Categoria: Notizie

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  • Bentornata Era Superba

    Bentornata Era Superba

    [quote]Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. L’unico pericolo della crisi è la tragedia che può conseguire al non voler lottare per superarla.[/quote]

    La nuova rotta di Era SuperbaParole e musica di Albert Einstein (usate anche da Mattia Perin qualche tempo fa, ma vabbè…). È da qui che vogliamo provare a riprendere l’avventura di Era Superba. Dopo i saluti di Gabriele (che, come scoprirete col tempo, non sono per nulla stati un addio), ci siamo presi un po’ di tempo per capire come proseguire il viaggio. Perché abbandonare la nave alla deriva a noi, e speriamo anche un po’ a voi, sarebbe spiaciuto un bel po’. Eccoci, dunque, con le maniche rimboccate, a cercare di tracciare una rotta. Una rotta che impareremo a conoscere giorno dopo giorno, onda dopo onda, anche e soprattutto grazie a voi amici e lettori, se deciderete di darci ancora fiducia. Il viaggio verso una “nuova Era” inizia oggi, da qui e speriamo che possa portarci lontano, o quantomeno che ci accompagni ancora a lungo. Per questo, avremo bisogno di tutti voi. Dei vostri commenti, delle vostre interazioni e condivisioni su Facebook e Twitter, delle vostre segnalazioni e proposte. Se qualcuno, poi, volesse darci una mano ancor più “concreta”, saremo ben felici di ascoltarlo. Come chi vorrà suggerci spunti, mandarci critiche o farci qualche apprezzamento.

    La nuova Era, che non sarà poi tanto diversa da quella che avete sempre conosciuto. Cercheremo di affrontare, sempre con la nostra visione e i nostri approfondimenti, temi che in città fanno parlare o che crediamo sia importante che lo facciano. Al momento non lo faremo più con la rivista cartacea ma concentreremo i nostri sforzi sul web. Nei prossimi giorni inizierete a prendere confidenza con il nuovo taglio editoriale che punterà molto su focus monotematici affrontatati da molteplici punti di osservazione, sugli eventi cercando di dare un po’ di risalto anche a ciò che non trova spazio nel mainstream mediatico locale, su rubriche che ci offriranno tanti spunti di riflessione, e naturalmente sui nostri ormai classici approfondimenti.
    [quote]Noi non temiamo l’ampiezza della discussione, anche se attraverso essa aumentiamo la materia di critica sul nostro operato. A noi preme creare l’interesse, l’amore alla discussione e alla critica onesta poiché sappiamo che l’agnosticismo e l’assenteismo di fronte ai problemi della vita collettiva sono i fattori cari ai timorosi del progresso sociale.[/quote]

    Ecco la lanterna che proteggerà la nostra rotta. Onde e tempeste speriamo di schivarle e, se non ci riusciremo, cercheremo almeno di affrontarle con questo spirito. L’importante è non stare zitti troppo a lungo perché…[quote]sempre l’ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte[/quote]

    Simone D’Ambrosio
    foto di Nicola Giordanella

  • “C’era una volta Banca Carige”: dalla rivoluzione degli anni ’90 all’inchiesta giudiziaria

    “C’era una volta Banca Carige”: dalla rivoluzione degli anni ’90 all’inchiesta giudiziaria

    banca-carigeUna situazione in divenire, anche se il crollo di questi giorni in borsa (in una settimana il titolo ha perso un quinto del suo valore) non è certo un buon segnale. Parliamo ovviamente di Banca Carige, ancora “malata”, a due anni di distanza dall’inchiesta giudiziaria che lasciò a bocca aperta tanti genovesi. E se il futuro prossimo di Carige è ancora un dilemma, vale la pena ricostruire il recente passato, per comprendere meglio il percorso che negli ultimi anni ha portato alla trasformazione della storica banca genovese.

    La storia: dal Banco di San Giorgio alla Cassa di Risparmio

    Genova da sempre ha legato la sua storia al suo mare, ai suoi monti e alle sue banche. La salute di queste ultime, fin dalla loro nascita, è stata la cartina tornasole della vita e dello sviluppo del capoluogo ligure, nel bene e ovviamente nel male. La nascita del Banco di San Giorgio, una delle prime banche della Storia, avvenne a seguito del dissesto economico della “Compagna Communis” genovese, provocato dalla guerra contro Venezia: con provvedimento statale del 1407 furono riuniti tutti i debiti verso i privati cittadini e fu affidato all’istituto la gestione del debito pubblico della città con la possibilità di emettere moneta, come una sorta di banca centrale. Il Banco divenne ben presto istituto di credito riconosciuto e “internazionale”, avendo tra i clienti armatori, enti religiosi e la corona spagnola. La sua ricchezza fu la ricchezza della città: nel XVI e XVII secolo si visse l’apice dell’impero finanziario genovese, e questo oggi è ancora materializzato nella grandiosità urbanistica dei palazzi, delle ville e delle strade. “San Giorgio” arrivò a possedere anche territori, come Famagosta, le colonie in Crimea e la Corsica; ma seguì le sorti della Superba: fu sciolto nel 1805 in seguito alla annessione della Liguria alla Francia giacobina. La Repubblica di Genova sarebbe stata cancellata dieci anni più tardi (qui l’approfondimento storico).
    Nel 1846, il ruolo di propulsore finanziario della città passò alla neonata Cassa di Risparmio di Genova: Carlo Alberto, infatti, trasformò l’antico Monte di Pietà di Genova, fondato nel 1483 dal frate francescano Angelo da Chivasso, oggi venerato come beato, ampliandone la base finanziaria, in modo da sostenere la rinascita economica della città. L’operazione ebbe successo: nacquero imprese, aziende, industrie che presto divennero grandi, e l’economica genovese tornò ricca. I genovesi avevano nuovamente la loro banca. Oggi questa eredità vive in Banca Carige, istituto compreso nel Gruppo Carige, uno dei più consistenti nel panorama italiano ed europeo. Almeno fino ad oggi: la salute del gruppo, e quindi di Banca Carige subisce gli andamenti di un mercato, quello del credito, in una fase di profondi cambiamenti e criticità, che come la Storia ci insegna, hanno dirette ripercussioni sulla vita economica cittadina, e non solo.

    Banca Carige, la “rivoluzione” del 1990: le fondazioni bancarie

    Via David Chiossone, sede banca CarigePer provare a capire meglio lo stato dell’arte odierno, dobbiamo fare ancora un salto nel passato, esattamente nel 1990, quando, per adeguarsi alle normative europee, e aprire al mercato finanziario comunitario, il legislatore italiano inventa le fondazioni bancarie. Le Casse di Risparmio, quindi, in virtù della legge delega 218/1990, diventano istituti di diritto privato, banche vere e proprie, con fini commerciali e speculativi, aperte al mercato finanziario internazionale. A controllarle, sulla carta in via transitoria, sono le fondazioni bancarie, enti di diritto pubblico, il cui unico obiettivo istituzionale, per legge, è quello di perseguire “fini di interesse pubblico e utilità sociale”.

    Nasce quindi Fondazione Carige, con ancora in mano le redini della banca; le cariche decisionali sono di nomina politica: il consiglio di indirizzo è composto, infatti, da personalità scelte, con diverse quote, dai sindaci di Genova e Imperia, dal presidente della giunta regionale e da quelli delle provincie toponimiche. Questo organo, oltre a nominare le altre cariche esecutive e amministrative dell’ente, decide come e dove investire il denaro a disposizione della fondazione, e soprattutto indirizza indirettamente le decisioni della banca vera e propria. In altre parole, la banca rimane nelle mani delle amministrazioni locali, che in questo modo possono usarla per finanziare iniziative, lavori, imprese e gli enti stessi, attraverso flussi di credito. Risulta evidente, quindi, che il meccanismo presta il fianco ad eventuali favoritismi, localismi e anche abusi. L’altra faccia della medaglia è, però, quella di garantire la liquidità necessaria per mandare avanti la città e la regione, nel bene e/o nel male. Le ricadute sul territorio sono abbondanti, anche se non per tutti.
    Nel frattempo Banca Carige differenzia i mercati e i prodotti, abbracciando il terreno delle assicurazioni e dei leasing, diventando Gruppo Carige, che nel 1995 fa il suo esordio in borsa. Da quel momento è una storia di crescita finanziaria ed espansione territoriale: vengono assorbite altre casse (come quella di Savona e il Monte di Lucca), acquisiti enti assicurativi (Vita Nuova e Levante NordItalia), mentre cresce il numero degli sportelli e dei dipendenti. La Liguria rimane il fulcro geografico dell’attività del gruppo, il quale però pensa in grande, conquistando spazi in tutto il paese.

    Giovanni Berneschi e l’inchiesta giudiziaria

    L’apice è raggiunto sotto la guida di Giovanni Berneschi, prima nominato amministratore delegato nel 2000 e poi presidente nel 2003; durante questo periodo, infatti, Banca Carige fa registrare numeri record: 678 sportelli sparsi su tutto il territorio nazionale (e anche all’estero), quasi 11 mila dipendenti, tra ramo bancario e assicurativo, un bilancio attivo che nel 2013 arriverà a 1,7 miliardi di euro. Fondazione segue trionfalmente questo andamento: con uno stato patrimoniale di 1,4 miliardi, può mettere a bilancio, nel 2012 un attivo di 67 milioni. Tutto questo ricade direttamente sulla città: Fondazione Carige concede erogazioni per quasi 20 milioni l’anno, finanziando attività e iniziative di ogni tipo, mentre la banca garantisce liquidità in forma di credito alle famiglie e imprese per 32,8 milioni (dato 2012) . Anche la politica e i grandi imprenditori ne traggono giovamento, visto che Carige concede prestiti per finanziare opere, cantieri e società: Erzelli è un esempio fra tanti, ma si potrebbero citare i prestiti alla Porto Antico s.p.a, in difficoltà perché troppo esposta con debitori insolventi, o quelli per tamponare il disastro Carlo Felice o i debiti di A.M.T. Anche Enrico Preziosi, presidente del Genoa C.F.C riceve un generoso prestito: tutta la città si muove grazie al flusso di liquidità garantito dalla sua banca.

    Performance straordinarie, che permettono al Gruppo Carige di assestarsi ai primissimi posti nella classifica degli istituti italiani, in un periodo storico dove la congiuntura finanziaria ed economica per molti suoi competitor è disastrosa se non letale. La cosa “non sfugge” agli ispettori di Banca di Italia e le indagini portano alla scoperta del trucco: a bilancio, infatti, venivano schedulati crediti malati, per oltre un miliardo, come se fossero esigibili, dopando in questo modo il saldo contabile. Anche i bilanci della Fondazione risultano alterati: i titoli azionari della banca posseduti (il 46,6% del totale sul mercato), infatti, erano contabilizzati come se il loro valore fosse di 1,35 euro, contro un valore reale di 0,4/0,6 .

    Il risveglio è molto brusco; i massimi dirigenti degli enti finiscono sotto indagine e i conti vengono ripuliti; il risultato è il materializzarsi di un situazione drammatica: Banca Carige vede cadere i suoi utili da 1,8 miliardi a 500 milioni di euro, perde posizioni nei rating e precipita in borsa; alcuni comparti vengono venduti (come le assicurazioni), ed è deciso un aumento di capitale. Fondazione, che ha negli utili derivati dai dividendi della banca oltre il 90% delle sue risorse, inizia a cedere quote importanti di azioni. La pulizia dei bilanci, infatti, ha portato alla luce un disavanzo, nel 2013, di oltre 900 milioni, e l’ente non può più permettersi investimenti nella banca; oggi la fondazione, dopo diverse fasi di cessioni, possiede quasi il 2% delle azioni di Banca Carige, ha messo in vendita parte del suo patrimonio (partecipazioni e immobili), passando da 1,4 miliardi a 257 milioni di rendite, avendo ancora un passivo di 216 milioni , con oltre 153 milioni di debito (nel 2007 il monte debiti pesavo solo per 1,9 milioni). Le conseguenze sul territorio non si sono fatte attendere: le erogazioni di Fondazione crollano, scendendo a 93 mila euro nel 2014, contro 11 milioni dell’anno precedente (nel 2009 si contavano addirittura 24 milioni di finanziamenti), mentre Banca Carige chiude i rubinetti del credito, scendendo a 30 milioni di prestiti verso famiglie e piccole e medie imprese contro gli oltre 49 del 2013. Il Gruppo Carige chiude 164 sportelli in Liguria, ridisegnando la sua distribuzione geografica complessiva, arrivando a quota 627 su tutto il territorio nazionale (nel 2013 erano 678 di cui 387 nella nostra regione). Anche il numero di dipendenti inizia a calare: senza contare gli oltre 5000 dipendenti delle assicurazioni cedute, che non sono più stipendiati direttamente dal gruppo, dopo una decennale crescita, si passa dalle 5387 unità del 2013 alle 5154 unità di giugno 2015 (nel 2010 erano 5536). Quindi meno soldi, meno liquidità e meno lavoro.

    Questo il quadro odierno, ancora in fase di assestamento: da tempo, infatti, si parla in maniera sempre più insistente di fusione del Gruppo Carige con un altro attore finanziario più solido, cosa che salverebbe l’istituto, ma lo slegherebbe definitivamente da Genova. La Fondazione, invece, rischia la stessa esistenza: il rientro dei debiti è ancora da completare e il suo patrimonio è già irrecuperabilmente ridimensionato; inoltre, è residualmente marginale nel controllo di Banca Carige, e di conseguenza anche gli enti locali e il territorio.

    La stagione del credito facile è finita, tutto quello che si muove a Genova ora dovrà trovare altri modi per garantirsi la liquidità necessaria. Che sia un bene o un male, dipenderà dalla capacità politica e progettuale degli amministratori. L’entrata in scena di Vittorio Malacalza, a capo del gruppo industriale che ha acquisito le quote azionarie di Banca Carige messe sul mercato da Fondazione, diventando il socio di maggioranza, è stata accolta con entusiasmo: imprenditore esperto, con una liquidità importante (recentemente uscito da Pirelli con oltre 500 milioni di ricavi), nei fatti ha sbloccato la situazione, salvando l’istituto nel nome della “genovesità” (nonostante sia nato a Bobbio, l’imprenditore è da sempre di base nel capoluogo ligure). Ma tutto il contesto è cambiato, e la banca, mai come oggi, è in balia del mercato e fuori dal “controllo” del territorio: il settantasettenne Malacalza è sì, infatti, genovese, ma prima di tutto è uomo di affari, con interessi diversificati e globali. Una sola cosa è certa: la stagione del credito è indiscutibilmente chiusa, quella che si apre è un’incognita.

     

    Nicola Giordanella

     

  • Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-opereStretta tra mare e appennini, la Liguria ha da sempre sviluppato una rete viaria tanto complessa quanto intricata; una peculiarità, quella orografica, che è stata, ed è tutt’oggi, croce e delizia per gli abitanti e per il suo territorio; inaccessibile o inevitabile, protetta o indifendibile, aspra o suggestiva: diverse sono le facce delle varie medaglie che potrebbero essere poste a descrizione di questa terra, a seconda della prospettiva di chi l’ha guardata e vissuta nel corso dei millenni.

    Già per i Romani la rete stradale in Liguria fu un vero banco di prova: posta sulla direttiva che collegava Gallia e Iberia, senza vie adeguate era difficile portare e manovrare truppe, tenendole rifornite e al sicuro da imboscate. Nel 148 a.C., fu fatta costruire la via Postùmia, che collegava Genova con Aquileia, i due maggiori porti del nord italico; il tracciato vedeva il mare solamente nei pressi della città, seguendo poi la valle del Polcevera, inerpicandosi su per i Giovi, verso Tortona. Nel 109 a.C., visto che la via Aurelia (iniziata nel III secolo a.C.) si interrompeva nei pressi di Pisa, venne fatta costruire dal censore Marco Emilio Scauri la via omonima (AEmilia Scauri), che collegava Luni, appena sottomessa, a Vada Sabatia (Vado Ligure): il tracciato, secondo le ipotesi più accreditate, raggiungeva Piacenza, per poi passare da Tortona, Acqui Terme e Cadibona, aggirando tutto il bacino del Vara, il Tigullio e il genovesato. Sotto Augusto, fu costruita la Via Julia, che collegava Vada Sabatia con la Gallia meridionale. I sentieri, le mulattiere, le creuze e le strade che collegavano i vari villaggi, approdi e borghi costieri furono messi a sistema nei secoli successivi, in maniera sistematica, diventando la Via Aurelia che oggi conosciamo, inaugurata nel 1928.

    Genova – Serravalle: la “Camionale”

    La questione strade diventa pressante con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di trasporto; l’avvento del motore a scoppio, e la sua diffusione cambiano il modo di pensare alle comunicazioni terrestri, in tutto il mondo, Italia compresa. Durante il periodo fascista sono realizzate quelle che saranno le prime autostrade del paese; in Liguria la primissima è la “Autocamionale Genova-Valle del Po”, inaugurata nel 1935: strada ad una sola carreggiata che collegava il porto del capoluogo ligure con Serravalle. La peculiarità di quest’opera fu che per la prima volta venne predisposta un’ampia area sosta (al casello di Genova) con bar, parcheggi e servizi. Ma è solo nel dopoguerra, con il “boom” economico degli anni ‘50, che arriva la mobilità di massa, e iniziano a cambiare i parametri per pensare e costruire le strade.

    In quegli anni, Genova e la Liguria, vertici del triangolo industriale che sta trascinando il paese, sono ancora incastonate tra il mare e le montagne, con linee ferroviarie a binario unico per molti chilometri, una via Aurelia sempre più congestionata, e decine di provinciali totalmente inadatte per trasportare persone e merci al ritmo che la modernità va dettando.

    Gli anni ’60, le autostrade: la Liguria cambia volto

    ponte-autostrada-valpolceveraGli anni ’60 sono anni di cantieri e inaugurazioni: con una velocità che oggi sembra impensabile, vengono scavati chilometri di gallerie e innalzati decine di viadotti, con uno sforzo ingegneristico inedito e con un inevitabile ingente impatto ambientale, ammortizzato però dalle ricadute sul indiscutibile benessere collettivo. Nel 1960 viene completata la Milano – Serravalle, mentre il tratto verso Genova è raddoppiato con una nuova carreggiata (che diventerà la carreggiata nord, più corta della storica Camionale); lo stesso anno è inaugurata la Savona – Torino (A6), inizialmente a carreggiata unica; nel 1965 viene tagliato il nastro del primo tratto di quella che sarà l’A12, Recco – Rapallo; anno dopo anno si aggiungeranno gli altri pezzi di questo puzzle: prima Nervi – Recco, poi il raccordo con l’A7, successivamente si allunga fino a Chiavari; nel frattempo è stato completato il tracciato che collega Lavagna con Sestri Levante, che sarà unito al resto nel dicembre del 1969. Si arriverà a Livorno nel 1975, avendo costruito in quindici anni oltre 35 chilometri di tunnel e altrettanti di viadotti. Tutto questo mentre nel 1967 le prime automobili sfrecciavano sulla Genova – Savona, completata fino al confine di Stato di Ventimiglia nel 1971, dopo aver scavato gallerie per 50 chilometri, sospeso asfalto su 43 chilometri di ponti, per un totale di 159 chilometri. Il traffico privato e merci però è in continua crescita, per cui i cantieri non si fermano: nel 1975 incominciano i lavori per il raddoppio della A6, che, visto l’elevatissimo numero di incidenti, spesso mortali, aveva conquistato il soprannome di “autostrada della morte” (il raddoppio totale sarà ultimato solamente nel 2001), mentre nel 1977 è inaugurata l’A26, che, collegando Voltri con Alessandria, e successivamente con Gravellona, assorbirà parte del traffico della A7.

    In poco più di un 25 anni, quindi, la Liguria è collegata al resto del paese, e all’Europa, con 510 chilometri di tracciati autostradali costruiti sul suo territorio.

    La Gronda e i dati sul traffico autostradale

    Se nel 1970 le autostrade del paese registrano la cifra totale di 15 miliardi di veicoli per chilometro, quindici anni più tardi i numeri sono più che raddoppiati, con 28 miliardi di veicoli leggeri e 8 miliardi di mezzi pesanti (nel 1970 questi erano 4); iniziano a evidenziarsi alcuni problemi per le infrastrutture liguri, soprattutto nella zona di interconnessione di Genova, dove in pochi chilometri si intersecano A7, A10 e A12. Nascono, quindi, alcune ipotesi risolutive: nel 1984, per la prima volta, si parla di Gronda di Genova, intendendo con questo termine una ulteriore infrastruttura viaria pensata per bypassare il nodo del capoluogo, grazie a bretelle che aggirano a nord il tracciato urbano delle autostrade. Il primo disegno, che prevedeva il collegamento diretto tra Voltri e Rivarolo, fu prima approvato, poi bocciato dal TAR, poi riammesso dal Consiglio di Stato, ma successivamente scartato. Solo dal 2001 il progetto è tornato al centro del dibattito pubblico e politico, con le alterne vicende che si sono trascinate fino ad oggi e che Era Superba ha documentato.

    Se guardiamo i numeri, però, possiamo focalizzare il contesto odierno in cui eventuali opere del genere andrebbero ad inserirsi.

    Come dicevamo, secondo i dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), per quanto riguarda i volumi di traffico, dagli anni settanta fino agli anni novanta, l’incremento è stato costante, quasi esponenziale. Nell’ultimo quindicennio del XX secolo i numeri aumentano, ma con un trend leggermente più contenuto, soprattutto per quanto riguarda il traffico privato. Dal 1985 al 2000, infatti, i miliardi di veicoli per chilometro passano da 28 a 53, che, aggregati ai dati del traffico pesante, segnano un passaggio da 36 a 70 miliardi. A fine 2014 le cifre parlano di 83 miliardi. Quindi, dal 1970 al 1985 è stato registrato un incremento del +140%, mentre nel quindicennio successivo del +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Nel frattempo è cresciuta ulteriormente la rete infrastrutturale, passando da 3369 chilometri di tracciati del 1970, ai 4967 del 1985, ai 5380 del 2000, fino al 5660 del 2014.

    Le autostrade genovesi hanno seguito l’andamento generale, vedendo un aumento di traffico costante fino a metà degli anni ’80, seguito da una leggera flessione fino al 2000, e successivamente un drastico abbassamento del tasso di crescita dei volumi. Anzi, in alcuni casi, la crescita si è quasi azzerata: se prendiamo la A26, nel tratto ligure tra Genova Voltri e Alessandria, nel 2001 la media giornaliera registrata è stata di 54234 veicoli al giorno; questa cifra sale di anno in anno fino al 2007, quando tocca le 64587 unità; ma negli anni successivi decresce fino ad arrivare ai 56507 veicoli al giorno nel 2014, meno del 2002. Uguale situazione per l’A10: nel 2001 sono 207 mila i veicoli giornalieri, che toccano l’apice nel 2007 con 232600 unità, per poi riassestarsi a 207700 nel 2014. Anche sull’A12 abbiamo un andamento simile: si passa dalle 203 mila unità del 2001, alle 241 mila del 2008, mentre nel 2014 la cifra scende 216 mila. Per quanto riguarda l’A7 addirittura abbiamo una diminuzione: nel 2001 le unità giornaliere sono state 131603, cresciute a 141258 nel 2007, mantenendosi costanti fino al 2010, per poi crollare a 128581 nel 2014.

    La crisi economica ed occupazionale, quindi, sta avendo i suoi effetti anche sull’utilizzo delle autostrade liguri, che sono al contempo vie di pendolari e vie di vacanzieri, oltre che strade di trasporto commerciale; ad oggi, quindi, pensare di aggiungere chilometri ad una rete che con le sue infrastrutture occupa circa 5422 chilometri quadrati, cioè lo 0,07% di tutto il territorio, che è il tasso più alto del paese, non sembra economicamente strategico: se la crisi ha avuto il suo effetto, ad oggi, non esistono concreti segnali di ripresa, e comunque, come abbiamo visto, il tasso di crescita del traffico autostradale è strutturalmente in continua diminuzione.

    In passato, quindi, è stato fronteggiato il problema connettivo della Liguria con il resto del paese e del continente costruendo infrastrutture progettate sulla base di uno sviluppo economico fortemente sbilanciato sul consumo privato del trasporto. Oggi quest’ultimo si è assestato, e pensare di risolvere i problemi di oggi con modelli di crescita legati ad un contesto non più in essere, potrebbe non essere la soluzione migliore.

    Mai come oggi Genova e la Liguria sono collegate con il resto del mondo; nei secoli si è affrontato il problema dei collegamenti terrestri attraverso un approccio quantitativo: più traffico, più strade. I numeri però ci dimostrano che questo oggi non basta e non serve più; la categoria qualitativa potrebbe essere una delle risposte, non solo per quanto riguarda chi viaggia, ma anche per chi quel territorio attraversato dalle autostrade lo vive e lo vivrà. Per evitare che le strade costruite non servano alle persone, in un prossimo futuro, solo per fuggire da una terra ormai devastata.

     

    Nicola Giordanella

  • Ortofrutta a Genova: boom di aperture e numeri in crescita, ma la realtà è diversa

    Ortofrutta a Genova: boom di aperture e numeri in crescita, ma la realtà è diversa

    ortofruttaIl mercato della frutta a Genova costituisce il 4,29% del commercio al dettaglio, secondo i dati forniti dalla Camera di Commercio. Un numero freddo che, di per sé, lascerebbe indifferenti, se non si accompagnasse ad una tendenza piuttosto sorprendente: il settore del commercio ortofrutticolo nella nostra città segna un andamento positivo, in forte controtendenza rispetto al trend generale del commercio. Un trend che, soprattutto in alcune zone come il Centro storico, è palpabile ad occhio nudo grazie al pullulare di negozi e negozietti che mettono in bella mostra casse di frutta e verdura.
    «In un periodo di crisi – spiega il professor Enrico Di Bella del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova – si sviluppa spesso la tendenza all’apertura di nuove attività commerciali, specie in alcuni settori particolari. Questo succede perché alcune imprese sono costrette a chiudere e i dipendenti, anche grazie alla liquidazione, provano a mettersi in proprio. Tuttavia, spesso questo tipo di operazione non rimane sostenibile a lungo». Ma l’aspetto che più sorprende è proprio che, a fronte di un aumento dell’avvio di attività, nel settore dell’ortofrutta non sembrano essere cresciute esponenzialmente le cessazioni, altra peculiarità che dovrebbe invece contraddistinguere i momenti di crisi economica. Ma non è tutto oro quel che luccica…

    Il negozio di ortofrutta: facile da aprire e, soprattutto, facile da chiudere

    Dopo la liberalizzazione del commercio sancita definitivamente da Regione Liguria con una delibera di fine 2012, aprire un negozio di frutta e verdura non comporta costi particolarmente ingenti, non richiede grandi investimenti iniziali, non necessita di strumentazioni sofisticate o spazi particolarmente vasti. 
    «Quello dell’ortofrutta – sostiene Giambattista Ratto, amministratore delegato di SGM (società che ha in gestione il mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Bolzaneto, al 10% proprietà del Comune, 25% Spim, 25% Camera di Commercio e 40% degli operatori consorziati) – è un settore piuttosto semplice da approcciare: non si tratta tanto di una questione di professionalità facilmente acquisibile, perché vendere e comprare ortofrutta di qualità non è così banale come si possa pensare, ma sicuramente richiede meno costi di avvio di altri settori. Un bancone, due cassette e non è neanche indispensabile la cella frigorifera: ecco che con 500 euro puoi fornire un negozio di metratura limitata; se riesci a incassare 600 euro, la mattina dopo hai già 100 euro di margine in più da investire; se, invece, ne incassi solo 300 o 400, provi a continuare per un mese e, se le cose continuano ad andare male, smetti».

    Per aprire un negozio di ortofrutta bastano pochi passi: creare una società, iscriverla alla Camera di commercio, avere tutte le autorizzazioni sanitarie rilasciate dal Comune e presentarsi al mercato di Bolzaneto, con tanto di visura camerale, per richiedere la tessera d’accesso. Poi, basta mostrare la partita iva per la fattura ai venditori all’ingrosso e il gioco è fatto. Inoltre, a quel che risulta dai nostri colloqui con alcuni operatori del settore, in alcuni casi lo Stato impiegherebbe almeno due anni prima di controllare la regolarità dei nuovi esercizi commerciali. Questo aspetto, se fosse confermato, comporterebbe nei fatti un notevole vantaggio dal punto di vista del rischio di avvio di nuova impresa non causando eccessivi costi nel caso di fallimento repentino dell’attività.

    Imprenditoria straniera, mafia e abusivismo

    mercato-frutta-verdura-sarzanoIl commercio al dettaglio a Genova a fine 2014 conta 411 negozi di frutta e verdura e 104 ambulanti, con oltre il 10,5% di nuove aperture in più rispetto al 2013. Ma l’impennata vertiginosa c’è stata tra il 2012 e il 2013, quando il numero di nuove aperture rispetto all’anno precedente è passato da circa il 3% al 9%. Se, però, tra il 2012 e il 2013 erano aumentate percentualmente anche le cessazioni di attività (da circa l’8% del 2012 sul 2011, a oltre l’11% del 2013 sul 2012), lo stesso non si può dire per il 2014: alla fine dello scorso anno ha tirato giù la serranda definitivamente solo poco più dell’8% dei besagnini rispetto al 2013.

    Al di là di questo turbinio di numeri, resta il dato di un settore in crescita a discapito di una crisi economica diffusa. Secondo l’ufficio statistica della Camera di Commercio, una prima motivazione di questa tendenza va ricercata nell’aumento di imprenditori stranieri: «Il settore del commercio di frutta e verdura al dettaglio è stato implementato negli ultimi anni grazie alla presenza di un numero elevato di imprenditori individuali stranieri, in particolare del Marocco: a fine 2014 si contano 88 realtà attive gestite da un titolare nato all’estero, pari al 21,4% del totale dei negozi del settore nel Comune di Genova, più di uno ogni cinque. Un dato notevole se si considera che nel 2011 erano solo 39 i titolari stranieri di una rivendita di ortofrutta». Una tendenza confermata anche dai rappresentati dei Civ di Sarzano e Maddalena che, tuttavia, lamentano un giro di affari in crescente difficoltà: insomma, secondo gli operatori storici del settore l’alto numero di punti vendita non sembra aver influito in maniera positiva sugli andamenti economici.

    Addirittura c’è chi punta il dito contro gli stranieri accusati di fare concorrenza sleale, di comprare merce di scarsa qualità e a costi più bassi per poter mantenere prezzi più avvicinabili dai clienti e di approfittare dei già citati controlli tardivi dello Stato per rendersi “invisibili” al fisco. Sia Confesercenti che il management del mercato di Bolzaneto, però, sono concordi nell’individuare altrove le cause delle difficoltà del settore. Secondo Matteo Pastorino di Confesercenti, la realtà della strada è ben diversa dal quadro prospettato dai numeri, che non tiene conto del nemico pubblico numero uno del commercio: l’abusivismo. «Quello dell’ortofrutta è un settore in crisi – sostiene Pastorino – perché alle difficoltà endemiche come la stagionalità, la tassazione e la concorrenza della grande distribuzione, si aggiunge la piaga dell’abusivismo con un numero sempre crescente di furgoni sulle strisce pedonali che si posizionano davanti ai mercati coperti, in barba alle norme comunali».
    Secondo il coordinatore provinciale di Anva e Fiesa Confesercenti, la merce venduta dagli ambulanti abusivi sarebbe inoltre di dubbia provenienza, tanto da mettere in discussione anche il rispetto delle principali norme igieniche: dalle nostre ricerche, tuttavia, la quasi totalità degli ambulanti operanti in città (abusivi e non) risulta rifornirsi regolarmente a Bolzaneto. Non possiamo sapere in quale proporzione rispetto alla merce poi effettivamente esposta e venduta, ma questo potrebbe valere paradossalmente per tutti i rivenditori del settore. «Abbiamo già fatto diverse segnalazioni alle autorità – dice Pastorino – ma spesso chi viene contestato si difende esibendo licenze itineranti. Le poche volte che vengono fatti verbali, le sanzioni non vengono pagate e il giorno dopo l’ambulante abusivo è di nuovo su piazza: sarebbero necessarie altre misure come presidi o sequestri dei mezzi perché stiamo parlando di un problema sempre più sentito dai commercianti di ortofrutta, soprattutto da chi opera nei mercati».

    C’è anche chi ritiene che dietro l’apertura indiscriminata di nuovi negozi e botteghe ci sia un forte controllo mafioso, e i nomi di alcune famiglie molto chiacchierate sono ben noti nel mondo ortofrutticolo. Il settore dell’ortofrutta per queste famiglie è spesso una copertura per ripulire i soldi ricavati da altre attività tipicamente criminali come lo spaccio di droga e il traffico di armi. «Ci si dedica al commercio dell’ortofrutta, così come all’edilizia (vedi approfondimento) – racconta Luca Traversa responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria – perché si tratta di attività economiche semplici da avviare e consentono di attivare un presidio sul territorio che poi è il fine ultimo delle mafie: il controllo dei cittadini».

    La nuova generazione di imprenditori della frutta e l’ipotesi chiusura notturna

    [quote]Non si tratta di italiani o di stranierima di una nuova generazione di imprenditori che ha voglia di lavorare e si organizza meglio.[/quote]

    I rischi di infiltrazione mafiosa non sembrano preoccupare più di tanto i gestori del mercato di Bolzaneto. «Queste persone – è la tesi di Giambattista Ratto – hanno tutte le autorizzazioni in regola per poter lavorare nel settore. Se poi si tratta di attività parallele non sta certo a noi gestori del mercato o al sistema dell’ortofrutta genovese dirlo. Non credo che nel nostro settore girino così tanti soldi da risultare appetibile per chissà quali attività illecite». Sulla stessa lunghezza d’onda è anche il direttore del mercato, Nino Testini: «È l’amministrazione che negli anni ’80 e ’90 ha dato a queste famiglie le licenze di ambulantato: bisognerebbe capire come e perché. Qui al mercato hanno tutti il proprio tesserino, la propria ragione sociale e vendono e comprano come qualsiasi operatore del settore. Il mercato di Bolzaneto è secondo me piuttosto impermeabile alle infiltrazioni di qualunque tipo perché è tradizionalmente molto chiuso: la maggior parte dei grossisti è stretta da legami di parentale interni. Abbiamo tutti operatori storici e locali che non vivono situazione torbide».

    Per gli amministratori del mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Genova neppure la crescita di operatori stranieri, a cui i numeri dicono si sia assistito negli ultimi anni, non creano particolari problemi. Anzi. «Non si tratta di italiani o di stranieri – afferma Testini – ma di una nuova generazione di imprenditori che ha voglia di lavorare e si organizza meglio. Al mattino arrivano a comprare frutta e verdura un po’ più tardi degli operatori tradizionali perché la sera tengono il negozio aperto molto di più. Mediamente, comunque, arrivano proprio nel cuore delle trattative, tra le cinque e le sei del mattino e iniziano a contrattare sui prezzi come tutti». La vera novità sta piuttosto in un’organizzazione logistica più efficace. «Con un solo camion o furgone – prosegue Testini – vengono a ritirare la merce per due o tre negozi: non è una questione di racket come dicono i maligni ma di organizzazione del lavoro più furba ed economica. In sostanza, risparmiano sui costi, ottimizzando i trasporti». L’operatore tradizionale, invece, è difficile che deleghi: anche la micro-bottega viene direttamente a contrattare e a caricarsi la merce sulla propria macchina. C’è, poi, una nuova frangia di negozianti che non vuole alzarsi di notte e che si fa consegnare la merce direttamente in negozio, dagli operatori del mercato. «Ma non si tratta di veri besagnini – commenta il direttore – perché il besagnino doc viene qui e non solo sceglie accuratamente la frutta ma, prima di comprarla, la assaggia anche».

    La questione della “levataccia”, in realtà, potrebbe trovare soluzione per tutti nel prossimo futuro. Gli amministratori del mercato ci anticipano, infatti, quella che potrebbe diventare una vera e propria rivoluzione del settore: «Stiamo valutando – racconta Testini – di spostare il mercato di giorno, dalle 11 alle 17, così come sta facendo con buoni risultati Roma e come si fa da anni in tutta Europa».
    La speranza è quella di poter rilanciare a pieno titolo un settore che altrimenti rischierebbe seriamente l’estinzione: «Questo mestiere – riprende Nino Testini – ha perso quel fascino che consentiva di tramandare l’attività di padre in figlio. Spesso non troviamo neanche più personale che abbia voglia di venire a lavorare la notte: rischiamo di estinguerci per i costi, per la qualità della vita e perché non c’è più ricambio».
    Insomma, la scelta è tra cavalcare un cambiamento ed esserne protagonisti, magari cercando di gestirlo, condurlo e plasmarlo secondo le esigenze oppure subirlo ed essere costretti a recuperare in futuro. Nessuna ripercussione sulla qualità e la freschezza della merce? Nient’affatto, secondo l’a.d. Ratto: «Secondo voi, la mela che compriamo oggi al Mercato Orientale o al negozio di quartiere è stata raccolta ieri? È evidente che si dovrà ottimizzare il sistema di refrigerazione e migliorare la filiera per quanto riguarda i cosiddetti prodotti “freschi” ma dobbiamo un po’ smontare la leggenda che al mattino arrivano sul mercato le pesche raccolte qualche ora prima. Oggi commercializzare un chilo di ortofrutta che non sia passata da una cella frigorifera forse non riescono a farlo più neppure i coltivatori diretti. Abbiamo esempi di coltivatori tecnologicamente avanzati che vanno a raccogliere la frutta direttamente con carrelli refrigeranti».

    Il giro della frutta dall’albero ai banchi del mercato

    Che percorso fa, dunque, la nostra mela da quando viene raccolta dall’albero a quando finisce sulla nostra tavola?
    Dietro al chilo di mele che compriamo dal besagnino c’è un mondo, spesso sconosciuto. Un mondo che a Genova vede il suo fulcro nel mercato generale di Bolzaneto. «Ci si lamenta sempre che la filiera è troppo lunga, i prezzi dalla terra al negozio lievitano in maniera assurda – dice il direttore Testini – ma certi passaggi vengono creati dallo stesso consumatore. Oggi nessuno comprerebbe mai una mela che è colpita dalla grandine: il prodotto deve essere perfetto, quando in realtà esiste tutto un mondo di prodotti di seconda scelta, sempre di ottima qualità ma meno piacevoli alla vista, che non riesce ad avere mercato. Per arrivare a questa purezza estetica, tra il campo e il mercato ci vogliono centri di raccolta, centri di selezione, centri di conservazione. È lì che la filiera si allunga e che i costi aumentano».
    Dalle coltivazioni in terreni o serre, la frutta e la verdura raccolte vengono portate in centri di lavorazione per essere pulite, confezionate e spedite ai centri della grande distribuzione, da un lato, e ai mercati all’ingrosso, dall’altro. Poi si passa alla vendita al dettaglio, con l’effetto che spesso mangiamo frutta e verdura raccolte ben più di qualche giorno prima.
    A Genova, il 90% della frutta che arriva sulle nostre tavole passa attraverso il mercato di Bolzaneto. «Da qui – spiega l’a.d. della Società Gestione Mercato, Giambattista Ratto (egli stesso grossista e rappresentante del consorzio degli operatori) – passa sia la merce che troviamo nei mercati rionali, sia quella sui banconi dei besagnini di quartiere, degli ambulanti dei mercatini o sulle casse di quelli che girano in camion. Ci può essere qualche mercatino considerato a chilometro zero, di chi coltiva e vende direttamente o ha rapporti immediati con piccoli agricoltori, ma si tratta di percentuali irrisorie». Così, gli unici prodotti ortofrutticoli venduti in città a non passare dal mercato all’ingrosso risultano quelli gestiti dalla grande distribuzione.

     

    Claudia Dani e Simone D’Ambrosio
    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 62 di Era Superba

  • Fablab, il laboratorio di fabbricazione digitale. Strumenti e competenze a disposizione di tutti

    Fablab, il laboratorio di fabbricazione digitale. Strumenti e competenze a disposizione di tutti

    fablabImparare a fare (quasi) tutto: un progetto ambizioso e interessante che vale la pena raccontare. Domenica pomeriggio, una splendida giornata di sole autunnale, sulla pagina Facebook di Fablab Genova vedo che il loro laboratorio di Corso Monte Grappa, di cui ho sentito parlare, dovrebbe essere aperto, quindi decido di andare a vedere di persona di che cosa si tratta. Il nome, così accattivante, proviene dal primo Fablab nato al Massachusetts Institute of Technologies, a Boston, dove un certo professor Neil Gershenfeld decise che sia gli studenti che gli insegnanti, se volevano, avrebbero potuto avere uno spazio dove non solo sperimentare quanto appreso in via teorica, ma anche condividerlo mettendo in rete le informazioni necessarie. Un apprendimento di tipo “partecipato” dove chiunque, avendo accesso alle tecnologie digitali, avrebbe potuto sviluppare in maniera autonoma un’idea nata da altri e da questi condivisa.

    Vengo accolta da quattro giovani, tre ragazzi ed una ragazza, rispettivamente due chimici, un architetto ed un informatico, che mi accompagnano spiegandomi con passione quello che stanno portando avanti nei locali messi a disposizione dal Laboratorio Sociale Occupato Autogestito (LSOA) Buridda.
    Il clima che si respira è informale, essenziale e un po’ grunge, nessuno sale in cattedra: «il Fablab è autogestito, e questa è una cosa che a volte facciamo un po’ fatica a far capire; non siamo una società di servizi, non si deve venire con la lista della spesa chiedendoci di fare una serie di cose, magari pagando, ma si può imparare a fare ciò che occorre con il nostro aiuto, e magari portando le competenze che ci mancano. Una vera e propria officina condivisa, insomma, dove chi ha voglia di capire di più su produzione e prodotti trova pane per i suoi denti».

    stampante-3d-fablab
    Stampante 3D

    Mi mostrano subito la stampante 3D che loro stessi hanno progettato e costruito, indubbiamente il vero “oggetto dei sogni” in questo momento, e infatti è la sola cosa per il cui utilizzo, mi dicono, occorre mettersi in lista online; poi una tagliatrice laser, un tornio ed alcuni computer, c’è persino un grande microscopio, non di ultima generazione ma ben funzionante. Hanno anche una fresa a controllo numerico computerizzato (CNC) e molte schede elettroniche, ovviamente costruite da loro partendo dal semplice foglio di rame.
    Nella stanza di falegnameria, alcuni utenti stanno costruendo degli sci artigianali larghi, per neve fresca: mi mostrano i materiali che hanno acquistato, legno, polimeri e fibra di vetro che vengono preparati e miscelati insieme e poi messi per 24 ore in una pressa pneumatica ovviamente costruita da loro.

    Continuando ad esplorare gli alti stanzoni un tempo adibiti a biblioteca, mi raccontano di come riescano, contando sul lavoro volontario di una decina di persone, a garantire la presenza durante gli orari di apertura al pubblico e a far funzionare tutta l’organizzazione.
    Le richieste di chi frequenta il laboratorio sono le più disparate, dal pezzo di ricambio per l’elettrodomestico fuori produzione, e quindi da ricreare con la stampante, alla semplice riparazione di chi non dispone di una saldatrice; molto spesso però chi si presenta ha un progetto in testa, un’idea, un prototipo ma non sa come realizzarlo, oppure non possiede gli strumenti per farlo e chiede collaborazione ed aiuto.

    Mi mostrano anche il prototipo di una mano bionica che funziona con il movimento del polso: è stata realizzata, raccontano, con la collaborazione condivisa fra il padre di un bambino nato senza mani a Città del Capo ed un team di ingegneri lontani migliaia di chilometri: attraverso la rete, il progetto è arrivato fin qui, sono stati in grado di riprodurla e, chissà, qualcuno potrebbe anche migliorarla, condividendo a sua volta quanto ottenuto.

    «Spesso qui arrivano architetti con progetti ben precisi, a volte sono studenti, a volte anche docenti; poi ci sono i professionisti che cercano magari di personalizzare alcuni strumenti di lavoro.Anche a loro diciamo di mettere a disposizione di altri quello che hanno studiato. In questo modo la produzione, grazie alle nuove tecnologie, diventa davvero “Open Source”».

    Cosa chiedete in cambio di questa condivisione di saperi, esperienze e strumenti?
    «Certo non denaro, anche se quello serve sempre. Noi ne utilizziamo poco perché il nostro grande costo sarebbe l’energia elettrica, però finché siamo qui seguiamo il destino del Buridda, e speriamo di resistere ancora per molto: questi primi quattro anni sono stati francamente molto esaltanti. Ogni tanto per finanziarci organizziamo una festa con musica e cibo, e facendo pagare il biglietto d’ingresso andiamo avanti parecchio».
    Unica condizione, chi viene e lavora qui deve lasciare la postazione di lavoro nelle condizioni in cui l’ha trovata. «Anzi, il 15 % più ordinata e pulita di come si è trovata!». E, se viene utilizzato del materiale consumabile, si deve reintegrare la scorta, oppure regalare un qualche utensile che non serve più, anche danneggiato.

    A giorni fissi vengono organizzati workshop, sia per insegnare ad utilizzare la “mitica” stampante 3D, che per realizzare progetti utilizzando Arduino, una piccola scheda elettronica di sviluppo Open Source per poter realizzare centinaia di creazioni.
    Qui la parola creatività ha decisamente un senso ampio e compiuto, e come a voler mitigare il mio senso di inadeguatezza nei confronti di chimica, informatica e fisica, l’architetto del gruppo mi mostra alcune verdure nate con la coltura idroponica, ossia cresciute in acqua: sono controllate da un piccolo processore che fa partire l’irrigazione ad intervalli regolari. Quando sono abbastanza grandi le trasferisce in una specie di vaso multiplo, che ovviamente ha creato lei stessa, utilizzando i vecchi contenitori della birra alla spina. «Lo stiamo preparando per la Maker Faire di Roma, dove già lo scorso anno abbiamo ricevuto una specie di “menzione d’onore”».

    Mi mostra poi le foto di un altro prototipo, apparentemente simile, da lei creato per ottenere la produzione di CO2 e che è stato rielaborato per lo sviluppo di alghe dalle quali ottenere idrocarburi puliti ed esposto alla Biennale di Venezia…

     

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale è pubblicato su Era Superba 62

  • Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    via-ortigara-edilizia-begato-d8Mafie a Genova e in Liguria, atto terzo. Dopo l’inchiesta pubblicata nel numero 58 di Era Superba sulle lotte quotidiane della Maddalena (affiancata dall’approfondimento online sul Cantiere della Legalità e il futuro dei beni confiscati alla famiglia Canfarotta) e l’intervista nel numero 61 a Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, che ha tracciato un quadro di inquietante vicinanza tra politica ligure e malavita, è la volta di Luca Traversa, responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria di Libera, che ci aiuta a puntare i riflettori su uno dei settori più tipicamente sensibili alle infiltrazioni mafiose: l’edilizia.

    Nel perseverante contesto di crisi economica, soprattutto nel nord Italia abbiamo assistito alla nascita di nuovi piccoli imprenditori edili che possono offrire denaro fresco (e sporco) al posto di, o in aiuto a, tradizionali protagonisti del settore che hanno problemi di liquidità. Gli esempi nostrani che citeremo non sono altro che la conferma di questa tendenza: gli imputati sono quasi tutti piccoli o medi imprenditori edili, fruttivendoli o piccoli commercianti. D’altronde è proprio a partire da un contesto simile che si sono iniziati ad accendere i grandi riflettori sulla ‘ndrangheta a Genova. «Era il luglio 2010 – ricorda il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria di Libera – quando, su ordine della DNA di Reggio Calabria, vennero arrestati a Genova Domenico Belcastro, imprenditore edile, e Domenico Gangemi, fruttivendolo di San Fruttuoso. È da qui che parte tutto, da queste due condanne per associazione mafiosa nell’ambito del maxi processo calabrese “Il Crimine”, che per la prima volta ci ha detto che la ‘ndrangheta, esattamente come Cosa Nostra, è un’associazione criminale unitaria, verticistica in cui è vero che le famiglie litigano, si fanno le faide, si ammazzano ma ogni anno si incontrano per risolvere le diatribe e spartirsi le zone di influenza. Fino ad allora, invece, si pensava che la ‘ndrangheta fosse costituita da ‘ndrine sparse e separate, ognuna con la propria vita». Belcastro e Gangemi vennero definiti esponenti di spicco della ‘ndrangheta a livello nazionale. «Addirittura – continua Traversa – il fruttivendolo di San Fruttuoso fu intercettato nel 2009 a colloquio con il super boss Mimmo Oppedisano, nell’agrumeto di Rosarno, mentre diceva la famosa frase “quello che c’era qui, in Calabria, lo abbiamo portato lì, in Liguria».

    Nella nostra Regione veniamo da decenni di costruzione e sovra-cementificazione i cui effetti nefasti, purtroppo, subiamo regolarmente ogni autunno. Ed è proprio nel settore dell’edilizia e degli appalti pubblici che, secondo numerose relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia, la ‘ndrangheta – che tra le varie organizzazioni mafiose è quella che più si è insediata in Liguria – ha fissato il proprio core business assieme ad altre attività tipicamente e spiccatamente criminali, come il traffico di droga e di armi che rimangono comunque attività imprescindibili. «Le une attività illegali – spiega Luca Traversa – finanziano le altre, secondo un percorso piuttosto ricorrente: grazie ai traffici illeciti di droga e armi, all’estorsione e ad atre attività criminali, le mafie accumulano grandi quantità di denari che devono essere ripuliti attraverso altre attività di facciata. E il settore principe attraverso cui effettuare questa operazione è proprio quello dell’edilizia, del movimento e degli appalti pubblici».

    Mafia ed edilizia: i casi più sospetti a Genova e in Liguria

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-EA Genova, ad esempio, negli ultimi anni una società, ormai liquidata, e la sua famiglia proprietaria sono state piuttosto chiacchierate. Si tratta dell’Eco.Ge dei Mamone, per anni la realtà nettamente più importante nei grandi lavori di edilizia e movimento terra all’ombra della Lanterna e non solo. L’ex sindaco Marta Vincenzi, incalzata in un’intervista sul perché il Comune continuasse ad assegnare appalti a una ditta su cui pendevano grosse ombre, rispose che Eco.Ge era l’unica realtà genovese in possesso dei mezzi e degli strumenti per realizzare determinati lavori. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: nessun membro della famiglia Mamone è mai stato condannato per mafia; c’è chi ha subito condanne per corruzione, chi è sotto processo per gli appalti Amiu ma nulla a che vedere direttamente con la ‘ndrangheta. Quindi si tratta solo di voci popolari e un po’ sconsiderate? Non proprio secondo Luca Traversa: «Benché non sia di per sé un reato – racconta il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria – bisogna tenere presente che, secondo diverse relazioni della DIA, i Mamone sono sicuramente amici di esponenti mafiosi. Sono originari di Taurianova, cittadina calabrese, sede storica di alcune ‘ndrine». Ma, oltre le presunte amicizie ambigue, c’è di più. «L’ex prefetto di Genova Francesco Antonio Musolino – prosegue Traversa – a fine 2010 aveva fatto scattare un’interdittiva antimafia atipica nei confronti dell’Eco.Ge che, di fatto, ha sancito il declino degli affari per la ditta, messa successivamente in liquidazione nonostante fosse parecchio in attivo. Pur in assenza di un procedimento giudiziario vero e proprio per cui non vi erano le prove necessarie, il prefetto decise di mettere in guardia le stazioni appaltanti dai rischi che avrebbero potuto correre nel dare lavoro a una società molto “chiacchierata”. D’altronde, stiamo parlando di quello che all’epoca era nei fatti un monopolio per la bonifica degli impianti industriali, per i grandi cantieri edili e di somma urgenza della città: insomma, tutto il movimento terra principale di Genova passava per quei camion arancioni con la scritta Eco.Ge in bianco».

    Situazione non molto differente si è verificata a Savona, dove la società Scavo Ter dei fratelli Fotia ha subito un maxi sequestro di beni pari a 10 milioni di euro perché sospettata di riciclaggio di denaro sporco. «Stiamo parlando di una società – afferma l’esponente di Libera – che per anni vinceva praticamente tutti gli appalti edili del savonese con qualche punta anche fuori Regione: ogni qual volta c’era da scavare una buca o rifare una pavimentazione, i lavori venivano affidati alla Scavo Ter che, secondo relazioni investigative, è molto vicina ad ambienti ‘ndranghetisti calabresi. Attualmente la Scavo Ter è stata dissequestrata ma sono state messe sotto sequestro altre due aziende della famiglia Fotia, la Pdf e la Seleni, curiosamente nate dopo il sequestro dell’azienda madre e sempre nel settore del movimento terra».

    cantiere-lavori-santi-giacomo-filippo-2Il cuore dell’infiltrazione ‘ndranghetista in Liguria si trova a Ponente. È dal Tribunale di Imperia, infatti, che il 7 ottobre 2014 arriva la prima sentenza di ‘ndrangheta nella storia giudiziaria della nostra Regione. Si tratta del primo grado del maxiprocesso “La Svolta”, proprio in questi giorni in Corte d’Appello a Genova, con cui, tra gli altri, viene condannato a 16 anni per associazione di tipo mafioso, reato 416 bis del codice penale, il boss Giuseppe Marcianò. In precedenza, in Liguria erano stati ipotizzati diversi reati simili soprattutto per gruppi calabresi ma mai si era arrivati a una condanna. «Stiamo parlando di un radicamento della ‘ndrangheta nel Ponente ligure a partire almeno dagli anni ‘80» ricorda Luca Traversa. «Lo stesso Giuseppe Marcianò compare già nelle carte del processo “Teardo” degli anni ’80 (vedi Era Superba 61) in cui veniva indicato come procacciatore di voti per l’ex presidente della Regione Liguria Alberto Teardo». Tornando alla condanna in primo grado per associazione mafiosa, stando alla visione dell’accusa che trova riscontro anche nella sentenza del Tribunale di Imperia, a Ventimiglia c’era una cooperativa sociale di tipo B, quindi nata per facilitare l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, che prendeva molti lavori dal Comune, spesso con affidamenti diretti e non sempre in maniera regolare: in particolare, sono stati contestati il rifacimento di due marciapiedi e la copertura del mercato comunale. Questa cooperativa, chiamata Marvon, era in mano alla ‘ndrangheta. «Come è emerso da un’intercettazione – ricostruisce i fatti il nostro interlocutore – il nome della ditta altro non è che un acronimo di Marcianò Allavena Roldi Vincenzo Omar Nunzio: cognomi e nomi di tre soggetti tutti condannati in primo grado per 416 bis. Nello stesso processo – continua Traversa – gli amministratori che hanno dato gli appalti, l’ex sindaco Scullino e il city manager Prestileo, sono stati accusati di abuso d’ufficio e di concorso esterno in associazione mafiosa ma sono stati assolti perché non ci sono le prove della loro consapevolezza che la Marvon fosse in odore di mafia. Il fatto però rimane: almeno tre lavori sono stati assegnati direttamente a una cooperativa in mano alla ‘ndrangheta. La formula assolutoria, infatti, non è “perché il fatto non sussiste” ma “perché il fatto non costituisce reato”. Siamo, dunque, in mancanza di dolo, dell’elemento soggettivo di voler esplicitamente favorire la ‘ndrangheta, ma il fatto sussiste, eccome».

    ‘Ndrangheta e piccoli appalti

    lavori-cantiereAttenzione, quindi, a pensare che alla ‘ndrangheta interessi fare solo il grosso business. Tutt’altro. Come ama sottolineare Nando Dalla Chiesa, è vero che la ‘ndrangheta si muove anche su palcoscenici di grande livello ma non ha per nulla abbandonato la cura e l’interesse per le piccole realtà di paese. Anzi, a ben vedere la storia delle inchieste di mafia, si nota una vera e propria predilezione per il piccolo, come ci ricorda Luca Traversa: «I grossi annidamenti di ‘ndrangheta si trovano in piccole città: in Liguria a Ventimiglia e Bordighera, in Piemonte nell’hinterland torinese (Leynì, Rivarolo Canavese, Moncalieri, Nichelino), in Lombardia nell’hinterland milanese (Buccinasco, Pioltello, Cesano Boscone). Non bisogna pensare la ‘ndrangheta moderna per forza in giacca e cravatta a trattare di finanza. C’è anche quello ma c’è soprattutto ancora una ‘ndrangheta che si muove nel piccolo e si interessa dei piccoli lavori urbani: a Ventimiglia, la Marvon trattava lavori da 30 mila euro». Ma l’esempio più lampante del nord Italia lo troviamo a Buccinasco, nella Città Metropolitana di Milano, che si è guadagnato l’appellativo di Platì del nord: «Qui – racconta Traversa – dalle relazioni della DDA di Milano sappiamo che si sono stabilite intere generazioni di ‘ndranghetisti che si occupano proprio di smaltimento terra, lavori edili, smaltimento di rifiuti e un po’ di imprenditoria immobiliare: tutti lavori su scala ridotta, all’interno di un Comune che non conta neanche 30 mila abitanti».

    Perché questa predilezione per il piccolo? La risposta è molto semplice e si può sintetizzare con il concetto di controllo del territorio. «Intanto – spiega l’esperto – in una piccola realtà se condizioni poche centinaia di voti, puoi quasi vincere le elezioni e, se vinci le elezioni, conquisti tutti gli appalti pubblici che vuoi. Secondo, in una città piccola spesso mancano gli anticorpi, i baluardi di civismo e socialità positiva: non c’è Università, le forze di polizia sono pochissime, i cittadini hanno meno possibilità di aggregarsi in attività positive. C’è meno denuncia da parte della società e l’attenzione dei media è generalmente scadente, quantomeno nell’ordinario. La ‘ndrangheta, per quanto stia vivendo una mutazione genetica dai sequestri di persona e violenza feroce a uno stile di vita più sommerso, mimetico, non ha mai perso la propria caratteristica fondamentale che è proprio il controllo del territorio, ovvero avere in mano la popolazione sia quando si tratta di fare un favore dando un servizio che l’istituzione pubblica non è in grado di dare, sia quando si tratta di controllare il voto».

    Per tornare a esempi liguri, nelle carte del processo “La Svolta” si legge che al ristorante “Le Volte” di Ventimiglia, di proprietà di Giuseppe Marcianò, si assiste a una processione di imprenditori, politici, cittadini comuni che vanno a chiedere favori. «Questo è esattamente il controllo del territorio – sottolinea Traversa – che, viene da sé, è più facilmente realizzabile in realtà limitate e, come diceva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, potrà terminare solo quando lo Stato riuscirà a dare ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà loro come favori. È proprio qui la chiave di volta: nel momento in cui lo Stato non è in grado di tutelare i diritti delle persone, queste organizzazioni criminali assolvono alle stesse esigenze tramite il meccanismo del favore, che poi diventa ricatto, soggezione e controllo. E funziona molto di più nelle realtà che non hanno i riflettori puntati addosso. A Genova sarebbe difficile da realizzare dal punto di vista “fisico”: è quasi impossibile controllare direttamente 600 mila persone, ma anche solo 300 mila; tutt’al più, come accade nei fatti, puoi controllare singole attività o interi quartieri (Maddalena, Rivarolo, Certosa)».

    Un altro grande vantaggio del manovrare all’interno delle piccole realtà è la minor presenza di controlli. Come accorgersi, ad esempio, che la ditta che mi sta ristrutturando casa è in odore di mafia? Secondo Luca Traversa esistono alcuni segnali sentinella: «Se è vero che gran parte degli esponenti legati alla ‘ndrangheta fanno gli imprenditori edili anche di piccole dimensioni (lo stesso Domenico Belcastro, arrestato nel 2010, non era uno che si occupava di grandi appalti pubblici ma, probabilmente, avrà ristrutturato moltissime case genovesi), è altrettanto vero che spesso queste ditte lavorano in maniera scadente, con materiali di scarsa qualità pur non avendo problemi economici perché soldi da far girare ne hanno sempre. Nel momento in cui dovessimo affrontare lavori di edilizia privata, dovremmo provare a ricostruire un po’ la storia delle aziende a cui ci rivolgiamo, anche attraverso una semplice visura camerale».
    Ci sono, poi, altri due consigli che Traversa si sente di dare ai semplici cittadini, non solo quelli alle prese con lavori edili. «Il primo, un po’ banale, parte dalla definizione di mafia: la mafia è cultura del privilegio e della prevaricazione. Quindi dobbiamo evitare nelle nostre vite e nelle situazioni quotidiane dinamiche di privilegio e prevaricazione. Ad esempio, nella scelta di una pizzeria, di un negozio o di una trattoria, boicottiamo realtà in odore di mafia. Sarà banale ma al sud ha cambiato la realtà di molti paesi: le cose si cambiano mettendo nell’angolo chi cerca di inquinare l’economia pulita».
    E poi c’è il capitolo informazione e azione. «Credo che in capo a ogni cittadino incomba un onere di informazione. Oggi quasi tutti possono disporre degli strumenti per comprendere certe dinamiche, approfondire certi fenomeni. Conoscere il fenomeno è il primo modo per poterlo combattere: ormai il fenomeno mafioso è stato studiato, analizzato, descritto in ogni sua forma e non è così impossibile avvertirne i sintomi, cogliere i campanelli di allarme in varie situazioni della vita. Le piccole realtà mafiose spesso vanno a incidere sulla nostra vita in modo molto più concreto di quanto si possa pensare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gabriele Serpe, “lascio la direzione di Era Superba”: esce l’ultimo numero della rivista

    Gabriele Serpe, “lascio la direzione di Era Superba”: esce l’ultimo numero della rivista

    era-superba-62-ultimo-numeroCari lettori di Era Superba, questo editoriale ha per chi scrive un sapore agrodolce. Dopo otto anni lunghi e intensi, siamo giunti alla fine di un percorso. Ho deciso di fare un passo indietro, lascio la direzione della testata che ho creato e cresciuto insieme ai miei compagni di viaggio Manuela Stella, Marco Brancato, Annalisa Serpe e, nei primi anni di vita, Andrea Vagni e Enrico Scaruffi. A tutti loro va la mia più sincera gratitudine.

    Con il numero in uscita (62) si interrompe la pubblicazione della rivista cartacea, ma siamo al lavoro in questi giorni perché Era Superba non finisca qui, non finisca con noi. Vorremmo – sotto la guida di un nuovo direttore – che il lavoro della redazione proseguisse sulle pagine di questo sito, in costante crescita dall’apertura nel 2011 e, adesso, pronto ad ampliarsi e imporsi ancora di più come voce indipendente e onesta nel panorama dell’informazione locale. Staremo a vedere come si evolverà la situazione e ovviamente vi aggiorneremo sul futuro.

    In quanto a me, voglio strappare con il “sistema di sopravvivenza” che ho imparato a memoria in 31 anni di vita, l’unico che conosco, convinto che altri siano possibili e più vicini ai miei bisogni. Non sono mai riuscito nell’impresa di accettare un’esistenza fondata sullo stipendio e sull’impiego come unico mezzo per soddisfare i bisogni primari dell’essere umano: mangiare, bere e dormire. Un mezzo, lo stipendio, che costa più di un terzo di giornata, l’altro terzo si dorme: quel che rimane non basta. Con lo stipendio si mangia, si beve, si dorme, ovvero supermercati e affitto/mutuo: quel che rimane non basta. Ne vale la pena? Secondo me no.

    Così vado dove un tetto in affitto costa cifre più umane, dove posso occuparmi della terra per procurarmi da solo il cibo e quel poco denaro necessario a pagare l’affitto. Stop. Un primo passo, che avevo necessità di fare. Non so quanto durerà e dove mi porterà in futuro questa scelta, ma al momento conta poco, l’importante è muoversi verso un qualcosa che possa con il tempo assomigliare sempre di più alla parola delle parole, quella che non ha definizioni valide nel dizionario, ma di cui ogni arte è pervasa e a cui ogni uomo tende, per natura, nel proprio inconscio. Libero da chi? Libero da che cosa? Staremo a vedere, confesso che in un angolo dell’anima sogno un “lavori in corso” lungo una vita intera. Come ho sempre fatto, in qualche modo ve ne renderò conto, se avrete voglia di leggermi o di ascoltarmi.

    Con affetto,
    Gabriele Serpe

  • Por, a rischio 10 milioni di finanziamento europeo per Sampierdarena: colpa dei ritardi nei lavori

    Por, a rischio 10 milioni di finanziamento europeo per Sampierdarena: colpa dei ritardi nei lavori

    palazzo-tursi-D4Il Comune di Genova rischia di dover restituire all’Europa 10 milioni di euro. L’allarme forte e chiaro è lanciato dall’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Edoardo Rixi. «Se entro fine anno Tursi non riuscirà a collaudare l’ascensore di collegamento tra via Cantore e villa Scassi (i cui lavori sono appena iniziati e non potranno certo essere portati a termine nel giro di 2 mesi, NdR) – sostiene Rixi – l’amministrazione dovrà restituire non solo i 2,8 milioni di euro di finanziamento per l’opera ma tutti i 10 milioni stanziati sul progetto più complessivo di riqualificazione di Sampierdarena». L’ascensore in questione è, infatti, uno dei tanti lavori in ritardo inseriti nel grande calderone dei Por 2007-2013 (qui l’approfondimento), importanti interventi di riqualificazione territoriale sostenuti in parte dal Fondo europeo di sviluppo regionale e in parte dai Comuni destinatari dei trasferimenti comunitari. Per legge, tutti i lavori (che a Genova riguardano anche altri progetti alla Maddalena, Molassana, Sestri-Chiaravagna e Pra’ Marina) devono essere rendicontati (compreso il pagamento di tutti i fornitori) e collaudati entro la fine dell’anno, pena la restituzione dell’intero finanziamento.

    Il tentativo in extremis del Comune per non perdere faccia e milioni

    Nessuno dei cinque progetti è stato al momento completato. Il Comune contava su una proroga a seguito dei danni alluvionali dello scorso anno e i conseguenti rallentamenti nei cantieri: «La richiesta sarebbe dovuta partire da Roma – spiega ancora l’assessore regionale – ma è evidente che non si possa chiedere una proroga nazionale solo per il ritardo di una città».

    Tursi, allora, ha provato un altro escamotage. All’interno delle opere previste nei Por sono state inserite alcune somme urgenze proprio derivanti da danni alluvionali: «Così – spiega l’assessore comunale ai Lavori pubblici, Gianni Crivello – abbiamo aumentato la portata dei Por e la copertura a carico del Comune che ci permetterà di rendicontare i lavori entro la fine dell’anno e non incappare nella mannaia della restituzione dei finanziamenti ma ci consentirà di proseguire tranquillamente i cantieri anche nei mesi successivi. La situazione è assolutamente sotto controllo: abbiamo ricevuto garanzie da Bruxelles e dalla Regione con cui abbiamo cadenzato una serie di incontri per la verifica puntuale dello stato delle opere. Senza dimenticare che in alcuni cantieri come Pra’ e Molassana stiamo correndo come razzi: è ovvio che se fosse arrivata la proroga avremmo potuto fare le cose con un po’ più di tranquillità».

    Il caso di Sampierdarena

    Via Buranello SampierdarenaMa l’espediente, assieme a qualche altro strategico spostamento di opere da un Por all’altro, sembra poter funzionare per tutte le zone di intervento tranne che per Sampierdarena. «In generale – conferma Rixi – sono abbastanza tranquillo perché tra l’accelerazione evidente di alcuni cantieri e il prezioso lavoro degli uffici regionali dovremmo riuscire a mantenere sostanzialmente tutti i finanziamenti, anche se i lavori non saranno completati entro la fine dell’anno. L’unica eccezione è Sampierdarena dove il Comune non è ancora riuscito a cubare i 2,8 milioni di euro previsti per l’ascensore via Cantore – Villa Scassi».

    C’è ancora una possibilità di proroga concessa da Roma e da Bruxelles che potrebbe evitare al Comune di dover restituire non solo i 2,8 milioni di euro ma anche il finanziamento del Por Sampierdarena per lavori già portati a termine: Tursi dovrebbe farsi carico di una fidejussione a garanzia della copertura economica complessiva pari a 10 milioni di euro. Così i fondi europei resterebbero congelati ancora per un anno. «Se alla fine del 2016 l’ascensore non dovesse essere ancora funzionante – prosegue l’assessore regionale – i soldi tornerebbero all’Europa ed entrerebbe in gioco la garanzia bancaria stipulata dal Comune». E Genova resterebbe con un lavoro a metà e la necessità di recuperare nuovi fondi per portare l’opera a compimento in tempi rapidi, senza considerare le eventuali rivalse delle ditte vincitrici dell’appalto. Alternativa alla fidejussione potrebbe essere una delibera di giunta che sancisse una variazione di bilancio ad hoc, ma nell’attuale condizioni delle casse di Tursi si tratta di un’ipotesi alquanto improbabile. «La Regione non ha intenzione di metterci un euro – avverte Rixi – anche perché si tratta dell’unico caso in Europa di un ritardo così forte che, tra l’altro, potrebbe mettere a serio rischio futuri finanziamenti comunitari per tutta la Liguria dal momento che si creerebbe un buco sul capitolo regionale della programmazione europea. È allucinante non riuscire a spendere questi soldi in un contesto in cui l’Italia ogni anno dà all’Europa 14 miliardi di euro e ne riceve non più di una decina: non ha proprio senso essere costretti a restituire pure quel poco che arriva».

    L’imbarazzo a Tursi e la situazione a Pra’

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Ma perché tutti questi ritardi su lavori previsti e finanziati da anni? «In alcuni casi – spiega Crivello – ci sono stati degli ostacoli oggettivi in corso d’opera: a Pra’, ad esempio, abbiamo dovuto bonificare dell’amianto per oltre 700 mila euro, poi c’è stato il non semplice smaltimento del sedime ferroviario e ancora i lavori di messa in sicurezza idrogeologica resi più difficile dalle grandi piogge. In altre situazioni, invece, ci si sarebbe dovuti interrogare a monte sulla fattibilità di alcune opere. Penso, ad esempio, alla pedonalizzazione di via Buranello: non sarebbe stato meglio dedicarsi prima a un convincente rilancio degli spazi sotto i voltini ferroviari?».

    Resta il fatto che non tutti i ritardi (compreso il mancato aggiornamento ai cittadini sullo stato delle opere, dato che il sito dell’Urban Center – che il Comune di Genova ha dedicato alla “città che cambia” – fa risalire le ultime informazioni al 7 gennaio 2013) sono facilmente scusabili. E l’imbarazzo dell’amministrazione è, comunque, palpabile. Secondo quanto trapelato dai corridoi di Tursi, martedì pomeriggio l’assessore Crivello avrebbe dovuto rispondere a un’interrogazione a risposta immediata di un consigliere di maggioranza proprio sullo stato dell’arte dei lavori dei Por. Ma l’art. 54 è stato fatto sparire con un colpo di magia per non creare ulteriori difficoltà a una giunta già abbastanza in crisi su altri fronti.

    Secondo l’assessore regionale Rixi, il Comune avrebbe anche avuto l’occasione di rimediare poco prima dell’estate: «Dopo il nostro insediamento avevamo proposto a Tursi una rimodulazione dei Por sostituendo opere complesse con lavori di manutenzioni più semplici e immediati ma il Comune si è arroccato sulla sua posizione. In sei mesi, attraverso piccoli appalti, si sarebbero potuti portare a termine interventi ugualmente importanti come la riqualificazione dei mercati comunali, l’illuminazione pubblica e l’installazione di telecamere di sicurezza nelle zone più degradate. Avevamo anche chiesto al Comune di portarci un elenco di altre opere realizzate negli ultimi anni nella zona di Sampierdarena per cercare di farle rientrare nei lavori del Por ma non c’è stato verso».

    Una condotta che il Comune cercherà di migliorare sui prossimi finanziamenti europei: «Stiamo lavorando soprattutto sul delicato tema del trasporto in Val Bisagno – anticipa Crivello – e sull’efficientamento energetico, secondo le linee guida fornite dall’Europa».

    cantiere-stazione-praIntanto, ci sono da portare a casa gli altri cantieri. In questo quadro di incertezza, con il rischio concreto che qualche lavoro resti sospeso a metà, non perde le speranze il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente, interessato al Por più sostanzioso dal punto di vista economico che dovrebbe, tra le altre cose, far nascere a Pra’ Marina una nuova cittadella dello sport: «Abbiamo già ricevuto garanzie dal Comune che i lavori saranno portati a termine in qualsiasi caso: anche se per qualche ragione non si riuscissero a sfruttare i finanziamenti europei nella loro interezza, Tursi troverà il modo di rimediare con altri fondi per rilanciare come si deve la zona marina di Pra’ e rendere la Fascia di Rispetto un polo di attrazione sportiva e turistica sovraregionale». Dopo anni di rallentamenti, a Pra’ i lavori sembrano finalmente procedere nel verso giusto e a buon ritmo: «Al momento – dice il presidente – siamo circa al 50-55% dei lavori completati: sono state riqualificate piazza Sciesa, la passeggiata lungo il campo di calcio della Praese, l’approdo Navebus con il parcheggio di interscambio e la foce del rio San Pietro. Siamo più indietro, invece, sui lavori del Parco Lungo e del progetto Pra-to-Sport ma si tratta di quelli economicamente meno incidenti. Sicuramente non tutto verrà completato entro la fine dell’anno – conclude Avvenente – ma mi accontenterei se venisse messo definitivamente a sistema almeno tutto il riassetto della viabilità».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Acquasola, il punto sulla riqualificazione in attesa del nuovo regolamento per i Parchi storici

    Acquasola, il punto sulla riqualificazione in attesa del nuovo regolamento per i Parchi storici

    Parco dell'AcquasolaLe pulizie dei migranti di qualche settimana fa sono ormai un ricordo. Un bel progetto per tentare di dare concretezza all’accoglienza e all’integrazione dei profughi nella nostra città ma un’operazione di make up troppo lieve per restituire dignità a uno dei più amati parchi storici genovesi. Stiamo parlando dell’Acquasola che, dopo le annose vertenze con la concessione poi ritirata per la costruzione di un box auto (che ha portato il Comune a versare una penale di circa 2 milioni di euro), da circa un anno è in attesa di poter rinascere a vita nuova. La riqualificazione era stata promessa entro fine 2015 ma dei cantieri per il momento non c’è nemmeno l’ombra: l’area cintata riguarda solo i vecchi lavori per i parcheggi mentre nel resto del parco regna la desolazione.

    Colpa di un bando che al momento ha visto solo un affidamento provvisorio: nel frattempo, alla ditta vincitrice sono state chieste due integrazioni al progetto presentato. Ora, finalmente, dovrebbe essere tutto pronto per la consegna dei cantieri. Lo assicura l’assessore al Verde, Italo Porcile: «Se non concluderemo l’accordo con la ditta vincitrice in questi giorni, potremmo procedere all’aggiudicazione dei lavori ai secondi classificati nel bando e iniziare i cantieri al massimo entro la fine del mese».

    La riqualificazione del parco dell’Acquasola

    La nuova vita dell’Acquasola passa attraverso un progetto che è una via di mezzo tra un’opera di manutenzione straordinaria e una vera e propria riqualificazione. L’intervento esteticamente più significativo e simbolico è senza dubbio quello relativo al laghetto che verrà interamente restaurato assieme alla fontana e all’area circostante: oltre all’acqua corrente è possibile anche il ritorno di cigni e paperelle. Interessante anche il recupero di tutto il camminamento perimetrale esterno al parco che ripercorrerà gli antichi bastioni: qui sarà necessario un intervento di pulizia straordinaria e di bonifica di tutti gli strascichi del cantiere della Metro. A proposito, nella zona cosiddetta del “Collo d’oca” (quella che si interseca con viale IV novembre) si era parlato in passato della possibile realizzazione di un parcheggio (soprattutto in seguito ai lavori di piazza Dante) ma l’assessore Porcile tende ad escludere qualsiasi intervento impattante: «Tutt’al più potremmo pensare a una zona di sola fermata per i bus turistici che una volta lasciati i passeggeri abbandonino l’area. Oppure a qualche stallo per bici e tutt’al più moto, anche se preferirei lasciare tutta l’area pedonale. Si tratta, comunque, di un discorso che avremo modo di affrontare con la giusta calma più avanti». L’assessore non lo dice esplicitamente ma fa capire che qualsiasi sia la decisione che riguarda il “Collo d’oca” l’importante è che non venga trasformato in parcheggio tout court.

    Parco dell'AcquasolaFulcro della manutenzione naturalmente riguarda l’area verde, con la sistemazione dell’esistente, la ripiantumazione delle essenze morte e l’introduzione di nuovi cespugli e qualche “alto fusto”. Modifiche in arrivo anche per l’area giochi: addio alla mini pista di go-kart mentre la giostra verrà spostata nell’angolo a monte, di fronte alla zona ristoro; scivoli e dondoli, invece, saranno messi a nuovo ma resteranno dove sono. Anche per i bar cambierà qualcosa: piatti freddi e caldi sotto il verde rilassante non sembrano a rischio ma il tutto dovrà avvenire in un contesto esteticamente più decoroso per l’ambiente in cui il bistrot è ospitato. Cambierà casa anche l’area cani che, leggermente ridimensionata, troverà spazio nella zona sud, praticamente di fronte agli immobili dell’Università.

    Naturalmente verranno sistemati tutti gli ingressi con la messa a norma per quanto riguarda l’accessibilità per i disabili e sarà data una rinfrescata a ringhiere e panchine, con il ritorno all’antico. Prevista la sistemazione della pavimentazione nella zona dell’ex cantiere per il box auto per un costo di circa 70 mila euro. «Certo – ammette Porcile – non riusciremo a riprendere il disegno originale di Barabino ma daremo vita a un giusto equilibrio tra le necessità di verde urbano e di spazi per il relax e il gioco dei bambini. Insomma, mi sembra che alla fine tutte le realtà che mostrano giustamente grande interesse per il Parco possano ritenersi soddisfatte».

    I tempi previsti per restituire l’Acquasola ai genovesi sono confermati in tre mesi dalla partenza dei lavori. Si andrà, dunque, per forza di cose oltre la fatidica data del 31 dicembre 2015: un problema soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti. I fondi per far tornare a vivere il parco, infatti, arrivano dal prezioso pozzo degli avanzi delle Colombiane, vincolati proprio alla risistemazione di parchi e ville storici della città: tuttavia, se l’amministrazione non rendiconterà queste spese entro la fine dell’anno, il gruzzolo non speso dovrà tornare a Roma. Da Tursi è già partita la richiesta per l’ennesima proroga, almeno per qualche mese, ma nella peggiore delle ipotesi per l’Acquasola è probabile che andrebbero persi solo “pochi spiccioli”, abbastanza facilmente reintegrabili.

    Fondi colombiane? I conti non tornano…

    [quote]Erano stati destinati 700 mila euro provenienti da fondi ex Colombiane e vincolati alla riqualificazione dei parchi urbani. Che fine hanno fatto i 400 mila euro di differenza?[/quote]

    A proposito di soldi, il costo di tutta l’operazione di restyling si aggira attorno ai 300 mila euro. Fermi tutti. «Per la riqualificazione dell’Acquasola – dice la consigliera comunale Vittoria Musso – erano stati destinati 700 mila euro provenienti da fondi ex Colombiane e vincolati alla riqualificazione dei parchi urbani. Che fine hanno fatto i 400 mila euro di differenza?». Nessuno sa (o vuole) rispondere, almeno per il momento. «Da quando sono entrato nel mio ruolo di assessore – tiene a specificare Porcile – si è sempre parlato di costi attorno ai 300 mila euro per la riqualificazione dell’Acquasola. Ho chiesto spiegazioni all’assessore Miceli (titolare della delega al Bilancio, NdR) e penso che a breve arriveranno tutti i chiarimenti. Quello che posso assicurare, comunque, è che il Parco dell’Acquasola è una delle realtà in cui l’amministrazione ha intenzione di intervenire economicamente anche in futuro, per completare qualche arredo ma anche dare vita a nuovi progetti, non solo attraverso i ribassi d’asta del progetto di riqualificazione». Certo, difficilmente il budget a disposizione potrà raggiungere quei 400 mila euro che sembrano essere spariti nel nulla e sarebbero potuti essere molto preziosi per tornare a rendere giustizia al parco alle spalle di piazza Corvetto.

    Nuovo regolamento Parchi storici

    Oltre la riqualificazione, l’amministrazione non è ancora in grado di poter pensare a progetti a più ampio respiro. Qualcosa di più si potrà sapere nelle prossime settimane quando, dopo una gestazione elefantiaca, sarà finalmente discusso in Commissione e Consiglio comunale il nuovo Regolamento per l’uso dei parchi storici che l’assessore Porcile aveva assicurato di imminente approvazione già prima dell’estate: «È vero – ammette – c’è stato qualche ritardo di troppo ma è stato dovuto soprattutto alla riorganizzazione interna degli uffici amministrativi: il settore dei Parchi storici è, infatti, passato dalla direzione Verde alla direzione Cultura ma siamo finalmente pronti per portare il provvedimento in aula nelle prossime settimane». Non è questa la sede per entrare nel dettaglio ma è sicuramente già possibile anticipare come il nuovo regolamento aprirà definitivamente le porte, anzi i cancelli, dei parchi a tutta una serie di eventi artistici e culturali. Difficile che all’Acquasola si possa ripetere una stagione teatrale all’aperto come quella recente del Teatro della Gioventù o un evento di grande richiamo come la “Silent Disco” ma non è assolutamente esclusa la possibilità di dare ospitalità a qualche manifestazione di uguale interesse ma a partecipazione più contenuta, che non precluda il decoro e la finalità principale dell’ambiente in cui si immerge.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    vicoli-immigrazione-d1L’eco, a dire il vero neanche troppo lontana, degli sgomberi “No Borders” al confine italofrancese ha fatto passare in secondo piano quella che per settimane è stata la questione più dibattuta sulle pagine dei giornali locali e non solo: la prima accoglienza dei migranti in Liguria e il successivo processo di smistamento e integrazione nella vita genovese. Come abbiamo già cercato di dimostrare in passato, chi parla incessantemente di “invasione”, lo fa per lo più con finalità di strumentalizzazione politica e viene seccamente smentito dai numeri come illustrato dall’assessore alle Politiche sociali Emanuela Fracassi, nel corso di un aggiornamento in Commissione consiliare lunedì mattina. Così, recependo una proposta De Pietro (M5S) e Gioia (Udc), l’amministrazione dedicherà alcune pagine del proprio sito istituzionale alla corretta informazione sul tema dei migranti richiedenti asilo per cercare di stoppare sul nascere i proliferanti falsi luoghi comuni.

    Certo, il tema della prima accoglienza e dell’integrazione dei migranti è delicato e necessita di soluzioni concrete e non troppo improvvisate. Ma il fenomeno, sicuramente in espansione negli ultimi anni, ha senza dubbio la necessità di assestarsi prima di poter essere analizzato con la giusta prospettiva.

    Le misure di prima accoglienza a Genova

    [quote]Il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata.[/quote]

    Con l’ultima circolare ministeriale che risale allo scorso 8 settembre, alla Liguria sono stati assegnati complessivamente 3980 posti per l’accoglienza di migranti richiedenti asilo. Di questi, 2914 sono già attivi su tutto il territorio regionale mentre circa 1300 si concentrano nella provincia genovese (e quasi esclusivamente nel Comune di Genova, per un’incidenza sulla popolazione residente pari circa al 2 per mille). Il Tavolo di coordinamento di questi flussi è gestito direttamente dalla Prefettura, emanazione territoriale del governo centrale, sia dal punto di vista del monitoraggio delle presenze sia da quello della messa in atto di soluzioni efficaci per rispondere alle necessità dell’accoglienza.

    Nella maggior parte dei casi, i profughi che arrivano a Genova sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, un procedimento gestito da una Commissione ad hoc che, finalmente, da 5 mesi è attiva con una sede anche nella nostra città. «Non dobbiamo più accompagnare i profughi a Torino – spiega l’assessore – ma i tempi di attesa tra l’identificazione e il riconoscimento dello status di rifugiato sono mediamente di 18 mesi, un’enormità rispetto ai 3 mesi previsti dalla legge». Per la cronaca, la commissione genovese ha accettato solo il 30% delle richieste: dopo un eventuale diniego è possibile fare ricorso e arrivare fino al terzo grado di giudizio ma naturalmente i tempi si allungano e quella che dovrebbe essere “solo” una prima accoglienza si trasforma in qualcosa di semi-permanente. «Benché un periodo di osservazione di 5 mesi non possa ancora avere rilevanza statistica – osserva l’assessore Fracassi – i flussi che riguardano Genova e la Liguria presentano già aspetti interessanti e caratterizzanti: ad esempio, il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata».

    I migranti che arrivano in territorio ligure vengono accolti in strutture gestite da enti accreditati del terzo settore e hanno diritto a vitto, alloggio, beni di prima necessità, assistenza sanitaria, consulenza legale e mediazione culturale per l’apprendimento della lingua italiana. Secondo quanto previsto dalla normativa, per l’accoglienza di ciascun migrante lo Stato versa 35 euro al giorno, compresi 2,5 euro consegnati direttamente ai profughi per minime spese personali.

    Com’è noto dalle cronache cittadine, la prima attività di screening e assistenza sanitaria dei profughi giunti a Genova viene fornita attraverso due strutture: una a Campi, in corso Perrone, in sostituzione della originaria collocazione al Palasport,  l’altra nell’ex palazzina Q8 in viale Brigate Partigiane in via di ristrutturazione. Ma l’obiettivo dell’amministrazione è di riuscire a individuare a breve un grande “hub” cittadino o regionale, magari proveniente da qualche struttura acquisita gratuitamente da Tursi attraverso il federalismo demaniale e per la cui ristrutturazione sfruttare i finanziamenti messi a disposizione dal Ministero.

    Intanto, i profughi arrivati in città provano a darsi da fare lavorando gratuitamente per sentirsi utili e offrire un mutuo aiuto a chi li ha accolti. È il caso, ad esempio, di chi ha aderito all’azione di pulizia volontaria del parco dell’Acquasola e di villetta Di Negro. In attesa che arrivi la formalizzazione dello status di protezione internazionale, i migranti non possono stipulare regolari contratti di lavoro ma il Comune, attraverso la collaborazione dei Municipi, ha pensato a un apposito protocollo siglato con Prefettura e associazioni del Terzo settore per coinvolgere attivamente i profughi nella vita della città. Anche se c’è già chi mugugna che si tratti di una sorta di sfruttamento di mano d’opera.

    Dall’accoglienza all’integrazione

    Fin qui la cosiddetta “prima accoglienza”, su cui tuttavia il coinvolgimento di Tursi è soprattutto a livello logistico, consultivo e di coordinamento tra la Prefettura e le associazioni che si occupano del sociale. Più diretta, invece, è l’azione del Comune in un altro progetto di accoglienza che ricade nel sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), finanziato dal Ministero dell’Interno fin dal 2001, con costi che si aggirano sui 40 euro giornalieri per ciascun assistito (45 euro per i minori). Si tratta della cosiddetta accoglienza di secondo livello, ovvero la realizzazione di percorsi di integrazione e autonomia  per chi si è visto riconoscere formalmente lo status di rifugiato e vuole rimanere a vivere in città. Attualmente sono 187 i posti che il Comune può mettere a disposizione, 170 adulti e 17 minorenni.

    I minori stranieri non accompagnati e accolti in città sono in realtà molti di più. Dal novembre 2014 è attivo un apposito progetto finanziato dal Ministero dell’Interno per 50 bambini suddivisi tra due strutture in via Serra e a Cornigliano. Inoltre, il Comune ha una propria struttura per la prima accoglienza in emergenza in grado di dare risposta a 12 minori. Infine, lo scorso aprile Tursi ha partecipato a un bando ministeriale per strutture di seconda accoglienza dedicate ai minori presentando un progetto per 40 posti ma gli esiti non sono stati ancora comunicati.

    Il ruolo fondamentale del terzo settore e le potenzialità dell’accoglienza diffusa

    Il fulcro del sistema di accoglienza, sia esso di primo o secondo livello, sono indubbiamente le associazioni che operano nel campo del sociale e i tanti volontari che vi collaborano. Secondo i dati forniti dalla Prefettura, al momento sono 22 le strutture nel Comune di Genova all’interno delle quale vengono ospitati i profughi. Si può fare di più? Secondo l’assessore Fracassi sì e i nuovi percorsi da intraprendere riguardano la cosiddetta accoglienza diffusa, che chiama in causa la partecipazione diretta delle famiglie genovesi, sempre sotto il coordinamento delle associazioni del Terzo settore. «Il modello da seguire è quello del Comune di Asti – ha tracciato la linea l’assessore – dove molte famiglie, per lo più di origine straniera, hanno scelto di ospitare alcuni profughi a casa propria, ricevendo 400 euro al mese dalle istituzioni come contributo al mantenimento». Certo, l’accoglienza in famiglia non può andare bene per tutte le situazioni ma è comunque un percorso che Genova non può lasciare intentato: «La scelta sul modello di accoglienza più adeguato per ciascun caso – conclude Fracassi – è molto difficile: l’inserimento di un profugo in una famiglia, ad esempio, non è indicato nella fase di prima accoglienza (ad Asti, ad esempio, avviene dopo un periodo di 3 mesi passati in un centro di accoglienza collettivo come quello di Campi, NdR) e può essere ugualmente problematico per i minori che potrebbero vedere acuiti i traumi del viaggio e della fuga».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Le vie dell’acqua pubblica: dalle sorgenti ai rubinetti, da dove arriva l’acqua che beviamo?

    Le vie dell’acqua pubblica: dalle sorgenti ai rubinetti, da dove arriva l’acqua che beviamo?

    Lago del Brugneto LiguriaA Genova esistevano storicamente tre distinti acquedotti: il Nicolay, il De Ferrari Galliera, e Genova Acque (Amga). I primi due erano privati, il terzo era inizialmente una municipalizzata, poi ceduta ad un consorzio misto pubblico-privati. Nel 2006 dalla fusione delle tre società, nacque Mediterranea delle Acque, società del Gruppo Iren, in grado di gestire tutto il Comune di Genova e 39 dei 67 comuni dell’ex ambito Ato (Ambito Territoriale Integrato) sul quale occorre organizzare il servizio idrico sulla base della normativa regionale. Ad oggi dunque è uno solo il referente per la distribuzione in città dell’acqua potabile evitando curiose intersezioni fra acquedotti privati, pubblici e in via di privatizzazione.

    Negli anni ‘70 e ‘80 però, con eccezionali stagioni di siccità, gli acquedotti privati ebbero il loro momento di gloria, cercando di diversificarsi rispetto al principale, ormai municipalizzato: anche il piccolo Nicolay in quegli anni realizzò la diga sul lago Busalletta mettendosi in condizione di far fronte ai ciclici periodi di magra dello Scrivia. Insomma, la concorrenza poteva riservare qualche vantaggio, ma certamente appesantiva e irrigidiva l’offerta poiché fino al 1990 le interconnessioni praticamente non esistevano.

    Oggi, invece, il nostro bicchiere d’acqua ha lo stesso “marchio” qualsiasi provenienza abbia e l’acquedotto, grazie ad una condotta posta fra Val Bisagno e Val Polcevera di circa 8 chilometri, riesce a pompare acqua da una zona all’altra della città, in caso di criticità nella fornitura.

    Detto questo, l’acqua arriva comunque da siti posti anche a considerevole distanza fra di loro; si va dalla diga sul Brugneto al lago della Busalletta, dalla captazione delle acque del Bisagno a quelle del Polcevera.

    Dal Brugneto al rubinetto

    Ipotizziamo il viaggio di un bicchiere d’acqua che sgorghi ad esempio da un rubinetto di Nervi: in questo caso, il contenuto del nostro bicchiere nascerà con tutta probabilità nei prati della Val Trebbia, nel fiume Brugneto, sbarrato dalla diga che crea il lago più vasto della Liguria a 777 metri di altezza. L’acqua dell’invaso per prima cosa alimenta una piccola centrale idroelettrica che produce energia pulita. Dopo questo passaggio attraversa delle vasche dette di sedimentazione, dove le impurità tipo sassi e sabbia si depositano sul fondo, e a questo punto l’acqua è pronta per la partenza verso la città. Percorre circa 14 chilometri in una sorta di galleria, con una derivazione può anche alimentare, in particolari periodi dell’anno, il lago di Val Noci, pure utilizzato per l’acquedotto genovese.

    Attraverso i boschi dell’alta Val Bisagno, passando per La Presa di Bargagli, arriva infine nell’impianto di potabilizzazione di Prato, dove per mezzo di quattro vasche di decantazione si rimuovono le sostanze chimiche indesiderate e viene protetta dai microrganismi patogeni. Se l’acqua fosse stata raccolta dal Bisagno o dal Lavesa, un affluente (accade specialmente nei mesi invernali, quando le precipitazioni sono frequenti, in modo da conservare l’acqua dell’invaso per i periodi di siccità) sempre a Prato avrebbe trovato l’impianto “Civico” dedicato alla raccolta dal fiume. Infine, con il biossido di cloro o l’ipoclorito di sodio viene sterilizzata e si dirige verso l’ultima parte del viaggio, per raggiungere le nostre case.

    Qui sgorga fresca e pura, secondo le analisi di Arpal e della Compagnia erogatrice; un po’ meno pura secondo Altroconsumo e Greenpeace, che hanno messo in risalto la rilevante percentuale di metalli pesanti, seppur compresa entro i limiti imposti dalla normativa. A questo punto ovviamente è difficile per l’utente finale discriminare l’acqua in base alla provenienza, e probabilmente non è poi così significativo: quello che conta è la ragionevole certezza che, pur in presenza di stagioni secche, la capacità di erogare acqua rimanga il più possibile immutata.

     

    Bruna Taravello

     

  • Ex Magazzini del Sale, ecco il progetto di riqualificazione del Comune. Quale futuro per il CSOA Zapata?

    Ex Magazzini del Sale, ecco il progetto di riqualificazione del Comune. Quale futuro per il CSOA Zapata?

    concerto-zapataUn investimento da 3 milioni e 380 mila euro in 10 anni, da reperire anche attraverso finanziamenti nazionali e bandi europei. A tanto ammonta la stima degli uffici comunali per il progetto di riqualificazione degli ex Magazzini del Sale, la struttura (realizzata a metà Ottocento per raccogliere il sale arrivato dal porto e pronto alla commercializzazione e dichiarata di interesse culturale nel 1987) che sorge sullo “spartiacque” tra lungomare Canepa e via Sampierdarena per una superficie complessiva di circa 2200 mq. Ampliamente sottoutilizzato e sfruttato solo sul versante est dal Club Petanque Sampierdarena (che utilizza anche uno spazio esterno con relativa tensostruttura, su concessione del Demanio Portuale) e su quello ovest dal CSOA Zapata (che ha occupato gli spazi nel 1996 venendo poi a un accordo per l’utilizzo con la prima giunta Pericu), l’immobile è attualmente di proprietà demaniale ma potrebbe presto diventare parte del patrimonio di Palazzo Tursi nelle more del federalismo demaniale e culturale, con una procedura del tutto identica a quella intrapresa per i Forti (qui l’approfondimento).

    Il progetto del Comune di Genova

    [quote] Il cronoprogramma prevede lavori dal 2017 al 2021, per costi intorno ai 2 milioni di euro. Un altro milione è previsto per la strutturazione di nuovi spazi interni, che si realizzerà tra il 2021 e il 2024, ed esterni, tra il 2022 e il 2025. Infine, è già stata prevista un’ultima fase per la riqualificazione del tessuto urbano circostante, per cui il Comune vorrebbe investire ulteriori 1,2 milioni di euro, oltre ai 3,4 milioni destinati alla struttura[/quote]

    L’amministrazione ha quindi predisposto il piano di riqualificazione necessario per stipulare il passaggio di proprietà gratuito dal Ministero al Comune, con il nulla osta della Sovrintendenza. «Di fatto – dice la consigliera Monica Russo, molto attiva nel quartiere – gli spazi dei Magazzini del Sale sono già ora a disposizione della collettività grazie alle attività culturali extra-sportive organizzate nei locali della bocciofila: chiunque abbia proposte in tal senso può chiedere alla bocciofila di essere ospitato». E così, in linea di massima, dovrebbe restare anche dopo la riqualificazione: il progetto stilato dagli uffici comunali parla, infatti, di un serbatoio multifunzionale con interesse pubblico e diversi filoni di attività culturali e sociali. Sicuramente uno spazio (nella zona di levante, quella più vicina al centro città) sarà affidato direttamente al Municipio Centro Ovest che lo gestirà in totale autonomia, anche grazie alla prevista passerella di collegamento con i vicini uffici municipali. Garantita anche la sopravvivenza della realtà sportiva, con gli spazi della bocciofila che saranno riorganizzati anche a seguito dell’intervento di allargamento di Lungomare Canepa. Infine, è previsto un non meglio definito filone “socio-culturale” per le attività negli spazi rimanenti.

    «Il piano di valorizzazione – spiega l’assessore al Patrimonio, Emanuele Piazza – prevede maglie piuttosto larghe. I tempi lunghi di attuazione ci garantiscono una buona sicurezza sull’effettiva possibilità di portare a termine l’intervento: in caso di ritardi, infatti, la legge dice che il bene dovrebbe tornare automaticamente al Demanio. Inoltre, la definizione ancora piuttosto generica delle attività che si andranno a insediare consente di entrare successivamente nel merito attraverso un percorso di partecipazione (richiesto a gran voce da molti consiglieri, soprattutto del M5S, ndr) con un confronto diretto con i cittadini».

    Così, una prima fase di messa in sicurezza del bene esistente, soprattutto per quanto riguarda la testata est, con un costo di 263 mila euro totalmente accollato al Comune, dovrebbe concludersi entro fine 2016. Successivamente partirebbe il recupero vero e proprio dell’immobile e il suo adeguamento funzionale e tecnologico: il cronoprogramma prevede lavori dal 2017 al 2021, per costi che si aggirano attorno ai 2 milioni di euro. Un altro milione, invece, è previsto per la strutturazione di nuovi spazi interni, che si realizzerà tra il 2021 e il 2024, ed esterni, tra il 2022 e il 2025. Infine, è già stata prevista un’ultima fase per la riqualificazione del tessuto urbano circostante, per cui gli uffici di Tursi pensano di investire circa 1,2 milioni di euro, oltre ai 3,4 milioni destinati alla struttura in senso stretto.

    Costo o investimento?

    ex-magazzini-saleIl progetto, dunque, se dovesse essere avvallato dal Consiglio comunale, inciderà non poco sul bilancio del prossimo ciclo amministrativo. E proprio sulla voce costi sono nate parecchie perplessità sui banchi della Sala Rossa: «Stiamo parlando di un investimento di 330 mila euro all’anno per 10 anni – dice il capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia – ma se abbiamo questi soldi per la gestione del Patrimonio comunale perché non andiamo a investirli dove c’è bisogno, ad esempio nella ristrutturazione degli edifici scolastici?».

    Sul punto, la risposta dell’assessore Piazza non ammette repliche: «Certamente l’acquisizione dei beni è un costo per il Comune dal punto di vista della messa in sicurezza e della riqualificazione ma non può sfuggire che altrimenti questi luoghi resterebbero vuoti urbani che generano degrado e alti costi sociali. E una città come Genova che dagli anni ’70 è decresciuta di circa 250 mila persone, ovvero l’equivalente di cinque città di Savona, questi spazi pubblici e privati sono molti. Sicuramente abbiamo altri interventi prioritari, come la messa in sicurezza degli edifici scolastici, ma con interventi progressivi dobbiamo tenere conto anche di questi beni che oggi sono criticità ma domani possono diventare un’opportunità di servizio per il territorio, a fini culturali e ricreativi e, perché no, anche per le imprese. Insomma, cerchiamo di passare dal degrado alla vivibilità anche grazie a una buona collaborazione con Demanio e Sovraintendenza».

    L’amministrazione, almeno questa volta, sembra piuttosto consapevole dei rischi soprattutto economici a cui va incontro. «La messa in sicurezza degli ex Magazzini – entra nel merito l’assessore – sarà inserita nel prossimo Piano triennale dei Lavori pubblici mentre per la restante parte dei fondi si cercherà di affidarsi non solo alle casse comunali ma anche a bandi europei, ad esempio legati alle fonti energetiche autoalimentate, e a fondi nazionali voluti dall’Anci e messi a disposizioni dal Mef proprio per il federalismo demaniale. In ultimo, esattamente come avverrà per i Forti, non dobbiamo dimenticarci l’importanza della compartecipazione pubblico-privato, legata a concessioni agevolate del bene in vista di una sua valorizzazione».

    Il futuro del CSOA Zapata

    zapataViene da chiedersi come mai queste rimostranze da parte dei consiglieri non siano state fatte al momento della presentazione dell’intero processo di acquisizione gratuita dei beni dal Demanio quando, come avevamo già avuto modo di sottolineare, era già piuttosto evidente che si sarebbe trattato di un probabile bagno di sangue per le casse di Tursi. Eppure, allora, se non da un favore unanime, il percorso non era certo stato accolto da una levata di scudi: ora, sembra essere troppo tardi, e il rischio è che la contrarietà a questo progetto nasconda altri malesseri politici, ad esempio legati al futuro del CSOA Zapata.

    A proposito, che ne sarà di questi spazi occupati ormai da quasi vent’anni? Se la bocciofila (che ha un contratto di locazione con il Demanio in scadenza tra 4 anni e dovrà per forza di cose essere ereditato da Tursi) è al sicuro seppure con qualche riorganizzazione spaziale, qualche dubbio in più sembra esserci per il centro sociale. La sensazione, comunque, è che in quel generico terzo filone di attività socio-culturali previsto per la riqualificazione degli spazi sia sottointesa una sorta di legittimazione delle attività portate avanti dai giovani del centro sociale ma che il Comune stia ancora cercando la strada per poter formalizzare un accordo in tutto e per tutto legale sulla gestione degli spazi. Una trattativa che non si preannuncia facilissima anche perché, dopo la rottura del tavolo di coordinamento centri sociali-amministrazione (voluto da don Gallo con la giunta Vincenzi) in seguito allo sgombero del LSOA Buridda dalla vecchia sede di via Bertani, i rapporti vanno ricuciti.

    Sul tema, la discussione in Commissione a Tursi si è fatta calda. «Dobbiamo discutere del futuro del centro sociale, magari prima di mandare i celerini a sgomberare» ha avvertito Mauro Muscarà (M5S) facendo evidente riferimento a quanto successo in via Bertani. «Si parla sempre di sociale e culturale ma mai di commerciale: dobbiamo pagare noi i conti mentre sono gli altri a divertirsi» si lamenta Stefano Anzalone del Gruppo Misto. «Se lì dentro ci fosse Casapound saremmo lo stesso così compresivi?» tuona, un po’ a sorpresa, il consigliere PD Giovanni Vassallo, che aggiunge: «Se sei in un spazio pubblico, almeno una lira la devi pagare, secondo quanto dicono le norme. La linea politica non può essere che se sei un centro sociale di sinistra fai quello che vuoi; la linea deve essere che tutte le posizioni vanno regolarizzate, pagando un canone che ovviamente deve essere di molto calmierato se hai una funzione sociale».

    Restando in casa Pd, il capogruppo Farello ricorda però che «lo Zapata non è frutto di un’occupazione abusiva: il centro sociale è stato messo lì dalla prima giunta Pericu. Non dobbiamo dimenticarci, però, che quando approveremo il nuovo regolamento della movida, buona parte delle attività che si svolgono in quelli spazi diventeranno illegali». Dall’altro versante, il consigliere Gianpiero Pastorino (Sel) si dispiace del fatto che «ragazzi figli di cittadini di Genova e di Sampierdarena vengano etichettati come abusivi. I pregiudizi non devono entrare in quest’aula perché anche questi cittadini hanno diritto di esprimersi in questa città». Il compagno di partito Chessa ricorda che «la riqualificazione di quel rudere è iniziata proprio quando è partita l’occupazione da parte dello Zapata per cui è indispensabile arrivare a un accordo con i ragazzi, anche attraverso un canone simbolico che dia vita a un rapporto legalitarioNon posso non sottolineare che questa giunta ha contribuito a rompere il rapporto con i centri sociali che aveva provato a intavolare la giunta Vincenzi, peraltro con effetti paradossali che laddove si è sgomberato un immobile peraltro non ancora venduto, si è dato via a un processo che ha portato all’occupazione di un altro spazio di gran lunga migliore per il centro sociale. Resta il fatto che un rapporto vada recuperato». Infine, Clizia Nicolella di Lista Doria sottolinea come «in contesto sociale fortemente mutato da una crisi economica senza precedenti, è compito dell’amministrazione valutare non tanto l’ormai  difficile monetizzabilità della concessione di spazi pubblici quanto piuttosto il ritorno per la collettività in termini più globali».

    La sintesi spetta naturalmente alla giunta: «Una volta che entreremo in possesso del bene – assicura l’assessore Piazza – vedremo quali sono i diritti acquisiti di chi attualmente occupa gli spazi degli ex Magazzini del Sale e cercheremo di capire come procedere. È evidente che tutte le assegnazioni dovranno avvenire secondo norme di legge ma è altrettanto evidente che il Comune possa concedere sconti sul canone di affidamento anche fino al 90% se vengono riscontrati forti interessi culturali e sociali per l’attività svolta da chi gestisce gli spazi». Insomma, un accordo sembra possibile. Almeno a parole.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Teatro Stabile di Genova, quarto in Italia per finanziamenti pubblici: da Roma 1 milione e 874mila euro

    Teatro Stabile di Genova, quarto in Italia per finanziamenti pubblici: da Roma 1 milione e 874mila euro

    teatro-corte-stabile-2Siamo giunti all’ultimo capitolo di questa lunga inchiesta sullo stato di salute del teatro di prosa a Genova. Dopo l’approfondimento sulla situazione generale realizzato direttamente con i protagonisti, i focus sulle realtà più piccole come Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria e Altrove , sulle difficoltà del Teatro della Gioventù, sul Politeama Genovese , sul Teatro dell’Archivolto e sul Teatro della Tosse, concludiamo il nostro percorso con il Teatro Stabile.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Teatro nazionale di nome ma non di fatto, lo Stabile di Genova nel 2015 è la quarta realtà italiana per finanziamenti in arrivo dal Ministero dei Beni Culturali. Per l’istituzione del neo direttore Angelo Pastore sono previsti, infatti, 1 milione e 874 mila euro dal Fus, dietro solo a Milano, Torino e, per qualche spicciolo, Roma ma prima di teatri a cui è stato formalmente riconosciuto l’appellativo di “nazionale”, come Modena, Venezia, Firenze e Napoli. Note le polemiche che hanno portato al declassamento del principale teatro di prosa della nostra città a Teatro di rilevante interesse culturale: il ricorso amministrativo per essere ricompreso nel novero dei Teatri Nazionali resta ma la conferma sostanziale dei finanziamenti del passato (con un lieve aumento dello 0,8% rispetto allo scorso anno) ha, in parte, stemperato gli animi.

    teatro-corte-DICon un bilancio di poco inferiore ai 9 milioni di euro, chiuso in pareggio nel 2014 e con buone prospettive anche per il 2015, lo Stabile riceve altri 3,4 milioni di euro dai soci pubblici. Fino a poco tempo fa le realtà erano tre: Comune (60%), Provincia e Regione (20% a testa). Con lo scioglimento dell’ente intermedio, le quote sono state equamente distribuite tra Tursi e via Fieschi: così, all’ente amministrato da Doria tocca ora coprire il 70% mentre il restante 30% è onere di Toti. «Il primo impatto con la nuova amministrazione regionale – dice il direttore Pastore – è stato positivo e ho molta fiducia nel neo assessore Cavo. Anche con il Comune abbiamo un dialogo aperto ma la situazione economica è molto più complicata».

    Più di metà dei fondi a disposizione dello Stabile ha provenienza pubblica. Il 25-30%, invece, arriva dalla bigliettazione. E sono ottime le notizie circa la prevendita per la imminente stagione che si è chiusa con oltre 2500 abbonati. Poi ci sono le Fondazioni: soprattutto la Compagnia di San Paolo e, con qualche difficoltà in più, Carige, che per quest’anno ha tagliato 300 mila euro. Seguono altri sponsor privati, pubblicità a vario titolo e i sostegni di cittadini e associazioni sul modello dei grandi teatri europei come il Piccolo di Milano o l’Odeon di Parigi con la possibilità di diversi sostegni economici a seconda del titolo di simpatizzanti, amici o sostenitori.  

    [quote]ci muoviamo in un contesto di crisi diffusa, con un Fondo unico per lo spettacolo che da metà degli anni ’80 a oggi è passato da 1000 miliardi di lire a 400 milioni di euro: insomma, nel 1986 non lo sapevamo ma eravamo ricchi»[/quote]

    teatro-duseSul fronte spese, neanche a dirlo, le voci più importanti riguardano il personale, la gestione delle sale, la produzione interna e l’ospitalità delle compagnie che mettono in scena i propri spettacoli alla Corte o al Duse. «L’obiettivo è stare aperti il più possibile perché, secondo la vecchia idea del teatro pubblico, un teatro vive solo se sta aperto» è l’idea di Pastore. Per la stagione 2015-16 sono previste 224 alzate di sipario in abbonamento con, forse per la prima volta quantomeno in anni recenti, più recite di produzione che ospitalità: «Ma tra rassegne, scuola di recitazione e saggi supereremo le 300» assicura Pastore.

    Quindi, pazienza se la riforma Franceschini, almeno per il momento, ha “declassato” lo Stabile a “Tric”. «Noi – sostiene il direttore – cercheremo comunque di stare all’interno dei parametri previsti per i teatri nazionali perché il nostro progetto è quello di un teatro nazionale. Per questo chiediamo ai soci (Comune e Regione, ndr) di continuare a contribuire come sempre, cercando di coprire anche la parte un tempo spettante alla Provincia».

    Certo, per “guadagnarsi” gli oltre 5 milioni di fondi pubblici anche il Teatro dovrà metterci del suo con razionalizzazioni interne e sale sempre più piene. «L’affetto che i genovesi continuano a mostrarci – dice Pastore, facendo riferimento al buon successo della prevendita per la prossima stagione – rappresenta una sorta di dovere a perseverare nella nostra attività. Noi lottiamo e dobbiamo sbatterci per avere più entrate ma non possiamo dimenticarci che ci muoviamo in un contesto di crisi diffusa, con un Fondo unico per lo spettacolo che da metà degli anni ’80 a oggi è passato da 1000 miliardi di lire a 400 milioni di euro: insomma, nel 1986 non lo sapevamo ma eravamo ricchi».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Teatro della Tosse, sperimentazione e conti in ordine. Da Roma arrivano 675mila euro

    Teatro della Tosse, sperimentazione e conti in ordine. Da Roma arrivano 675mila euro

    Ingresso Teatro della TosseDopo l’approfondimento nella prima parte di questa lunga inchiesta a puntate sullo stato di salute e sulla situazione generale del teatro di prosa a Genova realizzato direttamente con i protagonisti, i focus sulle realtà più piccole come Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria e Altrove , sulle difficoltà del Teatro della Gioventù, sul Politeama Genovese e sul Teatro dell’Archivolto, in questo articolo ci concentriamo sul presidio culturale del centro storico, quel Teatro della Tosse dai più considerato vero e proprio centro di sperimentazione teatrale nel variegato panorama genovese.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    A differenza del Teatro dell’Archivolto che ha ottenuto solo il “titolo” di centro di produzione e il Teatro Stabile che, come è noto, è stato declassato e ha perso l’appellativo di Teatro Nazionale, il Teatro della Tosse può ritenersi assolutamente soddisfatto dopo il riconoscimento dal Ministero che lo ha collocato tra i Teatri di rilevante interesse culturale (per l’approfondimento sull’attuale riforma Franceschini vedi la prima parte dell’inchiesta). «Siamo molto contenti della qualifica ottenuta che rispecchia a pieno le nostre produzioni e la stabilità del nostro nucleo artistico – spiega il direttore Amedeo Romeo – ma il programma che abbiamo presentato e vogliamo rispettare è molto impegnativo, per cui sarebbe stato tutto un po’ più facile con qualche contributo in più da parte del Governo». Dal Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) arriveranno 675 mila euro per la stagione (mentre lo scorso anno gli stanziamenti ammontavano a 710 mila euro) e altri 48 mila per un festival di danza . «In complesso – riconosce Romeo – sono 17 mila euro in più ma il festival di danza comporterà costi notevoli dal momento che è prevista anche una grande co-produzione internazionale con Germania e Austria intitolata “Pizzeria Anarchia”».

    I fondi ministeriali non bastano a coprire un bilancio annuale che si aggira sull’ordine di grandezza dei 2 milioni di euro. Le 160 giornate di produzione e 260 alzate di sipario, comprese le attività della Claque, verranno finanziate anche da Comune e Regione. «Il fatto di essere stati riconosciuti come Tric – spiega il direttore – obbliga gli enti locali a co-finanziarci per almeno il 40% dei fondi previsti dal Fus, ossia 285 mila euro, secondo proporzioni ancora da stabilire. In realtà si tratta di circa 15 mila euro in meno rispetto a quanto arrivato lo scorso anno ma dovrebbero essere garantiti almeno fino al 2017, dato che il programma presentato al Ministero ha valenza triennale». Ai fondi pubblici si aggiungono quelli privati di tanti piccoli sponsor ma soprattutto della Compagnia di San Paolo (che finanzia buona parte dei teatri di prosa genovesi) che quest’anno ha investito 200 mila euro sulla stagione. E poi ci sono gli incassi della bigliettazione che continuano a premiare la multidisciplinarietà e lo stretto legame col territorio, tipici dei quarant’anni del Teatro della Tosse: già lo scorso anno si era chiuso con un +30% di spettatori rispetto ai poco meno di 60 mila ingressi del 2013, mentre per quest’anno si è registrato un ulteriore aumento del 15%.

    Sul capitolo costi, invece, la voce più significativa è quella del personale tecnico, artistico e gestionale, che ogni anno si porta via ben più del 50% del bilancio. «Ma – commenta Romeo – a mio avviso si tratta di un aspetto positivo perché significa che l’industria culturale può essere un importante volano per l’economia in una città in cui il teatro, nonostante tutte le difficoltà, è sano».

    Come sani sono anche i conti della Tosse: «Bene o male – conclude il direttore – riusciamo a chiudere in pari ogni anno ma non potrebbe essere altrimenti perché siamo una realtà privata che se non fosse virtuosa non potrebbe ricevere i contributi pubblici e i finanziamenti dalle banche e sarebbe costretta a fallire. Le tournée sono diminuite e i costi non si riescono a coprire solo con la bigliettazione. La stessa cosa vale per le ospitalità. Di conseguenza il finanziamento pubblico è vitale, anche perché se è vero che non siamo un teatro pubblico cerchiamo comunque di fare l’interesse del pubblico».

     

    Simone D’Ambrosio

  • No all’inceneritore in Liguria, comitati e Regione insieme contro il governo: «Scelta sbagliata e pericolosa»

    No all’inceneritore in Liguria, comitati e Regione insieme contro il governo: «Scelta sbagliata e pericolosa»

    rifiutiLa battaglia contro i nuovi inceneritori previsti dalla legge “Sblocca italia” è arrivata anche a Genova. È stata presentata questa mattina sotto i portici del palazzo della Regione la petizione del coordinamento ligure GCR – Gestione Corretta dei Rifiuti, un gruppo di comitati e associazioni nato qualche anno fa per promuovere la legge di iniziativa popolare “Rifiuti Zero”. L’obiettivo dell’appello, che già da qualche giorno è stato pubblicato sul portale change.org ha superato le 350 adesioni, è quello di fare pressione sulle Regioni affinché venga bloccato il provvedimento che prevede la realizzazione di 12 nuovi inceneritori in 10 Regioni italiane, in aggiunta ai 42 già in funzione e ai 6 in fase di costruzione. Secondo quanto previsto dal governo Renzi, uno di questi impianti di chiusura a caldo del ciclo dei rifiuti, con una capacità di almeno 210 mila tonnellate all’anno, dovrebbe trovare posto anche in Liguria. Un’imposizione a cui la Regione, tramite il presidente Toti e l’assessore Giampedrone, ha già fatto sapere che si opporrà in tutte le forme possibili, cambiando decisamente idea rispetto a quanto annunciato in campagna elettorale.

    «La notizia – dicono con il sorriso l’ing. Mauro Solari e il dr Franco Valerio, promotori della petizione – è che il presidente Toti è d’accordo con i comitati. Scherzi a parte, le motivazioni alla base del decreto nazionale non hanno fondamento: il numero di inceneritori da realizzare è stato calcolato partendo da dati inconsistenti mentre il pretrattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati, la raccolta dell’umido e una differenziata spinta, come previsto dal nuovo Piano Regionale, sono una risposta assolutamente adeguata alle esigenze dei liguri e non solo».

    Secondo quanto stabilito dall’Europa, gli Stati membri non possono procedere alla realizzazione di nuovi inceneritori se quelli esistenti non sono in attività per almeno il 70% del potenziale. Ma, le stime degli esperti parlano di diversi impianti italiani ampiamente sottoutilizzati. Inoltre, la stessa normativa europea indica una precisa gerarchia nella gestione dei rifiuti, che prevede innanzitutto la riduzione, poi la preparazione al riutilizzo, poi il riciclaggio con recupero di materia e solo al penultimo posto l’incenerimento con recupero di energia, appena prima della fase residuale dello smaltimento (con incenerimento senza recupero di energia od in discarica).

    raccolta-rifiuti«Certamente – dicono Valerio e Solari – la Liguria è in forte ritardo rispetto agli obiettivi comunitari sulla raccolta differenziata ma la realizzazione dell’inceneritore non aiuterebbe a migliorare. I tempi di ammortamento per un impianto così costoso come quello previsto sono molto lunghi: significherebbe che si dovrebbe continuare a produrre rifiuti per alimentarlo almeno per i prossimi 20 anni. Si tratta solo di una marchetta del governo in favore degli inceneritoristi».

    Tra i firmatari dell’appello anche tutti i consiglieri di Lista Doria. «Pensavamo che i pericoli di una chiusura a caldo del ciclo dei rifiuti fossero definitivamente scongiurati dopo aver cambiato gli intendimenti della vecchia giunta Vincenzi – dice il capogruppo e consigliere delegato all’Ambiente per la Città Metropolitana, Enrico Pignone – ma speriamo che, anche grazie alla presa di posizione della Regione, pure il governo prenda atto che un’altra economia è possibile, un’economia circolare che completi il ciclo dei rifiuti con impianti freddo e non parli più di scarti ma di materia da reimmettere nel ciclo produttivo e in grado di produrre energia rinnovabile».

    Il tema potrebbe presto essere affrontato anche sui banchi di Tursi dato che il consigliere di Fds, Antonio Bruno, ha depositato una mozione che ricalca i temi principali della petizione di GCR. «Mi chiedo anche – aggiunge Bruno – come mai tutto questo clamore non sia stato fatto quando, dopo la chiusura di Scarpino, si è deciso di smaltire i rifiuti liguri in inceneritori fuori Regione. Se un impianto è inquinante, lo è a Genova come a Torino».

    «La situazione che si è venuta a creare a Genova con la chiusura della discarica di Scarpino è stata una vera e propria emergenza – ribattono Valerio e Solari – da cui si può uscire solo appoggiandosi alle altre Regioni. Certamente si tratta di una soluzione che deve rimanere temporanea e per questo motivo siamo molto preoccupati da un eventuale ingresso in Amiu di Iren, già proprietaria di impianti di incenerimento in altre Regioni: non vorremmo che quanto di buono fatto finora sulla carta del Piano industriale di Amiu e di quello regionale dei rifiuti, venisse vanificato per una mera operazione politico-economica».

    Il futuro del ciclo dei rifiuti genovese si fa dunque sempre più incerto. Tra una raccolta differenziata che stenta fino addirittura a regredire, un’azienda che aspetta di conoscere il suo futuro sempre vicino a una quantomeno parziale privatizzazione, un piano industriale che attende in qualche modo di essere finanziato per dare vita a quegli impianti che consentirebbero di rendere Genova virtuosa e sostenibile nel processo di smaltimento dei rifiuti, ci mancava solamente che tornasse in ballo la questione degli inceneritori. Questa tipologia di impianti, infatti, non solo è antieconomica (un kilowatt prodotto attraverso lo smaltimento di rifiuti in un inceneritore costa cinque volte tanto l’equivalente incamerato attraverso una centrale termoelettrica) e dannosa dal punto di vista ambientale ma può essere pericolosa anche per la salute di chi ci vive attorno. «Secondo uno studio di Arpa Piemonte legato all’inceneritore di Vercelli – spiega il dr Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Ist – la percentuale di morti tra la popolazione che vive o lavora stabilmente vicino all’impianto può salire fino al 7% nell’arco di 5 anni e al 16% in 10 anni (con picchi anche del 29%) rispetto al tasso di mortalità medio del resto della città».

    Intanto, qualcosa sembrerebbe muoversi anche a livello nazionale. La seduta di Commissione Ambiente della Conferenza Stato – Regioni, inizialmente convocata per oggi, in cui si sarebbe dovuti entrare nel merito del decreto attuativo dello “Sblocca Italia” che riguarda la realizzazione dei nuovi inceneritori è stata rinviata a fine mese. La speranza dei comitati è che attraverso una forte pressione esercitata in coordinamento con le Regioni si possa arrivare almeno a un parziale dietrofront.

    Simone D’Ambrosio