Categoria: Nice to meet you, English!

Un viaggio nella lingua inglese fra passato, presente e futuro a cura di Daniele Canepa

  • Work e Job, “lavoro”: le differenze fra le due parole inglesi

    Work e Job, “lavoro”: le differenze fra le due parole inglesi

    sicurezza-lavoro-edilizia-operai-DIGli studenti italiani alle prese con l’inglese commettono sovente l’errore di confondere l’uso delle parole work e job. È vero: entrambe significano “lavoro”, ma bisogna fare attenzione ai diversi contesti nei quali vengono usate.

    Partiamo prima di tutto da una distinzione morfologica: work può essere sia un sostantivo sia un verbo. Job, invece, è usato soltanto come sostantivo.

    Dal punto di vista del significato, con work s’intende “l’attività del lavorare”, non necessariamente collegata al fatto di ricevere uno stipendio. I have work to do today, “Oggi ho del lavoro da fare”, è un’affermazione che può essere fatta in ufficio, in magazzino o in fabbrica, ma anche a casa, con il significato di “faccende da sbrigare”. Al contrario, job si riferisce al lavoro inteso come “occupazione retribuita”. “What’s your job?” si può tradurre con: “Qual è la tua professione?”

    What a piece of work is man”, “L’uomo è una creatura suprema” è una delle innumerevoli espressioni introdotte da William Shakespeare nella lingua inglese; mentre work viene usato normalmente al singolare, è invece piuttosto frequente trovare il plurale jobs per indicare diversi tipi di professione o per parlare di “posti di lavoro”.

    “In Europa verranno persi 20 milioni di jobs nel settore industriale”, aveva predetto il filosofo ed economista belga Marc Luyckx Ghisi più di due decenni fa. Il suo appello cadde pressoché inascoltato perché si doveva fare business nell’immediato. Per colpa della scarsa lungimiranza di allora, ci troviamo oggi a fronteggiare la crisi della grande industria senza che si sia fatto alcunché per riconvertire la produzione e per preparare gli operai alla società della conoscenza, post-industriale, nella quale ci troviamo già in parte. D’altronde, vedendo casi come quello di ILVA Taranto, ci si chiede se valga davvero la pena avere un job che se da un lato dà la possibilità di portare a casa quanto serve per campare dall’altro mette a repentaglio quotidianamente la salute dei lavoratori. Credo che anche la gente di Sarroch avrebbe fatto volentieri a meno dei jobs e soprattutto dei veleni della Saras; i Moratti, proprietari dell’azienda, non commentano: le dichiarazioni si concentrano su ben altre questioni, il calciomercato dell’Inter su tutte … Una lista di priorità davvero ineccepibile!

    Tornando all’argomento con il quale abbiamo aperto, vi chiederete come possiamo definire il lavoro dello stagista: non sembra trattarsi di job visto che il malcapitato si reca in azienda pagando di tasca sua pranzo e trasporto e svolge le stesse mansioni di un normale impiegato senza ricevere un compenso. Il termine ancora non esiste, ma attendiamo fiduciosi la nascita di un nuovo Shakespeare che possa coniarlo … See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Love, non solo amore: in inglese sportivo significa anche zero

    Love, non solo amore: in inglese sportivo significa anche zero

    bandiera-inglese-londra-DIL’articolo della scorsa settimana gli ha portato fortuna: ce l’ha fatta Andy Murray a riportare il trofeo di Wimbledon in Gran Bretagna. L’ultimo tennista britannico a trionfare sul prato verde del Centre Court era stato Fred Perry – sì proprio lui, quello delle t-shirt – nel lontano 1936.

    Il punteggio a favore dello scozzese al termine della finale contro il serbo Novak Djokovic, è eloquente: tre set a zero o, come si dice in inglese, three sets to love.

    Love? Ma come: non voleva dire “amore”? In effetti, quest’ultimo è generalmente il significato più comune, ma love è anche una delle tante traduzioni possibili del numero zero in inglese. Nel caso del tennis, l’origine della parola è nel francese l’oeuf, l’uovo, la cui forma ricorda quella dello zero.

    Il termine non è però applicabile a tutti gli sport. Se si parla di un match di calcio, per esempio, 1-0 si legge one nil. Chi ancora conserva qualche vago ricordo del liceo noterà l’assonanza nil / nihil: quest’ultima è una parola latina con il significato di “niente”.

    Apro una piccola parentesi amarcord che si lega a questo discorso. Una decina d’anni fa mi trovavo in un piccolo stadio inglese ad assistere a una partita di League Two, più o meno la nostra ex Serie C2, alla quale era presente come panchinaro nella squadra ospite Paul “Gazza” Gascoigne, noto per essere tanto un talentuoso calciatore in campo quanto uno sciagurato bevitore nei pub di tutto il mondo. La squadra di casa vinceva uno a zero e il pubblico, per punzecchiare Gascoigne, iniziò a cantare: “Gazza, Gazza what’s the score” (“Gazza Gazza qual è il punteggio”). Da burlone qual era, egli si alzò e rispose: “One nil”. Caspita, pure Gascoigne, che parla un inglese incomprensibile anche ai suoi parenti più stretti, dimostrò così di avere una qualche infarinatura di latino. Forse lo aveva studiato nelle nottate romane quando giocava nella Lazio; in fondo sembra che bere qualche bicchiere aiuti a imparare le lingue straniere…

    Spostandoci dallo sport al cinema, come leggere allora Agent 007? Né lovenil. In questo caso, così come quando si vuole comunicare un numero di telefono, 0 si legge oh (pronunciato all’incirca “ou”). James Bond è quindi double oh seven. A proposito: che la smettano di produrre ulteriori seguiti dei film sull’Agente 007. Ci provano in ogni modo, ma di attori che ne impersonino lo spirito come Sean Connery non si è mai trovato e non si troverà più nessuno: né l’attuale interprete Daniel Craig né Pierce Brosnan e nemmeno Roger Moore,  la cui espressività era così ricca che una volta fu definito “uomo capace di riassumere tutte le emozioni umane nel movimento di un sopracciglio”.

    Esiste anche il termine zero, usato in matematica e per indicare la temperatura. The temperature dropped to zero degrees, “la temperatura è scesa a zero gradi”.

    Per concludere, l’ultima traduzione nella quale potete incappare è nought – è possibile anche lo spelling naught. Plans that come to naught, “programmi che non raggiungono nessun risultato”, cantavano i Pink Floyd in una delle loro canzoni capolavoro, Time.

    Noughts sono anche gli zeri nei numeri milionari o miliardari. Si tratta di quei noughts che sono sempre numerosi nelle cifre dell’acquisto di cose inutili e dannose, come i cacciabombardieri in uno Stato la cui Costituzione ripudia la guerra. Riguardo a quanti siano gli zeri quando si parla invece di educazione, sanità e cultura, la risposta la dà Gazza Gascoigne in latino: nihil, in omaggio a Pompei che crolla insieme al livello culturale della nostra Italia … See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Championships di Wimbledon, prima di tutto le tradizioni inglesi

    Championships di Wimbledon, prima di tutto le tradizioni inglesi

    tennis

    E’ ormai la 127ma volta che nell’ultima settimana di giugno e nella prima di luglio si giocano i Championships di Wimbledon. Ci sono altri prestigiosi tornei di tennis, ma se chiedete a un ragazzo con la racchetta in mano qual è il suo sogno vi risponderà senza esitare: “Vincere a Wimbledon”. Per entrare davvero nella storia dello sport un giocatore deve calcare con successo l’erba-tappeto del Centre Court e uscire vittorioso dall’ambita finale del torneo.

    Che cos’hanno di così speciale i Championships?  Certo, su quei campi sono transitati e hanno vinto delle autentiche leggende del tennis: Martina Navratilova, William Renshaw, Pete Sampras e Roger Federer per citare soltanto i più titolati. Tuttavia, se i protagonisti vincono, invecchiano e passano, è il contorno che rimane e che ogni luglio si ripresenta a rendere Wimbledon il torneo. Tradizione è la parola d’ordine e non c’è paese che riesca al pari dell’Inghilterra a rendere la ripetizione di gesti ed eventi un punto di forza e non un elemento di mera e monotona abitudine.

    Se è piuttosto usuale vedere giocatori che indossano magliette di colori anche sgargianti sugli altri campi, a Wimbledon ci si veste rigorosamente di bianco. Addirittura il recordman di vittorie ai Championships, Federer, in più di un’occasione si è presentato sul Centre Court con indosso un elegantissimo blazer immacolato che poi ha tolto subito prima di iniziare a giocare.

    Il chair umpire, il giudice di sedia, si rivolge alle giocatrici facendo precedere al cognome gli appellativi di “Miss” opure “Mrs” e chiamando in alcune circostanze “Mr” anche gli uomini. Altro elemento rimasto immutato è quello dei colori ufficiali del torneo, verde e viola, ripresi anche nelle aiuole all’esterno dei campi da gioco.

    Fuori dal campo, le strawberries and cream, fragole e panna, rimangono un punto fermo oltre che un piacere per il palato, consumate in quantità luculliane durante le due settimane del torneo, così com’è immancabile un drink a base di Pimm’s: d’altra parte siamo nel sud dell’Inghilterra!

    Wimbledon è anche lo specchio del classismo strisciante Oltremanica. Il torneo è organizzato dall’All England Lawn Tennis and Croquet Club – noto semplicemente come All England Club un circolo di tennis non propriamente aperto al pubblico, dato che le affiliazioni non possono superare il numero di 375 e che i membri sono tutti iper-selezionati in base al lignaggio. A presiedere il club è il Duke of Kent, il Principe Edoardo, il quale consegna personalmente il trofeo al vincitore. Proprio Edward, una decina d’anni fa, decise di interrompere la consuetudine che voleva che i giocatori facessero un inchino davanti ai membri della famiglia reale: francamente era ora che davanti alla Royal Family ci si potesse comportare come davanti a un qualunque essere umano. A dire il vero fa ancora eccezione la Regina, di fronte alla quale l’inchino è ancora previsto… Un giorno o l’altro arriveremo a eliminare anche quello.

    L’Inghilterra d’altronde è così, ricca di contraddizioni. La terra della Magna Carta del 1215, il primo rudimento di riconoscimento dell’uguaglianza di tutti i cittadini, è anche il paese in cui più di ogni altro resiste un forte classismo.

    Se da un lato la distinzione tra upper e lower class è molto netta, per tradizione il pubblico di Wimbledon e quello inglese in generale parteggiano invece per l’underdog, ovvero il contendente che parte senza i favori del pronostico.

    Quest’anno, tuttavia, il pubblico del Centre Court farà un’eccezione e tiferà per uno dei favoriti, Andy Murray, nella speranza che un britannico trattenga finalmente sull’isola il trofeo che vola regolarmente verso altri lidi dal 1938. Poco importa se Murray è scozzese e non inglese e poco importa se prossimamente la Scozia potrebbe dire sì a un referendum per staccarsi definitivamente da Londra: l’importante è poter affermare che si è vinto … See you!

     

    Daniele Canepa

     

  • Inglese e latino: parole anglosassoni che arrivano dall’antica Roma

    Inglese e latino: parole anglosassoni che arrivano dall’antica Roma

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIUscire dalla porta per rientrare dalla finestra. Il latino si traveste da inglese per poi ritornare nella sua terra d’origine, l’Italia. Accade così che, mentre siamo intenti a fare sfoggio della nostra pronuncia inglese che fa tanto international (parola, guarda caso, di origine latina), quando parliamo di mass media  in italiano, pronunciando alla maniera English (“midia”), ci stiamo dimenticando che in realtà entrambi i termini affondano le loro radici nel latino.

    Al pari di media, un altro termine inglese ormai quasi più diffuso di “mamma” e “papà” nel nostro vocabolario quotidiano è computer.

    Bravo Bill Gates, ci sei riuscito a coronare il tuo sogno di portare uno di questi arnesi all’interno di ogni casa; non dimenticare, però, il tuo debito nei confronti della lingua di Giulio Cesare e Cicerone e del verbo computare… E bada che nemmeno aggiungendo il personal  (dal sostantivo persona appartenente alla prima declinazione) potrai sfuggire alla latinità dei nostri PC, i personal computer.

    Che cosa dire poi di tutor? Leggere la parola così come è scritta sarebbe troppo semplice e allora via con il “tiutor”, che spesso diventa “tiuto” e rischia alla fine di trasformarsi in un “ciuccio”…

    Per tornare ad argomenti più vicini a Bill Gates, ecco il server, termine che secondo la definizione data da Wikipedia indica un “componente o sottosistema informatico di elaborazione che fornisce, a livello logico e a livello fisico, un qualunque tipo di servizio ad altre componenti (tipicamente chiamate client, cioè “cliente”) che ne fanno richiesta attraverso una rete di computer, all’interno di un sistema informatico o direttamente in locale su un computer.”

    Indovinate qual è l’origine di server? Anch’esso usato in ambito informatico, il termine proviene dal verbo latino servire o dal sostantivo della seconda declinazione servus.

    Wikipedia cita anche la parola inglese client, dal latino cliens, “cliente”, dal quale deriva anche “clientelismo” ovvero l’infame pratica di approfittare di un incarico pubblico al fine di instaurare un sistema illegale di favoritismi a danno della meritocrazia.

    Di esempi di clientelismo la nostra politica è colma. Portare a esempio l’azione di Berlusconi infierendo soltanto su di lui, dopo la sentenza di lunedì, assomiglia a picchiare un bambino impegnato a fare la po-po ed è comunque giusto solo in parte. Infatti, anche gli alleati di governo del PDL non se la cavano meglio quanto a clientelismi: consiglio a tale proposito la lettura di “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez. Peraltro, il marciume clientelare in Italia non è storicamente soltanto colpa della politica, ma anche di certa imprenditoria compiacente, a volte corruttrice a volte concussa…

    Ma torniamo all’argomento di oggi. Trovo interessante che, come abbiamo visto, molte delle parole inglesi correntemente usate nel lessico tecnologico italiano siano latine. La materia simbolo della modernità va a pescare a piene mani nell’antichità: that’s wonderful!

    Ciò potrebbe instillare il dubbio di voler rivalutare la propria posizione in coloro i quali caldeggiano l’abolizione del latino come materia di studio, definendolo “desueto e inutile”. Va bene, è auspicabile che tra le nuove materie a scuola emergano anche i nuovi media, i quali sono certamente il nostro futuro e in buona parte anche il nostro presente, ma il latino è la nostra storia e per sapere dove vogliamo andare è bene capire anche come siamo arrivati qui. See you!

     

    Daniele Canepa

  • L’esame di inglese ai politici italiani: errori, gaffe, promossi e bocciati

    L’esame di inglese ai politici italiani: errori, gaffe, promossi e bocciati

    Beppe GrilloSiamo a giugno ed è tempo di pagelle ed esami di maturità. Come se la cavano le personalità italiane più influenti con la lingua inglese? Passerebbero l’anno? Giudicando dai casi che ho preso in esame, il livello di preparazione sembra alquanto carente.

    Partiamo dal nostro ex massimo rappresentante, Silvio Berlusconi. La pronuncia alquanto singolare di United States  (lui li chiama Iunai Steis) non è certo un buon biglietto da visita, ma Silvio prosegue imperterrito trasformando anche but in buzz e and in av … Se a queste sommiamo la sua idea che Google sia in realtà Gogol (chissà, forse è un involontario omaggio all’omonimo scrittore russo)  possiamo desumere che quando parlava dell’importanza delle tre I (inglese, informatica, impresa) il Berlusca stesse pensando a se stesso e a un imminente ritorno tra i banchi di scuola, magari nella classe di Maristella, la compìta maestrina di campagna diventata Ministro della (D)Istruzione. Fail (“bocciato”).

    Meglio non fa il fido scudiero Ignazio La Russa, il quale, durante una conferenza stampa internazionale, dopo aver lasciato gli ultimi rimasugli delle sue unghie sugli specchi, non è in grado di mettere insieme più di cinque parole inglesi e deve infine cedere la parola a un collaboratore. D’altra parte, da un uomo che ha battezzato i suoi figli con i nomi di Geronimo e Apache ci si poteva aspettare che si esprimesse nella lingua di Sitting Bull, “Toro Seduto”, e non in quella di Buffalo Bill e del Generale Custer. Bocciato in inglese, ma promosso in cultura Sioux.

    Un po’ meglio, ma non troppo, se la cava Beppe Grillo, che in modo stentato riesce a comporre qualche frase di senso compiuto in un’intervista all’emittente CNBC. Rimandato.

    Passano l’esame di inglese, invece, Mario Monti ed Enrico Letta. E’ evidente che chi si esercita costantemente in una lingua straniera raggiunge ottimi risultati. I due, frequentatori assidui del blindatissimo, inavvicinabile e ultra-elitario gruppo internazionale Bilderberg, mostrano una buona padronanza dell’inglese. Promossi.

     

    Spostando l’attenzione all’ambito sportivo, per gli allenatori italiani sembra essere di moda – e di aiuto al portafogli – emigrare all’estero. E’ il caso del coach di basket Ettore Messina, entrato nello staff tecnico dei leggendari Los Angeles Lakers nel 2011-2012: il suo inglese è eccellente. Promosso.

    Non benissimo, invece, fece Carlo Ancelotti qualche anno fa: alla prima conferenza stampa da manager del Chelsea Football Club esordì con un I’m joke (letteralmente: “Sono scherzo”), anziché I’m joking (“Sto scherzando”), che fece sorridere i giornalisti presenti. A onor del vero, da quella conferenza stampa il suo inglese è via via migliorato. Promosso.

    In ultimo, non poteva mancare Giovanni Trapattoni. I suoi interventi in un italiano improbabile sono stati per anni fonte d’ispirazione per la trasmissione televisiva comica Mai Dire Gol. E’ stato però all’estero che l’allenatore milanese si è davvero scatenato; in Germania, al termine di una conferenza stampa passata alla storia, affermò: “Ich habe fertig,” che tradotto letteralmente dal tedesco significherebbe: “Io ho pronto” oppure “Io sono terminato”. In Irlanda, dove attualmente allena, si è distinto per la frase: “No say the cat is in the sac when you have not the cat in the sac.” Nell’ilarità generale, l’interprete è andata vicina allo svenimento … Come spiegare ai giornalisti: “Non dire gatto se non l’hai nel sacco?” Inutile sottolineare che pronunciata nel modo in cui è stata formulata da Trapattoni la frase non ha alcun senso. Tuttavia, i presenti sembravano aver compreso, forse grazie alla spontaneità del mitico Trap, a riprova del fatto che la comunicazione è fatta all’ottanta per cento di comunicazione non verbale. Promosso.

    See you!

     

    Daniele Canepa

  • Superare il doublespeak: comunicare, condividere e comprendere

    Superare il doublespeak: comunicare, condividere e comprendere

    microfono-radio-speaker-voce

    Come abbiamo visto nella puntata precedente, con il termine composto inglese Doublespeak si definisce il “dire senza dir nulla” al fine di fuorviare l’ascoltatore, nascondere la realtà a volte cruda e spiacevole dei fatti e arrivare in alcuni casi a capovolgere la verità.

    Ecco quindi che in campo economico si parla di spending review invece che di “tagli indiscriminati”, mentre in politica estera vanno di moda le peacekeeping missions, le missioni di pace, conosciute anche dalle popolazioni che le subiscono come “vere e proprie azioni di guerra”, le quali costano ogni anno anche al nostro paese tante morti inutili e diversi miliardi di Euro nonostante – minuscolo irrilevante particolare – tali missioni siano ripudiate dall’Articolo 11 della nostra Costituzione.

    Fingiamo invece di fare ciò che gran parte dei mass media non fanno quasi mai, ovvero andare nella direzione opposta del Doublespeak senza usare mezzi termini.

    Partiamo dal campo della gestione dei rifiuti con il “termovalorizzatore”, nel quale proditoriamente è stata inserita la parola “valore”, dal significato rassicurante, per addolcire la descrizione di un impianto che in realtà è un inceneritore. Non è un caso che chi è a favore di questo tipo di impianti preferisca usare il primo termine. Matteo Renzi, per esempio, non li ritiene nocivi alla salute, mentre il suo avversario (o mentore?) Berlusconi piazzerebbe un bel termovalorizzatore vicino agli ospedali, forse per permettere ai malati di svolgere delle salutari sessioni di inalazioni respirando, invece che l’eucalipto, parte del vapore prodotto nell’incenerimento dei rifiuti.

    Spostando l’attenzione verso il mondo del lavoro, si sta facendo strada il termine inglese placement, ancora poco noto e quindi sufficientemente elusivo, in affiancamento alla parola francese stage, la quale ormai nella percezione collettiva condensa il concetto di “periodo di lavoro gratuito in azienda con la flebile quanto illusoria speranza di arrivare dopo mesi a strappare un contratto sottopagato precario”. Un mio amico, giustamente, la definisce: “schiavitù dei giorni nostri”.

    A proposito di stage, è bene chiarire alcuni punti prettamente linguistici. La pronuncia corretta della parola che utilizziamo in italiano per indicare un periodo in un’azienda è alla francese e fa rima con garage, la quale già da tempo fa parte del nostro vocabolario.

    Anche in inglese esiste il termine stage, ma la pronuncia è diversa in quanto facente rima con page (“pagina”) o age (“età”). Essa ha principalmente due significati. Il primo è “palco”: All the world’s a stage, (“Tutto il mondo è un palcoscenico”) scriveva William Shakespeare, mentre il secondo è “fase”, “tappa”. Per esempio, possiamo affermare: Our relationship is going through a difficult stage (“la nostra relazione sta attraversando una fase difficile”) oppure The Giro d’Italia is a stage race (“il Giro d’Italia è una corsa a tappe”). Se vi rivolgerete a un interlocutore anglofono usando la parola stage come traduzione di “tirocinio”, non verrete compresi. Dovrete invece parlare di internship oppure, come detto, di placement.

    Tornando al Doublespeak, sarebbe interessante verificare la reazione dell’opinione pubblica se fosse esposta alla nuda verità piuttosto che intontita con giri di parole astrusi e fuorvianti. E’ ora che i mezzi di comunicazione chiamino le cose con il loro nome. Potremmo a tale riguardo coniare un nuovo termine: Monospeak, oppure Unispeak: parlare per comunicare davvero… Quale preferite? See you!

     

    Daniele Canepa

      

  • Parlare senza dir nulla: il doublespeak al servizio della politica

    Parlare senza dir nulla: il doublespeak al servizio della politica

    enrico-lettaC’è un concetto connesso a quello del politically correct che abbiamo introdotto la scorsa settimana: si chiama doublespeak. Se il politicamente corretto cerca in qualche modo di camuffare o attenuare l’isolamento e l’emarginazione di determinati gruppi trovando delle alternative bizzarre (folically challenged anziché bald, “calvo”) e un po’ improbabili, il doublespeak si configura invece come “linguaggio che non dice nulla”.

    L’origine del termine proviene dal romanzo 1984 di George Orwell, che presenta un modello distopico – l’opposto di utopico – di società, in cui le persone vivono sotto un tiranno, il Grande Fratello o Big Brother, all’interno di un regime totalitario che riforma il linguaggio creando il Newspeak, una nuova lingua più povera di parole, allo scopo di limitare la libera espressione e il libero pensiero e di rafforzare il controllo dello Stato sui singoli individui. Associato al Newspeak è il concetto del Doublethink, l’accettazione simultanea di due idee contrastanti: da qui il nuovo termine doublespeak.

    Sebbene probabilmente non fosse a conoscenza del termine, un grande maestro di doublespeak fu Arnaldo Forlani, vecchio leader DC passato alla storia per essere stato un esponente di spicco dell’ex maggiore partito italiano – forse non così ex, leggendo la storia di chi, mano nella mano, è alla presidenza e vicepresidenza dell’attuale governo –  e anche per aver balbettato con tanto di bava alla bocca delle risposte confuse durante una testimonianza in tribunale in piena Tangentopoli. Durante un’intervista a un periodico, Forlani affermò: “Parlo senza dir niente? Potrei farlo per ore.”

    Proprio nel parlare a vuoto, nel “fingere di comunicare e far sembrare buono ciò che è cattivo, positivo ciò che è negativo, attraente o almeno tollerabile ciò che è spiacevole,” come afferma il linguista americano William Lutz, si trova l’essenza del doublespeak. Per chiarire ulteriormente il concetto, porterò un altro luminoso esempio dal film Full Metal Jacket, capolavoro di Stanley Kubrick sulla guerra in Vietnam. Il protagonista del film, il marine Joker, si trova in una base americana come corrispondente per la rivista Stars and Stripes, molto vicina alle forze armate e al Ministero della Difesa. In una scena, il caporedattore, anch’egli un soldato americano, redarguisce i giornalisti sulla terminologia da usare nella descrizione delle operazioni militari statunitensi. Per esempio, tra i diversi “taglia, sostituisci e cuci,” ordina di rimpiazzare la formula search and destroy – “perquisire e distruggere” – con sweep and clean – “spazzare e pulire”… In effetti la formula assume così un suono più ascoltabile da parte del pubblico.

    Analogamente, per lungo tempo si è parlato di clean bombs, le “bombe pulite”, riguardo agli ordigni termonucleari o di smart bombs, le famose “bombe intelligenti”.

    Senza scomodare gli USA, troviamo bastimenti carichi di doublespeak anche a casa nostra: pensate all’uso proditorio delle parole di origine straniera in italiano per confondere le persone che hanno scarsa padronanza dell’inglese o di altre lingue. I tagli selvaggi sono ora chiamati spending review, i licenziamenti diventano downsizing, la gara per assegnare le frequenze si trasforma in beauty contest. Se si usa la terminologia inglese quante persone riescono a capire? Un ottimistico 20%? Ma non è compito di media e politica parlare in modo chiaro e trasparente a tutti?

    Tornando all’argomento di questo articolo, un paio di mesi fa mi colpì una frase proprio di Letta che, rivolto all’opposizione, la esortava a non rimanere in disparte e a “mescolarsi”. La “mescolanza” intesa dal buon vecchio compagno di partito di Forlani nel senso di “massa informe”, nella quale tutto diventa uguale, nella quale non esistono più le divergenze di opinione e tutti hanno ragione e torto allo stesso tempo, mi ha subito richiamato alla mente il doublespeak, anche se made in Italy… anzi, de’ noantri! See you!

     

    Daniele Canepa

  • Politically correct, le espressioni inglesi politicamente corrette

    Politically correct, le espressioni inglesi politicamente corrette

    londra-cabina-DITra le tante parole, espressioni, frasi della lingua inglese che sono penetrate nell’italiano, ce n’è una particolarmente frequente: politically correct. Le espressioni politicamente corrette riflettono un atteggiamento di particolare sensibilità nei confronti di determinate categorie di persone, affinché tali gruppi non si sentano in alcun modo offesi, turbati o discriminati.

    Questo, in principio, era lo scopo della political correctness, espressione la cui origine, secondo il manuale di storia della lingua inglese di Geoffrey Hughes, A History of English Words, risale agli anni Sessanta.

    Fu così che negli Stati Uniti di quel periodo, segnato dalle lotte per i diritti civili guidate da grandi leader come Martin Luther King o Rosa Parks, le parole black o negro vennero prima attenuate con coloured e successivamente sostituite da Afro-American o African-American, come si può ascoltare in questo discorso di un altro celebre attivista, Malcolm X  .

    Il guaio è che, come spesso succede, con il passare del tempo le ragioni che hanno portato a coniare nuove parole ed espressioni vengono perse di vista e allora accade che un sondaggio condotto negli anni Novanta negli USA riveli che una larga maggioranza di neri preferisca essere nuovamente chiamata black e non African-American, considerato che intanto le discriminazioni razziali sono ancora all’ordine del giorno.

    Nel suo carattere puramente formale e spesso mancante di sostanza – come appunto nel caso di black / African-American – la political correctness è la spia di un atteggiamento falsamente paternalistico della nostra società occidentale piuttosto che autenticamente compassionevole nei confronti degli emarginati e degli ultimi.

    A ulteriore riprova di ciò è l’esempio di with learning difficulties – “con difficoltà di apprendimento” – che in inglese ha sostituito mentally handicapped, considerato troppo diretto e quindi offensivo. Come riportato dal linguista David Crystal nella sua Cambridge Encyclopaedia of the English Language, negli anni Novanta fu lo stesso direttore del marketing di Mencap, un’organizzazione benefica, ad affermare che i bambini per prendersi in giro si chiamavano “LDs” (acronimo di Learning Difficulties). Se dietro alle parole non c’è una sincera intenzione, possiamo anche parlare di genius anziché LD ma il nostro intento di base risulterà comunque discriminatorio.

    Altri esempi divertenti sono quello di vertically challenged  (“che ha un handicap verticale”, ovvero “che è basso”) anziché short o mentally challenged anziché unintelligent o stupid… Folically challenged, poi, per le persone calve, si commenta da sé.

    Per concludere il discorso sulla political correctness, suonano quanto mai opportune le parole di un filosofo inglese del Seicento, Sir Francis Bacon: “Men imagine that their minds have command of language: but it often happens that language bears rule over their minds.” (“Gli uomini pensano che le loro menti controllino il linguaggio: ma accade spesso che sia il linguaggio a dominare le loro menti.”) See you!

     

    Daniele Canepa

  • Cockney Rhyming Slang, la parlata colorita dell’East End di Londra

    Cockney Rhyming Slang, la parlata colorita dell’East End di Londra

    londra-notte-bus-DIRecentemente mi è capitato di rivedere (o meglio rigustare) un film del 1998 del regista londinese Guy Ritchie, dal titolo Lock, Stock and Two Smoking Barrels, tradotto in italiano come “Lock & stock, pazzi scatenati”. Si tratta di una sorta di Pulp Fiction all’inglese, una commedia – tanto truce quanto ironica – ambientata nei bassifondi dell’East End londinese, la parte più a est della capitale e quindi più vicina all’estuario del Thames, il fiume Tamigi.

    Questa zona della metropoli inglese è considerata storicamente essere il covo della malavita londinese e l’area di chi, per tirare a campare, si arrangia come può. E’ il caso anche dei quattro protagonisti del film appena citato – nel quale appare anche Sting, seppur in un ruolo marginale – che vivono di trucchi, espedienti e piccole truffe. Nel momento in cui i quattro tentano il grande colpo per arricchirsi ai danni di un potente criminale locale, rimangono più o meno consapevolmente invischiati in un gioco molto più grande di loro, riuscendo tuttavia con poca abilità e molta – molta – fortuna a uscire salvi e quasi sani e a tenere i due fucili – barrel in inglese indica la canna di un’arma da fuoco attorno ai quali ruota tutta la vicenda del film.

    Oltre al ritmo incalzante del montaggio, sono principalmente i dialoghi a spingermi a rigustare Lock, Stock and Two Smoking Barrels, in particolare le espressioni colorite e divertenti del cosiddetto Cockney Rhyming Slang tipico dell’East End.

    Cockney Rhyming Slang: di che cosa stiamo parlando? Partiamo dalla spiegazione della parola Cockney, termine sia sociale sia geografico, che identifica la working class  londinese proveniente dalla zona orientale della città. Rhyming significa invece “in rima”, mentre slang indica l’uso circoscritto a determinati ambienti sociali e culturali di parole ed espressioni che normalmente non vengono utilizzate nella lingua standard.

    Sviluppatosi verosimilmente come risposta all’esigenza di ladruncoli, truffatori e malavitosi di vari livelli di non farsi comprendere dalla polizia, il Cockney Rhyming Slang si è nel tempo arricchito di un notevole numero di espressioni, quali China plate – letteralmente “piatto cinese” – in cui plate fa rima con la parola mate, “amico”. Se per qualche motivo avete delle amicizie nell’East End, non sorprendetevi se qualcuno vi saluta così: “Hi, old China”. Il vostro conoscente non vi ha associato ai viaggi in Oriente di Marco Polo, vi sta solo dando del: “Vecchio mio” o “Amico mio.”

    Analogamente, trouble and strife – letteralmente “problemi e conflitto” – fa rima con wife, cioè “moglie”. Con: “Use your loaf” si intende invece: “Usa il cervello,” in quanto loaf of bread – letteralmente “pagnotta” – sta per head, “testa”. Divertente anche Holy Grail – Sacro Graal – usato con il significato di “email”, per cui: “Send me a Holy” vuol dire in realtà: “Send me an email” ovvero “Mandami un’email.”

    La creatività con la quale gli esseri umani riescono a scomporre, ricomporre e modellare il linguaggio a seconda delle loro esigenze e delle circostanze, come dimostrato dall’esempio del Cockney Rhyming Slang, mi ha richiamato alla memoria un capoverso del libro “La scienza della vita” del grande saggista e fisico Fritjof Capra: “Una rete vivente – in questo caso la lingua vista come rete vivente, ndr – risponde agli stimoli dell’ambiente esterno attraverso cambiamenti strutturali scegliendo sia quali stimoli notare sia come rispondere.” See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Brunch, Coopetition, Smog: i termini composti nella lingua inglese

    Brunch, Coopetition, Smog: i termini composti nella lingua inglese

    Alice nel Paese delle MeravigliePochi giorni fa parlavo con una cara amica a proposito di un articolo di giornale che aveva letto e apprezzato: “Lo trovo acuto e allo stesso tempo divertente,” mi disse: “Anzi, potrei definirlo acutente?”

    In modo inconscio, la mia amica aveva appena elaborato un esempio di portmanteau word, definita in italiano come “composto”, “ibridismo” o anche “parola macedonia” (definizioni un po’ cacofoniche secondo me: più piacevoli quella inglese e quella francese di mot-valise, parola-valigia”). Un portmanteau ha la caratteristica di essere composto dalla fusione dei suoni e dei significati di due diverse parole, come nel caso appena illustrato.

    Il curioso nome – al quale testi più recenti preferiscono il termine blend – trae la sua origine da Lewis Carroll, autore di Alice in Wonderland, libro nel quale il personaggio di Humpty Dumpty paragona una parola composta a una valigia  – porte-manteau in francese – nella quale “due diversi significati vengono impacchettati in un unico termine”. Accade così che in italiano un cantante che sia allo stesso tempo autore del testo di una canzone diventi un “cantautore” o che un noleggio di automobili sia un “autonoleggio”.

    Frequenti i blend in lingua inglese, alcuni dei quali si sono insinuati nell’italiano, sebbene in certi casi non ce ne siamo nemmeno resi conto.

    Sapevate, per esempio, che smog è il risultato della combinazione di smoke + fog (fumo + nebbia)? Oppure pensate a brunch, composto da breakfast + lunch ovvero un pasto che è una via di mezzo tra colazione e pranzo. Non mi capita di guardare la tv da diverso tempo, ma se non sbaglio ogni anno la RAI propone Telethon (television + marathon), una maratona televisiva avente lo scopo di raccogliere fondi per vari tipi di ricerche mediche e scientifiche… Uno degli ultimissimi casi in cui il servizio pubblico televisivo si sforza di conservare una vaga parvenza di essere ancora tale: una rarità paragonabile alla probabilità di vedere un orso polare parlare in cinese all’Equatore.

    Sempre nel settore televisivo va di moda l’infotainment (information + entertainment), il quale presenta il problema, a mio modo di vedere, che in diverse situazioni non si capisce fino a che punto arrivi l’intrattenimento e da dove invece parta – se davvero c’è – l’informazione: Ballarò & co. docent.

    In tempi di recessione o di crisi economica, non è raro imbattersi nella stagflation, altra portmanteau word generata dalla fusione di stagnation e inflation.

    Recentemente, invece, ho trovato con piacere in due diversi testi di ambito economico il composto coopetition (cooperation + competition). Se da un lato il termine non esclude l’aspetto competitivo che sprona le singole persone e le organizzazioni delle quali fanno parte a migliorarsi, dall’altro inquadra questa pulsione individualistica all’interno di un più ampio e inclusivo disegno di società, che rifiuta la sopraffazione, la logica dell’Homo homini lupus e le strutture piramidali, preferendogli invece la cooperazione e la creazione di valore. Sta a noi, nella nostra quotidianità, realizzare dei modelli concreti di coopetition, soddisfacendo le nostre legittime ambizioni individuali, ma contribuendo al tempo stesso alla realizzazione di una società più armoniosa. Si tratta di un compito che definirei “ambiziolante”: ambizioso + stimolante … See you  

     

    Daniele Canepa

  • Instant messaging in inglese: le formule magiche e talvolta astruse

    Instant messaging in inglese: le formule magiche e talvolta astruse

    sms“Text me” è l’equivalente di: “Mandami un messaggino”, “Mandami un SMS”, “Inviami un messaggio” Sì, perché in inglese si chiama text-messaging la pratica di pigiare i tasti – oppure il touch screen – alla velocità della luce sul mobile phone, ossia il cellulare, per comunicazioni scritte istantanee.

    La generazione dei miei genitori si stupisce della rapidità con cui i giovani muovono il thumb, il dito pollice, per comporre gli SMS, ma d’altra parte il mondo della comunicazione viaggia veramente alla velocità della luce e gli oggetti tecnologici diventano autentiche estensioni dei nostri corpi. A questo proposito e a proposito delle implicazioni della tecnologia in fatto di privacy si è anche espresso (minuto 17’:30” ) Stefano Rodotà, l’uomo che più o meno tutti gli italiani meno la carica dei 738 volevano al Quirinale… E infatti hanno vinto i 738 (soltanto per ora, per fortuna) che hanno votato King George.

    Tornando agli SMS e in generale al fenomeno dell’instant messaging, diffusosi con programmi come Skype e Messenger e quindi con i social network, esso è argomento di studio da parte dei linguisti perché si configura come varietà linguistica particolare, caratterizzata dalla brevità e dalla “compressione” di significato in pochi o addirittura un simbolo solo: pensate ad alcuni condensati quali @ oppure #.

    Per quanto riguarda gli SMS, torno indietro di qualche anno a quando – sembra già preistoria – erano i text messages l’avanguardia della comunicazione scritta in tempo reale. Mi ricordo in particolare di uno dei primi messaggi che ricevetti una quindicina d’anni fa da un amico inglese. “b ther in 1min. cu.” Mentre cercavo di decifrare quest’accozzaglia alfanumerica, vedo spuntare il mio compare all’angolo della strada. Solo allora ho capito che il suo SMS scritto per esteso sarebbe stato: I’ll be there (b ther) in one minute (in1min). See you (cu), che in italiano significa: “Sarò lì tra un minuto. Ci vediamo.” Insomma, nei momenti che io avevo impiegato nel dispendio di preziosa energia cerebrale per capire, lui era già arrivato. Pazienza, avevo imparato qualcosa: “Tutta arte che entra,” si direbbe più o meno in genovese.

    Nel tempo ho imparato diverse altre formule magiche dell’inglese dell’instant messaging, alcune delle quali esse sono diventate comuni anche in italiano, tramite la pubblicità o i media. Alcuni esempi sono: 4u = for you; 2moro = tomorrow; ur = your /you are /  you’re; its = it is;  ill / ull = I will / you will e così via.

    Non sono soltanto i madrelingua inglesi ad aver coniato queste abbreviazioni. Senza andare lontano pensate ai nostri: c6, ki6, x te, ci ved stas, e tante altre.

    I puristi della lingua storcono il naso, invece personalmente vedo di buon occhio il cambiamento. Prima di tutto perché da sempre la lingua si evolve in tutte le sue forme seguendo lo sviluppo della storia. In una società in cui è possibile scriversi in tempo reale tra la Terra del Fuoco e la Siberia, è perfettamente naturale che la comunicazione scritta si avvalga di simboli e di strategie che consentano una trasmissione del messaggio nel più breve tempo possibile. Forse dovremmo porci delle domande relativamente al nostro modo di vivere frenetico che ci porta a comunicare altrettanto freneticamente, ma questo è un altro discorso.

    Francamente, anziché disgustato, sono ammirato dalla creatività umana che si esprime attraverso nuove forme di comunicazione e linguaggio per rimanere in linea con lo spirito del tempo… Cu !

     

    Daniele Canepa

  • Scrivere un’email in inglese: forme contratte e forme estese

    Scrivere un’email in inglese: forme contratte e forme estese

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DILa scorsa settimana abbiamo accennato ad alcune formule di apertura e di chiusura dei messaggi di posta elettronica. Proseguiamo oggi approfondendo questo argomento, con particolare attenzione al livello di formalità o informalità di un’email.

    Oltre ai saluti iniziali e finali, i quali come abbiamo visto denotano il grado di confidenza con una persona (dai più rispettosi Dear Sirs / Sir / Madam e Best regards / Sincerely yours / Yours sincerely ai più diretti Hi / Hello / See you / Bye), un altro indicatore di formalità è espresso dall’uso delle forme contratte o estese (in inglese short/contracted forms o long forms).

    Esempi di forme contratte sono I’m, it’s, you haven’t, I won’t ecc., contrapposte alle corrispettive forme estese I am, it is, you have not, I will not.

    Gli studenti spesso mi chiedono e si chiedono quando usare le short e quando usare le long forms: esistono tra esse delle particolari differenze? E’ bene tenere a mente che in contesti ufficiali e formali, le forme contratte non sono accettate e non vengono considerate corrette. Su un contratto e su un documento che abbiano validità legale non troverete mai le short forms, ma vi imbatterete sempre nelle forme estese.

    Tornando al discorso relativo alle email, quanto ho appena illustrato implica che se al vostro testo vorrete dare un carattere di maggiore “ufficialità” dovrete scrivere you are, it is, I don’t ecc. mentre se il vostro intento è di avere un tono più colloquiale andranno benissimo you’re, it’s e I do not. Non è raro trovare dei testi di email scritti in modo piuttosto informale, mentre il file contenuto in allegato, per esempio un CV (Curriculum Vitae), è stato redatto usando un registro linguistico più alto e facendo ricorso esclusivamente alle forme estese.

    Questa che vi ho descritto è la situazione allo stato attuale. Tuttavia, siccome la lingua è in continua evoluzione e si trasforma seguendo il principio che permea l’universo secondo il quale “tutto è in perenne mutamento”, non è da escludere che in futuro le cose cambino e che anche le short forms vengano gradualmente accettate nello standard scritto.

    E’ opportuno ricordare sempre che la velocità delle comunicazioni, favorita dalle nuove – mica tanto ormai – tecnologie, accelera notevolmente anche i cambiamenti linguistici, sebbene le evoluzioni grammaticali e sintattiche siano assimilate e standardizzate più lentamente rispetto per esempio all’ingresso nella lingua di nuovi vocaboli.

    Rispetto al carattere più formale della lettera prima e dell’email poi, maggiore immediatezza e minore rigidità sono invece assunte da altri canali di comunicazione, quali per esempio i social network. Pensate al numero limitato di caratteri di un messaggio su Twitter: il cinguettio – tweet in inglese – impone al fringuello, pardon, all’utente, di contrarre ogni parola all’inverosimile, come per esempio in c u, che sta per … see you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Come scrivere un’email in lingua inglese: forme di apertura e di chiusura

    Come scrivere un’email in lingua inglese: forme di apertura e di chiusura

    londra-regent-street-DILa parola email  è entrata di prepotenza nel nostro lessico a causa del boom della tecnologia e di Internet. Di questo termine in inglese vengono ammessi due diversi spelling: e-mail oppure email. Probabilmente la usiamo ormai più frequentemente anche di “spaghetti” o addirittura di “calcio”.

    Comunque sia, che si scelga email o e-mail, si tratta, in entrambi i casi, di un’abbreviazione di electronic mail, espressione che è stata coniata per distinguere la posta elettronica da quella tradizionale, chiamata semplicemente  mail. Proprio questo termine viene spesso usato nella nostra lingua per indicare i messaggi inviati e ricevuti tramite la Rete, ma in English, onde evitare confusione e a scanso di equivoci, è meglio sempre specificare usando la dicitura email per la posta elettronica.

    Tra l’altro, in inglese email non è soltanto un sostantivo, ma anche un verbo. Per esempio posso dire: Email me as soon as you can (“Mandami un’email appena riesci”). Oppure: I emailed him but he never replied (“Gli ho inviato un messaggio di posta elettronica ma non mi ha mai risposto”).

    Fatta questa premessa, vediamo alcune delle più comuni formule di apertura e chiusura di un’email redatta in inglese.

    Tutto dipende dal grado di confidenza che avete con il destinatario del vostro messaggio. Si va da Dear Sirs, usato quando scrivete un’email molto formale a destinatari ignoti, a Dear Mr / Mrs Brown, Jones, ecc. se conoscete il destinatario ma non volete usare un tono troppo familiare, per arrivare a forme molto più colloquiali se vi state rivolgendo a un amico (Hi / Hello. How’re you?).

    Alla fine del messaggio, oltre al ringraziamento per l’attenzione e per la disponibilità (Thank you very much for your attention / help / time), normalmente si chiude l’email con un saluto, come per esempio Best regards / Best wishes / All the best, o più semplicemente Bye / See you / See you soon / Speak soon se il contesto non è formale e stiamo scrivendo a un conoscente.

    Un consiglio che mi sento di dare in generale nella stesura di un’email sia che la scriviate in inglese, in italiano, in francese o in swahili  è quello di porvi la seguente domanda: la persona che leggerà il mio messaggio sarà in grado di capire quello che ho scritto? Se scrivete in una lingua diversa dalla vostra lingua madre, evitate i periodi troppo complessi e cercate quanto più possibile di essere semplici e lineari.

    E’ bene sottolineare, tra l’altro, che la cultura anglosassone è più pragmatica e meno formale della nostra: si vuole arrivare dritti al cuore della faccenda. I formalismi vuoti e ampollosi servono a poco e i nostri “Egregio”, “Esimio”, “Illustrissimo” – che personalmente trovo goffi e piuttosto ridicoli – sono condensati in Dear Sir / Madam o Dear Mr/ Mrs So and So (Signor / Signora Tal dei tali). Esistono tuttavia rare eccezioni, come la forma Your Majesty, usata per rivolgersi alla regina, ma dubito fortemente che vi capiterà mai di inviarle un’email.

    Nel caso comunque vi capitasse di incontrarla di persona, evitate di fare la brutta figura fatta da un nostro ex Presidente del Consiglio che si mise a urlare a pochi metri da lei: la nostra immagine a livello internazionale è già stata sufficientemente compromessa … See you!

     

    Daniele Canepa 

    [foto di Diego Arbore]

  • Whistleblowing: la denuncia dell’illecito presa in prestito dallo sport

    Whistleblowing: la denuncia dell’illecito presa in prestito dallo sport

    fischiettoDo you remember? Vi ricordate quando, parlando delle metafore concettuali qualche puntata fa, abbiamo visto che una partita di football viene normalmente descritta come: a) una guerra; b) un’opera d’arte.

    Nel lontano passato, in anni nei quali il calcio non era popolare come adesso e nei quali ancora non esisteva la televisione, i reporter dell’epoca avevano la necessità di ricorrere a immagini e concetti noti al pubblico per descrivere quanto accadeva su un campo di calcio. Le cose, tuttavia, sono cambiate molto, tanto che sempre più spesso si percorre il percorso inverso, ovvero usare espressioni dell’ambito sportivo per rendere più accessibili altri tipi di concetti.

    Senza andare a Londra, Sydney o Los Angeles, basta osservare il linguaggio politico di casa nostra per trovare la famosa – o famigerata? – “discesa in campo politico”, chiaramente mutuata dal mondo del calcio. Spostandoci in Gran Bretagna, capita frequentemente di leggere titoli e frasi quali: Tony Blair’s own goal oppure, per par condicio,  David Cameron’s own goal . To score an own goal significa infatti “segnare un autogol,” l’azione più disgraziata che possa capitare a un giocatore di calcio. Ne era suo malgrado uno specialista il difensore italiano Riccardo Ferri, preso in giro in una canzone di Ligabue per questa sua “peculiarità”, ma a quanto pare il vizio di segnare delle autoreti si è diffuso anche in ambito politico…

    Non è altresì raro imbattersi nell’espressione to move the goal posts, letteralmente “spostare i pali della porta,” con la quale si intende un cambiamento delle regole a trattative in corso.

    Un altro termine importato dal linguaggio sportivo è whistleblowing, ovvero l’attività di denuncia di una condotta fraudolenta all’interno di un’azienda, di un’istituzione o di un contesto lavorativo. Nello sport, blowing the whistle – letteralmente “soffiare il fischietto” – è l’azione compiuta dall’arbitro per interrompere il gioco durante una partita al fine di punire con un fallo un’azione irregolare. Il whistleblower, tale è il nome della persona che riferisce l’illecito, dimostra notevole coraggio perché non è certo facile – anzi, è assolutamente ammirevole – fare parte di un sistema e denunciarne dall’interno le dinamiche malate o il marciume. Pensate, rimanendo in Italia, all’allenatore Zdenek Zeman, il quale fece attività di whistleblowing portando l’attenzione dell’opinione pubblica sulla diffusione delle pratiche dopanti nel nostro calcio: la reazione del suo stesso ambiente nei suoi confronti culminò una pioggia di insulti e critiche.

    Un altro celebre caso di whistleblowing è quello del tenente Frank Serpico della polizia di New York. Illustre italo-americano,  secondo altri poliziotti del suo dipartimento ebbe la “colpa” di non accettare le mazzette e di aver denunciato diverse abitudini corrotte tra coloro che dovevano essere i tutori della legge. Furono i suoi stessi colleghi a farlo cadere in un agguato in cui Serpico, colpito al volto da un proiettile, rischiò di perdere la vita.

    La storia dell’agente del NYPD (New York Police Department) figlio di emigranti campani è stata ripresa e raccontata dal bellissimo film di Sidney Lumet, “Serpico”, con Al Pacino nei panni dell’omonimo protagonista; una pellicola assolutamente da vedere, nell’attesa che qualcuno inizi a soffiare anche in qualche fischietto italiano… Bye!

     

    Daniele Canepa

  • Le differenze tra inglese britannico e americano nel mondo dello sport

    Le differenze tra inglese britannico e americano nel mondo dello sport

    footballNegli ultimi giorni l’assunzione dell’allenatore di calcio italiano Paolo Di Canio alla guida della squadra inglese del Sunderland ha suscitato diverse critiche, specialmente in conseguenza delle dichiarazioni filo-fasciste delle quali l’ex calciatore laziale si è più volte reso protagonista.

    Come in Italia, in Inghilterra il football è un fenomeno sociale ed economico di grande rilevanza. Più in generale, non è possibile parlare dei paesi di cultura anglosassone senza menzionare l’importanza dello sport, in particolare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

    Partiamo proprio dalla parola football. Se siete a Londra e usate questo termine, sarà chiaro che vi riferite ai contrasti feroci, in inglese tackle, del difensore londinese John Terry o ai virtuosismi e ai gol (in inglese si scrive goal, il cui significato originario e ancora attuale è “scopo”, “obiettivo”) di Messi, Ronaldo o Beckham, sebbene quest’ultimo si sia fatto conoscere recentemente più per le sue imprese nel campo della moda che per quelle legate al pallone.

    Se al contrario vi trovate a New York, la parola football richiamerà immediatamente l’immagine della palla ovale, di ventidue energumeni con il casco e dei violenti tackle – in questo caso “placcaggi” – dei giocatori che praticano lo sport conosciuto in Italia come “football americano”. Negli Stati Uniti, il calcio viene invece chiamato soccer e riveste un’importanza a dir poco secondaria nel mondo sportivo stars and stripes.

    Curiosamente, mentre in Europa il calcio è tipicamente considerato uno sport da uomini, come rivelato da alcune espressioni-spia quale “partita maschia”e “match da veri uomini”, negli USA il soccer è giocato in gran parte dalle donne. Tant’è che, per esempio, Chelsea Clinton, figlia di Bill e Hillary, faceva parte della squadra di calcio del college e le ragazze statunitensi si sono aggiudicate la Women’s World Cup in ben due occasioni.

    Diverso ancora è il rugby, altro sport dalla palla ovale, giocato in questo caso da quindici giocatori per squadra e non undici. Così come il football americano, anche nel rugby i contatti fisici possono essere molto duri. Se nel football americano la “meta” si chiama touchdown, nel rugby viene detta try. E’ uno sport molto popolare in Gran Bretagna, Irlanda e in quasi tutti i paesi dell’ex Impero Britannico, a eccezione del Canada e degli USA, dove appunto ci pensano già i giocatori di football a darsele di santa ragione.

    Un’altra differenza sostanziale tra i due sport, normalmente avvicinati nell’immaginario comune dalla forma ovale della palla, è che, se nel rugby è proibito passare la palla in avanti con le mani, nel football il giocatore più importante, il quarterback, ha il compito di lanciare con le mani l’ovale in profondità verso i compagni.

    Riguardo alle differenze tra soccer e rugby, oltre a quelle ovvie relative alle regole, al sistema di calcolare il punteggio e alla differenza della palla, ne esiste anche una più “filosofica” espressa da un vecchio adagio di origine ignota, che mi ha sempre colpito e che vi riporto: “Football is a gentleman’s game played by thugs and rugby is a thugs’ game played by gentlemen.” “Il football è un gioco per gentiluomini giocato da mascalzoni mentre il rugby è un gioco per mascalzoni giocato da gentiluomini.”

    Pare che Victoria Beckham, moglie di David, amica di Armani e (presunta) stilista lei stessa non l’abbia presa troppo bene, ma far cambiare sport a marito, dopo avergli più volte fatto cambiare casacca, sembrava davvero troppo…

     

    Daniele Canepa