Tag: diritti

  • Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Foto affido d'appoggioPrima tutti ti vogliono raccontare, presentare, far conoscere. Poi è più difficile. Per raccogliere queste testimonianze su affidi e adozioni non siamo volutamente passati attraverso le organizzazioni e le associazioni che di questo si occupano proprio per timore di ascoltare solo belle storie. Abbiamo invece raccolto comunque solo quelle perché parlare dei successi è molto più facile che raccontare i fallimenti. Di questi, sono mancati gli interlocutori perché certi insuccessi fanno molto più male di altri.

    Così, abbiamo perso i racconti di chi, nel corso di un’adozione internazionale, si è sentito talmente solo da aver concretamente paura di non farcela, di dover lasciare il proprio bimbo lì dove era stato chiamato a conoscerlo. Non abbiamo potuto parlare di come si arrivi a riportare indietro un bambino, disperati e con la sensazione di essere intimamente falliti come individui, né di come ci si possa trovare, a vent’anni da un’adozione “felicemente” arrivata, costretti ad ammettere che averla testardamente proseguita sia stato rovinoso per la vita di tutta la famiglia.

    Nessuno ne ha voluto parlare davvero. Eppure è un dramma che capita e coinvolge tutti, i servizi sociali che non hanno capito, i genitori che non si sono resi conto dei propri limiti, le organizzazioni di appoggio a volte distratte da altri obiettivi.

    Noi vi raccontiamo invece tre storie felici, come nella maggioranza capita che siano, e come quasi sempre avviene, se tutti sono onesti rispetto alle proprie capacità, possibilità, limiti.

    Leggetele con noi:

    > Il racconto di Paolo e della sua adozione internazionale

    > Il racconto di Francesca e del suo affido di appoggio

    > La storia di Elisabetta e del suo affido familiare


    Bruna Taravello

  • Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    La fontana di Piazza De Ferrari blu per la giornata dell'autismoNel 2007 l’assemblea delle Nazioni Unite decretava che il 2 aprile di ogni anno si sarebbe celebrata la “Giornata Mondiale per la Consapevolezza dell’Autismo”, al fine di sensibilizzare la popolazione sul tema e promuovere le politiche necessarie per superare le innumerevoli problematiche che ogni giorno milioni di persone in tutto il mondo devono affrontare.
    Milioni, esattamente. Recenti studi, infatti, stimano che un bambino ogni 100, in media, nasce all’interno del cosiddetto “Spettro Autistico”. Dobbiamo subito fare chiarezza, per chi non fosse avvezzo all’argomento: quando si parla di autismo, non si parla di una “malattia”, bensì di un disturbo neuro-psichiatrico che interessa lo sviluppo delle funzioni cerebrali. Non ci si ammala di autismo e, quindi, non si guarisce. Questa condizione presenta una tale varietà di sintomatologie, che rende difficile fornire una definizione clinica coerente e generalizzabile. Da qui la necessità di introdurre la locuzione più corretta di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA), che comprende un’ampia gamma di patologie e sindromi, aventi come denominatore comune caratteristiche comportamentali tipiche: problematiche legate al linguaggio e al suo sviluppo, isolamento sociale, azioni e comportamenti stereotipati e fuori contesto, comportamenti ossessivi. Il tutto declinato in diverse misure e livelli: ogni persona autistica è una combinazione unica, con il suo mix di queste caratteristiche.
    L’aumento del tasso di incidenza registrato negli ultimi anni è legato all’aggiornamento delle diagnosi che sono diventate maggiormente precoci ma al momento non trovano riscontro nel supporto di una struttura sociale adeguata, e adeguatamente informata, che possa seguire e valorizzare questo percorso. Il senso di questa giornata risiede anche qui: portare avanti il discorso, allargarlo, sensibilizzando persone, enti e istituzioni, al fine di creare quella rete diffusa che sappia accogliere, potenziare e includere una parte così grande della popolazione.

    Diverse le iniziative a Genova, organizzate da Angsa Liguria (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) e dal Gruppo Asperger Liguria, assieme a Comune di Genova e Università degli Studi, e con il patrocinio di Regione Liguria. Il convegno dal titolo “Autismi e integrazione scolastica: formazione, buone pratiche e prospettive verso un protocollo di intesa” è l’occasione per fare il punto sulla situazione nelle scuole della regione: proprio nelle classi, infatti, l’integrazione e la socialità dei ragazzi può essere messa a dura prova da pregiudizi e mancanza di preparazione specifica del corpo docenti: «Le buone pratiche – ci spiega Maria Teresa Borra, presidente di Gruppo Asperger Liguria – sono per prima cosa la formazione specifica degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno, ma non solo: consapevolezza da parte delle famiglie, che devono essere informate e formate sul problema per poter garantire la continuità dell’intervento una volta fuori dalle aule». Il percorso riabilitativo, infatti, deve essere condiviso da una rete di soggetti (scuola, famiglia, operatori) che permettano al ragazzo autistico di portare aventi il suo percorso verso le autonomie in maniera costante, senza fare passi indietro. «Il ministero ha attivato per il 2016 il primo ciclo di formazione specifica degli insegnanti – continua Borra – mentre già da anni associazioni come la nostra portano avanti percorsi simili per le famiglie perché è fondamentale fin dalla prima diagnosi sapere su cosa lavorare e come».

    Una volta terminati gli studi, quando il bambino autistico diventa adulto, che cosa succede? «Iniziano altri problemi – ci spiega Anna Milvio, presidente di Angsa Liguria – perché non esistono percorsi strutturati che possano continuare il lavoro fatto e spesso i nostri ragazzi rimangono a casa o “parcheggiati” in qualche struttura». In questo modo, quanto fatto faticosamente negli anni precedenti rischia di andare perduto: «Il percorso deve ricevere una costante “manutenzione” – sottolinea Milvio – altrimenti il rischio è quello di tornare indietro, irrimediabilmente».

    Il primo passo che le istituzioni potrebbero fare è quello di misurare il problema. Ad oggi, infatti, in Italia, non esiste uno studio numerico del fenomeno: si procede a stime su statistiche calcolate su base mondiale (seguendo le quali si potrebbe ipotizzare per la Liguria circa 6000 soggetti, con o senza diagnosi). Un metodo sicuramente non adeguato alla tipologia fenomenologica dei DSA, per la loro variabilità, la loro complessità e l’unicità di ogni singolo caso. Per questo motivo la notizia, datata dicembre 2015, dell’attivazione da parte di Regione Liguria del “Tavolo sull’Autismo” è stata ben accolta dalle associazioni di settore. Un primo passo, che non deve rimanere l’unico. «Anche nel programma elettorale di Hilary Clinton esiste un progetto molto dettagliato per l’autismo – segnala Anna Milvio – e noi oggi vogliamo rinnovare il percorso insieme alle istituzioni, alle scuole, all’università e agli operatori di settore: se oggi è un costo, l’efficienza di domani sarà comunque un risparmio per tutta la società».

    Oltre al convegno, sono tanti gli appuntamenti oggi in città: la mostra fotografica, allestita nei locali di Palazzo Ducale (fino al 3 aprile) e i concerti in piazza De Ferrari. «Questa giornata è una festa per noi e per tutti – precisa Maria Teresa Borra – la cui base deve essere l’integrazione e il supermento dei pregiudizi. In questi giorni gira in televisione e in rete uno spot che pubblicizza questa ricorrenza utilizzando l’immagine di un bambino dentro una bolla, su un pianeta solitario. L’animazione si risolve, in apparenza positivamente, con il bambino non più solo ma insieme a una figura materna, seduti di spalle, però ancora su quel pianeta isolato: ecco, questo è il contrario di quello che vorremmo, perché le famiglie devono poter essere integrate nella società, senza rimanere isolate dal mondo. Questo è il livello di pregiudizio e informazione contro cui stiamo lottando».

    Non è un caso, quindi, se per simboleggiare questa giornata sia stato scelto il blu (lo stesso blu che ha colorato, infatti, la fontana in piazza De Ferrari): fin dai tempi antichi questo è il colore dell’introspezione e dell’infinito ma anche della sicurezza e della conoscenza. E, se alziamo lo sguardo, capiamo che il blu è anche il colore del cielo, sotto il quale noi tutti, insieme, viviamo.

    Nicola Giordanella

  • Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    immagine-adozioni-bambinoDare una dimensione numerica ad adozioni e affidi a Genova non è facile. Le richieste per l’adozione di minori stranieri sono in diminuzione, le famiglie disponibili ad adottare rimangono tante mentre i minori dichiarati adottabili sono pochi. I dati che ci arrivano dalla Regione dicono che i minori che hanno trovato una famiglia a Genova nel 2015 sono 44, 11 italiani e 33 stranieri. Ci rendiamo conto che un unico dato, peraltro non confrontabile con gli anni precedenti, di certo non aiuta a chiarire la reale situazione di affidi e adozioni nella città. Ma le informazioni fin qui fornite da Asl 3, ente di riferimento sul tema, sono piuttosto carenti a riguardo.

    Il percorso che porta all’adozione è lungo e inizia un anno, per finire, nel caso di procedimenti “veloci”, dopo quasi due; tre sono gli anni minimi per le adozioni internazionali. Le indagini che portano a sentenza di adottabilità e quelle che riguardano le famiglie che hanno fatto domanda di adozione, invece, richiedono alcuni mesi mentre l’affido pre-adottivo dura almeno un anno prima di diventare adozione. Ecco perché è impossibile considerare realmente rappresentativi i dati annuali di adozioni e affidi.

    I numeri genovesi, quando abbiamo iniziato questa inchiesta, pareva fossero disponibili: come detto, è la Struttura Semplice Tutela Affido e Adozioni dell’Asl 3 genovese ad occuparsi della questione e ad avere, di conseguenza, i dati più aggiornati. Il servizio prende in carico il procedimento e segue minori e coppie nel percorso adottivo dal momento in cui il minore è dichiarato adottabile. Le stesse informazioni, però, sono diventate “misteriosamente” indisponibili in corso d’opera per “colpa” di un trasferimento di sede e di un’inaugurazione imminente (che onestamente non capiamo come possa avere direttamente a che fare con la reperibilità dei numeri) del servizio dell’ente. Ci ripromettiamo di tornare sui dati (e su questo pezzo), appena gli stessi saranno nuovamente disponibili.

    Adozioni e affidi Tribunale Minori GenovaProviamo a raccontare comunque, con i numeri del Tribunale per i minorenni di Genova, quale sia la situazione regionale, o meglio ligure e in piccola parte toscana visto che il territorio di competenza del Tribunale genovese comprende le provincie di Genova, Imperia, Savona, La Spezia e Massa.

    Le domande di adozione, nel 2014, sono state 492; le adozioni perfezionate di minori italiani sono state 35, mentre arrivano a 88 quelle di ragazzi stranieri. In 24 casi, i minori sono stati adottati dal coniuge; 4 famiglie hanno accolto minori stranieri per un affido finalizzato all’adozione, mentre risultano 30 le famiglie che hanno in affido un minore nato in Italia. I minori dichiarati adottabili, con genitori noti, sono in maggioranza rispetto a quelli senza genitori: 24 nel primo caso, 5 nel secondo.

    Percorrendo i dati che il Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della Giustizia mette a disposizione, negli ultimi 4 anni si è registrata una diminuzione delle domande da parte delle famiglie alla disponibilità ad adottare, scendendo dalle 641 del 2010 alle 492 del 2014, mentre sono più costanti i dati degli affidi, che rimangono fra i 30 e 40 nei 4 anni presi a riferimento. Le adozioni, infine, si aggirano fra i 200 e i 170 circa per lo stesso periodo.

    Ci sono, poi, i numeri dell’affido familiare (affido temporaneo di un minore presso una famiglia, finalizzato al reinserimento nella famiglia di origine una volta superate le criticità): il Comune ogni anno si occupa in media di 300 affidi temporanei di minori che riguardano casi particolarmente problematici di orfani o bambini con genitori alle prese con difficoltà non estemporanee, tra cui la tossicodipendenza, e che sono destinati a diventare successivamente adottati a tutti gli effetti.


    Claudia Dani

  • Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    AdozioniIl decreto legge Cirinnà, apparentemente, non ha fatto felice nessuno, perlomeno nessuno che non si accontentasse. Un suo merito, però, è stato quello di riaprire il dibattito sulla situazione generale delle adozioni in Italia. La questione, infatti, è decisamente complessa e non è semplice fare chiarezza, vista anche la scarsità di dati aggiornati e dettagliati e la loro non omogeneità. Cercheremo di farlo rispondendo alle domande che noi per primi ci siamo posti, grazie anche al prezioso aiuto della professoressa Gilda Ferrando, ordinaria di Diritto di Famiglia all’Università di Genova, autrice di diversi libri sulla materia, la cui collaborazione è stata molto preziosa per tentare di ricostruire un quadro più completo possibile.

    L’evoluzione delle norme sull’adozione e il diritto del bambino alla propria famiglia

    Partiamo dalla norma. Così recita l’articolo 1 comma 1 della vigente legge n. 184/1983: “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. La legge n. 149/2001 ha in parte modificato il testo, introducendo un capitolo specifico sul “Diritto del minore ad una famiglia”.

    Capire e conoscere l’evoluzione dell’istituto “adozione” è importante per pesare le parole che sono state spese da molti per dire che il bambino deve stare al centro del dibattito sulle adozioni. L’argomento è tornato all’attenzione di tutti con gli scontri sulla stepchild adoption (o, in italiano, adozione del configlio) proposta dal ddl Cirinnà sulle unioni civili, poi stralciata. Solo dal 1967, infatti, il bambino viene considerato un soggetto di diritti con la legge che introduce l’adozione speciale. Questa, nello specifico così chiamata per distinguerla dall’adozione ordinaria a cui si ricorreva per una questione di successione ereditaria del patrimonio e del cognome – vuole dare al minore il diritto a una famiglia.

    Con la legge del 1983 si scinde nettamente l’adozione del maggiorenne dall’adozione del minore. Si introduce anche l’affidamento familiare, visto come uno strumento di sostegno per la famiglia d’origine. Questo dovrebbe idealmente arrivare dopo altre forme di sostegno, per esempio quello economico (art. 2). È una premessa di cui tenere conto quando si considerano le difficoltà che riscontrano le coppie che sono in lista d’attesa per l’adozione.

    L’affidamento, la strada per l’adozione e i “casi particolari”

    Il presupposto per l’intero processo di adozione è che il bambino sia in uno “stato di abbandono morale e materiale”. Prima di decidere che la natura dell’abbandono sia definitiva, lo Stato, tramite gli enti locali come i servizi sociali, deve assistere la famiglia di origine nell’interesse del bambino: in un mondo ideale la povertà non dovrebbe essere una discriminante per condurre una vita degna con la propria famiglia.

    Mentre l’adozione è intesa a dare una nuova famiglia, in maniera irreversibile, a un bambino in stato di abbandono, l’affidamento è inteso come un supporto temporaneo al bambino e alla famiglia di origine, a cui dovrebbe fare ritorno. La distinzione mira a tutelare ancora una volta il diritto del minore “alla propria famiglia”.
    Ma chi può prendere in affidamento un minore? Abbiamo due possibilità: una famiglia (preferibilmente con figli minori) o una persona singola in grado di assicurarne il mantenimento, l’istruzione, l’educazione e le relazioni affettive. Da sottolineare anche che, giudicando esclusivamente l’interesse del minorenne, ci sono alcune sentenze che hanno concesso l’affidamento anche a coppie omosessuali. Nei casi in cui l’affido familiare non sembra possibile, inoltre, il minore può essere affidato a una comunità.

    Quando i problemi della famiglia d’origine sono considerati non risolvibili, cioè quando si è concretizzato lo stato di abbandono morale e materiale, il minore viene dichiarato adottabile. Anche in questo caso, le strade da percorrere possono essere due. L’interpretazione più rigida della legge porta a cercare una coppia di coniugi disponibili all’adozione e compatibili con quel bambino, per poi procedere all’affidamento preadottivo, della durata di un anno con possibilità di proroga per altri 12 mesi e al cui termine si può procedere all’adozione vera e propria, in genere in una famiglia terza rispetto a quella naturale e quella affidataria. La seconda strada è quella dell’adozione in casi considerati particolari: se durante l’affidamento prolungato il minore è dichiarato adottabile e la famiglia affidataria chiede di adottarlo, il tribunale ne tiene conto, sempre nell’interesse del bambino e può concedere l’adozione senza interrompere il rapporto con la famiglia d’origine.

    Una riforma dell’affido familiare è stata fatta con la legge n. 173/2015 “Sul diritto delle bambine e dei bambini alla continuità delle relazioni affettive”. Rimane la valutazione del giudice caso per caso, a sottolineare che l’affidamento prolungato non determina a priori la scelta dell’adottante, ma l’interesse di quel bambino. La giurisprudenza racconta anche di alcuni casi in cui i giudici non hanno tenuto conto dell’affidamento familiare, per i quali l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo. La recente riforma ha introdotto l’obbligo di sentire gli affidatari nel procedimento di adozione, che devono comunque avere i requisiti per l’adozione piena o possono tentare di ricorrere all’adozione in casi particolari.

    Sono interessanti i dati del Rapporto del 2014 del Gruppo CRC (gruppo di lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) sugli affidamenti in Italia: “Il 56,7% dei minorenni – si legge – è affidato da più di due anni, confermando che la pratica dell’affido “a lungo termine” è ancora una realtà sulla quale è urgente un serio confronto; per avere un quadro più chiaro a questo riguardo, sarebbe necessario anche rilevare gli affidamenti familiari che partono come consensuali e che dopo due anni proseguono come giudiziari”. Al 31 dicembre 2012, il 74,2% degli affidamenti era giudiziale, cioè non richiesto dai genitori ma disposto dalla magistratura preposta; in testa la Liguria con il 94,8%. Il Rapporto lamenta invece la mancanza di dati sui tempi di permanenza in comunità. Lo strumento dell’affido, cioè l’allontanamento dalle famiglie d’origine, è concepito come ultima risorsa, preceduta da altri interventi.

    Adozioni nazionali: chi può adottare?

    Quando parliamo di adozioni, abbiamo un’ulteriore distinzione da fare, in base all’origine del minore. Per quanto riguardo quelle nazionali, possono adottare i coniugi (va da sé che per la legge debba essere una coppia sposata, dunque, per il nostro ordinamento, eterosessuale) che abbiano richiesto ed ottenuto il decreto di idoneità dal tribunale dei minori. I requisiti per presentare domanda di disponibilità all’adozione sono quelli di essere sposati da almeno 3 anni (può essere considerato anche un periodo di convivenza prima del matrimonio, se dimostrabile), di non essere separati, di poter provvedere economicamente al mantenimento del figlio, di avere una differenza di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 45 per uno e 55 per l’altro coniuge rispetto al bambino (requisiti che possono variare in presenza di un figlio minore e per chi intende adottare due o più fratelli).
    I requisiti per ottenere l’idoneità all’adozione sono valutati dai giudici analizzando la documentazione presentata e tramite colloqui con gli aspiranti genitori e relative indagini finalizzate ad accertare la loro capacità a mantenere, crescere ed educare il minore. Questi ultimi due passaggi sono affidati ai servizi sociali presenti nella zona di residenza dei coniugi che invieranno una relazione dettagliata al giudice. Qualora fossero considerati idonei all’adozione, si guarda tra i minorenni in stato di adottabilità quello adatto alla coppia e viceversa. Dopo un anno di affidamento preadottivo (ossia quell’affidamento inteso a concludersi con l’adozione vera e propria e non come periodo di passaggio per sostenere difficoltà temporanee della famiglia d’origine) e sentiti i diretti interessati, il tribunale pronuncia la sentenza di adozione.

    Adozioni internazionali

    adozioni-internazionaliPer adozioni internazionali si intendono tutte quelle in cui il minore non sia cittadino italiano e ancora più genericamente quelle in cui adottante (la coppia di coniugi) e adottando (il minore) abbiano nazionalità diverse. Il caso più frequente e dibattuto è l’adozione da parte di italiani di un minore che risiede all’estero. La Convenzione dell’Aja, a cui la legge 183 si richiama nell’articolo 29, demarca le responsabilità dei due paesi eventualmente coinvolti nell’adozione. Al paese d’origine spetta decidere dell’adottabilità del bambino, mentre il paese di accoglienza decide dell’idoneità degli aspiranti genitori. Il raccordo è dato dalle autorità centrali e dagli enti autorizzati, che fungono da tramite per i due paesi.
    In Italia si svolge la prima fase con la dichiarazione di disponibilità all’adozione e l’idoneità. La seconda parte del lungo processo inizia nel paese d’origine del minorenne, con la sentenza di adozione disposta delle autorità, e si conclude con il trasferimento. Prima della sentenza di adozione si può ricorrere a un periodo di affidamento preadottivo, come nel caso dell’adozione nazionale. In Italia l’adozione piena prevede che non ci siano più contatti con la famiglia e deve esserci il consenso dei genitori naturali del minorenne, previa, ovviamente, omogeneità della giurisdizione in materia tra i due paesi.

    Un’altra possibilità sussiste quando una coppia o una persona singola residente all’estero abbia adottato un minore in questo paese. Una volta in Italia si presenta l’esigenza di riconoscere il provvedimento del paese di origine: adozione a tutti gli effetti o adozione ”particolare”, secondo l’articolo 44 della legge 184? In queste situazioni, la magistratura decide caso per caso.

    L’adozione in casi particolari: da dove arriva la stepchild adoption?

    L’adozione in casi particolari è disciplinata dall’articolo 44 della legge 184 e, come sottolinea la professoressa Ferrando, «si è prestata a garantire la formalizzazione di situazioni familiari di fatto nell’interesse del bambino».
    Le situazioni particolari si presentano quando non ci sono tutte le condizioni proprie viste in precedenza ma il minorenne ha comunque bisogno di un’altra famiglia che lo accolga. I casi eventuali sono indicati nello stesso articolo, come l’adozione da parte del coniuge di un genitore, previo consenso dell’altro genitore del bambino: si aggiunge, infatti, un adottante alla precedente situazione famigliare e si formalizza una cogenitorialità già esistente. Altra situazione è quella del bambino orfano di entrambi i genitori ma con parenti disposti a occuparsi di lui o persone con cui è già legato significativamente come amici di famiglia, insegnanti o il convivente di uno dei genitori defunti. Con un’adozione piena, il minore perderebbe ogni legame anche con i restanti membri della famiglia di origine, come i nonni, che invece l’adozione speciale conserva. C’è, infine, l’ipotesi in cui “vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo”: è la situazione più flessibile, ideata per poter formalizzare situazioni familiari di fatto, in cui il bambino è già legato ad altre persone.

    Come ricorda la professoressa Ferrando, prima che ci fosse la legge 40 del 2003 sulla procreazione assistita, la gestazione per altri, o maternità surrogata, non era vietata in Italia. Era proprio l’istituto dell’adozione in casi particolari a dare una formalizzazione giuridica a queste situazioni, con il marito, padre genetico, che riconosceva il figlio, e la moglie con la quale aveva condiviso il progetto di genitorialità. Questo strumento è stato usato anche per coppie omosessuali dalle Corti di Appello di Milano e Roma con sentenze motivate sempre dall’interesse del bambino, come prescritto dalla legge.

    La futura riforma della legge sulle adozioni

    Di che cosa non si occupa la nuova legge? Degli affidatari che non hanno i requisiti per l’adozione piena, vedi le persone single o non coniugate. La riforma dovrebbe andare in questa direzione rendendo la legge adatta ad una realtà più fluida e particolareggiata. La flessibilità richiesta potrebbe trovare il suo perno proprio nell’articolo 44 della legge vigente, quello sulle adozioni particolari. Un eventuale intervento dovrebbe certamente rispondere alle richieste della Convenzione Europea che l’Italia ha sottoscritto, normando le adozioni da parte di singoli e da parte di coppie omosessuali (anche se a livello comunitario questo aspetto è lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati). Cirinnà o meno, quello che il legislatore dovrebbe tutelare, sono tutte le situazioni particolari che sono subentrate in questi anni, come quelli che di fatto saranno nuovi nuclei familiari.


    Kamela Toska

  • Matrimoni omosessuali contratti all’estero: Genova vuole il riconoscimento e attende il ddl del governo

    matrimonio-gayQualche tempo fa raccontavamo sulle pagine di Era Superba una Genova finalmente progressista, vera città dei diritti, che dopo aver lanciato – tra le prime grandi città in Italia – il Registro delle unioni civili, puntava dritto al riconoscimento dei matrimoni omosessuali contratti all’estero da cittadini residenti sotto la Lanterna. Un passo simbolico che ben si sarebbe coniugato con la sensibilità della giunta Doria per i temi dei diritti civili e che, insieme con altri esempi lungo la penisola, avrebbe rappresentato uno stimolo per il legislatore a dirimere una volta per tutte la questione su tutto il territorio nazionale.

    Avrebbe perché, dopo che il vicepresidente del consiglio Angelino Alfano aveva ufficialmente diffidato il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, dalla trascrizione nel suo Comune di sette matrimoni omossessuali contratti all’estero, a Genova è stato tirato il freno a mano. Il timore di muoversi in un campo politicamente minato è forte. Eppure, solo pochi mesi fa, l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini ci raccontava di aver trovato la strada giusta per affrontare gli ostacoli governativi. Non voleva bruciarsi la notizia, l’assessore, e aspettava che fosse lo stesso sindaco a prendere definitivamente in mano la cosa: «Aspettiamo che passi l’emergenza alluvione – ci diceva, ai tempi, Fiorini – e daremo un’accelerata decisiva anche su questo tema». Da allora, però, il silenzio.

    «In realtà – ammette adesso l’assessore – come successo a Milano, il percorso per la trascrizione sarebbe pronto per essere presentato anche a Genova. Ma non posso negare che si tratterebbe di una trascrizione a meri fini certificativi, quasi fittizia e comunque diversa da quanto avviene per il riconoscimento dei matrimoni cosiddetti tradizionali contratti all’estero per cui viene fatta una comunicazione all’Agenzia delle Entrate, all’Inps e che dà diritto, ad esempio, alla dichiarazione dei redditi congiunta. Sarebbe un’azione politica, simbolica che darebbe sicuramente nuovo fiato alle polemiche sorte dopo la denuncia a Pisapia». Come si può uscire da questo cul de sac? «Siamo in un contesto – dice chiaramente Fiorini – in cui solo l’intervento di un atto legislativo nazionale può essere veramente dirimente. Altrimenti, rischieremmo di andare avanti per anni con ricorsi e controricorsi per atti che poi, in sostanza, non potrebbero comunque offrire nulla di concreto alle coppie».

    Ma dal legislatore nazionale qualcosa sembrerebbe muoversi, almeno stando alle notizie comparse negli ultimi giorni. È notizia piuttosto fresca, infatti, che del tanto atteso pacchetto di riforme del governo Renzi dovrebbero far parte anche i disegni di legge sul diritto di cittadinanza (il famoso ius soli) e sulla disciplina delle unioni civili e delle convivenze, secondo la proposta della senatrice Monica Cirinnà.

    «Il ddl è molto interessante – spiega l’assessore Fiorini – e consentirebbe di bypassare le disquisizioni meramente politiche a cui stiamo assistendo. Si tratta di una sorta di fotocopia della disciplina tedesca che estende alle unioni civili delle coppie dello stesso sesso tutti i diritti matrimoniali (pensione di reversibilità, diritti ereditari ecc…) pur non definendo formalmente questo legame “matrimonio”». Si tratta di una vera estensione totale di diritti ad eccezione del tema caldissimo dell’adozione: «Ma sarà consentita l’adozione degli eventuali figli biologici dei componenti della coppia unita civilmente» precisa Fiorini. Infine, conclude l’assessore, «viene introdotta anche una forma più light di riconoscimento giuridico, dedicata alle convivenze. Si tratta di uno strumento che in altri Stati ha funzionato molto bene soprattutto per i giovani: è dedicata a chi non vuole impegnarsi con il forte vincolo del matrimonio o dell’unione civile ma desidera comunque avere un riconoscimento del proprio rapporto, con doveri di assistenza non pieni ma anche diritti e garanzie, ad esempio per il contratto d’affitto».

    Unioni civili e  “Pacs” >> Leggi QUI l’intervista a Giacomo e Arnaud

    FRANCE-SOCIETY-WEDDING-DEMONSTRATION-PARISInutile dire che un’accelerazione parlamentare di questa iniziativa legislativa sarebbe vista molto di buon occhio dalla giunta Doria, che si vedrebbe togliere anche qualche castagna dal fuoco dal punto di vista politico per quanto riguarda uno dei temi sicuramente più delicati e a rischio di forti discussioni.

    Ma perché ci si è messo così tanto per arrivare a introdurre una disciplina che, come abbiamo avuto modo di raccontare già in passato, in quasi tutti gli altri Paesi europei è da tempo realtà? «Per cambiare le cose con efficacia – è la tesi di Fulvio Zendrini, promotore del progetto contro l’omofobia “Le cose cambiano” – ci vogliono i giusti tempi: Pisapia a Milano, Marino a Roma ma anche la conservatrice per eccellenza Genova che ha approvato il Registro delle Unioni civili hanno iniziato a scardinare il sistema. Ora Renzi, che tiene a questa operazione da cui trarrebbe anche grande visibilità, potrebbe dare l’accelerata decisiva. Ma, prima, era necessario fare fuori Berlusconi».

    Del tema si è parlato anche qualche giorno fa alla libreria indipendente “L’amico ritrovato” (dove, tra l’altro, potete consultare gratuitamente il nuovo numero della rivista bimestrale di Era Superba) che ha ospitato una partecipatissima presentazione del pamphlet “Il matrimonio omossessuale è contronatura. Falso!” di Nicla Vassallo, docente di Filosofia teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova. Il testo è un vero e proprio trattato filosofico che, in termini accessibili a tutti, punta a smontare i falsi pregiudizi che vorrebbero escludere, più o meno naturalmente, quello che con termine anglosassone e universale Vassallo definisce matrimonio same-sex. «Una donna che ama una donna e un uomo che ama un uomo – è la tesi di fondo – debbono potersi sposare, se desiderano, e non vi è argomentazione valida contro, sempre che l’eterosessualità non permanga un dogma».

    «A differenza di quanto siamo abituati – sostiene Zendrini – il libro non discute di matrimonio sì, matrimonio no, giusto o sbagliato ma affronta con taglio scientifico l’analisi dell’assunto “Il matrimonio omosessuale è contronatura” e presenta una serie infinita di ragioni che lo confutano». Insomma, Vassallo utilizza il “buon ragionare filosofico” perché lo ritiene l’unico strumento efficace per smontare i pregiudizi dall’interno, per farli implodere. «I filosofi anglosassoni – racconta l’autrice – ci stanno proponendo in questi anni definizioni di matrimonio molto più minimaliste rispetto a quelle tradizionali. E allora, che cosa fanno di male le persone omossessuali per non avere diritto a questo tipo di relazione? È una barbarie sotto il profilo umano e civile che, tra l’altro, contrasta con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino».

    Fin qui la pars destruens. Ma, anche ammesso che si riuscisse a fare tabula rasa dei pregiudizi, che cosa succederebbe dopo? Il primo passo della pars construens di baconiana memoria, secondo Elvira Bonfanti della Fondazione Cultura di Palazzo Ducale, è la necessità di costruire una nuova tradizione: «Visto che gli omofobi si arroccano dietro alla “tradizionalità” del matrimonio eterosessuale, sostenendo che la tradizione porta con sé elementi positivi (come la caccia alle streghe? le violenze domestiche? i matrimoni coatti? le punizioni corporali inflitte alle donne?), una strada spiazzante e innovativa sarebbe quella di iniziare a costruire una nuova tradizione dei matrimoni same-sex, una tradizione della modernità».

    «Nel momento in cui l’Italia dovesse arrivare al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – chiosa Laura Guglielmi, direttrice di Mentelocale.it e promotrice del libro di Nicla Vassallo – avremmo finalmente raggiunto la maggiore età, saremmo finalmente un Paese maturo». Perché, in fondo, come ricorda Fulvio Zendrini citando Tennessee Williams: What is straight? A line can be straight, or a street, but the human heart, oh, no, it’s curved like a road through mountains”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Illustrazione di Nicoletta MIgnone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Innanzitutto, che cos’è il Pacs? Si tratta del “patto civile di solidarietà” stipulato fra i componenti di una coppia di fatto (omosessuale o eterosessuale) che regola l’unione dal punto di vista giuridico ed economico. Un’alternativa concreta all’istituto giuridico del matrimonio, così come i matrimoni gay e le unioni civili (tutte pratiche non contemplate in Italia a differenza della quasi intera Europa e di buona parte degli USA).
    Incontro Giacomo e Arnaud in una piovosa serata genovese. Due ragazzi sui trent’anni sorridenti e forse un filo imbarazzati per essere al centro dell’attenzione: sì, sono contenti di essersi sposati, se no non lo avrebbero fatto; certo, se ne parlava già da un po’ di tempo, visto che sono cinque anni che stanno insieme. E no, non sanno ancora se faranno una festa ma forse sì, almeno una bella cena con gli amici probabilmente si farà. Giacomo è ligure, nato nella Riviera di levante, Arnaud è un francese del Sud. Abitano a Genova, quindi la prima domanda è d’obbligo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Proviamo a partire proprio dall’inizio: come avete fatto ad arrivare al Consolato? Avete avuto bisogno dell’assistenza di qualche organizzazione, di un legale, o qualcosa del genere?
    Arnaud: (mi guarda perplesso, forse ignora la nostra assuefazione alle tortuose pratiche burocratiche) «ma no, perché? È stato semplice: ho chiamato il Consolato, mi hanno detto quali certificati servivano, e quando è stato tutto pronto nel mio giorno libero siamo partiti per Milano».
    Giacomo: «non avevamo la sensazione di fare qualcosa di eccezionale, praticamente non lo abbiamo detto a nessuno; anche il Console appena ci siamo presentati ci ha solo chiesto: questo è un Pacs d’amore o di convenienza? E noi gli abbiamo detto che sì, era d’amore».

    Ma perché scusate, ci sono anche quelli di convenienza?
    Arnaud: «in Francia ci sono tre livelli di legame. Uno è molto semplice, chiunque lo può contrarre semplicemente per difendere un interesse di tipo economico, oppure avere la possibilità di assistere in ospedale e poco altro; anche fratello e sorella possono farlo. Poi c’è il Pacs appunto, che è una sorta di matrimonio attenuato. Ti cambia lo stato civile, c’è l’obbligo di sostentamento e di cura reciproci e dopo tre anni vengono applicati gli sgravi fiscali e le norme a difesa del reddito, se spettano. Spetta anche il ricongiungimento familiare, però non si deve essere parenti (per evitare che si firmi solo per poter rifiutare trasferimenti di lavoro o per far entrare extracomunitari), non si può cambiare la cittadinanza e neanche adottare bambini: per fare queste cose occorre il vero matrimonio, che Hollande ha istituito anche per le persone dello stesso sesso, poco più di un anno fa».

    Ecco, sulle adozioni come la pensate voi? Rientra nei vostri sogni, o progetti?
    Giacomo: «vista la nostra precarietà economica, per ora niente è più lontano dell’idea di adottare un bimbo. In ogni caso per farlo dovremmo sposarci, ma per ora ci accontentiamo di sognare una casetta nostra, compreso mutuo e giardino, e dei gatti a farci compagnia. In linea generale, ovvio che se concedi il matrimonio alle persone devi anche accettare che vogliano un figlio, è un’esigenza che ad una coppia non si può negare per principio».

    Voi siete in un certo senso un “caso di cronaca”: state insieme da cinque anni, vi volete bene e avete deciso di rendere pubblico il vostro legame. Come vi sentite rispetto a questo, orgogliosi di poter essere utili alla causa oppure sentirvi dei pionieri vi infastidisce?
    Arnaud: «pionieri? Nel 2014? No, scusa, io non sono infastidito, ma certo non mi sento un pioniere o un difensore di chissà quale causa. Sono 15 anni che queste cose in Francia sono normali e sono cresciuto con la consapevolezza di avere queste possibilità davanti a me».

    In conclusione: Arnaud per la legge italiana è un francese celibe; per la legge francese è coniugato; vivendo qui però non ha nessun diritto nei confronti di Giacomo, né ovviamente nessun dovere; Giacomo per l’italia è celibe, non potrebbe chiedere la cittadinanza francese in virtù del Pacs ma, se vivessero in Francia, sarebbero un nucleo familiare con tutti i diritti e doveri che questo comporta. E anche lui sarebbe coniugato, ma solo per la Francia.
    Come garbuglio di status e norme non è male, speriamo che una normativa in grado di armonizzare i diritti riconosciuti nel resto d’Europa semplifichi la vita dei cittadini comunitari.
    Salutando Giacomo ed Arnaud, provo a caldeggiare l’inserimento nel registro delle Unioni del Comune di Genova: in ogni caso, è un documento ufficiale che attesta il vincolo affettivo che li unisce e la loro volontà di stare insieme. Volontà che, di questi tempi, qualunque istituzione dovrebbe proteggere ed incoraggiare.

     

    Bruna Taravello

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Registro delle Unioni Civili a Genova, numeri e riflessioni a un anno dall’istituzione

    Registro delle Unioni Civili a Genova, numeri e riflessioni a un anno dall’istituzione

    archivio-libri-scrittura-D3Che Genova avesse il proprio Registro delle unioni civili lo avevano ormai dimenticato quasi tutti. Eppure è passato solo poco più di un anno da quando le prime coppie, di sesso opposto o uguale, hanno potuto iscriversi in questo particolare albo che non crea un nuovo status – operazione che non sarebbe consentita dal codice civile – ma sancisce una serie di possibilità prevalentemente a fini certificativi. Le coppie inserite in questo registro, ad esempio, hanno avuto l’accesso a diritti previsti dall’assistenza ospedaliera, carceraria, al subentro in contratti d’affitto, all’ingresso nelle graduatorie per gli alloggi popolari e, anche, a tutto ciò che possa riguardare prove e documentazioni nell’ambito di risarcimento del danno ai fini assicurativi. Come previsto poco più di un anno fa, insomma, in tutti i regolamenti comunali le coppie unite civilmente sono state totalmente equiparate a quelle legate da vincolo matrimoniale, senza bisogno di apposite modifiche normative.

    «Nonostante le possibilità siano ancora limitate – ha commentato l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – queste coppie si sono finalmente sentite parte di una comunità perché hanno potuto portare in sede pubblica il proprio vincolo affettivo».

    Le prime coppie dello stesso sesso e di sessi differenti hanno iniziato ad aderire al registro a partire dal 20 luglio 2013. Dopodiché il silenzio totale.
    C’è voluta l’iniziativa del gruppo consiliare di Sel affinché il tema tornasse alla ribalta. In realtà, la Commissione consiliare convocata ieri avrebbe dovuto fare chiarezza sulla possibilità di trascrizione in Italia, e a Genova in particolare, di matrimoni omosessuali contratti all’estero. Ma l’assessore Fiorini, in quota Lista Doria, ha colto l’occasione per fare anche il punto della situazione sul registro locale delle unioni civili.

    unioni-civili-gay-prideSono 57 le coppie che hanno fin qui aderito. Di queste, 35 sono composte da persone di sesso diverso e 22 dello stesso sesso (12 maschili, 10 femminili). Solo una coppia etero in questo periodo ha chiesto la cancellazione dal registro dopo esservi stata inserita. 17 sono, invece, le coppie con figli (compresa una coppia costituita da due donne) di cui 13 con figli propri e 6 con figli avuti da precedenti unioni, per un totale complessivo di 28 figli.
    Viene smentito dai fatti, dunque, chi ritiene che la questione riguardi esclusivamente le coppie omosessuali, dato che il 61% delle unioni è rappresentato da persone di sesso opposto: un dato, peraltro, che secondo quanto riferito dall’assessore Fiorini è ancora più alto in altre realtà italiane.

    Interessante anche vedere in che fascia di età abbia maggiormente attecchito il registro: il 38% delle persone che hanno chiesto di ufficializzare la propria unione civile ha tra i 36 e i 45 anni, il 23% tra i 46 e 55 anni, ben il 20% è rappresentato da giovani tra i 25 e 35 anni, mentre si scende al 14% tra i 56 e 65 anni e al 5% tra chi ha superato i 66 anni.

    Certo, il valore assoluto di questi numeri non è molto significativo, soprattutto se consideriamo che, ogni mese, a fronte di 4/5 unioni civili si registrano 118 matrimoni.
    Un peccato dal momento che il registro genovese è senza dubbio uno dei meglio articolati nel multi sfaccettato panorama nazionale.
    Sicuramente, una parte della responsabilità va addossata all’amministrazione che ha fatto passare molto in sordina la nascita del registro, rispetto invece alle massicce campagne informative di altri comuni italiani.
    La città italiana con più coppie di fatto registrate è Milano: partita un anno prima di Genova, è arrivata 898 unioni registrate di cui il 74% tra persone di sesso diverso. Torino, invece, che offre questa opportunità già da 10 anni ha solamente 90 scritti. Questione di diverse sensibilità probabilmente ma, soprattutto, di diverse tipologie di benefici che, stando sempre all’interno del limiti di legge, le varie amministrazioni offrono ai propri cittadini.

    Ovviamente, però, finché non ci sarà una legislazione nazionale che interverrà sul tema, difficilmente le cose potranno cambiare in maniera radicale (come, invece, succede in Francia con ben 138 mila Pacs registrati). «Sono pienamente consapevole che il Regolamento comunale è un aspetto limitato della questione – ha detto in Sala Rossa l’assessore Fiorini – ma è la manifestazione di una precisa scelta politica che, però, non può fare a meno di una legislazione nazionale».

    L’Italia, insieme con la Grecia, è sostanzialmente l’unico Stato a non essersi ancora espresso a livello normativo sul tema. «Non ci fa onore – ha chiosato Fiorini – essere rimasti praticamente solo noi, e in parte la Grecia, a non avere una disciplina di questo diritto». Qualcosa però sembra iniziare a muoversi, anche se la valorizzazione dei diritti e servizi civili non sembra essere una delle priorità dei famosi mille giorni di Renzi. Tuttavia, dal 30 luglio 2014 è stato depositato alla Commissione Giustizia del Senato un disegno di legge che potrebbe introdurre il riconoscimento formale di due tipologie di convivenza, sul modello della legislazione tedesca. Non si tratta dell’estensione del matrimonio vero e proprio alle coppie omosessuali, come spesso erroneamente e anche un po’ populisticamente si sente dire, ma di un doveroso ampliamento di una serie di diritti e di doveri a una fetta di popolazione che fino al momento ne è sempre stata esclusa. Si tratta di un riconoscimento doveroso richiesto più volte anche dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione per “sancire il pieno diritto di tutti a vivere la propria condizione di coppia”, naturalmente anche dei cittadini omosessuali.
    Un traguardo che avrebbe anche importanti riflessi sui temi fiscali: basti pensare ai regimi patrimoniali di comunità dei beni, alla detrazioni derivanti da dichiarazioni dei redditi congiunta, alla possibilità di ricevere assegni di reversibilità, all’assistenza sanitaria, all’esenzione delle tassa di successione… insomma alla parificazione di tutti quei diritti di cui già possono godere le persone unite in matrimonio.

    Il testo del disegno di legge nazionale, come detto, prevede l’istituzione due nuove forme di unione: la prima è l’unione civile vera e propria, che può essere richiesta da due maggiorenni dello stesso sesso, legati da un vincolo affettivo. Naturalmente, vi sono delle clausole di esclusione che sono le stesse previste per il matrimonio e derivano dunque dal codice civile. Anche lo scioglimento dell’unione civile sarebbe regolamentato sostanzialmente come un matrimonio e potrebbe prevedere l’assegno di mantenimento.
    Il secondo istituto, invece, è più leggero e riguarda i cosiddetti patti di convivenza. Potrebbe essere richiesta da coppie omo ed eterosessuali (nel senso etimologico del termine e non tanto delle preferenze sessuali) che decidano di organizzare la propria vita in comune: vi sono clausole di esclusione ma lo scioglimento del patto è più facile così come minori sono i doveri e i diritti di cui si potrà godere. I primi riguardano genericamente il vincolo alla reciproca assistenza materiale, mentre i secondi sono limitati alla reciproca assistenza sanitaria e penitenziaria e alla successione nel contratto di locazione. Lo scioglimento seguirebbe, invece, la falsariga di quanto già previsto dal Regolamento genovese: non vi è necessità di rivolgersi al Tribunale ma basta una dichiarazione consensuale presso un ufficiale di Stato civile o, se si tratta di un’iniziativa unilaterale, la prova di una comunicazione avvenuta per iscritto alla controparte. A maggior tutela dell’istituto, nel disegno di legge è anche previsto che gli effetti del patto di convivenza si protraggano per un anno dopo la richiesta di cessazione.
    «Questa seconda forma più leggera di legame – spiega l’assessore Fiorini – può essere l’anticamera di un matrimonio o di un’unione civile ma potrebbe anche rappresentare solamente un momento nella vita di una persona».

    C’è poi la questione da cui la discussione è rinata in Sala Rossa, ovvero la possibilità di trascrizione in Italia di matrimoni contratti all’estero. «Molte coppie omosessuali regolarmente sposate all’estero – racconta l’assessore – chiedono che la propria unione sia legittimata anche in Italia. Si tratta di dare attuazione all’esercizio del diritto di libera circolazione, per esempio a lavoratori comunitari che vengono a risiedere nel nostro Paese».
    Ma ci sono anche situazioni più complicate come il caso famoso di un cittadino italiano sposato in Spagna con il compagno uruguaiano, che si è trovato costretto a tornare a Modena dopo aver perso il lavoro. In Italia, però, il compagno in quanto extracomunitario avrebbe perso il diritto alla cittadinanza. La situazione fu risolta dal Tribunale di Modena che ordinò alla Questura di provvedere al rilascio del permesso di soggiorno, facendo giurisprudenza in questo caso.

    Una richiesta di trascrizione di matrimonio omosessuale contratto all’estero è arrivata ultimamente anche a Genova ed è al vaglio della Segreteria generale di Tursi. «La trascrizione – precisa Fiorini – in questo caso non avrebbe effetti costitutivi, dal momento che il matrimonio omosessuale non è previsto dal nostro ordinamento, ma solo certificativi: un riconoscimento comunque importante, al pari dell’inserimento nel Registro delle unioni civili. Si tratta di una questione giuridica che potrebbe essere superata qualora si arrivasse a una norma nazionale: su questo punto è importante perciò lavorare lasciando da parte ogni ideologia dal momento che parliamo del riconoscimento di un diritto e di una libertà».

    All’interno di questo quadro si collocano anche i matrimoni di cittadini italiani dello stesso sesso, contratti all’estero. Inizialmente considerati contrari all’ordine pubblico e quindi non ratificabili, la loro disciplina è attualmente demandata allo spirito di iniziativa delle varie amministrazioni locali: Bologna e Napoli, ad esempio, si affidano a un’ordinanza del sindaco per procedere alla trascrizione. Anche in questo caso il disegno di legge all’esame del Senato potrebbe aiutare non poco.

    Simone D’Ambrosio

  • To Russia with Love: anche a Genova il flash mob contro l’omofobia

    To Russia with Love: anche a Genova il flash mob contro l’omofobia

    unioni-civili-gay-prideDomenica 8 settembre anche Genova si unisce al flash mob internazionale Global Kiss-in: To Russia with Love, organizzato per manifestare il proprio dissenso alle leggi omofobe approvate la scorsa estate. L’evento si terrà in contemporanea in circa 50 città del mondo – nei pressi delle sedi delle rappresentanze diplomatiche russe – e sta raccogliendo numerose adesioni attraverso il passaparola sui social network e l’attivismo di associazioni quali Arcigay.

    Qual è il tema in oggetto? Lo scorso giugno il parlamento russo ha approvato una legge “contro la propaganda omosessuale”, ovvero un provvedimento che punisce con una multa o con la reclusione chiunque parli apertamente e positivamente di omosessualità in luoghi pubblici e in presenza di minori e chiunque organizzi eventi a sostegno dei diritti degli omosessuali e dei transessuali.

    L’appuntamento è per domenica alle 15 in via Oberdan, davanti alla sede del Consolato russo a Genova. Arcigay Approdo aderisce a questa manifestazione nazionale in collaborazione con il Segretariato Studenti di Medicina, che già lo scorso maggio aveva organizzato un flash mob in occasione della Giornata contro l’omofobia. Maggiori informazioni sull’evento si possono trovare su Twitter, utilizzando l’hashtag #Russia4Love.

    Marta Traverso

  • Unioni civili, Genova ha il suo registro: commenti e valutazioni

    Unioni civili, Genova ha il suo registro: commenti e valutazioni

    unioni-civiliDopo 69 emendamenti, 2 ordini del giorno e oltre 7 ore di discussione, il Consiglio comunale ha approvato il regolamento del Registro amministrativo delle unioni civili. Pochi minuti prima delle 23 il presidente Guerello legge i risultati della votazione: 27 sì, che oltre ai voti della maggioranza (Pd, Sel e Lista Doria) hanno potuto contare sul sostegno del Movimento 5 Stelle, 11 contrari, 2 astenuti (Enrico Musso e De Benedictis).

    E finalmente può partire l’applauso liberatorio, sottolineato dalle parole del sindaco Marco Doria: «Il Consiglio comunale realizza uno degli impegni programmatici della maggioranza e della giunta, al termine di un percorso di confronto e discussione ampio e partecipato. Si tratta di una decisione di grande valore civile, pur nei limiti delle competenze amministrative. Si riconoscono, infatti, diritti di persone e legami presenti e diffusi nella nostra società. Ritengo che tali temi debbano essere affrontati anche a livello legislativo. Come amministratori siamo impegnati ogni giorno sulle emergenze occupazionali, economiche e sociali e anche per provvedimenti ispirati a valori di civiltà e di cultura. Abbiamo varato recentemente una normativa comunale contro la piaga delle sale da gioco, approviamo stasera il regolamento per il registro delle unioni civili».

    Assolutamente sulla stessa linea Alberto Villa, presidente del PD Genova, che così commenta con noi a fine serata: «Ringrazio Genova che oggi si è messa alla pari delle grandi città europee in materia di diritti civili. Sono convinto che questa ennesima dimostrazione di civiltà da parte dei genovesi contribuisca a far sì che anche il Parlamento italiano possa giungere a legiferare urgentemente in materia».

    Nonostante l’immensa mole di emendamenti che ha richiamato alla mente ben altri tempi della politica nazionale, la sensazione a inizio giornata era quella di un sì scontato, grazie al voto compatto della maggioranza. Una convinzione che, tuttavia, ha rischiato di sciogliersi come neve al sole quando la Segreteria generale ha dichiarato inammissibili le richieste che puntavano a esplicitare la necessità del Registro di essere un atto pubblico. Dopo diverse interruzioni dei lavori e un dibattito molto accesso, il chiarimento finale non ha convinto tutti i consiglieri. Secondo la Segreteria generale, infatti, il Registro è da considerarsi pubblico in quanto documento custodito dal Comune e accessibile a tutti gli uffici che ne avranno necessità ma, per questioni di privacy, non potrà essere consultato liberamente dai singoli cittadini.

    È per questo motivo che la maggioranza è stata sì ampia, ma non completamente trasversale. Enrico Musso, ad esempio, ammette che sarebbe stato favorevole a un provvedimento mosso dalla volontà di eliminare alcune discriminazioni, ma il dibattito in aula lo ha portato a optare per l’astensione: «Sembra si istituisca un’unione civile di serie b; non c’è motivo perché i provvedimenti valgano solo per due persone e non per un numero maggiore. Purtroppo, il Comune ha fatto una cosa fuori portata e quindi non ha gli strumenti per porla in atto nella sua completezza“. Stupisce anche la posizione del consigliere Guido Grillo (Pdl) che avrebbe visto di buon grado il provvedimento, andando contro alla linea generale del suo partito, se non fosse stato per la bocciatura da parte della giunta del proprio ordine del giorno. Pure la dura opposizione dell’Idv è sembrata soprattutto una reazione al rifiuto in blocco da parte di sindaco e assessori di tutti gli emendamenti proposti dal capogruppo Anzalone.

    A proposito di emendamenti, neanche a dirlo gli unici a essere passati sono stati quelli proposti dalla maggioranza e illustrati dalla consigliera Cristina Lodi (PD), che non ha fatto mancare un rimprovero alla giunta per non aver recepito a pieno i lavori della Commissione. Le modifiche recepite hanno riguardato soprattutto aspetti formali, una ridefinizione delle condizioni di cessazione dell’unione civile e la volontà di sottolineare l’importanza del vincolo affettivo.

    Maggioranza compatta, dunque, e apparentemente senza troppi mal di pancia, appoggiata anche con convinzione dai consiglieri grillini, nonostante la bocciatura di un interessante ordine del giorno che avrebbe impegnato sindaco e giunta a farsi garanti presso la Regione Liguria e le altre Regioni italiane del riconoscimento in ambito sanitario dei certificati di unione civile emessi dal Comune di Genova come titolo per accedere ai servizi e alle autorizzazioni oggi riservati ai soli familiari. «Votiamo sì – ha dichiarato il capogruppo Paolo Putti – perché questo provvedimento va nella direzione di un ampliamento dei diritti delle persone. Trovo bellissimo che la stessa gioia che provo io ad avere una famiglia possa essere estesa ad altri».

    Insomma, tutto è bene ciò che finisce bene.

    Simone D’Ambrosio

  • Giornata mondiale contro l’omofobia: programma degli eventi a Genova

    Giornata mondiale contro l’omofobia: programma degli eventi a Genova

    omofobiaVenerdì 17 maggio 2013 in tutto il mondo è la Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, istituita dall’Unione Europea nel 2007 e che ricorda due temi importanti: la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali (avvenuta nel 1990 su direttiva dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) e la lotta alla discriminazione nei confronti di persone omosessuali e transgender.

    A Genova si tengono diversi eventi per questa giornata: Palazzo Ducale ospita la proiezione di alcuni video, tra cui Questo è amore / This is love – curato dalla stessa Fondazione Cultura – e Articolo 3, realizzato da Arcigay Approdo in collaborazione con la compagnia teatrale Musicalmente.

    Sono tre gli eventi che coinvolgeranno il pubblico. Il primo è Mettiamoci la faccia, organizzato dal Segretariato Studenti di Medicina: dalle 15 alle 19 i passanti a Palazzo Ducale saranno invitati a farsi fotografare all’interno di una cornice, una campagna di sensibilizzazione contro l’omofobia. Dalle 17 alle 20 Mettiamoci la voce, reading collettivo di brani a cura di Musicalmente. Infine alle 19 Frozen Kiss: i partecipanti rimarranno immobili durante lo scambio di un bacio.

    Alle 19 la chiesa di San Benedetto al Porto ospita una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia a cura del Gruppo Bethel. L’evento si svolge in diverse città italiane, presso luoghi di culto di diverse confessioni religiose, ed è coordinato dal Forum europeo degli omosessuali credenti. Come spiega la presidente Laura Ridolfi «si tratta di un evento aperto a tutti e coordinato da don Claudio Boldrini, un diacono che supporta Don Andrea Gallo e che dopo la morte di Don Piero Borelli – che nel 2009 ci aiutò a fondare il gruppo Bethel – ha da pochi mesi preso il suo posto come nostra guida spirituale. Si tratta di un evento “autonomo” dgli altri organizzati a Genova in questa giornata, perché gli omosessuali credenti sono – se così si può dire – un gruppo ancora più nascosto rispetto alle altre associazioni presenti sul territorio».

    Sabato 18 maggio, nel laboratorio sociale di Vico Papa, il gruppo Bethel organizza anche l’incontro Omo/Trans-Philia, con la presentazione del libro Sesso mutante. I transgender si raccontano e la proiezione del documentario L’amore autentico. A tu per tu con le madri cristiane di due ragazzi gay.

  • Registro unioni civili: quali diritti per le coppie di fatto?

    Registro unioni civili: quali diritti per le coppie di fatto?

    Sentenza del TribunaleIL PRECEDENTE

    Gennaio 2009: il Comune ha da alcuni mesi dato il via libera al primo gay Pride di Genova, ma è polemica sulla data. La Curia ha infatti chiesto che venga slittato in un altro giorno rispetto a quello previsto, poiché sabato 13 giugno si svolgerà la processione del Corpus Domini. Il Cardinale Bagnasco non esprime tuttavia un aperto e totale dissenso, mantenendo una posizione di cautela: «Manifestare il proprio pensiero nella maniera corretta, senza offendere la civiltà e le idee degli altri, è un diritto inalienabile».

    Febbraio 2009: viene presentato alla città il logo ufficiale del Gay Pride. L’immagine simbolo della manifestazione contiene un arcobaleno colorato, il simbolo della Lanterna e un cerchio rosso con la scritta 40 anni, in quanto il primo evento a sostegno dei diritti degli omosessuali si è svolto a New York nel 1969, presso il bar Stonewall Inn. Non ci sono ancora ufficialità sulla data.

    27 giugno 2009: si svolge il Gay Pride a Genova, che vede camminare per le vie della città circa 200.000 persone (50.000 secondo la questura). La Sindaco Marta Vincenzi partecipa al corteo e dal palco di piazza De Ferrari pronuncia queste parole: «Continuo a dire agli organizzatori che Genova si candida anche in futuro ad essere la città dei diritti». Un primo passo verso l’istituzione di un registro per le unioni civili nella nostra città.

    Marzo 2011: la Corte Costituzionale dichiara legittima la legge regionale contro le discriminazioni. La sentenza 94/2011 garantisce piena parità di accesso a servizi pubblici e privati senza discriminazioni. Per esempio, la legge rende possibile designare una persona anche non consanguinea quale referente per informare sulle condizioni di salute e sulle terapie mediche, in caso di ricovero.

    Febbraio 2012: elezioni comunali di Genova, i candidati per le Primarie del Centrosinistra rispondono a undici domande di Uaar, tra cui una sulla posizione in merito al registro per le coppie di fatto. Tutti favorevoli incluso Marco Doria, che ha inserito nel proprio programma elettorale – anche dopo la vittoria alle Primarie – l’istituzione del registro.

    Ottobre 2012: il Comune di Genova pubblica sul proprio sito la notizia dell’imminente istituzione del registro unioni civili. Entro Natale, su iniziativa dell’Assessore Elena Fiorini, si potranno «regolare tutte le forme di convivenza fra due persone che non accedano volontariamente all’istituto giuridico del matrimonio». Il registro non riguarda infatti solo le coppie omosessuali, ma anche coppie eterosessuali che scelgono liberamente di non sposarsi.

    Novembre 2012: si svolge il primo incontro fra le istituzioni e le associazioni coinvolte nelle politiche della famiglia. Un primo passo nel percorso per l’istituzione del registro.

    29 dicembre 2012: l’Assessore Fiorini annuncia che è pronto il testo del regolamento del registro. Nei primi mesi del 2013 avverrà la discussione in Giunta e in Consiglio Comunale, se approvato entrerà in vigore. Il registro è già stato istituito nei mesi scorsi in diversi Comuni della Liguria: il primo in ordine di tempo è stato Cogoleto e l’ultimo Ortonovo.

    IL PRESENTE

    Coppie di fatto e unioni civili: termini che abbiamo sentito spesso negli ultimi giorni, soprattutto nella cronaca locale. Termini su cui tutti noi pensiamo di avere un’opinione (quasi sempre “totalmente a favore” o “totalmente contro”) ma di fatto senza avere una precisa cognizione del loro significato. Per questa ragione abbiamo chiesto delucidazioni all’avvocato Damiano Fiorato, responsabile giuridico nazionale e referente regionale di Equality Italia – rete per i diritti civili, dirigente nazionale Arcigay e responsabile ( con Daniele Ferrari) dello Sportello Legale di Approdo Arcigay.

    Anzitutto, cosa intendiamo per “unione civile”? «In Italia “unione civile”, in termini giuridici, non esiste. Si usa questa espressione – a mio avviso a sproposito – per indicare i Registri delle coppie di fatto che oramai oltre cento comuni italiani hanno adottato. Ho detto “a sproposito” perché, nel linguaggio tecnico, con l’espressione “unione civile” si fa più che altro riferimento a istituti equipollenti al matrimonio eterosessuale (esistenti in molti Paesi del mondo ma non in Italia), non per il Registro che i Comuni possono istituire. Quest’ultimo è piuttosto un mero strumento amministrativo che può avere ricadute molto utili nel vissuto quotidiano delle coppie di fatto. Io preferisco piuttosto parlare di “Registro delle coppie di fatto” e di “coppie di fatto registrate”».

    In questo senso, è importante comprendere quali coppie potranno registrarsi una volta che il Registro sarà entrato in vigore. «Il Registro non conferisce di per sè alcun nuovo diritto a singoli o alle coppie. Il Comune non potrebbe mai attribuire nuovi diritti perché non ne ha il potere. Si tratta tuttavia di uno strumento amministrativo molto utile, come dicevo anche prima, con ricadute pratiche nella vita di tutti i giorni delle coppie di fatto. Anzitutto il “Registro delle coppie di fatto” permette di evitare sperequazioni tra coppie sposate e coppie non sposate, coppie eterosessuali e coppie omosessuali nell’accesso ai sevizi erogati dal Comune (per esempio e primi fra tutti per quelli relativi ai figli). In secondo luogo, è uno strumento molto concreto se concepito nell’ottica del rilascio contestuale dell’attestazione anagrafica con certificazionedel vincolo affettivo”. In questo caso (come è stato a Milano), il Registro serve a fornire maggiore certezza giuridica alla convivenza. La necessità di uno strumento del genere è particolarmente evidente quando, per esempio, si discute del diritto al risarcimento del convivente more-uxorio per danno da uccisione del convivente, o della successione nel contratto di locazione post mortem . Si tratta di diritti già esistenti, ma che in concreto possono rivelarsi difficili da provare. L’adozione dell’ attestazione anagrafica con l’esplicitazione del “vincolo affettivo” come motivo della convivenza ( in oggi il regolamento anagrafico del Comune di Genova prevede il rilascio della sola attestazione anagrafica, senza la certificazione del “vincolo affettivo”) permette di dare certezza giuridica a queste situazioni. Va aggiunto che, con la previsione del suo rilascio agli iscritti al Registro, si avrebbe la possibilità di evitare ogni abuso. Le coppie conviventi oggi possono anche calcolare in comune l’Isee, ma è una questione prettamente tributaria, che mette comunque in evidenza le lacune del nostro sistema, specie legislativo. Non vi sono dunque nuovi diritti, con l’attuazione del nuovo registro ma l’interesse del cittadino a un corretto procedimento per l’iscrizione da parte del Comune e non vi sono nuovi doveri se non quello – già esistente – del cittadino a dichiarare la verità nel momento in cui richiede l’iscrizione al Registro».

    Infine, qual è l’iter che l’approvazione del Registro avrà nell’immediato futuro? «L’approvazione definitiva avviene con voto a maggioranza da parte del Consiglio Comunale, al quale spetta la potestà regolamentare comunale. Per come mi sembra essere congegnato nella proposta della Giunta Doria, non dovrebbero esserci particolari problemi burocratici per accedere al registro in questione, se sussiste il presupposto della convivenza. Ma vedremo quale sarà il testo licenziato dal Consiglio, dopo la discussione e l’approvazione di eventuali emendamenti».

    Marta Traverso

  • Registro coppie di fatto a Genova: passi avanti verso l’approvazione

    Registro coppie di fatto a Genova: passi avanti verso l’approvazione

    unioni-civili-gay-prideIl 1 ottobre 2002 si è costituita a Genova la sezione locale di Arcigay, che raccoglie l’esperienza di realtà attive sul territorio a partire dagli anni Settanta e che si pone l’obiettivo di promuovere i diritti lgbt attraverso servizi di assistenza, momenti di aggregazione e attività culturali. Un’associazione che in questi anni ha organizzato numerose iniziative, soprattutto in ambito culturale (spettacoli teatrali, conferenze, visite guidate, mostre etc), allo scopo di promuovere la visibilità e favorire l’aggregazione di persone lgbt, sia fra loro sia con la cittadinanza.

    Uno degli impegni più forti è la costituzione di un registro delle coppie di fatto: un obiettivo annunciato già da Marta Vincenzi in occasione del Gay Pride (giugno 2009) e dichiarato esplicitamente nel programma elettorale di Marco Doria.

    Abbiamo incontrato Ostilia Mulas e Federico Caprini Acquarone, rispettivamente presidente e consigliere di Arcigay, per sapere come sta procedendo la questione: «Fin dalla costituzione di Arcigay abbiamo aperto un dialogo con le istituzioni locali, che nel tempo hanno iniziato a considerarci come loro interlocutori, tanto da poter dire che siamo conosciuti più dalle istituzioni che dai cittadini. Attualmente siamo in ottimi rapporti con l’Assessore Elena Fiorini, che ci ha assicurato che il percorso è già avviato e si sta provvedendo a tutti i passaggi necessari per approvarlo. Sono due le nostre richieste: l’attestato anagrafico, regolato da un Decreto del Presidente della Repubblica Cossiga nel 1989 e che certifica la “convivenza affettiva”, ovvero quella non necessariamente di coppia (può essere tra parenti, amici etc); il registro unioni civili, che certifica simbolicamente lo stato di coppia ma pone un riconoscimento ufficiale delle famiglie e dà un segnale forte allo Stato, perché si acceleri l’iter per l’approvazione di una legge su questi temi. Inoltre, l’Assessore si è dichiarata favorevole a un’eventuale adesione del Comune di Genova alla Rete Re.A.Dy, nata nel 2006 e che raduna le amministrazioni locali che ne condividono la carta d’intenti».

    Sono inoltre in programma molte iniziative sul territorio: in questo periodo ogni domenica si svolge un cineforum al Mare di Note a Voltri, mentre nei prossimi mesi si prevedono altre attività in collaborazione con i Municipi e una mostra di arte contemporanea nella Giornata della Memoria 2014.

    Nel raccontare il percorso di questi undici anni, è evidente che il 2009 sia stato “l’anno dello spartiacque” di Arcigay Approdo, per tre ragioni. Anzitutto il 27 giugno di quell’anno Genova ha ospitato il Gay Pride, un evento che ha segnato una grande partecipazione della cittadinanza: «Ho partecipato a numerosi Pride in diverse città italiane, ma mai come a Genova ho visto una così grande presenza della folla ai lati della strada, che assisteva e partecipava al corteo. Quella giornata è stata un vero e proprio regalo alla città», racconta Ostilia Mulas.

    Il 2009 è stato anche l’anno della nuova sede di Arcigay, che da corso Torino si è spostata negli attuali locali di vico Mezzagalera: qui è stato potenziato il servizio del telefono amico (aperto ogni giovedì dalle 21 alle 23) e attivato lo sportello legale, curato da Damiano Fiorato e Daniele Ferrari (aperto ogni primo giovedì del mese dalle 14.30 alle 16.30) e che si occupa di consulenza gratuita su ogni forma di discriminazione, in famiglia, sul lavoro e con una particolare attenzione agli immigrati che vengono a vivere a Genova. «Sono servizi che portiamo avanti grazie al contributo dei nostri soci, che hanno frequentato un corso per abilitarsi a svolgere i servizi di assistenza, ma abbiamo bisogno di un numero sempre maggiore di volontari. In particolare vorremmo dei referenti per informare le persone sui diversi gruppi attivi sul territorio: oltre ad Arcigay Approdo esistono Arcilesbica, Pangender, Agedo e Famiglie Arcobaleno. Il nostro obiettivo è formare un solido coordinamento sul territorio fra tutte queste realtà, per promuovere insieme i valori che ci accomunano».

    Infine, ma non meno importante, è stata approvata in quell’anno la legge Regionale contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, nell’ambito di un più ampio progetto di Rete Regionale anti-discriminazione (che comprende anche la tutela di  immigrati, disabili, persone di altre religioni etc): un organismo che metta in rete le diverse realtà che agiscono sul territorio ligure e ne monitori le attività.

    Marta Traverso

  • Case popolari a Genova: il punto fra alloggi sfitti e nuove costruzioni

    Case popolari a Genova: il punto fra alloggi sfitti e nuove costruzioni

    pegli-ponente-riviera-panoramica-d5L’edilizia residenziale pubblica (Erp) torna al centro del dibattito cittadino grazie ad un caso singolo che solleva le contestazioni del Municipio Ponente ma nello stesso tempo fornisce spunti di riflessione su alcune tematiche concrete mai sviscerate in maniera esaustiva.

    IL CASO DI VIA UNGARETTI A PRÀ

    Tutto parte dalla presa di posizione del consiglio municipale del Ponente che il 10 gennaio scorso ha ribadito la sua contrarietà all’ipotesi di realizzare un nuovo insediamento Erp nella zona di via Ungaretti, sulle alture tra Pegli e Prà.
    «In tutte le fasi in cui il Municipio è stato coinvolto nell’elaborazione del Puc (Piano Urbanistico Comunale) ha sempre espresso tutte le proprie perplessità in merito a nuovi tentativi di edificazione su un territorio già ampiamente cementificato – spiega il Presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente (Pd) – dove la costruzione di alcuni quartieri ha mutato completamente l’orografia delle colline. Nonostante sia sempre stato evidente il nostro parere negativo, l’amministrazione ci ha chiesto di produrre un atto specifico. E così il consiglio ha approvato all’unanimità un documento che riconferma il no alla realizzazione di ulteriori unità abitative Erp nel territorio del Ponente».

    L’amministrazione comunale per voce dell’arch. Giorgio Gatti, dirigente della Direzione programmi di riqualificazione urbana e politiche della casa, risponde così «Su iniziativa di Comune e Regione abbiamo esplorato la possibilità di realizzare un piccolo edificio a 2 piani per 8 appartamenti di edilizia residenziale pubblica. Un intervento che non ha nulla a che fare con certe colate di cemento realizzate in alcuni quartieri popolari».
    Per intenderci non stiamo parlando di un mostro architettonico come quello previsto tra via Maritano e via Ortigara nel Municipio Valpolcevera, fortemente contestato dagli abitanti.
    L’area di via Ungaretti è stata espropriata sul finire degli anni ’70 quando venne redatto il piano di zona dell’edilizia popolare «E tuttora rimane vincolata a tale scopo – continua Gatti – È un’area di proprietà comunale dalle dimensioni contenute».

    Lavatrici di PràLa posizione del Municipio, però, si basa su precise questioni di principio. Innanzitutto viene contestata una distribuzione degli edifici Erp considerata assai disomogenea: «Nel Ponente genovese troviamo il 70% dell’edilizia residenziale pubblica dell’intera città, mentre, al contrario, vi sono intere zone totalmente esenti da quartieri di edilizia popolare – sottolinea il documento approvato all’unanimità dal consiglio municipale – Per favorire una vera e seria integrazione dei soggetti socialmente fragili risulta necessario evitare le esperienze negative degli anni passati che hanno teso alla ghettizzazione di queste realtà in porzioni limitate di territorio quando, invece, è necessario spalmare equamente in tutta la città gli edifici Erp proprio per favorire la socializzazione e l’integrazione».

    «In via Ungaretti è nata un’idea progettuale che finora rimane soltanto un’ipotesi – precisa il dirigente comunale Giorgio Gatti – perché si basa su un finanziamento regionale che ad oggi non è ancora stato concretizzato. Francamente fatico a comprendere le ragioni del Municipio. Le percentuali sulla presenza di Erp snocciolate dal consiglio municipale sono grossolane. Non è vero che il 70% di Erp si trova nel Ponente. Anche in Val Polcevera e Val Bisagno, infatti, i quartieri popolari sono numerosi».

    Un altro aspetto critico è quello relativo alla domanda di assistenza e supporto che, inevitabilmente, portano con sé gli abitanti assegnatari delle case popolari: «Sulle colline ponentine, nel corso degli anni, sono sorti 7 quartieri di edilizia residenziale pubblica – sottolinea Avvenente – L’elenco è presto fatto: Torre Cambiaso, San Pietro (“Lavatrici”) via Novella, via Montanella, Voltri 2, Ca Nuova, Cep. Si tratta di insediamenti che ospitano uno “spaccato sociale” particolare, il quale necessita di adeguata assistenza sociale. Oggi il Municipio, alle prese con una costante diminuzione delle risorse economiche, fa sempre maggiore fatica a fornire risposte. I nostri uffici sono in sofferenza – ribadisce il Presidente – nell’ultimo anno sono arrivati una quarantina di nuovi nuclei familiari. Il Comune ci affida le persone però non ci fornisce la quota di accompagnamento di cui hanno bisogno».

     

    casa-abitazione-citofonoGLI ALLOGGI PUBBLICI SFITTI

    L’ente municipale mette in evidenza l’elemento forse più rilevante, perché coinvolge tutta l’area metropolitana, ovvero la significativa presenza di alloggi pubblici vuoti e di conseguenza inutilizzati a causa della carenza di manutenzione e di interventi di ristrutturazione mai eseguiti. «Ci sono numerosi appartamenti sfitti all’interno dei quartieri collinari del Ponente – spiega Avvenente – ce lo segnalano continuamente cittadini e comitati con cui abbiamo uno stretto rapporto di collaborazione. A breve avremo un incontro con Arte Genova (Agenzia Regionale Territoriale Edilizia): vogliamo incrociare i nostri dati con i loro numeri, per capire come e dove è possibile ripristinare questi alloggi».
    Allo stato attuale le risorse degli enti locali sono ridotte al lumicino, almeno quel poco denaro disponibile utilizziamolo per rimettere a posto le unità abitative sfitte: questo il ragionamento semplice, quanto comprensibile, del Municipio Ponente.
    «Noi siamo pronti a dare il nostro contributo a favore delle categorie deboli, come abbiamo sempre fatto – continua Avvenente – di fronte al drammatico problema della casa, però, vorremmo che in via prioritaria, prima di costruire ex novo, si utilizzassero al meglio gli spazi già presenti sul territorio».

    «Il recupero degli alloggi sfitti appartenenti al patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica è un problema reale – conferma l’arch. Gatti – che riguarda il Ponente ma in misura maggiore la Val Polcevera. Penso, ad esempio, a Begato e alla difficile situazione della “Diga”».

    Abbiamo fatto il punto insieme a Stefano Salvetti, segretario genovese del Sicet (Sindacato Inquilini Casa e Territorio), da anni impegnato in prima linea: «Sicuramente un buon numero di alloggi inutilizzati sono nel Ponente, ma la situazione è simile in tutta la città». Dati recenti parlano di circa 717 alloggi in manutenzione. Mentre 250 unità abitative sono rimaste escluse dai lotti d’intervento. Quest’ultimo, però, sarebbe un dato sottostimato: «Rispetto ai circa 250-300 alloggi che si liberano ogni anno ai fini dell’assegnazione – racconta Salvetti – mediamente, circa 150 non sono subito disponibili perché necessitano di qualche intervento. Di conseguenza, ogni anno, gli appartamenti da sistemare si accumulano ed il loro numero cresce costantemente». Dei famosi 717, a fine 2012 ne sono stati completati 280, pronti per essere assegnati. I restanti, cioè 437, sono tuttora in manutenzione.  Il 7 febbraio, annuncia Salvetti «Faremo un briefing con l’assessore regionale alle politiche abitative, Giovanni Boitano, per capire come procedono i processi di ripristino degli appartamenti Erp ancora inutilizzati».

     

    case-abitazioni-centro-storico2-DI

    EMERGENZA CASA: FABBISOGNO STIMATO IN 8000 ALLOGGI

    L’emergenza abitativa – non va mai dimenticato – rimane un nodo irrisolto, sia a livello nazionale che locale. E si aggrava giorno dopo giorno a causa di una crisi economica senza fine.  «Nella precedente graduatoria comunale – sottolinea Salvetti –  le persone in attesa di una casa erano 3900. Per il bando in scadenza il prossimo 25 febbraio ci aspettiamo oltre 4000 domande. Il numero è sottostimato perché la gente perde fiducia e quindi neppure presenta domanda per l’assegnazione di un alloggio popolare».
    La domanda è il termometro della situazione, sottolinea il rappresentante degli inquilini «E registra una temperatura sempre più calda. Per Genova noi stimiamo il fabbisogno Erp in circa 8000 alloggi». Il fabbisogno stimato dal Comune (dati del 2011), invece, parla di 3500 appartamenti Erp più 5000 a canone moderato (il famoso “social housing”, tanto in voga in questo periodo). «Il canone moderato si aggira su circa 450 euro al mese più le spese di amministrazione – precisa Salvetti – è evidente come oggi molte persone non possano permettersi tali cifre».

    Eppure la questione casa non è la priorità nell’agenda delle forze politiche – di qualsiasi colore esse siano – ormai da troppo tempo. Da Roma una mazzata decisiva è arrivata con il Governo guidato dall’ex premier Silvio Berlusconi che ha tagliato i fondi per l’edilizia pubblica. Una drastica riduzione: da 550 milioni di euro a soli 200 milioni.
    «Dopo numerose battaglie e grazie all’impegno dell’ex assessore comunale Bruno Pastorino che ha lavorato egregiamente, siamo riusciti a far arrivare a Genova 12 milioni di euro – spiega il segretario Sicet – Queste risorse e alcuni fondi regionali hanno permesso di avviare i lotti manutentivi degli alloggi sociali».

    abitazioni-case-DIPer trovare una qualche forma di sollievo a quello che è ormai a tutti gli effetti un male endemico del nostro Paese, si dovrebbe «Puntare sulla riconversione di ex aree industriali, vecchie caserme, fabbricati dismessi da trasformare in Erp, invece che nell’ennesimo centro commerciale – suggerisce il segretario Sicet – ma è necessario mettere sul piatto consistenti risorse pubbliche, magari grazie al finanziamento di enti quali la Cassa Depositi e Prestiti. L’altra soluzione è quella di costruire ex novo. Premesso che non voglio massacrare il territorio, prima vanno recuperate, ai fini dell’assegnazione, tutte le unità abitative già presenti in città».

    Ovviamente Salvetti non può essere d’accordo con la presa di posizione del Municipio Ponente in via Ungaretti, però, comprende le loro giustificabili preoccupazioni: «Gli interventi realizzati anni addietro, ad esempio a Begato, li definisco insopportabili. Con la “Diga” si è pensato di dare solo una risposta numerica al problema e non una risposta sociale. Anzi, in Val Polcevera come nel Ponente, sono stati creati veri e propri quartieri-ghetto. I Municipi sono realtà gravate dal peso di queste esperienze. Costruire nuove piccole unità abitative, invece, è tutt’altro discorso. E da quanto mi pare di capire, l’ipotesi progettuale di via Ungaretti è un intervento limitato, sicuramente non invasivo».

     

    ASSEGNAZIONI E GRADUATORIE

    Per quanto concerne una ripartizione più omogenea degli assegnatari di locazioni Erp, il rappresentante degli inquilini concorda sul fatto che si potrebbe studiare qualche soluzione ad hoc «Stiamo lavorando sulla possibilità di realizzare un meccanismo di assegnazione più attento ad una bilanciata divisione sul territorio. Non si tratta di un’operazione semplice perché parliamo di graduatorie pubbliche che seguono regole precise».
    Allo stesso tempo è possibile intervenire anche nel processo di revisione del Puc al fine di «distribuire l’edilizia pubblica in maniera più conforme sull’intero territorio», sottolinea Salvetti.
    Ma ancora più importante è studiare modelli che permettano una maggiore socialità nei nuovi insediamenti «Il “portierato sociale” è un’iniziativa che si muove in questo senso – spiega Salvetti – puntando sulla creazione di un mix sociale che può dare buoni frutti. Ad esempio, favorendo l’inserimento di studenti universitari in edifici Erp, insieme ad altre categorie di persone. I più giovani potrebbero fornire supporto agli anziani nelle mansioni domestiche, rendersi utili e migliorare la qualità della vita degli abitanti del quartiere».

    «Noi riteniamo che l’assessore comunale alle politiche della casa, Renata Paola Dameri, finora non abbia svolto un buon lavoro – conclude Salvetti – Considerata la gravità della situazione non so come faccia a dormire sonni tranquilli. L’assessorato alle politiche della casa deve mettere in campo delle azioni incisive per fronteggiare l’emergenza abitativa. Si deve coalizzare con le altre città metropolitane. Così il sistema non funziona: i cittadini sono sballottati tra diversi enti in una sorta di drammatico ping-pong. Assistenti sociali, sindacati, centri d’ascolto,ecc. Al contrario, bisogna mettere in rete tutti i soggetti. Quello che manca è una regia unica. Anche la Regione deve fare la sua parte. Il Presidente Claudio Burlando, ormai alcuni anni fa, aveva convocato gli stati generali sulle politiche abitative. Adesso bisogna fare il “tagliando” a quella conferenza. Il Presidente della Regione deve riprendere in mano la questione in prima persona».

     

    Matteo Quadrone

  • Genova, semafori sonori: l’Unione Ciechi segnala 25 punti dove installarli

    Genova, semafori sonori: l’Unione Ciechi segnala 25 punti dove installarli

    Un non vedenteLe barriere architettoniche rappresentano un limite alla vita quotidiana di molte persone, un ostacolo non aggirabile che impedisce loro di compiere le azioni più comuni. Una società che si dichiara “civile” deve agire in ogni modo affiché tali impedimenti siano al più presto eliminati da strade, uffici, luoghi pubblici e non. In questo senso, l’installazione di semafori dotati di segnalazione sonora potrebbe rappresentare un passo avanti, consentendo ai cittadini genovesi afflitti da cecità di potersi muovere in maniera più agevole.

    Una mozione presentata dal consigliere comunale Stefano Balleari (Pdl) interroga il Sindaco e la Giunta per sollecitare l’amministrazione a fornire risposte concrete in merito. «Già nello scorso ciclo amministrativo avevo segnalato, in particolare, il caso di via Assarotti, dove vi sono pochi semafori e quei pochi, sono sprovvisti di semafori sonori – spiega Balleari – Questo è un grave problema per i ciechi che, dalla sede del Chiossone, devono scendere da Corso Armellini verso via Assarotti».

    «Mi risulta che l’Unione Italiana Ciechi abbia presentato presso il Comune di Genova un elenco di 25 punti della città in cui sarebbe importante installare i semafori dotati di segnale sonoro – sottolinea il consigliere – ma non mi risulta che i due assessori competenti, vale a dire Dagnino per la Viabilità e Fiorini per i Servizi sociali, abbiano fatto alcunché. Il Comune ha sempre sostenuto di essere molto attivo nei confronti del tema “abbattimento delle barriere architettoniche” ma i risultati quali sono?».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Carceri: in Liguria il Garante dei diritti non è mai stato nominato

    Carceri: in Liguria il Garante dei diritti non è mai stato nominato

    «È indispensabile sbloccare l’iter della proposta di legge sull’istituzione del Garante dei diritti, ferma dall’aprile 2012 in commissione Affari istituzionali in Regione», così Maruska Piredda, capogruppo di Italia dei Valori in Regione e presidente della commissione Pari opportunità, richiama l’attenzione sull‘emergenza carceri in Liguria. «Dopo la sentenza della Corte europea che invita l’Italia a prendere provvedimenti contro l’attuale condizione carceraria – spiega Piredda – sono emersi dati ancora più allarmanti sul sovraffollamento nelle prigioni della Liguria che conquista la “maglia nera” d’Europa con un tasso del 176,8%».

    La legge – il cui esame è in stand by in Regione – propone l’istituzione del “Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il cui compito è vigilare e promuovere il rispetto dei diritti fondamentali delle persone recluse o in condizione di limitazione della libertà personale. Già dieci altre regioni si sono attivate su percorsi analoghi. La finalità è costituire un sistema di controlli adeguato per quanto riguarda i diritti e gli interessi di rilevanza regionale, come sanità, lavoro e formazione dei detenuti, il regolare ed efficiente svolgimento dell’azione amministrativa regionale. Altro scopo è quello di favorire la conoscenza, la prevenzione e l’immediata cessazione di eventuali situazioni di abuso, violazione di diritti o irregolarità. Il Garante verrebbe istituito presso il Consiglio regionale come organismo di garanzia e avrebbe il compito di lavorare in sinergia con le autorità giurisdizionali e amministrative segnalando loro eventuali criticità. Una figura analoga a quella del difensore civico, scelto per le qualifiche personali e svincolato dalla politica.

    «Siamo consapevoli che l’istituzione del Garante non sarà la soluzione definitiva all’annoso problema delle carceri italiane – precisa Piredda – che potrà essere risolto solo con un intervento deciso da parte del Governo attraverso misure efficaci e non semplici palliativi come amnistie, indulti e “svuota carceri”, magari mutuando esperienze di altri Paesi europei come la Germania, dove i detenuti abitualmente lavorano».

    Al contrario, nelle nostre carceri solo il 10% dei detenuti ha un’occupazione; 1 detenuto su 4 è tossicodipendente; gli stranieri sono oltre il 60% dei reclusi.

    L’emergenza sovraffollamento in Liguria è sotto gli occhi di tutti: Marassi ha 456 posti letto e 750 reclusi; Sanremo 209 posti e 337 presenze; Chiavari 78 posti e 94 detenuti; Imperia 69 posti e 120 detenuti; La Spezia 144 posti e 272 detenuti; Savona 75 detenuti per 36 posti letto. Senza dimenticare l’unico carcere femminile della Liguria, quello di Pontedecimo, dove per 96 posti letto ci sono 172 reclusi, uomini e donne anche con bambini di età inferiore ai tre anni.

    «Per porre fine alla barbarie che oggi vede genitori dietro alle sbarre insieme ai propri figli – continua Piredda – ho presentato un’interrogazione, che martedì sarà discussa in Consiglio, affinché la Liguria si doti al più presto di un Icam, Istituto di custodia attenuata per mamme, cioè una casa famiglia protetta. Garante dei diritti e Icam sono interventi che la Regione può attuare dando un concreto segnale di impegno nella battaglia di civiltà per trasformare le nostre carceri da istituti di pena a luoghi di rieducazione».

    «Le priorità penitenziarie della Liguria sono ben altre – esprime scetticismo Roberto Martinelli, segretario regionale del sindacato della polizia penitenziaria (Sappe) – Servono lavoro e formazione. Abbiamo evidenziato tutte le nostre perplessità sulla necessità di istituire la figura del Garante dei diritti, anche in relazione ai costi per la spesa pubblica che si dovrebbero sostenere, considerata l’attuale situazione di congiuntura economica. La Regione Liguria ha già una qualificata ed autorevole figura istituzionale di garanzia qual è quella del Difensore civico regionale che bene può assolvere alle finalità del garante. È quanto, ad esempio, già avviene in Lombardia e nelle Marche, regioni nelle quali vi sono Difensori civici che svolgono anche funzioni di garante dei detenuti».

    «Quel che è certo è che l’eventuale figura da istituire in Liguria non potrà essere appannaggio dei giochetti politici – conclude Martinelli – in altri termini, non potrà essere una “poltrona” sulla quale sistemare qualche politico trombato, qualche “amico degli amici“, senza nessuna concreta competenza penitenziaria», conclude Martinelli.

    «L’istituzione del Garante dei diritti sarebbe una prima risposta alle istanze che arrivano proprio degli operatori penitenziari, dalla magistratura e dalle associazioni di volontariato che hanno più volte lamentato la distanza della politica e delle istituzioni – risponde il consigliere regionale, Maruska Piredda – Siamo a disposizione del segretario del Sappe, Roberto Martinelli, che in passato ci ha fornito un prezioso supporto per analoghe iniziative, per fornire tutte le delucidazione in merito alla proposta di legge che è stata presentata da più gruppi politici. Potrà essere l’occasione per avanzare ed eventualmente accogliere proposte migliorative al testo della legge stessa durante l’iter in commissione».

     

    Matteo Quadrone