Dicembre è arrivato eppure della riapertura del trenino di Casella non si vede neppure l’ombra. Prima dell’estate, la fine dell’anno era stata indicata come data certa per la riattivazione di quei 24 km di linea ferroviaria che uniscono il capoluogo al suo entroterra, fermi dall’11 novembre 2013.
La vicenda è nota (qui l’approfondimento di Era Superba). Già alla fine del 2009 era iniziato il lento e inesorabile percorso di dismissione dell’impianto, in parte risollevato con il passaggio di mano della gestione dalla Regione ad Amt. A fine 2013, tuttavia, fu l’intervento dell’USTIF (l’Ufficio Speciale Impianti e Trasporti Fissi del Ministero delle Infrastrutture) a chiudere definitivamente la linea finché non fossero stati realizzati i lavori di ristrutturazione di due ponti metallici (Crocetta e Fontanassa), insieme con la messa in sicurezza del sedime roccioso che accompagna il trenino lungo tutto il suo percorso.
«Ci era stato detto che i lavori sarebbero partiti e avrebbero avuto una durata breve in grado di giungere a compimento entro fine anno» dice con un po’ di amarezza il sindaco di Sant’Olcese, Armando Sanna.
Alluvioni e rischio frane hanno certamente complicato la situazione, allungando a dismisura e in maniera piuttosto incerta il cronoprogramma dei lavori di messa in sicurezza. Portata a termine la risistemazione delle rocce e delle pareti montuose lungo il percorso, sono quasi completate anche le opere di riqualificazione del ponte Crocetta, che dovrebbero rispettare la tempistica prevista inizialmente. Ancora da iniziare, invece, la messa in sicurezza del ponte Fontanassa.
In questo caso è sicuramente colpa della critica situazione meteorologica che sta vivendo la nostra città: il via ai lavori era, infatti, previsto il 6 ottobre; da allora, naturalmente, fermi tutti in attesa di tempi migliori. Ma non sono solo questi i danni provocati dall’acqua: frane sulla linea, pulizia e riarmamento dei binari, parziale risistemazione della linea area, nuovo controllo della fragilità dei terreni che circondano il trenino storico, si parla della necessità almeno di ancora 1 milione di euro. Una cifra che il Comune non ha certamente nelle proprie casse, avendo anche terminato i fondi a disposizione per le somme urgenze. Si va perciò all’impossibile ricerca di nuove fonti di finanziamento, in attesa delle risorse che potrebbero arrivare da Stato ed Europa per affrontare l’emergenza idrogeologica.
Eppure, come ricorda in una nota il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti), gli investimenti della Regione per il trenino ammontano «ad alcuni milioni di euro: 4 solo per l’acquisto di un nuovo treno, oltre a 700 mila euro per la manutenzione annuale e 2,5 milioni per investimenti sulla linea». Cifre importanti che non bastano tuttavia ad affrontare la nuova emergenza e rischiano di essere buttate al vento se, nel frattempo, «non sarà predisposta una puntuale programmazione sul piano del marketing territoriale e della promozione dei territori interessati dalla linea ferroviaria. Non vorremmo che il futuro della ferrovia fosse lasciato al caso, in totale assenza di una programmazione precisa degli interventi non solo di manutenzione ma anche di marketing. Sarebbe un errore gravissimo sia dal punto di vista dei collegamenti, già carenti, del nostro entroterra sia dal punto di vista turistico, viste le potenzialità di attrattiva del trenino storico e delle bellezze paesaggistiche che attraversa nel suo percorso».
Più duri i toni del leghista Rixi, che chiede la rimozione dei vertici Amt: «Vista la precaria di Amt, non vorremmo che anche la Genova-Casella subisse tragiche conseguenze dopo quasi un secolo di onorato servizio e non venisse trascinata nel fallimento generale del trasporto pubblico locale. Addirittura – prosegue il consigliere comunale e regionale – il Comune di Genova aveva inserito nel Pum 2010-2014, il piano urbano di mobilità elaborato dalla giunta Vincenzi e in gran parte rimasto lettera morta, un’implementazione del collegamento con la realizzazione di una funicolare in sotterraneo che avrebbe collegato la stazione di Manin con quella di Brignole, con un bacino d’utenza teorico di 25 mila persone su un percorso di 750 metri. A 7 anni dall’elaborazione di questo avveniristico progetto, gli abitanti della Valle Scrivia non solo si trovano senza la promessa funicolare, ma anche e soprattutto senza quel trenino un po’ retro ma molto utile che dal 1929 anni assolveva al proprio compito».
Al di là delle polemiche più partitiche che politiche, resta il fatto che ogni giorno circa 200-300 pendolari devono continuare ad affidarsi al servizio sostitutivo su gomma. «Non ci sono novità sulla riapertura» conferma l’assessore ai Trasporti del Comune di Sant’Olcese, Enrico Trucco. «Avevamo in campo un’attività di pulizia delle stazioni che competono al nostro territorio ma aspettavamo una convocazione da Amt per fare il punto della situazione. Per quanto riguarda il nostro Comune, non sono tanto le frane post-alluvionali ad aver creato problemi, quanto gli stessi lavori di sistemazione della ferrovia che hanno comportato diverse difficoltà a valle del tracciato con la pioggia capiente caduta nelle ultime settimane, soprattutto nelle zone di Torrazza e Vallombrosa».
Intanto, voci corridoio parlano di un prolungamento di 6 mesi dell’accordo tra Regione, Amt e Genovarent, l’azienda privata che realizza il servizio sostitutivo: se queste indiscrezioni dovessero essere confermate, risulta piuttosto evidente come la stessa partecipata del Comune, in questi giorni decisamente impegnata su altri tavoli, abbia perso ogni speranza di sbloccare la situazione quantomeno prima della prossima estate.
Simone D’Ambrosio
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TRENINO DI CASELLA, LA STORIA 24 km di linea ferroviaria a scartamento ridotto, inaugurata il primo settembre 1929 da per collegare le valli Polcevera, Bisagno e Scrivia con il centro città. Nel 1915, i primi progetti e i lavori affidati alla Società Ferrovie Elettriche Liguri, costituita ad hoc. Poi, lo stop con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e la ripresa nel ’21, con la posa della prima pietra. Dall’anno successivo, la società Ernesto Breda si aggiudica l’appalto per la costruzione della linea aerea, del materiale rotabile e della sottostazione elettrica. La gestione era privata fino al 1949, con diverse società che si sono alternate nel corso degli anni. In seguito, si passa alla formula statale della “Gestione Commissariale Governativa” ed la Ferrovia è amministrata direttamente dal Ministero dei Trasporti, mediante Commissario Governativo. Così sarà per molti anni, fino a quando, dal primo gennaio 2002, impianto e treni, dallo Stato diventano beni della Regione Liguria: si viene a costituire la società Ferrovia Genova Casella s.r.l., a responsabilità limitata con socio unico Regione Liguria, in cui un Amministratore Unico e un Direttore di Esercizio si occupano di gestire il complesso. Dopo 8 anni di gestione regionale, il 16 aprile 2010 il controllo sulla Ferrovia passa ad Amt, vincitrice della gara pubblica bandita dalla Regione stessa per l’affidamento del servizio a nove anni (in carica fino al 2019 ma con contratto prorogabile al 2025), a causa di difficoltà gestionali e di esose spese per il mantenimento dell’impianto. Fin dalla sua nascita, il trenino aveva il compito di collegare le zone dell’entroterra con la città di Genova: a lungo questa è stata l’unica possibilità di collegamento, quando ancora le strade statali e provinciali non c’erano, e quando chi voleva “scendere a valle” poteva farlo solo a piedi, in inverno con la neve, o sotto al sole cocente. È la storia di un’altra Genova, quella di un secolo fa, della guerra e del dopoguerra. L’importanza della ferrovia si è sedimentata nel tempo e si è protratta fino ad oggi, continuando a collegare le valli Scrivia, Bisagno e Polcevera al centro città. Per questo, quando nel 2012 si sono inaspriti i disagi e Amt toglieva le corse, minacciando di non riuscire a ripristinarle, è scoppiata la protesta dei pendolari, è nato un comitato “Uniti per Sant’Olcese” e una pagina Facebook “Salviamo il Trenino di Casella” che ha raccolto già a pochi giorni dalla fondazione un numero di 1.500-2 mila firme.
Qualche tempo fa, nel corso di una puntata di #EraOnTheRoad, abbiamo ripercorso parte del tragitto della Ferrovia Genova-Casella. Siamo partiti da Piazza Manin, per poi spingerci fino a Sant’Antonino e infine a Campi e Trensasco. Accompagnati in quell’occasione da Andrea Agostini, presidente del circolo Nuova Ecologia e Libertà di Legambiente Genova, abbiamo avuto modo di fare il punto con lui e con i lavoratori incontrati lungo il tragitto, mettendo in luce alcune delle problematiche e delle anomalie del sistema ferroviario urbano ed extra-urbano. Nella stessa giornata, in consiglio comunale, l’Assessore alla Mobilità e Trasporti Anna Maria Dagnino, rispondeva a un articolo 54 assicurando la riapertura degli impianti entro dicembre 2014.
Facciamo chiarezza sullo stato dei lavori e sulle prospettive future di questo gioiello genovese.
Ferrovia Genova Casella: lavori in corso
Dall’11 novembre 2013 il trenino di Casella è fermo. Per consentire l’esecuzione di alcuni lavori di manutenzione, il transito dei treni è stato sospeso in toto e sostituito con un servizio di autobus che transita sulle strade provinciali 2 e 43. Sembra la “cronaca di una morte annunciata”, visto che lo stop non è stato repentino, bensì il frutto di una graduale dismissione degli impianti, iniziata tra 2009 e 2010, con il passaggio della gestione dalla Regione (già allora in difficoltà) ad Amt. Commentava Anna Maria Dagnino nella sua risposta all’articolo 54: “Quando ne fu rilevata la gestione, la situazione dell’Impianto Ferroviario era alquanto critica e nessuna corsa veniva effettuata con i treni, ma solo con servizio sostitutivo. Sotto la gestione di Amt, nel giro di alcuni mesi, i treni sono stati messi di nuovo in condizione di funzionare; pertanto, tutto il programma di esercizio è sempre stato effettuato al 100% su ferro”.
A fine 2013, l’USTIF (l’Ufficio Speciale Impianti e Trasporti Fissi, emanazione del Ministero delle Infrastrutture) ha richiesto che venissero messi in sicurezza i due ponti metallici di Crocetta e Fontanassa, che rischiano di non reggere il peso del treno a causa della presenza di buchi. Inoltre, è indispensabile la ristrutturazione dell’armamento di alcuni tratti della linea e il rifacimento di porzioni della linea aerea. Ma i lavori per il rifacimento dei due ponti hanno perso il nulla osta dal 30 settembre 2013.
Oggi, a cinque mesi dalla data annunciata per la riapertura del servizio, a che punto siamo con i lavori? La riapertura entro la fine dell’anno è una chimera? «Gli interventi sono in fase di realizzazione, in parte già appaltati e in parte in corso di assegnazione – ci comunicano dagli uffici preposti di Amt – Tutte le attività verranno svolte nel periodo di chiusura dell’impianto previsto fino a fine anno. Il personale tecnico della Genova Casella sta operando con ulteriori interventi di manutenzione straordinaria sia sui veicoli sia sulla linea, in modo da non avere criticità alla riapertura dell’impianto».
Attualmente il servizio sostitutivo di bus per il trasporto di passeggeri dalla stazione di Manin a quella di Casella, lungo l’itinerario ferroviario, è affidato alla ditta privata Genovarent, che si occupa di noleggio di auto, furgoni, pullman, minibus e servizi di noleggio con autista e noleggio a lungo termine, per il trasporto urbano ed extra-urbano. Per il servizio sostitutivo sono impiegati complessivamente 3 autobus con una capacità di 30 passeggeri ciascuno: ciò è dovuto alle problematiche di viabilità esistenti su alcuni tratti stradali del territorio interessato. Il numero delle corse garantite con il servizio sostitutivo è perfettamente coincidente con il numero delle corse prima esercite con il treno. Il costo orario del servizio è di circa 40 euro (le corse quotidiane nel periodo estivo sono 10, mentre in quello invernale 11, e coprono una fascia temporale che va dalla 6.30-7 del mattino alle 18-20 di sera, per un totale di 12-14 ore complessive).
Il problema dei bandi al ribasso
Come detto, il 30 settembre 2013 i lavori appaltati hanno perso il nulla osta. Per l’affidamento dei lavori c’è stato un primo bando (indetto da Amt e coordinato da SUAC – Stazione Unica Appaltante Comune di Genova) che si è aperto nel 2013 e si è concluso con l’aggiudicazione dell’appalto a giugno 2013 da parte di due ditte del settore, che sono state poi costrette a ritirarsi perché la base d’asta non era sufficiente a coprire i costi degli interventi: 380 mila euro (per la precisione, 376.960,34 stanziati dalla Regione) erogati per coprire interventi i cui costi pare si aggirerebbero sui 500 mila euro.
Da Amt commentano: «Le attività di manutenzione straordinaria che hanno originato un primo bando per l’affidamento dei lavori sono relativi al rifacimento e alla manutenzione di due ponti metallici. Il primo aggiudicatario ha rinunciato all’appalto e i lavori sono stati quindi affidati al secondo. Anche il secondo offerente in corso d’opera si è ritirato. Per evitare contenziosi con la seconda ditta, che avrebbero allungato i tempi, si procede a nuova gara».
I lavori si sarebbero dovuti concludere entro 4 mesi dall’assegnazione dell’appalto, ma il bando al ribasso e la rinuncia delle ditte vincitrici non ha fatto che rallentare l’iter: in attesa di un secondo bando, il trenino rimane fermo in stazione. Chiediamo quando sarà emanato questo nuovo bando, dalla Segreteria dell’Assessore regionale ai Trasporti Enrico Vesco ci viene comunicato che: «Amt ci ha comunicato che il nuovo progetto esecutivo verrà scorporato in due lotti separati: lavori per il ponte di Crocetta e lavori per il ponte d i Fontanassa. La procedura per il Ponte di Crocetta sarà espletata entro il mese di giugno 2014 dall’ufficio appalti Amt, mentre la gara per il Ponte di Fontanassa (affidata alla SUAC del Comune di Genova) porterà all’affidamento dei lavori entro il mese di settembre».
E per quanto riguarda i costi? Visto che la prima asta era troppo al ribasso, a quanto ammonteranno i finanziamenti nella seconda? Commentano ancora in Regione: «Non si conoscono gli importi effettivi messi a base d’asta oltre a quanto già messo a disposizione da parte della Regione Liguria (€ 376.960,34)», mentre Amt dichiara: «Il costo preventivato è di circa 380.000 euro, che corrisponde al finanziamento stabilito dalla Regione Liguria».
A noi i costi risultano essere più alti e ci auguriamo che non si facciano gli stessi errori del passato: un nuovo bando con stesso importo di finanziamenti, ci chiediamo, non sarebbe un rischio e un’ulteriore perdita di tempo? La situazione, di certo, è in divenire: si parla anche di un piano investimenti 2013-2016 per 16 milioni di euro finanziati dalla Regione, per il miglioramento della rete e del materiale rotabile.
I costi della Ferrovia Genova Casella e il degrado delle stazioni
Come ci dicono dalla Segreteria dell’Assessore Vesco, «Amt riceve annualmente per la manutenzione e l’abbellimento della Ferrovia circa 1.700.000 più IRAP e circa 723.000,00 per la manutenzione straordinaria dei rotabili e dell’impianto».
Ma, nonostante le cifre considerevoli, gli introiti non bastano a coprire i costi: l’afflusso di utenti (i pendolari sono in media 110 mila all’anno, quindi 200-300 al giorno) è troppo limitato e non basta a garantire lunga vita all’impianto. Come già scrivevamo in passato, i ricavi del 2013 a noi risultano essere circa 200 mila euro, a fronte di 2 milioni e 500 mila euro di costi: se sommiamo ai ricavi i fondi della Regione, si arriva a 2 milioni 623 mila euro, ovvero all’incirca al pareggio di bilancio o poco più. Dati che vengono a grandi linee confermati da Amt: «Per il 2013 il costo della ferrovia è stato di circa € 2.480.000 mentre i ricavi da traffico sono stati € 201.000; nel 2013 i passeggeri trasportati in media al giorno sono stati 358».
Inoltre, anche in occasione dell’ultimo sopralluogo di Era Superba, era emerso come alcune stazioni si trovassero in cattivo stato, da Campi a Trensasco. Sembrava che nessuno si fosse più occupato di effettuare interventi di messa in sicurezza (né tanto meno di abbellimento) da decenni, forse persino dal dopoguerra. Ci sono strategie da mettere in atto per una eventuale ristrutturazione? «È stato presentato alla Regione Liguria – ci raccontano da Amt – nel mese di novembre 2013, un piano di ristrutturazione e abbellimento dell’intera linea della ferrovia, ivi inclusa anche la sistemazione di alcune stazioni, piano che prevede un investimento di circa € 100.000 per i prossimi 3 anni ed è in attesa di approvazione».
Nello stesso senso, anche l’Assessore comunale Dagnino confermava, sempre nella risposta all’articolo 54 citata in apertura, che sono già state stabilite misure per l’abbellimento dell’impianto nelle stazioni di Sardorella, Casella, Tullo e Trensasco.
Nel frattempo «Tutto il personale tecnico continua ad operare nelle attività di manutenzione dell’impianto – confermano da Amt – intervenendo anche con lavori di manutenzione straordinaria, più difficoltosi da effettuare con i treni in servizio. Sono state ad esempio ristrutturate alcune carrozze, sia nella parte interna (rifacimento sedili e finestrini) sia nella parte esterna (pulizia graffiti e rifacimento di parte del tetto). Il personale impiegatizio della Genova Casella, dall’atto del subentro di Amt nella gestione dell’impianto nell’anno 2010, opera presso la sede dell’azienda occupandosi prioritariamente degli aspetti economico-contabili della ferrovia e continua, anche in questo contesto di stop delle corse, a svolgere la propria attività».
I treni, da quello storico del ’24 sino all’atteso e moderno Sirio
«Le macchine attualmente a disposizione non sono in buone condizioni e presentano necessità di manutenzione continua», fanno sapere dalla Regione Liguria. Le macchine in questione sono sei: le elettromotrici possono funzionare singolarmente, avendo capacità di trasporto passeggeri (tipologie da 36, 44 e 48 posti), possono agganciare delle carrozze fino a un massimo di tre, per un totale complessivo di 156 posti a sedere, oppure in configurazione a doppia motrice per un totale di 172 posti a sedere. I veicoli oggi in servizio sulla Genova-Casella risalgono a tempi diversi, e ce ne sono sia di storici, datati 1920, sia di moderni (gli ultimi sono stati acquisiti 20 anni fa, negli anni ‘90). Oltre a questi, è in funzione anche il treno storico classe 1924 (uno dei più antichi in servizio in Italia), che si compone di una elettromotrice, una carrozza bar e due carrozze passeggeri, per un totale di 129 posti a sedere. Sono in revisione per manutenzione straordinaria due elettromotrici, che saranno di supporto all’esercizio in particolari condizioni di affluenza di passeggeri.
Inoltre, si parla anche dell’acquisto di una nuova macchina, un elettrotreno a scartamento ridotto lungo 42 metri con 240 posti, commissionato nel 2010 ad Ansaldo Breda e costato circa 4 milioni (i fondi, commentano dalla Regione, sono vincolati dallo Stato e stanziati nel 2008/2009), che sarebbe ormai in via di ultimazione: «Confermiamo l’acquisizione del nuovo elettrotreno “Sirio” di Ansaldo Breda – comunica Amt – che dovrebbe essere ultimato nel 2016. Con la consistenza dei veicoli già in uso e il nuovo treno non è necessario investire a medio termine su nuove macchine per garantire l’esercizio della ferrovia, anche in presenza di afflusso consistente di passeggeri».
Marketing e turismo
Nella nuova situazione che viene a delinearsi, con il nuovo elettrotreno moderno e funzionale da un lato e il trenino storico dall’altro, non sarebbe possibile sdoppiare la funzione della Genova-Casella e affiancare alla vocazione prettamente funzionale quella turistica? Considerato che il trenino storico è uno dei più antichi e suggestivi d’Italia e che – come ribadito da Amt – con il nuovo investimento la circolazione dei passeggeri sarà resa funzionale e non sarà “necessario investire a medio termine su nuove macchine”, perché non puntare tutta sulla promozione in Italia e all’estero di questa ferrovia? Finora né Amt né la Regione danno segni espliciti di voler incrementare l’aspetto turistico.
Ci sono piccoli segnali di miglioramento, con l’adozione da parte di Amt di un piano marketing messo a punto prima dello stop del 2013: si parla di revisione degli orari e incremento nel periodo estivo, ad uso turistico e agevolazioni tariffarie per i residenti, con 170.000 euro di risparmi stimabili grazie alla razionalizzazione della gestione. Si parla anche di marketing territoriale turistico-commerciale e di trattative con le viaggio del nord Italia per la promozione dell’Alta Via dei Monti Liguri, e con le associazioni locali per l’organizzazione di eventi vari (tra cui le fattorie didattiche per gli alunni delle scuole primarie).
Della questione del rilancio sul piano promozionale e dell’imprimere alla Genova-Casella un carattere turistico avevamo parlato anche con Andrea Agostini di Legambiente, nel corso dell’ultimo sopralluogo. Diceva Agostini che «bisognerebbe essere lungimiranti, puntare sul marketing territoriale e investire risorse sulla promozione turistica del trenino […] perché non partecipare a bandi europei e accedere a finanziamenti UE? […] La posizione centrale della stazione di Manin è favorevole per intercettare turisti e croceristi. Inoltre, un potenziamento del servizio porterebbe grandi benefici anche per la viabilità urbana, i binari del trenino potrebbero ospitare una metropolitana sopraelevata da Molassana e Manin che alleggerirebbe di molto il traffico passeggeri sui bus, sarebbe una soluzione green, ottimale per la salvaguardia dell’ambiente».
In teoria un’ottima prospettiva, ma nei fatti è attuabile? Una vocazione prettamente turistica della linea, da affiancare al normale trasporto pendolari, implicherebbe aumento del lavoro e delle corse (o magari “corse speciali” con meno stazioni…)? Secondo quanto sostiene la Regione Liguria «I fondi regionali sono trasferiti per soddisfare le esigenze di TPL. Regione Liguria tuttavia auspica una valorizzazione della ferrovia anche a livello turistico, attività per la quale Amt ha piena discrezionalità. Anche in relazione alla possibilità di accedere a finanziamenti Europei che, comunque dovranno rispettare il regime di ‘de minimis’».
Se dunque da un lato la Regione rimette la responsabilità ad Amt, quest’ultima non sembra troppo entusiasta della prospettiva di rilancio turistico e non sembra che si muova alcunché in questo senso, rispetto alla situazione attuale: «L’utilizzo della ferrovia Genova Casella nelle giornate feriali è prettamente pendolaristico, mentre nelle giornate festive, soprattutto nei periodi primavera/estate, la ferrovia è frequentata da turisti che si recano nelle zone di interesse (3 valli, Sant’Olcese, Casella, ecc). Nei periodi primaverili, anche nelle giornate feriali, vengono organizzati gruppi di scolaresche che si recano alle fattorie didattiche per attività ludiche, anche con treni speciali. L’organizzazione del lavoro del personale della ferrovia è già strutturata per rispondere ad entrambe le esigenze. Invece, per quanto riguarda l’accesso a fondi della UE, ad oggi non risulta che ci siano finanziamenti europei dedicati».
Avviso ai naviganti: la Lanterna non chiuderà i battenti, i genovesi potranno dormire sonni tranquilli. Lo comunica il Comune di Genova, che lo scorso 30 giugno ha firmato un protocollo d’intesa con Provincia e Municipio Centro Ovest per la gestione del complesso di Lanterna, parco, passeggiata e museo (qui la nostra visita, l’approfondimento e le foto).
Il protocollo, con durata semestrale, è attivo dal primo luglio e resterà in vigore fino al 31 dicembre. Tutte le operazioni sono state coordinate dall’assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune (soggetto capofila), che ha seguito la stesura dell’accordo e ha fatto sì che continuassero ad essere garantite le consuete visite annualmente svolte da circa 8 mila persone.
Dal 2004 al 30 giugno 2014 il complesso è stato amministrato esclusivamente dalla Provincia, concessionaria della proprietà demaniale. Da ora in poi, invece, i soggetti interessati nella gestione saranno tre e cercheranno non solo di salvaguardare questo luogo dal grande valore simbolico e affettivo, ma anche di dare slancio alle potenzialità turistiche del sito.
Questo sarà possibile anche grazie alla collaborazione dell’associazione Giovani Urbanisti – Fondazione Labò (un gruppo composto da una decina di architetti e da un antropologo urbano), che si è assunta il compito di gestire il sito a titolo volontario, garantendo l’apertura e la fruizione turistica, svolgendo il servizio di bigliettazione e di prenotazione e occupandosi della pulizia. La Provincia, invece, da parte sua si farà carico della manutenzione ordinaria e straordinaria del complesso e dell’illuminazione del Museo e della Passeggiata, mentre il Comune si occuperà della promozione delle strutture e delle iniziative attraverso canali istituzionali come sito web, pagina facebook, newsletter e ufficio stampa (tutti e tre i soggetti saranno liberi di programmare manifestazioni ed eventi di carattere sociale e culturale). Esce di scena, dunque, la Fondazione Muvita, partecipata al 100% dalla Provincia, che gestiva il complesso.
Qualche informazione pratica: con la nuova gestione, gli orari di apertura del museo e della Lanterna vanno dalle 14.30 alle 18.30 il sabato, la domenica e nei giorni festivi; per la passeggiata, ogni giorno dalle 8 alle 20 per tutta l’estate. Inoltre, per uniformare il sito alle altre strutture museali cittadine e per farlo entrare in rete, il prezzo del biglietto, dai 6 euro precedenti, è stato abbassato a 5 euro per l’intero e 4 per il ridotto. I proventi saranno devoluti alla Fondazione Labò, a supporto dell’attività svolta.
Chi sono i Giovani Urbanisti che gestiranno il simbolo di Genova? Un gruppo di giovani laureati esperti delle dinamiche cittadine: si occupano di progettazione sugli insediamenti umani e ricerca delle problematiche con speciale riferimento ad aspetti urbanistici, storici, sociali e culturali. «Come urbanisti, ma soprattutto come genovesi, siamo molto contenti che ci sia stata data questa splendida opportunità – commenta il Dott. Andrea De Caro, presidente – Affronteremo i prossimi mesi con grande entusiasmo, ma soprattutto con la volontà di rilanciare, per quanto possibile, il nostro simbolo. Le precedenti azioni di volontariato nella risistemazione e pulizia di alcune aree ed elementi del Complesso Monumentale degli scorsi giorni, infatti, avevano come obiettivo primario quello di attirare l’attenzione e di sensibilizzare la città verso il proprio simbolo, che sebbene venga utilizzato per rappresentare Genova ovunque, troppo spesso viene messo in secondo piano, mentre dovrebbe essere il biglietto da visita per la città. Per tale ragione, piuttosto che vederla chiudere e cadere nel dimenticatoio, appresa la notizia, ci siamo proposti per “adottarla”. Allo scadere dei sei mesi certo non ci tireremo indietro, purtroppo ad oggi non è possibile fare previsioni precise, ma per la Lanterna ci saremo sempre».
Gennaio 2015: il futuro della Lanterna
I giovani volontari, dunque, non si tireranno indietro. Questi sei mesi saranno un banco di prova importante non solo per loro ma per tutti i soggetti coinvolti. Perché se è vero che ad oggi questa soluzione mette d’accordo tutti, di certo non si può affermare che si tratti di quella definitiva: tra sei mesi potrebbe ricrearsi una situazione analoga a quella che ha portato ad un passo dalla chiusura. Sarà importante, soprattutto, la collaborazione fra i volontari e il Comune, in quanto gestione e promozione – due facce imprescindibili della stessa medaglia – saranno di fatto attività svolte da due figure diverse.
In questo il Comune, nella persona dell’assessore Sibilla, assicura che l’obiettivo di Tursi è proseguire nella direzione della continuità e dell’assunzione di responsabilità, anche allo scadere dell’accordo. «Abbiamo recepito il grido d’aiuto della Provincia che non più in grado di sostenere economicamente Muvita. Abbiamo messo tutti i soggetti interessati attorno a un tavolo per stipulare il protocollo, mettendo in campo competenze, grande spirito d’iniziativa e tutte le nostre conoscenze. Il Comune è capofila, e si assume la responsabilità ultima del progetto: in questi primi 6 mesi non avremo costi diretti di gestione e sfrutteremo questo tempo per promuovere e mettere in rete il sito, e soprattutto per capire come si possa gestire al meglio in futuro. Ci sarà continuità: stiamo stringendo una convenzione specifica per regolare l’operativo e c’è volontà da parte del Comune di valorizzare il complesso».
In Consiglio comunale, proprio il 1 luglio primo giorno della nuova gestione, Vittoria Musso, del gruppo consiliare Lista Musso, ha attaccato duramente la politica del Comune riguardo al simbolo della città. «L’atteggiamento del Comune negli anni passati mi ha fatta inorridire, non si è mai occupato né di seguire la gestione, né di promuovere la Lanterna. È aperta dal ’96 ma la possibilità di raggiungerla e visitarla era poco divulgata. Ora si deve pensare in un altro modo e si deve cercare una continuità che vada oltre il 31 dicembre: l’impegno economico per la gestione del complesso si aggira attorno ai 50 mila euro all’anno, non è eccessivo per il Comune, e se lo fosse si potrebbero trovare anche sponsor esterni».
Dopo la fuoriuscita dell’Associazione Culturale Porta Soprana, dal primo maggio la Casa di Colombo e le Torri di Porta Soprana sono state affidate a due nuovi gestori, cooperative risultate vincitrici del bando lanciato dal Comune di Genova a fine 2013. Si tratta nello specifico delle Cooperativa Zoe, spezzina e già gestore del sistema dei musei civici della Spezia, e della Società Cooperativa Culture, che si occupa tra le altre cose di Colosseo, MAXXI, scavi di Pompei ed Ercolano. Come previsto dal bando, i due gestori hanno vinto l’appalto per la gestione integrata del complesso del Museo di Sant’Agostino, Casa di Colombo e Torri, dovranno quindi occuparsi di servizi, accoglienza, biglietteria e bookshop al Sant’Agostino, e della creazione di percorsi guidati alla scoperta della storia e delle tradizioni della Genova medievale. Con la diretta Twitter di #EraOnTheRoad siamo andati a visitare il complesso e abbiamo incontrato i nuovi gestori, a quasi un mese dal nuovo corso. Ci hanno accompagnato nella visita Graziella Bonaguidi, presidente della Cooperativa Zoe, e Emiliano Bottacco della Società Cooperativa Culture.
Raccontateci di voi: da dove venite, e perché l’interesse per Genova e il complesso di Porta Soprana?
«La Società Cooperativa Culture gestisce servizi museali in tutta Italia e ha sede principale a Venezia e Torino. Molti media locali hanno sottolineato il fatto che ci occupiamo del Colosseo e di Pompei perché sono le realtà più note, ma in realtà siamo molto radicati nel nord Italia (da Palazzo Ducale a Venezia al sistema di musei civici risorgimentali di Torino) ed eroghiamo servizi nel settore bibliotecario, servizi al pubblico come bigliettazione, visite guidate e bookshop. In pratica quel che faremo anche a Genova».
La Cooperativa Zoe invece ha una storia più breve ma molto radicata sul territorio ligure: «siamo nati nel ’97 e ci occupiamo, oltre che dei musei civici dello spezzino, anche di custodia, vendita, attività didattica, visite guidate. Inoltre, lavoriamo anche con biblioteche e scuole della Spezia e svolgiamo il servizio di accoglienza turistica per il Comune».
«L’interesse per Genova nasce dal fatto che abbiamo intravisto le potenzialità delle strutture in questione e della città in generale, che certo in termini di richiamo turistico non è Firenze, ma sta crescendo e rafforzando il nome. I presupposti già ci sono, vogliamo solo migliorare le cose. Finora dobbiamo dire che l’amministrazione civica ci ha dato una grossa mano e si è resa disponibile a venirci incontro: speriamo in futuro di continuare con questa sinergia. Noi faremo il nostro per richiamare visitatori e turisti, ma gli enti locali dovranno trainare l’immagine della città fuori dai confini locali. Siamo fiduciosi».
Avete vinto il bando dell’amministrazione civica: ci spiegate nel dettaglio di cosa si tratta?
«In base al bando ci siamo aggiudicati l’appalto per la gestione in primis del Museo di Sant’Agostino, sede principale, e poi anche delle due “subordinate” della Casa e delle Torri. Finora siamo entrati solo in queste ultime due strutture per far fronte all’emergenza del weekend del primo maggio, ma si tratta solo di soluzioni temporanee, finché non saremo entrati anche al Museo. Ci vorrà ancora un mese: entro fine giugno avremo l’accesso (alcuni hanno confuso: ci vorrà un mese solo per subentrare, non per rifare il look all’intero complesso! Sarebbe un’impresa impossibile). Dopo inizieremo coi lavori di routine (impianti, messa in sicurezza) e anche col ripensamento generale delle strutture. Per l’avvio vero e proprio si deve aspettare l’autunno: saremo pienamente operativi con l’inizio del nuovo anno scolastico, visto che gli studenti sono l’utenza a cui vogliamo aprirci (oltre naturalmente ai turisti). Nel frattempo garantiremo lo stesso l’apertura».
È ancora poco che avete iniziato questo percorso genovese, ma com’è stata la partenza?
«Il 23 aprile sono state aperte le buste e abbiamo saputo di aver vinto la gara solo il 28; contando che i gestori ci hanno consegnato le chiavi di Casa e Torri il 30 pomeriggio e che abbiamo aperto il primo maggio, è stata sicuramente una partenza in corsa. Dato che non abbiamo avuto giorni per prepararci (a malapena il tempo di allestire una biglietteria e qualche arredo, cercando di rimediare a quelli di proprietà dell’Associazione Porta Soprana che sono stati portati via), siamo soddisfatti: 830 ingressi, di cui oltre 700 paganti, solo in quei giorni. Ad essere onesti, abbiamo vissuto di rendita con il lavoro di chi ci ha preceduto».
Quelle in questione sono aree controverse, almeno per quanto riguarda la percezione dei genovesi. Si imputa al Comune e alla precedente gestione la colpa di non averli saputi promuovere e valorizzare, e l’eredità per chi arriva ora è pesante: si deve ricostruirne la fama innanzitutto tra i genovesi, poi si deve creare un brand allettante per i turisti, infine offrire un’esperienza unica e nuova. Così si potrebbe intercettare il flusso di visitatori diretto al Porto Antico (l’Acquario resta l’attrazione più visitata) e a Palazzo Ducale. Oggi però questa prospettiva sembra remota: nella classifica Tripadvisor, ad esempio, la Casa di Colombo si posiziona al numero 116 su 145 attrazioni da visitare in città, al 45 il Museo e le Torri al 33. Prima di loro, non solo Boccadasse, la passeggiata di Nervi, Spianata Castelletto, i Rolli, ma addirittura il Genoa Museum and Store, il Museo della Croce Rossa Italiana e la Biblioteca di Diritto Umanitario (senza nulla togliere).
Come pensate di ridare appeal a queste strutture?
«I progetti li abbiamo illustrati nel bando, ma è troppo prematuro parlarne perché prima dobbiamo confrontarci con Comune e Soprintendenza. La nostra idea, in generale, è quella di rendere tutto più moderno, con installazioni multimediali e pannelli all’interno della Casa di Colombo, in cui lo spazio è poco: non vogliamo vestire manichini, per intenderci, né mettere arredi pseudo antichi. Lo stesso vale per il Museo, che sarà il pezzo forte del complesso, e per le Torri. In generale, vogliamo aprirci al nuovo, coinvolgere i ragazzi delle scuole, lanciare bandi per dare spazio a tanti progetti e ripensare questo luogo assieme a loro, alle associazioni, ai negozianti e a tutti i cittadini genovesi interessati a collaborare: sono spazi che devono prima piacere alla città e rispecchiare i gusti degli abitanti, poi rivolgersi ai turisti. Ci piacerebbe fare anche rete con l’Amministrazione e, perché no, entrare nella rete dei Musei Civici: Sant’Agostino ne fa già parte, si potrebbe allargare agli altri due soggetti per sfruttare le potenzialità di questa sinergia e avere più visibilità, anche grazie al sito web ufficiale. Inoltre, abbiamo pensato a una serie di percorsi e visite guidate alla scoperta della Genova medievale: oltre al grande valore didattico, anche la possibilità di scoprire luoghi bellissimi e inaccessibili, come il camminamento delle antiche Mura del Barbarossa, oggi chiuse da tre cancelli. Proprio da bando c’è stato richiesto di concentrarci sul tema medievale, e abbiamo già varie proposte a questo riguardo».
Qualche comunicazione di servizio: prezzi e orari, che tanto hanno preoccupato i genovesi in questi giorni, resteranno gli stessi o si prevedono modifiche?
«No. Gli orari saranno ampliati ulteriormente (una prima modifica in positivo c’è già stata: dall’apertura solo nel weekend di Casa e Torri, ora si sono aggiunti anche i pomeriggi infrasettimanali, n.d.r.), ma di certo non saremo aperti 24/7. Visto che siamo due realtà con spese e costi (dalla manutenzione ai dipendenti, tutti in regola e con contratto), non vogliamo sprecare niente e decideremo gli orari di apertura in base alla domanda: se ci saranno tanti visitatori resteremo aperti, altrimenti limiteremo l’orario, sempre lasciando la possibilità a gruppi e singoli di contattare il nostro call center per prenotare visite al complesso e percorsi guidati. In generale il Museo resterà più aperto rispetto alle altre due strutture.
Per quanto riguarda i prezzi, ora abbiamo un biglietto integrato per Casa e Torre a 3 euro: una strategia promozionale per invogliare le persone a visitare strutture non ancora ottimizzate, ma comunque interessanti. In futuro probabilmente aumenteremo il prezzo, offrendo soluzioni cumulative che comprendano anche il Museo, ma dobbiamo concordare tutto con il Comune, che ha diritto a una percentuale della nostra bigliettazione».
Una parte della città da esplorare, ricca di storia e di mistero: la Torre Grimaldina di Palazzo Ducale, che svetta sulla città e domina tutto il centro, fino al Porto Antico, e le antiche (e a detta di molti terribili) carceri attive fino al 1930.
Quanti genovesi le hanno mai visitate? Qui è racchiuso un pezzo fondamentale della storia della Repubblica, fino al primo dopoguerra. Noi le abbiamo visitate nel corso di #EraOnTheRoad e con noi i lettori che hanno seguito la diretta. Per chi si fosse perso la visita, vi raccontiamo com’è andata e, soprattutto, cerchiamo di fare il punto della situazione sulla gestione di questo patrimonio cittadino.
La storia della Torre Grimaldina e delle carceri
Muniti di elmetto, iniziamo la visita: una precauzione necessaria (ce ne accorgiamo alla prima testata, ndr) dovuta al fatto che i soffitti delle celle sono molto bassi e le porte superano appena il metro e 50. La torre risale all’incirca agli ultimi anni del 1200-primi del 1300, e ha segnato la storia della Genova medievale, con tutti gli stravolgimenti che l’hanno portata dall’età repubblicana e dall’indipendenza, all’assoggettamento al Regno di Sardegna, fino al Fascismo.
Distribuita su sette piani, all’interno erano imprigionati soprattutto intellettuali, personaggi politici e dell’aristocrazia perlopiù genovese dell’epoca. Tra i tanti, il più famoso è Jacopo Ruffini, patriota e amico di Mazzini, che fu l’anima di una trama che avrebbe dovuto provocare un moto insurrezionale a Genova e Alessandria nel giugno 1833. Arrestato, fu poi rinchiuso nella torre, e morì suicida nel giro di un mese: trovato da una guardia steso a terra immerso nel proprio sangue, con la carotide recisa. La tesi del suicidio, pur essendo la più accreditata, lascia il posto a quella dell’omicidio mascherato, ma di certo ormai è difficile appurare il reale svolgimento dei fatti.
Furono imprigionati Sinibaldo Scorza (1625 per lesa maestà), il pittore Domenico Fiasella (1626 per ferimento), Luciano Borzone (1628 per ferimento) e nello stesso tempo e per la stessa ragione A.G. Ansaldo. Inoltre, non dimentichiamo Dragut, il feroce pirata saraceno, terrore dei mari ai tempi di Andrea Doria; Pieter Mulier, detto “il Tempesta”, punito per aver fatto assassinare la moglie; Nino Bixio, imprigionato nella metà dell’Ottocento a seguito di tumulti scoppiati al teatro Carlo Felice. Tra loro anche Giuseppe Garibaldi, che fu arrestato a Chiavari in seguito alla caduta della Repubblica Romana.
Scopriamo che alle cellette erano dati curiosi nomicome Paradiso, Superbia, Examinatorio, Canto, Reginetta, Donne, Luna, Palma, Gentilomo, Gallina, Strega, Volpe. Secondo alcuni esisteva anche una cella chiamata Grimaldina che avrebbe dato poi il nome alla Torre. Queste erano tra le carceri più temute e crudeli dell’epoca, in cui i condannati vivevano in condizioni misere, con scarso vitto, spazi angusti, forte umidità e temperature ostili, che in poco tempo minavano la salute dei reclusi e li portavano alla morte. Solo pochi sono sopravvissuti e solo uno – si dice – è riuscito a scappare, calandosi con una corda.
Qui c’era anche un tribunale con strumenti di tortura (come la corda a cui gli inquisiti venivano appesi per le braccia, legate a loro volta dietro alla schiena e con pesi attaccati ai piedi) e si eseguivano condanne a morte.
La gestione e le visite
All’interno del complesso di carceri e torre incontriamo il custode, la persona di turno che si occupa di garantire l’apertura al pubblico del complesso. Lui un ex detenuto del carcere genovese di Marassi, dove ha trascorso 30 anni. Da circa un anno, ormai, ha trovato impiego proprio qui, nelle antiche carceri della città, grazie a un accordo tra amministrazione di Marassi e Palazzo Ducale, allo scopo di coinvolgere gli ex detenuti in un percorso di riabilitazione verso l’impiego. Prima, invece, a svolgere il ruolo di custodi erano i volontari dell’arma dei Carabinieri. Oggi in totale le persone coinvolte sono cinque, diverse per età e per percorso: la collaborazione per ora prosegue bene e che gli ex detenuti siano soddisfatti del loro impiego lo si capisce dall’entusiasmo che mostrano nel fornirci informazioni e nel rispondere alle nostre domande.
Le carceri e la Torre sono aperte al pubblico e visitabili dal 2008 e da circa 5-6 anni funzionano a pieno regime, richiamando flussi di visitatori. Un’iniziativa piuttosto recente ma che non manca di sortire i suoi effetti positivi: con alti e bassi, racconta il nostro interlocutore, si arriva anche a un centinaio di persone al giorno, con gli alunni delle scuole e i visitatori delle mostre del Ducale, che deviano quassù perché possono godere di riduzioni e biglietto integrato.
Rimaniamo perplessi solo per quanto riguarda l’ultima parte del percorso, quella superiore che accede direttamente al terrazzo sul tetto: teoricamente è inaccessibile anche se non ci sono controlli e chiunque, in realtà, può accedervi con facilità. «La porta è chiusa e non si può accedere al piano superiore ma se qualche visitatore sale fin su, come facciamo noi a saperlo? La mia postazione è qui all’ingresso, e non possiamo controllare. Personalmente, non penso che sia pericoloso salire, ma certo non possiamo impedirlo: si sale a proprio rischio. Sarebbe importante intervenire per la messa in sicurezza: non si tratta di interventi complicati, a mio avviso, solo la scala che conduce al tetto è un po’ stretta e ripida».
Investire nel potenziamento di una struttura che attrae visitatori significherebbe darle modo di affermarsi definitivamente come polo turistico di sicura attrattiva,per genovesi e turisti, un osservatorio privilegiato per guardare Genova da un punto di vista inconsueto. I nostri lettori, durante la diretta twitter di #EraOnTheRoad, raccolgono la nostra provocazione e avanzano ipotesi entusiastiche di apertura del tetto e di rivalutazione del luogo: chi propone una collaborazione con il Museo del Risorgimento (in linea con la storia delle carceri), chi un sistema di riapertura e valorizzazione, che prevede su tutti una pagina Facebook e Twitter, un sistema video per la riproposizione di immagini panoramiche, il coinvolgimento di artisti in contest per valorizzare le potenzialità del luogo.
Non solo Rolli Days nel weekend genovese. Oltre alle visite guidate ai palazzi che hanno fatto la storia della nostra città e all’ormai consueto appuntamento con il campionato mondiale di pesto al mortaio, un gustoso antipasto delle tipicità della nostra tradizione è stato servito questa mattina con un tour guidato alla scoperta delle botteghe storiche di Genova. Si è trattato di un evento di per sé riservato alla stampa nazionale, pensato soprattutto per far conoscere Genova fuori dai confini liguri, all’interno di una tre giorni “promozionale” molto articolata, ma è un’occasione che Era Superba non si è voluta far scappare per conoscere più da vicino alcune delle piccole, grandi eccellenze della nostra tradizione, che magari incrociamo tutti i giorni sul nostro cammino ma di cui non siamo pienamente consapevoli.
Parliamo di botteghe che hanno sede in edifici antichi, inseriti nel tessuto del centro storico, con architetture, arredi, attrezzature e documenti d’epoca, che testimoniano attività dal sapore antico ma sempre apprezzate.
A Genova, per preservare questo autentico patrimonio, è stato istituito un “Albo regionale delle botteghe storiche” nel quale vengono inseriti gli esercizi che sono in attività da almeno 70 anni e che soddisfano tutta una serie di requisiti richiesti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. «Grazie a un rinnovato accordo con Sovrintendenza e Camera di commercio – ci ha spiegato l’assessore a Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla – il numero delle Botteghe storiche genovesi è potuto salire negli ultimi mesi da 14 a oltre una ventina. Le botteghe fanno domanda e si sottopongono alla valutazione della Sovrintendenza. Solo dopo un riscontro effettivo di tutti i requisiti possono entrare a far parte di un circuito di valorizzazione importante per la città e sostanzialmente unico a livello nazionale».
L’elenco, dunque, è sempre aperto. Certo, l’aggiornamento non è così rapido dal momento che oltre una cinquantina di altre botteghe sono in attesa di valutazione: ma la Sovrintendenza si prende il suo tempo e il fatto di non poter limitarsi a certificazioni sulla carta ma di dover verificare con studi e approfondimenti sul posto l’esistenza dei requisiti necessari, di certo non velocizza le procedure. «Si tratta di uno dei numerosi patrimoni che può promuovere il turismo della nostra città facendo leva su una delle sue eccellenze – sottolinea l’assessore Sibilla – per questo vogliamo valorizzare al massimo la rete delle botteghe storiche e renderla nota sia all’esterno che agli stessi genovesi, che non sempre la conoscono nel dettaglio».
Ecco lo storify della puntata speciale di #EraOnTheRoad. Siamo partiti dalla storica Farmacia Alvigini, in via Petrarca, a pochi passi da De Ferrari per poi risalire via Roma fino alla camiceria e cravatteria Finollo. A quel punto abbiamo fatto qualche passo indietro per scendere nell’imperdibile tripperia di vico Casana per raggiungere poi la Confetteria Romanengo in piazza Soziglia. Dopodiché siamo risaliti verso via Garibaldi, passando per la polleria Aresu in vico del Ferro per poi raggiungere in via di Fossatello la Pasticceria Cavo Marescotti. Ma non ci siamo fermato al programma ristretto del tour guidato. Ci siamo spinti nei vicoli e vi abbiamo fatto conoscere tante altre botteghe antiche della nostra città.
Avete fatto caso nelle ultime settimane a quei cartelloni pubblicitari difficilmente interpretabili a sfondo rosso con la scritta “more than this”? Alcuni di questi manifesti riportavano anche delle parole enigmatiche, “permalosa e aperta”.
Bene, il soggetto è la città di Genova e quei manifesti sono il risultato della campagna promozionale adottata dal Comune per destare curiosità fra i genovesi in vista della presentazione ufficiale, avvenuta questa mattina a Tursi, del nuovo logo di Genova.
“Abbiamo pensato di non identificare la città con un logo che riprendesse un monumento o un aspetto soltanto, rivelando dunque il già noto o visibile, ma abbiamo semplicemente scritto il suo nome senza rivelarlo completamente, lasciando alcune parti nascoste, invisibili, che solo lo sguardo sensibile di chi guarda può completare. Perché Genova si rivela a piccoli passi, e quando lo fa è sempre di più di quanto lasci immaginare. Genova è MORE THAN THIS.” Sono le parole di Valeria Morando e Anna Giudice, le due autrici che hanno vinto il Concorso Internazionale di idee per il nuovo logo di promozione della città, bandito dal Comune nell’ambito del progetto europeo Urbact – City Logo.
Al bando di concorso hanno partecipato 373 proposte; la vincitrice è stata selezionata da una Commissione internazionale tecnica e professionale, composta da Sinead Mullins (Responsabile Comunicazione Eurocities), Giuseppe Lamarca (Formula Adv, per TP – Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti), Mario Piazza (Politecnico di Milano, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva), Andrea Rauch (Rauch Design, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva); oltre che da Cesare Torre (Direttore Comunicaizone e Promozione della Città – Comune di Genova).
Il progetto europeo Urbact – City Logo ha coinvolto Genova ed altre 10 città europee (capofila Utrecht), i costi sono stati coperti dall’Unione Europea.
Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei Musei di Genova. Siamo partiti dalla GAM di Nervi, poi è stata la volta del Castello d’Albertis, infine – con la pubblicazione dei dati relativi all’andamento dei musei civici nel 2013 – siamo stati in grado di fare una panoramica generale. La scorsa settimana, per celebrare le Giornate Mazziniane, abbiamo fatto visita con la diretta di#EraOnTheRoad al Museo del Risorgimento, fanalino di coda tra i musei civici per quanto riguarda le visite nel 2013, con 6629 visitatori, in calo dello 0,03% rispetto al 2012. Abbiamo parlato con la Dott.ssa Raffaella Ponte, direttrice, e la Dott.ssa Bertuzzi, responsabile dell’attività didattica e, durante l’intervista, ci siamo fatti accompagnare fra i tesori del museo.
Museo del Risorgimento: il percorso e la struttura
Il Museo è distribuito su più piani e si snoda tra varie stanze di dimensioni piuttosto contenute, ciascuna con un “tema” diverso: si possono vedere documenti e contributi legati a periodi storici diversi o a particolari eventi che hanno fatto la storia del Risorgimento italiano, partendo dalla metà del ‘700 fino alla Grande Guerra.
Iniziamo proprio con l’ultima sala in ordine cronologico, quella legata alla prima guerra mondiale: qui un’orazione autografa di D’Annunzio, foto, ritratti e materiale donato al Museo da privati. La dott.ssa Ponte racconta di voler estendere il percorso oltre il Risorgimento e aprirlo alla storia più recente: un modo per attirare più visitatori e interessare fasce diverse di pubblico. L’allargamento e l’apertura delle sale avverrà entro l’estate 2014: «Potrebbe diventare il Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea, perché no!», commenta la direttrice.
Il percorso vero e proprio inizia con una sala multimediale, in cui è possibile fare una panoramica delle cose che si andranno a visitare nelle altre stanze. Si tratta di un’installazione nuova, voluta nel 2005 dall’allora direttore Leo Morabito, che in quell’anno aveva avviato un’opera di ristrutturazione e modernizzazione estesa, per celebrare il novantesimo compleanno dalla prima fondazione del Museo, datata 1915. Oltre a questa nuova installazione, da poco è stato introdotto anche un sistema di illuminazione intelligente, che consente il risparmio energetico.
Si parte dal 1746 e da Napoleone; si prosegue in ordine cronologico con i giacobini e i balilla, fino all’Inno d’Italia (nel museo è presente la prima copia originale, redatta dallo stesso Mameli), alle “camicie rosse”, i carabinieri, cioè le milizie private garibaldine. Dal 1975 è stata aperta al pubblico anche la sala natale di Giuseppe Mazzini, quella in cui sono nati lui e i suoi fratelli prima che la famiglia decidesse di trasferirsi da questa casa a quella di Castelletto, in cui Giuseppe vivrà a lungo.
Per finire, una piccola sala per esposizioni temporanee, che ora ospita “Il Risorgimento in Musica nelle collezioni dell’Istituto mazziniano” con le opere di Verdi, Leoncavallo, ecc., e poi ancora una sala didattica con dipinti restaurati nel 2011, grazie ai fondi devoluti in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità ‘Italia. Ci rivela la direttrice: «Qui non ci sono spazi grandi e non riusciamo ad organizzare mostre temporanee articolate, ma possiamo allestire piccoli percorsi a tema: ad esempio, per il 2015 è previsto un percorso dedicato al cibo, in collaborazione con Expò 2015».
La struttura comprende, oltre al Museo vero e proprio, anche una biblioteca e un archivio. In particolare, per quanto riguarda la biblioteca, è in corso il trasferimento nella nuova di Via del Seminario, vicino alla Biblioteca Berio e nella stessa sede della Biblioteca dell’Attore. La consultazione, ci dice la direttrice, è di solito richiesta da addetti ai lavori e specialisti, come studiosi e dottorandi. Ad oggi il trasferimento è completato, ma la biblioteca è chiusa e per consultare i volumi serve un’apertura straordinaria, su appuntamento.
I visitatori della “Casa Mazzini”
Per quanto riguarda la tipologia di visitatori, le nostre accompagnatrici ci raccontano che qui vengono perlopiù scolaresche, gruppi o anche singoli turisti e visitatori, sia italiani (e genovesi) che stranieri. La didattica è l’attività che predomina all’interno del Museo, ma anche i turisti raggiungono il museo seguendo le guide turistiche, anche se per i stranieri – in maggioranza – ad oggi mancano ancora le traduzioni in inglese. Da poco, su consiglio di un turista russo, è stato tradotto in inglese un pdf che racconta la storia del tricolore.
E se gli stranieri si appassionano ai cimeli della nostra storia, i genovesi avventori sono più rari. La lamentela più ricorrente dei concittadini sembrerebbe essere quella legata alla posizione, definita dai più “scomoda” anche se a due passi da Strada Nuova e dal polo universitario di Via Balbi, «molti non trovano il Museo», ci dicono. Certo, la segnaletica lascia a desiderare: andrebbe potenziata a partire da Caricamento, San Lorenzo e De Ferrari, per aiutare gli autoctoni e richiamare ancora più turisti, un problema comune alla maggioranza delle strutture museali cittadine, problema che ad oggi rimane irrisolto.
«Noi non possiamo accollarci anche questa spesa e siamo riusciti solo a far mettere un totem fuori dalla porta, su Via Lomellini, ma non è abbastanza. Per ovviare alla mancanza di promozione cerchiamo di fare rete con gli altri musei, sia civici che statali, e collaboriamo molto con la Fondazione Cultura di Palazzo Ducale: ora in corso proprio lì la mostra “Fascismo, ultimo atto”, con alcune delle nostre opere. Nel 2011, invece, eravamo presenti con alcune sculture all’interno della vetrina allestita sempre al Ducale: questo ci ha dato visibilità e ha fatto arrivare molti visitatori in più, ma non possiamo ripetere questa esperienza perché è a rotazione e ogni anno la vetrina promuove un museo diverso».
Come sottolineato in apertura, i visitatori nel 2013 sono stati pochi: 6629 persone (in calo rispetto al 2012) in un anno corrispondono a una media di circa 30-31 persone al giorno, contando che il museo è aperto 4 giorni a settimana (è chiuso giovedì, domenica e lunedì, e su 4 giorni di apertura solo 2 volte è aperto anche al pomeriggio). «Il calo è dovuto al fatto che ci sono stati tagli al personale che hanno costretto a ridurre l’orario di apertura da 49 ore settimanali alle attuali 27 (nel periodo invernale, mentre in estate scendono a 21, n.d.r.). Se si analizzano questi dati, si vede come in fondo la flessione possa essere considerata un incremento, perché dimezzando le ore non sono dimezzati gli ingressi, anzi sono scesi solo di pochissimo. Se avessimo dunque mantenuto lo stesso orario nel 2013 saremmo cresciuti: i dati che si leggono sono solo una riga all’interno di una tabella, che però non si può interpretare senza fornire un adeguato contesto. Si rischierebbe di semplificare troppo».
Certamente, ma i visitatori rimangono pochi. Il dato preoccupa anche perché l’introito complessivo derivante dalla biglietteria nel 2013 supererebbe di poco i 25mila euro (considerando le tariffe ridotte), troppo pochi per sopravvivere e per coprire costi di installazioni e mostre, senza contare le spese di energia e luce. Un costo per l’amministrazione civica, che deve provvedere a coprire quel che il museo da solo non riesce a fare. Insomma, una situazione non facile: certo, il museo deve rimanere aperto, ma per evitare che gravi sulle casse di Tursi sarebbe bene mettere in atto strategie di rilancio.
Le strategie per il rilancio
Dopo i risultati non esaltanti del 2013, per il 2014 ci aspettiamo dunque progetti per il rilancio. E infatti le idee non mancano né per i prossimi anni, né nell’immediato. Scopriamo che il Museo è molto vivo e la gestione attuale consente di portare qui dentro molti eventi, mostre interessanti, personalità di spicco del panorama culturale, tutto rigorosamente a costo zero, visto che – come ci si sente ripetere sempre più spesso da qualche anno a questa parte – “non c’è budget”.
Il 2014 inizia con la Grande Guerra: entro l’estate si vuole riuscire ad ampliare il percorso cronologico e farlo arrivare fino all’epoca più recente, aprendo nuove sale e potenziando quelle esistenti con ulteriore materiale documentario riscoperto negli archivi comunali e donazioni di privati. Per il 2015, come si diceva, ci saranno eventi legati all’Expò e si confida nella collaborazione con Milano e gli altri musei di Genova.
In questi giorni le celebrazioni delle“Giornate Mazziniane” e i festeggiamenti per l’ottantesimo anno dalla fondazione dell’Istituto mazziniano (datato 1934 e poi inglobato nel Museo). Inoltre, ogni mese in programma uno/due eventi culturali, mostre (al momento, oltre a quella al Ducale, anche “Camicie rosse nella Grande Guerra”, conclusa da poco), tavole rotonde, concerti (oggi 17 marzo quello del maestro Scanu in occasione della Festa Nazionale della Bandiera), laboratori in collaborazione con MiBac e Soprintendenza regionale. Non mancano le presentazioni di libri (due solo ad aprile, uno su Mazzini e l’Europa, l’altro sulla prima tesi di laurea di Sandro Pertini).
E non bisogna dimenticare che tutto ciò è a costo zero: sia per i partecipanti, che per i conferenzieri e ospiti, che decidono di aderire a titolo di amicizia e senza chiedere un rimborso. Questo perché al momento le condizioni sono così difficili che non c’è la possibilità di organizzare eventi a pagamento ma tutto è lasciato all’abilità dei gestori di intessere relazioni con istituzione e personaggio della cultura. Difficile, senza il supporto dell’amministrazione centrale.
Inoltre, questa mancanza di fondi si ripercuote non solo sugli eventi ma anche sulla gestione generale del museo, che necessita di spese per la ristrutturazione e la manutenzione sia dell’edificio che delle opere che contiene. Ci racconta la dott.ssa Ponte: «Negli scorsi anni abbiamo cercato di partecipare a bandi nazionali ed europei per finanziare i nostri progetti di restyling e miglioramento. Fino al 2010-2011 era più facile e siamo riuscite a fare tante cose: dalla digitalizzazione del patrimonio archivistico mazziniano, alle traduzioni del materiale in inglese con un bando regionale, al recupero di alcuni dipinti. Adesso i bandi scarseggiano: per il 2014 abbiamo vinto i finanziamenti per la conservazione del materiale documentario della Prima Guerra Mondiale. Ci affidiamo anche a stage in collaborazione con l’Università, collaboriamo con la Sovrintendenza per i Beni Archivistici e, ad esempio per la catalogazione del materiale della Grande Guerra, collaboreremo con giovani laureati. È una situazione difficile in generale, i tagli ai fondi e al personale ci costringono a una razionalizzazione estrema: per partecipare ai bandi dobbiamo articolare progetti già strutturati e indicare in ogni dettaglio come saranno impiegati i fondi perché non sono consentiti sprechi. Inoltre per me è difficile amministrare il Museo perché mi occupo anche dell’archivio e della biblioteca, quindi le energie e l’attenzione si dividono tra diversi soggetti: per questo diventa oggi sempre più importante essere aiutati da una squadra capace e riuscire a fare rete. Le difficoltà sono le stesse per tutti, meglio unire le forze».
«Ponte Parodi è uno di quei tanti, classici lavori che nella nostra città vengono molto annunciati, molto discussi, molto progettati e mai realizzati». Le parole con cui Simone Farello, capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, ha iniziato la sua interrogazione a risposta immediata rivolta al vicensindaco Bernini, sono quanto mai emblematiche nel riassumere l’ormai quasi ventennale (non) storia della riqualificazione di questa porzione di waterfront (qui l’approfondimento di Era Superba).
La questione, riproposta in Sala Rossa anche dai consiglieri Campora e Grillo (Pdl), è nota a tutti. Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, nell’area di circa 40 mila metri quadrati che affianca la Darsena dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo”. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, siamo arrivati ai primi mesi del 2014 e tutto continua a tacere. Per cui anche la nuova deadline che auspicava la fine dei lavori prevista tra 2015 e 2016 è destinata a essere ampiamente superata.
Negli ultimi mesi, si è fatta largo l’ipotesi che il progetto potesse essere ormai desueto e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area. Da cui potrebbero essere motivate le infinite lunghezze. Come stanno veramente le cose? «A noi – assicura Bernini – nessuno è mai venuto a manifestare un diminuito interesse per l’area. Anzi, ancora fine dicembre abbiamo incontrato Altarea per proseguire il lungo lavoro di predisposizione della convenzione che dovrà essere siglata per lo sviluppo delle attività».
Appunto, lo sviluppo delle attività. Anzi, l’avvio: una chimera?
[quote]Inutile negare che ci siano state delle inadempienze e dei ritardi epocali ma le colpe del Comune sono davvero poche»[/quote]
«Per quanto ci riguarda – prosegue Bernini – dovevamo garantire gli accessi da via Buozzi i cui lavori di riqualificazione, legati anche al nuovo deposito della Metropolitana, sicuramente saranno terminati molto prima delle strutture di Ponte Parodi (anche se le ultime notizie su via Buozzi non sono proprio rassicuranti, ndr). Il grave ritardo, invece, è da ascrivere soprattutto ad Autorità portuale che non ha ancora terminato le opere idrauliche alla radice del Ponte. Finché non vengono completati questi lavori non è possibile procedere alla cinturazione del molo che darebbe poi la possibilità di avviare la cantierizzazione».
A dire il vero, al Comune spettava anche la soluzione di un’altra questione, seppur di minore impatto, rimasta a lungo in sospeso: la ricollocazione della Pubblica Assistenza. «Per quanto riguarda la Croce Verde – assicura Bernini – con un investimento di circa 20 mila euro siamo riusciti a trovare una nuova sistemazione al Tabarca». Ci sarebbe poi il definitivo trasloco della ditta Santoro srl, che si occupa di gestione di rifiuti portuali e navali, ma anche su questo il vicesindaco rimbalza la palla ad Autorità portuale.
«Ponte Parodi è un’opera grandissima, e altrettanto complicata – racconta ad Era Superba il direttore di Porto Antico Alberto Cappato – la nostra società ha partecipato al progetto in prima persona, facendosene promotore e investendo molto, in termini sia di denaro che di aspettative, per un ulteriore ampliamento del waterfront portuale. Il nostro ruolo consisteva semplicemente nel favorire l’avvio dei lavori, tramite investimento monetario, e di farci da parte all’indomani dell’inizio del progetto vero e proprio, lasciando le redini in mano a un privato, la ditta francese Altarea»
A fare le spese di tutti questi ritardi, finora, è stata soprattutto Porto Antico spa, società partecipata per il 51% dal Comune di Genova, che ha anticipato i costi per l’abbattimento del silos granario, che saranno coperti da Altarea (attraverso un passaggio intermedio via Tursi) solo in seguito alla ratifica della convezione. Convezione che il gruppo non ha alcuna intenzione di firmare finché non potrà effettivamente mettersi al lavoro.
Ma le luci all’orizzonte sono ancora molto, molto distanti e più passa il tempo, più la situazione si fa intricata. «C’è un problema di carattere urbanistico – spiega Bernini – perché l’area comprende anche lo storico edificio Hennebique, il cui bando per la concessione è andato deserto (qui l’approfondimento, ndr). La discussione che si aperta successivamente ha chiamato in causa una modifica dei pesi degli spazi vincolati all’uso pubblico che inizialmente erano fissati al 51% con la possibilità di scendere ulteriormente in caso di realizzazione di un polo alberghiero».
«È chiaro che per rendere l’investimento appetibile, data la complessità dell’intervento di manutenzione anche a seguito dei vincoli imposti dalla Sovrintendenza, è necessario diminuire la quota destinata a uso pubblico. Ma nel momento in cui le proporzioni dovessero diventare molto vantaggiose per quanto riguarda la percentuale a uso privato, che non significa per forza commerciale, è naturale che anche Altarea potrebbe chiedere una rivisitazione delle proprie condizioni (61% pubblico, 39% privato)». La questione è perciò delicata e, con tutta probabilità, sarà risolta contestualmente, senza dimenticare che la decisione finale sull’eventuale modifica delle destinazioni d’uso dovrà passare attraverso le forche caudine del Consiglio comunale.
«Non credo – conclude il vicesindaco, tornando alla domanda che aveva dato inizialmente il la alla questione – che Altarea abbia alcun interesse a far saltare il banco prima di essere giunti alla conclusione di questo percorso, anche perché fino ad oggi ci sono state mutue accettazioni dei ritardi tali per cui si è tutelato lo status quo. Se, terminato questo percorso, dovessero esserci ulteriori ritardi da parte di Autorità portuale, allora potrebbe effettivamente verificarsi un ritiro della società: in tal caso dovremmo occuparci – e preoccuparci data la difficoltà – di trovare situazioni alternative di utilizzo che sappiano remunerare gli investimenti anticipati dalla Porto Antico».
Il turismo a Genova si conferma, anno dopo anno, un’opportunità su cui investire per sbloccare un’economia stagnante e priva di slancio. Anche se con colpevole ritardo, in questi ultimi cinque anni la città ha mosso importanti passi in avanti e c’è da augurarsi che il futuro riservi investimenti rilevanti, siano pubblici o privati, capaci di migliorare l’offerta.
Ecco la panoramica del flusso turistico che ha interessato la città di Genova nel 2013, con il dettaglio delle nazionalità legate ai mercati di maggior affluenza, aggiornata a settembre 2013 e redatta dalla Provincia, ente deputato per legge alla raccolta dei dati per quanto riguarda le strutture ricettive alberghiere ed extralberghiere genovesi. Il numero totale di visitatori (sia italiani che stranieri) è di 613.937 (esclusi i mesi di ottobre, novembre e dicembre) con un aumento del 4,6% rispetto al 2012. Sostanziale equilibrio fra turisti stranieri (che sono stati 310.637, + 11,2% sul 2012 ) e italiani (303.300, in leggero calo rispetto ai 307mila del 2012).
Per quanto riguarda la nazione di provenienza dei visitatori, a guidare la speciale classifica è la Francia con 42.911 visite, seguono Germania e Russia rispettivamente con 27.292 e 26.569 presenze. Stati Uniti e Svizzera seguono con 17.100 e 16.372, subito dietro Regno Unito,Cina e Spagna che rispettivamente contano 15.506, 13.935 e 12.789 presenze. In tutti i casi si tratta di un aumento rispetto all’anno precedente, addirittura un +43,2% per quanto riguarda l’affluenza dalla Russia.
In quali periodi dell’anno è maggiormente visitata la nostra città? I dati ci dicono che luglio e agosto sono i mesi in cui si registra il picco di visite, si intende sia di turisti italiani che stranieri, con un valore che nel mese di agosto sfiora le 100.000 unità. Un dato che, ad essere sinceri, scontra un po’ con quella che è la strategia di promozione della città che nell’agosto 2013, giusto per fare due esempi, presentava via Garibaldi sottosopra per i lavori di pavimentazione e lo Iat del Carlo Felice chiuso per ferie. Senza contare che agosto rimane per buona parte dei commercianti il mese delle ferie e della chiusura stagionale. Tuttavia i numeri sono alti anche nei mesi primaverili con picco nel mese di maggio, a conferma di un andamento positivo che non vive esclusivamente del picco estivo, ma gode di una certa stabilità da marzo a ottobre.
Le zone di più forte concentrazione sono il Porto Antico e il Centro Storico, ma ultimamente stanno prendendo piede anche altre zone della città, come la parte che gravita intorno a via XX Settembre e Galleria Mazzini e Corso Italia/Boccadasse (anche se in misura più contenuta).
Forse non molti sanno che il complesso di Santa Maria di Castello, vicino a Piazza Embriaci, da qualche anno è tornato a nuova vita grazie al lavoro di un gruppo di volontari. Questi hanno unito le forze, messo insieme le competenze e condiviso un sogno, quello di far tornare a splendere la bella chiesa del centro storico genovese. Per questo motivo, dal 2009 organizzano visite guidate gratuite per i curiosi che arrivano in zona (soprattutto gli stranieri, più propensi a leggere guide e ad avventurarsi nei caruggi) e hanno raggiunto in poco tempo il traguardo inaspettato di 14.300 mila visitatori all’anno: dati non proprio trascurabili, soprattutto in riferimento al recente dossier del Comune di Genova circa i visitatori dei musei civici e gli approfondimenti di Era Superba su alcuni musei cittadini che raccolgono meno di quello che potrebbero, come ad esempio Musei di Nervi, Palazzo Verde o la stessa Lanterna (presto un approfondimento ad hoc sulle visite dei musei di Genova su Era Superba, ndr).
Per Santa Maria di Castello il trend è in crescita: le stime relative al mese di gennaio 2014 sono in aumento del 30 per cento rispetto a quelle dello stesso mese del 2013. Cifre notevoli soprattutto se si pensa che i volontari si sono organizzati spontaneamente e proseguono il loro lavoro con passione, ma senza alcun tipo di aiuto da parte dell’Amministrazione.
Chi sono i volontari di Santa Maria di Castello?
I volontari si sono uniti nella “Associazione Culturale Santa Maria di Castello” e da 4 anni garantiscono l’apertura del complesso, che altrimenti resterebbe chiuso al pubblico, e propongono visite alla chiesa, al chiostro e al convento femminile (che pare essere stato un tempo il preferito dalla nobiltà genovese).
Si tratta di una trentina di persone, quasi tutti pensionati (ex manager, professori, giudici, professionisti, ciascuno con competenze diverse), alcuni residenti in zona, altri invece no. Hanno deciso di dare vita a questo gruppo spontaneo perché mossi da una comunanza di intenti, ovvero rendere fruibile il patrimonio cittadino. Oggi, ognuno di loro sceglie una mezza giornata in cui presidiare il luogo e rendersene responsabile, assieme ad altri colleghi. Si è subito creato un nucleo affiatato di persone che, motivate e determinate, hanno portato avanti il loro obiettivo di aprire Santa Maria di Castello a chi non la conosce.
Si tratta anche di un progetto che prevede una certa continuità temporale: i soci “giovani” e appena arruolati affiancano quelli più esperti durante il loro primo periodo come volontari, per essere edotti sulle nozioni relative al complesso: una sorta di “passaggio del testimone”.
A tale proposito, inoltre, i volontari hanno iniziato fin dal primo anno ad organizzare iniziative alla presenza di studiosi ed esperti di arte, storia, architettura, tessuti, sistema tombale, per approfondire le proprie conoscenze, formarsi e poter così formare e informare gli altri. Queste iniziative dapprima erano riservate solo agli stessi volontari, nell’ambito della loro formazione; tuttavia, dall’inizio del 2013 si è pensato di allargare il cerchio ed estendere gli incontri prima ai soci “ordinari” dell’associazione (che però non svolgono il ruolo di guida) e poi a tutta la cittadinanza. Da allora ci sono stati tre incontri pubblici: il primo dedicato alla visita alla sala delle reliquie, che ha visto arrivare circa 300 persone in due weekend; il secondo, la presentazione del sistema tombale di Santa Maria di Castello; il terzo, l’esposizione di corali che, nell’arco di un solo pomeriggio, ha permesso l’affluenza di oltre 350 persone.
Dati esaltanti. Dice Eugenio Cataldi, volontario e per tre anni presidente dell’associazione: «Abbiamo raggiunto numeri molto positivi, nemmeno noi ci aspettavamo un’affluenza così copiosa. Nel tempo, abbiamo visto che l’interesse per i nostri incontri “privati” si è esteso prima agli altri soci del gruppo, poi ai cittadini genovesi. Il problema è che, se manca la pubblicità per i nostri eventi, diventa difficile farci conoscere e fare in modo che chi è interessato ci raggiunga». Un problema, questo, comune alla maggior parte dei musei cittadini.
Non mancheranno tante iniziative anche nel 2014: un calendario ricco di eventi è già in corso, dal seminario sul sistema tombale genovese, al concerto d’organo, esposizioni di corali e tessuti religiosi.
Chi sono i visitatori di Santa Maria di Castello?
Ci raccontano i volontari che hanno istituito una collaborazione con le scuole -della zona e non solo-, così da rendere possibile ai più giovani la visita del bel complesso, che racchiude in sé gran parte della storia di Genova, dall’alto Medioevo a oggi. Inoltre, ci dicono, il loro pubblico si compone anche di molti turisti italiani e soprattutto stranieri: russi, neozelandesi, tedeschi, francesi, americani, inglesi sono solo alcuni dei visitatori che Santa Maria di Castello ha ospitato nel 2013. Si tratta di persone che visitano Genova alla scoperta della città “vera”, oltre le consuete rotte turistiche, fuori dai circuiti tradizionalmente presentati dai tour operator. Questi, cartina alla mano, si avventurano nei caruggi e arrivano al complesso, che spesso trovano indicato sulle loro guide come uno dei più importanti della città.
Ma non solo turisti: ci sono anche tanti, tantissimi genovesi. Molti di loro sono persone che abitavano in zona anni fa, o quando erano bambini, e che adesso vogliono riscoprire i luoghi del loro passato; altri sono genovesi curiosi e motivati, che chissà come (il passaparola di amici e conoscenti, interessi artistici) approdano qui e si scoprono loro malgrado ignari di parte della storia della nostra città.
Commenta ancora Cataldi: «Ci sono molti genovesi che non conoscono la zona e il complesso, e restano strabiliati non appena scoprono cosa racchiude all’interno di S. M. Castello. Per noi è un piacere fare quello che facciamo, altrimenti non saremmo qui: siamo volontari e indipendenti, e in questa attività mettiamo sia passione che qualità. Non riceviamo alcuna sovvenzione, non ci facciamo pubblicità se non attraverso i canali tradizionali di newsletter, tv, giornali e altri media».
Volontari a Santa Maria di Castello: cosa ne pensano a Tursi?
Con questa iniziativa il Comune di Genova risparmia ben 180 mila euro, spesa che dovrebbe affrontare se decidesse di assumere una cooperativa per l’apertura e la gestione di Santa Maria di Castello. Inoltre, viene offerto un servizio notevole non solo in termini di risparmi ma anche sotto il profilo culturale: un modo per far conoscere il patrimonio e aprirlo all’esterno. Oggi il complesso è aperto ogni giorno, tutto il giorno: sette giorni su sette, feriali e festivi, mattina e pomeriggio. Anche ad agosto, anche se questo è l’unico mese in cui il servizio non è garantito con la stessa assiduità che negli altri mesi perché, raccontano dall’associazione, «ricordiamo che siamo un gruppo di volontari e non sempre è facile coordinarsi, soprattutto durante la pausa estiva».
Ci avevano detto i membri dell’associazione di quartiere AssEst tempo fa, quando con #EraOnTheRoad ci eravamo spinti in zona: «Il vero problema è che l’amministrazione non conosce bene il centro storico e il territorio che gestisce. Abbiamo organizzato anche un incontro alla presenza dell’assessore Sibilla e del Sindaco per sensibilizzare sul tema della promozione di questa parte della città e avevamo posto la questione in commissione consiliare. Chiedevamo di dare impulsi e organizzare visite dalla zona di Piazza S. Giorgio fino alla chiesa dei Santi Giacomo e Filippo e Torre Embriaci, ma ci siamo ritrovati con un nulla di fatto».
Oggi i volontari ci rassicurano con parole più distese: raccontano di avere contatti con l’amministrazione comunale, che li conosce e li stima per il loro lavoro. Tuttavia, non è in atto alcuna collaborazione tra i soggetti, anche perché il complesso è di proprietà dei frati domenicani. «Anni fa Tursi corrispondeva un canone ai domenicani per la manutenzione e per apportare migliorie alla chiesa e agli spazi annessi. Nel tempo, questo canone – vittima della crisi e della progressiva riduzione di fondi – è andato a scemare, fino a scomparire. Noi, nello specifico, non riceviamo alcun incentivo: le nostre iniziative sono completamente gratuite, ci sovvenzioniamo con le quote che versiamo per l’iscrizione, e le offerte versate dai visitatori sono destinate ai frati».
Certo, è molto faticoso portare avanti questo progetto così ambizioso e fortunato, come si sta rivelando, senza alcun tipo di finanziamenti: i costi sono alti, qui ci sono molti oggetti preziosi (dipinti, tombe, tessuti, ecc.) che necessitano di restauro e manutenzione. Si pensi che la ristrutturazione del coro è costata 270 mila euro, mentre 60 mila solo per il restauro della cappella di San Vincenzo Ferrer. Tuttavia, il lavoro dell’associazione prosegue a gonfie vele e sembra non volersi arrestare: un’iniziativa degna di plauso e importante per tutta la città.
“La Lanterna di Genova è da sempre il simbolo della città, la costruzione che la identifica topograficamente fin dal Trecento, e la sua immagine corredata dello stemma comunale (dipinto sulla parte inferiore della torre nel 1340) si ripete in tutte le antiche mappe geografiche e carte nautiche”, si legge su Guidadigenova.it. Ancora oggi si staglia sulla collina che un tempo costituiva il promontorio di San Benigno e qui c’era la porta d’ingresso della città. Siamo di fronte al simbolo nel quale i genovesi tutti si riconoscono, senza però, nella maggior parte dei casi, averla mai visitata, senza conoscerla davvero.
Pochi giorni fa abbiamo avuto la possibilità di averla tutta per noi e di visitarla nel corso di #EraOnTheRoad, accompagnati da Barbara Delucchi della Fondazione Muvita e da Marco Fezzardi, del Servizio Promozione Turistica e Sportiva, Cultura e Politiche Sociali della Provincia di Genova (Direzione Affari Generali, Sistemi Informativi e Polizia Provinciale). In quell’occasione abbiamo avuto a nostra disposizione il museo della Lanterna, la passeggiata, il parco, il faro: un privilegio non da poco, di cui abbiamo voluto far partecipi i nostri lettori mediante il consueto live tweet e la condivisione di foto da un “punto di vista privilegiato”. Nemmeno la pioggia ha scalfito la naturale bellezza di quel luogo: la Lanterna, maestosa, imponente, un po’ austera ma anche famigliare, ha offerto scorci impagabili, facendoci dominare tutta Genova e il suo porto, fino al promontorio di Portofino a Levante e Capo Noli a Ponente.
Visita alla Lanterna di Genova: la passeggiata, il museo, il faro e il parco
Vi siete mai spinti fino alla rampa della Lanterna per visitare museo, parco e interno del faro? Vi attende un bel percorso strutturato e interessante, alla scoperta della storia non solo del faro ma di tutta la città.
Si parte con la passeggiata che collega Via Milano, all’altezza del terminal traghetti, alla rampa: costruita nel 2001, in occasione del G8, è utilizzata dagli abitanti della zona come piacevole percorso pedonale, mentre molti genovesi non l’hanno nemmeno mai vista e non sanno come raggiungere la Lanterna. Un peccato che siano pochi i visitatori genovesi, anche considerando che è un’opportunità unica per affacciarsi direttamente sul porto e “spiare” il lavoro di camalli e operai. Un accesso privilegiato a una zona che di solito resta estranea ai normali transiti: «Forse noi -dice Fezzardi- diamo per scontato il porto e non ci rendiamo conto di quale possibilità sia poterlo attraversare e guardare così da vicino».
Finalmente, si arriva proprio sotto alla maestosa Lanterna. Qui si trova il museo: un museo multimediale, moderno e tecnologico, ospitato all’interno delle antiche fortificazioni sabaude, datate 1830. Oggi si articola in vari spazi: le sale dei fucilieri, in cui i soldati del regno di Savoia presidiavano il territorio circostante e non esitavano a difendere la città dagli attacchi esterni, sparando dalla apposite feritoie oggi confuse con semplici finestre. Qui, una serie di schermi con filmati dedicati alla marineria; ai fari e al loro uso per segnalazioni in mare aperto; a Genova e alla “genovesità”, con filmati dedicati ai caruggi, al centro storico, al territorio limitrofo e alle tradizioni, culturali e popolari. C’è anche la gastronomia, con piatti tipici e filmati di locali storici (come la Trattoria Da Maria, in Vico Testadoro). «Offriamo una panoramica a 360 gradi su Genova – racconta Barbara Delucchi – chi viene qui per la prima volta può farsi un’idea generale della città, restare incuriosito da qualche aspetto e decidere di andare sul posto, per vedere di persona. Anche gli stessi genovesi qui notano cose di Genova che magari non conoscevano».
Proseguendo, una lunga galleria multimediale ci congiunge alle sale dei cannonieri: qui, esposizioni più tradizionali di oggetti e reperti legati al mondo del mare. Una volta qui stavano i cannonieri del Regno di Savoia che, come i fucilieri delle prime sale, avevano lo scopo di difendere la città e sparare sui nemici. A ricordarci la storia del luogo, ci sono ancora i tradizionali sfiatatoi sul soffitto e le aperture per i cannoni. C’è anche una botola nel pavimento che serviva per custodire riserve alimentari e un “pezzo di faro” uguale a quello posto sulla sommità della Lanterna e a cui i visitatori non hanno accesso, essendo proprietà della Marina Militare Italiana e del Ministero della Difesa.
Proprio qui ci raccontano i nostri accompagnatori: «Non si può accedere fin sulla sommità del faro, ci si ferma alla prima terrazza perché la seconda soggetta al controllo militare. Forse non tutti sanno che la Lanterna di Genova è operativa e svolge ancora un’importante funzione: è l’unico faro aeroportuale ancora operativo in Italia e regola il traffico sia aereo che navale. È il più importante di tutta la nazione e l’unico ancora custodito: qui lavora il farista Angelo De Caro, il nostro “guardiano del faro”». Il museo è stato edificato tra 2001-2004: in quegli anni, la Provincia ha ottenuto in concessione il luogo e ha messo in atto i primi di lavori di ristrutturazione. Si è trattato di un restauro conservativo in cui si è cercato di rispettare la tradizione e di inserire arredi sobri, nel rispetto della storicità. Prima, ci raccontano i nostri accompagnatori, qui non c’era niente: non solo il luogo non era accessibile, ma quando gli operatori della Provincia sono arrivati hanno trovato ammassi di detriti all’interno, e all’esterno una vegetazione selvaggia.
Fuori, il parco e la porta di ingresso alla città, edificata dal generale Agostino Chiodo nel 1840. Questa, dotata di simbologie sabaude e scolpita, è ora addossata alle fortificazioni ma un tempo era ruotata di 90 gradi e garantiva l’accesso ufficiale a Genova. Il parco presenta un’ampia area in cui si svolgono le tradizionali manifestazioni estive ed è dotato di belvedere, spazio ulteriore riservato agli eventi. Queste due zone sono state recuperate tra 2004-2006 da Provincia e Soprintendenza ai Beni Architettonici. Infine, saliamo all’interno del faro vero e proprio: 172 scalini senza la possibilità di usare l’ascensore, di proprietà della Marina e usato come montacarichi. Dalla terrazza, una vista sconfinata sulla Genova che lavora (simboleggiata dal porto), tra terra e mare.
Scarsa visibilità e poca promozione
[quote]I fondi al momento ci bastano a malapena per la manutenzione e per garantire la prosecuzione della gestione.[/quote]
«Lavoriamo molto con le scuole di Genova e Provincia, ci sono molti stranieri ma ci discostiamo dal trend che accomuna gli altri musei genovesi (popolati all’80% da visitatori dall’estero, ndr). I turisti stranieri e i croceristi sono “mordi e fuggi” e non si prestano alla nostra tipologia di offerta, con visite di circa 2 ore e piuttosto impegnative. Inoltre, i turisti stranieri si fermano spesso al livello del waterfront e sono restii ad avventurarsi fuori dal centro. Per questo non cerchiamo particolari collaborazioni con il vicino terminal traghetti, nonostante abbiamo attivato in 10 anni tantissime convenzioni (Coop, Genoa Port Center, Genoa Store al Porto Antico, Basko, ecc.). Inoltre, va detto che soffriamo della posizione isolata». Certo, un peccato: non sarebbe opportuno creare un circuito virtuoso tra termnial traghetti e Lanterna, con apposito percorso, facilitato dall’introduzione di bus-navetta e riduzione sul biglietto?
E i genovesi? Il più delle volte, ci raccontano le nostre “guide”, i visitatori autoctoni si recano in visita rivelando di non esserci mai stati prima, di averla trovata a fatica, di non sapere bene come accedervi e di non aver mai utilizzato la “nuova” passeggiata prima d’ora. Possibile? Sì. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
Qualcosa non funziona nell’ambito della promozione? Delucchi e Fezzardi ci raccontano di promozione su siti ufficiali, newsletter, ufficio stampa provinciale, giornale “Tabloid”, infopoint al Porto Antico e anche attraverso i social network. Non ci sono soldi e questo si sa. «Vogliamo arrivare al cuore dei genovesi -dice Delucchi- ma mancano risorse. L’unica pecca è la scarsa segnaletica, presente solo in quest’area (portuale e già di per sé poco frequentata). Dovrebbero esserci cartelli anche al Porto Antico e nel centro. Finora, abbiamo fatto accordi con un’agenzia di trasporto privata, con il trenino “Pippo” e con AMT per incentivare l’uso del trasporto pubblico: chi ha l’abbonamento AMT, gode di sconti sul biglietto. Inoltre, andiamo fieri del fatto che, per non dissuadere i visitatori, in 10 anni non abbiamo mai aumentato i prezzi dei biglietti».
Sempre per quanto riguarda le presenze, infine: «Siamo soddisfatti del traffico di visitatori, nonostante siamo stati costretti alla chiusura di un anno e mezzo per lavori svolti dal Provveditorato alle Opere Pubbliche e che non dipendevano quindi da noi -raccontano i nostri accompagnatori-. Abbiamo riaperto solo a marzo 2013 e, anche è stato penalizzante, l’attenzione non è venuta mai meno e ci sono state tante richieste di visita e dimostrazioni di affetto».
Il futuro della Lanterna di Genova
Quest’anno anche la Lanterna, come molti musei genovesi aperti nel 2004 in occasione di Genova Capitale della Cultura, festeggia il decennale. Cosa ci aspetta? Probabilmente non molto, dal momento che sono stati fatti tagli pesanti ai bilanci delle Province. Non a caso, ricorderete che la scorsa estate non si sono svolti i consueti eventi e non c’è stato, come previsto, il festival “Luci sui Forti” (qui l’approfondimento). Oggi la situazione non è migliorata e, confermano le nostre guide, non ci sono finanziamenti per organizzare eventi culturali.
Ma cosa accadrà in caso di nuovi scenari sul futuro dell’ente provinciale o se i finanziamenti per il prossimo anno si rivelassero del tutto insufficienti? Saremmo davanti alla prospettiva della chiusura definitiva? Dopo 10 anni, sarebbe un brusco ritorno indietro e un fallimento per la città.
Una nota positiva: al momento si lavora all’allestimento del “Festival del Porto” 2014, in collaborazione con il Genoa Port Center: un progetto transfrontaliero che coinvolgerà, tra le altre, Corsica e Toscana e che a Genova avrà varie sedi. Alla Lanterna si svolgerà un sottoprogetto del Festival, legato al rapporto tra città e porti. Ci saranno rassegne teatrali (una preview c’era stata nel settembre 2013, con gli spettacoli della compagnia La Pozzanghera), mostre e manifestazioni. Per ora si lavora alla selezione del direttore artistico, dopo sarà aperto un bando per le compagnie. «Non ci sono finanziamenti per gli spettacoli, ma chi parteciperà al bando avrà a disposizione gli spazi gratuitamente. Le spese sono a carico loro: finora gli spettacoli sono stati gratuiti ma le compagnie potrebbero decidere di far pagare un biglietto per pareggiare le loro uscite».
Dopo la presentazione avvenuta nelle scorse settimane da parte del ministro dei Trasporti Maurizio Lupi del Piano nazionale degli aeroporti e l’assegnazione all’ aeroporto di Genova del grado di scalo “di intersse nazionale” (per quanto riguarda il nord ovest insieme a Milano Linate, Torino, Bergamo, Brescia e Cuneo – Milano Malpensa l’unico definito “strategico”), il tema aeroporto è tornato oggi in Consiglio comunale. I consiglieri Rixi (Lega Nord) e Gioia (Udc) hanno infatti presentato un articolo 54 (interrogazione a risposta immediata) all’assessore al Turismo Carla Sibilla per fare il punto sulle azioni messe in campo dal Comune per il rilancio del Cristoforo Colombo anche e soprattutto in ottica della nuova gara dopo quella andata deserta per l’acquisizione da parte di privati della quote (60%) di Proprietà dell’Autorità Portuale.
In attesa della nuova gara per la privatizzazione e il rilancio dello scalo, che lo stesso Doria nei giorni scorsi ha definito “da non sbagliare”, il consigliere comunale Alfonso Gioia si è concentrato sul mancato “status” di aeroporto strategico: «Qualche anno fa al Colombo venne attribuito lo status di scalo strategico con possibilità di sviluppo, anche grazie al porto. Ora da Roma arriva una valutazione diversa: il Colombo non è più tra gli aeroporti a carattere strategico, è stato declassato a carattere nazionale. Ma Lupi ha anche detto che questa dicitura bisogna guadagnarsela, acquisendo una caratterizzazione e integrazione con gli aeroporti vicini».
Per quanto riguarda il Piano presentato dal ministro Lupi (il cui iter di approvazione è ancora lungo), sono stati individuati 11 aeroporti “strategici” e 26 “di interesse nazionale” dopo aver suddiviso lo stivale in dieci bacini di traffico e aver quindi assegnato per ognuno di essi un solo aeroporto strategico (ad eccezione del bacino centro-nord a cui ne sono stati assegnati due). Concentrandoci sull’area che riguarda Genova, leggiamo sul Piano alla voce Criteri per l’individuazione degli aeroporti strategici: “Per l’identificazione degli aeroporti strategici di ciascun bacino sono stati presi in considerazione, innanzitutto, gli aeroporti inseriti nella core network europea, tra i quali, in primis, i gate intercontinentali (Milano Malpensa, Venezia, Roma Fiumicino). Pertanto, laddove, come nel bacino Nord-Ovest, sono risultati inseriti più aeroporti rientranti nella core network, si è individuato quale aeroporto strategico del bacino quello rivestente il ruolo di gate intercontinentale, ossia Milano Malpensa.” Diverso dunque il criterio di base del nuovo documento rispetto all’atto di indirizzo presentato dall’ex ministro Passera un anno fa, che individuava 31 scali (fra cui Genova) di interesse nazionale e i restanti sotto diretta gestione delle regioni che a loro volta avrebbero anche potuto deciderne la chiusura.
L’assessore Carla Sibilla ha risposto così ai consiglieri Rixi e Gioia sulle azioni intraprese da Tursi: «Abbiamo firmato un accordo con numerosi soggetti per realizzare la progettazione della fermata ferroviaria e il posteggio di interscambio in aeroporto (qui approfondimento di Era Superba, ndr). Nel frattempo lavoriamo per mantenere e implementare le rotte già avviate, per aumentare i voli, insieme a Regione e Unioncamere che investiranno in nuovi voli selezionati di comune accordo con gli operatori turistici della città. Sulle rotte esistenti, in particolare, l’obiettivo è quello di renderle maggiormente stabili, oltre che puntare a crescere come frequenza o, nel caso di tratte più lunghe, capienza».
Riapre l’Ostello della Gioventù del Righi, in via Costanzi, quello da cui con uno sguardo sul mare si può dominare tutta la città ma a cui si arriva solo con l’autobus 40 che, trasformatosi nelle ore notturne in 640, sale con l’ultima corsa dalla Stazione Brignole dieci minuti prima dell’una.
La novità riguarda la gestione che dal 1° febbraio, giorno in cui il check-in tornerà attivo, sarà direttamente affidata A.I.G. Hostels, ovvero l’Associazione italiana alberghi per la gioventù. «Genova entra finalmente nel grande circuito nazionale e internazionale degli ostelli – ha detto con soddisfazione l’assessore al Turismo, Carla Sibilla – e punta ad aprirsi sempre più al turismo scolastico, sportivo, giovanile e culturale. Con questa novità facciamo un notevole salto in avanti dal punto di vista qualitativo e prepariamo la strada a importanti collaborazioni culturali per la nostra città».
La struttura, di proprietà comunale e adibita ad ostello a partire dal 1992, sorge a circa 3 chilometri dal centro e si trova all’interno di un edificio di cinque piani, in parte condiviso con una scuola materna. I posti letto disponibili sono 204, suddivisi in 34 camere in maggioranza da 5/6 persone, ma solo 9 con servizi igienici compresi. Tariffe abbastanza popolari per chi si accontenta di un letto in camerata: il pernotto parte, infatti, da 17 euro a cui se ne possono aggiungere altri 2 per la colazione all’italiana o poco di più per quella continentale. Tariffe che vanno scontate del 50% se siete in gita scolastica. A.I.G., al momento, potrà usufruire della struttura fino al 31/12/2016, data di scadenza della concessione. Ma si sta lavorando per una conferma a più ampio respiro, senza la quale, tra le altre cose, l’ostello non potrebbe attingere ai finanziamenti regionali previsti da un bando dello scorso ottobre, con cui invece si punterebbe a potenziare il numero delle camere con servizi annessi e ad ampliare la disponibilità di stanze per intere famiglie. Un intervento necessario anche per ottenere la certificazione di qualità internazionale.
«Quella di subentrare direttamente nella gestione di Genova, a cui prima eravamo legati solo attraverso una gestione controllata (una sorta di patrocinio, ndr) – ha detto Anita Baldi, presidente nazionale di A.I.G. – è stata una scelta molto ponderata che si colloca in un momento storico in cui stiamo cercando di far tornare gli ostelli al loro spirito originale, ovvero quello di centro di aggregazione giovanile per eccellenza».
«Genova era l’unica grande città italiana a non avere un ostello direttamente gestito dall’A.I.G. – ha spiegato il presidente del Comitato Ligure, Luciano Maggi – ed è per questo che siamo intervenuti con questo cambio di rotta. Ma voglio subito sgombrare il campo dalle polemiche: la gestione precedente è stata impeccabile e non c’è stata alcuna rescissione del contratto ma solo la naturale scadenza della gestione controllata». In proposito, il segretario nazionale Carmine Lentino, ha tenuto anche a precisare che tutto il personale dipendente è stato riassorbito nel nuovo corso.
I limiti della struttura permangono: e allora perché non puntare maggiormente sulle nuove realtà nate nel centro storico?
Per il momento, restano solo il cambio di gestione, una nuova sigla e un po’ di «restyling e maquillage» – come lo hanno definito gli stessi gestori – che, tuttavia, da soli non sono sufficienti a valorizzare al meglio una struttura cruciale dal punto di vista dell’appetibilità turistica, giovanile della nostra città.
«Il problema dei due ostelli del centro storico è che sono molto piccoli e molto più simili a bed & breakfast» ci risponde Luciano Maggi. «Ma Genova ha bisogno di spazi molto più ampi perché l’ostello del Righi non è mai stato al di sotto delle 20 mila presenze, negli 11 mesi di servizio annuale. Siamo di fronte a una struttura che funziona e che sarebbe un peccato mortale abbandonare a se stessa. D’altronde, anche all’estero gli ostelli non sorgono proprio in centro: certamente, però, possono sfruttare un sistema di trasporto pubblico molto efficiente».
Impossibile potenziamento linea da parte di Amt. Al via attività e laboratori
A fare da contraltare positivo alle difficoltà logistiche, ecco allora che sarà proposta una serie di attività laboratoriali coordinate dal nuovo, giovane direttore, Matteo Fabbrizzi, fresco dell’esperienza maturata all’ostello di Caracas, che punta molto sull’importanza degli spazi comuni. Si parta con il teatro e il cinema indipendente e con una serie di incontri e corsi offerti gratuitamente ai genovesi e agli avventori. Ma presto potrebbe prendere il via anche un’importante collaborazione con Slow Food per attivare il servizio di ristorazione (al momento limitato alla sola colazione) e un corso di cucina, a prezzi assolutamente abbordabili.
«Non vogliamo che l’ostello rimanga solo un dormitorio turistico – ha detto l’architetto Maggi – ma puntiamo a farlo diventare un punto di riferimento culturale per i giovani viaggiatori, non tanto anagraficamente quanto di testa».
Fin da subito si punterà forte sul teatro, con la possibilità di sfruttare una sala interna situata al primo piano dell’edificio e, soprattutto d’estate, un piccolo anfiteatro all’esterno. In proposito, dovrebbe nascere una naturale sinergia con l’ostello di Napoli, l’unico altro esemplare italiano a offrire uno spazio simile. «È una grande opportunità per le tante compagnie indipendenti che vengono in visita nella nostra città, per piacere o per lavoro» ha detto l’assessore Sibilla. «Ma potrebbe essere sfruttato anche da quei gruppi teatri genovesi che non hanno una sede fissa. Sarebbe importante riuscire a inserire l’ostello, il suo teatro interno e l’anfiteatro all’esterno, dentro una rete culturale che comprende diversi servizi, come quello delle residenze per i giovani artisti, e tanti appuntamenti».
Come spesso accade, il bilancio preventivo però è fatto soprattutto di promesse. Come quella di valutare l’istituzione di un servizio di navetta complementare al trasporto pubblico, dato che la richiesta di potenziamento delle corse Amt in questo momento sembra un po’ troppo una chimera. Ma il progetto più grande è un altro (ed ecco ritornare la questione del centro storico, che forse non avevamo sollevato in maniera così impropria): la presidente nazionale Baldi, infatti, ha accennato alla possibilità di studiare una sorta di dependance dell’ostello del Righi anche nel cuore della città, come avamposto per chi arriva in treno e punto di riferimento per chi non viaggia in grandi gruppi e vuole vivere un po’ di più le notti della Città vecchia. Staremo a vedere che cosa ne sarà veramente.
Enzo ha 85 anni, le sue mani sono radici appena estratte dalla terra, nei suoi occhi semichiusi dal vento si legge una vita passata ad ascoltare il soffio del mare riecheggiare ancora come l’eco di una conchiglia appena raccolta. È seduto su una sedia in vimini nella penombra di una tersa mattina di dicembre con la coperta di lana sulle gambe ad osservare il solito paesaggio, sopra di lui una fotografia di Papa Luciani distorta dagli effluvi della caffettiera che dispensa in aria il suo inconfondibile aroma.
La moglie gli lancia un occhiata riguardosa, poi si volta a versare il caffè, il silenzio è rotto solo dal gorgoglio del liquido che riempie la tazzina in ceramica di maiolica. Fernanda è una donna di poche parole, si dice non sia mai uscita dal paese, ma in quella giornata di festa i suoi capelli sono cotonati e colorati, la sua tinta ricorda le cortecce degli alberi spogli in autunno, le dita affusolate disegnano un’antica e inespressa eleganza adornate della sola fede nuziale e un anello di bigiotteria calzato per l’occasione con incastonata una pietra verde.
Un gabbiano che levitava davanti alla finestra attirava l’attenzione di Enzo, lui si volta, mi guarda e sorseggia le ultime gocce di caffè, posa la tazzina e rivolge lo sguardo a cercare quel gabbiano ormai volato lontano. «Manarola? bella per i turisti, per me è diventata solo un saliscendi faticoso». Con queste parole cela l’amore profondo per la sua terra, quasi un rimprovero per tutte quelle scale, un tempo leali e oggi così tortuose che ne impediscono la quotidianità.
Tuttavia esiste una forza misteriosa che lo spinge ogni giorno nel suo orto in cima al paese, dove i limoni abbracciano la vite e il mare si sposa alla terra intrisa di sale.
Lo scoppiettio delle foglie che ardono e il profumo del pesce appena pescato, il tuono delle mareggiate e il silenzio ovattato delle rare nevicate sono linfa vitale di un uomo che conosce il suo destino e che non rimpiange nulla se non qualche viaggio e la rinuncia a qualche bicchiere in più del suo amato limoncino. Fernanda lo ascolta come fosse la prima volta e con rispetto sorride fiera alla sua richiesta, si alza per dovere dalla sedia e prende una bottiglia dalla credenza. «Questo è fatto da noi, con i nostri limoni, tutta roba naturale», dice versando nei calici il liquido dal colore ingannevole ma dal gusto inconfondibile del limoncino fatto in casa.
Arianna intanto ascoltava con quel luccichio agli occhi le parole che le riportano alla mente i ricordi indelebili di quando era bambina, di quel luogo rimasto tale nel tempo, come una fotografia in bianco e nero restaurata di colori accesi, il verde delle colline, l’azzurro del cielo e il blu del mare, il giallo delle foglie e il nero della terra si distribuiscono nei suoi pensieri come la tavolozza di un pittore a olio. Giunti ai saluti Fernanda, scrollatasi di dosso la timidezza tipica ligure, mi stringe la mano e mi bacia inaspettatamente sulle guance, Enzo ci augura di tornare presto, lui ci aspetta, non per vecchiaia e tantomeno per stanchezza, ma perché quello è il suo posto.
Il sole si sa scalda gli animi, ma non solo, nonostante la leggera brezza invernale ci siamo seduti su uno scoglio ad assorbire quei piacevoli raggi penetrare fino alle ossa per poi sopire in un onirico e breve sogno. Arianna mi svegliò con cautela, Morfeo cullava il mio sonno seguendo il sinuoso scrosciare delle onde e il marinaio del vaporetto suonò la sveglia con la sirena, mi sono destato da quel torpore stropicciando gli occhi e sbadigliando con educazione il mio sguardo si rivolse in alto.
Stavo leggendo una scritta sulla parete esterna del cimitero a picco sul mare, erano i versi finali della poesia “Liguria” di Vincenzo Cardarelli, la maestra delle elementari me l’aveva fatta recitare davanti a tutta la classe, ricordo che sarei sprofondato in quel momento ma ne uscii a testa alta. Quelle cinque righe mi hanno riportato nel passato tra i profumi della gomma da cancellare e degli autunni umidi che non ci sono più, il moccio al naso dei miei compagni, la lancetta dei minuti che sembrava ferma e quel ramo d’albero fuori dalla finestra dove si posavano colombi e piccioni che della pur loro breve vita ho sempre invidiato la libertà assoluta che la rende infinita.
A ridosso del cimitero si trova un piccolo parco circondato dal mare che sfocia nella parte finale della passeggiata nascosta tra i monti, da li si può vedere Corniglia inerpicata come una fortezza e le luci di Vernazza e Monterosso brillare come diamanti all’imbrunire.
Rientrati in paese ci sediamo al bar del famoso ristorante Aristide per una bevanda calda, il sole era sceso e la temperatura con lui, nonostante l’aspetto primaverile eravamo pur sempre sotto le grinfie del generale inverno. Nell’istante in cui il cameriere adagia sul tavolo le tazze per il thè, uno scampanellio annuncia l’apertura della porta varcata da un uomo anziano, con fare ossequioso si toglie il cappello, salutato con affetto dai tutti i presenti.
I suoi occhi erano visibilmente eccitati dal calore e dalla tensione di una giornata per lui importante, nel tardo pomeriggio, quando il sole sarebbe calato come un arancia dietro la linea dell’orizzonte, i fuochi d’artificio avrebbero annunciato l’accensione del famoso presepe di Manarola da lui ideato.
Mario Andreoli ha superato gli ottant’anni da un pezzo e dal 1976 dedica anima e corpo a questa unica e spettacolare opera che si estende sulla collina a ovest del paese, oltre trecento personaggi illuminati con oltre 8 km di cavi elettrici sostituiti nel tempo da un ecologico impianto fotovoltaico.
Con il passare degli anni è riuscito a coprire tutto il monte realizzando il suo sogno di creare uno dei presepi più grandi e belli del mondo. La sua vigorosa stretta di mano è stata per me un monito da seguire, non esiste età se si è dotati di voglia e determinazione. Mario saluta tutti “Ora devo andare”, con un gesto degno di un attore di Hollywood prende il cappello e si avvia su per la salita, la più dura dell’anno.
Si inizia a respirare aria di festa a Manarola, la banda suona “When the saints go marching in” camminando lungo la via principale profumata di frittelle e polenta , tra la folla un bambino piangeva con un occhio rivolto al palloncino volato via e una signora troppo truccata si specchiava con indosso uno degli orpelli in vendita nelle bancarelle, alcuni turisti acquistavano miele e prodotti tipici mentre dalla stazione un’orda di persone entrava in paese muovendosi come una mandria di bufali.
Ci facciamo largo tra la gente assiepata sulle irregolari stradine in ardesia, il nostro appartamento sorge su un punto privilegiato per ammirare il presepe, abbiamo approfittato seduti comodamente sul terrazzino dal quale potevamo godere una vista meravigliosa come dal balcone di un teatro. Le luci del paese si sono spente senza preavviso lasciando illuminate le sole statuine sovrastate dai fuochi d’artificio rimbombanti, il mio cuore accelerava con loro fino ad eccitarsi come in poche altre occasioni in vita mia.
La sera passeggiando tra le barche e le reti dei pescatori per smaltire gli spaghetti ai frutti di mare del ristorante Billy, sentiamo le corde di una chitarra provenire da un locale lungo la via che conduce al mare ormai priva di turisti, era la cantina dello zio bramante dove tre musicisti deliziavano i clienti con splendide cover. Il bassista di colore giocava con le dita come i migliori bluesman americani, il cantante dalla voce un po’ roca ma grintosa ricordava vagamente Lou Reed, era affiancato da un ragazzo che suonava l’armonica divinamente, ad ogni brano prendeva un’armonica diversa dalla sua valigetta.
Si dice che le persone care siano presenti anche quando non ci sono più lasciando lungo la tua strada segnali anche oltre il cammino della vita oppure ti hanno insegnato in vita così tante cose da sentire la loro presenza attraverso i dettagli quotidiani. Nell’istante in cui il Re minore si è succeduto al Do ho capito che si trattava di “I dont’ want to talk about it” tanto cara a mio padre, camuffando con un sorso di birra l’emozione, mi sono accorto che una lacrima era fuggita, aggrappandosi su una piega del mio sorriso.