Tag: lingua inglese

  • American o British english? Una questione di registro linguistico

    American o British english? Una questione di registro linguistico

    Tra il modello americano e quello britannico, per quanto concerne l’insegnamento della lingua inglese il nostro paese ha normalmente adottato come standard di riferimento il secondo, per ragioni di vicinanza politica, storica ed economica. La Gran Bretagna fa pur sempre parte della European Union nonostante non voglia abbandonare il British pound a favore dell’Euro e sebbene continui a mantenersi in una posizione di ‘ponte’ tra Europa e Stati Uniti.

    In regioni più vicine agli USA, quali il Giappone o l’America Latina, è invece normale che sia l’inglese americano a essere preso maggiormente in considerazione da insegnanti e studenti. A livello mondiale, tra l’altro, la potenza economica e militare statunitense ha avuto negli ultimi 60 anni un ruolo preponderante, con la conseguenza dal punto di vista linguistico di un crescente prestigio dell’American English rispetto alle altre varietà.

    In Italia, a scuola ascoltiamo dialoghi che fanno riferimento non solo alla pronuncia, ma più in generale alla cultura inglese. Quanti libri ancora presenteranno frasi di esempio molto British quali: “Would you like some tea?  Ci viene inoltre detto – perlomeno questa è stata la mia esperienza a scuola – che tra l’americano center e il britannico centre la seconda opzione è preferibile, oppure che “fare la doccia” si dice to have a shower e non to take a shower, come invece dicono nella terra di George Washington.

    La realtà è che attraverso i media e la Rete anche nell’inglese britannico stesso si stanno affermando molte forme americane: lo spelling del verbo equivalente al nostro “pubblicizzare” nel senso di “rendere pubblico”, ovvero to publicize, non farebbe più troppo scandalo in Inghilterra se preferito al più comune to publicise. Facendo un’analogia idrografica, potremmo paragonare l’American English all’Atlantico e il British English al Mediterraneo: per quanto entrambe impetuose, le acque dell’Oceano tendono ad avere la meglio ricacciando indietro quelle del nostro mare.

    La domanda tuttavia rimane: a quale modello dobbiamo fare riferimento? E se ne aggiunge un’altra: se noi siamo abituati al British saremo in grado di capire l’American? Come già accennato in altri articoli, per quanto ci riguarda dobbiamo scegliere uno dei due modelli ed essere coerenti. Se scriviamo utilizzando lo spelling britannico, dovremo farlo dal principio alla fine del nostro testo. Relativamente alla seconda questione, più il testo che leggiamo è di registro alto e meno evidenti sono le diversità tra British English e American English. Le differenze linguistiche tra un articolo del Washington Post e un editoriale del Guardian sono pressoché pari a zero. Diverso è invece il discorso se il registro è più basso, lasciando così spazio a espressioni gergali, colloquiali o tipiche di un determinato territorio o gruppo sociale. Per esempio, le diversità diventano certamente molto più marcate tra il testo di una canzone rap di Eminem e la popolare ballata irlandese The Irish Rover.

    Se da un lato si va comunque verso il modello di riferimento di uno World Standard English scritto specialmente in campi quali l’informazione, la politica, l’economia, la medicina e la scienza, dall’altro lo Spoken English, ovvero il parlato, presenta uno scenario molto più frammentato. Ne parleremo prossimamente. See you soon!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • British or American, that is the question…

    British or American, that is the question…

    Ogni anno negli Stati Uniti si celebra l’Independence Day per ricordare il 4 luglio 1776, giorno nel quale gli Stati Uniti d’America proclamarono la loro indipendenza dalla corona britannica. Ovviamente questa data ha una grande importanza dal punto di vista storico e politico, in quanto nel mondo anglosassone si venne a creare uno scenario nel quale le potenze di riferimento erano diventate due, l’Inghilterra e la giovane nazione statunitense, ex-colonia inglese. Il 1776 ha però anche delle conseguenze linguistiche, in quanto l’inglese britannico e l’inglese americano iniziarono a sviluppare delle differenze ortografiche, lessicali e fonologiche.
    Nel 1828 Noah Webster, scrittore e linguista americano, pubblicò il suo primo dizionario di inglese americano, tentando di semplificare lo spelling riducendo il divario tra grafia e pronuncia presente nell’inglese. Per questa ragione oggi abbiamo differenze ortografiche tra American English e British English in parole quali:  center (AmE) / centre (BrE);theater (AmE) / theater (BrE);  color (AmE) / colour (BrE); neighbor (AmE) / neighbour (BrE); advertize (AmE) / advertise (BrE).

    Allo stesso modo, sono emerse gradualmente, seppure in maniera limitata, alcune differenze lessicali. In inglese britannico, “ascensore” si dice lift, mentre in inglese americano la parola usata è elevator. “Biscotto” è normalmente biscuit in British English e cookie in American English. “Camion” – parola che abbiamo preso in prestito dal francese e non dall’inglese – si dice lorry in inglese britannico e truck in inglese americano… La lista comprende anche altri termini.

    L’uso del verbo to take in espressioni come: to take a shower (“farsi la doccia”) è più tipico dell’inglese statunitense, mentre Oltremanica è più comune to have a shower. Anche la parola americana movie, diffusasi a livello internazionale tanto quanto la sua corrispettiva britannica film, è americana

    Delle differenze di pronuncia parleremo quando ci occuperemo in modo più dettagliato dello Spoken English, l’inglese orale. Per quanto riguarda la grammatica invece, le divergenze sono sfumate e tutto sommato trascurabili. Per citarne solo un paio, in British English si usa il tempo verbale Present Perfect Simple con avverbi di tempo quali just (“appena”) o already (“già”), mentre in inglese americano si preferisce in questi casi il Simple Past. Una frase come “Sono appena arrivato” diventa quindi:  I have just arrived (BrE) / I just arrived (AmE). Alcuni paradigmi dei verbi irregolari possono registrare delle diversità, come il participio passato di to get, che ègot in inglese britannico e gotten in inglese americano.

    In conclusione, se esistono queste differenze, a quale standard dobbiamo fare riferimento? Quello americano o quello inglese? Dobbiamo scegliere flat o apartment quando stiamo parlando di un appartamento? Oppure scrivere color o colour? E’ più corretto l’inglese britannico o quello americano? La risposta è che a livello mondiale sono accettati entrambi, ma noi in quanto studenti di inglese dobbiamo scegliere un solo modello (senza dimenticarci che ne esiste anche un altro), per un fatto di coerenza e anche perché facendo così siamo più agevolati nello studio. Tradizionalmente, per vicinanza geogrrafica e storica, in Italia l’insegnamento nelle scuole tende a seguire il British English. Vale comunque la pena di dare una risposta più articolata nelle prossime puntate. See you!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • American, British… le lingue inglesi sono tante e diverse fra loro

    American, British… le lingue inglesi sono tante e diverse fra loro

    Quando si parla della lingua inglese, che si studia a scuola, all’università o per lavoro, si dà per scontato che si tratti di una materia ben definita e unica. Eppure, mi capita spesso di sentire questa affermazione: “Non riesco a guardare i film in inglese americano, perché non capisco nulla. Meglio quelli in inglese britannico. Capisco molto di più.” E viceversa.  Ma come? American English? British English? Inglese americano? Inglese britannico? Ma noi non studiamo l’inglese e quindi una materia? Già facciamo fatica con una, figuriamoci se il numero aumenta!

    Esiste tra chi si avvicina all’inglese o già lo studia da qualche tempo molta confusione riguardo alla domanda: che cosa è l’inglese? Se appunto da un lato per semplicità possiamo vederlo come una materia monolitica, dall’altro il nostro English presenta notevoli complessità date dal fatto di essere una lingua di diffusione globale. La confusione non affligge solo i laymen, i non addetti ai lavori. Anche i massimi linguisti mondiali, tra cui David Crystal, forse il più grande esperto di lingua inglese vivente, lavorano da anni per cercare di “mettere ordine” nel caos dell’English dei giorni nostri.

    Prima di parlare del nostro inglese nello specifico, è opportuno fare qualche premessa di carattere più ampio e cercare di capire perché e come le lingue in generale e non solo l’inglese cambiano nel tempo.
    Non serve andare a Londra o a New York per capire questo concetto, ma basta leggere un giornale italiano di quaranta o cinquanta anni fa per verificare quanto la nostra stessa lingua si sia modificata. Ma come mai le lingue sono soggette ai cambiamenti? Perché cambiano i tempi e con essi si hanno nuove e diverse le dinamiche sociali, economiche, politiche e ambientali. Coniamo nuove parole ed espressioni o rielaboriamo quelle vecchie per stare al passo con i tempi e per interpretare la realtà che ci circonda.
    Non bisogna mai dimenticare che la storia di una lingua è la storia delle persone che la parlano: ognuno di noi contribuisce con il proprio tocco personale all’evoluzione della società e della lingua.nLa linguistica definisce con il termine idioletto l’uso linguistico individuale e unico di ogni parlante, che potremmo definire come forza centrifuga di una lingua.

    Dato però che a ogni forza ne corrisponde un’altra che va nella direzione opposta, esiste anche una forza centripeta, che nel caso delle lingue è un modello – standard in inglese – al quale tutti si sforzano di uniformarsi. Nel caso dell’italiano, per esempio, il nostro modello di riferimento prevede che usiamo il modo indicativo per esprimere certezza e il congiuntivo per dare una sfumatura di incertezza. Oppure a scuola studiamo che il comparativo di maggioranza dell’aggettivo “buono” è “migliore” e non “più buono”. In inglese, a seconda del soggetto della frase si usano gli ausiliari do e does per le forme interrogativa e negativa del presente semplice e analogamente all’italiano l’aggettivo “good” presenta il comparativo irregolare “better“.

    Tuttavia, accade per esempio che in Italia anche “grandi intellettuali” come per esempio il giornalista sportivo Enrico Varriale non conoscano l’uso del congiuntivo (“Penso che è vero” è un suo cavallo di battaglia) e che altrettanto in inglese molti parlanti si dimentichino delle differenze tra do e does (“She don’t know me” cantava Bon Jovi ), per cui chissà, se queste due tendenze prendessero campo arriveremmo forse un giorno a non avere più il congiuntivo in italiano e a non dover studiare la differenza tra do e does in inglese.

    Torniamo ora all’argomento iniziale. Se in ogni lingua si confrontano continuamente queste tendenze centrifughe e centripete, potete immaginare la complessità dell’inglese, allo sviluppo del quale contribuiscono ormai oltre due miliardi di persone. Sicuramente l’inglese non può essere rappresentato come un monolite e tra l’altro è molto riduttivo pensare di poterlo semplicemente suddividere in British English e American English, seppure queste due macro-categorie abbiano un senso, come vedremo in seguito. Esistono molteplici varietà di inglese, non solo a livello geografico, ma anche sociale, come testimoniato dai titoli di volumi pubblicati da grandi linguisti negli ultimi anni, quali: The English Languages (“Le lingue inglesi”) di Tom McArthur e English – One Tongue, Many Voices (“L’inglese. Una lingua, molte voci”) di Jan Svartvik e Geoffrey Leech.
    Proprio come Tony Servillo alias Giulio Andreotti nel film Il Divo, che consiglio a tutti di vedere, d’ora in poi se vi dicono che l’inglese è una materia ben definita, voi risponderete: “La situazione è un po’ più complessa…”

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Le parole inglesi incomprensibili agli inglesi

    Le parole inglesi incomprensibili agli inglesi

    Alcune delle parole di provenienza inglese che utilizziamo correntemente in italiano hanno sviluppato un significato diverso da quello originario. In un certo senso, il concetto è complementare a quello introdotto nello scorso articolo sui false friends.

    E’ il caso per esempio di “zapping“. In italiano, significa “saltellare nervosamente da un canale televisivo all’altro”. Se tuttavia usate questo stesso termine con un interlocutore di lingua inglese, molto probabilmente non verrete compresi. Il significato più comune del verbo to zap è infatti quello di “uccidere“. Wikipedia fornisce una breve storia delle ragioni per le quali presumibilmente il termine si è evoluto in italiano fino ad avere il significato corrente. In questo contesto To flick through channels oppure to hop channels risulterebbero di comprensione più immediata a un nostro ipotetico interlocutore anglosassone.

    Apro una parentesi a questo proposito. Da buon “pigiatore” di telecomandi, per anni ho passato ore e giornate a schiacciare nervosamente i tasti alla ricerca – sempre più vana con il passare del tempo – di qualche programma degno di essere visto. Da oltre un anno ho invece deciso di fare a meno della tv e dopo un periodo di disintossicazione la qualità del mio umore e del mio ottimismo è aumentata decisamente. Per informazioni, documentari, interviste e  film esistono internet, YouTube, dvd, ecc e sono io a scegliere che cosa cercare e che cosa vedere oppure no. Chiusa parentesi.

    Altro caso interessante è quello di slip“, dal verbo che in inglese significa “scivolare”. Con slip in inglese si indica una sottoveste femminile, mentre in italiano il termine è stato esteso anche all’intimo maschile. Underwear è invece la parola inglese che indica in modo generico l’abbigliamento intimo da donna e da uomo.

    Passando a un campo forse meno interessante quale l’economia, business si usa nella nostra lingua per parlare di “affari” legati normalmente al denaro, mentre in inglese viene usato anche in altri contesti. Può generalmente indicare delle “faccende da sbrigare” come in: “I have business to do“, il che è coerente con l’etimologia della parola, derivante dall’aggettivo busy, “occupato”, “pieno di cose da fare”. Business può invece essere un sinonimo di company, “azienda”. Molto frequente è per esempio l’espressione: “Mind your own business”, ovvero “Bada agli affari tuoi”, della quale esiste una versione anche ben più esplicita, comprendente una certa parola che inizia con “f-” e finisce in “-king”, ma non mi sembra il caso di andare oltre …

    Curioso è poi il caso di parole erroneamente ritenute inglesi, come per esempio camion, proveniente dai nostri cugini d’Oltralpe (i termini inglesi equivalenti sono lorry o truck). Francese è anche stage, pronunciato in modo analogo a garage, inteso come “periodo di lavoro/tirocinio in un’azienda”. La parola stage inglese, che esiste e si pronuncia in modo simile a age (“età”, “era”), può significare “fase” o anche “palcoscenico”.

    Se così non fosse i celebri versi di As You Like It di Shakespeare: “All the world’s a stage, and all the men and women merely players” suonerebbe più o meno così: “Tutto il mondo è un tirocinio e tutti gli uomini e le donne non sono che attori”. Beh, d’altra parte, l’Italia è il paese degli stagisti – laureati – non pagati…

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Alla scoperta dei “False Friends” della lingua inglese

    Alla scoperta dei “False Friends” della lingua inglese

     Come abbiamo già avuto modo di vedere, il lessico inglese ha un grande debito nei confronti del latino e del greco antico. Il rispetto – e forse anche un complesso di inferiorità – nei confronti della classicità ha favorito l’ingresso di termini della sfera della cultura, dell’arte e della scienza, come history, philosophy, politics, architecture, artist, doctor, astronomy, mathematics, ecc. Anche termini quali opportunity, situation, villa vengono in aiuto del povero studente italiano alle prese con l’apprendimento della lingua di Victoria e David Beckham …

    Oltre a questi esempi, esistono però – ahinoi – numerosi casi in cui il significato delle parole di origine classica si è evoluto in modo indipendente.

    E’ questa la principale ragione dell’esistenza in inglese dei false friends, i “falsi amici”, ovvero quelle parole inglesi il cui spelling è molto simile a quello italiano, ma il cui significato arriva a essere anche molto differente.

    Se definite per esempio fastidious una persona, state dicendo che è pignola oppure schizzinosa (“fastidioso” si dice annoying). Un magazine non contiene scorte di prodotti, bensì fotografie e articoli, dato che si tratta di una rivista (l’equivalente di “magazzino” è store, o anche warehouse).

    In alcuni casi, il cambiamento semantico ha registrato un’elevazione rispetto al termine originario. Nice, che oggi vuol dire “carino”, “simpatico”, “piacevole”, proviene in realtà dal latino nescius, “stupido”, presente ancora con lo stesso significato in alcuni dialetti italiani tra i quali il genovese.

    Al contrario, la parola villain, derivante dal latino villa, ha subito un processo di abbassamento semantico. Oggi indica il “cattivo”, l’antagonista dell’eroe in un film o in un romanzo. Voldemort in Harry Potter, Ernst Stavro Blofeld nei film dell’Agente 007, Lex Luthor in Superman sono esempi noti a tutti di villain.

    A questo proposito, di pochi giorni fa è la notizia di una strage in un cinema in Colorado perpetrata da un pazzo che a quanto sembra si faceva chiamare Joker, uno dei supervillain nemici di Batman. Sul perché certe stragi avvengano negli Stati Uniti con una certa frequenza, suggerisco la visione del film documentario Bowling for Columbine, di Michael Moore: è un quadro completo, interessante e per molti versi inquietante della società americana. In realtà, del regista nato a Flint consiglierei anche Sicko, specialmente a chi avesse la malsana – è proprio il caso di dirlo – intenzione un giorno di imitare in qualche modo il sistema sanitario degli Stati Uniti.

    Tornando alla lista dei nostri false friends, possiamo scorgere numerosi altri esempi. Se accogliete uno straniero a casa vostra e definite come morbid – anziché soft – il materasso, ci sono buone probabilità che il vostro ospite voglia scappare. Gli state infatti dicendo che è “morboso” e francamente non so in quanti siano disposti a dormire su un materasso che presenti tale caratteristica…

    Invece, qualche sera fa mi trovavo a cena con un amico inglese il quale, leggendo nel menù la parola italiana “ostriche”, mi chiedeva se nel ristorante in cui ci trovavamo cucinassero carne di struzzo, in inglese ostrich – peraltro molto saporita a quanto ho sentito dire. Ho subito provato a rassicurarlo, chiarendo che si trattava in realtà di oysters, ma forse non sono stato abbastanza convincente o forse il richiamo dei ravioli – si chiamano così anche in inglese – è stato troppo forte.

    Se da un lato portano a frustrazione e disperazione, dall’altro i false friends possono in alcuni casi diventare una ragione di sollievo. Per esempio, se siete genovesi come me, tranquillizzatevi quando entrate in una library: potrete prendere un libro in prestito senza dover sborsare nemmeno un centesimo – o penny, se siete in Inghilterra. Infatti, si tratta di una biblioteca: i libri si comprano nel bookshop.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Ecco a voi l’Italenglish, l’uso improprio delle parole inglesi

    Ecco a voi l’Italenglish, l’uso improprio delle parole inglesi

    “It’s a game of give and take,” è un gioco di dare e prendere: così recita il testo di una canzone di grande successo degli anni Sessanta.

    L’inglese ha preso, assorbendo parole da diverse lingue , ma ha anche dato: termini come weekend e jeans (derivante da “Genova”) sono ormai entrati nel lessico quotidiano in modo evidente.

    L’invasione English fagociterà quindi l’italiano? Uno studente qualche giorno fa mi sollevava proprio questo dubbio, sostenendo che dato che a scuola i bambini imparano l’inglese in prima elementare, il rischio è che la nostra lingua sia cancellata. E’ vero, si inizia a studiare inglese in età più giovane rispetto al passato, ma basta questo per mettere in pericolo l’italiano? La realtà dice che – purtroppo – dal punto di vista della conoscenza dell’inglese i nostri studenti che terminano la formazione secondaria sono indietro rispetto ai pari età olandesi e scandinavi, trovando così in alcuni casi preclusa la possibilità di studiare in atenei stranieri.

    Non deve nemmeno spaventare più di tanto,  specialmente nel settore tecnologico, una presenza di vocaboli inglesi attestata a volte su valori superiori al 10%. In campo informatico, per esempio, è naturale che vi sia riverenza nei confronti della terminologia specifica inglese. Se con aziende come Apple, Google e Microsoft gli USA sono i leader in campo di innovazione e produzione, è normale che in italiano siano stati assorbiti prestiti quali software, hardware, mouse, ecc. A questi si aggiungono peraltro i più recenti smart phone e social network.  D’altra parte, in campo musicale l’inglese stesso ha assorbito parole italiane come opera o libretto, a dimostrare la grande considerazione nei confronti della nostra cultura.

    Tuttavia, una lingua non ha solo una componente lessicale, ma anche sintattica e fonologica e per il momento l’afflusso nell’italiano di nuovi fonemi o strutture grammaticali e sintattiche inglesi è irrilevante.

    Un’analisi a parte merita invece l’uso di parole inglesi come status symbol, da mostrare come un SUV fiammante per  fare la spesa a cento metri da casa. Questo abuso, più che uso, è tipico specialmente degli yuppie de’ noantri, ovvero quei business men  – o presunti tali – i quali, rimpiangendo di non essere nati a Manhattan  in epoca Reagan, provano a scimmiottarne il linguaggio, parlando di fee e customer anziché usare i corrispettivi “parcella” o “provvigione”e “cliente”. Si arriva poi a paradossi, con espressioni che in inglese, quello vero, risultano inesistenti o insolite. Tempo fa al telefono un fornitore parlava di un delta cash, espressione astrusa per indicare – credo – che oltre a uno scambio merce voleva anche una differenza in denaro.

    Una vera chicca è la parola management, pronunciata – erroneamente – ponendo l’accento sulla seconda sillaba, che le dà un suono terribilmente simile a: “Mannaggia!” Onde evitare queste figure, si consiglia ai nostri aspiranti yuppie di dimenticare il Michael Douglas investitore-squalo di Wall Street e andare sul sicuro con le italianissime “gestione” e “dirigenza”.

    Scherzi a parte, in un’economia globalizzata è preoccupante che, salvo poche parole da sfoggiare come un Rolex, buona parte della nostra classe dirigente non sia in realtà in grado di sostenere una conversazione in inglese di una durata superiore ai tre nanosecondi.

    Se tuttavia i nostri Gianni Agnelli in erba fanno anche tenerezza, più odioso è l’uso fuorviante di parole inglesi per confondere le persone più indifese.

    Parlare di “tagli” o anche della formula già di per sé attenuata “revisione delle spese” sarebbe stato un messaggio troppo chiaro per la gente comune: ecco quindi per annebbiare la comprensione la formula della “spending review”. Emblematico è anche il caso del beauty contest (“concorso di bellezza”), ovvero la “gara” che avrebbe dovuto assegnare gratis le frequenze generate dal passaggio al digitale terrestre. Dove stiano sfilando le miss partecipanti ancora ce lo stiamo chiedendo…

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • L’inglese prende in prestito e non restituisce

    L’inglese prende in prestito e non restituisce

    In ambito economico, la parola inglese loan definisce una somma di denaro che la banca presta a un cliente per poi farsela restituire – con gli interessi.
    In linguistica, il concetto di prestito è invece diverso. Con loanword – si può anche scrivere staccato, loan word – si indica una parola che proviene da una lingua di origine ed entra a far parte in pianta stabile della lingua che la riceve.

    Essendo venuto nel corso della sua storia a contatto con un grande numero di lingue e culture, l’inglese ha accolto una notevole quantità di loanwords.
    In campo giuridico e amministrativo, il francese, lingua del potere in Inghilterra tra il 1066 e la fine del XIV secolo, ha contribuito largamente con parole come court, “tribunale”, bailiff , “ufficiale giudiziario”, jury, “giuria”, marquis, “marchese”, ecc.

    Il contatto con l’India, ex-colonia imperiale, ha portato termini quali guru, usato anche in italiano e derivante dal sanscrito, oppure “catamaran”, parola di origine tamil, mentre taboo è una parola polinesiana.

    Le scoperte del Nuovo e Nuovissimo Mondo e di ambienti sconosciuti agli occhi degli europei hanno reso necessario affidarsi, in alcuni casi, alle lingue delle popolazioni locali per dare un nome ad animali, come kangaroo oppure koala, derivanti da lingue aborigene australiane, o piante, come nel caso di potato, dallo spagnolo patata, proveniente a sua volta da lingue di popolazioni centroamericane.

    Non necessariamente l’inglese ha accolto loanwords soltanto dalle ex-colonie.  Non tutti lo sanno, ma la parola robot è stata introdotta dallo scrittore ceco Čapek. Saffron, “zafferano”, è una parola di origine araba, mentre tycoon, “magnate”, deriva dal giapponese.

    Anche l’italiano ha contribuito all’arricchimento lessicale della lingua franca globale. La musica, l’arte e la cucina italiane hanno sempre suscitato fascino e ammirazione nei paesi di cultura anglosassone e una parte considerevole della terminologia specifica è penetrata nella lingua inglese.
    Non vi suonano forse familiari parole inglesi quali opera, maestro, tempo, andante, adagio? Non preoccupatevi, invece, se la vostra conoscenza dell’inglese è scarsa. Basterà invocare pizza, spaghetti o pasta e sarete in grado di ordinare del cibo scongiurando il pericolo di morire di fame!
    Purtroppo, oltre a queste gemme culinarie e culturali abbiamo esportato nella lingua inglese anche parole odiose, quali Mafia, Camorra,’Ndrangheta, fenomeni che ogni anno, come predetto da Leonardo Sciascia si spostano sempre più verso nord. In Liguria, basta leggere i giornali per vedere come il fenomeno mafioso sia ormai parte integrante della nostra realtà. Roberto Saviano, in “Gomorra”, illustra in realtà come la Camorra si sia già spinta molto più a nord, fino ad Aberdeen, porto importante della Scozia e quindi nel cuore dello United Kingdom.

    Tornando ad aspetti prettamente linguistici, è curioso notare come talvolta la stessa parola indichi in italiano e in inglese due cose diverse. E’ il caso di confetti. In italiano indica un tipo di dolce, mentre in inglese significa “coriandoli”… Non propriamente il massimo per la digestione.
    Attenzione poi alla parola stanza: in inglese si usa soltanto in ambito letterario, indicando una “strofa”. Se quindi vi trovate in un albergo a New York o a Londra, ricordate quindi di chiedere se hanno a disposizione una room (“stanza”, “camera”), a meno che non vogliate dormire avvolti nell’opera omnia di Shakespeare.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • L’inglese come lingua globale, diamo i numeri

    L’inglese come lingua globale, diamo i numeri

    L’inglese è la lingua franca globale, ma questo non significa che tutti gli abitanti del pianeta lo sappiano parlare. Non è necessario andare lontano per rendersene conto: nelle nostre famiglie, per esempio, i meno giovani non sono normalmente in grado di parlare inglese perché a scuola hanno studiato altre lingue. Se ne accorgono subito anche i tanti visitatori che vengono in Italia per constatare, loro malgrado, che un gran numero di operatori in campo turistico non sanno andare oltre a “What’s your name?”

    A tale proposito, apro una parentesi con una considerazione personale. Credo che gli investimenti nella formazione linguistica – e non solo – degli italiani dovrebbero diventare una priorità in ambito pubblico e privato. La nostra classe dirigente, fatta non solo di politici, ma anche di imprenditori e manager, parla sovente della necessità di riguadagnare competitività, ma come si possono presentare le qualità dei nostri prodotti o del nostro paesaggio sul mercato internazionale se non si è in grado nemmeno di scrivere un’email in inglese? Sarebbe bene partire da queste problematiche concrete, invece che dalle discussioni sui massimi sistemi, e agire di conseguenza. Chiusa parentesi.

    Su una popolazione mondiale di sette miliardi di persone, possiamo stimare un numero di circa due miliardi di English speakers. La cifra è destinata a crescere, visto che ogni anno milioni di nuovi studenti si avvicinano all’inglese.

    Questi due miliardi di parlanti non costituiscono una massa omogenea: normalmente gli studiosi li dividono in tre macro-categorie a secondo del paese di provenienza.

    Da un lato, abbiamo territori dove l’inglese è la lingua madre, English as a Native Language (ENL) , come per esempio l’Inghilterra, gli Stati Uniti o l’Australia. Curiosamente, né in Inghilterra né negli USA il ruolo dell’inglese è stabilito de jure, probabilmente perché è stato sempre dato per scontato. Tuttavia, si registrano forti spinte verso un’istituzionalizzazione del ruolo dell’inglese specialmente negli Stati Uniti, dove la presenza di altre lingue – spagnolo in testa – è in costante aumento.

    Dall’altro lato, troviamo territori in cui l’inglese, seppur non parlato dalla totalità della popolazione, è la seconda lingua, English as a Second Language (ESL), o comunque ha un ruolo ufficiale e viene usato in contesti specifici quali quello accademico o amministrativo: è il caso di grandi paesi come l’India, la Nigeria o il Pakistan.

    Infine, abbiamo paesi dove l’inglese è una lingua straniera, English as a Foreign Language (EFL). Questo blocco può essere a sua volta suddiviso in due sottogruppi: nel primo inseriamo la Svezia, l’Olanda, la Danimarca e altri paesi in cui l’inglese è quasi una seconda lingua, sebbene non abbia un ruolo ufficiale. Esempi del secondo sottogruppo sono invece l’Italia, la Russia, il Giappone e la Cina: in questo caso, l’importanza dell’inglese è percepita per il suo ruolo di lingua internazionale e per le opportunità di carriera che può offrire.

    Ovviamente, se il grado di conoscenza della lingua e di scorrevolezza – in inglese fluency – è generalmente alto e uniforme tra gli speakers del gruppo ENL, il quadro diventa più eterogeneo nei paesi ESL e EFL, dove si passa da parlanti che padroneggiano l’inglese allo stesso livello dei madrelingua a casi di conoscenza molto più superficiale.

    Cerchiamo di dare ancora qualche numero, in particolare riguardo alla proporzione tra il numero dei native e quello dei restanti due gruppi. Il gruppo ENL conta all’incirca mezzo miliardo di persone: ciò significa che dei due miliardi di speakers of English soltanto una persona su quattro è madrelingua. In altre parole, avete molte più probabilità di parlare inglese con qualcuno che come voi non lo ha appreso dalla nascita, ma ha iniziato a studiarlo in età più avanzata.

    Dal punto di vista didattico, credo che a questo aspetto non sia stata ancora data la rilevanza necessaria, ma questo è un tema sul quale torneremo prossimamente… See you soon!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • L’inglese è la lingua del presente… e anche del futuro?

    L’inglese è la lingua del presente… e anche del futuro?

    Luca Rossi è un settantenne italiano del 2050. Guardandosi indietro, ricorda come negli anni Novanta i suoi genitori abbiano speso fior di quattrini per fargli imparare l’inglese. La stessa cosa ha poi fatto lui con i suoi figli, investendo soldi – tanti – ed energie.

    Nel 2050, però, all’ONU si parla il cinese, dato che la Cina è ormai la superpotenza mondiale. L’India è il top in campo tecnologico e l’hindi è diventato la lingua della ricerca e dell’hi-tech.  “Che spreco di tempo e di denaro per me e per i miei figli,” pensa il sig. Rossi: “Se solo avessi saputo che l’inglese sarebbe passato di moda…”

    L’inglese è la global lingua franca del 2012, ma lo sarà anche nel 2050? La domanda preoccupa chi intende investire tempo e risorse nello studio di una lingua che al momento attuale offre concrete opportunità di carriera e di esperienze di vita – ma nel futuro chissà. Ovviamente una risposta certa non è possibile. Tuttavia, possiamo formulare qualche educated guess, ovvero ipotesi plausibili.

    Se analizziamo ciò che è successo al latino, lingua franca dell’antichità e del Medioevo, lo scenario che si prospetta per l’inglese sembra essere quello di un inevitabile declino sooner or later, prima o poi. Un senatore di Roma non avrebbe mai pensato che il latino potesse recedere fino a sopravvivere soltanto nelle scuole e in alcune funzioni religiose.

    Ma il caso dell’inglese è così simile a quello del latino? Osservando bene, le differenze sono molte. Prima di tutto, per quanto molto diffuso per i parametri del passato, il latino non è mai stato una lingua globale: in Australia o nell’attuale Canada la sua stessa esistenza era totalmente sconosciuta. In Cina e in Giappone nessuno parlava il latino. L’inglese, invece, a partire dal XVI secolo ha gradualmente stabilito la sua presenza in tutti i continenti, dove oggi è presente in molti paesi come lingua ufficiale o come seconda lingua; nella peggiore delle ipotesi è percepito – vedi Italia o Russia – come lingua fondamentale per la comunicazione internazionale.

    Ma oltre alla diffusione geografica, la differenza principale è che sono cambiati tempi e mezzi, con una novità su tutte: Internet. L’email e i programmi di instant messaging permettono a dipendenti e manager di aziende di comunicare in tempo reale con clienti e colleghi di altri paesi: quasi sempre lo fanno in inglese. Gli aggiornamenti e le ricerche in campo scientifico e tecnologico sono pubblicati nella maggioranza dei casi in lingua inglese.

    E poi, quali sono i possibili concorrenti dell’inglese? Certamente lo spagnolo è molto diffuso e negli USA la comunità latina è forte, ma non sembra per ora in grado di impensierire l’inglese. In Occidente molti ragazzi iniziano a studiare il cinese, ma non dimentichiamo che in Cina è l’inglese stesso che è diventato una vera mania, con piazze traboccanti di giovani che si danno appuntamento  per lezioni di massa al grido di: “I want to learn English”.

    Come teacher, la domanda sul futuro dell’inglese mi ha sempre creato un’ansia da possibile futuro disoccupato… Per questo motivo, circa 5 anni fa, mentre lavoravo in una scuola in Inghilterra chiesi qualche career advice, tradotto colloquialmente “dritte per la mia carriera”,  al fondatore della scuola stessa, Mr. Richard D. Lewis.

    Il signor Lewis è uno che di lingue straniere qualcosa sa: ne parla perfettamente più di 10 e ha fondato un centro di formazione linguistica di eccellenza mondiale. Quando gli chiesi che cosa pensava del futuro dell’inglese e se magari dovessi mettermi a studiare cinese per assicurare il mio di futuro, mi rispose così: “Vedi, sono 40 anni che si dice che l’inglese verrà soppiantato. Prima si parlava del russo, poi del giapponese, ora del cinese. Eppure l’inglese è in una posizione ancora più forte rispetto al passato.  Detto questo, ovviamente più lingue conosci e meglio è.”

    Le sue parole mi tranquillizzarono e decisi di continuare con la mia professione sperando, nel 2050, di non avere gli stessi rimpianti del signor Luca Rossi…

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Perché l’inglese è la lingua franca globale?

    Perché l’inglese è la lingua franca globale?

    “In the right place at the right time”. Nel posto giusto al momento giusto. Si trovano qui, racchiuse nella sintesi di una frase, le diverse risposte alla domanda sul perché proprio l’inglese sia diventato la lingua franca internazionale, ovvero il codice usato per comunicare tra persone di lingua diversa.

    Per capire meglio, facciamo un passo indietro partendo da un uomo vissuto tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, sir Walter Raleigh. Se oggi l’inglese è diffuso globalmente, un po’ di merito va attribuito a questo navigatore e poeta, appoggiato da Elizabeth I, le cui spedizioni verso l’America portarono allo stabilimento del primo settlement (“insediamento”) inglese sul suolo poi divenuto statunitense.

    Fu la prima bandiera piantata overseas, parola che indica ciò che è “oltremare”, “straniero”, e il primo tassello di un Impero che nel XX secolo era presente in tutti i continenti, seppure in forme diverse: dall’India, all’Australia, al Sudafrica e al Canada. L’inglese è entrato nelle ex-colonie come lingua dell’amministrazione, del commercio e dell’istruzione, specialmente tra i ceti più abbienti, affiancandosi e/o sovrapponendosi alle lingue locali. D’altra parte, abbiamo già visto come l’affermazione di una lingua non sia un processo molto democratico: il più forte vince e impone come lingua del potere la propria.

    “The sun never sets on the British Empire,” si diceva. Siccome però nulla è permanente, il sole tramontò eccome sull’Impero britannico, sgretolatosi nel giro di pochi anni dopo l’indipendenza dell’India di Gandhi nel 1947. La posizione dell’inglese non era però in pericolo. Infatti, negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, se la Gran Bretagna – comunque uscita vincitrice dal conflitto – era in declino, gli Stati Uniti emergevano come superpotenza.

    Chi vince le guerre impone la propria lingua, dicevamo. Fu così che l’idioma di due paesi vincitori si stabilì come lingua ufficiale – o perlomeno come una delle lingue ufficiali – di organizzazioni internazionali, quali ONU, NATO e in seguito UE. Piccola nota didattica: fate attenzione alle sigle quando passate dall’italiano all’inglese. Le Nazioni Unite diventano infatti in inglese UN, United Nations, così come l’Unione Europea è EU, European Union.

    La diffusione globale dell’inglese non è stata solo un fatto politico, ma anche economico e culturale. L’American way of life, lo stile di vita americano, è stato un modello per decenni per il mondo occidentale, pubblicizzato peraltro dai film di Hollywood e dalle tv series americane, o comunque provenienti proprio dal mondo anglofono.

    Da decenni le canzoni in testa alle hit parade internazionali provengono normalmente da paesi anglofoni. Che vi piacciano i Beatles, gli Iron Maiden o Rihanna, avrete probabilmente già familiarizzato con parole e frasi comuni nei testi delle canzoni, quali love, “amore”, I want you, “ti voglio” e I need you, “ho bisogno di te”. (http://www.youtube.com/watch?v=zLGWyfGk_LU)

    Il boom dell’informatica e di Internet  ha poi contribuito in modo fondamentale all’affermazione dell’inglese. I software di aziende – americane – leader di questi settori, come Google, Microsoft e  Apple, sono in inglese, anche se normalmente vengono poi tradotti in altre lingue.

    Nel mondo accademico l’eccellenza è rappresentata da università americane e britanniche come il MIT, Harvard, Yale, Oxford e Cambridge. Sempre nel campo della conoscenza, le pubblicazioni scientifiche e mediche di rilevanza internazionale sono scritte in inglese.

    Ecco quindi le radici del “right place” – una presenza radicata in tutti i continenti – e del “right time” –  l’era della comunicazione in tempo reale da e verso ogni angolo del mondo grazie a Internet e ai mass media – che hanno permesso all’inglese di assumere il ruolo di lingua franca globale.

    Per quanto riguarda il futuro la domanda è: l’inglese riuscirà a mantenere questo ruolo? Pur non avendo la sfera di cristallo, cercherò di fornirvi delle ipotesi plausibili … See you!

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Tre cose da sapere per ogni parola inglese

    Tre cose da sapere per ogni parola inglese

    Il passaggio da Middle a Modern English alla fine del Quattrocento è dal punto di vista linguistico una fase confusa, come evidenziato da William Caxton, che nel 1476 apre la prima stamperia a Londra.

    Caxton si lamenta in una prefazione a una traduzione dell’Eneide che non è nemmeno possibile ordinare un uovo, dato che coesistono diverse parole per indicare lo stesso alimento, tra cui quella usata oggi, ovvero egg.

    Anche nelle opere di Shakespeare – a cavallo tra ‘500 e ‘600 – troviamo anche una situazione grammaticale non ancora definita. Per esempio, la forma negativa del presente, che secondo lo standard attuale viene costruita con do not, appare sia con sia senza ausiliare. Nello spazio di soli tre versi troviamo nell’Atto I, Scena II di Julius Caesar:  

    I do not know the man e  I fear him not, (quest’ultimo oggi sarebbe I do not fear him).

    Per quanto riguarda la pronuncia, si registra a partire dal XIV secolo un fenomeno noto come Great Vowel Shift (GVS), ovvero “grande spostamento dei suoni vocalici”. Il GVS è un processo che non si è mai arrestato ed è ancora in atto nel presente. Per esempio, la “a” di mate (“amico”, “compagno”), che oggi viene pronunciata /eɪ/, secoli fa veniva letta /a:/. La “o” in loot (“bottino” come sostantivo, o “saccheggiare” come verbo) ora si legge /uː/.

    Perché si è verificato questo GVS che tanto ci complica la vita nello studio dell’inglese? Le ragioni sono incerte. Tuttavia, considerando quanto la pronuncia in Inghilterra rappresenti uno status symbol che identifica chi appartiene a una determinata classe e ha ricevuto una certa education (“istruzione”), è possibile che alla base del GVS vi sia la volontà da parte di alcune classi di distinguersi dalle altre attraverso la pronuncia. E’ un discorso di  sociolinguistica – materia che studia i rapporto tra i cambiamenti linguistici e i fattori sociali che li determinano –  che rivedremo ancora…

    Tornando al passaggio al Modern English, il problema dell’inglese alla fine del ‘400 è quello di essere una lingua nazionale ma di non avere ancora uno standard, ovvero un modello uniforme e tendenzialmente stabile che possa svolgere il ruolo di punto di riferimento. Dal XV secolo l’affermazione di Londra come centro del potere economico e politico fa sì che sia la varietà dialettale londinese a imporsi a livello nazionale.

    Un ruolo importante nella standardizzazione dell’ortografia inglese è anche quello dei dizionari. Un primo abbozzo è il Table Alphabeticall di Robert Cawdrey nel 1604, contenente una spiegazione di circa 2000 termini difficili e rivolto in particolare alle donne, per le quali l’accesso alla cultura era più difficile che per gli uomini.

    A Dictionary of the English Language di Samuel Johnson, pubblicato nel 1755, e soprattutto il monumentale Oxford English Dictionary, di oltre 150 anni dopo, completano l’opera abbozzata da Cawdrey. Come abbiamo già visto, l’OED contiene oltre 600.000 parole.

    Degno di menzione è anche l’American Dictionary of the English Language di Noah Webster. Il suo tentativo va nella direzione di una semplificazione dello spelling americano, rendendolo più vicino alla pronuncia. Da qui abbiamo differenze di spelling come nelle parole: colour /color, honour/honor, theatre/theater (il termine a sinistra riporta lo spelling del British English, mentre quello a destra è in American English). E’ significativo che Webster abbia avvertito la necessità di un dizionario americano distinto da quelli britannici. “Divided by a common language”,”divisi da una lingua comune”, scriveva George Bernard Shaw riguardo a Gran Bretagna e Stati Uniti: anche su questo aspetto torneremo in seguito.

    Nonostante questi tentativi, lo spelling delle parole inglesi rimane ancora di difficile interpretazione. Per questo motivo, trovo ancora valido e attuale un insegnamento  – molto profondo nella sua semplicità – di un mio vecchio docente: “Di ogni parola inglese è fondamentale conoscere tre cose: che cosa significa, come si scrive e come si pronuncia.”

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Nice to meet you, English! L’inglese ha poche regole?

    Nice to meet you, English! L’inglese ha poche regole?

    Come insegnante di inglese mi è capitato di sentire questa affermazione: “L’inglese ha meno regole rispetto all’italiano”. Mi sono chiesto spesso la provenienza di questa sorta di urban legend.

    Dal punto di vista sintattico, alla base del fraintendimento riguardo alla sua presunta “facilità” risiede forse il fatto che l’inglese ha un sistema flessivo ridotto, una caratteristica che è confusa con una maggiore semplicità in generale. Gli aggettivi, per esempio, sono invariabili: good (“buono/a/i/e”) rimane inalterato davanti a boy, girl o people, mentre in italiano si modifica l’aggettivo a seconda del genere e numero del sostantivo che esso accompagna. La coniugazione dei verbi è più agevole da memorizzare: ended è il passato del verbo to end (“finire”) e rimane invariato per tutte le persone, mentre in italiano abbiamo: “finiv-o”, “finiv-i”,ecc.

    Il sistema flessivo non è sempre stato “scarno”. Per esempio, nell’Old English esistevano i casi: nominativo, accusativo, dativo erano presenti nell’inglese antico così come lo sono ancora nel tedesco. Oggi, tranne l’eccezione del genitivo sassone (Jim’s car, “l’auto di Jim”), di essi non abbiamo più traccia.

    Il graduale cambiamento dell’inglese da lingua sintetica, ovvero dotata di un ricco sistema flessivo, ad analitica, è avvenuto lungo l’intero arco del Middle English. Sfortunatamente per noi, il graduale ridimensionamento della flessione non ha reso l’inglese una lingua priva di regole, anzi, come conseguenza è aumentato notevolmente il rigore relativo all’ordine delle parole nella frase.

    Strettamente legata alla riduzione del sistema flessivo è la conversion, il passaggio di una parola da una categoria grammaticale a un’altra. Down (“giù”), che in origine era una preposizione, viene usata ormai anche come verbo. Nell’inglese da pub, to down significa “tracannare”: “Come on! Down it in one” (“Dai! Bevila alla goccia”).

    Altro tratto peculiare dell’inglese è la corrispondenza quasi nulla tra pronuncia e grafia. Per esempio, la “o” viene letta come:

    /ɔː/ in more;

    oppure:

    /ʌ/  in love;

    Le radici della discrepanza risalgono al Middle English e alla difficoltà di amalgamare in un sistema unico due componenti così diverse come quelle germanica e francese. A questo fattore si somma il complesso di inferiorità nei confronti delle lingue classiche, che ha portato nel Cinquecento a ulteriori complicazioni dello spelling. Un caso evidente è quello di debt (“debito”): nonostante già dal XIV secolo la “b” non fosse pronunciata – non lo è tuttora – essa è stata tuttavia aggiunta nella grafia della parola, in ossequio al latino debitum.

    Passiamo all’analisi lessicale. L’Oxford English Dictionary, il dizionario inglese più completo, contiene oltre 600.000 parole: il dato mi sembra già sufficientemente imponente per contraddire l’idea di una lingua “facile”.

    Il francese e le lingue classiche hanno arricchito la base di parole germaniche, dando vita a una serie di doublets, ovvero sinonimi di origine diversa, come: liberty /freedom (“libertà”) e  infant/child (“bambino”). Normalmente,  il termine anglosassone è considerato meno formale di quello francese o latino. Per questo motivo, un italiano che usa la parola a lui più familiare commence anziché begin (“incominciare”) dà a un interlocutore inglese un’impressione immediata – ahimé poi spesso smentita – di grande padronanza della lingua.

    La ricchezza del vocabolario inglese è inoltre dovuta all’espansione dell’Impero britannico e dei suoi scambi commerciali, cominciata nel Cinquecento, secolo che segna l’inizio del Modern English. L’Inghilterra e l’inglese si aprono al mondo, venendo a contatto con le lingue delle colonie. Nel vocabolario entrano parole come pundit (“esperto”, parola di origine sanscrita) e tattoo (dalla Polinesia), esempi di un processo che è ancora in corso…

    Insomma, sembra che l’inglese non sia così semplice. Ma poi, esistono lingue facili e difficili? A questa e ad altre domande cercheremo di rispondere prossimamente. Bye!   

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Nice to meet you, English! L’influenza del “français” nella lingua inglese

    Nice to meet you, English! L’influenza del “français” nella lingua inglese

    Il passaggio al Middle English avviene a partire dal 1066. In quell’anno a Hastings Guglielmo il Conquistatore, William the Conqueror, sconfisse l’esercito inglese guidato da Harold II, ultimo re anglosassone (guarda il video). Guglielmo era Duca di Normandia, regione nel nord della Francia: una nuova ruling class, “classe dominante”, di nobili normanni prese il posto dell’aristocrazia anglosassone.

    Dal punto di vista sociale, non si trattò solo di una sostituzione di uomini al vertice, ma di un cambiamento profondo, che segnò il passaggio da un sistema tribale a uno feudale, basato sulla proprietà della terra.

    Si creò una divisione in tre blocchi: bellatores (“coloro che vanno in guerra”, quindi l’aristocrazia), oratores (“coloro che pregano”, ovvero il clero), laboratores (“coloro che lavorano la terra”). Ciascuno di questi gruppi parlava una lingua diversa, dando vita a una situazione definita triglossia, cioè la compresenza di tre varietà linguistiche di diverso prestigio sociale in un territorio. La nobiltà usava il francese, gli ecclesiastici scrivevano in latino, lingua della cultura, mentre tra i contadini sopravvisse l’anima anglosassone e quindi germanica dell’inglese, fatta di un vocabolario essenziale, un “core English”, per esprimere azioni e oggetti della vita quotidiana: sun (“sole”), field (“campo”), sneeze (“starnuto”), ecc. Per il popolo fu un periodo buio: la giustizia veniva amministrata in francese e chi non lo conosceva aveva possibilità limitate di potersi difendere in tribunale.

    La situazione cambiò, soprattutto a causa delle sempre maggiori tensioni tra Inghilterra e Francia: la loro rivalità sfociò nella Guerra dei Cent’Anni (1337-1453). I francesi diventarono il nemico da combattere e l’inglese recuperò gradualmente il prestigio perduto: una lingua è un forte elemento identitario per compattare un popolo verso un obiettivo comune. Nel 1362 il discorso di apertura del Parlamento fu pronunciato in inglese per la prima volta. Ormai, tuttavia, l’inglese aveva acquisito un’anima francese.

    Ma in quale misura ha influito il contatto con il francese sul Modern English? Molto. Si stima che circa 10.000 vocaboli siano entrati a far parte del vocabolario che usiamo oggi.

    In ambito legale, politico, artistico abbiamo esempi quali: court (“tribunale”), bailiff (“ufficiale giudiziario”), parliament (“parlamento”), beauty (“bellezza”), aisle (“navata”, parola dalla pronuncia particolare /aɪl/, senza la ‘s’).

    Curioso è il discorso legato ad alcuni tipi di carne. Vediamo queste due coppie di parole: pig / pork (“maiale”/ “carne di maiale”), ox/beef (“bue”/”carne bovina”). In altre parole, l’animale ancora in vita ha un nome anglosassone – gli allevatori parlavano inglese – mentre il termine culinario ha origine nel language of power dei nobili, cioè il francese. Ancora una volta dinamiche – e ingiustizie – sociali si riflettono nell’uso della lingua.

    L’influenza del francese, tuttavia, non è solo legata al lessico. In generale, i livelli di analisi di una lingua riguardano anche la fonologia, ovvero lo studio dei suoni di una lingua, e la sintassi, che studia come le parole costruiscono una frase e i modi in cui le frasi si collegano per costruire un periodo (l’insieme di parole comprese tra due punti fermi).

    Dal punto di vista fonologico, il francese contribuì a cambiamenti nei suoni vocalici. Per quanto riguarda la sintassi, l’inglese era caratterizzato dalla presenza di frasi coordinate, collegate da congiunzioni come and (“e”), so (“così”), but (“ma”). Nonostante l’inglese moderno presenti ancora tendenzialmente dei periodi semplici, il francese, lingua neolatina, ha aumentato il livello di subordinazione tra le frasi in un periodo.

    Nel XVI secolo, in cui si fa terminare il periodo del Middle English, convivevano ormai nella lingua inglese tre componenti: germanica, franco-normanna e greco-latina. L’inglese era pronto per partire alla conquista del mondo.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Nice to meet you, English! Alla scoperta della lingua inglese

    Nice to meet you, English! Alla scoperta della lingua inglese

    Bus di Londra“Where do you come from?” si chiede normalmente a una persona conosciuta da poco. Nel caso dell’inglese: “Where does English come from?” Quali origini ha l’inglese? Gli studiosi individuano tre diverse fasi: Old English, Middle English, Modern English.

    Per capire meglio, dobbiamo tornare indietro di alcuni secoli,  fino al 410 d.C. quando le legioni dell’Impero romano si ritirarono dalla Britannia, lasciando sull’isola popolazioni celtiche, che parlavano dialetti di un ceppo linguistico lontano da quello dell’inglese.  Il vuoto che seguì  fu colmato da popolazioni germaniche, che iniziarono a migrare verso l’isola a partire dal  449: gli Iuti, i Sassoni e gli Angli. Proprio da questi ultimi derivano England (“terra degli Angli”) ed English. Questa data è fondamentale perché segna per convenzione l’inizio dell’ Old English.

    Angli, Sassoni e Iuti provenivano dalle coste delle attuali Germania e Olanda e parlavano dialetti derivanti dal proto-germanico, l’antenato non solo dell’inglese, ma anche del tedesco e di altre lingue germaniche (svedese, olandese e danese per citarne alcune). A queste migrazioni si aggiunsero quelle dei Vichinghi, originari delle coste scandinave, i quali più o meno aggressivamente si stabilirono in Inghilterra a partire dall’VIII secolo. Diverse espressioni legate alla vita quotidiana dei dialetti – germanici anch’essi – dei nuovi arrivati si radicarono nell’Old English, tra cui: they are, birth (“nascita”), sky (“cielo”), window (“finestra”, dal composto “vindauga”, cioè “occhio del vento”).

    Ma quanto è simile l’Old English all’inglese di oggi? Ben poco. Se non mi credete, cliccate su questo link…  e verificate voi stessi. Potrete ascoltare la lettura del prologo di Beowulf, il poema epico più importante dell’inglese antico, che narra le gesta dell’eroe omonimo di fronte al mostro Grendel. Noterete  che rispetto a oggi sono radicalmente diverse la fonologia, la sintassi e il vocabolario. A questo punto sorgono due domande legittime: come mai l’inglese è cambiato così tanto? E perché le lingue, in generale, cambiano?

    E’ necessario rispondere innanzitutto alla seconda: la storia di una lingua è la storia delle persone che la parlano. Una lingua non è solo un mezzo per interagire con altri individui, ma soprattutto per comprendere la realtà: è normale quindi che tale strumento si evolva per “dare un nome” ai cambiamenti che hanno luogo nella società. A tale proposito, viene in aiuto una citazione da Aspects of the Theory of Syntax del grande linguista Noam Chomsky secondo cui una proprietà del linguaggio è: “Fornire i mezzi per […] reagire in modo appropriato a una gamma illimitata di nuove situazioni.”

    A causa del loro carattere dinamico, tuttavia, le lingue non cambiano solo in risposta a esigenze che provengono dall’ “esterno”, ma anche per ragioni “interne”. Per esempio, la pronuncia può evolversi nel corso del tempo, magari per facilitare l’articolazione di determinati suoni.

    Altri fattori determinanti sono il contatto stesso tra lingue diverse e lo status che viene attribuito a certe espressioni rispetto ad altre. Al riguardo, ho un aneddoto significativo. Pochi giorni fa ho ricevuto un’email in cui sono stato definito come lavoratore “skillato”, ovvero “qualificato”. Per fortuna conosco l’inglese, altrimenti avrei potuto confonderlo con un’offesa… Battute a parte, la cosa mi ha fatto riflettere su quanto l’inglese sia penetrato nella nostra lingua, proprio perché in alcuni ambiti – in particolare quello business – usare alcune espressioni inglesi è uno status symbol.

    Saranno proprio il language contact e il prestigio sociale a giocare un ruolo chiave nel passaggio da Old a Middle English, come vedremo prossimamente…

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]