Risultati della ricerca per: “memoria”

  • Sestri Levante e Castiglione Chiavarese: progetto di museo diffuso

    Sestri Levante e Castiglione Chiavarese: progetto di museo diffuso

    castiglione chiavareseSi chiama museo diffuso o ecomuseo, ed è un concetto sempre più presente sul territorio italiano, che mira a coniugare la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di un luogo a partire dal paesaggio, dagli angoli caratteristici, insomma dalle strade che di norma percorriamo per “andare al museo” ma che più raramente sono esse stesse parte del museo. Non solo: il museo diffuso coinvolge anche gli abitanti del territorio, perché la loro memoria storica, le usanze e le tradizioni diventino motivo di interesse per i visitatori.

    Per la prima volta anche la Liguria avrà il suo museo diffuso: in occasione del BIT di Milano (Borsa Internazionale del Turismo) verrà presentato dalla Provincia di Genova il museo diffuso di Sestri Levante e Castiglione Chiavarese, che vedrà i due comuni del Tigullio protagonisti di un percorso fra natura e cultura. A Palazzo Fasce (Sestri Levante) verrà inaugurato prossimamente un allestimento multimediale che costituirà il cuore del museo, da cui partiranno una serie di itinerari tematici volti a collegare la costa con il borgo dell’entroterra.

    Marta Traverso

  • Voci dalla Shoah: 433 videointerviste accessibili in italiano

    Voci dalla Shoah: 433 videointerviste accessibili in italiano

    Una pagina web per ascoltare ascoltare le voci e vedere i volti dei testimoni del tragico abisso della Shoah, dei pochi sopravvissuti ai lager di sterminio nazisti, di coloro che riuscirono a sfuggire agli arresti e alle deportazioni e di chi li aiutò a salvarsi, per trasmettere e mantenere viva la memoria del male assoluto.

    È  questo l’obiettivo del portale online “Ti racconto la storia: voci dalla Shoah” presentato oggi a Genova nel salone consiliare della Provincia che patrocina l’evento, organizzato dalla Comunità Ebraica nell’ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria.

    Il portale per la prima volta rende accessibili tutte le 433 videointerviste in italiano conservate nell’archivio dello USC Shoah Foundation Institute, fondato nel 1994 da Steven Spielberg (come Survivors of the Shoah Visual History Foundation e divenuto poi parte del Dana and David Dornsife College of Letters, Arts and Sciences della University of Southern California) che raccoglie oltre 52.000 testimonianze in tutto il mondo di sopravvissuti ebrei, omosessuali, testimoni di Geova, Rom e Sinti, sopravvissuti alle politiche naziste per il miglioramento della razza, liberatori e testimoni della liberazione, prigionieri politici, soccorritori e partecipanti ai processi per i crimini di guerra.

    Le interviste in italiano sono state indicizzate a Los Angeles da rappresentanti dell’Archivio Centrale dello Stato italiano, nelle collaborazioni avviate dal 2001 tra l’Archivio e lo Shoah Foundation Institute e per la prima volta ora sono accessibili online dal portale http://www.shoah.acs.beniculturali.it realizzato dall’Archivio con la Shoah Foundation Institute e il Laboratorio Lartte della Scuola Normale Superiore di Pisa (per vedere le interviste in italiano è necessario registrarsi sul sito dell’Archivio Centrale dello Stato).

  • “Smart drugs” e cannabinoidi sintetici: scoperta a Genova nuova sostanza

    “Smart drugs” e cannabinoidi sintetici: scoperta a Genova nuova sostanza

    Le smart drugsDai laboratori chimici dell’Agenzia delle Dogane di Genova arriva la notizia dell’individuazione di un nuova sostanza stupefacente che rientra nella categoria delle cosiddette “smart drugs“. E’ denominata CRA-13 e si tratta di un cannabinoide sintetico non ancora inserito nella Tabella I del D.P.R. 309/90, composto da molecole create per fini di ricerca medica e farmacologica e introdotto nel mercato illecito per l’azione stupefacente addirittura superiore a quella della cannabis naturale.

    E’ la prima volta in Italia che viene segnalato questo prodotto e la Direzione Centrale per l’Analisi Merceologica e per lo Sviluppo dei Laboratori Chimici ha inviato il risultato ottenuto al Sistema Nazionale di Allerta Precoce e Risposta Rapida per le Droghe, il National Early Warning System (N.E.W.S.), per la diffusione di livelli di attenzione e allerta sul territorio nazionale.

    Ma, che cosa sono le “smart drugs”?

    I cannabinoidi sintetici o “smart drugs” (ma anche “herbal highs” o “legal drugs”) sono il risultato dell’addizione di prodotti di origine naturale con molecole di sintesi che vengono aggiunte alla miscela vegetale senza alcun controllo tossicologico e farmaceutico. I risultati di laboratorio sono poi commercializzati con varie denominazioni e confezionamenti, talvolta facilitati dal fatto che alcune di queste molecole non sono vietate dalle leggi vigenti. E’ possibile inoltre che il principio attivo contenuto nelle parti fresche o secche delle piante vendute come “smart drugs” sia  presente nelle Tabelle delle sostanze stupefacenti, ma non sia presente né
    la pianta, né parti di essa, il che rende automaticamente legale la sua vendita.

    Sono infatti assolutamente legali gli “Smart Shop”, negozi presenti in diverse nazioni europee (un centinaio in Italia) specializzati nella vendita di stupefacenti di origine naturale e sintetica (in quest’ultimo caso si tratta di capsule contenenti aminoacidi, neurotrasmettitori tipo GABA ecc.) con marchio CE, ma vendono anche prodotti destinati alla coltivazione di piante (soprattutto funghi e canapa). Ancora più semplice è l’acquisto di questi prodotti attraverso il web, vengono venduti ad un prezzo medio di 25 euro, magari sotto forma di incensi o profumi d’ambiente con indicazione di divieto per uso umano, sebbene esistano poi altri siti che spiegano dettagliatamente le modalità di assunzione.

    Sul documento ufficiale dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma si legge: “La definizione di “smart drugs” è in continuo cambiamento, non solo per i diversi tipi di sostanze che di volta in volta rientrano in questa categoria (come appunto il neo arrivato Cra-13 n.d.r.) , ma anche da un punto di vista concettuale e culturale. Negli anni ‘90 il termine si diffuse negli Stati Uniti per indicare alcuni farmaci usati in medicina come coadiuvanti delle malattie senili […], una serie di sostanze con “azione sul cervello”, dette “nootropiche”, in grado di resuscitare ricordi dimenticati, di aumentare il quoziente di intelligenza, di aumentare la potenza sessuale, come ad esempio il piracetam o la lecitina. In realtà la dizione “americana” di “Smart Drugs” è rimasta invariata nel tempo: ancora oggi negli Stati Uniti le “smart drugs” sono una serie di sostanze farmacologicamente attive, che comprendono anche gli steroidi, in grado di agire sulla “performance” generale dell’individuo. A partire dalla fine degli anni ’90, invece, in Europa arriva la moda studentesca dell’uso di sostanze naturali o sintetiche vendibili legalmente con presunte indicazioni di efficacia sulla concentrazione e sulla memoria o con proprietà psicoattive”.

     

  • La settima arte “incontra” le Donne del Sud al Multisala America

    La settima arte “incontra” le Donne del Sud al Multisala America

    Donne del sud del MondoIn occasione della mostra Donne del sud del mondo,  visitabile fino al 30 marzo 2012 al Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo, la Multisala America di via Colombo 11 ospita giovedì 9 febbraio alle 21 il primo appuntamento cinematografico con Il destino del nome di Mira Nair (Leone d’oro a Venezia nel 2001 con Monsoon Wedding), tratto dall’omonimo libro di Jhumpa Lahiri.

    Un film sulla memoria, sull’identità, sulla necessità che ognuno di noi ha di essere e diventare libero mantenendo comunque saldo il rapporto con le proprie radici.

    Protagonisti una famiglia indiana nell’arco di due generazioni, il suo percorso e le sue difficoltà di adattamento in un paese straniero cui fa da sfondo una fotografia sgargiante, tipicamente indiana, che accompagna lo spettatore lungo il cammino dolce e amaro di una famiglia che cresce e si forma secondo le dure regole del destino.

    La proiezione – a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti – sarà preceduta da un aperitivo equo solidale nella Bottega di Via Galata 120 a partire dalle ore 19.

  • Geode, la mostra di Laura Santamaria alla Sala Dogana

    Geode, la mostra di Laura Santamaria alla Sala Dogana

     

    Dal 5 al 12 febbraio, la Sala Dogana di Palazzo Ducale ospita la mostra Geode di Laura Santamaria

    “Geode” termine inteso per spazio cavo e sotterraneo come l’architettura di Sala Dogana, ma anche superficie su cui si solidificano cristalli, originati da soluzioni acquose infiltrate nella roccia, processo di metamorfosi che rende visibile le forme potenziali della materia naturale. Così è interpretabile la raccolta delle opere presentate, la “ricerca in Natura”, secondo un percorso dal 1999 ad oggi, che rivela il tessuto di relazioni, e di connessioni che hanno fatto crescere le opere (installazioni, video, disegni, fotografie) una nell’altra, una dopo l’altra. Occasione per osservare la pratica di un processo sperimentale nel registro di gesti e scelte dei materiali, elementi d’azione di un microcosmo poetico e singolare.

    Sabato 4 febbraio ore 16.30 si tiene l’happening della mostra a cura di Laura Santamaria, moderatrice Alice Ginaldi “,Dà fuoco al fuoco / acqua all’acqua / e ciò ti basti” mentre giovedì 9 Febbraio ore 16:00 appuntamento con il laboratorio didattido gratuito a cura dell’artista “Dal buio emergono dei mostri, di bellezza sconvolgente”. Un’occasione per apprendere l’uso dei pigmenti naturali attraverso una personale e moderna elaborazione dell’antica tecnica meditativa usata dai monaci tibetani per la realizzazione dei loro mandala.

    Si useranno pigmenti naturali di colore nero e bianco per realizzare disegni astratti attraverso l’uso di appositi coni creati dall’artista per il laboratorio. I disegni realizzati verranno dispersi, di essi rimarrà solo un’esperienza fisica e creativa, ed un ricordo nella memoria, in tal modo si renderà sensibile il partecipante del principio transitorio, e di come esso faccia parte della pratica artistica attuale, invitandolo ad una riflessione e rielaborazione personale dell’esperienza.

    prenotazioni al 3473055053

    Geode – Mostra di Laura Santamaria

    Sala Dogana, Palazzo Ducale, Genova

    Dal 5 al 12 febbraio, dal martedì alla domenica ore 15.00-20.00 inaugurazione sabato 4 febbraio ore 16.30 con l’happening “Dà fuoco al fuoco / acqua all’acqua / e ciò ti basti”

    giovedì 9 febbraio ore 16:00 laboratorio didattico  “Dal buio emergono dei mostri, di bellezza sconvolgente”

    ingresso libero

  • Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi

    In occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, tante sono state le manifestazioni celebrative che si sono svolte per ricordare quei “luoghi della memoria” che hanno costellato il difficile cammino verso questa conquista o per ricordare quelle figure eroiche che hanno pagato, talora col sangue, il prezzo dei loro ideali. Uno dei personaggi dominanti di questo periodo è stato, senza dubbio, Giuseppe Garibaldi a cui sono stati dedicati conferenze, dibattiti, mostre fotografiche, incontri commemorativi, fiction televisive.

    Tra le rimembranze storiche esiste, a Genova, nel museo S. Agostino, una lapide che così recita: “Saluti riverente il popolo/questa casa/che per fraterna pietà di Natalina Pozzo/accolse fuggiasco/Giuseppe Garibaldi iniziante la gloriosa epopea delle sue gesta/il 4 febbraio 1834…”. L’episodio a cui fa riferimento, che Ernesto Pisani ha tradotto in rima nella poesia “Ciassa Sarzan, ‘na neutte de frevâ” (piazza Sarzano, una notte di febbraio), racconta di un edificio non più esistente, spazzato via dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale ma che si ergeva al n°46, in quel luogo dove ferveva l’opera degli “strapunté” (materassai). Anche la protagonista è, solo, un nome perso nel tempo, tenuto in vita da un ricordo leggendario non scevro da un pizzico di “suspense”.

    LE “SCAPPATELLE” DI GARIBALDI CON LE “BESAGNINE”

    E’ buio, la notte nasconde i passi affannosi di un fuggiasco, la polizia insegue un ricercato, reo di aver partecipato ad una fallita insurrezione mazziniana. Quando tutto sembra perduto, una porta si apre nel cuore del quartiere di Sarzano e l’ombra scivola al sicuro di vecchie mura: è la casa di Natalina Pozzo, una “besagnina”. La donna guarda quegli occhi azzurri, ancora increduli per lo scampato pericolo, e cerca di rassicurare l’inaspettato ospite; “Stæ sciu zoenotto, ch’òua o ciu o l’é fæto”(coraggio giovanotto che il più è fatto) “Staiei chi un pâ de giorni, poi vediêmo”(starete qui un paio di giorni poi vedremo). Dopo qualche tempo, infatti, l’eroe dei due mondi trova la via della libertà, travestito da contadino.

    Un aneddoto curioso come tanti altri se non fosse per un’altra lapide che è in bella mostra a Camerata di Sotto (Lumarzo), in Val Fontanabuona. Parole incise sul marmo per descrivere un avvenimento simile, cioè l’accoglienza ricevuta dal ricercato, però, cambia la casa, sita in strada Carlo Felice, l’attuale via XXV Aprile, cambia la data (9 febbraio) e il nome della pia donna, Teresa Schenone o “Teixinin”, come era chiamata, anch’essa fruttivendola.  Questa antitetica versione dell’episodio sembra essere suffragata da un manoscritto, datato Brescia 23 settembre 1866, in cui Garibaldi, ormai famoso personaggio della “cronaca”, rispondendo ad una lettera di Teresa, le esprime gratitudine eterna per il provvido aiuto e da una successiva missiva, indirizzata al “Barone Podesta, sindaco di Genova”, in cui l’eroe chiede una raccomandazione (esistevano già allora) al fine di trovare un lavoro per il marito della suddetta signora.

    La storia si complica ulteriormente: come ogni fatto di “gossip” ecco spuntare una terza pretendente, cotale Caterina, proprietaria dell’Osteria della Colomba, sita nel vicolo dell’Acquavite (si pensa fosse presso piazza Banchi) che assicura di essere lei ad aver soccorso il patriota  in un momento tanto tragico. Purtroppo è impossibile ricorrere alla prova dirimente del DNA e non rimane che trovare una risposta logica, per sanare la controversia, ipotizzando che tutte le tre donne abbiano, effettivamente, contribuito alla rocambolesca fuga ma in tre momenti diversi: prima in Sarzano, poi in via Carlo Felice ed infine verso il porto dove, attraverso la porta della Lanterna si arrivava a Sampierdarena e di lì, sulla strada di Sestri, si poteva  raggiungere la vicina Francia.

    Adriana Morando

  • Incontro con Nando Dalla Chiesa alla Feltrinelli

    Incontro con Nando Dalla Chiesa alla Feltrinelli

    Nando Dalla ChiesaVenerdì 13 gennaio alle 18 a La Feltrinelli in via Ceccardi si tiene l’incontro con Nando Dalla Chiesa, in occasione della presentazione del suo libro “Lo Statista, Francesco Cossiga. Promemoria su un presidente eversivo” (Melampo).

    Nando dalla Chiesa, professore di Sociologia della criminalità organizzata all’Università statale di Milano, editorialista de il Fatto Quotidiano e di Europa, è oggi in libreria per presentare il suo nuovo libro dedicato a Cossiga, di cui ha dichiarato “

    Alla fine lo hanno salutato come un grande statista. Eppure più scavavo nella memoria, più mi rendevo conto che Cossiga era stato il vero trait d’unione tra la prima Repubblica e la seconda, il custode dei misteri della prima e l’anticipatore delle insolenze della seconda. Lo spirito dei tempi del Divo e lo spirito dei tempi del Caimano”.

    L’ingresso è libero

  • Un fatto umano: la storia a fumetti del pool antimafia

    Un fatto umano: la storia a fumetti del pool antimafia

    Un libro a fumetti ambizioso, un lavoro di rigorosa ricerca documentale, realizzato a 6 mani dal torinese Manfredi Giffone, autore del testo e da due disegnatori genovesi, Alessandro Parodi e Fabrizio Longo. Parliamo del volume “Un fatto umano”, edito da Einaudi, uscito il 22 novembre scorso, sarà presentato presso la libreria Feltrinelli il prossimo 17 gennaio.

    Al centro del racconto, nel ventennale della morte di Falcone e Borsellino, la storia del pool antimafia e della lotta che un gruppo di uomini coraggiosi intraprese per contrastare quella che fra gli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, è diventata l’organizzazione criminale più potente al mondo.
    “La mafia non è invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà una fine”, questo il celebre auspicio di Giovanni Falcone, da cui prende le mosse un’opera che vuole essere una testimonianza preziosa perché è partendo dalla conoscenza di quegli anni che possiamo comprendere l’Italia in cui viviamo oggi.

    Abbiamo deciso di raccontare questa storia perché ci siamo resi conto che esisteva un buco narrativo e di memoria relativo a quegli eventi – spiegano i due autori, Alessandro Parodi e Fabrizio Longo – C’è stato un lungo periodo, dopo il 1992, in cui è scemata l’attenzione verso questi fatti. All’epoca delle stragi noi eravamo poco più che bambini, sprovvisti di una coscienza sociale abbiamo vissuto quei tragici episodi come di riflesso, senza comprenderli fino in fondo. È questa l’esigenza che ci ha spinto a provare a ricostruirli”. Ma non solo. “Anche gli anni antecedenti alle stragi erano finiti in un cono d’ombra – continuano gli autori – Siamo partiti dal caso Moro perché la storia delle organizzazioni mafiose finisce inevitabilmente per intrecciarsi con la storia d’Italia”.

    In appena 14 anni trame oscure, inchieste giudiziarie e scandali, dal caso Moro, alla vicenda Sindona alla Loggia P2, fino alle stragi di Capaci e via d’Amelio, stravolgono gli assetti politici del paese.
    E nel bel mezzo degli anni più bui della Prima Repubblica anche il fenomeno mafioso si trasformaDa movimento circoscritto si espande e sconfina”, spiegano Parodi e Longo. Palermo vive l’ascesa dei Corleonesi di Totò Riina che scatena una guerra intestina e nello stesso tempo lancia un assalto frontale allo Stato.
    Corleone rappresenta la fase di svezzamento della mafia. Fino ad allora c’era chi riteneva che finché si fossero ammazzati fra di loro la mafia sarebbe rimasta un fenomeno locale. Ma da lì in poi nulla sarà più come prima”.

    Tra l’altro quando i tre autori si misero al lavoro, circa 7 anni fa, esisteva ancora poco materiale sul tema. Durante la stesura dell’opera però – come ricordano i due disegnatori – iniziò il periodo delle fiction tv e poi recentemente affiorarono nuove rivelazioni sui rapporti Stato – mafia. “Tutto ciò ci creò un certo imbarazzo perché noi eravamo lì con la nostra idea fra le mani, avremmo voluto gridarlo al mondo intero, ma prima occorreva portare a termine il libro!”.

    Le immagini prendono vita grazie alla voce di un narratore d’eccezione, il puparo e cuntista Mimmo Cuticchio.
    Il narratore esterno è fondamentale perché c’era la necessità di una figura che tenesse le fila di una storia così complessa. E quale scelta migliore se non quella di affidarsi a colui che muove i pupi? L’idea era raccontare la storia come un cunto. E abbiamo avuto la fortuna di poter utilizzare il volto del più importante erede della tradizione dei cuntisti e dell’arte dei pupi siciliani. Inoltre dal punto di vista stilistico questa scelta ci ha dato la possibilità di inserire un tocco di irrealtà, vale a dire i pupi dalle sembianza di animali umanizzati”.

    Come mai, in un racconto che vuole essere una ricostruzione di eventi storici, avete assegnato ad ogni personaggio il volto di un animale?
    È stata una scelta ponderata. I motivi sono molteplici. Abbiamo cercato una chiave innovativa per mostrare con accuratezza la realtà delle cose. Paradossalmente questo elemento di irrealtà ci ha permesso di raccontare come si sono svolti davvero i fatti. E poi c’è anche un’esigenza più pratica: i personaggi sono tantissimi, aumentati in corso d’opera e questa soluzione permette un forte riconoscimento. Ci sono animali che sembrano essere cuciti addosso ai personaggi. La nostra è stata una ricerca di somiglianza fisica. Non si tratta di giudizi morali sui personaggi. Ad esempio per Giulio Andreotti siamo partiti da una foto in cui appare seduto nel suo scranno parlamentare. Ebbene in quell’immagine è evidente la sua somiglianza, forse consapevolmente voluta, con un pipistrello. Invece per Sandro Pertini, in maniera del tutto naturale, abbiamo immaginato il volto di una tartaruga, in questo caso anche per la sua aurea di saggezza”.

    Come si è svolto il vostro lungo lavoro di documentazione, durato ben 7 anni?
    La parte di documentazione è stata curata dallo sceneggiatore, Manfredi Giffone. Ha consultato le sentenze di numerosi processi di mafia tra cui il primo maxi processo di Palermo. Nel libro non è presente nessun fatto che non sia rintracciabile in atti giudiziari, processi, articoli di giornale, libri. Abbiamo potuto contare sul prezioso contributo di testimoni e giornalisti esperti sul tema. In particolare per il nostro lavoro di disegnatori abbiamo esaminato nel dettaglio centinaia di fotografie, reperti della polizia scientifica, ore ed ore di filmati, documenti originali. Siamo davvero orgogliosi di aver ottenuto il patrocinio della Fondazione Progetto Legalità, un’associazione di magistrati, di cui fa parte anche il Pm Antonio Ingroia, che porta avanti una serie di iniziative educative rivolte alle scuole”.

     

    Matteo Quadrone

  • Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto CalderoliAAA, cercasi sede opportuna per cotechino fraudolento. Non certo provvisto del rigido aplomb inglese ma sfoderando la gioia godereccia della cucina emiliana, questo improvvido ospite ha osato presentarsi, sull’austera tavola di Palazzo Chigi, per dare vita ad un “party” di Capodanno, il cui “riguardevole” costo rischia di minare il bilancio dello stato. E’ questo l’urlo di Munch… oh pardon.. dell’ex ministro Calderoli che, venuto a conoscenza del misfatto, ha immediatamente presentato istanza in Parlamento, evocando scenari apocalittici, non ultimo quello delle immediate dimissioni del neo leader Monti.

    La vicenda Kafkiana, per il paradosso, fantozziana per il grottesco, nasce dalla notizia “clandestina” che il nostro austero Primo Ministro avrebbe usufruito, indebitamente, dell’apparato dello stato per approntare una cena luculliana i cui partecipanti, possibili carbonari eversori dell’ordine costituito, andavano sollecitamente individuati e ai quali andavano estorte confessioni inequivocabili sul tenore degli argomenti trattati, nel corso del diabolico convegno.

    Vorrei avere la linguaccia della Litizzetto o l’ironia pungente di Crozza per commentare il fattaccio o, meglio ancora, avrei voluto avere la telecamera nascosta dell’indimenticabile Nanni Loi per immortalare l’espressione del nostro flemmatico capo di gabinetto: la traccia di un sorriso un po’ sbieco, un sopracciglio lievemente inarcato, una pausa ad effetto, uno sguardo panoramico sulla comitiva “godereccia” e poi un ….esterrefatto ohibò! E in questo semplice afflato, la sintesi del suo giudizio sulla somma “intellighenzia” del conclave politico.

    Giusto per la cronaca, non sono molto distanti i giorni in cui le “menti fanciulle” di una nutrita schiera di parlamentari sono riuscite a credere alla nuova versione della favola orientale di Ali babà (e dei ladroni, molti più di 40) con tanto di principessa egizia, Ruby, protagonista di una storia da libro Cuore, così come sono riusciti a scusare un “paseo”, degno di quella via Veneto di felliniana memoria, con la giustificazione che la sede non era istituzionale, dimentichi che le “sedicenti” dame venivano accompagnate al castello su “carrozze blu” trainate da potenti cavalli a benzina e “lacchè” in divisa, rigorosamente finanziati dallo stato.

    Con lo stesso candore, direi poco ecologico, non hanno puntato il dito contro l’ecatombe vegetale perpetrata sotto forma di erotici pali per lap dance, perché un po’ di sano movimento è quello che ci vuole per una “mens sana in corpore sano”. In questa idilliaca atmosfera scoprire, con orrore, che sotto le parvenze di un equilibrato dr Jekyll si nasconde la natura perversa di mr Hyde è stata veramente dura. Meriterebbero un aumento di stipendio!

    Il laconico messaggio giustificativo, subito apparso per placare l’intrepido disdegno dei seguaci del Senatur, si può riassumere in poche righe: la cena è avvenuta in quella parte del palazzo adibita a residenza privata del Premier; le persone del complotto erano 12: Monti e signora, 2 figli con i rispettivi coniugi , la sorella con marito e 4 nipotini; il pranzo preparato e servito dalla padrona di casa, senza l’intervento di personale di servizio esterno, era sufficientemente frugale e in linea col rigore della manovra anticrisi (non ci è dato di sapere se ci fossero anche lacrime e sangue); i costi per i generi alimenti sono stati accreditati sul suo conto personale, non tra le spese rimborsabili, e l’acquisto è stato “perpetrato” nei negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).

    Ci si rammarica, nel comunicato, di quel plus-consumo, effettivamente ingiustificabile, di acqua, gas ed elettricità (la festa si è conclusa alle 00,15 del 1 gennaio) che, a mio parere, con un atto di clemenza, andrebbe condonato a fronte dell’esborso gratuito per le lenticchie che, come recita il tradizionale gesto scaramantico, dovrebbero assicurare la ricchezza necessaria a scongiurare un’altra manovra.

    Adriana Morando

  • Pausa 1797-2011: installazione a Palazzo Ducale, intervista a NeAL

    Pausa 1797-2011: installazione a Palazzo Ducale, intervista a NeAL

    pausa nealAncora pochi giorni per vedere la terza e ultima installazione vincitrice del bando Basamenti: l’opera Pausa 1797-2011 sarà allestita presso l’entrata di Palazzo Ducale (lato piazza Matteotti) fino a lunedì 9 gennaio 2012.

    Di seguito l’intervista a NeAL (Neal Peruffo), giovane artista di Procida e autore dell’installazione.

    1) Pausa 1797 – 2011: come è nata l’idea per questa installazione?
    Da molto tempo volevo realizzare questa installazione, ma non sono mai riuscito a trovare il contesto adeguato nel quale collocarla.

    Generalmente uso gli elementi che compongono “Pausa 1979-2011” (parallelepipedi di plexiglas opalino illuminati all’interno) come dispositivi percettivi e d’interazione: ostacoli che impediscono la percezione d’informazioni sensoriali, così come le distrazioni sono ostacoli che impediscono di immagazzinare informazioni nella memoria (ciclo “Distrazioni e Pause”). Affiancando due parallelepipedi, questi assumono un ruolo simbolico, in quanto riprendono visivamente il ben noto segno dalla pausa, presente su numerosi congegni elettronici.

    Quando ho letto il bando di “Basamenti” mi sono reso conto che era il contesto perfetto per far dialogare l’opera “Pausa” con l’ambiente, poiché rimanda al periodo di inutilizzo, di pausa appunto, dal 1797 al 2011, delle basi che ospitavano le statue di Andrea e Gio-Andrea Doria e che furono abbattute dal popolo.

    Ho scelto di mettere le due “pause” in posizioni differenti per permettere la visione corretta di almeno una delle due in qualunque visuale. Per giocare sul senso di pausa e, indirettamente, anche del tempo, ho scelto un tipo d’illuminazione che cambia ogni quarto d’ora, ispirandomi agli orologi delle chiese.

    Per me realizzare questa installazione è stato un sogno che si è avverato: è la prima volta che riesco a rendere concreta una delle mie installazioni ambientali, che fino a “Basamenti” sono state realizzate solo virtualmente; alcune di queste opere virtuali partecipano all’opera-azione “A onE project”, di cui sono anche l’autore.

    2) Da non genovese, cosa hai percepito del modo in cui la nostra città vive l’arte?
    Purtroppo non ho avuto molto tempo per visitare la città, sono stato impegnato tutto il tempo a lavorare all’installazione e non mi sono allontanato troppo da Palazzo Ducale. Non sono riuscito neanche a fare il mio consueto giro per gallerie d’arte contemporanea.

    Devo dire, però, che stando a contatto con i responsabili di Sala Dogana ho percepito un forte entusiasmo, voglia di fare e di promuovere l’arte contemporanea, non ancora pienamente apprezzata dai cittadini.

    3) Ci racconti qualcosa del tuo progetto web Art on earth?
    “A onE project” è un opera-azione web multipiattaforma che sfrutta le enormi possibilità offerte da Google Earth: qui gli artisti hanno la possibilità di collocare nel “paesaggio” le proprie installazioni ambientali in realtà inesistenti.

    L’intento di “A onE project” è di mantenere la fruizione di queste opere nell’ambito cui appartengono, quello virtuale appunto. Le immagini degli interventi potenziali di land art, che possono essere fotomontaggi o modelli 3D (SketchUp), sono caricate su Google Earth e posizionate nei luoghi per cui sono state pensate.

    Il titolo delle immagini, presenti sul globo virtuale, riporta il nome dell’operazione artistica, (A onE project), il sito di riferimento (www.aoneproject.com), il nome dell’artista e il titolo dell’opera raffigurata. Il sito, sul quale non sono presenti immagini, permetterà di recuperare informazioni riguardanti le opere inserite in Google Earth.

    Ciò che ritengo più interessante è la possibilità di “pescare” i propri fruitori dagli abituali utenti del programma, che vi si possono imbattere casualmente e decidere di iniziare quest’avventura artistica sparsa per il mondo.

    4) Pensi sia possibile trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione?
    Assolutamente sì! Sono fortemente convinto di questo ma sono anche convinto che i percorsi convenzionali siano saturi. Bisogna essere creativi anche nel crearsi un lavoro.

    Certo, tutti vorremmo fare gli artisti, i curatori, i galleristi o i giornalisti ma molto spesso non è possibile, bisogna considerare anche altre strade. Io per esempio mi occupo anche di laboratori didattici per bambini, mentre una mia amica curatrice (Diana Gianquitto) si occupa di corsi d’avvicinamento all’arte contemporanea per i non addetti ai lavori. Questi sono solo alcuni esempi
    di come si possa inventare un lavoro con la propria passione per l’arte.

    5) A Genova l’Accademia di Belle Arti si trova in una situazione difficile, con il rischio addirittura di chiudere. Tu che sei diplomato in un istituto analogo, pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti? Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?
    Non credo si possa diventare artisti, dei bravi artisti, se non ci si ciba d’arte. Un buon artista può essere tranquillamente autodidatta, ma al tempo stesso necessita di un ambiente adeguato: pieno di fermento, di scambi, confronti, contaminazioni, dove si sperimenta e si viene a contatto con personalità interessanti.

    L‘Accademia offre questo tipo d’ambiente che credo sia importante quanto, se non di più, delle nozioni tecniche o teoriche che lì vi si insegnano. Il problema delle Accademie è che spesso si fossilizzano e si chiudono in loro stesse, da queste escono artisti che non sono in grado di dialogare con il mondo che li circonda. Le Accademie devono fare rete con le altre istituzioni e le altre realtà del settore, mantenere una loro identità storica ma anche proiettarsi nel futuro, con corsi sperimentali come “nuove tecnologie
    dell’arte” e così via.

    Marta Traverso

  • Lettera aperta a Antonio Mazzocchi dopo l’intervista su Radio24

    Lettera aperta a Antonio Mazzocchi dopo l’intervista su Radio24

    Antonio MazzocchiScusi Onorevole …non si vergogna? Ho ascoltato il suo “amaro” sfogo diffuso sulla rete internet e …sono trasecolata. Spero si renda conto, risentendosi, dell’enormità delle sue dichiarazioni. La mia non vuole essere, come è stata definita dal suo collega, l’onorevole Cicchitto, a proposito degli stipendi dei parlamentari, una campagna denigratoria, anzi, non vorrei toccare l’argomento, limitandomi a commentare quello che mi rimanda la sua viva voce.

    Dunque, Lei asserisce che un povero “eletto”, stante l’attuale normativa, se dura in carica solo una legislazione si vede erogare una pensione di 800 euro mensili, da considerarsi miserabile ed indecorosa. Sono d’accordo perché è vergognoso che questa sia la somma, se non inferiore, con sui sono costretti a vivere oltre la metà degli italiani e chi la percepisce, come pensione, ha lavorato per 40 anni ed oltre. La sua strenua difesa è argomentata dal fatto che, terminato il compito parlamentare, non è facile riproporsi nel circuito lavorativo e si rischia di rimanere per lunghi anni senza un sostentamento, fino a paventare una vita da “barboni” . Non vorrei sembrare polemica ma mi sorge spontanea una domanda: ma in che Italia vive?

    Ascolta un breve estratto dell’intervista andata in onda su Radio24

    Non partecipa a social network, non legge giornali, non segue le notizie o, semplicemente, nessuno si è premurato di informarLa che questo problema è vissuto, quotidianamente, da 30-40enni che non riescono a trovare un’occupazione e, se sono stati fortunati, vivono con contratti precari e con stipendi molto al di sotto della cifra di cui Lei argomenta con tanto spregio?

    Lo stesso dicasi per quelli che hanno superato gli ”anta” e vengono “espulsi” dal mondo del lavoro e che si ritrovano con una cassa integrazione destinata, prima o poi, a cessare. Non crede di avere migliori chance?

    La perplessità non è solo la mia, è la stessa incredulità che traspare nella domanda posta dal suo interlocutore il quale non riesce a capacitarsi come, una persona erudita al pari suo, non sia in grado, fuori dal Parlamento, di trovarsi un altro impiego. Provo a darmi una risposta che necessariamente suonerà provocatoria: o Lei è un totale incapace, cosa che non credo, ma se così fosse mi chiedo come può svolgere un compito istituzionale così delicato, o Lei appartiene a quella “casta” di intoccabili che, come re, dittatori ed imperatori, si sente di aver ricevuto una sacra ed intoccabile investitura “a divinis” su cui nessuno si può permettere di sindacare.

    Con un candore che mi fa quasi sorridere, non nasconde che se si riesce a “sopravvivere” per 3 legislature, l’ammontare della pensione sale vertiginosamente fino a 4000 euro. Beh, facciamo due conti: 3 legislazioni sono pari a 15 anni di “duro e onesto” lavoro come a dire l’equivalente di una baby pensione di “Rumor-iana” memoria (abolita nel 1992) , saldata con un “premio” che per l’italiano medio rimane una chimera. Vede. Onorevole, non si tratta di una caccia alle streghe ma di mero buon senso che dovrebbe scaturire spontaneo davanti ad un difficile momento storico che richiede sacrifici a tutti, anche, a chi ne fa già tanti. Le ingiustizie, però, quando sono lapalissiane, sono indifendibili e, quindi, a noi non rimane che sperare in una nuova legge elettorale che ci permetta di scegliere chi crediamo più meritevole, almeno, se sbagliamo, sapremo chi incolpare.

    Adriana Morando

  • Etna, la spettacolare eruzione e le antiche leggende

    Etna, la spettacolare eruzione e le antiche leggende

    Un gigante brontolone, sonnacchioso a tratti, si è svegliato, improvvisamente, manifestandosi in tutta la sua potenza: ecco a voi l’ Etna. Non è certo uno sconosciuto che ha bisogno di presentazioni , grazie alle sue lontane ”gesta” o alle ben più recenti 18 eruzioni a cui ha dato vita nel solo 2011, ma un opportuno tributo gli è dovuto per lo spettacolo mozzafiato che ha offerto in questa sua prima “performance” del 2012.

    Una colonna di cenere, alta più di 5000 metri, si è sviluppata dalla bocca infuocata, evocando uno scenario mefistofelico di dantesca memoria, alla quale si sono aggiunti lapilli, lava e tremolii del suolo, puntualmente registrati dagli apparecchi dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia di Catania: una esibizione di “luci e suoni” che le immagini, reperibili in rete, possono esaurientemente commentare.

    L’evento si è aperto con una prima eruzione, alle 00:50, a cui è seguita un’attività crescente, per tutto il giorno, con un picco intorno alla 22. L’attività di tipo stromboliano, cioè con esplosioni e fontane magmatiche incandescenti, ha interessato il “solito” cratere di sud-est, a circa 3 mila metri di quota e la “solita” Valle del Bove, secondo un cammino precedentemente tracciato, senza dirette conseguenze per cose e persone.

    Fin qui la cronaca, ma chi è l’Etna? Nato, 600000 anni fa, nel Quaternario, terzo e ultimo dei tre periodi che compongono l’Era Cenozoica (2,588 milioni di anni e tuttora in corso), il massiccio etneo occupa un’area di circa 1570 kmq e presenta un diametro di 215 km. Salendo su per l’antica “Schiena del Leone”, toponimo oggi scomparso, si giunge a Pizzi Deneri, da cui si domina tutta l’area sommitale del monte: lo sguardo può distendersi lungo la Valle del Leone o calarsi a precipizio nella desertica Valle del Bove, una profonda incisione con pareti alte fino a mille metri che si sono modellate in seguito al collasso di arcaiche formazioni vulcaniche preesistenti.

    Rubando l’egemonia al mare, che copriva interamente la piana di Catania, le continue eruzioni hanno portato all’attuale orografia, le cui testimonianze sono visibili nei tanti coni secondari che costellano le pareti di questo “ciclope” irrequieto. Contorte figure di rocce, le “pietre cannone” rendono il paesaggio ancora più inquietante: sono le antiche vestigia di pini laricii i cui tronchi sono stati intrappolati dall’incedere inarrestabile della lava. All’interno di questi gusci sassosi, la pianta ha terminato la sua lenta combustione fino a trasformarsi in cenere che, asportata dal vento, ha lasciato l’incavo vuoto, come una “bocca” d’obice pronta a lanciare il suo grido di morte. Il paesaggio si addolcisce ad est, scendendo a balzi verso Taormina che svetta, lontano, su acque verde-smeraldo o sfuma all’orizzonte dove si intravvede la costa calabra.

    Un posto del genere è habitat “naturale” per il fiorire di miti e leggende: nelle viscere della terra, il dio Eolo vi avrebbe imprigionati i venti ma, secondo il poeta Eschilo, era il mostro Tifeo ad agitarsi furioso in questa tetra prigione, similmente al gigante Encelao, entrambi rei di aver sfidato Giove, padre degli dei. Per i greci non poteva che esservi ubicato il Tartaro, il lugubre regno dei morti, mentre per i romani era la fucina di Vulcano, dio del fuoco o quella dei Ciclopi intenti a preparare i “fulmini” per Zeus.

    Anche il suo nome evoca scenari apocalittici: passiamo dalla etimologia greca di “aitho” (bruciare) a quella fenicia “ attano ”(fornace), senza dimenticare la romana ”Aetna”, dea greca figlia di Urano e Gea. Anche gli arabi ne rivendicano la paternità con “Jabal al-burkān” o “Jabal Aṭma Ṣiqilliyya” (vulcano o montagna somma della Sicilia) e sarebbero implicati anche in “Mongibello”, antico nome dell’Etna, oggi riservato solo alla parte apicale del monte. Sarebbe nato dal ”matrimonio” tra il latino “mons” con l’araba Jebel (montagna) ma c’è chi sostiene derivi da Mulcibel (qui ignem mulcet=colui che blandisce la fiamma), sinonimo di quel dio Vulcano che, secondo i latini, aveva saputo domare Adranus, demone del fuoco.

    Adriana Morando

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Altera

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Altera

    AlteraGli Altera nascono a Genova nell’estate ’96, nel tempo hanno saputo caparbiamente individuare le proprie radici e la propria strada, attraverso un percorso originale e complesso: dall’auto produzione “Livida speranza” (1996) e la partecipazione a significative raccolte come “Fuori dal Mucchio: il rock d’autore vol.1” (1997), e “Aia da respià – Genova canta De Andrè” (1999)  fino al cd  “Canto di spine – versi italiani del ‘900 in forma canzone” prodotto da Franz Di Cioccio della PFM, che è  la prima antologia sonora sulla poesia, un progetto  che presenta poesie dei più famosi autori italiani (Montale, Quasimodo, Pasolini, Ungaretti, ecc.) trasposte in canzoni rock di forte impatto emotivo, a cui partecipano anche musicisti quali Paolo Fresu, Manuel Agnelli (Afterhours), R. “Freak” Antoni (Skiantos), O. Pedrini (Timoria) e molti altri.

    Musicalmente, pur agendo all’interno di un ambiente rock, sono difficilmente classificabili, viste le improvvise sterzate acustiche, elettroniche o comunque lontane da quelle coordinate, nonché le provocazioni presenti nei testi.  Difficilmente staccano le parola o le tematiche dal mondo sonoro di cui necessitano. Anche per l’abitudine di inserire nei brani testimonianze e voci “fuoricampo” di poeti e personaggi storici, collocate al posto del tradizionale cantato,  hanno costruito una sorta di genere, che si potrebbe definire “rock testimoniale” o “rock documento”. L’utilizzo della voce di  Pertini in “La bandiera” o di quella di De Andrè che parla di poesia & canzone all’interno della loro  versione di “Amico fragile” sono emblematiche.

    Il gruppo lavora sempre  anche con l’improvvisazione, trasformando sul momento in forma canzone stralci da libri, poesie, lettere, testi portati o meno dai presenti.

    Nel corso degli anni, sono tante le iniziative e i progetti a cui al band prende parte, tra cui la doppia registrazione del video “Puntodoc”  di Andrea Broglia per il canale digitale Joi di Mediaset Premium: due poesie in versione canzone di Primo Levi ed Alda Merini, con intervista tematica al gruppo. Faranno parte di due documentari dedicati alla Giornata della Memoria e all’anniversario della Legge Basaglia, in onda a gennaio ed aprile 2010. I

    Nel 2011 dopo alcuni concerti a Genova e Torino, il gruppo si dedica alla lavorazione del nuovo album, diviso in due E.P., improntato su testi e tematiche provocatorie e suoni aggressivi. Altera prepara un ritorno prepotente sulle scene, con un articolato progetto basato sul web e su tre nuovi videoclip.

    Il primo E.P. “Italia sveglia – appunti per destare un paese”, registrato e mixato al “Green Fog” GE da Mattia Cominotto, esce ad inizio 2012.

    Contatti  3479673071  www.gruppoaltera.com

  • Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Forte Diamante, Genova

    La Storia di Genova, fortificazioni e cinte murarie – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Da posizioni dominanti, alcuni dei forti storici di Genova lasciano spaziare il loro immoto sguardo da Portofino fino all’isola di Bergeggi, per poi scendere tra campanili e torri, percorrendo il centro storico e perdersi sul molo, dove la Lanterna, simbolo della città, si fonde in un tutt’uno col mare.

    Gemme incastonate nella natura, quasi tutti sono stati edificati su preesistenti strutture militari (ridotte) che nel 1747 sono state approntate al fine di contenere l’assedio austro-piemontese: semplici costruzioni in pietra, secondo le regole dei muri a secco, o specie di gabbie per sostenere terrapieni, non hanno subito ulteriori modificazioni, per mancanza di fondi, ad eccezione del forte Diamante, l’unico ultimato grazie alla generosità della famiglia Durazzo.

    Tali sono rimasti, infatti, per tutto il periodo napoleonico finché, tra il 1815 e il 1830, il Regno del Piemonte ha deciso di fornire Genova di una barriera difensiva-offensiva munitissima, vera testa di ponte tra l’Italia sabauda nord-occidentale e la Sardegna. Una nuova tecnica che intrecciava il dinamismo romantico alla robustezza dell’arte romanica ha portato alla costruzioni di imponenti baluardi, con bocche da fuoco scanalate, che hanno visto il loro unico impiego nell’insurrezione del 1849 o come batterie antiaeree nell’ultimo conflitto mondiale.

    Il forte “Diamante”, sito a 667 metri di altezza lo si può raggiungere, partendo da Righi con una passeggiata di circa un ora e mezza o, in macchina, lungo la via che da Begato costeggia lo Sperone. In posizione strategica, sia per scendere verso la Val Polcevera che la Val Bisagno, è stato teatro di eroiche resistenze come quella del comandante francese Bertrand o di cannoneggiamenti verso i paesini sottostanti di Torrazza, Trensasco, Campi, Casanova, o di occupazioni come quella dei mazziniani nel 1849. Sorte poco felice è toccata al “Fratello Maggiore”, completamente demolito durante l’ultimo conflitto, mentre il “Fratello Minore”, ubicato sul monte Spino, resiste eroicamente, seppur in pessime condizioni. Il “Puin” è il più vicino alle mura e vi si arriva a piedi con un cammino di circa venti minuti, da un varco a monte del Castellaccio. Circondato da un fossato con tanto di ponte levatoio, oggi scomparso, ed insignito di una targa, anch’essa svanita, in memoria del ferimento del celebre poeta Ugo Foscolo (ben due volte), si dice debba il suo nome ad un fantomatico “puin” (padrino), abitante in una baracca sottostante.

    Il forte “Sperone”, in cima al monte Peralto, deve il suo nome alla caratteristica forma del bastione settentrionale: dalla piccola “bastia”, datata 1319, con continui rimaneggiamenti, nel 1830, si è giunti alla struttura attuale in cui spiccano caratteristiche torri cilindriche. Ceduto nel 1958 alla Guardia di Finanza è, dal 1991, utilizzato per rappresentazioni teatrali (luci sui Forti) e si può visitarlo da marzo a novembre con tour organizzati dal Comune.

    Il “Castellaccio” è il primo forte che si incontra salendo da Manin: un vecchio cancello in ferro sbarra la strada agli estranei. Di qui salendo per una vecchia strada lastricata si arriva su un pianoro occupato da altissime torri per telecomunicazioni. Dell’antica struttura rimane una vecchia caserma bipiano, in passato, in uso alla Poste e alla Marina Militare, poi, sede del “Club Castellaccio anni ’30”. Dall’alto, il terreno degrada verso la Torre della Specola, edificio in mattoni rossi, edificato nel primo ottocento, sorto in quel triste luogo dove, dal 1509, si eseguivano le condanne a morte. In buono stato di conservazione viene utilizzato dall’Istituto Idrografico della Marina come deposito materiale e come archivio.

    Il forte di “Begato” si trova sulla carrozzabile delle Mura Nuove, salendo da Sampierdarena: su progetto del Barabino, è una struttura a pianta quadrata, rinforzata, ai lati, da bastioni a tronco di piramide, uniti da spalti su cui potevano trovare posto 26 bocche da fuoco. Dal 1990 il Comune ne ha avviato il recupero per offrire ai cittadini, ampi spazi aperti per attività polivalenti.

    Altre imponenti presenze, occhieggiano da molti punti della città, talvolta integrati nello stesso tessuto urbano, ma di questi.. ne parliamo un’altra volta.

    Adriana Morando

  • La nascita di un’isola in diretta, è accaduto a largo dello Yemen

    La nascita di un’isola in diretta, è accaduto a largo dello Yemen

    Benvenuta! E’ l’espressione benaugurale che si fa in questi casi davanti ad una nascita, anche se parliamo di un evento insolito per “rumore”, per spettacolarità, per interesse scientifico e per implicazioni geografiche. Intanto le presentazioni: non ha ancora un nome ma la sua natura fisica la classifica come isola; non è stato possibile pesarla ma ha una certa consistenza tenuto conto della sua natura magmatica, ricca di lava basaltica; è nata dopo una parto travagliato in seguito all’esplosione di un vulcano sottomarino; è piccola, come tutti i neonati, presentando una superficie di soli 500mq; è yemenita, avendo visto la luce a circa 1 km a nord di Rugged Island, una delle Zubayr, una decina tra isole e scogli che fatichi a trovare persino sull’atlante, ubicate a circa 50 km a ovest di Salif; ha avuto un’assistenza veramente speciale, come quella della NASA, che ne ha diffuso le prime immagini ad alta risoluzione grazie al dispositivo “Advanced Land Imager “, dotazione di bordo del satellite EO-1 d.

    L’arcipelago, sito nel Mar Rosso in corrispondenza della cosiddetta Great Rift Valley, una vasta fossa tettonica che si estende per circa 6.000 km dal nord della Siria fino al Mozambico centrale, condivide una stessa paternità identificabile in un vulcano sottomarino a scudo attivo. Fenomeni eruttivi e sismici, dovuti ad un progressivo allontanamento dell’Africa dall’Asia, non sono una novità lungo questa linea: l’eccezionalità sta nel fatto che si sia potuto seguire il fenomeno “in diretta”.

    Normalmente, infatti, l’attività di questo vulcano sommerso non si evidenzia in superficie né tantomeno con una portata di dimensioni tali da dare origine ad un nuovo lembo di terra. Per avere memoria di un fenomeno analogo, bisogna risalire al lontano 1824, con la nascita dell’isola da cui l’arcipelago prende il nome. I pescatori del luogo riferiscono che le prime avvisaglie si sono avute nei primi giorni del mese, con un apice intorno al 19 dicembre che si è manifestato con getti di lava alti fino a 30m. Per fortuna, non vi sono state vittime a differenza di ciò che è accaduto, il 30 settembre 2007, quando il vulcano Jebel al-Tair, sito più a nord, nell‘omonima isola, ha provocato la distruzione della base navale e la morte di 8 militari che, inutilmente, hanno cercato di salvarsi a nuoto tra la lava incandescente.

    Un’altra perla “nera “ si aggiunge, dunque, a questa manciata di sassi sparsi in un mare blu, dove pesci pappagallo dal bernoccolo, squaletti pinna nera e tartarughe stanziali condividono un paradiso naturale incontaminato con aironi Golia e fenicotteri rosa. Come tante guglie color antracite, emergono dagli abissi per esibire panorami mozzafiato in cui la bizzarria del magma ha disegnato geometrie primordiali, in un alternarsi di impervie gole e profondi solchi, cicatrici di un passato recente.

    Il terreno arso dalla salsedine concede la vita a stentare mangrove che si aggrappano, tenaci, a crateri spenti o esplosi i quali ci rendono conto dei fermenti concitati che ribollono in agguato nel sottosuolo.

    Una nuova nata, ubicata a migliaia di chilometri di distanza da El Hierro (Canarie) dove, da mesi, è in corso un’attività analoga che si manifesta con scosse sismiche di lieve entità, accompagnate da costante fuoruscita di lava dalla bocca di un vulcano “hot spot”, apertasi nel fondale marino, a 2 chilometri a sud dell’isola e che porterà, a giudizio degli esperti, anche in questo caso, al formarsi di una nuova terra.

    Adriana Morando