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  • Dalla Foce a Quinto: poca spiaggia libera, scarsi accessi e cemento

    Dalla Foce a Quinto: poca spiaggia libera, scarsi accessi e cemento

    Litorale. corso italia 2Non si può affermare che il litorale genovese goda di buona salute, anzi, tra difficoltà di accessoi rari varchi per altro sono collocati nelle immediate vicinanze dei depuratori estensione limitata della spiaggia libera e conseguente scarsa fruibilità, presenza incombente di cemento, tettoie e tubi degli stabilimenti balneari, condizionatori e canne fumarie dei ristoranti, in particolare a Levante, lungo Corso Italia ma non solo, rendono sgradevole un paesaggio che, invece, dovrebbe essere il biglietto da visita di una città affacciata sul mare.
    Una realtà fotografata alla perfezione nel dossier – con centinaia di foto, carte e relazioni – realizzato dalle associazioni Italia Nostra e Adiconsum, inviato al sindaco Marco Doria e al presidente della Regione Claudio Burlando nel luglio 2012.
    Appena due mesi prima, il Comune – consapevole della difficile situazione per ammissione dell’ex assessore al Demanio, Simone Farello (oggi capogruppo PD a Palazzo Tursi), il quale considerava Corso Italia “la parte di litorale più in sofferenza” – aveva approvato, con deliberazione n. 37 del 21 marzo 2012 del Consiglio Comunale, un nuovo Progetto di Utilizzo del Demanio Marittimo (PRO.U.D), lo strumento che disciplina la gestione delle aree demaniali marittime di competenza dell’amministrazione comunale dal confine con il Comune di Arenzano al Rio Lavandè (Vesima), a Ponente, e da Punta Vagno al confine con il Comune di Bogliasco, a Levante, mentre la zona centrale del litorale genovese ricade sotto la giurisdizione amministrativa dell’Autorità Portuale.

    LitoraleNel tratto di litorale dalla Foce fino all’inizio dei Bagni Lido (lungo circa 2000 metri) «sono presenti solo 4 accessi alla spiaggia, due dei quali prima del depuratore di Punta Vagno, con un’estensione di spiaggia libera valutabile complessivamente in 250/300 metri – si legge nel dossier di Italia Nostra e Adiconsum – Il tratto di litorale sino a Punta Vagno è molto confuso e trascurato, di dubbia balneabilità. La copertura del depuratore è in uno stato di manutenzione assai precario».
    Nel tratto compreso dai Bagni Lido di Corso Italia sino alla spiaggia di Priaruggia (circa 3000 metri) «gli accessi sono 7, uno dei quali in corrispondenza del depuratore di Vernazzola, con un’estensione di spiaggia libera valutabile complessivamente in 350/400 metri – continua il dossier – La zona retrostante lo stabilimento del Lido, in corrispondenza dell’edificio novecentesco, della stazione di servizio e del parcheggio, è veramente indecorosa». Per fortuna ci sono anche degli esempi positivi, come il tratto di litorale di Capo S. Chiara, da Boccadasse a Vernazzola, che essendo inaccessibile, se non in corrispondenza dei bagni S. Chiara, è ben conservato. «I bagni S. Chiara, raggiungibili solo attraverso una ripida scalinata, sono gradevoli e ben tenuti e costituiscono un esempio di stabilimento balneare compatibile con il paesaggio, in quanto privo di strutture fisse invasive», sottolineano Italia Nostra e Adiconsum. Anche lungo la spiaggia di Sturla si trovano «due stabilimenti che ancora conservano le caratteristiche originarie, il Circolo velico Vernazzolese ed i Bagni Sturla, che costituiscono un esempio di strutture leggere in legno ben conservate, con affaccio sulla spiaggia privo di strutture in calcestruzzo». Al contrario «la spiaggia pubblica attrezzata di Sturla è in condizioni di manutenzione alquanto precarie. La scogliera sottostante il Monumento dei Mille, recentemente rifatta ed attrezzata ex-novo, ha perso quasi del tutto la sua connotazione originaria». Tuttavia «a sinistra del Monumento è visibile un bell’esempio di come dovrebbe essere tenuta la sottile fascia compresa tra la via Aurelia e gli stabilimenti balneari».
    Infine, nel tratto di litorale che va dalla spiaggia di Priaruggia sino alla spiaggia di Quinto (circa 2000 metri) «sono presenti solo 4 accessi alla spiaggia, due dei quali in corrispondenza dei depuratori di Quarto e di Quinto, con un’estensione di spiaggia libera valutabile complessivamente in 200/300 metri – conclude il dossier – Il litorale è caratterizzato dalla presenza di alcuni stabilimenti balneari di notevoli dimensioni. La sistemazione della copertura del depuratore di Quarto è assai migliore rispetto a quella degli altri depuratori ma non si conosce la situazione della balneabilità in prossimità del depuratore stesso».

    Litorale. corso italia 1Ma facciamo un passo indietro e torniamo al PRO.U.D. Per quanto riguarda il tratto compreso tra San Nazaro e Capo Marina – caratterizzato, a ponente dalla presenza del depuratore di Punta Vagno, a levante dal terrapieno confinante con l’area della ”Marinetta” (fortemente modificata durante i lavori per lo scolmatore del rio Fereggiano) – il progetto prevede di «modificare l’assetto delle aree in concessione che vengono ridimensionate in funzione di acquisizione all’uso pubblico di nuovi tratti di litorale. Per l’area ricompresa negli spazi attualmente in concessione ai Bagni San Nazaro si prevede una riduzione della spiaggia che, contestualmente ad un intervento di ripascimento da realizzarsi a levante del depuratore, favorisce la formazione di un nuovo tratto di arenile libero accessibile dai percorsi pubblici evidenziati dagli elaborati grafici. Per l’area attualmente ricompresa negli spazi in concessione ai bagni Capo Marina non vengono riconfermate come aree riconcedibili le aree scoperte direttamente a confine con la zona “Marinetta”, attualmente utilizzate per il campo da calcetto e di servizio alle attività sportive gestite dallo stabilimento».
    In merito al tratto costiero delimitato, a ponente dall’area in concessione ai bagni Capo Marina, a Levante dal Molo del Nuovo Lido, il PRO.U.D. sottolinea che «l’attuale litorale libero della “Marinetta è pressoché costituito da uno spiazzo cementato che ne limita fortemente la fruizione ai fini della balneazione. Il progetto prevede un ridimensionamento dell’area concedibile posta sul confine di levante allo scopo di fornire un reale e agevole accesso al mare ed un adeguato tratto di arenile dedicato alla libera balneazione. Al fine di garantire un tratto di arenile libero in posizione centrale rispetto allo sviluppo del fronte litoraneo di San Giuliano, il progetto prevede la trasformazione di una concessione attualmente in corso di validità (denominata “Bagni Roma”) in Spiaggia Libera Attrezzata. Il progetto di riordino deve, inoltre, prevedere la realizzazione di un’accessibilità pubblica direttamente dalla “Promenade” cittadina di C.so Italia; è previsto il ridimensionamento dello stabilimento balneare denominato “Sporting” con la finalità di aumentare lo spazio di spiaggia libera esistente ed ampliare il varco da Lungomare Lombardo per renderlo accessibile ai soggetti disabili».

    Benché si tratti di un progetto di utilizzo e non di un piano di riorganizzazione, secondo le associazioni si poteva comunque fare di più. «Questo progetto tende ad avvallare e consolidare, con qualche eccezione, la situazione di fatto – affermavano nel luglio 2012 Alberto Beniscelli, presidente di Italia Nostra Genova e Stefano Salvetti di Adiconsum Liguria – rimandando a non meglio identificati interventi di miglioramento di un litorale che ci appare già oggi in larga misura compromesso, anche per recenti interventi».
    A dar man forte alle associazioni è arrivato anche il parere della Regione Liguria, necessario per ottenere il nullaosta definitivo del PRO.U.D. genovese. Gli uffici regionali hanno prodotto le loro osservazioni soltanto a gennaio 2013 e non sono mancate alcune sorprese significative. Il settore regionale Pianificazione Territoriale e Demanio Marittimo scrive nel decreto n. 3 del 7/01/2013 «Ritenuto che il progetto, nel suo complesso, consegua un miglioramento complessivo dell’uso dell’arenile e dei servizi connessi migliorando in particolare l’accessibilità e la percorribilità lungo la costa e contenga inoltre una serie di norme volte a garantire un miglior utilizzo ai fini di uso pubblico degli spazi demaniali marittimi; che, tuttavia, il progetto si basa su un’effettiva stima degli spazi balneari liberi in molti ambiti sovradimensionata rispetto all’effettiva possibilità di accesso e fruizione degli stessi; non risolve efficacemente il nodo della carenza di spiagge libere attrezzate nel litorale cittadino di Levante, con particolare riferimento agli ambiti corrispondenti alla zona di Corso Italia».

    Litorale. santa chiara«Innanzitutto è stata smontata la tesi che a Genova si ottemperi alla legge regionale che prevede il 40% di spiagge libere, dove si dichiara di arrivare oltre il 54%, compresi gli scogli, come sottolineato dall’allora assessore Farello – racconta il consigliere del Municipio Medio Levante, Bianca Vergati (Sel-Lista Doria) – Nell’incontro del 5 marzo 2013 fra Municipio Medio Levante e gli uffici comunali è uscita una percentuale assai diversa per il litorale fra Boccadasse e Punta Vagno: le spiagge libere sono solo l’11%».
    Come mai? Il motivo è alquanto semplice: la Regione ha chiesto di «eliminare tra le aree libere quelle dichiarate non accessibili o non praticabili per motivi di sicurezza, ridurre opportunamente quelle interessate da corsie di alaggio, foci di torrenti, scogliere impraticabili […] ed integrare con una tabella dettagliata, Municipio per Municipio, relativa allo stato attuale e allo stato di progetto», si legge nel decreto n. 3 del 7 gennaio 2013.
    «Ovvero di considerare i tratti liberi e accessibili per ogni porzione di costa, cioè per corso Italia, Quarto, Quinto, ecc. – continua il consigliere Vergati – Il computo, invece, era stato redatto in maniera complessiva. Non solo. Si sono messi nel conto il tratto di spiaggia libera della “Marinetta”, che sarà interessato dal miniscolmatore del Fereggiano, rio che sfocia proprio a metà di corso Italia, la nuova spiaggetta della Motonautica, con accesso chiuso dai cancelli del club e pure la nuova spiaggia, che ancora non c’è, accanto al depuratore».
    Inoltre, la Regione chiede di modificare l’assetto previsto per gli ambiti della zona centrale stralciando: «la previsione di opere a mare e di ripascimento o trasformazioni della costa che al momento non sono valutabili, né nella fattibilità, né nei costi (nuova spiaggia a Levante del depuratore di Punta Vagno e riconfigurazione della zona della Marinetta); la previsione della creazione di una fascia intermedia tra le concessioni e la fascia di libero transito – utilizzabile liberamente e in cui è permessa la sosta per la balneazione (spiaggia di San Giuliano) – in quanto la stessa costituisce una rilevante modificazione delle concessioni esistenti ed un rilevante onere aggiuntivo a carico dei concessionari».

    «Il PRO.U.D. è stato licenziato dal Comune con buoni propositi che però non si sono potuti concretizzare – sottolinea Vergati – Con questo strumento auspicavamo il riordino di almeno una parte del litorale di Corso Italia. Purtroppo, però, la proroga delle concessioni demaniali marittime, la cui scadenza è stata spostata dal 2015 al 2020, ha irrimediabilmente complicato i piani».

    «La proroga delle concessioni (sancita dalla Legge del 17 dicembre 2012 n. 221) ha generato un’oggettiva difficoltà a modificare lo stato attuale – conferma la dott.sa Corinna Artom, dirigente regionale – La questione più spinosa rimane quella di Corso Italia. Nel PRO.U.D. la previsione di liberare spazi pubblici è insufficiente. Sono ipotizzati degli interventi che non si sa quando e come si potranno realizzare, visto che si concentrano soprattutto nella zona della “Marinetta”, ossia un’area interessata dalla prossima realizzazione dei lavori per lo scolmatore del Ferregiano. Abbiamo chiesto al Comune di riformulare una proposta su Corso Italia – conclude Artom – Adesso l’amministrazione comunale deve recepire le nostre osservazioni e la Regione valuterà le eventuali modifiche al progetto».

     

    Matteo Quadrone
    [foto tratte dal dossier di Italia Nostra e Adiconsum]

  • Parchi Liguri: addio agli enti locali, ma il futuro è ancora incerto

    Parchi Liguri: addio agli enti locali, ma il futuro è ancora incerto

    Portofino, levante di GenovaLa scure della spending review si abbatterà dal prossimo autunno anche sui parchi liguri: a partire da fine settembre, infatti, il secondo decreto legge di revisione della spesa, licenziato dalla giunta Burlando allo scopo di razionalizzare i costi pubblici, prevede la trasformazione dei 6 enti parco regionali (Antola, Beigua, Portofino, Aveto, Montemarcello Magra, Alpi Liguri) in 5 sezioni territoriali afferenti a un unico “Ente Parchi Liguri”.

    In questi giorni, sui social network si è scatenata la reazione dei diretti interessati. Capofila della protesta, l’Ente Parco di Portofino si è fatto promotore di una petizione online, dall’evocativo titolo “Salviamo il Parco di Portofino”, che al momento ha raccolto poco più di 300 adesioni. Decisamente più successo ha avuto l’omonima pagina Facebook, che ha superato la quota di 5 mila adesioni.

    «L’obiettivo – racconta il direttore dell’ente, Alberto Girani – è giungere all’abrogazione di questa legge apodittica, che non ha previsto alcun iter procedimentale e non ne spiega la ratio. Se un tale provvedimento dovesse trovare attuazione, significherebbe la definitiva scomparsa del soggetto che gestisce il parco a livello territoriale e che media tra i diversi interessi e ricerca un equilibrio costante tra le necessità dell’uomo e dell’economia, da un lato, e la natura e l’ambiente dall’altro».

    Stando alle attuali disposizioni, infatti, il consiglio del costituendo “Ente parco ligure” sarebbe composto da 5 persone, nominate in qualità di presidenti dei vari parchi, e si insedierebbe a Genova, di certo non facilitando il dialogo con i cittadini: «Si tratterebbe di un ente burocratico distante – prosegue Girani – esattamente come è accaduto per le comunità montane, tornando indietro di una cinquantina di anni sulle politiche di gestione dei parchi. Tra l’altro, essendo sei i parchi liguri, uno di questi resterebbe fuori dal nuovo organismo».

    In rete, il dibattito è vivace e talvolta raggiunge toni piuttosto accesi. Non manca chi accusa gli amministratori del Parco di Portofino di essere un po’ troppo ingannevoli sul futuro: «La petizione è fuorviante – scrive sul social network Marta Puppo – in quanto non si tratta di sopprimere il Parco di Portofino, bensì l’ente parco, che è un’altra cosa». «Non si sta parlando di eliminare il Parco di Portofino – le fa eco Elisabetta Del Signore, milanese trapiantata nel Tigullio – ma di ridurre sprechi e doppioni… non è detto che sia un male». Chi appoggia o quantomeno giustifica l’iniziativa regionale, infatti, si augura che la futura centralizzazione porti un maggiore potere decisionale rispetto a quanto non ne abbiano attualmente i vari enti territoriali.

    Monte AntolaNaturalmente agli antipodi, la posizione del direttore Girani, che non si capacita di come un unico ufficio regionale possa fare meglio rispetto a chi vive quotidianamente sul territorio: «Negli ultimi anni abbiamo ottenuto risultati straordinari: un milione di euro per recuperare il percorso San Rocco di Camogli – Punta Chiappa, altri 500 mila per il percorso delle Batterie, 300 mila euro per la gestione dei boschi, 250 mila euro per il ripristino di sentieri di collegamento con realtà limitrofe, oltre a diverse centinaia di migliaia di euro per la comunicazione e altri piccoli progetti. Il tutto a fronte di un ente costituito da una decina di persone che riceve 85 mila euro di trasferimenti all’anno in conto investimenti e ne spende 80 mila per la manutenzione dei sentieri e 60 mila per la fruizione e l’educazione ambientale».

    Secondo Girani, il risparmio a cui andrebbe incontro la Regione Liguria con l’accorpamento dei 6 enti parco sarebbe pressoché risibile e paragonabile a metà dell’indennità annuale di un solo consigliere. «Con questa trasformazione – sostiene il direttore – andremo incontro a un annullamento delle capacità di catturare e spendere rapidamente fondi europei e statali, con futuri danni sul fragile tessuto economico locale dei consorzi, delle piccole imprese e delle cooperative locali».

    Da entrambi i lati della barricata, comunque, viene manifestata la necessità di organizzare un incontro che coinvolga la cittadinanza e possa raccontare nel dettaglio i rischi all’orizzonte per i parchi liguri. Un confronto che, a detta dei vari enti, non è stato ancora possibile a livello istituzionale, dal momento che la Regione Liguria non ha accolto la richiesta di un tavolo tecnico per la discussione del provvedimento legislativo.

    In realtà, la situazione istituzionale è più intricata e non è detto che il provvedimento trovi attuazione, quantomeno nelle forme attualmente previste, come ci spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano: «La norma pensata dalla giunta altro non era che una risposta all’imposizione della speding review di ridurre del 20% le spese in questo settore. Siccome i parchi negli anni passati avevano già subito tagli diretti, un nuovo intervento sul bilancio non sarebbe stato sostenibile. Per questo motivo abbiamo pensato a un accorpamento degli enti, in un’ottica di salvaguardia dei parchi». Tuttavia, prima di essere resa operativa, la legge è stata portata all’attenzione della Conferenza delle Regioni per capire come si stesse muovendo il resto d’Italia. E qui, spiega l’assessore, è arrivata la notizia positiva: la Conferenza, infatti, ha approvato all’unanimità un documento che sostiene come i parchi regionali non debbano sottostare alle imposizioni della spending review poiché si tratta di realtà direttamente discendenti da una normativa nazionale. «Prima di analizzarne le conseguenze sul piano operativo – conclude Briano – abbiamo chiesto una conferma ai ministeri competenti (Economia e Ambiente, ndr) e stiamo aspettando il loro parere».

    In attesa della risposta da Roma, nei prossimi giorni l’assessore incontrerà i rappresentanti dei parchi per fare il punto della situazione. Intanto, è lo stesso Alberto Girani ad abbozzare un’apertura: «Una razionalizzazione a livello amministrativo può senza dubbio essere fatta. Ad esempio, è inutile avere cinque enti parco con cinque persone diverse che si occupano degli stipendi, cinque organismi di valutazione dei dirigenti ecc… Altre spese possono essere accorpate, ad esempio per le consulenze faunistiche universitarie, non solo per i parchi: così sì che si giungerebbe a un effettivo risparmio dal punto di vista finanziario. La nostra iniziativa in rete – conclude – non vuole essere tanto una protesta fine a se stessa ma un tentativo di far riflettere l’interlocutore regionale per convincerlo ad aprire un produttivo tavolo di confronto. Vorremmo poter discutere con la Regione di una politica territoriale che non sia solo di consumo del territorio per trattare l’emergenza, ma che sia un ragionamento strategico sul medio e lungo periodo, così come d’altronde era stato promesso in campagna elettorale».

     

    Simone D’Ambrosio
    [foto di Daniele Orlandi e Roberto Manzoli]

  • Amt, progetto Belt: abbonamento elettronico e biglietto via sms

    Amt, progetto Belt: abbonamento elettronico e biglietto via sms

    autobus-amt-3IL PRECEDENTE

    Dicembre 2009: Amt annuncia che entro pochi mesi sarà in vigore Belt (acronimo di Bigliettazione Elettronica Liguria Trasporti), un biglietto elettronico che nel tempo consentirà – possedendo un’unica tessera – di viaggiare sulla rete di autobus e ferroviaria in tutta la Regione, di pagare i parcheggi e usufruire dei servizi di car sharing e bike sharing.

    Il progetto sarà sviluppato in tre fasi: sostituzione di tutti gli abbonamenti annuali Amt con la tessera Belt; introduzione di Belt negli abbonamenti mensili e settimanali; caricamento sulla tessera anche dei singoli titoli di viaggio e dei carnet. La Regione Liguria ha investito quasi 2 milioni di euro per la fase sperimentale per i titoli di viaggio sulla filovia Taggia-Sanremo (più precisamente, 1.660.000 €) e ne prevede altrettanti per il prossimo biennio, per estendere Belt alla rete di autobus genovese.

    Come funziona? Ogni tessera conterrà un chip elettronico, che alla scadenza dell’abbonamento o titolo di viaggio deve essere “ricaricato”. La ricarica può avvenire presso le biglietterie centrali Amt o attraverso appositi palmari da collegare al computer di casa.

    Maggio 2012: Amt introduce il biglietto via sms aderendo alla piattaforma nazionale Bemoov. Con un sovrapprezzo di 10 centesimi sulla tariffa ordinaria è possibile acquistare un biglietto valido 110 minuti inviando un sms al numero 320 2043497 contenente nel testo la parola “Amt”.

    IL PRESENTE

    Il progetto Belt fa parte di una rete di miglioramenti tecnologici che la Regione Liguria ha adottato a partire dal 2005 per le sue reti di trasporto, che riguardano anche la Filovia Taggia – Sanremo, il Trenino di Casella, la ferrovia in Valpolcevera e altre infrastrutture. Tramite Datasiel è stato emesso nel 2006 un bando di gara, vinto dalla società Tsf (poi assorbita in Almaviva Spa, che già prima ne deteneva il 61% delle quote azionarie): la base d’asta era 950.000 €, l’azienda ne ha offerte 740.000 €.

    A maggio 2012 è stata realizzata solo la prima delle tre fasi del progetto, con l’integrazione di Belt in tutti gli abbonamenti annuali Amt e della ferrovia Genova – Casella. Il rapporto contrattuale di fornitura con Almaviva si è concluso lo scorso 15 dicembre (il contratto sarà in vigore finché non sarà stata pagata l’ultima fattura).  È pertanto difficile stabilire se e quando si proseguirà con le successive due fasi.

    Abbiamo inoltre interpellato Amt e il Consorzio Movincom (che gestisce la piattaforma Bemoov) per capire se il servizio di acquisto biglietto via sms è stato utilizzato dagli utenti: a oggi, quasi un anno dopo dalla sua attivazione, gli iscritti al servizio risultano circa 700, per un totale di 9.000 transazioni, senza però un andamento costante nei vari mesi.

    Inoltre dal 1 marzo il prezzo del biglietto acquistato via sms è sceso a 1,50 €, uniformandosi al prezzo attuale del singolo titolo di viaggio. Un prezzo che potrebbe però modificare a partire dal 1 aprile, se non cambierà in tempi brevi la decisione di non rinnovare l’integrato Amt-Trenitalia.

     

    Marta Traverso

  • Museo dell’Attore: addio Acquasola, a breve trasloco alla Berio

    Museo dell’Attore: addio Acquasola, a breve trasloco alla Berio

    teatro palcoscenicoIL PRECEDENTE

    Febbraio 2009 – La Sindaco Marta Vincenzi riceve un appello, firmato da oltre 100 docenti universitari della città, che domandano un maggiore sostegno per il Museo Biblioteca dell’Attore.

    La struttura – fondata nel 1969 da Ivo Chiesa, Alessandro D’Amico e Luigi Squarzina e ospitata dal 1982 presso Villetta Serra (edificio su tre piani di proprietà del Comune, sito alle spalle del Parco dell’Acquasola) – contiene un enorme patrimonio a testimoniare la storia del teatro genovese dall’Ottocento ai giorni nostri.

    Alcuni dati: oltre 41.000 volumi di teatro e cinema e oltre 1.000 riviste specializzate, 72.000 autografi, 69.000 fotografie e 1.300 copioni, e poi centinaia di scenografie, costumi, oggetti di scena, bozzetti e figurini, locandine e manifesti.

    Un patrimonio che, per ragioni di spazio, non è completamente esposto al pubblico. L’appello dei docenti ha come obiettivo primario l’accessibilità di questi beni: come si legge infatti nel documento, “si tratta di un’istituzione ancora in attesa di un’adeguato esposizione museale“.

    Dicembre 2011 – L’Assessore alla Cultura Andrea Ranieri promuove una convenzione, approvata nell’ultimo Consiglio Comunale dell’anno, perché il Museo dell’Attore riceva un finanziamento di 42.000 € per l’anno corrente da parte degli enti che ne compongono la Fondazione: Comune, Provincia, Camera di Commercio, Teatro Stabile.

    La seduta è anche l’occasione per riconfermare il trasferimento del Museo alla Biblioteca Berio, uno spazio più consono sia per la conservazione dei materiali, sia per la loro esposizione permanente al pubblico. Un trasloco che fa parte di un progetto di più ampio respiro, che vuole rendere l’edificio di via Del Seminario un polo multibibliotecario al servizio della città.

    Aprile 2012: il Comune di Genova annuncia una vendita di numerosi beni del proprio patrimonio immobiliare, tra cui anche Villetta Serra. Un’asta che comprende in tutto 35 appartamenti e 17 tra negozi e uffici, per i quali Spim (la società partecipata del Comune che si occupa della gestione degli immobili) prevede un introito di oltre 5 milioni di euro. Tra questi, anche Villetta Serra.

    IL PRESENTE

    Ancora nulla di fatto per il trasloco del Museo dell’Attore. Secondo lo staff l’inizio del trasferimento di beni e opere è «imminente», ma non si hanno ancora date certe.

    Così ha scritto il presidente Eugenio Pallestrini sul suo profilo Twitter alcuni mesi fa: “Vendita di Villetta Serra (Museo dell’Attore) su base vecchia delibera 2007. Persa opportunità sviluppo zona giardini“.

    Nonostante la decisione in merito sia giunta così lontano nel tempo, la messa all’asta di Villetta Serra è stata ufficializzata solo lo scorso novembre. Il nuovo locale alla Berio dovrebbe essere più grande, in modo da consentire un ampio spazio espositivo e la possibilità di consultazione dei materiali e organizzazione di eventi. Tuttavia, il mantenimento della sede a Villetta Serra – se penalizzante da un lato, per le ragioni di esiguità dello spazio già esposte in precedenza – avrebbe potuto inserirsi nell’ambito di un progetto di riqualificazione dell’Acquasola e dell’area circostante.

    Deve ancora giungere il tempo in cui il patrimonio teatrale di Genova sarà finalmente restituito alla città.

    Marta Traverso

    [nota: un approfondimento su Villetta Serra e la sua storia è consultabile nel n. 42 di Era Superba free press, pag. 15]

  • Centro storico, il punto sui selciati dopo le polemiche in via Garibaldi

    Centro storico, il punto sui selciati dopo le polemiche in via Garibaldi

    La situazione dei selciati del centro storico genovese è balzata agli onori della cronaca in occasione degli interventi sulla pavimentazione di via Garibaldi, tuttora in via di esecuzione, suscitando la mobilitazione di semplici cittadini ma anche di tecnici (veri o presunti, occorre sottolinearlo) che, soprattutto sul web, si sono confrontati sul tema. Sono nati gruppi e movimenti di opinione che hanno allargato il campo, evidenziando le criticità che affliggono altri percorsi della città vecchia: via Chiossone, via Scuole Pie, via dei Macelli di Soziglia, via Canneto il Lungo, via Canneto il Curto, via Luccoli, via 25 Aprile, via Fontane Marose, solo per citarne alcuni. Zone meno chiacchierate da cittadini e media – rispetto alla celebre Strada Nuova – sulle quali Era Superba ha provato ad approfondire la questione.

    Per comprendere le problematiche nel dettaglio abbiamo chiesto un parere al Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico – un gruppo di archeologi, restauratori e storici dell’arte che dalla propria pagina Facebook, aperta al contributo degli utenti con fotografie, rassegna stampa e segnalazioni – si è fatto portavoce delle istanze di salvaguardia di un patrimonio comune «Il nostro intento è informare su quanto sta avvenendo, mettendo a disposizione le competenze che abbiamo: da anni sono in atto opere di rifacimento dei selciati nel centro storico, se ne parla solo adesso che i lavori riguardano via Garibaldi, perché è una strada più “esposta” e frequentata. Quello che vogliamo è andare oltre l’aspetto emozionale, che troppo spesso determina la comunicazione sui media e sugli stessi social network, e illustrare la situazione con un approccio professionale».

    La prima campagna di sostituzione delle pavimentazioni del centro storico risalirebbe agli anni ‘90, mentre quella odierna sarebbe la seconda. Una tendenza che non interessa solo Genova, ma pure, ad esempio, Trieste e Bologna. «Via Garibaldi è la punta dell’iceberg che oggi permette di portare alla luce le operazioni condotte arbitrariamente ed in modo scellerato su altri vicoli – racconta un archeologo del Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico, che preferisce non essere citato per nome – Le pavimentazioni storiche in “arenaria di La Spezia” sono state progressivamente sostituite con “arenaria cinese” scadente ed esposta a deterioramento veloce».

    La domanda sorge spontanea, per quale motivo sono state cambiate le lastre? «Secondo noi non sussiste una ragione tecnica per giustificare tali operazioni – continua l’archeologo – Inoltre ho pesanti perplessità anche in merito all’esecuzione degli interventi. In piazza Lavagna, vico Lavagna e via Scuole Pie, ad esempio, le piastre sono state posate in malo modo. I lavori, insomma, non sono stati eseguiti a regola d’arte».
    Il secondo quesito irrisolto, invece, è il seguente: dove sono finite le pietre originali? «Sarebbe interessante sapere qual è stato il loro destino – spiega l’archeologo – So che in precedenti occasioni erano state stoccate lungo il torrente Bisagno ma poi sono scomparse. Voci di corridoio parlano di alcune pietre del ‘700 miracolosamente riapparse in giardini privati».

    Al fine di ottenere delucidazioni a proposito degli interventi di sostituzione delle pavimentazioni antiche nel centro storico, nell’ottobre 2012, il comitato ha scritto una lettera all’architetto Luisa Maria Papotti, Soprintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria. Così recita l’incipit della missiva «Siamo molto preoccupati per quanto sta avvenendo ed è avvenuto alle pavimentazioni di alcune delle vie del centro storico di Genova. Abbiamo constatato, infatti, che in via dei Macelli di Soziglia e in via David Chiossone le vecchie pietre in arenaria quarzosa, spesse almeno 13 cm, tagliate a mano e provenienti da cave liguri, sono state sostituite con lastre di esiguo spessore, lavorate a macchina ed importate dalla Cina. Abbiamo notato anche che alcune di esse sono già in via di ammaloramento, probabilmente perché il tipo di arenaria scelto ha scarsa resistenza Ci chiediamo come sia possibile che in un centro storico di altissimo pregio come quello di Genova si sia permesso un tale scempio». Purtroppo, però, dalla Soprintendenza non è giunta alcuna risposta.
    Anche la sezione genovese di Italia Nostra ha inviato una lettera all’amministrazione comunale e alla Soprintendenza in cui ha espresso il proprio totale dissenso a modificare la storica pavimentazione di Strada Nuova. Inoltre, l’associazione sta preparando un dossier fotografico sui numerosi casi di incongrua e caotica ri-pavimentazione che ha caratterizzato alcuni recenti interventi nel centro cittadino.

    Secondo il Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico, la medesima situazione riguarda pure via Canneto il Lungo e via Canneto il Curto «In via Canneto il Lungo sono censiti 5 palazzi dei Rolli soggetti a vincolo – sottolinea il gruppo – anche in questo caso, però, recentemente la pavimentazione è stata completamente rifatta. Eppure quella precedente era più pregiata, più resistente e ancora in buone condizioni. Adesso Canneto il Lungo sembra una corsia della Coop».

    A questo punto diviene fondamentale ascoltare la voce della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria per chiarire una volta per tutte la questione. L’architetto Giuliano Peirano, funzionario di zona della Soprintendenza, accetta di parlare, ma prima vuole fare quella che ritiene una premessa necessaria «Su questa vicenda si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, mai basandosi su dati oggettivi».
    «Il progetto di via Garibaldi è rimasto tale e quale a quando, circa un anno e mezzo fa, è stato approvato dalla Soprintendenza – racconta Peirano – Si tratta di lavori propedeutici alla sostituzione delle sottoutenze (di fine ‘800), quindi rispondono ad un’esigenza tecnica di sostituzione che non ha nulla a che fare con la pavimentazione. Interventi commissionati da Genova Reti Gas e Comune sotto la nostra stretta sorveglianza. Una volta rifatte le sottoutenze, infatti, la pavimentazione verrà riposta con le medesime pietre e nelle stesse modalità in cui si trovava».
    Nel frattempo «È emersa l’esigenza della Consulta per l’Handicap, la quale ha chiesto di agevolare il passaggio dei disabili –continua Peirano – la Soprintendenza ha ascoltato le loro proposte, ritenute, però, non idonee. Così si è optato per una soluzione che, tramite una superficie priva di sali-scendi, consenta un passaggio agevole. I basoli di granito di strada Nuova sono stati prelevati, numerati e oggi sono custodi in un magazzino con tutte le accortezze necessarie».

    In merito alla presunta sparizione delle pietre storiche (ai fini di un’altrettanto presunta vendita), il giudizio del funzionario della Soprintendenza è tranchant «Questa è una leggenda metropolitana nata da un episodio risalente a una trentina di anni fa, quando in Galleria Mazzini venne sostituita la pavimentazione di basoli in arenaria, in seguito trasferiti in Toscana. Da allora, ogni volta che si tocca una strada, si dice che i basoli vengono venduti, ma tutto ciò non corrisponde assolutamente al vero».

    Gli interventi eseguiti o in corso d’opera negli altri vicoli del centro storico, secondo il funzionario della Soprintendenza, non comportano la sostituzione di lastre storiche «In via Macelli di Soziglia è stata sostituita una pavimentazione recente, risalente a venti anni fa e sicuramente priva di valore storico – sottolinea Peirano – In questa strada le pietre di La Spezia non ci sono, va detto con chiarezza. In via David Chiossone esistono alcuni tratti di pavimentazione storica e sono stati conservati. La parte di selciato sostituita risaliva a venti anni fa».
    Su una cosa, però, il funzionario della Soprintendenza concorda con il Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico «Sulla scelta dei materiali possiamo parlarne. Il problema è che la Soprintendenza non possiede la facoltà di determinare la qualità delle pietre. Gare e appalti sono commissionati da Genova Reti Gas. Noi possiamo esclusivamente campionare del materiale che il committente ci presenta».

    Nel caso di strade in cui, invece, sia ancora presente l’arenaria storica «Le lastre vengono tirate su e riposizionate dov’erano prima, senza alcuna sostituzione delle pietre – continua il responsabile di zona della Soprintendenza – Ad esempio in Piazza Fossatello sono stati eseguiti dei piccoli lavori e nessuna pietra è stata sostituita».
    Circa l’80-90 per cento dei lavori sono conseguenti al rinnovo delle sottoutenze «Comunque i rifacimenti delle strade devono sempre ottenere l’autorizzazione della Soprintendenza che ha anche un compito di controllo che esplica attraverso sopralluoghi, prima durante e dopo gli interventi», precisa Peirano.
    Bisogna sottolineare che non esiste un censimento delle pavimentazioni e neppure dei vincoli specifici «Le pavimentazioni in quanto tali non sono vincolate – continua Peirano – Le “creuze”, gli antichi percorsi pedonali, alcune strade, ecc., hanno un vincolo “ope legis”. Ovvero per legge deve seguire una verifica d’interesse. In sostanza, il Comune dovrebbe realizzare una mappatura dei percorsi poi la Soprintendenza potrebbe decretarne il vincolo. Ma finora l’amministrazione non ha portato a termine la mappatura».

    Infine, per quanto riguarda i lavori non fatti a regola d’arte «Questo in parte può essere vero – ammette Peirano – Siamo di fronte a grandi appalti gestiti da importanti committenti. Di conseguenza, chi vince realizza l’intervento. Noi possiamo controllare e nel caso vi sia un pericolo per il patrimonio della città, bloccare i lavori. Vorrei ricordare, però, che oggi tutto sembra assumere il medesimo valore. In via Garibaldi il valore storico è quello di una pavimentazione dell’800. Per intenderci, non stiamo parlando di un mosaico romano».
    «Io da quando opero nel centro storico, circa una quindicina d’anni, posso assicurare di non aver mai autorizzato la sostituzione di arenaria storica con delle lastre nuove», conclude il dott. Peirano.

     

    Matteo Quadrone
    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Acqua pubblica: la nuova tariffa ignora il referendum

    Acqua pubblica: la nuova tariffa ignora il referendum

    AcquaIl 28 dicembre l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas ha approvato il nuovo Metodo Tariffario Transitorio 2012-2013 per il Servizio idrico Integrato sancendo, nei fatti, la negazione dei Referendum del Giugno 2011, con cui 27 milioni di cittadini italiani si erano espressi per una gestione dell’acqua che fosse pubblica e fuori dalle logiche di mercato. 

    La denuncia arriva dai movimenti per l’Acqua Bene Comune, i quali spiegano «Già il Governo Berlusconi, solo due mesi dopo i referendum, aveva varato un decreto che, reintroducendo sostanzialmente la stessa norma abrogata, avrebbe portato alla privatizzazzione dei servizi pubblici locali. Tale decreto è stato poi dichiarato incostituzionale. In egual modo, l’Autorità vara una tariffa che nega, nello specifico, il secondo referendum sulla remunerazione del capitale e lascia che si possano fare profitti sull’acqua, cambiando semplicemente la denominazione in “oneri finanziari”, ma non la sostanza: profitti garantiti in bolletta».

    Ma fa anche di peggio, secondo associazioni e comitati che si riconoscono nella battaglia per l’acqua pubblica «Infatti, il nuovo metodo tariffario, metterà a rischio gli investimenti per la gestione del servizio idrico integrato più di quanto già non accada attualmente. Questo avverrà perché in un sistema che si basa sul ricorso al mercato creditizio, se si allunga il periodo di ammortamento dei cespiti si ha una conseguente riduzione delle aliquote annue con un impatto negativo sui flussi di cassa, creando, così, un rischio elevato nel reperimento delle risorse finanziarie. Ciò è particolarmente grave visto che il servizio idrico integrato abbisogna di ingenti investimenti nei prossimi anni (alcune stime parlano di circa 2 miliardi di € l’anno per i prossimi 20/30 anni)».

    «L’Autorità, in un contesto dove il Governo tecnico di Monti ha rafforzato un’ impostazione neoliberista e di privatizzazione dei beni comuni, che conferma e ripropone nella sua agenda per il prossimo governo, si nasconde dietro una deliberazione amministrativa per affermare una ricetta politica che vuole speculare sui servizi pubblici essenziali, a partire dall’acqua – continua la nota dei movimenti – Dietro le manovre tecniche si afferma, inoltre, una sospensione democratica gravissima a danno di tutti noi».

    Per questo «Vogliamo che il nuovo metodo tariffario venga ritirato e chiediamo le dimissioni dei membri dell’Autorità – conclude la nota – E, chiaramente, non ci fermeremo ad elemosinare concessioni ma ci batteremo finchè questo non avverrà e venga ristabilità la volontà popolare. Perchè si scrive acqua, si legge democrazia, e vogliamo ripubblicizzare entrambe».

  • Servizi socio sanitari: accordo Regione-sindacati contestato dalla Fials

    Servizi socio sanitari: accordo Regione-sindacati contestato dalla Fials

    Sanitari«La tutela sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori che rappresentiamo esige serietà, fermezza e coerenza; il comportamento della Regione, al contrario, è inaccettabilmente indecente», così denunciano le segreterie delle organizzazioni sindacali FIALS, NURSING UP e FSI convocate il giorno 21 dicembre (venerdì scorso, ndr) dall’Assessorato Regionale alla Salute e ai Servizi Sociali, al fine di sottoscrivere un accordo definito: “Sviluppo dei servizi territoriali, azioni per non autosufficienza e riconoscimento del ruolo del personale del comparto sanità”.

    «Il documento che ci è stato presentato risulta già sottoscritto, in data mercoledì 19 dicembre, dall’Assessore stesso e dalle sigle di CGIL CISL UIL ed è stato già ampiamente diffuso a mezzo stampa dai media», sottolineano FIALS, NURSING UP e FSI.

    I sindacati si riferiscono all‘accordo che prevede: la riconversione dei piccoli ospedali, organizzati in punti assistenziali H 24 gestiti con il coinvolgimento dei medici di base; l’avvio della presa in carico dei malati cronici da parte dei distretti sanitari ai quali viene affidato un budget economico proprio di cui i direttori di distretto dovranno far puntuale rendiconto; continuità e riconversione del fondo della non autosufficienza per la disabilità; chiusura delle partite economiche pendenti per i lavoratori della sanità e attivazioni di nuovi strumenti incentivanti per favorire le riconversioni.

    «Che l’Assessorato e alcune sigle sindacali procedano da tempo con la prassi degli “tavoli di trattativa separati” e degli “incontri informali” (clandestini?), è noto a tutticontinua la nota dei sindacati – Dovrebbe essere altrettanto noto, a chi ha un minimo di “sale in zucca”, che non si può e non si deve neppure provare a chiederci la nostra firma pretendendo un consenso “per adesione” su documenti altrui».

    «Ogni lavoratore della sanità e ogni utente del servizio può constatare con la propria quotidiana esperienza che cosa ha prodotto questa “pratica di trattative separate e clandestine” tra Assessore e CGIL CISL UIL: chiusure, tagli ai servizi, tikets, tasse, riduzione degli organici, aumento dei carichi di lavoro, disoccupazione per i giovani neo laureati, appalto sistematico delle strutture per anziani e disabili (a proposito di territorio e distretti …), svendita del patrimonio immobiliare pubblico, blocco e riduzione delle retribuzioni per i lavoratori», ribadiscono FIALS, NURSING UP e FSI.

    Nel merito di questo “accordo” «Ogni organizzazione sindacale esprimerà quanto prima le sue valutazioni di parte, fermo restando che le scriventi OOSS concordano nel giudizio fortemente negativo sia della politica regionale di questi anni che dei pretenziosi contenuti del citato “accordo” che per altro non affronta (tantomeno risolve ..o cerca di farlo …), nessuno dei nodi del sistema e dei problemi dei lavoratorispiega la nota delle organizzazioni sindacali FIALS, NURSING UP e FSI – Un elenco (per altro incompleto), di pendenze contrattuali (compresi i noti accordi su incentivi, indennità infermieristica e mensa, accordi bellamente ignorati o stracciati dall’Assessorato), sarebbe nel programma di specifici incontri previsti a Gennaio. Noi saremo al tavolo di trattativa non certo per gentile concessione del signor Assessore ma in forza della nostra reale rappresentatività dei lavoratori come largamente certificata, a Genova, in Liguria e a livello nazionale dal voto dei lavoratori».

    Quanto al comportamento dell’Assessorato e della Regione «Le nostre Segreterie rispondono che ognuno è libero di comportarsi come meglio crede. Prendiamo atto che la linea di Confindustria piace molto all’Assessore e alla Regione Liguria. Risponderemo sui posti di lavoro, tra i lavoratori e giocoforza anche nelle sedi preposte a garantire il rispetto delle norme».

     

    La Fials, inoltre, si rivolge all’azienda sanitaria locale genovese (ASL 3) per segnalare una palese violazione degli accordi aziendali in materia di aggiornamento.  «Risulta alla nostra organizzazione sindacale che nella giornata del 30 novembre 2012, in coincidenza con lo sciopero generale proclamato da una sigla sindacale, questa Azienda non ha provveduto a sospendere i corsi di aggiornamento programmati scrive la Fials – Al riguardo denunciamo che sicuramente il corso TAO si è svolto normalmente nonostante dovesse essere sospeso per la concomitanza con lo sciopero».

    «Nessuna comunicazione in merito è stata mai recapitata a questa organizzazione sindacale – continua la nota della Fials – Fa specie un tale atteggiamento anche in considerazione della condizione in cui si costringono i lavoratori che in caso di “assenza al corso” si vedono negare i “crediti ECM” cui la legge li obbliga e perfino l’eventuale cancellazione dalla partecipazione ai corsi per “assenze superiori al 10%” della durata complessiva del corso».

    «La norma che dispone la sospensione dei corsi in caso di sciopero, oltre che essere eticamente corretta, risulta liberamente sottoscritta dalla Vostra Azienda come testualmente riportato:Art. 4 – Modalità di effettuazione degli scioperi (…) Nella giornata di sciopero (…), Sono altresì sospese le attività di aggiornamento obbligatorio“, testo Contratto Integrativo Aziendale SUI SERVIZI ESSENZIALI E SULLE PROCEDURE DI RAFFREDDAMENTO E CONCILIAZIONE IN CASO DI SCIOPERO DEL PERSONALE DEL COMPARTO DELL’AZIENDA SANITARIA LOCALE N° 3 “GENOVESE” – Giugno 2002 tutt’ora vigente», sottolinea la segreteria genovese della Fials.

    «Per quanto esposto e considerato che questa Direzione si dimostra particolarmente “attiva e puntuale” nel “contestare” presunte violazioni contrattuali ai lavoratori (vedi tra l’altro i casi recenti in corso d’opera), comprese presunte violazioni degli obblighi di partecipazione ai corsi di aggiornamento, si chiede all’Azienda di fornire ogni idonea spiegazione e di non trascurare l’obbligo di contestazione formale ai propri Dirigenti Responsabili della palese violazione di norme che risultano per altro semplici, di facile comprensione e note a tutti».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio comunale, doppia seduta: la denuncia del Movimento 5 Stelle

    Consiglio comunale, doppia seduta: la denuncia del Movimento 5 Stelle

    Marco Doria, sindaco di GenovaDue sedute fiume del Consiglio comunale, martedì 18 e mercoledì 19 dicembre, un “tour de force” con partenza alle 9:30 e sessioni ad oltranza per esaurire tutte le pratiche rimaste in sospeso: una mozione sulla viabilità in via Borzoli (tema particolarmente caldo viste le continue proteste degli abitanti del quartiere), 5 delibere di consiglio, 4 delibere con proposte di Giunta al Consiglio (tra le quali spiccano: messa in vendita di alcune farmacie comunali; modifica della destinazione urbanistica dell’ex ospedale Martinez di Pegli; accordo di programma per le attività estrattive nelle cave della Val Chiaravagna).

    Un’organizzazione del lavoro criticata dal Movimento 5 Stelle che denuncia «Stiamo sperimentando una situazione insostenibile dal punto di vista della trasparenze e del confronto democratico – scrive il M5S – La Giunta Doria, che nel programma elettorale parlava di partecipazione della cittadinanza, con molta probabilità si riferiva a qualcosa di diverso da quello che i cittadini e noi stessi possiamo considerare come tale». 

    «Abbiamo ricevuto questa mattina (venerdì 14 dicembre) i documenti relativi alla vendita delle farmacie comunali come di altri punti all’ordine del giorno dei due prossimi consigli comunali (sedute del 18 e 19 dicembre), mentre le relative commissioni sono convocate per il giorno precedente  –  sottolinea il gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle – Durante la Conferenza dei capigruppo il nostro portavoce, Paolo Putti, ha contestato fortemente questa modalità di lavoro, ma la sua è stata l’unica voce fuori dal coro. Denunceremo in Consiglio, per l’ennesima volta, questa situazione, facendo notare che abbiamo fatto delle proposte di modifica al regolamento proprio nella direzione di garantire tempi minimi per lo studio e la condivisione delle pratiche».

    «Negli ultimi tempi ci siamo trovati di fronte a ordini del giorno che presentavano per lo più temi proposti dai consiglieri (interpellanze, mozioni, ecc.) e, in qualche caso, piccole modifiche di bilancio proposte dalla Giunta e già ampiamente discusse nelle commissioni deputate – spiega il consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, Emanuela Burlando Sorge a questo punto un legittimo dubbio: c’è forse nella Giunta la volontà di non portare certe proposte in Consiglio? Manca la lucidità necessaria a formularle o piuttosto non si vogliono affrontare temi che potrebbero mettere in crisi questa fantomatica maggioranza, la cui scarsa o nulla identità di vedute in merito a tematiche cruciali per il nostro territorio è cosa ormai nota? E dove sono finiti i nostri articoli 57 (interpellanze), i nostri articoli 54 (interrogazione a risposta immediata) e 56 (interrogazione a risposta scritta) relativi agli espropri relativi al Terzo valico, società partecipate (Iren, AMIU, etc.), acqua pubblica, ecc.?».

    «Sarebbe interessante comprendere qual è l’ordine di priorità utilizzato dall’ufficio del Presidente del Consiglio per scegliere le tematiche da mettere in evidenza nella sede istituzionale più essenziale per la città: il Consiglio comunale – conclude il consigliere del M5S – State pur sicuri che tutti gli argomenti sui quali, fino ad oggi, non si è voluto trovare il tempo di discutere, verranno fatalmente proposti negli ordini del giorno delle convocazioni del 18 e 19 dicembre».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Centro Est, parità di genere: il centrodestra scatena la polemica

    Centro Est, parità di genere: il centrodestra scatena la polemica

    Un’iniziativa nata per promuovere l’uguaglianza di genere, anche nel linguaggio della pubblica amministrazione, finisce in polemica politica.
    Accade a causa di una mozione, presentata dalla neo-eletta consigliera di parità Eva Ferrara (Sel) e licenziata dal Municipio Centro Est durante il Consiglio del 21 novembre scorso «All’’interno di una seduta ricca di contenuti – spiega una nota dello stesso ente municipale  – che ha approvato tra fra i vari punti il Piano triennale delle opere pubbliche e un programma di manutenzioni del territorio e della rete scolastica».

    La mozione intende promuovere il rispetto dei generi e combattere ogni forma di pregiudizio verso le donne anche attraverso un linguaggio che riconosca le differenze. Questo piccolo atto s’i inserisce in un programma d’i iniziative sociali e culturali che il Municipio intende portare avanti insieme alle reti di donne per contrastare ogni forma di violenza e pregiudizio.

    Il quotidiano ““Il Giornale”” nell’edizione di oggi dedica un ampio spazio a tale atto del consiglio municipale e raccoglie le dichiarazioni di esponenti del PDL che polemizzano su tale scelta. «La tesi è che si sprecano tempo e denaro per occuparsi del linguaggio di genere e si scordano i problemi manutentivi del territoriocontinua la nota del Municipio Centro Est – Intanto, come si può desumere dall’o.d.g. del Consiglio, questi problemi sono stati trattati per ore, mentre la mozione sui temi di genere ha occupato una piccolissima parte della discussione. Inoltre, la mozione non ha comportato alcun costo in quanto inserita in un Consiglio già previsto. Infine, il Consiglio del Municipio Centro Est quest’’anno ha risparmiato 14.500 euro dei 33.000 previsti per le attività del Consiglio stesso, destinando le risorse recuperate, grazie ad una gestione oculata, al sociale e alle manutenzioni».

    “ «La verità è che il Pdl ha iniziato la campagna elettorale – commenta Simone Leoncini, Presidente Municipio Centro Est – e non sapendo a cosa appigliarsi inventa polemiche strumentali sul nulla. Così sì che si offre un pessimo servizio ai cittadini che avrebbero diritto a una politica seria e capace di confrontarsi sul merito. La cosa più triste è che da queste dichiarazioni emerge ancora una volta la misoginia di una certa destra. La loro idea di donna è rimasta al bunga bunga e alle veline, per cui non digeriscono che ci si occupi di parità e rispetto di genere».”

  • Efficienza energetica: gli sprechi di Genova Smart Cities

    Efficienza energetica: gli sprechi di Genova Smart Cities

    Energia del SoleGenova città smart? Non si direbbe, almeno osservando gli sprechi energetici che l’amministrazione pubblica perpetra in “casa propria” ovvero Palazzo Tursi, in Sala Rossa, negli uffici comunali, nei corridoi, nella bouvette e persino nei bagni.

    «Genova è smart cities, però, alzando gli occhi vedo 120 lampade a fluorescenza che consumano complessivamente quasi 3000 Wh, sempre accese a far concorrenza alla luce del sole – ha esordito così il consigliere Stefano De Pietro (Movimento 5 Stelle) presentando un’interrogazione a risposta immediata (art. 54) per sapere dalla Giunta quali soluzioni intende adottare sul fronte del risparmio energetico – e non solo in Sala Rossa, l’illuminazione è continua, giorno e notte, praticamente ovunque».

    «Si potrebbero sostituire con lampade al led – commenta il consigliere del M5S – Lo abbiamo sollecitato, ma manca la sensibilità necessaria, a tutti i livelli. Noi facciamo notare gli sprechi e la risposta è nulla».

    «Il Comune invita i cittadini al buon comportamento di installare a casa propria le valvole termostatiche ai caloriferi (ossia quelle valvole che sentono la temperatura ambiente regolando in modo automatico il flusso d’acqua calda, interrompendolo se necessario), promettendo grandi risparmi di riscaldamento – continua De Pietro – ma negli uffici comunali del gruppo consiliare dove opero non sono state installate, anzi, le valvole manuali esistenti sono opportunamente bloccate. Abbiamo chiesto se era possibile installare delle valvole termostatiche ma ci è stato risposto che si deve attendere la gara di fine anno, per la gestione della climatizzazione, adesso non si può. E così trascorreremo un inverno con i caloriferi a palla e le finestre aperte».

    «L’efficienza energetica non è solo una questione di soldi – aggiunge il consigliere M5S – Potremmo anche trovare un fornitore di energia più economico. Magari spenderemo meno denaro ma ciò non vuol dire che consumeremo minore energia. L’Unione europea vuole più attenzione sul fronte del consumo energetico, dobbiamo ricordarcelo».

    Per la Giunta ha risposto l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli «Il consigliere De Pietro solleva argomenti importanti. Io penso sia opportuno convocare un’apposita commissione per illustrare quanto si sta facendo in direzione del risparmio energetico».

    «L’impianto di riscaldamento è vecchio e andrebbe modificato – aggiunge l’assessore – Considerata l’entità dell’intervento, allo stato attuale non è possibile sostituire le valvole. Possiamo intervenire dopo la stagione invernale, visto che sarà necessario svuotare l’impianto. In merito all’illuminazione bisogna sottolineare che esiste un’apposita normativa con precisi standard. Per ogni locale deve essere garantito un determinato livello di illuminazione. E ci sono luoghi che, secondo la normativa, devono essere illuminati 24 ore su 24. Al momento stiamo cercando di responsabilizzare i dipendenti dell’amministrazione affinché l’uso delle buone pratiche diventi consuetudine».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Camogli paese del sesso: intervista alla redazione del blog

    Camogli paese del sesso: intervista alla redazione del blog

    Donne che fanno lap dance sulla passeggiata a mare, negozi trasformati in rinnovati bordelli, fotomontaggi che associano luoghi reali a contesti a luci rosse. No, non è l’ennesimo sito vietato ai minori che contribuisce al traino di sorte e bilancio di Internet.

    Camogli paese del sesso è un’iniziativa, volutamente provocatoria, nata da alcuni cittadini che hanno osservato con dispiacere lo “stagionale spopolamento turistico” del borgo di Levante e hanno voluto realizzare un prodotto che attirasse l’attenzione di cittadini, esercenti e istituzioni per trovare nuove idee e proposte volte a valorizzarlo maggiormente.

    Hai mai visto Camogli d’inverno? Come non far morire Camogli?” sono le due domande che si è posta la redazione del blog e dalla quale tutto è partito.

    Abbiamo posto loro alcune domande, per capire lo sviluppo del progetto e la reazione dei cittadini. “Abbiamo creato la storia della legalizzazione della prostituzione per attrarre turismo anche in bassa stagione. E’ un paradosso, un’idea estrema ed impraticabile, folle, ma grazie a essa nelle ultime settimane il paese ha ottenuto un risalto mediatico come mai negli ultimi anni. Volevamo partire da qui per creare un contenitore di proposte, suggerimenti, idee per riqualificare e valorizzare Camogli“.

    L’iniziativa tuttavia ha avuto vita breve: al momento i contenuti del blog sono stati rimossi, perché il Comune non ha accolto bene l’iniziativa e ha intrapreso azioni legali.  “L’amministrazione comunale non ha colto la provocazione, hanno guardato il sito “Camogli Paese del Sesso” solo a un livello superficiale, vedendo solo l’immoralità di donne poco vestite in abiti succinti in giro per Camogli e la dissacrazione dei suoi simboli, anche se in realtà il messaggio che si voleva lanciare era un altro“.

    Al di là di questa situazione, cosa ne pensano i camogliesi?Molti cittadini ci hanno contattato, ci sono commercianti che chiedono un restyling ironico della loro bottega e cittadini che ci sostengono contro la reazione particolarmente avventata di sindaco e vicesindaco“.

    In attesa di conoscere gli sviluppi dell’azione legale, il blog si è fermato e i suoi fondatori chiedono un dialogo con pubblica amministrazione, cittadini e chiunque voglia contribuire per adempiere a quello che era lo scopo iniziale del progetto: trovare idee e proposte per riqualificare Camogli. Sul web sono nate iniziative spontanee, come l’hashtag #siamotuttikatia creato su Twitter dai lettori e una pagina Facebook molto attiva. Chi vuole contattare direttamente la redazione del blog può inviare una mail a intimamentekatia@gmail.com.

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Alluvione Genova, 4 novembre 2011: foto un anno dopo il disastro

    Alluvione Genova, 4 novembre 2011: foto un anno dopo il disastro

    IL PRECEDENTE

    4 novembre 2011: dieci giorni dopo l’alluvione che ha provocato numerosi danni alle Cinqueterre e poco più di un anno dopo dall’alluvione di Sestri Ponente, la pioggia si abbatte anche su Genova provocando l’esondazione del rio Fereggiano intorno alle 13. Il bilancio è quello che tutti conosciamo: sei vittime, molti danni e le polemiche contro la Sindaco Marta Vincenzi, colpevole di non aver ordinato la chiusura delle scuole nonostante l’allerta 2.

    IL PRESENTE

    Si dice che ognuno di noi ricordi perfettamente dove si trovava e cosa stava facendo, in concomitanza di un evento drammatico di grossa portata. Il primo esempio che salta alla mente è l’11 settembre 2001: quasi tutti abbiamo a memoria in quali attività eravamo impegnati quando qualcuno ci ha detto cosa stava succedendo.

    L’alluvione è un altro di quegli eventi. Complice il fatto che si tratta di storia recentissima, ognuno di noi ha la sua personale storia da raccontare. Quella di chi scrive, per esempio, riguarda il ponte che collega piazza Romagnosi e piazza Carloforte, e poi il tragitto da via Monticelli a via Robino, passando per corso De Stefanis, negli stessi momenti in cui, qualche decina di metri più in là, sei persone perdevano la vita.

    Domenica sarà un anno da quando tutto è accaduto. Complice l’imminente anniversario, la giustizia si è risvegliata iniziando ad attribuire colpe e responsabilità: ci sono indagini che coinvolgono funzionari e dirigenti, fino all’allora Assessore competente Francesco Scidone, ci sono polemiche sulla (non) messa in sicurezza di fiumi e torrenti, ci sono persone che non sono ancora tornate a casa e negozi che non hanno ancora riaperto.

    Chi scrive ha deciso di soprassedere su questi temi e di lasciare che la giustizia e la pubblica amministrazione facciano il loro corso (si spera rapido e risolutivo), e ha deciso di fare un giro in quei luoghi e fotografarli per come sono oggi, tornati alla loro normalità di sempre, dopo averli fotografati un anno fa, poche ore dopo il disastro.

    Queste le immagini di Genova, com’era e com’è.

    Marta Traverso

  • Foce, rimessa Amt: cittadini contro rumore e inquinamento

    Foce, rimessa Amt: cittadini contro rumore e inquinamento

    Una rimessa Amt – da dove quotidianamente partono un centinaio di autobus – genera una serie di criticità nel quartiere della Foce, per colpa di un’ubicazione disgraziata, a ridosso di numerose abitazioni, in una zona soggetta ad un intenso traffico di mezzi privati. Ormai da lungo tempo, i residenti di via Maddaloni, via della Libertà e via Finocchiaro Aprile, protestano contro l’inquinamento acustico e quello ambientale causato dal rumore assordante e dai fumi tossici che avvelenano l’aria e costringono i cittadini a serrare le finestre per preservare la salute.

    Il problema principale è legato al rumore visto che, spesso e volentieri, gli autisti tengono i mezzi accesi con vibranti accelerate per mandare in pressione i motori. Eppure ciò non sarebbe necessario visto che da alcuni anni Amt ha installato un sistema centralizzato, il cosiddetto press block, che permette di caricare l’aria compressa senza bisogno di accendere i motori degli autobus. Ma tant’è, secondo la denuncia degli abitanti, alcuni autisti non rispetterebbero le norme e continuerebbero con la consueta pratica.

    Sui forum online del Movimento 5 Stelle la questione è materia di discussione da alcuni mesi e così i consiglieri comunali “grillini” si sono schierati al fianco dei residenti.
    «Abbiamo eseguito un accesso agli atti trovando una prima discrepanza – spiega il consigliere Stefano De Pietro – Il Comune di Genova e l’Arpal (Agenzia Regionale Protezione Ambientale Liguria) hanno prescritto all’azienda di utilizzare “esclusivamente” il sistema centralizzato. Amt ha ammesso il problema inviando una serie di avvertenze ai dipendenti, prima fra tutte quella di utilizzare il press block, “quando è possibile”. È proprio quest’ultima definizione a lasciare perplessi perché le norme impongono di utilizzare sempre questo sistema».

    Per quanto riguarda l’inquinamento prodotto dai gas di scarico «Il problema è più complesso – sottolinea De Pietro – considerando la difficoltà nel realizzare le adeguate misurazioni che consentano una lettura precisa dei dati».
    Comunque, il consigliere comunale assicura il massimo impegno del Movimento 5 Stelle «Stiamo leggendo attentamente le carte. Il nostro obiettivo è riunire le parti, abitanti ed azienda, intorno ad un tavolo per provare a trovare una soluzione».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Val Trebbia: chiusura guardia medica, mobilitazione dei cittadini

    Val Trebbia: chiusura guardia medica, mobilitazione dei cittadini

    Sanità, l'ambulanzaTutta la Val Trebbia è in mobilitazione contro l’annunciata chiusura – a partire dal 1 novembre – dei poli di Guardia Medica di Rovegno e Bargagli, decisa dall’Asl 3 con la delibera n. 837 del 14 settembre scorso che prevede l’accorpamento delle due sedi sopracitate con quella di Torriglia. Un disegno che fa storcere il naso a cittadini e istituzioni locali perché l’assistenza territoriale rischia di subire un colpo terribile. La Guardia Medica di Torriglia, infatti, si troverà a dovere servire un’area di 231 km quadrati, con diverse località situate in zone impervie, molte delle quali raggiungibili dopo oltre un’ora di strada.

    Il Comune di Rovegno ha scritto una lettera all’azienda sanitaria locale per chiedere informazioni ufficiali visto che la scoperta della chiusura è avvenuta leggendo i giornali e non tramite la consueta comunicazione degli uffici competenti. Altri Comuni hanno fatto lo stesso.
    Anche il popolo di Facebook si è attivato con una raccolta firme contro la soppressione della Guardia Medica di Rovegno. Per sottoscrivere la petizione collegarsi al link : http://firmiamo.it/no-alla-chiusura-del-servizio-guardia-medica-di-rovegno-ge

    Domani a Bargagli si svolgerà un incontro pubblico, organizzato dalla Croce Rossa locale, per fare il punto della situazione. Per l’occasione sono stati invitati il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, l’assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo ed il direttore dell’Asl 3, Corrado Bedogni.

    «Dal 1 novembre assisteremo ad un progressivo aumento degli interventi in emergenza coordinati dal 118 con l’impiego di ambulanze ed auto mediche per ospedalizzare pazienti che, magari, avrebbero potuto essere trattati direttamente a domicilio – spiega una nota della Croce Rossa di Bargagli – Ciò si tradurrà in un sensibile aumento dei costi a carico del servizio sanitario ed un appesantimento delle conseguenze legate alle attività diagnostico/strumentali dei Pronto Soccorso che dovranno gestire un numero sempre maggiore di accessi, molti dei quali perfettamente inutili. Ma oltre al danno c’è anche la beffa: coloro che dopo alcune ore saranno dimessi, come potranno tornare a casa, soprattutto nelle ore notturne? Semplicemente chiamando un’ambulanza e pagando per intero il trasporto, in quanto non di competenza dell’ospedale».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Ospedali Ponente Val Polcevera: incontro comitati-assessore Montaldo

    Ospedali Ponente Val Polcevera: incontro comitati-assessore Montaldo

    Un comunicato dai toni durissimi – diffuso dai Comitati per la salvezza degli ospedali di Sestri Ponente e Pontedecimo dopo l’incontro con l’assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, svoltosi nella serata di giovedì scorso e durato oltre 3 ore – conferma la totale chiusura, da parte della Regione Liguria, a qualsiasi confronto con cittadini, istituzioni locali (Municipi Medio Ponente e Valpolcevera) e sindacati.
    All’appuntamento era presente anche il Comitato contro l’operazione immobiliare del Galliera, mentre l’assessore Montaldo era accompagnato dal dottor Bonanni, direttore dell’assessorato alla Sanità, dal dottor Murgia, Segretario Generale della Regione Liguria e dalla dott.ssa Rebagliati, coordinatrice dei servizi ospedalieri della Asl 3.
    «Durante la riunione, prima si è defilato il dottor Bonanni poi il dottor Murgia – sottolinea la nota – In sala è rimasta la dott.ssa Rebagliati che ha dato fino alla fine man forte all’assessore prima di congedarsi».
    Dall’altra parte, in rappresentanza dei Comitati, erano presenti una ventina di persone fatte accedere alla sala in numero chiuso, mentre altre decine di cittadini stazionavano fuori dalla Regione e hanno salutato con applausi ironici l’arrivo in sede del Presidente della Regione, Claudio Burlando.

    I Comitati hanno chiesto conto degli impegni presi dall’assessore Montaldo e dal governatore Burlando nel 2006-2007 «Impegni che prevedevano la costruzione del nuovo ospedale del Ponente, finanziandolo, per iniziare, mediante l’utilizzo delle risorse destinate all’ospedale di Vallata (dirottate invece sul Galliera) e che prevedevano inoltre di non tagliare alcun servizio ospedaliero del Ponente e della Valpolcevera fino a che non fosse stato realizzato il nuovo ospedale, ovviamente impegni non onorati».
    A questo punto l’assessore, secondo i cittadini, ha cominciato ad arrampicarsi sugli specchi, trincerandosi dietro a una ricostruzione dei fatti per nulla convincente «Nel 2006/2007 vi era un’altra situazione politica, non si potevano utilizzare i finanziamenti per l’ospedale del Ponente perché per fare il progetto si doveva disporre dell’intero finanziamento dell’opera, inoltre non era ancora stato individuato il sito dove costruire», così si sarebbe difeso Montaldo.

    «Chissà perché questo ragionamento non è valso per il privato Galliera che non ha ancora ottenuto i finanziamenti per l’intera opera – ribadisce la nota – nonostante ciò, come ha ricordato la rappresentante del Comitato, ha speso ben 3 milioni di euro di progettazione per un’opera che non verrà realizzata. Quei 3 milioni erano fondi pubblici? Nessuna risposta da Montaldo».
    Inoltre l’assessore si è dimostrato sordo anche ai richiami dei Presidenti dei Municipi del Medio Ponente e della Valpolcevera, dei Sindaci dell’alta Valpolcevera, dei sindacalisti della FIALS e della CGIL funzione pubblica che chiedevano di porre una moratoria e aprire il confronto.
    Montaldo è stato irremovibile e ha confermato – utilizzando altri termini – le chiusure della Chirurgia e della Cardiologia del Gallino di Pontedecimo e della Neurologia e Psichiatria, nonché del Pronto Soccorso, nelle ore notturne, del Padre Antero di Sestri Ponente.

    Inoltre l’assessore «Ha affermato di aver bisogno di medici e infermieri per il Villa Scassi e di non poterne assumere a causa delle decisioni governative, salvo essere subito smentito: ha infatti autorizzato la ASL 3 ad assumere ben 3 ingegneri con stipendi per ora sconosciuti».
    Una decisione che fa storcere il naso al sindacato autonomo Fials «La scelta di assumere 3 ingegneri mentre si nega ogni possibile assunzione di personale indispensabile all’assistenza diretta, ovvero infermieri, tecnici, operatori socio sanitari e persino qualche specialità medica carente, non la riteniamo opportuna – spiega il segretario Fials, Mario Iannuzzi – Così come confermiamo la nostra contrarietà all’espletamento del concorso per il direttore del presidio unico del ponente. Mentre imperversano i tagli che negano servizi essenziali a cittadini, disabili e anziani, mentre si paventano esuberi di lavoratori nella sanità pubblica, certe scelte dovrebbero essere congelate in attesa di tempi migliori».

    Ai cittadini che facevano notare anche la caotica situazione del pronto Soccorso del Villa Scassi, sempre alle prese con la carenza di spazi «L’assessore, con piglio decisionista, rispondeva che avrebbero utilizzato quelli del padiglione 9 BIS in via di ultimazione. Peccato che si presuma che i lavori terminino a febbraio o marzo del 2013 (forse) e che la chiusura del Pronto Soccorso di Sestri sia stata decretata per il 31 ottobre».

    Infine è stata confermata la chiusura totale ad ogni richiesta di sospensione dei provvedimenti e non è mancata un’ultima chicca «Secondo Montaldo l’Evangelico di Castelletto non è più un ospedale poiché vi si pratica soltanto la day-surgery, mentre per il Gallino e il Padre Antero, che saranno nelle stesse condizioni, non si potrà parlare di ospedali chiusi».
    «Purtroppo non sarà così! – conclude la nota dei comitati – La lotta continua con nuove iniziative di mobilitazione».
    A onor di cronaca la riunione è terminata con toni piuttosto accesi e quando l’assessore è uscito dalla Regione è stato accolto da una marea di fischi.

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi