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  • Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)Il Consiglio comunale dice sì alla legalizzazione della marijuana. E lo fa approvando a maggioranza assoluta una mozione presentata dalle sinistre della Sala Rossa (Lista Doria, Sel, Fds e il civatiano Gianpaolo Malatesta) che impegna sindaco e giunta ad attivare un percorso di legalizzazione dei derivati della cannabis contrastando il narcotraffico e favorendo iniziative di informazione e prevenzione sugli effetti nocivi dell’abuso di sostanze stupefacenti.

    Visibile la soddisfazione di Marianna Pederzolli – la più giovane in Sala Rossa e vero e proprio deus ex machina del documento – per l’esito di una votazione per nulla scontata. «Il dibattito sulle droghe – ha sostenuto la consigliera – va liberato dalle solite tensioni moralistiche e dialogiche: è giunto il momento che il confronto molto avanzato nella società civile trovi spazio anche nelle aule istituzionali. Ed è giusto farlo partendo proprio da Genova, ultima città ad aver ospitato una vera Conferenza governativa sulle droghe in Italia nel 2000 e capoluogo di una della prime Regioni ad aver approvato una legge sull’uso terapeutico di medicinali a base di cannabinoidi».

    Oggi, di fatto, la cannabis è già “libera” (ed è legale a tutti gli effetti per quanto riguarda l’uso terapeutico, qui l’approfondimento): l’uso è particolarmente diffuso ma circola in maniera sommersa, senza controlli di qualità. Ma se venisse tolto il fascino del proibito, probabilmente, oltre ad avere un maggiore controllo si riuscirebbe anche a ridurne il consumo, lavorando in maniera seria su politiche di informazione circa gli effetti dell’uso e abuso delle droghe leggere (qui l’approfondimento). «Quello che proponiamo – prosegue la consigliera di Lista Doria – non è nulla di rivoluzionario o eversivo: ci sono esperienze diffuse di legalizzazione in Europa e oltre Oceano. Da noi, invece, la discussione rimane ferma perché non fa breccia nei luoghi istituzionali».

    Qualcosa, in realtà, si sta muovendo anche a livello nazionale, attraverso incontri e condivisioni bipartisan ma soprattutto la nascita di un intergruppo parlamentare che lavorerà ad una proposta di legge per regolamentare l’uso della marijuana anche in Italia, con un nuovo impianto antiproibizionista come già tentato da alcuni disegni di legge che giacciono inascoltati in Camera e Senato. Un passo non più procrastinabile di fronte a dati che stimano un possibile ricavo di 5,5 miliardi di euro all’anno dalle imposte derivanti dalla vendita legale di marijuana. Senza considerare il fatturato annuo di circa 10 miliardi che deriva alle mafie dal traffico illecito delle sostanze stupefacenti, terza voce di guadagno per la criminalità organizzata.

    «Un’altra conseguenza delle norme proibizioniste con cui finora si è affrontato il tema in Italia – ha sostenuto Pederzolli – è stato il sovraffollamento delle carceri per cui il nostro Paese è stato più volte richiamato dalla Corte Europea di Strasburgo: al 31 dicembre 2013 erano 24,273 i detenuti per reati previsti dalla legge in materia di stupefacenti, circa la metà della popolazione carceraria totale, di cui il 40% implicato in reati connessi alle droghe leggere».

    È stato lo stesso sindaco ad esprimere il consenso della giunta al documento presentato dai consiglieri. «Nessuno mette in dubbio che le droghe leggere e pesanti facciano male – ha detto il primo cittadino – ma il punto è capire quali siano le norme, i comportamenti e le scelte per contrastare la diffusione di qualcosa che fa male. Il proibizionismo ha fallito e l’impianto normativo esistente (la famosa legge Fini-Giovanardi, ndr) è stato dichiarato incostituzionale, ha alimentato la crescita dell’illegalità e ha creato un dispendio di energie eccessivo e infruttuoso da parte delle forze dell’ordine. Un bilancio che rende evidente come la linea politica vada cambiata, senza naturalmente attenuare il nostro impegno nella lotta alla criminalità organizzata».

    Voti contrari sono arrivati solo da Rixi (Lega Nord), Balleari e Campora (Pdl). Da registrare qualche assenza più o meno strategica al momento del voto di alcuni consiglieri del Pd (Caratozzolo, Lodi, Vassallo e Veardo su tutti), dell’Udc e del Gruppo Misto. Astenuto solo Claudio Villa (Pd) mentre al raggiungimento dei 23 voti favorevoli hanno contribuito i sì compatti del M5S, di Enrico Musso e di Guido Grillo (Pdl).

    La mozione che, come spesso accade quando in Consiglio comunale vengono trattate tematiche a più ampio respiro, rischia di essere soprattutto una mossa politica ma lascia sostanzialmente il tempo che trova sul piano nazionale, contiene alcuni riflessi concreti per quanto riguarda il contesto genovese. Nel dispositivo, infatti, si prevede la costituzione a livello cittadino di una Consulta, sull’esempio di quella esistente dedicata al gioco d’azzardo, che elabori strategie di prevenzione, campagne di sensibilizzazione e informazione sull’uso problematico e abuso di sostanze stupefacenti.
    «Parallelamente al percorso di legalizzazione – commenta Pederzolli – è necessario promuovere investimenti volti all’educazione, rafforzando l’intervento delle agenzie educative, sociali e sanitarie rispetto ai fenomeni di consumo problematico e abuso, soprattutto nella popolazione giovanile, coinvolgendo gli operatori sociali che da anni sono impegnati sul territorio e raccogliendo l’eredità delle battaglie politiche, sociali e culturali portate avanti da don Andrea Gallo, dalla Comunità di San Benedetto e dal Sert».

    «Su questo il Comune può fare qualcosa – ammette il sindaco Doria – e, anzi, lo sta già facendo. La mozione ci esorta a essere più incisivi nell’informare i cittadini, gli studenti in particolare, sui rischi derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti attraverso percorsi di formazione che coinvolgano le scuole, il sistema sanitario, le agenzie educative. Questo è qualcosa che può essere fatto a prescindere dalla legislazione nazionale: troveremo i modi più corretti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Multedo, opportunità low-cost per la riqualificazione dell’ex piscina. Bagarre a Tursi: «soluzione dilettantesca»

    Multedo, opportunità low-cost per la riqualificazione dell’ex piscina. Bagarre a Tursi: «soluzione dilettantesca»

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapioLa possibilità dello spostamento del polo petrolchimico di Multedo sotto la Lanterna e, quindi, più lontano dalle abitazioni, non è l’unico “tema caldo” che riguarda la delegazione ponentina. Il Consiglio comunale, infatti, è tornato a discutere di una questione che sulle pagine di Era Superba abbiamo seguito quasi passo dopo passo. Si tratta del futuro dell’ormai ex piscina Nico Sapio di Multedo. La discussione è stata nuovamente sollevata dal consigliere Paolo Gozzi (PD) che sul tema (e non solo, considerato il voto contrario alla delibera di approvazione del Puc) ha il dente piuttosto avvelenato con l’attuale giunta.

    Avevamo già raccontato della possibilità avanzata dall’assessore allo Sport, Pino Boero, di trasformare la struttura in una palestra, cercando comunque di non privare il quartiere di uno spazio di aggregazione sportiva, in continuità con i campetti polifunzionali esterni. L’idea, che tuttavia non è ancora stata formalmente scartata, non piace molto al Municipio, fortemente legato alla tradizione degli sport acquatici della Nico Sapio. «È vero – confessa il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – che avevamo sostenuto il mantenimento della piscina ma nel frattempo ci siamo un po’ dovuti arrendere all’evidenza: i costi di manutenzione di una piscina sono diventati esorbitanti ed è quasi impossibile trovare chi è disposto a investire in un’impresa del genere».

    Il ripristino della piscina così com’era conosciuta ai suoi antichi splendori sembra, dunque, l’ipotesi meno praticabile. Il rischio, infatti, è di giungere a un bando deserto o di replicare situazioni passate in cui i vincitori della gara pubblica si sono poi tirati indietro al momento di avviare i lavori di ristrutturazione del complesso. Questo progetto avrebbe anche il vantaggio di essere totalmente a carico del gruppo di imprenditori sportivi che lo ha proposto, a differenza dell’ipotesi di sola trasformazione in palestra che, invece, necessiterebbe di un finanziamento regionale.

    C’è, però, una terza ipotesi arrivata all’attenzione di Comune e Municipio che potrebbe accontentare tutti. Si tratta del mantenimento parziale della piscina, con uno spazio destinato all’idroterapia e due corsie riservate al nuoto libero, la realizzazione di una piccola palestra e la riqualificazione dei campetti esterni che diventerebbero due campi da calcio a 5 e a 7 in erba sintetica di nuova generazione.

    Su richiesta del Municipio, la scelta spetterà agli abitanti di Multedo. Lo scorso 27 febbraio le tre ipotesi sono state illustrate nel corso di un’assemblea pubblica molto partecipata, in seguito alla quale l’amministrazione ha fatto recapitare ad associazioni e comitati interessati gli studi tecnici dei progetti fin qui pervenuti. Il presidente Avvenente ha chiesto ai cittadini di esprimere una preferenza, per dare poi la possibilità al Comune di bandire la gara pubblica tenendo, come da promessa, il più possibile conto dei desiderata del territorio.

    «Ma davvero – ha commentato il consigliere Gozzi, alzando un po’ i toni della discussione – si pensa che una situazione bloccata da tre anni possa trovare soluzione affidando la scelta a un’assemblea casuale sul territorio, senza che si siano svelati i soggetti che hanno presentato le proposte, senza avere fatto uno studio commerciale e urbanistico? Non si può arrivare a una soluzione in un modo così dilettantesco. Questo, ancora più delle disonestà e delle inefficienze, è il motivo principale per cui gli impianti sportivi cittadini stanno andando a puttane. Avete posizioni e stipendi dirigenziali per fare valutazioni e prendere decisioni: quindi, prendete queste decisioni senza ingannare la gente con assemblee pubbliche che tanto non conteranno nulla».

    «È ancora presto per festeggiare – precisa tuttavia il presidente – ma sono convinto che l’assessore Boero sia molto deciso a concludere finalmente questa situazione. Qualsiasi sia la scelta finale, non possiamo più permetterci di mantenere in situazione di degrado questa struttura che è già costata 20 mila euro al Comune per la messa in sicurezza e il disincentivo degli ingressi abusivi che, tuttavia, continuano a verificarsi sconquassando sempre di più l’edificio».

    Nel corso della travagliata storia della riqualificazione della Nico Sapio, si era parlato anche del coinvolgimento di un tratto di litorale, in linea d’aria, di fronte alla piscina. «Se n’era parlato – ricorda il presidente Avvenente – per un possibile coinvolgimento della società sportiva Multedo 1930 che ha anche una sezione di pesca. Il progetto, tuttavia, si è un po’ arenato ma non abbiamo assolutamente abbandonato il sogno di poter riqualificare il litorale di Multedo, anzi. Il 27 marzo verranno presentati ai cittadini alcuni disegni pensati dai laureandi della Facoltà Architettura che hanno pensato un futuro diverso per il nostro affaccio sul mare. E chissà che, con qualche finanziamento europeo, qualcosa non possa davvero passare dalla carta alla realtà». D’altronde, parlare di riqualificazione di litorale con il nuovo piano regolatore portuale alle porte, che come detto in apertura potrebbe finalmente liberare Multedo delle servitù petrolchimiche, potrebbe aprire in tempi relativamente brevi scenari piuttosto interessanti per tutta la delegazione ponentina.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Erzelli, da parco tecnologico a cittadella della medicina. Il Comune spinge per il nuovo ospedale di Ponente

    Erzelli, da parco tecnologico a cittadella della medicina. Il Comune spinge per il nuovo ospedale di Ponente

    ericsson-erzelli-d6Da Parco scientifico e tecnologico a vera e propria cittadella della medicina. Potrebbe essere questo il nuovo futuro della collina degli Erzelli. Con una decisione di giunta, infatti, il Comune mette pressione alla Regione affinché venga chiuso nel più breve tempo possibile il percorso per decidere la collocazione definitiva del nuovo ospedale di Ponente e dei suoi previsti 500 posti letto. La speranza è di poter giungere alla sigla di un accordo di programma nel giro di due mesi e, comunque, prima che la tornata elettorale blocchi qualsiasi decisione da parte della Regione. Una scelta che riguarda il diritto di accesso alle cure di oltre 330 mila abitanti, pari a circa la metà della popolazione della Città Metropolitana (oltra al ponente genovese sarebbero direttamente interessati tutti i Comuni della Valle Stura, dell’alta Valle Scrivia e dell’alta Valpolcevera), escluso il Tigullio che appartiene a un’area del servizio sanitario a sé stante. «È una scelta che dobbiamo accelerare – ha dichiarato il vicesindaco Stefano Bernini – se non altro per una questione di equità di trattamento sanitario di una parte della città che risente anche di maggiori rischi per gli insediamenti lavorativi che la caratterizzano».

    Con la decisione di giunta presa ieri, si dà il via libera al percorso di condivisione con i Municipi coinvolti e i Comuni della Città Metropolitana sulla destinazione del nuovo ospedale. La situazione è alquanto immobile da parecchio tempo. Già quasi un anno fa avevamo raccontato di come la scelta fosse ormai limitata al ballottaggio tra Villa Bombrini e la collina di Erzelli. Ma la predilezione di Tursi per l’area sestrese è evidente, come traspare dalle parole di Bernini: «Abbiamo la necessità di individuare almeno 60 mila metri quadrati di spazi – spiega il vicesindaco – per cui a Cornigliano andremmo a estinguere tutte le disponibilità nell’area della Villa, peraltro confinanti con attività siderurgiche e quindi con annessi problemi di bonifica, di inquinamento acustico e di scavi per realizzare parcheggi interrati. Inoltre, ci troveremmo nel cono aereo dell’aeroporto con l’impossibilità di innalzare il nuovo monoblocco oltre il 4° piano». Insomma, l’ospedale a Villa Bombrini rischierebbe di essere molto sacrificato, considerata anche la vocazione industriale e portuale delle aree limitrofe e il nuovo impianto di trattamento fanghi che dovrebbe essere realizzato in zona ex Ilva. Un problema assolutamente assente agli Erzelli dove, secondo uno studio di fattibilità della Regione, sono state individuate addirittura tre possibili collocazioni per la nuova struttura e una quarta potrebbe nascere in seguito a una revisione dello Schema di Assetto Urbanistico dell’area, una volta confermati i trasferimenti di Esaote-Elemaster e della Facoltà di Ingegneria.

    erzelli-sestri-ponente-d9«Il sogno – guarda avanti Bernini – è quello di realizzare sulla piana degli Erzelli un’agorà dove si fa cura ma anche ricerca scientifica e tecnologica intorno al miglioramento delle capacità di cura. Genova potrebbe diventare una città pilota in questo campo creando una vicinanza fisica tra il nuovo ospedale, l’attività biomedicale di Esaote-Elemaster e la ricerca tecnologica dell’IIT che potrebbe trasferire qui il suo comparto sanitario. Si tratterebbe di un’alternativa al polo scientifico tecnologico più adeguata agli sviluppi e connessa con le competenze della città che altrimenti rischieremmo di non valorizzare». E, facendo un po’ di fanta-urbanistica, perché non pensare anche a un trasferimento della Facoltà di Medicina?

    Provocazioni a parte, resta comunque da definire tutta la partita dei finanziamenti per il nuovo ospedale che chiamano in causa in primo luogo la Regione e che la decisione di Giunta assunta ieri a Tursi non manca di sottolineare. A De Ferrari, infatti, sembrano tutti decisi a puntare forte sul Galliera bis, per cui per l’ospedale di Ponente resterebbero al momento pochi spiccioli. «Nell’accordo di programma per il nuovo ospedale – non manca di sottolineare Bernini – dovranno essere dettagliate anche le fonti economiche». Oltre ai fondi Fas europei che con tutta probabilità verranno dettagliati nel prossimo ciclo amministrativo regionale, parte dei finanziamenti deriverà dalla dismissione e rivalorizzazione degli attuali plessi ospedalieri: si parla di una parte consistente di Villa Scassi, esclusi probabilmente solamente i padiglioni 9 e 9b di più recente ristrutturazione e che resteranno a vocazione sanitaria, e del plesso sestrese di Padre Micone con le relative variazioni di destinazione d’uso che potrebbero entrare a far parte già del prossimo accordo di programma tra gli enti.

    Un altro punto a favore della collina sestrese è rappresentato dalla proprietà dell’area: se Villa Bombrini chiamerebbe in causa almeno per un 30% degli spazi l’acquisto di aree private, due ipotesi su tre agli Erzelli sarebbero interamente in area pubblica mentre la terza potrebbe facilmente diventarlo attraverso una permuta di terreni limitrofi con Ght.

    Nessun ostacolo neanche dal Puc (ma in questo caso non ve ne sarebbero neppure per Villa Bombrini), dato che la destinazione d’uso a servizi è inseribile in qualsiasi zona della città.

    erzelli-d10L’unico grande problema di Erzelli riguarda gli accessi, soprattutto per il trasporto pubblico ma anche per quello privato, dal momento che il nuovo ospedale dovrà essere facilmente raggiungibile anche attraverso l’autostrada e la viabilità urbana. «Ma Erzelli non è il Monte Bianco – dice l’assessore a Mobilità e Trasporti, Anna Maria Dagnino facendo propria una battuta del sindaco – e il sistema di trasporti per raggiungere la collina è qualcosa di governato e governabile in quanto in buona parte già impostato». Se il trasporto su gomma è in fase di ottimizzazione (entro fine dicembre dovrebbe essere consegnata la galleria che collega i piedi della collina degli Erzelli con la zona di Fegino) e necessiterebbe comunque di un approfondimento sotto il profilo del raggiungimento del sito in fase di traffico particolarmente stressato, più delicata è la questione che riguardata “il ferro”. Per Villa Bombrini basterebbe attendere la già prevista e finanziata realizzazione della stazione della metropolitana di superficie di San Giovanni d’Acri, mentre per Erzelli non basterebbe il nuovo scalo di Genova Aeroporto. Da qui, oltre al parcheggio di interscambio, dovrebbe partire infatti quello che per il momento resta ancora il futuristico progetto di una funivia verso la collina.

    Nuova piastra sanitaria in Val Polcevera

    mira lanza 1Il Comune non spinge l’acceleratore solo per quanto riguarda l’ospedale di Ponente. Nella decisione di giunta si parla anche della nuova piastra sanitaria della Valpolcevera. Com’è noto, il ponente cittadino è fortemente penalizzato per quanto riguarda l’offerta di servizi sanitari ospedalieri, ambulatoriali e non solo. Se, infatti, da una parte abbiamo i 1300 posti letto di San Martino e Galliera, qui possiamo contare solo sui servizi di Villa Scassi, dell’Evangelico e di quanto rimane dell’ospedale Padre Micone di Sestri. «La Valpolcevera in particolare – commenta Bernini – resta la pecorella nera della città mentre condividiamo a pieno il percorso che punta alla valorizzazione dei presidi territoriali per alleviare il carico che grava sui pronto soccorsi cittadini anche per cure non prettamente ospedaliere». Tre le aree in ballo, in posizioni baricentriche tra Bolzaneto e Teglia: una, come noto, è l’ex Mira Lanza per cui esiste già un pre-accordo ma che necessiterebbe di piegare la progettazione della nuova Casa della Salute all’edificio esistente; le altre due aree sarebbero di proprietà privata ma potrebbero abbastanza facilmente diventare pubbliche, attraverso un apposito accordo di programma. La prima area è attualmente vuota e con terreno da bonificare, mentre l’altra è di proprietà di una fondazione pubblica. Nessun problema per l’accessibilità: le prime due ipotesi sarebbero raggiungibili attraverso la nuova stazione ferroviaria di Teglia, progettata e finanziata,  mentre la terza sarebbe un po’ più a nord, in direzione Bolzaneto. La decisione si spera sia condivisa ma spetta naturalmente alla Asl esprimere una preferenza. «La medicina territoriale – ha commentato l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – è fondamentale per la prevenzione ma lo sono ancora di più i presidi socio-sanitari. Quando parliamo di piastra sanitaria o poliambulatorio vengono in mente solo i posti in cui si fanno esami medici e clinici. Le nuove Case della salute, invece, devono chiamare in causa tutta quella serie di servizi sociali per l’assistenza alle fasce più deboli della popolazione, disabili, persone non-autosufficienti, minori, famiglie in difficoltà, dipendenti da gioco, alcol, droghe. Insomma, le Case della salute devono diventare il luogo ideale per l’integrazione dei servizi socio-sanitari».

    L’analisi più approfondita dei nuovi presidi sanitari passerà ora attraverso la Conferenza dei sindaci (40 primi cittadini dei Comuni della Città Metropolitana + 9 presidenti dei Municipi genovesi) già convocata per il 30 marzo prossimo e da cui dovrebbe prendere il via la fase finale del processo decisionale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Senza fissa dimora: servizi sociali in difficoltà, la proposta del Comune alle associazioni

    Senza fissa dimora: servizi sociali in difficoltà, la proposta del Comune alle associazioni

    poverta-crisi-clochard-DIL’assessore Fracassi bussa alle porte del collega Miceli: «I servizi sociali e socio-educativi sono l’anello debole del bilancio comunale. Ogni anno – sostiene l’assessore alle Politiche socio-sanitarie – tutte le altre voci di partita corrente sono messe a copertura certa mentre questo capitolo viene lasciato flessibile e si riempie via, via durante l’anno a seconda di vari risparmi di cassa. Ma se vogliamo migliorare la gestione del welfare, dobbiamo cambiare prospettiva di bilancio e dire: ecco, qui ci sono i 40 milioni per il sociale mentre le incertezze le lasciamo ad altre partite». La frecciata è stata lanciata  in Commissione Welfare che aveva all’ordine del giorno il punto della situazione sui servizi destinati ai senza fissa dimora.

    Il Comune, come ormai d’abitudine, sta procedendo per dodicesimi: ogni direzione, dunque, può spendere al mese solo un dodicesimo dell’importo investito l’anno scorso, finché non sarà pronto il bilancio previsionale 2015. Una situazione di estrema precarietà e assoluta impossibilità di programmazione dovuta principalmente all’incertezza dell’ammontare delle risorse in arrivo dal governo centrale. «Ogni anno ci troviamo in questa situazione – ha accusato il consigliere Stefano Anzalone (Gruppo Misto) – ma è un problema tutto di questa amministrazione visto che ci sono altri Comuni che non aspettano i trasferimenti da Roma per approvare il bilancio». «Bisogna fare chiarezza – commenta la presidente della Commissione Welfare, Cristina Lodi (Pd) – se effettivamente si tratti di una necessità tecnica o se, comunque, dietro c’è una scelta politica».

    È in questo contesto che la discussione della Commissione si è concentrata sulle difficoltà economiche dei servizi dedicati alla popolazione senza dimora e a chi è costretto a vivere ai margini della società. Il sistema segue circa 900 utenti all’anno (l’ultimo dato aggiornato risale al 2013) ma una lettura più di dettaglio sarà possibile solo a fine 2015 grazie al potenziamento del sistema di analisi.  «Tuttavia – sostiene il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – si evince piuttosto chiaramente una forte sproporzione tra il fabbisogno stimato di circa 2 mila persone in situazione di grave marginalità e le riposte che riusciamo a offrire».

    La chiave dovrebbe essere quella del salto di qualità, dalla sola presa in carico delle situazioni di emergenza a un precisa politica di prevenzione. «Prevenzione – sostiene Fracassi – vuol dire fare una seria politica nazionale per l’immigrazione, che oggi non stiamo facendo dato che non abbiamo costruito rapporti seri con i Paesi di provenienza e non abbiamo politiche europee adeguate a riguardo. Ma prevenzione sono anche le politiche del lavoro, quelle della casa assolutamente inesistenti a livello nazionale ormai da anni, e di contrasto alla povertà. Credo che se avessimo una seria misura di reddito minimo di inserimento, avremmo risolto molti problemi di chi non riesce neppure a pagare un affitto in casa popolare e le relative utenze, diventando così moroso, rischiando lo sfratto, l’abbandono in strada e la presa in carico dei servizi sociali».

    Ma, per fare prevenzione ci vogliono anche soldi. E, a proposito di difficoltà economiche, la situazione è resa ancor più complicata dal nuovo strumento che regola i rapporti tra il pubblico e le associazioni a cui il Comune “delega” la gestione di molti servizi. Se, infatti, Tursi gestisce direttamente solo il diurno di De Ferrari (attualmente chiuso per problemi di sicurezza) e la struttura notturna di Villa S. Teodoro (14 posti letto che diventeranno 24 quando saranno terminati i lavori di ristrutturazione dello storico Asilo Massoero) dal primo luglio 2014 è entrato in vigore il patto di sussidiarietà (caso simile per le strutture di accoglienza che combattono la violenza di genere, qui l’approfondimento): si tratta di un accordo di durata annuale, rinnovabile, che prevede che l’amministrazione sostenga finanziariamente fino a un massimo del 70% dei costi dei servizi per i senza fissa dimora mentre il restante 30% resta a carico degli operatori non più sottoposti a logiche di mercato per garantirsi appalti pubblici ma incentivati a fare sistema. L’attuale progetto, che oltre al capofila Fondazione Auxilium vede coinvolti le associazioni S. Marcellino, Massoero 2000, Compagnia della Misericordia, Afet, Ceis e Croce Rossa, prevede un investimento totale di 2.968.946 euro di cui 1.774.846 (il 60%) finanziato dal Comune di Genova.

    Il Comune copre la spesa grazie a 550 mila euro annui elargiti dalla Regione Liguria attraverso un fondo finalizzato e per la restante parte con il bilancio comunale. 
Il fondo regionale finalizzato è diminuito negli ultimi anni da 900 mila  euro del 2012 a 600 mila del 2013 fino a 550 mila dell’anno scorso. Per il 2015 la Regione non ha ancora comunicato l’entità del finanziamento e il Comune non ha versato la quota di propria competenza per il primo trimestre del 2015 che, di per sé, dovrebbe invece rappresentare una sorta di anticipo spese. «I ritardi riguardano sia il versamento da parte del Comune che il saldo spettante alle associazioni che hanno siglato il patto – spiega l’assessore Fracassi – ma sono imputabili sostanzialmente a lungaggini tecniche. Stiamo, infatti, parlando di uno dei primi patti di sussidiarietà così importanti e che chiama in causa circa 3 milioni di euro all’anno. La gestione contabile deve essere dettagliata e trasparente al massimo, per questo è molto complessa. Sono però molto fiduciosa sul miglioramento del sistema perché, quando i soldi ci sono, non ha senso essere così in ritardo».

    «La nostra permanenza all’interno del patto di sussidiarietà – ammette Angelo Gualco di Massoero 2000 – è garantita dalle risorse economiche versate da altre associazioni aderenti al patto attraverso l’associazione temporanea di scopo che abbiamo costituito. Ma per quanto ancora potremo sopravvivere in questo modo? Il nostro servizio si basa sul lavoro degli stessi ospiti che naturalmente deve essere retribuito: il 90% del nostro bilancio viene impiegato a questo scopo, come facciamo a sopravvivere dovendo reperire un 30% in più solo per l’autofinanziamento?».

    Certo, all’interno del patto di solidarietà ci sono realtà economicamente più solide ma che devono anch’esse fare i conti con i propri bilanci e i propri finanziatori e non potranno farsi carico all’infinito delle associazioni meno “ricche”. Anche perché l’importante fetta della gestione dei servizi sociali è sempre stata fonte di frizioni tra i vari attori in campo, soprattutto quando questa era soggette alle più classiche logiche di mercato. «O andiamo verso un’ottica di solidarietà tra gli enti aderenti al patto per cui il 30% viene contabilizzato come quota globale dell’associazione di scopo – sostiene l’assessore Fracassi – oppure gli enti meno capaci devono rimboccarsi le maniche e iniziare a intraprendere qualche soluzione alternativa e più efficace di fundraising». Ma se il patto di sussidiarietà dovesse continuare a dimostrare le proprie lacune, sono allo studio alcune ipotesi alternative: «L’unica terza via possibile – conclude Fracassi – è uscire dalla logica del patto di sussidiarietà. Per questo stiamo guardando con molto interesse al cammino che sta percorrendo il Comune di Brescia con un modo di gestire il terzo settore diverso ma sempre a partire dalla co-progettazione».

    Nel frattempo, però, avere qualche certezza in più dal bilancio previsionale potrebbe aiutare non poco ad affrontare il futuro in maniera più serena e soprattutto a non contrarre l’offerta di servizi imprescindibili per la sopravvivenza e la dignità della persona, la cui domanda è cresciuta esponenzialmente a causa della tragica situazione economica.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex caserma Gavoglio, in estate apre la Casa di quartiere. Via libera alla progettazione partecipata

    Ex caserma Gavoglio, in estate apre la Casa di quartiere. Via libera alla progettazione partecipata

    lagaccio-caserma-gavoglio-2Sono passate due settimane da quanto il comitato “VogliolaGavoglio” ha incontrato i rappresentanti del Municipio I – Centro Est per fare il punto della situazione sulla riqualificazione dell’ex caserma del Lagaccio. Il tema è ormai stranoto: il compendio è in procinto di passare di proprietà dal Demanio al Comune ma, per suggellare questa transazione gratuita, l’amministrazione deve produrre un piano di valorizzazione dettagliato che convinca lo Stato a dare il via libera all’operazione. I tempi biblici della burocrazia italiana hanno spinto alcune associazioni di cittadini a richiedere la possibilità di utilizzare temporaneamente almeno una parte della caserma Gavoglio che, nel suo complesso, si estende per oltre 50 metri quadrati. In particolare, è stato già più volte aperto alla cittadinanza il cosiddetto “piazzale Italia”, quello nella zona più a sud del compendio situato negli spazi antistanti la caserma vera e propria. È in questa zona che si concentra il tentativo di riqualificazione temporanea, in attesa di un restyling radicale e definitivo dell’intera area. I primi interventi sul piazzale esterno erano stati già realizzati da Aster prima della scorsa estate e sono ripresi ultimamente: si tratta, in particolare, della sistemazione della recinzione, sostituzione del cancello principale, rimozione delle lastre di copertura delle tettoie, pulizia delle aiuole e un eventuale completamento della potatura, rimozione della pesa, asfaltatura della parte centrale del piazzale. Per un ammontare che si aggira attorno ai 40-50 mila euro a cui vanno aggiunti altri 20 mila euro stanziati dal Municipio per la ristrutturazione di alcuni locali pertinenziali al piazzale che daranno vita alla nuova “Casa di quartiere” di Oregina. «Si tratta di spazi che verranno messi a disposizione di cittadini e associazioni strettamente connesse con il territorio circostante – spiega l’assessore municipale Maria Carla Italia – ma serviranno anche ad aprire alla città il quartiere del Lagaccio, oggi vissuto come una vera e propria periferia». I locali verranno affidati tramite un bando che è pronto per essere pubblicato e attende solamente il nulla osta da parte della Sovrintendenza e l’approvazione della giunta comunale. Nel frattempo, sempre il Municipio Centro Est cercherà i fondi per arredare gli spazi esterni con panchine, cestini e giochi per bambini. «Il tutto – è la speranza dell’assessore – dovrebbe concludersi entro la fine della primavera».

    Ma l’incontro tra comitato di cittadini e Municipio è servito anche per imbastire il percorso di partecipazione voluto dall’amministrazione per giungere alla redazione del piano di valorizzazione definitivo dell’ex Caserma. Che questa sia l’unica strada per restituire la Gavoglio agli abitanti del Lagaccio e a tutti i genovesi lo ha ribadito il vicesindaco Bernini in sede di discussione del nuovo Piano Urbanistico Comunale, respingendo l’emendamento di Antonio Bruno (Fds) che avrebbe voluto accelerare i tempi della riqualificazione complessiva recependo nel nuovo strumento urbanistico alcuni desiderata dei cittadini: «Gli elementi di dettaglio da inserire nel Progetto urbanistico operativo per la riqualificazione complessiva della Gavoglio – ha detto Bernini – saranno scelti direttamente dai cittadini attraverso il percorso di partecipazione coordinato dal Municipio».

    La ex caserma Gavoglio nel Puc

    gavoglio-puc 2A proposito di nuovo Piano Urbanistico, la Gavoglio rappresenta uno dei 29 distretti di trasformazione che evidenziano alcune zone della città in evoluzione e per cui vengono elencante tutte le funzioni future possibili. Nel Puc l’obiettivo di questa trasformazione viene individuato nel recupero ad usi urbani dell’area militare dismessa al fine di dotare il Municipio di spazi liberi a verde e servizi, il tutto conformato in modo da costituire uno spazio di transizione nel denso tessuto edificato del quartiere, privilegiando soluzioni progettuali che determinino il più elevato grado di integrazione degli spazi dell’ex caserma con il contesto urbano, valorizzando altresì gli edifici di valore storico presenti in sito. Al fine di favorire l’aggregazione sociale, il presidio del sito ed il riutilizzo degli edifici di valore storico è ammessa la presenza di funzioni private”. Tra le funzioni principali ammesse si parla di verde pubblico e servizi pubblici, residenze, parcheggi pubblici e privati; da non escludere anche servizi di uso pubblico e privato, uffici, esercizi di vicinato e il cosiddetto connettivo urbano.

    Per entrare più nel dettaglio, come detto, si dovrà attendere l’organizzazione dei tavoli di partecipazione, che dovrebbero coinvolgere anche Sovrintendenza e Demanio per la certezza della bontà del progetto. Anche perché dall’esito delle discussioni dipenderà la redazione del Puo e, quindi, della riqualificazione complessiva dell’ex caserma. Il percorso pubblico sarà gestito in accordo tra il Municipio e gli uffici di Partecipazione e Progetti speciali del Comune: «Amministrazione e società civile – assicura Maria Carla Italia – non saranno contrapposte ma lavoreranno sullo stesso piano e con lo stesso obiettivo. Soprattutto nella prima parte si tratterà anche di un percorso educativo alla partecipazione perché se ne parla spesso ma altrettanto spesso si ignora che cosa voglia dire nel concreto».

    gavoglio-puc 2Grande attenzione dovrà essere posta anche ai vincoli idrogeologici. In proposito, il nuovo Puc sottolinea la necessità di tenere conto della presenza della tombinatura del sottostante rio Lagaccio, di prevedere la riduzione degli spazi impermeabili, la realizzazione di almeno 5 mila mq di spazi vedi attrezzati o impianti sportivi e non meno del 50% di spazi verdi piantumanti nel cosiddetto “Settore 2”, ovvero quello più a monte. Tra le prescrizioni ambientali si parla anche di “rivitalizzazione del fondovalle e sua connessione con il contesto urbano e naturalistico a monte, con percorsi siti all’interno di un sistema continuo diversamente attrezzato anche in funzione degli spazi attraversati privilegiando l’attrezzatura a verde”. In particolare, deve essere prevista la connessione di via del Lagaccio e l’ingresso della Caserma con gli impianti sportivi a monte e, da qui, con il parco del Peralto, in modo da realizzare l’accesso da sud al Parco delle Mura. Da non dimenticare, infine, che lo stesso Piano urbanistico comunale prevede l’obbligo di realizzare un percorso ciclopedonale che raggiunga la zona dei campi sportivi del Lagaccio e il parco del Peralto nonché l’adeguamento della viabilità pubblica e pedonale del contesto circostante.

    “Adesso – si legge sulle pagine del sito del comitato “VogliolaGavoglio” – la sfida è lavorare tutti insieme per un percorso che può essere nuovo e innovativo in città ma soprattutto può portare a un piano di valorizzazione realmente condiviso e il più possibile coerente con le esigenze del quartiere”. Ed è anche importante che il tutto avvenga in tempi ragionevoli, quantomeno per quanto riguarda la riqualificazione temporanea di piazzale Italia, perché le voci di chi sostiene che la caserma non diventerà mai proprietà di Tursi, non sarà mai riqualificata e che i cittadini si stanno, loro malgrado, prestando all’ennesimo teatrino politico si stanno moltiplicando.

    Simone D’Ambrosio

  • Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaNon ci sono spumante e brindisi che nel dicembre 2011 avevano suggellato il primo via libera al nuovo Piano urbanistico comunale con la giunta Vincenzi ma la soddisfazione tra i banchi di sindaco e assessori è palpabile. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato il nuovo Puc con 21 voti a favore, 11 contrari e 5 astenuti. Affinché le norme inizino a “dettare legge”, però, si dovrà verosimilmente aspettare la fine dell’anno: «Ci saranno ancora 90 giorni di pubblicazione – ha spiegato il vicesindaco Stefano Bernini – per eventuali nuove osservazioni che potranno essere fatte solo su modifiche apportate al testo del progetto preliminare approvato dal ciclo amministrativo precedente. Successivamente si effettuerà un nuovo passaggio in Consiglio comunale ma la griglia di possibili modifiche diventa sempre più stretta». Nel frattempo il piano definitivo sarà inoltrato a Regione e Città Metropolitana a cui spetta l’ultimo parere circa la coerenza del Puc rispetto agli atti di pianificazione urbanistica sovraordinati. Tutti passaggi che dovranno essere espletati entro la fine di dicembre, quando scadrà il cosiddetto regime di salvaguardia che consente di prevedere già attualmente interventi coerenti con il testo del nuovo piano.

    «Sottolineo l’importanza del momento – aveva detto la settimana scorsa il sindaco, intervenendo in avvio di discussione – perché il piano urbanistico è un percorso segnato dal grandissimo lavoro degli uffici, una visione perché definisce l’idea precisa di città che ha l’amministrazione e uno strumento perché abbiamo l’esigenza di decidere a dare tempi certi ai cittadini, alle imprese e a tutti gli interlocutori». Dopo la votazione di ieri pomeriggio il sindaco è raggiante e ripete quasi come un mantra la propria grande soddisfazione: «Sono veramente lieto che il quarto Puc della storia di Genova repubblicana sia stato approvato in questo ciclo amministrativo. Abbiamo fatto nostri alcuni grandi temi già ben avviati dalla giunta precedente e abbiamo cercato di ottimizzarli. Ad esempio – ha proseguito il sindaco – non hanno trovato recepimento le numerose sollecitazioni che abbiamo ricevuto per la trasformazione in altro delle aree industriali della città che, invece, sono rimaste tali».

    Maggioranza ancora in difficoltà

    Se l’esito finale della votazione sulla delibera era scontato, lo stesso non si può dire per le valutazioni politiche che seguono l’approvazione del Puc. Confermando un quadro che aveva iniziato a delinearsi già durante la tanto discussa delibera sulla Gronda, la maggioranza uscita dalle urne sulle questioni delicate rischia di non essere autosufficiente. Incassati i voti contrari di Bruno (Fds) e Pastorino (Sel, favorevole invece il voto dell’altro consigliere Chessa), la giunta ha dovuto registrare anche le astensioni di Gozzi (Pd) e De Benedictis (Gruppo misto, ex Idv). Assenti invece Gibelli (Lista Doria) e Mazzei (Gruppo misto, ex Idv). Per raggiungere la maggioranza assoluta, non indispensabile ma comunque rilevante da un punto di vista politico, sono stati allora necessari i due voti positivi dei consiglieri di Udc, Gioia e Repetto che, almeno formalmente, non fanno parte della maggioranza. Da sottolineare anche che il consigliere Caratozzolo (PD), neo-presidente della commissione Territorio, pur essendosi allineato al partito nella votazione finale ha espresso il proprio voto contrario su tutti gli emendamenti proposti, compresi quelli che hanno riscontrato pieno accoglimento da parte della giunta (due dei quali proposti dallo stesso capogruppo del PD, Simone Farello).

    Nuovo Galliera e altri emendamenti

    Parco cittadino di Villa QuartaraIl tema più caldo, a conti fatti, è risultato quello relativo alla costruzione del nuovo ospedale Galliera. Ben tre gli emendamenti presentati per vincolare le aree a uso sanitario e non consentire l’operazione immobiliare che garantirebbe risorse economiche fondamentali per dare il via all’operazione. Le proposte sono arrivate dai consiglieri di Lista Doria, da quelli del Movimento 5 Stelle, da Antonio Bruno (Fds) e Gian Piero Pastorino (Sel) ma sono state tutte respinte dell’aula: significativo, ma non è la prima volta, che anche il sindaco abbia votato contro un emendamento proposto dalla sua stessa Lista.

    Dei 44 emendamenti presentati a inizio discussione, solo una manciata ha riscontrato il parere favorevole della giunta ed è stata votata positivamente dalla maggioranza dei consiglieri. Tra questi, il documento presentato da Lista Doria che blocca definitivamente il progetto di realizzazione del box auto nella zona di Bosco Pelato. Parere positivo e votazione favorevole anche per altri due emendamenti presentati da Lista Doria: il primo inserisce gli alloggi destinati all’inclusione sociale (ERS) tra le destinazioni d’uso previste come servizi pubblici, il secondo prevede che la ricostruzione di edifici consentita all’interno dello stesso Municipio per il superamento di criticità idrogeologiche possa essere realizzata su suolo precedentemente già urbanizzato.

    centrale-latte-genova-feginoAccolto e approvato anche un documento sulla normazione dei parchi storici che richiama in particolare le tutele previste dalla Carta di Firenze. Sì, infine, ai due emendamenti proposti dal capogruppo PD Simone Farello, uno puramente tecnico riferito a un errore materiale relativo a un’osservazione prodotta dai municipi, l’altro più delicato relativo al trattamento dei rifiuti speciali. L’ex assessore alla Mobilità, ha proposto una suddivisione della normativa a seconda della tipologia di rifiuti trattati con un alleggerimento delle prescrizioni per i rifiuti non invasivi dal punto di vista del trattamento industriale. Secondo indiscrezioni la questione riguarderebbe in particolare il futuro delle aree dell’ex centrale del Latte rimaste a vocazione industriale ma c’è chi non la pensa così: «Non vorrei – ha detto in Sala Rossa Paolo Putti, capogruppo M5S – che si aprissero le porte alle 14 società private che abbiamo letto vorrebbero mettere le amni su Amiu e che, in alcuni casi, trattano fanghi industriali derivanti dalla lavorazione del petrolio».

    Dall’ex mercato di corso Sardegna a Gronda e Tav: tutti i no della giunta

    Nessuno scossone, invece, dagli emendamenti che riguardavano le questioni più delicate e interessano il futuro di alcune aree urbane in attesa di riqualificazione o di cambio di destinazione d’uso. Resta inalterata, dunque, la destinazione d’uso dell’ex mercato di corso Sardegna, per cui invece è stata accolto e approvato un ordine del giorno che impegna la giunta a valutare i progetti dei cittadini una volta concluso l’accordo con la Rizzani De Eccher. Nulla da fare anche per l’emendamento riguardante la caserma Gavoglio che voleva far recepire nel Puc alcune indicazione arrivate dal comitato dei cittadini che da anni punta fortemente sulla riqualificazione della struttura: il progetto di dettaglio sarà discusso attraverso appositi tavoli partecipativi che saranno organizzati dal Municipio I – Centro Est. Confermate le destinazioni ferroviarie per tutte le aree di Terralba per cui qualsiasi modifica deve per forza di cose passare attraverso un accordo di programma sottoscritto dalle Ferrovie dello Stato. E, nonostante le proposte dei consiglieri grillini, confermate anche le attuali normative che prevedono la realizzazione di un distributore di carburante in Carignano all’altezza della rotonda di corso Aurelio Saffi e la realizzazione di parcheggi interrati in piazza Acquaverde (Stazione Principe).

    Respinti anche gli emendamenti che volevano stralciare dal Puc la centralità di Gronda e Terzo Valico dallo sviluppo della città e che hanno fatto registrare l’ennesima differenza di vedute tra il sindaco (che ha votato contro) e la sua Lista (che, le posizioni un po’ ambigue del passato, ha votato a favore, assieme a Pastorino, Bruno e M5S).

    Esaote e Oms Ratto: tutto rimandato

    Ritirato, invece, l’emendamento presentato da Bruno e Pastorino su Esaote dopo l’ennesimo confronto avvenuto nel pomeriggio tra i capigruppo e i rappresentati di Oms-Ratto. La questione è nota: i consiglieri vorrebbero ridestinare l’area di Sestri a uso industriale, cancellando la variante prevista nel precedente ciclo amministrato e confermata nel nuovo Puc che prevede la destinazione d’uso commerciale per alcune aree. Un provvedimento necessario a Esaote per poter vendere gli stabilimenti di Sestri e spostarsi sulla collina di Erzelli. Ma l’azienda avrebbe dovuto assicurare il mantenimento della piena occupazione, cosa che non sta avvenendo per i 54 lavoratori di Oms-Ratto, ditta dell’indotto di Esaote. La questione è molto delicata perché una retromarcia da parte del Comune potrebbe far saltare definitivamente il delicato tavolo di confronto e, a cascata, il trasferimento a Erzelli, la vendita delle aree e il futuro lavorativo di tutti i dipendenti Esaote. Il vicesindaco Bernini ha chiesto, dunque, di pazientare fino a fine mese: «Potremo approvare la variante che fa tornare le aree di Sestri a destinazione industriale solo dopo che la Città Metropolitana avrà chiuso la Conferenza dei Servizi. Stiamo aspettando la Valutazione ambientale strategica ma entro fine mese potremo tornare a parlare definitivamente della questione».

    Tante, dunque, le questioni che restano sospese, al di là dell’approvazione del piano urbanistico.«Ma non possiamo ridurre il grande lavoro fatto fin qui esclusivamente alla sostanza di qualche singolo provvedimento. Come amministratore mi augurerei 100 di questi giorni» ha sottolineato il sindaco. «Se c’è una cosa di cui possiamo andare fieri – ha aggiunto il vicesindaco Stefano Bernini – è che anche chi si è astenuto o ha votato contro la delibera ha comunque riconosciuto il grande lavoro di ascolto, di confronto e di trasparenza fatto dagli uffici. Poi è naturale che su alcune situazioni specifiche non possiamo pensarla tutti allo stesso modo». A testimonianza di ciò, in effetti, al di là delle dichiarazioni di voto dei vari capigruppo, va registrato anche il fatto che praticamente nessuna richiesta di modifica è arrivata sulle scelte generali a cui è improntato il nuovo Piano urbanistico e che riguardano lo sviluppo futuro della città. «Ciò – ha commentato il sindaco – è testimonianza del fatto che non esisteva una visione diversa della città neppure da parte delle opposizioni. Le differenze, invece, riguardano una serie di critiche su questioni di dettaglio che avremo di affrontare anche in seguito».

    Gli ordini del giorno e le discussioni dei prossimi mesi

    A contribuire a un clima quasi insolitamente disteso, nonostante la crucialità della delibera in discussione, è stata sicuramente la predisposizione della giunta ad accogliere molti dei 68 ordini del giorno presentati quasi interamente dalle opposizioni. Da sottolineare, in questo caso, il lavoro certosino del decano del Consiglio comunale, il consigliere Guido Grillo (Pdl – Forza Italia) che ha chiesto di convocare nei prossimi mesi apposite sedute di commissione per fare il punto sulle azioni intraprese dalla giunta per tenere fede agli impegni presi nel corso di tutto il mandato amministrativo su questioni urbanistiche di particolare interesse e rilevanza: si spazia dal polo ospedaliero del ponente alla riqualificazione di Vesima, dal porticciolo turistico di Pegli al restyling di via Burlando, dai progetti relativi alla potenziale nuova viabilità a Sant’Ilario alla valorizzazione della aree ferroviarie dismesse di Terralba tenendo conto anche del progetto dei cittadini richiamato dal Movimento 5 Stelle, dal punto della situazione sui lavori di Ponte Parodi a quello sui progetti dell’ex caserma Gavoglio. Interessante anche un gruppo di documenti presentati da Lista Doria per l’adozione di un Piano urbano della mobilità sostenibile, per l’approvazione definitiva del Piano del Verde, per la costituzione di un tavolo con la Città Metropolitana sulle misure di Protezione Civile e la gestione dei finanziamenti per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio, per la sensibilizzazione della Regione a un riequilibrio delle strutture sanitarie pubbliche sul territorio ad oggi fortemente penalizzato nelle periferie, per la subordinazione degli interventi di infrastrutture viarie a quelli necessari per un potenziamento dei trasporti pubblici e per la reale concretizzazione della pianificazione dei bambini per le aree pubbliche di loro interesse.

    Già detto dell’approvazione dell’ordine del giorno riguardante l’ex mercato di corso Sardegna, merita di essere citata, infine, la richiesta presentata dal M5S e approvata dal Consiglio di predisporre la fruibilità del nuovo Puc anche alle persone dislessiche o con disabilità cromatiche.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    piazza-maddalena-centro-storico-genovaEravamo curiosi di conoscerlo. Padre Paolo, dei Padri Somaschi, è arrivato a Genova poco più di un anno fa, era il settembre 2013 quando si è stabilito alla Maddalena, cuore della città vecchia. Orso per sua stessa definizione, poco propenso a raccontarsi, ha alle spalle un’esperienza di quarant’anni nella lotta all’emarginazione. Non è la prima esperienza nella nostra regione, a fine anni 90 e nel 2011 si era occupato di avviare prima e di “risistemare” poi una comunità alloggio a Vallecrosia, nel ponente.

    Una volta alla Maddalena Padre Paolo si è subito calato nel quartiere, è riuscito ad integrarsi e a dare egli stesso un contributo diretto alle diverse associazioni attive (scrive per il magazine del quartiere, è parte di AMA, è uno dei soci fondatori del quartiere della solidarietà…) «Dopo i primi periodi di “ricognizione” ha iniziato a prendere forma l’idea di realizzare una Casa, un ambiente accogliente per ospitare chi ha bisogno ma anche chi ha voglia di fare e si mette a disposizione e aiuta gli altri. Sempre all’insegna del “ti accompagno per un pezzo e poi tu riprendi la tua vita”». Padre Paolo ha fondato la Casa della Maddalena, un edificio appartenente all’ordine dei Padri, adiacente alla parrocchia del Sestiere, utilizzato in passato solo per attività parrocchiali, in parte ad uso magazzino, in parte affittato e in parte vuoto. Entro l’estate offrirà un appartamento alloggio protetto gestito dalla Cooperativa Il Laboratorio, due appartamenti dati in uso temporaneo a famiglie che si trovano in difficoltà e saranno ricavati, dai 180 mq di un intero piano, tre bilocali per giovani con problemi di emarginazione, anche questi ad uso temporaneo. Un altro piano sarà ristrutturato in modo da creare sei alloggi, stanza e bagno, con una cucina e due sale comuni.

    Attualmente la Casa della Maddalena ospita un asilo e le stanze multiuso al piano terra sono a disposizione di tutte le associazioni che collaborano fra loro per usarli e gestirli insieme. Un luogo aperto al quartiere e alla città.  «L’edificio è di proprietà dei Padri Somaschi, in alcuni spazi era contenuto l’archivio generale che è stato spostato a Roma. Io ho ricevuto il mandato di venire qui a Genova e cercare di creare alla Maddalena un polo di carità Somasca, accompagnando chi ha bisogno per un periodo della vita per poi lasciarlo andare quando è di nuovo in grado di camminare con le proprie gambe». Occorre spiegare meglio chi sono i padri Somaschi e come operano: da sempre si occupano di emarginazione, di poveri e giovani in difficoltà, sono stati fondati da un laico che nel 1500 si è tolto le ricche vesti per diventare servo dei poveri e aiutare le persone avviandole ad un mestiere. Da qui parte il concetto di “carità Somasca”.

    Ma come è  possibile un’operazione del genere a livello economico? Il punto di partenza per Padre Paolo è quello di non fare speculazione; gli spazi comportano spese, ma l’obiettivo è chiudere in pari «non ho guadagnato ma nemmeno ho perso… fino a qui sono riuscito a coprire le spese». Le spese per le ristrutturazioni sono in parte sostenute da Caritas che avrà in gestione alcuni alloggi e in parte anticipate dai fondi dei Padri Somaschi, mentre per ulteriori fondi necessari si aspetta un’eventuale asta di beneficenza e in parte si confida «nella divina provvidenza… nel senso che una volta che le persone si renderanno conto che tutto funziona e che si fa del bene, gli aiuti economici arriveranno spontaneamente».

    Altre soluzioni sono quelle che il Padre è bravo a mettere in piedi come l’accordo con chi sta ristrutturando l’ultimo piano dell’edificio che poi potrà usufruirne per un periodo senza alcun canone. Ma per far sì che realtà come quelle di Casa della Maddalena possano prendere corpo e forza nel tempo, è indispensabile che si formino gruppi di persone unite da volontà comuni. «È inutile che faccia tutto io da solo senza trasmetterlo ad altri, perché il rischio è che tutto il lavoro fatto muoia con la persona che l’ha iniziato. Ecco perché ho sempre cercato, anche nelle esperienze precedenti, di formare persone che potessero poi gestire i progetti anche senza la necessità della mia presenza. Anche questa volta sarà così».

    E in attesa di vedere tutti i lavori ultimati, vi avvertiamo che Padre Paolo si sta muovendo anche verso altri quartieri della Superba…

     

    Claudia Dani

  • Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte CarregaLa demolizione di Ponte Carrega è scongiurata. Lo afferma, per la prima volta ufficialmente, l’assessore ai Lavori pubblici Gianni Crivello, dando parere favorevole alla mozione presentata in Consiglio comunale dal consigliere del Gruppo Misto, Franco De Benedictis. Il documento, approvato all’unanimità dai 28 consiglieri presenti al momento del voto, giaceva in coda da due anni e mezzo: la mozione era, infatti, stata presentata a novembre 2012 ma solo ieri è stata discussa in Sala Rossa. «Se in tutto questo tempo l’oggetto della mozione non è stato superato – ha detto De Benedictis, illustrando la sua richiesta – significa che la situazione è davvero grave. Occorre veramente abbattere Ponte Carrega per mettere in sicurezza il Bisagno? Chiedo che la giunta faccia chiarezza una volta per tutte».

    Costruito nel 1788, Ponte Carrega è uno dei ponti storici di Genova, nato per volontà degli abitanti di Montesignano per consentire il passaggio dei carri tra le due sponde del Bisagno. Sedici arcate che lasciavano sfogare il torrente in tutto il suo impeto. Testimone di un tempo che non c’è più, questo angolo di Valle che vide il Genoa vincere i suoi primi scudetti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, negli anni 20 del ‘900 subì un’importante opera di rivisitazione che ridusse a sei le arcate per consentire il restringimento degli argini del Bisagno.

    «Assieme al Rosata e Sant’Agata – ha proseguito De Benedictis – si tratta di uno dei tre ponti costruiti nel ‘700, che va tutelato e salvaguardato. Si era parlato di un suo abbattimento ma se è un bene storico, una legge del 2004 ne impedisce la demolizione e, anzi, ci pone l’obbligo di garantirne la sicurezza e la conservazione».

    «I manufatti storici – ha ribadito la consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, facendo ovvio riferimento al percorso di approvazione del nuovo Puc che sta giungendo ai suoi ultimi passaggi – fanno parte della nostra cultura e la loro salvaguardia e possibilmente valorizzazione deve essere tenuta ben presente nella progettazione della città di oggi e di domani».

    La risposta della giunta, come detto, è arrivata da Crivello: «Già nel recente passato – ha detto l’assessore ai Lavori pubblici – era stata avviata una soluzione progettuale che andava nella direzione della salvaguardia del ponte, attraverso una serie di interventi strutturali sui pilastri e nelle sottomura. Tuttavia, i parametri idraulici del Bisagno pre-finanziamento dello scolmatore (il riferimento è al Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico con cui il governo si è impegnato a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese, ndr) potevano ancora lasciar prevedere l’abbattimento di Ponte Carrega». Poi ci ha pensato l’ultima alluvione a rimettere tutte le carte in tavola. «La previsione dei finanziamenti per lo scolmatore e, quindi, la sostanziale revisione dei progetti di messa in sicurezza del Bisagno – ha precisato Crivello – hanno fatto venir meno la necessitò di demolire Ponte Carrega per motivi idraulici, spostando la briglia del torrente più a monte rispetto al ponte stesso».

    Ombelico della Valle nel passato, Ponte Carrega continua a far parlare molto di sé anche ai nostri giorni. Attorno a questo punto di riferimento, infatti, si raccoglie una comunità (l’attivismo dei cittadini ha fatto sì, tra le altre cose, che Ponte Carrega venisse nominato tra i luoghi del cuore Fai nel 2012 e nel 2014) molto preoccupata per le vicende industriali che interessano il quartiere: dalla rimessa Amt al progetto di Coop Talea, dal nuovo centro commerciale Bricoman al deposito di Ricupoil, fino ai previsti interventi di Amiu della Volpara.

    «Prendiamo atto con soddisfazione della posizione della giunta espressa dall’assessore Crivello – commenta Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione Amici di Ponte Carrega – perché si tratta di un primo atto formale dopo una serie di indiscrezioni ufficiose arrivate negli ultimi tempi dalla Sovrintendenza e dagli uffici della Mobilità. Fino a ieri, dunque, la nostra posizione era diversa ma continueremo comunque a vigilare anche perché vogliamo vedere quale sia realmente il progetto di risistemazione del ponte in confronto agli studi che abbiamo portato avanti con il Politecnico di Milano». Vinta la battaglia ma non la guerra, l’attenzione dei cittadini si potrà concentrare ora su un altro tema scottante per la vallata: la riqualificazione dell’area ex Guglielmetti. E proprio alla Valbisagno e alla partecipazione dei cittadini nei processi di riqualificazione della città sarà dedicato un convegno organizzato dagli Amici di Ponte Carrega il prossimo 27 marzo a Palazzo Ducale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Nervi-passeggiata-mare-levante-D2Una non meglio precisata rete di falde acquifere e cisterne sotterranee minaccia i Parchi di Nervi. È la notizia più preoccupante emersa dal sopralluogo che Era Superba ha svolto assieme ai consiglieri delle competenti commissioni comunali, accompagnati dal direttore dei lavori di riqualificazione di uno dei più noti polmoni verdi della nostra città, l’architetto Stefano Ortale, da Riccardo Albericci di Aster e da alcuni rappresentanti dell’associazione “Amici dei Parchi di Nervi” e di Italia Nostra.

    Il secondo lotto di lavori che dovrebbe portare a nuovo splendore i parchi Groppallo, Serra e Grimaldi, per un importo aggiudicato di circa 1,4 milioni di euro, si sarebbe dovuto concludere a fine dicembre. Ma il quadro che ci si trova davanti a pochi passi dalla stazione ferroviaria è piuttosto desolante. Il cancello di Parco Groppallo è sbarrato: un cartello spiega che, a causa delle alluvioni, da novembre tutta la zona verde prospiciente Villa Groppallo è chiusa per “consentire l’esecuzione degli interventi di pulizia e ripristino […] sino a quando potranno essere garantite adeguate condizioni di sicurezza per la fruizione”.

    «Purtroppo – ammette Ortale – stiamo assistendo a uno schianto generalizzato di pini dovuto in parte all’età delle piante ma anche a una notevole presenza di acqua nel sottosuolo. Il maltempo, insieme con la presenza del pubblico nei parchi contestualmente ai lavori, non ha certo aiutato ad accelerare le opere».

    Musei di NerviImpossibile al momento prevedere una data di riapertura: si parla genericamente della prossima primavera ma, purtroppo, sembra una previsione eccessivamente ottimistica.  Anche perché, oltre le sbarre, i lavori sono fermi (gli unici all’opera sono i 13 cassintegrati di Ilva che svolgono compiti di pulizia di aiuole a altre zone verdi): «L’azienda – spiega l’architetto del Comune – sta lavorando a ritmi ridotti perché siamo in fase di studio di un’eventuale variante al progetto». Una variante che, grazie ai ribassi d’asta, dovrebbe essere prevalentemente rivolta alla cura del verde e alla ripiantumazione degli alberi crollati.

    Eppure, lamentano gli Amici dei Parchi, soprattutto nei weekend, la gente scorrazza liberamente in tutti i prati, compresi quelli che dovrebbero essere interdetti al pubblico, sfruttando gli altri ingressi e superando le pressoché inutili barriere lasciate senza presidio. «Capiamo le difficoltà di controllare 9 ettari in maniera efficace – dice Betti Taglioretti degli Amici dei Parchi – e per questo avevamo proposto di affiancare due nostri volontari per collaborare alla guardiania. Ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta».

    E non è certo questo l’unico problema sollevato dai cittadini che hanno raccolto in un documento consegnato a tutti i consiglieri 9 punti di problemi non affrontati e non risolti nel corso del secondo lotto dei lavori di riqualificazione dei Parchi storici e ulteriori 4 criticità derivanti anche dai lavori del primo lotto.

    Si parte dalla situazione allarmante del sottosuolo, con l’innalzamento della falda acquifera, che secondo i cittadini sarebbe stata causata dai lavori di scavo dell’autosilos in via Casotti, e da una mancata sistemazione della regimazione delle acque nonostante il rifacimento dell’asfalto già compiuto. A proposito di asfalto, gli Amici dei Parchi di Nervi e Italia Nostra lamentano (e con un semplice colpo d’occhio si potrebbe anche dire “a ragione”) la scarsa qualità del materiale utilizzato e dei lavori eseguiti: «Si passa da lingue di asfalto nero – dicono i cittadini – a macchie bianche che nulla c’entrano con i colori del territorio e che, soprattutto, si stanno già sgretolando e macchiando con la terra dei prati». La difesa dell’architetto Ortale, accusato da qualche consigliere di essere poco presente sul luogo dei lavori, punta sul rispetto del progetto approvato anche dalla Soprintendenza: «Abbiamo fatto i lavori così come previsto nel progetto esecutivo – dice il responsabile comunale – e il materiale utilizzato è stato scelto apposta perché si sgretolasse, senza deteriorarsi, per simulare un effetto ghiaino».

    Al di là del gusto delle coperture scelte per i percorsi pedonali, vi sono altre criticità piuttosto oggettive: ad esempio, la recinzione che separa i parchi dalla ferrovia, rimossa anni fa e di cui la Soprintendenza ha chiesto invano il ripristino; oppure, il futuro dei fatiscenti bagni di Villa Serra e dell’ex campo da tennis oggi utilizzato come area di cantiere ma che potrebbe offrire una meravigliosa vista sul mare. E ancora: le finalità per cui sono state destinate ingenti risorse per ristrutturare le “palestrine” e la casa del console in Villa Grimaldi e la persistenza del deposito dei mezzi di Amiu per tutto il Levante cittadino nonostante le numerose segnalazioni e la proposta di aree alternative già disponibili.

    A chiudere il cahier de doléances, l’inspiegabile ritardo dell’approvazione del regolamento d’uso dei Parchi storici da parte del Comune di Genova, un documento prezioso di cui avevamo già parlato la scorsa primavera e che l’assessore Garotta aveva assicurato essere molto vicino all’approvazione. Una bozza, infatti, era già disponibile a giugno 2012 dopo il lavoro della Consulta del Verde: ritoccata dagli uffici di Tursi e riapprovata due anni più tardi dalla Consulta, ha fatto sostanzialmente perdere le sue tracce. Ma dall’assessorato assicurano che l’iter sta procedendo e il regolamento è in esame presso la Segreteria generale per gli ultimi passaggi formali prima dell’approvazione in Giunta e delle discussioni in Commissione e Consiglio comunale.

    Non ha, dunque, tutti i torti il capogruppo Pdl Lilli Lauro a tuonare: «Sono dei dilettanti allo sbaraglio. I lavori non sono conclusi e quelli realizzati sono stati fatti male: è necessario che i responsabili paghino anche perché stiamo parlando di 4 milioni di euro (i fondi ex Colombiane destinati alla complessiva riqualificazione dei Parchi di Nervi) di soldi pubblici».

    Inutile ribadirlo, sarebbe l’ennesimo suicidio turistico arrivare alle porte della bella stagione con i Parchi di Nervi ancora in questo stato: «Si tratta di un bacino potenziale di 8 milioni di turisti – ricordano gli Amici dei Parchi – grazie anche all’interesse del network “Grandi giardini italiani”. Ma si tratta di un turismo non interessato a venire nei parchi a vedere le partite di calcio improvvisate tra Italia e resto del mondo o gruppi di scout che imparano a piantare le tende o, ancora, percorsi improvvisati di trial o mountain bike. È gente che vuole venire a godersi la pace e la bellezza del verde, a pochi passi dal mare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Il Consiglio comunale di Genova è parsimonioso? Da quando si è insediata l’amministrazione Doria, i dieci gruppi consiliari (undici finché l’Idv non è confluita nel gruppo misto) che compongono l’emiciclo di Tursi hanno risparmiato quasi 65 mila dei poco più di 190 mila euro messi a disposizione dalle casse comunali. Si tratta di un più che discreto 34%: vale a dire che oltre un terzo di quanto stanziato è ritornato ogni anno a disposizione del Bilancio complessivo dell’ente.

    I dati sono stati riportati ieri pomeriggio dall’assessore al Bilancio Franco Miceli che ha risposto a un’interrogazione immediata sollevata da Paolo Putti. Il capogruppo di M5S cercava di controbattere con i fatti a chi ultimamente aveva accusato il suo movimento di aver sprecato i soldi pubblici (oltre 29 mila euro secondo le stime dell’assessorato) per il duro ostruzionismo alla pratica sulla gronda che aveva portato a 4 giornate di seduta consiliare per discutere il migliaio di documenti presentati tra ordini del giorno ed emendamenti.

    «Parlavamo di un’opera che porta 5 milioni di metri cubi di smarino contaminato da amianto – ricorda Putti – e cercavamo di tutelare un territorio con tutti gli strumenti legittimi che ho a disposizione: è assurdo che mi si vengano a fare i conti della serva. A questo punto chiedo anch’io di fare i conti per sapere quanto sono stati i soldi spesi e restituiti in questi anni dai vari gruppi consiliari rispetto al budget in dotazione perché non credo proprio che il M5S possa essere accusato di spreco di denaro pubblico».

    I fatti sembrano dare ragione ai 5 consiglieri grillini che, in due anni e mezzo di attività, hanno speso direttamente solo 204,39 dei 22317,18 euro messi a disposizione dalle casse di Tursi, producendo dunque un risparmio superiore ai 22 mila euro (più di 4400 euro per ogni consigliere).
    «Fateci arrivare a fine mandato – ha detto ironicamente, ma neanche troppo, Putti – e vedrete che avremo ampiamente coperto i soldi che siamo stati accusati di aver sprecato per l’esercizio di un diritto democratico».

    Il gruppo più “spendaccione” è senza dubbio il Pd che, fin qui, ha impiegato oltre 36600 euro (pari al 79,3% dell’intero budget, risparmiando quindi circa 9500) ma si tratta anche della rappresentanza più numerosa con 11 consiglieri, oltre al presidente Guerello. A livello percentuale le uscite maggiori, infatti, sono quelle dei due rappresentati dell’Udc che hanno speso l’88,7% dei poco più di 12100 euro a disposizione. Spendaccioni anche i quattro consiglieri del Pdl, con l’84,2% di risorse consumate, e Antonio Bruno, unico rappresentante di Fds, con l’82%.
    Oltre al Movimento 5 Stelle, invece, risultano virtuosi anche i due consiglieri di Sel che hanno speso solo il 45,5% delle dotazioni di Tursi. Nella media si collocano Lega (65%), Lista Musso (66%) e Lista Doria (67%) mentre qualcosa di più ha speso il Gruppo Misto (75,2%).

    «I fondi – spiega l’assessore Miceli – vengono attributi ai gruppi consiliari secondo due modalità: 2/7 di tutto il budget a disposizione vengono ripartiti in parti uguali mentre i restanti 5/7 vengono distribuiti a seconda del numero dei consiglieri da cui il gruppo è composto».

    Certo, bisognerebbe capire se risparmio significa davvero parsimonia o se, in qualche caso, è piuttosto sinonimo di inerzia. «Per quanto ci riguarda – spiega Putti – molti risparmi si spiegano perché buona parte delle nostre attività è svolta grazie alle preziose collaborazioni degli attivisti e cerchiamo il più possibile di sfruttare la rete e le tecnologie per limitare, ad esempio, gli sprechi cartacei. A me non interessa fare i conti in tasca a nessuno ma l’aspetto fondamentale è che le istituzioni diano un buon servizio e che le risorse non vengano spese impropriamente».

    Sebbene non sia certo il Comune l’ente pubblico che fa scandalo per i rimborsi alla politica, è interessante analizzare quali siano i capitoli di spesa ammessi. A fare chiarezza ci pensa il Regolamento del Consiglio comunale, all’articolo 49, in cui sono elencate tutte le possibilità:
    “- acquisto libri e pubblicazioni su materie e questioni di interesse degli Enti Locali e abbonamenti a giornali e riviste;
    – abbonamenti on line per accesso a servizi informativi di interesse degli enti locali;
    – spese di tipografia concernenti attività di carattere politico-istituzionale.
    – partecipazione a convegni, sopralluoghi e manifestazioni su materie di interesse degli Enti Locali e relative spese di trasporto e soggiorno entro i limiti previsti dalla normativa.
    – attività di rappresentanza secondo i principi generali che delineano la materia;
    – organizzazione di convegni e manifestazioni;
    – partecipazione alle attività delle associazioni di cui fa parte il Comune;
    – spazi radio-televisivi, sul web e su giornali e riviste per attività istituzionale della Presidenza e dei Gruppi consiliari;
    – taxi per espletamento mandato entro i limiti fissati dalla normativa;
    – abbonamenti alla telefonia mobile ed acquisto schede / ricariche telefoniche per utenze telefoniche, per compiti istituzionali”.
    – spese relative ad abbonamenti per posta elettronica on line e servizi informatici e di cloud computing, entro i limiti previsti dalla normativa nazionale e nell’ambito delle linee guida di Ente per l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici;
    – attrezzature e strumentazione informatica (es. tablet, pennette USB), previa verifica della compatibilità con gli standard aziendali svolta dalla competente Direzione;
    – diritti per affissione di manifesti.
    – spese postali sostenute a fini istituzionali.
    – arredi e complementi di arredo necessari al funzionamento del Gruppo entro i limiti previsti dalla normativa.
    – acquisto di ricarica per distributori di acqua là dove non si riesca a garantire la piena potabilità della rete ed una adeguata manutenzione.
    – spese minute, non rientranti nei capoversi che precedono, correlate a fornitura di beni di consumo occorrenti per il funzionamento del Gruppo”

    E, alla fine, 125 mila euro spesi in due anni mezzo su queste voci e per 40 consiglieri fanno oltre 3 mila euro a testa: neanche così pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

  • AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    a-z-sottopassaggio-chiusoSi chiama AZ Genova, un nuovo progetto made in Zena online da una quindicina di giorni. Possiamo definirlo come un alfabeto per immagini provocative che vogliono far riflettere sulla fruizione di alcune zone della città e, più in generale, sul periodo storico difficile che sta attraversando Genova e la sua popolazione. Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta un tema, un punto di partenza. Abbiamo parlato con uno degli ideatori del progetto. Vediamo cosa ci ha raccontato.

    La prima domanda che sorge spontanea cliccando sull’indirizzo è: perché in inglese? Perché si tratta dell’emanazione di un progetto più ampio e di respiro internazionale chiamato  “Look at Your city”. Tranquilli. L’orgoglio genovese non sarà tradito, si pensa alla pubblicazione a breve di una versione italiana e, addirittura, anche in zeneize.

    Gli ideatori sono Marco e Luca Picardi, due fratelli genovesi, uno impegnato nella cooperazione internazionale l’altro designer. AZ è, come detto, l’emanazione dell’iniziativa Look At Your City, un progetto che in molti hanno aiutato a realizzare, l’elenco sarebbe troppo lungo… ci raccontano i fratelli. Un progetto che vuole connettere e rendere consapevoli persone e città. Una sorta di osservatorio spontaneo e provocatorio sul luogo nel quale si vive.

    Questo “racconto” di Genova parte dalla crisi in corso, o più probabilmente dai disastri dall’ennesima alluvione, e prende forma in pochi giorni. Ad esempio: “lo stato di crisi della città, lentamente sta emergendo come realtà permanente”/ “Genova è la città che ha impiegato un tempo lunghissimo a costruire la metropolitana più breve (forse) del mondo”

    Ventisei interazioni in due giorni, si legge sul sito, che cosa significa? «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete ad ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

    Avete pensato ad eventi pubblici a completamento delle vostre intenzioni? «Per ora vogliamo soltanto vedere come si sviluppa la risposta al progetto. Se in seguito emergerà la voglia di fare qualcosa di più, certamente valuteremo tutte le opzioni possibili e realizzabili».

    Il claim dell’iniziativa è “attivismo effimero”, mi spiegate meglio? «L’idea era di utilizzare poche risorse insieme ad un approccio fai-da-te per creare delle interazioni spontanee in modo da generare uno scambio di idee per sfidare alcuni preconcetti esistenti. Effimero perché il processo, proprio per come è costruito, crea qualcosa che non può durare sul piano fisico a lungo e che è di conseguenza effimero».

    Cosa pensate di ottenere con questa iniziativa? Cercate anche legami con le istituzioni?

    a-z-degrado-deiezione«Il sito è solo un’interpretazione della città che speriamo possa essere una provocazione per promuovere maggiore azione civicaVuole essere una nuova mappa di Genova non basata sulla geografia, ma su temi/problemi attuali. Speriamo possa spingere a ripensare come affrontarli. Vedendo un parcheggio di Piazza Dante trasformato temporaneamente in un mini-parco, o una bandierina sugli escrementi di un cane, forse si è portati a ripensare come ragionare sui beni comuni. Se poi le istituzioni vorranno collaborare per fare qualcosa in più, beh… sono i benvenuti!»

    Insomma per il momento AZ Genova è un punto di partenza, anche se ha già ricevuto, racconta Marco, i complimenti di alcuni genovesi ed è stato lo spunto per altre città nel mondo per realizzare una cosa simile. I contatti sono arrivati da Estonia e Zimbabwe.

    Scorrendo lettera dopo lettera, scopriamo un ritratto di Genova inquietante ma molto meno effimero di quello che probabilmente era nelle intenzioni degli autori. C’è da riflettere…

     

    Claudia Dani

  • Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    marinella-degrado-6Scade domenica 22 febbraio il secondo bando pubblico per la concessione dell’ex Marinella, la storica struttura alberghiera e ristorativa sulla passeggiata di Nervi. E anche questa volta ci sarebbero tutti gli indizi che porterebbero al secondo nulla di fatto, aprendo la strada a possibili assegnazioni dirette o sensibili rivisitazioni delle richieste economiche da parte del Demanio Marittimo che è il proprietario del bene.

    «Visto l’esito della gara precedente – spiega l’architetto Roberto Tedeschi, direttore dell’ufficio Patrimonio e Demanio, nel corso del sopralluogo delle commissioni consiliari competenti – avevamo chiesto di ribassare il canone di concessione e di non parametrarlo al mero valore immobiliare bensì alle tariffe applicate alle opere di difficile rimozione, tenendo conto dello stato della struttura. Ma la nostra richiesta non è stata accolta». D’altronde, anche se andasse deserto questo secondo bando, il Comune non avrebbe alcun potere decisionale diretto.

    Eppure la direzione regionale del Demanio e la stessa Regione Liguria avevano dato il proprio parere favorevole a una riduzione del canone di concessione già a partire da questa nuova gara. Da Roma, invece, è arrivato il niet e si è dovuta reiterare la stessa strada già percorsa infruttuosamente lo scorso anno. Per i 616 mq di superficie complessiva coperta (sale, invece, a 897 mq la volumetria che comprende anche il terrazzo e altre superfici pertinenziali) vengono chiesti 55908,78 euro oltre imposta regionale, per arrivare dunque a un totale di circa 5 mila euro al mese per tutta la durata della concessione che non potrà essere superiore ai 20 anni.

    Immutata la destinazione d’uso rispetto all’ultima attività svolta all’interno del compendio: la concessione, infatti, verrà aggiudicata “a favore del soggetto che garantisce il miglior standard qualitativo, la migliore organizzazione dei servizi, il miglior piano di investimenti e la più proficua gestione del compendio demaniale nonché in base al maggior rialzo sul canone, per un uso che risponde ad un più rilevante interesse pubblico” relativa ad attività “alberghiera, bar ristorante, cure salsoiodiche e attività connesse”. Certo, qualora anche il secondo bando andasse deserto, potrebbe intervenire qualche modifica sulle destinazioni d’uso ma sono difficili da prevedere grandi stravolgimenti, quantomeno dal punto di vista urbanistico e della struttura esterna, visto che si parla di un edificio che sorge a picco sul mare e vincolato dalla Soprintendenza.

    Benché la proprietà dell’edificio sia demaniale, la gestione della gara e il presidio del bene dopo la procedura fallimentare sono stati affidati al Comune di Genova. Eppure per Tursi non è previsto alcun guadagno, mentre il 10% dell’importo fissato per il canone concessorio dovrebbe andare a rimpinguare le casse della Regione. «Noi siamo meri esecutori del regolamento del Demanio Marittimo – accusa Tedeschi – con tutti gli oneri a carico del Comune: quando è stata trasferita la competenza non ci è stata passata neppure una matita. E lo stesso avviene per le altre 350 concessioni del Demanio Marittimo che abbiamo lungo tutta la città, ad eccezione della parte di competenza portuale da San Giuliano a Vesima».

    Gli investitori dovrebbero farsi carico anche dei lavori di risanamento e ristrutturazione dello stabile entro 3 anni e secondo i dettami previsti dal bando e nel rispetto dei vincoli posti dalla Soprintendenza: si parla, tra le altre cose, di consolidamento dei piloni che si fondano sulla scogliera, consolidamento strutturale della soletta fronte mare a cui si accede dal seminterrato, abbattimento di tutte le barriere architettoniche e tutti gli adeguamenti alle prescrizioni di sicurezza vigenti.

    Ad eccezione del piano a livello del mare, la struttura, non appare in condizioni di conservazione così tremende. Al piano passeggiata si trovano gli spazi (e alcuni rimasugli dei vecchi arredi) della vecchia sala ristorante, la cucina, due camere sul lato di ponente e, all’esterno, la terrazza scoperta (la copertura abusiva di cui avevamo parlato in passato è stata finalmente rimossa). Salendo le scale di questo particolare edificio che richiama in tutto e per tutto una nave ancorata, si trovano 10 camere, un locale per la guardiania e una terrazza vista mare.

    I dolori arrivano quando si scende a livello del mare: si tratta di locali con funzione deposito e servizio per il ristorante soprastante, oltre all’accesso alla scogliera. Ma la sorpresa, negativa, è arrivata nel corso del sopralluogo della commissione consiliare: i tecnici comunali, infatti, hanno ammesso contestualmente di aver avuto per la prima volta accesso al seminterrato dove è stato possibile verificare un parziale allagamento, dovuto a una non meglio definita perdita d’acqua tuttora in corso.

    Gli interventi per riqualificare l’intero bene, dunque, risultano ingenti e il canone elevato, parametrato a una durata massima della concessione relativamente breve, rendono difficile l’appetibilità ai capitali privati. Tanto che qualche consigliere di maggioranza ha provato a lanciare sul banco l’ipotesi di un investimento pubblico, addirittura comunale: un azzardo che potrebbe risultare alquanto eccessivo in tempi di bilanci strappalacrime.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    manicomio-quarto

    Una conferenza stampa per far sapere alla città che se la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è sostanzialmente ferma all’accordo di programma siglato oltre un anno fa la colpa è tutta di Arte (e, di conseguenza, della Regione). «Nel novembre 2013 – ricorda il sindaco Marco Doria – abbiamo ribaltato una decisione precedentemente assunta da Regione e Asl di alienazione del complesso, condividendo la necessità che le aree dell’ex ospedale psichiatrico restassero, almeno in parte, di fruibilità pubblica». Da allora Tursi ha recepito il disegno dell’area all’interno dei propri strumenti urbanistici e ha avviato un processo di interlocuzione con Regione, Asl e Arte, ma soprattutto con il Municipio, le associazioni e cittadini riuniti nel Coordinamento per Quarto, per decidere che cosa fare delle aree di propria competenza.

    Nell’accordo risalente a più di un anno fa, infatti, il Comune aveva ottenuto come onere di urbanizzazione alcuni spazi dell’ex Op per un totale di circa 3500 metri quadrati. Aree che formalmente non sono ancora di proprietà di Tursi ma in cui, in questi anni, sono già state organizzate alcune iniziative di coinvolgimento della cittadinanza e altre troveranno spazio nei prossimi mesi. «L’idea generale – prosegue il primo cittadino – è quella di muoversi affinché questo luogo diventi il baricentro pubblico del levante cittadino, conservandone la memoria storica».

    All’interno del nuovo Puc, l’area viene trattata come ambito speciale di riqualificazione urbana. Certamente, vi troverà spazio la nuova piastra sanitaria del levante per dare vita a una sorta di “cittadella della salute”: «L’ex Op non dovrà essere visto dal cittadino esclusivamente come un luogo dove poter fare le analisi del sangue – spiega l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – ma vi saranno percorsi specifici per che riguardano la salute mentale, le dipendenze, l’accompagnamento alle famiglie con bambini problematici». E siccome i problemi di salute, e di salute mentale in particolare, non possono essere affrontati solo attraverso uno sportello socio-sanitario, molta attenzione sarà posta ad altri servizi di accoglienza e integrazione. Per questo motivo grande spazio verrà dato agli eventi culturali: «Vogliamo partire dalla valorizzazione dell’esistente, dalla Biblioteca storica, dal Museo delle forme inconsapevoli, dall’archivio dei documenti dell’ex Op e del centro Basaglia – spiega l’assessore Carla Sibilla – dando vita a una vera e propria rigenerazione della memoria, attraverso la nascita di una nuova biblioteca multimediale e un centro museale multidisciplinare (quARToteca) affiancati da un’attività ristorativa». Spazio anche alla creatività giovanile con un bando nazionale e internazionale che nei prossimi mesi darà l’opportunità di arricchire gli spunti progettuali individuati da Comune e Municipio.

    Manicomio Quarto, mappa
    Clicca per ingrandire – Le proprietà del Comune di Genova riguardano parte del settore 1, ove troverà spazio la piastra sanitaria del levante.
    La proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, invece, riguarda gli edifici compresi tra la linea nera grassettata e corso Europa

    Com’è noto, all’interno del progetto di riqualificazione dell’intera area, che supera i 23 mila metri quadrati, troveranno spazio anche nuovi insediamenti residenziali e turistico alberghieri, controbilanciati da verde urbano attrezzato e altri spazi a disposizione dei servizi pubblici.

    «Stiamo cercando di mettere una pezza a un errore in termini di scelte e uso del territorio commesso in passato: la più classica delle cartolarizzazioni di beni pubblici, messa in piedi solo per cercare di fare cassa» commenta il vicesindaco, Stefano Bernini. «Siamo di fronte  a una situazione simile a quella che, su piano più privatistico, si vive anche a Sestri nell’area ex Marconi. Cerchiamo di aprire una nuova porta ma, per fare ciò, non possiamo seguire la logica del singolo proprietario che pensa esclusivamente al proprio utile. Dobbiamo gestire l’area in modo unitario, scegliendo insieme che cosa fare, ragionando come se avessimo di fronte un complesso unico che vuole dialogare con il contesto circostante».

    Per poter giungere alla sistematizzazione di tutto ciò, tuttavia, manca un tassello urbanistico fondamentale: il Puo, piano urbanistico operativo, che deve essere redatto da Arte, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e riguarda sia la parte destinata alla vendita sia gli spazi pubblici superstiti. Una sorta di documento equivalente a quanto il Comune sta chiedendo alla Regione per la realizzazione del Nuovo Galliera.

    Al Puo, su cui dovrà pronunciarsi anche la Soprintendenza, si affiancherà il piano già presentato da Cassa Depositi e Prestiti con cui il Comune ha riattivato i rapporti per far rientrare nella riqualificazione anche la confinante area novecentesca (un tassello piuttosto strategico soprattutto dal punto di vista dell’accessibilità all’area e della mobilità interna) che non era compresa nell’accordo di programma in quanto venduta a Fintecna nel corso di una precedente cartolarizzazione.

    «Arte è il punto debole della vicenda – accusa il presidente del Municipio IX Levante, Nerio Farinelli – la nostra maggioranza a fine dicembre ha inviato una lettera a Burlando lamentando l’inattività dell’ente e chiedendone il commissariamento. Mercoledì prossimo, insieme con il sindaco, siamo stati convocati dal presidente delle Regione: vedremo che cosa succederà».

    Anche Doria conferma che «Arte è un po’ in ritardo. All’inizio avevano messo in vendita con bando pubblico un insieme piuttosto consistente di beni, compresi gli edifici dell’ex ospedale psichiatrico. Poi è intervento il Comune con la volontà di mantenere pubblici alcuni spazi e l’apertura di quel percorso che ci ha portato all’accordo di programma. Nel frattempo, però, a gara in corso (che si è conclusa con un nulla di fatto, ndr) Arte non poteva intervenire con un Puo che riguardasse una porzione delle aree a bando». Ora però, riaperti anche i rapporti con Cassa Depositi e Prestiti e idealmente riunificato tutto il compendio, non si può indugiare oltre, anche perché Asl ha assoluta necessità di entrare rapidamente in questi spazi per abbandonare via Bainsizza e riorganizzare i propri servizi nel levante cittadino.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoEntro la fine del 2015 l’ex mercato di corso Sardegna potrebbe tornare a rivivere. Quantomeno nella sua parte riqualificata secondo il percorso che il Comune e soprattutto il Municipio Bassa Val Bisagno hanno delineato già da tempo (qui l’approfondimento). La conferma arriva direttamente da Massimo Ferrante, presidente del Municipio III – Bassa Val Bisagno che prova a mettere definitivamente a tacere le svariate voci che nelle ultime settimane sono tornate a circolare sul futuro della struttura.

    «La nostra posizione sul futuro dell’area è chiara» ricorda Ferrante. Il Comune ha messo a disposizione 200 mila euro per bonificare l’amianto: 9 mila metri quadrati terminati alla vigilia di Natale per i lavori di rimozione e incapsulamento dei fabbricati (circa il 10% del tetto) che, altrimenti, sarebbero rimasti senza copertura. Altri 500 mila euro sono pronti per la demolizione di due edifici affacciati su via Varese, non vincolati, che darà via libera alla restituzione al Municipio di un importante spazio libero.

    «Ho sempre detto – sottolinea il presidente – che il Municipio avrebbe deciso come gestire lo spazio con i cittadini e il Civ. Abbiamo investito 100 mila euro per la riqualificazione o, più precisamente, risanamento conservativo della facciata, il cui appalto gestiremo in maniera autonoma: verranno rimossi i ponteggi trentennali, tolti gli elementi secondari non originali, sistemati i cancelli e riqualificata la facciata, tutto nel rispetto dei vincoli della Sovrintendenza». Tempi previsti: primo semestre del 2015, nella versione ottimistica ma, sicuramente, entro la fine dell’anno. Periodo in cui Ferrante spera potranno essere completati anche i lavori di competenza comunale.

    La riqualificazione dell’ex mercato ortofrutticolo è tornata di grande moda. Due sono i progetti di riqualificazione alternativa a quelli del Municipio che si sono fatti largo sulle pagine dei quotidiani locali.
    Il più noto è sponsorizzato da Andrea Agostini e dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente. In aperto contrasto con la riqualificazione temporanea scelta dal Municipio, questo progetto, che ha raccolto il consenso di quasi 3 mila cittadini, prevede la conservazione totale del perimetro esterno e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.
    «Sono firme raccolte con l’inganno – tuona Ferrante – perché se vado a dire che l’amministrazione vuole costruire un piazza asfaltata, un parcheggio e nuovo cemento è chiaro che anche io andrei a firmare. Ma noi non vogliamo fare nulla di tutto questo. A noi viene data dal Comune un’area libera per il cui arredamento ho appositamente stanziato 50 mila euro. Saranno i cittadini e il Civ a chiederci che cosa farne. Tra l’altro, con queste associazioni non c’è mai stato un incontro e gli stessi vertici di Legambiente mi hanno chiesto scusa per le sparate di alcuni loro singoli elementi».

    Secondo progetto quello dell’architetto Andrea Martinuzzi, che vorrebbe trasformare l’ex mercato in un centro commerciale del made in Italy di qualità, sull’ambizioso modello londinese di Covent Garden. Anche in questo caso, il niet arriva da Ferrante che, questa volta, non nega di aver incontrato gli ideatori del progetto ma, sostanzialmente, annuncia di averlo già ampiamente scartato. «Finché non si farà lo scolmatore del Fereggiano – ricorda il Presidente – i fabbricati all’interno sono vincolati e non si possono toccare perché sorgono in area esondabile, per cui non è possibile fare alcuna edificazione né cambiamento di destinazione d’uso. Qui, invece, si stanno mettendo già le mani avanti su cosa si potrà fare tra cinque, sei anni. Ma le speculazioni future, nel momento in cui tutta l’area dell’ex mercato tornerà pubblica, sono proprio ciò che vorrei evitare. E poi, secondo lei, vado a realizzare una catena del lusso con i commercianti fuori che faticano a portare avanti le proprie attività?».

    Insomma, Ferrante ha le idee chiare. E non c’erano grossi dubbi: «L’unico spazio utilizzabile è quello del vecchio bar, in posizione rialzata, che sarà dato al Civ è sarà circondato dalla nuova piazza di 4500 metri quadrati che creeremo con le demolizioni previste».

    «È tutto in mano al Municipio – ha assicurato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che ha le idee chiare e naturalmente sceglierà interagendo con il Civ. L’obiettivo è quello di ricostruire una piazza, magari con zone verdi. Noi siamo aperti a ogni possibilità ma, ripeto, sono le realtà territoriali che devono decidere che cosa fare e non certi cittadini magari molto in vista (il riferimento piuttosto esplicito è ad Andrea Agostini, ndr)».

    E il Municipio, allora, che cosa fa? Tira dritto per la sua strada, e organizza un grande evento per il prossimo mese di marzo: «Si tratta di un appuntamento che avverrà proprio dentro l’area che verrà liberata – annuncia Ferrante – un’occasione perfetta per far capire ai cittadini quale vocazione daremo a questa nuova area pubblica e ragionare con loro su come poterla attrezzare».

     

    Simone D’Ambrosio

     

    NOTA

    Pubblichiamo il contenuto della lettera – datata 19 marzo – firmata dal presidente del Municipio Bassa Val Bisagno Massimo Ferrante, in seguito alla richiesta di chiarimenti da parte di Legambiente e del Circolo Nuova Ecologia in merito alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ferrante in questo articolo.

    «Intendo specificare che la raccolta firme effettuata dal Circolo Nuova Ecologia e da altre associazioni è stata assolutamente corretta e legittima ma ritenevo non fosse esatta in alcuni contenuti proposti ai cittadini. Tali incomprensioni sui contenuti ritengo siano il frutto di un mancato dialogo con i proponenti la raccolta stessa. Come Municipio abbiamo intenzione di dialogare con tutti e per questo crediamo sia un utile momento di partecipazione l’incontro organizzato con tutta la società civile il prossimo 29 marzo all’interno dell’ex mercato e dove, come già dichiarato, chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio avrà il suo spazio. Ritengo assolutamente che Legambiente e il Circolo Nuova Ecologia rappresentino una importante realtà cittadina, con cui dialogare è importante in particolare in questa fase di crisi per la città e in un Municipio esposto al dissesto idrogeologico come il nostro. Questo è l’unico argomento che abbiamo condiviso con i vertici di Legambiente, che non hanno chiesto scusa per l’atteggiamento di alcuni loro membri, ma condiviso la necessità che vi sia sempre un dialogo e un canale di comunicazione e scambio aperto fra istituzioni e cittadini».

  • Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoTornato in auge in periodo di campagna elettorale per le regionali, il progetto del Nuovo Ospedale Galliera in questi giorni sta facendo parlare di sé sulle pagine della stampa locale e nei palazzi di piazza De Ferrari e via Garibaldi. Ieri pomeriggio a Tursi l’argomento è stato tirato in ballo dalla consigliera Clizia Nicolella nel corso di un’interrogazione a risposta immediata che ha preceduto, come di consueto, la seduta ordinaria di Consiglio comunale. «Sui giornali è apparsa la notizia che l’unico ostacolo all’approvazione definitiva del progetto sia da attribuire alle consuete lentezze delle pratiche burocratiche comunali ma a noi risulta, invece, che le mancanze vadano imputate alla Regione» ha detto la rappresentante di Lista Doria.

    Tre gli elementi che mancano affinché la palla possa definitivamente passare al Comune: una convenzione Tursi-Galliera che metta nero su bianco gli oneri urbanistici collegati al cambiamento di destinazione d’uso di alcuni plessi da ospedalieri (tra cui l’attuale pronto soccorso e alcuni laboratori) a residenziali, che aumenterà del 10% la superficie abitativa di Carignano e servirà a coprire la sostenibilità economica del progetto; l’accordo di programma riguardante la riqualificazione degli spazi ospedalieri esistenti (l’attuale edificio dell’ospedale Galliera) e l’allestimento di quelli nuovi; un accordo Stato-Regione che stabilisca i finanziamenti necessari all’intera opera, sulla cui copertura economica la Corte dei Conti ha manifestato più volte seri dubbi.

    «È proprio qui – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – che stanno le gambe corte rispetto alle bugie che vengono dette dalla Regione: l’accordo tra governo e Regione non è ancora stato firmato perché i finanziamenti per l’opera non ci sono o comunque non sono ancora chiari. È stato lo stesso assessore regionale Montaldo a confermarmelo il 22 gennaio a Roma, all’uscita da un infruttuoso incontro al Ministero».

    E se non bastassero le difficoltà economiche, a mancare sembra essere anche una più precisa programmazione strategica: «Non esiste – accusa Bernini – un piano sanitario regionale all’interno del quale venga legittimata la necessità dell’intervento sul Galliera. È indispensabile che la Regione chiarisca definitivamente la riorganizzazione dei plessi ospedalieri e delle piastre sanitarie territoriali, quantomeno per quanto riguarda l’Asl 3 genovese».

    Solo dopo che saranno messi a posto tutti questi tasselli si potrà procedere con l’iter urbanistico del progetto che riguarda direttamente il Comune. «In realtà – puntualizza il vicesindaco – ci sarebbe ancora un buco da riempiere: è nell’aria, infatti, una nuova versione del progetto per la riqualificazione del Galliera meno impattante rispetto a quella presentata al Comune e fortemente contestata dai cittadini. Ma agli uffici di Urbanistica, checché venga annunciato dalla Regione, non è ancora stato presentato nulla a riguardo».

    Ecco allora che il nuovo Puc, in cui la realizzazione del nuovo Galliera, o Galliera bis che dir si voglia, è prevista all’interno di un cosiddetto ambito speciale, fa riferimento esclusivamente alla fattibilità del primo progetto presentato. Prima che gli uffici di Urbanistica e, di conseguenza, il Consiglio comunale, si possano esprimere sulla fattibilità del nuovo progetto è necessario che la Regione riempa tutti i buchi e invii le carte a Tursi.

    Con un quadro ancora così ampiamente incerto, è impensabile fare una previsione sui tempi di realizzazione dei nuovi edifici. «Visto che ci sono ancora tutti questi buchi – commenta la consigliera Nicolella – mi auguro che il via libera del Comune dal punto di vista urbanistico a quest’opera (il riferimento è all’ambito speciale inserito nel nuovo Puc che dovrebbe essere votato a breve in Sala Rossa, ndr) sia subordinato alla presentazione da parte della Regione di elementi reali. Il Comune, infatti, e in particolar modo il sindaco sono chiamati a tutelare l’equo accesso alle cure per tutti i cittadini».

    La sensazione che da piazza De Ferrari, soprattutto in tema sanitario, si stia facendo parecchia campagna elettorale è forte. La dimostrazione arriva anche da un’altra delicata situazione che riguarda l’ospedale di Ponente: «A maggio dello scorso anno – ricorda Bernini – l’assessore regionale Montaldo aveva annunciato lo studio di fattibilità dell’opera nelle due aree in ballottaggio di Erzelli e Villa Bombrini. Eppure, finora, al Comune non è arrivato nulla di ufficiale».

     

    Simone D’Ambrosio