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  • Camera di Commercio: segnali incoraggianti, calano i protesti

    Camera di Commercio: segnali incoraggianti, calano i protesti

    Arrivano segnali incoraggianti dall’economia genovese. Secondo i dati della Camera di Commercio di Genova, infatti, nel primo trimestre di quest’anno calano i protesti, ovvero gli atti pubblici con cui l’ufficiale constata che il debitore non ha pagato l’assegno o la cambiale o che il trattario non ha accettato la cambiale.

    Nel primo trimestre 2012 sono stati registrati in provincia di Genova 2.002 protesti, il 12,2% in meno rispetto ai 2.280 dello stesso periodo del 2011 e soprattutto il -20.2% rispetto al 2009, l’anno della crisi e del boom dei protesti: rispetto ad allora, gli importi sono quasi dimezzati (48,5%) passando da euro 5.378.141,38 a 2.768.211,26.

    Il ribasso di tutti gli indicatori è ormai  ricorrente da qualche trimestre e questo è un sintomo positivo soprattutto negli importi, che scendono  del 23,4% rispetto allo stesso periodo del 2011, meno nei valori medi, che scendono del 12,8%.

    Gli assegni bancari sono diminuiti negli importi del 29,6% e i pagherò e le tratte del 15,5%, nei valori medi rispettivamente 13,3% e 7,5%. Le tratte non accettate sono diminuite del 72% di importo e del 64,7% di numero, il valore medio è minore del 20,8% rispetto al 2011.

     

    L’83,5% dei titoli protestati sono pagherò e tratte accettate, il 15.3% sono assegni bancari e l’1,2% sono tratte non accettate.

  • Datasiel: urge riorganizzazione dell’azienda informatica della Regione

    Datasiel: urge riorganizzazione dell’azienda informatica della Regione

    Datasiel è l’azienda informatica della Regione Liguria (a capitale interamente pubblico), il principale punto di riferimento dell’informatica ligure per la Pubblica Amministrazione. La Regione Liguria ha assegnato a Datasiel il ruolo di strumento operativo del SIIR, il Sistema Informativo Regionale Integrato, che comprende le aziende sanitarie e ospedaliere, l’Agenzia sanitaria regionale, l’Arpal, gli Enti Parco, l’Agenzia regionale Liguria Lavoro, l’Agenzia regionale In Liguria per la promozione turistica, le agenzie territoriali per l’Edilizia Arte, l’Agenzia per i servizi scolastici e universitari.

    Un’azienda di cui si è parlato molto negli ultimi mesi, soprattutto dopo la chiamata del sindaco di Genova Marco Doria al presidente (ormai ex) di Datasiel Francesco Oddone per la carica di assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova. Oddone aveva assunto la presidenza neanche un anno fa con il compito di riorganizzare una realtà da più parti indicata a rischio chiusura: contenimento dei costi e ridefinizione della mission i primi obiettivi. Poi lo scorso aprile è arrivata come un fulmine a ciel sereno l’inchiesta aperta dall’azienda di servizi di consulenza e revisione “Deloitte” sulla concessione a Datasiel dei servizi Cup delle Asl liguri per 50 milioni di euro. In quell’occasione i revisori produssero anche una radiografia del personale evidenziando una “elevata eterogeneità degli skills (competenze ndr) con elevata presenza di profili non tecnico scientifici anche nei centri di eccellenza”.

    Oggi, in questo caldo venerdì di giugno, una lettera firmata dalla Cgil Fiom irrompe sulla scena e riporta il nome dell’azienda sulle prime pagine dei quotidiani: «Datasiel non è un problema: rischia di diventarlo se si continua a dare voce a chi non vuole cambiare nulla e difende rendite di posizione. Alcuni di questi/e sono collocati all’interno dell’azienda, sono una piccola minoranza che vuol tenere in vita i propri privilegi, questi sono i veri nemici di Datasiel».

    Il sindacato intende innanzitutto difendere il patrimonio dell’azienda rappresentato dai 397 dipendenti: «La pressione mediatica su aspetti secondari del ‘problema Datasiel’ rischia di sviare il dibattito dai reali problemi ben evidenziati dalla Relazione Deloitte, circa le modalità di attuazione delle legge 42 (Legge Regionale per l’Istituzione del Sistema Informativo Regionale Integrato per lo sviluppo della società dell’informazione in Liguria, ndr); il rischio evidente è quello di rimettere in discussione i contenuti di quest’ultima a favore di altri modelli, molto più rischiosi per la Regione, ma vantaggiosi per qualche singolo privato. La disinformazione è strumentale: Datasiel non è una società da 59 milioni di Euro, il fatturato è di circa 43 di cui oltre un terzo per acquisti di beni e servizi effettuati per conto degli enti SIIR, spesso con sensibili ribassi rispetto ai valori di gara».

    E ancora: «Datasiel non è un carrozzone che impegna 400 persone per la sola erogazione di servizi informatici: c’è una struttura organizzativa da ottimizzare, ma molti dipendenti svolgono in outsourcing servizi gestionali per conto degli enti SIIR, soprattutto in ambito sanitario – si legge nella nota diffusa dal sindacato – Inoltre il personale Datasiel non è privilegiato: ci sono casi che hanno medie retributive superiori al Contratto Nazionale, legati a politiche discrezionali, che la Fiom-CGIL sta cercando di eliminare, ma la regola è un inquadramento in base al CCNL metalmeccanico, meno oneroso di quelli regionali e della sanità, dati verificabili. In azienda vi sono centinaia di lavoratori che ricevono la sola retribuzione contrattuale, non ricevono incentivi “particolari”, non hanno da anni uno scatto di livello, ricevono scarsa ed in alcuni casi nulla formazione, lavorano a diretto contatto con il pubblico senza riconoscimento alcuno, e leggono sui giornali d’essere dei “privilegiati”».

    Poi, per quanto riguarda i ruoli dirigenziali all’interno dell’azienda, la Fiom denuncia: «Datasiel ha un bassissimo numero di dirigenti (il 3,3% dell’organico, mentre altre Aziende o Agenzie Regionali superano il 15%) e questi non godono delle tutele dei contratti pubblici, non sono privilegiati e non hanno auto blu. Negli ultimi anni, però, ci sono stati alcuni inserimenti, retribuiti economicamente molto al di sopra della media aziendale, soprattutto Dirigenti non a diretto contatto con il cliente, a maggior ragione non giustificabili, perché indiretti.»

    Quindi, quali sono i “problemi veri” di Datasiel?
    Come già rilevato da Deloitte la mission assegnata a Datasiel è limitata e non in linea con le attività effettivamente svolte, come servizi gestionali in outsourcing (CUP, sistemi anagrafici, retribuzione dei medici), servizi di comunicazione istituzionale, centrale di acquisti informatici. Inoltre, anche questo sottolineato dall’inchiesta dell’azienda di revisione, percentuali significative del personale non dispongono di competenze in linea con la mission stessa. Il sindacato individua fra le problematiche anche la forma delle convenzione e lo statuto aziendale che non assicurano alla Regione una adeguata possibilità di governance e prevedono pesanti adempimenti burocratici propri del rapporto cliente fornitore che determinano uno spreco di risorse, favorendo (assieme ad altre cause endogene) l’allocazione di personale interno su attività non direttamente produttive.

    Quali le possibile soluzioni? Ecco le proposte della Fiom:
    «Sciogliere il nodo: cosa deve essere Datasiel? Occorre scegliere per uscire dall’equivoco. Le esigenze di contenimento della spesa e di miglioramento costo/qualità dei servizi richiedono di lavorare da subito all’interno degli spazi della LR 42: definire una mission che consenta di impiegare produttivamente, valorizzandone le diverse esperienze, tutte le professionalità aziendali (esplicitando le diverse tipologie di servizio che l’azienda già eroga o ha la possibilità di erogare). Modificare lo statuto aziendale e la forma della Convenzione al fine di aumentare la possibilità di governance della Regione e semplificare i rapporti operativi (anche al fine di recuperare personale ad attività direttamente produttive). Definire all’interno della Convenzione nuove modalità di finanziamento ‘a costo’ supportate dall’adozione di un sistema di contabilità che consenta di controllare le componenti di costo associate a ciascuna tipologia di servizio. Semplificare la struttura organizzativa dell’azienda riducendo le strutture di staff e assicurando una maggiore tracciabilità del processo decisionale nelle attività produttive.»

    Il sindacato nella nota aggiunge anche un giudizio positivo sul lavoro svolto da Francesco Oddone: «E’ ora importante individuare al più presto una figura in grado di completare il lavoro avviato, entro breve tempo. Una figura che somigli a quella di Oddone, una persona competente, slegata dalle logiche politiche, che risponda solo alla Regione, che voglia cambiare l’azienda davvero per migliorarla. Da queste cose valuteremo il nuovo.»

    [foto di Diego Arbore]

  • Competitività e occupazione: bando per piccole e medie imprese

    Competitività e occupazione: bando per piccole e medie imprese

    soldi pubbliciNell’ambito del Programma Operativo Regione Liguria “Competitività regionale e occupazione” cofinanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) la Regione Liguria ha emanato un bando per favorire l’innovazione delle imprese localizzate sul territorio ligure, rafforzarne la competitività all’interno del sistema produttivo regionale e contribuire all’acquisizione di competenze e strumenti che ne favoriscano lo sviluppo.

    Possono presentare domanda di agevolazione micro, piccole e medie imprese localizzate sul territorio ligure che esercitano attività diretta alla produzione di beni e/o servizi, singole e associate, anche in forma cooperativa e consortile iscritte al registro delle imprese e attive al momento di presentazione della domanda. Non possono invece presentare domanda i Raggruppamenti Temporanei di Impresa.

    Il bando finanzia investimenti relativi alle seguenti tipologie di iniziativa:
    1. innovazione tecnologico-produttiva
    2. innovazione organizzativa
    3. innovazione commerciale
    Il costo totale dell’investimento agevolabile non può essere inferiore a 30.000 € e gli investimenti devono essere realizzati entro 12 mesi dalla data di ricevimento del provvedimento di concessione dell’agevolazione. L’impresa deve apportare un contributo finanziario pari ad almeno il 25% dei costi ammissibili.

    L’agevolazione è concessa secondo le seguenti forme e modalità:
    – contributo a fondo perduto la cui misura – per le spese d’investimento – varia dal 10% al 30% della spesa ammessa in funzione della dimensione del beneficiario e della localizzazione dell’iniziativa e per le spese di consulenza è determinata nella misura del 50% dei costi sostenuti;
    – un aiuto in de minimis, consistente in un contributo a fondo perduto, nella misura del 30% della spesa ammessa.

    Le domande di ammissione ad agevolazione devono essere redatte esclusivamente on line accedendo al sistema “Bandi on line” dal sito internet www.filse.it dal 4/7/2012 al 31/7/2012.

  • Genova Creative Cities: progetto per lo sviluppo dell’industria creativa

    Genova Creative Cities: progetto per lo sviluppo dell’industria creativa

    Genova, panoramaGenova, insieme a Lipsia (Germania), Danzica (Polonia), Lubiana (Slovenia) e Pécs (Ungheria), è protagonista dell’ambizioso progetto europeo “Creative cities” finanziato nell’ambito del programma “Central Europe” dell’Unione Europea. Un’iniziativa volta allo sviluppo delle cosiddette “industrie creative“, ovvero, come da definizione del Dipartimento Cultura, Media e Sport del Regno Unito, “realtà imprenditoriali fondate sulla creatività individuale, sull’abilità e sul talento della persona. In grado di produrre ricchezza e posti di lavoro attraverso lo sviluppo e lo sfruttamento della proprietà intellettuale“. Splendido a leggersi, ma vediamo di capire un po’ meglio.

    Innanzitutto vengono considerati come principali campi d’azione di un’impresa creativa quello della pubblicità e del commercio, l’architettura, le compagnie di distribuzione e l’industria cinematografica, la comunicazione (radio e tv, giornali e agenzie), la musica, l’arte visiva e le performance artistiche, l’attività museale, la vendita (sia diretta che al dettaglio) di beni culturali (cd musicali, libri, gallerie, arte), il design, le nuove tecnologie (software e videogiochi) e l’industria del gusto.

    L’obiettivo sostanziale del progetto è quello di creare una rete a livello europeo fra gruppi di imprese operanti nel campo della produzione creativa. Come? Organizzando gruppi di lavoro e corsi di formazione, promuovendo azioni di marketing transnazionale e collaborazioni con altri settori del mercato.

    “Creative cities” vorrebbe in pratica promuovere le capacità imprenditoriali e la competitività delle industrie creative locali favorendo la visibilità su nuovi mercati, creando quindi i presupposti per attrarre investimenti e scambi di “know how” (conoscenze, abilità operative). Inoltre, sfruttando le potenzialità di questo genere di attività, il progetto si pone fra gli obiettivi anche quello di recuperare aree urbane degradate favorendo l’insediamento di industrie creative.

    In tutto questo il ruolo delle istituzioni locali è fondamentale. A loro il compito di integrare il progetto nei piani e nelle strategie a livello locale e, soprattutto, di raggiungere i soggetti dell’industria creativa operanti sul territorio. Nello specifico, il Comune di Genova, che è anche il principale responsabile del progetto per quanto riguarda la comunicazione, è orientato a puntare sulla valorizzazione del patrimonio culturale come azione creativa, con l’obiettivo di elaborare strategie vincenti per il radicamento dell’industria creativa nel tessuto urbano. Per ottenere ciò, sarà necessario innanzitutto un lavoro di analisi sul territorio per conoscere e quantificare le realtà che operano nel settore della creatività (così come viene definito dal Dipartimento Cultura UK, vedi sopra), per poi operare con lo scopo di aumentare le potenzialità di sviluppo dell’intero settore favorendo i collegamenti interni e con la rete europea.

    Giovedì 7 e Venerdì 8 giugno sono in programma a Palazzo Ducale tre appuntamenti per presentare il progetto europeo ai cittadini, saranno ospiti i partner delle altre quattro città coinvolte, un’occasione importante per comprendere se e quali concrete opportunità potrebbero celarsi dietro questa iniziativa europea per la città di Genova. Il primo appuntamento è giovedì mattina (dalle 9 alle 13,30) presso la Sala del Munizioniere con la conferenza dal titolo “Lo Sviluppo Urbano Creativo” con gli interventi di Charles Landry, esperto internazionale nell’utilizzo dell’immaginazione e della creatività per i cambiamenti urbani, Franco La Cecla, antropologo culturale e architetto, e Anna Corsi, direttrice di Urban Lab. A moderare sarà Agostino Petrillo, ricercatore e professore di Sociologia urbana.

    Da oltre due decenni si discute su cosa si intenda per “città creativa”. Si indicano con questo termine le città che hanno la capacità di affermarsi nella competizione internazionale in virtù di industrie basate su competenze astratte, grazie ad una produzione “immateriale” nella sua elaborazione, ma redditizia nella sua commercializzazione. In realtà definire cosa sia “creatività” appare tutt’altro che semplice…”, queste le premesse del dibattito.

    Nel pomeriggio, alle ore 18, è prevista presso Sala Dogana l’inaugurazione della mostra fotografica internazionale “La Sostenibilità Urbana e lo Sviluppo Creativo delle città”: dieci giovani fotografi provenienti dalle città che hanno aderito al progetto “Creative Cities” hanno realizzato venti scatti gettando uno sguardo sulla relazione tra città e ambiente. La mostra resterà aperta al pubblico fino al 24 giugno, da martedì a domenica dalle 15 alle 20.

    Infine, venerdì 8 giugno dalle 9 alle 13 presso la Sala Società Ligure di Storia Patria (Palazzo Ducale), si tengono un seminario e un dibattito sul tema “Tra copyright e copyleft – La protezione dei diritti d’autore nella legislazione europea. Immagini, fotografia e altri linguaggi visivi”. Presiedono Giovanni Battista Gallus (avvocato esperto in diritto d’autore, profili giuridici del free/open source software e Presidente del Circolo dei Giuristi Telematici), Francesco Paolo Micozzi (avvocato esperto in diritto penale, diritto dell’informatica e delle nuove tecnologie, privacy e diritto d’autore) e Marco Ciurcina (esperto in diritto della Information Technology, diritto d’autore, brevetti e marchi).

    Le conferenze si potranno seguire anche in streaming all’indirizzo creativecitiesproject.eu.

     

    [foto di Diego Arbore]

  • Imprese: ritardi nei pagamenti e poca liquidità, periodo nero in Liguria

    Imprese: ritardi nei pagamenti e poca liquidità, periodo nero in Liguria

    Finanza, Economia e BancheEuler Hermes, società specializzata nell’assicurazione crediti, ha pubblicato il Report sui Mancati Pagamenti,  una ricerca trimestrale sugli andamenti dei crediti fra imprese italiane basata sul monitoraggio giornaliero dei pagamenti tratto dalla Banca Dati della società, costituito da circa 450.000 imprese italiane.

    Pagamenti lenti, accumulo di ritardi, uguale carenza di liquidità fra imprese. Dall’analisi di Euler Hermes emerge innanzitutto questa tendenza negativa che porta inevitabilmente a ingolfare importanti settori economici, tanto che nei primi tre mesi del 2012 i mancati pagamenti tra imprese (ovvero oltre 180 giorni) sono aumentati del 38% rispetto ai primi tre mesi del 2011.

    Uno dei motivi principali è sicuramente la difficoltà di accesso al credito per imprese e consumatori, una situazione che, però, non può sicuramente essere mantenuta nel tempo, gli stessi analisti infatti sottolineano che è ipotozzabile una ripresa per la seconda metà del 2013.

    Carta, calzature, energia e abbigliamento sono i settori maggiormente colpiti. Ma alla percentuale di pagamenti non onorati fra imprese italiane, si aggiunge la crisi dell’export e quindi si alza al anche la percentuale di crediti insoluti (+18%) rispetto all’anno passato.

    Posando la lente d’ingrandimento sulle singole regioni, la Liguria risulta essere una delle peggiori d’Italia come ritardo nei pagamenti. Dopo Valle d’Aosta e Molise, dalle nostre parti si registra infatti l’aumento percentuale più alto d’Italia, un sonoro +88% contro il +79% del Piemonte, il +65% della Toscana, il 36% della Lombardia, il 14% dell’Emilia – Romagna e il 5% del Veneto. Importante sottolineare che in nessuna regione d’Italia la percentuale è diminuita.

  • Regione e Agenzia delle Entrate: un protocollo a favore delle imprese in crisi

    Regione e Agenzia delle Entrate: un protocollo a favore delle imprese in crisi

    Soldi e MoneteUn accordo tra Regione Liguria e Agenzia delle Entrate, la quale ha manifestato piena disponibilità a collaborare per venire incontro ai problemi fiscali di cittadini e imprese: è questo il risultato che emerge dall’incontro svoltosi ieri con il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, a cui hanno partecipato il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, l’assessore al Bilancio, Pippo Rossetti, il presidente e il direttore di Filse, il Difensore civico, i presidenti della Camere di Commercio liguri e i direttori delle sedi liguri di ABI e Banca d’Italia.

    «Compensare debiti e crediti con il fisco è un’importante riflessione politica da fare – afferma il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando – Siamo partiti dalle ultimi tristi vicende per cercare di trovare il modo con cui dare una mano a chi è in difficoltà perché chi governa deve solidarizzare ma poi deve provare a mettere in campo qualche strumento. In una decina di giorni sarà pronto il protocollo con cui comunicheremo alle imprese, ma anche alle famiglie, quello che possiamo fare dal punto di vista pratico e dell’informazione».

    «Il protocollo in preparazione si articolerà in tre punti – ha spiegato Burlando – Il primo punto prevede la realizzazione entro giugno da parte dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia di uno sportello “amico” con quattro sedi, una per provincia, con la partecipazione attiva delle Camere di Commercio, delle associazioni di imprenditori e di consumatori per dare la massima informazione e per ascoltare le problematiche, constatato che, non di rado, i problemi nascono da opportunità che non tutti conoscono».
    Gli sportelli avranno il compito di presidiare il territorio ascoltando i problemi prima che possano diventare gravi. Claudio Burlando fissa l’obiettivo: «La prima cosa che non deve succedere più è che la gente non sia a conoscenza dei vari modi per ricevere un aiuto». Anche secondo Befera «C’è un problema di informazione e di poca conoscenza delle numerose opzioni di rateizzazione. Da tempo ormai rateizziamo anche fino a sei anni: se la Regione ci aiuta possiamo dilazionare ulteriormente i pagamenti alle imprese che sono oggettivamente in difficoltà».

    «Il secondo punto sarà un fondo di garanzia di tre milioni di euro a carico della Regione Liguria, che fornirà una garanzia temporale di pagamento anche per le imprese che hanno debiti con il fisco – ha proseguito il presidente della Regione – Sarà attivo entro la scadenza fiscale di giugno, rivolto alle piccole imprese, con un massimale di 25 mila euro a intervento e con un contributo medio di 15 mila euro. Con questo fondo contiamo di aiutare un migliaio di imprese della nostra regione».
    «Da alcuni anni lavoriamo già con i confidi con buoni risultati – sottolinea Burlando – quando hanno soldi in prestito in genere le imprese liguri li restituiscono. In una precedente operazione del 2008 abbiamo avuto un tasso di insolvenza minimo, pari al 2%».

    «Il terzo punto riguarderà un accordo Regione – Banche – Equitalia che, per quel che ci riguarda, è sicuro e mi auguro si possa chiudere entro breve con le banche, per scontare le fatture relativamente a crediti che le aziende possono avere con la Regione, con i comuni, con le aziende sanitarie locali», spiega Burlando.
    Una volta che lo strumento sarà funzionante le imprese potranno così scegliere se aspettare i tempi lunghi dei pagamenti degli enti pubblici o incassare rapidamente rinunciando però ad una piccola parte.
    «Ci vorranno ancora una ventina di giorni, abbiamo già parlato con le banche e stiamo aspettando che facciano le loro valutazioni per avere una risposta», conclude il presidente. Verranno comunque fissati tempi massimi per la liquidazione delle fatture a otto o nove mesi nel caso l’azienda decida di aspettare. L’eventuale ritardo oltre questo termine sarà a carico della Regione.
    «Non siamo nelle condizioni di pagare a un mese – precisa l’assessore al bilancio, Sergio Rossetti – ma cerchiamo di agevolare al massimo le imprese. Le banche hanno manifestato disponibilità».

  • Liguria, piccole imprese artigiane: l’analisi dei dati economici tra 2011 e 2012

    Liguria, piccole imprese artigiane: l’analisi dei dati economici tra 2011 e 2012

    Nonostante la crisi finanziaria globale, secondo i dati dell’Ufficio studi di Confartigianato, nel 2011 è cresciuto il numero degli imprenditori artigiani in Liguria. L’anno scorso la nostra regione con un tasso di sviluppo dell’1% si è piazzata al primo posto in Italia in controtendenza rispetto alla media nazionale che ha registrato una flessione del -0,4%.
    Costruzioni e servizi alle imprese sono i settori che in Liguria registrano i dati maggiormente positivi, in crescita, rispettivamente del 2,7% e dello 0,3%. Segno negativo, invece, per manifatturiero (-0,9%)e servizi alle persone (-0,6%).
    «L’aumento maggiore si è registrato nell’edilizia, fenomeno che dovrebbe essere approfondito ma che rappresenta il segnale di una certa vivacità del settore nonostante la pesante crisi in atto – ha spiegato Giancarlo Grasso, presidente regionale di Confartigianato Liguria – La tenuta degli altri settori e la lieve crescita dei servizi alle imprese liguri sono in controtendenza rispetto al resto d’Italia».
    La crescita maggiore delle costruzioni si registra nel capoluogo, con un +4,2%.
    In generale le quattro province liguri nel 2011 registrano una dinamica imprenditoriale positiva: Genova è al primo posto con un +1,6%, seguita dalla Spezia (+0,5%), Savona (+0,4%) e Imperia (+0,2%).

    Ma nel primo trimestre 2012 la situazione muta: secondo l’indagine elaborata da Confartigianato Liguria su dati Infocamere, su un totale di circa 47 mila imprese artigiane attive in Liguria, 1.297 hanno intrapreso l’attività nei primi tre mesi dell’anno. 1.579 hanno invece chiuso i battenti tra gennaio e marzo 2012, registrando un saldo negativo dello 0,6%. Una flessione comunque più contenuta rispetto alla media nazionale (-1,1% ).
    Il movimento riguarda in larga parte le imprese individuali – sottolinea Confartigianato – superano le 38.200 nella nostra regione, di cui 1.138 aperte nel primo trimestre dell’anno. Oltre 1.500 hanno invece chiuso l’attività. A patire in questo avvio d’anno sono soprattutto le imprese meno strutturate.
    «Nel primo trimestre dell’anno il calo è fisiologico – spiega Luca Costi, segretario regionale di Confartigianato Liguria – Quello che desta maggiore preoccupazione è l’aumento del numero di imprese che avviano l’attività e la chiudono nel primo anno di vita, salito dal 10% al 14%. Inoltre il 50% delle nuove imprese cessano l’attività nel primo quinquennio di vita. Sono cifre elevate che inevitabilmente devono condurre ad alcune riflessioni».

    Il settore delle costruzioni, che ha registrato nella nostra regione una decrescita dello 0,34% contro il +2,7% del 2011, conta quasi 23 mila realtà presenti in Liguria (di cui quasi 20.500 sono ditte individuali): di queste, 746 hanno intrapreso da poco l’attività, mentre 825 l’hanno chiusa.
    «Il calo nell’edilizia dimostra che è un settore “volatile” dove spesso aprono un’attività dei soggetti destrutturati – continua Luca Costi – parliamo soprattutto di imprese individuali che nascono e muoiono nel volgere di breve tempo. La nostra associazione ha sollecitato la realizzazione di un disegno di legge per l’accesso all’edilizia (“Norme per la disciplina dell’accesso all’attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia”) , oggi fermo in Parlamento, che consentirebbe di migliorare l’approccio al settore da parte di nuovi imprenditori che dovranno dimostrare di possedere i requisiti professionali necessari per avviare un’impresa nel settore».

    Segno meno anche per il comparto manifatturiero, con un andamento del -1,27%: questa volta il calo, incrementato rispetto al -0,9% del 2011, è addirittura superiore a quello della media nazionale, pari a -1,1%. Sulle oltre 8 mila realtà manifatturiere in Liguria, 156 hanno intrapreso l’attività tra gennaio e marzo 2012 ma in questo stesso periodo ben 259 hanno chiuso.

    In generale, tra le province liguri, Genova è quella che registra il saldo meno negativo: -0,26% contro il +1,6% del 2011, con 779 imprese chiuse e 717 nuove attività nel primo trimestre 2012.

    «Quando un soggetto intende avviare un’attività dovrebbe essere provvisto di un business plan – sottolinea Costi – Al contrario spesso si tenta di aprire un’impresa senza aver realizzato adeguati studi di mercato. Sono diversi i casi di persone che si rivolgono a Confartigianato e, per prima cosa, domandano se esistono contributi ed agevolazioni per nuove aziende. Ma è necessario avere un progetto di impresa alle spalle, coerente con le possibilità offerte dal mercato».

    Per cercare di comprendere meglio la dinamica imprenditoriale occorre analizzarla dal punto di vista delle variazioni congiunturali e tendenziali ma anche in termini previsionali. In questo senso risulta utile leggere attentamente i dati che emergono dall’Osservatorio congiunturale sull’artigianato e la piccola impresa in Liguria, un’indagine realizzata da Confartigianato Liguria e Cna Liguria, in collaborazione con Unioncamere Liguria e curata dal Centro Studi Sintesi, che coinvolge un campione di 1500 imprese con meno di 20 addetti e che si pone l’obiettivo di monitorare lo stato di salute del settore attraverso l’analisi di indicatori quali produzione/domanda, fatturato, ordini ed esportazioni (solo per il settore manifatturiero), prezzi dei fornitori, investimenti, occupazione, liquidità, indebitamento, sulla base dei giudizi espressi direttamente dagli imprenditori. Questi parametri sono stato esaminati in tre momenti temporali: a consuntivo per il 2° semestre 2011 rispetto al 1° semestre 2011 (variazione congiunturale) e rispetto al 2° semestre 2010 (variazione tendenziale ) ed in chiave di previsione per la prima parte del 2012.
    Il campione di imprese è stato studiato in modo tale da fornire informazioni statisticamente significative oltre che a livello regionale anche a livello settoriale (manifatturiero, edilizia/costruzioni, servizi alle imprese, servizi alle persone) e per provincia di localizzazione. L’indagine è stata condotta per via telefonica nei giorni lavorativi compresi tra il 5 ed il 20 dicembre 2011.

    Principali risultati

    Le variazioni congiunturali e tendenziali rilevate evidenziano la stazionarietà dei volumi produttivi e del fatturato prodotto, mentre la crescita dei prezzi a livello tendenziale supera il +3%.
    La dinamica occupazionale nel complesso è rimasta stabile con una piccola flessione (-0,2%) a livello tendenziale mentre continua a diminuire la propensione ad investire: meno del 9% delle imprese ha operato in questi termini nella seconda parte dell’anno scorso. Da sottolineare anche l’entità modesta dei capitali investiti: il 35% degli investimenti risulta inferiore ai 10 mila euro ed una quota inferiore (il 23%) si colloca tra i 10 ed i 25 mila euro. Infine rimane rilevante il problema della liquidità aziendale nelle imprese liguri: per la maggior parte degli imprenditori la situazione è rimasta stabile (71,3%); il 25% ha rilevato un peggioramento della disponibilità di cassa nel 2° semestre 2011 e solo il 3,5% ha dichiarato un miglioramento.
    Le previsioni per il 2012 sono più ottimistiche con una discreta ripresa della produzione/domanda (+0,4%) e del fatturato (+0,3%) mentre si dovrebbe assistere ad un sostanziale equilibrio nell’occupazione ed alla ripresa degli investimenti (la quota di possibili investitori è pari al 13,3%).

    Genova

    L’economia della Liguria risulta sostenuta dalla provincia di Genova mentre nelle altre realtà provinciali non si evidenziano particolari segni di crescita.
    Nel capoluogo, nel 2° semestre 2011 rispetto al 1° semestre, si registra una moderata crescita della produzione/domanda (+0,3%) mentre il livello del fatturato rimane stabile. In leggero calo risultano però le dinamiche tendenziali con valori pari a -0,2% nel caso di produzione e fatturato.
    Quello che appare più importante sottolineare è la ripresa degli ordini (+0,6% a livello congiunturale e +0,7% su base annua) trainata dall’export (variazioni congiunturali e tendenziali rispettivamente pari al +1,9% e al +1,2%) mentre sul fronte occupazionale si registra una situazione di stabilità con qualche dinamica positiva (+0,1% a livello congiunturale e +0,2% a livello tendenziale).
    E nel primo semestre 2012 sarà sempre Genova ad evidenziare le tendenze di maggiore crescita con un progresso di domanda (+0,5%) e fatturato ( +0,3%). L’occupazione subirà qualche flessione negativa (-0,1%) mentre dovrebbe aumentare la propensione ad investire(15,4%).

    Settori

    A livello settoriale il comparto manifatturiero presenta nel secondo semestre 2011 dinamiche positive in tutti i parametri economici. Particolarmente incisivo in questo senso risulta l’andamento positivo dell’export: in crescita rispetto alla prima parte dell’anno del +1,7% e rispetto al 2° semestre 2010 del +1,1%. Anche gli ordini riportano andamenti in crescita registrando in entrambi i periodi un incremento di mezzo punto percentuale.
    Ma i dati rapportati su base annua evidenziano delle dinamiche di crescita più contenute e una situazione di stabilità in particolare per produzione, fatturato ed occupazione. L’incremento dei prezzi dei fornitori si attesta al +3,6% mentre in ribasso si segnala la propensione ad investire con solo il 7,8% delle aziende che ha effettuato un investimento nel corso del 2° semestre 2011.
    Positive sono le previsioni per il 2012 anche se l’entità degli incrementi si attestano sotto al punto percentuale, mentre in ripresa si segnalano gli investimenti.

    «Solitamente il primo settore che si rimette in moto è quello manifatturiero – spiega Luca Costi – parliamo di realtà di piccole dimensioni dove può essere un fattore importante anche la sensibilità economica aziendale. Ma soprattutto la prospettiva di nuovi investimenti può essere letta in due modi: bisogna capire se si tratta di una questione tecnica, ovvero sono terminate le scorte e quindi di conseguenza l’azienda, se vuole ripartire, è costretta ad investire; oppure è una ripartenza direttamente legata ai mercati di riferimento, in particolare quelli esteri».

    Ed in effetti la crescita dell’export e degli ordini potrebbe indicare proprio una ripresa dovuta a dinamiche macro economiche.

    Negli ultimi mesi del 2011 il settore dei servizi alle imprese ha riportato andamenti stabili in tutti gli indicatori economici ed una buona propensione ad investire (10,5%). Ma una leggera flessione si rileva a livello tendenziale per domanda, fatturato ed occupazione. Le prospettive per il 2012 paiono essere buone con lievi incrementi (sotto il mezzo punto percentuale) sia della domanda che del fatturato e un +0,6% per l’occupazione.

    Riscontrano maggiori difficoltà le aziende dei servizi alle persone e le imprese edili, infatti in entrambi i settori vengono evidenziate flessioni sia a livello congiunturale che tendenziale. «In particolare questi due settori risentono del calo dei consumi», sottolinea Costi.
    Le imprese che si occupano di servizi alle persone nel 2° semestre 2011 registrano una flessione della domanda (-0,4%) e del fatturato (-0,6%), confermata anche a livello tendenziale (rispettivamente -0,4% e -0,3%). Mentre a livello occupazionale la variazione tendenziale registra un ridimensionamento contenuto (-0,2%). Nella prima parte dell’anno 2012 non si segnalano particolari dinamiche di sviluppo e rimane stabile il trend occupazionale.

    Il settore dell’edilizia è sempre in affanno e la situazione sembra ormai endemica: nel secondo semestre 2011 c’è stata una flessione della domanda (-0,3%) e del fatturato (-0,6%) con pesanti ricadute sul calo dell’occupazione (-0,5%) e sulla propensione ad investire (7,3%) con valori peggiori rispetto alla media regionale. Le variazioni tendenziali evidenziano perdite più contenute per quanto riguarda il fatturato (-0,3%) e simili per domanda ed occupazione. L’incremento dei prezzi delle materie prime è notevole e a livello tendenziale raggiunge quota +3,5%. Le previsioni per inizio anno 2012 sono stabili con una moderata ripresa degli investimenti. Significativo, come sottolinea l’osservatorio, che per quasi un’azienda su quattro la liquidità sia peggiorata e che solo la stessa percentuale non sia indebitata (24,7%) valore nettamente inferiore rispetto alla media regionale.

    «Il settore resta fermo al palo – conclude Costi – perché purtroppo con il perdurare della crisi economica i privati difficilmente investono in ristrutturazioni. L’unica speranza sono i lavori pubblici e forse le grandi opere potrebbero rappresentare un’opportunità».

    Ma, aggiungiamo noi, probabilmente sarebbero sufficienti le “piccole” opere pubbliche necessarie, per ridare fiato ad una marea di piccoli costruttori edili. Anche perché, ormai è risaputo, le grandi opere difficilmente danno da mangiare alle imprese del territorio.

     

    Matteo Quadrone

  • Crisi: aumentano del 24,6% i suicidi per motivi economici

    Crisi: aumentano del 24,6% i suicidi per motivi economici

    Tra il 2008 ed il 2010 i suicidi per motivi economici sono aumentati del 24,6%, mentre i tentativi di suicidio, sempre legati alle difficoltà economiche, sono cresciuti del 20%. Numeri impressionanti resi noti dalla Cgia di Mestre dopo l’ennesimo suicidio di un imprenditore avvenuto ieri a Roma. L’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre torna su quella che sta diventando una vera e propria emergenza nazionale, analizzando i dati sui suicidi denunciati alle forze dell’ordine in questi ultimi anni di dura crisi economica.

    In termini assoluti, a fronte di 150 suicidi per ragioni economiche registrati nel 2008, nel 2010 (ultimo anno disponibile) i gesti estremi per motivi economici sono saliti a 187, mentre i tentativi di suicidio sono passati da 204 a 245.

    «Le difficoltà economico-finanziarie legate alla crisi hanno causato la chiusura di migliaia di imprese», lancia l’allarme la Cgia. Parliamo di ben 11.615 attività fallite nel 2011 lasciando a casa senza un lavoro almeno 50 mila persone. «È il livello più alto registrato negli ultimi 4 anni di crisi», sottolinea l’associazione artigiana. In pratica l’anno scorso, ogni giorno – domeniche comprese – 31 aziende, soprattutto di piccole dimensioni hanno portato i libri in tribunale. Quasi 1 fallimento su 33600 aziende – è stato causato dai ritardi nei pagamenti.

    Per Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre «Sono tre i “virus” letali per una realtà che continua a rimanere il motore occupazionale ed economico del Paese: la stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti ed il forte calo della domanda interna».

    «Il fallimento di un imprenditore non è solo economico – spiega Bortolussi – spesso viene vissuto da queste persone come un fallimento personale che, in casi estremi ha portato decine e decine di piccoli imprenditori a togliersi la vita».

    «Dopo l’ennesimo gesto estremo che si è verificato ieri è necessario intervenire con misure emergenziali – continua Bortolussi – Il denominatore comune di tutte queste tragedie è la crisi economica. La sua gravità ha suscitato in molti piccoli imprenditori la perdita di sicurezza, solitudine, disperazione e ribellione contro un mondo che si sta rivelando cinico e inospitale».

    «Come Associazione  ci siamo attivati sia a livello nazionale, sia a livello regionale per dar vita ad un fondo di solidarietà col fine di evitare i suicidi tra i piccoli imprenditori – conclude Bortolussi – La Regione Veneto, che presenterà questa iniziativa nelle prossime settimane, ha in serbo un provvedimento di legge, con un plafond di 6 milioni di euro, che costituirà una prima risposta a questa grave emergenza che ha colpito soprattutto il Nordest. Invitiamo anche il Governo a muoversi in questo senso ed istituire un fondo di solidarietà che corra in aiuto a chi si trova a corto di liquidità».

     

    Matteo Quadrone

  • Incubatore di imprese del centro storico: senza fondi, stop agli aiuti

    Incubatore di imprese del centro storico: senza fondi, stop agli aiuti

    I rubinetti sono chiusi ormai da alcuni anni ma nonostante ciò la sua funzione continua ad essere vitale per alcuni tra i quartieri più difficili della città vecchia, in particolare via della Maddalena, via di Prè e via dei Giustiniani. Parliamo dell’Incubatore di imprese del centro storico, attivo dal 1999, favorisce e supporta la creazione di nuove imprese e non solo, svolge infatti un ruolo cruciale anche nell’aiutare le imprese esistenti a riqualificarsi. Gestito in stretta collaborazione dall’ufficio politiche promozione di impresa del Comune di Genova e da Job centre, grazie ad attività di animazione e promozione della conoscenza del territorio, è stato capace di dare una spinta significativa al rilancio di alcune zone del centro storico.

    Oggi rischia di terminare la sua esperienza a causa del mancato rifinanziamento della legge nazionale – la cosiddetta legge Bersani, la Legge 266/1997 “Interventi urgenti per l’economia”, utile per l’innovazione economica in aree colpite da degrado urbano – che ne ha reso possibile la nascita. Chiariamo subito che la responsabilità di questa scelta non ricade sull’amministrazione comunale, la quale al contrario – tramite l’assessore alle politiche del lavoro e strumenti per il suo sviluppo, Mario Margini – ha promesso il massimo impegno nel fare pressioni, affinché l’attuale esecutivo guidato da Monti, sostenga la legge.
    In realtà, come detto, già a partire dall’ultimo Governo Berlusconi, da Roma non sono più arrivati soldi. L’incubatore è riuscito comunque a svolgere il suo ruolo fornendo agevolazioni alle imprese in parte a fondo perduto ed in parte con finanziamenti in sette anni allo 0,5%. In pratica è solo grazie al denaro che lentamente rientra dai finanziamenti passati, se l’incubatore ha portato avanti le sue iniziative.
    «Nel 2012 raccoglieremo i frutti del lavoro svolto nel 2011 – spiega Claudio Oliva, direttore del Job centre e uno dei protagonisti del Patto per lo sviluppo della Maddalena – ma se quest’anno non seminiamo, a causa della mancanza di fondi, il raccolto nel 2013 sarà misero».

    Ma non è sufficiente aiutare le imprese ad insediarsi, occorre sostenerle con iniziative in grado di rivalutare l’intero contesto territoriale che le circonda. Ed i risultati si sono visti, in particolare alla Maddalena, dove negli ultimi tempi si registra un frizzante e positivo fermento in tutto il tessuto sociale, abitanti, negozianti, associazioni, tutti uniti con un comune obiettivo: riqualificare l’intero quartiere.
    «In zona maddalena abbiamo ottenuto importanti risultati – ricorda Oliva – da luglio a dicembre 2011 abbiamo favorito l’insediamento di 9 nuove aziende. Mentre negli ultimi anni 14 attività sono state riqualificate».
    «Se davvero non avremo più il supporto dell’Incubatore noi protesteremo vivacemente – annuncia Carla Gregori, storica commerciante della zona – insieme al Patto per lo sviluppo della Maddalena e con l’impegno del Civ, siamo riusciti a far dialogare tra loro cittadini, titolari di esercizi commerciali, parrocchie e realtà sociali».

    Il rischio insomma è quello di inceppare un meccanismo ben oliato e poi ritrovarsi in grave difficoltà per rimetterlo in moto. il ruolo dell’Incubatore infatti è molteplice, rappresenta il fulcro di un processo complesso che comprende l’assistenza ai potenziali nuovi imprenditori, l’azione diretta sul territorio per stimolare la risposta della comunità residente e degli operatori commerciali, ma anche il sostegno per la riqualificazione delle attività che stentano ed hanno bisogno di una mano per rilanciarsi.
    Dal 1999 ad oggi sono state numerose le persone che si sono rivolte all’Incubatore per proporre le proprie idee, ricevere tutte le informazioni sulle agevolazioni possibili, visionare i locali disponibili e poi decidere se partecipare ai bandi. L’incubatore si occupa di selezionare i locali e si adopera con i proprietari, dando loro la possibilità di rendere fruttuosi spazi altrimenti abbandonati. Valuta attentamente le proposte dei potenziali nuovi imprenditori per accettare quelle più qualificate che offrano garanzia di solidità.

    E a proposito di conoscenza del territorio oggi ci si muove anche su nuovi fronti, come dimostra un’importante iniziativa, recentemente avviata. Parliamo dell’organizzazione di visite guidate in zona Maddalena, un progetto reso possibile grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo (uno dei soggetti attivi del Patto). «Oltre 500 persone hanno già partecipato – spiega Oliva – è stato un grande successo. Li abbiamo accompagnati a visitare i negozi ed i luoghi storici del quartiere. Sono attività che fanno leva sulla cultura e contribuiscono a creare un clima consono affinché nuove imprese si possano inserire nel contesto della Maddalena».

    Per quanto riguarda la zona di Prè, qui la situazione “ambientale” è leggermente diversa. Infatti, se alla Maddalena grazie ad un mix di elementi – cittadini, negozianti, associazioni – il quartiere ha invertito la rotta, in via di Prè nonostante l’impegno degli abitanti, i passi avanti sono stati decisamente più limitati. Indubbiamente un miglioramento c’è stato perché oggi il quartiere è maggiormente vivibile rispetto a poco tempo fa, ma i problemi legati a spaccio, eccessivo consumo di alcol e microcriminalità, permangono.
    Su questa cruciale porzione di centro storico però, grava un’ingombrante ambiguità di fondo. La zona non è mai stata sfiorata dal cosiddetto fenomeno della “movida”, che numerose criticità sta creando in altre zone della città vecchia (ad esempio via di San Bernardo), invase dai giovani nelle ore notturne e completamente spettrali durante il giorno. Ma neppure è mai stato promosso – con la dovuta convinzione – un processo di trasformazione in senso turistico, nonostante le incredibili potenzialità di una strada conosciuta a livello internazionale, a due passi dal Porto antico.
    «Secondo me finora l’amministrazione ha giudicato che in questa zona non valesse la pena fare investimenti in questo senso», spiega Ornella Cocorocchio, residente e portavoce dell’associazione La coscienza di Zena.

    Eppure l’Incubatore di imprese anche a Prè ha svolto e continua a svolgere, un ruolo fondamentale. In questi anni ha favorito l’avvio di ben 44 nuove imprese. E non solo. «Due operazioni significative hanno riguardato la riqualificazione dei Truogoli di Santa Brigida e del mercatino di Shangai – ricorda Oliva – oggi purtroppo c’è solo un bando aperto per piazza Sant’Elena».
    Il problema è che in zona Prè non ci sono più locali pubblici disponibili. Tutti quelli che c’erano sono stati recuperati. «La gran parte dei locali sono in affitto ma vanno adeguati – continua Oliva – sarebbero necessari dei bandi per riqualificare le imprese esistenti ma non ci sono fondi».
    «L’incubatore a Prè è assolutamente necessario – spiega Cocorocchio – abbiamo inviato una lettera all’assessore Margini affinché faccia tutto il possibile per preservare questo presidio».
    Una presenza ancora più importante perché «L’università ha aperto i portoni su via Prè, Palazzo Reale inserisce una libreria ed un museo dell’artigianato sopra lo Statuto, un imprenditore privato ha recuperato un edificio e sta riqualificando la piazzetta di proprietà dell’Università (recentemente intitolata alle vittime di mafia) – scrivono comitati/associazioni nella missiva – Tutto questo potrebbe essere un’operazione feconda di ricadute positive per il quartiere e riproporre l’azione benefica apportata a Sant’Agostino, se solo fosse garantita intorno alle nuove realtà che andranno a formarsi, una nuova rete di attività adeguate. Una garanzia per questo è che continui ad esistere a Prè l’Incubatore di imprese, il solo che in questa fase può agire avendo quella visione d’insieme che non fa disperdere le forze e può convogliare al massimo risultato».

    Gli abitanti, considerato il probabile aumento del transito degli studenti, grazie all’apertura delle porte dell’Università e con l’auspicio che anche i turisti vengano invogliati a passare con più frequenza dall’antica via di Prè, chiedono che venga incentivata la presenza di pubblici esercizi, ovvero bar, ristoranti, ma anche un semplice panificio, oggi ancora un miraggio.
    «Purtroppo qualsiasi spazio disponibili va appannaggio dei privati per aprire l’ennesimo rivenditore di kebab o phone center – aggiunge Cocorocchio – sono numerose anche le sale preghiera ed ora, con l’ennesimo rinvio della moschea, aumenteranno anch’esse. Il problema è che così si restringe il campo per l’insediamento di nuove attività commerciali adeguate all’auspicabile trasformazione del quartiere».
    Senza considerare che quelle poche attività già presenti dovranno fronteggiare, nel prossimo futuro, anche il pericolo della maxi struttura di vendita in progetto a Ponte Parodi «Rischiamo di finire come a Sampierdarena con la Fiumara – denuncia Cocorocchio – una volta insediato, infatti, il centro commerciale ha annullato tutto il tessuto dei piccoli negozi situati nell’area circostante».

    Ma per fortuna ci sono anche dei buoni segnali. L’incubatore doveva essere trasferito il 31 gennaio invece è ancora al suo posto.

    «Se nel prossimo futuro non sarà più operativo – conclude Cocorocchio – significa implicitamente che qui non c’è possibilità di sviluppo economico. In pratica equivale alla resa di tutti: istituzioni e cittadini».

    L’assessore Mario Margini, interpellato da Era superba sulla questione, lascia aperta la porta della speranza «Giovedì prossimo saremo a Roma con altri comuni italiani per cercare di capire quali sono le intenzioni del Governo Monti in merito al rinnovamento del finanziamento della legge 266/1997. Non si tratta di una scelta politica ma di una scelta economica che compete all’esecutivo nazionale. Per me l’Incubatore è un presidio che va mantenuto e speriamo di riuscirci».

     

    Matteo Quadrone

  • Licenziamenti e articolo 18: cresce il business dell’outplacement

    Licenziamenti e articolo 18: cresce il business dell’outplacement

    Anche in Italia si sta diffondendo l’outplacement, la strategia della ricollocazione professionale, una pratica nata negli Stati Uniti nel dopoguerra e diffusasi anche in Europa soprattutto negli anni 80. Nel nostro paese l’outplacement è sempre rimasto un mercato di nicchia, ma oggi, tra emergenza occupazionale e riforma del mercato del lavoro, inizia a diffondersi a macchia d’olio fra le aziende italiane.

    Di che cosa si tratta? In parole povere, quando un’azienda licenzia un dipendente, si rivolge alla società di outplacement che prende in carico il lavoratore in uscita per costruire una nuova figura professionale capace di competere sul mercato del lavoro.

    Al lavoratore viene quindi affiancato, a spese dell’azienda, un consulente che inizialmente lo guida nella stesura di un curriculum aggiornato, accompagnato da una brochure o da una lettera di presentazione. Poi attraverso alcuni colloqui e seminari tematici si giunge al tentativo vero e proprio di ricollocazione che consiste nello sviluppo di contatti con le aziende fino al concretizzarsi di un’opportunità di lavoro.

    Oggi in Italia sono circa una decina gli operatori altamente specializzati nel settore e riconosciuti presso il ministero del Welfare, aziende che si dividono un business da 25 milioni di euro l’ anno, un giro di affari destinato a crescere sensibilmente viste le modifiche strutturali che stanno caratterizzando il mondo del lavoro italiano. 

    Nel 2010 sono state ricollocate 23.000 persone (di cui 2.500 manager), un numero ancora basso in rapporto al numero totale di licenziamenti (980.550), anche perchè la legge Biagi non obbliga l’ azienda che sospende un rapporto di lavoro a offrire il servizio di outplacement (il servizio è obbligatorio solo per alcune forme contrattuali).

  • Blockbuster, crisi infinita: merce in vendita, a rischio i posti di lavoro

    Blockbuster, crisi infinita: merce in vendita, a rischio i posti di lavoro

    La catena internazionale Blockbuster, specializzata in vendita e noleggio di film, prima in videocassetta poi in dvd, ma anche cd-rom e giochi elettronici, in crisi ormai da alcuni anni, chiuderà definitivamente i battenti.

    La società è stata messa in liquidazione volontaria nel 2011 ma tutti i tentativi di trovare un’acquirente dell’intera azienda sono caduti nel vuoto. E così parte l’operazione di vendita di tutto l’inventario, per un valore di oltre 13 milioni di euro, nel tentativo di massimizzare i ricavi e ripagare i creditori. Una volta concluso questo passaggio i punti vendita verranno ceduti ad altri imprenditori, anche non di settore.

    Parliamo di un centinaio di negozi sparsi in tutta Italia a partire dal 1994 quando Blockbuster, sulla scia del successo ottenuto in America, sbarcò anche nel nostro paese, tre punti vendita solo a Genova (via Cantore, via Brigata Liguria, corso Europa), per un totale di 780 dipendenti.

    Ebbene di quasi 800 posti di lavoro se ne salveranno esclusivamente un’ottantina che dovrebbero essere riassorbiti dalla società che rileverà il ramo di azienda Blockbuster Italia, ovvero “Essere Benessere“, una catena italiana di parafarmacie e centri benessere che intende trasformare in questo senso, circa 78 punti vendita.

    La società, infatti, ha sottoscritto un accordo con le organizzazioni sindacali, come ricorda il presidente di “Essere Benessere”, Danilo Salsi «Questo accordo, propedeutico all’acquisizione di Blockbuster Italia, rappresenta uno dei passaggi salienti della nostra operazione commerciale per il recupero ed il riadattamento di un’articolata struttura aziendale con modalità studiate specificatamente per non perdere del tutto, preservandola in percentuale significativa, una forza occupazionale da sempre caratterizzata da un’importante componente giovanile».

     

    Matteo Quadrone

  • Imprese in Liguria: quando le difficoltà si nascondono dietro i dati “positivi”

    Imprese in Liguria: quando le difficoltà si nascondono dietro i dati “positivi”

    Il 25 gennaio Unioncamere e Infocamere hanno diffuso i dati relativi al movimento imprese nel 2011. La Camera di Commercio di Genova ha comunicato che in Provincia di Genova l’anno appena concluso presenta – al netto delle variazioni tra le nuove realtà e quelle che hanno cessato la propria attività lo scorso anno – un saldo positivo di 746 imprese, il migliore dal 2005 ad oggi.

    Per quanto riguarda i diversi settori sono in miglioramento rispetto al 2010 le costruzioni (+338 unità), i servizi  di alloggio e ristoro (+152), i servizi alle imprese ed i servizi alle persone (rispettivamente +102 e +89) ed il commercio (+24). Mentre l’agricoltura perde 84 imprese e l’industria 53.

    E se turismo, professioni del terziario e commercio hanno dimostrato una buona tenuta, il dato che più salta all’occhio è quello relativo al settore edile che registra un sostanzioso aumento di imprese.

    Maurizio Senziani, presidente di Assedil, l’associazione che riunisce i costruttori edili genovesi, in un’intervista al “Corriere mercantile” lamenta una situazione ben diversa per quanto riguarda il comparto dell’edilizia. <<Sono almeno 1200 i posti di lavoro persi negli ultimi due anni – lancia l’allarme Senziani – Hanno chiuso imprese quarantennali, sono diminuiti gli appalti sia privati che pubblici e quelli che si fanno sono sempre affidati con il massimo ribasso. Questo significa che anche le imprese che hanno lavoro lo ottengono a condizioni disperate. Inoltre il rapporto con le banche è sempre più complicato ed i tempi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione sono sempre più lunghi. È la crisi più grave e prolungata che il settore abbia vissuto>>.

    Appare evidente una contraddizione di fondo fra i numeri snocciolati dal Presidente di Assedil e quelli forniti dalla Camera di Commercio. È doveroso cercare di spiegare la realtà che si cela dietro a questi dati, in tutte le sue sfaccettature. Troppo spesso infatti gli stessi organi d’informazione si accontentano di sterili comunicati trasmettendo all’opinione pubblica informazioni che rischiano di essere inevitabilmente fuorvianti, soprattutto se male interpretate.

    “Era Superba” ha chiesto lumi al Presidente dei costruttori edili genovesi. Come si spiega un aumento del numero di imprese ed allo stesso tempo una continua perdita di posti di lavoro?

    <<In realtà non esiste contraddizione fra questi due dati – spiega Maurizio Senziani – In atto c’è una vera e propria polverizzazione del settore, un frazionamento in una miriade di microimprese. Uno dei segni della crisi è proprio l’aumento delle Partite Iva. Parliamo di operai, licenziati, senza altre opportunità d’impiego ma anche persone in cassa integrazione che decidono di mettersi in proprio aprendo una singola posizione artigiana. In pratica i lavoratori espulsi dalla porta principale del mercato del lavoro tentano di rientrare dalla finestra. Questo va a discapito anche della qualità del servizio offerto. È evidente infatti che un conto è un lavoro eseguito a regola d’arte da un’impresa strutturata con una storia alle spalle, un altro, con tutto il rispetto, quello realizzato da un singolo operatore>>.

    <<Alla Camera di Commercio risulta un aumento delle Partite Iva – continua Senziani – Quindi singole persone e non imprese. La tenuta del numero di imprese nel settore costruzioni ed addirittura un loro aumento è esclusivamente dovuta alla presenza di queste piccolissime realtà. Un simile risultato è dunque la diretta conseguenza di un effetto “drogato” a causa delle numerose posizioni singole>>.

    <<La Cassa edile registra invece tutte le imprese che si avvalgono di lavoratori dipendenti – conclude il presidente di Assoedil – L’iscrizione è consentita alle aziende con almeno 1 lavoratore dipendente. La Cassa edile è in grado di fotografare la reale situazione del comparto costruzione. E qui il saldo tra imprese chiuse e quelle aperte è pari a zero. Nel 2011 sono una cinquantina le imprese strutturate costrette a chiudere l’attività. La crisi è insomma fortissima considerando la perdita dei posti di lavoro, complessivamente 1200 nel 2010-2011 ed il consistente calo delle ore lavorate>>.

     

    Tra i settori che invece registrano un saldo negativo spicca l’agricoltura. In  Provincia di Genova nel 2011 hanno cessato l’attività ben 84 aziende. Un dato costante negli ultimi anni – secondo la Camera di Commercio – che sottolinea un’evidente difficoltà del comparto.

    <<Purtroppo si tratta di un trend continuo – spiega Germano Gandina, presidente di Coldiretti Genova – ed in provincia di Savona ed Imperia la situazione è addirittura peggiore. La tendenza è dovuta a due fattori. In primo luogo nel settore registriamo un’età media degli imprenditori molto alta. Nella maggioranza dei casi parliamo di microimprese dove spesso troviamo un solo addetto o poco più. Il secondo fattore ovviamente è la crisi economica. Ma il dato più grave rimane l’età anagrafica così elevata. Un ricambio generazionale c’è ma non risulta sufficiente per invertire lo stato delle cose>>.

    <<A fronte di tutti i giovani che si affacciano al mondo dell’agricoltura abbiamo notato che sono due le motivazioni principali – continua Gandina – Sicuramente c’è un interesse nuovo, una riscoperta dell’agricoltura. Ma una buona parte dei tentativi di ingresso nel settore sono riconducibili anche all’estrema disperazione di questi ragazzi. Fino a qualche anno fa era possibile trovare maggiori opportunità lavorative, oggi è sempre più dura. Assistiamo insomma a dei veri e propri “viaggi della speranza”, persone che non hanno intrapreso un percorso agrario, bensì arrivano da tutt’altre esperienze lavorative>>.

    <<Il problema principale è che un gran numero di questi ragazzi non possiede il bene primario, vale a dire la terra – sottolinea Gandina – Ed è impossibile senza un requisito simile riuscire ad avviare un’impresa agricola. Purtroppo per coloro che non appartengono a famiglie con una consolidata tradizione agricola, già proprietarie di terreni, è davvero arduo riuscire ad aprire un’azienda. Noi ovviamente cerchiamo di offrirgli il massimo supporto possibile perché rappresentano un’importante risorsa>>.

    Ma quali interventi sarebbero necessari per favorire l’ingresso dei giovani in agricoltura?

    <<Abbiamo chiesto alla Giunta regionale, in questa ma anche nella precedente legislatura, di intervenire per riformare la legge regionale sulle terre incolte entrata in vigore nel 1996 – racconta il presidente di Coldiretti Genova – Non ha mai funzionato a dovere perché è troppo farraginosa. Se fosse più veloce, soprattutto a livello di procedure, permetterebbe ai giovani di poter usufruire dei terreni abbandonati. Oggi finalmente sembra che la Regione Liguria sia intenzionata a lavorare alla revisione della legge. Questa è una prima parziale risposta. Una seconda risposta è arrivata dal Governo Monti che ha sbloccato la possibilità di accesso ai terreni agricoli di proprietà del Demanio con il diritto di prelazione a favore dei giovani agricoltori. Infine noi agiamo a livello di sensibilizzazione sugli imprenditori che hanno dismesso l’attività affinché questi terreni possano essere consegnati, il più velocemente possibile, a nuovi imprenditori>>.

    <<Attualmente esistono già alcune opportunità che occorre sfruttare – conclude Gandina – Ad esempio gli sgravi fiscali per l’avvio di imprese nel settore agricolo. Poi non bisogna dimenticare i notevoli passi avanti compiuti grazie al Decreto legislativo 228/2001, la “Legge di orientamento ed ammodernamento in agricoltura”. Una norma che ha allargato lo spettro delle attività possibili nel settore. Oggi gli agricoltori non sono solo produttori di beni ma anche fornitori di servizi. In questi giorni, a causa delle abbondanti nevicate, stiamo assistendo ad attività di sgombero e pulitura delle strade, proprio ad opera di agricoltori. Manca però il bene principale, la terra e su questo versante è necessario intervenire al più presto>>.

     

    Matteo Quadrone

     

  • In Liguria le micro imprese potranno accedere agli appalti pubblici

    In Liguria le micro imprese potranno accedere agli appalti pubblici

    La direttiva europea si chiama “Small business act” e si tratta di un programma partito nel 2008 che riconosce il ruolo centrale delle piccole imprese nell’economia dell’Europa.

    Tra il 2008 e il 2010, la Commissione Europea e gli Stati membri hanno adottato misure per alleviare gli oneri amministrativi per le piccole imprese, per facilitare il loro accesso ai finanziamenti e ai mercati globali. Un anno fa il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani, commissario per l’industria e l’imprenditoria, aveva dichiarato: “Le PMI rappresentano il 99% di tutte le imprese europee e danno lavoro a più di 90 milioni di persone in Europa. Sono il motore della nostra economia, un motore che deve essere mantenuto forte, competitivo e innovativo . Gli Stati membri devono agire rapidamente per garantire che il Small Business Act sia pienamente attuato.

    In Italia di “SBA” (Small Business Act) si è sentito parlare ben poco in questi anni. Un segnale importante arriva proprio dalla Regione Liguria che ha messo a punto un disegno di legge approvato all’unanimità dal Consiglio che riconosce nuove opportunità alle micro imprese o imprese familiari, in prevalenza artigiane e commerciali, che potranno così accedere a agevolazioni e appalti pubblici.

    In Liguria tali imprese potranno fare affidamento su una corsia preferenziale per partecipare agli appalti pubblici di importo inferiore ai 500 mila euro con la possibilità di ottenere la suddivisione degli appalti in lotti o lavorazioni anche con il ricorso al subappalto. La legge riconosce in particolare agevolazioni alle micro imprese giovanili individuali, sociali e cooperative con maggioranza di soci sotto i 35 anni. Si stabiliscono inoltre nuove forme di aggregazioni di imprese in aggiunta ai già esistenti Distretti. Si tratta delle “reti di imprese” e dei “contratti di rete”.

     

  • Ritardi nei pagamenti, le imprese scrivono al premier Monti

    Ritardi nei pagamenti, le imprese scrivono al premier Monti

    L’ultimo si è tolto la vita appena una settimana fa. Si tratta dell’ennesimo suicidio di un imprenditore veneto che – a causa dell’impossibilità di riscuotere i suoi crediti di lavoro – non riusciva più a far fronte all’esposizione verso banche e fornitori.

    La tragedia ha portato alla ribalta un problema – quello dei ritardi nei pagamenti per forniture o servizi già erogati alla pubblica amministrazione – che spesso ha messo in ginocchio, in alcuni casi costringendo al fallimento,  imprese che da mesi aspettavano di incassare i compensi dovuti.
    “Per coloro che hanno lavorato, pagato gli stipendi, i contributi previdenziali e le tasse per i propri dipendenti ogni mese, le bollette per le utenze ogni due mesi, risulta insopportabile essere pagati a 6-8 o magari 12 mesi e non è un’esagerazione – scrivono in una lettera appello inviata al premier Monti le aziende venete – è ciò che accade quotidianamente nelle transazioni commerciali tra aziende private se non si ha un grande potere contrattuale. Ancora più insopportabile è quando i ritardi di pagamento sono riconducibili allo Stato, alle Regioni e agli Enti locali, con l’alibi dei vincoli imposti dal Patto di stabilità interno”.
    “Le imprese hanno bisogno di ricevere tempestivamente quanto dovuto per il lavoro prestato – aggiungono le 8 associazioni di categoria che hanno sottoscritto l’appello – gli strumenti ci sono”.
    In effetti una direttiva europea impone tempi certi di pagamento30 giorni per la normalità e 60 solo per i casi eccezionalidal pubblico verso il privato, pena il pagamento di interessi di mora progressivi che scattano già dopo un mese e partono dall’8%.

    Ma sarebbe necessario un recepimento anticipato della direttiva. Invece a fine ottobre la Commissione bilancio della Camera ha stralciato dal testo della legge Comunitaria 2011 il provvedimento sul ritardo nei pagamenti, considerandolo troppo oneroso per i bilanci della pubblica amministrazione. Di fatto il recepimento della direttiva è slittato al marzo 2013, termine fissato per l’adeguamento degli ordinamenti nazionali.

    I numeri sono impressionanti ed imporrebbero un’accelerazione perché il tessuto delle piccole imprese – già fragile e segnato profondamente dalla crisi – ormai pare al collasso.
    Nel 2011 parliamo di 90 miliardi di euro di crediti vantati dalle imprese italiane nei confronti della pubblica amministrazione.
    L’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), in un recente rapporto, ha sottolineato come la quasi totalità delle imprese di costruzioni che operano nel settore dei lavori pubblici subisca ritardi di pagamento. In particolare nel secondo semestre 2011 i tempi medi di pagamento dei lavori pubblici hanno raggiunto la soglia degli 8 mesi e il ritardo medio corrisponde a 159 giorni.

    Da un’indagine di Legacoop, che ha interpellato un vasto campione di cooperative associate, è emerso come il ritardo medio sui tempi di pagamento, si aggiri sui 270 giorni (in pratica 7 mesi).
    “Il punto più dolente è quello della sanità pubblica – spiega Ferdinando Palanti, presidente Legacoop servizi – le Asl sono le peggiori pagatrici e lì abbiamo registrato il maggior ritardo nei pagamenti”.
    “Naturalmente questo dipende dai minori trasferimenti alle Regioni dal governo centrale – conclude Palanti – ma non possono essere gli imprenditori a dover farsi carico di questo problema”.

     

    Matteo Quadrone

  • Alluvione, Confesercenti e Ordine degli Ingegneri assistono le imprese coinvolte

    Alluvione, Confesercenti e Ordine degli Ingegneri assistono le imprese coinvolte

     

    Confesercenti ha dato un’immediata assistenza alle imprese coinvolte nell’alluvione.
    Nelle giornate di sabato e domenica l’apertura continua degli uffici in via Cairoli ha dato la possibilità a decine di aziende di conoscere immediatamente quali procedure seguire nell’immediato post–alluvione.

    I funzionari dell’associazione sono costantemente a disposizione degli esercenti che abbiano riportato danni alle proprie attività.

    L’impegno dell’associazione continuerà, naturalmente, nei prossimi giorni attraverso il costante lavoro di informazione ai numeri 348-2722489 e 010-2485120 e nelle sedi confesercenti del territorio, per la raccolta e la diffusione in tempo reale delle informazioni più urgenti, la ricezione e l’inoltro alla Camera di Commercio delle richieste di segnalazione danni, la richiesta alle autorità competente di agevolazioni, sospensioni fiscali, finanziamenti e tutte le altre misure necessarie al ripristino delle attività economiche.

    Anche l’Ordine degli Ingegneri di Liguria, nell’esprimere cordoglio per le vittime dell’alluvione, mette a disposizione le proprie competenze per tutti coloro che dovessero necessitare di un supporto tecnico professionale nella perizia dei danni subiti, con prestazione gratuita nell’immediato e, solo una volta ottenuto il risarcimento, un onorario calcolato al minimo e subordinato appunto all’ottenimento del risarcimento stesso.

    Le richieste dovranno essere inviate a alluvione2011@gmail.com o ingegneri.genova.alluvione2011@gmail.com, indicando nome, cognome, telefono, indirizzo e motivo della richiesta di supporto. Per informazioni, ing. Maurizio Michelini, cel. 335-8098459.

    A tal proposito Confesercenti, tramite i propri uffici, si rende disponibile a raccogliere ed inoltrare all’Ordine degli Ingegneri le segnalazioni di tutti coloro che non abbiano la possibilità di farlo direttamente via email.