Categoria: Nice to meet you, English!

Un viaggio nella lingua inglese fra passato, presente e futuro a cura di Daniele Canepa

  • Film stranieri: la traduzione non letterale dei titoli originali

    Film stranieri: la traduzione non letterale dei titoli originali

    cinemaNelle scorse settimane abbiamo parlato di film passati alla storia del cinema, i quali hanno contribuito a costruire un certo stereotipo raffigurante gli italo-americani – e gli italiani più in generale: Gooodfellas, The Untouchables e The Godfather. La traduzione di questi titoli in italiano è molto simile all’originale inglese: “Quei bravi ragazzi” (fellas è un termine colloquiale che significa “amico”, “tizio”, “ragazzo”, “tipo”), “Gli intoccabili” e “Il Padrino”. Non sempre però le cose si presentano in questi termini, nel senso che in molti casi il titolo viene tradotto in maniera alquanto distante dall’originale.

    Ecco quindi che per esempio qualche anno fa con un amico inglese non riuscivo a comunicare il mio grande apprezzamento per “Le ali della libertà”, con Tim Robbins e Morgan Freeman. Continuando a chiamarlo The Wings of Freedom, che ne sarebbe la traduzione letterale, non c’era modo di far capire al mio amico di che cosa stessi parlando. Quando poi ho iniziato a raccontargli la trama, finalmente si è illuminato e mi ha detto che mi stavo riferendo a The Shawshank Redemption, del quale anche lui era un grande appassionato. La stessa discrepanza tra titolo in inglese e in italiano si riscontra in un altro film sulla malavita di Chicago che abbiamo già citato, Road to Perdition, proiettato sui nostri schermi come “Era mio padre”.

    Una pellicola che ha ispirato e credo ispiri tuttora la categoria degli insegnanti è invece Dead Poets Society dell’australiano Peter Weir. Se come me ne siete grandi appassionati e l’avete visto un migliaio di volte come minimo, non avrete difficoltà a capire di quale film si tratta, specialmente dopo aver cliccato su questo link che mostra la commovente scena finale di “Oh Captain, My Captain”, nella quale l’illuminato insegnante John Keating, interpretato da Robin Williams, viene salutato per un’ultima volta dai suoi studenti. Se invece non lo conoscete, o comunque l’avete visto solo una volta, difficilmente immaginerete che il titolo della pellicola in italiano è “L’attimo fuggente”.

    Passando al grande maestro della suspense (in inglese la sillaba accentata è l’ultima: /səˈspent s/) Alfred Hitchcock, se parlate in inglese di “Intrigo internazionale”, con i grandi attori Cary Grant, Eva Marie Saint e James Mason, dovrete usare il titolo: North by Northwest. L’avreste mai indovinato?

    Al contrario, Rope (letteralmente “corda”), thriller psicologico del grande regista inglese con protagonista James Stewart, è stato presentato al pubblico italiano come “Nodo alla gola”. Per quanto non rappresenti una traduzione fedelissima all’originale, il titolo è comunque collegato all’evento principale della trama del film, ovvero un omicidio per strangolamento.

    Ma le traduzioni talvolta libere – per usare un eufemismo – dei titoli dei film sono una peculiarità soltanto dell’italiano? In realtà no. Anche in altri paesi il titolo tradotto si allontana spesso da quello originale.

    Se noi abbiamo “La donna che visse due volte”, in Francia il titolo è “Sueurs froides” (letteralmente “sudori freddi”), mentre l’inglese è Vertigo. Sex and the City, che non è stato modificato nella versione italiana, diventa Sexo en Nueva York in spagnolo.

    Talvolta il cambiamento nella traduzione è dovuto a ragioni di marketing e alla volontà di avvicinare il pubblico, ma in alcuni casi le differenze rispetto al titolo originale appaiono misteriose al punto che anche il grande esperto di gialli Hitchcock avrebbe fatto fatica a comprenderle … See you!

     

    Daniele Canepa

  • Studiare l’inglese per comprendere meglio anche la nostra cultura

    Studiare l’inglese per comprendere meglio anche la nostra cultura

    In diverse occasioni in questa rubrica ho affermato che: “Studiare una lingua significa studiare una cultura.”
    A volte, però, lo studio di una lingua e di un’altra visione del mondo può permettere di cogliere interessanti spunti per approfondire la conoscenza non solo di una cultura straniera, ma anche della propria. Vi parlerò di un’esperienza personale che, spero, illustrerà meglio il concetto.

    Nelle ultime settimane abbiamo parlato spesso della mafia italo-americana attraverso film celebri o personaggi realmente vissuti, i quali nostro malgrado hanno contribuito a rafforzare lo stereotipo: italiano, pizza, mandolino (e mafia). Qualche anno fa, un amico gallese con il quale stavo parlando dell’Italia mi chiese: “Do you have much mafia in your city? Are there many shootings in your area?” (“C’è molta mafia e ci sono molte sparatorie nella tua zona?) Mi affrettai a rispondere che, per quanto la mia città si potesse presentare come una lunga lista di disservizi e di esempi di abusivismo edilizio, non mi era mai capitato di trovarmi coinvolto in scontri da arma da fuoco. Liquidai dunque il mio amico rispondendo: “Organized crime is not a problem in my region” (“Il crimine organizzato non rappresenta un problema nella mia regione”). Risposi con convinzione, pensando, in quanto ligure, di non essere toccato nemmeno minimamente dal fenomeno mafioso.

    In seguito, però, partendo da quello scambio di battute ho imparato che un errore da non commettere è proprio quello di ritenere che il crimine organizzato sia una realtà estranea alla nostra regione. Recentemente, oltre che dalla lettura sui giornali degli scioglimenti per infiltrazioni mafiose dei Comuni di Bordighera e Ventimiglia, sono stato influenzato da uno spettacolo teatrale al quale ho avuto modo di assistere a una Notte Bianca due anni fa. “Che ci fa la mafia a Genova?”di Fabrizio Matteini, andrà nuovamente in scena al Teatro dell’Archivolto tra il 14 e il 15 dicembre, facendo nomi e cognomi di personaggi liguri in odore di collusione con la Ndrangheta. Al seguente link è possibile vedere una video-installazione facente parte della scenografia creata dal video maker genovese Michele Giuseppone (http://vimeo.com/32628467 ).

    La domanda del mio amico gallese mi venne posta in modo spontaneo e senza la volontà di offendermi, nonostante, lo ammetto, il mio primo pensiero sia stato istintivamente: “Ecco un ennesimo esempio della superficialità con cui all’estero viene descritto il nostro paese.” Essa mi diede però lo spunto per riflettere sulla questione, facendomi arrivare alla conclusione che, se era stato un puro e semplice stereotipo a ispirare la sua domanda, io stesso avevo avuto un atteggiamento superficiale sulla questione. Proprio qui, credo, risiede l’importanza di conoscere una lingua straniera e di confrontarsi con culture e visioni del mondo diverse dalla nostra. Un punto di vista esterno conduce a una più profonda analisi introspettiva, stimolandoci a migliorare … Sempre che sia nostro desiderio farlo! See you soon.

    Daniele Canepa

  • Gli italo-americani più famosi nella storia degli Stati Uniti d’America

    Gli italo-americani più famosi nella storia degli Stati Uniti d’America

    Frank SinatraSono diversi e spesso di grande successo  i film che hanno per protagonisti cittadini americani – a volte fittizi, a volte realmente esistiti  – di origine italiana, i quali hanno fatto “carriera” nel mondo della malavita organizzata. Oltre a The Godfather (“Il padrino”) e Goodfellas (“Quei bravi ragazzi”), che abbiamo citato nelle scorse settimane, degno di essere menzionato è sicuramente The Untouchables (“Gli intoccabili”) di Brian De Palma, vincitore di svariati premi Oscar. Il film narra l’estenuante sfida tra il boss più famoso di tutti i tempi, Al Capone nato da genitori campani, e Eliot Ness, il poliziotto che riuscì a far condannare il famigerato gangster per evasione fiscale. “You’re nothing but a lot of talk and a badge,” (“Sei solo chiacchiere e distintivo”) dirà nel film Capone/Robert De Niro all’investigatore interpretato da Kevin Costner a seguito della condanna appena pronunciata dal giudice.

    Nel film diretto da Brian De Palma con colonna sonora realizzata dal “nostro” Ennio Morricone, un ruolo rilevante è quello del glaciale sicario di Capone, Frank Nitti, insediatosi al vertice della mafia di Chicago negli anni Trenta dopo l’uscita di scena del suo boss. Nitti, interpretato da Stanley Tucci, appare anche in un altro gangster movie ambientato nell’Illinois degli anni Trenta: Road to Perdition (in italiano “Era mio padre”), con Tom Hanks e Paul Newman.

    Ci si chiederà a questo punto se tra tanti criminali spietati e assetati di sangue e di potere sia esistito anche qualche italo-americano che abbia combinato qualcosa di buono. La risposta è ovviamente sì. La lista è molto lunga e sarebbe impossibile citare tutti gli esempi di individui che hanno dato lustro al nostro paese, fornendo un contributo eccezionale allo sviluppo degli Stati Uniti.

    Proviamo a fare comunque qualche nome partendo da quello di Fiorello La Guardia. Uno degli aeroporti di New York è stato dedicato alla memoria di questo sindaco di The Big Apple negli anni Trenta e Quaranta, figlio di un immigrato originario di Cerignola in Puglia.

    La lista prosegue poi con diversi crooner, tra i quali non solo annoveriamo Frank Sinatra, ma anche Dean Martin (nato Dino Paul Crocetti), voce di “That’s Amore”, e Perry Como, cantante di “Magic Moments”, fino ad arrivare ai giorni nostri con Madonna e Lady Gaga … Ops, chiedo scusa, avevo promesso che avrei parlato di figure illustri. Ci torniamo subito. Vale la pena per esempio menzionare il Mario Cuomo, esponente di spicco dei Democrats negli anni Ottanta e, dote rara per un politico, coerente e strenuo oppositore della pena di morte.

    Spostando l’attenzione sugli italo-americani di origine ligure, abbiamo già detto del luogo di provenienza della madre di The Voice, la signora Garaventa, che nacque in Val Fontanabuona. Dal Levante della nostra regione sono emigrati verso gli Stati Uniti anche i genitori del fondatore della Bank of America Amadeo Giannini, originari dell’entroterra chiavarese. Giannini rivoluzionò il sistema bancario, trasformandolo in un insieme di servizi accessibili non solo alle classi più abbienti, ma anche alla grande massa dei consumatori, ovvero l’esatto contrario del trend attuale …  See you!

    Daniele Canepa

  • Il Padrino di F.F.Coppola, l’America italiana fra stereotipi e attualità

    Il Padrino di F.F.Coppola, l’America italiana fra stereotipi e attualità

    New YorkNon è un caso che il titolo dato al reality show di MTV che segue le vicende di otto giovani italo-americani sia Jersey Shore. Lo stato del New Jersey, infatti, e la città di New York, hanno assistito a un fortissimo movimento migratorio di italiani che all’inizio del XX secolo hanno affrontato la traversata dell’Oceano Atlantico per cercare fortuna sul Nuovo Continente.

    Nel New Jersey si trova Ellis Island, l’isolotto che per decenni ha rappresentato il varco d’ingresso in terra statunitense. Qui milioni di immigrati si sottoponevano alle visite mediche e all’identificazione da parte delle autorità locali, che stabilivano chi aveva il permesso di rimanere sul suolo americano e chi doveva invece essere rimpatriato – spesso per motivi di salute – sulla medesima nave con la quale era arrivato.

    Nel film The Godfather Part II, il giovanissimo Vito Andolini, un bambino di nove anni orfano di padre ucciso in Sicilia da un signorotto mafioso, approda proprio a Ellis Island, dove viene registrato come Vito Corleone, suo paese d’origine. Da lì inizierà la sua ascesa verso il potere per arrivare al ruolo di “Padrino”, figura rispettata e temuta all’interno della comunità italiana di New York. La serie di film di Francis Ford Coppola sul Godfather è diventata una leggenda del cinema e alcune frasi dei film sul Padrino sono entrate nell’inglese corrente, la più celebre delle quali rimane: “I’m gonna make him an offer he can’t refuse” (“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”), dove “gonna” sta per la forma contratta tipica del parlato e più informale di “going to”.
    A pronunciarla è Don Vito – interpretato dal fenomenale Marlon Brando – il quale promette al suo protetto, il cantante Johnny Fontane, che persuaderà un produttore cinematografico riluttante a dare a Johnny la parte di protagonista in un film hollywoodiano. Se non avete visto il film, vi consiglio di affrettarvi a farlo. Se invece ve lo siete già gustato, probabilmente ricordate i metodi molto efficaci grazie ai quali Corleone riesce a convincere il produttore.
    Le figure di Don Vito e di Johnny rappresentano due stereotipi – ahinoi – ricorrenti di italo-americani: il mobster, noto anche come gangster, e il crooner, il cantante dal sorriso irresistibile, il capello brillantinato e la voce suadente. Se Corleone è un personaggio fictional, ovvero appartenente alla fantasia, Alphonse “Al” Capone, “Don” Carlo Gambino e John Gotti sono stati assolutamente reali.

    Allo stesso modo, è probabile che Mario Puzo, scrittore di The Godfather, si sia ispirato alle vicende di Frank Sinatra per il personaggio di Johnny. Infatti, sembra che “The Voice” nei momenti più bui della sua carriera abbia cercato l’appoggio di diverse personalità influenti tra le quali anche alcuni italo-americani di spicco, sebbene i suoi eventuali rapporti con affiliati alla malavita non siano mai stati chiariti. Figlio di Natalina Garaventa, originaria di Lumarzo nell’entroterra genovese, Sinatra è passato comunque alla storia per le sue doti di cantante e di attore – la sua performance in From Here to Eternity gli valse l’Oscar.

    Osservando il flusso di giovani italiani spinti oggi a emigrare dalla crisi economica, ma soprattutto da decenni di amministrazione disastrosa – giorni nostri compresi – del Belpaese, le parole di The Voice in New York New York, suonano fortemente attuali: “Start spreading the news, I’m leaving today, I want to be a part of it New York New York” (“Iniziate a diffondere la notizia, parto oggi, voglio esserne parte, New York, New York”). Un sincero e caloroso saluto agli italiani che si sono dovuti trasferire all’estero.

    Daniele Canepa

  • Guido: il significato del nome italiano nell’inglese americano

    Guido: il significato del nome italiano nell’inglese americano

    Eventi recenti quali le devastazioni causate da Hurricane Sandy e le elezioni presidenziali del primo martedì di novembre  hanno riportato gli Stati Uniti sotto i riflettori. Sebbene in lento declino e destinati a essere affiancati – se non scalzati – dai BRICS (Brasil, Russia, India, China, South Africa), gli USA sono stati e sono ancora il punto di riferimento dell’Occidente e di diversi altri paesi.

    Hanno esportato – spesso con le cattive – il loro modello economico, ma non solo. Se l’inglese si è affermato come lingua franca globale, il merito è in primo luogo dell’Impero Britannico che ha piantato il seme dell’inglese in tutti e cinque i continenti, ma anche degli Stati Uniti, la superpotenza che ha dominato la scena internazionale a livello politico ed economico dal 1945 in poi.
    Oltre al capitalismo e alla lingua, gli USA hanno esportato la loro cultura. E’ impossibile racchiudere in un breve elenco i grandi esempi statunitensi dagli anni Cinquanta in poi in tema di diritti civili, letteratura, arte, cinema, scienza e tecnologia senza far torto a qualche illustre figura che verrebbe lasciata fuori. In campo linguistico, abbiamo citato la settimana scorsa Wiliam Labov, uno dei padri della sociolinguistica, e Noam Chomsky, non solo grande linguista ma anche attivista e politologo tra i più illuminati del nostro tempo.

    Oltre a questi modelli, però, gli Stati Uniti hanno esportato anche tonnellate di trash, ovvero “spazzatura”.  Non parlo ovviamente soltanto dei rifiuti in senso letterale, che tra l’altro in qualità di paese industriale gli USA hanno prodotto e continuano a produrre in grandi quantità. Con il trash portato al di là dell’Atlantico intendo anche la serie di film, telefilm e reality shows (ricordatevi se parlate in inglese di specificare il termine “shows”, altrimenti “reality” da solo vuole semplicemente dire “realtà”) che in italiano definiamo appunto “tv spazzatura”.

    Personalmente, non accendo la televisione in casa mia da un paio d’anni – la qualità della mia vita è migliorata di almeno cinque punti percentuali – ma cerco di seguire che cosa viene proiettato sui teleschermi giusto per non essere un totale pesce fuor d’acqua nelle conversazioni con amici e conoscenti su temi d’attualità. Scopro così che da qualche giorno è partita su MTV Italia l’ultima serie di Jersey Shore, il reality (show) principe nel presentare quanto di peggio in termini di stupidità l’essere umano sia in grado di produrre. Il cast di Jersey Shore è composto da otto giovani americani di origini italiane, che vengono seguiti dalle telecamere nelle loro scorribande diurne e notturne nel New Jersey, a Miami e a Firenze. Povero Renzi! Mi verrebbe da esclamare se non fosse invece impegnato in giro per l’Italia per la campagna elettorale…

    I protagonisti di Jersey Shore, quattro giovani uomini palestratissimi e quattro giovani donne truccatissime, sono ottimi esempi di individui che l’inglese americano definisce Guido (per i ragazzi) e Guidette (per le ragazze). Il termine Guido inizialmente veniva usato per designare in modo spregiativo gli italo-americani delle classi sociali più umili. In seguito si è evoluto, assumendo un significato più o meno equivalente al nostro “tamarro“: rimane quindi piuttosto lontano dall’essere un complimento.
    Questo è ciò che MTV propone: il fatto non stupisce, dato che quanto a programmi campioni di stupidità – vedi anche Jackass di qualche anno fa – cerca di giocarsela fino in fondo con Mediaset e RAI. Certo, a livello internazionale non fa onore all’immagine degli italiani essere associati a queste mal riuscite caricature dei gangster italo-americani di Goodfellas (“Quei bravi ragazzi”) di Martin Scorsese, già di per sé vagamente caricaturali nell’efferatezza dei loro crimini, esagerata quanto la loro passione per la cucina. “As far back as I can remember I always wanted to be a gangster,” esordiva nel film il protagonista interpretato da Ray Liotta (“Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster”). “As far back as I can remember, I always wanted to be a Guido,” diranno invece su MTV.

    Daniele Canepa

  • Sociolinguistica negli Stati Uniti: i legami tra lingua e società

    Sociolinguistica negli Stati Uniti: i legami tra lingua e società

    La Bandiera AmericanaWilliam Labov,  è uno dei maggiori linguisti americani del ventesimo secolo. Viene definito come uno dei padri di una materia chiamata “sociolinguistica”. Che cosa tratta questa disciplina? Pur senza averlo esplicitato direttamente, un buon numero degli articoli di questa stessa rubrica ha utilizzato un approccio sociolinguistico nei confronti dell’inglese. Quando, per esempio, ho fatto riferimento alla Received Pronunciation britannica come a un accento distintivo di una classe sociale, quella era una considerazione di carattere sociolinguistico.

    Rispetto ai linguisti come Noam Chomsky, che cercano di individuare i principi generali comuni a tutte le lingue che governano il funzionamento del linguaggio umano, la sociolinguistica si occupa di far luce sui legami profondi tra una lingua e la società all’interno della quale essa è parlata. Infatti, come abbiamo già visto – e non mi stancherò mai di ribadirlo –  la storia di una lingua è profondamente collegata a quella delle persone che la parlano. Non è un caso che questa disciplina sia nata dopo la Seconda Guerra Mondiale in due paesi come Stati Uniti e Regno Unito, nei quali il melting pot che si era creato a seguito di forti movimenti migratori ha dato vita a situazioni linguistiche e sociali di notevole complessità e interesse.

    Labov, per esempio, si è occupato di analizzare l’African American Vernacular English (AAVE), conosciuto anche come Black English, ovvero la varietà di inglese parlata dalla comunità afro-americana oggi popolare a livello internazionale specialmente grazie alla musica rap. Cantanti come Coolio, 50 Cent, Tupac Shakur e altri hanno esportato attraverso i loro brani alcuni tratti distintivi dell’AAVE: torneremo in seguito su questo e altri discorsi relativi all’inglese delle canzoni.

    Relativamente all’American English, Labov si è anche concentrato sul cosiddetto Northern Cities Shift, uno “spostamento” – da cui la parola “shift” – nella pronuncia delle vocali nella varietà conosciuta come Inland North, parlata nella regione dei Great Lakes e comprendente città quali Chicago, Buffalo o Detroit. In un’intervista rilasciata qualche anno fa a The New Yorker, Labov spiega che l’intenzione degli abitanti delle regioni dell’Inland North era quella di distinguersi proprio attraverso la pronuncia dai parlanti degli stati più a meridione. Tra l’altro, l’Inland North ha fornito la base al General American che troviamo sui dizionari come standard di pronuncia, accanto al modello di riferimento britannico della RP. E’ da questa regione che provengono personalità politiche quali il fu Presidente, nonché ex-attore, Ronald Reagan, il repubblicano Mitt Romney e l’attuale Secretary of State (equivalente al nostro Ministro degli Esteri) Hillary Clinton.

    A proposito di United States, vale la pena spendere qualche parola sulle presidenziali del 6 novembre che vedono fronteggiarsi proprio Romney e Barack Obama. A eleggere formalmente il presidente degli USA è un collegio di 538 cosiddetti grandi elettori, in rappresentanza dei singoli stati. A eccezione di Maine e Nebraska, in ciascuno stato il candidato che ottiene più voti si aggiudica tutti i grandi elettori dello stato stesso. Per esempio, chi vince in California può contare su 55 elettori, mentre il candidato che ottiene più voti in Florida se ne aggiudica 29: per diventare presidente, l’importante è arrivare ad almeno 270.

    Può succedere che un candidato vinca in un numero di stati che gli consentono di arrivare a 270 grandi elettori senza tuttavia avere ottenuto la maggioranza del voto popolare complessivo. Per esempio, nel 2000 Al Gore ricevette dalla gente più voti di George W. Bush, il quale però poté contare su 271 grandi elettori.

    Le polemiche che seguirono il voto, in particolare a causa di presunte irregolarità nella Florida, decisiva per l’elezione di Bush, devono essere state un’autentica benedizione per Labov e i suoi assistenti: grazie ai cosiddetti Bushisms del buon George W., un mix di gaffe lessicali, grammaticali e culturali, il lavoro per i sociolinguisti in questi anni non è certo mancato…

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Accento inglese, rhotic e non-rhotic: caratteristiche e differenze

    Accento inglese, rhotic e non-rhotic: caratteristiche e differenze

    Tra le possibili categorizzazioni degli accenti inglesi, particolarmente rilevante è la suddivisione tra rhotic e non-rhotic. Il primo dei due gruppi contraddistingue gli accenti, tra i quali il General American (o GA), che pronunciano il fonema /r/ a fine parola o sillaba tra un suono vocalico e uno consonantico. Al contrario, i parlanti del secondo gruppo, tra i quali coloro che pronunciano seguendo la Received Pronunciation britannica, non pronunciano il fonema /r/ nei casi appena menzionati e rappresentano quindi la categoria dei non-rhotic accents.

    Succede così che la parola art (“arte”) venga letta come: /ɑːt/ dal gruppo di speaker non-rhotic e come /ɑːrt/ dai parlanti appartenenti agli accenti rhotic.

    La stessa differenza è riscontrabile alla fine o all’interno di parole quali: car (“macchina”), hard (“duro”, “difficile”), park  (“parco”), lark (“allodola”), artificial (“artificiale”), Parliament (“Parlamento”), Barbican (una stazione della metropolitana di Londra)… Potremmo andare avanti all’infinito.

    Relativamente al contrasto rhotic vs. non-rhotic esistono poi all’interno di Gran Bretagna e Stati Uniti dei casi specifici. Per quanto la Received Pronunciation rappresenti infatti la pronuncia di riferimento del British English, l’accento scozzese  è invece classificato come rhotic. Se ascoltate con attenzione un discorso di Alex Salmond, leader dello Scottish National Party, noterete quanto sia forte l’elemento rhotic nella sua pronuncia.

    A proposito, come già accennato qualche settimana fa, le lancette corrono verso l’autunno del 2014, quando la Scozia potrebbe dichiararsi indipendente in un referendum sull’eventuale distacco dalla corona britannica. Non è mia intenzione schierarmi per lo yes o per il no, ma sicuramente una notizia che dovrebbe confortare tutti è che in testa alla sua agenda Salmond ha inserito, nell’eventualità di una Scozia indipendente, l’abolizione delle armi nucleari, la cui presenza nel mondo incombe come una pistola continuamente puntata sulle nostre teste. E’ una benedizione che un politico influente prenda un’iniziativa di questo tipo e non è una coincidenza che alcune organizzazioni per il disarmo nucleare abbiano scelto proprio Edinburgh come sede dei loro incontri annuali già dal 2013.

    In maniera specularmente opposta al caso scozzese, l’accento di Boston vede l’assenza di /r/ nella coda di una sillaba o alla fine di una parola, sebbene il General American, ovvero lo standard americano, sia un accento rhotic. Forse non è un caso che per esempio proprio la città della mitica squadra di basket dei Celtics (nome che rimanda alle originarie popolazioni della Britannia, ovvero i Celti) sia considerata la più europea (e britannica) degli Stati Uniti.

    Vale la pena a questo punto spendere qualche parola a proposito delle differenze regionali (quindi a livello geografico, non sociale) dell’American English. Si distinguono tre varietà regionali: Southern, che dal Maryland copre la East Coast verso sud, per arrivare alla Florida, e verso sud-ovest fino al Texas; Midland, un’area molto ampia che si estende dalla Pennsylvania alla Virginia, passando per Ohio e Illinois fino alla West Coast; Northern, che tocca il Montana, North Dakota, gli stati dei Grandi Laghi e raggiunge il Maine.

    Tuttavia, è opportuno sottolineare che a differenza delle notevoli diversità di pronuncia e vocabolario che si riscontrano su uno spazio tutto sommato limitato quale la Gran Bretagna, l’inglese americano appare assai più omogeneo.

    Daniele Canepa 
    [foto di Diego Arbore]

  • Inglese facile e corsi veloci: le trappole illusorie del mercato

    Inglese facile e corsi veloci: le trappole illusorie del mercato

    Per quanto le sue origini siano nelle public schools del sud dell’Inghilterra, quello della Received Pronunciation è un accento sociale e non necessariamente legato a una certa area geografica. Tuttavia, nella pronuncia dell’inglese è anche possibile individuare delle varietà regionali. Una macro-distinzione che spesso si fa è tra accenti del nord e del sud dell’Inghilterra: in questo caso sono spesso i suoni vocalici a essere differenti.

    La vocale all’interno delle parole bus e cup per esempio è negli accenti settentrionali (Newcastle, Leeds, ecc) più vicina al suono /ʊ/ rispetto alla pronuncia RP che conosciamo, ovvero /bʌs/ nel primo caso e /kʌp/ nel secondo.

    Differenze nella pronuncia dei suoni vocalici sono comunque riscontrabili non solo tra nord e sud ma anche in altre aree specifiche. Nell’est di Londra, in corrispondenza con l’estuario del Tamigi, in inglese Thames, i Cockneys (tale è il nomignolo affibbiato agli esponenti della working class del London East End) hanno sviluppato un accento particolare, oltre a espressioni colloquiali divertentissime delle quali parleremo in futuro, con una pronuncia particolare delle vocali, in alcuni casi distinta rispetto alla Received Pronunciation.

    Se volete capire meglio di che cosa sto parlando, vi consiglio di guardare in lingua originale Lock, Stock and Two Smoking Barrels (tradotto in italiano come “Lock & Stock – pazzi scatenati”) del regista Guy Ritchie. Farete fatica a capire non solo per la presenza di espressioni gergali tipiche dell’underworld londinese, ma anche proprio per una questione fonetica. Per fortuna, comunque, i dvd permettono di usare i sottotitoli e rivedere il film in italiano… Il film è una sorta di Pulp Fiction in versione londinese e se amate il genere vale davvero la pena di essere visto.

    Tornando agli accenti dell’inglese, Gran Bretagna e Irlanda sono ricchissime di varietà e non basterebbero dieci puntate a illustrarle nel dettaglio. Se qualcuno volesse tuttavia approfondire il discorso, consiglio l’opera di Peter Trudgill, The Dialects of England.  Attenzione: non si tratta di una lettura leggera quanto quella di Harry Potter…

    Per uno studente di inglese come seconda lingua, comunque, la cosa importante è essere consci che esistono queste differenze e non disperarsi se si capita in un posto, che sia Britain o Ireland, dove inizialmente si stenta a capire la popolazione locale. Il primo passo è infatti quello di avere una buona base di vostra conoscenza del BBC English, ovvero del modello di riferimento comprensibile a tutti. Una volta consolidato quello, pian piano potete sforzarvi (e alla lunga perché no divertirvi) di individuare le differenze tra i diversi accenti regionali.

    Addentrandoci nei meandri della lingua, state forse realizzando che conoscere approfonditamente l’inglese  non è semplice quanto bere un bicchier d’acqua, o un piece of cake, come si dice in English. Servono davvero blood and tears – “lacrime e sangue” – per apprendere, in un percorso di continuo miglioramento che tra l’altro può andare avanti tutta la vita. Detto questo, non certo è mia intenzione scoraggiare le persone dallo studio dell’inglese, semmai il contrario. Tuttavia, credo che in generale e con gli studenti di una lingua in questo caso paghi sempre l’onestà e il tentativo di mettere le persone davanti alle cose per quello che sono, per quanto difficili e faticose.

    Invece, ciò che purtroppo riscontro vedendo video-spot in tv o su Internet o cartelloni dai titoli mirabolanti quali Easy English”, “L’inglese facile”, “Impara in due ore”, ecc. è che il mercato è zeppo di trappole illusorie dietro alle quali c’è solo una grande volontà di fare soldi, spesso completamente scollegata dall’obiettivo che gli studenti progrediscano effettivamente nell’apprendimento.

    Il risultato è che la gente investe notevoli risorse senza riscontrare un miglioramento significativo e quindi, frustrata, ci arriva davvero a scoraggiarsi e a pensare di “non essere portata per le lingue”, idea sbagliata, in quanto il cervello umano e quindi di ognuno di noi ha la caratteristica di essere programmato per imparare potenzialmente qualsiasi lingua.

    Ciò che si trova alla base di un apprendimento efficace è piuttosto la motivazione che ci spinge a imparare: una volta trovata quella, nulla ci potrà fermare… With a little patience,  “Con un po’ di pazienza”, come diceva il grande T.S. Eliot, poeta e Premio Nobel per la letteratura.

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • British Broadcasting Company: la BBC nella lingua inglese

    British Broadcasting Company: la BBC nella lingua inglese

    BbcSolo una minoranza di parlanti nativi usa la Received Pronunciation, insegnata, o come dice il termine stesso “ricevuta”, nelle scuole di élite e negli atenei britannici più prestigiosi.
    RP non è peraltro l’unico termine che descrive l’accento di riferimento presentato nei vocabolari di lingua inglese. A esso, sempre più sovente, viene preferita la definizione BBC English. Dal punto di vista fonetico, infatti, tra gli speaker che lavorano per la più grande società radiotelevisiva al mondo si riconosce una generale uniformità di pronuncia, per quanto essi provengano da diverse aree dell’Inghilterra, della Scozia e del Galles. Vale la pena a questo punto fare una pausa nello studio degli aspetti linguistici e spendere qualche parola proprio a proposito della BBC.

    Nata nel 1922, la British Broadcasting Company ha fatto scuola nel mondo dal punto di vista giornalistico e televisivo. Se possiamo paragonarla a Mamma RAI per la sua funzione di servizio pubblico, possiamo però dire che il livello della BBC sta a quello della RAI più o meno quanto la Premier League sta alla Serie C indonesiana (non me ne vogliano i calciatori di quel paese). Tra l’altro, la BBC non si occupa soltanto di quanto accade sul territorio nazionale, ma fornisce anche tramite il canale BBC World una prospettiva di respiro interculturale e internazionale. Tra i suoi obiettivi, illustrati pubblicamente sul suo sito, si trova infatti quello di “portare il Regno Unito nel mondo e il mondo nel Regno Unito” (“Bringing the UK to the world and the world to the UK“). I suoi documentari e réportage sono in alcuni casi degli autentici capolavori. Mi è recentemente capitato di vederne uno in sei parti, girato nel 1995, dal titolo The Death of Yugoslavia: descrive in modo dettagliato le cause di quella tragedia che è stata la guerra nell’ex-Jugoslavia e ne consiglio la visione a coloro i quali sono interessati all’argomento.

    In generale, è proprio lo stile giornalistico britannico, non solo della BBC, che dovrebbe essere preso a modello. Gli intervistatori inglesi mettono sotto pressione l’intervistato, che si tratti di un politico, di un imprenditore o di un calciatore. Quanto sono lontani il loro atteggiamento e la loro professionalità dalle interviste su misura di giornalisti alla Vespa & co, sempre pronti a formulare domande accomodanti e concilianti e soprattutto attentissimi a non fare le domande che potrebbero risultare scomode!

    Per dare invece un esempio di giornalismo più “battagliero” (o forse di puro e semplice), giusto qualche mese fa su BBC2 Jeremy Paxman ha letteralmente schiantato Chloe Smith, giovane esponente del governo conservatore, in un’intervista terminata con un: “Do you ever think you’re incompetent?” ovvero: “Pensa mai di essere un’incompetente?” Probabilmente la Smith sognerà questa domanda per anni nei suoi incubi peggiori. D’altra parte, in Gran Bretagna la stampa è considerata lo watchdog di chi si trova al governo: un cane da guardia, non una vespa senza pungiglione.

     

    Daniele Canepa

  • L’importanza della pronuncia nello studio della lingua inglese

    L’importanza della pronuncia nello studio della lingua inglese

    Introducendo la Received Pronunciation nelle precedenti puntate, abbiamo spostato la nostra attenzione sulla pronuncia dell’inglese. “Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire,” direbbe Dante Alighieri…

    Eh sì. Perché non si capisce bene per quale motivo, ma troppo spesso l’insegnamento e il conseguente apprendimento dell’inglese tralascia la componente fonologica, ovvero relativa ai suoni della lingua, a vantaggio di quella grammaticale e lessicale.

    Eppure, la fonologia dell’inglese meriterebbe davvero di essere approfondita. Infatti, per ragioni di storia della lingua, spesso spelling e pronuncia non corrispondono. Prendiamo per esempio le parole: doubt e debt (“dubbio” oppure “dubitare” e “debito”). In entrambi i casi la “b” è muta, nonostante sia stata mantenuta nella grafia in ossequio ai termini latini originari, dubitare e debitum. Il suono /b/ risulta assente anche in  thumb e bomb (“pollice” e “bomba”), così come in tomb , che si legge:   /tuːm/ e forse manderà in crisi alcuni di voi che hanno sempre letto il titolo del famoso gioco e poi film Tomb Raider in un modo molto distante da quello corretto.

    Potremmo poi parlare della “k” muta nei vocaboli che iniziano per “kn-“ quali know, knowledge, knee (“conoscere/sapere”, “conoscenza”, “ginocchio”); oppure della “p” che non si pronuncia in psychology, psychiatry, psycho (quest’ultimo ha il significato di “folle” e “psicopatico” oltre a essere il titolo di un celebre film di Hitchcock) e di diversi altri esempi.

    Ma perché è così importante conoscere la pronuncia di ogni singola parola? Si tratta forse di una fissazione di alcuni insegnanti particolarmente severi o, per dirla con un termine inglese, nitpicking, “pignoli”? Non è soltanto un discorso relativo a ciò che noi stessi riusciamo o non riusciamo a comunicare. Il nostro interlocutore, infatti, visto il contesto, sarà presumibilmente in grado di capirci se sbaglieremo la pronuncia di una parola all’interno di un intero discorso articolato.

    Conoscere la pronuncia corretta è invece quanto mai utile se la direzione della comunicazione va nel senso opposto, ovvero dal nostro interlocutore a noi. Se veniamo colti impreparati e siamo sorpresi di fronte alla pronuncia di alcune parole, potremo tendere a perdere anche il senso più generale del discorso, specialmente se si tratta di parole chiave.

    Pensate per esempio a quanto importante può essere la mancata comprensione della sopracitata parola “debt” all’interno di un intervento di carattere economico – e attualmente quante volte si sente parlare di sovereign debt!

    Se l’intento è quello di perfezionare sempre di più la conoscenza dell’inglese, l’impegno dovrà quindi andare nello sviluppo di una “coscienza fonetica” oltre che di uno sforzo teso all’arricchimento del vocabolario o a una comprensione più approfondita delle strutture grammaticali. “Che noia e che barba”, potrete pensare: “La vita è già dura e ci mancava solo la “coscienza fonetica” a rendere più difficile lo studio dell’inglese.”

    Nonostante la presenza di diversi venditori di fumo – in inglese si definiscono cheats – che invadono il mercato dell’insegnamento dell’inglese con titoli come “Easy English”, “L’inglese veloce”, “Imparare l’inglese senza sforzi”, ecc. l’apprendimento dell’inglese, così come di ogni disciplina, prevede invece grandi sforzi e un costante desiderio di migliorare… Il processo sarà forse lento, magari costellato di ostacoli e difficoltà, ma proprio per questo alla fine darà enormi soddisfazioni e risultati garantiti e molto più duraturi.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Received Pronunciation: un accento di classe nella lingua inglese

    Received Pronunciation: un accento di classe nella lingua inglese

    Andrew Mitchell è un esponente del Conservative Party, attualmente al governo nel Regno Unito, all’interno del quale occupa il ruolo di Chief Whip, occupandosi di aspetti disciplinari nel partito. Per esempio, controlla che i Members of Parliament-  o semplicemente MPs – del suo gruppo siano presenti in aula, partecipino alle votazioni e seguano i dettami del governo facendone passare le proposte di legge.

    Oltre a ricoprire questo incarico prestigioso, però, ho delle buone ragioni per ritenere che nel tempo libero Andrew Mitchell si dedichi alla lettura della rubrica di Era Superba sulla lingua inglese. Già, perché non avrei altri modi per spiegare la tempestività con la quale il Chief Whip si è reso protagonista di un episodio di spudorato classismo, a riprova di quanto il tema dell’us and them, che abbiamo introdotto la scorsa settimana, sia non solo reale ma anche assolutamente attuale.

    Pochi giorni fa, Mitchell si stava recando in bici a Downing Street, la sede del Primo Ministro britannico, il conservatore David Cameron. Al cancello, però, i poliziotti di guardia gli hanno negato l’accesso, che il regolamento prevede debba avvenire a piedi. Mitchell non l’ha presa bene e dopo una discussione animata ha chiuso il siparietto apostrofando gli agenti come: “Plebs”, plebaglia.

    A onor del vero, la versione secondo la quale il Chief Whip avrebbe dato dei plebei ai poliziotti è stata data dagli agenti stessi, mentre l’esponente conservatore, seppur scusandosi per lo scatto d’ira, sostiene di non avere usato tale termine offensivo: un’inchiesta stabilirà chi dice la verità.

    Quello che ci interessa, tuttavia, è tornare all’aspetto linguistico collegato a quello sociale e culturale. La presenza del classismo in UK  è percepibile attraverso episodi analoghi a quello di Andrew Mitchell, ma anche, come anticipato, nella lingua e in particolare nella pronuncia. La RP, la pronuncia “ricevuta” nelle élitarissime public schools  e in ambito universitario a Oxbridge (composto di Oxford e Cambridge) è uno status symbol ed è l’accento proprio della ristretta classe di potere britannica.

    E’ importante sottolineare il carattere non regionale della Received Pronunciation. In Italia siamo abituati ad accettare ogni tipo di accento locale, purché il nostro interlocutore parli in modo comprensibile. Non sono la pronuncia o la cadenza che ci fanno capire il suo background culturale e sociale. Poco importa se questa persona proviene da Firenze e pronuncia “bene” con la “e” aperta oppure se è cresciuta a Parma e ha una “r” particolarmente rotata: sono in realtà la sua proprietà di linguaggio, il suo vocabolario e la sua correttezza espressiva a rivelarci chi è.

    La RP, invece, è un accento di classe, per quanto affondi  le proprie radici nel sud dell’Inghilterra, dove infatti si trovano sia Oxford e Cambridge sia le public school più prestigiose (guarda caso Mitchell ha studiato alla Rugby School e si è laureato a Cambridge ).

    La domanda che può sorgere è: se si tratta di un accento proprio di un numero così ristretto di persone, perché gli viene dedicata così tanta attenzione?

    Come studenti di lingua inglese, conoscere che cosa è la RP è imprescindibile. Quando i dizionari presentano la pronuncia di una parola, il modello britannico di riferimento che usano è la Received Pronunciation. Per esempio, se non sapete come si legge la parola derby, troverete tra parentesi oblique /ˈdɑː.bi/ e potrete essere certi che, per quanto guardata con antipatia dalle working classes, quella pronuncia “ricevuta” sarà comprensibile a tutti.

    Proprio per questa ragione la RP ha un ruolo fondamentale, in quanto permette allo studente disorientato in quella autentica giungla che è la pronuncia inglese di avere un modello di riferimento saldo al quale fare affidamento per farsi capire dal suo interlocutore.

    Ma come mai – sarà la successiva domanda – è un accento così élitario a essere diventato il modello di riferimento?  Ahimé, la risposta in questo caso è che in una lingua non vige la democrazia e che la varietà linguistica che si afferma è quella di chi detiene il potere. E proprio da quest’ultimo sono al momento esclusi coloro che Mitchell & co. chiamano plebs.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Lingua e cultura inglese, le due facce della medaglia

    Lingua e cultura inglese, le due facce della medaglia

    “Studiare una lingua significa studiare una cultura”, ripeteva un mio docente all’università. Nel mio percorso di studente questo è stato un insegnamento davvero prezioso. E’ mia convinzione, maturata attraverso l’esperienza personale, che la curiosità di conoscere delle abitudini e una visione del mondo diverse dalla nostra costituisca davvero la base e non un semplice “di più” di un apprendimento efficace di una lingua straniera.

    Per quanto sia fondamentale imparare nuovi vocaboli, avere una pronuncia corretta e conoscere i tempi verbali, ecc. non possiamo dimenticare che la lingua e la cultura nella quale essa è parlata sono profondamente interconnesse. Comportamenti, regole, modi di relazionarsi con gli altri, taboo tipici di una cultura derivano da pensieri che vengono tradotti in parole e azioni, le quali a loro volta influenzano la formulazione di nuovi pensieri ed espressioni e così via.

    In relazione all’inglese e alla cultura britannica, credo che valga la pena soffermarsi su un aspetto importante, condensato nell’espressione inglese us and them” – “noi e loro”.

    Nella società del Regno Unito esiste una forte componente classista. Premettendo che non è mai giusto fare di tutta l’erba un fascio e che le persone vanno giudicate singolarmente e non in quanto appartenenti a questo o a quel gruppo, è tuttavia vero che in alcuni tra coloro che appartengono alle upper classes – gli strati sociali più elevati – è spesso riscontrabile un atteggiamento paternalistico falsamente buonista, o all’opposto di disprezzo, nei confronti  delle lower classes. Allo stesso modo le working classes – altra definizione per le classi meno agiate – osservano l’aristocracy  dallo spioncino dei tabloid, i giornali scandalistici, tendenzialmente nazionalistici, definiti anche come gutter press . Da un lato si fanno beffe, per esempio, del principe Harry che si fa paparazzare nudo a Las Vegas in compagnia di qualche signorina e svariate bottiglie di alcolici. Dall’altro, però,  lo invidiano perché in fondo aspirerebbero a raggiungere quello status sociale.

    “Why do we have to live ‘ through’  them?”, “Perché dobbiamo vivere ‘attraverso’ di loro?” Si chiede una domestica mentre alcuni suoi colleghi stanno spettegolando dei rispettivi padroni in una scena del film Gosford Park di Robert Altman, un ritratto delizioso dei complessi rapporti tra nobiltà e servitù, definibile anche come Master and Servant, titolo di un famoso pezzo dei Depeche Mode, oppure upstairs and downstairs. Come illustrato da Altman, “padroni” e “servi” alloggiavano nelle ville signorili, in due piani separati dalle stairs, le scale.

    Us and them è un atteggiamento proprio anche della politica britannica. L’attuale Primo Ministro britannico, il conservatore David Cameron, è stato criticato per essersi circondato di ministri provenienti come lui da Eton College, una delle scuole private più prestigiose – ma anche fortemente elitarie – del Regno Unito.

    D’altra parte anche l’ex premier laburista Tony Blair ha dimostrato la sua simpatia per i circoli di potere riservati a pochi eletti che decidono a porte chiuse i destini del mondo, come il Gruppo Bilderberg, del quale i media si dimenticano (?) di parlare, nonostante vi partecipino le 100 figure più influenti dell’economia, delle comunicazioni, dell’imprenditoria e della politica globale (compreso SuperMario Monti).

    Ma in quale modo si manifestano “Upstairs and downstairs” e “us and them” nella lingua, se essa come abbiamo detto è legata alla cultura? La risposta è in una citazione dallo scrittore G.B. Shaw:  “It is impossible for an Englishman to open his mouth without making some other Englishman hate or despise him.” In parole povere, ogni volta che un inglese apre bocca, matematicamente qualche altro inglese lo disprezzerà.

    Nelle scuole più esclusive e costose del Regno Unito – chiamate paradossalmente public schools   – viene insegnata la cosiddetta Received Pronunciation, RP,  la pronuncia “ricevuta”, che diventa quindi un segno distintivo di appartenenza alle upper classesLa RP è un accento sociale più che geografico, in quanto viene usata nel Regno Unito soltanto dalla ristretta élite che ha avuto la possibilità di avere un certo tipo di istruzione. “Dimmi come pronunci e ti dirò a quale classe sociale appartieni.” Us and them, appunto.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Lingue celtiche: in Gran Bretagna non si parla solo inglese

    Lingue celtiche: in Gran Bretagna non si parla solo inglese

    L’inglese non è l’unica lingua parlata nell’Arcipelago Britannico. Se prendete un treno a Cardiff in Galles, noterete che gli annunci vengono dati in una lingua a voi comprensibile, l’inglese, e in una totalmente differente, il gallese. In Irlanda esistono due lingue ufficiali, ovvero inglese e gaelico irlandese e analogamente in Scozia, nelle Highlands, esiste una comunità di circa ottantamila persone che oltre all’inglese conosce il gaelico scozzese.

    Ma quanto è simile ciascuna delle lingue sopracitate all’inglese? Più o meno tanto quanto l’italiano può essere simile al croato (quindi ben poco, ve l’assicuro per esperienza personale). Le varietà che ho citato appartengono alla categoria delle lingue celtiche. Vale a dire? Per capire meglio è opportuno fare alcuni passi indietro.

    A partire dal XVIII secolo i linguisti hanno riscontrato, sulla base della comparazione tra diverse lingue, delle sorprendenti similitudini, specialmente nel vocabolario della vita quotidiana. Da questi confronti è stata ricostruita una lingua chiamata “indoeuropeo”, che rappresenta l’origine comune della maggioranza – non di tutte – delle lingue parlate ancora oggi dal Portogallo all’India. Alle lingue indoeuropee appartengono per esempio il gruppo delle lingue germaniche, tra cui l’inglese, le lingue romanze, tra cui l’italiano e, appunto, le lingue celtiche.

    Se da un lato in Scozia, Irlanda e Galles le lingue celtiche hanno un forte valore identitario culturale, dall’altro hanno rischiato e rischiano ancora di estinguersi. Nel corso degli anni in queste regioni, per quanto percepito a lungo come lingua dell’invasore, l’inglese è diventato imprescindibile se si volevano trovare opportunità di crescita lavorativa e sociale, oppure semplicemente sopravvivere.

    A questo proposito, bellissima, per quanto triste e violenta, è una delle scene iniziali di The Wind That Shakes the Barley del regista Ken Loach, in cui i soldati della corona britannica uccidono un ragazzo reo di rispondere in irlandese a una domanda posta in inglese.

    Ormai, nell’Eire e in Scozia e Galles, i parlanti monolingui – una schiacciante maggioranza – conoscono solo l’inglese, mentre i bilingui parlano una lingua celtica e l’inglese. Nessuno parla soltanto il gaelico o il gallese.

    In Scozia, a rendere il quadro ancora più variopinto è la presenza dello Scots, varietà germanica molto vicina all’English. Per gli scozzesi, lo Scots è una lingua a sé stante, con pronuncia e vocaboli differenti, come loch, kirk, hame, tae, ecc. invece di “lake”, “church”, “home”, “to”. Alcuni, soprattutto in Inghilterra, sostengono che lo Scots è un dialetto dell’inglese. Al contrario, per la maggior parte degli scozzesi è ovviamente una lingua. Siccome è la volontà della comunità che parla una varietà linguistica a determinare il suo status di lingua o dialetto, potremmo considerare lo Scots come una lingua, anche se il dibattito rimane ancora aperto. Tuttavia, esso è sicuramente distinto dal gaelico scozzese, che appartiene al gruppo celtico.

    Proprio l’aggettivo “celtico” è salito alla ribalta da un po’ di anni anche in Italia Settentrionale. Per un certo periodo, un partito politico ha sbandierato tra i suoi cavalli di battaglia l’eredità celtica della Pianura Padana. Secondo alcuni leader di questo partito, tale patrimonio culturale celtico distinguerebbe il Nord dal resto dell’Italia e sarebbe uno dei motivi fondanti per un’eventuale secessione. Facendo questa affermazione, ci si dimentica che nelle regioni padane non parliamo lingue celtiche da secoli, ma lingue, o dialetti, derivati dal latino, veneto e “lumbard” compresi.

    La guerra devastante terminata da pochi anni e a pochi chilometri da casa nostra, in Yugoslavia, è iniziata anche facendo leva su clamorose balle storiche e linguistiche, per cui dovremmo andare cauti con certi argomenti. E poi, senza scomodare la storia, basterebbe conoscere l’origine del proprio nome: Umberto e Roberto, per esempio, sono nomi longobardi, popolo e cultura germanica e non celtica. Lasciamo in pace Re Artù, lui, sì, celtico doc.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Geografia del Regno Unito: in quale paese si trova Edimburgo?

    Geografia del Regno Unito: in quale paese si trova Edimburgo?

    Conosco poche persone, cittadini britannici compresi, che hanno le idee chiare in merito alle differenze tra Galles, Inghilterra, Irlanda, Scozia, ecc. Se vi trovate per esempio a Cardiff ed esclamate: “I’m in England“, la gente del luogo – il Galles – vi guarderà di traverso e sarà poco propensa a bere con voi una pinta di birra al pub, uno dei passatempi preferiti da quelle parti oltre al rugby.
    Stessa cosa se ripetete tale affermazione a Glasgow o a Edimburgo, le principali città della Scozia. E non credo che vi andrà meglio se a Manchester affermate di essere in mezzo agli scozzesi, o se a Dublino pensate di farvi degli amici gridando: “Long live the Queen!” (“Lunga vita alla regina”).

    Siccome in questa e in alcune prossime puntate accenneremo alle varietà linguistiche all’interno di questi territori, mi sembra opportuno partire con un breve ripasso, o chiarimento, relativamente a che cosa rappresentano dal punto di vista geografico e politico i termini in questione. Partiamo dai nomi italiani e corrispettivi inglesi:

    The British Isles – l’arcipelago britannico, comprendente diverse isole, tra le quali le due principali: Great Britain, o Britain – Gran Bretagna; Ireland – Irlanda

    Si trovano in Gran BretagnaEngland – Inghilterra; Wales – Galles; Scotland– Scozia

    Mentre sull’isola irlandese abbiamo: Republic of Ireland – Repubblica d’Irlanda; Northern Ireland – Irlanda del Nord

    I paesi della Gran Bretagna – quindi England, Scotland, Wales – e l’Irlanda del Nord formano il Regno Unito, United Kingdom in inglese, il cui capo dello stato è Queen Elizabeth II e la cui capitale è Londra. La Republic of Ireland, invece, è una repubblica parlamentare dal 1949 con capitale a Dublino, che da sola ospita circa un quarto dell’intera popolazione irlandese. Non è solo l’assetto istituzionale a contraddistinguere l’Eire – tale è il nome del paese in gaelico – ma anche la moneta usata, vale a dire il nostro amato e ben conosciuto Euro, a differenza del Regno Unito, che mantiene la Sterlina.

    Il quadro geopolitico in realtà dà sempre l’idea di essere provvisiorio, per quanto relativamente stabile da qualche decennio. Nonostante l’unione di Inghilterra e Scozia sia stata ratificata a partire dall’Act of Union del 1707, entro il 2014 la Scozia, guidata dall’attuale primo ministro Alex Salmond, potrebbe optare per l’eventuale indipendenza in un referendum popolare. Non so dirvi bene quali e quanti siano – se ce ne saranno – i vantaggi di un affrancamento da Londra. Sicuramente sarà contento il mio attore preferito Sean Connery, al servizio di Her Majesty nei film di 007, ma fiero sostenitore dell’orgoglio scozzese nella realtà. Chissà come gongolerà anche Mamma Rai, che potrà inviare a nostre spese non più solo uno, ma ben due corrispondenti in Gran Bretagna per dare man forte ai vari Caprarica, Masotti, & co. che si sono succeduti negli ultimi anni con servizi su Kate Middleton, le più improbabili teorie sulla morte di Lady D, i cappelli della regina Elisabetta e i nuovi tatuaggi di Beckham (delle tante storie di italiani a Londra ed Edimburgo per lavoro o per studio nemmeno l’ombra: sarebbero troppo formative).

    Fatto sta, comunque, che la rivalità tra Scotland ed England è molto accesa, per non dire accanita, così come tra Galles e Inghilterra o Irlanda e Inghilterra, per non parlare della situazione ancora molto tesa dell’Irlanda del Nord, divisa tra cattolici pro-Eire e protestanti pro-corona.

    Per fortuna, dopo secoli di guerre nel passato più e meno remoto, recentemente le antipatie reciproche si sono limitate alle manifestazioni calcistiche e rugbystiche. Già, perché caso più unico che raro il Regno Unito si presenta come Regno Disunito in quattro diverse rappresentative nella FIFA World Cup o nel mitico Torneo Sei Nazioni, al quale partecipa anche la nostra nazionale che puntualmente “piglia tante mazzate”, come canterebbero i 99 Posse. A Murrayfield, tempio del rugby di Edimburgo, lo stadio trema quando si canta l’inno scozzese, “Flower of Scotland, in particolare al verso dal tono schietto: “… and sent him homeward to think again”  (“… e lo rispedirono a casa a ripensarci su”), riferito a Edoardo II d’Inghilterra sconfitto dallo scozzese Robert Bruce – sì proprio lui, uno dei personaggi di Braveheart di Mel Gibson oltre che personaggio storico!

    E’ anche vero che però in alcuni casi le vittorie sportive hanno unito il paese, come nelle recenti Olimpiadi londinesi nelle quali, sull’erba sacra e a volte un po’ spellacchiata di Wimbledon, davanti a una folla in giubilo ha vinto la medaglia d’oro Andy Murray, tennista made in Scotland … ops, made in the UK, volevo dire.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • American o British english? Una questione di registro linguistico

    American o British english? Una questione di registro linguistico

    Tra il modello americano e quello britannico, per quanto concerne l’insegnamento della lingua inglese il nostro paese ha normalmente adottato come standard di riferimento il secondo, per ragioni di vicinanza politica, storica ed economica. La Gran Bretagna fa pur sempre parte della European Union nonostante non voglia abbandonare il British pound a favore dell’Euro e sebbene continui a mantenersi in una posizione di ‘ponte’ tra Europa e Stati Uniti.

    In regioni più vicine agli USA, quali il Giappone o l’America Latina, è invece normale che sia l’inglese americano a essere preso maggiormente in considerazione da insegnanti e studenti. A livello mondiale, tra l’altro, la potenza economica e militare statunitense ha avuto negli ultimi 60 anni un ruolo preponderante, con la conseguenza dal punto di vista linguistico di un crescente prestigio dell’American English rispetto alle altre varietà.

    In Italia, a scuola ascoltiamo dialoghi che fanno riferimento non solo alla pronuncia, ma più in generale alla cultura inglese. Quanti libri ancora presenteranno frasi di esempio molto British quali: “Would you like some tea?  Ci viene inoltre detto – perlomeno questa è stata la mia esperienza a scuola – che tra l’americano center e il britannico centre la seconda opzione è preferibile, oppure che “fare la doccia” si dice to have a shower e non to take a shower, come invece dicono nella terra di George Washington.

    La realtà è che attraverso i media e la Rete anche nell’inglese britannico stesso si stanno affermando molte forme americane: lo spelling del verbo equivalente al nostro “pubblicizzare” nel senso di “rendere pubblico”, ovvero to publicize, non farebbe più troppo scandalo in Inghilterra se preferito al più comune to publicise. Facendo un’analogia idrografica, potremmo paragonare l’American English all’Atlantico e il British English al Mediterraneo: per quanto entrambe impetuose, le acque dell’Oceano tendono ad avere la meglio ricacciando indietro quelle del nostro mare.

    La domanda tuttavia rimane: a quale modello dobbiamo fare riferimento? E se ne aggiunge un’altra: se noi siamo abituati al British saremo in grado di capire l’American? Come già accennato in altri articoli, per quanto ci riguarda dobbiamo scegliere uno dei due modelli ed essere coerenti. Se scriviamo utilizzando lo spelling britannico, dovremo farlo dal principio alla fine del nostro testo. Relativamente alla seconda questione, più il testo che leggiamo è di registro alto e meno evidenti sono le diversità tra British English e American English. Le differenze linguistiche tra un articolo del Washington Post e un editoriale del Guardian sono pressoché pari a zero. Diverso è invece il discorso se il registro è più basso, lasciando così spazio a espressioni gergali, colloquiali o tipiche di un determinato territorio o gruppo sociale. Per esempio, le diversità diventano certamente molto più marcate tra il testo di una canzone rap di Eminem e la popolare ballata irlandese The Irish Rover.

    Se da un lato si va comunque verso il modello di riferimento di uno World Standard English scritto specialmente in campi quali l’informazione, la politica, l’economia, la medicina e la scienza, dall’altro lo Spoken English, ovvero il parlato, presenta uno scenario molto più frammentato. Ne parleremo prossimamente. See you soon!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]