Anche quest’anno l’associazione Start, che riunisce le gallerie genovesi d’arte moderna e contemporanea, ha organizzato l’apertura collettiva che ha dato il via alla stagione espositiva 2012-1013. Le gallerie aderenti all’iniziativa sono state 22, la maggior parte di esse situate nel centro storico e quindi visitabili tutte in una sera, passeggiando da un vicolo all’altro a scoprire gli splendidi spazi espositivi nascosti nelle pance degli edifici storici; colonne, volte ribassate, conci grezzi e rampe di scale medievali che fanno da quinta teatrale a opere contemporanee, con effetti di contrasto incredibilmente suggestivi. Abbiamo curiosato anche noi tra le varie gallerie e parlato con artisti e galleristi in questa notte all’insegna dell’arte.
La galleriaIl Vicolo espone una collettiva di nove artiste che hanno lavorato sul tema “Beauty Case”, titolo stesso dell’esposizione: ce ne parla Francesca Gattoni, curatrice, insieme a Martina Gagliardi, gallerista: «Volevamo presentare, per Start, una mostra al femminile, un po’ anche per celebrare la tradizione della galleria che è matriarcale, e abbiamo deciso di presentare artiste che avessero indagato nel loro lavoro il tema della bellezza, declinato nelle tecniche proprie di ognuna di loro. Abbiamo scelto il tema del beauty-case perché è legato al viaggio e Genova è da sempre città di scambi culturali, quindi c’era l’idea di fare arrivare artiste di un’altra città che idealmente portassero il loro “bagaglio” fino a qui».
Tecniche particolari come quella utilizzata da Francesca Gagliardi, che crea le sue opere mettendo insieme trucchi per il viso e ricoprendoli con una fusione in ceramica. La sua serie “Home”, incentrata sulla casa-gabbia, è affrontata con mezzi differenti, dal disegno, alla carta forata, ai rossetti, usati come piccoli pali a dar vita a case d’oro e d’argento, di cui si intende l’intima fattura solo a un’analisi molto attenta: «C’è l’idea del doppio, una gabbia che si riflette in uno specchio e che rimanda al prezzo che bisogna pagare per apparire belle… e c’è tutta una serie di trucchi che fanno da prigione, da gabbia dorata appunto». Miss Paka, writer, usa invece mezzi completamente diversi: «Qui cambiamo completamente genere – dice Francesca – con una gestualità più immediata e meno ricercata ma con un’identica profondità riflessiva, perché la bambina protagonista delle sue opere (che è poi il suo alter ego) si distacca dalla massa – rappresentata dai fogli di giornale usati come sfondo del quadro – e gioca con una palla rossa al di sopra dello scorrere troppo veloce degli eventi intorno a noi».
La galleria Guidi&Schoen presenta invece un confronto tra artisti italiani e americani, tutti molto giovani: «Il titolo è “Face to Face” – dice Chico Schoen – perché la mostra vuole mettere faccia a faccia questi giovani artisti che lavorano attraverso la pittura in due continenti diversi. Noi abbiamo aperto dieci anni fa lavorando con artisti giovani, alcuni di loro continuano la loro collaborazione con noi, ma abbiamo anche l’esigenza di volgerci al nuovo e inserire nuovi nomi, ricominciare un percorso. Cerchiamo regolarmente perciò nuove voci». Guglielmo Castelli, uno degli artisti in mostra: «Questi ultimi lavori che ho fatto sono stati pensati ad hoc per questo progetto. Io parto come illustratore per l’infanzia, quindi il rapporto tra titolo e immagine, laddove il titolo aiuta l’immagine e viceversa, per me è fondamentale. Nel mio lavoro cerco di contrapporre un’idea di caduta e fallimento a toni cromatici molto leggeri. Tutte le mie figure sono ritratte di schiena o si coprono l’una con l’altra in modo che ci si possa identificare in ognuna di loro. Per me il fallimento è intrinseco alle cose e non per forza è qualcosa di negativo perché significa esperienza».
Dell’artista Vitaliano è invece “Reflex”, la personale ordinata alla galleriaCerruti Arte: «Vitaliano ha una grande tecnica pittorica – dice Edgardo Cerruti – a cui ha in qualche modo rinunciato in nome di una grande sintesi. Nelle tele esposte la perfezione scultorea diventa umana, c’è una Nike di Samotracia che diventa donna, e la trasformazione porta con sé tutte le imperfezioni dell’essere umani. Di qui è arrivato alle ultime opere, ombre cinesi quasi, dove toglie tutti i particolari per lasciare solo le forme scure: questo per evitare che le persone si fermino alla superficie, che guardino solo la tecnica, il disegno, venendo distratte dal significato». L’artista presenta anche una serie di “Piccoli”, gocce della nostra società li descrive il gallerista: questi non vengono venduti in blocco o con l’esposizione proposta, ma ciascuno può scegliere quelli che preferisce creandosi la propria composizione, la propria storia.
La galleria Violabox infine propone le irriverenti e divertenti opere di Enrico Macchiavello (già noto al grande pubblico per avere creato la serie di personaggi animati che per diverso tempo è stata protagonista dell’advertising della birra Ceres): con lo stile disegnativo che lo contraddistingue ha realizzato una serie di peepshows – da cui il titolo della mostra – scatole all’interno delle quali si sbircia (topeep significa sbirciare) grazie ad un foro che ci mostra immagini infinitamente ricche di particolari minuziosamente curati: «Il peepshow era un oggetto in uso nell’Ottocento come divertissement da salotto, e attraverso un’illusione ottica ricrea un ambiente dove l’occhio a causa della visione monoculare viene ingannato, e aumenta la sensazione di immersione nell’immagine. Io l’ho adattato al mio stile disegnando ambientazioni grottesche. La scelta di usare solo il bianco e nero aumenta l’effetto ottico di straniamento e concentra l’attenzione sul segno». Ecco quindi Peeping the Circles, in cui ogni immagine concentrica all’altra illustra un girone dantesco con le varie pene, Pino Peephole che ci mostra letteralmente il colon di Pino popolato di omini-batteri e….non solo!, Peeping the Reactor, in cui uomini e mostri da radiazioni nucleari si muovono all’interno di un reattore, o Peeping the Ocean che ci porta sempre più giù nel mare fino a tritoni, sirene e pesci abissali. Dice di lui Viola Gailli, gallerista: «Ho scelto lui perché mi ha davvero impressionata il suo lavoro particolarissimo, le immagini sono ricche di dettagli che si colgono uno alla volta e che bisogna andare a cercare osservando da vicino, ogni volta che si guarda dallo spioncino si vede un particolare in più, una storia diversa».
Le esposizioni attualmente in essere proseguono per un mese circa e possono essere visitate con gli orari specifici di ogni galleria, reperibili sui relativi siti.
Edmondo Romano, musicista e compositore, classe ’69, ci accoglie nella sua casa nei caruggi per questa intervista. Grande esperienza maturata negli anni in progetti di varia natura, dal teatro alla composizione, passando per la partecipazione a progetti come le colonne sonore di note serie televisive (Distretto di Polizia, Giudice Mastrangelo), film per il cinema (Si può fare, protagonista Claudio Bisio), collaborazioni con altri artisti (Vittorio De Scalzi, Gian Piero Alloisio, Federico Sirianni).
In una stanza adibita a studio di registrazione, circondati da una quantità di strumenti a fiato, parliamo della sua esperienza di musicista e del suo ultimo lavoro, recentemente pubblicato, “Sonno Eliso”, disco di composizioni strumentali in cui si fondono il mondo musicale contemporaneo alla musica etnica, la musica di ricerca e sperimentazione al minimalismo, grazie alla coesistenza di strumenti molto diversi tra loro (sax, zarb iraniano, fagotto classico, liuto arabo…). Il cd è stato prodotto in collaborazione con Pivio ed Aldo De Scalzi, ed è il primo, interamente composto da Edmondo, di una trilogia dedicata alla comunicazione tra diverse realtà.
Quando e quale strumento hai preso in mano la prima volta?
Il primo strumento che ho preso in mano è stato il violino, poi sono passato al clarinetto, che ho suonato in conservatorio per un po’ di anni, finché ho cominciato ad interessarmi alla musica etnica, folk, che negli anni ’90 era molto di richiamo: ho approcciato lo studio di diversi strumenti, dalla zurna turca al bansuri indiano… strumenti di diversi luoghi del mondo.
Come hai sviluppato interesse per strumenti etnici, generalmente poco usati, così particolari? Hai imparato da solo a usarli? Cosa ti danno in più rispetto alla strumentazione classica?
La scelta degli strumenti è dettata dal tipo di brano che si compone, comunque non c’è stato un percorso preciso, la cosa è avvenuta naturalmente. Quando ho cominciato a studiare questi strumenti non esisteva internet come adesso, quindi per riuscire a imparare dovevi trovare qualcuno che sapesse suonare quello strumento o dei vinili che ti permettessero di ascoltarne il suono. Adesso se hai una certa base e vuoi imparare a tirar fuori due note dal duduk (flauto tradizionale armeno, n.d.r.) vai in rete e trovi come trattare l’ancia, come accordarlo, come soffiare; una volta questo non era possibile. Per esempio per imparare il mizmar africano me lo facevo portare da amici in viaggio e poi imparavo da solo attraverso i dischi reperibili appunto. Questo però mi ha permesso di sviluppare una tecnica personale, corretta ma più occidentale diciamo, in confronto a un musicista egiziano che lo suona in maniera diversa, più approssimativa volendo, ma – poiché facente parte della sua tradizione – anche più semplice ed istintiva. Tutto questo si palesa nel mio modo di esprimermi con gli strumenti: si è creato negli anni uno stile personale.
Tra gli strumenti che suoni ce ne sono alcuni la cui genesi risale al sesto secolo, mi sembra che il tuo sia un interesse di tipo etnoatropologico che va oltre il singolo strumento. Non puoi essere interessato a uno strumento se non sei stimolato anche dalla cultura di quel popolo. La musica mediorientale, orientale e la musica classica indiana mi hanno sempre affascinato a partire dai suoni, passando per lo stile della danza indiana fino alla cinematografia. C’è qualcosa che mi attira naturalmente verso quei popoli. Il duduk di cui parlavo prima è uno strumento armeno da cui si è passati all’antenato del clarinetto, lo chalumeau, e da questo gradualmente si è arrivati al clarinetto classico che usiamo oggi. Non solo molta cultura o i numeri, ma anche tutti gli strumenti che noi utilizziamo vengono dal mondo arabo, orientale, che era molto più avanzato nella fattura degli strumenti (tolte eccezioni come l’Irlanda dove si sono sviluppati strumenti simili).
Coerentemente con la pluralità degli strumenti, le tue collaborazioni sono estremamente varie, dal gruppo yiddish a Vittorio De Scalzi… Si arriva a collaborare con persone così diverse perché ci si trova e si vede che si hanno gli stessi interessi. Non c’è una scelta metodica o razionale, semplicemente ci si scambia emozioni, esperienze… ho collaborato con tante realtà perché questa è la mia indole; ho affrontato negli anni anche tanti generi musicali diversi, quindi mi trovo a suonare – con tante persone diverse – tanti strumenti diversi ognuno in modo diverso: clarinetto in stile yiddish, flauto irlandese in stile irish…
“Sonno come affievolimento della vita, Eliso come rimozione o paradiso…” è una frase che compare nel disco.
La tematica di Sonno Eliso è il maschile e il femminile: il “sonno” è un elemento che sento e noto fortemente in questo momento storico, trovo che ci sia una generale sonnolenza che ci sta pervadendo facendoci perdere il coraggio di dire ciò che pensiamo e proviamo, di esprimere quindi la voglia di un cambiamento. “Eliso” da elidere, quindi in qualche modo togliere la sonnolenza. Mi piacevano questi termini antitetici. Credo sia importante cominciare a risvegliarsi. Maschile e femminile perché sono i due elementi principali della comunicazione, è il primo rapporto che abbiamo col diverso, che poi nella vita può diventare diverso socialmente, etnicamente… se non si impara a dialogare col diverso ci si trascina un pesante bagaglio per tutta la vita. Per me, uomo, la donna è in realtà l’essere più vicino, quello a cui mi rapporto tutta la vita ma anche quello con cui a volte non riesco a comunicare; quindi il fulcro di tutto è questo: se davvero si riuscisse a instaurare un rapporto più completo, chiaro e sincero con l’altra metà sicuramente tutto il resto si allargherebbe, saremmo più completi.
Parlando di rapporti tra persone, non si può non riflettere su come sia cambiata la comunicazione: compulsiva, frenetica e spesso superficiale su web, molte volte quasi assente dal vivo.
Già. Ma non è il mezzo ad essere il diavolo, è come lo si usa… c’è da dire anche che purtroppo stiamo vivendo in un paese che sta lentamente morendo, mi chiedo come possano le generazioni più giovani affrontare questa distruzione culturale che è avvenuta negli ultimi vent’anni, credo che non basterà una generazione per rimediare a ciò che è stato fatto, questo a mio avviso è il problema più grosso; i danni che sono stati fatti non consistono semplicemente nel tagliare o togliere: il problema è che quando si elimina una voce questa non esiste più, e ci vuole tantissimo per ricostruirla e ridarle spazio e valore. Chi fa musica in modo libero e non commerciale come me ha visto ridursi moltissimo gli spazi, perché essendo compositori e creativi che fanno ricerca, sperimentazione, non rientriamo in una categoria precisa. Questo è un discorso che vale anche in altri campi ovviamente.
Se questo primo lavoro riguarda la comunicazione tra l’universo femminile e quello maschile, cosa prepari per gli altri due capitoli di questa trilogia?
Il secondo lavoro riguarderà la comunicazione come verbo, quindi parola scritta o detta, il terzo riguarderà l’argomento a mio avviso più complesso, la religione. In quest’ultimo disco affronterò sicuramente anche il canto, mentre questo primo disco è totalmente strumentale. Per ogni lavoro mi avvalgo di diversi collaboratori, che non sono scelti con un ragionamento particolare, ma è la musica stessa via via che viene scritta a suggerirmi quello specifico musicista che conosco, e che con la peculiarità della sua espressione completa il brano.
Questo disco è interamente composto da te…
Fin dal ’91 ho sempre composto per diverse realtà musicali, per altri artisti, per cinema, teatro… questo però è il primo lavoro che porta il mio nome, ho avuto la possibilità di mettermi maggiormente in gioco, di esprimermi più liberamente, far uscire più forte quello che sento e che sono. Tutta la ricerca sulla tematica di Sonno Eliso non si sarebbe altrimenti sviluppata in modo così preciso. Di certo ciò ha comportato una maggiore responsabilità e devi dedicare quaranta volte tanto al lavoro, perché tutto dipende da te. Ma l’ho presa in modo molto positivo. Oggi il musicista non può essere più solo musicista, specialmente se compone qualcosa di proprio deve essere in parte anche tecnico del suono, saper curare l’immagine grafica del proprio lavoro, essere produttore artistico, arrangiatore… si va sempre di più incontro a una completezza dell’artista, non solo perché tecnologia e comunicazione ce lo permettono ma perché i rapporti con la conoscenza e la cultura che noi abbiamo acquisito negli ultimi anni è enorme rispetto a quella che si poteva avere in passato, perciò siamo in grado di avere un’ottima conoscenza dei vari aspetti che compongono il nostro lavoro. Io ho voluto curare e seguire tutto nel mio disco, dalla scrittura musicale alla confezione finale, cosa che mi ha permesso di offrire al fruitore esattamente il prodotto che io volevo fare.
Farai dei concerti con i pezzi di questo album?
Ho riscritto tutto il disco per una piccola formazione da camera, con violoncello, fagotto, pianoforte e violino e io ai vari fiati, un piccolo concerto che ripropone però tutti i temi del disco. Dal vivo inoltre i pezzi verranno anticipati da letture tratte da diversi autori, per esempio Frida Khalo, Jung, Freud, Michelangelo… tutti che dicono qualcosa di personale sui temi del disco. Ho cercato queste citazioni insieme a Simona (Fasano, attrice di teatro di prosa e teatro-danza, drammaturga, regista, sua compagna e collaboratrice, n.d.r.), sarei stato ipocrita a realizzare un album su maschile e femminile e non avere uno scambio con l’altra metà della mia vita, e il lavoro sarebbe stato incompleto: non riusciamo da soli a vedere tutto, in due si riesce ad avere una maggiore visione d’insieme, basta sapere ascoltarsi.
Massimo Grimaldi, classe ’74, ha inaugurato ieri 28 settembre presso il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce la sua personale dal titolo Slideshows: una serie di lavori realizzati a partire dal 2003 e consistenti in gallerie fotografiche digitalmente riprodotte su supporti Apple; la peculiarità di questi lavori è la loro intima connessione con la realtà.
Massimo infatti riflette confrontando il sistema dell’arte e la sua tendenza all’autoreferenzialità con emergenze sociali quali povertà e guerra, interrogandosi sul ruolo dell’arte nella società, sull’utilità della figura dell’artista, ma la sua non è soltanto un’opera di denuncia: fa un passo oltre, facendo sì che il suo lavoro raggiunga un risultato ultimo assolutamente concreto e utile. Negli ultimi anni ha infatti deciso di donare i premi vinti e le somme ricevute dai committenti ad Emergency, supportando i suoi ospedali in Sudan, Sierra Leone, Repubblica Centrafricana e Cambogia e recandosi in loco per documentare l’attività quotidiana degli ospedali e delle comunità locali.
Sono le immagini di tali reportage (ma non solo) a passare in sequenza sugli schermi dei computer in mostra, creando una forte contrapposizione tra la perfezione formale, fredda e astratta dell’oggetto di design e i contenuti spesso drammatici delle immagini. Questo tipo di ricerca raggiunge il suo obiettivo estremo nel caso dell’opera Emergency’s Paediatric Centre in Port Sudan Supported by MAXXI che, nel 2009, ha vinto il concorso internazionale MAXXI 2per100, il cui regolamento prevedeva di devolvere il 2% della spesa prevista per la costruzione del museo MAXXI (nuovissimo museo d’arte contemporanea di Roma realizzato su progetto dell’architetto di fama mondiale Zaha Hadid, n.d.r.) alla produzione di opere d’arte. Il progetto di Massimo è consistito nel destinare il 92% dei 700.000€ previsti dal bando alla costruzione di un Centro sanitario pediatrico di Emergency in Sudan, documentando poi personalmente le fasi di costruzione del centro e inserendo le immagini nel suo lavoro. Il reportage è mostrato in una videoproiezione serale su una parete esterna del museo.
La mostra è curata da Ilaria Bonacossa, nuova direttrice del museo, e Alessandro Rabottini, autore del catalogo, ed è la prima esposizione della nuova stagione 2012-2013. Resterà in allestimento fino al 18 novembre. Tutti gli incassi della mostra saranno devoluti ad Emergency.
Massimo, tu sviluppi la tua ricerca in maniera fortemente legata alla realtà, con una concretezza estrema, invece che rimanere in un contesto autoreferenziale; pure vengono mosse critiche al tuo lavoro, secondo te perché?
In qualche modo i lavori che hanno generato diversi miei reportage con Emergency sono stati realizzati a seguito di premi che in realtà non ho vinto: è come se li avessi razziati, perché ho operato con una modalità scorretta. Mentre altri artisti partecipano proponendo opere d’arte, ciò che propongo è sostanzialmente diverso: girare l’importo dei premi ad Emergency e realizzare un lavoro low cost che prevede la realizzazione di un reportage di carattere affettivo sull’attività dell’ospedale del luogo cui i soldi sono stati destinati; quindi credo che molti abbiano, anche giustamente, percepito questa come una scorrettezza. È chiaro che una giuria di fronte a una proposta come questa non deve dare una giustificazione sul perché ha scelto un lavoro, nel mio caso deve dare una giustificazione sul perché non lo premierebbe. Come fai a giustificare il fatto di aver scelto una scultura di fronte alla possibilità di salvare vite umane? Ed è in questo che risiede il soggetto stesso del mio lavoro, cioè nell’impossibilità dell’arte tradizionalmente intesa di proporre qualcosa che sia altrettanto forte; però nel mio caso questi ricatti morali, fatti ai giurati che devono decidere a chi assegnare i soldi della vittoria, sono parte integrante del mio lavoro.
Quindi il ricatto è parte dell’opera…
Sì, dedico molta cura alle immagini, ma sono una giustificazione del processo che le ha generate, la cosa più importante è che i soldi siano andati ad Emergency e che si sia costruito qualcosa di utile, come nel caso del premio MAXXI che ha finanziato la costruzione di un ospedale. Di tutto il processo, le immagini sono la parte tradizionale.
Nasce spontanea la considerazione che la giuria scelga il tuo lavoro perché come hai detto tu moralmente costretta ma non perché ritenga che la tua sia l’opera migliore.
È migliore l’idea.
Quindi è lì che risiede il valore estetico secondo te.
Sì, certo. Non è più l’epoca dei pittori. Per me il ricatto morale è come una tecnica pittorica, come il colore di un quadro, parte della dinamica creativa.
C’è quest’antitesi fortissima tra il contenuto delle immagini e gli iMac o gli iPad Apple su cui vengono riprodotti gli slideshows.
Era un’idea che ho avuto nel 2003 quando ho iniziato questo tipo di lavoro, volevo riprodurre questo straniante contrasto che in realtà esiste in ogni persona. Come artista perseguo la bellezza delle forme e adoro in questo senso il design Apple, con la parte del mio lavoro costituita dalle immagini perseguo l’astrazione, però come persona sono interessato alla realtà sociale che mi circonda e su cui come artista non credo di essere legittimato a intervenire, e questo per me è il modo di realizzare il mio autoritratto più fedele, da una parte c’è la glorificazione della forma, dall’altra questo transito di immagini che veicolano valori più intimi, con una pregnanza diversa; volevo mettere i due piani insieme, evidenziando questa divisione che è in me.
Molti giovani artisti oggi sentono l’esigenza di concentrare l’attenzione su temi di interesse sociale.
Nel mio caso è un po’ diverso però, perché il mio lavoro non parla di realtà sociali, il mio lavoro fa, paradossalmente potrebbe anche fare a meno degli spettatori, puoi anche non vedere le mie foto ma il mio lavoro è lì, e ha creato un centro pediatrico, ed è in questo che consiste la differenza. Il mio lavoro non ispira, non denuncia, fa.
Dimostri che l’arte può essere utile, nel senso più pragmatico possibile del termine.
Ed era proprio il mio scopo, renderla utile. Fin dall’inizio ho vissuto in modo molto problematico il mio ruolo, io per indole sono un formalista, un astrattista, però ho sempre pensato che la mia attitudine fosse un po’ sterile e ho cercato in questa linea di lavori di mediarla con qualcosa che fosse profondamente diverso.
C’è un motivo preciso per la scelta del mezzo fotografico?
No, è venuto abbastanza naturale. Inizialmente le foto erano tratte da altri e la mia opera le assemblava negli slideshows, poi è venuto da sé che facessi foto mie dopo che è cominciata la collaborazione con Emergency. Io non sono un fotografo, non ho alcuna conoscenza o tecnica fotografica, però so usare molto bene Photoshop, quindi recupero lì.
Continuerai questa collaborazione?
Sì, Emergency tra l’altro è sempre più impegnata in Italia, anche qui c’è sempre più bisogno di assistenza medica di qualità e gratuita. Conoscendoli e sapendo come lavorano li adoro, è gente che stimo enormemente.
Qualche progetto in fieri?
Attraverso la mia galleria ho coinvolto dei collezionisti privati che mi commissionano reportage. Un collezionista interessato a un lavoro di questo tipo dà una somma ad Emergency, io mi attivo e faccio il reportage sull’ospedale che abbiamo scelto insieme.
Nel 1997 Pina Rando e Giorgio Gallione hanno assunto rispettivamente il ruolo di Direttore e Direttore Artistico del Teatro dell’Archivolto, portando nel quartiere di Sampierdarena la loro compagnia, attiva dal 1986, e ristrutturando i locali del Teatro Gustavo Modena, che oggi insieme alla Sala Mercato forma i due spazi della struttura.
Era Superba li ha incontrati per tracciare insieme un bilancio di questi quindici anni di attività, con una nuova stagione teatrale appena presentata all’insegna come ogni anno di una commistione delle principali forme artistiche, dalla musica alla danza, dalla prosa alla sperimentazione, e che ogni anno porta a Genova nomi di rilievo nazionale e fa conoscere alla città le opere prodotte dalla compagnia dell’Archivolto.
Qual è la cosa di cui andate più fieri, analizzando i vostri quindici anni di lavoro?
(Pina Rando) Sicuramente andiamo orgogliosi di aver riaperto un teatro chiuso da vent’anni, di averlo ristrutturato e di aver contribuito, stagione dopo stagione, a portare il pubblico genovese in questo quartiere. Siamo molto contenti di quello che abbiamo fatto, il pubblico interviene numeroso e ci vuole bene, le presenze sono più o meno sempre le stesse di anno in anno, e questo significa che abbiamo spettatori ormai affezionati che continuano a essere con noi.
(Giorgio Gallione) Da direttore artistico, il mio maggiore orgoglio è aver visto passare in questo teatro artisti che hanno raggiunto la fama a livello nazionale. La nostra compagnia è nata nel 1986 con i Broncoviz (Maurizio Crozza, Ugo Dighero, Carla Signoris, Mauro Pirovano e Marcello Cesena, ndr): allora abbiamo avuto un mix di attenzione e fortuna nel mettere insieme una squadra molto forte, che per dieci anni ha lavorato con passione dando vita a spettacoli di grande successo. Ancora oggi, nonostante le loro strade professionali si siano divise,continuano ad avere un rapporto molto stretto con il teatro. Un altro motivo di orgoglio è il legame che da anni teniamo con artisti del calibro di Claudio Bisio, Neri Marcoré, Fabio De Luigi e molti altri.
Il teatro si trova a Sampierdarena, un quartiere di cui si parla quasi esclusivamente per fatti di cronaca nera, nonostante siano molti i tentativi di valorizzarlo. Qual è il vostro legame con il territorio? A vostro parere, Sampierdarena “arriva” nel modo giusto alla città?
(Pina Rando) Il nostro rapporto con il quartiere è buono: noi veniamo qui tutti i giorni, spesso uscendo la sera molto tardi, e a ogni nostro spettacolo il pubblico arriva e se ne va senza nessun problema. Personalmente, percepisco i problemi di Sampierdarena più facilmente dai giornali che da ciò che vedo e vivo ogni giorno. Le criticità ci sono e non lo si può negare, ma siamo sicuri che sia così meno pericoloso girare in via XX Settembre alle 2 di notte? Noi cerchiamo inoltre di avvicinare al teatro anche le persone di diverse etnie che vivono nel quartiere, a partire dalla stagione di teatro ragazzi e dai laboratori che attiviamo con le scuole, in modo che il nostro ruolo di presidio culturale abbia un senso anche per le persone di varie nazionalità che vivono qui.
(Giorgio Gallione) È l’esistenza stessa del teatro che va difesa: il fatto di venire a teatro a ogni ora del giorno e della notte, radunando un pubblico di 400-500 persone ogni volta eterogeneo, è già di per sé un atto che crea contatto, crea comunicazione, smussa le differenze: un atto “politico”, nel senso più completo del termine.Il bello di questo spazio è che è il teatro di Sampierdarena, ma non è solo un teatro per Sampierdarenesi. Ci troviamo in un quartiere in cui ancora oggi si dice “vado a Genova” riferendosi al centro città: quando siamo arrivati qui era una zona “morta”, nel senso di isolata, poco connessa al resto della città anche da un punto di vista di trasporti e logistica. Negli anni la situazione è molto cambiata, abbiamo circa 70.000 spettatori all’anno e questo ha modificato molto il quartiere, a partire dall’apertura di attività commerciali nella zona del teatro. Notiamo che il nostro pubblico è formato circa da 1/3 di abitanti del quartiere, 1/3 di genovesi e 1/3 di persone che vengono da fuori Genova.
Si parlava del lavoro con i bambini: rispetto a quando avete iniziato, oggi siamo nella generazione dei cosiddetti “nativi digitali”. Questo ha cambiato l’approccio dei più piccoli al teatro?
(Giorgio Gallione) Per nulla, a nostro parere. Il teatro è nato con l’uomo, nasce dall’esigenza di farsi raccontare delle storie, che è una delle principali richieste che i bambini fanno agli adulti. Solo il mezzo è cambiato: un tempo c’era il racconto orale, poi si è passati ai libri e così via. Facebook e simili non hanno cambiato molto nel modo di comunicare, ancora oggi percepiamo il desiderio dei bambini di rapportarsi con le storie in ogni modo possibile.
Siamo ai primi mesi della Giunta Doria: che opinione avete della nuova amministrazione comunale?
(Pina Rando) È ancora troppo presto per fare previsioni: le premesse sembrano buone, abbiamo in previsione un incontro con l’assessore Carla Sibilla e ci sembra che si possa fare un buon lavoro. Per il resto, il bilancio del Comune e gli stanziamenti alla cultura sono ancora troppo legati alla Giunta precedente. Un reale quadro della situazione si potrà formare solo quando la nuova Giunta approverà il suo primo bilancio.
Siete stati tra i firmatari del Manifesto del Sole 24 Ore contro i tagli alla cultura. Se è sempre più difficiletrovare “dall’alto” soluzioni per aiutare , è utopistico pensare a un sistema culturale che si sostiene “dal basso”? Che cosa si può fare per reagire a questa situazione?
(Pina Rando) Posso dirlo in una parola? Resistere. Stiamo parlando di una crisi che non coinvolge solo Genova e non coinvolge solo il teatro, i tagli al Fus sono un problema che investe la cultura nel suo complesso a livello nazionale. I teatri non possono vivere della sola vendita dei biglietti, ma fare rete è fondamentale, sia a partire dalla sinergia con gli altri teatri sia integrarsi con le associazioni del territorio, i comitati di quartiere, i centri sociali e così via.
(Giorgio Gallione) Il modo migliore per affrontare ogni situazione è fare bene il proprio lavoro: nel nostro caso ci sono due anime, da un lato quella sociale e dall’altra quella artistica, ed è fondamentale coniugare questi due temi. Il teatro esiste da migliaia di anni, ce la faremo anche noi e questa arte nel suo complesso continuerà a esistere.
A conclusione di quanto abbiamo detto, diteci cos’è per voi fare teatro.
(Pina Rando) Comunicare. Raccontare storie. Condividere con gli altri l’emozione di ascoltare storie.
(Giorgio Gallione) Il teatro è nato con la comunicazione, è nato quando un uomo si è seduto da qualche parte, ha acceso un fuoco e ha cominciato a inventare questa fascinazione, a usare l’immaginazione. Il teatro è anche politica, come si diceva anche prima, ed è “raccontare e raccontarci”.
Una Sala del Minor Consiglio letteralmente stipata di persone ha accolto il regista Marco Bellocchio giunto a presentare il suo ultimo lavoro,Bella Addormentata. Insieme a lui Alba Rohrwacher, che interpreta uno dei personaggi protagonisti della storia. Delicata già nel titolo e attenta riflessione sui difficilissimi temi dell’eutanasia, della fine della vita, del diritto all’autodeterminazione, della libertà di coscienza, la pellicola è ambientata nel febbraio del 2009, in corrispondenza con gli ultimi giorni di vita assistita di Eluana Englaro, sfondo di quattro storie che intrecciandosi cercano di toccare tutti i possibili punti di vista e convinzioni che ruotano intorno a tematiche tanto complesse, ma sempre con un fil rouge che unisce le vicende dei diversi personaggi: il rispetto per la libertà di coscienza degli altri, anche quando non se ne condividono o comprendono le convinzioni.
Bellocchio ripercorre i giorni che hanno generato poi l’idea del film: «Nel 2009 ho seguito come tutti il caso Englaro e la corsa da parte del governo per bloccare la sentenza che permetteva che si staccassero le macchine che tenevano artificialmente in vita Eluana. Questo mi ha sconvolto, l’emozione era tanto grande che lì per lì non ho nemmeno pensato di farci un film. Successivamente col tempo sono emerse delle immagini – che poi sono le storie inventate e ambientate durante quei giorni – così mi sono convinto a tentare». Ma non è, tiene a precisare, un film su Eluana: «Il destino di Eluana è dentro i personaggi, che però vivono altre esperienze».
Nel suo modo di raccontare hanno un grande impatto visivo e altrettanto valore narrativo e simbolico le immagini, della cui forza il regista ha preso consapevolezza scoprendo il cinema muto durante i suoi anni di studio al Centro Sperimentale. «Per me un film non nasce mai da un messaggio, dall’idea di voler dimostrare o imporre qualcosa, ma viene sempre da immagini che mi vengono in mente, che pian piano compongo e che diventano personaggi, situazioni, storie. In tutti i miei film cerco di seguire un filo, questa potenza metaforica – se c’è – è sempre all’interno di costruzioni che non hanno delle gratuità, come succede in tanto cinema d’avanguardia o surrealista; c’è sempre un confine di realismo in cui io cerco di esprimere la mia libertà» senza per questo ritenersi tendenzioso: «Se fossi tendenzioso avrei dovuto dare tutta la positività al personaggio del giovane laico e tutta la negatività alla giovane cattolica, invece è lui che delude lei».
E con la presenza di un’attrice protagonista in sala non si può che constatare l’importanza della sinergia tra attore e regista: «È vitale per l’attore entrare in contatto con l’immaginario del regista – dice Alba Rohrwacher – il mondo di Marco a me piace moltissimo, ricordo quando abbiamo girato Sorelle Mai e io interpretavo una professoressa che riconosce un proprio errore e si mette in discussione. Le parole che Marco mi dava e che mi ha dato anche per il personaggio di Maria (protagonista dell’ultimo film, n.d.r.) evocano sempre qualcosa, mi rendo conto che dire quelle parole, essere in quelle parole automaticamente fa fiorire il personaggio, e questo dipende molto dalla capacità che ha Marco di condividere il suo universo con gli attori con cui lavora. I suoi personaggi hanno la capacità di essere nella realtà ma allo stesso tempo di starne un pochino sopra».
«Gli psichiatri dicono che chi non prova dolore è pazzo» dice ancora il regista riflettendo sul tema del dolore: «È qualcosa che gli uomini cercano di sfuggire, di nascondere, però è un passaggio obbligato. Si può reagire o sopportare. Tutta la formazione cattolica ti chiede di sopportare, di rinunciare alla vita perché il dolore è qualcosa di inevitabile che ti accompagna per tutta l’esistenza. Reagire al dolore è tutto un altro atteggiamento, e io cerco di reagire vitalmente; questo nel film accade per alcuni personaggi».
Come sceglie gli attori per i suoi film Marco Bellocchio?
«Ci sono alcuni film che hanno già i loro interpreti, per esempio per il Regista di Matrimoni avevo pensato a Castellitto. In questo film no, ho scritto il soggetto e poi ci siamo messi a cercare in modo piuttosto classico, facendo casting, poi provini ad alcuni, e poi la scelta».
Tematiche di certa serietà affrontate nelle pellicole esigono un’evocazione profonda di sentimenti e atmosfere, cosa accade dunque se durante la lavorazione capita la giornata no?
«Si arriva piuttosto distratti, scarichi, ma non sei solo , sei circondato di persone che ti stimolano, ti obbligano quasi ad essere dentro la storia, gli attori in primis ma anche tutta la troupe; in questo senso non essendo soli si riesce a ritrovare quell’ispirazione ed emozione che bisogna comunicare agli altri. Quando si è dentro il film non c’è tempo per riflettere, il ritmo di lavoro è troppo serrato. Nella fase di montaggio cominci a fare bilanci e dopo ancora, quando hai finito il film e hai il feedback di chi l’ha visto, cominci a rielaborare e ripensare al film stesso. Solo adesso inizio a ripensare al film, per un tempo che non so bene quanto sarà: è un momento in cui si ricrea qualcosa di cui mi ero dimenticato».
Anche per gli attori il carico emotivo non è indifferente, come lo si gestisce Alba Rohrwacher?
«Penso che sia parte del mestiere… uno deve avere la capacità di essere dentro, farsi coinvolgere ma di mantenere anche un certo distacco se no il lavoro diventerebbe troppo faticoso. Chiaramente c’è sempre un pensiero che va al lavoro; lavorare con Marco per esempio significa continuare anche fuori dal set, si parla e si discute, ragionando sulle cose fatte per capire come fare quelle che mancano o rifacendo certe altre per ottenere qualcosa di meglio. Credo comunque che un attore debba avere questa capacità, anche se a volte è molto difficile, di essere coinvolto e contemporaneamente operare un distacco». C’è inoltre qualcosa di particolare che Alba ama del lavoro con Bellocchio: «Ha questi personaggi che sono costantemente dentro un cambiamento, è bellissimo indagare stati d’animo che mutano, per un attore è una condizione privilegiata».
Negli occhi sembra avere il tipico sguardo di chi con la determinazione giusta è riuscito a fare dei propri sogni di adolescente una professione fra consensi e approvazione generale. Lui è Simone Borrelli, classe 1985, nativo di Crotone ma adottato dalla turrita Bologna. La sua è una storia semplice, forse lineare, di chi partendo da lontano e armato di voglia e talento è riuscito a far sentire la propria voce in un mondo non certo di facile approdo come quello della recitazione.
Dopo la maturità parte dalla Calabria, la sua terra natia, alla volta di Bologna, dove lo aspettano gli studi universitari e l’Accademia di Teatro Galante Garrone, una delle realtà più importanti dello stivale per quanto riguarda la formazione attoriale. Il ragazzo sembra promettere bene e di lì a breve vince una borsa di studio per frequentare per un anno l’Actor Studio di New York. Tornato in Italia il lavoro non gli manca di certo. Televisione, cinema, teatro e nel resto del tempo tanto lavoro per portare avanti i suoi progetti musicali. Si perchè non bisogna dimenticarsi che Simone è anche cantautore.
In televisione ha recitato per la Rai nella serie “Terapia d’urgenza”, su Sky è apparso in “Quo Vadis Baby”, per Mediaset ha recitato in “Anna e i cinque” e nel 2011 è entrato a far parte del cast di Camera Cafè. Tutto questo non ha minato neanche in minima parte l’umiltà di un ragazzo come tanti, cresciuto giocando a pallone in attesa che mamma finisse di preparare la cena. Un ragazzo che tuttavia si è costruito da solo, con la sua forza e le sue capacità. Simone non è figlio di gente del “giro”, mamma e papà sono onesti lavoratori come tanti, ed è proprio questo che rende la sua storia speciale.
Ti senti un privilegiato a fare questo mestiere?
«Beh di certo non mi ritengo sfortunato! La gente spesso ti invidia se fai l’attore ma non ha idea di cosa significhi fare questo mestiere. Non invidiano l’attore in sé, non è quello che desiderano, invidiano il tipo di vita che fa l’attore. Per me questo mestiere rappresenta molto altro. E’ un lavoro anche creativo e come ogni lavoro creativo c’è bisogno di un forte spirito di osservazione. Uno dei privilegi del fare l’attore è che hai la possibilità di scavarti dentro, devi fare introspezione, è imprescindibile per poter diventare altro da sé, per entrare in un personaggio.»
Sembra che fino ad oggi ti sia andato tutto alla grande. Te l’aspettavi?
«Non è andato tutto alla grande! Forse così sembra guardando al curriculum ma purtroppo le cose non sono andate così dritte. Io cerco di non avere mai aspettative e di fare cose che abbiano un senso per me. Quando fai qualcosa che ha un senso per te i risultati arrivano. Sapevo anche che le cose dovevano andare in un certo modo e che certi passi andavano fatti. Dopo le mie prime esperienze teatrali a Crotone qualcuno ha visto del potenziale in me e mi ha consigliato di fare il provino per l’Accademia Galante Garrone. In un certo senso sapevo che avrei passato la selezione per entrare in accademia, questo sì. Addirittura uno dei giorni precedenti le selezioni mi presentai dal segretario e gli chiesi se le lezioni erano sia al mattino che al pomeriggio perchè io dovevo anche seguire le lezioni univesitarie. Lui si mise a ridere e mi disse che prima di preoccuparmi delle lezioni avrei dovuto pensare a passare la selezione. Ogni anno sono migliaia le persone che partecipano ai provini per una manciata di posti. Io però sentivo in qualche modo che sarei entrato. Ero sinceramente preoccupato per i miei studi universitari, sono arrivato a pensare: se lo passo sono nei guai!!!»
Arriviamo al punto Simone. Quali sono gli ingredienti giusti?
«Il primo ingrediente è la pazienza. Tutte le altre qualità necessarie come costanza e perseveranza arrivano di conseguenza, sono dei corollari della pazienza. Non credo alle giustificazioni di chi dice che non può fare questo mestiere perchè è figlio di nessuno. E’ un modo di pensare molto italiano. I contatti necessari li crei con il tempo. A volte siamo schiavi del vittimismo».
E il talento?
«Ti potrei quasi dire che il talento in questo paese è una cosa superflua! Lo dico forse con una punta di rammarico. Sembra che contino di più cose come la determinazione, la sfacciataggine, la costanza. Almeno questo è ciò che vedo io. Questo succede perchè molto spesso ci si concentra di più sul fine che non sul percorso, tutti gli sforzi sono in direzione del raggiungimento del fine. Invece chi ha talento agisce in modo diverso, chi ha talento si concentra di più sul percorso».
“Domanda classica. Cosa consiglieresti a un giovane che volesse seguire questa strada?”
«Cambia lavoro! (Risata, ndr) E’ un lavoro difficile. Dove è difficile affermarsi. E’ un lavoro nel quale se non riesci a fare successo è meglio che tu non lo faccia, meglio fare qualcos’altro. Ci vogliono grandi esempi da seguire e non devono essere esempi banali. E’ un ambiente stressante. Stressante sopratutto se diventi schiavo del sistema. Bisogna trovare modi non banali e nuovi di proporsi!»
Gianni Martini, classe ’52, è un musicista genovese, ma non solo: compositore, direttore di coro, insegnante, autore di testi didattici. Una lunga carriera alle spalle e un’esperienza che si snoda attraverso i decenni più entusiasmanti della musica recente, e che l’ha portato a collaborare con musicisti come Ivano Fossati, Francesco Guccini e Giorgio Gaber.
Quando hai preso in mano una chitarra per la prima volta? Quale musica ti ha formato da ragazzo?
«Come molti ho iniziato a suonare in parrocchia, dove si organizzavano varie attività tra cui rientrava anche la musica; mio padre, che avrebbe voluto che imparassi uno strumento, vide di buon occhio la cosa e mi comprò una chitarra. Era il ’66 e io avevo circa 13 anni. Iniziai con il beat, la canzone di protesta, quindi Beatles, Rolling Stones, Equipe 84, Nomadi, Rokes, Dik Dik, Bob Dylan… quel clima lì insomma. Tiravamo giù dai dischi gli accordi delle canzoni e si mettevano su i primi complessi – perché allora si chiamavano complessi, non gruppi o band – una strada che in quegli anni tutti hanno percorso».
Com’era l’atmosfera musicale a Genova in quegli anni?
«Molto viva. Alla sordità – e il termine non potrebbe essere più appropriato – istituzionale corrispondeva una grande vivacità della scena musicale genovese che tutta l’Italia ha sempre riconosciuto. Dai cantautori ai turnisti i musicisti genovesi sono stati sempre molto apprezzati. C’erano moltissimi gruppetti in quegli anni a Genova, “complessi” appunto, fermenti di ragazzi adolescenti che vivevano in quel periodo un fenomeno sociologico assolutamente nuovo: nuovo il fatto di fare parte di questi gruppi, nuovo il fatto che molti personaggi famosi dell’epoca erano ragazzi. Quando è uscita “Love Me Do” nel ’62 i Beatles erano dei ragazzi, così come i Rolling Stones e molti altri anche qui da noi, Rita Pavone, Morandi o Celentano per esempio. Dai complessi genovesi sono usciti poi musicisti di ottimo livello. Naturalmente, come sempre succede, dei tantissimi che suonavano solo una piccola minoranza è andata avanti, è un fatto fisiologico; comunque c’erano gli Apostoli, Bambi Fossati coi Gleemen prima e i Garybaldi poi, Marco Zoccheddu con i Plep che poi divenirono Nuova Idea, i Sagittari da cui nacquero i Delirium, i New Trolls… io mi sono formato in questo contesto, andavo a sentire suonare nei locali. Intanto ci riferivamo a due riviste di musica, “Big” e “Ciao Amici”, la seconda in particolare era il nostro vangelo, pubblicavano recensioni, novità e classifiche. Tutti avevano la divisa alla Beatles, io stesso avevo capelli, giacca e stivaletti alla Beatles; non era semplice trovarli ma ci arrangiavamo e ce li andavamo a cercare. Si andavano a fare delle session in posti distantissimi, per un periodo avevamo provato a Sussisa e alla domenica si partiva con il lazo per andare fin sopra Sori. Oggi mi sembra che i ragazzi abbiano un po’ meno entusiasmo, voglia di sbattersi, di cercare. Anche perché ora è sempre tutto a disposizione, già pronto, “spalmato sul pane” citando Gaber, allora invece non c’era niente e dovevi inventare».
Puoi raccontare le tue esperienze coi Delirium, la Famiglia Ortega, l’Assemblea Musicale Teatrale per arrivare al Teatro Canzone di Gaber, col quale hai collaborato per molto tempo in qualità di chitarrista?
«Da ragazzino frequentavo un paio di locali, il Christie’s (prima ancora Snoopy), e il Rendez vous, (prima Gallery Club). Il primo locale era gestito da Alberto Canepa, che poi divenne mio carissimo amico. Aveva tre anni più di noi ed era quell’età in cui tre anni sembrano una vita… andavamo lì di sabato e domenica pomeriggio a sentire i gruppi, e c’era l’usanza, oggi completamente persa, che un gruppo facesse metà o tutta la stagione, quindi trovavi lo stesso gruppo sempre lì a suonare tutto il weekend per diversi mesi. A un certo punto per vivacizzare le serate infrasettimanali fecero delle jam session aperte anche ai giovani e io cominciai a parteciparvi, si creavano gruppi assolutamente estemporanei, si provava in settimana e alla domenica pomeriggio si occupava metà tempo della performance. Tra questi giovani c’era anche Ivano Fossati che suonava nei Poeti, ci conoscevamo perché frequentavamo entrambi le zone di Marassi e ci incontravamo ai concorsi. Fatto sta che una sera mi chiama Alberto Canepa dicendomi che questo gruppo, i Delirium – allora avevano già fatto “Il Canto di Osanna” con un certo successo al Festival di Bari – cercava un chitarrista elettrico e se poteva interessarmi fare una prova con loro. Andai a casa di Ivano e feci la prova: studiavo chitarra classica così suonai un adattamento dell’Adagio di Albinoni. In qualche modo la mia performance un po’ emozionata fu ritenuta sufficiente ed entrai nel gruppo. Di lì a poco si cominciò a provare per Sanremo e lì iniziò la mia carriera professionale. Prima di questo suonavo in un locale di Sampierdarena nei Beatnik, gruppo che si è rimesso insieme poco tempo fa; facevamo quattro sere a settimana pagati, in regola e coi contributi, cosa che a raccontarla adesso, che se va bene fai quattro date in una stagione, i ragazzi non ci credono. Bene, mentre suonavo con loro mi capitò l’occasione coi Delirium, ne parlai a Mauro Boccardo che faceva parte dei Beatnik e lui comprese benissimo e mi disse di andare. Coi Delirium io rimasi un po’ meno di un anno con un contratto da turnista, infatti nelle copertine dei dischi in cui ho suonato non ci sono. Ci sono invece nei servizi fotografici delle riviste, ma non comparivo come membro ufficiale.
Poi mi staccai insieme ad Alberto Canepa che era anch’egli stato nel coro di Jesahel a Sanremo; in quel periodo era uscito Joe Cocker con un gruppo numerosissimo che si chiamava Mad Dogs and Englishmen, due batterie, le mogli dei musicisti che cantavano, i figli piccoli che camminavano per il palco mentre suonavano… c’era un’idea di gruppo “familiare” che ci piaceva molto. Io e Alberto, sulla scorta di questa idea, creammo la Famiglia Ortega nel ‘72, gruppo all’interno del quale esistevano legami familiari: c’erano infatti tre sorelle, Canepa e sua moglie, i due fratelli venezuelani Ortega che poi dovettero lasciare quando scadde il permesso di soggiorno. Facemmo un LP che fu per me la prima esperienza discografica importante come arrangiatore; ci fu una tourneé in Grecia e tanta televisione, poi il progetto ebbe fine, ma con la Famiglia approdammo a Michele Maisano che cercava un gruppo numeroso con cui fare le tourneé nelle grandi discoteche del meridione e dell’Emilia; il nostro produttore gli propose noi, così si fece questo Michele Show con noi e il suo vecchio gruppo di un tempo, gli Odissea. Andammo a suonare anche negli Stati Uniti e passammo il capodanno ’74-’75 a New York, alloggiati in un albergo di Manhattan dalle cui finestre si vedeva la sede del New York Times, come nel finale de “I tre giorni del condor”.
Dopo questo io tornai a suonare in un gruppo da discoteca, i Raptus, in cui c’era un ancora sedicenne Gian Piero Alloisio, e da questo gruppo nacque l’Assemblea Musicale Teatrale, cui parteciparono anche Alberto Canepa, Bruno Biggi e Gino Ulivi. Con l’Assemblea debuttammo in uno spettacolo alla Sala Chiamata del Porto nel ’75, mentre nel frattempo mantenevamo in vita anche i Raptus in attesa che il progetto Assemblea crescesse. D’estate alla Festa dell’Unità suonavamo con entrambi i gruppi per esempio. Una formula che riuscì bene e che mantenemmo per anni.
Arriviamo al ’77 quando partecipammo al Club Tenco con “Marylin”, il nostro secondo disco. Più o meno nello stesso periodo prendemmo contatti con Guccini attraverso conoscenze comuni: un amico di un mio amico sapeva dove Guccini andava in campagna. Questo filo così esile per noi fu sufficiente; sapevamo che Gian Piero scriveva cose interessanti, e si andò a trovare Guccini (io quella volta non c’ero). Lui che è una persona gentilissima fu accogliente e ci diede appuntamento per una prossima festa del proletariato giovanile, la Festa del Sole, che si teneva dalle parti di Conegliano Veneto. Noi pensavamo non sarebbe mai venuto, invece venne con Renzo Fantini, suo amico e produttore, noi facemmo il nostro spettacolo e gli piacque molto, tanto che produssero il nostro secondo disco, Marylin appunto, registrato difatti a Bologna, e numero uno dell’etichetta indipendente L’Alternativa, etichetta di Fantini. Divenimmo gruppo spalla di Guccini, eravamo al settimo cielo. Aveva provato diversi gruppi e solisti ma quando questi iniziavano la gente cominciava a urlare “Guc-ci-ni! Guc-ci-ni!”. Voleva qualcuno che avesse grinta e prese noi. Per tre anni buoni, nel momento di massimo splendore della canzone d’autore. Poi facemmo la stessa cosa anche per Claudio Lolli, che era nella scuderia di Fantini, e per Paolo Conte, allora agli inizi. Noi facevamo venti minuti tiratissimi e la cosa funzionava. Era lavoro qualificatissimo, una volta suonammo davanti a 80.000 persone a una Festa dell’Unità a Roma, cose che non ti capitano tutti i giorni.»
Puoi spiegare il significato del nome Assemblea Musicale Teatrale?
«Noi eravamo estimatori di Gaber, e ci piaceva la sua formula di alternare monologhi a canzoni: quindi era uno spettacolo musicale e teatrale. Assemblea perché venivamo dal movimento ed eravamo compagni che si impegnavano in prima persona, io per esempio andavo a fare controinformazione coi megafoni in giro per i quartieri, eravamo alle manifestazioni, alle riunioni; questo era il nostro progetto, vivere facendo musica ma in quel modo, non in uno qualsiasi. Musicale Teatrale perché facevamo musica e teatro; dal punto di vista del teatro non eravamo professionisti, ma ci eravamo inventati delle figure, delle macchiette che recitavamo noi stessi. Successivamente, una sera che Gaber era a Genova con il suo spettacolo, andammo con coraggio nei suoi camerini a presentarci e a proporgli di sentire i nostri pezzi. Lui era, come già Guccini, persona molto disponibile, si prestò ad ascoltare la sera seguente una parte del nostro repertorio, suonata unplugged in casa di Gian Piero e Alberto. Poi venne a sentirci in un cinema di Milano dove facevamo uno spettacolo anche di mattina per quelli che marinavano – pensa che anni che erano!- infatti il cinema era abbastanza pieno. Ci ascoltò e da lì nacque un sodalizio con Gian Piero Alloisio, essendosi Giorgio reso conto che Gian Piero scriveva molto bene. Quando poi nell’84 Gaber decise di riprovare col gruppo dal vivo, dopo un periodo in cui aveva usato solo le basi, cominciò anche la mia collaborazione con lui in qualità di chitarrista, che è durata, escluso il periodo in cui ha fatto spettacoli prettamente teatrali, fino al 2002.»
Nel frattempo però hai seguito anche la strada dell’insegnamento…
«Nel 1978 io lasciai l’Assemblea, che durò ancora un anno, e mi dedicai all’idea della scuola, ne avevo parlato subito con Gian Piero; inizialmente era pensata solo come scuola di chitarra. Poi si aggregò come insegnante Bruno Biggi, anche lui membro dell’Assemblea: eravamo in tre, ognuno col suo studio in casa. Pian piano abbiamo aggiunto strumenti e insegnanti, abbiamo preso un locale in affitto; il primo collaboratore è stato Massimo Palermo, insegnante di basso, poi Dado Sezzi come insegnante di batteria e percussioni, e la scuola si è ingrandita via via. Abbiamo sempre cercato, nell’insegnamento, di partire da un assunto: la persona che ti trovi davanti, prima di essere un musicista o un futuro musicista, è un individuo. L’idea è di impostare un dialogo, creare una comunicazione e tirare fuori qualcosa partendo dal suo vissuto.»
Tu sostieni che negli ultimi anni ci sia stata e ci sia tuttora una mancanza di novità e di ricerca in musica (segui la rubrica di Gianni Martini su Era Superba n.d.r.); in questo senso, cosa cerchi di insegnare ai tuoi allievi per trasmettere loro lo slancio alla ricerca dell’inedito?
«Innanzitutto dico sempre che la tecnica deve essere al servizio dell’espressività, perché la tecnica fine a se stessa credo sia di poco interesse; i chitarristi di fine anni ’80 che scaleggiavano a velocità stratosferiche rischiavano di annoiare al di là della mentalità del ragazzino che rimane affascinato. L’importante è cosa uno cerca di comunicare con la musica, con lo strumento e con le parole, cosa vuole esprimere. La tecnica ti aiuta a plasmare un’idea che tu hai già dentro. Molto spesso l’esuberanza tecnica nasconde invece povertà di idee. È chiaro che la ricerca è qualcosa di difficile. Ciò che poi rende novità l’idea che hai è il contesto in cui sei. Ai nostri tempi la risposta al conformismo e al piattume asfissiante della società sono stati dei “no!”, dei “basta!” accompagnati da un’espressività artistica che ha fatto da sponda alla volontà di cambiare la realtà. L’idea di cambiamento era così diffusa che si sono create poi le condizioni perché diventasse anche un business economico. Poco per volta anche le major si volsero al fenomeno creando etichette minori con le quali coprire tutto il mercato, dalla musica di ricerca a quella più commerciale. La mancanza di oggi è molto problematica, i media per come sono strutturati creano una sorta di corto circuito, ogni cosa nuova si brucia subito e il giorno dopo è già copiata in tutto il mondo. Una volta non era così, non essendoci questo enorme specchio mediatico che diffonde e riverbera le cose, le novità che uscivano erano tutte molto diverse tra loro. La novità per me non è tale quando qualcuno scrive qualcosa di nuovo e di bello, non basta; diventa novità quando ha un riflesso in senso sociale.»
Quest’anno la scuola compirà 35 anni: quali sono i progetti a proposito?
«Abbiamo dato il via già l’anno scorso a un programma di stage con musicisti di alto livello, quest’anno avremo Luca Colombo, chitarrista, Fabio Treves che farà una lezione particolare sulla storia del blues, e infine Beppe Gambetta; torna Dado Sezzi con corsi su tutte le tecniche percussive, e Paolo Bonfanti che farà parte del cast di insegnanti come già l’anno passato. Inseriremo anche corsi di canto, chitarra, armonica, percussioni un po’ più popolari che ironicamente abbiamo intitolato “Strumenti contro la crisi”; infine, visto che c’è richiesta in tal senso, vorremmo fare un corso specifico che prepari seriamente chi vuole presentarsi ai reality musicali, visto che continuano a tenere banco.»
Un’ultima considerazione sullo svuotamento della figura del musicista…
«È un aspetto della discussione a cui tengo molto. Il mestiere di musicista sta effettivamente attraversando molte difficoltà e soprattutto a livello istituzionale non c’è attenzione alcuna alla musica, che se fosse considerata nel modo giusto potrebbe dare da lavorare a migliaia di persone, come d’altronde il teatro, l’arte, la cultura che ci si ostina a non considerare, almeno non nei fatti, pilastri della società. Si è persa per di più la ritualità dell’ascolto, ridotto a un momento sul bus, con gli auricolari, tra gli spintoni dei vicini, o a quella troppo alta in luoghi inappropriati, come il ristorante. La musica va ascoltata nei luoghi deputati a sentire musica, che sono i teatri, i luoghi da concerto, i club, i pub… invece viene proposta ovunque ed è talmente inflazionata che poi non ne puoi più.
Se la musica comincia a diventare, come già succede per tanti, un secondo lavoro, non ci può essere la capacità di tenuta professionale richiesta se uno lavora otto ore al giorno a qualcos’altro e dedica due ore a suonare. Investimenti e finanziamenti per far sì che i giovani decidano di fare musica professionalmente non ce ne sono. Perché i metalmeccanici devono avere diritto ad aiuti e il musicista no? Se ci fosse la volontà e la comprensione di queste problematiche si potrebbe far sì che la musica continui a vivere».
I BluNepal sono formati da Agostino, Paolo e Federico: nato nel 2009 come collettivo di improvvisazione strumentale, il gruppo raggiunge in seguito l’attuale dimensione di trio.
I ragazzi sono componenti o ex componenti di altri gruppi genovesi come En Roco, Cut of Mica, La maschera di cera, Finisterre, Kramers, Zaal; esperienze diverse che li portano a miscelare nei propri pezzi atmosfere psichedeliche e rock con reminescenze jazz, di cui peraltro la band porta con sé l’inclinazione all’improvvisazione durante le performance live.
“Follow the sherpa” è il titolo del loro primo disco (prodotto dal batterista Federico), attualmente in fase di lavorazione e la cui uscita è prevista nel corso del 2013: coerentemente con il gusto per la sperimentazione che distingue il gruppo, le undici tracce dell’album si snodano tra elettronica d’ambiente, rock sperimentale ed echi di afro beat.
Genere: rock psichedelico
Agostino Macor: rhodes, synth and keyboards
Paolo Furio Marasso: bass e doublebass
Federico Branca Bonelli: drums 3 sound production
L’Associazione Culturale GenovArte opera sul territorio genovese dal 2000 con lo scopo principale di “valorizzare la storia ed il nostro passato, con un occhio di riguardo per il recupero delle tradizioni locali”. La peculiarità di questa associazione, formata da storiche dell’arte con esperienze di didattica e guide turistiche abilitate, è il tipo di pubblico a cui essa rivolge i propri sforzi: i bambini.
L’ampio ventaglio di attività proposte è pensato infatti per essere di immediata fruizione per i piccoli in età scolare, ed è per questo che l’associazione lavora a stretto contatto con le scuole realizzando percorsi tematici ideali per le classi, da quelli storici e artistici a quelli gastronomici o incentrati su personaggi chiave della nostra storia come Andrea Doria o Cristoforo Colombo. Vengono organizzati anche percorsi particolari per gruppi o famiglie. Alla vigilia del nuovo anno scolastico l’associazione si appresta a riprendere le sue attività e a proporne di nuove: abbiamo parlato con Cristina Ferrari, membro dell’associazione che cura le visite guidate, i percorsi didattici e parte dei laboratori.
Qual è stato il primo motivo che vi ha spinto a creare un’associazione di questo tipo, rivolta principalmente a un pubblico in età scolare?
«Devo dire che principalmente ci ha spinto la voglia di far conoscere il patrimonio culturale della nostra città e della Liguria più in generale. Troppo spesso gli adulti non conoscono segreti e bellezze di Genova e allora ci siamo dette perché non cominciare a coltivare le nuove generazioni, a incuriosirle sul territorio in cui vivono per amarlo e preservarlo».
La conoscenza del patrimonio storico-artistico che ci circonda (e di conseguenza il rispetto per tale patrimonio) è, purtroppo spesso, minima se non nulla in molti genovesi. Voi andate, per così dire, alla radice, rivolgendovi ai bambini: famiglie ma anche classi scolastiche. Trova che le scuole dedichino sufficienti energie a trasmettere la conoscenza della realtà culturale e storica della città e del territorio ai bambini?
«Ci provano. Purtroppo le risorse destinate alla scuola sono sempre più scarse e a farne le spese sono i bambini. Gli insegnanti fanno quello che possono con ciò che hanno. Il nostro ruolo è, seppur nella brevità dei laboratori e dei progetti che proponiamo, quello di aiutarli a stimolare i ragazzi alla curiosità per ciò che li circonda, andando alla ricerca dei piccoli, grandi tasselli della Storia e ponendo le basi per la formazione di uno spirito critico, attento alla realtà che lo circonda e ben consapevole che passato e presente sono sempre e comunque legati e in dialogo tra loro».
I vostri percorsi sono divisi in classici e alternativi, organizzati questi ultimi per aree tematiche: quali sono gli argomenti più amati dai piccoli?
«Quest’anno abbiamo lavorato sui cantautori genovesi e il successo è stato enorme, tanto quanto la nostra soddisfazione nel vedere i bambini così curiosi nel conoscere non solo De André e Paoli, ma anche Bindi, Tenco, Lauzi. I bambini poi si divertono a parlare di tradizioni culinarie e a scoprire arredi e oggetti oramai lontani dall’uso quotidiano. Ma negli anni si sono anche appassionati ai presepi genovesi, ai burattini, ai pirati… Ma forse uno degli aspetti che più affascina le classi è l’uscita sul territorio».
Riscontrate quindi sufficienti partecipazione e interesse? Se da piccoli è grande lo stupore all’ingresso, per esempio, di un palazzo storico, da una certa età in poi l’uscita di classe viene vissuta generalmente come “un giorno in meno di scuola”, perciò con scarsa attenzione a ciò che viene spiegato e proposto.
«Ammetto che lavorare con la fascia d’età che va dai 3 agli 11 anni è ugualmente facile e difficile. Facile perché i bambini sono incredibilmente attenti e curiosi, non gli sfugge niente e spesso vogliono sapere sempre di più. Difficile perché è necessario usare un linguaggio per loro riconoscibile e non si possono avere momenti di abbassamento dell’interesse, altrimenti li hai persi. E poi, se ai bambini dai fiducia, loro ti ripagano con la fiducia. E in una società come la nostra che non investe nelle nuove generazioni perché non le ritiene idonee, la fiducia è fondamentale. E’ un atto educativo».
Organizzate anche laboratori didattici: come vengono coinvolti i bambini? Svolgono una parte attiva nelle attività?
«I bambini sono i protagonisti dei nostri incontri. Fin dalle prime fasi delle attività cerchiamo di coinvolgerli, soprattutto per portarli attraverso il ragionamento al contenuto centrale del laboratorio. Le schede didattiche con giochi e disegni o le uscite sono un utile supporto, piuttosto che la conclusione ideale di un percorso a tappe che cerca di fissare pochi, efficaci punti che arricchiscano il loro bagaglio culturale in divenire».
A quali fasce di età vi rivolgete con queste attività?
«Principalmente alle classi della scuola dell’Infanzia e Primaria. Quest’anno, però, proveremo a proporre alcune attività anche per le scuole secondarie di I grado».
Cosa vi proponete per il futuro? Nuovi percorsi, nuove collaborazioni?
«In questo momento GenovArte si sta trasformando e, grazie anche a nuove opportunità professionali, sta per intraprendere un nuovo cammino in collaborazione con la Cooperativa TerraMare di Sestri Levante per la quale lavorano due delle nostre socie-collaboratrici: Cristina Ferrari e Marzia Dentone. Serena Lattanzi, la Presidente, ha accolto il progetto di iniziare ad allargare la proposta didattica e turistica al Levante, ricco di spunti e molto sensibile a tutto ciò che riguarda la promozione del territorio e la riscoperta delle radici culturali. La collaborazione con TerraMare ci permetterà anche di approfondire tematiche ambientali attraverso l’ideazione di itinerari tematici specifici.
Aggiungo che da alcuni anni ci siamo lanciate nella progettazione di percorsi didattici a richiesta, in base alle esigenze delle scuole che ci contattano. Ci mettiamo completamente al servizio degli insegnanti, aiutandoli anche a capire cosa proporre alle classi».
Per tutte le info specifiche sui percorsi tematici e i contatti, si può consultare il sito genovarte.it.
“Nenti sacciu e nenti vitti, nenti vitti iu un c’era, e si c’era iu durmia, e cu dormi nenti vidi”. I primi versi della canzone di Pino Veneziano “La Mafia nun esisti” danno un’idea chiara del problema cardine che è alla base del cancro mafioso: l’omertà. Non è un caso, quindi, che la canzone apra lo spettacolo di Fabrizio Matteini “Che ci fa la Mafia a Genova?”, un monologo recitato e cantato il cui scopo precipuo è raccontare e informare sulla reale portata del fenomeno mafioso all’ombra della Lanterna. Lo spettacolo scritto e interpretato dall’attore genovese Fabrizio Matteini, in calendario prossimo autunno al Teatro dell’Archivolto, offre un tragico resoconto del ruolo da protagonista che la mafia e in particolare la ‘ndrangheta, ricopre a Genova. L’obiettivo è quello di portarlo nelle scuole e alimentare il dibattito.
Siamo nel 2010 tra la fine di giugno e gli inizi di luglio: l’estate è ormai seduta comodamente sulle teste dei genovesi che si trascinano fiaccati dall’umidità boccheggiando in attesa delle ferie. Nello stesso periodo l’operazione “Minotauro” avviata a Torino porta all’arresto di Mimmo Gangemi, riconosciuto come il capo della ‘ndrangheta in Liguria. E’ bene ricordare che l’allora sindaco Vincenzi aveva già lanciato l’allarme per probabili infiltrazioni mafiose nella nostra Regione e che il Prefetto Anna Maria Cancellieri, oggi Ministro degli Interni del governo Monti, si era affrettata a smentire seccamente tali dichiarazioni.
«Il Comune di Genova mi chiese di realizzare un recital sulla mafia nell’ambito di Genova Città dei Diritti prendendo spunto da un’idea di Nando dalla Chiesa – dice Matteini – confesso che fui sorpreso: fino a quel momento non mi ero mai interessato all’argomento condividendo forse quel sentimento misto d’indifferenza e sbadigli che hanno molte persone. Oggi mi è fin troppo chiaro che un clima di questo tipo non fa altro che favorire la prosperità della malavita organizzata».
Matteini ha scritto il testo avvalendosi della collaborazione di alcuni giornalisti che l’hanno aiutato nella ricostruzione della cronistoria della mafia in Liguria dagli anni Cinquanta a oggi: in particolare Marco Mendumi, Fabio Pin e Simone Traverso.
«Dovendo interpretare un cantastorie sapevo che la musica avrebbe rappresentato un elemento portante dell’ossatura dello spettacolo e per questo mi sono rivolto a Filippo Gambetta che conosco e stimo. Il suo repertorio di musica popolare era l’ideale per l’intenzione e il taglio che volevo dare e l’utilizzo di strumenti quali l’organetto, il mandolino e lo scacciapensieri, tanto per citarne alcuni, costituiscono un accompagnamento perfetto», aggiunge l’attore.
A farla da padrone in “Che ci fa la mafia a Genova?” sono prima di tutto le parole. «Utilizzo per la maggior parte notizie prese da atti giudiziari e articoli di giornale e cerco di raccontare con ironia e provocazione i fatti, che purtroppo sono tutti veri. Quello che colpisce di più è l’ambivalenza di certi personaggi che vengono da questo mondo: molti di loro sono uomini apparentemente comuni e spesso con lati buffi per non dire comici. Ad esempio Mimmo Gangemi, che a Genova faceva il fruttivendolo, aveva una passione smodata, diciamo così, per le ragazze sudamericane…»
Ovviamente la comicità resta tutta in superficie, sollecita la risata istintiva e piacevole lasciando tuttavia un senso d’inquietudine che è difficile scrollarsi di dosso. «Il mio obiettivo non è certo quello di creare allarmismi o panico nei cuori dei genovesi. Si tratta piuttosto di risvegliare le coscienze e far prendere atto di una realtà che si è già materializzata ed è intorno a noi. I Comuni di Bordighera e Ventimiglia sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa e pochi giorni fa (il 7 agosto ndr) Carmelo Griffo, ex armiere della ‘ndrangheta, ha subito il sequestro preventivo di alcuni immobili di sua proprietà intestati a teste di legno, da quanto accertato fino a ora dalla Direzione Investigativa Antimafia. Per non parlare del coinvolgimento in cose di mafia da parte di diversi esponenti politici locali come Alessio Saso e Aldo Praticò sui quali sono state svolte indagini.»
Insomma, la malavita organizzata non è un fenomeno presente solo in Meridione e, anzi, attecchisce ovunque ci sia indifferenza e connivenza. La nostra regione non ne è esente e secondo quanto sottolinea lo stesso Matteini «in Liguria l’incidenza è proporzionalmente maggiore rispetto a regioni come Toscana ed Emilia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il Porto di Genova ha un’importanza strategica per l’economia criminale e la vicinanza con la Francia e la Costa Azzurra rende la Liguria ancora più appetibile per gli scambi di merce tra frontiere. C’è, poi, il casinò che rappresenta un’efficace lavatrice per il denaro di provenienza illecita».
Ciò che risulta evidente da quanto detto e da quanto si apprende sui giornali è che la mafia in Liguria (e non solo) parla calabrese: la ‘ndrangheta ha preso piede nel corso degli anni in tutto il nord Italia come spiega bene Roberto Galullo nel suo libro uscito nel 2010 e intitolato “Economia Criminale”. Basti pensare che attualmente è l’interlocutrice privilegiata dei cartelli colombiani nel traffico di droga. Un curriculum di tutto rispetto. Altra caratteristica è che, a differenza di altre organizzazioni mafiose come Cosanostra, l’affiliazione avviene per appartenenza a una famiglia, fatto che spiega i rari casi di pentitismo provenienti da quest’organizzazione: tradire il proprio sangue è una questione che va oltre l’onore.
Occorre riflettere, dunque, e agire. Come individui e come collettività. L’azione comincia dalla consapevolezza e da essa trae la linfa che le consente di corroborarsi.
“Che ci fa la mafia a Genova?” è andato in scena a Valle Christi l’otto agosto e a Imperia il nove mentre nella prossima stagione, come detto, sarà in calendario al Teatro dell’Archivolto. «L’intenzione è di andare nelle scuole e parlare con gli studenti perché più si è giovani e più si ha voglia e forza di indignarsi, di fare qualcosa. Il problema sono i soldi. Lo scorso marzo i ragazzi del Liceo Colombo si sono autotassati per assistere allo spettacolo ma la speranza è che il Comune e la Regione reperiscano i fondi per ripetere l’esperienza in modo capillare e senza arrivare a tanto”. Una speranza, quella di Fabrizio Matteini, che condividiamo, pienamente convinti che l’informazione sia il primo passo per diffondere conoscenza, creare uno spirito civico autentico e dare vita a un miglioramento tanto progressivo quanto inarrestabile della società: per fare questo occorre tanto sudore della fronte nonché la volontà di uscire dal proprio guscio e dai propri interessi particolari. Combattere, in altre parole, quello stato di apatia e di mera coltivazione del proprio orticello che Tocqueville definiva il più grande pericolo insito nella democrazia.
La fretta, il tempo, la fuga… questi i temi che ricorrono maggiormente nel racconto che hai scritto per Videoscrittori…
«Questo racconto si veste della stessa fretta che sentivo io nel momento della scrittura… la fretta è un elemento presente nella vita di tutti. La fuga può essere vista come l’urgenza di recuperare il tempo che la fretta ha consumato…»
a cura di Marcello Cantoni
Inseguitori di Claudio Bagnasco
Mi chiamo Pierluigi, e non mi piace che mi si accorci il nome in Pier né tantomeno in Luigi. Non mi piace, perché siccome ho sempre messo il massimo impegno nel fare le cose, esigo che anche gli altri facciano le loro cose per bene, dall’inizio alla fine: detesto le scorciatoie.
Ve lo dice uno che a trent’anni ha già vinto quasi tutte le gare podistiche estreme.
Stamattina alle nove è iniziata la gara più massacrante: novantadue chilometri lungo sentieri, sentierini, boschi, pendii scoscesi. Fa freddo. Da mezz’ora scende una pioggia fitta, obliqua. Mi sono allenato ossessivamente per dodici mesi: vincerò. Questa gara è inaffrontabile quasi per tutti. L’anno scorso, alla prima edizione, ci sono stati ventinove iscritti. Metà dei quali si sono ritirati a gara in corso per crampi, disidratazione, distorsioni o cadute. Io l’anno scorso non c’ero, perché nel medesimo giorno ho invitato a pranzo Maurizia, conosciuta la sera prima.
Quest’anno ci siamo iscritti in tredici. E vincerò io. Se ricordo bene il percorso, mancheranno una dozzina di chilometri. Dopo questo sentiero ghiaioso si entra nell’ultimo tratto boschivo, lungo una decina di chilometri. Poi si scende fino al paese, nella cui piazza c’è l’arrivo. Sono primo, le gambe stanno reggendo egregiamente, ho trovato l’andatura giusta, che mi permette di controllare il fiato e il battito cardiaco. Un paio di chilometri fa mi sono voltato indietro e non c’era traccia degli altri concorrenti: e dire che da quel punto avevo un’ottima visuale su un tratto di corsa di almeno un chilometro. Vincerò perché sono il più forte, e perché quando faccio una cosa la faccio col massimo impegno. E, modestamente, col massimo risultato.
Va bene, è vero, Maurizia se n’è andata ieri sera.
Ecco il bosco. Le gambe faticano, nel terreno umido di pioggia. Il fitto di fronde fa penetrare poca luce. Se abbuia, non mi sarà facile seguire la segnaletica della gara. Maurizia, come hai potuto? Il percorso si fa in salita, il vento taglia da destra, la temperatura è scesa, devo fare passi brevi, controllare il respiro, rimanere concentrato.
Vedo a duecento metri da me biforcarsi il sentiero. Non riesco a scorgere nessuna segnaletica. Maurizia, ti amo ancora. Se mi si accorcia il fiato adesso sono spacciato. Non posso permettermi di essere raggiunto.
Sono a cento metri dal bivio e non vedo la segnaletica. Da bambino, una volta, ho accompagnato mio padre a raccogliere funghi nel bosco del paese e ci siamo persi. Sono a cinquanta metri e scorgo qualcosa. Ci ha trovati sei ore dopo un signore della guardia forestale: ricordo i suoi folti baffi neri, lui che ci porta nel suo ufficio, ci offre tè caldo e biscotti, mio padre che non smette di ringraziarlo e di domandarmi se stavo bene.
A venti metri dal bivio distinguo un palo di legno che ostruisce il sentiero di sinistra. Immagino sia l’indicazione del percorso di gara. A dieci metri vedo l’altra parte del palo, conficcata all’imbocco dello stesso sentiero. Arrivo al bivio. Sì, posso concedermi un minuto. Mi fermo. Rifiato. Il palo si è spezzato in due: un fulmine? Nella metà di palo di traverso sul sentiero c’è un cartello. È proprio la segnaletica della gara. Ricordati che non hai tempo da perdere, oggi devi lasciarli tutti dietro. Mi guardo attorno. Impugno la metà di palo conficcata a terra. Grazie al terreno pregno di pioggia, svello il palo senza difficoltà. Oltre il sentiero di sinistra c’è un dirupo. È lì che lancio quella metà di palo. E poi l’altra. Riprendo a correre. L’ho detto che, per vincere, mi impegno sino in fondo. Bisogna pur tenere a distanza chi mi insegue. Chi mi insegue da stamattina per la gara, e chi mi inseguirà una volta scoperto che ho ucciso Maurizia. Ieri sera mi ha detto che non mi amava più.
Uno ha l’aria spensierata di un ragazzo del liceo (assetato di sangue e heavy metal?) e si compiace nel catalizzare su di sé l’attenzione, l’altro è più taciturno e schivo ma quando parla è caustico e snocciola perle di sarcasmo. Si presentano così il regista e lo sceneggiatore del film Extreme Jukebox, un horror slasher tutto italiano e soprattutto genovese.
Alberto Bogo e Andrea Lionetti, entrambi di Genova, ci raccontano la loro prima fatica cinematografica che per ora non vedrà la luce nelle sale ma che sarà presentata a diversi festival. «Il prossimo autunno tenteremo questa strada e valuteremo i primi riscontri. Il passo successivo, almeno nelle previsioni attuali, sarà quello di bussare alla porta di case estere come la Troma» ci spiega Alberto.
Tra i due c’è una certa intesa, questo è innegabile, e nel chiedere da quanto tempo si conoscono è proprio Andrea a prendere la parola: «La prima volta che ho visto Alberto eravamo all’università. Aveva i capelli platinati e stava cercando di ingaggiare un’amica per il ruolo di Cappuccetto rosso in un cortometraggio horror». Purtroppo (?) il cortometraggio non è mai stato realizzato ma quel che è certo è che la passione di Alberto per il genere non è un’infatuazione del momento. «Tra me e Andrea è immediatamente nato un sodalizio all’insegna dell’amore per la musica e dell’acquisto compulsivo di CD».
Insieme i due hanno selezionato il cast di Extreme Jukebox e il risultato è una congerie di personaggi, nella vita oltre che sul set, provenienti un po’ da tutta Italia e noti anche all’estero. In questa sede, e per volontà stessa degli intervistati, preferiamo dare spazio soprattutto a chi solo tecnicamente è stato dietro le quinte, svolgendo in realtà un lavoro prezioso per le riprese del film. E’ bene precisare, a onor del vero, che vi recitano personaggi (molto diversi tra di loro ma entrambi famosi) del calibro di Pino Scotto e Maurizio Lastrico.
«Innanzitutto, ci teniamo a ringraziare Trevor Sadist (cantante dell’omonimo gruppo I Sadist, famosi in tutta Europa e con numerose partecipazioni al Gods of Metal, tra le manifestazioni più importanti per il genere in Italia, ndr). Con la Nadir Studio ha appoggiato e sostenuto il film, permettendoci di usarla come location per alcune scene. Anche Rossiglione, da cui Trevor viene, è stata sfruttata in più occasioni proprio per i suoi scorci americani. Possiamo dire che si è cercato di costruire un personaggio adatto alle sue caratteristiche fisiche e da questo sforzo creativo è nato il killer dei boschi Jona Ferzick…» ci spiega Alberto. E Davide chiosa così: «Peraltro, quando gli abbiamo parlato di uccidere diverse persone si è subito entusiasmato».
Un altro elemento degno di nota del cast è Terence Holler, cantante degli Eldritch. Il suo gruppo è famoso nel mondo e riconosciuto come seconda band metal del nostro Paese dopo i Lacuna Coil.
«Qualche tempo fa Terence ci ha contattato per girare un documentario sulla sua vita che per ora resta un progetto. Da quel momento è comunque nata un’amicizia e nella fase in cui io e Andrea ci siamo scervellati sulle “facce” da usare abbiamo pensato a lui per la parte della rockstar carismatica». Terence è toscano e proprio in Toscana gestisce una ditta di ferro battuto: il metal probabilmente è stata una naturale conseguenza o una sorta di predestinazione, chissà. Il 16 agosto verrà girata l’ultima scena nella villa toscana di sua proprietà, «un party rock pieno di sangue e ragazze» a detta di Bogo.
Nella carrellata di attori e membri dello staff da menzionare ci sono di sicuro Guglielmo Favilla e Alex Lucchesi (già presenti nel film Eaters), conosciuti a un festival e subito incuriositi dalla sceneggiatura nonché dai dialoghi scritti apposta per loro.
«C’è poi un lungo elenco di tecnici tutti indispensabili per l’apporto che hanno dato al film e ai quali ci sembra doveroso dare il meritato spazio: Jacopo Guastamacchia e Davide Battaglia sono miei cari amici, reduci da un’esperienza con una webTV», dice Davide,«Il primo è operatore e direttore della fotografia mentre il secondo ha sfruttato il suo talento nella pittura per le scenografie».
«Grazie alla varietà di location e unendo le loro capacità si è cercato di realizzare un film certamente economico ma con l’ambizione di essere percepito il più possibile come un prodotto di qualità. Cerchiamo di differenziarci dai low budget che hanno di solito una o al massimo due location. Inoltre il film ha, è vero, una venatura essenzialmente heavy metal ma la colonna sonora abbraccia tutto il rock e sono numerose le citazioni, in primo luogo scenografiche» precisa Alberto, che di più sulla trama non vuole aggiungere.
E le maschere, a partire da quella del killer, a quale mente contorta devono la loro origine? «Alla mia» sorride Andrea «anche se la realizzazione concreta è stata opera di Davide».
Insomma, un lavoro corale in cui ruoli e gerarchie sono subordinate per una volta al raggiungimento del risultato finale. Per concludere, coerentemente con l’approccio bizzarro di questa intervista, parliamo dei protagonisti. «Alessio Cherubini è un attore interessante, un volto da cinema americano mentre Elisabetta Loi è una bellezza particolare. In questo percorso (che è ormai cominciato da un anno circa, ndr) hanno dimostrato un impegno straordinario e grande dedizione al ruolo. Evitiamo auguri di ogni genere per un pizzico di scaramanzia ma li ringraziamo sinceramente».
Come detto, scene del film non sono ancora disponibili anche se gentilmente Alberto ci ha fatto vedere qualche scampolo senza audio. Non vi anticipiamo nulla ma personalmente siamo stati emotivamente colpiti, forse anche per il contesto: lo studio di Alberto Bogo, un santuario di poster e miniature horror da vero intenditore. Il tutto rigorosamente a tende e finestre serrate. Per qualche istante il sole si è eclissato ma ancora una volta abbiamo avuto la sensazione che questi ragazzi non si siano improvvisati nella loro impresa. Attendiamo di vedere se le attese saranno soddisfatte.
Fino al 30 settembre è possibile vedere, presso il Museo di Storia Naturale G.Doria, il documentarioIo e l’Africa, realizzato da Gianni Carrea, pittore naturalista e fotografo, classe ‘42. Innamorato da sempre del continente africano e delle sue bellezze naturali, Carrea ha dedicato tutta la vita alla rappresentazione di queste attraverso la pittura; nei suoi continui viaggi inoltre ha realizzato videodocumentari e fotografie analogiche e digitali, passando a studiare sempre più a fondo il comportamento animale e tribale. Il filmato proiettato è stato realizzato nell’agosto 2011 durante uno dei suoi numerosi safari fotografici (ad oggi più di 260) e riporta scene di vita animale riprese in Kenya nelle zone dei Parchi Nazionali Lago Nakuru, Lago Bogoria, Lago Baringo, Santuario Sweetwaters e Samburu Park, Masai Mara.
Come ti sei formato artisticamente e come svolgi la tua ricerca artistica?
«Io ho sempre amato gli animali e fin da bambino sognavo l’Africa (conosciuta attraverso i film di Tarzan trasmessi in tv), che poi è diventata il soggetto unico del mio lavoro. All’inizio della mia carriera ho fatto anche della pittura informale e figurativa, fino a quando non ho imparato l’iperrealismo a scuola dal maestro Aurelio Caminati. Erano gli anni settanta ed andava di moda il concettuale; io mi misi a fare concettuale usando gli animali. Nel luglio 1978 andai per la prima volta in Kenya, e lì rimasi letteralmente stregato dalla bellezza del continente africano: da allora ci sono sempre tornato, circa due volte l’anno, per lunghi safari fotografici: oltre al Kenya, ho visitato Tanzania, Congo, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe, Botswana, Namibia… trovo tuttavia che i luoghi migliori per osservare gli animali siano i grandi parchi naturali di Kenya e Tanzania. Adesso ormai personalizzo il viaggio, conosco i luoghi abbastanza bene da organizzare gli spostamenti e le zone da visitare come voglio io, in certi casi accompagnando anche altre persone; lì ormai mi sento come a casa. Vado, fotografo, studio il comportamento animale, e dopo trasferisco su tela le emozioni del momento, con pennello e colori ad olio oppure con l’aerografo. Amo in particolare gli occhi degli animali, così espressivi e profondi, e su quelli concentro maggiormente l’attenzione, ritraendo sempre il soggetto nel momento in cui li tiene bene aperti, spesso mentre guarda verso l’obiettivo».
Hai iniziato un percorso di questo tipo in anni in cui non c’erano l’attenzione e la consapevolezza odierne riguardo l’importanza della salvaguardia degli ecosistemi né la coscienza dei danni che si stavano facendo e che si continuano a fare; in questo senso, se oggi un artista si mostra sensibile verso questi temi non c’è da restare sorpresi, ma all’epoca eri un outsider in mezzo a una valanga di concettuali…
«In effetti adesso i documentari video e fotografici sugli animali non si contano, c’è un interesse costante verso questa realtà e un continuo aumento di amatori che approcciano direttamente queste esperienze fotografiche grazie alla semplificazione portata dal digitale. Pensa invece cosa significava verso la fine degli anni settanta, con l’attrezzatura analogica, seguire a piedi i gorilla nella giungla per ottenere lo scatto giusto che mi permettesse di realizzare il quadro che volevo…non c’era ovviamente la possibilità di controllare subito l’immagine sul display! Era tutto molto diverso, era un’avventura in cui io andavo a caccia di emozioni per poterle poi trasmettere agli altri. L’Africa era per pochi eletti, gente che aveva i soldi, oppure che aveva una passione incontenibile, e magari non mangiava per poter andare in Africa. Oggi, crisi a parte, è alla portata di quasi tutti, sia economicamente sia perché c’è molta più conoscenza, veicolata appunto dai documentari come anche dalle riviste specializzate in viaggi, e nei mesi delle migrazioni l’affluenza a parchi come il Masai Mara è davvero altissima. Devo dire che all’inizio mi divertivo di più, ora passi lungo la strada e alla vista di un rinoceronte si fermano cento macchine…il sogno di vedere l’Africa almeno una volta nella vita è diventato molto più accessibile. Solo che a me una volta non è bastata! (ride) Parto questo agosto per la novantaduesima volta, e conto poco più di 260 safari».
È cambiata molto l’Africa in questi 35 anni?
«Sì, moltissimo, soprattutto a causa del turismo. Prima c’erano pochissimi lodges (strutture ricettive all’interno dei parchi, n.d.r.) e di certo non si trovava la cocacola, ma nemmeno l’acqua minerale. Ora si trova tutto, compreso il lusso delle camere d’albergo, quasi hollywoodiano. D’altro canto però è cresciuta anche la tutela nei confronti del patrimonio naturale dei parchi: tieni presente che il ranger che accompagna i visitatori ha l’obbligo di mantenersi sulle strade e se lascia il tracciato per più di 15 metri per avvicinarsi all’animale gli viene revocato il patentino. Io in tanti anni di continue visite sono riuscito ad avere permessi speciali per avvicinarmi di più, ma altrimenti le regole sono molto precise. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta invece non c’era controllo, addirittura si facevano correre gli animali per fotografarli in movimento».
Tutta la tua ricerca artistica ruota intorno a questo continente: animali e persone dell’Africa. Cosa ti ha spinto a questa scelta monografica?
«Non sono stato solamente in Africa, ho girato abbastanza il mondo. Sono stato in Cina un mese, in America girando per diverse parti degli Stati Uniti, in Polinesia, alle Mauritius, alle Seychelles, in India…ma io sono nato per studiare gli animali e l’Africa in questo senso è perfetta. Osservare il comportamento degli animali ci insegna molto sulla vita. E un’altra cosa: noi qui abbiamo tutto tranne il sorriso; là è l’opposto. Questo mi riempie emotivamente e si riversa nel mio lavoro».
E infatti gli occhi dei tuoi animali colpiscono per la loro profondità, sono umani… in una mostra hai anche accostato primi piani di persone a primi piani di animali, entrambi con gli sguardi rivolti allo spettatore.
«Esatto. Inoltre viaggiando da solo, o al massimo con qualche amico, mi concentro per dare tutta l’espressività possibile alle immagini, cercando la luce e la posizione migliori che danno volume all’animale; mentre la luce del mezzogiorno appiattisce, il mattino e la sera hanno una luminosità eccezionale».
Nel documentario che presenti al museo non c’è voce narrante: questo fa riflettere di più sulle immagini e permette di godere appieno le emozioni che esse suscitano perché non c’è il filtro della spiegazione…
«Infatti i miei ultimi due documentari si intitolano Io e l’Africa e Safari in poltrona. Questo perché voglio dare al fruitore la possibilità di godersi il safari come se fosse fisicamente presente alla scena, quindi sviluppando le proprie emozioni e i propri pensieri, senza essere “pilotato” dal narratore. Voglio che si senta come se fosse davvero sulla jeep! L’unica aggiunta è il sottofondo musicale, rilassante, ma in certi momenti si interrompe per lasciare posto ai rumori della savana, registrati durante le riprese. Io faccio iperrealismo, e questo vale anche nei video: voglio illustrare la realtà, senza truccare nulla, ciò che vedono i miei occhi vedrà anche lo spettatore».
Che differenza c’è perciò tra l’artista che usa il video e la fotografia e il fotografo naturalista o il documentarista video?
«Loro realizzano un prodotto diverso, fanno un video più tecnico, scientifico. Il mio è un approccio più naturale ed emotivo, quello che si vede sullo schermo è esattamente quello che ho fatto».
Claudia Baghino
[foto di Daniele Orlandi]
Il documentario ha una durata di 40 minuti circa, gli orari delle proiezioni sono:
11.00; 13.00; 15.00; 17.00 (salvo conferenze). Per info tel. 010/564567
Chi era presente? Quando? Perché si trovava lì? Quali testimonianze si hanno a disposizione? Queste non sono le domande di un detective sulla scena del delitto, bensì di un archeologo… «Un libro di introduzione all’archeologia che studiai all’università paragonava la nostra professione a quella di Sherlock Holmes…» afferma Giovanni Battista Parodi, dottorato in Archeologia Medievale all’Università di Siena, ma residente in Valle Scrivia e direttore di uno scavo di oltre ottocento metri quadrati a Montessoro, paesino sulle alture dell’entroterra ligure a venti minuti di strada da Isola del Cantone. Siamo andati sul posto ad incontrare il direttore per un’intervista.
«Si tratta – prosegue Parodi – del primo scavo in estensione dell’Appennino Ligure di età romana imperiale tardo-antica. Abbiamo scoperto un sito rurale, verosimilmente una fattoria, abitato in fasi alterne tra il I secolo a.C. e il VI secolo d.C. Sorgeva lungo la fittissima rete di mulattiere che collegavano Genova alla Pianura Padana, anche se è probabile che il centro sul quale tutta questa zona gravitava fosse in realtà quello di Libarna (nei pressi dell’attuale Serravalle Scrivia, ndr), distante circa venti chilometri.»
Quali elementi di interesse storico sono emersi?
«E’ uno scavo molto rilevante dal punto di vista archeologico in quanto permetterà di avere un quadro completo con ipotesi cronologiche e socio-economiche inedite su questo periodo e questa zona. L’archeologia medievale ligure è infatti una materia relativamente giovane, in quanto nel passato l’interesse era più che altro rivolto alla parte artistico-monumentale e la ricerca privilegiava le classi sociali più alte e agiate. Anche per questa ragione gli scavi relativi al periodo tardo-antico (IV-V secolo d.C.) e alto-medievale (VI-VIII secolo) sono stati sempre molto ridotti. Mi sembra comunque giusto sottolineare che il quadro che ci siamo fatti è ancora provvisorio, in quanto lo scavo, che è iniziato nell’estate del 2009 e finirà quest’anno, è tuttora in evoluzione. La planimetria del sito è comunque stata identificata nella sua completezza e i dati raccolti saranno analizzati in seguito con un’analisi dei materiali e dei reperti venuti alla luce. Tra essi, abbiamo ceramica da fuoco, anfore e piatti da mensa e altri oggetti particolari, per esempio un colino in bronzo. Dal punto di vista edilizio, i tetti erano in tegole mentre le case avevano pianta quadrangolare, presentando poche finestre al fine di mantenere quanto più possibile il calore. I muri eretti tra V e VI secolo, tra l’altro, non sono lavori banali, ma opera di muratori specializzati. Lo studio dei semi rinvenuti indicherà invece i tipi di cereali presenti, così come le ossa animali che abbiamo trovato riveleranno quali bestie venivano allevate dal nucleo famigliare – nel IV e V secolo forse i nuclei erano due – che abitava il sito».
Ma chi erano gli abitanti del sito e come mai si trovavano lì?
«Probabilmente si trattava di contadini che tuttavia non finalizzavano la loro attività alla vendita di prodotti agricoli e si dedicavano anche alla pastorizia e all’allevamento. E’ anche probabile che usassero il bosco per ottenere legname. Mi tocca purtroppo ripetermi dicendo che dovremo comunque aspettare la fine dello scavo e dell’analisi dei dati per avere un quadro più chiaro. Sicuramente, l’obiettivo è proprio quello di illuminare alcuni punti oscuri riguardo alla storia della Valle Scrivia. Riguardo ai documenti scritti abbiamo infatti un buco nero di circa seicento anni che arriva fino al 1200».
Non è solo ciò che lo scavo sta facendo emergere, ma la storia stessa di come è nato a essere affascinante…
«Stavo iniziando a scrivere la tesi di Dottorato sull’archeologia medievale della Valle Scrivia e i dati che avevo a disposizione erano ridotti, per usare un eufemismo. Proprio in quel periodo, un contadino di Montessoro aveva trovato delle tegole in questa zona, facendo partire una segnalazione. Venutone a conoscenza, chiesi subito l’autorizzazione a fare un piccolo saggio per vedere se potesse emergere qualcosa di interessante. Il campo che mi si presentava davanti era di ben milleduecento metri quadrati e i tentativi che avevo a disposizione erano limitati. Bisogna tra l’altro considerare che il sito, nei pressi del Castello Spinola del XIV secolo, era stato spianato e raso al suolo nel XVIII secolo. Individuai un punto preciso e decisi di scavare lì. Non avrei potuto davvero scegliere un punto migliore, in quanto scoprii l’intersezione di tre edifici che abbiamo poi portato alla luce! A quel punto ho subito contattato la Cattedra di Archeologia Medievale all’Università di Torino, che ha immediatamente mostrato grande interesse. Il sito offre infatti la possibilità di avere dei dati sulla zona appenninica ligure-piemontese e far svolgere degli stage agli studenti di Torino al fine di accumulare crediti formativi.»
Proprio il concetto di condivisione è fondamentale nell’archeologia, giusto?
«Non per fare i soliti vuoti discorsi retorici, ma non è davvero possibile fare uno scavo di questo genere da soli. Le circostanze e gli studi a priori mi hanno portato a individuare questo sito, ma non sarei arrivato da nessuna parte senza il lavoro di gruppo con gli altri responsabili dello scavo, tutti laureati e dottorati, Daniela De Conca, Valeria Fravega, Marco Ippolito, Alessandro Panetta e Paolo De Vingo, quest’ultimo proveniente dall’Università di Torino e Direttore scientifico dei lavori. L’aiuto dei ragazzi in stage – circa quindici – dell’Università di Torino è altrettanto importante. Fare l’archeologo è un mestiere duro, anche dal punto di vista fisico e c’è bisogno del lavoro di tutti. Questa, oltre ovviamente agli aspetti più strettamente legati alla ricerca, è la parte di questo lavoro che più ho imparato ad apprezzare.»
Quali sono gli scenari futuri che si apriranno in seguito a questo scavo?
«Come dicevo in precedenza, si aprirà un quadro storico, economico e sociale più definito, che verrà sintetizzato nella pubblicazione di un volume con il cappello accademico dell’Università di Torino. Rimarranno comunque tante cose da capire, perché l’archeologia offre tanti elementi per ragionare, ma lascia sempre anche dei punti oscuri. Come già accennato, dal punto di vista archeologico e documentario esiste davvero pochissimo sulla Valle Scrivia dell’età tardo-imperiale e medievale, ma questo non significa che l’area fosse stata spopolata, per quanto sicuramente la popolazione dell’Alto Medioevo si fosse contratta. Per esempio, abbiamo dei castelli risalenti al XII e XIII secolo, ma in molte parti d’Italia ne abbiamo di precedenti. Sarebbe interessante scavare per trovare altri castelli, perché attraverso di essi possiamo capire gli insediamenti circostanti. Vale la pena inoltre approfondire ciò che riguarda la cristianizzazione della zona, altro punto molto oscuro.»
In quale modo l’archeologia è una disciplina arricchente a livello personale?
«Sicuramente, il fascino dell’archeologia va aldilà dell’aspetto di ricerca finalizzata a una pubblicazione accademica. L’archeologia permette di sviluppare la capacità logica e un atteggiamento mentale aperto, dato che un errore che un archeologo deve assolutamente evitare è quello di fissarsi su preconcetti sempre suscettibili a essere smentiti da successive scoperte. Inoltre, per quanto mi riguarda, il bello di scavare nelle zone dove sono nato è quello di scoprire la storia della mia terra e capire meglio le mie origini. Tra l’altro, il modello che uno scavo di questo tipo riesce a creare non è ristretto a un’area geograficamente circoscritta, come magari si potrebbe pensare. A dimostrazione di ciò, un docente dell’università spagnola di Vitoria ha mostrato grande interesse per il nostro sito, trovando delle analogie con lavori che la sua équipe sta svolgendo nella sua zona. In questo modo, il nostro lavoro ha una portata locale e internazionale allo stesso tempo.»
Un punto di riferimento da imitare tra gli archeologi italiani?
«Sicuramente il Professor Tiziano Mannoni, mancato purtroppo due anni fa, una figura fondamentale nell’archeologia medievale italiana. Insegnava alla Facoltà di Architettura a Genova. Oltre alle sue notevoli competenze e alla sua grande esperienza, ti sapeva coinvolgere con il suo modo di fare accogliente e umano. Per me e per molti miei colleghi è senz’altro un modello da imitare.»
Due mostre in poco più di un mese sono un tassello niente male per una giovane artista: Laura Maria Baldo ha esposto alla Maddalena per la collettiva Adotta un artista e in Sala Dogana di Palazzo Ducale per Prima luce.
Qui la nostra intervista.
Ci racconti in breve il tuo percorso artistico?
Ho studiato all’Accademia di belle arti di Genova, nel 2001 ho usufruito della borsa di studio Socrates Erasmus, studiando per un anno scolastico presso l’Accademia de Bellas Artes di Madrid. Nel 2005 ho terminato gli studi di pittura presso la Ligustica.
Dal 2006 ho incominciato a dedicarmi alla fotografia digitale e agli incontri del quotidiano legati alla città in cui vivo. Dal 2007 con Bag ho iniziato ad inserirmi in modo attivo nel contesto artistico genovese, continuando a indagare gli aspetti peculiari e duplici della mia città.
Quali sono i tuoi soggetti preferiti e perché? Mi interessa fotografare la gente comune, le persone che incontro ogni giorno, con cui di fatto non comunico, ma che conosco perfettamente e in cui mi identifico. Nel contempo sono fortemente incuriosita dalle persone che non ricordano più chi sono realmente, perché ogni giorno indossano una maschera che permette loro di apparire diverse dal loro vero modo di essere.
In poco più di un mese hai esposto alla Maddalena e in Sala Dogana. Partiamo da una domanda sulla Maddalena, un quartiere spesso “dimenticato” e che negli ultimi tempi si sta riqualificando soprattutto attraverso iniziative culturali: qual è il bilancio della tua esperienza? Pensi che arte e cultura possano contribuire al rilancio del centro storico?
Credo che la cultura possa essere un buon investimento per rilanciare non solo la Maddalena, ma anche molte altre zone della nostra città. Sono convinta che questo fantastico quartiere nel cuore di Genova abbia bisogno di essere scoperto dai “cittadini del mondo” e che, in tal modo, si stia facendo un buon lavoro. Trovo che sia una zona “dimenticata” ma ricca di potenzialità, non solo per la sua bellezza ma anche per le persone che vi vivono, semplici e spesso prive di pregiudizi sociali e razziali.
Passiamo alla Sala Dogana: lo spazio si trova all’interno Palazzo Ducale, in pieno centro cittadino, uno dei poli culturali più noti e visitati della città. Secondo te è uno spazio sufficientemente pubblicizzato e conosciuto, non solo dagli artisti ma in generale dalla città? Penso che sia uno spazio frequentato da chi lavora nel campo artistico, ma poco conosciuto dalla città, in parte non adeguatamente pubblicizzato, ma soprattutto i genovesi non sono abituati a frequentare gli spazi dedicati all’arte contemporanea, difficilmente riescono a comprendere che cosa sia un soggetto artistico, lo identificano solamente con i dipinti e, tutt’al più, le sculture.
Credo che uno spazio simile debba far conoscere la produzione artistica d’oggi anche ai “non addetti ai lavori”, perché se l’arte è “comunicazione” e testimonianza dovrebbe parlare a tutti.
Più in generale, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte?
La nostra città vive i grandi eventi, come per esempio le grandi mostre del Ducale organizzate dall’associazione “Linea d’ombra” (l’ultima in esposizione “Viaggio tra Van Gogh e Gauguin”), rimanendo ancorata a un ideale tradizionalista che non fa capire loro la sua vera essenza.
Quali opportunità ci sono per i giovani (e meno giovani) artisti?
Ho l’impressione che con i differenti “tagli”, dovuti alla crisi, tante grandi opportunità che esistevano precedentemente stiano andando perse, ma nel contempo, mi rendo conto che ne stiano nascendo di nuove, spesso più piccole e con meno finanziamenti, ma che risultano essere della stessa qualità delle precedenti. Quindi ritengo sia giusto, in un momento come questo, cercare di divulgare la cultura anche tramite eventi che possono essere considerati “alternativi” rispetto allo standard medio.
Mi viene in mente l’esperienza bolognese di una residenza artistica che si trova presso la casa di un gruppo di creativi, oppure quella torinese di un’altra residenza nell’interno di un mezzo pubblico in disuso, reso a “Doc” studio d’artista. Penso che anche Genova dovrebbe orientarsi verso questo tipo di esperienze, togliendosi da ogni pregiudizio.
Tu hai studiato all’Accademia di Belle Arti. Pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti?
Credo sia sicuramente importante. Oltre a lavorare in campo artistico sono anche insegnante di disegno e storia dell’arte nei licei, quando ai miei ragazzi parlo di artisti che lasciano gli studi per dedicarsi all’arte, loro faticano a capire che il vero genio non termina mai di studiare e lavorare nel suo settore. Ad ogni modo, presumo sia giusto che l’artista abbia una sua professionalità e che l’Accademia di belle arti sia un buon percorso per ottenerla, anche se non si deve fermare a tale esperienza.
Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?
Di non arrendersi ai primi ostacoli, perché sicuramente è una strada sinuosa ma che dà soddisfazioni e di non pensare al riscontro economico, ma alla propria volontà di comunicare.
A cosa stai lavorando attualmente?
Continuo a lavorare sulla quotidianità degli eventi e sull’apparenza della nostra società, molto lontana dall’essenza.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sicuramente continuare a raccontare la mia città senza escludere nuove sperimentazioni di tipo installativo e tecnologico.