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  • Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Abbiamo parlato nei giorni scorsi della storia del Carnevale. Ma com’era il Carnevale genovese? Può sembrare incredibile ma era più chiassoso, più sfarzoso e più dissoluto di quello di Venezia. Se ne ha prime notizie in documenti del XIII secolo, in cui venivano accordate dilazioni ai debitori perché potessero partecipare alla festa con animo sereno.

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  • Una ricetta per non ingrassare, lo studio della Washington University

    Una ricetta per non ingrassare, lo studio della Washington University

    Guardi sconfortato il “salvagente” naturale che ballonzola sui tuoi fianchi ad ogni passo e che, per consolarti, qualcuno chiama le maniglie dell’amore o quell’odioso accumulo di adipe che aggetta, come un balcone senza fiori, dal tuo corpo e ti impedisce di vedere dove metti i piedi od ancora spii, con malcelata indifferenza, l’impeccabile silhouette degli archetipi taglia “slim” con un senso di colpa degno dei più lacrimevoli coccodrilli? Coraggio, è in arrivo una buona notizia che, se non toglie un etto alla tua figura effetto balena, allontana da te il fio della colpa.

    Uno studio della Washington University School of Medicine, pubblicato sul Journal of Lipid Research, ha stabilito la nostra incolpevole tendenza alla golosità, liberandoci dal girone infernale in cui il nostro sommo padre Dante ci ha relegato. Secondo questo rigoroso studio scientifico, alcuni di noi (direi tanti, il 20%) avrebbero una variante ipoattiva di un “molesto” gene che ci fa alzare dal desco, insoddisfatti, anche dopo un pasto pantagruelico.

    Come ogni prodotto genico, la proteina trascritta, chiamata CD36, delegata a metabolizzare i grassi, essendo presente in quantità insufficiente, non permetterebbe ai recettori gustativi di raggiungere quel grado di “soddisfazione” tale da impedire un’ulteriore richiesta di cibo. Come insegna l’anatomia, l’organo del gusto è sito nell’apparato buccale, in particolar modo sulla lingua, dove organuli sensoriali, presenti nelle papille gustative, hanno il compito di farci percepire sapori come il dolce, il salato, l’amaro o l’acido.

    A questi 4 capisaldi, il giapponese Kikunae Ikeda, già dal 1908, aveva aggiunto un 5 gusto, l’umami, che si coglie mangiando cibi ricchi di proteine grazie alla presenza di composti simili al glutammato monosodico (eccipiente prevalente nel dado da brodo).

    I ricercatori di questo curioso lavoro, avrebbero scoperto, adesso, la presenza di un ulteriore recettore capace di individuare il “fat”. La mancanza di un apporto di lipidi sufficiente, o ritenuto tale da un sistema anomalo, stimola la richiesta compensatoria di altri alimenti che, paradossalmente, innescano il cosiddetto meccanismo di feedback e cioè: più cibo introduciamo, più viene inibita la produzione della proteina incriminata, più i recettori percepiscono la mancanza di grassi, più diventiamo famelici, innescando un diabolico circolo vizioso che ci conduce inevitabilmente alla condizione di obesi.

    L’esperimento, che ha portato a queste conclusioni, è stato condotto su 21 volontari, con indice di massa corporea Bmi (Body Mass Index) uguale o maggiore a 30, tutti valori rientranti nel “sovrappeso”,  a cui è stato chiesto di assaggiare liquidi diversi e valutarne il sapore. E’ emerso che la presenza di acido oleico e linoleico propri dell’olio di oliva o i “flavour” dei latte, anche in concentrazioni molto basse, vengono avvertite in modo molto dissimile proprio in funzione della “bontà” del sistema deputato al metabolismo di queste sostanze. In base alla variante genica della proteina CD36, infatti, che si identifica in tre classi definite “iperattiva”, “pigra” e intermedia, si è potuto accertare che la percezione del “grasso” era 8 volte superiore negli individui con un dinamismo enzimatico iperfunzionante rispetto ad uno con scarsa attività.

    Aver chiarito questo aspetto dell’alimentazione, è un indubbio aiuto ai medici nutrizionisti per la gestione dell’obesità ma, soprattutto, è un incentivo per le industrie di generi commestibili ad indirizzarsi alla realizzazione di prodotti dedicati. L’obiettivo sarebbe quello di “Ingannare” l’organismo in modo di soddisfare la “voglia” senza incrementare l’apporto calorico in modo analogo, ad esempio, alla strategia operata dal dolcificante nei confronti dello zucchero. In attesa di alzarci dalla tavola sazi e felici, non ci rimane, per ora, che una sana e salutare dieta e tanto benefico esercizio fisico.

    Adriana Morando

  • Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi

    In occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, tante sono state le manifestazioni celebrative che si sono svolte per ricordare quei “luoghi della memoria” che hanno costellato il difficile cammino verso questa conquista o per ricordare quelle figure eroiche che hanno pagato, talora col sangue, il prezzo dei loro ideali. Uno dei personaggi dominanti di questo periodo è stato, senza dubbio, Giuseppe Garibaldi a cui sono stati dedicati conferenze, dibattiti, mostre fotografiche, incontri commemorativi, fiction televisive.

    Tra le rimembranze storiche esiste, a Genova, nel museo S. Agostino, una lapide che così recita: “Saluti riverente il popolo/questa casa/che per fraterna pietà di Natalina Pozzo/accolse fuggiasco/Giuseppe Garibaldi iniziante la gloriosa epopea delle sue gesta/il 4 febbraio 1834…”. L’episodio a cui fa riferimento, che Ernesto Pisani ha tradotto in rima nella poesia “Ciassa Sarzan, ‘na neutte de frevâ” (piazza Sarzano, una notte di febbraio), racconta di un edificio non più esistente, spazzato via dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale ma che si ergeva al n°46, in quel luogo dove ferveva l’opera degli “strapunté” (materassai). Anche la protagonista è, solo, un nome perso nel tempo, tenuto in vita da un ricordo leggendario non scevro da un pizzico di “suspense”.

    LE “SCAPPATELLE” DI GARIBALDI CON LE “BESAGNINE”

    E’ buio, la notte nasconde i passi affannosi di un fuggiasco, la polizia insegue un ricercato, reo di aver partecipato ad una fallita insurrezione mazziniana. Quando tutto sembra perduto, una porta si apre nel cuore del quartiere di Sarzano e l’ombra scivola al sicuro di vecchie mura: è la casa di Natalina Pozzo, una “besagnina”. La donna guarda quegli occhi azzurri, ancora increduli per lo scampato pericolo, e cerca di rassicurare l’inaspettato ospite; “Stæ sciu zoenotto, ch’òua o ciu o l’é fæto”(coraggio giovanotto che il più è fatto) “Staiei chi un pâ de giorni, poi vediêmo”(starete qui un paio di giorni poi vedremo). Dopo qualche tempo, infatti, l’eroe dei due mondi trova la via della libertà, travestito da contadino.

    Un aneddoto curioso come tanti altri se non fosse per un’altra lapide che è in bella mostra a Camerata di Sotto (Lumarzo), in Val Fontanabuona. Parole incise sul marmo per descrivere un avvenimento simile, cioè l’accoglienza ricevuta dal ricercato, però, cambia la casa, sita in strada Carlo Felice, l’attuale via XXV Aprile, cambia la data (9 febbraio) e il nome della pia donna, Teresa Schenone o “Teixinin”, come era chiamata, anch’essa fruttivendola.  Questa antitetica versione dell’episodio sembra essere suffragata da un manoscritto, datato Brescia 23 settembre 1866, in cui Garibaldi, ormai famoso personaggio della “cronaca”, rispondendo ad una lettera di Teresa, le esprime gratitudine eterna per il provvido aiuto e da una successiva missiva, indirizzata al “Barone Podesta, sindaco di Genova”, in cui l’eroe chiede una raccomandazione (esistevano già allora) al fine di trovare un lavoro per il marito della suddetta signora.

    La storia si complica ulteriormente: come ogni fatto di “gossip” ecco spuntare una terza pretendente, cotale Caterina, proprietaria dell’Osteria della Colomba, sita nel vicolo dell’Acquavite (si pensa fosse presso piazza Banchi) che assicura di essere lei ad aver soccorso il patriota  in un momento tanto tragico. Purtroppo è impossibile ricorrere alla prova dirimente del DNA e non rimane che trovare una risposta logica, per sanare la controversia, ipotizzando che tutte le tre donne abbiano, effettivamente, contribuito alla rocambolesca fuga ma in tre momenti diversi: prima in Sarzano, poi in via Carlo Felice ed infine verso il porto dove, attraverso la porta della Lanterna si arrivava a Sampierdarena e di lì, sulla strada di Sestri, si poteva  raggiungere la vicina Francia.

    Adriana Morando

  • Curiosità: la storia del Carnevale o meglio “carne levamen”

    Curiosità: la storia del Carnevale o meglio “carne levamen”

    Saturnali e CarnevaleIl 26 febbraio sarà la prima domenica di Quaresima, quel periodo in cui, in segno di penitenza, la Chiesa ordinava un “carne levamen” (allontanamento dalla carne, per analogia da ”vale” = dire addio) od anche carnem laxare (ridurre) da cui Carnasciale. Deriverebbe da questo monito latino, dunque, l’etimologia del nostro Carnevale riferito al luculliano banchetto che si teneva la sera, precedente il mercoledì delle Ceneri, dal quale iniziava il forzoso digiuno.

    Esiste un’altra versione, più accreditata tra le popolazioni nordiche, che il nome trarrebbe origine da “Carrus Navalis”, propiziatoria imbarcazione inghirlandata che i pescatori approntavano, all’inizio della primavera, per un immaginario percorso alla volta degli dei. Feste e riti portatori di fertilità, dedicati alla dea Iside ed assimilabili al nostro Carnevale, erano già presenti 4000 anni fa presso gli Egizi, così come le analoghe greche “Grandi Dionisiache” di Atene, crapule viziose celebrate nel mese di Elafebolione e dedicate a Bacco, dio del vino.

    Non ne erano scevri, neppure, i Romani: i lupercali erano cerimonie di purificazione che i sacerdoti “luperci”, seguaci del dio Fauno, ufficiavano il 15 febbraio in una grotta sul monte Palatino mentre i “Saturnali” in onore del dio dell’oro, (Saturno), iniziavano il 17 dicembre e si prolungavano per un intervallo di tempo sovrapponibile alle nostre feste natalizie (inizialmente duravano solo 3 giorni, poi portati a 7).

    Caratterizzavano la festa carri festosi tirati da animali bizzarramente bardati, grandi tavolate in cui sedevano insieme schiavi e padroni per la sospensione, temporanea, delle leggi che regolavano i rapporti tra le classi sociali, nonché balli e lazzi che degeneravano, talora, in manifestazioni di lascività e dissolutezza incontrollata.

    Dal Quattrocento inizia un’azione moratoria della chiesa per porre un freno agli eccessi ma il Carnevale continuò ad impazzare arricchendosi di nuove tradizioni: duelli di bastoni (da cui l’uso dei manganelli) tra ceti o congreghe rivali, guerriglie virtuali, come quella delle arance ad Ivrea, tra i rioni delle città e roghi di simulacri a ricordo delle celebrazioni proprie delle antiche comunità agresti in cui il fuoco simboleggiava il passaggio dalla morte alla vita.

    Ma l’emblema assoluto della festa è stato, da sempre, l’uso diffuso della maschera. Il suo significato intrinseco è da ricercarsi nel sentimento liberatorio con cui l’identità celata si affranca dalla banalità del quotidiano, lasciando l’individuo arbitro di eccedere in comportamenti inusuali sia per ruolo che per dissolutezza. Nella Grecia antica, ad esempio, nascondersi dietro un’effigie serviva a personificare entità inesistenti quali gli dei, parimenti al servo che, nei festeggiamenti carnevaleschi, poteva illudersi per poche ore di essere un vero nobile.

    Il volto nascosto, inoltre, impediva l’identificazione di persone protagoniste di “scappatelle” sessuali o veri baccanali, che nulla avevano da invidiare agli atavici rituali pagani celtici in cui gli amplessi, consumati sul nudo suolo, erano vissuti come un omaggio alla Madre Terra, dea della fertilità. Il tutto condito da un po’ di “sana” superstizione perché, secondo la credenza, una maschera ridente aveva il potere straordinario di allontanare le brame maligne di spiriti mal intenzionati.

    Adriana Morando

  • Quando “avere la luna storta” diventa una realtà scientifica

    Quando “avere la luna storta” diventa una realtà scientifica

    Avere la luna storta, è stato, fino ad oggi, un modo di dire sulla cui origine si possono fare solo delle ipotesi. Una di queste lo legherebbe all’astrologia perché “avere la luna nel segno” è sinonimo di buon auspicio, mentre il suo contrario sarebbe un simbolo di negatività; un’altra potrebbe essere riferita al fenomeno della luna nuova che, come in tutte le situazioni di mancanza di luce, evoca un senso di disagio, tristezza e malumore.

    Da agosto 2011, un articolo apparso sul Washington Post, parrebbe dirimere questo dilemma e trasferire questo assunto dai detti popolari al mondo reale, con tanto di documentazione scientifica. Dati raccolti dai vari robot a spasso sul nostro satellite e a cui nessuno ha saputo dare una spiegazione plausibile, avrebbero evidenziato che la luna è asimmetrica. Per spiegare questa scoperta, il planetologo Erik Asphaug dell’Università della California a Santa Cruz e Martin Jutzi dell’Università di Berna, in Svizzera, hanno elaborato una curiosa teoria.

    Secondo questi studiosi, una collisione primordiale tra una piccola luna a la sua sorella maggiore, avrebbe determinato la trasposizione di un’enorme quantità di materiale roccioso nella parte retrostante il nostro satellite, con formazione di una “crosta” molto più spessa nella parte posteriore, che lo rende “sbilenco”.

    Per far chiarezza su questo conturbante mistero, la NASA ha inviato verso l’astro d’argento due sonde gemelle, Gravity Recovery and Interior Laboratory (Grail), con il compito di scrutare l’interno della nostra mitica Selene e verificare se residua, al suo interno, un sottile strato di metalli pesanti quali uranio e potassio allo stato fuso, vestigia ancestrali di quell’atavico scontro stellare.

    Raggiunta l‘orbita prestabilita il 2 gennaio scorso, questi due Sherlock Holmes cibernetici, della grandezza di una lavatrice, incominceranno a mandare i loro risultati a partire da marzo e solo, allora, sapremo se la strana teoria è sostenibile o si tratta dell’ennesima fantasia da aggiungere a quella folta schiera di credenze popolari che “orbitano” intorno al nostro diafano corpo celeste.

    Signora delle nascite e dei raccolti, gioca con le unghie e i capelli facendoli “germogliare” solo in tempi di fase crescente, sede di basi aliene nella sua faccia più nascosta, potrebbe essere responsabile di terremoti e tsunami sulla terra, evocatrice di mostri famelici come i lupi mannari nei momenti di massimo splendore, sarebbe la causa dello scatenarsi degli istinti primitivi dell’uomo trasformandolo in un crudele MR Hyde, fautrice di uno strabismo infantile per sguardi troppo prolungati, ripagherebbe, con una mente impazzita, una bella dormita sotto le stelle: ecco alcuni esempi di miti che non hanno nulla di reale.

    I sostenitori degli influssi lunari addebitano all’attrazione gravitazionale un abbassamento della pressione atmosferica che influirebbe sulla circolazione del sangue con conseguente alterazione del metabolismo della serotonina, regolatrice dell’umore, trasformandoci tutti in “lunatici”. I più pessimisti giungono a paventare una luna assassina basandosi sul rallentamento del moto terrestre causato dal nostro satellite.: una “frenata” calcolata in 2 secondi ogni 100 anni, come dire che 600 milioni di anni fa il giorno era di venti ore e tra qualche miliardo, quando la terra si fermerà, per metà di essa sarà eterno, evento apocalittico che affronterà la nostra progenie solo se sopravvivremo alla maledizione dei Maya del prossimo dicembre.

    Controlli scientifici rigorosi hanno escluso che ci sia qualcosa di vero in quasi tutte queste credenze, al di là del reale influsso gravitazionale sulle maree marine o sulle cosiddette “maree atmosferiche”, un fenomeno che ricade sulla pressione dell’aria con una portata pari a un millesimo di millimetro di mercurio (quindi trascurabile) e alle “maree terrestri” che sono piccoli movimenti dovuti all’elasticità del suolo.

    Adriana Morando

  • La Scozia chiede l’indipendenza dal Regno Unito, referendum nel 2014

    La Scozia chiede l’indipendenza dal Regno Unito, referendum nel 2014

    ScoziaNon si tratta di un’indiscrezione, ma di un annuncio ufficiale. La Scozia vuole la secessione dal Regno Unito e oggi il Primo Ministro scozzese Alex Salmond ha avanzato la proposta legislativa annunciando per l’ottobre del 2014 un referendum. Gli scozzesi potranno quindi recarsi alle urne e decidere attraverso il voto se restare con la Gran Bretagna o distaccarsene definitivamente.

    Già in sede di campagna elettorale il premier scozzese non aveva nascosto le sue mire indipendentiste, per gli uffici londinesi non si tratta quindi di una notizia spiazzante e inaspettata, anche se, dopo la vittoria dei conservatori e la crisi nera dell’Euro, si pensava che le sue mire si fossero placate. A Londra, comunque, non si sono fatti trovare impreparati e Camerun è immediatamente partito al contrattacco: “[…] il distacco della Scozia sarebbe un danno gravissimo per l’Unione, inutile nasconderlo.”

    Ma non è tutto, il premier inglese si è spinto oltre: “Se vorrete indire il referendum, avrete bisogno del nostro benestare…” Una affermazione che ha il sapore della minaccia e che risveglia da una parte e dall’altra antichi dissapori…

    Aldilà del confine Salmond non si è fatto intimorire, si è detto convinto che in due anni di approfondite discussioni il popolo scozzese arriverà all’appuntamento del 2014 preparato e saprà prendere la decisione giusta, “la decisione più importante in 300 anni di storia” come l’ha definita lui stesso.

     

  • Scaricare film e musica per culto: la pirateria diventa religione

    Scaricare film e musica per culto: la pirateria diventa religione

    pirateriaScarichi film, musica, ebook e quant’altro materiale illegalmente gratuito la Rete ti mette a disposizione tramite i ben noti software di file sharing? Questo fa di te non solo un criminale secondo la legge di molti Paesi del mondo, ma anche un membro della Chiesa Kopimista.

    Il culto è nato ufficialmente in Svezia alcuni giorni fa: la patria del Pirate Party (che già era riuscita a far riconoscere legalmente un partito politico del download libero) ha dato origine a un culto religioso il cui primo Comandamento recita “Credo nella moltitudine dell’informazione, santa, e accessibile a tutti, credo nel copia-incolla; al libero scambio di canzoni, filmati e documenti“.

    Una battaglia durata due anni e che all’inizio del 2012 ha portato al riconoscimento ufficiale da parte del governo della Missionary Church of Kopimism, i cui simboli sacri non sono croce o mezzaluna, ma più intuitivamente Ctrl+C e Ctrl+V, ovvero le combinazioni di tasti che permettono il copia e incolla.

    Questo uno dei dogmi del Kopimismo: «L’informazione è un valore, in sé e per quello che contiene, e il valore si moltiplica attraverso la copia».

    Marta Traverso

  • Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto CalderoliAAA, cercasi sede opportuna per cotechino fraudolento. Non certo provvisto del rigido aplomb inglese ma sfoderando la gioia godereccia della cucina emiliana, questo improvvido ospite ha osato presentarsi, sull’austera tavola di Palazzo Chigi, per dare vita ad un “party” di Capodanno, il cui “riguardevole” costo rischia di minare il bilancio dello stato. E’ questo l’urlo di Munch… oh pardon.. dell’ex ministro Calderoli che, venuto a conoscenza del misfatto, ha immediatamente presentato istanza in Parlamento, evocando scenari apocalittici, non ultimo quello delle immediate dimissioni del neo leader Monti.

    La vicenda Kafkiana, per il paradosso, fantozziana per il grottesco, nasce dalla notizia “clandestina” che il nostro austero Primo Ministro avrebbe usufruito, indebitamente, dell’apparato dello stato per approntare una cena luculliana i cui partecipanti, possibili carbonari eversori dell’ordine costituito, andavano sollecitamente individuati e ai quali andavano estorte confessioni inequivocabili sul tenore degli argomenti trattati, nel corso del diabolico convegno.

    Vorrei avere la linguaccia della Litizzetto o l’ironia pungente di Crozza per commentare il fattaccio o, meglio ancora, avrei voluto avere la telecamera nascosta dell’indimenticabile Nanni Loi per immortalare l’espressione del nostro flemmatico capo di gabinetto: la traccia di un sorriso un po’ sbieco, un sopracciglio lievemente inarcato, una pausa ad effetto, uno sguardo panoramico sulla comitiva “godereccia” e poi un ….esterrefatto ohibò! E in questo semplice afflato, la sintesi del suo giudizio sulla somma “intellighenzia” del conclave politico.

    Giusto per la cronaca, non sono molto distanti i giorni in cui le “menti fanciulle” di una nutrita schiera di parlamentari sono riuscite a credere alla nuova versione della favola orientale di Ali babà (e dei ladroni, molti più di 40) con tanto di principessa egizia, Ruby, protagonista di una storia da libro Cuore, così come sono riusciti a scusare un “paseo”, degno di quella via Veneto di felliniana memoria, con la giustificazione che la sede non era istituzionale, dimentichi che le “sedicenti” dame venivano accompagnate al castello su “carrozze blu” trainate da potenti cavalli a benzina e “lacchè” in divisa, rigorosamente finanziati dallo stato.

    Con lo stesso candore, direi poco ecologico, non hanno puntato il dito contro l’ecatombe vegetale perpetrata sotto forma di erotici pali per lap dance, perché un po’ di sano movimento è quello che ci vuole per una “mens sana in corpore sano”. In questa idilliaca atmosfera scoprire, con orrore, che sotto le parvenze di un equilibrato dr Jekyll si nasconde la natura perversa di mr Hyde è stata veramente dura. Meriterebbero un aumento di stipendio!

    Il laconico messaggio giustificativo, subito apparso per placare l’intrepido disdegno dei seguaci del Senatur, si può riassumere in poche righe: la cena è avvenuta in quella parte del palazzo adibita a residenza privata del Premier; le persone del complotto erano 12: Monti e signora, 2 figli con i rispettivi coniugi , la sorella con marito e 4 nipotini; il pranzo preparato e servito dalla padrona di casa, senza l’intervento di personale di servizio esterno, era sufficientemente frugale e in linea col rigore della manovra anticrisi (non ci è dato di sapere se ci fossero anche lacrime e sangue); i costi per i generi alimenti sono stati accreditati sul suo conto personale, non tra le spese rimborsabili, e l’acquisto è stato “perpetrato” nei negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).

    Ci si rammarica, nel comunicato, di quel plus-consumo, effettivamente ingiustificabile, di acqua, gas ed elettricità (la festa si è conclusa alle 00,15 del 1 gennaio) che, a mio parere, con un atto di clemenza, andrebbe condonato a fronte dell’esborso gratuito per le lenticchie che, come recita il tradizionale gesto scaramantico, dovrebbero assicurare la ricchezza necessaria a scongiurare un’altra manovra.

    Adriana Morando

  • Etna, la spettacolare eruzione e le antiche leggende

    Etna, la spettacolare eruzione e le antiche leggende

    Un gigante brontolone, sonnacchioso a tratti, si è svegliato, improvvisamente, manifestandosi in tutta la sua potenza: ecco a voi l’ Etna. Non è certo uno sconosciuto che ha bisogno di presentazioni , grazie alle sue lontane ”gesta” o alle ben più recenti 18 eruzioni a cui ha dato vita nel solo 2011, ma un opportuno tributo gli è dovuto per lo spettacolo mozzafiato che ha offerto in questa sua prima “performance” del 2012.

    Una colonna di cenere, alta più di 5000 metri, si è sviluppata dalla bocca infuocata, evocando uno scenario mefistofelico di dantesca memoria, alla quale si sono aggiunti lapilli, lava e tremolii del suolo, puntualmente registrati dagli apparecchi dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia di Catania: una esibizione di “luci e suoni” che le immagini, reperibili in rete, possono esaurientemente commentare.

    L’evento si è aperto con una prima eruzione, alle 00:50, a cui è seguita un’attività crescente, per tutto il giorno, con un picco intorno alla 22. L’attività di tipo stromboliano, cioè con esplosioni e fontane magmatiche incandescenti, ha interessato il “solito” cratere di sud-est, a circa 3 mila metri di quota e la “solita” Valle del Bove, secondo un cammino precedentemente tracciato, senza dirette conseguenze per cose e persone.

    Fin qui la cronaca, ma chi è l’Etna? Nato, 600000 anni fa, nel Quaternario, terzo e ultimo dei tre periodi che compongono l’Era Cenozoica (2,588 milioni di anni e tuttora in corso), il massiccio etneo occupa un’area di circa 1570 kmq e presenta un diametro di 215 km. Salendo su per l’antica “Schiena del Leone”, toponimo oggi scomparso, si giunge a Pizzi Deneri, da cui si domina tutta l’area sommitale del monte: lo sguardo può distendersi lungo la Valle del Leone o calarsi a precipizio nella desertica Valle del Bove, una profonda incisione con pareti alte fino a mille metri che si sono modellate in seguito al collasso di arcaiche formazioni vulcaniche preesistenti.

    Rubando l’egemonia al mare, che copriva interamente la piana di Catania, le continue eruzioni hanno portato all’attuale orografia, le cui testimonianze sono visibili nei tanti coni secondari che costellano le pareti di questo “ciclope” irrequieto. Contorte figure di rocce, le “pietre cannone” rendono il paesaggio ancora più inquietante: sono le antiche vestigia di pini laricii i cui tronchi sono stati intrappolati dall’incedere inarrestabile della lava. All’interno di questi gusci sassosi, la pianta ha terminato la sua lenta combustione fino a trasformarsi in cenere che, asportata dal vento, ha lasciato l’incavo vuoto, come una “bocca” d’obice pronta a lanciare il suo grido di morte. Il paesaggio si addolcisce ad est, scendendo a balzi verso Taormina che svetta, lontano, su acque verde-smeraldo o sfuma all’orizzonte dove si intravvede la costa calabra.

    Un posto del genere è habitat “naturale” per il fiorire di miti e leggende: nelle viscere della terra, il dio Eolo vi avrebbe imprigionati i venti ma, secondo il poeta Eschilo, era il mostro Tifeo ad agitarsi furioso in questa tetra prigione, similmente al gigante Encelao, entrambi rei di aver sfidato Giove, padre degli dei. Per i greci non poteva che esservi ubicato il Tartaro, il lugubre regno dei morti, mentre per i romani era la fucina di Vulcano, dio del fuoco o quella dei Ciclopi intenti a preparare i “fulmini” per Zeus.

    Anche il suo nome evoca scenari apocalittici: passiamo dalla etimologia greca di “aitho” (bruciare) a quella fenicia “ attano ”(fornace), senza dimenticare la romana ”Aetna”, dea greca figlia di Urano e Gea. Anche gli arabi ne rivendicano la paternità con “Jabal al-burkān” o “Jabal Aṭma Ṣiqilliyya” (vulcano o montagna somma della Sicilia) e sarebbero implicati anche in “Mongibello”, antico nome dell’Etna, oggi riservato solo alla parte apicale del monte. Sarebbe nato dal ”matrimonio” tra il latino “mons” con l’araba Jebel (montagna) ma c’è chi sostiene derivi da Mulcibel (qui ignem mulcet=colui che blandisce la fiamma), sinonimo di quel dio Vulcano che, secondo i latini, aveva saputo domare Adranus, demone del fuoco.

    Adriana Morando

  • Arriva Blowfish, la pillola del post sbronza

    Arriva Blowfish, la pillola del post sbronza

    SbronzaE’ mattino e vi ritrovate con un tremendo mal di testa, bruciore di stomaco e sonnolenza…la giornata da affrontare è lunga, ma voi siete ko a causa della sbronza della sera precedente.

    State maledicendo quel bicchierino di troppo, quel brindisi a cui avete partecipato anche se il vostro corpo ne avrebbe volentieri fatto a meno.

    Non vi preoccupate, i nostri cugini americani hanno trovato una soluzione anche per i problemi del post sbornia.

    E’ di questi giorni infatti la notizia che la statunitense Food and Drug Administration ha approvato la pillola Blowfish, delle compresse effervescenti a base si caffeina e aspirina ad alto dosaggio che, secondo la casa produttrice Rally Labs,  sono in grado di far scomparire tutti i sintomi del post sbronza.

    Le critiche non si sono fatte attendere, in primis perché questo prodotto non è così innovativo come si potrebbe pensare: “Ogni anno esce qualche nuovo prodotto del genere, Blowfish è semplicemente quello di quest’anno, non è una novità assoluta”, ha dichiarato in maniera critica alla stampa Richard Blondell, vicepresidente dell’American Academy of Family Physicians.

    Tuttavia Blowfish è stata l’unico prodotto di questo tipo ad essere stato approvato dalla Food and Drug Administration.

    In più, secondo alcuni la commercializzazione di un prodotto simile potrebbe rappresentare in qualche modo un incentivo al vizio dell’alcool. Come Aaron White, neuroscienziato del National Institute for Alcohol Abuse and Alcoholism: “L’alcool è un problema serio che affligge i giovani americani. Di solito non ne abusano per evitare di stare così male il giorno dopo, ma con un farmaco in grado di attenuare i postumi, le bevute potrebbero aumentare”.

    Di certo la pillola non riduce i veri danni provocati dall’alcool, e forse qualche giovanissimo potrebbe alzare di più il gomito, ma Blowfish non è di certo una concausa degli eccessi e non deve in nessun modo distogliere l’attenzione dai veri problemi legati all’abuso di alcool.

  • La nascita di un’isola in diretta, è accaduto a largo dello Yemen

    La nascita di un’isola in diretta, è accaduto a largo dello Yemen

    Benvenuta! E’ l’espressione benaugurale che si fa in questi casi davanti ad una nascita, anche se parliamo di un evento insolito per “rumore”, per spettacolarità, per interesse scientifico e per implicazioni geografiche. Intanto le presentazioni: non ha ancora un nome ma la sua natura fisica la classifica come isola; non è stato possibile pesarla ma ha una certa consistenza tenuto conto della sua natura magmatica, ricca di lava basaltica; è nata dopo una parto travagliato in seguito all’esplosione di un vulcano sottomarino; è piccola, come tutti i neonati, presentando una superficie di soli 500mq; è yemenita, avendo visto la luce a circa 1 km a nord di Rugged Island, una delle Zubayr, una decina tra isole e scogli che fatichi a trovare persino sull’atlante, ubicate a circa 50 km a ovest di Salif; ha avuto un’assistenza veramente speciale, come quella della NASA, che ne ha diffuso le prime immagini ad alta risoluzione grazie al dispositivo “Advanced Land Imager “, dotazione di bordo del satellite EO-1 d.

    L’arcipelago, sito nel Mar Rosso in corrispondenza della cosiddetta Great Rift Valley, una vasta fossa tettonica che si estende per circa 6.000 km dal nord della Siria fino al Mozambico centrale, condivide una stessa paternità identificabile in un vulcano sottomarino a scudo attivo. Fenomeni eruttivi e sismici, dovuti ad un progressivo allontanamento dell’Africa dall’Asia, non sono una novità lungo questa linea: l’eccezionalità sta nel fatto che si sia potuto seguire il fenomeno “in diretta”.

    Normalmente, infatti, l’attività di questo vulcano sommerso non si evidenzia in superficie né tantomeno con una portata di dimensioni tali da dare origine ad un nuovo lembo di terra. Per avere memoria di un fenomeno analogo, bisogna risalire al lontano 1824, con la nascita dell’isola da cui l’arcipelago prende il nome. I pescatori del luogo riferiscono che le prime avvisaglie si sono avute nei primi giorni del mese, con un apice intorno al 19 dicembre che si è manifestato con getti di lava alti fino a 30m. Per fortuna, non vi sono state vittime a differenza di ciò che è accaduto, il 30 settembre 2007, quando il vulcano Jebel al-Tair, sito più a nord, nell‘omonima isola, ha provocato la distruzione della base navale e la morte di 8 militari che, inutilmente, hanno cercato di salvarsi a nuoto tra la lava incandescente.

    Un’altra perla “nera “ si aggiunge, dunque, a questa manciata di sassi sparsi in un mare blu, dove pesci pappagallo dal bernoccolo, squaletti pinna nera e tartarughe stanziali condividono un paradiso naturale incontaminato con aironi Golia e fenicotteri rosa. Come tante guglie color antracite, emergono dagli abissi per esibire panorami mozzafiato in cui la bizzarria del magma ha disegnato geometrie primordiali, in un alternarsi di impervie gole e profondi solchi, cicatrici di un passato recente.

    Il terreno arso dalla salsedine concede la vita a stentare mangrove che si aggrappano, tenaci, a crateri spenti o esplosi i quali ci rendono conto dei fermenti concitati che ribollono in agguato nel sottosuolo.

    Una nuova nata, ubicata a migliaia di chilometri di distanza da El Hierro (Canarie) dove, da mesi, è in corso un’attività analoga che si manifesta con scosse sismiche di lieve entità, accompagnate da costante fuoruscita di lava dalla bocca di un vulcano “hot spot”, apertasi nel fondale marino, a 2 chilometri a sud dell’isola e che porterà, a giudizio degli esperti, anche in questo caso, al formarsi di una nuova terra.

    Adriana Morando

  • Rissa da stadio a Betlemme, i protagonisti sono i sacerdoti

    Rissa da stadio a Betlemme, i protagonisti sono i sacerdoti

    Rissa alla Basilica della Natività di BetlemmeBetlemme la piccola cittadina della Giordania che ricreiamo ogni anno, con personale fantasia, nell’allestimento dei presepi, è balzata agli onori della cronaca per un episodio che non ha nulla da condividere con la sacralità del luogo.

    Qui, dove la tradizione cristiana colloca la nascita del figlio di Dio, è stata eretta una chiesa che risulta essere la più antica della Palestina e una delle più vecchie del mondo. La Basilica della Natività, questo è il suo nome, risalente al periodo bizantino, ospita nel suo interno, a fianco dell’abside centrale, una cripta che corrisponderebbe al punto preciso in cui è avvenuto il biblico evento, che, oggi, è ricordato da un incisione in latino, su una stella d’argento, con le parole “Qui dalla Vergine Maria è nato Cristo Gesù”.

    La proprietà di questo spazio, come la maggior parte della struttura, è di pertinenza della confraternita greco-ortodossa mentre la restante è riservata alla chiesa apostolica armena ad eccezione dell’ area in cui si presume fosse situata la mangiatoia, culla del bambinello, la cui cura è affidata ai Padri Francescani.

    La convivenza di queste differenti congreghe religiose, lungi dallo spirito di pacifica fratellanza, è stato, da sempre, motivo di dissidi e dissapori, culminati nel 2007, in un vero e proprio scontro fisico che ha lasciato sul campo ben 7  feriti tra portatori di abiti talari e le forze dell’ordine.

    Un fatto analogo è accaduto ieri e si può sintetizzare in poche righe: accantonato il regno dell’ascetismo, un centinaio di “amabili” ecclesiastici tra quelli appartenenti alla religione cristiana ortodossa e i confratelli armeni, hanno dato vita ad uno spettacolo “ultraterreno” con il solo scopo di darsele di “santa” ragione.

    Se il comportamento è disdicevole, il motivo è ancor più grottesco: armati di ramazze e di olio di gomito, i religiosi erano intenti alle quotidiane pulizie quando è avvenuto un “intollerabile” sconfinamento, innescando un contezioso che, passando dalle parole ai fatti, ha visto trasformarsi, i mansueti monaci, in vigorosi lottatori di Sumo. Sono entrate in campo anche le armi perché le operose scope sono state brandite ed usate come indomite clave. La rissa, che per fortuna non ha registrato feriti a differenza di quella precedente, è terminata all’arrivo della polizia palestinese che, anch’essa, ha avuto ragione sui contendenti, solo, a suon di manganellate.

    Lo “spettacolo”, diffuso da alcune emittenti, può evocare un sorriso divertito ma nel contempo spinge ad un’amara considerazione. Solo alcuni giorni fa, nella ricorrenza del Natale, il Patriarca latino di Gerusalemme, Fuad Twal, aveva auspicato il ritorno alla fratellanza e alla riconciliazione tra i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa, terre quali Siria, Egitto, Irak , senza dimenticare la Nigeria, che hanno riempito la cronaca con episodi di inumana violenza. Sembrava ispirarsi a questo desiderio di pace la richiesta, fatta dai Palestinesi all’ONU, per il riconoscimento di uno Stato sovrano “con la speranza di una soluzione giusta del conflitto, con l’intenzione di vivere nella pace e nella sicurezza coi loro vicini”.  Ma se sono proprio i ”buoni” a dare, per primi, il cattivo esempio come possiamo superare questo odio fratricida che alimenta conflitti in tutte le parti del mondo?

    Adriana Morando

  • La storia del Capodanno fra tradizioni e curiosità

    La storia del Capodanno fra tradizioni e curiosità

    L’atmosfera di magica attesa del Natale lascia il passo agli ultimi giorni di un anno che si conclude. I media riassumono gli avvenimenti più salienti, le persone ripercorrono, con la mente, momenti gioiosi o tristi di un passato recente e guardano al futuro con rinnovata speranza: una parentesi che si chiude, un’altra che si apre, pronta ad accogliere, tra bollicine e fuochi artificiali, il Capodanno imminente.

    TUTTI GLI EVENTI IN PROGRAMMA PER IL CAPODANNO 2012 A GENOVA

    STORIA E CURIOSITA’ – Una festa che si perde tra i riti pagani di un tempo remoto come quelli che si celebravano nel II millennio a.C., in Mesopotamia, in onore del Dio dell’Ordine, Marduk. Costui, dopo aver ceduto il potere, per 11 giorni, alla dea del Caos, Tiamas, faceva cessare il frastuono e il disordine generale che, tra libagioni e licenze amorose, permetteva persino agli schiavi di insultare i padroni.Celebrata con la prima Luna Nuova, dopo l’equinozio di primavera, la ricorrenza era l’emblema della riscossa sul gelo dell’ inverno e, nell’occasione, si praticavano esorcismi e rituali esoterici al fine di allontanare gli spiriti maligni.

    Analogamente, gli Egizi facevano coincidere l’inizio di un nuovo anno, verso il 20 giugno, con l’arrivo, a Menphi, della piena del Nilo che, con il suo fertile humus, assicurava fecondità e vita.

    In un frenetico rincorrersi di date e significati, il Capodanno è sempre stato festeggiato ovunque: dai Celti, nella notte tra ottobre e novembre (Halloween); il 1 settembre dai Bizzantini; il 25 marzo dagli Inglesi (fino al 1752); il giorno di Natale, nella cattolicissima Spagna (fino al 1600); in Francia, coincideva con la domenica di Pasqua; in epoca recente, quella fascista, si è tentato di farlo collimare col il 28 ottobre, giorno della marcia su Roma, senza alcun esito.

    Dobbiamo, però, a Cesare e al suo calendario Giuliano, un calendario solare che si sostituiva a quello lunare di Romolo (primo re di Roma), lo sforzo di mettere un po’ di ordine: l’inizio del nuovo anno era fissato con la festa di Giano, divinità pagana da cui deriva il nome del primo mese “gennaio”, la cui data, però, rimaneva ancora ballerina, ponendosi in un periodo compreso tra gennaio e marzo, a seconda dei luoghi. Solo con l’avvento del calendario Gregoriano (bolla papale “Inter Gravissimas”) e il successivo intervento, nel 1691, del Papa Innocenzo XII, venne stabilito come giorno definitivo, il primo di gennaio.

    Alle origini, ai miti e alle usanze sopravvivono tradizioni curiose che, ancora, ripetiamo per scongiurare fantasmi o alimentare speranze. Perché fare “botti” o indossare qualcosa di rosso? Per spaventare il dio cinese Nián, orrida bestia mangiatrice di uomini, senza dimenticare che il rosso è anche il colore del matrimonio o, per gli antichi romani, il simbolo del potere, della salute, della felicità.

    Perché buttiamo via, si spera non dalla finestra come incivile usanza di un passato recente, oggetti vecchi? E’ un modo per liberarci dalle negatività. Offrire strenne come un rametto di alloro, fichi secchi e datteri? E’ la speranza benaugurale di una vita di “dolcezze”. Mangiare lenticchie, chicchi d’uva o mandorle? E’ simbolo di ricchezza o di fecondità come, del resto, baciarsi sotto il vischio. Sulla tavola non può mancare il melograno, incarnazione della fedeltà coniugale, la stessa che legò la dea Proserpina a Plutone, dopo averne mangiato i gustosi chicchi.

    Ed infine, attenzione a chi incontrate, per primo, dopo lo scoccare della mezzanotte: meglio un vecchio o un gobbo, metafore di lunga e fortunata vita: si devono evitare, invece, bambini e preti. Questi ultimi devono la loro malasorte all’usanza di indossare stole viola, durante la quaresima, periodo in cui, nel medioevo, erano banditi tutti i divertimenti. E un capodanno senza un moderato pizzico di follia che inizio d’anno è?

    Adriana Morando

  • Re Magi, le origini, la storia e le leggende non solo cristiane

    Re Magi, le origini, la storia e le leggende non solo cristiane

    Re MagiUn nugolo di luci colorate occhieggiano dalle finestre di casette di cartapesta, il muschio odora di boschi lontani, la mangiatoia è ancora vuota ma, in fondo, in un angolo del presepe, i protagonisti di questa storia  sono già in bella mostra, con i loro preziosi doni, coi loro ricchi  vestiti, con il loro seguito di cammelli: ecco i Re Magi.

    Queste figure leggendarie, che per la cristianità sono legate alla Teofania (epifania) “manifestazione del Signore”, trovano un loro contesto oltre che nei vangeli canonici anche in testi mistici apocrifi non ultimo il vangelo arabo dell’infanzia del Salvatore (VI secolo) o quello armeno (fine VI secolo) e, in questi, vengono, citati con i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gasparre.

    Il babelico intrecciarsi di leggende, che li circonda, inizia proprio dal nome: Melkon, Gaspar, Balthasar, per alcuni, Melchior, Jaspar, Bathesar, per altri, Rustico, Eleuterio, Dionigio, nell’usanza milanese.

    Melchiorre, deriverebbe da Melech che significa Re, ma non si esclude che si chiamasse in realtà Ram, maharaja indiano che, inchinatosi al cospetto di Gesù con le parole ”Cham el chior” (ho visto Dio), si guadagnò il soprannome più noto che è giunto a noi.

    Nel medesimo modo, la loro provenienza si perde nella notte dei tempi: indiano o armeno sarebbe Gasparre (da Galgalath, re di Saba), babilonese o arabo dicono fosse  Baldassarre, aramaico, persiano o, come già detto, indiano il vecchio Melchiorre.

    Ma chi erano veramente? Incominciamo con l’etimologia del nome “mago”: l’origine del  vocabolo deriva dal greco “magoi” e sta ad indicare i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese), i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro. Da ciò l’ipotesi  più accreditata  che venissero dalla Persia, seguendo un “segno” tra le stelle di cui erano profondi conoscitori e con un cammino durato ben nove mesi.

    Nulla esclude, però, che potessero arrivare dalla Mesopotamia, dove ebrei, deportati dopo la distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, avrebbero compilato il Talmud Babilonese e avrebbero mantenuto viva la profezia giudaica dell’attesa del Messia.

    Una terza tesi propone che giungessero dalla Media:  ne sarebbe la prova una citazione del greco Erodoto secondo la quale i “magi”  appartenevano ad una delle sei tribù presenti in quel territorio ed erano sacerdoti  con conoscenze di astrologia, di  filosofia e di arti divinatorie.

    Tutte teorie sfatate stante la notizia, apparsa in questi giorni, secondo la quale i Saggi giunti a Betlemme erano molti più di tre e  provenivano dalla terra dei “Mandarini”.

    Brent Landau, professore dell’università dell’Oklahoma, lo ha scoperto sfogliando un manoscritto dell’ottavo secolo, custodito negli archivi vaticani da 250 anni, recentemente tradotto dall’antico siriaco.

    Popolo di mistici, dediti al culto di una forma di preghiera silenziosa, abitavano la  semi-mitica terra di Shir, oggi identificata come la Cina antica e, si dice, discendessero da Seth uno dai tre figli di Abramo da cui, secondo la Bibbia, si sono evolute le tre razze umane.

    Queste genie furono fonte di ispirazione per il papa S. Leone Magno nel fissare a tre il numero dei Magi, simboli del passato, del presente e del futuro o, secondo un’altra interpretazione, dei sacerdoti, dei guerrieri e dei coltivatori.

    Neppure i loro resti hanno trovato pace: recuperati in India da Sant’Elena e poi portati a Costantinopoli, raggiunsero Milano per riposare nella basilica di Sant’Eustorgio, da dove, per ordine del Barbarossa, nel 1161, furono trasferiti a Colonia ma qualcuno sussurra che siano ancora nella metropoli lombarda.

    E i loro doni? L’oro, dono riservato ai re, l’incenso, usato per adorare l’altare di Dio e la mirra, balsamo per i defunti,  non sarebbero, oggigiorno,  più donabili rispettivamente per il prezzo, per la siccità, per gli incendi e la riconversione delle coltivazioni in terreni agricoli.

    A me rimane l’utopia di pensare che il loro nome derivi da “magia” quella che hanno visto nei cieli e che noi crediamo essere stata una stella cometa ma, per non smentire il mistero che gravita attorno a loro, cometa non era.

  • Solstizio d’inverno: il giorno più corto, la notte più lunga

    Solstizio d’inverno: il giorno più corto, la notte più lunga

    Notte per innamorati quella appena trascorsa, il 21 dicembre, la più lunga da passare al chiaro di luna o la più gradita ai licantropi, vecchi mostri desueti che, sotto sembianze lupesche, amavano vagare alla luce del nostro astro d’argento; notte magica ricca di valenze simboliche; notte in cui la natura ha sospeso il suo respiro quasi soverchiata dalle tenebre che trionfano sulla luce; notte che è finita esattamente alle ore 5h30m28s nel solstizio (dal latino “solis statio”) d’inverno, momento in cui il sole, nel suo apparente cammino lungo l’eclittica, raggiungendo il punto più basso nel cielo,  sembra fermarsi per poi, lentamente, ricominciare a prevalere sul buio.

    Da oggi, infatti, le giornate incominceranno, gradualmente, ad allungarsi per traghettarci verso un’altra primavera. Questa data ha evocato, da sempre, misteri ed arcani rituali che si perdono tra le pietre megalitiche di Stonehenge o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan (Iran), ricorrenza citata da Eraclito di Efeso (560/480 a.C) così come da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide), festa glorificata dai Gallo-Celti (“Alban Arthuan”= rinascita del dio Sole), dai Germani (“Yulè”=la ruota dell’anno), dagli Scandinavi (“Jul”=ruota solare), dai Finnici (“July”=tempesta di neve), dai Russi (“Karatciun”=il giorno più corto) etc.

    In questo connubio tra notte più lunga e giorno più breve, tutte le culture hanno celebrato liturgie che, con diverse modalità, avevano come matrice comune il tema della morte e della rinascita. In particolare, nella versione cristiana, questa data, spostata al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352), trasfigura nella nascita di Cristo, il risorgere di un “sole” portatore di pace e giustizia. Condividono la natalità, in questo periodo, tante altre divinità legate a religioni molto distanti tra loro: il dio Horo e Osiride(antico Egitto), Freyr, figlio di Odino (Nord Europa), Buddha (Asia), Zaratustra (Azerbaigian), Krishna (India), Scing-Shin (Cina) per citare solo i più importanti. Reminiscenze pagane di queste antichi cerimoniali sono sopravvissute fino ai giorni nostri anche se le ripetiamo senza conoscerne l’origine.

    Il baciarsi sotto il vischio o semplicemente regalarlo, ad esempio, implica augurare fortuna, fertilità e amore ma perché? Presso i Druidi questa pianta, simbolo del solstizio d’inverno, era ritenuta discendere direttamente dagli dei, in quanto figlia del fulmine, ed era reputata incarnazione di vita per le sue perlacee bacche assomiglianti allo sperma maschile.

    Immortalità e rigenerazione, dunque, presente anche in un’antica leggenda in cui si narra della dea anglosassone Freya e del figlio Balder, ucciso dal fratello con un dardo di vischio. Le lacrime della disperata madre, al contatto con la freccia, fecero nascere, sullo sterile legno, delle piccole bacche che ridiedero vita allo sfortunato giovane. Per ringraziamento, da allora, la dea decise di baciare chiunque passasse sotto questa magica pianta. Un bacio che le ragazze innamorate sperano di ricevere sotto il complice sguardo dell’arbusto galeotto perché, come recita la tradizione, avranno la certezza di sposarsi entro l’anno.

    Adriana Morando