Tag: lingua inglese

  • Le differenze tra inglese britannico e americano nel mondo dello sport

    Le differenze tra inglese britannico e americano nel mondo dello sport

    footballNegli ultimi giorni l’assunzione dell’allenatore di calcio italiano Paolo Di Canio alla guida della squadra inglese del Sunderland ha suscitato diverse critiche, specialmente in conseguenza delle dichiarazioni filo-fasciste delle quali l’ex calciatore laziale si è più volte reso protagonista.

    Come in Italia, in Inghilterra il football è un fenomeno sociale ed economico di grande rilevanza. Più in generale, non è possibile parlare dei paesi di cultura anglosassone senza menzionare l’importanza dello sport, in particolare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

    Partiamo proprio dalla parola football. Se siete a Londra e usate questo termine, sarà chiaro che vi riferite ai contrasti feroci, in inglese tackle, del difensore londinese John Terry o ai virtuosismi e ai gol (in inglese si scrive goal, il cui significato originario e ancora attuale è “scopo”, “obiettivo”) di Messi, Ronaldo o Beckham, sebbene quest’ultimo si sia fatto conoscere recentemente più per le sue imprese nel campo della moda che per quelle legate al pallone.

    Se al contrario vi trovate a New York, la parola football richiamerà immediatamente l’immagine della palla ovale, di ventidue energumeni con il casco e dei violenti tackle – in questo caso “placcaggi” – dei giocatori che praticano lo sport conosciuto in Italia come “football americano”. Negli Stati Uniti, il calcio viene invece chiamato soccer e riveste un’importanza a dir poco secondaria nel mondo sportivo stars and stripes.

    Curiosamente, mentre in Europa il calcio è tipicamente considerato uno sport da uomini, come rivelato da alcune espressioni-spia quale “partita maschia”e “match da veri uomini”, negli USA il soccer è giocato in gran parte dalle donne. Tant’è che, per esempio, Chelsea Clinton, figlia di Bill e Hillary, faceva parte della squadra di calcio del college e le ragazze statunitensi si sono aggiudicate la Women’s World Cup in ben due occasioni.

    Diverso ancora è il rugby, altro sport dalla palla ovale, giocato in questo caso da quindici giocatori per squadra e non undici. Così come il football americano, anche nel rugby i contatti fisici possono essere molto duri. Se nel football americano la “meta” si chiama touchdown, nel rugby viene detta try. E’ uno sport molto popolare in Gran Bretagna, Irlanda e in quasi tutti i paesi dell’ex Impero Britannico, a eccezione del Canada e degli USA, dove appunto ci pensano già i giocatori di football a darsele di santa ragione.

    Un’altra differenza sostanziale tra i due sport, normalmente avvicinati nell’immaginario comune dalla forma ovale della palla, è che, se nel rugby è proibito passare la palla in avanti con le mani, nel football il giocatore più importante, il quarterback, ha il compito di lanciare con le mani l’ovale in profondità verso i compagni.

    Riguardo alle differenze tra soccer e rugby, oltre a quelle ovvie relative alle regole, al sistema di calcolare il punteggio e alla differenza della palla, ne esiste anche una più “filosofica” espressa da un vecchio adagio di origine ignota, che mi ha sempre colpito e che vi riporto: “Football is a gentleman’s game played by thugs and rugby is a thugs’ game played by gentlemen.” “Il football è un gioco per gentiluomini giocato da mascalzoni mentre il rugby è un gioco per mascalzoni giocato da gentiluomini.”

    Pare che Victoria Beckham, moglie di David, amica di Armani e (presunta) stilista lei stessa non l’abbia presa troppo bene, ma far cambiare sport a marito, dopo avergli più volte fatto cambiare casacca, sembrava davvero troppo…

     

    Daniele Canepa

  • Richard Donald Lewis, intervista con il linguista inglese

    Richard Donald Lewis, intervista con il linguista inglese

    richard-lewisNon proprio una vita ordinaria. Questa è, in sintesi, la storia di Richard D. Lewis. Nato nel 1930 nel villaggio di Billinge, nel Lancashire, all’età di 30 anni aveva già fondato diverse scuole di lingue in Finlandia, Norvegia e Portogallo. Laureato alla Sorbonne in Culture e Civilizzazioni, parla correntemente oltre dieci lingue. Nel corso della sua carriera ha scritto i testi di numerosi interventi dell’Imperatore del Giappone Akihito, del Cancelliere tedesco Adenauer e del Primo Ministro finlandese Virolainen. Autore di diverse opere nel campo della comunicazione interculturale, ha svolto il ruolo di consulente interculturale dell’Imperatrice Michiko del Giappone, del Segretario Generale della NATO Rasmussen e della Banca Mondiale. Dal 1971, Lewis organizza corsi residenziali di lingua inglese per dirigenti d’azienda stranieri nella splendida sede di Riversdown House, nello Hampshire, in piena campagna inglese.

    Milioni di persone in diversi paesi del mondo guardano gli stessi film, ascoltano la stessa musica e comprano gli smart phone. Internet e i social network sembrano aver accelerato il processo che conduce a una società apparentemente globalizzata. Avremo un’unica “cultura mondiale”? Le differenze culturali sono destinate a scomparire?

    «Molte persone credono che il fatto che tutti indossino i blue jeans significhi che le culture stanno convergendo. Dal mio punto di vista, quest’analisi è piuttosto superficiale. Al contrario, le abitudini culturali non sono nella maniera più assoluta un frutto del caso. I valori culturali più radicati sono il prodotto di millenni di saggezza accumulata e trasmessa da centinaia di generazioni; di conseguenza, le culture si modificano con grande lentezza e resistono a molteplici forme di infiltrazione.
    Citiamo l’esempio concreto dei rapporti d’affari. In un mondo ideale, se il venditore e l’acquirente sono due persone ragionevoli, possono giungere immediatamente a un accordo sulla quantità e sul prezzo. Sfortunatamente, una situazione del genere non si verifica praticamente mai. In realtà ci sono molti altri fattori che possono determinare il successo – o il fallimento – di una transazione a livello internazionale. Per esempio, gli americani non sopportano il silenzio, mentre gli asiatici dimostrano il loro rispetto per l’interlocutore evitando di rispondere immediatamente a una domanda. Gli scopi stessi, poi, possono variare notevolmente. Per la Francia, le aziende private sono un motivo di reputazione nazionale. Gli americani vogliono realizzare dei profitti, mentre gli uomini d’affari giapponesi mirano ad avere aziende con il più elevato numero di lavoratori possibile».

    Il mercato del lavoro è più aperto che nel passato e grandi masse di lavoratori si trasferiscono all’estero in cerca di nuove opportunità lavorative. Alcuni, tuttavia, incontrano delle difficoltà nell’adattamento a una cultura diversa.

    «Alcune persone si trasferiscono in un paese straniero senza conoscerne la cultura, ma una volta insediatesi in un contesto sconosciuto si trovano alle prese con una cultura diversa, rendendosi conto, in questo modo, che ambientarsi non è così semplice come credevano. Adattarsi a un nuovo modo di vivere può essere invece molto arduo. Questa difficoltà li porta a sperimentare sulla propria pelle il cosiddetto “culture shock”.
    Prima di partire, sarebbe opportuno sviluppare una maggiore consapevolezza della cultura e della storia del paese nel quale ci si trasferisce. Bisognerebbe studiare i fatti storici che hanno portato una nazione e il suo popolo a diventare ciò che sono. Non si può andare a vivere in Francia ignorando gli eventi della Rivoluzione Francese o non sapendo chi era Louis XIV, così come non si può andare in Italia senza conoscere nulla di Mazzini».

    richard-lewis-2Qual è l’importanza di fare un’esperienza di studio o di lavoro all’estero?

    «E’ fondamentale. Se si conosce solo il proprio paese, si tende ad avere una visione ristretta, mentre se si viaggia e ci si sforza di aprire la mente ad altre culture, gli orizzonti culturali si espanderanno notevolmente. Un’altra cosa importante è quella di imparare il maggior numero possibile di lingue straniere».

    Quante lingue conosce?

    «Ne parlo più di dieci, tra le quali anche lingue non-indoeuropee, come il finlandese e il giapponese».

    Qual è il metodo più veloce ed efficiente per imparare una lingua straniera?  

    «La cosa più importante è iniziare a studiare il sistema dei verbi. Una volta fatto questo, si può passare ad altre classi di parole e migliorare la propria conoscenza del lessico e delle espressioni idiomatiche. Al contrario, la fonologia è una questione di orecchio, ovvero un dono naturale.  Tuttavia, anche se non si possiede questo talento, si può rimediare a patto di avere un buon insegnante».

    Rimanendo in ambito linguistico, l’inglese si è affermato come lingua franca globale. Ritiene che questa posizione di dominio durerà per sempre? Oppure crede che sarà minacciata da altre lingue in futuro?

    «Forse dallo spagnolo, ma è improbabile. Alcuni dicono che sarà sostituito dal cinese, ma in Cina ogni anno milioni di studenti incominciano a studiare l’inglese. Negli anni Settanta e Ottanta c’era chi sosteneva che il russo o il giapponese sarebbero diventate le lingue dominanti a livello mondiale. In realtà, queste previsioni non si sono mai avverate. Ovviamente, con ciò non voglio dire che la gente debba studiare soltanto l’inglese. Personalmente, ho dedicato molto tempo e molte energie allo studio di diverse lingue straniere, ma non ritengo che la posizione dell’inglese sia minacciata da qualche altra lingua. Sinceramente, come ho avuto anche modo di scrivere nei miei libri, nel futuro non riesco a vedere alcuna alternativa all’inglese».

     

    Daniele Canepa

  • La vita è teatro: dalla citazione di Shakespeare alla bolla finanziaria

    La vita è teatro: dalla citazione di Shakespeare alla bolla finanziaria

    teatro palcoscenicoCompletiamo oggi il discorso sulle metafore iniziato due settimane fa e proseguito nel precedente articolo. Come abbiamo visto, le metafore fanno parte della nostra vita quotidiana, del nostro modo di “dare un nome” alla realtà. Quando parlo di “nostra” vita, non mi riferisco soltanto alla società italiana od occidentale, in quanto anche dallo studio di altre lingue è emerso che il modo di percepire la realtà attraverso le metafore, ovvero utilizzando domini concettuali di partenza, più concreti, per esprimere e capire altri domini “target”, più astratti, è proprio del linguaggio umano in generale.

    E’ interessante vedere per esempio come anche in certe lingue dell’Africa il tempo venga espresso in termini di spazio, secondo la metafora concettuale definita in inglese come TIME IS LOCATION.

    Pensate a quanto ci sia di aiuto, per orientarci in senso temporale, sapere che “abbiamo il peggio alle spalle”, o al contrario poter affermare che: The future is in front of us, “il futuro è di fronte a noi.” Curiosamente, leggevo che in alcune lingue centrafricane, le quali pure ricorrono alla metafora concettuale che utilizza lo spazio per comprendere il tempo, il futuro è rappresentato in realtà dietro di noi – perché non è prevedibile e non lo possiamo vedere – mentre è il passato a trovarsi davanti ai nostri occhi perché ne abbiamo memoria e lo possiamo visualizzare nella nostra mente.

    Un’altra metafora concettuale che si trova spesso nella nostra vita quotidiana è quella della famigerata “bolla” (in inglese bubble) speculativa in campo finanziario. La bubble nel settore immobiliare sarebbe per esempio stata una delle principali cause della crisi economica che ha colpito il mondo occidentale nel 2008.

    Prima di essa, già la “Internet bubble” del 2000 aveva provocato degli sconquassi all’economia statunitense. Un accademico francese dell’Università di Toulon, Michel van der Yeught, ha raccolto in un suo studio di qualche anno fa la storia della metafora della bolla nel mondo economico e finanziario anglosassone, andando indietro nel tempo fino al 1720, anno in cui si verificò la prima financial bubble; nello spazio di pochi mesi, le quotazioni della società londinese South Sea Company, dopo essere salite alle stelle, precipitarono rovinosamente, facendo metaforicamente esplodere la bolla, ma lasciando nella realtà dei fatti diversi piccoli azionisti con un pugno di mosche… Uno scenario non così distante da quello di oggi, a circa trecento anni di distanza.

    Per concludere, tra le innumerevoli metafore concettuali (LOVE IS A JOURNEY, “l’amore è un viaggio”, SOCIAL ORGANIZATIONS ARE PLANTS, “le organizzazioni sociali sono piante”, ecc.) ce n’è una in particolare che mi è sempre piaciuta, ovvero che la vita è teatro. L’aveva colta il grande Shakespeare, nella sua opera As You Like It, e non potrebbe averla espressa in modo più efficace di quanto segue:

    All the world’s a stage, And all the men and women merely players:

    They have their exits and their entrances;

    And one man in his time plays many parts.

    “Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori:

    essi hanno le loro uscite e le loro entrate;

    e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.”

     

    Daniele Canepa

  • Calcio e lingua inglese: l’arte e la guerra, metafore concettuali

    Calcio e lingua inglese: l’arte e la guerra, metafore concettuali

    calcioLa scorsa settimana abbiamo parlato di metafore concettuali, ovvero di come ci serviamo di domini concettuali più “concreti” per comprenderne altri più “astratti”. Nel caso della metafora tanto cara a Uncle Scrooge / Zio Paperone, ovvero TIME IS MONEY (“il tempo è denaro”), troviamo nella lingua quotidiana alcune espressioni come to save time (“risparmiare tempo”) oppure to waste time (“sprecare tempo”). Forse è anche per colpa di questa metafora che nella nostra società corriamo da una parte all’altra stressandoci fino allo svenimento e dimenticandoci del perché ci stiamo affannando tanto…

    Come abbiamo già affermato, le metafore concettuali possono anche essere usate in maniera proditoria, per esempio per giustificare una guerra o per renderla più accettabile. A tale proposito, proprio perché le trappole linguistiche sono ovunque, si rende sempre più necessario uno sforzo da parte di ciascuno di noi di innalzare il livello della nostra coscienza critica, che rappresenta l’unico modo per formarci una nostra autentica opinione sui fatti e per non permettere ad altri di modellare a loro piacimento il nostro pensiero.

    Tornando alle conceptual metaphors, ci si potrebbe chiedere quale sia la loro origine. Spesso essa ha a che fare con la somiglianza che viene percepita essere presente tra il dominio concettuale più concreto e quello più astratto.

    Un caso interessante è quello delle partite di calcio. Svolgendo alcune ricerche sui resoconti di diversi match internazionali sui quotidiani inglesi e italiani, ho notato che normalmente una partita di calcio viene espressa ricorrendo a due metafore in particolare: quella “bellica” (war) e quella “artistica” (art). La prima si esprime  attraverso verbi e sostantivi quali:

    – to shoot (“tirare in porta,” ma anche “sparare”);

    – to attack (“attaccare”);

    – to defend (“difendere”);

    – crushing defeat (“sconfitta schiacciante”).

    Interessanti esempi della metafora “artistica” sono invece:

    – The goal was a masterpiece (“il gol è stato un capolavoro”);

    – Brazilian players are the artists of football (“i giocatori brasiliani sono gli artisti del calcio”);

    – If FC Barcelona is an orchestra playing a complex symphony, Xavi Hernandez is the conductor. (Se il Barcellona è un’orchestra che suona una complessa sinfonia, Xavi Hernandez ne è il direttore.)

    In effetti, se ci pensate, una squadra che gioca con eleganza può richiamare alla mente un concerto armonioso, mentre un contrasto portato con violenza riecheggia il tema della battaglia. A tale riguardo, è opinione purtroppo abbastanza diffusa che gli stessi istinti animaleschi che prima trovavano sfogo nei conflitti bellici ora siano stati canalizzati in modo meno distruttivo nelle competizioni sportive; gli scontri violenti tra opposte tifoserie sembrano in realtà dimostrare il contrario. Appare quindi necessario dare sfogo agli impulsi aggressivi dell’essere umano in altri modi, come affermato con la consueta lucida ironia dal grande filosofo britannico Bertrand Russell nel suo capolavoro Authority and the Individual: “Chiunque speri che, col tempo, sia possibile abolire la guerra, dovrebbe preoccuparsi seriamente del problema di soddisfare in modo innocuo quegli istinti che ereditiamo da lunghe generazioni di selvaggi. Per parte mia, trovo uno sfogo sufficiente nei romanzi polizieschi, nei quali, alternamente, mi identifico con l’assassino e col poliziotto che gli dà la caccia; ma so che ci sono persone per cui questo sfogo è diventato troppo mite, e a queste bisognerebbe fornire qualcosa di più forte.” Bye!

     

    Daniele Canepa

  • Metafore concettuali nella propaganda politica: le bombe intelligenti

    Metafore concettuali nella propaganda politica: le bombe intelligenti

    guerra“Devo investire il mio tempo libero nello studio dell’inglese.” Quante volte vi sarà capitato di sentire quest’affermazione o quante volte sarete stati voi stessi a pronunciarla! Se l’avete fatto, senza rendervene conto, avete utilizzato una metafora concettuale.

    Vi chiedo scusa. Messa in questi termini può forse sembrare che abbiate commesso un’azione malvagia, della serie: “Hai usato una metafora, pentiti subito!” In realtà non avete fatto proprio nulla di male. Anzi, per quanto raramente ne siamo consci, l’uso delle metafore nella lingua quotidiana è assolutamente normale.

    Infatti, ricorriamo in modo continuo e sistematico alle metafore quando parliamo; soprattutto, però, le utilizziamo quando pensiamo. Questo è il risultato al quale sono arrivati due studiosi americani, George Lakoff e Mark Johnson, gli autori della Conceptual Metaphor Theory (CMT), ovvero la Teoria delle Metafore Concettuali.

    Nel loro libro Metaphors We Live By, pubblicato nel 1980, Lakoff e Johnson parlano della natura concettuale delle metafore, che invece normalmente vengono associate al linguaggio, in particolare a quello poetico. I due linguisti americani sostengono che ricorriamo a domini concettuali più concreti e immediatamente comprensibili per interpretare gli aspetti o i domini concettuali più astratti e complessi della realtà che ci circonda. Queste metafore concettuali trovano poi espressione nel linguaggio che usiamo quotidianamente. Per esempio, possiamo concepire il dominio concettuale del tempo, più astratto, attraverso quello più concreto del denaro. Da qui vengono generate espressioni linguistiche quali: “risparmiare tempo” e, appunto, “investire il proprio tempo” (in inglese “investing in one’s time”) come nell’esempio iniziale. Un’altra metafora concettuale esprime l’amore, dominio più astratto, partendo da quello più concreto del viaggio. La frase: “La nostra storia è giunta al capolinea” è un buon esempio linguistico della metafora concettuale L’AMORE E’ UN VIAGGIO.

    Forse in ossequio alla metafora concettuale che vede la vita come un viaggio, Lakoff, così come un altro grande linguista, Noam Chomsky, ha iniziato un lungo percorso che l’ha gradualmente condotto ad applicare le sue teorie linguistiche alle scienze politiche, riscontrando in particolare un uso proditorio delle metafore nella ricerca del consenso popolare da parte dell’amministrazione Bush a sostegno dell’operazione Desert Storm contro l’Iraq durante la Guerra del Golfo (1991).

    Le osservazioni di Lakoff non sono affatto paranoie complottistiche. Come già abbiamo avuto modo di vedere nella scorsa puntata, parole, pensieri e azioni sono strettamente connessi tra loro e come cittadini attivamente impegnati e informati è nostro compito filtrare sempre con grande attenzione ciò che ci viene detto dai media. Pensate alle peacekeeping missions, le cosiddette “missioni di pace” dei Blue Berets (i “caschi blu”). Per esempio, di quali azioni di peacekeeping si sarebbero resi protagonisti i soldati ONU a Srebrenica, durante il più sanguinoso genocidio avvenuto in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale?  Oppure vogliamo parlare delle “smart bombs”, le “bombe intelligenti” che ogni tanto si instupidiscono e colpiscono la popolazione civile? Che cosa dire poi delle clean bombs, armi di distruzione di massa, ordigni termonucleari definiti “puliti” (clean, appunto) soltanto perché limitano il fallout radioattivo? Pensiamo alla misura in cui espressioni di questo tipo agiscono da dolcificanti – per non dire anestetici – per la nostra mente, quando si parla invece di azioni militari, le quali spesso causano la morte di innocenti. Quanta ipocrisia! E quanta vergogna dovrebbe provare chi distorce con questi mezzucci linguistici la tragica verità della guerra!

    Per concludere e sdrammatizzare – ma non troppo – torna alla mente una celebre scena di “Palombella Rossa” di Nanni Moretti: “Come parla! Le parole sono importanti,” urla il protagonista del film alla sua intervistatrice. A volte ci dimentichiamo di quanto questa frase sia semplice, ma vera… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Capire l’esito del voto italiano attraverso la stampa e la lingua inglese

    Capire l’esito del voto italiano attraverso la stampa e la lingua inglese

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013No time to wallow in the mire. “Non c’è tempo per sguazzare nel fango,” cantava il grande Jim Morrison in uno dei pezzi che hanno fatto la storia dei Doors e della musica in generale. A quanto pare, invece, nonostante le lancette corrano inesorabilmente, sembra che l’Italia politica debba continuare a crogiolarsi nel pantano. Questa perlomeno è l’analisi che emerge dai maggiori quotidiani italiani e, suppongo, dai telegiornali – dico “suppongo” perché come già avevo scritto da tempo mi rifiuto di informarmi tramite la tv.

    Sfogliando le principali testate del mondo anglo-sassone, emerge un quadro analogo. Le parole che dominano gli articoli sulla politica italiana sono “deadlock”, “gridlock” e “stalemate”, vale a dire “stallo”. Il tono dei vari The Times, The Guardian, Washington Post, New York Times è il solito nei confronti dell’Italia, ovvero tra il divertito e il vagamente paternalistico. È vero, ragioni per cui farci prendere in giro dal mondo ne abbiamo molte, ma non sarebbe male se queste colonne della stampa mondiale iniziassero a vedere non solo la pagliuzza – o il covone di fieno – nell’occhio italiano e si sforzassero di vedere più chiaramente la trave nell’occhio britannico/statunitense, leggasi “fallimento del sistema economico e sociale capitalista imposto a tutto l’Occidente negli ultimi decenni”. L’American dream di cui abbiamo sentito parlare per anni si è infatti lentamente trasformato in un nightmare, cioè un incubo, e non è un caso che proprio da lì sia partita una crisi economica diffusasi a macchia d’olio a livello internazionale.

    Tornando all’aspetto linguistico, la parola stalemate, in origine usata nel mondo degli scacchi e inserita invece nel contesto della politica, costituisce un esempio di metafora. Con essa si intende l’uso di parole ed espressioni legate a concetti “concreti” per comprendere e chiarire altri concetti più “astratti”. Quasi tutti hanno giocato almeno una volta nella vita a dama o a scacchi e sanno che cosa succede quando si arriva a una situazione di stallo. Il dominio concettuale della politica è invece più ingarbugliato e meno accessibile alla gente comune. Per questo motivo, per spiegare le situazioni che si creano nel contesto politico – più “astratto” – si ricorre ad analogie con situazioni della vita quotidiana, in questo caso una partita di scacchi,  più “concrete”.

    Avremo ancora modo di tornare sul ruolo fondamentale delle metafore: esse non solo rendono più comprensibile – o a volte più poetico – il nostro linguaggio, ma ci aiutano anche a comprendere a livello concettuale la realtà che ci circonda. Parole e pensieri sono strettamente collegati tra loro e ci portano ad agire in un senso piuttosto che in un altro. In sintesi, il nostro destino è il frutto di parole, pensieri e azioni. Iniziando a pensare in modo diverso e parlare in modo diverso, arriveremo anche ad agire in modo diverso.

    Sforzandomi di avere un punto di vista meno superficiale rispetto ai nostri quotidiani, ritengo che ciò che è emerso da queste elezioni non sia affatto uno stallo. Non c’è stagnazione, non c’è wallowing in the mire. Al contrario, è emersa tanta voglia di cambiare le cose. Milioni di giovani si sono alzati per far ascoltare la propria voce, non considerata da tempo. Negli scacchi, dopo uno stalemate di solito si rigioca la partita e sono sicuro che la prossima volta il risultato sarà ben diverso: checkmate, scacco matto, con buona pace di chi voleva sguazzare ancora un po’ nella palude… Bye bye!

     

    Daniele Canepa

  • You, forme allocutive: come si fa in inglese a dare del Lei?

    You, forme allocutive: come si fa in inglese a dare del Lei?

    londra-cabina-DI“Hello. How’re you?” “Fine, thanks. And you?” Quante volte sui libri di inglese di livello più elementare avete letto questo breve scambio di battute? Se avete una minima conoscenza dell’inglese, non credo che vi servirà la traduzione… O forse sì! Infatti, se si analizza questo mini-dialogo in maniera più approfondita,  saranno due, e non una sola, le traduzioni possibili  (entrambe corrette).

    1 “Ciao. Come stai?” “Bene, grazie. E tu?”

    2 “Buongiorno. Come sta?” “Bene, grazie. E lei?”

    In altre parole, mentre in italiano esistono due forme allocutive (address forms), il “tu” e il “lei”, in inglese si dà solo dello you. Come si fa allora in inglese a dare del lei? E più in generale: esistono il tu e il lei in inglese? Partiamo dalla risposta – un po’ provocatoria – alla seconda domanda, la quale probabilmente vi sorprenderà: in English non esistono né “tu” né “lei”. Lo you che viene usato oggi indistintamente per rivolgersi a genitori, compagni di scuola, colleghi, superiori, politici, ecc. è in realtà in origine un “voi”. Sì, perché ripercorrendo la storia della lingua inglese scopriremo che il pronome personale soggetto di seconda persona singolare era thou , il quale gradualmente è stato sostituito da you, appunto. Esisteva anche un pronome che svolgeva la funzione di complemento, thee, per cui abbiamo per esempio in un celebre sonetto di Shakespaere:

    “Shall I compare thee to a summer’s day?

    Thou art more lovely and more temperate”

    Il sonetto in questione è il Sonnet 18, che peraltro vi consiglio di leggere nella sua interezza in quanto punto altissimo della letteratura non solo inglese, ma mondiale. Ogni volta che lo leggo, mi emoziono.

    Ritorniamo allora alla prima domanda: come si fa a dare del tu o del lei in inglese? Partiamo da una premessa: la cultura anglo-sassone è molto più pragmatica e meno salameleccosa della nostra, nella quale grande – troppa – importanza nelle conversazioni viene data a titoli come “Dottore”, “Egregio”, “Illustrissimo” – o il famigerato “Venerabile”). Mi trovo molto d’accordo a questo proposito con coloro che sostengono che l’uso formale e poco sostanziale di questi titoli non faccia altro che gonfiare l’ego e l’arroganza di chi si sente chiamare “Onorevole”, “Luminosissimo”, ”Eminenza” o simili acrobazie linguistiche francamente un po’ ridicole, accrescendo allo stesso tempo un senso di inferiorità in coloro che si rivolgono a tali individui. Siamo tutti esseri umani a prescindere dai nostri titoli di studio e dalle etichette nobiliari, oppure no?!

    Tornando all’inglese, ciò che ho spiegato non significa che non esistano forme di cortesia per una persona più anziana o con la quale non si ha confidenza. Il fatto è che, invece che tramite un “lei” o un “tu”, il rispetto emerge in altri modi. Per esempio, rivolgersi a una donna con Madam o a un uomo con Sir è già di per sé una forma di educazione molto apprezzata. Una frase del tipo: “Hello, Mr. Anderson. How’re you, sir?”  è equivalente al nostro dare del lei. Se l’interlocutore vorrà abbassare il livello formale della conversazione replicherà immediatamente: “Please, call me John.” Farsi chiamare per nome senza che esso sia preceduto da Mr o Mrs So and So (il signor/la signora Tal dei Tali) equivale infatti al nostro: “Dammi pure del tu.”

    Per concludere, vista la confidenza che ormai ho con voi lettori della rubrica ho quindi deciso oggi di usare un saluto particolarmente informale… Catch you later (più o meno “ci becchiamo dopo”)!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Lingua e musica: le abbreviazioni nelle canzoni in inglese

    Lingua e musica: le abbreviazioni nelle canzoni in inglese

    microfono-radio-speaker-voceLa parola lyrics rappresenta uno di quei false friend ai quali è necessario prestare particolare attenzione. Con questo termine si indicano infatti in inglese “le parole di una canzone”,  non necessariamente legate all’opera lirica. Al contrario, generalmente si parla lyrics relativamente alle parole di una canzone pop oppure rock. Un esercizio interessante, nell’ottica di combinare i propri interessi allo studio dell’inglese, è proprio quello di provare ad ascoltare i propri ritornelli preferiti cercando di capirne il testo.

    Nel caso di alcune canzoni la comprensione non è troppo difficile. Se per esempio partite dall’ascolto dei “nostri” crooner  italo-americani dalla voce calda e suadente, sono sicuro che riuscirete a seguire buona parte del testo senza problemi. Le canzoni di Sinatra, Perry Como o Dean Martin, rivolgendosi a fasce sociali e di età molto ampie, dovevano avere un tono e delle tematiche rassicuranti per l’audience dei tempi, intenta a godersi il sogno americano e la crescita economica del secondo dopoguerra senza troppi patemi. La comprensione invece si complica nel caso di altre band vicine alla voglia di emergere di particolari strati di popolazione o fasce d’età. Ecco quindi che il registro linguistico dei testi delle canzoni si abbassa, avvicinandosi alle espressioni colloquiali e allo slang tipico di alcuni gruppi sociali; acquistano maggiore spazio alcune espressioni che, se da un lato danno un maggiore “colore”, dall’altro risultano meno accessibili a chi non è parte dei contesti sociali, culturali e regionali che vengono descritti. Ascoltando due canzoni-manifesto di musica rap e reggae e leggendone i testi, poterete capire meglio a che cosa mi riferisco.

    Per avere qualche esempio concreto senza però entrare troppo nel dettaglio relativo ai generi musicali e alle loro basi socio-culturali, prendiamo in esame alcune abbreviazioni tipiche del parlato e riscontrabili non solo nei testi ma addirittura già nei titoli di diversi album o canzoni: gonna (going to), wanna (want to), outa (out of), gimme (give me), ain’t (può sostituire is not, have not, am not,are not), ecc. La tendenza alla contrazione peraltro non è tipica soltanto dell’inglese, in quanto ogni lingua tende naturalmente a “fare economia”. Infatti, l’articolazione di suoni in parole e di parole in frasi richiede un grande sforzo non solo intellettuale, ma anche fisico, il quale coinvolge i muscoli del nostro apparato fonatorio.

    Saranno contenti i lettori genovesi: per una volta non saranno gli unici a venire accusati di eccessiva parsimonia… See you!

     

    Daniele Canepa

  • Apprendimento dell’inglese: self-learning e il ruolo dell’insegnante

    Apprendimento dell’inglese: self-learning e il ruolo dell’insegnante

    eros-piccadilly.londra-DIContinuiamo a parlare di consigli pratici per mantenere e migliorare il proprio livello di inglese. Mi riferisco ovviamente ad attività che possono essere svolte in self-learning, ovvero in auto-apprendimento.

    Oltre alla visione di film e all’ascolto di canzoni in lingua originale con l’ausilio, o senza, dei sottotitoli in italiano e in inglese, un buon esercizio è quello della back version – letteralmente “versione all’indietro” il quale si articola in due parti distinte. Nella prima si parte da un testo in lingua inglese e lo si traduce in italiano: potete scrivere su carta o al computer, fate come preferite. Una volta completata questa metà dell’esercizio, si lascia il testo per qualche minuto – sembra di parlare di una torta appena estratta dal forno e messa a raffreddare per qualche momento, sorry  – e poi lo si riprende, cercando questa volta di ri-tradurlo dall’italiano all’inglese. Una volta terminato l’esercizio, si potrà confrontare se e quanto la back version finale si discosti dalla versione originale.

    Ovviamente, il mio consiglio è di usare testi che siano prima di tutto di vostro interesse dal punto di vista contenutistico. Se vi interessa il rugby, perché dovreste dedicarvi alla lettura di un articolo di cucito, tra l’altro in inglese? Cercate magari un pezzo sul glorioso Six Nations, torneo nel quale la nazionale italiana sta finalmente facendo bella figura dopo anni di sonore batoste. Se amate i viaggi o la cucina, leggete un articolo che tratti questi argomenti. Insomma, non bisogna mai dimenticare che il desiderio che spinge a imparare l’inglese o qualsiasi lingua nasce da un’autentica, sincera e spontanea esigenza comunicativa, senza la quale l’esistenza stessa delle lingue – o addirittura dell’uomo, in quanto “animale sociale” e quindi comunicativo – sarebbe priva di senso.

    Arrivati a questo punto, mi preme sottolineare un aspetto didattico fondamentale. Per quanto la back version, la visione di un film in lingua originale o l’ascolto delle canzoni siano degli esercizi utili che è possibile svolgere in autonomia, niente può sostituire la figura di un buon insegnante in un percorso di apprendimento. I corsi online rappresentano per esempio degli strumenti validi e, in assenza di alternative, possono anche costituire un qualcosa in più rispetto al “meglio di niente”. Tuttavia, le loro potenzialità vengono attivate pienamente quando essi sono sapientemente usati da un insegnante capace e motivato.

    Personalmente, sono certo che non mi sarei appassionato a questa materia se non avessi avuto l’esempio di un docente di inglese al liceo e di altri due all’università, che mi hanno dato fiducia e mi hanno incoraggiato, dimostrando non solo una profonda competenza, ma soprattutto un’umanità e una passione che costituiscono la vera base – e non il “di più” – di una qualsiasi trasmissione di conoscenza da un docente a un alunno.

    A proposito di educazione, mi vengono in mente le parole di uno dei più grandi psicoanalisti viventi, Massimo Recalcati: «Se tutto sospinge i nostri giovani verso l´assenza di mondo, verso il ritiro autistico, verso la coltivazione di mondi isolati (tecnologici, virtuali, sintomatici), la Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi? (leggi tutto l’articolo

    See you!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Lingua inglese: consigli pratici per migliorare la comprensione orale

    Lingua inglese: consigli pratici per migliorare la comprensione orale

    Bus di LondraNella scorsa puntata abbiamo parlato dell’importanza di abbinare uno o diversi interessi personali allo studio delle lingue. Grazie a Internet la possibilità di guardare video in lingua originale riguardanti gli argomenti più disparati è davvero alla portata di tutti, o quasi, visto che in Italia, ahinoi, solo la metà dei nostri concittadini utilizza la Rete. A proposito, perché anziché pensare a bucare delle montagne e versare colate di cemento – il nostro secondo sport nazionale – non ci si concentra su un’assoluta priorità per l’economia e lo sviluppo del nostro paese, ovvero che l’intero territorio nazionale venga dotato di una connessione veloce a Internet?  Eppure alcuni nostri attuali governanti parlano continuamente – o forse astrattamente – di “crescita”, ma allora perché non si vogliono adottare misure concrete per favorirla? Ah, la coerenza, questa illustre sconosciuta…

    Torniamo però all’inglese, cercando di dare alcuni consigli partici per uno studio efficace. Per esempio, se siete appassionati di cinema, perché non provate a guardare un film in lingua originale? E’ vero, in alcuni casi si riesce a capire davvero poco e la frustrazione può essere tale che dopo cinque minuti venga già voglia di spegnere lo schermo.

    Arrivare a un livello di comprensione tale da poter guardare un film in lingua originale è tuttavia un esercizio che richiede tempo, e la pazienza è una virtù fondamentale di chi voglia apprendere e migliorare. Di conseguenza, il mio consiglio è quello di non scoraggiarsi e di procedere per gradi. Se guardate un film su DVD, nulla vi vieta di guardarlo una prima volta in italiano inserendo l’opzione dei sottotitoli in inglese. In questo modo riuscirete a seguire senza problemi il film e ve lo potrete godere appieno, familiarizzando allo stesso tempo con diverse parole ed espressioni che appariranno in sovraimpressione. La seconda volta potete rivedere il film questa volta in lingua originale, mantenendo sempre i sottotitoli in inglese: conoscerete già gli eventi e il contesto e quindi riuscirete a seguire senza perdervi nessuna parola. A questo punto siete pronti a vedere il film una terza volta in lingua originale senza sottotitoli.

    Può essere una buona idea fermare di tanto in tanto il film per segnare vocaboli e frasi sconosciute e provare a ripeterle più di una volta al fine di memorizzarle. Il cinema tra l’altro riproduce spesso situazioni della vita quotidiana, per cui troverete delle espressioni utilizzabili in contesti comunicativi molto comuni. Prendere appunti e scrivere facilita il lavoro della memoria, per cui credo che valga davvero la pena di compiere lo sforzo di armarsi di carta e penna se si vuole migliorare il proprio livello di inglese.

    Oltre ai film, siti quali YouTube e Vimeo permettono di accedere a una vastissima gamma di video in lingua inglese. Tra questi ce ne saranno sicuramente molti di vostro interesse, che vi consiglio di guardare sempre secondo la logica che, se si è interessati al contenuto a prescindere dall’aspetto linguistico, si impara più velocemente anche la lingua in cui esso è veicolato. Tra i siti contenenti dei video di particolare interesse, mi sembra opportuno consigliare una visita sul sito di TED – acronimo di Technology, Entertainment and  Designwww.ted.com. Su TED si possono trovare videoconferenze delle più rilevanti personalità a livello mondiale in diversi campi della conoscenza. La maggior parte dei filmati caricati sulla piattaforma, poi, presenta l’opzione “sottotitoli in italiano”. La quantità di video caricati è ormai nell’ordine delle migliaia, ma se proprio siete indecisi vi consiglio di partire con questo intervento del grande educatore britannico Ken Robinson, dal titolo “Bring on the Learning Revolution”, che si può tradurre come: “Avanti, con la rivoluzione dell’istruzione!” Il video è già stato visualizzato da più di tre milioni di persone, per cui non vi mancherà di certo la compagnia … See you!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Combinare lo studio dell’inglese con i propri hobby e interessi

    Combinare lo studio dell’inglese con i propri hobby e interessi

    I will motivate you, Private Pyle.” “Riuscirò a motivarti, soldato Palla di Lardo.” Sono queste le parole pronunciate, o meglio urlate, dal Sergente Istruttore Hartmann nel film capolavoro Full Metal Jacket di Stanley Kubrick mentre cerca di spronare una giovane recluta impacciata e sovrappeso  – il soldato Palla di Lardo appunto – durante una fase del duro addestramento nel corpo dei Marines.

    Non è mia intenzione sconfinare nel suo fanatismo militare e guerrafondaio, ma Hartmann individua comunque un punto fondamentale: trovare le giuste motivazioni è la base di ogni percorso di apprendimento in qualsiasi campo.

    Nel caso dell’inglese e delle lingue straniere come si possono trovare le motivazioni per studiare e migliorare? La risposta più inflazionata oggigiorno è:  se possiedi un buon livello di inglese puoi avere maggiori opportunità lavorative. Non posso dire che questa affermazione sia scorretta, dato che l’apertura e l’internazionalizzazione del mercato del lavoro in questi anni favoriscono senza alcun dubbio coloro i quali abbinano la conoscenza di una o più lingue straniere alle loro competenze professionali. Alcuni nostri governanti, molto attenti al consenso popolare immediato più che alle soluzioni pratiche e lungimiranti di problemi reali, hanno addirittura fondato delle campagne elettorali su questo concetto “utilitaristico” della conoscenza dell’inglese, che si lega al mondo dell’impresa, che si lega a sua volta al guadagno di denaro, possibilmente in modo facile e senza fatica.

    Per quanto – ribadisco – sia vero che conoscere l’inglese può aprire porte, portoni e cancelli nel mondo del lavoro, credo però che un argomento così importante come quello delle giuste motivazioni per studiare l’inglese vada approfondito ulteriormente, se la nostra sincera intenzione è quella di incoraggiare qualcuno, o anche noi stessi – a studiare l’inglese.

    Parliamo di esempi concreti. Alcuni di voi sono genitori, giustamente preoccupati del futuro dei vostri figli. Probabilmente pensate che, come affermato qui sopra, per trovare lavoro i vostri ragazzi debbano diventare dei perfetti English speakers, meglio di Queen Elizabeth II o Lawrence Olivier. Il problema è che un bambino o un ragazzino di dieci, dodici, quindici anni alle future opportunità di carriera magari non ci pensa, per cui è opportuno usare degli espedienti per avvicinarlo all’inglese, stando attenti a non farglielo odiare…

    Può essere quindi opportuno usare altri espedienti, quali giochi, videogiochi, canzoni, film – cartoni animati nel caso dei bambini – in lingua originale per incuriosire un ragazzo e fargli capire che l’inglese – o qualsiasi lingua – non gli sarà utile tra quindici anni, che vede come un futuro a distanza siderale, ma gli può servire già adesso. Conoscete bene i vostri figli, per cui non vi sarà difficile trovare argomenti che stimolino davvero il loro apprendimento.
    Qualche giorno fa, per esempio, mi è capitato di far svolgere un esame di inglese  a un ragazzo che mi raccontava che la sua grande passione è montare e smontare motori, un’attività manuale, e che quindi trova molte difficoltà a concentrarsi sullo studio, in particolare della lingua inglese, perché lo percepisce come “astratto”. Gli ho consigliato allora di andare su YouTube e guardarsi un paio di video tutorial in inglese riguardanti motori, parti meccaniche, ecc. La cosa lo ha colpito come se gli avessi appena svelato la scoperta di un nuovo mondo… In realtà grazie a Internet è così facile oggi abbinare in modo intelligente le nostre passioni allo studio delle lingue!

    Tra l’altro, il mio percorso stesso di apprendimento dell’inglese è iniziato ben prima di studiarlo a scuola, nonostante un insegnante alle superiori mi abbia dato un incoraggiamento rivelatosi poi fondamentale. A tredici anni comprai infatti un libro con i testi della mia band preferita ai tempi, i Queen, e scaricai sul computer un paio di videogiochi contenenti delle istruzioni 100% English. Paradossalmente, senza rendermi conto che stavo studiando inglese, mi formai una base di almeno mille vocaboli, semplicemente per il fatto che volevo capire che cosa cantasse Freddie Mercury in We Are the Champions. Fosse anche stato scritto in Urdu, mi sarei sforzato di capire e alla fine probabilmente ci sarei riuscito… O magari in Urdu sarebbe stato un po’ troppo difficile, ma credo che il concetto che volevo esprimere sia chiaro… See you!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Corsi di inglese e certificazioni linguistiche: la patente di lingua

    Corsi di inglese e certificazioni linguistiche: la patente di lingua

    Due settimane fa abbiamo parlato del ruolo del CEFR, un Quadro di Riferimento condiviso, il quale misura le competenze acquisite da chi studia una lingua straniera. I sei livelli individuati del CEFR sono paragonabili alle diverse patenti di guida. Così come la tipologia di patente mostra quale veicolo siete in grado di guidare, i livelli del CEFR evidenziano la vostra capacità di comunicare in una lingua straniera in modo più o meno dettagliato.

    Valutare il proprio livello con una certa precisione è possibile se si conosce bene il CEFR e si è addetti ai lavori, ma può risultare un’impresa difficile per coloro che sono meno esperti in campo linguistico. Oltre a questo aspetto l’auto-valutazione spesso non è sufficiente, specialmente nel caso in cui il livello di competenza linguistica raggiunto debba essere comprovato con i crismi dell’ufficialità da una certificazione internazionale.

    Per capire meglio, torniamo al paragone con le patenti di guida e immaginiamo la seguente situazione. Un’azienda di trasporti pubblici deve assumere un nuovo conducente. Nel processo di selezione si accerterà come priorità che il candidato abbia una patente attestante la sua capacità di condurre veicoli che trasportano persone. Credo che prendereste giustamente per pazzi e incoscienti i responsabili delle Risorse Umane di un’azienda come AMT a Genova se assumessero un autista senza patente solo fidandosi della sua affermazione: “Io sono molto bravo alla guida” … Allo stesso modo, con ogni probabilità un’università internazionale che tiene corsi in inglese ha l’esigenza che gli studenti iscritti dimostrino di padroneggiare la lingua per riuscire a seguire le lezioni e per sostenere gli esami.

    Le certificazioni linguistiche esistono proprio per questa ragione.  Si tratta di documenti internazionalmente riconosciuti, i quali attestano il livello di conoscenza di una lingua raggiunto da uno studente. Per ottenere una certificazione uno studente deve sostenere una prova d’esame, la quale viene valutata da uno o più esaminatori in rappresentanza di un ente accreditato (examination board).

    E’ importante, arrivati a questo punto, delineare con chiarezza due concetti attorno ai quali viene spesso fatta confusione:

    1. una scuola di lingue non è un ente certificatore. All’interno della scuola di lingue si studia per l’esame svolgendo un percorso di lezioni con un insegnante preparato e stimolante (si spera), ma la sessione mirata al conseguimento della certificazione viene presieduta da un esaminatore esterno che non conosce il candidato, assicurando così una valutazione quanto più possibile oggettiva e imparziale.

    2. un attestato di frequenza non è una certificazione linguistica. Se uno studente frequenta delle lezioni, non è affatto scontato che la sua conoscenza della materia progredisca. Dareste mai la patente di guida a un individuo che non conosce i colori del semaforo soltanto perché ha scaldato un banco di una scuola guida? Credo di no. Analogamente, essere stati in Inghilterra per due settimane o aver frequentato un corso in una scuola non significa saper parlare l’inglese.

    Le certificazioni linguistiche più conosciute in Italia sono al momento quelle di University of Cambridge (dal PET, equivalente al livello B1, al Proficiency, pari al C2) e Trinity College London, con la sua gamma di esami scritti e orali (ISE), solamente orali (GESE 1 -12) e per il mondo del lavoro (Spoken English for Work). Particolarmente fashionable, ovvero in voga, sono diventati anche gli esami IELTS  – sotto l’egida di British Council e di University of Cambridge – e TOEFL – della statunitense ETS.

    Spesso mi viene chiesto quale di essi sia il “migliore”. Premesso che esistono diversi altri enti certificatori altrettanto validi  – mi sono infatti limitato a citare soltanto quelli più presenti sul territorio italiano – non esiste un risposta certa. Gli esami proposti da ciascun ente certificatore variano nelle modalità e nei costi, ma sono in ogni caso allineati ai livelli del CEFR, per cui sta al gusto e alle disponibilità finanziarie dello studente decidere a quale examination board rivolgersi.

    Ancora una volta il discorso è analogo a quello sulla patente di guida e sulle automobili. In base alle vostre esigenze e al vostro conto in banca sceglierete un SUV (sulla cui praticità in città stendo un velo pietoso), una monovolume o un’auto sportiva: sono comunque tutti veicoli a quattro ruote… A meno che non si voglia contribuire davvero, con i fatti, a rendere la propria città una smart city più vivibile. In questo caso preferirete forse usare  i mezzi pubblici… Sempre che il conducente abbia una patente di guida valida! See you!

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Grillo è come Gesù: l’errore di traduzione della stampa italiana

    Grillo è come Gesù: l’errore di traduzione della stampa italiana

    Beppe GrilloLa scorsa settimana abbiamo parlato del CEFR e dei sei livelli da esso indicati per misurare le abilità linguistiche degli studenti di una lingua straniera. La domanda implicita lasciata in sospeso e alla quale avrei voluto dare risposta questa settimana è: in quale modo è possibile valutare il proprio livello di conoscenza dell’inglese, del francese o di un’altra lingua? Per rispondere in maniera esaustiva, vi chiedo una settimana di pazienza. In questi giorni, infatti, troppo succulenta si è presentata un’occasione per combinare riflessioni linguistiche legate all’inglese a eventi di attualità e (dis-)informazione.

    Mi riferisco alla notizia passata su giornali e tv nazionali secondo la quale il web guru del Movimento 5 Stelle, Roberto Casaleggio, in un’intervista a un quotidiano britannico, The Guardian, avrebbe affermato: “Grillo è come Gesù e gli apostoli. Anche il suo messaggio si trasformò in virus.” Questo, almeno, secondo la traduzione data da giornali italiani quali il Corriere della Sera, l’Unità , Secolo XIX e altri.
    Per curiosità e perché “a pensar male molto spesso ci si azzecca,” come diceva Andreotti, sono andato a spulciare il sito del Guardian per leggere l’articolo in lingua originale. L’articolo inizia con le parole di Casaleggio: “It’s like Jesus and the apostles. His message too became a virus.” La traduzione corretta è la seguente: “E’ come Gesù e gli apostoli. Anche il suo messaggio si diffuse in modo virale.”

    Da dove ha origine questa differenza? Facciamo un breve ripasso di grammatica per capire meglio. In inglese, i pronomi personali soggetto he e it si usano in due situazioni diverse. Il primo si utilizza per gli esseri umani di genere maschile, mentre il secondo viene usato al posto di sostantivi di genere neutro. Se quindi la frase fosse stata: “He’s like Jesus” con he (“egli”) riferito a Grillo, la traduzione dell’Unità e del Corriere sarebbe stata corretta. La dichiarazione di Casaleggio però inizia con “It’s,” pronome riferito al sostantivo neutro “message” che segue nella frase successiva.

    Capite quindi che la differenza di significato è molto profonda. L’equazione Grillo = Gesù data dai giornali nazionali ha sull’opinione pubblica un impatto ben diverso rispetto a un semplice paragone tra due situazioni, quella della rapida diffusione del messaggio di Gesù e degli apostoli nel passato e del Movimento 5 Stelle oggi, per quanto si possa apprezzare o meno il gusto di Casaleggio nella scelta di tale similitudine.

    L’errore di inglese dei giornalisti di Corriere, Unità e Secolo XIX sarebbe da circoletto rosso in prima media, il che mi porta a formulare due ipotesi.

    A. Ai giornalisti che si occupano di stampa estera mancano le basi in lingua inglese – ma allora come fanno a leggere i giornali che non sono scritti in italiano?
    B. Hanno peccato di grossolanità e quindi disinformato i lettori.

    Ne avrei una terza, dettata ancora dall’aforisma di Andreotti, ma non voglio pensare che sia questo il caso.
    La superficialità, comunque, indigna e non perché si tratti di Casaleggio, che non è mia intenzione difendere. Potrebbe trattarsi di Berlusconi, Maradona, Epaminonda o chiunque altro: la verità e la correttezza dell’informazione devono porsi al di sopra di tutto per permettere alle persone di avere gli elementi necessari per formulare giudizi e opinioni.

    Se ancora ce ne fosse stato bisogno, questo episodio è la riprova di un tema cardine per cui è nata questa rubrica. L’inglese ormai non è fondamentale solo per incrementare le proprie opportunità lavorative, ma è diventato uno strumento imprescindibile per avere una visione della realtà più ampia, formarsi una coscienza critica e non lasciarsi manipolare da messaggi fuorvianti o parziali.

    Per la cronaca, l’articolo del Guardian, come avrete modo di leggere, usa toni irriverenti nei confronti di Casaleggio, ironizzando in modo sottile sul suo boyish smile (“sorriso da ragazzino”) e mettendo il dito nella piaga della scarsa affluenza numerica alle primarie online del M5S. Il ritratto che ne esce fuori non è idealizzato, ma semplicemente reale. D’altra parte, in Inghilterra la stampa è lo watchdog, il cane da guardia, della politica, non la sua scimmietta ammaestrata… See you!

     

    Daniele Canepa

  • CEFR: i livelli di competenza e le funzioni nel mondo del lavoro

    CEFR: i livelli di competenza e le funzioni nel mondo del lavoro

    Per parlare del CEFR (Common European Framework of Reference for Languages), che abbiamo menzionato nell’ultima puntata, e per comprendere la sua funzione userò una similitudine a mio avviso efficace, ovvero quella con la patente di guida.
    Non sono – per ora – impazzito, ma credo che sia sempre opportuno offrire ai non addetti ai lavori in campo linguistico (i cosiddetti laymen) dei paragoni con situazioni della vita quotidiana.

    Parliamo dunque dalla patente di guida, driving licence in inglese. A seconda della tipologia di patente che possedete siete autorizzati a guidare un certo tipo di veicolo. Si va da patenti che presuppongono una conoscenza teorica e competenze pratiche meno complesse per arrivare via via a quelle di livello più alto, che consentono di guidare mezzi pubblici o auto-articolati. Se siete in possesso di una patente per condurre un’auto in Italia, sarete autorizzati a fare altrettanto negli altri paesi dell’ UE indipendentemente dall’esaminatore con il quale avete sostenuto l’esame, dalla scuola guida presso la quale vi siete preparati e dalla Motorizzazione Civile che ha rilasciato la documentazione necessaria. Ciò accade perché a livello nazionale ed internazionale sono stati individuati dei parametri condivisi secondo i quali chi guida un bus deve avere determinate competenze, chi guida un TIR ne avrà altre e così via.

    Il CEFR funziona in maniera analoga. Messo a punto nel 1996, il Common European Framework è un quadro di riferimento riconosciuto a livello europeo che consente di individuare sei diversi livelli di competenze acquisite da chi studia una lingua straniera. Da A1, il più basso, a C2, indicante il massimo grado di padronanza linguistica, sono sei i livelli del CEFR. Per esempio, la descrizione del livello B1 stabilisce che lo studente: “E’ in grado di produrre un testo semplice relativo ad argomenti che siano familiari o di interesse personale”.

    Su un curriculum vitae una dicitura quale: “Livello C2 di conoscenza della lingua inglese” è certo molto più preciso e più professionale dei generici “ottimo tedesco”, “buon francese”, “discreto spagnolo”… Per non parlare del raggelante “conoscenza scolastica della lingua inglese”, che mi è capitato di leggere su alcuni CV. Tra l’altro, se si sente dire spesso che la scuola italiana non è mediamente in grado di portare gli studenti a un livello di inglese adeguato vi sembra una buona pubblicità scrivere “livello scolastico” sul proprio CV?… Ma non divaghiamo.

    Se quelli appena citati sono giudizi soggettivi e raramente corrispondenti alla realtà, i livelli del CEFR sono ben definiti e forniscono una valutazione più chiara, immediata e oggettiva delle competenze linguistiche di uno studente.
    Il problema, però, è che non tutti i responsabili delle Risorse Umane o i manager nelle aziende sono a conoscenza dell’esistenza del CEFR, che invece rappresenterebbe uno strumento utilissimo e semplificherebbe di molto il lavoro nei processi di selezione del personale. La situazione tuttavia sta lentamente migliorando e per esempio mi capita più spesso di trovare all’interno dei siti di diversi atenei alcuni riferimenti precisi ai livelli del CEFR.
    Infatti, in diverse facoltà universitarie italiane chi dimostra di possedere un livello di conoscenza pari o superiore a B1, ovvero soltanto il terzo nella graduatoria dei sei livelli del CEFR, è automaticamente esonerato dal corso e dall’esame di lingua inglese. In altre parole, chi ha già una conoscenza piuttosto scarsa – come avrete intuito dalla breve descrizione del B1 fornita in precedenza – dell’inglese può anche metterlo da parte e dimenticarlo totalmente nel corso della carriera universitaria. Ma come, direte voi, l’università non è quel luogo nel quale, partendo da pari opportunità, si punta all’eccellenza, a sviluppare ulteriormente le capacità di ragazzi brillanti, a far emergere chi merita senza livellare l’insegnamento verso il basso?… Il tutto peraltro nell’interesse della collettività, ancor più che dei singoli individui. Dubbi più che logici e legittimi. Avreste pienamente ragione a sollevarli. Le cose però attualmente funzionano esattamente al contrario… See you soon!

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Acronimi inglesi e acronimi italiani: le corrispondenze

    Acronimi inglesi e acronimi italiani: le corrispondenze

    BasketNella scorsa puntata abbiamo parlato delle possibili differenze tra gli acronimi inglesi e quelli italiani. Non sempre però esistono tali discrepanze. Esistono infatti alcuni casi nei quali in entrambe le lingue viene mantenuta la stessa sigla. Se per esempio parliamo di NATO (North Atlantic Treaty Organization) indichiamo sia in italiano sia in inglese la stessa organizzazione internazionale, costituitasi al termine della Seconda Guerra Mondiale e comprendente i paesi occidentali fedeli agli Stati Uniti e opposti al blocco del Patto di Varsavia durante la Guerra Fredda. Proprio in quegli anni giocava un ruolo fondamentale a livello di propaganda in funzione anti-sovietica la NASA (National Aeronautics and Space Administration), la quale nel 1969 portò il primo uomo sulla luna, Neil Armstrong. Celebre è la sua frase“That’s one small step for man, one giant leap for mankind” (“Questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”).

    Un’altra organizzazione statunitense che tutti conosciamo, purtroppo più per le gravi nefandezze e ingerenze nelle attività di altri paesi che per i suoi meriti è la CIA (Central Intelligence Agency), mentre l’FBI (Federal Bureau of Investigation) è la polizia che indaga sui reati federali commessi negli USA.

    In campo medico, inglese e italiano corrispondono nella designazione di due famigerati acronimi, HIV (Human Immunodeficiency Virus) e AIDS (Acquired Immuno-Deficiency Syndrome), che ancora mietono vittime in tutto il mondo e non solo in Africa, dove l’AIDS rimane comunque un’emergenza assolutamente attuale. Qualche anno fa invece venne diffuso ad arte il terrore tra la popolazione mondalie in relazione alla cosiddetta swine flu (influenza suina), internazionalmente riconosciuta come A(H1N1). Il suo tasso di mortalità fu di gran lunga inferiore – come volevasi dimostrare – rispetto a quanto era stato pronosticato e pompato dai media per intere settimane durante l’epidemia del 2009, ma d’altra parte le case farmaceutiche avevano già prodotto vaccini in serie e non potevano certo permettersi di tenerli invenduti sugli scaffali… Sono cose che dovremmo cercare di non dimenticare.

    Altre sigle inglesi che conosciamo e utilizziamo frequentemente sono legate a grandi organizzazioni sportive. La NBA (National Basketball Association) ha avuto un incremento di popolarità globale decisivo negli anni Ottanta grazie alla maggiore presenza a livello mediatico e ad alcuni giocatori diventati icone della pallacanestro come Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird. La NFL (National Football League) e la MLB  (Major League Baseball), i campionati statunitensi professionistici di football americano e di baseball, godono di notevole popolarità anche in Europa. E’ curioso invece che l’organizzazione internazionale più conosciuta nel mondo del calcio, la FIFA, abbia in realtà un nome francese: Fédération Internationale de Football Association.

    Spostandoci nel campo che più ci interessa, ovvero le lingue, un acronimo da tenere in mente è CEFR (Common European Framework of Reference for Languages), un quadro di riferimento elaborato dal Consiglio d’Europa  che consente di determinare gli standard relativi agli stadi dell’apprendimento linguistico in modo da confrontare a livello internazionale le competenze comunicative. Avremo modo di parlarne in maniera diffusa nelle prossime puntate … See you!