stile pittorico. Trascorsi 2 anni sabbatici, la partenza per Genova, per avere nuovi stimoli e conoscere nuovi spazi dove poter coltivare le ambizioni artistiche. A Genova si iscrive all’Accademia Ligustica di Belle Arti, biennio specialistico nel corso di scenografia e nel febbraio 2011 la laurea e la pubblicazione sulla rivista mensile genovese “Era Superba” del fumetto a episodi “I viaggi di Jude” (ispirato alla canzone “Hey Jude”dei Beatles).
Nell’estate del 2011 esce il primo EP autoprodotto,”Infinito”, nell’inverno 2011 il quadro della copertina del disco “La barca” viene scelto per essere esposto alla mostra nazionale d’Arte contemporanea “Saturarte” svoltasi alla galleria d’arte “Satura” di Genova, e una sua poesia dal titolo “Mal d’Africa” viene inserita nell’antologia dei poeti italiani contemporanei “Haber Artem”, edito dalla Aletti Editore
Antonio Clemente: voce, chitarra acustica
Manuel Perasso: chitarra elettrica (chitarra acustica o tastiera)
Mario Vasa: Batteria (cajon e maracas)
Giovanni Sanguineti: basso
Alice Nappi: violino
Elisa Confortini è nata nel 1973 a Brescia. Dagli anni ’90 si è specializzata nelle lavorazioni in ceramica, che da settembre 2011 realizza nel suo Atelier 99 in via Zara 39 r. Proprio lì l’abbiamo incontrata e ci siamo fatti raccontare la sua esperienza.
Da dove nasce la tua passione per la ceramica?
Fin da bambina ho avuto un forte interesse per l’arte e per il “piacere di fare”. Negli anni ’90 stavo sfogliando una rivista e ho visto immagini di lavori in ceramica fatti con la tecnica raku. Da lì è nata la voglia di imparare: per prima cosa ho seguito un corso, perché prima di utilizzare la raku o altre tecniche è fondamentale imparare l’abc. In seguito ho iniziato a realizzare in autonomia le prime opere.
Quali sono le fasi del tuo lavoro? Anzitutto bisogna precisare che esistono due tipi di lavorazioni della ceramica: in Italia è molto diffusa la maiolica, che viene cotta a bassa temperatura, ovvero fino a 1.050°. Io invece utilizzo le cotture ad alta temperatura, più precisamente a 1.280°, e le mie materie prime sono il gres e la porcellana: nessuna delle due si trova in Italia, importo il gres da Spagna e Germania e la porcellana da Limoges, in Francia. Sono entrambi venduti a pani, ossia parallelepipedi tra i 10 e i 25 chili l’uno.
La lavorazione è tutta manuale: parto dal modellare la materia prima creando le forme ex novo o con l’aiuto di stampi in gesso che io stessa realizzo. Una volta modellata la lascio asciugare, poi faccio una prima cottura a bassa temperatura – circa 960° – da cui si ottiene il cosiddetto biscotto. A seguire faccio la smaltatura, che avviene a spruzzo, a pennello o a immersione con smalti fatti da me. Infine la seconda cottura ad alta temperatura. Le fasi sono molto lunghe e la cottura e asciugatura richiedono tempo: per questo motivo non lavoro mai su una sola opera alla volta.
Quali sono le caratteristiche dei materiali che utilizzi? La terra è un materiale vivo: a differenza di pietra e marmo non si lavora mai per sottrazione, ma per aggiunta. Inoltre le fasi di cottura e asciugatura cambiano la consistenza della materia, non si può mai stabilire a priori come verrà.
Il mio lavoro ha il suo nucleo centrale nel modellare la materia prima: chi fa maiolica pone l’attenzione soprattutto sui colori, mentre a me interessa la forma, la materia. La cottura ad alta temperatura rende la terra più dura e compatta e la smaltatura permette di ottenere sfumature di colori molto vicine a quello naturale della terra.
Quali sono gli spazi in cui puoi vendere e far conoscere il tuo lavoro? Le mie opere sono esposte soprattutto all’estero, dove ci sono gallerie specializzate in ceramica e mostre o concorsi dedicati solo a questo materiale. Per esempio in questi giorni inaugura una biennale a Taiwan alla quale partecipo con due altri ceramisti italiani.
In Italia il mercato dell’arte è difficile di per sé: per quanto riguarda la scultura, sono tenute in alta considerazione le opere in marmo e bronzo, mentre gli altri materiali sono considerati “minori”. Inoltre qui da noi non esiste la mentalità della “scultura da tenere in casa”, come invece avviene per i quadri o le fotografie: questo in particolare a Genova, dove le case hanno arredamenti molto tradizionali e le mie opere di ceramica contemporanea “stonerebbero”.
C’è anche una difficoltà di approccio al materiale: molte persone che vengono al mio atelier mi chiedono se sono opere di pietra o metallo, la ceramica non viene immediatamente riconosciuta. La ceramica è percepita maggiormente per la produzione di oggetti d’uso, piuttosto che di opere d’arte.
Hai aperto il tuo atelier da un anno: quali sono le attività che organizzi al suo interno?
Questo è anzitutto il mio luogo di lavoro: ho scelto questa zona di Genova, e non per esempio il centro storico, perché mi serviva uno spazio molto luminoso e ampio per ospitare il forno e tutti gli altri strumenti che mi servono per realizzare le mie opere.
Il nome Atelier 99 è nato da una rastrelliera che ho trovato nella casa di campagna del mio compagno, che aveva 100 posti ma con un beccuccio mancante. Alla rastrelliera (che potete vedere all’entrata nell’atelier, ndr) sono appese 99 tazze in ceramica, tutte diverse e realizzate da me. Non mi piace realizzare un servizio di oggetti tutti uguali, come è invece spesso usanza fare: voglio che le persone scelgano il loro oggetto, mi piace far passare un messaggio di rapporto attivo e personale con gli oggetti, e non passivo come invece spesso accade.
Non ho un vero e proprio orario di apertura, ma a eccezione del lunedì sono spesso qui: chi vuole venire può contattarmi via telefono al 347 0646412 o via mail a info@elisaconfortini.it. A volte mi chiedono se tengo corsi: lo spazio non permette la presenza di molte persone contemporaneamente, mi dedico pertanto a uno o due allievi alla volta se vedo che c’è una reale motivazione ad approcciarsi a questa tecnica.
Piergiorgio Colombara, artista genovese, è in attività dalla fine degli anni settanta; ha al suo attivo numerose personali e collettive sia in Italia sia all’estero, e una recente partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2009. A Genova ha esposto l’ultima volta nel 2011 presso il Palazzo della Borsa con una mostra intitolata “La sala delle grida”. L’abbiamo incontrato nel suo studio dove abbiamo parlato del suo lavoro, circondati dalle sue opere, disegni, collages, e sculture leggere e dorate.
Come è emersa in te l’esigenza di fare scultura?
Io ho studiato architettura quindi c’è sempre stato in me un interesse per la forma e lo spazio. Non mi interessava fare l’architetto, ma lo studio dell’architettura, e questo studio me lo sono portato dietro poi nella mia ricerca e nel mio lavoro. Anche nelle mie prime sculture lo spazio è sempre molto importante.
Come si è evoluta negli anni la tua ricerca? E inoltre, è una ricerca interiore che prende forma visibile nell’opera, o il primo spunto viene dall’esterno?
Io cerco di dare forma all’interno, a ciò che vivo internamente; è una scultura che – così come i miei disegni e i collages – parte da elementi come il tempo, la memoria. Sto attento alla poetica delle forme e dei contenuti.
Scultura, disegni, collages sono binari paralleli?
Sono binari paralleli da sempre; i grandi disegni poi possono sfociare in sculture, ma nascono autonomamente.
Quando un’opera è sottoposta al pubblico, a meno che l’artista non sia lì ad illustrarla a ogni singolo spettatore, la fruizione avviene attraverso la sensibilità personale e l’individualità di ognuno, quindi possono esserci tante interpretazioni quante sono le persone che guardano l’opera. Tu credi che l’arte vada spiegata? E se qualcuno vedesse in un tuo lavoro qualcosa di lontano o opposto a ciò che volevi esprimere? Libertà assoluta. Si possono mettere certi paletti, ma molto generali, e io tendenzialmente non spiego mai… tecnicamente sì, ma sul significato no, non l’ho mai fatto.
Che materiali prediligi e come li lavori?
In scultura ho lavorato, fino al 2000, materiali come ottone, rame, ferro, piombo, cera. Io faccio il modello e poi lo porto in fonderia, dove il lavoro va avanti insieme al fabbro. Da questo vanno escluse le cose piccole che invece faccio qui in studio. Fino al 2000-2001 avevo già fatto opere in bronzo ma in maniera sporadica (una molto grande per esempio quando avevo vinto un concorso a Venezia): da allora invece ho cominciato a lavorarlo in modo più sistematico, utilizzando prevalentemente questo materiale.
La suggestione di certe superfici dorate mi ricorda le “cascate d’oro brunito” di Baudelaire… c’è qualche eco di letteratura, poesia o musica nei tuoi lavori?
Sì, da sempre. Io amo molto anche cinema e teatro, quindi grande attenzione alle sceneggiature, tant’è vero che quando faccio delle installazioni sono sempre molto teatrali. Mi interessa come viene fuori l’opera, ma soprattutto come dialoga con lo spazio; non si può fare sempre un’installazione perché ci vogliono determinate condizioni, ma quando è possibile a me interessa stravolgere lo spazio. Per esempio in occasione di una mostra che avevo fatto alla Permanente a Milano avevo trasformato il grande spazio espositivo bianco, asettico, di 500 metri quadrati, in una grande quinta teatrale nera, dove ho collocato tutte le opere. Anche lì la cosa più importante per me è stato stravolgere lo spazio e farlo diventare un’altra cosa.
A tal proposito, due tematiche che tratti sono la “assenza-silenzio” e la “memoria-spazio”. Puoi spiegarle?
La memoria-spazio è una memoria atemporale, non solo mia. Entrano dentro il mio lavoro le fascinazioni delle architetture medievali per esempio. Il silenzio invece è per esempio in queste sculture degli ultimi dieci anni in cui non c’è corpo: il corpo se ne è andato, rimane solo l’involucro, la veste, quindi il silenzio. E c’è la memoria di quello che poteva esserci dentro. La vita, l’assenza della vita. Tutti questi elementi sono presenti nella mia ricerca fin dall’inizio.
Dalle opere di piccolo formato alle installazioni ambientali: in quale dimensione ti trovi più a tuo agio?
Per me non ci sono differenze: se l’opera piccola è felicemente realizzata, si può realizzare anche quella grande. Le uniche differenze sono di tipo tecnico, nei materiali, ma l’equilibrio che c’è nel piccolo c’è anche nel grande. E poi dietro ogni opera c’è una riflessione, un lungo percorso che dura a volte mesi, dal progetto all’opera finita.
Secondo te cosa manca a Genova per favorire gli artisti contemporanei? Intanto mancano grosse gallerie e grossi mercati; negli anni sessanta e settanta ci sono state gallerie importanti a livello nazionale e non solo. Realtà di quel tipo sono trainanti per l’interno e per l’esterno, ma se non ci sono questi punti fermi in una città, ecco che viene meno tutto il giro. Poi c’è un problema di mentalità, non c’è mentalità del rischio, quindi quando va bene l’autore in questa città sopravvive, oppure se ne deve andare. O altrimenti sta qui ma lavora fuori; io lavoro molto con gallerie di Milano. Ho lavorato molti anni con gallerie di qui ma il risultato è stato sempre piccolo. Le istituzioni adesso fanno quello che possono, ma in passato non hanno mai brillato. Chi ha fatto il lavoro sono sempre state le gallerie private. Adesso che non ci sono soldi poi è ancora più difficile. Per come è oggi a livello mondiale, il contemporaneo diventa remunerativo solo se si fanno grosse strutture, con grandi impegni e collaborazioni tra pubblico e privato; ci sono anche dei pericoli, perché ciò a cui stiamo assistendo è che l’arte contemporanea di alto mercato è solo mercato. Sono operazioni commerciali internazionali in cui si fanno alzare le quotazioni di un artista, ma l’arte non è quello.
L’annosa questione su cui si interrogava già Duchamp…
Duchamp in questo è stato eccezionale, il negativo è stato decenni di piccoli “duchampini”… comunque scrittori e critici ultimamente stanno scrivendo su giornali e libri circa le cose che non vanno nell’arte contemporanea, del fatto che il mercato è diventato preponderante e che siamo vicini alla moda, al lancio di un autore come fosse il lancio di un prodotto.
Parlando di pubblico invece, forse qui ha pochi strumenti critici per capire l’arte contemporanea.
Qui a Genova sì, però ci sono molte realtà in Italia che manifestano un enorme interesse per il contemporaneo, dove ci sono collezionisti che fanno a gara per comprare… mi vengono in mente Torino, Reggio Emilia, ma ci sono tante altre realtà, anche piccole.
Purtroppo spesso l’arte contemporanea si è ridotta a un territorio d’elite, e questo è un errore; certo che i collezionisti e i critici capiscono, ma la massa con cui entrare in contatto è più grande.
Una giovanissima artista genovese, che ha esposto le sue opere nel quartiere della Maddalena durante la mostra Adotta un artista: dopo Maura Ghiselli e Andrea Sessarego, ecco l’intervista a Kamala Francesca Grasso.
Come e quando è cominciato il tuo interesse per l’arte visiva? Hai iniziato subito con la pittura o sei passata prima attraverso altre forme? Ho iniziato da bambina ritagliando i giornali e disegnando; recentemente ho sperimentato papier collè e pittura e sono arrivata ad unire le tecniche.
Ci descrivi il tuo approccio nel realizzare un’opera? Dove arriva l’ispirazione, quanto tempo ti richiede, dove sei solita lavorare, ecc. La creatività, secondo me, non ha luogo per esprimersi. Amo realizzare opere direttamente sul supporto per non perdere la spontaneità: così non passo attraverso fasi progettuali e ci impiego poco tempo, questo anche per rinnovarmi. L’ispirazione non si può controllare,quando arriva si può solo coglierla.
Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano nel realizzare le tue opere? Dove ti piacerebbe esporre in futuro? Prediligo luoghi dove posso sedermi comodamente e respirare un po’ di pace. Mi piacerebbe esporre in luoghi turistici, così da poter condividere con il mondo il mio punto di vista.
Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte? Genova è ricca di arte,bisogna prestare attenzione per viverne l’esperienza completa. Ci vuole un po’ di curiosità.
Sei stata una degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere? Assolutamente.
Ti piacerebbe trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione? Pensi sia un percorso realizzabile, nella società in cui viviamo? Ci sto meditando: arte e soldi non li trovo compatibili al momento, ma credo che si possa realizzare tutto nella vita, nonostante la crisi, se si vuole, con correttezza nel comportamento e fiducia in se stessi.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Portare la creatività nei paesi sottosviluppati.
Serge Van de Put è un artista belga, nato ad Anversa nel ’58. Grande viaggiatore, attualmente vive in Liguria e, dopo aver esposto alla Biennale di Venezia nel 2009, ha realizzato un’opera per Genova, una grande scultura alta 4 metri e lunga 8, visibile all’ingresso del Porto Antico in Piazza Cavour. Talento poliedrico, realizza quadri, disegni, oggetti, ma è noto soprattutto per le sue sculture di piccole, grandi e grandissime dimensioni, queste ultime pensate per essere esposte all’aperto. La peculiarità del suo lavoro sta tutta nel materiale utilizzato: la gomma di vecchi pneumatici dismessi. Materiale flessibile (relativamente!) ma duraturo, conferisce alle sue creazioni un aspetto particolarissimo. L’abbiamo incontrato e ci ha raccontato il suo lavoro.
Può raccontare in breve il suo percorso artistico e come è arrivato a scegliere pneumatici per realizzare le sue opere?
Dieci anni fa mi trovavo in Marocco e lavoravo a Marrakech. Lì ho incontrato un ragazzo che lavorava la gomma: ho pensato subito che fosse un materiale molto interessante da usare per le mie sculture. Successivamente sono stato a Martinique e lì ho realizzato alcune sculture. Nel 2009 ho avuto l’opportunità, attraverso un contatto italiano, di esporre una mia opera di grandi dimensioni, L’Elefante, alla Biennale di Venezia. Dopodiché ho fatto diverse mostre in Italia, per esempio a Biella, Bergamo, Torino. Di recente ho comprato una casa a Savona e ho stabilito il mio studio ad Albissola Marina.
Per quanto riguarda i materiali, io procedo realizzando prima una struttura in metallo che poi ricopro completamente con gomme di moto e biciclette. Adesso le gallerie richiedono specialmente le mie creazioni in gomma, ma ho fatto anche quadri, sono un artista interessato a diverse possibilità.
Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?
Ho realizzato opere raffiguranti persone, ma le mie sculture rappresentano per la maggior parte animali, che sono anche i più richiesti; il cane è un animale che amo molto rappresentare.
Lei crea opere d’arte riciclando materiali molto inquinanti come le gomme usate. Spesso il suo lavoro viene interpretato come stimolo alla riflessione sul tema dei rifiuti e degli effetti catastrofici che questi hanno sull’ambiente. Lei ha sempre operato in questo senso, o è qualcosa che ha sviluppato col tempo? Sono molto contento che il mio lavoro abbia assunto questa valenza; non ho cominciato precisamente con questo scopo, ma la gente guardando le mie opere ha visto questo, e io ora sono felice di contribuire in qualche modo al tema del riciclo.
Abita a Savona e ha lo studio ad Albissola. Ha esposto molte volte in Liguria, e per Genova ha realizzato di recente il “Rumentosauro Hugo”….come mai ha scelto la nostra riviera per la sua attività? Semplicemente è capitato. Ho avuto l’opportunità di prendere casa a Savona e lavorare vicino a Genova, e mi sono detto perché no? Venendo al mio dinosauro, nella sua pancia si vede un cumulo di metalli accartocciati: il loro peso corrisponde al peso medio dei rifiuti che ciascuno di noi produce in un anno. Ho fatto il Rumentosauro nell’estate 2011 e adesso è circa un anno che l’installazione si trova qui. Purtroppo non ha esattamente il contorno che avevo pensato: le transenne da lavori in corso tutto intorno e la mancanza di un’illuminazione serale sulla scultura la penalizzano un po’. È pensata in realtà per essere avvicinata, toccata e perfino scalata dalle persone; ho fatto la struttura solidissima proprio per questo.
Una curiosità: la gomma da pneumatico è un materiale anomalo in scultura. È molto difficile da lavorare? Le gomme delle auto hanno un telaio in metallo che sarebbe troppo difficile da tagliare e lavorare nella forma che mi serve. Per questo io utilizzo esclusivamente gomme di moto e biciclette, che hanno al loro interno un telaio in nylon, molto più flessibile.
A cosa sta lavorando attualmente? Ora ho appena finito di lavorare a una serie sui supereroi, con protagonisti cani vestiti come Batman, Zorro, ma anche Elvis Presley. La prossima mostra si terrà al Casinò di Venezia a metà giugno.
Incontriamo Walter ad Olcesi, piccolissima frazione in Val Trebbia, vicino al paese di Laccio nel Comune di Torriglia.
«Ci sono tanti momenti nostalgici nella vita di campagna… Un sentimento a cui spesso viene data accezione negativa, io lo considero un momento molto pacifico in grado di rasserenare il corpo da tutte quelle emozioni che stressano la nostra mente e che nella maggior parte dei casi vengono considerati sentimenti “positivi”…»
E non cambieresti mai questa vita con la vita di città?
«Non odio la città, tutt’altro. Una piccola dose ogni tanto non mi dispiace affatto… A me piace incontrare la gente quando mi va, non per caso, non per forza…»
Non trovi che Genova sia una città nostalgica?
«Si, molto. Sicuramente per la sua storia, è una città in cui mi ritrovo molto, mi assomiglia. Quelle ore serali di inverno vestono Genova di nostalgia…»
Il tuo essere scrittore si nutre della tua vita di campagna?
«Certo si nutre e in parte ne è anche espressione vera e propria.»
Marcello Cantoni
“Teoria di un viaggiatore emotivo” di Walter Firpo
Reykjavik tuonava di odori, nitidi nell’aria secca. La notte era buia, priva delle luci artificiali delle insegne e dei lampioni, ed ancora inondata dalla luce del sole.
Dopo la notte, che ci aveva lasciati confusi ed estasiati, io e mia sorella Morena ci riposammo un giorno intero alla Laguna Blu, in acque calde e deliziose. Ripartimmo alle prime luci della sera.
Cercavamo un bus che ci portasse in un luogo, alla fine prendemmo un taxi che ci portò in un altro e ci sembrò avere un costo esagerato. Fermammo nei pressi di Songhellir e sentimmo Proserpina cantare, dai meandri della Terra.
Afferrammo il primo autobus al volo. Fu un viaggio lungo e ci portò a Dalvik.
Dalvik era una cittadina di cui non sapevo nulla. Un borgo di pescatori incastonato nella parte più interna di un fiordo sulla costa nord dell’Islanda. Conobbi che era di lì che partivano i traghetti per Grimsey e cominciai a pregustare l’idea di mettere il mio piede oltre il Circolo Polare Artico.
” Intanto ci dovremmo fermare comunque!”, dissi a mia sorella. Cercammo un albergo e un pub nel quale mangiare montone e bere birra. Sicuramente sarebbe piaciuto più a me che a mia sorella.
Il mattino seguente salpammo alle nove e ci aspettavano tre ore erotte di navigazione nel Mar Glaciale Artico. Mi aspettavo di incontrare Moby Dick.
Il cielo era chiaro, il mare plumbeo e l’aria imperscrutabile. La nebbia era fitta ed immobile.
In mare aperto ebbi l’impressione di vedere una zattera che veleggiava verso Ovest. Che fosse San Brendano in cerca dell’albero della vita? Cominciai a temere anche le leggende dei grandi vortici marini dei mari del nord, di cui non ricordavo il nome; ma erano leggende norvegesi.
Di Grimsey sapevo solo che avrei incontrato folletti e trolls.
Passammo sull’isola la giornata e salpammo indietro nel tardo pomeriggio. Non ero riuscito a vedere i folletti, solo strani uccelli e uomini rudi.
Nel viaggio di ritorno tutto intorno a noi si fece scuro, come il cielo durante la notte che non vedevo da giorni. I flutti ruttavano volgarmente e la nave sballottava. Nella confusione, che la calma dell’equipaggio sedava, mi affacciai al parapetto e intravidi tre creature divine su di uno scoglio, che sembrava che cantassero il mio nome; già scivolavo nelle acque ghiacciate, che un elegante marinaio mi trattenne e mi avvertì : ” Attento, quelle son Sirene!”.
Ed io rimostrai: ” Ma quelle son le donne che ho amato e di ognuna conosco il nome!”.
” Di loro han soltanto le sembianze, per ingannarti ragazzo!”, mi spiegò il marinaio, prima di sparire. Capii allora di aver parlato col gentiluomo d’avventura di cui avevo letto tutti i fumetti. E vidi la sua goletta allontanarsi dalla nosta nave e accostarsi allo scoglio delle sirene.
A Dalvik restammo ancora una notte. Ivi partimmo con l’autobus che ci riportò nella capitale.
Dopo alcuni giorni di movida e bagni termali, riprendemmo l’aereo e la vita abituale.
La verità… è che devo ancora partire; però il mondo è già tutto nelle mie tasche!
Classe 1981, Andrea Sessarego è fotografo molto attivo sul territorio genovese e collabora da alcuni anni con uno dei fiori all’occhiello della città, il Festival della Scienza. La sua ultima mostra è stata in occasione del progetto Adotta un artista.
Come e quando è cominciato il tuo interesse per la fotografia?
Tutto è cominciato per caso circa otto anni fa quando ho deciso di acquistare una fotocamera digitale prima di partire per un viaggio in Russia. La fotografia mi ha sempre affascinato per il suo enorme ed immediato potere comunicativo, ma prima di allora non avevo mai provato a comunicare con un’ immagine, come se fosse un linguaggio che capivo ma che non sapevo parlare.
Avere quindi uno strumento che mi permettesse di fissare un istante, una forma come lo percepiva la mia mente mi ha dato la possibilità di dare sfogo ad una mia capacità espressiva inaspettata. Questa scoperta ha dato il via ad un percorso di formazione personale, in un primo momento da autodidatta poi frequentando corsi e workshop per acquisire le diverse competenze tecniche e per allenare ed educare i propri occhi alla composizione di immagini.
Hai iniziato subito con questa tecnica o sei passato prima attraverso altre forme?
Mi sono avvicinato a questo mondo nel momento in cui il passaggio dall’analogico al digitale si stava affermando a grande velocità, quindi il mio primo contatto con la fotografia è avvenuto nel mondo dei pixel e delle schede di memoria. L’utilizzo di vecchie macchine fotografiche analogiche per realizzare le mie opere è recente.
Ho comprato una vecchia macchina bi – ottica Russa degli anni ‘60 in un mercatino delle pulci a Varsavia due anni fa e dopo aver seguito un workshop di fotografia analogica ho iniziato ad esplorare questo nuovo aspetto della fotografia. Quindi, a oggi, a una reflex digitale affianco l’utilizzo di alcune macchine vintage degli anni ’60 – ’70 e diverse fotocamere polaroid e, perché no, uno smartphone.
Ci descrivi il tuo approccio nel realizzare un’opera? Dove arriva l’ispirazione, quanto tempo ti richiede, quali tecniche usi, ecc.
L’approccio varia molto a seconda degli strumenti utilizzati e del soggetto che si vuole fotografare. A volte riesco a cogliere l’attimo perfetto con una reflex digitale, altre volte impiego molto tempo nella scelta dell’ inquadratura e dell’esposizione utilizzando le mie macchine analogiche. Spesso mi capita di avere questa necessità per instaurare una sorta di relazione col soggetto o con l’ambiente in cui mi trovo a fotografare. A volte, quindi, necessito anche di più sessioni in giorni differenti prima di essere soddisfatto dei miei scatti.
Posso quindi dividere i mie lavori in scatti che chiamerei impulsivi e scatti riflessivi, che sono poi rappresentativi delle due tipologie di fotografia che preferisco, il reportage e le foto di architettura.
La tecnica che sto sperimentando ultimamente si basa sull’esporre lo stesso fotogramma per due volte,sovrapponendo così nella stessa immagine più soggetti o forme. Amo molto questa tecnica perché è totalmente imprevedibile e riserva sempre delle sorprese una volta sviluppata la pellicola.
L’ ispirazione arriva continuamente, ed è per questo che ho quasi sempre una fotocamera con me, sono molto attratto dalle forme geometriche e dalle texture, quindi molto spesso mi capita di “vedere” in anticipo i mie scatti semplicemente osservando un edificio, delle ombre o dei riflessi.
Mi capita, quindi, di “scattare con la mente” , di vedere il soggetto in bianco e nero già imprigionato in un rettangolo di carta fotografica o dentro ad una cornice di una Polaroid oppure visualizzato sullo schermo di un PC.
Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano? Dove ha già esposto e dove ti piacerebbe esporre in futuro?
Credo che Genova abbia un forte potere ispiratore, è una città ricca di contrasti luminosi, architettonici e culturali. Il centro storico è un luogo perfetto per giocare con la luce o per andare alla ricerca di istanti e situazioni particolari. La periferia con i suoi ex stabilimenti industriali, gli edifici popolari e i viadotti autostradali è ricca di forme e linee da racchiudere in uno scatto.
Ho esposto alcuni miei progetti fotografici in locali e circoli genovesi, la mia ultima mostra, un reportage sugli abitanti dei quarteri storici di Pechino, risale a quest’autunno.
Credo che il nuovo spazio Sala Dogana, creato a Palazzo Ducale, sia una interessante opportunità che viene data ai giovani artisti per mostrare i propri lavori. Spero di riuscire a produrre nei prossimi mesi un progetto fotografico che possa essere selezionato ed esposto in questi spazi.
Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte?
Credo che Genova pur essendo permeata dall’ arte la viva in maniera timida ed intimista in un mondo limitato al collezionismo, fatto di piccole gallerie da andare a scovare nel centro storico.
Detto questo in questo momento mi sembra di cogliere un insolito fermento nel mondo dell’arte cittadina dato dalla la nascita di alcune realtà interessanti all’interno del quartiere della Maddalena, da un tentativo di rilancio del Museo di Arte Contemporanea e dal tentativo di dare voce attraverso diverse azioni agli operatori del mondo dell’industria creativa.
Sei stato uno degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?
Credo fortemente nel rilancio di questa zona di Genova e penso che questo quartiere possa cambiare volto non solo ospitando temporaneamente eventi artistici e culturali ma possa diventare un catalizzatore della creatività cittadina, un luogo dove gli artisti trovano uno spazio permanente per esprimersi, trarre ispirazione ed entrare in comunicazione tra loro e con altre realtà.
Tra le tue attività c’è il Festival della Scienza, una delle eccellenze genovesi in ambito culturale. A tuo parere arte e scienza sono due discipline amalgamabili? Si può parlare di “creatività nella scienza”?
Collaboro con l’ Associazione Festival della Scienza da diversi anni occupandomi della selezione e formazione degli animatori scientifici, della organizzazione dell’evento e nella ideazione e realizzazione di laboratori didattici.
Credo che le parole arte e scienza possano essere declinate entrambe sotto un’unica parola: immaginazione. Immaginare è un’azione fondamentale sia per uno scienziato che per un artista, credo sia alla base del processo creativo che poi porta alla realizzazione di opere artistiche e nuove scoperte.
Arte e Scienza sono quindi due campi che essendo guidati dalla curiosità e dall’immaginazione si trovano ad essere molto vicini tra loro. Per questo motivo trovo che l’arte sia un ottimo linguaggio da utilizzare per comunicare la scienza e che molte volte alcuni fenomeni scientifici siano una forma d’arte.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sicuramente credo di dover dedicare ancora tempo alla mia formazione, come dicevo spero di riuscire a dare visibilità ad alcuni miei progetti o entrando in contatto con alcune gallerie d’arte o avendo la possibilità di utilizzare gli spazi di Sala Dogana. Vorrei fare avvicinare il più possibile i due mondi in cui opero quello della divulgazione scientifica e quello della fotografia.
Patrizio Pinna, scrittore genovese classe 1968. E’ vegetariano e vive senza televisione da oltre 15 anni… Le sue grandi passioni sono Frank Zappa, Tom Waits, Bjork, gli Smiths e i scrittori contemporanei americani (in particolar modo la Beat Generation). Adora i bar e le atmosfere che si creano con i gomiti sul bancone e la mente che prende il largo… Scrive quasi esclusivamente di notte e si occupa principalmente di romanzi autobiografici e romanzi demenziali. La sua opera d’esordio “Mitote” (Chinaski Edizioni, novembre 2004), nasce dopo un sogno e regala a Patrizio visibilità e consensi.
Oggi lo scrittore genovese ha deciso di curare personalmente la produzione e la distribuzione delle proprie opere.
Cos’è la memoria per te? Io mi difendo dalla memoria nel senso che non la alimento. Ho parecchie cose che potrebbero crearmi dei problemi ma vengono automaticamente rimosse. Ho pochissima memoria e questo è il mio meccanismo di difesa.
Dove cerchi le tue idee? Non c’è bisogno… L’autobiografico è autobiografico… Puoi romanzare, puoi fare un tuo collega più rock n roll di quello che sarebbe, un personaggio femminile diventa spaziale…
Quindi tutto quello che hai scritto è autobiografico? No, i romanzi demenziali non sono autobiografici. Ne ho scritti tre, poi magari sono considerabili demenziali anche gli altri…! “Libro Maria” (1996), “2001 odissea alla fiera della mescolanza genetica” (2001) e “The book of cool” (2009). In quest’ultimo caso mi prendo per il culo da solo, nel senso che sono credenze metropolitane e belinate che proponevano a me da piccolo… mia nonna ad esempio non voleva che si bevesse acqua dopo la banana!
Cosa è che ti ispira… un posto, una situazione, qualcosa che fai e che sai già che ti ispirerà… Io adoro i bar. Mio padre era un frequentatore quando ancora esistevano i bar di quartiere dove si passava gran parte dell’esistenza, è un’estensione del salotto è la camera che non hai…
I tuoi riferimenti letterari? Mi piace la gente che scrive della propria vita. Henry Miller ha dato il bianco e così Ernest Hemingway, anche se ha ucciso tantissimi animali e essendo io vegeteriano è una cosa che mi infastidisce. Poi Jack Kerouac, piccino… lui aveva anche problemi seri. Finché non hanno deciso di togliersi dai giochi hanno avuto una vita realmente rock n roll. Io non riesco a leggere i romanzi…
Mettiamo caso che tu potessi scegliere di passare una serata al bar con uno di questi scrittori, chi sceglieresti e come te la immagini? Al bar Kerouac, assolutamente. Immagino una serata allucinante di quella da devastazione totale… E non ne dico altri perché sarebbe troppo per il mio fisico, con Kerouac almeno fino alle dieci e mezza potrei resistere!
Dovessi chiederli una cosa? A Kerouac?! Beh di pagarmi da bere!
Marcello Cantoni
L’AL DI BAR di Patrizio Pinna
Se stavo sognando non ne avevo l’impressione, per questo, quando la vidi, rimasi senza fiato. Una Lancia Fulvia HF rossa, da Rally, preparata proprio come ricordavo e posteggiata malamente in seconda fila.
Non poteva essere vero.
Ne seguii con la mano la sagoma lucida, fino ai bordi leggermente frastagliati degli elefanti che riposavano correndole sui fianchi. Più bassa di quel che mi sarei aspettato, in miniatura quasi. Il mio sguardo per la prima volta la superava, oltre la lunga antenna dell’autoradio che disegnava una curva fino alla fine del tetto, come non ne fanno più. La toccavo in punta di piedi, un tempo, facendola rimbalzare sul suo grande mollone. La vetroresina era ruvida e provocava un affascinante fastidio, come il velluto dei pantaloni a zampa che ero costretto a indossare.
Le girai intorno con la sensazione d’aver bevuto e, temporeggiando sulla soglia per evitarne la dissolvenza, mi accesi una sigaretta portandomi direttamente alla bocca un pacchetto di francesi senza filtro che non avrei nemmeno dovuto avere.
Le stesse che se lo portarono via.
Aspirai quel fumo pesante come un macigno senza spingermi oltre in quel ragionamento, quando, inspiegabilmente, lo vidi. Salì i tre scalini che separavano il bar dal marciapiede come se non ci fosse nulla di strano, vestito esattamente come ricordavo. Un paio di pantaloni grigi con un ampio risvolto, una camicia chiara dal lungo colletto, cravatta e doppiopetto blue. Non riuscii a mettere a fuoco le scarpe, d’altronde, non lo facevo nemmeno da bambino.
Il fascino vintage di quell’abbigliamento, un tempo economico, gli conferiva un’aura dandy che non mi sarei mai aspettato, sebbene portasse ancora (o forse dovrei dire già) un anello al mignolo.
Non avevo mai notato la sua somiglianza con Chet Baker prima di allora.
Reggeva una sigaretta mezza consumata tra le dita e, scavate in volto, profonde rughe da deportazione. Restai immobile accanto alla macchina, fissandolo senza il timore che forse avrei dovuto provare, in attesa di un suo cenno, di una parola, di una spiegazione forse, o semplicemente di un abbraccio, come uno di quelli di cui non possedevo più nessuna memoria. Semplicemente attesi, proprio come mi aveva insegnato, ma senza bicchiere in mano. Terminata la sigaretta se ne portò un’altra alle labbra e accettò la fiamma da quell’accendino d’argento che un tempo era stato suo.
Ebbi un brivido, ma le parole mi si congelarono in gola. Restai immobile sul marciapiede, avvolto dalla stessa nuvola azzurra di nicotina che un tempo mi provocava mal di testa, fino a quando, con un sorriso appena accennato, non risalì in macchina restituendo alla realtà i suoi monotoni contorni. Ascoltai il motore tossire rauco, come faceva lui la notte senza nemmeno rendersene conto, finché non si perse, di nuovo, chissà dove.
Cercai di capire come avesse potuto non riconoscermi, poi, accendendomi un’altra di quelle sue sigarette micidiali, realizzai…
Non ero più il suo piccolo, ero cresciuto e c’era un posto per me da qualche parte là fuori.
Oltre il bancone di quel bar.
Che la musica a Genova non abbia vita facile è cosa abbastanza nota: pochi spazi per suonare dal vivo e interesse che rasenta lo zero da parte delle istituzioni. Il più sta all’iniziativa dei singoli e di quelle associazioni che cercano di fare qualcosa di concreto. Una di queste è voLùmia, che col suo progetto P.U.M.A. promuove musica live, dando un’opportunità di visibilità a gruppi nuovi, e lo fa in zone difficili, unendo quindi al primo intento anche un impegno per cercare di migliorare, col proprio contributo, certa realtà cittadina. Renato Campanini, attuale presidente dell’associazione, ci ha raccontato di cosa si tratta.
Cos’è voLùmia e quando nasce?
«VoLùmia è stata creata da me, Francesco Ratti (cantante dei VOLUMIcriminali), Emanuele Pecollo (cantante dei 2Novembre) e altri due soci che suonavano in altri gruppi. Nata come gruppo informale nel 2001, è un associazione culturale senza fini di lucro che organizza eventi live e promuove musica a Genova dal dicembre 2004. All’inizio è nata come un’associazione musicale per gestire la sala prove che usavamo in diversi gruppi. La sala era nata con l’idea di offrire ad un territorio difficile (il Lagaccio), soprattutto ai ragazzi che vi abitavano, un servizio alternativo che fosse culturalmente più produttivo del bar sotto casa, e a dei prezzi molto più accessibili delle sale prove che si potevano trovare in giro. Dopo nove anni di gestione le “lungimiranti” politiche hanno fatto sì che quello spazio venisse perso per sempre e con esso una grossa parte di quanto si era costruito in quell’arco di tempo… Non posso dire di aver salvato nessuno dalla strada, né tantomeno di aver in qualche modo migliorato quel quartiere, il fatto stesso di aver subito, ai tempi, anche più di un’aggressione per strada fornisce la misura della mentalità media presente. Per fortuna c’erano le eccezioni, che mi facevano pensare “non sto facendo questo per niente”. Molte band hanno usufruito di quella sala, nell’iter naturale di un gruppo che passa dall’affitto ad ore ad una sala propria. Col tempo le cose si sono evolute. Non so dire neanche quando, perché, o se mai avessimo pianificato di organizzare eventi live ma così è andata…»
Quali servizi offre attualmente voLùmia e dove? «In questi anni abbiamo proposto in giro per Genova più di un centinaio di date tra rassegne unplugged, concerti di musica live veri e propri, dj set etc…Abbiamo collaborato con enti e istituzioni per eventi live: col Terra Di Nessuno, col Buridda, con la Sinistra Giovanile alla Festa dell’Unità, con la Madeleine, col Little Italy. Devo fare il mio ringraziamento più sincero a Luciano Bregoli della ZetaTi che ci ha sempre aiutato specialmente durante gli anni della “diaspora” (fino a quando non abbiamo vinto il bando di assegnazione che ha dato alla luce P.U.M.A.), nonché a Jonny Noiser, ma per altri motivi».
In cosa consiste il progetto P.U.M.A.? «Prima di tutto P.U.M.A. è un acronimo: sta per Presidio Urbano Musiche Attuali… e nel nome c’è tutto il significato del progetto.La parola “Presidio” ha una connotazione direi quasi militaresca, effettivamente siamo un po’ un avamposto per la riqualificazione del territorio che partendo da Piazza delle Erbe si sta lentamente orientando in direzione Maddalena, mentre noi siamo già nella zona di Via Prè (e di lavoro di qui ce n’è davvero molto da fare…). “Urbano” perché siamo strettamente legati al territorio, sia dal punto di vista della ricerca musicale che per il pubblico verso il quale ci proponiamo.“Musiche” al plurale e non “musica” al singolare: siamo ben consci della poliedricità delle proposte dell’underground genovese, non vogliamo isolarci blindandoci in un genere specifico.“Attuali” perché facciamo nascere e forniamo punti di appoggio alle novità culturali e musicali, locali e alternative».
«Non abbiamo criteri esclusivi per far suonare le band, ma è chiaro che esistendo già una rete di contatti è più facile per noi far suonare generi più pesanti (Mellowtoy, Devotion, Shake Well Before ecc) ma non mancano altri gruppi decisamente più soft (Valentina Amandolese, Palconudo, ecc.) per non parlare di musica elettronica (Useless Idea, K ecc) come è altrettanto evidente che promuoviamo più spesso le autoproduzioni locali dell’underground, con tutte le eccezioni e senza preclusioni a priori».
«P.U.M.A. è nata il 19 Gennaio 2010: abbiamo partecipato ad un bando per l’assegnazione dei locali in Vico San Cristoforo e abbiamo vinto, da lì abbiamo perso un po’di tempo per i lavori di insonorizzazione ma per fortuna ora è da più di un anno che siamo attivi (anche se abbiamo speso una fortuna per i materiali!).Come anticipato prima ne venivamo dalla “diaspora” della vecchia voLùmia: il progetto P.U.M.A. ne ha rappresentato la rinascita e l’evoluzione.Fortunatamente c’è stato un parziale ricambio e, quello che conta di più, un passaggio del know how verso elementi più giovani.Al momento è gestita sia da alcuni vecchi elementi che diversi nuovi: ritroviamo me, Francesco Ratti “Pogo” e Emanuele Pecollo “Shuster” e contiamo i nuovi ingressi di Luca Morga “Ragno” (bassista dei Broken Hollow), Roberto Travi (batterista degli Audiograffiti), Victor Zappi “_Vic” (voce e basi dei _Distopia), Dario Mazzanti “Gida” (batteria e synth degli A Silent Order), Jacopo Lorenzetti “J” (bassista nei “What Eye See”), senza contare gli aiuti sostanziali dei gruppi che frequentano la sala e dei soci coinvolti negli eventi.
Attraverso P.U.M.A. offriamo le nostre capacità ed energie maturate sul campo in anni di eventi live, per poter venire incontro ad altri musicisti conoscendo già le loro esigenze, orientandoci al mondo della produzione e fruizione artistica e culturale».
Veniamo alla parte più innovativa di questo progetto: l’iniziativa Live In Sala Prove. «Partiamo dal presupposto che un nostro interesse è spingere tanto la musica che si produce a Genova.Proporre a persone a digiuno delle realtà nostrane questa musica potrebbe essere un modo per avvicinarle, incuriosirle, fino a fare in modo che ti chiedano il nome del gruppo, il disco e quant’altro…Come si può facilmente desumere dal nome della rassegna, la proposta giunge direttamente dal luogo di origine di ogni brano di ogni artista: la sala prove.Gli artisti si esibiscono in un locale allestito che durante gli altri giorni della settimana viene utilizzato di fatto come sala prove; al pubblico viene offerta la produzione “a crudo”, direttamente dalla fonte, in un’atmosfera che esula dai formalismi palco/pubblico – produzione/fruizione… in orario aperitivo, dalle 19 alle 21: nel week end le persone hanno in programma diversi impegni per la serata, in questo modo lasciamo la libertà a tutti con un live set di breve durata senza monopolizzare il tempo… tenendo conto anche del passaparola che segue sia per la promozione dei gruppi che hanno suonato sia del progetto».
Come si fa per partecipare sia come protagonisti, sia come pubblico? «Gli artisti in genere ci contattano direttamente: su internet e sui social network è molto facile mettersi in contatto con noi, e anche per telefono!Per il pubblico allo stesso modo: è sufficiente iscriversi alla pagina di facebook per ricevere gli aggiornamenti sugli eventi, siccome la sala non ha moltissimo spazio riusciamo in questo modo a tener monitorata la quantità dei partecipanti e a organizzarci di conseguenza».
Quali sono le prossime date di Live In Sala Prove? «Per quest’estate faremo ancora pochi eventi per motivi puramente “climatici”, anche se qualcosa bolle in pentola per fine Giugno…In ogni caso torneremo in autunno, ci sono venute un sacco di idee. Ad esempio vorremmo implementare la proposta con un po’ di arte “digitale” e la musica elettronica, abbiamo già qualche contatto… Restate sintonizzati!»
Per tutte le info e per i contatti si possono consultare i seguenti siti:
www.puma.htmx.it/
www.volumia.4000.it/
www.youtube.com/volumia04
www.facebook.com/PresidioUrbanoMusicheAttuali
www.facebook.com/voLumia
Martina Secondo e Frank Russo sono i due giovani galleristi che gestiscono la MF Gallery di Vico dietro il Coro della Maddalena. Lei è genovese di nascita e americana d’adozione, lui è nativo degli Stati Uniti d’America, insieme hanno inaugurato la galleria nel 2009. Ma il loro esordio risale al 2003, quando aprono la prima sede, gemella di quella genovese, a New York. Oggi vivono tra la Grande Mela e la nostra città, portando avanti questo originale doppio progetto.
La vostra storia in breve: a poco più di vent’anni avete dato vita a una galleria d’arte a N.Y. Ho letto che oggi è tra le più importanti della Grande Mela per quanto riguarda le correnti artistiche da voi trattate. In Italia a vent’anni sei considerato un ragazzino o poco più e ottenere fiducia da banche e istituti di credito per un simile progetto è una chimera…c’è davvero tutta questa differenza tra un paese e l’altro? Come è stata la vostra esperienza?
«Siamo tutti e due cresciuti a New York, ma abbiamo studiato al California Institute of Art dal 1988 al 2002. Quando siamo tornati nella Grande Mela, ci siamo accorti della mancanza di un certo tipo di arte – il Low Brow/Pop Surrealism – che interessava a noi, molto più conosciuta e valorizzata nella West Coast. Essendo tutti e due artisti, abbiamo deciso da un lato di aprire uno spazio per esporre i nostri lavori e quelli dei nostri colleghi, dall’altro di lavorare nel frattempo con artisti già più noti in questa corrente artistica».
Aperta la sede di N.Y. nel 2003, avete inaugurato a Genova, nel quartiere della Maddalena, nel 2009. Due realtà antitetiche: una metropoli tra le più importanti e dinamiche al mondo la prima, una città al confronto minuscola, che fa fatica a rinnovarsi e a portare novità la seconda. Eppure avete scelto Genova e non Milano o Roma per la seconda sede. Perché?
«Martina è nata a Genova. Abbiamo molti parenti e amici in questa città in cui tornavamo spesso per le vacanze. Quando si è liberato un piccolo magazzino accanto al ristorante “I Tre Merli” di proprietà della famiglia di Martina, abbiamo colto l’occasione per rimetterlo a nuovo e aprire la sede genovese. Genova è una città vecchia ma anche con molti giovani, e ci sembrava pronta per recepire anche il “nuovo”».
Come si conformano le due gallerie alle due città? Quali i punti in comune, se ce ne sono, quali le differenze? Artisti ospitati a N.Y. vengono messi in mostra anche a Genova e viceversa, o ci sono divisioni nette tra le esposizioni?
«L’esperienza di aprire le due gallerie è stata stranamente simile, nel senso che in tutte e due le città abbiamo introdotto uno stile di arte nuovo. A New York nel 2003 non erano molte le gallerie che esponevano Low Brow/Pop Surrealism. E a Genova nel 2009 (come pure nel resto d’Italia!) era una novità assoluta. Avere una galleria su ciascun lato dell’oceano è positivo e molto interessante: ci ha fatto conoscere collezionisti internazionali sia da una parte che dall’altra, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare artisti italiani ed esporre i loro lavori anche a New York e viceversa, importando a Genova artisti americani e facendoli amare al pubblico italiano».
Quanto si discosta il pubblico newyorkese da quello genovese?
«La gente che apprezza questo tipo di arte è abbastanza simile sia in Italia sia in America. I collezionisti di questo genere amano il rock, i tattoos, i fumetti, i toys e tutto ciò che è generalmente considerato alternative. È una sottocultura che attraversa le frontiere!»
Avete aperto la sede genovese a crisi già cominciata. In Italia la cultura è sempre la prima “voce di spesa” a subire tagli nei bilanci pubblici. Anche oltreoceano è così?
«Purtroppo anche in America, forse ancora più che in Italia, sono i programmi artistici a subire i primi tagli! Nonostante questo, gestire una galleria ed essere artista è qualcosa che non si può fare solamente a scopo di lucro. Va fatto prima di tutto per passione».
Siete artisti voi stessi, oltre che galleristi, e sul vostro sito si legge che il filone cui afferite coi vostri lavori e con il vostro impegno di galleria è il Pop Surrealism/Underground Pop Art. Di cosa si tratta precisamente?
«Il Pop Surrealism/Underground Pop Art/Lowbrow Art è il primo vero movimento artistico del nuovo millennio. Affonda le radici nella cultura californiana degli anni ’50 e ’60, con le macchine “hot rods”, nella cultura skate e surf, nei fumetti underground di quei tempi e, come già detto, prende ispirazione anche dal mondo dei tattoos, dei giocattoli, dei cartoni animati».
Le opere che ospitate sembrano sempre veicolare una fortissima inquietudine, una sorta di senso di distruzione: corpi lacerati, figure consumate, un sentore di apocalisse negli sfondi e nelle ambientazioni… quale messaggio si vuole trasmettere?
«L’arte che esponiamo usa immagini forti per scuotere e provocare il pubblico, obbligarlo a vedere le cose in modo diverso. Come ai tempi dei film proiettati nei drive in, i mostri e le immagini spaventose servono per divertirsi in modo alternativo e un po’ ribelle. Molti artisti sono influenzati dal punk e dall’heavy metal, dai film horror, e questo emerge chiaramente nelle loro opere».
Quali sono i progetti futuri per la sede genovese?
«Nella sede genovese vogliamo dedicarci a presentare personali di artisti italiani, soprattutto genovesi, pur continuando ad allestire collettive con artisti americani e di tutto il mondo».
Abbiamo incontrato Maura Ghiselli, artista e fotografa genovese che ha esposto le sue opere al ristorante La Berlocca ai Macelli di Soziglia, in occasione del concorso Adotta un artista.
Come e quando è cominciato il tuo interesse per l’arte?
«Ho iniziato a “pasticciare” con matite e pennarelli quando ero ancora sul seggiolone, e non ho mai smesso di divertirmi in questo modo. Il bisogno impellente di creare immagini fa parte di me praticamente da sempre».
Quali tecniche usi? E qual è la tua tecnica preferita?
«Da diversi anni ho deciso di mettere momentaneamente da parte le mie ricerche grafico-pittoriche per dedicarmi totalmente alla fotografia. È una tecnica più immediata che mi consente di raggiungere più facilmente e meglio i miei obiettivi».
Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano nel realizzare le tue opere? Quali i luoghi in cui ti piacerebbe esporre in futuro?
«Amo moltissimo camminare per il centro storico con la mia macchina fotografica al collo. I vicoli di Genova sono uno dei luoghi più conturbanti ed eccitanti che abbia mai visitato. Ma sono affascinata anche dalla periferia industriale della città, per esempio ho lavorato molto sul quartiere di Cornigliano, pre e post acciaierie. Per quanto riguarda invece le mie ambizioni future, devo ammettere che mostre e vernissage mi mettono una certa ansia, e al solo pensiero di programmare un’esposizione vengo colta dal panico. Qualcuno avrà certamente notato che, come mia abitudine, ho disertato anche l’inaugurazione alla Loggia… Diciamo, però, che questa incorreggibile ritrosia verso le public relation, non preclude la mia partecipazione attiva e assolutamente sentita alla vita artistica e culturale, genovese e non solo.»
Sei stata una degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?
«Nella maniera più assoluta. Ogni tanto questa città sottovaluta il valore sociale della cultura e dell’arte, e questo è un errore imperdonabile».
Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte? Ci racconti quali sono a tuo parere i “progetti di eccellenza” che caratterizzano Genova?
«Io credo che il compito delle istituzioni di questa città non dovrebbe essere solo quello di offrire al cittadino l’annuale grande evento che porta in città qualche gettonato nome dell’arte Moderna internazionale, ma anche e soprattutto la presa di coscienza del fatto che l’arte contemporanea è quella che si sta facendo adesso, per cui è necessario incentivarla, premiarla e dare ad essa un’opportunità concreta di sviluppo e divulgazione. È indispensabile che le diverse realtà del panorama artistico e culturale genovese imparino ad assumersi la responsabilità di scommettere e investire sull’arte di adesso… In tal senso credo sia molto interessante il ciclo di incontri-evento che si tiene periodicamente al museo di Villa Croce, Cartabianca, un progetto d’arte, temporanea e compartecipata, che si propone di interagire con gli spazi collaterali e i servizi offerti dal Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce per innescare dinamiche relazionali, che vadano a coinvolgere la città che lo ospita, intessendo relazioni con le principali città italiane, attraverso un ciclo di mostre volte a descrivere l’emergente e vitale nell’ambito dell’arte contemporanea».
Tra le tue collaborazioni c’è quella con la galleria d’arte Satura. Com’è la situazione delle gallerie in città?
«Penso che le gallerie, così come Accademie e Associazioni Culturali, quali enti di promozione culturale ed artistica, siano tenute a collaborare attivamente allo sviluppo dell’arte contemporanea della città. Il mercato dell’arte, soprattutto sul territorio ligure, vive grazie al contributo del collezionista. Che attualmente concentra il suo interesse verso una forma di acquisto definita generalmente con il termine “investimento”. L’idea comune, che necessita di essere esorcizzata, soprattutto dalle gallerie genovesi, è quella di orientarsi verso ciò che ha già valore: se si riesce a dare visibilità e mercato ad un prodotto di qualità senza che questo sia firmato da un grande nome, il collezionista imparerà ad orientare il suo interesse anche verso ciò che è realmente nuovo, e il circuito artistico contemporaneo non morirà. Questo richiede competenze specifiche, entusiasmo e, inizialmente, la consapevolezza di un minore riscontro economico a breve termine. E questa, secondo me, è una sfida che le gallerie genovesi devono essere pronte ad affrontare».
Genova ha da poco un nuovo Sindaco. Quali pensi dovrebbero essere i provvedimenti da adottare per sostenere gli artisti e più in generale chi opera in questo settore?
«In un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, chiedere fondi può risultare un tantino spregiudicato. L’unica forma di vero sostegno per questo settore è pretendere professionalità e dedizione dagli addetti ai lavori, e controllare in maniera rigorosa al fine che ciò avvenga realmente. Io voglio che chi si occupa della cultura e dell’arte sia davvero motivato per farlo in maniera competente e disinteressata».
Tu hai studiato all’Accademia di Belle Arti. Nei mesi scorsi si è parlato di una situazione di difficoltà, con il rischio addirittura di chiudere. Pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti? Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?
«Credo che una formazione accademica, se così la si vuole chiamare, sia necessaria per acquisire la corretta consapevolezza delle proprie potenzialità e per provare a trovare la strada giusta per esprimerle al meglio. E poi il termine “formazione accademica” non significa solamente imparare a dipingere ad olio bottiglie di vetro o nature morte, significa soprattutto studiare l’arte in tutti i suoi aspetti, sviscerarla ed analizzarla in relazione alla contemporaneità ed al periodo storico in cui è stata prodotta. La conoscenza di ciò che accade o che è accaduto, ci servirà come background indispensabile per iniziare in maniera cosciente e onesta il nostro percorso creativo. Così come vale per l’avvocato, il medico o il notaio, altrettanto vale per chi lavora e produce nel campo dell’arte e della cultura: per acquisire la “conoscenza” è necessario studiare, mettersi alla prova e farsi giudicare per risultati e capacità. Ciò non toglie che, a parer mio, l’ente Accademia, abbia contribuito molto poco al reale inserimento dei suoi studenti nello scenario artistico e culturale della città».
In senso più ampio, pensi sia possibile trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione?
«Voglio credere che sia possibile. Anche se purtroppo nonostante passione e competenza, sono da sempre molto rari i casi in cui l’artista riesce a sfruttare professionalmente il suo talento e le sue capacità. Credo che questo sia un problema sociale del quale sarebbe necessario analizzare molti aspetti, uno fra questi l’inflazione di queste nuove figure, i cosiddetti “creativi”, che spesso improvvisano il mestiere ed ingombrano un mercato già di per sé poco attivo».
A cosa stai lavorando per il futuro?
«Mi piacerebbe portare avanti il mio progetto fotografico sul centro storico, magari cercando di conoscere meglio le diverse realtà che lo caratterizzano e provando ad allontanare con delicatezza la comprensibile diffidenza di chi lo abita, per riuscire ad intraprendere un percorso realmente costruttivo, di comprensione e comunicazione con il territorio».
Marta Traverso
DIDASCALIA DELLE IMMAGINI:
GARMY’S SILK_LA SETA DI GARMY#1 (fotografia esposta in occasione dell’iniziativa “Adotta un Artista” al ristorante La Berlocca di via Macelli di Sozziglia e successivamente al Bistrot di Via Luccoli)
GARMY’S SILK_LA SETA DI GARMY#2 fotografia esposta in occasione dell’iniziativa “Adotta un Artista” al ristorante La Berlocca di via Macelli di Sozziglia e successivamente al Bistrot di Via Luccoli)
E all’improvviso, è tutto sottosopra. Oscurità totale, e tu, che di solito vai abbastanza spedito, non sei nemmeno sicuro di fare un passo avanti. Potresti inciampare. Potresti cadere. E poi, chissà cosa c’è lì davanti, in quel muro di buio che non si attenua, inutile spalancare gli occhi… Meglio far strisciare lentamente un piede in avanti e sondare il terreno.
È questa la sensazione che avvolge appena si entra nell’oscurità di Dialogo nel Buio, e che accompagna per tutto il percorso: di capovolgimento della realtà cui siamo abituati. L’impaccio e l’incertezza connotano ogni singolo movimento. C’è solo una cosa che illumina questo buio: la presenza della guida non vedente che ti tende una mano sicura e gentile, ti parla e ti conduce attraverso gli ambienti che riproducono luoghi di vita quotidiana, con relativi oggetti, suoni e odori; viverli a occhi “chiusi” significa, ovviamente, acuire gli altri sensi e trovare un modo diverso per “vedere”. La prima cosa che succede appena entrati (si va a piccoli gruppi) è il totale ribaltamento dei canoni della prossemica: le mani si allungano a cercare riferimenti, la vicinanza non dà alcun fastidio, anzi rassicura, e diventa immediatamente normale prendersi la mano per guidarsi a vicenda sui vari oggetti nelle stanze; non importano l’aspetto, la postura, i vestiti; il che ti fa sentire alleggerito di un immenso fardello che tutti i giorni ci portiamo appresso senza nemmeno accorgercene: l’apparenza. Resta importante solo la voce.
La nostra guida si chiama Daniele: nella generale goffaggine del gruppetto, tra gomitate e pestoni sui piedi, procede senza incertezze, andando a recuperare chi ha perso l’orientamento e continuando sempre a parlare e a porgere la mano. Si muove con impressionante naturalezza e sembra quasi fluttuare da una parte all’altra senza sforzo. Non lo vedo, ma lo so. Perché muovendosi non urta nulla, e la sua voce si sposta costantemente indicandoci il verso da seguire.
Per l’intervista Daniele mi porta nella sala relax delle guide: un altro ambiente buio, di cui conoscerò solo il divano perché è lì che mi fa accomodare appena entrati. Qui troviamo Carolina, altra guida in pausa, che resta per chiacchierare e rispondere alle mie domande.
Prima di tutto riflettiamo sull’inversione dei ruoli e su come loro vivano l’esperienza di guidare gli altri: «In questo luogo tutti i ruoli si invertono – dice Carolina – anche tra i visitatori. Il bambino per esempio è più spigliato e a suo agio dell’adulto. Personalmente fare quest’esperienza come guida è stato complicato all’inizio per me, ma mi ha portata ad affrontare certe mie paure e superarle per poter aiutare gli altri. Questa è una cosa che mi ha rafforzata». Aggiunge Daniele: «Trovarsi d’un tratto a essere non l’handicappato, ma quello che aiuta gli altri può sembrare una situazione di gratificazione, ma è un elemento che passa in secondo piano. La cosa più importante è che incontri persone diverse, ognuna con la propria emozione, e le porti attraverso il percorso. Il buio annulla il fastidio della vicinanza, ci permette di stare vicini, e ci mette in una situazione più tranquilla, pacifica e più umana». Entrambi dicono: «Crollano tutti i pregiudizi, gli stereotipi…cogliamo le sfumature delle voci e ci ascoltiamo di più. Usiamo l’istinto».
«La vista è come una scatola molto grande, che occupa quasi tutto lo spazio – così Carolina fornisce la sua interpretazione – al buio si rimpicciolisce e le scatole degli altri sensi possono finalmente espandersi. Ti rendi conto di cose che non notavi, e che diventano invece importanti».
Poi passiamo ad analizzare le reazioni dei visitatori. Carolina racconta: «Appena entrano e prendo loro la mano, quasi tutti si spaventano perché sentono solo il contatto senza avermi vista, e non essendo abituati indietreggiano. Così devo spiegare cosa sto facendo». Entrambi trovano che sia molto importante l’istinto in questa come in altre situazioni: «Ho imparato a farmi guidare dall’istinto in molte occasioni – dice Daniele rispondendo alla mia osservazione su come fosse gentile e rassicurante il suo modo di guidare – e anche in questo caso il mio approccio è puramente istintivo. Faccio ciò che mi viene naturale fare». Per Carolina invece «l’istinto genera empatia: reagire spontaneamente alle situazioni crea un filo tra una persona e l’altra. Questo filo si avverte tantissimo al buio».
Si sono sentiti chiedere diverse volte se vedono al buio, da persone stupite dalla sicurezza con cui procedono nel percorso: «Non è che vedo al buio – continua Carolina – è che creo questo filo costante che dura fino alla fine del percorso. Per questo mi accorgo di tutto». La loro scioltezza nei movimenti, raccontano, è frutto di una vita di addestramento e lavoro, aiutati dall’istinto che compensa quello che manca. Ancora sui visitatori, Daniele: «La stragrande maggioranza mostra reazioni molto positive. Solo una piccola minoranza ha reagito negativamente. C’è stato qualcuno che è scappato immediatamente. Una ragazza per esempio ha visto riaffiorare nel buio antichi dolori e non ha proseguito». Carolina: «Mi sono capitate persone spaventate, claustrofobiche, una ragazza che ha cominciato a piangere appena entrata e ha smesso quando è uscita, e nonostante questo ha voluto andare avanti, tenendomi forte la mano. Facendo la guida dai e ricevi tantissimo. Sei “costretto” a rispondere a domande che i visitatori ti fanno sul non vedere, e dover spiegare a persone che non ne sanno niente ti dà la forza per parlarne e anche affrontare blocchi personali. Senza saperlo, i visitatori danno davvero tanto alle guide».
Ci sono stati anche molti visitatori con altri handicap: persone in carrozzella, sordomuti. «A un certo punto scopri altre sfaccettature dell’universo. Ricordo una ragazzina in sedia a rotelle – mi dice Daniele – che non poteva praticamente parlare, muoveva solo un braccio. A un certo punto mi ha tirato giù, ha preso la mia testa e se l’è messa contro il petto. Non aveva bisogno di parlare».
Termina Carolina, con un aneddoto che allarga il cuore: «Durante la visita di una classe di scuola, un bambino mi faceva più domande di tutti, interessatissimo. Non ha smesso un secondo di parlare. Quando usciamo, l’insegnante mi abbraccia, “Hai fatto un miracolo” mi dice. Insomma, il ragazzino non aveva mai parlato prima».
Se non siete ancora andati, correte. Questa è un’esperienza che vale ogni singolo minuto del tempo che ci si prende per farla. Una di quelle cose che fanno bene alla mente, e all’anima. Dialogo nel Buio ha avuto ad oggi oltre 17mila visitatori; resta in allestimento a Caricamento, adiacente Palazzo San Giorgio, fino al 1° luglio compreso. L’approccio più semplice è il percorso, ma vengono organizzati anche aperitivi e cene al buio. Il percorso dura 45 minuti e bisogna prenotare. Tutte le info su dialogonelbuio.chiossone.it oppure tel. 010/8342423.
Mercoledì 13 giugno si alzeranno le tende e si aprirà il sipario del Suq 2012, anzi, a dir la verità le tende al Suq si costruiranno, in perfetto stile kazako! Una Yurta, una tipica abitazione mobile delle popolazioni nomadi dell’Asia centrale, sarà infatti la particolare sede delle iniziative “eco” che sono state organizzate quest’anno per la prima volta; una delle tante novità della XIV edizione del Bazar dei popoli e delle culture 2012. Ne abbiamo parlato con la direttrice e produttrice della manifestazione, l’attrice e regista Carla Peirolero.
Il tema dell’edizione di quest’anno è “Identità e differenze”. Quanto è importante per la città di Genova incontrare e capire le identità che la abitano e sottolinearne le differenze?
«Genova è una città che storicamente si è fatta realtà d’accoglienza per umanità da ogni parte del mondo. La città deve avere sempre memoria di questo, della sua storia passata e del suo presente per rinnovare il rispetto nei confronti delle genti che la abitano e per costruire solide trame per il futuro. Gli immigrati, l’incontro con le loro storie possono essere una opportunità di crescita, di scambio, così come lo è l’incontro in campo artistico, di cui il Suq vuole essere una realizzazione. “Identità e differenze” è un tema che verrà declinato al Suq in spettacoli, dibattiti, workshop: momenti di conoscenza e di condivisione perché l’integrazione si vive concretamente nello spazio dello stare insieme».
Qualche anticipazione sulle novità del Suq 2012?
«Quest’anno le tematiche ambientali saranno uno dei punti forti dell’offerta culturale del Suq: l’originale spazio di una tenda kazaka Yurta sarà infatti l’epicentro di una serie di appuntamenti “green” realizzati in collaborazione con la Fondazione Muvita che si occupa di divulgazione scientifica e culturale in tema di ambiente, energia e sviluppo sostenibile. Sabato 16 e sabato 23, a partire da mezzanotte, la tenda ospiterà le Veglie in Yurta, serate di conversazione e viaggio; inoltre ogni sera ci sarà l’appuntamento Il Passaggio di Enea, una serie di incontri con la poesia ligure all’inizio del XXI secolo. In anteprima nazionale poi, ci sarà la presentazione con la madrina Syusy Blady di Plant-for-the-Planet Italia, la filiale italiana del movimento internazionale dei bambini-piantatori di alberi nato sotto l’egida ONU. Quest’anno infine abbiamo il piacere di ospitare l’artigianato e le iniziative di due nuovi paesi: Egitto e Cina. Ormai il Suq sta entrando nella piena adolescenza, ha quasi quattordici anni e come tutti gli adolescenti, avrà voglia di cambiare, sperimentare, ribellarsi…»
Cambiamenti in vista per il giovane Suq?
«Il Suq in effetti “scalpita” perché vorrebbe diventare indipendente dal punto di vista “abitativo”: avere cioè una propria sede permanente dove dar vita ad attività interculturali tutto l’anno, uno spazio che possa accogliere tutta la Compagnia del Suq e la rete di realtà e associazioni che con essa collaborano. Abbiamo già realizzato tre progetti per il recupero di altrettante zone cittadine : la Loggia di Banchi, il mercato del Carmine e lo spazio del Music Store al Porto Antico ma per ora non abbiamo ricevuto risposte. Sono certa tuttavia che questo sarebbe un ottimo segnale per la manifestazione in sé e per tutta la città e contribuirebbe a rendere ancora più grande il Suq; 12 giorni sembrano non bastare più e il Suq vorrebbe diventare grande anche a livello temporale».
Il Suq è il “bazar dei popoli e delle culture”. Non c’è forse il rischio di una spettacolarizzazione eccessiva delle componenti cittadine di origine straniera, limitata ad un singolo evento annuale, e una loro dimenticanza nel resto dell’anno?
«Gli spettacoli e i laboratori realizzati dall’Associazione Suq in realtà si sviluppano lungo tutto il corso dell’anno: da marzo sono in corso i laboratori di teatro interculturale all’Università di Genova e in alcuni istituti superiori cittadini. Si sono realizzate 15 conferenze-spettacolo con artisti immigrati e genovesi che hanno girato gli istituti scolastici della Liguria per dire no al razzismo; la collaborazione con il Teatro Stabile è sempre attiva per la messa in scena degli spettacoli interculturali. Questo per sottolineare che il Suq è una rete in costante movimento e sempre attiva, tutto l’anno, e non potrebbe essere altrimenti perché il Festival, in caso contrario, non si farebbe. A livello istituzionale, siamo in costante contatto con i consolati della città che ci permettono di far esibire al Suq gruppi dei loro paesi d’origine. Insomma, anche quest’anno il 24 giugno si chiude il festival 2012 e il 25 inizieremo a lavorare per il 2013».
Il Suq e l’Internazionale: i fatti che hanno interessato il Mediterraneo nel 2011 e lo interessano tutt’ora faranno parte dell’offerta culturale del Suq 2012?
«Quest’anno riserveremo un’attenzione speciale alla Tunisia, il primo paese da cui scaturì la scintilla che coinvolse poi i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Sabato 23 avremo ospite Mohammed Sgaier Awlad Ahmad, poeta della rivoluzione tunisina, che parlerà dei suoi versi ispirati al sacrificio dei giovani fino alla stesura della nuova Costituzione».
Il Suq e la Politica: cosa si aspetta dalla nuova giunta comunale genovese?
«Ci aspettiamo, come ho già detto prima, una dimora per il Suq: questo era anche un punto chiave della giunta Vincenzi, una promessa che tuttavia non si è realizzata. Il mio desiderio è di creare un format artistico forte, un contenitore per tutte le realtà che nella città si occupano professionalmente e associativamente di intercultura. Genova ha un’alta percentuale di studenti stranieri iscritti all’università, una vocazione mercantile secolare e si meriterebbe questo luogo d’incontro e scambio per le identità della città. Gli spazi promozionali che attrarrebbe aiuterebbero a sostenerlo economicamente: se un’idea è forte catalizza investimenti e questo è stata la forza del Suq per più di un decennio. Se avessimo dovuto far affidamento solo sugli investimenti pubblici non ce l’avremmo mai fatta a garantire la continuità del Suq per più di 10 anni».
A questo proposito, il Suq e l’Economia: in un suo recente articolo pubblicato da Repubblica pone l’accento sui problemi economici e di finanziamento dell’offerta culturale italiana…
«Quest’anno il budget complessivo della manifestazione non arriva a 200.000 euro, di cui noi copriamo il 60%. In generale la cifra dell’investimento comunale è andata via via riducendosi: nel 1999 l’apporto pubblico era di 80.000 euro (il nostro apporto era il 20% del totale), nel 2011 era di 34.000 euro. Praticamente le parti si sono capovolte, quando il Suq nel corso degli anni ha esponenzialmente aumentato le presenze, catalizzando sempre più persone. Credo sia necessaria una profonda riflessione sull’offerta culturale cittadina: senza cultura non c’è sviluppo e per creare sviluppo sarebbe necessario coinvolgere tutte le forze vitali di questa città».
Ci piace terminare ricordando una frase dell’antropologo Marco Aime: “E se la parola suq viene usata da qualcuno in modo spregiativo , per indicare confusione, disordine, rispondiamogli che è vero: confondersi con gli altri è il solo modo per fare umanità.”
Alberto Terrile, fotografo genovese, classe ’61, ci ha accolto nel suo studio, nei caruggi, in un pomeriggio semipiovoso per un’intervista… ma più che un’intervista, quest’incontro è diventato una meravigliosa finestra su vita, esperienze e aneddoti. Si è dedicato a noi a lungo e con generosa sincerità, e questa è la storia che ci ha raccontato.
Tu hai vissuto il contesto artistico degli anni ’80, tra punk e new wave. Com’era Genova in quel periodo?
«Era una realtà abbastanza vivace, screditata rispetto a Milano ovviamente, ma massacrata in quegli anni da un fenomeno sociale gestito dall’alto, la droga. Le droghe classiche sono sparite, sostituite dall’eroina, che qui a Genova ha distrutto una generazione, ha ucciso molti miei amici. Sono assolutamente convinto che sia stata una cosa tramata dall’alto, c’è una logica ben precisa dietro le droghe: l’eroina non è stata una scelta di quella generazione, è il mercato che offre ciò di cui il sistema ha bisogno. Era una città in cui sono successe moltissime cose a livello musicale e creativo-artistico. Le gallerie presentavano artisti che poi sono stati celebrati dopo. A 14-15 anni andavo a vedere una mostra e scoprivo Joseph Beuys. C’erano nomi eccezionali, adesso tutto questo non c’è più. Mi viene in mente anche l’attività del Teatro del Falcone, l’assessorato di Sartori che ha promosso rassegne geniali, come quella di cinema underground americano al Sivori. Oggi c’è tanta apparenza, tante iniziative appariscenti che fanno sembrare la città culturalmente vivace, ma sono cose già viste, sentite, niente di davvero innovativo».
Ho letto che dopo l’apprendistato a Milano sei tornato con il rigetto per il mondo della fotografia di moda e per quel tipo di mondo…perché?
«Finita l’Accademia sono andato a Milano a fare l’assistente in uno studio di moda. Modelle bellissime, tutte abbastanza anoressiche, set incredibili… noi poveri assistenti eravamo fuori da quel sistema, pettinavamo capelli e cambiavamo obiettivi alle Sinar, mentre i fotografi di moda appartenevano a un sistema che appoggiava il naso sulle superfici e tirava su tutto. Io ero il terzo assistente e per di più arrivato da Genova, quindi considerato meno di zero. Succedeva però una cosa interessante, perché arrivavi con un tale complesso di inferiorità rispetto al mito di Milano, che ti eri tanto preparato da essere poi bravissimo. Tutto sembrava si facesse a Milano. L’ho odiata profondamente per lungo tempo, oggi nutro un tenero affetto, mi fa un po’ pena vederla così decaduta, come una vecchia signora con gli acciacchi cui si cede il posto sul bus».
Hai quindi detto no al versante più facilmente redditizio di questo mestiere. Però hai scelto di viverci, con questo mestiere. Come ti arrangiavi, trent’anni fa, all’inizio?
«Era difficile allora come oggi, per di più decidendo di farlo a Genova questo mestiere. Ho avuto la pensata, allora non vincente, di portare a Genova un tipo di professionalità che ritenevo mancasse, cioè la fotografia di ritratto in bianco e nero, in antitesi al molto colore degli anni ’80. Impresa fallimentare perché poca era la gente disposta a farsi ritrarre da un giovane esordiente e Genova è una città che era ed è fatta a cerchi chiusi, caste; devi appartenere a un certo giro di amicizie, e allora trovi simpatia, lavoro, amore e fortuna. Se no, niente. Una città infinitamente snob. Ho dovuto fare i sacrifici che qualunque giovane deve fare anche oggi: passare attraverso l’iter delle cerimonie, specie della fotografia matrimonialista, che era redditizia (oggi col digitale non la è più), per comprarmi l’attrezzatura; per fare il ritrattista, partire coi ritratti dei bambini.
«C’era il centro culturale francese, l’Alliance Française attuale, che organizzava iniziative e a me era stato proposto di fare una specie di storia fotografica in collaborazione con Danielle Sulevich, scenografa per il Teatro della Tosse, con i bambini delle scuole medie, a tema Pantagruel e Gargantua. Tutto in Hasselblad 6×6, una spesa da folle. Fatto sta che il lavoro è piaciuto molto al direttore dell’Alliance e ha voluto sapere di più su cosa facessi, vedendo così alcuni dei primi angeli, queste figure in sospensione nello spazio. Se ne è fatte lasciare alcune da portare a Parigi, dove viveva, da far vedere a una gallerista. Nello stesso periodo alla Biennale di Venezia conosco, senza sapere chi fosse, l’assistente di Wim Wenders. Le chiedo di ritrarla, dato il viso interessante. Parlando le spiego degli angeli e gliene faccio vedere alcuni che portavo con me in un piccolo album. Stessa situazione: le piacciono e se ne fa alcune lasercopie da portare con sé a Berlino. Come ho scoperto chi fosse? Andando insieme a vedere un’esposizione fotografica di Wenders lì alla Biennale, un lavoro su Venezia. A me non piaceva per niente e l’ho detto senza mezzi termini. Lei sorrideva e dopo mi ha detto chi era. Ha visto però una persona genuina credo, e le sono rimasto simpatico. Queste due cose che ho detto generano, un paio d’anni dopo, due mostre: nel 1996 “Gli Angeli a Berlino” con Wenders photoeditor che in versione casalinga mi sceglie le foto, a destra quelle buone a sinistra gli scarti; e nel 1997 vengo contattato dalla direttrice del Petit Palais di Avignone, museo d’arte medievale, interessata a fare una mostra con me visto che trattavo un tema – l’angelo nella contemporaneità – che era particolarmente pertinente alla collezione del museo, ricco ovviamente di immagini sacre. Nel ’98, a 37 anni, mi trovo così a fare questa mostra bellissima».
«Per me che venivo da liceo artistico e accademia, quindi avevo una vera formazione di storia dell’arte, è stata un’esperienza stupenda. Ospitato venti giorni nell’appartamento della direttrice, che si trovava all’interno del museo, ho potuto girare in pigiama le stanze del museo a notte fonda, in completa solitudine, fermandomi quanto volevo davanti a un quadro di Botticelli. Ho scoperto che queste cose accadono solo ogni tanto. A me ne sono successe due quasi in contemporanea, poi magari passano dieci anni prima che ti capiti qualcos’altro di paragonabile. Bisogna avere pazienza e aspettare, non scoraggiarsi nel frattempo. Per un periodo mi chiamavano solo per mostre a carattere religioso e mi chiedevano di partecipare con gli angeli. Negli anni ’90 ho lavorato molto bene a Genova, tanti ritratti su commissione, anche se ho sempre guadagnato poco perché non facevo i matrimoni, la pubblicità, la moda, tutte le cose più redditizie insomma. Ho dovuto lottare con la famiglia per dimostrare che sarei riuscito a mantenermi anche così, e comunque l’autosufficienza è arrivata dopo molti anni, ho dovuto talvolta chiedere aiuto alla famiglia. Ho fatto copertine di libri, fotografia di teatro, tanta danza contemporanea, copertine per dischi, ne faccio ancora una all’anno, alcune per amici.»
Oggi quindi con cosa si lavora?
«Io vivo molto con l’insegnamento, e per il resto faccio la fotografia che voglio, cioè lavoro di ricerca: l’ultimo che ho fatto si intitola Alice nel Paese dello Stupore con dei disabili fisici e psichici di una comunità ed è stata un’esperienza forte, nata in un periodo difficile per me; io mi stavo sottoponendo a cure pesanti e il mio assistente di allora stava molto male, se ne è andato per due tumori. Così abbiamo iniziato questo lavoro e siamo entrati in un mondo a parte, ben rappresentato da quell’assunto bergmaniano che dice “io vivo nel mio mondo e ogni tanto faccio una visita alla realtà”. Questo è ciò che oggi mi interessa particolarmente. Le mie visite alla realtà sono centenari sofferenti di Alzheimer, la comunità transessuale genovese che abita i bassi, le giornate di insegnamento, poi torno nel mio mondo, che è la dimensione poetica e interiorizzata del vivere. Io ho necessità di prendere le dovute distanze da una realtà in cui altrimenti si resta implicati malamente e progressivamente rincoglioniti».
Hai fotografato molti personaggi del cinema, registi, attori, attrici. Com’è per un fotografo immortalare questi soggetti?
A un metro di distanza da Kieslowski respiravi una persona colta, interessante, ma normalissimo, non griffato dalla testa ai piedi. David Lynch è una persona squisita, gentilissima, e anche in lui non ho mai visto quel lusso che si sposa col successo raggiunto. Nel ritrarre personaggi famosi e del cinema uso prevalentemente inquadrature dal basso, perché ti trovi a lavorare con persone che hanno mediamente un discreto ego. Io allora ho sfruttato il fatto di essere piccolo di statura e timido… è capitato le prime volte che mi inginocchiassi sotto di loro per inquadrarli; ho visto che la cosa funzionava, perché tu sei ai loro piedi, sentono di poterti dominare e ti guardano dall’alto. Un meccanismo che ho messo in pratica con molti di loro. Preferivo evitare i photocall, li prendevo da parte pochi minuti, ma da solo. Altman l’ho ritratto attraverso il braccio di una persona, io ero al tavolino di fronte. Ho sempre cercato di togliere questi personaggi dall’aura di protagonismo che li circonda e metterli in un contesto di quotidianità. Claudia Cardinale è in macchina che guarda fuori dal finestrino, Gong Li è su un balcone del Lido. Asia Argento aveva quindici anni, mi ha chiesto “cosa devo fare?”…»
Nel Segno dell’Angelo è una sorta di work in progress che porti avanti da trent’anni. Di cosa si tratta e che tipo di ricerca racchiude?
«È una cosa da cui non mi sono mai separato, dopo avere cominciato a farla. Nasce in prima battuta da un riflessione, ancora studente, sulla storia dell’arte e l’iconografia sacra. L’angelo è una figura che mi ha sempre affascinato. Mentre vivevo a Parigi ho avuto una sorta di flash… stavo male, erano successe cose nella mia vita che mi avevano portato ad abbandonare Genova e trasferirmi da un amico lassù per un tempo imprecisato, vivevo male le mie emozioni e il senso di perdita, un giorno rimango folgorato da una frase che mi appare in testa: “Le forme simboliche vuote ricevono l’immaginario delle masse. Preferisco abitare la periferia del sistema nella quotidiana sospensione tra il Paradiso e l’Inferno di ogni mia giornata”. Scrivo questa frase di getto su un taccuino. La prima parte conteneva un mio senso di fastidio già presente per come la massa accoglie una serie di minchiate, e oggi questo si verifica ancor più fortemente. Poi c’era un po’ di autocommiserazione, a quei tempi bevevo in una maniera furiosa, al punto che non bevo più dal ’99. Nella parola “sospensione” c’era già questo lavoro, i miei angeli sono sospesi, levitano, di poco sollevati da terra, terribilmente umani. C’erano tante cose che si stavano agitando in me, innanzitutto questo sentirmi palleggiato tra paradiso e inferno. Quando ho riletto la frase mi sono reso conto che faceva perfettamente riferimento a immagini scattate la settimana prima a una ragazza amica di compagni di appartamento, sospesa nel cimitero di Montmartre in mezzo a un vialetto, impassibile, immobile come se fosse tutto naturale, che guarda lo spettatore. Volevo dare l’idea di queste persone che arrivano incontro senza fare il minimo sforzo, sospese, immerse in un silenzio totale, mentre tutto intorno a loro è fermo immobile. Sono tutte foto analogiche, stampate da me, con questi bianchi e neri filtrati in un certo modo, così che queste immagini sfuggono alla concezione di tempo. Gli angeli sono un pochino sollevati verso l’alto, solo un pochino, perché da una prospettiva leggermente rialzata c’è la possibilità di vedere diversamente le cose; perché io non guardo dall’alto con atteggiamento di superiorità, ma avverto una forma di diversità che oggi sento rimarcata fortissima guardando la contemporaneità».
Spessissimo i tuoi scatti sono in Bianco e Nero. Di certo il B/N è molto più suggestivo ed evocativo del colore. Lo scegli per qualche motivo particolare o si tratta solo di un fattore estetico?
«Da una parte è una risposta a tutto il colore che vedevo negli anni ottanta, dall’altra è una scelta apposita perché noi vediamo a colori, la visione in bianco e nero non ci appartiene e a maggior ragione sposta tutto su un diverso piano di riconoscibilità delle cose».
Hai vissuto tutto il passaggio al digitale. Di certo la progressiva democratizzazione dei costi per l’attrezzatura unita alla possibilità di pubblicare su internet i propri scatti ha generato un’ondata di fotografi improvvisati, con il web che trabocca profili di flickr, a scapito della qualità e dei professionisti. Cosa pensi di tutto questo fenomeno?
«Prima del digitale tu fotografo stampavi tutto a mano, su carta, diventavi padrone di una tecnica, la stampa analogica. Scoprivi cose meravigliose lavorando con una tecnologia molto difficile da maneggiare, certo non alla portata di tutti com’è invece il digitale che è democratico. Lavoravi con la luce, con gli acidi, e visto da fuori sembravi un mago in camera oscura, con la luce rossa che ti avvolgeva, coperto di grembiuli per proteggerti dagli acidi e intento a fare gesti con le mani coi quali facevi apparire le immagini dall’acido. Adesso sono tutti chini sul monitor, con la scoliosi, a cliccare. Il digitale ha preso tutto il sapere analogico e lo ha ridotto a un’azione da clic. A un certo punto ho dovuto adeguarmi, mi hanno detto: o ti compri il computer o sei finito. Prima si spedivano le foto per raccomandata alle redazioni delle case editrici per esempio per una copertina di libro, ora si manda una mail ed è fatta, quindi i lati positivi ci sono sicuramente. Il digitale ha permesso a tutti di farsi le proprie fotografie a basso costo, e questo è un bene. Peccato che le masse siano spesso inconsapevoli e l’uso che viene fatto di queste cose è inconsapevole.
Ci sono troppe cose fatte senza riflettere: qualunque forma d’arte deve avere una consapevolezza del fare, capire perché si sceglie un certo linguaggio, un certo mezzo artistico: deve rispondere alla tua interiorità. È inutile lavorare per successo e soldi, se vuoi fama e denaro non scegliere istanze artistiche, a maggior ragione in un momento come questo in cui non ci sono soldi. Avviso ai giovani: non imbarcatevi nell’arte se lo fate solo per questi motivi».
Attualmente la realtà che ci circonda non dà molta speranza, molta voglia di sognare… cos’è che continua a ispirarti?
«Spero ardentemente di far vedere questa mia strana ricerca, Alice nel Paese delle Meraviglie, la cui idea è nata dopo che avevo visto uno spettacolo teatrale fatto da disabili, che mi ha suggerito la possibilità di lavorare con loro. La mia Alice è un uomo di 43 anni che sembra una signora, imprigionato in un corpo di donna, incazzato, che soffre il posto dove vivono loro, la ghettizzazione in cui li mette la società. Un’occasione per parlare di una realtà differente, di evasione, visionarietà, e loro mi hanno dato visionarietà a manciate, stravolgendo il lavoro, togliendogli narratività, sono diventati sketch che metteremo insieme in maniera quasi surrealista, ma è stata un’esperienza incredibile. Persone che ti inondano di affetto, che basano la loro vita su piccolissime cose che noi trascuriamo completamente, una lezione di vita enorme. Per un periodo non stavo bene e hanno chiesto di telefonarmi per dirmi di tirarmi su, che per loro ero importante. Persone che se le incroci per strada pensi poveri disgraziati. Ho chiesto ad alcuni di loro “Tu sei felice?”, la risposta è stata “Sì, perché?”. Allora c’è qualcosa che non funziona in noi appartenenti alla categoria dei cosiddetti normali. Siamo stati ospitati da Castello de Albertis durante il progetto perciò speriamo di allestire la mostra per il 2013 proprio lì».
Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo che vuole intraprendere il percorso di fotografo cosa gli diresti?
«Sherwood Anderson ha detto una cosa bellissima: “sono interessato a stare al di sotto di tutto ciò che vive”. Significa incidere una superficie e guardare sotto; secondo me l’arte avrebbe questo compito, andare al di sotto, scendere in profondità, scandagliare. Quando vedo persone che vogliono avere successo dico pensate cosa è successo a un personaggio come Nick Drake, ha fatto tre dischi, è morto a 24 anni preda di antidepressivi ed è universalmente riconosciuto, oggi, come un grande, amato dai più grandi della musica. Lui soffriva terribilmente il fatto di non vedere riconosciuto il suo talento, ed è morto per la sofferenza. Perché non guardiamo anche a questi personaggi, invece che guardare soltanto ai successi? In quest’ottica, quando insegno cerco sempre di trasmettere questo modo di vedere: fatelo per amore, perché è un’esigenza interiore. Con l’insegnamento, nel quale sono finito per caso, ho scoperto di poter parlare a persone giovani e trasmettere sapere, tecnica ma anche atteggiamento. Quale? Guardiamo al perché fare e non solo al come. Troppo spesso si crede che la fotografia sia solo un insieme di nozioni e che una volta che le si possiede si è fotografi. Poi ci si ritrova sul campo e non si sa cosa fare perché si conosce la tecnica ma non si sanno approcciare situazioni e soggetti. Quando insegno vedo che i miei allievi non chiedono quasi mai perché ho scartato una certa foto nel momento in cui gliele seleziono, ma insistono per tenerle. Io non mi sono mica sognato di dire a Wenders di reinserire qualcosa che aveva scartato… è ovvio che soggettivamente ognuno la può pensare diversamente, ma bisogna imparare ad ascoltare chi ha più esperienza, cosa che i giovani non sanno fare. Sono tre anni che produco mostre, proponendo giovani e selezionando fotografie, e vedo spesso questo atteggiamento. Ora guardando Facebook si vede che tutti vogliono fare fotografia glamour: tutte foto orrende, senza senso, un numero infinito di ragazze dagli sguardi vuoti, sedute in bilico su muretti e davanzali, o in posizioni improbabili dentro fabbriche abbandonate, luoghi dove prima c’era il lavoro, il sudore, invasi di corpi femminili tra segatura, vetri rotti e macchie d’olio, tutti rigorosamente in due pezzi, tutti rigorosamente con tre, quattro tatuaggi in punti strategici. Tutti stanno facendo questa fotografia perché hanno visto che rende, nonostante la crisi. Ma è tutta roba leggera, superficiale. Le persone che fotografo io hanno uno sguardo che è presenza, diretto o laterale ma presente. Persone che hanno un mondo nello sguardo. Sono assolutamente cosciente di avere scelto una strada di nicchia, consapevole di essere assolutamente un minore, non credo che lascerò nella storia dell’arte contemporanea chissà quale segno. Mi considero un artigiano che fa il suo con passione. Il fatto è che oggi si lavora sempre meno con passione…»