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  • Digital Tree, a Sturla nasce il primo innovation hub genovese. Nuove tecnologie nel segno di Microsoft

    Digital Tree, a Sturla nasce il primo innovation hub genovese. Nuove tecnologie nel segno di Microsoft

    digital-treeSi chiama Digital Tree il primo innovation hub di start up genovese che ha piantato le radici proprio nel capoluogo ligure. Un incubatore d’impresa che ha come obiettivo quello di far nascere nel territorio regionale nuove realtà imprenditoriali nel settore tecnologico d’avanguardia. Le menti brillanti, gli imprenditori e gli investitori nell’ambito della digital trasformation, potranno dunque ritrovarsi  per costruire insieme nuovi progetti. Un modello aperto e partecipato che punta a favorire la contaminazione di idee, la condivisione di competenze e la sinergia di mezzi per produrre valore sul territorio.

    «Moltissime città americane si sono riprese da una forte crisi puntando sulla digital trasformation e il cloud computing, siamo sicuri che Digital Tree porti effetti positivi sul territorio», sostiene Andrea Pescino, amministratore delegato di Soft Jam, azienda madre del progetto. «L’innovation hub vuole essere uno spazio per favorire lo sviluppo di scenari di innovazione e un progetto per portare valore sul territorio».

    Il servizi di Digital Tree si rivolgono alle aziende che possono affrontare percorsi di open innovation, alle start up che trovano servizi, strumenti e formazione, ai professionisti che vogliono vivere l’ambiente del co-working, al territorio che può partecipare a tutte le iniziative dell’hub.

    Collaborazione pubblico-privato

    Un progetto nato dalla collaborazione tra pubblico e privato, un modello potenzialmente virtuoso e sostenibile, in grado di coniugare l’erogazione di servizi di pubblica utilità e attività imprenditoriali e private. «Imprenditorialità, innovazione e territorialità è lo slogan che rappresenta l’iniziativa – dice il sindaco di Genva, Marco Doria – Genova è sicuramente un territorio potenzialmente attrattivo, una città dove l’imprenditorialità può esprimersi e l’innovazione può essere visibile». Grazie alla sinergia tra Palazzo Tursi e Soft Jam è stato infatti possibile abbinare gli obiettivi di sviluppo economico del territorio in termini di innovazione tecnologica e professionale, le esigenze di riqualificazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare con le attività e esigenze del settore privato.

    Il percorso è iniziato con il bando indetto dall’amministrazione comunale per la riqualificazione e la valorizzazione dell’edificio di viale Cembrano, 2 a Sturla, di proprietà del Comune di Genova, un palazzo storicamente già inserito nel tessuto cittadino e che in passato ha ospitato operatori nel settore delle tecnologie.

    Grazie al bando, all’interno del quale è stata richiesta la realizzazione di un incubatore certificato e l’erogazione di servizi dedicati alle startup, l’edificio è stato affidato in concessione a Softjam che sta creando al suo interno l’Innovation Hub, un incubatore destinato esso stesso a diventare smart. I lavori termineranno entro la metà 2017 e vedranno la realizzazione della nuova sede di Soft Jam, la nascita della nuova “dimora” di Digital Tree, uno spazio di co-working e una parte dedicata per la formazione, workshop ed eventi.

    Digital Tree

    Il progetto è nato da SoftJam S.p.A., azienda genovese operante nel settore dell’information & communication technology, nota a livello nazionale e riconosciuta da Microsoft quale partner di spicco, con l’obiettivo di attrarre nel nostro territorio menti brillanti, accogliere e mettere assieme i migliori talenti nel campo tecnologico d’avanguardia, creare e favorire le condizioni per la nascita e lo sviluppo di nuove realtà imprenditoriali.

    E.C.

  • Crisi edilizia e misure Governo Renzi: focus su Genova e Liguria

    Crisi edilizia e misure Governo Renzi: focus su Genova e Liguria

    erzelli-edilizia-progetti-dCon l’approvazione del Documento di Economia e Finanza 2014 da parte del Consiglio dei Ministri dell’8 aprile scorso, il Governo Renzi ha definito il cronoprogramma strategico che dovrebbe contenere le “misure di impatto immediato che si inscrivono in un piano di riforme strutturali”. Questo è l’obiettivo dichiarato del cosiddetto DEF che definisce i tre pilastri della riforma: istituzioni, economia e lavoro. Oltre alle proposte strutturali – riforma delle istituzioni (riforma elettorale, abolizione delle Province, revisione delle funzioni del Senato e riforma del Titolo V della Costituzione), riforme economiche (revisione della spesa pubblica, riduzione del cuneo fiscale, accelerazione del programma di privatizzazione di alcune società statali e di parte del patrimonio immobiliare, pagamento dei debiti commerciali arretrati da parte delle Amministrazioni pubbliche, semplificazione del rapporto tra imprenditore e amministrazione), riforma del lavoro (Jobs Act) – sono state inserite misure immediate, volte a dare risposte concrete ai cittadini, in particolare: piano scuola, destinando circa 2 miliardi di risorse per la messa in sicurezza degli edifici scolastici; fondo di garanzia con 670 milioni di risorse aggiuntive nel 2014 e complessivamente oltre 2 miliardi nel triennio per le piccole e medie imprese; piano casa (del quale abbiamo recentemente parlato su queste pagine) con 1,3 miliardi per interventi destinati all’acquisto o alla ristrutturazione; fondi strutturali che serviranno alla programmazione immediata di interventi contro il dissesto idrogeologico e la tutela del territorio.
    Il Presidente dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Paolo Buzzetti, si è dichiarato soddisfatto per le indicazioni su scuole e dissesto idrogeologico contenute nel Def «Perché finalmente vanno nella direzione da tempo auspicata dall’Ance», tuttavia non nasconde forti perplessità sulla scelta di tagliare ancora per i prossimi tre anni 2,7 miliardi di investimenti, in continuità con quanto fatto dai precedenti governi. Inoltre, Buzzetti si appella a maggiore chiarezza sul fronte dei ritardati pagamenti della Pubblica Amministrazione «Se non si cambia la normativa sul Patto di Stabilità, il debito accumulato dalla P.A. verso le aziende continuerà a salire».

    I conti della crisi nel settore delle costruzioni

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-EDopo 15 anni di crescita costante – di cui però il sistema delle imprese non ha approfittato per rafforzarsi e crescere in dimensione – sul settore delle costruzioni si è abbattuta la più grave crisi dal dopoguerra. Il sindacato Fillea Cgil (Federazione italiana lavoratori legno edili e affini) in occasione del suo congresso nazionale (2-3 aprile 2014) ha fatto i conti della perdurante congiutura economica negativa. Il calo degli occupati si registra a partire dal 2008 ma è in progressiva accelerazione a partire dal 2010. “Diminuisce in modo molto consistente il personale a tempo pieno ed aumenta il tempo parziale – sottolinea la Fillea – In questa tendenza si può rintracciare un tentativo di eludere parzialmente gli obblighi contributivi. Per quanto riguarda il profilo professionale, nel 2013 meno della metà degli occupati erano operai, un altro terzo lavoratori in proprio”.
    A fine 2013 i posti di lavoro persi nell’intera filiera delle costruzioni sono 745 mila, di questi, 480 mila solo nell’edilizia, mentre è triplicato il numero di ore autorizzate della CIG (Cassa integrazione guadagni). Secondo i dati Cnce (Commissione nazionale paritetica per le Casse Edili), in Liguria nel dicembre 2010 il numero di operai superava le 14 mila unità per 3374 imprese, le ore lavorate erano 1.350.406. Nel dicembre 2013, invece, gli operai sono scesi a 10.879 (-23%), le imprese a 2.073 (-20%) e le ore lavorate a 1.076.030 (-20%).

    Per la Fillea Cigl uscire dalla crisi significa ridisegnare il modello di sviluppo: “Passando da un modello che non fa i conti con il consumo illimitato delle risorse, ad un modello ancorato fortemente alla sostenibilità energetica e ambientale. Territorio, casa, energia: queste sono le nuove priorità del Paese; costruire altro e diversamente: questa è la strategia per dare risposte a quelle priorità; ridifenire di conseguenza il modello industriale: i sistemi di produzione, gli strumenti, i materiali, il prodotto, il lavoro stesso e la sua qualità”.

    Innanzitutto, però, è prioritario regolare il mercato e il sistema degli appalti, contrastando la crescita di illegalità e irregolarità. «Più volte abbiamo denunciato la carenza di regole nel mercato degli appalti – spiegava nel dicembre scorso Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Cgil – ll sistema attuale di aggiudicazione degli appalti, infatti, ha creato un mercato in cui regna la catena dei subappalti ed un sistema in cui vincono imprese caratterizzate dalla poca qualità». Una situazione presistente alla crisi che, inevitabilmente, ha amplificato i problemi. «Oggi la mancanza di liquidità apre la strada alle infiltrazioni criminali – sottolinea il leader della Fillea – Le conseguenze ricadono sui lavoratori e sui cittadini. I dati delle Casse edili ci dicono che aumentano lavoro nero e false partite Iva, senza dimenticare che la poca qualificazione di chi opera nel settore delle costruzioni si riversa nella bassa qualità di quello che viene costruito». Per curare un settore ormai “malato” «Occorre partire dall’abolizione del sistema di massimo ribasso e dalla valorizzazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa – conclude Schiavella – Inoltre, bisogna puntare sull’accentramento degli appalti, dove possibile, presso le stazioni appaltanti».

    cantiere-lavori-santi-giacomo-filippoAltre azioni fondamentali per invertire la tendenza e rilanciare tutto il comparto sono: “Favorire ed incentivare la capitalizzazione delle imprese e la crescita qualitativa attraverso la ricerca, l’innovazione, la formazione – scrive la Fillea Cgil – Sostenere la qualità del made in Italy e le aggregazioni di imprese, consorzi, partnership, ecc., finalizzati all’innovazione e ad ampliare il bacino dell’export; estendere la responsabilità penale dei caporali anche alle imprese che utilizzano la manodopera illegale fornita; tutelare il lavoro con l’estensione di tutele sociali, pensioni e ammortizzatori, in particolare per il lavoro edile caratterizzato da forte discontinuità”.

    Le sette proposte sostenibili, invece, riguardano: riassetto idrogeologico (oggi 5,8 milioni di persone risiedono in aree a rischio idrogeologico elevato); riduzione del consumo di suolo con l’obiettivo di scendere a 30 ettari al giorno nel 2020 (attualmente siamo a quota 100 ettari consumati al dì); riqualificazione urbana (aggiornare la mappatura del territorio e dare più risorse per il Piano Città); riqualificazione energetica (il mercato potenziale delle riqualificazioni energetiche degli edifici pubblici e privati esistenti in Italia potrebbe creare 600 mila posti di lavoro entro il 2020 ed attivare investimenti per quasi 45 miliardi di euro); energie rinnovabili (l’utilizzo di fonti alternative porterebbe in 10 anni benefici per circa 48 miliardi); prevenzione sismica (oggi 6 milioni di edifici e 12 milioni di abitazioni si trovano in zone ad alto o medio rischio sismico); infrastrutture materiali (68 miliardi impegnati per le infrastrutture strategiche nel periodo 2013-2015). A queste si aggiunge un’ottava proposta, quella di una nuova stagione di case popolari. La Fillea ritiene che “Il pubblico (Stato, Regioni, Province e Comuni) debba, senza tentennamenti, ricominciare ad alimentare il patrimonio pubblico abitativo producendo atti concreti verso: la ristrutturazione/ricostruzione dell’attuale patrimonio; l’acquisto, e non la costruzione ex novo, di nuovi appartamenti già presenti sul mercato e allocati in zone urbane non periferiche; l’utilizzo commerciale degli immobili sequestrati o confiscati alla criminalità e alle mafie (al marzo 2013 sono 51.660 gli immobili sequestrati e 4.880 quelli confiscati); la realizzazione di eventuali nuovi alloggi esclusivamente in aree già impermeabilizzate e possibilmente di proprietà pubblica; questi atti contemplano anche il definitivo abbandono dell’infruttuosa fase di vendita delle abitazioni pubbliche”.

    Infine, ecco le richieste immediate della Fillea al governo Renzi: “Sblocco selettivo del Patto di stabilità per i Comuni virtuosi; apertura dei cantieri entro giugno, almeno per un terzo degli stanziamenti previsti per l’edilizia scolastica; pagamento debiti alle imprese a partire da luglio”.

    Crisi edilizia: la situazione a Genova e in Liguria

    Lavori in corso a San MartinoA Genova ed in Liguria, così come altrove, la fase di profonda depressione dell’edilizia non sembra prossima a passare, anzi, come denunciato da Ance, la tendenza è addirittura peggiorativa. «Stiamo registrando forti cali di occupazione e fatturato, ed il 2014 manterrà lo stesso andamento – ha spiegato Federico Garaventa, presidente di Ance-Assedil Genova, durante la presentazione del rapporto sull’edilizia (il 13 marzo scorso) – Rispetto al resto del Nord Italia siamo una delle città meno performanti e non è detto che la cassa integrazione venga finanziata, vista la mancanza di fondi. Le nostre imprese sono piccole e dunque più vulnerabili». Inoltre, il rappresentante dei costruttori ha accusato direttamente il Comune di Genova, il quale «Celandosi dietro alla legittima difesa della concorrenza, sta tenendo delle politiche negli appalti pubblici che penalizzano le imprese edili locali».

    Sul finire di marzo l’amministrazione comunale e Ance Genova hanno avviato un percorso di confronto allo scopo di analizzare le criticità del sistema e proporre le soluzioni più opportune per «Creare lavoro sul territorio assicurando le migliori scelte – ha dichiarato il Sindaco Marco Doria – e garantendo l’assoluta trasparenza nell’assegnazione dei lavori». Durante il primo incontro del 31 marzo scorso, in cui sono stati presi in esame i diversi aspetti tecnici delle procedure per lo svolgimento delle gare, i rappresentanti delle imprese hanno sottolineato l’esigenza di misure per valorizzare la partecipazione delle aziende del territorio, sempre nel rispetto della legge.
    «La situazione a Genova è tal quale a quella di alcuni mesi fa – spiega Garaventa – L’attuale normativa incentiva le aziende provenienti da fuori città. Il Comune, nella persona del primo cittadino, ha preso degli impegni in questo senso, ma credo dovremo faticare per ottenere dei risultati».

    via-ortigara-edilizia-begato-d8In merito agli annunci del Governo Renzi – in particolare su scuole e dissesto idrogeologico – il presidente di Ance-Assedil vede delle prospettive positive? «Direi proprio di no – risponde secco Garaventa – Gli appalti si possono assegnare oppure non assegnare. Sinceramente non so di che cosa stiamo parlando. Queste sono solo chiacchiere. Il contrasto al dissesto idrogeologico è diventato un mantra. Mentre il piano scuola sembra un annuncio da campagna elettorale. In Italia abbiamo bisogno di far ripartire gli appalti e, invece, finora ciò non è avvenuto. Nel frattempo, le imprese continuano a chiudere, lasciando a casa i lavoratori. Ma io sono stufo di una classe politica che si riunisce per fare il Ddl Lavoro senza neppure chiamare le imprese e le realtà produttive. Ormai siamo arrivati al paradosso. Così è difficile far ripartire un Paese che ha necessità di essere completamente riformato». Ma Garaventa non fa sconti neppure alla Regione Liguria «Anche l’abusato discorso di riqualificare l’esistente, è appunto soltanto un bello slogan. La revisione della Legge urbanistica regionale, attualmente in fase di studio (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), non parla di riqualificazione e non fornisce nessuno strumento concreto in tal senso. Novità concrete all’orizzonte, insomma, non se ne vedono, al di là delle tante parole».

    Anche il sindacato di categoria della Cgil sembra piuttosto freddo rispetto alle presunte novità proclamate dall’attuale Esecutivo «Da tempo Fillea sostiene che per far ripartire il settore delle costruzioni è necessario puntare sul recupero edilizio, riducendo drasticamente il consumo di suolo – spiega Fabio Marante, segretario generale Fillea Cgil Genova e Liguria – Quindi, se davvero il Governo Renzi deciderà di andare in questa direzione, al di là dei proclami, ben venga. Ma finora non c’è nulla di concreto. Il messaggio è ovviamente condivisibile. Tuttavia, vogliamo valutare soltanto i fatti».

    Prendendo ad esempio la situazione di Genova e del suo patrimonio immobiliare pubblico, il segretario genovese della Fillea Cgil ricorda «Un buon 65% degi edifici non residenziali pubblici è stato costruito tra anni ’60 e ’70, dunque risponde a logiche costruttive obsolete con l’utilizzo di materiali poco compatibili ambientalmente che causano una gran dispersione energetica. Oggi esiste l’opportunità, che secondo noi deve essere adeguatamente incentivata, di ricostruire tale patrimonio con nuove tecniche, consentendo un notevole risparmio di energia. Rimodernizzare scuole ed ospedali quindi avrebbe un impatto positivo sul costo energetico pagato da tutti i cittadini».

    via-ortigara-edilizia-begato-d6A livello normativo, invece, la Fillea è d’accordo sul semplificare le norme «Ci stiamo confrontando con la Regione Liguria all’interno della discussione sulla riforma della Legge urbanistica – continua Marante – Pensiamo sia utile fare sinergia per alleggerire gli odierni lacci e lacciuoli. E poi bisogna allentare il Patto di stabilità, superando i vincoli, almeno per i Comuni virtuosi».
    Tuttavia, serve il massimo impegno anche da parte delle piccole medie imprese territoriali. «Siamo convinti che la ripresa dell’occupazione possa avvenire solo obbligando le aziende a riqualificarsi, soprattutto per innalzare la qualità – continua il segretario Fillea – Noi parliamo di qualificazione delle imprese. Che potrebbero cogliere i nuovi sbocchi formativi anticipando i processi edilizi più innovativi. In Italia siamo ancora molto indietro. O le pmi capiscono che devono cambiare pelle, oppure saranno spazzate via dalla concorrenza estera».

    Resta da affrontare il nodo degli appalti pubblici, un sistema da ripensare sia a livello centrale che a livello locale. «Dopo tante gare d’appalto al massimo ribasso, siamo riusciti ad ottenere un bando per offerta economicamente più vantaggiosa con l’appalto di Genova Reti Gas – racconta Marante – Questa modalità per circa il 60% tiene in considerazione gli aspetti qualitativi (utilizzo di materiali locali, parco mezzi, ecc.). Un bando del genere comporta maggior lavoro per la committenza e tempi più lunghi, però, consente di premiare davvero le aziende virtuose. Con la logica del massimo ribasso spesso i lavori non vengono eseguiti a regola d’arte e quindi devono essere aggiustati in corso d’opera o addirittura rifatti nuovamente, con il conseguente aggravio dei costi. In altri casi le opere sono realizzate con materiali scadenti che si deteriorano più facilmente, rendendo inevitabile un nuovo intervento. Oggi la concorrenza si fa sul costo del lavoro (a scapito dei lavoratori con contestuale aumento del lavoro nero, utilizzo di finte partite Iva e contratti non del comparto) e su quello dei materiali. L’attuale sistema, in assenza dei necessari controlli, in qualche modo invita le imprese a ragionare in questo modo – conclude il segretario genovese Fillea Cigl – Un circuito perverso che non porterà ad alcuna crescita. Un modello che va assolutamente cambiato, puntando sulla legalità e premiando le imprese sane».

     

    Matteo Quadrone

  • Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoA Trasta, Val Polcevera, nell’ex sottostazione elettrica delle Ferrovie in via Polonio, prosegue la costruzione del villaggio con 400 casette prefabbricate che ospiteranno altrettanti operai “foresti” prossimamente impegnati nei cantieri per la realizzazione del Terzo Valico ferroviario, opera finanziata con soldi pubblici (6,2 miliardi di euro) della quale, tuttavia, è difficile conoscere i dati ufficiali in merito all’effettivo impiego di manodopera locale e non, ma anche i nomi e la provenienza delle ditte alle quali il consorzio di imprese Cociv (Consorzio collegamenti integrati veloci, oggi composto da gruppo Salini-Impregilo al 64%, Società Italiana per Condotte d’Acqua al 31% e Civ S.p.A al 5%) – general contractor, ovvero soggetto unico gestore degli appalti – ha affidato parte dei lavori, in corso di svolgimento, del primo lotto costruttivo (sei lotti complessivi) del Terzo Valico dei Giovi. Un campo base è previsto pure in località Maglietto (nel Comune di Campomorone in Val Verde), dove presumibilmente saranno ospitati circa 200 lavoratori fuori sede, mentre l’area della Biacca a Bolzaneto ha di recente cambiato destinazione trasformandosi da campo base a deposito di materiali semilavorati e attrezzature, previo stoccaggio di circa 70 mila metri cubi di terra di scavo (qui l’approfondimento di Era Superba e il ricorso al Tar presentato dagli abitanti).

    Nonostante diversi tentativi, la società di comunicazione a servizio del Cociv (Chiappe Revello Associati s.r.l.) non ci ha ancora fornito il prospetto con l’elenco delle imprese appaltatrici trincerandosi dietro la mancanza delle autorizzazioni previste (da parte di RFI, società del gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A., committente dell’opera, e dello stesso Cociv) a diffondere informazioni che a rigore di logica dovrebbero essere pubbliche già da un pezzo. Ricordiamo che il general contractor può dare in affidamento diretto in forma di subappalto il 40% delle opere, mentre per il 60% è prevista la procedura a evidenza pubblica con bando di gara internazionale. Per accorciare i tempi delle operazioni i lavori del primo lotto sono tutti compresi nel 40% di affidamento diretto: in pratica è il general contractor a decidere a chi affidare – tramite procedure negoziate – l’esecuzione dei lavori .

    Le presunte ricadute occupazionali – soprattutto sul territorio ligure e genovese – sono sempre state enfatizzate dai maggiori sponsor istituzionali della grande opera, in primis dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che in questo senso, proprio una settimana fa, ha annunciato «I dipendenti di Metrogenova licenziati dopo l’ultimazione dei lavori della metropolitana (una trentina, ndr) sono stati chiamati dal Cociv per il Terzo Valico. L’attenzione al lavoro locale è doverosa – ha aggiunto Paita – Anche segnali come questo devono essere d’incentivo e di stimolo per continuare. Stiamo parlando di una grande infrastruttura in grado di dare risposte precise in termini di occupazione a un territorio particolarmente provato dalla crisi». A dire il vero, da quel che si riesce a comprendere, almeno finora tale affermazione pare essere smentita dai fatti. Secondo i sindacati, infatti, al momento sarebbero impegnati nei cantieri complessivamente circa 200-250 lavoratori nelle ipotesi più ottimistiche, tra personale amministrativo, tecnici ed operai (circa 50-60 unità), di cui pochissimi residenti a Genova. Le aziende appaltatrici locali dovrebbero contarsi sulle dita di una mano. D’altra parte l’unico intervento importante sul fronte genovese del valico sarebbe quello relativo all’esecuzione delle gallerie Borzoli-Erzelli e delle opere di completamento all’aperto della nuova viabilità tra via Borzoli-via Erzelli e via Chiaravagna, lavori affidati ad un raggruppamento di imprese composto dalla società napoletana Cipa S.p.A. (capogruppo) e dalla società genovese Pamoter s.r.l. Per altri interventi minori, come quello riguardante il cantiere di Fegino, alcune fonti riferiscono dell’avvenuto affidamento ad un paio di imprese genovesi ma, ad oggi, i lavori sarebbero pressoché fermi.

    I numeri sull’occupazione prevista

    terzo valico trasta2Ma inizialmente quali erano i numeri del possibile assorbimento occupazionale legato alla realizzazione della grande opera ferroviaria? Le stime più recenti le troviamo nell’edizione del “Giornale della Giunta” della Regione Liguria del 10 aprile 2013, dove a tal proposito si leggeva: “Il Terzo Valico porterà in dote lavoro per 4000 persone. È quanto emerso dalla riunione tecnica tra le istituzioni locali, il Cociv, e le organizzazioni sindacali e dei costruttori. Ma ci vorrà del tempo, circa tre-quattro anni, per arrivare a queste cifre: intanto si comincerà con circa 200 lavoratori entro fine anno (2013, ndr) per arrivare a 300 nel 2014 e giungere appunto al picco nel 2015 e 2016“. Ma visti i ritardi nei lavori non è detto che il traguardo venga raggiunto nei tempi.

    Sei mesi prima – precisamente l’11 ottobre 2012 – un protocollo d’intesa sottoscritto da Regione Liguria, Cociv e sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, stabiliva di “…prestare particolare attenzione al problema delle infiltrazioni mafiose, grazie all’osservatorio regionale sui contratti pubblici e al protocollo sulla legalità in via di sottoscrizione con la Prefettura di Genova; di assumere in via prioritaria manodopera locale; attivare un presidio sanitario nei pressi del cantiere per garantire la sicurezza sul lavoro; di istituire un servizio mensa ad opera di Cociv per i lavoratori e le imprese affidatarie, coinvolgendo i servizi di ristorazione locali”. Il protocollo – in merito all’occupazione – specificava la necessità di “…privilegiare, nel rispetto di tutte le norme di legge, di contratto e di accordo, aziende e manodopera del territorio attraverso la verifica delle professionalità richieste; le assunzioni saranno rivolte a lavoratori espulsi dal circuito lavorativo anche attraverso percorsi di riqualificazione professionale; prevedere nei contratti di appalto e subappalto l’integrale recepimento del presente protocollo”.

    Il j’accuse del presidente di Ance Genova

    Su circa 480 milioni di euro complessivi del primo lotto costruttivo del Terzo Valico, Cociv finora ha appaltato pochissime decine di milioni, soprattutto sul fronte piemontese. Eppure sono questi gli unici lavori appetibili per le imprese locali. «Ma finora la ricaduta sull’occupazione è stata davvero minima – spiega Federico Garaventa, presidente Ance Genova (Associazione nazionale dei costruttori edili) – Tutti a parole dicono che deve essere favorito l’incremento del lavoro sul territorio ma le procedure guarda caso vanno nella direzione opposta».

    Per la parte di opere propedeutiche affidate in via diretta con gare negoziate «Noi come Ance ci siamo prodigati a fornire una lista di aziende locali che sono tuttora all’attenzione del Cociv – continua Garaventa – Ad oggi, però, le imprese genovesi appaltatrici secondo le informazioni in nostro possesso sono soltanto 2-3. Ci auguriamo che anche altre realtà locali possano partecipare agli interventi del primo lotto che dovrebbero essere appaltati e poi avviati nei prossimi mesi». Per quanto riguarda, invece, la quota di opere (il 60%) da affidare necessariamente con procedure internazionali, probabilmente quelli relativi al secondo lotto costruttivo «Le imprese liguri e genovesi non sono adeguatamente attrezzate per concorrere – sottolinea Garaventa – Parliamo di lavori complessi in galleria a cui potranno ambire pochissime imprese italiane e nessuna locale».

    Ma il presidente di Ance Genova lancia un vero e proprio j’accuse all’odierna disciplina del general contractor in Italia «Un conto è affidare la gestione di una grande opera al general contractor, altro discorso è se lo Stato abdica completamente alla sua funzione di controllo lasciando mano libera a tale soggetto che così bada esclusivamente al proprio interesse di impresa». Ma non va dimenticato che lo stesso affidamento diretto – senza una gara a evidenza pubblica – ad un soggetto unico gestore degli appalti (general contractor), ha suscitato le critiche dell’Unione Europea all’Italia perché non ha garantito l’apertura al mercato e alla concorrenza. E sovente tale scelta ha comportato un risultato di non economicità: opere che dovevano essere già terminate sono ancora in corso di realizzazione e nel frattempo i costi sono ampiamente lievitati (vedi la nostra precedente inchiesta del 2012 sul Terzo Valico dei Giovi). Poi Garaventa rincara la dose «Vista l’esperienza di altri colleghi impegnati nella realizzazioni di simili grandi infrastrutture non so neppure quanto sia conveniente aggiudicarsi gli appalti, considerando che spesso le aziende appaltatrici finiscono con le gambe all’aria. La normativa attuale, infatti, prevede un pesante squilibrio a favore del general contractor. Con la scusa che il soggetto unico sta appaltando con soldi pubblici, in buona sostanza può decidere il prezzo che vuole. È evidente che se il general contractor appalta sotto costo le imprese rischiano di non stare dentro a quelle cifre». Quindi, piuttosto che rinunciare al lavoro in un periodo di crisi nera, partecipano lo stesso, cercando di risparmiare magari sulla manodopera e sulla qualità dei materiali, con conseguenze immaginabili quali ritardi nell’esecuzione degli interventi e contenziosi giudiziari, quando va bene, fallimento delle aziende quando va male.

    La posizione dei sindacati

    I sindacati all’unisono denunciano l’andamento troppo lento dei cantieri e chiedono al consorzio Cociv di rispettare il protocollo d’intesa a tutela della manodopera locale, sottoscritto nell’ottobre 2012. «Per il momento le notizie che abbiamo descrivono una realtà che vede, dal punto di vista temporale, i flussi di manodopera previsti traslati di almeno sei mesi – racconta Fabio Marante, segretario generale Cgil Fillea Genova – Non arriviamo neppure a 250 lavoratori attualmente impiegati in tutti i cantieri propedeutici del Terzo Valico. Si tratta di un campione non rappresentativo, per questo motivo ancora non c’è stato un grido d’allarme da parte dei sindacati». I prossimi bandi di gara internazionali ovviamente avranno un ampio respiro aprendo il campo ad imprese provenienti da fuori regione ma pure da fuori Italia. «Noi stiamo provando a sollecitare le istituzioni affinché sia garantita una ricaduta occupazionale anche sul territorio – continua Marante – Ma le imprese locali non sono sufficientemente strutturate per partecipare a questi lavori. Sono imprese mediamente piccole con pochi dipendenti: o si consorziano tra di loro, oppure non potranno competere con realtà aziendali ben più grandi». Se invece, come probabile, ad aggiudicarsi gli appalti saranno imprese foreste (come in gran parte è avvenuto finora) «Solleciteremo l’assunzione di manodopera disponibile in loco – conclude il segretario Cgil Fillea Genova – Ma considerando la crisi dell’edilizia anche queste ditte avranno del personale da ricollocare dunque non sarà per nulla semplice tutelare gli interessi dei lavoratori genovesi e liguri».

    «Noi con il Cociv siamo rimasti al protocollo firmato un anno e mezzo fa – spiega Roberto Botto, segretario provinciale Feneal Uil Genova – Dopo di che il Cociv si è reso invisibile, e non comunica neppure con noi». Allo stato attuale, secondo il rappresentante sindacale, non c’è nessun effetto positivo tangibile sul territorio. «Se parliamo di operai inquadrati con contratto edile oggi nei cantieri sono impegnate soltanto qualche decina di unità – sottolinea Botto – Mentre diversi lavoratori hanno altre tipologie contrattuali. Si prevede che per la tarda primavera, forse inizio estate, dovrebbe verificarsi un maggiore assorbimento occupazionale. Però, ad oggi, non c’è alcuna garanzia da parte di Cociv in merito al rispetto del protocollo d’intesa dell’ottobre 2012. E il consorzio Cociv rifiuta il confronto con le parti sociali».

    «Il discorso con Cociv è aperto – afferma Paola Bavoso, responsabile Filca Cisl Genova – adesso l’obiettivo è attivare un tavolo comune per cercare di trovare la maggior collocazione possibile almeno per determinati profili professionali disponibili sul territorio. Per Genova, se parliamo di lavori specializzati in galleria, dobbiamo ammettere di non avere aziende pronte ad operare in simili contesti. Tuttavia, insieme alle altre sigle sindacali, stiamo creando un elenco locale comprendente singole figure professionali con caratteristiche idonee dal quale attingere per la futura richiesta di manodopera».

      Matteo Quadrone

  • Piaggio Aero: ancora nessun piano industriale, lavoratori a rischio

    Piaggio Aero: ancora nessun piano industriale, lavoratori a rischio

    Piaggio Aero. Sestri PonenteContinua a regnare l’incertezza sul destino di Piaggio Aero – storica industria aeronautica attiva sia nella progettazione e manutenzione di velivoli completi che nella costruzione di motori aeronautici e componenti strutturali – soprattutto per quanto riguarda lo stabilimento genovese di Sestri Ponente (vedi la nostra inchiesta del giugno scorso). Ormai da mesi i 1300 lavoratori di Sestri Ponente e Finale Ligure attendono di conoscere il piano industriale che dovrà delineare le strategie future del gruppo.

    Oggi, secondo le ultime indiscrezioni trapelate, sarebbe imminente una svolta negli assetti societari con la riconferma degli attuali soci – le famiglie Di Mase e Ferrari, Mubadala Aerospace (Business Unit del gruppo Mubadala Development Company di Abu Dhabi), Tata Limited (società britannica del gruppo Tata) – e un aumento di capitale. «Sino a poche settimane fa i rumors davano per probabile il passaggio del timone dell’azienda alla Mubadala Development Company – si legge su “La Stampa”, edizione di Savona (26/09/2013) – Sarebbe stato Di Mase a vendere le sue quote. Pochi giorni fa, dopo lunghe trattative, sarebbe emersa invece una nuova soluzione che prevede il mantenimento dell’attuale squadra di soci pronti a fare, quello sì indispensabile, l’aumento di capitale, si parla di circa 120 milioni di euro tanto per incominciare».
    Per ora è d’obbligo il condizionale e non si conoscono altri particolari. Sicuramente, però, è innegabile che l’incertezza sull’assetto della società stia pesando negativamente sull’attività di Piaggio Aero. Adesso gli scenari potrebbero cambiare radicalmente. Ma in questa fase risulterà determinante soprattutto la ricapitalizzazione della società ed il conseguente programma di sviluppo.

    «Aspettiamo il piano industriale che riguarderà tutto il gruppo Piaggio Aero, ma la nostra preoccupazione è che possa colpire in misura maggiore lo stabilimento di Genova», così tutte le organizzazioni sindacali descrivono il momento. Senza dubbio il nascente sito produttivo di Villanova d’Albenga (che sostituirà quello di Finale Ligure) ha migliori prospettive rispetto a Sestri Ponente, dati gli ampi spazi a disposizione che, in teoria, potrebbe accogliere anche parte delle attività oggi svolte a Genova. «Ma ciò non deve accadere perché vogliamo sia rispettato l’accordo di programma che garantisce la sopravvivenza di entrambi gli stabilimenti», ribadiscono i sindacati.
    Tuttavia, il dubbio continua ad aleggiare sopra la testa dei lavoratori genovesi che l’hanno recentemente esposto anche al sindaco Marco Doria invitandolo ad impegnarsi in prima persona affinché sia tutelato l’insediamento industriale di Sestri Ponente.
    Allo stato attuale lo stabilimento di Genova è praticamente fermo con metà dei 540 lavoratori in cassa integrazione. Ammortizzatore sociale che scadrà il prossimo dicembre. «Probabilmente si chiederà la proroga – continuano i sindacati – ma quest’ultima è legata agli investimenti che qui non sono stati ancora effettuati». Come ad esempio la cabina di verniciatura dei veicoli che risulta indispensabile ai fini della continuità produttiva.
    «È fondamentale che la città prenda una forte posizione – concludono i rappresentanti sindacali – esprimendo apertamente la volontà di mantenere lo stabilimento di Sestri Ponente con tutti i suoi dipendenti».
    Resta il silenzio dell’azienda con tutto il suo carico di cattivi presagi sotto forma di possibili esuberi. D’altra parte è inevitabile che senza idee precise di sviluppo e scelte chiare sulle strategie future, qualunque rilancio sarà impossibile.

     

    Matteo Quadrone

  • Piaggio Aero, futuro incerto: parte della produzione rischia di finire in Cina

    Piaggio Aero, futuro incerto: parte della produzione rischia di finire in Cina

    Piaggio Aero. Sestri PonenteL’ultima manifestazione si è svolta giovedì scorso a Finale Ligure, mentre a Genova, i lavoratori della Piaggio Aero di Sestri Ponente sono scesi in strada poco meno di un mese fa.

    Regna l’incertezza, infatti, sul destino della storica industria aeronautica attiva sia nella progettazione e manutenzione di velivoli completi che nella costruzione di motori aeronautici e componenti strutturali. I punti interrogativi sono troppi e finora non c’è alcuna risposta.

    La società attraversa una difficile situazione finanziaria, in attesa di conoscere quale sarà il suo assetto futuro e, di conseguenza, manca un vero piano industriale.

    In Liguria i siti produttivi sono due: Sestri Ponente e Finale Ligure che occupano rispettivamente 540 e 750 dipendenti.

    L’assemblaggio, i collaudi, le prove di volo e la revisione dei velivoli vengono effettuate negli stabilimenti di Genova Sestri, in cui si trovano gli uffici direzionali e i Corporate Head Quarters. Inoltre, presso l’aeroporto internazionale Cristoforo Colombo, all’interno degli hangar Piaggio, è operativo il Service Center principale che provvede ai servizi di manutenzione, riparazione e revisione dei velivoli.

    Nello stabilimento di Finale Ligure, attivo dal 1906, hanno sede la progettazione, la costruzione, l’assistenza e la manutenzione dei motori aeronautici. Qui si provvede alla realizzazione di motori aeronautici, di componenti metalliche e alla costruzione di sub-assiemi di aerostrutture. Inoltre, è presente la direzione tecnica velivoli e la galleria del vento per effettuare test sui modelli di velivoli.

    Oggi lo stabilimento di Genova è praticamente fermo, con metà dei lavoratori in cassa integrazione.
    «Il P180 è il modello di velivolo che rappresenta il principale segmento di mercato della Piaggio – spiega Alessandro Vella della Fim-Cisl – Per il 2013 abbiamo acquisito solo 4 ordini di P180». L’anno scorso erano stati 12, mentre «Negli anni in cui si vendeva superavamo tranquillamente la ventina di esemplari – aggiunge Antonio Caminito della Fiom-Cgil – il mercato dei velivoli è notevolmente calato e l’azienda deve investire nel miglioramento dei suoi prodotti. Ma senza un socio pronto ad immettere liquidità è impossibile sviluppare qualunque progetto».

    Attualmente l’azionariato di Piaggio Aero Industries è composto dalle famiglie Di Mase e Ferrari, da Mubadala Aerospace – una Business Unit del gruppo Mubadala Development Company di Abu Dhabi, il quale ha acquistato una partecipazione azionaria in Piaggio Aero nel 2006 – e da Tata Limited, società britannica del gruppo Tata entrata in Piaggio Aero dal 2009.

    Come è noto la componente italiana ha deciso di cedere la propria quota. E con fatica procede la ricerca del nuovo azionista.

    Nel frattempo, a Finale Ligure continua la produzione dei componenti del P180, in vista del trasferimento dello stabilimento a Villanova d’Albenga, previsto dall’accordo di programma – siglato nell’agosto 2008 – che conferma anche il sito di Genova.
    «Quando avverrà lo spostamento non si potrà produrre e così facendo le parti per assemblare il P180 a Sestri Ponente saranno già pronte», sottolinea Vella.

    Sindacati e lavoratori, a distanza di 4 anni, chiedono il rispetto dell’intesa. Il nuovo stabilimento di Albenga non è ancora ultimato perché mancano le risorse economiche. Per ugual motivo ogni prospettiva di ripresa è bloccata.
    «Dobbiamo ripartire dall’accordo di programma – afferma Vella – Secondo Piaggio Aero il futuro era rappresentato da un nuovo velivolo: il P1XX, ossia l’evoluzione del P180. Il modello è stato progettato solo sulla carta ma non avrà “gambe”. Allo stato attuale l’azienda, da sola, non è in grado di sviluppare il prodotto. Occorre l’ingresso di un socio che creda in questo progetto. I problemi finanziari possono essere superati soltanto se i soci ricapitalizzano la società».

    «Il mercato vive una fase di sofferenza, tuttavia, va detto che altre realtà stanno riprendendo quota – spiega Caminito – Piaggio Aero, invece, è paralizzata dalle vicende societarie e finanziarie».

    In ballo c’è anche un’importante operazione con la Cina che desta particolare preoccupazione. «Ad un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali, Piaggio Aero ha riferito di essere in trattativa con un gruppo cinese per cedergli l’elaborazione del modello P1XX – racconta Caminito, Fiom-Cgil – L’azienda, insomma, pensa di far realizzare il modello “in uscita”. Vendere ai cinesi una parte della ricerca e produzione vuol dire non farla più in Italia, ovvero a Sestri Ponente. Questa operazione rischia di mandare in crisi lo stabilimento di Genova».
    D’altronde, per elaborare il prodotto ci vogliono soldi che Piaggio Aero Industries non ha. «Il progetto del P1XX è già costato 120 milioni di euro – aggiunge Caminito – e l’unico modo per recuperarli sembra essere l’operazione con la Cina».

    Infine, c’è un altro campanello d’allarme che conferma la gravità della situazione: l’azienda intende esternalizzare l’attività di progettazione tecnica finora effettuata presso il centro di ricerca e sviluppo di Pozzuoli (NA).

    LA STORIA

    La storia di Piaggio Aero Industries comincia nel 1884 quando Rinaldo Piaggio, dopo aver puntato sul mercato dell’arredo navale, si dedica all’industria ferroviaria. La costruzione dei motori aeronautici comincia nel 1915, quella degli aerei nel 1925.

    “Le soluzioni innovative dei due ingegneri Giovanni Pegna e Giuseppe Gabrielli saranno fondamentali per lo sviluppo del settore aeronautico dell’azienda – si legge sul sito web di Piaggio Aero – Il risultato è il primo elicottero, realizzato secondo standard e con prestazioni molto avanzate per il tempo, il primo aeromobile ad ala rotante che apre i cieli allo sviluppo dei moderni elicotteri”.

    Nel dopoguerra i due figli di Rinaldo Piaggio, Enrico (che avrebbe poi investito nella “Vespa”) e Armando, iniziano la ricostruzione delle attrezzature distrutte. “Da qui parte la corsa verso l’innovazione e lo sviluppo, che vede la nascita di velivoli all’avanguardia per tecnologia e aerodinamica. Nel 1966 l’azienda divide la produzione in due settori: uno votato alla mobilità individuale, con la Vespa e l’altro all’aeronautica, con la produzione di aerei, motori e componenti strutturali”.

    Fino al 1998, quando la cordata di imprenditori guidata dagli Ingegneri Piero Ferrari (vice Presidente di Ferrari S.p.A.) e Josè Di Mase, rilevò gli assets delle gloriose industrie meccaniche e aeronautiche Rinaldo Piaggio costituendo così la società Piaggio Aero Industries.

    IL FUTURO

    Incertezza è la parola chiave. Soprattutto in merito al nuovo socio «Si è parlato di Saab, di partnership con un gruppo cinese pronto a rilevare una parte di produzione Piaggio – spiega Vella – ma finora non c’è nessuna notizia certa sul futuro della società».
    Per questo i sindacati confederali Fiom-Cgil, Fim-Cisl,Uilm, chiedono a gran voce un incontro di verifica dell’accordo di programma. «I tempi sono stati già stai sforati e di troppo – continua Vella – al nostro fianco ci sono i sindaci delle due località interessate, Finale Ligure e Villanova d’Albenga. Senza dimenticare il valore che rappresenta Piaggio Aero per Genova Sestri Ponente. La Regione Liguria, insieme ai Comuni, è garante di quell’intesa. Siamo preoccupati per entrambi gli stabilimenti liguri. Parliamo di 1300 dipendenti in totale. Vogliamo risposte ufficiali per quanto riguarda i problemi di mercato, la stabilità finanziaria del gruppo, il nuovo assetto societario, il piano industriale. Stiamo aspettando un incontro in sede regionale per far uscire l’azienda allo scoperto. Dopo lo sciopero di maggio nulla è cambiato: ancora aspettiamo comunicazioni da parte dell’azienda».

    Fondamentale risulta trovare il terzo azionista per provare a rilanciare la società attraverso un piano d’insieme. «Non riuscendo a vendere, l’azienda ha pesanti problemi di liquidità – spiega Caminito – I due azionisti rimasti in campo hanno dovuto mettere sul piatto circa 20 milioni di euro a testa per coprire i debiti con le banche. Ma adesso bisogna ricapitalizzare la società per immaginare un suo futuro. È una situazione delicatissima, occorre trovare altri 20 milioni di euro per rilanciarla».

    Nel contempo Piaggio Aero sta spostando lo sguardo dal mercato civile a quello della Difesa. «L’azienda lavora ad un nuovo pattugliatore finanziato dalla componente araba – continua il rappresentante Fiom-Cgil – Stanno investendo molto in questo senso. Ma il pattugliatore, comunque, non sarà capace di coprire il mercato del P180. Anche perché non si comprende l’evoluzione del nuovo prodotto. È circolata voce di un interessamento di Finmeccanica ma, per ora, non si è concretizzato».

    «Con lo sviluppo di una nuova generazione di pattugliatori multiruolo MPA e di sistemi aerei a pilotaggio remoto P.1HH – ha dichiarato l’Amministratore Delegato, Alberto Galassi, nel febbraio di quest’anno – Piaggio Aero diversifica la propria attività in un settore strategico e ad alta tecnologia con il supporto fondamentale dei propri azionisti internazionali, Mubadala Aerospace e Tata Limited».

    Il pattugliatore dovrebbe essere realizzato a Villanova d’Albenga. «Tale sito produttivo ha maggiori prospettive rispetto a Genova – afferma Caminito – Lo stabilimento in via di realizzazione è molto grande. In teoria potrebbe accogliere anche parte delle attività oggi svolte a Sestri Ponente. Ma ciò non deve accadere perché vogliamo sia rispettato l’accordo di programma che garantisce la sopravvivenza di Sestri».

    In definitiva, senza un nuovo socio è impossibile immaginare un vero piano industriale. «Entro l’estate ci hanno assicurato che qualcosa dovrà accadere – conclude Caminito – Siamo preoccupati e pretendiamo, al più presto, risposte chiare da parte dell’azienda».

     

    Matteo Quadrone

  • Ferriere di Voltri: ponte da rifare, spesa insostenibile per le aziende

    Ferriere di Voltri: ponte da rifare, spesa insostenibile per le aziende

    voltri.via delle fabbriche.ponte020Le imprese italiane devono fare i conti non soltanto con la pressione fiscale ma spesso pure con la burocrazia schizofrenica. Un esempio lampante è quello dell’area industriale ex Ilva-Italsider di via delle Fabbriche a Voltri, lungo il torrente Cerusa, dove attualmente sono insediate una dozzina di realtà produttive che occupano oltre 200 persone. Ebbene, i posti di lavoro potrebbero essere messi a repentaglio per colpa del ponte di accesso al sito. Secondo il Demanio, infatti, l’infrastruttura non rispetta le normative vigenti e di conseguenza è necessario realizzare un intervento di demolizione/ricostruzione del quale dovrebbero farsi carico le aziende del complesso industriale.
    «Sono venuta a conoscenza di una situazione che pare paradossale vista soprattutto in questi tempi di crisi in cui le istituzioni dovrebbero facilitare la vita del tessuto produttivo e non creare continue difficoltà – spiega il consigliere regionale Raffaella Della Bianca (Gruppo Misto) che ha scritto una lettera ai competenti assessori regionali Guccinelli (Sviluppo Economico) e Paita (Infrastrutture) – La questione mi è stata segnalata dalle aziende ubicate all’interno del complesso industriale ex Italsider all’inizio di via delle Fabbriche a Voltri. Storicamente quest’area aveva due accessi, uno dei quali era stato già da tempo interdetto e successivamente demolito. Ad oggi l’unico accesso rimasto, che peraltro è un ponte stretto che non permette una facile manovrabilità di tir e mezzi pesanti, è stato ritenuto non conforme alle normative del Demanio. In sostanza la distanza tra il greto del torrente Cerusa e la parte sottostante del ponte (il cosiddetto franco idraulico) non ha i requisiti minimi a garantire le condizioni di sicurezza».
    «Il Demanio afferma che il ponte è di proprietà del complesso industriale – aggiunge il consigliere – e pertanto le aziende dovrebbero sostenere la spesa per la costruzione di una nuova struttura di accesso. Anche se la questione non sembra essere di stretta competenza della Regione, ritengo doveroso che venga verificata tale situazione per poter arrivare ad una soluzione che non gravi sulle imprese presenti in zona».
    Queste ultime, però, sostengono che il ponte non compare in alcun atto d’acquisto dell’area ex Ilva-Italsider. E proprio intorno alla proprietà dell’infrastruttura si gioca la partita.

    Il sito di via delle Fabbriche fin dalle origini è stato destinato alla lavorazione del ferro. Tutto parte con una ferriera installata da Filippo Tassara nel 1865. L’attività fu sviluppata dai figli che nel 1879 si costituirono in ditta con la denominazione “Filippo Tassara & Figli”; questa, nel 1899, assunse la denominazione “Società Anonima Ferriere di Voltri”, che acquisì dalla società Elettrosiderurgica Camuna lo stabilimento di Darfo e dalla Siderurgica Ligure Occidentale lo stabilimento di Oneglia. Nel 1930 la società fu assorbita dall’Ilva Alti Forni e Acciaierie d’Italia.
    Oggi la zona è così suddivisa: la parte a monte ospita un complesso industriale comprendente 8 aziende (Biscaldi srl, Dichtomatik srl, Ing.Ins.Int. SpA, Ghigliotti srl, Saldotecnica Ligure srl, SIC srl, S. Erasmo Zinkal SpA, Costanza Ligure Metalli S.p.A); la parte a mare ospita 3 singole ditte (Bruzzone Serafino srl, Carpenteria Bozzano Snc, Grappiolo Bruno srl) ed un altro capannone di Saldotecnica Ligure srl; infine la restante porzione a mare, di proprietà pubblica, oggi abbandonata, dovrebbe essere destinata ad una nuova realtà produttiva.
    voltri.via delle fabbriche.ponte018«Il ponte fu costruito dalla “Società Anonima Ferriere di Voltri” nel 1902 – spiega Michele Coco, amministratore del complesso industriale di via delle Fabbriche – A fine anni ’70 l’Ing.Ins.Int. SpA acquista l’area, la ristruttura e poi la fraziona. Abbiamo visionato gli atti d’acquisto: il ponte non viene mai nominato. Neppure nelle successive vendite quando l’area acquistata da Ing.Ins.Int. è stata suddivisa in lotti nei quali si sono insediate diverse realtà produttive».
    In altri termini risulta difficile stabilire con certezza la proprietà dell’infrastruttura. «C’è un buco di descrizione nell’atto di passaggio dall’Ilva-Italsider al soggetto privato – sottolinea Coco – dove, se non è descritto il bene (ovvero il ponte) ciò potrebbe voler dire che il ponte non è stato trasferito e potrebbe essere rimasto di proprietà dell’Ilva-Italsider».
    «Il Demanio dice che il ponte non è di sua competenza e scarica su di noi responsabilità ed oneri economici – aggiunge Fabrizio Magnani, responsabile di Saldotecnica Ligure srl, una delle aziende coinvolte – In passato l’altro ponte è stato demolito senza il nostro coinvolgimento. Quindi, a rigor di logica, neppure la demolizione/ricostruzione di questa infrastruttura dovrebbe spettare alle nostre imprese».

    voltri.via delle fabbriche.ponte004Comunque sia, a prescindere dalla diatriba sulla proprietà «Si tratta pur sempre di un problema pubblico – spiega il consigliere Della Bianca – Occorre garantire la sicurezza del corso d’acqua secondo i Piani di Bacino. Le istituzioni hanno delle responsabilità da cui non possono sottrarsi. Senza dimenticare che questa politica dello scaricabarile sortisce i suoi effetti sul tessuto produttivo sano. Le aziende di via delle Fabbriche rischiano di finire in ginocchio nel caso debbano sostenere gli oneri economici di un simile intervento».
    Il Demanio, fin dal principio, come si può leggere nel “Disciplinare di rinnovazione della concessione a favore dell’Ilva”, afferma che può revocare la concessione qualora si verifichino problemi per la sicurezza. Stiamo parlando della concessione relativa all’area fisica occupata dall’infrastruttura, ovvero quella dove poggiano i piloni e quella della proiezione dell’ombra del ponte sull’alveo del torrente Cerusa. «Il Demanio ci ha comunicato che non può concederci la concessione perché il ponte non è a norma», sottolinea l’amministratore Michele Coco.
    La Direzione Generale dell’Agenzia del Demanio, contattata dal cronista di Era Superba, ribadisce «Il ponte sul Cerusa non risulta un bene demaniale».
    «Prossimamente andremo a parlare con il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente, per far presente la questione e chiedere il suo appoggio – conclude Coco – in ballo ci sono centinaia di posti di lavoro. Se dovessero intimarci di demolire il ponte siamo pronti a passare per le vie legali».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

  • Bic Liguria: imprenditoria giovanile e incubatori d’impresa

    Bic Liguria: imprenditoria giovanile e incubatori d’impresa

    centro-panoramica-2Dagli anni ottanta gli incubatori rappresentano uno dei principali strumenti per il sostegno alla creazione d’impresa, soprattutto giovanile, e per lo sviluppo di imprese già esistenti nel territorio. Con il tempo il contesto in cui questi incubatori erano nati si è  profondamente modificato e dal 2005 in avanti il BIC Liguria ha deciso di puntare sulle start up fortemente innovative. Grazie al progetto UNITI, sono stati realizzati diversi spin off universitari ad alto contenuto tecnologico che rappresentano uno dei fiori all’occhiello dell’imprenditoria genovese.

    In questo periodo di crisi però anche le aziende che fanno parte dell’incubatore sono diminuite, infatti da una media di 60 aziende incubate negli ultimi anni si è scesi a circa 45. A queste imprese l’incubatore fornisce un insieme di servizi di supporto per la fase di avvio dell’attività, non solo dal punto di vista logistico, ma anche per la realizzazione dei business plan (un documento che definisce il progetto imprenditoriale e i suoi dati economici), per la comunicazione e il marketing e per la pianificazione dell’attività aziendale.

    Il processo di incubazione dura dai tre ai cinque anni, ma cosa accade quando queste imprese escono dal BIC e iniziano a competere sul mercato? Secondo i dati che ci ha fornito il dott. Pietro De Martino, direttore del BIC Liguria, sono circa 400 le aziende fuoriuscite dall’incubatore ancora oggi attive sul territorio e tali aziende sono state in grado di generare nuova occupazione.
    Tuttavia, esiste una certa diffidenza nei confronti delle attività incubate, troppo deboli, secondo alcuni, per reggere il peso della competizione. Per migliorare la loro efficacia anche nella fase post-incubazione il BIC ha deciso di rendere estremamente rigido il processo di selezione: «Laddove c’è una selezione alta afferma De Martino – la percentuale di successo cresce». Negli anni passati un imprenditore poteva anche trovare nell’incubatore una soluzione meramente logistica a costi ridotti, mentre oggi l’ammissione di un progetto è subordinata a molti altri aspetti, ad esempio la compagine societaria, la coerenza dei profili, l’idea d’impresa collegata allo sviluppo del territorio. Si tende a concentrare l’offerta dei servizi dell’incubatore alle  imprese fortemente innovative e tecnologiche.

    “Ci sono poi delle aziende – aggiunge De Martino – che abbiamo aiutato all’esterno, che non sono transitate dall’incubatore. Rappresentano, anzi, il numero maggiore degli interventi fatti”. Dal 2003 ad oggi il BIC ha supportato infatti la creazione di più di 1500 microimprese sul territorio ligure – di cui l’80% a Genova – che rappresentano il tessuto delle nostra economia.

     

    LA PAROLA AGLI IMPRENDITORI

    denaro-economia-crisi-DIMatteo Santoro è uno dei due soci fondatori di Camelot, la prima start up del progetto UNITI creata nel 2009. «All’inizio dell’attività non avere costi fissi ha un certo peso. afferma Santoro Il BIC è stato molto comodo per questo e per il fatto di poter usufruire di spazi conferenza e sale riunioni per incontrare clienti e collaboratori».

    Camelot, in un certo senso, sul mercato c’è già da anni, nonostante continui ad essere ospitata dal BIC. Infatti, i 30.000 euro che il progetto UNITI aveva messo a disposizione per l’avvio della start up erano sati sufficienti solo per coprire i costi iniziali. Per questo i due giovani imprenditori hanno scelto di farsi finanziare direttamente dal mercato proponendo subito i propri prodotti ai potenziali acquirenti: «Siamo andati a cercare con la valigetta chi volesse comprare da subito». Avere alle spalle la struttura del BIC ha permesso a questa impresa di ridurre le proprie spese e puntare tutto su ricerca e sviluppo.

    «Ma – afferma Santoro – l’impresa ha successo non sulla base del contenitore in cui la si mette; funziona se è buona l’idea». Quindi un incubatore può essere importante per permettere la crescita di un progetto, ma la bontà dell’idea e del modello di business sono la vera chiave del successo.

    Lo sa bene Michele Zunino, un altro giovane imprenditore genovese che ha fondato la propria azienda, Netalia, al di fuori dell’incubatore. «Le aziende – ci spiega Zunino – devono avere un modello industriale molto ben dettagliato. È deviante il concetto secondo il quale i giovani pensano di poter diventare miliardari con una app». Anche se il BIC consente di ridurre le spese aziendali, i suoi servizi hanno comunque un costo. Per questo Zunino sottolinea che «Non si può fare l’imprenditore senza soldi». Il fondatore di Netalia è scettico verso le misure adottate dai recenti governi per incentivare l’imprenditoria giovanile come la cosiddetta Srl semplificata, che permette a giovani under 35 di creare una propria attività con un capitale sociale di 1 euro.  «Il fatto di permettere l’esistenza di società sottocapitalizzate non serve».

    Anche Santoro vede un pericolo in questa cultura della facile auto-imprenditorialità: «Quando una cosa è di moda diventa anche un po’ fighetta, ma l’imprenditore oggi nelle prime fasi, quando ha un’idea e la vuole portare sul mercato, si fa un discreto mazzo, seleziona il personale e fa anche le pulizie pur di andare avanti».

     

    Federico Viotti

    [foto di Diego Arbore]

  • Master, start up e impresa giovanile a Genova: dati e riflessioni

    Master, start up e impresa giovanile a Genova: dati e riflessioni

    genova-darsena-d1Recentemente sono stati pubblicati sul sito Focus Studi della Camera di Commercio di Genova, alcuni dati relativi a fallimenti, cessazioni e creazione di nuove imprese per l’anno 2012, da cui emergono innanzitutto gli effetti negativi della crisi economica. Nell’anno appena concluso vi è stato un incremento dei fallimenti rispetto al 2011 per un totale di 159 imprese fallite, 10 in più rispetto al 2011, 80 in più rispetto al 2008. In totale le cessazioni sono state 5102, mentre le iscrizioni di nuove attività imprenditoriali sono state leggermente superiori  (5412).

    Cessazioni e Iscrizioni imprese Genova e Provincia 2012

    Ma se si considerano solo le imprese giovani, quelle “la cui partecipazione del controllo e della proprietà è detenuta in prevalenza da persone di età inferiore ai 35 anni”, si osserva che le nuove iscrizioni sono 1664, mentre le cessazioni sono state 711. Confrontando questo dato con quello relativo alle imprese genovesi nel loro complesso, sembra evidenziarsi un quadro leggermente più roseo per l’imprenditoria giovanile, che mostra un tasso di sopravvivenza più alto.

     

     

    MASTERS E IMPRENDITORIA GIOVANILE A GENOVA

    L’Italia non è un paese per giovani, Genova tantomeno, ma forse si sta attrezzando per diventarlo incentivando lo spirito imprenditoriale dei suoi ragazzi. Proprio in questi giorni si è concluso il primo Master in Management e Imprenditorialità organizzato dalle Facoltà di Economia e di Ingegneria di Genova con la Collaborazione di Confindustria. Durante questo corso, durato un anno, sono state elaborate otto idee imprenditoriali con il sostegno dei docenti e dei giovani imprenditori. Alcune di queste si trasformeranno in vere start up.

    Prossimamente è previsto anche l’avvio di un nuovo Master in Trasferimento Tecnologico, orientato a creare nuove imprese e spin off universitari nel mondo dell’High Tech, un settore che sta diventando sempre più strategico per Genova, che vanta già la presenza sul suo territorio dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) e in cui sta sorgendo il grande polo tecnologico degli Erzelli.

    Ma quale contributo possono dare questi master al fine di sostenere l’imprenditorialità giovanile a Genova?

    Secondo la Prof.ssa Paola Dameri, Presidente del Master e assessore comunale alle Politiche Sociali i due corsi rispondono a due esigenze diverse, il primo «vuole creare un sentiment, ovvero una propensione all’imprenditorialità; creare la consapevolezza che in Italia si può creare impresa», il secondo vuole «colmare la difficoltà nel trasformare la ricerca universitaria in un’attività produttiva».
    «Normalmente osserva la docente di Economia le nuove imprese sono fatte da figli di imprenditori o soggetti che hanno una tradizione imprenditoriale in famiglia. La propensione alla creazione di impresa in Italia è molto bassa in parte per la cultura classica del posto fisso e  in parte per la difficoltà ad ottenere credito».

    E cosa potrebbe fare – o sta già facendo – il Comune di Genova per favorire concretamente la possibilità dei giovani under 35 di presentarsi nel mondo del lavoro come imprenditori?

    La proposta della professoressa è legata proprio all’assessorato che dirige e prevede la creazione di incubatori d’impresa per attività che forniscano servizi alla persona: «Da un lato si crea uno strumento che prospetta per le persone che hanno perso il lavoro e per i giovani la possibilità di lavorare in proprio in un ambiente protetto, dall’altro lato si andrebbe a coprire una parte di mercato sostanzialmente scoperta consentendo di offrire servizi alla persona a prezzi calmierati per quella fetta di persone che non può pagare prezzi di mercato e non è nella condizione di poter fruire di servizi gratuiti».

    È sicuramente presto per verificare i risultati di queste iniziative, anche perché hanno l’arduo compito di cambiare la stessa cultura imprenditoriale e del lavoro che esiste in Italia. Di certo però non si potrà pretendere che bastino solo degli interventi orientati alla formazione di futuri imprenditori  per risolvere i problemi dell’imprenditoria italiana senza un adeguato intervento sul contesto circostante. Per esempio, la stessa propensione al rischio che si chiede ai giovani italiani dovrà essere richiesta anche alle banche di questo paese, che dovranno agevolare, più di quanto non accada oggi, l’accesso al credito di coloro che decideranno di mettersi in gioco creando nuova impresa.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Piccole e medie imprese: 28 gennaio giornata di mobilitazione

    Piccole e medie imprese: 28 gennaio giornata di mobilitazione

    «Nel 2012 in Italia, circa ogni minuto, un’impresa ha chiuso i battenti: un anno difficilissimo culminato con una pressione fiscale record ed un altrettanto grave crollo dei consumi e del reddito reale disponibile, tornato ai livelli di 27 anni fa». È questo l’allarme lanciato da “Rete Imprese Italia”, in occasione della presentazione della giornata di mobilitazione prevista per lunedì 28 gennaio nelle maggiori città italiane: a Genova l’appuntamento è alle 10,30 alla Sala delle Grida del Palazzo della Borsa, in via XX Settembre.

    «In questo paese manca da troppo tempo una politica industriale coordinata e con obiettivi chiari e precisi – spiega Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti Liguria – Per questo abbiamo appoggiato convintamente anche sul nostro territorio la proposta di Rete Imprese Italia promossa a livello nazionale».

    «La prossima legislatura rappresenterà l’ultimo appello per rimettere in moto l’economia e il paese intero – continua De Luise è evidente che, se non tagliamo anzitutto la spesa, non ci sarà mai la possibilità di diminuire la pressione fiscale. Ed è altrettanto palese che, se non verranno previste misure concrete per lo sviluppo tali da ridare ossigeno anche alle migliaia d’imprese di Genova e della Liguria non riusciremo mai a ripartire e a bloccare disoccupazione, aumento della povertà, crollo del pil e impennata del debito pubblico».

    “La politica non metta in liquidazione le imprese. Rete Italia non farà sconti”, è lo slogan.

    Questo, invece, il programma della manifestazione genovese:

    introduzione ai lavori del presidente di turno di “Rete Imprese Italia” Carlo Sangalli, in collegamento da Roma;
    intervento dei presidenti provinciali di Confesercenti e delle altre associazioni di categoria aderenti a “Rete Imprese Italia” (Ascom, Confartigianto e Cna);
    spazio libero per gli imprenditori presenti all’iniziativa per rappresentare le difficoltà che quotidianamente incontrano nei rapporti con fisco, banche, burocrazia.

    Obiettivo dell’iniziativa è quello di focalizzare l’attenzione dei futuri membri di Governo e Parlamento, nonché gli enti locali, sulla vera e propria emergenza nazionale attraversata dal mondo delle piccole e medie imprese, così come emerge dai dati presentati da “Rete Imprese Italia”: pressione fiscale di oltre il 56% per i contribuenti in regola, burocrazia che richiede ad ogni impresa 120 adempimenti fiscali e amministrativi all’anno, sistema del credito che nell’ultimo anno ha ridotto di 32 miliardi l’erogazione di finanziamenti alle aziende, chiusura di un impresa al minuto nel 2012.

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Liguria, imprese: crollo del mercato immobiliare a uso economico

    Liguria, imprese: crollo del mercato immobiliare a uso economico

    In Liguria crollano le compravendite immobiliari a uso economico. Secondo l’ultimo rilevamento dell’Istat elaborato dall’Osservatorio regionale dell’artigianato, nella nostra regione il calo registrato tra il secondo trimestre 2011 e lo stesso periodo del 2012 è stato del 31%. È il quarto dato più negativo in Italia (la media nazionale è del -24,8%) dopo Molise, Sicilia e Trentino Alto Adige.
    Proprio in Liguria si trova il primato della città con le aliquote Imu su capannoni industriali e artigianali più elevate, con La Spezia in vetta alla particolare classifica nazionale.

    «In questo quadro economico di profonda incertezza anche per il 2013 è naturale che le imprese siano sempre meno inclini all’acquisto dei “muri” per la propria attività, di capannoni e magazzini – spiega Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria – Non possiamo sottovalutare, inoltre, il fattore Imu di cui stiamo sentendo gli effetti proprio in questi giorni di scadenza della seconda rata. Sicuramente la nuova imposta ha allontanato, in questi mesi, i piccoli imprenditori e gli artigiani dall’investire nell’acquisto, per esempio, della sede della propria attività».

    In totale, in Liguria, le compravendite immobiliari a uso economico nei primi sei mesi del 2012 sono state 459 passando dalle 250 del primo trimestre 2012 alle 209 del secondo.
    Ma a disincentivare gli imprenditori liguri alle compravendite immobiliari non sono solo i tributi comunali, che in Liguria ammontano a 572 euro per abitante (circa 200 euro in più rispetto alla media italiana). «Il resto lo fanno le banche che erogano sempre meno credito alle imprese – spiega Grasso – La restrizione del credito alle piccole imprese si registra sia su base congiunturale, dove gli impieghi sono passati da 4,1 milioni di euro di fine giugno 2012 a 4 milioni di fine settembre, sia in riferimento allo stesso periodo del 2011: i prestiti alle medie-piccole imprese infatti, infatti, nell’ultimo anno sono calati del 5,9% nella nostra regione».

    Sempre meno propense a investire nel “mattone” anche le famiglie. Rispetto allo stesso trimestre 2011, le compravendite di immobili a uso residenziale in Italia diminuiscono nel secondo trimestre 2012 del 23,6%. La Liguria rispecchia le tendenze nazionali, registrando un -21,4%. Mutui e finanziamenti con concessione di ipoteca immobiliare sono in flessione in regione del 40,8%, contro il 41,2% della media nazionale.

     

    Foto di Diego Arbore

  • Università di Ingegneria: inaugura il nuovo Centro di Ricerca

    Università di Ingegneria: inaugura il nuovo Centro di Ricerca

    ErzelliDomani (23 novembre, ndr) è una giornata importante per l’Università degli Studi di Genova. Presso il Polo universitario di Savona (distaccamento dell’Università di Genova, ndr) verrà inaugurato il nuovo Centro di Ricerca Sperimentale per sistemi di combustione realizzato grazie alla collaborazione tra l’Università e la società Danieli Centro Combustion.

    L’azienda (del gruppo della multinazionale italiana Danieli s.p.a., uno dei leader a livello internazionale nella produzione di impianti siderurgici) che si occupa di progettazione e produzione di impianti termici e di riscaldamento per l’industria ferrosa e non ferrosa (forni industriali e bruciatori), ha deciso di investire sull’Università e quindi sulle competenze degli studenti per l’ottimizzazione dei processi di combustione, la riduzione delle emissioni inquinanti e il miglioramento delle performance dei bruciatori.

    Gli studenti avranno a disposizione strumenti e laboratori per mettere in pratica conoscenze e teorie, cosa che normalmente accade solo una volta inseriti nel mondo del lavoro. Un esempio di collaborazione attiva fra imprese private e università, uno dei temi centrali della lunga discussione che nei mesi scorsi ha animato i “salotti” genovesi in merito al trasferimento della Facoltà di Ingegneria sulla collina degli Erzelli. Il Polo di Savona è stato preferito alla sede centrale di Genova anche per una questione di spazi: un segnale che fa riflettere sull’importanza dell’investimento Erzelli?

     

  • Centrale del Latte, mozione: difendere il marchio Oro

    Centrale del Latte, mozione: difendere il marchio Oro

    La vertenza relativa alla Centrale del Latte di Fegino è uno dei nodi occupazionali per cui è necessario trovare una risposta nel più breve tempo possibile. In ballo, oltre ai 65 dipendenti dello storico sito di Fegino che già hanno ricevuto le lettere di licenziamento, c’è anche tutta la filiera produttiva della vallata, circa 200 lavoratori tra allevatori, trasportatori e cooperative.
    Lunedì, a Parma, si è svolto l’incontro tra sindacati e direzione di Lactalis-Parmalat, la società che controlla la Centrale del Latte di Genova. Purtroppo, come preventivamente immaginato dalle stesse sigle sindacali, il vertice si è concluso con un nulla di fatto e la proprietà ha confermato la volontà di chiudere lo stabilimento genovese.
    Adesso occorre individuare un soggetto in grado di subentrare nella gestione dell’azienda. Alcuni giorni fa il sindaco Marco Doria ha annunciato ai sindacati due possibili soluzioni imprenditoriali: la Centrale del Latte di Alessandria ed Asti e quella di Brescia.
    L’ultimo appuntamento utile è fissato per il 21 settembre a Roma dove il Governo ha convocato un tavolo di confronto tra Lactalis-Parmalat e sindacati.

    Nel frattempo il Municipio Val Polcevera, dopo aver approvato all’unanimità, il 18 luglio scorso, una mozione che ribadiva una ferma opposizione alla chiusura della Centrale del Latte di Fegino, prossimamente discuterà un nuovo documento presentato dai consiglieri del Movimento 5 Stelle.
    E se la mozione di luglio focalizzava l’attenzione sulla presunta volontà dell’azienda di mantenere un magazzino di smistamento nel Mercato Ortofrutticolo di Genova-Bolzaneto – senza però fornire le necessarie garanzie circa il numero degli occupati in questa nuova attività e sul tipo di contratto che sarà stipulato – oggi i consiglieri del M5S puntano sulla difesa dello storico marchio Latte Oro.

    «I cittadini genovesi, ignari della dismissione della Centrale del Latte di Genova, continueranno a comprare il marchio Latte Oro pensando che sia un prodotto locale e invece non sarà più così».
    Per questo la mozione impegna il presidente del Municipio e la giunta municipale ad «Attivarsi presso l’autorità garante della concorrenza e del mercato per verificare se Lactalis-Parmalat abbia ancora diritto ad utilizzare il marchio Latte Oro nonostante non abbia rispettato gli impegni sottoscritti in passato al momento dell’acquisto dello stesso marchio».

    Inoltre, i firmatari del documento, chiedono di «Sostenere e promuovere, con tutte le risorse economiche e politiche che il municipio può adottare, la formazione di una cordata di imprenditori in grado di rilevare la Centrale del Latte».

     

    Matteo Quadrone

  • Edilizia: finte partite Iva nascondono il calo dell’occupazione

    Edilizia: finte partite Iva nascondono il calo dell’occupazione

    Cresce il numero delle imprese artigiane in Liguria ma i numeri positivi rischiano di nascondere la crisi che sta attanagliando il settore edile. La crescita, infatti, è solo numerica e l’aumento delle aziende individuali è un emblematico segnale del tentativo di riconversione di lavoratori, in precedenza dipendenti, espulsi dal mercato del lavoro. Una tendenza che avevamo già riscontrato nei mesi precedenti e che purtroppo oggi trova conferma.

    Sono questi i dati che emergono dall’ultima indagine di Anaepa Confartigianato che ha fotografato lo stato di salute del settore edile nel primo semestre 2012. Ebbene, mentre a livello nazionale l’edilizia presenta una flessione della produzione dell’1,36%, la nostra regione presenta il record nazionale per tasso positivo di imprese di costruzione: +0,97% registrato nell’ultimo anno.
    «La Liguria è l’unica regione in Italia ad avere un tasso di crescita positivo nel numero delle imprese – spiega Paolo Figoli, presidente di Confartigianato Liguria Costruzioni – Non vuol dire che però qui da noi sia tutto rose e fiori. Anzi: se guardiamo ai tassi di occupazione emerge che la Liguria ha tra i tassi peggiori per numero di lavoratori sia dipendenti sia indipendenti».
    La flessione degli occupati nell’edilizia in Liguria tra il secondo trimestre 2011 e il primo trimestre 2012 è stata di -12,3% con un’emorragia di oltre 26mila posti di lavoro dipendente, di -10,7% degli indipendenti pari a oltre 21mila lavoratori autonomi. Peggio della Liguria, in chiave occupazionale, solo la Sardegna (-17,7% di dipendenti) e la Calabria (-15,3%).
    «Il fenomeno è sicuramente spiegato dal fatto che molti ex dipendenti decidono di aprire partita Iva ma in pochi riescono a rimanere sul mercato, reso asfittico dalla crisi economica che dal 2008 a oggi vive uno stato di recessione ai minimi storici e che nel 2011 è sceso sotto i livelli del 2000 – spiega Figoli – Mettersi in proprio spesso è una scelta obbligata, ma non sempre vincente».

    I lavoratori stranieri sono coinvolti in misura maggiore perché più facilmente ricattabili dai rispettivi datori di lavoro, come spiega il sindacato di categoria Fillea Cgil (federazione dei lavoratori del legno, dell’edilizia e delle industrie affini) dalle pagine de “La Repubblica” «Con i tagli ci sono sempre meno controlli, molte imprese cercano di ridurre i costi ed i lavoratori accettano di farsi carico della partita Iva per non perdere il posto».
    E così le partite iva crescono vertiginosamente: a Genova i lavoratori edili con partita iva sono 9 mila, cinque anni fa erano la metà. Un vero e proprio boom che sicuramente non riflette l’andamento di un settore in crisi profonda. I dati nazionali di Fillea Cgil sul lavoro nero e sul caporalato nell’edilizia parlano di 400 mila lavoratori in nero, grigio o sotto ricatto «A queste persone viene chiesto di aprire partite iva, accettare contratti part-time, ovvero tempi pieni mascherati con fuoribusta in nero, di dichiarare meno ore lavorate e di ricorrere ai permessi in caso di infortunio non grave».
    «La pesante tassazione sugli immobili ed il clima di sfiducia e timore nel futuro allontana i possibili investitori del settore – afferma Paolo Figoli, presidente di Confartigianato Liguria Costruzioni – In questa critica situazione cercano di trovare spazio nuove imprese che, non filtrate da nessuna legge di accesso alla professione del comparto, generano concorrenza sleale e, non avendo minimi requisiti tecnici-morali-professionali, fanno solo danni e non portano benefici nè occupazionali nè di produttività ».
    La conferma della crisi nera del mattone arriva da Davide Viziano, titolare di uno dei più attivi gruppi di costruzione che operano in città, che ha spiegato al “Secolo XIX” «Siamo riusciti a rimanere a galla solo grazie ai parcheggi, mentre il settore residenziale è praticamente fermo. Solo per i monolocali e i bilocali, che richiedono investimenti limitati, c’è ancora richiesta. Il 90% delle compravendite eseguite nel primo semestre 2012 riguarda proprio gli alloggi di piccole dimensioni».
    «A incidere sullo stato di sofferenza sono gli annosi ritardi nei pagamenti da parte di privati e pubbliche amministrazioni, il doppio rispetto alla media europea, la drastica riduzione di investimenti in opere pubbliche, il calo nell’erogazione dei mutui alle famiglie, la sempre maggiore difficoltà dell’accesso al credito da parte delle imprese e i tassi bancari in aumento», sottolinea l’analisi di Confartigianato.
    Inoltre «Dal 2008 al 2011 il numero dei nuovi mutui concessi è diminuito in media in Italia del 9% all’anno, colpendo in misura maggiore i mutuatari più giovani e quelli extracomunitari – conclude Figoli – La Liguria, insieme a Emilia Romagna e Valle d’Aosta, è tra le regioni dove si registra la variazione percentuale minore negli stock dei mutui concessi per l’acquisto di un’abitazione. Sappiamo bene che il mercato immobiliare, anche quello dell’usato per cui oggi i tempi nelle compravendite in media arrivano a 8 mesi, è legato a doppio filo con l’edilizia: meno famiglie acquistano casa e minore è la richiesta di ristrutturazioni con inevitabili conseguenze negative soprattutto per le imprese di piccole e piccolissime dimensioni».

     

    Matteo Quadrone

  • Fegino, Centrale del latte: istituzioni e sindacati uniti contro la chiusura

    Fegino, Centrale del latte: istituzioni e sindacati uniti contro la chiusura

    Piena convergenza tra Regione Liguria, Comune di Genova ed organizzazioni sindacali nel dire No a qualsiasi ipotesi di chiusura o ridimensionamento della Centrale del Latte di Genova. È stata espressa questa mattina nel corso della riunione svoltasi in Regione alla presenza degli assessori allo sviluppo economico del Comune di Genova, Francesco Oddone, al lavoro e all’agricoltura della Regione Liguria, rispettivamente Enrico Vesco e Giovanni Barbagallo, della presidente del Municio 5 Valpocevera, Iole Murruni e delle organizzazioni sindacali confederali e di categoria.

    Un faccia a faccia che è servito per fare il punto della situazione dopo l’incontro dei sindacati con l’azienda a Collecchio e l’invio della lettera alla proprietà da parte delle Istituzioni locali per chiedere un incontro immediato e da cui è emersa la necessità di proseguire con una mobilitazione congiunta. Parola d’ordine il mantenimento del sito produttivo sul territorio genovese, dopo la volontà espressa da Parmalat Lactalis di razionalizzare le attività e cioè di chiudere gli stabilimenti di Genova, Como e Pavia e di ridimensionare lo staff di Parma. .

    «Nell’incontro che si è svolto a Collecchio e che ci è stato riferito dai sindacati – hanno affermato gli assessori Oddone, Vesco e Barbagallo – l’azienda ha solo illustrato il piano industriale che comunque è apparso confuso, frettoloso e privo di qualsiasi garanzia. Soprattutto preoccupa il fatto che non sia stato consegnato, a dimostrazione di una volontà della proprietà di procedere con la chiusura dello stabilimento».

    Una possibilità che è stata respinta in modo fermo e unanime da tutte le organizzazioni sindacali e dalle istituzioni locali che – dopo le lettere inviate due giorni fa dal presidente della Regione Liguria, Burlando e dal sindaco del Comune di Genova, Doria – hanno ribadito la richiesta di un incontro il più velocemente possibile. A questo si aggiunge l’impegno che si è assunta la Regione Liguria, attraverso l’assessore al lavoro, Enrico Vesco di contattare la Regione Lombardia per fare fronte unico, anche con i Comuni di Como e Pavia, dove risiedono gli altri stabilimenti che l’azienda è intenzionata a chiudere.

  • Fegino, Centrale del latte: Comune e Municipio a fianco dei lavoratori

    Fegino, Centrale del latte: Comune e Municipio a fianco dei lavoratori

    La scorsa settimana, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, si è svolto un incontro con Parmalat, alla presenza di tutte le organizzazioni sindacali, in merito alla discussione sul piano industriale del Gruppo. Purtroppo in questa occasione è stata annunciata l’intenzione di razionalizzare i siti produttivi nazionali attraverso la chiusura degli stabilimenti di Como, Genova e Pavia.

    Le Segreterie FAI, FLAI, UILA e RSU dello stabilimento Parmalat di Genova hanno dichiarato a gran voce la loro ferma contrarietà alla posizione espressa dall’azienda e hanno convocato per la mattina di lunedì 25 giugno un’assemblea del personale dipendente Parmalat presso lo stabilimento di Fegino, in via De Calboli, per informare i lavoratori sul piano presentato da Parmalat e concordare le iniziative conseguenti, al fine di scongiurare il rischio chiusura.
    «Questo problema aggrava la situazione del settore industriale zootecnico genovese e ligure sottolineano i sindacati – reso già molto pesante da anni di disimpegno di Parmalat sul nostro territorio che oltre a mettere in discussione molti posti di lavoro e una realtà storica produttiva genovese, mette in difficoltà le aziende locali dell’intera filiera lattiero casearia della Liguria».

    In difesa dello storico stabilimento della Val Polcevera, si è schierato, fin da subito, il Municipio «Quando penso alla Centrale del latte il mio ricordo va alla visita fatta in quarta elementare con la mia classespiega Iole Murruni, Presidente Municipio Val Polcevera – Erano gli anni ’60 e la produzione era appena passata dalle bottiglie ad i moderni tetrapak fatti a triangolo a strisce bianche e blu. Penso che questo ricordo abbia accompagnato generazioni di bambini che, come le mie figlie, hanno potuto fare questa esperienza. Nel tempo la nostra gloriosa centrale ha passato varie traversie contraddistinte negli ultimi anni da un progressivo declino per cui la realtà di oggi, purtroppo, non è più quella del mio ricordo di bambina. Ma da domani questa gita scolastica non si potrà più fare perché l’Azienda proprietaria, il gruppo Parmalat, ha deciso di chiudere la fabbrica».

    Il Municipio Val Polcevera, dunque, manifesta grande preoccupazione e contrarietà verso l’intenzione manifestata dalla Parmalat «Desidero esprimere massima solidarietà alle iniziative e alle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori di questo storico e importante insediamento produttivo della vallata –  continua Murruni – Questa paventata chiusura si va ad inserire nel progressivo depauperamento della realtà produttiva polceverasca e cittadina ed aggrava la situazione del settore industriale zootecnico reso già molto pesante da anni di disimpegno di Parmalat sul nostro territorio. La chiusura del sito di Fegino mette in discussione posti di lavoro e provoca situazioni drammatiche per altrettante famiglie soprattutto se si considera la situazione di grave crisi economica che stiamo attraversando ed inoltre mette in seria difficoltà le aziende locali di tutta la filiera lattiero casearia».

    La centrale del latte di Genova è un patrimonio della Valpolcevera e di tutta la città, ribadisce il Municipio «Un patrimonio di noi tutti,  lavoratori, produttori ed anche consumatori – conclude Murruni – per questo è necessario opporsi con forza alla scelta prefigurata dal piano industriale del gruppo Parmalat che vuole chiudere, dopo 77 anni di vita, questa storica realtà produttiva genovese».

    Sulla stessa lunghezza d’onda si è schierata l’amministrazione comunale, per voce dell’assessore allo Sviluppo economico e Politiche del lavoro, Francesco Oddone «L’annuncio di Parmalat è fonte di grande preoccupazione ed anche di indignazione – ha dichiarato Oddone – In questo modo verrebbe confermata l’ipotesi di trasformazione della Centrale del latte da sito produttivo a sito logistico. Di conseguenza si determinerebbero pesanti ricadute, a livello occupazionale, sul territorio genovese: stiamo parlando di 60 persone oltre ad un ulteriore ed importante quota di indotto».

    «La civica amministrazione si schiera senza se e senza ma a fianco dei lavoratori – conclude Oddone – e affronterà la questione insieme alla Regione Liguria per mettere in campo tutte le iniziative utili a salvaguardare l’occupazione, le professionalità e l’attività produttiva nel suo complesso. Per favorire la ricerca di soluzioni alternative su scala “locale” viste le ricadute di questo tipo di gestione “globale” da parte di Parmalat».

     

    Matteo Quadrone