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  • Marzo 2012, congiunzione astrale: Giove, Venere e la Luna risplendono nel cielo

    Marzo 2012, congiunzione astrale: Giove, Venere e la Luna risplendono nel cielo

    E’ in itinere una grandiosa maratona ma è inutile cercarla ad altezza suolo, non è una corsa per comuni mortali ma, solo, per vere e certificate “stelle”. Una competizione in atto, o meglio una caccia al tesoro, aperta a tutti e che viene indicata come “Maratona di Messier”.

    La gara consiste nel trovare nel cielo stellato, in una sola notte, quanti più “oggetti” possibili (nebulose, pianeti, galassie etc.) tra quelli elencati nel catalogo da cui prende il nome. Questa “galoppata“ celeste, inventata da diversi astrofili nord-americani, negli anni ’70, e il cui capostipite fu Gerry Rattley di Dugas (Arizona), prende ispirazione dall’astronomo francese Charles Messier (1730–1817,) il quale compilò un elenco di 110 oggetti che possono essere visibili contemporaneamente in un cielo stellato.

    Questo gioco, che non ha altro premio se non la gioia del traguardo finale, si arricchisce di fascino in concomitanza di particolari congiunzioni astrali. Anche per i meno esperti e poco vogliosi di cimentarsi in competizioni impossibili, in questi ultimi giorni di febbraio e per il restante mese di marzo, il cielo notturno ci offre un’opportunità affascinante che, per particolare luminosità, non necessità di angoli bui, lontano dalle luci della città, ma solo di uno sguardo curioso verso l’alto.

    I 5 pianeti più brillanti del nostro sistema solare si sono infatti dati appuntamento ad est, subito dopo il tramonto. Un convegno esteso anche alla signora della notte ovvero la dea Luna che giocherà con alcuni di loro per disegnare un triangolo magico (già è visibile in questi giorni)… Prime luminose luci ad accendersi sono Venere e Giove che, in avvicinamento progressivo, formano, con la luna crescente, una figura geometrica ben riconoscibile da qualsiasi punto della terra. Questo fenomeno si protrarrà fino alla fine del mese quando i due pianeti, tra il 12-13 marzo, si troveranno in congiunzione, cioè accostati a meno di due gradi di distanza.

    Se le condizioni sono favorevoli, si può vedere, anche, il piccolo Mercurio, alto appena pochi gradi sull’orizzonte, al crepuscolo, tra le luci di un sole calante che seguirà, nel tramonto, dopo circa un‘ora e mezza. Una vera cascata di pianeti a cui si aggiunge, verso est, nella costellazione del Leone, un Marte che, pur raggiungendo, nei primi giorni di marzo, la distanza minima dalla terra, si troverà nel punto più lontano dal sole e quindi meno luminoso.

    Bisogna armarsi, dunque, di buona vista o di un cannocchiale e non aver premura perché sarà visibile per l’intera notte. Manca all’appello Saturno che si farà attendere fino a poco prima delle 23 e brillerà ad est, non lontano da Spica, stella più luminosa della costellazione della Vergine.

    Per chi, non pago, cercasse tra gli astri qualche altra curiosità potrà andare alla scoperta di Arturo, astro più lucente dell’emisfero boreale. Sito a nord-est, appena sopra l’orizzonte, è individuabile seguendo la curvatura, verso sud, suggerita dal timone del Grande Carro. Questo corpo celeste fa parte di una Costellazione chiamata Boote (o Guardiano Dell’Orsa) il cui etimo si presume derivi dal greco «rumoroso» o «clamoroso», intendendo il vociare di un guardiano preposto alla cura del gregge (in questo caso l’orsa).

    La mitologia narra che Arcas, figlio di Zeus e di Callisto, fosse stato fatto a pezzi e cucinato da Licaone, consuocero del dio. Quest’ultimo riconosciuto il misfatto, punì severamente l’infame e, ricomposto il corpo del giovanetto, lo affidò alla Pleiade Maia che lo accudisse nella crescita. Nel contempo, la vendicativa Era, moglie di Zeus, irata per il tradimento compiuto dal consorte, aveva trasformato Callisto in un’orsa. Per evitare che l’incontro tra Arcas e l’orsa, in una battuta di caccia, si trasformasse in un matricidio, il padre degli dei trasportò i due tra le stelle.

    Anche la Luna che, nel suo percorso celeste, si troverà il 27 marzo tra due splendidi ammassi stellari, le Pleiadi e le Iadi, avrebbe da raccontare molte storie. La più curiosa è quella che la identifica con Artemide (luna nuova): un incontro galante, tra il solito Zeus e Latona, scatenò la rabbia di Era che scagliò una maledizione per colpa della quale la poveretta non poteva partorire in presenza della luce del sole. Fu necessario far emergere dal mare l’isola di Delo, nei cui bui meandri la luna (Artemide) potesse venisse al mondo e, dopo la nascita, inseguita dall’antico sortilegio, continua a comparire nel cielo solo dopo il tramonto.

    Le Pleiadi, che si ritrovano lassù per sfuggire ad Orione, con le sorelle Iadi (Piovose), ninfe dei boschi, fanno parte della costellazione del Toro. Luminose e facilmente distinguibili, erano conosciute fin dall’antichità come lo dimostra il fatto che le troviamo già menzionate da Omero, nella descrizione dello scudo di Achille. Per la mitologia sotto le sembianze di questo animale si nascose Giove per rapire e sedurre Europa: che sia il ricordo vanesio di una disdicevole bravata ad averlo collocato così in alto? Secondo altri, sono le spoglie di una mucca bianca sotto cui il dio celò la ninfa Io per sottrarla alle ire della moglie Giunone. Si narra che la sospettosa consorte, non credendo all’inganno, avesse affidato la giovenca ad Argo, mostro dai cento occhi, da cui fu liberata per intervento di Mercurio che uccise la deforme creatura, incantandolo col suo flauto magico. Più indispettita che mai, l’oltraggiata dea mando un terribile tafano a tormentare la povera Io, alla quale non rimase che gettarsi nel Mar Ionio (da cui il nome) per liberarsi dal supplizio. Fu solo in Egitto, dopo che Giove giurò di non perpetrare altri futuri tradimenti, che poté essere liberata dal malefico travestimento che fini in quel firmamento dove, ancor oggi, aleggiano fantastiche storie di miti ed eroi.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: S.Valentino, tradizioni e celebrità genovesi

    Storia di Genova: S.Valentino, tradizioni e celebrità genovesi

    Piazza dello Amor Perfetto, GenovaA Genova la festa degli innamorati si festeggiava, anticamente, a S. Giovanni. Intorno ai falò, le giovani coppie traevano auspici sulla durata del loro amore osservando il consumarsi di fiaccole votive. Alla vigilia della festa, le nubili mettevano sul davanzale un fiore di cardo che, se si fosse schiuso, avrebbe assicurato marito e fedeltà. Le stesse recitavano “un pater, ave, gloria a onö de Sant’Antonin ch’o me dagghe bon galante e bon cammin”.

    Se una donna portava uno stelo di basilico in seno, l’attrazione sarebbe stata irresistibile così come, se avesse cucito un capello nell’orlo del vestito, il marito era assicurato. Stesso risultato si otteneva buttando, a Capodanno, una pantofola verso l’uscio sperando che cadesse con la punta rivolta all’esterno e, per conoscere il nome del fortunato, si prendevano tanti bigliettini, si scrivevano i nomi dei “favoriti” (più uno lasciato in bianco) e si arrotolavano. Alla mattina seguente, se un foglietto si era “magicamente” disteso bastava leggere chi era l’eletto ma, se risultava bianco, c’era da aspettare un altro anno.

    Più arcana era la “piombomanzia”: si lasciavano cadere, in acqua, poche gocce di metallo fuso e, a seconda della forma che assumevano nel raffreddarsi (ad esempio una barca= marinaio), era svelato il lavoro del futuro marito.

    Anche nell’antica tradizione genovese troviamo coppie celebri come quella del Paciugo e la Paciuga, coniugi del XI secolo, che vivevano nel quartiere di Prè. Lui marinaio catturato dai Saraceni, lei devota alla vergine di Coronata, dove ogni sabato si recava a pregare per la salvezza del marito. Costui, tornato incolume dalla prigionia, non trovò la moglie ad attenderlo ma solo malelingue che insinuarono in lui, per quelle misteriose assenze, il dubbio di incontri amorosi. Il dramma si compie: il marito porta la consorte in barca e l’uccide. Il subitaneo e sincero pentimento dell’uxoricida e la devozione della donna spinsero, però, la Madonna a salvare dalle onde una resuscitata Paciuga che, sulla spiaggia, andò incontro al marito per lo scontato felice epilogo.

    Tommasina Spinola (1502) elesse Luigi II a “suo intendio” nella Villa Cattaneo Adorno (Albaro) e l’intendio rimase anche dopo la partenza del re. Quando, il 25 aprile 1503, le fu data la fallace notizia della morte del sire, nella battaglia della Cerignola, la poveretta non resse al dolore e morì nel suo palazzo dell’Amor Perfetto, toponimo che qualcuno, in modo meno idilliaco, associa alle antiche case di meretrici, ubicate sulle falde del colle di Montalbano.

    Storia tragica quella di Anna Giustiniani, figlia del barone Schiaffino e della contessa Corvetto. Sposata al vecchio, arci-conservatore marchese Stefano Giustiniani (1826), fece del suo salotto genovese un “covo” del nuovo “esprit” d’oltralpe portatore di venti rivoluzionari ai quali non fu immune il giovane Camillo Cavour, in forza alla caserma presso Porta degli Archi (attuale Ponte Monumentale). La “galeotta” politica si concluse con il trasferimento a Torino del “giacobino” conte e con l’esilio errante della giovane irredentista, prima a Milano, Torino, Vinadio ed infine a Voltri, una prigione dorata dalla quale partivano, alla volta dell’amato, lettere appassionate (150 in un anno). Nel ’35 Nina tentò la fuga ma, arrestata ad Asti, venne nuovamente riportata nella dimora genovese dove trovò la morte gettandosi dalla finestra, essendo fallito un precedente tentativo di suicidio col veleno.

    Ritratto di Luca CambiasoUn’altra storia ci parla del pittore Luca Cambiaso che, rimasto vedovo, s’invaghi della bella cognata Argentina Schenone. Il rapporto, etichettato come incestuoso secondo i dettami del tempo, lo portò in Spagna presso Filippo II, nel tentativo di ottenere un’intercessione regale presso il Papa, ma il veto non fu revocato e l’infelice innamorato morì consumato da “mal d’amore”, lontano dalla patria.

    Guglielmo di Ventimiglia e Recupero di Portovenere, notissimi corsari, furono salvati dalla forca grazie ad un’insurrezione di gentili donzelle che, conquistate dal loro fascino piratesco, sfidando gli armigeri, presero a sassate la corte del Podestà. Questo episodio insieme al fatto che il decesso non fu immediato convinsero le autorità a concedere la grazia.

    Più sfortunato fu Luis François Armand du Plessi, inviato a Genova per proteggerla dagli austriaci. Invaghitosi di Pellina Lomellini, sposa di Rodolfo Brignole Sale, ottenne da questa solo grandi rifiuti nonostante l’omaggio quotidiano di fiori, le visite assillanti, i tentativi di ingelosirla con una ballerina, l’improvviso fervore religioso per compiacere la sua devozione e il tentativo di ubbriacarla, da cui usci sbronzo solo lui. Recatosi ad un incontro galante, sollecitato da un insperato invito, non trovò l’amata ma solo una tal madama de Valdo, cinquantenne dalla “faccia listata di macchie di calore, e per tutta bellezza possedeva una certa pinguedine“.

    Il plebeo Filippo Casoni ebbe l’ardire di innamorarsi (1691) della nobile Apollonia Acquarone. Con 4 soldati corsi e qualche contadino della Valpolcevera rapì l’amata e con essa riparò in quel di Coronata. Ritrovati prontamente, il Casoni fu spedito al Palazzetto Criminale con una condanna a 20 anni di carcere dal quale uscì, nel1695, perché ammalato di tisi e con l’esborso di 1000 scudi d’argento. Non pago, si innamorò della protestante Anna Maria Stiston con la quale, per superare le differenze religiose, cercò di maritarsi col rito “manzoniano”. Incarcerato nuovamente, fu liberato il mese successivo e, sanate le pratiche necessarie, si ritrovò felicemente maritato.

    Oscar WildeStoria lacrimevole anche quella del giovane Manzoni, giunto nella nostra città alla ricerca dell’innamorata Luigia Visconti, solo per scoprire che l’oggetto dei suoi desideri era andata in sposa al marchese Gian Carlo Di Negro. Riposa in pace, presso Staglieno, Constance Lloyd, infelice moglie del celebre scrittore Oscar Wilde che, imprigionato per omosessualità, al suo rilascio preferì tornare dal suo giovane amante, lasciandola in un’inutile, dolorosa attesa che terminò solo con la sua morte… ma anche questo è amore.

    Adriana Morando

  • San Valentino, dal vescovo martire alla festa degli innamorati

    San Valentino, dal vescovo martire alla festa degli innamorati

    Cupido e San ValentinoIl patrizio Valentino, divenuto Vescovo di Terni e martirizzato il 14 febbraio, giorno di cui si celebra la ricorrenza, è un’immagine distante dal “nostro” S. Valentino che ci rimanda immediatamente alla festa degli innamorati. Per capire la liaison che si intercala tra l’amore e un beato basta andare alla ricerca delle tante leggende che lo vedono coinvolto in romantiche storie sentimentali.

    La più nota parla del pagano Sabino e della cristiana Serapia che, per superare l’ostacolo religioso, si rivolgono al Vescovo. In procinto di sposare il suo giovane, convertito per opera del santo, la fanciulla si ammala: al capezzale della morente, un Sabino disperato chiede di non essere separato da lei e Valentino, dopo il rito del battesimo e il successivo matrimonio, concede loro di addormentarsi insieme in un sonno eterno.

    Un’altra leggenda narra di come lo stesso Valentino, in attesa del martirio, si innamori della figlia cieca del suo carceriere, Asterius, e come la fanciulla, per quell’amore, riacquisti la vista. Ed ancora: due giovani innamorati litigano, passando vicino al religioso. Questi coglie una rosa invitandoli a reggerla insieme, segno di unione che li porterà ad un duraturo matrimonio. Sempre legato ai fiori è il racconto che vede il Vescovo imprigionato, lontano dal suo giardino che, ogni giorno, apriva per farvi giocare i bimbi del vicinato. Sarà la mano pietosa del Signore ad aprire la gabbia di due piccioni viaggiatori, custoditi presso la casa del Santo, per permettere ai pennuti, raggiunto il prigioniero, di recuperare la chiave e poter far riaprire l’oasi verde.

    Non ultima è la storia di quel fiore donato ai bambini, prima di rincasare, da donare alla mamma per alimentare l’amore verso i genitori, gesto da cui trarrebbe origine l’usanza di scambiarsi doni.

    Tanti esempi per un sentimento che la Chiesa ha voluto indirizzare verso valori più spirituali in contrapposizione ai culti pagani della fertilità. Fin dal IV secolo, infatti, in occasione della festa dedicata al dio Lupercus, venivano formate, per sorteggio, giovani coppie che avrebbero vissuto in intimità, per un intero anno, con l’intento dichiarato di portare a termine la procreazione.

    Persa questa cerimonia tribale, rimangono nella credenza popolare e, in particolare, in quella della nostra regione (leggi le antiche tradizioni genovesi di San Valentino), dei riti divinatori /propiziatori “pe fâ andâ e cose drïte”…

    A “Calendimaggio”, ad esempio, il corteggiatore posava un ramo fiorito o decorato con dolciumi sulla soglia dell’amata: se veniva raccolto era implicito l’amore corrisposto. Oppure… qualcuno ha mai sentito parlare di “fare il verde”? I giovani innamorati, a maggio, si scambiavano una foglia da costudire con cura. Quando uno dei due chiedeva di vederla, a seconda dello stato di conservazione, si poteva dedurne l’affetto e la dedizione ma se il fedifrago (o la fedifraga) sbagliava fronda, esibendo quella ricevuta da un altro, erano, ovviamente, seri guai.

    Che dire, infine, dei filtri magici per legare l’amato? Tra i tanti, le cui ricette sono reperibili ovunque, mi pare degno di menzione questo in dialetto romanesco: “Pè ffà ddiventà innamorata morta de voi una persona: procurateve un pò de piscio de stà persona, poi mettetelo drent’una piluccia, con un sordo de cchiodi e uno de spille. Mettete ‘sta piluccia sur foco, e quanno piscio, spille e cchiodi hanno bbullito bbene bbene, annate a casa de quela persona che vvolete che s’innamori de voi, e ssenza favve accorgé sversateje tutta quella pila o in cantina o in soffitta o in d’un antro sito anniscosto de la casa. Doppo pochi ggiorni, vedrete che smania d’amore che je pija!“. E’ proprio il caso di dirlo: cosa non si fa per Amore!

     

    Adriana Morando

     

     

  • San Siro, Mura degli Angeli, Peralto: fantasmi e leggende a Genova

    San Siro, Mura degli Angeli, Peralto: fantasmi e leggende a Genova

    Mille caruggi si intersecano nel centro storico di Genova per perdersi in un labirinto di luci ed ombre: muri scrostati dal tempo che, improvvisamente, lasciano intravvedere un’orma del passato, una traccia di quell’antica storia che ha fatto della nostra città una fulgida potenza, ricca di gloria ma anche di intrighi, di congiure, di misfatti sanguinari e di… mistero. Fantasmi del passato si aggirano tra le vecchie pietre, inquieti, stravaganti, patetici, satanici, giungendo a noi, così dicono, attraverso tre punti strategici ovvero la chiesa di San Siro, Salita degli Angeli e Parco Peralto, ricchi di energie mefistofeliche e, noi stessi, potremmo discendere nell’Ade (regno dei morti), passando per uno di questi.

    Il primo è stato individuato nel quartiere della Maddalena, là dove la chiesa di S. Siro è stata testimone di eventi inquietanti. Del IV secolo, inizialmente dedicata ai 12 Apostoli, la basilica fu la prima cattedrale di Genova, primato ceduto poi a S. Lorenzo (IX sec.) perché più protetta dalle incursioni dal mare. Originariamente in stile romanico, nel 1580, fu in parte distrutta da un incendio e quindi ricostruita interamente dai Teatini (XVI-XVII sec.) con l’aggiunta del convento e del chiosco, demoliti dalla costruzione di Via Cairoli, della cupola (1619) e della facciata neoclassica (1821-Carlo Barabino). Il campanile (50m), eretto nel XII secolo, venne abbattuto nel 1904, in seguito a segni di cedimenti. L’interno a tre navate, su colonne binate, racchiude opere pittoriche di grande pregio (Fiasella, Piola, De Ferrari, ecc.) e, a caccia di antiche presenze sataniche, nel coro, troviamo un dipinto di Giambattista Carlone che, ricercato per omicidio, aveva trovato asilo nella chiesa. Questo quadro narra dell’evento miracoloso con cui il Santo liberò questi luoghi da un mostro annidato in una cavità e dalla quale emanava i suoi mefistofelici fetori. Altre memorie del prodigio sono una piccola lapide (1347), sulla piazzetta, che indica l’ubicazione del pozzo, chiuso nel 1575, e la barbara usanza di “lapidare” un incolpevole gallo, figura metaforica del Basilisco, nel giorno della ricorrenza del Santo, usanza perpetrata fino al secolo scorso. Un’altra sinistra scritta ci ricorda l’uccisione di Opizzino d’Alzate (27 dicembre 1436), governatore in Genova per il duca di Milano. Mentre si apprestava ad incontrare il suo successore, Ermes Trivulzio, una ribellione, capeggiata da Francesco Spinola, si impadronì della porta di S. Tommaso, costringendo i due alla fuga verso il Castelletto. Opizzino, tramortito in Fossatello da una fitta sassaiola, cadde da cavallo nella piazza di S. Siro e qui fu fatto a brandelli dai rivoltosi.

    La leggenda di “Valentino” – Rimane solo nei racconti un altro fatto raccapricciante: 569 A.D., i Longobardi conquistano Milano. Un gruppo di religiosi fugge a Genova e si rifugia in S. Siro, portando seco le reliquie di S. Ambrogio. Tra essi un chierico tonsurato, Valentino, che, nonostante un comportamento dissoluto tenuto nella nostra città, alla morte, viene sepolto nell’allora cattedrale. Una notte, agli occhi degli abitanti, richiamati da terribili strepitii, si presenta una scena terrificante: due spettri stanno trascinando, fuori dal sepolcro, il monaco resuscitato che, urlante, si aggrappa disperatamente alla bara. Fuggiti tutti in massa, qualche coraggioso ritorna la mattina dopo e trova il cadavere del religioso malamente gettato in una tomba del vicino cimitero all’aperto.

    Alla ricerca del secondo punto, spostiamoci sopra Dinegro dove le antiche Mura degli Angeli salivano a raggiungere l’omonima chiesa, (1467), appartenuta ai Carmelitani fino al 1810,“oggi spianata e ridotta ad orto”. Le mura nuove (1626-1632) dalla zona ‘Caput Fari’ o della Chiappella, grande braccio roccioso (l’attuale piazza Dinegro) che dal Belvedere si protendeva fino alla punta della Lanterna formando una barriera naturale tra il centro e Sampierdarena, portavano fino alla Porta degli Angeli e proseguivano verso Granarolo lungo la collina di S. Benigno. Salita degli Angeli era un tempo la via principale che da S. Teodoro permetteva di raggiungere la cima e attraverso Salita Pietra (via Mura degli Angeli) spingersi nella Valpolcevera perché l’altro percorso era un pericoloso e tortuoso sentiero, scavato nella roccia, che iniziava a lato dell’abazia di S. Bartolomeo del Fossato. In alto, presso la porta, nel 1910, un’unica casa, quella dei becchini e, poco più sotto, il cimitero della Castagna, primo luogo di sepoltura degli appestati, già nel 1657, fuori delle mura della città. Questa è la meta per l’inconsistente processione di monachelle che, di notte potrebbe comparire lungo la Salita degli Angeli. Che sia questo il punto “astrale” o è più verosimile che l’aura di negatività si sprigioni dalla primitiva chiesa, triste tappa finale di benedizione dei cadaveri?

    Chiude il triangolo il terzo vertice, quello più pericoloso perché, dicono, accesso per la discesa nel mondo dei trapassati. E’ stato individuato nel parco naturale del Peralto. Qui aleggia l’ermetica profezia di S. Brigida che, presso le mura delle Chiappe (1346), pare abbia vaticinato: “un giorno il viandante che passerà dall’alto dei colli che cingono Genova, accennando con la mano ai lontani cumuli di detriti, dirà, laggiù era Genova”. Altre presenze oscure pervadono l’aria, scendendo dal forte Sperone che domina dall’alto, sinistra roccaforte nata sotto una cattiva stella perché, già l’anno dopo la costruzione, un voltone dei magazzini franò rovinosamente senza causare vittime. Sono i suoi trascorsi di prigione, di torture, di morte a renderlo lugubre e quel suo indesiderato ospite che, evocato da una seduta medianica, confessò di aver trucidato una povera pastorella, cadavere che fu, puntualmente, scoperto nel luogo indicato dallo spettro. Qui finisce il nostro viaggio “terreno”, quello eterno è solo per coraggiosi ma… è consigliabile aspettare!

    Adriana Morando

  • “Smart drugs” e cannabinoidi sintetici: scoperta a Genova nuova sostanza

    “Smart drugs” e cannabinoidi sintetici: scoperta a Genova nuova sostanza

    Le smart drugsDai laboratori chimici dell’Agenzia delle Dogane di Genova arriva la notizia dell’individuazione di un nuova sostanza stupefacente che rientra nella categoria delle cosiddette “smart drugs“. E’ denominata CRA-13 e si tratta di un cannabinoide sintetico non ancora inserito nella Tabella I del D.P.R. 309/90, composto da molecole create per fini di ricerca medica e farmacologica e introdotto nel mercato illecito per l’azione stupefacente addirittura superiore a quella della cannabis naturale.

    E’ la prima volta in Italia che viene segnalato questo prodotto e la Direzione Centrale per l’Analisi Merceologica e per lo Sviluppo dei Laboratori Chimici ha inviato il risultato ottenuto al Sistema Nazionale di Allerta Precoce e Risposta Rapida per le Droghe, il National Early Warning System (N.E.W.S.), per la diffusione di livelli di attenzione e allerta sul territorio nazionale.

    Ma, che cosa sono le “smart drugs”?

    I cannabinoidi sintetici o “smart drugs” (ma anche “herbal highs” o “legal drugs”) sono il risultato dell’addizione di prodotti di origine naturale con molecole di sintesi che vengono aggiunte alla miscela vegetale senza alcun controllo tossicologico e farmaceutico. I risultati di laboratorio sono poi commercializzati con varie denominazioni e confezionamenti, talvolta facilitati dal fatto che alcune di queste molecole non sono vietate dalle leggi vigenti. E’ possibile inoltre che il principio attivo contenuto nelle parti fresche o secche delle piante vendute come “smart drugs” sia  presente nelle Tabelle delle sostanze stupefacenti, ma non sia presente né
    la pianta, né parti di essa, il che rende automaticamente legale la sua vendita.

    Sono infatti assolutamente legali gli “Smart Shop”, negozi presenti in diverse nazioni europee (un centinaio in Italia) specializzati nella vendita di stupefacenti di origine naturale e sintetica (in quest’ultimo caso si tratta di capsule contenenti aminoacidi, neurotrasmettitori tipo GABA ecc.) con marchio CE, ma vendono anche prodotti destinati alla coltivazione di piante (soprattutto funghi e canapa). Ancora più semplice è l’acquisto di questi prodotti attraverso il web, vengono venduti ad un prezzo medio di 25 euro, magari sotto forma di incensi o profumi d’ambiente con indicazione di divieto per uso umano, sebbene esistano poi altri siti che spiegano dettagliatamente le modalità di assunzione.

    Sul documento ufficiale dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma si legge: “La definizione di “smart drugs” è in continuo cambiamento, non solo per i diversi tipi di sostanze che di volta in volta rientrano in questa categoria (come appunto il neo arrivato Cra-13 n.d.r.) , ma anche da un punto di vista concettuale e culturale. Negli anni ‘90 il termine si diffuse negli Stati Uniti per indicare alcuni farmaci usati in medicina come coadiuvanti delle malattie senili […], una serie di sostanze con “azione sul cervello”, dette “nootropiche”, in grado di resuscitare ricordi dimenticati, di aumentare il quoziente di intelligenza, di aumentare la potenza sessuale, come ad esempio il piracetam o la lecitina. In realtà la dizione “americana” di “Smart Drugs” è rimasta invariata nel tempo: ancora oggi negli Stati Uniti le “smart drugs” sono una serie di sostanze farmacologicamente attive, che comprendono anche gli steroidi, in grado di agire sulla “performance” generale dell’individuo. A partire dalla fine degli anni ’90, invece, in Europa arriva la moda studentesca dell’uso di sostanze naturali o sintetiche vendibili legalmente con presunte indicazioni di efficacia sulla concentrazione e sulla memoria o con proprietà psicoattive”.

     

  • Ebook, gratta e vinci e scommesse: le novità del paniere Istat 2012

    Ebook, gratta e vinci e scommesse: le novità del paniere Istat 2012

    ebookEbook e relativi dispositivi di lettura, gratta & vinci, scommesse sportive. Con queste e altre aggiunte all’inizio del 2012 il paniere Istat conta 1.398 voci, ossia 1.398 beni o servizi che sono entrati a far parte a pieno titolo dei consumi quotidiani degli italiani.

    Il gratta e vinci e le scommesse denotano una (tristemente nota) speranza di risollevare tutta e subito la propria situazione economica, un sogno che è sempre esistito a prescindere dalla crisi: un recente sondaggio del Consiglio Nazionale delle Ricerche ha stimato che quattro italiani su dieci giocano d’azzardo.

    Discorso a parte lo merita la lettura digitale: secondo l’agenzia di statistica sono diventate parte integrante delle nostre abitudini quotidiane attività come comprare e scaricare ebook, leggerli su appositi dispositivi (a partire dal Kindle di Amazon, sbarcato nel mercato italiano a dicembre) e utilizzare computer di ultima generazione come gli Ultrabook, i notebook ultrasottili.

    Il fatto che l’Istat abbia ritenuto di aggiungere gli ebook al paniere indica che – complice forse anche la novità rappresentata dagli ebook rispetto alla “poco digitale” mentalità italiana – gli italiani non sono affatto un popolo che non legge. Anzi, la possibilità di avere un lettore che non pesa quanto un libro, può contenere al suo interno centinaia di testi e permette di collegarsi a Internet per approfondire quello che si sta leggendo o condividerlo con altri, è un segnale del fatto che la lettura ha un valore a prescindere dal suo supporto fisico.

    Marta Traverso

  • Genova e i grandi cantieri navali: da Ansaldo a Fincantieri

    Genova e i grandi cantieri navali: da Ansaldo a Fincantieri

    Il Porto di Genova, documentario video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Genovesi grandi navigatori di cui Colombo ne è l’emblema, ma non solo: grandi cantieri navali che hanno fatto la storia della navigazione transoceanica, quando gli aerei erano ancora un miraggio e questi giganti del mare rappresentavano la via più sicura per raggiungere terre lontane.

    Il primo a capire l’importanza di aprire nuove rotte commerciali verso l’Oriente, e di qui “conquistare” il mondo, fu Raffaele Rubattino (1809-1891), più noto come l’armatore dei “Mille”, che nel 1868 inaugura una linea regolare, di passeggeri e merci, tra Genova ed Alessandria d’Egitto.

    All’apertura del Canale di Suez il 17 novembre 1869, è del Rubattino la prima nave italiana ad attraversare il nuovo passaggio cui seguiranno collegamenti regolari, in partenza il 24 di ogni mese, verso Assab, in Dancalia, pezzo di costa comprata per 6.000 talleri, luogo in cui viene costruito un impianto carbonifero di rifornimento per i piroscafi con rotta verso Aden e Giava.

    Nel 1864 le linee vengono prolungate fino a Singapore e a Bombey ma, soprattutto, le prime navi italiane raggiungono l’Argentina dando vita a quel flusso di migranti delle cui storie sono piene le pagine dei giornali di fine secolo.

    Quattro anni prima anche l’industria genovese Ansaldo aveva iniziato la produzione di navi. Il gruppo Ansaldo nasce nel 1846 dall’acquisizione di una preesistente società fondata da Filippo Taylor, ingegnere meccanico inglese, e Fortunato Prandi, uomo d’affari torinese, un’officina meccanica in Sampierdarena, alle porte di Genova, che si occupava di materiale ferroviario. Passata allo Stato nel 1852, viene riceduta, dopo pochi mesi, per 810 mila lire, alla neonata Soc. Gio Ansaldo (Giovanni Ansaldo, Carlo Bombrini, Giacomo Filippo Penco e Raffaele Rubattino) che si dedica alla produzione di locomotive per lo Stato piemontese.

    La costruzione di navi inizia, come detto, nel 1860, con la realizzazione di due piccole cannoniere per la flottiglia del Garda ma il salto di qualità si ha nel 1886 con l’acquisizione del cantiere Cadenaccio (Sestri Ponente), importante realtà nautica della città comprovata dal fatto che, qui, era stato costruito il Cosmos, il più grande veliero in legno italiano.

    Dalla parte opposta della città, Enrico Cravero, già proprietario degli ex cantieri Westermann, anch’essi ubicati a Sestri, nel 1890, prende in affitto, dal Comune, l’Arsenale di Genova e unifica le due strutture sotto un’unica direzione, privilegiando la costruzione di navi passeggere in quello della Foce, mentre le commesse militari continuano ad essere evase a ponente. Nel dopoguerra, la chiusura di questi due poli industriali, apre vasti spazi per l’ampliamento dell’Ansaldo che, con uno sviluppo crescente, saprà mostrare tutte le sue grandi potenzialità. Infatti, il 1° agosto 1931, viene varato il mitico Rex, ricordato nel film di Fellini “Amarcord”, il più  grande transatlantico italiano in grado di competere con quelli dell’epoca: alla presenza di Vittorio Emanuele II e della regina Elena, entra nella storia con le sue 4 turbine che azionavano altrettante eliche di 5 metri di diametro e una potenza, dichiarata, di 136000 cavalli. L’inaugurazione ufficiale si tiene, invece, il 25 settembre 1932,  alla presenza dell’Arcivescovo che dichiara la cappella della nave “parrocchia” di Genova e a cui segue la partenza, il giorno dopo, con 1872 passeggeri.

    In uno dei suoi tanti viaggi, riesce a conquistare il Nastro Azzurro (agosto 1933), trofeo per la traversata più veloce. Nello stesso anno, l’Ansaldo entra a far parte dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri) e, nel  marzo ’48, della società finanziaria Finmeccanica, segnando un nuovo traguardo perché, già dal 1950, riceve l’ordinazione di sette navi per un totale di 73 mila tonnellate di stazza lorda. Da qui esce l’Andrea Doria (1951), la gemella Cristoforo Colombo (1953), la Leonardo da Vinci (1960) e i suoi due “diamanti” (1965) la Michelangelo e la gemella Raffaello.

    Dal 1966 il cantiere viene scorporato dall’Ansaldo e passa sotto il controllo della Fincantieri. Storie di mare, di tecnologia, di naufragi, che fanno da cornice alle luci sfavillanti dei saloni, all’allegria delle feste, ma anche a tante miserevoli storie di emigranti che, da sotto la Lanterna, partivano con il bagaglio, solo, dei loro sogni e, negli occhi, il ricordo nostalgico di quei monti che da Righi scendono al vicino mare, come recita la celebre canzone genovese (1925) di Mario Cappello “Ma se ghe pensu”.

    Adriana Morando

  • Dal guerrilla al pothole gardening, come far rifiorire le città

    Dal guerrilla al pothole gardening, come far rifiorire le città

    guerrilla gardeningNel 1973 un gruppo di New York si impossessò abusivamente di un appezzamento di terra abbandonata e lo trasformò in un’aiuola fiorita. Questo esperimento diede vita in tutto il mondo al guerrilla gardening, una pratica di “giardinaggio d’assalto” che porta gruppi spontanei di persone a individuare zone verdi lasciate nel degrado per riqualificarle.

    Sulla scia di questo progetto – attivo da diversi anni in tutta Italia, Genova inclusa – è nato a Londra un’altra forma di giardinaggio urbano: il pothole gardening, che consiste nel trasformare le buche nei marciapiedi (quelle che le aziende municipali preposte sembrano non decidersi mai a riparare…) in aiuole fiorite. Questa pratica è stata attuata per la prima volta nel marzo 2010 da Steve Wheen presso l’area del mercato rionale in Columbia Road.

    Marta Traverso

  • Primi giorni di febbraio: la Candelora e le fiaccole dell’antica Roma

    Primi giorni di febbraio: la Candelora e le fiaccole dell’antica Roma

    “A-a Madonna da Candelora de l’inverno ne semmo fora ma a cieuve e a nevà quaranta giorni han ancon da passà”: così recita il proverbio genovese, un intreccio di sacro e profano che associa il rito religioso ai vaticini sulla stagione ventura e che ci riportano agli antichi riti pagani che si celebravano a Roma il con l’avvento di febbraio.

    Per le calende di febbraio (primo giorno di ogni mese e toponimo da cui deriva calendario) si officiavano le feste in onore di Cerere (Demetra per i greci), dea della fertilità e delle messi, madre di quella Proserpina, rapita da Plutone, dio dell’Oltretomba, che la madre, disperata, aveva cercato a lungo alla luce delle fiaccole, le stesse che venivano ostentate nelle lunghe processioni lungo le vie dell’urbe romana. Da qui deriverebbe la Candelora cristiana (festum candelorum) ovvero l’usanza dell’accensione delle candele il 2 febbraio. 

    La leggenda narra, nel suo proseguo, che, per l’ira, la dea della fertilità decise di rendere sterile la terra (autunno-inverno), tornando a farla rifiorire soltanto quando, per concessione degli dei, la figlia poteva ritornare alla luce del sole (primavera-estate), con un’alternanza ciclica che ci da ragione del susseguirsi delle stagioni.

    Sempre legato alla fertilità, era il rito irlandese di Imbolc (o anche Oimelc), nella cultura celtica, la cui etimologia “latte ovino” stava ad indicare il periodo della nascita degli agnelli e quindi da interpretare come tempo di fecondità.

    Più vicine, per significato, alla tradizione cristiana erano le celebrazioni in onore della dea Februa (espiazione) o Iuno Febrata (Giunone), madre di Marte dio della guerra, dea deputata a presiedere ai riti di purificazione a cui si sottoponevano le donne dopo il parto. Secondo un’altra versione, infatti, nel giorno delle “calende di Februarius” (da februus = purificante), ultimo mese dell’anno, il cui nome deriva dalla dea omonima, si portavano per le vie della città “ i Ceri di Februa” per tenere lontano le negatività . Non solo, era il mese dedicato ai riti funebri dei Mani (gli antenati), celebrazione spostata a novembre nel calendario cristiano, e si tenevano, in coincidenza con le Idi (13° giorno del mese), i Lupercalia, in onore del dio Fauno Lupercus (protettore del bestiame) o, secondo Dionisio di Alicarnasso, in ricordo della lupa nutrice di Romolo e Remo.

    Era usanza che i Luperci (sacerdoti) andassero per le strade con corregge, ricavate dalla pelle degli animali sacrificati, e percuotessero gli uomini in segno di penitenza o toccassero le donne per dar loro fertilità. Quest’ultimo significato, è da ricercare nella leggenda secondo la quale la dea Giunone Lucina (o Lucezia) aveva reso feconde le Sabine, incapaci di procreare dopo il ratto, suggerendo all’auspice di toccarle con benderelle di pelle (februa o amiculum Iunonis), ricavate dalla pelle di un “becco” (caprone) a lei immolato.

    Con l’avvento del Cristianesimo, Papa Gelasio I, durante il suo episcopato (tra il 492 e il 496 d.C.), ottenne dal Senato l’abolizione dei Lupercali mentre già con Papa Silvestro I (?-335), si attribuì alla festa l’attuale significato cristiano in ricordo della presentazione di Maria al tempio, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, periodo in cui, secondo la religione ebraica, la donna era considerata impura.

    Degli antichi rituali si conserva, nella tradizione popolare, questa aspettativa di ritorno della bella stagione, estrinsecata dai numerosi proverbi che vengono recitati in ogni cadenza dialettale. Accanto a quelli più classici, di chiaro riferimento “meteorologico”, varianti curiose sono quelle riferite al comportamento degli animali. Abbiamo così “Se l’ors à la Siriola la paia al fa soà ant l’invern tornom a antrà (se l’orso si rigira nel giaciglio alla Candelora e continua a dormire, si torna a soffrire il freddo,) simile al piemontese “se l’ouers fai secha soun ni per caranto giouern a sort papì” (se l’orso fa seccare il suo nido, per 40 giorni non esce più), ma anche lupi, leoni od uccelli, galline partecipano a questi ritornelli. In Inghilterra hanno scomodato, pure, il riccio (hedgehog) e in America, privi di questi graziosi animaletti, hanno istituito il giorno della marmotta (groundhog). Ed infine, per concludere… fuori, nevica!

    Adriana Morando

  • Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Roberto CastelliRitorniamo ancora a parlare di Servizio Pubblico, la trasmissione di Santoro, perché giovedì sera è successo qualcosa di rilevante da un punto di vista simbolico. «Non mi devi rompere i coglioni!», questa la frase liberatoria di un operaio sardo che ha costretto Roberto Castelli, esponente della Lega Nord, già ministro della giustizia, senatore e viceministro uscente alle infrastrutture, ad abbandonare lo studio televisivo. E diciamolo francamente: era tosto l’ora.

    Non c’è da gioire per il fatto in sé che un dibattito pubblico sia giunto a un punto così teso, perché di principio vorremmo tutti che l’occasione fosse sfruttata piuttosto per fare una riflessione critica seria e pacata. Ma data la situazione di un paese in difficoltà che viene messo a confronto con chi lo ha governato per anni, lo sfogo dell’operaio sardo è stato quanto di più onesto, genuino e sano ci si potesse augurare. Se l’espressione è stata un po’ “colorita”, ciò è senza dubbio giustificato dalla frustrazione, dopo anni in cui lo sforzo di mantenere un certo contegno e un certo modo di interloquire c’era stato. Persino nelle trasmissioni di Santoro, a cui piace molto fare sentire «l’urlo della piazza», nessun operaio, nessun cassaintegrato, nessun disoccupato si era mai lasciato andare in TV ad un’espressione così forte contro un politico così importante.

    Giovedì sera invece il tappo è finalmente saltato. Se la settimana scorsa ho scritto che non aveva senso invitare in trasmissione i rappresentanti di questa classe politica, è proprio perché con costoro c’è poco da dialogare. E in particolare con quelli più agguerriti e sfacciati, come Castelli, l’unica risposta non può essere che quella schietta e irriverente data proprio dall’operaio sardo.

    Con questo non si vuole dire che la gente comune in questa situazione sia la vittima esente da colpe, mentre la politica è il carnefice. Sarebbe una concezione decisamente populista. Questi politici sono stati votati e sostenuti per anni dai Sardi, dai Siciliani e dagli Italiani tutti. Quindi i primi a dover fare autocritica siamo noi stessi, se non vogliamo ritrovarci a far uscire un problema dalla porta solo per farne entrare un altro dalla finestra. Ma se c’è una categoria che proprio non può venire a darci lezioni è quella dei politici che ci hanno governato fino a ieri.

    Ecco il motivo per cui le arroganti rimostranze, le spudorate riflessioni e i volgari attacchi che Castelli ha messo in scena giovedì sera hanno davvero meritato un tale epilogo. Castelli in particolare è stato al governo per otto degli ultimi dieci anni, occupando posizioni di primo piano e mettendo la sua firma in calce a molte contestatissime leggi. Se l’economia, durante questi anni, anziché migliorare è peggiorata sempre di più, sarà anche un po’ colpa di Castelli o no? Non è solo colpa sua, di Berlusconi e del governo precedente, l’abbiamo scritto e ripetuto più volte: ma ce ne sarà abbastanza perché si dica che lui e i suoi alleati hanno fallito e quindi si levino di torno, come succede in tutte le democrazie del mondo? E invece, come se niente fosse successo, Castelli si è presentato in trasmissione lanciando strampalate accuse a destra e a manca.

    Di chi sarebbero le responsabilità, se rischiamo di far la fine della Grecia? Dei «tecnocrati» come Monti che hanno disegnato e costruito la “globalizzazione” e di Ciampi e Prodi che ci hanno portato nell’euro, una moneta che non si può svalutare. Ora, a parte il fatto che la globalità è un dato, uno scenario che nessuno ha scientemente costruito, quella a cui fa riferimento Castelli, una globalizzazione senza regole e senza autorità, dove attori transnazionali fanno il bello e il cattivo tempo in barba al poter di azione degli Stati nazionali, è identificabile piuttosto con quella deregulation tanto cara ai governi di destra.

    Chi ha voluto una finanza globale senza regole? Le basi teoriche le ha date la scuola di Chicago, ma sul piano politico il principale referente è senza dubbio «l’amico George», quel Bush junior presidente degli Stati Uniti così caro al governo Berlusconi, che Castelli ha sorretto per tanti anni. E’ stato Bush a mettere Alan Greenspane, il campione del laissez-faire finanziario, alla guida della Federal Reserve, mentre Castelli e gli altri leghisti sostenevano gli USA nella guerra in Iraq per via di quelle armi di distruzione di massa mai trovate, che, tanto per dirne una, in Inghilterra hanno rovinato la carriera politica a Tony Blair.

    Oggi, dopo dieci anni di oblio, Castelli ricorda improvvisamente di essere stato in gioventù anti-imperialista e anti-capitalista. Ma ancora più sfacciata è la critica all’euro. E’ pur vero che l’euro è una moneta strana, dato che incorpora economie molto diverse e che non può essere svalutata per abbassare i tassi; ed è anche vero che la Lega delle origini era contro l’ingresso nell’euro. Ma lo era per una balorda concezione del localismo come risposta alla globalizzazione, che prevede la chiusura delle frontiere e l’adozione di una moneta padana: una visione bislacca che ho già criticato in passato e che non è affatto una risposta ai problemi della modernità, ma soltanto un cieco rifiuto a voler guardare negli occhi la realtà rifugiandosi nel passato.

    E poi, se l’euro oggi è un problema, questo lo si deve al fatto che la nostra economia è debole e drogata, con un debito e una spesa pubblica elevati, che non può reggere gli standard del nord Europa. Ma se, negli anni in cui Castelli sedeva a Roma, la spesa pubblica fosse scesa, i conti fossero stati tenuti in ordine, il debito fosse diminuito e l’economia fosse cresciuta, saremmo sotto l’attacco della speculazione internazionale? Probabilmente ne saremmo al riparo esattamente come lo sono la Finlandia e la Germania, e staremmo a discutere di come risolvere i problemi del debito di Grecia e Portogallo, ma non del nostro: cioè nessun governo Monti, nessuna manovra lacrime e sangue. E invece sotto Berlusconi il debito pubblico è aumentato. Anche perché la spesa pubblica è da sempre gestita con finalità clientelari. Un esempio? Nel sud Italia alla vigila delle elezioni esplodono le assunzioni nel settore pubblico.

    Ora, di fronte ad un pastore o ad un agricoltore che si lamentano per la crisi, con che faccia Castelli può andare a rinfacciare a questi lavoratori l’elevato numero di dipendenti pubblici delle loro regioni, quasi li avessero assunti loro? Ecco perché è giusto rispondere con un «Non mi devi rompere i coglioni!» ad un politico che, anziché nascondersi o almeno giustificarsi, cerca la ribalta per attaccare. Con chi non ha pudore e ha faccia tosta, nessuna discussione è utile, perché cercherà di difendere l’indifendibile fino alla sfinimento. La cosa migliore, quindi, è lasciarlo perdere. Poi toccherà a noi fare ulteriori riflessioni e chiederci come mai tutta la classe politica, non solo Castelli, si siano rivelati tanto inadeguati. Toccherà a noi guardarci negli occhi e chiederci: dove abbiamo sbagliato?

    Andrea Giannini

  • Le 72 ore più fredde dell’anno: i “giorni della merla”

    Le 72 ore più fredde dell’anno: i “giorni della merla”

    Un vento gelido di tramontana che fischia insinuandosi tra le imposte (“ondata di freddo siberiano”, è stata definita: nulla di più vero), tetti imbiancati sulle prime propaggini dei monti che circondano Genova e  previsioni metereologiche foriere di altre precipitazioni: rispettando gli antichi detti popolari, sono arrivati i giorni della merla.

    Se qualcuno si era illuso che le tiepide temperature di un inverso anomalo ci potessero traghettare verso la bella stagione, senza farci tirare fuori dall’armadio guanti, sciarpe e berretti, è stato prontamente smentito. Questi giorni (29-30-31  per alcuni, 30-31-1° febbraio per altri) vengono, a buon diritto, considerati i più rigidi dell’anno e, per consuetudine, indicati come il “barometro” dei mesi a venire.

    Se sono ”artici”, infatti, ci assicurano i ben informati, potremo godere di una mite stagione primaverile. Ma cosa c’entra la merla in tutto questo? Precisiamo subito che dovremmo dire ”merlo” perché, per il dismorfismo sessuale (differenza tra i generi), è il maschio ad avere un piumaggio più scuro ma la leggenda vuole che sia stata una femmina di tale volatile a rifugiarsi nella canna di un camino per riparare se e i suoi piccoli dal freddo intenso, sporcando di un nero perenne, il candido piumaggio della livrea originaria.

    Esistono tante varianti di questa favola, alcune dall’esito “noir”, ma due, in particolare, ci fornirebbero anche la spiegazione del perché febbraio è il mese più corto. La nivea merla di cui sopra, stufa delle angherie di cui era oggetto da parte di gennaio che, col suo gelo, le impediva di uscire dal nido, decise di farsi una bella provvista di cibo e di mettere il becco fuori solo agli inizi del mese successivo. Gennaio, indispettito dallo scaltro raggiro, si fece regalare dal Febbraio i suoi primi 3 giorni, sorprendendo il povero volatile uscito con la sicurezza di trovare un tiepido sole e al quale non rimase che riparare in tutta fretta nel camino, con  le conseguenze di cui sopra.

    Una versione quasi simile narra di un merlo convinto di aver ingannato Gennaio con analogo stratagemma e, lasciato il caldo nido, avesse esclamasse “Più non ti curo Domine, che uscito son dal verno!”, il cui borioso atteggiamento fu punito, immediatamente, con l’acquisizione di quei fatidici 3 giorni e solito finale, una leggenda parafrasata da Dante, nel XIII canto del Purgatorio, con il verso “Ormai più non ti temo!”, come fé ‘l merlo per poca bonaccia”.

    Le uniche tracce di una qualche verità storica le possiamo riferire alla riforma del calendario romano ad opera di Numa Pompilio ( 713 a.C.), in cui i due primi mesi dell’anno vennero aggiunti ai 10 già preesistenti, attribuendo a gennaio (dal dio Giano=Ianuarius) un computo di 29 giorni, portati a 31 solo successivamente.

    Anche la religione annovera due varianti di questo detto popolare: un’eroica merla si sarebbe sacrifica bevendo il latte di Gesù, avvelenato dal fiele, ricevendone in cambio, dopo 3 giorni di patimenti, un clima più mite per una più rapida guarigione; una seconda stesura racconta come un servo di Erode avesse catturato il pennuto insieme ai suoi piccoli e se li volesse mangiare. Il disperato padre dopo aver raccolto una provvida pagliuzza, strappata dalla culla del Signore, l’avrebbe lasciata cadere sugli implumi che, acquisita l’immediata capacità di volare, si sarebbero messi in salvo con una precipitosa fuga.

    Meno nobile ma sicuramente efficace, fu il freddo che fece ghiacciare le acque del Po e permise a una cotal nobile signora di Caravaggio, nominata De Merli, di raggiungere l’amato per l’agognato matrimonio o l’analogo espediente usato per traghettare, sullo stesso fiume, un pesante cannone denominato “La Merla”. La spiegazione di un tale motto, forse, molto più semplicemente, è da ricercare nelle buie serate invernali, quando la terra, stretta nella morsa del gelo, fermava il lavoro dei contadini e permetteva loro momenti di aggregazione intorno al caldo di vecchie stufe o scoppiettanti camini e dove l’allegria era assicurata da novelle beneauguranti, da festosi canti e qualche libagione di troppo.

    Gli stessi fuochi e canti rituali che si celebravano nelle ancestrali comunità rurali come omaggio propiziatorio per il futuro raccolto, similmente a quanto accade nella rievocazione dei” Canti della Merla” lombardi in cui la Merla, una fanciulla del luogo, sale su una catasta di fascine ed inizia una serie di cori a cui rispondono gli astanti, in una sorta di “predizione” per la futura stagione agraria. Certo che, se c’è qualcosa di vero nella saggezza popolare, dovrò spiegare ai miei gerani, fioriti inaspettatamente in pieno dicembre, che possono tornare a dormire sereni perché, stante la tradizione, è in arrivo una limpida, tiepida, prossima Primaveraaaaaa

    Adriana Morando

  • La favola dei blue jeans: dal porto di Genova agli Stati Uniti

    La favola dei blue jeans: dal porto di Genova agli Stati Uniti

    panorama del porto di genovaC’era una volta il “denim”, una solida tela in cotone, contrassegnata da robustezza ed adattabilità, grazie alla sua armatura a saia (disposizione diagonale dei fili), il cui nome sembra derivare da “Nimes”, città della Francia, in cui veniva intrecciato. Fin dal XV secolo, era usato in competizione col fustagno, prodotto nella città di Chieri (Torino) e che raggiungeva Genova per venire esportato o adoperato nella creazione di sacchi per vele o per teloni da copertura. Secondo alcuni, questo tipo di filato è stato impiegato, per primo, nella manifattura di pantaloni da lavoro, antesignani dei “Jeans”, primogenitura assegnata, da altri al bordatto ligure o vergatino, un tessuto, quadrettato, in cotone.

    Sta di fatto che, come narra  questa “favola”, un anonimo mercante genovese decide, alla fine dell’800, di inviare in America una partita di queste tele di colore blu (dalla tintura con indaco), e di sfruttarle per la confezione di tute e, soprattutto, di calzoni, caratterizzati da ampie e robuste tasche, molto richiesti dai cercatori d’oro.

    L’accoglienza favorevole dimostrata verso tale abbigliamento, spinge due attenti tessitori, Levi Strauss e Jacob Davies, non solo a produrre la tela di “Genes” (da cui Jeans) ma anche a chiederne il brevetto, nel 1874.

    Il cammino dei jeans verso la notorietà conosce, fino ai primi del ‘900, un periodo di “oscurantismo” che li confina tra la merce di “basso rango” ma con l’avvento, negli anni ’30, dei primi film sui cowboys, in cui i protagonisti li indossano insieme agli immancabili pistoloni, in atteggiamento da vero “macho” e quando James Dean, nel 1955, diviene un mito emblematico con la sua “Gioventù bruciata”, il loro uso si diffonde rapidamente tra i giovani americani, tanto da farne “l’uniforme” dei teenagers.

    Con la guerra, arrivano in Europa portati dai Marines, ma si deve aspettare fino al 1953, nel periodo post-bellico, perchè , grazie al basso costo, vengano assunti come “divisa” da giovani ribelli inglesi, i Teddy Boys, che li sfoggiano, sotto blazer scuri, con  modelli a sigaretta, orli rivoltati e aspetto consunto  o, più avanti, dai Capelloni che si affollano in mitiche piazze come quella di Tommaseo, a Genova.

    Contro questi simboli della contestazione giovanile, visti in molti casi come artefici di atti di delinquenza e di bravate censurabili, si scatena una vera battaglia denigratoria, a partire dal 1959, da cui non si salvano neppure i blue jeans che vengono proibiti perentoriamente dai Presidi, i quali non esitavano a rispedire a casa coloro che osano presentarsi così abbigliati, e sono fortemente esecrati dai capo-uffici, pubblici e privati, che non tolleravano nessuna deroga, in nome del contegno e del decoro.

    Ma come in ogni favola, arriva un principe salvatore, in questo caso un vero re dell’automobile,Gianni Agnelli, con impeccabili Jeans in perfetto stile “casual”, assicurando che possono essere indossati in molte occasioni, grazie ad un piacevole “senso di libertà”.

    Jesus Jeans

    Come una principessa risvegliata da un bacio, la moda dilaga già dal giorno successivo, sotto gli sguardi impotenti dei tutori del look, sia tra uomini che donne, queste ultime finalmente liberate dal talebano dictat religioso “e la donna non si metterà un indumento da uomo, perché chiunque fa tali cose è in abomino del signore (deuteronomio capitolo XXII)”.

    Merita citare, non proprio come esempio di morale conclusiva di una fiaba,  lo scalpore suscitato in quegli anni dall’immagine provocatoria di una nota pubblicità lanciata dal marchio “Jesus”, il quale campeggiava su un formoso lato B, accompagnato da un “caldo” invito: “chi mi ama, mi segua”.

    Adriana Morando

  • In arrivo la moda dello “Zumba”, la danza salutare

    In arrivo la moda dello “Zumba”, la danza salutare

    Ballo ZumbaImpazza anche in Liguria, da un po’ di tempo, lo “Zumba”. Non vi spaventate non ha niente a che vedere con stralunate, spettrali  e barcollanti  figure del tempo che fu, uscite dai loro freddi sepolcri, per impietrirvi di paura : è un nuovo modo di affrontare quegli irriducibili chili di troppo che proprio non se ne vogliono andare dal vostro fianco botticelliano e, pur lontani dalla prova costume, meglio parlarne per  non lasciarsi cogliere impreparati.

    Questo ultimo ritrovato del fitness, dunque, nasce in California, negli anni ‘90 dalla fantasia del ballerino colombiano Alberto Perez, in arte Beto, guru del benessere e coreografo di Shakira, in un giorno in cui, avendo dimenticato le musiche per una lezione di aerobica, improvvisa l’allenamento su musiche latino-caraibiche. Non mi stupisce che tale pratica abbia subito incontrato il gradimento dei fautori della forma fisica perfetta perché unisce le noiosissime movenze ginniche di una palestra convenzionale alla festosità dei balli afro-sudamericani.

    Vederlo è sicuramente uno spettacolo, sopravvivere ad un allenamento è più difficile grazie all’obiettivo che si pone e cioè creare un alto consumo energetico, scopo  che si ottiene attraverso l’alternanza di fasi ritmiche di intensità variabile. Esercizi di resistenza, ottimi per tonificare e rinforzare tutta la muscolatura del corpo si mimetizzano con le movenze del ballo, a volte sfrenato a volte lento (per rifiatare) in una specie di “party volteggiante” che distoglie il pensiero dallo sforzo fisico che si sta compiendo.

    Se la genesi della danza convenzionale si perde lontano nei riti propiziatori-religiosi delle comunità arcaiche, ai giorni d’oggi il ballo rappresenta un momento di aggregazione sociale importante non scevro di virtù benefiche sia sulla psiche che sulla salute, liberando la mente  dallo stress e stimolando l’attività cardiovascolare, senza contare l’effetto benefico su colesterolo ed affini.

    La “ballo mania” che si è scatenata, anche in seguito a programmi nazional-popolari che imperversano sui media, ha fatto nascere una miriade di corsi frequentati da persone di ogni età. In particolare i cosiddetti “balli di gruppo” incontrano il favore di un vasto pubblico, soprattutto femminile,  perché non si è legati all’onerosa seccatura di cercarsi un partner disponibile e permette di unire la conoscenza delle tecniche di base a fantasiose coreografie da esibire in platee più ampie e in serate più mondane.

    Un ulteriore passo avanti, in questa direzione, è dato dallo Zumba, che si è divulgato rapidamente grazie alla “Zumba Academy”, società ufficiale, fondata con lo scopo di formare e perfezionare gli istruttori, i quali si sono resi promotori di percorsi “ginnici” differenziati  che vanno da quello base a quello dedicato a bambini dai 4 ai 12 anni fino a quello da praticarsi in acqua. A tempo di  merengue,  samba,  salsa,  reggaeton,  cumbia, passando per le movenze orientali della danza del ventre centri fitness, sale da ballo, palestre, sparse, anche a Genova da levante a ponente, aspettano coraggiosi “contorsionisti” per cimentarsi in una frenetica attività che, come è stato scritto, “ non è una fatica, è una festa”.

    Se poi proprio non sopportate di far vedere ad altri la vostra pancetta che si muove a balzelli  in sincronia  con movenze tribali, esistono videogiochi “salutari” con tanto di marchio registrato  (versione per Wii, Xbox e PS3)  con cui potersi cimentare tra le pareti domestiche. Se qualcuno è interessato ad entrare a far parte di questo mondo di “zumbi” o di zumbisti, che dir si voglia,  basta andare sul sito ufficiale ”Zumba fitness” e in pochi click si possono trovare indirizzi,  giorni ed orari e allora… buon divertimento.

    Adriana Morando

  • Il lotto nasce a Genova, si chiamava il “Gioco del Seminario”

    Il lotto nasce a Genova, si chiamava il “Gioco del Seminario”

    Lo confesso: con saltuarietà e uno spreco di capitale parsimonioso, talora, mi lascio tentare ed esco dalla ricevitoria stringendo quel pezzo di carta che racchiude in se il 99% delle mie vane speranze per una vincita da nababbo e la stessa percentuale di assoluta certezza di aver contribuito, a fondo perduto, alle finanze dell’erario, entrando a far parte della nutrita schiera che pagano la “tassa sugli imbecilli”, così definita dallo statistico Bruno de Finetti, riferendosi al denaro speso per lotto e per giochi affidati al caso.

    La genesi del lemma “lotto”, che incarna il progenitore degli attuali sistemi per tentare la fortuna, si fa risalire al vocabolo francese “lot(sorte) e al corrispettivo verbo “lotir” (dividere o assegnare la sorte). Un’altra ipotesi lo connette all’antico “Hleut” tedesco, un oggetto in pietra che veniva lanciato in aria (gesto che noi ripetiamo con le monete) per dirimere le controversie all’interno delle tribù e da cui deriverebbe, poi, il ”lote” spagnolo, il “loto” portoghese, i moderni “los” tedesco o il “lot” danese ed, ancora, l’antico inglese ”hlot”.

    La passione per il gioco, del resto, ha origini antichissime essendo presente già tra gli Egizi così come tra i Caldei e non ne erano immuni i Romani i quali, durante i Saturnali, distribuivano tavolette numerate che poi venivano estratte a sorte, una specie di “nonno” della Tombola o del Bingo. L’idea di abbinare il gioco a dei “lotti” sembra essere nata ad Amersfoort, paese non lontano da Amsterdam, nel 1500, ad opera di cittadini che, sfruttando questa passione, assegnavano proprietà non altrimenti divisibili ed era noto come “Lotto di Olanda”.

    In Italia, pre-avi di questo gioco erano presenti già dal 1448, a Milano, dove nelle cosiddette “Borse di Avventura” si assegnavano, per estrazione, sette “borse” contenenti, rispettivamente 300, 100, 75, 50, 30, 25, 20 ducati. Con un ducato, si poteva inserire un biglietto col proprio nome in un cesto di vimini, mentre in un analogo contenitore si metteva un numero corrispondente di foglietti bianchi ad eccezione dei sette su cui era indicato l’ammontare del premio. Si procedeva all’estrazione contemporanea dai due cesti, ed all’abbinamento nome-biglietto che se risultava bianco, ovviamente, non dava diritto ad alcuna vincita.

    IL LOTTO NASCE A GENOVA?

    La culla del lotto Italiano, però, pare essere stata Genova, covo pullulante di “bische” dove si puntava su tutto come si evince da uno “Statuto” con cui le autorità proibivano giocate che avessero come oggetto la vita di personaggi eminenti quali il Papa, l’Imperatore, i Cardinali ma anche la sorte di eserciti, di matrimoni o eventi terribili come la peste. In questo panorama frenetico di scommesse, nel 1617, anno in cui il 29 aprile veniva eletto doge Gian Giacomo Imperiale, un gruppo di privati cittadini, capeggiati da Benedetto Gentile, si inventò il “Gioco del Seminario“.

    Ogni 6 mesi, 5 dei 120 membri dei “Serenissimi Collegi” venivano rinnovati mediante una specie di lotteria: i nomi dei candidati erano indicati su biglietti progressivamente numerati ed inseriti in un urna di sorteggio chiamata, appunto, “seminario”. Da qui l’idea di “azzardare” quali sarebbero stati i designati e quindi quali numeri sarebbero usciti. Dopo un primo tentativo di contrastare tale pratica, nel 1643, l’animo “mercantile” genovese prevalse e si pensò di trarne profitto demandandone la regolamentazione allo stato, naturalmente, con l’aggiunta di una tassa di accompagnamento. Il successo enorme di questa prassi, spinse le autorità, sempre a caccia di “palanche”, ad aumentare le estrazioni, staccandole dal rinnovo semestrale dei Collegi, ed ad estendere i numeri fino a 90, associando ad essi i nomi di fanciulle bisognose che, se vincitrici, ricevevano una cospicua somma da usare quale dote.

    Questa lotteria chiamata “Lotto della Zitella” si diffuse presto, con le stesse modalità, a Napoli mentre a Venezia, dove una parte dei proventi venivano usati per la pubblica illuminazione, verso la metà del ‘600, il Consiglio dei Pregadi istituì il “Lotto del Ponte di Rialto” che prevedeva, quale premio, l’’assegnazione di immobili di valore fino a centomila ducati.
    Nello Stato Pontificio il gioco, ovviamente, fu osteggiato a tal punto che il Papa Benedetto XIV, nel 1728, arrivò a minacciare la scomunica ma, solo 3 anni più tardi, con Clemente XII, tornò ad essere un sostegno insperato per umili donzelle, fino al 1785, anno in cui Pio VI destinò le vincite alle Opere Pie. Il 23 settembre 1863 la gestione del “lotto Genovese”, così era conosciuto, passò al giovane Regno d’Italia e diventò, da allora, una voce di bilancio talmente consistente che qualcuno ha auspicato una versione “europea” di un suo stretto parente il “Superenalotto”.

    Adriana Morando

  • L’uomo e il suo cervello: la creazione e la “comprensione” dell’arte

    L’uomo e il suo cervello: la creazione e la “comprensione” dell’arte

    Si è aperto a Palazzo Ducale un ciclo di incontri tra “L’uomo e il suo cervello” il primo del quale è stato dedicato al “Cervello artistico”, in cui il relatore, Antonio Gallese, neuroscienziato, professore ordinario di fisiologia al Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma, ha spiegato le relazioni che intercorrono tra l’opera d’arte, la percezione di un osservatore e i nostri neuroni.

    L’empatia, che è un processo che ci permette di “intuire” le emotività dello stato d’animo altrui e, in particolare, l’empatia estetica nasce come costrutto teorico fra Ottocento e Novecento e si pone un amletico interrogativo: la comprensione dell’arte è diretta o mediata? A questo, pare, aver risposto il team del Prof. Giacomo Rizzolatti, di cui il Prof. Gallese fa parte, con l’individuazione dei “neuroni a specchio”, un particolare tipo di cellule nervose presente nella regione parieto-premotoria del cervello, scoperte, per la prima volta negli anni ’90.

    Esperimenti condotti su macachi hanno evidenziato, infatti, che alcune aeree motorie del cervello si attivano non solo quando compiamo un’azione ma anche quando la vediamo compiere da altri. Lo stesso vale per l’uomo: questi neuroni sarebbero i responsabili fisiologici, della nostra capacita di relazione con gli altri (intersoggettività), evocando “ricordi” di analoghi comportamenti o sensazioni già sperimentati da noi stessi.

    L’individuo avrebbe, cioè, una capacità innata di internalizzare il comportamento di un’altra persona o di una sua emozione, la cosiddetta “simulazione incarnata” ed imitarne il moto (solo come attivazione di potenziali a livello cerebrale non reale spostamento) o le sensazioni. Se quello che vediamo, infatti, ci è sconosciuto, quest’area motoria rimane silente.

    Sulla base di queste evidenze scientifiche le opere d’arte, come altre forme di “comunicazione” che vanno dal linguaggio alle impressioni sensoriali e che fruiscono dello stesso sistema dei neuroni a specchio, non sarebbero percepite ma empatizzate. Un oggetto, preso come simbolo di un mondo materiale, viene trasfigurato dall’artista per cogliere la sua “emotività più invisibile” che ci viene trasferita grazie ad un “rapporto particolare tra chi crea l’oggetto e chi lo contempla”.

    Davanti ad un’opera d’arte, dunque, attraverso le aree deputate alla vista, si attivano canali “multimediali” che fanno da “cassa di risonanza” per altre attività cerebrali che “mimano” gli stessi intenti del creatore. L’enorme rilievo di questa conclusione, che sembrerebbe più una disertazione filosofica che una ricerca scientifica, sta nella ricaduta che nuove conoscenze, di questo tipo, potrebbero avere nell’interpretazione dei meccanismi legati alle patologie dei disturbi mentali. Nella Sindrome di Ausperger, ad esempio, si sarebbe accertato una notevole riduzione nel funzionamento dei neuroni a specchio con conseguente mancanza di quei rapporti di intersoggettivita tipica dei bambini autistici. Questo nuovo approccio sui percorsi della “mente”, toglie il nostro cervello dall’angusto mondo della mera anatomia, per catapultarlo in quel mondo delle neuroscienze che, indagando a 360 gradi, ci stupiscono ogni giorno svelandone le incredibili potenzialità.

    Adriana Morando