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  • Comune di Genova, ennesimo flop in Consiglio: la maggioranza con le spalle al muro

    Comune di Genova, ennesimo flop in Consiglio: la maggioranza con le spalle al muro

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Sette giorni alla maggioranza per ricompattarsi o il sindaco Doria potrebbe seriamente pensare alle dimissioni. Con tutto quello che ne conseguirebbe per il Comune di Genova, ovvero un probabile commissariamento data la scure pendente di un bilancio previsionale ancora da approvare (qui l’approfondimento). Uno scenario che difficilmente passerà dalle parole ai fatti ma che è tornato per l’ennesima volta alla ribalta in Consiglio comunale, dopo un caldissimo e lunghissimo pomeriggio iniziato con tre manifestanti dipendenti delle società partecipate del Comune e tre vigili urbani al pronto soccorso, un Consiglio comunale bloccato per la seconda volta di fila dalla mancanza del numero legale e una maggioranza (e una Giunta) sempre più in difficoltà.

    Consiglio comunale, la delibera sul personale delle partecipate

    Spalti pieni a Palazzo Tursi per il bis della discussione sulla delibera di indirizzo per il personale delle partecipate, già stoppata martedì scorso. I motivi del contendere tra i lavoratori e l’amministrazione riguardano soprattutto la contrattazione di secondo livello, quella tra i sindacati e le singole aziende che determina anche le varie premialità: da una prima stesura della delibera, gli aumenti eventualmente previsti dal contratto nazionale sarebbero stati “sterilizzati” a livello locale per ripianare i debiti delle partecipate. Dopo i primi, forti malumori dei lavoratori, la giunta era intervenuta con un proprio emendamento cercando di ammorbidire la disposizione. Ma non abbastanza da evitare lo scontro con i sindacati che continuano a chiedere a gran voce il ritiro del documento e la possibilità di rimettersi attorno a un tavolo per discutere. Posizioni distanti anche sulle nuove assunzioni, che la delibera prevede solo in caso di nuove attività e che, invece, i lavoratori vorrebbero calibrate sui fabbisogni reali delle aziende.

    “Tagliatevi voi, rispettate i lavoratori, rispettate la città” si legge in uno degli striscioni srotolati sugli spalti mentre vengono intonati cori da stadio indirizzati alla giunta (“andate a lavorare”, “dimissioni”, “a casa” i più pronunciabili). Giunta che dal canto suo, nonostante la battuta d’arresto della scorsa settimana, ha provato a tirare dritto lo stesso. Martedì scorso la seduta in Sala Rossa si era conclusa anzitempo per la mancanza del numero legale (almeno 21 consiglieri, compreso il sindaco, devono essere presenti per garantire validità al Consiglio comunale). Ed esattamente la stessa situazione si è verificata ieri pomeriggio dopo neanche un quarto d’ora dall’inizio della seduta, quando al momento di votare il secondo emendamento alla delibera tutti i consiglieri di opposizione hanno abbandonato l’aula. Risultato: solo 19 presenti, troppo pochi. Tra le file della maggioranza mancavano i consiglieri Veardo (Pd) e Gibelli (Lista Doria), arrivato in ritardo. Presente Gianpiero Pastorino (capogruppo Sel), hanno lasciato la Sala Rossa anche Antonio Bruno (Fds), tutti i rappresentanti del Gruppo Misto (compresi tre consiglieri ex Idv, De Benedictis, Anzalone e Mazzei) e dell’Udc (Gioia e Repetto) da cui non è arrivata la consueta stampella a cui eravamo abituati nei momenti più delicati.

    Maggioranza con le spalle al muro, il problema non è la delibera

    «Ora devi chiedere ai consiglieri di maggioranza che cosa dobbiamo fare» dice con forza, a microfoni spenti, un insolitamente irato assessore Miceli a uno scosso Marco Doria. Ma il problema non riguarda il merito della delibera, su cui i consiglieri non sembrano eccessivamente divisi. Anche tra chi ha abbandonato l’aula c’è la consapevolezza che la questione sia soprattutto politica («abbiamo votato delibere ben peggiori» dicono) e di tenuta della maggioranza. Ancora una volta.

    Con Antonio Bruno passato ormai da tempo a tutti gli effetti all’opposizione, i consiglieri strettamente di maggioranza, sindaco incluso, restano 21. Troppo poco vista l’impossibilità di contare con certezza anche sui voti del capogruppo di Sel, Gianpiero Pastorino (uscito dall’aula martedì scorso, presente ieri), che spesso ha seguito le orme di Bruno. Ecco, dunque, manifestarsi ancora la necessità di «ricompattare la maggioranza, integrandola» come ha ammesso un esponente del Pd.

    E sono stati proprio questi i contenuti di una riunione di maggioranza durata quasi 4 ore e convocata subito dopo la chiusura anticipata del Consiglio, durante la quale il sindaco si sarebbe preso l’impegno di verificare la possibilità di allargare il sostegno alla sua Giunta. «Questo non vuol dire aprire il mercato delle vacche – specifica il segretario del Pd, Alessandro Terrile – ma assumersi una responsabilità di verificare con certezza i numeri e i confini della maggioranza perché è evidente che, nonostante gli impegni personali che possiamo tutti prendere, questa situazione rischi di verificarsi nuovamente in futuro».

    Con tutta probabilità, Doria potrà contare sul sostegno di De Benedictis e Mazzei (ex Idv entrambi presenti alla riunione di maggioranza e più volte votanti a favore della Giunta) ma per mettersi al riparo da influenze, mal di pancia più o meno strategici e impegni di lavoro improvvisi, due consiglieri potrebbero non bastare. Ecco allora che, secondo quanto trapelato, il capogruppo del Pd Simone Farello avrebbe chiesto con forza una sorta di rimpasto di giunta che rispecchiasse al meglio la maggioranza uscita dalle urne: tradotto, un assessorato ad Anzalone (Gruppo Misto, anche lui ex Idv) anche per eliminare qualche assessore ostile al Pd (Fiorini su tutti). Mossa che, però, non riscontra ovviamente i favori del sindaco Doria e che difficilmente troverà concretezza. Così come difficilmente si potrà allargare la maggioranza all’Udc (in Sala Rossa con i consiglieri Gioia e Repetto), in primis per la netta opposizione delle sinistre, secondariamente perché a livello regionale lo stesso partito sta discutendo l’alleanza con la presidenza di centrodestra.

    Intanto, la maggioranza assicura che il magico numero dei 21 consiglieri sia stato blindato per portare a casa quantomeno la votazione della delibera sulla partecipate ricalendarizzata martedì prossimo e per la futura approvazione del bilancio, la cui discussione in Sala Rossa è stata programmata dall’8 al 10 luglio (giovedì al via i lavori delle Commissioni). Nel frattempo, il sindaco dovrà trovare una strategia efficace per tentare di portare a compimento i due anni che lo separano dalla fine del mandato o, quantomeno, di arrivare con le ossa non troppo distrutte all’ultima votazione del Piano urbanistico comunale prevista entro la fine dell’anno.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, presentato il bilancio preventivo 2015: «tagli da Roma? Un dramma»

    Comune di Genova, presentato il bilancio preventivo 2015: «tagli da Roma? Un dramma»

    economia-soldi-D1Manca ancora una ventina di milioni che dovrà arrivare da Roma attraverso il fondo di compensazione per i mancati introiti Imu-Tasi ma il Comune di Genova non poteva indugiare oltre. Questa mattina gli assessori Miceli e Crivello e il vicesindaco Bernini (sindaco assente più o meno giustificato per impegni a Roma con l’Anci) hanno presentato il bilancio preventivo 2015. O, quantomeno, la sua prima parte.  A rischio, infatti, c’era il corretto funzionamento della macchina comunale e l’impossibilità di proseguire ad amministrare la città con l’esercizio provvisorio che, oltre a impedire una spesa mensile per servizio superiore a un dodicesimo del totale investito lo scorso anno, blocca qualsiasi possibilità di sfruttare gli avanzi del 2014, il fondo di riserva e impedisce di contrarre mutui ad esempio per avviare il piano straordinario dei lavori pubblici. «I saldi per uscire dalle pastoie dell’esercizio provvisorio sono stati chiusi circa un mese fa, non potevamo attendere ancora le titubanze di Roma» ha detto l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli. «C’è un trend consolidato da parte dei governi nazionali che si sono succeduti – fa eco il vicesindaco – di arrivare all’approvazione del bilancio a estate inoltrata: così, però, si mette in difficoltà la macchina comunale, dal momento che l’incertezza finanziaria si traduce in disservizi per le comunità da amministrare. Questo non può diventare il metodo ordinario di azione, soprattutto per le grandi Città metropolitane: i bilancio previsionali vanno approvati a dicembre dell’anno precedente».

    Bilancio preventivo 2015 del Comune di Genova, i numeri

    In attesa di entrare maggiormente nel dettaglio, magari provando ad approfondire le voci direzione per direzione in occasione della imminente Commissione a Tursi, il “primo tempo” del bilancio previsionale si assesta su un equilibrio di 1 miliardo e 709 milioni di euro. La parte corrente, invece, si ferma a 827 milioni di euro, circa 29 milioni in meno rispetto a quanto speso lo scorso anno (ma cifra sostanzialmente identica a quanto iscritto nella prima stesura del bilancio previsionale del 2014). Sarà qui che inciderà la manovra correttiva che esamineremo nel paragrafo successivo e, in particolare, nel plafond a disposizione dei vari servizi che l’anno scorso ammontava a 97,3 milioni di euro in bilancio previsionale e, per il momento, si ferma 89,3 milioni. La voce di uscita più corposa, come sempre, è quella relativa al personale (quasi 239 milioni), seguita dal complesso dai servizi Amiu (128 milioni – erano 126 l’anno scorso) e Amt (100 milioni – erano 105 l’anno scorso). Stabili i 111 milioni da sborsare per il servizio prestiti per la quota interessi e la quota capitale.

    Sul fronte delle entrate, come sempre, a farla da padrone sono i tributi versati dai genovesi: per il 2015 sono previsti oltre 542 milioni di euro, provenienti principalmente da Imu-Tasi (239 milioni) e Tari (127 milioni). In attesa della variazione, i trasferimenti si fermano a 100 milioni, di cui oltre 78 di provenienza regionale.

    In attesa della “manovra correttiva”…

    palazzo-tursi-aula-rossa-d22Quella illustrata oggi è solo la prima tappa di un bilancio che dovrà per forza di cose prevedere una corposa variazione, una volta definiti con certezza i trasferimenti del governo centrale, la cui dead line è fissata per il 10 luglio. «Oggi – ha spiegato Bernini – presentiamo il bilancio che porteremo nelle prossime settimane in Commissione e in Consiglio comunale per giungere all’approvazione entro i primi giorni di luglio. Nel frattempo speriamo venga pubblicato il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri e con esso l’ammontare preciso degli ultimi trasferimenti da Roma che dovrebbero aggirarsi sull’ordine di grandezza dei 20 milioni di euro». La cifra, in realtà, è soltanto una stima, frutto di una proporzione rispetto al fondo stanziato lo scorso anno: su 625 milioni disponibili per tutta Italia, Genova aveva ricevuto 27,5 milioni; ma quest’anno il fondo nazionale per i mancanti introiti della tassa immobiliare è sceso a 530 milioni. Entro l’estate, dunque, arriverà anche la seconda tappa, nelle forme di una variante che interverrà soprattutto nel rifinanziamento del plafond di spesa dei singoli servizi alla persona (spesa sociale, trasporto pubblico, scuola, cultura, turismo…).

    Difficile, di conseguenza, confrontare il bilancio previsionale del 2015 con quello dello scorso anno (qui l’approfondimento). Al momento, ad esempio, per il delicato settore del sociale sono stati stanziati solo circa 30 milioni, 6 in meno dello scorso anno, che tuttavia la giunta assicura verranno rimpinguati a dovere con l’annunciata variazione. «L’obiettivo – assicurano gli assessori – è quello di mantenere i servizi sostanzialmente in linea con quanto garantito lo scorso anno e, di conseguenza, anche i finanziamenti sulle singole partite».

    Al di là di queste incertezze, comunque, anche il bilancio di quest’anno conferma le ataviche difficoltà degli enti locali a salvaguardare la tenuta del sistema dei servizi. «Questa politica dei tagli – dice Miceli senza usare mezzi termini – comincia ad assumere aspetti drammatici. Negli ultimi 8 anni i Comuni hanno contribuito alle manovre di riduzione dei costi per 17 miliardi di euro, di cui 9 solo di riduzione di trasferimenti diretti. Per Genova tutto questo si traduce in 178 milioni di euro in meno dal 2011 ad oggi (avevamo affrontato il tema nel dettaglio in questo approfondimento, ndr)». La tenuta del sistema, dunque, è garantita solo grazie a politiche di razionalizzazione della macchina amministrativa: negli ultimi 5 bilanci, Tursi ha prodotto 55 milioni di risparmi solo per le voci principali di spesa relative al personale (attualmente vi sono 550 unità in meno rispetto al 2011), fitti passivi e interessi sui mutui. Ma ci sono anche voci su cui non è più possibile risparmiare, come il capitolo rappresentanza che nel 2014 ha prodotto “addirittura” 89 euro di uscita.

    «Abbiamo invertito la natura delle risorse a disposizione – spiega il vicesindaco Bernini – passando dal 60% di trasferimenti statali al 70% di finanza locale. Questo significa che il Comune di Genova fa da solo oltre i 2/3 degli investimenti necessari per l’amministrazione della città. Il tutto continuando a ridurre lo stock di indebitamento pubblico».
    A proposito di riduzione di debito pubblico, dopo la frenata del 2014 dovuta ai 38 milioni di nuovi mutui per la gestione dell’emergenza alluvionale, nel 2015 si stima un nuova riduzione di circa 13 milioni di euro, portando l’ammontare complessivo a 1 miliardo e 227 milioni; negli ultimi 12 anni, lo stock complessivo si è abbassato di oltre 177 milioni. Nonostante questo, come già dettagliatamente annunciato, anche nel 2015 sono previsti indebitamenti straordinari come quelli per la manutenzione di strade, verde e illuminazione.

    Ma c’è un’altra grande incognita che grava sul bilancio 2015: si tratta di un aspetto piuttosto tecnico che, tuttavia, riguarda una partita di ben 21 milioni di euro. Come abbiamo già accennato nelle scorse settimane, ogni anno il Comune deve prevedere come voce di uscita un fondo di dubbia esigibilità, dovuto ad esempio all’ammontare delle sanzioni elevate e non riscosse o a evasione ed elusione di tasse locali, che va a comprimere di conseguenza la capacità di spesa corrente: quest’anno, la finanziaria consente di iscrivere a bilancio questo fondo non per il suo importo totale ma per un minimo pari almeno al 55%. E così hanno fatto gli uffici di Tursi, avendo sostanzialmente a disposizione dal lato delle entrate il restante 45% di questo fondo, pari appunto a 21 milioni di euro che, tuttavia, l’amministrazione dovrà recuperare entro fino anno ad esempio attraverso avanzi di gestione (benché l’ammontare sia piuttosto elevato, non si tratta comunque di un qualcosa di impossibile dato che l’avanzo del bilancio 2014 ammontava a circa 20 milioni di euro). Di fatto, dunque, al momento al bilancio di Tursi non mancano solo i 20 milioni di Roma ma altri 21 che, seppure iscritti nelle varie poste, dovranno rientrare nei prossimi 6 mesi. Ciò che esce dalla porta, deve rientrare dalla finestra.

    Infine, assieme ai documenti del bilancio, ieri sera la giunta ha ufficializzato anche le aliquote di Imu-Tasi e Tari: nessuna sorpresa rispetto a quanto già raccontato, se non che il Comune è riuscito a finanziare il famoso fondo di solidarietà per coprire le situazioni di insolvenza dovute a gravi disagi economici. Al momento si tratta solo di 500 mila euro che verranno ripartiti secondo criteri da discutere con i sindacati, ma la cifra potrebbe anche aumentare nel caso dovesse arrivare qualche (improbabile) sorpresa positiva dai conti romani.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    porto-terminal-DINel giorno in cui a Ventimiglia – con un’azione di polizia in barba a qualsiasi spirito di solidarietà e accoglienza (mostrato, invece, dai cittadini e dal sindaco della località ponentina che, a suo dire, era del tutto all’oscuro del blitz delle forze dell’ordine) – vengono sgomberati i profughi che sostavano sul confine nella vana speranza di poter raggiungere la Francia, in Consiglio comunale a Genova l’assessore Emanuela Fracassi annuncia l’avvio di due percorsi che attiveranno anche nella nostra città la possibilità di ospitare rifugiati in famiglia, in primis per minori arrivati non accompagnati e successivamente anche per adulti.

    Una proposta di grande civiltà che arriva proprio a ridosso della giornata mondiale del rifugiato (sabato 20 giugno, ma a Genova sono state organizzate iniziative per tutta la settimana con lo scopo di coinvolgere le persone accolte e sensibilizzare la cittadinanza provando a contrastare la dilagante ignoranza sul tema) che prova a rispondere al grido di aiuto di chi è alla ricerca del riconoscimento dei propri diritti di essere umano. L’idea di questa nuova forma di accoglienza diffusa sta circolando già da qualche giorno a livello nazionale e, tra non molto, dovrebbe concretizzarsi anche all’ombra della lanterna.

    Vale la pena ricordare che quando si parla di rifugiati o profughi non si parla di stranieri o immigrati in senso generico ma di persone che non possono fare ritorno al proprio Paese – come dice la convenzione di Ginevra – per un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, idee politiche, appartenenza a gruppi sociali o, comunque, persone che se tornassero nella propria terra natale potrebbero essere vittime di violenze, sottoposte a pena di morte o ad altri trattamenti inumani.

    La proposta di accoglienza dei profughi nel Comune di Genova

    Rispondendo a un question time della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, l’assessore Fracassi ha ricordato in Consiglio comunale che a Genova l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo avviene secondo due strade: «La prima riguarda il sistema coordinato dalla Prefettura per le persone provenienti dagli sbarchi e mette a disposizione circa 500 posti in strutture temporanee ubicate nella provincia di Genova. La seconda, invece, è il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), che chiama in causa direttamente il Comune e 12 associazioni del terzo settore che si fanno carico di un’altra fetta importante di accoglienza». Lo Sprar, in 15 anni di esistenza, ha accolto oltre 1000 persone provenienti da 53 Paesi diversi (Somalia, Eritrea e Turchia i più rappresentati) e accompagnate lungo un percorso di integrazione socio-economica: sono 183 i posti attualmente disponibili a Genova per un progetto che ha un valore economico complessivo di oltre 3 milioni di euro all’anno.

    Ed è proprio tramite lo Sprar che il Comune, a breve, dovrebbe aprire la possibilità per le famiglie private di accogliere minori profughi giunti a Genova non accompagnati. «Nel territorio ligure – ha ricordato Fracassi – sono già presenti due strutture rivolte a questa specifica emergenza e accolgono complessivamente 50 minori. Ma il Ministero dell’Interno ha aperto un bando per la disponibilità di nuovi 1000 posti sul suolo italiano: come Comune di Genova risponderemo a questo bando attraverso lo Sprar, con diverse modalità compresa l’accoglienza in famiglia. Nei prossimi giorni abbiamo già in previsione una riunione con un gruppo di famiglie che si è reso disponibile ad aderire a questo percorso».

    Ci vorrà, invece, un po’ più di tempo per gli adulti. «Ma stiamo lavorando anche su questo piano – assicura Fracassi – e abbiamo già raccolto qualche disponibilità familiare anche per questo tipo di accoglienza. In questo caso però non possiamo far altro che attendere un prossimo bando ministeriale e fare pressione affinché anche il sistema coordinato dalle Prefetture si apra all’accoglienza diffusa». Con il termine di accoglienza diffusa si intende il superamento dell’approccio esclusivamente emergenziale attraverso sistemazioni provvisorie in grandi strutture in favore di un utilizzo sostenibile di appartamenti disseminati sul territorio coinvolgendo, dunque, non solo le istituzioni ma anche i privati grazie al coordinamento delle associazioni del terzo settore. In questo modo si può puntare anche a un’accoglienza numericamente contenuta per ogni singola realtà, favorendo la nascita di contesti relazionali e integrativi molto più efficaci.

    Profughi accolti a Genova e in Italia, i dati aggiornati ai primi mesi del 2015

    Telecamera su GenovaIn Italia sono stati 170 mila i profughi sbarcati nel 2014 ma nei primi cinque mesi del 2015 il trend è aumentato di oltre il 10% tanto che, secondo le previsioni del governo, a fine anno gli arrivi sulle coste italiane potrebbero superare i 200 mila. Ad aggravare la situazione ci sono anche le lentezze delle Commissioni che si devono esprimere sul riconoscimento della protezione internazionale per i richiedenti lo status di rifugiati: la legge stabilisce tempi di attesa tra 21 e 90 giorni ma la realtà parla di periodi che variano dai sei a nove mesi. Nel frattempo, i migranti non possono né cercare un lavoro né spostarsi e devono attendere nei centri messi a disposizione o finanziati dal governo: al momento sul territorio italiano sono poco più di 37 mila i posti disponibili nei centri di prima accoglienza gestiti dalle Prefetture; a questi vanno aggiunti 9500 posti dei Cara, Cda e Cpsa e poco più di 20 mila posti finanziati dal ministero per il sistema Sprar.

    Secondo dati del Ministero dell’Interno risalenti alla fine del 2014, di questi complessivi poco più di 67 mila posti in Italia, 1266 sono situati in Liguria (nemmeno il 2% del totale; le quote maggiori spettano a Sicilia – 21% e Lazio 13%, le minori con percentuali decimali a Valle d’Aosta, Trentino, Basilicata e Abruzzo), 953 in strutture gestite dalla Prefettura e 313 dal sistema coordinato da enti locali e terzo settore. Si tratta dello 0,05% della popolazione residente nella nostra Regione: fanno decisamente di più altre Regioni come Sicilia con oltre 14 mila posti pari allo 0,26% della popolazione, Molise 1150 posti ma 0,23% della popolazione locale, Calabria 4800 mila posti e 0,21%; tra le realtà meno accoglienti ci sono invece Lombardia con 5800 posti pari allo 0,04% dei residenti, Valle d’Aosta 61 posti e 0,037% e Abruzzo con 960 posti e 0,03% della popolazione.

    Secondo i dati pubblicati da Anci Liguria e aggiornati ai primi mesi del 2015, attualmente a Genova sono 513 i profughi accolti in strutture temporanee (di cui 330 in spazi gestiti dalla prefettura e 183 dal sistema Sprar) che rappresentano lo 0,09% della popolazione (nel complesso, invece, a Genova risiedono oltre 56 mila cittadini stranieri che costituiscono il 9,5% della popolazione – dati dicembre 2014). Una quota che sale a 651 persone (446 in strutture temporanee, 205 gestite dallo Sprar) se consideriamo i confini della Città metropolitana, pari allo 0,08% della popolazione (terzo posto in Regione davanti solo a Imperia con lo 0,06% e dietro a La Spezia – 0,11% e Savona – 0,14%). Se, dunque, è probabilmente vero che le strutture attualmente disponibili per l’accoglienza sono al collasso è altrettanto indiscutibile che chi parla di invasione lo fa esclusivamente per meri interessi di propaganda politica o per totale distacco dalla realtà.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Nuovo piano comunale di emergenza: protezione civile, sistema di allerta, scuole e zone esondabili

    Nuovo piano comunale di emergenza: protezione civile, sistema di allerta, scuole e zone esondabili

    bisagno-alluvione-DIGiallo, arancione e rosso. Com’è noto, tra qualche mese saranno questi i livelli di allerta progressiva con cui la Regione Liguria sostituirà l’allerta 1 e 2 – a cui, purtroppo, siamo stati a lungo abituati negli ultimi anni – per omologarsi al quadro nazionale.  Come cambieranno le cose per i cittadini? Difficile dirlo al momento, anche perché prima di entrare in vigore sull’intero suolo regionale, il nuovo sistema di allerta meteo deve essere recepito da tutti i comuni liguri e relative prefetture.

    Per non farsi cogliere impreparato, il Comune di Genova nel frattempo ha presentato il nuovo Piano comunale di emergenza, con cui tra l’altro si prova a rispondere ad alcune carenze evidenziate dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale di Genova in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011 (qui l’approfondimento). La revisione del piano vigente, in realtà, era già pronta da qualche mese tanto il sindaco Marco Doria avrebbe dovuto ricevere le nuove linee guida proprio a ridosso delle tragiche alluvioni dello scorso ottobre. Adesso, finalmente, la delibera è stata approvata in giunta giovedì scorso e può iniziare il suo inter in Commissione e Consiglio comunale prima di entrare in vigore.

    In attesa di capire come si muoverà la Regione, le novità introdotte nel piano, la cui elaborazione è iniziata nel 2013 grazie alla stretta collaborazione con la Fondazione Cima, riguardano soprattutto l’organizzazione tecnica dell’amministrazione per il monitoraggio del territorio e la gestione della protezione civile, non solo in stato di attenzione o allerta.

    «Si tratta – sintetizza l’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello – di una riorganizzazione ed efficientamento di tutto il sistema, attraverso l’inserimento nel piano di emergenza di una serie di ordinanze emanate ad hoc negli ultimi anni e la revisione e potenziamento di alcune strutture di protezione civile e di gestione delle allerte».

    Entrano, dunque, a far parte del piano comunale di emergenza l’immediata chiusura delle scuole in caso di allerta 2 e l’imposizione di tenere gli alunni nell’edificio se, con allerta 1 e quindi a scuole aperte, l’evento dovesse peggiorare. Stessa sorte per le ordinanze sulle zone esondabili, anch’esse non più singoli provvedimenti ma ricomprese in maniera più organica nel piano, ad eccezione di quelle che verranno sistemate nel breve periodo con interventi di ingegneria idraulica (ad esempio, via Shelley).

    Al momento il nuovo piano di emergenza prevede i comportamenti della macchina comunale in funzione del sistema di allerta vigente (1 e 2) ma, almeno secondo quanto assicurato dai tecnici, sarà anche in grado di declinare le nuove azioni che scatteranno quando la Regione darà via alle “allerte colorate”. Eppure i tecnici stessi sono incerti nel rispondere a una semplice domanda: quando scatterà il nuovo piano regionale, con quale colore di allerta si chiuderanno le scuole? Con tutta probabilità, la chiusura automatica arriverà con l’allerta rossa ma non è detto che non possa avvenire anche con l’arancione.

    La difficoltà nella risposta non è tanto dovuta alla fase di transizione dal sistema di allertamento numerico a quello colorato, quanto al fatto che il modello di intervento per gli enti pubblici è organizzato secondo tre fasi operative (attenzione – preallarme – allarme) che non sempre si integrano bene con il sistema di allertamento per la popolazione (a proposito, il Comune sta sviluppando anche un’app per smartphone che andrà ad integrare i canali già esistenti).

    «Non si tratta certamente di un lavoro che finisce qui – ammette Crivello – e nel medio e lungo termine sarà soggetto a modifiche perché oltre 91 mila genovesi abitano attualmente in aree esondabili ma la mappatura – si spera – cambierà con i grandi interventi di ingegneria idraulica a cui assisteremo nei prossimi anni, come gli scolmatori del Fereggiano e del Bisagno».

    Coc, il tavolo per gestire l’emergenza: «nessuno potrà più bussare ed entrare…»

    Le vere innovazioni introdotte dal piano comunale, tuttavia, riguardano soprattutto la messa in moto e il funzionamento della struttura amministrativa, in caso di necessità e non solo. Intanto, viene snellito il Centro operativo comunale (Coc), struttura tecnica a supporto del sindaco per la gestione delle criticità meteorologiche: si tratta sostanzialmente di un tavolone nel cuore del Matitone, attorno a cui vengono prese le decisioni più delicate. Dalle 9 unità attuali (quasi mai rispettate in passato, soprattutto nel 2011 quando attorno al tavolo del Coc gravitavano decine e decine di persone con compiti non sempre chiarissimi) si passa a 6 («e nessuno potrà bussare alla porta ed entrare» assicura Crivello), oltre al sindaco coadiuvato dall’assessore alla protezione civile, per permettere una maggiore rapidità d’azione. Il comitato sarà composto da: direttore generale del Comune, rappresentante dell’area tecnica, rappresentante dell’area servizi, comandante di Polizia Municipale, direttore di Protezione civile e rappresentante dell’area staff e Municipi. Amiu, Aster e Amt siederanno a un altro tavolo, poco distante, assieme ai rappresentati di tutti gli altri servizi e settori del Comune di Genova che dovranno rendere operative le decisioni del Coc.

    Confermate anche le Unità di Crisi dei singoli Municipi che entrano in vigore per la gestione dell’emergenza, la struttura del Coc che monitora 24h su 24 e 365 giorni l’anno il territorio, il presidio permanente di Protezione civile e le 4 pattuglie di polizia municipale come primo strumento di presidio territoriale attivato anche solo in stato di attenzione.

    Qualche nuovo accorgimento riguarderà anche il cosiddetto “stato di pace”, ovvero in situazione ordinaria senza attenzioni, allarmi o allerte. Viene, infatti, individuato un rappresentante di protezione civile per ogni direzione del Comune: «Non si tratta soltanto di una questione di partecipazione alle riunioni e comunicazione con i vertici del settore – spiega Crivello – ma anche della necessità di una maggiore sensibilizzazione sul tema all’interno della struttura amministrativa».

    Tursi, in sostanza, cerca di aprirsi sempre più la strada verso l’autonomia gestionale dalla Regione, nei limiti del possibile e del legalmente consentito, per evitare il ripetersi di critiche impasse come quella dello scorso ottobre quando l’Amministrazione fu costretta a convocare, un po’ fuori dai canoni, il Centro operativo comunale nonostante la mancata emanazione dello stato di allerta da parte di via Fieschi. «La macchina comunale – spiega la neo responsabile di Protezione Civile del Comune di Genova, Francesca Bellenzier – non si attiverà solo su input della Regione ma anche, se necessario, dall’osservazione diretta degli effetti al suolo». Anche perché, in un contesto idrografico come il nostro, caratterizzato da corsi d’acqua ripidi e con breve distanza tra la fonte e linea del mare, aspettare l’evoluzione dell’evento può essere un errore irreparabile.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Lavori pubblici, stanziamenti straordinari per strade, verde pubblico e pulizia dei rivi

    Lavori pubblici, stanziamenti straordinari per strade, verde pubblico e pulizia dei rivi

    lavori-cantiere-brignole-EAncora in attesa di poter presentare e discutere il bilancio previsionale per il 2015 (c’è tempo fino a fine luglio), l’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello, conferma quanto già annunciato ad aprile con l’illustrazione dell’elenco annuale dei lavori pubblici: nel 2015 sarà previsto uno stanziamento straordinario di 8 milioni e 250 mila euro per le manutenzioni di strade, marciapiedi, verde pubblico, segnaletica, impianti di illuminazione e semaforici. Una sorta di riedizione in miniatura del piano Straordinaria Genova, con cui la giunta Vincenzi aveva investito circa 30 milioni in due anni.

    Manutenzione stradale, segnaletica, verde pubblico

    via-buozzi-cantiere-2Tursi, dunque, dopo qualche anno di restrizione, prova a invertire la rotta facendo gli straordinari attraverso un indebitamento ad hoc. Oltre 6 milioni di euro saranno investiti sul capitolo strade, andando sostanzialmente a raddoppiare la dotazione prevista dal contratto di servizio di Aster e raggiungendo un importo complessivo di poco inferiore ai 12,5 milioni di euro. Nel 2015 verranno così asfaltati circa 350 mila mq di strade, di cui 200 mila grazie al piano straordinario, e saranno ripristinati 12500 mq di marciapiedi, di cui 6500 di interventi straordinari. Grazie a oltre 1 milione di risorse aggiuntive rispetto agli 1,6 milioni del contratto di servizio, saranno 500 gli impianti di illuminazione e i semafori interessati a manutenzione, raddoppiando gli interventi ordinari. Leggero aumento anche per gli interventi sul verde pubblico: i 640 mila euro straordinari porteranno a oltre 3 milioni le risorse disponibili con cui, tra le altre cose, saranno garantiti 160 interventi di reimpianto.

    Un capitolo degli 8,250 milioni sarà dedicato al rifacimento della segnaletica orizzontale e verticale, con poco meno di 430 mila euro che implementeranno i 730 mila di dotazione standard. La gestione di questo tipo di interventi passerà in toto, anche se ancora in via sperimentale, nelle mani dei Municipi. Inoltre, saranno ripristinati 2100 attraversamenti pedonali, 700 in più di quanto si sarebbe riuscito a fare solo con il contratto di servizio.

    A livello complessivo, invece, i lavori più significativi interesseranno la riqualificazione di Mura delle Cappuccine, il ripristino della pavimentazione a lastre di via Assarotti, e via Cairoli, la sistemazione dei marciapiedi di via Caffaro, Lungomare di Pegli, via Merano, via Fillak e via Rimassa, il rinnovo del viale alberato di via Pastrengo, la messa in sicurezza di via Mogadiscio, la sistemazione dello spartitraffico di via Cantore, il ripristino dei vialetti di Villa Piaggio e della pavimentazione in gomma di piazza G. Ferraris.

    Pulizia dei rivi, Crivello: «Un po’ di verde nell’alveo non genera alluvione»

    Ponte Carrega, ValbisagnoMa gli interventi su strade, verde e impianti non sono gli unici finanziamenti straordinari sui lavori pubblici previsti dall’amministrazione. L’aumento più significativo di risorse riguarderà, infatti, la pulizia dei rivi (esclusi, naturalmente, gli interventi di ingegneria idraulica): ai poco più di 560 mila euro del contratto di servizio annuale, vengono aggiunti oltre 1,3 milioni di euro per una dotazione complessiva che sfiorerà i 2 milioni di euro. Uno stanziamento indispensabile per intervenire sulle situazioni di maggiore difficoltà negli 88 rivi cittadini (di cui 28 tombati, cioè coperti) che superano il chilometro di lunghezza e le altre centinaia più brevi. I lavori riguarderanno il completamento dello sgombero di materiale post alluvionale per complessivi 25 mila metri cubi e la rimozione della vegetazione dagli alvei per 20 mila metri quadrati.

    L’assessore Crivello, però, tiene a sottolineare un aspetto importante: «Un po’ di verde nell’alveo non genera alluvione». Come da spiegazione dei tecnici presenti all’incontro con la stampa, la maggior parte delle canne o delle sterpaglie che vediamo nei rivi cittadini non sono fonte di intoppo per la defluenza idrica: anzi, le radici trattengono il terreno sottostante e diminuiscono il trasporto di materiale solido. In sostanza, l’acqua quando ha necessità di passare riesce a piegare senza alcuna difficoltà buona parte di questa vegetazione che, in questi ambienti, trova il suo habitat naturale.

    Significativo anche l’aumento di risorse per la manutenzione straordinaria delle caditoie per la raccolta e lo smistamento dell’acqua piovana: ai soli 250 mila euro del contratto annuale si aggiungono 800 mila euro straordinari superando così il milione di euro complessivo (negli ultimi tre anni i finanziamenti, invece, erano oscillati tra i 200 e i 250 mila euro). Con questa dotazione si realizzeranno 300 interventi anche se, per ammissione di Aster, la città ne avrebbe bisogno di almeno 3 volte tanto.

    Aster: «Finalmente, basta “tapulli”…»

    Nel 2015, dunque, Aster potrà godere complessivamente di oltre 40 milioni di euro: 18 in parte corrente, 12 in conto capitale previsti dal contratto di servizio ordinario e oltre 10 milioni di finanziamenti straordinari complessivi. «Tutto questo – commenta con soddisfazione il direttore di Aster, Mauro Grasso – ci consentirà nuovamente di poter realizzare interventi completi e programmabili, evitando di dover ricorrere a interventi palliativi e consueti “tapulli”». Ma non tutte le opere potranno essere realizzate direttamente dalla partecipata del Comune. «Di sicuro non appalteremo le asfaltature che sono il nostro core business – assicura Grasso – mentre per altri lavori come il rifacimento dei marciapiedi o la pulizia dei rivi dovremmo sicuramente affidarci all’esterno, sempre mantenendo la regia dei lavori. Le risorse umane che abbiamo a disposizione sono limitate e anche se potranno migliorare proprio grazie al piano straordinario, di certo non siamo in grado di coprire tutti gli interventi internamente».

    Ancora fermo al palo, invece, il tanto atteso tavolo di coordinamento tra gli uffici comunali dei lavori pubblici e i responsabili delle grandi utenze del sottosuolo (luce, acqua, gas e nuove tecnologie): una delle principali difficoltà della nostra città è proprio la mancanza di coordinamento tra tutti i soggetti che hanno necessità di “bucare” asfalto e marciapiedi per realizzare il proprio lavoro. L’assessore Crivello ha più volte annunciato la volontà di dare vita a un percorso condiviso da tutti gli attori per concentrare gli interventi e ridurre al minimo i disagi. L’immensa mole di lavoro per gli uffici comunali a seguito degli interventi, emergenziali e non, post alluvione, ha sostanzialmente stoppato ogni discorso ma la speranza è che si possa tornare a parlarne a breve. Anche perché sarebbe un vero peccato, oltre che uno spreco di denaro pubblico e una fonte di grande rabbia per i cittadini, vedere una strada appena riasfaltata nuovamente aperta dopo pochi mesi per far passare la fibra ottica o per cambiare, come imposto dalle norme, i tubi del gas.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Orti urbani, approvato il nuovo regolamento per assegnazioni e gestione. Spazio anche agli under 30

    Orti urbani, approvato il nuovo regolamento per assegnazioni e gestione. Spazio anche agli under 30

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareÈ stato finalmente approvato nella seduta di giunta di questa mattina il nuovo Regolamento per l’assegnazione e la gestione degli orti urbani nel Comune di Genova (leggi l’inchiesta “Genova, una città da coltivare” su Era Superba #58, qui la versione ridotta). Dopo una lunga gestazione, iniziata con le proposte della Consulta del Verde arenatesi poi, come spesso succede, sulle scrivanie di Tursi, la delibera passerà ora alla discussione della Commissione e del Consiglio comunale, prima di entrare in vigore.

    Ancora suscettibile di qualche modifica, dunque, il nuovo regolamento andrà a sostituire una normativa non più adeguata e in vigore da una decina di anni. Il punto focale è l’ampliamento del concetto di orto urbano, che prima era sostanzialmente solo un appezzamento di terra destinato alla coltivazione tout court per pensionati o fasce di popolazione particolarmente disagiate. Si allarga anche il numero di cittadini che potranno potenzialmente utilizzare i terreni previsti per l’uso agricolo e selezionati allo scopo dai Municipi.

    Ma vediamo nel dettaglio quali sono le novità più importanti di questo regolamento, partendo dalle nuove definizioni che vengono date al concetto di orto urbano. Oltre al tradizionale appezzamento di terreno da cui l’assegnatario può ottenere produzione di fiori, frutti e ortaggi per l’autosostentamento, vengono individuati:

    community garden, orti destinati alla coltivazione collettiva e partecipata, già presenti in alcune realtà come quelle della Madonnetta (San Nicola, Castelletto);

    orti didattici, allo scopo di avvicinare giovani e bambini alla conoscenza e al piacere di coltivare la terra, come previsto ad esempio nel progetto di riqualificazione di Valletta Carbonara;

    orti sociali e terapeutici, in cui si pratica la coltivazione ortofrutticola come elemento di integrazione sociale di persone o gruppi svantaggiati (immigrati, anziani, disoccupati ma anche disabili o persone sottoposte a terapie di riabilitazione fisica e psichica);

    orti innovativi in cui dare spazio a metodi di agricoltura biologica ed ecocompatibile, con particolare attenzione alla tutela della biodiversità e alla diffusione di pratiche virtuose come la gestione razionale dell’acqua, la raccolta differenziata e il riuso dei rifiuti, l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili.

    Naturalmente ogni tipologia di orto avrà i propri criteri per stabilire le graduatorie ai fini dell’assegnazione. Vi sono però alcuni requisiti generali: avere la residenza o la sede legale (in caso di associazioni) nel Comune di Genova oppure non avere fondi di proprietà destinati alla coltivazione sempre nel territorio comunale, essere in grado di provvedere autonomamente alla cura dell’appezzamento, non aver subito condanne per reati contro l’ambiente.

    Le differenze arrivano, invece, quando dagli orti tradizionali si passa alle categorie fresche di introduzione. I primi devono essere accessibili pedonalmente, sorgere in prossimità di sorgenti, essere suddivisibili in singole unità tra i 50 e 100 mq. La graduatoria per l’assegnazione, come detto, tiene conto di nuovi parametri: i punteggi non premieranno più solo la fascia anziana superiore ai 65 anni d’età ma anche, in modo decrescente, i giovani tra 26 e 30 anni. Altri criteri premieranno i redditi Isee più bassi, il numero di componenti del nucleo familiare, l’eventuale presenza di handicap e la residenza nel Municipio in cui si trova il terreno.

    Per gli orti speciali, destinati principalmente ad associazioni, scuole, comitati e altre forme di gruppi di persone, vengono aggiunti ulteriori criteri. Intanto, gli appezzamenti in cui sorgono devono essere complessivamente estesi almeno per 500 mq. Poi, entrano in gioco le funzioni sociali, educative e la qualità dei progetti e delle pratiche agricole e il coinvolgimento delle persone potenzialmente interessate, il tutto in base a criteri e punteggi già dettagliati dallo stesso regolamento.

    «Le difficoltà più grandi – sostiene l’assessore al Verde, Italo Porcile – non riguardano tanto la disponibilità delle aree che potrebbe essere sufficiente a soddisfare buona parte delle richieste quanto la sensibilità, da un lato, dell’amministrazione a proporre e pubblicizzare in maniera efficace bandi e assegnazioni di questo genere e, dall’altro, della cittadinanza a rispondere e aderire nei fatti alle iniziative comunali a riguardo».

    Nella delibera, comunque, si evidenzia anche la necessità che gli uffici di Tursi individuino nuove aree destinabili ad orto urbano, ad esempio in terreni di proprietà civica non utilizzati o con concessioni in scadenza. Spetterà poi a Municipi la gestione dei bandi per le assegnazioni e il controllo del rispetto dei contratti di concessione che potranno avere la durata massima di 4 anni per gli orti tradizionali (allungabile a 6 in caso in cui gli assegnatari si facciano carico di opere di manutenzione straordinaria dell’area) e 5 per le nuove categorie (prorogabili per altri 5).

    Porcile, e non solo, crede molto nelle potenzialità degli orti urbani: «La promozione dell’uso di spazi pubblici con queste finalità – dice l’assessore – costituisce, soprattutto in periodi di recessione  economico-finanziaria, un’importante opportunità economica, sociale ed ambientale per la collettività. Inoltre, una gestione produttiva e manutentiva di porzioni di territorio marginali e residuali, attraverso attività di produzioni agricole a basso impatto ambientale ed ecocompatibili, comporta un miglioramento della vivibilità urbana». Tutto sta nel capire quanto l’amministrazione riuscirà a raccogliere questa sfida e a rilanciarla in maniera efficace ai cittadini in cerca di un piccolo orticello da coltivare anche tra le mura della città.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Tasse e rifiuti: quanto ci costa la chiusura di Scarpino e il trasporto fuori regione?

    Tasse e rifiuti: quanto ci costa la chiusura di Scarpino e il trasporto fuori regione?

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-DTasi (tassa sui servizi indivisibili, sostanzialmente la discendente della vecchia Imu) invariata e Tari (tassa sui rifiuti) aumentata di una manciata di euro. L’assessore al Bilancio, Francesco Miceli, ha confermato ieri in Consiglio comunale le indiscrezioni già circolate nei giorni scorsi sulla stampa locale. I genovesi potranno, dunque, versare tranquillamente entro il 16 giugno l’acconto Tasi; tempi più lunghi, invece, per la Tari, per cui arriveranno a casa i bollettini probabilmente con scadenze simili a quelle dello scorso anno (la prima rata per le utenze domestiche scadeva il 31 ottobre). L’annuncio dell’assessore al Bilancio è un’occasione per fare il punto sul delicato tema rifiuti, analizzandolo soprattutto dal punto di vista economico. Quanto costa oggi e quanto costerà domani ai genovesi la chiusura di Scarpino e il relativo trasporto dei rifiuti fuori regione? Nella prossima bolletta gli aumenti saranno quasi impercettibili… Proviamo a fare chiarezza.

    Tassa sui rifiuti: rimandata la stangata Scarpino, costi per ora coperti da Amiu

    Per legge il gettito complessivo della tassa deve essere sufficiente da solo a coprire tutti i costi del servizio di raccolta e smaltimento della spazzatura sul territorio cittadino. Per sapere quanto dovremo pagare quest’anno bisogna anche in questo caso aspettare l’approvazione delle delibere collegate al bilancio preventivo ma è ormai certo che gli aumenti rispetto al 2014 saranno contenuti nell’ordine di una decina di euro e non riguarderanno tutti i contribuenti. «Nel 2014 – precisa l’assessore Miceli – il gettito complessivo della Tari è ammontato a 126,552 milioni di euro mentre quello del 2015 sarà di 126,555 milioni: una differenza quasi impercettibile». Gli aumenti della bolletta, infatti, dipenderanno solo da una riduzione delle superfici tassabili: in altre parole, meno genovesi soggetti alla tassa e, quindi, importi un po’ più alti per chi deve pagare. «Semplificando con un esempio – spiega Miceli –vuol dire che se prima la tariffa la pagavano in 1000, ora gli stessi costi vanno ripartiti tra 950 persone a causa di maggiori abitazioni o esercizi commerciali sfitti».

    E Scarpino? L’assessore al Bilancio annuncia che per quest’anno i maggiori costi sono stati sostanzialmente coperti da non meglio precisate operazioni di «efficientamento complessivo di Amiu che hanno permesso di ottenere risparmi che sostanzialmente hanno azzerato i costi extra». Certo, sulla Tari 2015 incidono solo i trasferimenti fuori Regione del 2014: meno di tre mesi per un ammontare complessivo stimabile attorno ai 6 milioni di euro. «Si tratta all’incirca del 5% dei costi complessivi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti – dice il presidente di Amiu, Marco Castagna – un risparmio assolutamente in linea per un’azienda che si vuole innovare e rinnovare come Amiu, dato da maggiori ricavi e vari interventi di ottimizzazione del servizio».

    In realtà i risparmi annunciati sono al momento solo una previsione e saranno frutto di un mix di aumento di ricavi e maggiore attenzione ai costi che Amiu si è impegnata a produrre in atti concreti nel nuovo corso, parallelo alla realizzazione dell’ormai famoso nuovo piano industriale (qui l’ultimo approfondimento). In sostanza, i maggiori costi sostenuti nel 2014 per il trasporto dei rifiuti fuori Regione non verranno coperti da maggiori versamenti del Comune, e quindi dei cittadini, nelle casse della partecipata ma saranno ammortizzati direttamente dall’azienda attraverso un potenziamento del business proveniente dalla raccolta differenziata, il reintegro di alcune attività prima date in outsourcing e altri accorgimenti di razionalizzazione di costi interni.

    Un risparmio che potrebbe anche diventare strutturale e ripetersi negli anni a venire, soprattutto se si riuscirà a dare un’importante accelerata alla realizzazione del nuovo piano industriale che consentirà un approccio diverso al mondo dei rifiuti, non più visti come spazzatura ma come risorsa da riutilizzare.

    Ma che cosa succederà nel 2015 quando i mesi di conferimento dei rifiuti fuori Liguria da coprire saranno molti di più? La stangata sulla bolletta è solamente rinviata di un anno? «Sicuramente i costi del servizio del 2015 saranno maggiori perché sono di più i mesi di esercizio fuori Regione – ammette Castagna – ma è impossibile parlare di quanto questi si rifletteranno sulla Tasi del 2015: intanto non sappiamo ancora quando potremo riaprire Scarpino e poi bisognerà vedere in quanti anni decideremo di spalmare questi maggiori costi perché non è certo pensabile che vengano coperti tutti l’anno prossimo». Volendo azzardare delle cifre si potrebbe dire che, a parità di risparmi di Amiu e se malauguratamente  Scarpino dovesse rimanere chiusa per tutto il 2015, i maggiori costi da coprire si aggirerebbero attorno ai 23 milioni di euro (2,5 milioni al mese a cui vanno sottratti circa 7 milioni di presunti risparmi). Ma si tratta di un puro esercizio di stile perché, come tiene a sottolineare l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, «stiamo parlando di poste troppo variabili, su cui incidono i valori di mercato e intrecci molto più articolati di vari bilanci».

    Quello che è certo è che il famoso “costo di chiusura di Scarpino” potrebbe essere trasformato in una pillola più piccola da ingoiare perché dilazionata su diversi anni, una pillola su cui incide anche la scure degli improcrastinabili interventi previsti dal nuovo piano industriale (nella Tari di quest’anno rientra solo una piccola quota di lavori di messa in sicurezza della discarica di Scarpino) e che non si sa ancora come verranno finanziati.

    Proprietà immobiliari: tasse invariate

    Per quanto riguarda la Tasi, invece, sembra non cambiare nulla. E non poteva essere diversamente. Nel 2014, infatti, il Comune di Genova aveva applicato l’aliquota massima sulla prima casa, pari al 3,3 per mille (qui l’approfondimento). Invariato anche il sistema delle detrazioni in funzione della rendita catastale dell’immobile di proprietà e dei figli a carico. «La normativa nazionale – ha detto Miceli – prevede che nel caso non sia stata ancora approvata la delibera di definizione delle aliquote della Tasi per l’anno in corso (situazione in cui ricade il Comune di Genova, ndr), l’acconto sia uguale a quello dell’anno precedente, se non sono intervenute variazioni di possesso immobiliare. Qualora i Comuni approvassero successivamente aliquote diverse, le modifiche interverrebbero sull’importo del conguaglio». Una situazione, tuttavia, che non si dovrebbe verificare per i genovesi dato che l’assessore ha sottolineato l’intenzione dell’amministrazione di confermare in tutto e per tutto gli importi del 2014 nella delibera di quest’anno che anticiperà l’approvazione del bilancio.

    Via libera, dunque, ai pagamenti degli acconti. Per i cittadini che volessero un’ulteriore conferma, il Comune mette a disposizione un calcolatore automatico degli importi dovuti (qui), numero verde (800184913) e indirizzo e-mail (tasionline@comune.genova.it) per chi volesse chiarimenti specifici e, infine, un servizio di calcolo e stampa dell’F24 per il versamento previo appuntamento all’Ufficio IMU/TASI di via di Francia 3 – 2° piano (Matitone) da fissare chiamando il numero verde.

    Brutte notizie, invece, per chi sperava nel fondo di solidarietà per le famiglie in maggiore difficoltà economica. Il sostegno approvato lo scorso anno dal Consiglio comunale per rispondere alle pressanti istanze dei sindacati non è mai stato finanziato. La situazione critica delle casse comunali sembra non consentire l’introduzione di fatto di questo strumento perequativo neppure per quest’anno. La conferma, comunque, arriverà solo dal bilancio preventivo 2015 che, con tutta probabilità, si voterà a fine luglio. «Se nel Consiglio dei Ministri convocato giovedì – spiega l’assessore Miceli – il governo dovesse dare il via libera alle compensazioni ai Comuni per i mancanti introiti dovuti al cambiamento Imu – Tasi (che per Tursi al momento significano 27,5 milioni in meno a disposizione nel bilancio annuale, ndr) il discorso potrebbe essere riaperto».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Bandiere blu a Genova e in Liguria: come si ottiene il titolo? Non solo acque pulite

    Bandiere blu a Genova e in Liguria: come si ottiene il titolo? Non solo acque pulite

    Il Mare
    (foto di Roberto Manzoli)

    Ogni anno i “fortunati” comuni annunciano con orgoglio di aver avuto l’assegnazione. Quest’anno le bandiere blu in provincia di Genova sono Chiavari – Zona Gli Scogli, MonegliaSanta Margherita Ligure – Scogliera Pagana – Punta Pedale- Zona Milite Ignoto e Lavagna. Mentre in tutta la Liguria i comuni premiati sono 23. Ma che cosa si nasconde dietro al titolo ottenuto e come si fa ad ottenerlo?

    La bandiera blu è una certificazione ISO 9001 – 2008 che viene rilasciata dalla FEE Fondation for Environmental Education (Fondazione per l’Educazione Ambientale). Per ottenerla è necessario rispondere ai requisiti di un questionario e allegarvi la documentazione necessaria. Sono i comuni a presentare richiesta per le diverse zone presenti sul proprio territorio. Ma questo è possibile solo per le località le cui acque sono risultate eccellenti l’anno precedente.

    Un documento di 15 pagine elenca i dettagli dei criteri e della documentazione da riportare per l’ottenimento della bandiera blu. La procedura prevede cinque fasi che vanno dal ricevimento del questionario, passando per la pre analisi dei questionari da parte della sezione italiana di FEE per permettere l’accesso alla giuria tecnica fino all’assegnazione della bandiera confermata dalla FEE internazionale. Il questionario viene modificato quasi ogni anno, al fine aiutare le amministrazioni nel percorso di ottenimento della bandiera. Si compone di 12 sezioni ciascuna con assegnazione di un punteggio, relative alla spiaggia, alla qualità delle acque, alla gestione dei rifiuti, all’educazione ambientale, al turismo alla pesca.

    Inoltre, è stata introdotta una sezione dedicata allo stabilimento balneare, a quanto leggiamo sul documento, per individuare e premiare alcuni stabilimenti balneari  delle località bandiera blu che si siano contraddistinti  nel corso della precedente  stagione.  Insomma non si tratta semplicemente di acqua cristallina. Viene assegnata ad una “località ambientale” che può coincidere con l’intero comune o ad alcune zone di esso.

    Oltre a valutazioni “classiche” come la qualità della spiaggia o delle acque si valutano la gestione dei rifiuti, la presenza di discariche o di termovalorizzatori e la realizzazione di un minimo di 5 attività di educazione ambientale promosse dal Comune.

    La sezione dedicata al turismo, ad esempio, per l’assegnazione del punteggio si basa sul rapporto fra flusso turistico e ricettività, il comune, cioè, deve garantire la presenza di strutture adeguate  e allo stesso tempo il flusso turistico non deve causare un impatto negativo  sul territorio comunale.

    Una volta ottenuta la bandiera resta blu per un anno, per riaverla bisogna ogni anno rifare da capo l’intera procedura e allegare le foto che documentano di aver rispettato tutti i doveri dell’averla ottenuta.

    FEE, la fondazione che assegna il “titolo”

    Il Mare e la Scogliera
    La FEE, Foundation for Environmental Education (Fondazione per l’Educazione Ambientale) fondata nel 1981, è un’organizzazione internazionale non governativa e non-profit con sede in Danimarca. La FEE Italia, costituita nel 1987, gestisce a livello nazionale i programmi: Bandiera Blu, Eco-Schools, Young Reporter for the Environment, Learning about Forests e Green Key (foto di Roberto Manzoli)

    Vi sono diversi passaggi prima di arrivare al verdetto finale, in prima battuta è il personale di FEE ITALIA a ricevere i questionari dei comuni, interviene poi la giuria nazionale e infine si passa al vaglio di FEE Internazionale. Della giuria fanno parte esperti in tematiche ambientali, sia rappresentanti istituzionali o privati, in questo modo tutte le tematiche affrontate nel questionario hanno un referente di riferimento.

    Sono tante le istituzioni pubbliche che vengono chiamate a partecipare con un loro rappresentante, per citarne alcune: Ministero dei beni e delle attività Culturali e del turismo, coordinamento assessorati al turismo  delle regioni, Capitanerie di porto, FIN sezione salvamento, ecc…

    In questa sede vengono verificate  le risposte riportate e emerge una classifica. Questa viene trasmessa al coordinamento internazionale della FEE che effettua verifiche a campione  sui dati ricevuti e esprime parere positivo o negativo per la bandiera blu. Per valorizzare al meglio gli esperti che compongono la Giuria, la procedura di valutazione è suddivisa in 4 gruppi di lavoro (che riuniscono le tematiche trattate nel questionario): acque di balneazione, depurazione delle acque – certificazione ambientale e gestione dei rifiuti – turismo, spiaggia, pesca – educazione ambientale, informazione e iniziative per la sostenibilità ambientale.

    I singoli gruppi di lavoro assegnano un voto alle singole tematiche. Ogni tematica (ad es. spiaggia oppure acque di balneazione) ha un peso diverso, questo per tenere conto dell’impatto che ciascun tema ha sulla salvaguardia ambientale.

    Scorrendo i criteri richiesti (la maggior parte rigidi e specifici) alcuni ci hanno fatto un po’ sorridere, ci pare che si tratti di buona e normale gestione delle spiagge e dell’ambiente più che di assegnazione di titoli. Ad esempio “la spiaggia deve essere pulita”, “adeguato personale di salvataggio deve essere disponibile” o ancora “equipaggiamento di primo soccorso presente” , “tutti gli edifici e le attrezzature di spiaggia devono essere mantenuti in buono stato”. Ci ha incuriosito un requisito “imperativo” (così sono definiti criteri obbligatori): “vegetazione algale o detriti naturali dovrebbero essere lasciati sulla spiaggia” che usa un condizionale nella forma. Allo stesso modo incuriosisce il criterio che richiede che “almeno” una spiaggia con bandiera blu per ogni comune debba avere accesso e servizi per i disabili.

     

    Claudia Dani

  • Ex mercato di Teglia, la riqualificazione fa discutere. Il Comune si è svegliato tardi

    Ex mercato di Teglia, la riqualificazione fa discutere. Il Comune si è svegliato tardi

    ex-mercato-tegliaLa nascita di un piccolo discount a Teglia rischia di diventare l’ennesimo elemento di attrito tra il Consiglio comunale e la giunta. Nella prossima seduta consiliare di martedì 9 giugno (il 2 giugno è festa, niente assemblea in Sala Rossa) dovrebbe, infatti, essere discussa una variante urbanistica che darà il via libera alla riqualificazione dell’ex mercato di piazza De Caroli 9 e alla sua trasformazione in un cosiddetto “esercizio di vicinato” marchiato In’s. Un’operazione non vista di buon occhio dal Municipio e alla quale anche i consiglieri comunali stanno cercando di opporsi. Ma sembra ormai essere troppo tardi.

    L’edificio, già sede di mercato comunale, è diventato lo scorso autunno di proprietà del Gruppo Viziano, in seguito alla famosa permuta con cui Tursi ha acquisito un immobile in via Cantore, eliminando una serie di fitti passivi, e ha ceduto diversi beni all’imprenditore edile (oltre all’ex mercato di Teglia, sono passati di mano l’ex diurno di piazza Acquaverde, un locale sottostrada in via Vernazza, un complesso in via Chighizola, un locale commerciale in piazza Dante e, soprattutto due immobili in via Casotti e via Capolungo a Nervi).

    Qualora, dunque, i consiglieri dovessero rigettare la pratica potrebbero insorgere complicanze legali dal momento che si andrebbe a negare un diritto di acquisito ad un privato.

    La variante urbanistica è necessaria perché le attività dell’ex mercato rionale erano comprese nella destinazione d’uso a servizi. Già la giunta Vincenzi, con il progetto preliminare del nuovo Puc approvato a dicembre 2011, prevedeva la trasformazione dell’area in tessuto urbano, dando dunque via libera alla possibilità di aprire un piccolo esercizio commerciale di vicinato. Variazione confermata nel progetto definitivo del Puc approvato lo scorso marzo. «La variante urbanistica – spiega il vicesindaco Bernini – serve solamente ad accelerare i tempi e a far partire i lavori di riqualificazione prima dell’entrata in vigore ufficiale del nuovo Puc: con questo provvedimento, infatti, allineeremmo il piano vigente che risale al 2000 a quello approvato e in attesa di diventare operativo».

    Molti consiglieri di maggioranza e opposizione si schierano però a fianco del Municipio V – Valpolcevera che lamenta un mancato coinvolgimento nel processo decisionale. «Siamo sicuramente contenti che si possa finalmente riqualificare l’immobile – dice l’assessore municipale Mario Vanni – ma ci avremmo visto molto meglio il trasferimento della sede della Polizia Municipale o la realizzazione di una palestra di roccia. Abbiamo grosse preoccupazioni per il nuovo esercizio commerciale, intanto perché non prevede la realizzazione di nuovi parcheggi e quindi andrebbe a insistere sugli stalli già esigui a disposizione della cittadinanza. Poi siamo preoccupati per la mobilità dato che l’accesso alla piazza non è certo dei più agevoli e insiste su una zona già teatro di gravi incidenti stradali. Infine, seppure piccolo, è previsto un ampliamento dello spazio occupato dal negozio con conseguente erosione di altre aree della piazza dedicate alla socialità».

    L’ampliamento, in realtà, non è poi così piccolo. Per norma regionale, la superficie netta di vendita di un esercizio di vicinato non può superare i 250 mq e così sarà anche per il nuovo discount. Ma le dimensioni complessive di superfice agibile possono estendersi fino 300 mq, comprendendo in questo caso anche il deposito e il locale per gli uffici. L’aumento previsto è del 14% dei volumi attuali e del 10,5% della superficie agibile che, secondo quanto assicurato dai tecnici del Comune, non andrà a modificare l’aspetto paesaggistico dell’area.

    «Le battaglie – commenta Bernini – andavano fatte nel ciclo amministrativo precedente, quando si decise di togliere la destinazione d’uso a servizi. Ora stiamo solo cercando di accelerare una riqualificazione che seppure non a fini sociali punta a dare un valore aggiunto al territorio almeno dal punto di vista urbano. Peraltro, vorrei precisare che non stiamo parlando di un supermercato ma di un franchising che avrà tutte le caratteristiche del classico negozio di quartiere, pensato per la spesa quotidiana e non certo per le scorte settimanali».

    Ma è proprio sulla politica commerciale attuata che il consigliere Gianni Vassallo (Pd), ex assessore allo Sviluppo Economico, solleva qualche dubbio: «È vero che il mercato comunale è fuori uso da tempo – dice Vassallo – ma è anche vero che dopo la chiusura di questa realtà è entrata in vigore una riforma sulla gestione dei mercati rionali che ha fatto sì che alcuni, come quello della Foce, non chiudessero e altri, come quello di Sarzano, aprissero. Siamo certi che consorzi di operatori mercatali non sarebbero voluti entrare nella gestione dello spazio di Teglia? Abbiamo sentito le associazioni di categoria?».

    Domande di per sé legittime ma che tuttavia sembrano arrivare fuori tempo massimo. Perché nessuno ha storto il naso al momento di approvare la permuta dei beni con il Gruppo Viziano? E soprattutto, perché Vassallo non intervenne al momento dell’approvazione del Puc preliminare sotto la giunta Vincenzi, di cui era proprio assessore al Commercio?

    Laconica ma molto significativa la chiosa del consigliere Luciovalerio Padovani (Lista Doria): «Credo che dopo aver approvato la delibera di permuta non possiamo più fare molto. La questione però chiama in causa un tema più ampio, ossia la gestione del patrimonio. Nel momento in cui alieniamo un bene pubblico, come successo con l’ex mercato di Teglia, rischiamo di perdere delle opportunità solo per non aver ragionato meglio su come valorizzare l’immobile e non fare semplicemente cassa. In questo caso perdiamo un’occasione di sfruttare il nostro patrimonio per riqualificare il territorio, come ci ricorda il Municipio. Di fronte a queste scelte bisognerebbe operare con più attenzione, soprattutto in un momento in cui l’assessore Piazza sta facendo un lavoro di mappatura del territorio: bisogna ragionare non solo in termini di valorizzazione economica ma anche di valorizzazione sociale per dare respiro e nuove opportunità a territori particolarmente sotto pressione».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il palazzo ex Nira verrà demolito per fare spazio al nuovo waterfront: al Comune 4,8 milioni

    Il palazzo ex Nira verrà demolito per fare spazio al nuovo waterfront: al Comune 4,8 milioni

    Ex Ansaldo Nira
    L’edificio ex Ansaldo Nira in via dei Pescatori 35

    Addio al palazzo ex Nira. Dopo le aste deserte e i sogni proibiti della Fiera di trasformarlo in un albergo 4 stelle con probabile centro commerciale annesso, l’edificio di 11 piani e 14500 metri quadrati che si affaccia sul mare fin dal 1964 sarà definitivamente abbattuto.

    La notizia era nell’aria da un po’ di mesi, da quando cioè Renzo Piano aveva presentato il suo Blue Print, il progetto sostenuto da Autorità portuale e Regione Liguria (e ultimamente anche dal sindaco Doria) con cui l’archistar genovese vorrebbe riqualificare l’affaccio sul mare del levante cittadino . Ecco perché Autorità Portuale si è detta fin da subito interessata ad acquistare l’edificio, passato nel frattempo dalla proprietà di Fiera a quella di Tursi nell’ambito del ridimensionamento del quartiere fieristico (qui l’approfondimento) necessario alla copertura dei debiti accumulati dallo stesso ente.

    Il Comune non ha mai detto no all’operazione anche perché il palazzone di via dei Pescatori 35 è sostanzialmente abbandonato dai primi anni del 2000. Già a fine 2011, ai tempi della gara pubblica per la cessione dell’immobile, la base d’asta aveva fatto crollare di parecchio il valore del bene che fino a pochi anni prima, in maniera probabilmente un po’ troppo generosa, rappresentava una voce del patrimonio pubblico pari a 18 milioni di euro. Ma il bando andò deserto.

    Il palazzo era nato con l’idea di ospitare un museo delle telecomunicazioni e un centro congressi ma rimase sostanzialmente inutilizzato fino agli anni ’80, quando fu rimesso in sesto da Ansaldo Nira prima di passare ad Ansaldo Trasporti. A marzo 2005 il definitivo abbandono.

    Un’offerta da 13,5 milioni, a dire il vero, era arrivata nel 2013 dal ramo immobiliare di Esselunga nell’ambito delle trattive private successive alla gara pubblica: non se ne fece nulla perché l’interesse era vincolato a una richiesta di cambio di destinazione d’uso dell’area a fini commerciali. Come ci aveva già spiegato lo scorso anno il vicesindaco Bernini, infatti, se si fosse cambiata la destinazione d’uso, si sarebbe dovuta riaprire la gara e fermare la procedura di assegnazione diretta perché, a termini modificati, si sarebbe potuto manifestare qualche altro soggetto interessato.

    Poi, come detto, è arrivato il Blue Print. Adesso, Comune e Autorità portuale hanno trovato l’accordo per una cifra pari 4,8 milioni di euro. Un regalo? Apparentemente sì ma, secondo gli amministratori di Tursi, il forte sconto a Palazzo San Giorgio è facilmente spiegabile.

    Innanzitutto, cambia la destinazione d’uso. L’ex Nira non avrà più destinazione direzionale ma “di abbattimento”. Dopo l’acquisizione, Autorità portuale provvederà a demolire l’edificio sancendo sostanzialmente il via libera ai lavori di riqualificazione del waterfront, secondo l’impostazione del Blue Print di Piano. Come abbiamo avuto modo di raccontare già in passato (qui l’approfondimento), in questa zona dovrebbe sorgere la nuova sede dello Yacht Club che lascerà gli attuali spazi per consentire il tombamento dello specchio acqueo del Duca degli Abruzzi necessario all’ampliamento delle attività di riparazioni navali.

    Ma c’è un’altra ragione che ha consentito di abbassare notevolmente le richieste economiche di Tursi. Ad Autorità portuale, infatti, è stata venduta solo la superficie in piano e non la superficie agibile. Ciò significa che, secondo la norma di legge che prevede la possibilità di ricostruire altrove gli edifici abbattuti (il famoso “costruire sul costruito” tanto caro al nuovo Piano urbanistico comunale), il Comune di Genova si è tenuto un “jolly” di 14500 metri quadrati da realizzare in altre parti della città. Niente grandi speculazioni edilizie in vista, almeno al momento, ma semplicemente un’operazione fittizia che consente a Tursi di vendere in futuro un pacchetto virtuale di metri quadrati a chi demolirà altri edifici ma avrà la necessità di acquisire ulteriori spazi per ottenere il diritto di realizzare nuove costruzioni. Un esempio? Secondo le norme previste dal Puc, chi volesse costruire una casa da 200 mq in un’area di presidio ambientale (piccoli polmoni verdi incastrati tra le aree agricole vere e proprie e il limitare della città, qui l’approfondimento), normata secondo i vincoli meno restrittivi, dovrebbe teoricamente possedere terre per almeno 20 mila mq; in realtà, potrebbe avere solo 10 mila mq (che, di per sé, consentirebbero la realizzazione di una casa di soli 100 mq) e acquistare gli altri 10 mila da questo gruzzoletto del Comune.

    Insomma, Tursi ci rimette (più di) qualcosa adesso ma nel frattempo si libera di un grosso fardello ormai considerato inutile e conta di recuperare con operazioni edilizie e urbanistiche future una parte dei soldi a cui oggi decide di rinunciare. Il gioco varrà la candela? Molto dipenderà dai tempi di realizzazione del nuovo waterfront, al momento tutto con fondi pubblici ancora da trovare.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Valletta Carbonara, il lavoro dei volontari e la prima apertura al pubblico: il progetto prende forma

    Valletta Carbonara, il lavoro dei volontari e la prima apertura al pubblico: il progetto prende forma

    valletta-san-nicola-2Valletta Carbonara, anche conosciuta come Valletta San Nicola, riapre le porte al pubblico. Solo per mezza giornata, sabato 23 maggio dalle ore 10 alle ore 15, i cittadini potranno vedere da vicino e toccare con mano il prezioso lavoro che i volontari del comitato “Le Serre” stanno realizzando negli spazi alle spalle dell’Albergo dei Poveri che, finalmente, il Comune ha reso accessibili. Dopo aver ricevuto le chiavi dall’amministrazione, una sessantina di volontari, quasi tutti abitanti tra San Nicola e Castelletto, ha dato vita a un intenso lavoro di pulizia e di rimessa in sesto dell’area. «Quello che vedranno i genovesi – ci racconta il portavoce del comitato, Franco Montagnani, che continua a ramazzare anche mentre parla con noi – è senza dubbio un cantiere aperto ma una valletta finalmente accessibile, pulita da una quantità immane di rifiuti e, in buona parte, potata». Quello di sabato sarà soprattutto un evento simbolico, a meno di due mesi dall’ingresso dell’associazione nelle terrazze ai piedi dei giardini Pellizzari di corso Firenze: nessuno è mai entrato in maniera così libera tra i viali della Valletta, quasi sempre osservata dall’alto. «I lavori – prosegue Montagnani – dureranno per tutto l’anno ma siamo arrivati a un punto tale da poter iniziare la prima semina nelle aiuole di prodotti orticoli e fiori».

    Antica sede delle serre comunali, la Valletta torna a piccoli passi alla sua vocazione originaria dato che il nuovo Piano urbanistico ne conferma la destinazione agricola e a verde pubblico, mettendo definitivamente fine alle mire espansionistiche del settore edilizio che, con i passati cicli amministrativi, puntava a realizzare un silos di parcheggi e, probabilmente, anche nuove abitazioni.

    valletta-san-nicola-verticaleL’intera area (circa 27 mila metri quadrati), di proprietà dell’Istituto Brignole, è in affitto al Comune di Genova fin dal 1970. Nel 2001 l’amministrazione ricevette una lettera di sfratto ma non abbandonò mai definitivamente l’area, dando vita a un contenzioso di non semplice soluzione, considerando anche che il Brignole è stato messo in liquidazione dalla Regione a fine 2012. Per il momento, in attesa di una soluzione del pregresso, un nuovo accordo siglato a fine 2014 lascia le chiavi in mano a Tursi fino al 31 dicembre 2015, per 40 mila euro all’anno. Ma che cosa succederà dal primo gennaio? «Le rispondo come farebbe un allenatore – sorride Montagnani – e cioè vediamo come va il campionato. È ancora troppo presto: noi cerchiamo di fare bella figura e raggiungere gli obiettivi dell’accordo, poi vedremo. Non credo ci saranno mai i presupposti per mandarci via, anche perché vorremmo creare una vera e propria rete fruttuosa con altre associazioni interessate alla valletta. Vorremmo evitare i soliti bandi fratricidi ma dare vita a un’opera collettiva».

    «Due sono le strade percorribili – ricorda il vicesindaco, Stefano Bernini – o sigliamo un nuovo contratto di locazione con la Regione o procederemo all’acquisto del diritto di superficie per un arco di tempo il più lungo possibile. Si tratta solo di capire quale sia la strada migliore e su cui si riuscirà a trovare l’accordo più vantaggioso ma il contrasto con i proprietari dell’area si può considerare rientrato».

    La speranza dei cittadini è di veder nascere un piccolo polmone verde pubblico a gestione partecipata, un nuovo luogo di aggregazione sociale che dia spazio ad attività ricreative, didattiche e turistiche, oltre naturalmente alla produzione floro-orticola-vivaistica. «Secondo la convenzione – entra più nel dettaglio Montagnani – al momento abbiamo a disposizione solo l’anello superiore della Valletta che comprende le cinque serre più grandi». La restante parte, quella più a ridosso dell’Albergo dei Poveri, è ancora in stato di abbandono. «Solo dopo aver messo a pieno regime la prima parte, potremo allargare l’attività a tutta la Valletta, come d’altronde previsto dal nostro progetto». Un progetto che, sostanzialmente, potrebbe essere suddiviso in tre fasi: pulizia, preparazione del terreno e inizio coltivazione, lancio delle attività a carattere sociale. «Dopo esserci dedicati alla ripresa della parte botanica – sottolinea il portavoce del comitato Le Serre – passeremo all’organizzazione di eventi, compreso un grande festival sul tema della valorizzazione del verde e dei beni pubblici che ospiteremo in autunno».

    La prime due fasi, come visto, sono in stato piuttosto avanzato avendo superato le difficoltà più grosse: una legata alla scarsa disponibilità di terra, risolta proprio ieri con la sigla di un accordo per l’ottenimento di una parte del materiale scavato per la copertura del Bisagno, che tanto spazio ha trovato nella cronaca locale degli ultimi giorni; l’altra legata allo smaltimento dei rifiuti. «Abbiamo avuto qualche difficoltà con Amiu – ammette Montagnani – per il recupero dei rifiuti che, naturalmente, abbiamo raccolto in maniera differenziata. Ma, adesso, con l’azienda abbiamo iniziato un percorso di stretta collaborazione che speriamo ci porti a diventare il punto di riferimento per la raccolta dell’umido quando, in autunno, arriveranno i cassonetti marroni anche nel nostro quartiere».

    Un po’ più complicata, invece, la realizzazione degli spazi dedicati alla terza fase, quella della socialità. «Nell’area più pianeggiante, dove in futuro dovrebbe sorgere una sorta di agorà – spiega Montagnani – è crollata la volta del rio Carbonara in seguito alle alluvioni dello scorso autunno (esattamente come la ben più famosa voragine di via Ausonia, poche centinaia di metri più in su, ndr). La zona, dunque, è stata recintata e non sarà accessibile fino al completo ripristino e messa in sicurezza». Un vero peccato perché il cantiere impedirà ai cittadini, che sabato faranno visita alla Valletta, di ammirare anche la splendida collezione di felci storiche collocata negli spazi più a sud, oltre i lavori.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amt e trasporto pubblico, arriva il tanto atteso bando di gara verso il bacino unico regionale

    Amt e trasporto pubblico, arriva il tanto atteso bando di gara verso il bacino unico regionale

    autobus-amt-3Nel cielo plumbeo del trasporto pubblico genovese e ligure, arriva dalla Regione una notizia che prova, non senza fatica, a scacciare qualche nube dal futuro. Nei prossimi giorni, sul sito web dell’Agenzia regionale per il Trasporto Pubblico Locale sarà pubblicato il bando di gara internazionale per la manifestazione di interesse alla gestione del tpl nel nuovo bacino unico ligure. Questo primo bando si chiuderà il 31 luglio prossimo, rispettando i 60 giorni minimi previsti dalla normativa europea. A quel punto scatterà la seconda fase, quella delle offerte vincolanti, a cui potrà partecipare solo chi avrà aderito alla manifestazione di interesse.

    Nella stessa nota la Regione conferma che la gara dovrà chiudersi entro il 31 dicembre, anche perché in quella data scadono tutti i contratti di servizio locali. I tempi tecnici formalmente ci sarebbero, dato che anche la seconda gara ha una durata minima di 60 giorni e massima di 90. Ma è piuttosto improbabile, se non praticamente certo, che le procedure di assegnazione possano essere pressoché immediate e, soprattutto, che non vi siano ricorsi. Senza considerare che il vincitore della gara dovrà avere un po’ di tempo a disposizione per organizzare un servizio completamente nuovo. Per cui, all’orizzonte non si vede altra strada se non quella di una proroga quantomeno parziale degli attuali contratti di servizio in essere, con i relativi oneri economici che ricadrebbero sui gestori di oggi ovvero, per quanto riguarda Genova e Amt, palazzo Tursi.

    Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria >> Leggi l’approfondimento

    Intanto, c’è da capire chi possa realmente essere interessato a un bando che, almeno nella sua ricognizione preliminare, non indica le risorse messe a disposizione dagli enti pubblici. Certo, stiamo pur sempre parlando del secondo bacino nazionale per quanto riguarda il trasporto pubblico locale e quindi di un servizio piuttosto appetibile ma in tempi di crisi è difficile trovare un investitore pronto a intervenire alla cieca, soprattutto su un territorio dalla conformazione così complessa. La partita dei contributi pubblici, com’è noto, si gioca tutta nella diatriba tra Regione e Comune di Genova: da via Fieschi, poco prima della sospensione elettorale, erano stati stanziati 139,6 milioni per il 2016, da aumentare di qualche spicciolo negli anni seguenti per tutta la durata dell’appalto, ovvero 10 anni prorogabili per altri 5. Con questa cifra dovrebbero essere coperti i cosiddetti servizi minimi che, tuttavia, non sono ancora stati specificati. È proprio per questo motivo che il Comune non si è ancora espresso sul contributo di sua competenza, a completamento di quello regionale assieme alle cifre ben minori stanziate dagli altri enti locali, che potrebbe aggirarsi sull’ordine di grandezza dei 30 milioni di euro (37 milioni sono stati stanziati lo scorso anno, 31 si vocifera siano quelli previsti nel bilancio del 2015). La cifra, comunque, non è ancora stata ufficializzata anche se assessori e tecnici ne hanno già ampiamente discusso seppur in maniera non formale. A Tursi spetta anche la mossa definitiva per la realizzazione dell’associazione temporanea di imprese attraverso cui Amt potrebbe partecipare alla gara. Ma sono sempre più incessanti le voci che vorrebbero il sindaco Marco Doria intenzionato a gettare la spugna e a mettere l’azienda in liquidazione. In questo scenario, che non dovrebbe creare eccessivi problemi per i lavoratori che verrebbero riassunti dal nuovo gestore regionale come previsto dal bando di gara, resterebbe però da capire che cosa succederebbe al servizio qualora il bacino unico non dovesse entrare in funzione già dal prossimo 1° gennaio.

    A Tursi per il momento bocche cucite. Per la sigla degli accordi di programma ufficialmente si attende di sapere quanto siano i risparmi effettivi che deriveranno dai prepensionamenti coperti da via Fieschi con i 12 milioni del famoso fondino: a Genova, sono circa 160 i lavoratori che hanno manifestato la disponibilità ad aderire a questo percorso ma molto dipenderà da quanti confermeranno nei fatti questa scelta. Sicuramente un po’ di respiro per le casse di Amt arriverà da questa partita ma non si tratterà di cifre tali da consentire all’azienda di partecipare alla gara con le proprie gambe. E, allora, molto dipenderà da chi saranno i nuovi inquilini di via Fieschi e da come verranno distribuite le ultime partite del bilancio previsionale del Comune di Genova, che attende ancora di essere portato in discussione in Sala Rossa.

    Intanto, i lavoratori sono sempre più preoccupati per il proprio futuro e quello dell’azienda per cui hanno organizzato due presidi con volantinaggio nelle giornate di ieri e di venerdì 22 maggio; in mezzo, lo sciopero odierno indetto dalla CGIL. I sindacati lamentano il mancato rispetto degli accordi di programma sottoscritti dagli enti pubblici e dall’azienda che avrebbero dovuto portare 400 nuovi bus in Regione e 200 solo per Amt, ma ad arrivarne al momento sono stati solo una cinquantina; nel frattempo, invece, sono state vendute la rimessa di Boccadasse e l’officina Guglielmetti rendendo molto difficile la manutenzione dei mezzi vetusti. Preoccupazioni anche per quanto riguarda le nuove assunzioni che andrebbero a coprire, almeno in parte, i posti lasciati vacanti da pensionati ordinari e prepensionamenti del fondino.

    Simone D’Ambrosio

  • IIT, Istituto Italiano di Tecnologia: la comunicazione con il territorio e la ricerca del personale

    IIT, Istituto Italiano di Tecnologia: la comunicazione con il territorio e la ricerca del personale

    iit-istituto-italiano-tecnologiaL’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è un orgoglio genovese. In più di un’occasione ne abbiamo parlato su queste pagine, in particolar modo, ormai due anni fa, vi avevamo raccontato la nostra giornata con i ricercatori dell’istituto sulle alture di Bolzaneto. In questi ultimi anni l’Istituto Italiano di Tecnologia è cresciuto molto anche per quanto riguarda la comunicazione con il territorio, in rete e non solo, un territorio che si è dimostrato ricettivo. Abbiamo discusso di questo con l’ufficio Comunicazione di IIT e abbiamo scoperto che l’Istituto seleziona i ricercatori in maniera innovativa e trasparente.

    «IIT si occupa di fare ricerca scientifica, ideare, progettare tecnologie che possano migliorare la vita dell’uomo e della terra. L’essere umano è al centro di questo percorso» ci raccontano. Un percorso che non si ferma al processo di ricerca prima e sviluppo poi, ma vuole spingersi fino all’avviamento alla produzione della tecnologia. Questo può avvenire in due modi o tramite la costituzione di start-up dei ricercatori o tramite un’azienda interessata alla produzione di quella specifica tecnologia.

    L’IIT esiste dal 2006, istituito come fondazione di diritto privato e vigilato da Ministero dell’istruzione, delle Università e della ricerca oltre che da quello dell’Economia e Finanza, e riceve ogni anno un finanziamento pubblico di 95 milioni ( l’1% dei fondi per la ricerca nazionale) oltre a finanziamenti privati. La sede centrale è a Genova, vi sono poi altri 11 centri sparsi in Italia e 2 negli Stati Uniti.

    La comunicazione

    Un’istituzione di livello internazionale interessata a comunicare e interagire il più possibile con il territorio nel quale risiede. «Abbiamo fatto molto negli ultimi anni per arrivare al pubblico generalista: i Caffè Scientifici (arrivati alla 4 edizione, ndr) ma non solo, abbiamo partecipato all’evento “La Storia in Piazza” con dei laboratori, ideato un concorso sull’energia a cui hanno partecipato numerose scuole genovesi  – raccontano da IIT – siamo consapevoli che IIT sia riconosciuto a livello internazionale ma molto meno sul proprio territorio e dal pubblico non specializzato. Su questo aspetto vogliamo migliorare».

    Ognuno degli undici centri sparsi per l’Italia comunica con il proprio territorio, alcuni in modo più assiduo ed efficace, altri meno. Gli eventi sono pensati e organizzati dalle varie sedi in modo indipendente, ma sono coordinati e sostenuti dalla sede centrale di Genova.

    «Gli eventi hanno avuto piena risposta dal territorio – continuano –  e in più da un paio di anni, pur avendo profili social da diverso tempo, si è deciso di utilizzarli in modo più bidirezionale di cercare di avere maggiore engagement (coinvolgimento degli utenti ndr). Utilizziamo principalmente Twitter e la pagina Facebook». Sui profili social si trovano le novità e gli eventi in programma.  IIT ha anche un gruppo su LinkedIn che utilizza, al momento solo per le ricerche di personale. Il canale Youtube è seguito (669 iscritti) e ogni video ha in media un migliaio di visualizzazioni.

    Il personale di IIT

    Vediamo se sono cambiati i numeri, rispetto al nostro ultimo approfondimento. L’organico fra sede centrale e altri centri è aumentato di circa 200 persone. Chi lavora in IIT è giovane, la media d’età è di 34 anni, e proviene da 50 nazioni diverse: gli internazionali sono aumentati di 3 punti percentuali dal 2013. Quali i numeri su Genova, quanti liguri? Rispetto al totale di 734 persone sono 249 quelle nate in Liguria.

    Ma vediamo come si entra nell’organico di IIT. Superfluo dirlo, le ricerche hanno respiro internazionale, «l’ultima chiamata, la ricerca in oggetto è ancora in corso in questo periodo, ha avuto una risposta prettamente internazionale, più bassa la percentuale degli italiani che hanno risposto, ne aspettavamo di più».

    Internazionali le ricerche, internazionali le selezioni. L’Istituto, oggi, ha adottato un processo di selezione in uso nei paesi ad alto sviluppo tecnologico come gli USA: il Tenure Track. Questo meccanismo prevede che il reclutamento dei ricercatori avvenga mediante valutazione condotta da un panel di esperti esterni all’IIT. Gli esperti costituiscono un comitato scientifico, si tratta di una dozzina di scienziati provenienti da istituti internazionali, per citarne uno su tutti il MIT.

    «Direttori di dipartimenti scientifici di università internazionali, esperti dei settori di riferimento, è indubbio che nell’ambito dei settori di alta tecnologia a livello internazionale i referenti siano ben individuabili, il desiderio, dato che siamo una fondazione di diritto privato fondata dallo Stato, era di rendere le selezioni più trasparenti possibile».

    Una volta selezionato, il ricercatore ha a disposizione, un numero di anni (5 o 10) per dimostrare di poter condurre in autonomia un programma di ricerca. É totalmente autonomo e responsabile, sia dei collaboratori che del budget a disposizione.

     Per chi non l’avesse ancora fatto rimane ancora (per quanto riguarda la quarta edizione) un “caffè scientifico” cui partecipare. Appuntamento l’11 giugno alla Pasticcieria Liquoreria Marescotti di Cavo alle 18.30. Si festeggerà il primo anno di attività del Nikon Imaging Centre, un laboratorio congiunto con IIT per lo sviluppo di microscopi per la diagnosi non invasiva.

     

    Claudia Dani

  • Tursi, approvata la delibera su partecipate e futuro di Amiu: ennesimo nulla di fatto?

    Tursi, approvata la delibera su partecipate e futuro di Amiu: ennesimo nulla di fatto?

    palazzo-tursi-grillo-luigi-Pdl-D2Se stessimo parlando di calcio, si direbbe una melina infinita. È questa la sensazione che emerge dal lungo Consiglio comunale di ieri pomeriggio in cui è stata approvata con 20 voti a favore (ne mancherebbe uno per la maggioranza assoluta ma, ormai, questo non fa più notizia), 8 contrari (M5S, Pastorino – Sel, Bruno – Fds, Vittoria Musso) e 3 astenuti (Gozzi – PD, Balleari e Campora – Pdl) la delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate del Comune di Genova.

    Una melina perché, se il documento proposto dalla giunta non presentava grosse criticità ed era sostanzialmente condiviso bipartisan quasi nella sua interezza, sul tema più caldo, quello del futuro di Amiu (qui l’approfondimento), viene sostanzialmente sancito l’ennesimo nulla di fatto. È lo stesso Simone Farello a sottolineare come non si possa indugiare oltre: «Non facciamo altro – ha detto il capogruppo del Partito Democratico – che confermare una linea già assunta ad agosto 2013 e poi ribadita a novembre dello stesso anno. Nel frattempo la situazione di Amiu si è complicata e rischiamo che un’azienda che ha grosse potenzialità manifesti soltanto grandi problemi. Dobbiamo decidere che cosa fare per trovare gli investimenti che servono al piano industriale: non abbiamo nessun pregiudizio ma la soluzione va trovata prima dell’estate».

    Una melina perché la modifica proposta (e approvata) dalla stessa giunta – radio Tursi vuole che i cambiamenti siano stati fortemente caldeggiati da Lista Doria ma presentati dalla giunta per evitare giochini politici all’interno della maggioranza e un nuovo scontro tra la lista civica del sindaco e il Partito democratico – rinvia di fatto ogni decisione sul futuro di Amiu a una nuova, ulteriore delibera. Dal testo inizialmente redatto viene stralciato ogni riferimento alla necessità di un “partner industriale” per l’avvio del nuovo corso dell’azienda partecipata da Tursi e si sostituisce tutto con una più generale e onnicomprensiva “partnership”. Un’opera di cosmesi lessicale che Lista Doria vede di buon occhio perché non chiude la porta all’affiancamento di Amiu da parte di soggetti pubblici come Cassa Depositi e Prestiti o Filse, la finanziaria di Regione Liguria. «Dobbiamo salvaguardare l’azienda, i posti di lavori e il controllo pubblico» segna il cammino il capogruppo Pignone che porta a casa anche l’approvazione di un emendamento, già condiviso in maggioranza dallo stesso sindaco Doria, in cui viene richiesta una relazione tecnica da parte di esperti del settore (il famigerato “advisor”, vedi  ad esempio nel caso di Amt) in merito alle varie opzioni di futura aggregazione pubblica o privata, conformemente con quanto previsto dal piano industriale di Amiu (qui l’approfondimento) e dal piano regionale dei rifiuti anche in riferimento agli obiettivi ambientali.

    Ma, come sottolinea Antonio Bruno (Fds), «l’aver tolto la qualifica di “industriale” dalla partnership prevista potrebbe anche aprire la strada a investimenti di fondi speculativi e banche. Il rischio, quindi, è che la modifica introdotta oggi renda il testo ancor più negativo e pericoloso rispetto alla sua versione iniziale, già di per sé negativa».

    Restano, dunque, intatti (e, anzi, forse addirittura rafforzati) gli obiettivi di chi spinge per una quantomeno parziale privatizzazione dell’azienda. Si fa sempre più incessante il nome di Iren, società sì a partecipazione pubblica ma a governance di fatto assolutamente privata.

    Curioso che il sindaco abbia fatto capolino in Sala Rossa solo nei pressi della votazione della delibera, attorno alle 19.30, di ritorno da un impegno istituzionale proprio con i vertici di Iren, con cui si sarebbe discussa una modifica dell’assetto di governance relativa a un cambiamento della partecipazione del Comune di Torino. L’assenza del sindaco non ha offerto una bella immagine per un’amministrazione sempre nell’occhio del ciclone: le delibere importanti latitano e, probabilmente, continueranno a farlo fino a quando non sarà approvato il bilancio (quasi certo lo slittamento a luglio); l’assenza del sindaco da una delle discussioni più delicate in Consiglio comunale da qui all’estate non può certo passare inosservata.

    L’ipotesi dell’ingresso di Iren, come di qualsiasi altro partner privato, è assolutamente contrastata anche dal Movimento 5 Stelle, che in apertura di seduta si era visto bocciare una richiesta di sospensiva della delibera e ha provato fino all’ultimo a far mancare il numero legale votando contro al provvedimento solo all’ultimo momento utile: «Iren – ricorda il consigliere Boccaccio – ha più di 2 miliardi di indebitamento e non esiste alcuna azienda che sia confluita in questa società ed abbia diminuito le tariffe per i cittadini o migliorato i servizi». Preoccupati e molto scontenti sono anche i lavoratori di Amiu che avrebbero preferito che nella delibera fosse specificata la natura pubblica della futura partnership prevista per l’azienda. Ecco, allora, che già oggi potrebbero essere confermati i due giorni di sciopero annunciati e poi sospesi in seguito alla firma dell’accordo con le istituzioni. Un accordo che, tra le altre cose, prevedeva una nuova convocazione delle parti per la formalizzazione degli impegni presi e del relativo cronoprogramma nelle more di un vero e proprio accordo di programma che, nei fatti, non si è ancora verificato.

    Da non dimenticare, come abbiamo detto più volte nelle scorse settimane, che la delibera non riguarda solo Amiu ma 17 società partecipate da Tursi su un totale di una cinquantina. Anche in questo caso, però, il lavoro dell’amministrazione non sembra soddisfare proprio tutti: «La delibera – si diverte a calcolare il grillino Boccaccio – prevede risparmi patrimoniali per circa 1,1 milioni di euro e risparmi nella parte corrente per poco meno di 500 mila euro: il totale fa 1,6 milioni mal contanti. Sul nostro bilancio cittadino che vale circa 880 milioni all’anno, vuol dire un risparmio dello 0,0002%: se dovessimo recuperare il debito pubblico del nostro Comune, che ammonta a 1,250 miliardi di euro, con provvedimenti di questo tipo ci metteremo 783 mila anni. È chiaro che tutto questo rende la delibera alquanto risibile».

    Dal canto suo, l’amministrazione si difende annunciando l’imminente arrivo in Commissione e, conseguentemente in Consiglio, di una nuova delibera con cui verrà rivisto l’organigramma dei dipendenti pubblici, dirigenti compresi, anche dal punto di vista retributivo.

    Da registrare, infine, l’approvazione di 4 emendamenti proposti dal consigliere Vassallo (Pd) che riguardano alcune partecipate “minori”: Asef, Bagni Marina e Farmacie genovesi non vengono più ritenute società indispensabili e la partecipazione pubblica in tali società verrà mantenuta solo a condizione di un’autosufficienza economica delle stesse; Asef viene vincolata a mettere a disposizione del Comune i propri utili di esercizio (si parla di circa 5 milioni) che verranno impiegati per la manutenzione dei cimiteri; il futuro del Job Centre viene lasciato in stand-by fino alla prossima riorganizzazione nazionale dei servizi per l’impiego; per Sviluppo Genova è prevista una maggiore libertà d’azione riguardo operazioni di gestione immobiliare strategica come, ad esempio, l’efficientamento energetico.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ciclo dei rifiuti, ecco il programma di Amiu per uscire dalla crisi: ma chi pagherà?

    Ciclo dei rifiuti, ecco il programma di Amiu per uscire dalla crisi: ma chi pagherà?

    percolato-scarpinoLa domanda è sempre la stessa. Chi troverà i 150 milioni che nei prossimi 5 anni serviranno a dare concretezza al nuovo piano industriale di Amiu? È evidente che le risorse pubbliche non possano bastare per le innovazioni tecnologiche necessarie a trasformare la partecipata del Comune di Genova da società di servizi a vera e propria società industriale. Nella tanto discussa delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate (che dovrebbe essere messa in votazione nel Consiglio comunale di martedì prossimo), come d’altronde già previsto nella delibera di novembre 2013, si fa esplicitamente riferimento all’ingresso di un partner privato: le modalità, però, restano tutte da discutere, soprattutto all’interno della maggioranza che (e non è certo una novità) non è compatta sul tema.

    Decisamente più concordi sono tutti i consiglieri nel commentare positivamente le evoluzioni del piano industriale che Amiu ha presentato questa mattina in Commissione a Palazzo Tursi. «Nel piano industriale presentato in autunno – ha ricordato il presidente Castagna, intervenuto in Sala Rossa assieme al responsabile tecnico e progettuale di Amiu, ing. Cinquetti – delineavamo una serie di interventi da fare a Scarpino e ipotizzavamo un’evoluzione impiantistica ancora abbozzata. Sostanzialmente si lasciavano aperti alcuni scenari che, adesso, sono stati focalizzati».

    Innanzitutto, si prova a mettere la parola fine sulla stabilità della discarica di Scarpino. «È stato realizzato – assicura l’azienda – un sistema completo, semi automatizzato e in tempo reale di monitoraggio con oltre 100 punti di misurazione. Bisogna dire con chiarezza che la discarica è ed è sempre stata stabile: l’unico problema riguardava il coefficiente di sicurezza, ulteriore garanzia di stabilità, che era sceso sotto il valore di legge».

    In via di soluzione anche le problematiche riguardanti il trattamento del percolato e il bilancio idrico della discarica sestrese. «Sono state confermate le nostre supposizioni iniziali – spiega Castagna – e cioè che l’afflusso del percolato di Scarpino 1 è più del doppio di Scarpino 2. Il fondo della vecchia discarica non è stato impermeabilizzato e risente del flusso delle acque piovane». Per risolvere la questione, è stato messo a un punto un sistema di emungimento delle acque piovane e il loro drenaggio in versanti naturali.  «Va ricordato – sottolinea Amiu – che nel 2014 sono piovuti circa 3200 mm di pioggia contro una media degli anni passati tra 1500-1700. Tenendo conto delle variazioni climatiche abbiamo realizzato un bacino supplementare di accumulo percolato per circa 2500 metri cubi e 10 serbatoi mobili (per un totale di 3 mila metri cubi). Inoltre, sono stati predisposti due piccoli impianti mobili di depurazione da 100 metri cubi/ora». Risultato: si aumenta del 40% la capacità di stoccaggio del percolato, precedentemente di circa 14 mila metri cubi e ora salito a 19500 mc.

    Scarpino 3, la “nuova discarica”

    Più interessante e delicata la questione che riguarda la realizzazione di un nuovo lotto di discarica che verrà inevitabilmente battezzato Scarpino 3 ed entrerà esclusivamente in servizio per le frazioni residuali di rifiuti non recuperabili. Il progetto, soprattutto in vista di una potenziale estensione del servizio di Amiu a tutto il bacino della Città Metropolitana, punta ad ottenere la disponibilità di oltre 1,3 milioni di metri cubi di nuovi spazi ma, al momento, l’autorizzazione è stata richiesta solo per 150 mila metri cubi. I nuovi spazi sarà indispensabili alla riapertura della discarica perché Scarpino 2 sarà chiusa e sigillata. Contemporaneamente dovrebbero partire anche i lavori per la definitiva impermeabilizzazioni di Scarpino 1.

    Con Scarpino 3 si modifica parzialmente il ciclo dei rifiuti indifferenziati genovesi. Dal cassonetto verde arriveranno in discarica e verranno sottoposti all’impianto di separazione secco-umido. In Commissione è stato definitivamente confermato l’abbandono del progetto che preveda l’installazione degli impianti di separazione a Volpara e Rialzo: «A gara già fatta – ricorda Castagna – l’evoluzione normativa regionale ha imposto un cambiamento dell’impiantistica: a quel punto abbiamo deciso di sfruttare un’area interna a Scarpino per questo tipo di trattamento». Dopo la separazione, la frazione secca stabilizzata non entrerà nel giro della discarica, almeno in questa prima fase, e dovrà essere conferita fuori Regione a causa degli indici restrittivi imposti da via Fieschi per questo tipo di trattamento. L’umido residuale, invece, dopo essere stato stabilizzato, verrà abbancato negli spazi di Scarpino 3. La biostabilizzazione avverrà all’interno di una ventina di corridoi di cemento coperti da teli che consentono aerazione: un processo simile a quello del compostaggio domestico, che durerà circa una ventina di giorni per ogni ciclo.

    La differenziata secca di qualità continuerà ad andare, invece, all’impianto di via Sardorella a Bolzaneto per essere opportunatamente selezionata e valorizzata prima della vendita sul mercato.

    In questa prima fase, invece, continuerà ad essere conferito fuori Regione l’umido di qualità, proveniente dai cassonetti marroni. Un passaggio, quest’ultimo, che potrà essere internalizzato solo dopo l’entrata in funzione del biodigestore.

    Il piano industriale di Amiu prevede poi l’inizio di una seconda fase, all’interno di questo processo di nuova vita del trattamento dei rifiuti genovesi, che potrebbe partire tra il 2017 e il 2018, ovvero quando verrà realizzato l’impianto per il recupero spinto di materia secca che interverrà dopo la separazione dall’umido del rifiuto indifferenziato. In questo caso, il materiale recuperato sarà venduto mentre gli scarti residuali potranno essere finalmente abbancanti a Scarpino 3, così come l’umido non di qualità.

    A quel punto, per completare la chiusura del ciclo all’interno del territorio genovese e diminuire in maniera sempre più sensibile i rifiuti indifferenziati da abbancare in discarica, mancherà solo il biodigestore che dovrà trattare il materiale organico di qualità (quello raccolto nei cassonetti marroni), indirizzarlo all’impianto di compostaggio e vendere i prodotti sul mercato (gli scarti, invece, andranno a Scarpino 3). Ma dove verrà realizzato questo ormai famoso biodigestore? La scelta, come ricorda Enrico Pignone, capogruppo di Lista Doria, spetta al Comune: «Oltre alla ricerca delle risorse economiche e finanziarie per realizzare questo percorso dobbiamo per forza di cose risolvere il tema della disponibilità delle aree. Non tutte le innovazioni impiantistiche potranno trovare spazio a Scarpino: è indispensabile dare attuazione al recente accordo di programma siglato tra enti locali e sindacati, nel quale il Comune si impegna e risolvere la questione della scelta delle aree entro il 30 giugno. Solo una volta che avremmo definito le aree potremmo avere una più precisa definizione delle risorse economiche e degli investimenti necessari». Per il biodigestore il ballottaggio è sempre lo stesso: ex Colisa o Ilva. Tra meno di due mesi, finalmente, si avrà una risposta.

     

    Simone D’Ambrosio