Categoria: L’Uomo con la Valigia

  • Perdersi a Venezia, in un labirinto galleggiante di umanità e storia. Gli scatti rubati e i vicoli ciechi delle persone

    Perdersi a Venezia, in un labirinto galleggiante di umanità e storia. Gli scatti rubati e i vicoli ciechi delle persone

    gondoliereLa chioma bionda accarezzata dal vento caldo primaverile, leggera come un panno di seta stesa al sole, sembrava mossa da una mano invisibile. Il suo vestito lilla danzava al ritmo insistente della brezza pomeridiana, solo poche nuvole disturbavano il sole, bianche e morbide come zucchero filato. Era a piedi scalzi sulle scale di un vecchio portone consumato dal sale, aggiustandosi i capelli in attesa che il ragazzo seduto davanti a lei scattasse una fotografia, aveva gli occhi intriganti di un attrice navigata ma i lineamenti di una bambina che gioca davanti allo specchio. Ho rubato quel momento etereo scattando una fotografia, poi è bastato voltarmi per non vederli più, forse spariti in un vicolo a o creati dalla mia immaginazione, erano andati via lasciando solo un piacevole ricordo.

    Il ponte di Rialto si specchiava sulle pozze d’acqua, residuo di un temporale notturno, il sole asciugava lentamente i marciapiedi e i moli, dove si posavano affamati gabbiani. Un gruppo di gondolieri discuteva animatamente davanti a un caffè, si parlava di chi aveva trasportato la ragazza più bella e di chi aveva guadagnato di più, un altro giorno era alle porte e i primi clienti cominciavano ad avvicinarsi.

    Camminavo senza una meta, attraversando ponti, piccole strade e strettissimi muri, spesso finivo in vicoli ciechi oppure dovevo ritornare sui miei passi trovandomi davanti alle acque di un canale, in quel labirinto galleggiante che è Venezia. Improvvisamente mi sono trovato circondato da antichi alti palazzi, il sole alle loro spalle formava un cono d’ombra che si stringeva con l’innalzarsi del sole, era il ghetto ebraico, uno dei luoghi storici e più travagliati della città. Un uomo, forse un ragazzo, la lunga barba folta ingannava l’età, sedeva su una panchina leggendo un libro, molto probabilmente religioso. Mi sono avvicinato per scattare un ritratto, ci siamo presentati e abbiamo scambiato qualche parola, era originario della Pensylvania, aveva viaggiato a lungo per ritrovare se stesso, aveva lo stretto necessario con lui, qualche libro e uno zaino, il resto era dentro di sé. Indossava una camicia bianca, una giacca scura e un cappello per ripararsi dal sole e sandali consumati, i piedi sporchi di chi aveva camminato a lungo e uno sguardo che infondeva pace e serenità, senza oggetti costosi o superficiali. Dopo avermi salutato con il cenno di una mano, quasi una benedizione, si è immerso nel suo libro e nel suo mondo, in quei momenti anche una città come Venezia può aspettare.

     

    Il vento, spazzate via le ultime nuvole, gonfiava i tendoni del mercato appena chiuso come vele di una nave, piccioni e gabbiani, intenti a rubare avanzi prima dell’arrivo dello spazzino con l’idrante, arrivavano a frotte, atterrando sul molo come su una pista di aeroporto. Piccole barche attraccate sui portoni delle case ondeggiavano sinuose, sui muri i segni delle maree sfumavano in colori sempre diversi, le imposte consumate dall’umidita si aprivano come gli occhi dopo un risveglio e un bambino uscito dalla finestra per curiosare salutava i passanti. Seguivo i cartelli sbiaditi dal tempo con le frecce che indicavano il percorso per piazza san marco, la città era affollata da centinaia di turisti da ogni parte del mondo, quella sera ci sarebbe stata la festa del Redentore e lungo i canali fervevano i preparativi.

    Camminando mi sono sentito chiamare da un tunnel, una donna con un fazzoletto lilla in capo mi sorrideva esortandomi a uscire dalla folla e avvicinarmi. Con sospetto sono entrato in quel tunnel umido e buio, ricoperto di vecchi poster e manifesti ingialliti, la donna mi guardava con occhi buoni, sosteneva di aver sentito il mio animo caritatevole in mezzo alla folla.            Sapevo essere un modo elegante per scucire qualche spicciolo, ma i suoi occhi trasmettevano bontà mista a paura, parlava poco l’italiano, tuttavia mi ha raccontato la sua vita con gli occhi pieni di commozione. Scappata dalla Siria dopo la morte del marito, con il figlio in braccio aveva superato le frontiere clandestinamente e dalla Turchia, in circostanze poco chiare, era arrivata in Italia. Nel suo paese aveva una dignità, cuciva e riparava abiti, lavorava e possedeva una casa, ora distrutta come il suo morale. Con una morsa al cuore le ho lasciato dei soldi, una bottiglia d’acqua e una mela, lei mi ha preso la mano ed è scoppiata a piangere, segno inequivocabile della realtà che stava vivendo.

    Il pomeriggio volgeva al termine, i bar preparavano spritz e cicchetti, la musica scorreva lungo le vie del centro e le maschere tipiche si mescolavano tra la folla che si muoveva come un onda inarrestabile. Piazza San Marco era gremita, al calare del sole centinaia barche, yacht e piccoli gozzi colorati per l’occasione erano ormeggiati di fronte alla Giudecca in attesa dello spettacolo pirotecnico mezz’ora prima della mezzanotte. C’era chi si piazzava nel punto migliore già la mattina presto, chi cucinava e chi prendeva il sole in attesa dei festeggiamenti. Il bacino di San Marco era perfettamente addobbato, le luci tracciavano un gioco di colori che seguiva le linee dei tetti, di campanili e guglie della città. La festa del Redentore risale alla fine del 1500 quando in seguito a una terribile pestilenza la popolazione scese in piazza per festeggiare la fine della malattia e ringraziare il Signore. Un tappeto di barche illuminato dai primi fuochi artificiali dondolava sul mare, tappi e gocce di spumante volavano in aria, la festa era cominciata. Piazza San Marco era gremita, abbracci e baci si distribuivano gratuitamente come il cibo, cicchetti e focacce venivano offerte dai bar e i ristoranti, la peste sembrava essere finita il giorno prima.

    In un angolo della piazza, seduta sullo scalino di una colonna, la donna siriana con cui avevo parlato nel pomeriggio, guardava i fuochi con gli occhi gonfi, non di certo per la fine della peste a Venezia, la storia per lei era molto più recente e nel presente non aveva nulla da festeggiare.

    Diego Arbore

     

  • Un viaggio nel Ulster dei pastori e dei pescatori. L’irresistibile richiamo del viaggiare

    Un viaggio nel Ulster dei pastori e dei pescatori. L’irresistibile richiamo del viaggiare

    cowAscoltavo il rumore della pioggia battere sul tetto , era una notte dove ogni luce veniva assorbita da un manto di nuvole minacciose, in quella porzione di Irlanda del Nord che molti chiamano Ulster. Il vento muoveva le fronde degli alberi, sibilanti come serpenti a sonagli, mentre dal mare echeggiava il rimbombare di un temporale lontano. In Irlanda il meteo è superfluo, si prende quello che viene, così aprendo la finestra la mattina seguente sono rimasto piacevolmente sorpreso da un cielo limpido e totalmente privo di nuvole.

    Una manciata di pecore brucava il campo sulla collina, la loro silhouette si stagliava sulla linea che divideva l’ombra dal paesaggio verde dei prati e blu dell’oceano. Una leggera e fredda brezza accarezzava gli steli cresciuti tra le antiche tombe del cimitero posto sulla sommità della collina dove si può riposare in pace e godere uno splendido panorama. Il profumo del mare, increspato come carta stagnola, viaggiava nel vento, giungendo sulle colline verdi smeraldo ricoperte di salino e rugiada. I corvi, tra i primi ad arrivare sui campi per la colazione, spulciavano il terreno alla ricerca di una vittima ancora assonnata, i gabbiani lasciavano il campo libero, preferendo le carcasse di crostacei nella spiaggia sottostante. Il sole si affacciava timidamente dietro le scogliere, il suo calore piacevole non bastava per levare dalle ossa quel freddo pungente mattutino.

    Spinto da un incontrollabile richiamo, ho disceso una strada che portava in un punto morto, dove tra le insenature naturali della roccia, sorgeva una piccola banchina adibita alla pesca con un casottino per ristorarsi. La testa di una foca seguiva i miei spostamenti, forse abituata a ricevere pesce dai pescatori del mattino o solo per mera curiosità, si immergeva per poi avvicinarsi senza timore. Un uomo, seduto su un seggiolino, pescava avvolto dal silenzio interrotto dallo sciabordio delle onde e il suono stridulo dei gabbiani affamati. Era rivolto verso il sole che lentamente saliva verso il cielo azzurro, la sua sagoma in controluce disegnava una piccola ombra tra le pozze di acqua formatasi dagli schizzi del moto ondoso.

    Un senso di pace regnava nel mio animo, sentivo la sensazione di varcare un portale magico dove quell’uomo si rifugiava ogni giorno, non sarei stato io a interromperlo e mi sono limitato a scattare una fotografia senza invadere il suo religioso silenzio. Pochi minuti più tardi ero seduto davanti alla tipica colazione dei B&B irlandesi, un gustoso piatto di uova, bacon e fagioli con toast e marmellata di arance, succo di frutta e caffè. Dalla finestra seguivo un gregge di mucche pascolare in ordine sparso, le loro macchie bianche e marroni sembravano tasselli di un puzzle impossibile da decifrare. Dopo la colazione, seduto davanti al fuoco del camino, sorseggiavo una tazza di caffè fumante e contemporaneamente tracciavo l’itinerario sulla guida. La tappa successiva era Derry o Londonderry per i sostenitori del Regno Unito, una città che delimita il confine irlandese tra Europa e Regno Unito, luogo di numerose controversie e scontri, tra cui il celebre Bloody Sunday.

    I coloni britannici costruirono questa città, una delle più antiche d’ Irlanda, a immagine e somiglianza (con tanto di Big Ben) della capitale inglese, coniando il nome Londonderry, tutt’ora motivo di proteste nonostante un tribunale abbia definitivamente sancito in Derry il nome della città. Sulla riva occidentale del fiume Foyle, dove sorgono le mura dell’antica città, tutto era pronto per la festa di Halloween che si sarebbe svolta la sera stessa lungo le vie del centro. Nella riva opposta raggiungibile con il moderno Peace Bridge, un ponte pedonale che collega le due sponde, sorge un colle sul quale era piazzato un grosso luna park con musica alta e luci stroboscopiche. Il cielo si era tinto di bianco, la temperatura era scesa improvvisamente ma il calore della festa iniziava a scaldare gli animi delle persone che affollavano le vie del centro vestiti con i più improbabili e terrificanti costumi.

    Fiumi di birra e musica folk fuoriuscivano dai locali, uomini, donne e bambini danzavano per strada rievocando antichi riti ancestrali, il profumo delle frittelle di mela varcava le mura penetrando tra le viuzze del centro storico. Il confine tra notte e mattina era stato varcato quando le ultime bancarelle chiudevano i battenti, pochi zombie vagavano ancora tra le umide strade ricoperte di cartacce e bicchieri vuoti, gli operatori ecologici erano già all’opera per riordinare tutto in poche ore. La luna nel frattempo si era fatta largo tra le nuvole stagliandosi dietro il fratello irlandese del Big Ben, osservava curiosa gli ultimi preparativi in attesa dell’arrivo del sole.

    Camminavo senza nessuna fretta tra le mura deserte che dominano la parte popolare della città, dall’alto si vedono i tetti con le scritte dedicate all’Ulster e i murales degli indipendentisti dell’Ira, mentre sui torrioni sventola la potenza storica della Union Jack in tutto i suoi colori. Le luci dell’alba lentamente illuminavano il Foyle, una leggera foschia conferiva un aspetto magico al panorama etra la nebbia, le ombre dei primi passanti cominciavano a dare vita a un nuovo giorno. Non avevo dormito ma poco importava, volevo proseguire e visitare la costa nord e arrivare il giorno dopo nei pressi di Belfast. Ho attraversato verdi campi e greggi di pecore, enormi distese di sabbia e piccoli porticcioli di pescatori arrivando al Selciato del Gigante, le scogliere di origine vulcanica che secondo la leggenda irlandese sarebbe stata costruita dal gigante Fin Mc Cool per raggiungere le coste della Scozia e combattere il rivale Angus.

    Ho chiuso il collo della maglia costretto da un gelido vento proveniente da nord, stormi di gabbiani si lasciavano trasportare dalle correnti volando in cerchio come avvoltoi, la presenza del sole era solo visibile. e l’oceano davanti a me sembrava avvertire aria di burrasca. Mi sono guardato intorno, circondato da un paesaggio naturale e privo di costruzioni artificiali, senza vessilli o bandiere, scritte e murales che ne attribuiscono la territorialità di ciò che dovrebbe essere di tutti. Anche il gigante Mc Cool aveva provato invano a conquistare la Scozia,ma si è fermato all’isola di Mann, probabilmente aveva capito che andare oltre sarebbe stato un danno per le tradizioni irlandesi ma queste, forse, sono solo leggende.

    Diego Arbore

     

  • Amburgo, la città risorta dalle ceneri della guerra, il suo porto e la sua identità

    Amburgo, la città risorta dalle ceneri della guerra, il suo porto e la sua identità

    CLOCKIl tassista, un uomo polacco di mezza età visibilmente alticcio, guidava distrattamente lungo la strada che collega l’aeroporto al centro di Amburgo, voltandosi di tanto in tanto per raccontare la storia dei suoi cani da caccia e di come aveva perso il pollice della mano sinistra durante una battuta di cinghiali. Il volto sorridente di Papa Wojytila ciondolava incastonato dentro una sorta di amuleto appeso allo specchietto retrovisore, la radio, interrotta dal gracchiare del centralino, passava una canzone pop tedesca, i sedili di pelle color cammello impregnati di quel fastidioso odore di nicotina e polvere erano macchiati di caffè e rammendati come consuetudine con le maglie sgualcite.

    Il termometro segnava sei gradi sotto lo zero ma il sole incendiava il cielo tramontando dietro agli alberi spogli sui cui rami si distinguevano le sagome nere dei corvi appollaiati per la notte. Il viale che conduceva al mio appartamento era illuminato soltanto dalla luce delle grandi finestre dei salotti che si mostravano in tutta la loro eleganza, quasi a voler gareggiare su quale fosse il più bello. Un bambino, dopo aver appeso gli ultimi addobbi sull’albero di natale davanti a un caminetto scoppiettante e sotto l’occhio vigile del padre, si avvicina al vetro appannato della finestra e con la manina forma un cerchio per guardare fuori. Il buio calava il suo nero mantello sulla città e il freddo coglieva l’occasione per pungere ancora più forte, il bimbo appoggiando il naso sul vetro come la punta di un compasso, ruotava gli occhi alla ricerca di qualcosa fino a quando comincia a saltare e dimenarsi lasciando il segno della bocca sulla finestra. Una bicicletta con una giovane donna bionda in sella con un elegante cappotto marrone si ferma davanti all’uscio posteggiando il mezzo, era arrivata la mamma. L’appartamento si trovava nel mio stesso palazzo, secondo le indicazioni di Jones avrei dovuto trovare le chiavi sotto lo zerbino, proprio come nei fumetti.

    Sono entrato seguendo la donna e sono salito all’ultimo piano, la chiave era nascosta come da accordi, la porta vecchia e screpolata stonava con quelle blindate del condominio e la serratura girava a fatica, accolto da un gelido vento, mi sono accomodato accendendo la luce a tentativi. Jones, un amico fotografo, mi aveva lasciato gentilmente il suo appartamento per qualche giorno, era negli Stati Uniti per lavoro, ma non avendo preso accordi prima della sua partenza aveva spento il riscaldamento e dimenticato una finestra aperta. Ho seguito le istruzioni per accendere il termostato in un brogliaccio lasciato sul tavolo e sono uscito in attesa che si riscaldasse l’ambiente. La temperatura esterna invece era scesa ancora e segnava otto gradi sotto lo zero, le strade deserte e ghiacciate parevano di plastica, i canali riflettevano la luce delle finestre come tante piccole stelle mentre sui tetti il fumo dei camini saliva in alto per poi dissolversi nel vento.

    La luce di un pub brillava attraverso una leggera foschia, avevo fame e quella era la soluzione più comoda e veloce per evitare l’ipotermia. Sulle pareti del locale, sopra una vecchia e ammuffita tappezzeria, erano appese le fotografie dei gruppi rock più famosi, mentre in un angolo tra due poltrone, c’era un vero e proprio santuario sui Beatles, è stato facile scegliere dove sedermi. Le persone si contavano sulle dita di una mano, oltre al barista e qualche faccia poco interessante, due anziani signori battevano il piede sulle note di “Lokomotive Breathe” dei Jethro Tull, avevano tutta l’aria di chi la sapeva lunga in fatto di musica.

    Finito gli ultimi bocconi di salmone gratinato, buttato giù con un ultimo sorso di birra, ho cominciato a curiosare tra le foto e i gadget sulle pareti. Con il permesso del barman, ho preso la chitarra, cominciando a strimpellare tanto per passare il tempo nel locale semideserto, in quell’angolo non avrei dato fastidio a nessuno. Senza accorgermi ero riuscito a risvegliare i due signori anziani che sedevano al banco tanto da farli avvicinare e accomodare al tavolo con tre birre, cantavamo “Hey Jude” dei Beatles e altri pezzi tra i più famosi. Toni, uno dei due signori, dopo essersi alzato per chiedere l’ennesima pinta, era tornato con un’altra chitarra in mano presa chissà dove, abbiamo cominciato a cantare e suonare, coinvolgendo anche le poche persone presenti nel locale.

    Dopo aver salutato i miei nuovi amici, con la promessa di ritrovarci per la mia ultima sera, mi sono avviato verso casa lasciando Toni e gli altri a cantare sotto gli effluvi dell’alcol. La temperatura era scesa ancora di un grado, l’aria ghiacciava nei polmoni e camminare anche per un isolato diventava estenuante e faticoso. La notte, passata senza che me ne accorgessi, sembrava non voler lasciare il posto alle prime luci del mattino, dicembre è un mese buio e freddo al nord, non adatto ai meteoropatici.

     

    Il porto di Amburgo è una dei luoghi più visitati della città, si estende sul fiume Elba, subito dopo il controverso quartiere di St.Pauli dove tutto o quasi è concesso. Intorno agli alberi delle navi mercantili, stormi di gabbiani volano in cerchio in attesa di una preda per colazione, il rumore dei container come spari di fucile li fa volare per poi tornare al loro posto svanita la paura. Un manto di nuvole bianche e geometriche come una trapunta invernale copriva il cielo e bloccava la neve che sembrava non voler scendere mai.

    Il centro era reso ancora più elegante dagli addobbi e mercatini natalizi, nascosti dietro ogni angolo, i canali ricordano lo stile olandese mentre i palazzi costruiti con i classici mattoni rossi inglesi traspirano il carattere british dei suoi abitanti. Amburgo è una città risorta dalle ceneri dell’operazione Gomorrah, il grande bombardamento avvenuto durante la seconda guerra mondiale che rase al suolo uno dei centri più industrializzati della Germania nel ‘900. Dal dopoguerra in avanti la popolazione si è saputa reinventare ricostruendo, non solo la parte architettonica della città, ma soprattutto la cultura e la mentalità di un popolo che si ritiene diverso e indipendente dal resto della nazione.

    treeL’ultima sera, dopo aver fatto i bagagli per il mattino seguente, tornato al pub, vuoto come tutte le sere ma ricco di umanità e musica, ho chiesto di Toni al barman che, sconsolato mi dice che era ricoverato in ospedale per alcuni problemi sopraggiunti la sera prima. Con grande dispiacere nel cuore ho salutato tutti, ero già sulla porta quando il barman mi chiede di tornare indietro afferrandomi il braccio indica una cornice sulla mensola dietro al bancone, con un sorriso mi chiede se riconoscevo i due personaggi raffigurati nella fotografia.

    Era un bianco e nero dei primi anni 60, su un palco di un pub stracolmo di gente riconoscevo un giovanissimo Paul McCartney imbracciare un basso con la mitica impugnatura mancina, al suo fianco un ragazzo con i capelli biondi impugnava un chitarra acustica con un inconfondibile stile rimasto intatto cinquant’anni dopo, era Toni, che accompagnava uno dei mostri sacri della musica mondiale.

    Diego Arbore

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Niagara Falls, dove l’acqua unisce il cielo e la terra e l’uomo ritorna ad essere “minuscolo”

    Niagara Falls, dove l’acqua unisce il cielo e la terra e l’uomo ritorna ad essere “minuscolo”

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Una dozzina di uomini, lavoravano sul ciglio di una vecchia ferrovia avvolti da rumore e polvere, la brace di una sigaretta brillava nel pulviscolo, tanto per accorciare quella faticosa sopravvivenza. Sotto il cavalcavia, una donna dormiva sul sedile di una macchina abbandonata, la notte, noiosamente lunga, aveva lasciato solo un velo di brina sulla carrozzeria e una scritta “Dio, sono qui” impressa sul parabrezza. Un corvo, appollaiato sul cartello arrugginito “benvenuti a Rochester”, si alzava in volo al passaggio di una vecchia utilitaria con la radio a tutto volume. Il legno della chiesa era segnato dagli inverni rigidi che piombano sull’Ontario, puntuali come un orologio, in quel luogo fermo da anni, sul piccolo campanile sopra di essa. Il sacerdote con un gesto della mano saluta la famiglia che gli aveva fatto visita, i loro occhi tristi erano pieni di speranza, si sono incamminati verso quella casa che avevano imparato a odiare, ma che rappresentava l’unico punto fermo della loro vita. Il padre prende in spalla la bambina, l’elastico che teneva ferma la testa della bambola cede, ma la piccina non piange, scende, la raccoglie con naturalezza e con un sorriso sale nuovamente sulle spalle del padre, l’arte dell’arrangiarsi per lei era appena cominciata.

    A differenza di Dio e delle istituzioni, il sole non si era dimenticato di Rochester, era settembre e un fascio di luce cominciava a scaldare quella fredda mattina, il vento soffiava dal lago proveniente da nord, pungeva e ululava come un lupo solitario, come tanti che passeggiavano per il paese. Era quella l’America o era quella vista pochi giorni prima a Boston, dove tutto sembra un disegno perfetto o forse è realmente quella raccontata da Steinbeck e cantata da Dylan, Woody Guthrie e Springsteen? La situazione non era dei più amichevoli, ma sono sceso comunque dall’auto per acquistare dell’acqua nel piccolo market e fare carburante, sugli scaffali i prodotti erano impolverati dal tempo, sacchetti di carne essiccata, dolciumi, riviste e gadget di ogni tipo, ordinati senza il minimo criterio. Dietro il banco, una grassa donna di colore dormiva seduta con il mento appoggiato sull’abbondante seno e una tazza di caffè stretta nella mano, davanti a lei un monitor trasmetteva le immagini del locale, in uno dei riquadri ero ripreso io davanti alla cassa in attesa del suo risveglio. Con il classico colpo di tosse attiro la sua attenzione e le allungo una banconota da venti dollari, mi sorride e con il dito mi fa segno di avvicinarmi, con un po’ di timore appoggio i gomiti sul banco e tendo l’orecchio. «Ragazzo, non ti consiglio di girare da queste parti – dice a bassa voce – ci sono luoghi più interessanti nelle vicinanze…».

     

    [quote]…tu sei a Buffalo, qui non c’è il centro, c’è solo Buffalo[/quote]

    Nessun consiglio era stato mai così utile, alcune brutte facce giravano intorno alla mia macchina e mascherando la paura con una finta sicurezza ho messo in moto chiudendo le portiere dall’interno passando con il rosso al primo semaforo, solo cinque minuti dopo viaggiavo sull’highway 90 in direzione di Buffalo, una città affacciata sul lago Erie , famosa per la sua vivacità. Quella domenica mattina Buffalo aveva l’aspetto trasandato di una moglie infelice, mi sono fermato per chiedere indicazioni ai bordi di una grande rotatoria, dove un uomo con dei grossi baffoni e cappello da cow-boy fumava una sigaretta appoggiato sul cofano di una limousine, i suoi occhiali a specchio riflettevano le immagini di una coppia di sposi che si faceva fotografare vicino a una grande fontana, la sua attesa mi ha dato forza per avvicinarmi e chiedere indicazioni per il centro. Per qualche secondo sembrava non avere sentito, ma dopo aver lentamente ruotato il capo nell’altra direzione, tirando su con il naso la quantità ideale di catarro e sputandolo come una perfetta pistola ad aria compressa, mi guarda sorridendo dicendo «tu sei a Buffalo, qui non c’è il centro, c’è solo Buffalo».

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Ho deciso che non avrei voluto passare la notte nell’ennesimo luogo pericoloso e con il passaporto alla mano mi sono diretto verso il Peace bridge che attraversa il fiume Niagara tra Stati Uniti e Canada. Il cielo azzurro era macchiato solo da qualche nube bianca come batuffoli di cotone, il sole era alto ma un vento fresco ne mitigava il calore, le acque del fiume scorrevano inesorabili rincorse da aironi e gabbiani che volavano a pelo d’acqua quasi per gioco. Il ponte essendo privo di grandi strutture dona quel piacevole senso di libertà e scatena l’emozione e la bellissima sensazione di volare fino a che, una fila di automobili ti riporta a terra bruscamente, un muro di bandiere canadesi ti sbarra la strada e capisci di essere arrivato alla dogana. Nonostante la severa poliziotta e un lungo interrogatorio, sono riuscito a farmi timbrare il passaporto dopo un controllo nel bagagliaio, sono entrato in Canada con un sospiro, non che avessi nulla da nascondere ma vivo sempre con una certa pressione questi momenti. Lo scenario canadese non è molto diverso da quello appena passato al confine, le grandi strade sembrano linee tracciate con un pennello in mezzo al verde, in fondo a una di esse una grande nube di vapore acqueo a forma di fungo saliva in cielo, come quello delle esplosioni nucleari, ero arrivato a Niagara Falls.

    Principalmente il paese è un’attrazione turistica, una sorta di piccolo luna park situato lungo la via principale che porta nel bacino dove sfociano le tre cascate suddivise nei due versanti, canadese e statunitense. Il sole aveva cominciato la sua lenta discesa, i fumi diventati rosa sembravano zucchero filato, l’eco delle cascate superava il baccano delle giostre e una leggera pioggerellina di vapore portata dal vento mi bagnava il viso. Camminavo in direzione delle cascate quando un lampo, seguito da un forte boato, illuminava tutto a giorno, aprendo la strada a un improvviso acquazzone. Sono salito in macchina a tutta velocità, bagnato fradicio, stanco e infreddolito, era sera ormai e mi sono addormentato nel fastidioso odore di nicotina delle lenzuola, di quello sporco motel da quattro soldi. La mattina seguente il tempo era migliorato ma aveva portato il vento freddo della burrasca, il battello intanto aveva acceso i motori spaventando una coppia di gabbiani accucciati sul molo. Ero sulla prua per godere lo spettacolo in perfetta solitudine, l’acqua specchiava riflessi argentei, ricoperta da un tappeto di gabbiani, pellicani, aironi e decine di uccelli di ogni genere pronti a spiccare il volo con la puntuale cadenza di un aeroporto e passare attraverso gli arcobaleni bucando le dense nubi di vapore create dalle cascate.

    [quote]il più piccolo, si è voltato con gli occhi rossi dalla commozione, asciugandosi una lacrima con il polsino della felpa si rivolge verso di me entusiasta, gridando «This is great»[/quote]

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    La mia posizione privilegiata permetteva una visione a grandangolo del panorama, come se stessi navigando a pelo d’acqua su una zattera di un film western. Siamo entrati nella gola della cascata principale avvicinandoci a pochi metri dal fragore delle acque che cadevano da ogni lato formando schizzi che solo grazie alla cerata ho potuto evitare. Mi sentivo minuscolo di fronte a tanta imponenza, avevo il viso bagnato quando ho sentito scendere qualcosa di più denso dagli occhi, attraversare le guance fino al mento e cadere fondendosi e perdendosi nel fiume. Tornato a terra, ho voluto guardare ancora una volta quello spettacolo salendo sul ponte dal quale si possono ammirare le cascate in tutto il loro splendore, vicino a me due ragazzini erano appoggiati al parapetto osservando il panorama in religioso silenzio, il più piccolo, si è voltato con gli occhi rossi dalla commozione, asciugandosi una lacrima con il polsino della felpa si rivolge verso di me entusiasta, gridando «This is great». Il mio ebete sorriso non deve essere stata la migliore risposta, lui piuttosto ha suscitato in me la consapevolezza che il rispetto dell’ambiente deve nascere dai più giovani, l’unica speranza per il futuro di un mondo che si sta dimenticando chi comanda sul nostro pianeta, madre natura.

     

    Diego Arbore

  • Lisbona, la “feira da Ladra” e quella calda, bruttina sciarpa di lana di bianca

    Lisbona, la “feira da Ladra” e quella calda, bruttina sciarpa di lana di bianca

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Il viale era coperto da un voluminoso tappeto di foglie arancioni che, stanche di aspettare un inverno fino a quel momento vestito da primavera, cadevano sinuosamente come petali trasportati dal vento. Un uomo anziano sedeva su una panchina osservando la faticosa salita appena affrontata, con l’espressione e la stanchezza di chi sapeva di essere arrivato in cima senza possibilità di discesa. La vita passata davanti come i carretti dei dolci alla crema del suo quartiere, gli aveva lasciato solo un profumo ormai troppo lontano, come i ricordi.
    Le piastrelle di ceramica delle palazzine, quelle che conosceva a memoria, avevano un aspetto diverso quel giorno, i colori apparivano sbiaditi e alcune crepe conferivano un aspetto decadente ai suoi occhi, gli stessi che avevano visto Lisbona quando i turisti erano solo marinai di passaggio.
    Il sole tramontava con lui, doveva solo saper attendere il suo momento seduto al capolinea del tram numero ventotto che stava salendo trasbordante di gente ammassata come bestiame.
    Decine di persone scendevano come automi con valigie da lavoro, zaini di scuola, mani in tasca e cuffie alle orecchie, alcuni si avviavano verso il centro città, altri rientravano a casa nel popolare quartiere del Baixa, sulle alture.

    L’anziano signore era salito in piedi facendo leva sulla spalliera della panchina, seguiva eccitato gli ultimi passeggeri scendere quando una bambina con due splendide trecce castane si era materializzata al diradarsi della folla e si guardava attorno.
    L’uomo adesso sorrideva, i pensieri tristi erano svaniti tra le lentiggini e gli occhi verdi di quella piccola ragione di vita che gli correva incontro, la fatica e l’affanno si erano tramutati nel vigore di un abbraccio, tirando su la bambina con la facilità di un ragazzo.
    Dietro di loro, i ponti di Lisbona sembravano sorridere, il cielo sereno sopra i colli si fondeva con l’oceano come la tempera di una tela, i gabbiani cominciavano a volare vorticosamente come giocando a guardie e ladri sopra la vita delle persone che, come formiche frenetiche, si muovevano tra i vicoli e le trafficate strade che convogliano al mare.
    La bambina prendendo per mano il nonno e adeguando il passo, cercava di smorzare la sua vivacità per sentirlo vicino, le loro figure sono poi sparite in una nuova e felice discesa.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Camminavo al Barrio Alto, i vicoli si inerpicano a monte, colorati da panni stesi, vespe e automobili vintage, ristoranti tipici e caratteristici appartamenti sulla strada dove le casalinghe si fermano a parlare e i bambini giocano a calcio tra un marciapiede e la porta di un garage e dove il tempo si è fermato.
    Curiosando dentro un vicolo per scattare delle fotografie, ho notato un uomo seduto sulla porta di casa lanciare briciole a un pavone che, per niente intimorito, si avvicinava a lui con fiducia: sono rimasto in disparte a osservare quel momento insolito, poi sono salito nel mio appartamento per osservare gli ultimi scampoli di tramonto dall’alto del balcone.
    I tetti rossi delle case e le cupole delle chiese sembravano dipinte, il cielo era un mare capovolto e le luci degli appartamenti centinaia di stelle, all’interno di una di queste la fiamma sinuosa di una candela rifletteva sul muro la figura di una donna anziana, ferma a contemplare il vuoto di un appartamento che sembrava abbandonato.
    La finestra era priva di imposte e tapparelle, una tenda di plastica per le docce era l’unica copertura di un’atmosfera asettica e incolore.
    L’ombra ha cominciato a muoversi, la fiamma con lei, la tenda si era aperta da un lato e una signora con i capelli colore dell’argento si era affacciata guardando verso di me, come se sentisse il mio sguardo. Mi ha regalato la sua ricchezza più grande, un sorriso.

    La notte era passata velocemente, svegliato solo dai primi raggi di sole ho fatto colazione sul balcone e sono uscito, la tenda della finestra di fronte era chiusa senza alcun movimento al suo interno. Il mare era calmo, solo poche e temerarie onde cercavano invano di toccare la riva, dove i pescatori del mattino attendevano pazienti la preda da servire a cena. Le maestose vie del centro, dominate dal castello di Sao Jorge, erano addobbate per Natale, il carretto delle caldarroste fumava sul marciapiede mentre un cane randagio, attento alla segnaletica stradale, bighellonava davanti in cerca di avanzi, invisibile agli occhi dei passanti. I tram gialli si incrociavano, dai finestrini i volti ancora assonnati dei lavoratori sembravano vuoti e svogliati, guardavano al di là di quello che realmente avevano davanti, sognavano di viaggiare, come i loro avi per i mari di tutto il mondo.

    Dalla piazza del teatro nazionale ho chiamato un taxi per raggiungere il quartiere di Sao Vicente che ogni sabato accoglie i mercanti e le canaglie più disparate di Lisbona nella “feira da Ladra”, un vero e proprio mercato del rubato.
    Un tempo i marinai di passaggio vendevano gli oggetti recuperati durante i loro viaggi oppure semplicemente ne acquistavano altri da rivendere allo sbarco successivo, oggi il materiale venduto è al limite del grottesco, tuttavia il mercato ha mantenuto il suo fascino intatto nel tempo. Il rumore assordante delle radio a transistor e le urla dei mercanti si univano in un permanente e penetrante brusio, mendicanti e fachiri a ogni angolo chiedevano pochi spiccioli per nulla o per qualche gioco di prestigio mentre qualche ladro di borsellini si aggirava furtivo tra le tasche dei turisti. Vecchi abiti e scarpe spaiate si alternavano a mobili e cianfrusaglie di ogni genere, vinili di artisti sconosciuti, imitazioni di quadri famosi e libri impolverati facevano da cornice a un Guernica di oggetti dimenticati. Decine di persone spingevano per acquistare inutili monili, una coppia di ragazzi valutava un vecchio baule da mettere in camera da letto e un banco di abbigliamento creava la folla dei saldi migliori, attraverso la quale intravedevo una vecchia signora appoggiata a un muro, vendere sciarpe di lana adagiate sullo schienale di una sedia.
    Quel giorno faceva particolarmente caldo, tuttavia mi sono avvicinato e dopo aver chiesto il prezzo ne ho acquistate due, non erano particolarmente belle ma avevano l’aspetto di essere calde e caserecce come quelle fatte dalla nonna, i colori non erano sgargianti ma si intonavano con tutto e poi quella signora, mi sembrava di conoscerla da sempre. Aveva dei buchi nelle calze, le mani screpolate e ferite dall’arsura e uno scialle che la copriva da un freddo percepito solo da lei, il suo volto rugoso era segnato dal tempo e dal lavoro ma il sorriso era quello di chi vive in solitudine e lo tiene per le giuste occasioni. Dopo aver pagato, mi sono chinato e avvicinandomi le ho regalato una delle due sciarpe, quella bianca, chiedendole di non venderla e di tenerla per se anche se probabilmente l’avrebbe venduta il prima possibile.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Quella notte il freddo era arrivato a Lisbona con un blitz rapido e silenzioso, una lieve pioggia conferiva brillantezza ai tetti e i camini cominciavano a fumare, la stanza era ancora fredda e mi sono avvolto nella sciarpa di lana acquistata in mattinata. Ho fatto un cerchio sul vetro appannato per sbirciare fuori, la fiamma nell’appartamento di fronte era più forte, ricordava il fuoco di un camino e sul muro si stagliava sempre la stessa figura. In quel momento la tenda si faceva da parte e dalla finestra era uscita la signora guardando subito nella mia direzione, sorridendo con una bellissima sciarpa bianca al collo.


    Diego Arbore

  • Viaggio a Cape Cod, l’incontro con Hermann sulle tracce del capitano Achab

    Viaggio a Cape Cod, l’incontro con Hermann sulle tracce del capitano Achab

    cape-town-porto-scimmia-barboncinoGuidavo attraverso il Massachusetts inghiottito dal buio, inesorabile come la materia oscura di un vorace buco nero. Il sole non aveva lasciato tracce e la luna tardava ad arrivare. La vivacità e la spensieratezza del paesaggio improvvisamente sono mutate in paure e insicurezze, salite in auto come due autostoppisti silenziosi di cui avresti fatto volentieri a meno. La strada, ridotta a singola corsia, avanzava senza fine apparente; le fronde degli alberi si muovevano come artigli, scosse da un vento che soffiava in ogni direzione trascinando pioggia, foglie e acqua di mare.
    La voce e la chitarra di Neil Young, intervallate da interferenze e stazioni radio religiose, mi facevano compagnia con gli assoli di Down by the river e quel falsetto inconfondibile del rocker canadese.
    Avevo da qualche ora superato Providence e stavo entrando nella penisola di Cape Cod, un lembo di terra che ricorda il dito storto di una strega e penetra nell’Oceano Atlantico come la spina di una rosa.

    Il serbatoio della benzina era agli sgoccioli e la distanza stimata dal computer era inferiore a quella che dovevo percorrere, così sono uscito al primo segnale di civiltà, un piccolo agglomerato di case indipendenti, un parcheggio per roulotte e due fast food, il primo chiuso e l’altro abbandonato, di distributori neanche l’ombra. Le luci giallastre dei lampioni conferivano aria tetra a quel luogo deserto, giochi di ombre e rumori sinistri ingannavano i sensi provocando quella brutta sensazione di sentirsi osservati. Un sussurro mi ha fatto voltare e accelerare i battiti del cuore, ma non c’era nulla di cui preoccuparsi, era solo il sibilo del vento tra i rami.

    La mia attenzione si era spostata su una luce immersa nel buio che distava un miglio da me. Senza pensare troppo, ho messo in moto e sono andato vicino, trovando una piccola pompa di benzina e un casottino: al suo interno, blindato come dentro una cassaforte, un piccolo uomo dall’aria impaurita che si affaccia salutandomi con un gesto della mano.
    Era un tipo magro sulla quarantina, capelli attaccati alla fronte da sudore e sporcizia, indossava una camicia a quadri rossi e neri di flanella avvolto da una nube di sigarette; tuttavia, aveva occhi vispi e uno sguardo amichevole, avrei potuto scommettere che sotto la sua sedia nascondeva un fucile.
    Non voleva uscire dal casottino e forse per paura ha cominciato a urlare, dalla feritoia fumante, le istruzioni per erogare benzina: la pompa era effettivamente un pezzo d’antiquariato.
    Dopo aver riempito il serbatoio, mi sono avvicinato per pagare, i suoi lineamenti affusolati illuminati dal braciere della sigaretta e nascosti dal fumo, si estesero in un sorriso alla vista dei venti dollari.

    cape-town-pozza-vicoloHo ripreso a guidare nel buio della notte, la tempesta si era calmata e le nubi diradate svelavano qualche timida stella, la luna rimaneva nascosta.
    Avevo prenotato una stanza in un motel di Provincetown, un piccolo paese di pescatori sulla punta di Cape Cod, i gestori mi avrebbero aspettato fino alle dieci, oltre quell’orario avrei dovuto chiamare l’uomo della sicurezza per la consegna delle chiavi.
    Era mezzanotte inoltrata, ai bordi della strada i cadaveri degli scoiattoli neri e dei procioni si alternavano come paletti catarifrangenti, suggerendo una guida prudente. Ormai restavo solo io e qualche grosso fuoristrada con gli abbaglianti accesi: sembravano astronavi aliene in arrivo sulla terra.
    Il motel era il classico a ferro di cavallo visto in tanti film, aveva la particolarità di affacciarsi sull’oceano; in realtà, a quell’ora non si vedeva nulla ma l’odore salmastro, il vento e le strutture deteriorate dal salino ne segnalavano l’imponente presenza.
    Fuori dalla struttura principale una piccola piscina sulla quale galleggiavano foglie come piccole imbarcazioni giocattolo, un’altalena spinta da un soffio di vento carico di acqua e salino cigolava assieme ai malinconici giochi per bambini.
    Era l’una del mattino. Sono entrato nella hall, una fatiscente struttura ricoperta da moquette azzurra con una dozzina di divani distribuiti senza un criterio logico. Su uno di questi c’era un uomo di colore che dormiva rumorosamente. Era poco più che un ragazzo, indossava calzoni corti e infradito, un cappellino degli Yankees e una maglietta gialla della “security”; si era addormentato con una lattina di birra in mano, altre due erano vuotate e lasciate ai piedi del divano accartocciate come cartaccia. Deve essere stato un brusco risveglio il suo, forse destato da un bellissimo sogno, oppure la fine di un bruttissimo incubo, quando mi ha guardato con gli occhi rosso sangue ho dovuto sfoderare il sorriso più ebete del mio repertorio. Dopo i convenevoli, il ragazzo era di poche e incomprensibili parole, mi ha chiesto il passaporto per poi sparire con esso per una decina di minuti e tornare con la chiave della camera e un salvagente come portachiavi.

    La stanza non era di certo quella di un hotel a cinque stelle ma trasmetteva comunque un certo fascino. Era un openspace con cucinotto, terrazzo e la solita moquette azzurra: odorava di umido e stantio, inevitabile con quella brezza marina. Sono crollato sul letto come un albero abbattuto dormendo fino alle luci dell’alba quando aprendo la tenda, un fortissimo chiarore mi ha abbagliato la vista.
    La nebbia era bianca come latte e morbida come cotone, depositata omogeneamente su tutto il paesaggio. S’intravedeva solo la ghiaia color cappuccino, le sterpaglie e i mucchi di alghe depositati nella notte. Sono sceso sulla spiaggia in una sorta di trance calpestando gusci di conchiglie e telline, accompagnato da gabbiani e rondini di mare, spingendomi fino alla battigia a battezzare i miei piedi nudi nell’oceano. Una brezza proveniente da sud est iniziava a soffiare, separando le nuvole dal cielo, il bianco dal blu e vivacizzando i colori con i primi raggi di sole, riflettendosi sulle case di legno ancora bagnate: le faceva brillare come un luminoso presepe. Lentamente, l’oceano si ritira scoprendo le acque come un lenzuolo, banchi di sabbia si formano disordinatamente, una barca ancorata s’inclina al contatto con la sabbia e i gabbiani rincorrono i granchi impauriti, lasciando solo qualche avanzo per gli uccelli più piccoli.

    cape-town-barcaSolo pochi minuti più tardi, camminavo tra i vivacissimi vicoletti e le caratteristiche case di legno di Provincetown. In quei luoghi Hermann Melville aveva immaginato l’avventura di Ismaele, del capitano Achab e il suo incubo Moby Dick, in quello che è rimasto uno dei romanzi più importanti della letteratura mondiale. Il profumo della zuppa di crostacei fuoriesce dalle taverne, quello più acre della birra rovesciata sulle assi di legno e l’aria salubre che giunge dal mare si uniscono in un vortice di sensazioni e ricordi passati.

    Tra le case, separate da stretti vialetti, fotografavo il porto, notando casualmente una figura che osservava il mare, un bellissimo barboncino dal pelo marrone. Aveva l’espressione malinconica di chi voleva essere su una di quelle navi all’orizzonte o salpare sui pescherecci pronti ad affrontare la tempesta e allo stesso momento di chi ne aveva vissute tante da raccontare. Mi sono avvicinato, lui ha allungato il collo per ricevere una carezza, poi tirando su la testa si è voltato, distratto da un gabbiano sulla spiaggia e scoprendo la medaglietta con scritto “Hermann” ha cominciato a correre verso il mare.


    Diego Arbore

  • New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    newyork-diegoarboreEra una tiepida mattina di maggio, il sole aveva fatto un cammeo durante le prime ore per poi non presentarsi più, lasciando il posto a una grigia foschia.
    Leggevo La Baia di H.J.Michener, un capolavoro semisconosciuto della letteratura del Novecento ricevuto in regalo da mia zia (era un’edizione risalente al 1980 perfettamente conservata, dal valore umano inestimabile): racconta quattro secoli di storia nordamericana romanzata ad arte, dall’arrivo dei primi europei nelle Americhe fino quasi ai giorni nostri.
    Al suo interno, tra due pagine ingiallite e incollate dal tempo ho trovato una busta, conteneva una fotografia in bianco e nero ritraente un uomo di bell’aspetto, magro ed elegante, che indossava un abbondante abito grigio e scarpe in cuoio con la punta consumata, teneva in mano un cappello e al suo fianco una valigia legata solo da uno spago, dietro di lui, oltre la prua di una nave si stagliava il ponte di Brooklyn.
    L’uomo nella fotografia era Luigi Barretta, il prozio di mio padre, partito nel 1904 con destinazione New York. Aveva la mano veloce, ma a differenza dei suoi compaesani cuciva e non sparava, tagliava le stoffe più pregiate componendo abiti su misura come nessuno nel suo paese natio, Stilo, un piccolo borgo medioevale, pigramente adagiato ai piedi del monte Consolino in provincia di Reggio Calabria.
    Agli inizi del Novecento la vita era polverosa come le strade del paese, la fame si incontrava per strada e ti guardava negli occhi, come un vecchio sporco cane randagio, fino a farti morire.
    Era apprezzato per la qualità dei suoi abiti, tuttavia i guadagni si riducevano al lumicino, i lavori più onerosi scarseggiavano e nell’ultimo anno si limitava a rammendare indumenti lisi e sgualciti di chi non se ne poteva permettere di nuovi.
    Decise così di intraprendere il primo viaggio verso l’America con l’intento futuro di portare tutta la famiglia nella terra dei sogni, trasferendosi a Brooklyn.

    Svolse i lavori più umili prima di essere assunto come sarto dentro un magazzino di abbigliamento, dove il suo talento fu finalmente riconosciuto e, grazie alla parsimonia e alle cospicue mance, in breve tempo riuscì ad aprire una bottega tutta sua.
    In due anni la piccola bottega divenne una catena precorritrice dei moderni supermercati, dove era possibile acquistare generi alimentari, abbigliamento e articoli per la casa.
    Cedette le sue attività a un facoltoso magnate e fece perdere le sue tracce in circostanze ignote, forse avido dei soldi guadagnati o semplicemente perché li doveva a qualcuno. In Italia lo aspettarono invano, di lui è arrivata solo quella fotografia e delle cartoline spedite a parenti ormai scomparsi.
    Ho riposto la busta nel libro e dopo un’ultima occhiata alla fotografia sentivo ardere una missione dentro di me, ripercorrere la strada di Luigi Barretta e, contrariamente a lui, ritornare a casa.
    Esattamente dopo quattro mesi ero in fila ai lunghi controlli del JFK di New York. Diversamente dal mio antenato, vestivo pantaloni corti e t-shirt, in mano tenevo ben salda la reflex pronta a scattare non appena avessi ricevuto il via libera per entrare negli States.

    Il taxi viaggiava oltre i limiti consentiti, il conducente era un loquace ragazzo afroamericano improvvisato cicerone che spacciava luoghi apparentemente anonimi come scenari di alcuni dei film più famosi. Dal finestrino passavano le immagini delle case a schiera e i campetti da basket del Queens fino a sfociare nell’East river per poi entrare nel muro di grattacieli proprio quando il sole, calando, disegnava l’inconfondibile silhouette di Manhattan nel cielo serale.
    L’appartamento era piccolo e confortevole nella tranquilla ed elegante Chelsea, la proprietaria, una ragazza con cui non ho avuto modo di parlare se non tramite email, aveva lasciato tutto a mia disposizione, compresa una collezione dei suoi personali oggetti di piacere.
    Il Chelsea Market era il luogo adatto dove trovare una vasta scelta di ristoranti, distava pochi isolati. Dopo una doccia rinfrescante, mi sono incamminato lungo i viali alberati illuminati dalle insegne al neon dei locali, come nei migliori quadri di Hopper. Dopo la cena a base di aragosta e sushi, sono rientrato per riposare: la mattina seguente dovevo affrontare la prima tappa del viaggio di Luigi Barretta, la piccola Ellis Island.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Una leggera coperta di nubi conferiva al mare un aspetto non diverso da una colata di piombo fuso, un peschereccio rientrava dalla notte accompagnato dalla danza dei gabbiani sulla cresta dell’onda e una frotta di turisti era assiepata sul molo, in attesa del battello.
    Questo isolotto, ormai adibito a museo, in passato aveva accolto 12 milioni d’immigrati, tra i suoi muri si respira ancora l’odore dei corpi ammassati in attesa delle visite mediche e delle valigie di pelle accatastate.
    Vecchie stampe sulle pareti ritraevano i volti provati ma felici delle famiglie appena sbarcate, gli occhi inconsapevoli dei bambini e quelli pieni di speranza e illusione delle famiglie, come quelli di Luigi ai piedi del ponte di Brooklyn.
    L’emozione è diventata ancora più grande quando negli archivi pubblici ho trovato un documento attestante che il 17 maggio del 1904 all’età di diciannove anni Luigi Barretta era sbarcato negli Stati Uniti d’America sulla nave Palatia partita da Palermo.
    Mia zia, che nel frattempo seguiva le mie gesta oltre Atlantico, era riuscita a reperire un indirizzo grazie ad una vecchia cartolina: al 1430 di Coney Island Avenue di Brooklyn, Luigi aveva aperto la sua prima bottega, la meta adesso era concreta, ma prima c’era da visitare la Grande Mela.

    © Diego Arbore
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    In estate a New York fa caldo, per usare un blando eufemismo, un umido vento torrido soffiava e si fermava come il mantice di un camino, l’asfalto si scioglieva e dalle viscere saliva un nauseabondo vapore, un odore acre come di verdure avariate.
    I graffiti sui muri appaiono senza preavviso, inerpicandosi in alto come edere abbandonate. Lo sguardo si perde nello zigzagare delle scale antincendio delle palazzine fino ad arrivare sui tetti dove grosse cisterne d’acqua ricordano razzi pronti a partire.
    La città è un serpente che cambia pelle. È sufficiente cambiare strada per trovarsi dalla sporca e caotica Chinatown ai colori allegri e la musica di Little Italy, dalle pericolose facce di canal street all’eleganza del Tribeca e del Financial district.
    L’aria vintage del Greenwich village e dei negozi di abiti e vinili usati, lo stile british di Chelsea e quello artistico di Soho e delle gallerie d’arte mentre tutto ruota attorno a un centro, dove il tempo non esiste, si ferma e ti accoglie in qualsiasi veste tu sia, quel luogo si chiama Times square.
    Camminando tra le insegne luminose dei teatri e delle pubblicità, s’incontrano cespugli di capelli e pantaloni a zampa, predicatori e mendicanti, artisti di strada, suonatori improvvisati e narcolettici sdraiati negli antri più impensabili distesi come fachiri e vagabondi che camminano senza meta con la sola anima come fissa dimora.
    Il fumo dei carretti ambulanti e quell’aroma speziato del Kebab si aggrappa ai rivoli di vento arrivando fino a Central Park per poi svanire disperso tra le fronde dei rami di quercia rossa e le fragranze acerbe dell’erba fresca.
    Le foglie, mosse da una lieve brezza, ballano al ritmo di una fisarmonica gitana, altre si staccano come lacrime a ogni accordo di chitarra dedicato a John Lennon, le più intraprendenti si sono spinte fino al lago per galleggiare insieme alle barche a remi circondate da una corona di grattacieli, ormai diventati un uniforme ombra nera.
    Una ragazza, capelli castani al vento e il volto coperto dalla sua fotocamera, tenta di scattare un’immagine di un papà che tiene in braccio il suo bambino: era la sua foto e così ho lasciato che fosse, un’immagine bellissima di chi l’aveva vista e inseguita con tanto amore da non voltarsi nemmeno un secondo per svelare un viso che resta un mistero.

    Brooklyn intanto scalpitava, ed io con lei. Sentivo un fuoco scoppiettare dentro di me, solo la notte ci divideva, aspettavo quieto e pensante come un cowboy di fronte a un falò in una notte stellata, soltanto il sole avrebbe svelato la strada.
    Le sue popolose strade sono un groviglio di etnie e stili differenti, lunghissimi viali alberati s’incrociano con le interminabili file di negozi e ristoranti per poi svanire nel nulla in perfetto stile americano.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    L’indirizzo era quello giusto, l’insegna gialla riportava caratteri orientali in quella che un tempo era la bottega di Luigi, ora sorgeva un pessimo ristorante cinese.
    Mi sono guardato allo specchio, dove era riflesso quell’orribile gatto che mi salutava con la zampa e che pareva sbeffeggiarsi di me. Il mio viso deluso era un libro aperto, ma non potevo aspettarmi altro dopo un secolo dalla sua chiusura.
    Chinandomi per andare via, un uomo con un abito grigio mi scontra: due scarpe in cuoio consumate sulla punta si avvicinano a me, la sua mano raccoglie il mio zaino e me lo porge, pronunciando con una voce calda e familiare un semplice “chiedo scusa”. Poi, si allontana e, prima di voltare l’angolo, calza il cappello per sparire con la sua valigia mischiandosi tra folla.


    Diego Arbore

  • La Grande Berlino e quella vecchia casa nel quartiere di Charlottenburg

    La Grande Berlino e quella vecchia casa nel quartiere di Charlottenburg

    IMG_3696La Sprea scorreva torbida come il suo passato, mossa da un vento fresco di fine estate, rifletteva i bagliori di un pigro sole settembrino, tuttavia Berlino aveva il solito sguardo severo e austero. Ascoltavo People are strange dei “The Doors” seduto sulle rive del fiume mangiando una pizza presa dentro un forno gestito da un marocchino trapiantato in Germania, parlava con un buffo accento partenopeo e fumava continuamente tra un’infornata e l’altra. La sua pasta morbida e alta profumava di pomodoro fresco e basilico, la mozzarella filante e un filo d’olio d’oliva completavano l’opera, il risultato è stato una delle pizze più buone mai mangiate in vita mia. Gli ho chiesto alcune informazioni stradali ma non conosceva altro che la strada dal suo modesto appartamento al lavoro, il resto non gli interessava, con il ricavato della sua attività sarebbe ritornato a vivere in Marocco con i figli a costruire una fattoria e coltivare i campi.

    berlino-knut-DILa mattina, nel famosissimo zoo, guardando l’orso Knut che si annoiava nel suo spazio, uno sbuffo di vento ha trasportato fin sotto i miei piedi, il volantino di una mostra fotografica privata esposta all’interno di una vecchia casa. Il figlio del fotografo aveva ritrovato alcuni scatti risalenti alla seconda guerra mondiale, ritraevano famiglie ebree e scene di deportazione, nascondigli inaspettati e oggetti ritrovati negli appartamenti. La mostra si trovava a Charlottenburg, un elegante quartiere, un tempo piccolo centro abitato unificato in seguito nella grande Berlino, non ho perso tempo e sono salito sulla monorotaia che oltre alla comodità offre una splendida vista sopraelevata della città.

    Sceso ad Alexanderplatz, la principale piazza del centro, mi sono diretto nella bellissima stazione della metro, giusto il tempo di abbottonare il parka che un uomo rabbuiato in viso si avvicina lentamente e mi chiede una sigaretta, non parlava bene l’inglese ma si era fatto capire benissimo a gesti. Indossava un pastrano blu molto trasandato, una camicia a righe bianche e azzurre, scarpe di cuoio bucate, barba trascurata da settimane e capelli lunghi che uscivano da sotto il berretto di lana. L’abbigliamento, nonostante l’usura era di pregevole fattura, i suoi modi gentili facevano emergere un’antica eleganza ancora inconsciamente presente dentro di lui. Avevo del tabacco con me, l’ho preso e ho girato una sigaretta, potevo offrire solo quello, lui mi ha ringraziato con un inchino e un cenno della testa. Gli ho parlato di Charlottenburg e i suoi occhi si sono subito illuminati, quasi commossi, la sua vecchia casa era li, un tempo aveva una vita normale, una famiglia e un lavoro, adesso doveva scroccare sigarette ai passanti. La sua maschera piano piano si stava sciogliendo e ne era consapevole, i ricordi più aspri tornavano a galla e improvvisamente la sua espressione si è fatta cupa, con la mano mi ha salutato e voltandosi si è allontanato lasciando al suo posto solo una scia di fumo.

    Camminare per Berlino è come immergersi dentro le pagine di un libro di storia, un film del dopoguerra o un racconto dei nonni, in ogni angolo si celebra la caduta del muro o si ricorda la triste vicenda dell’olocausto, una pagina che tutti vogliono dimenticare e allo stesso tempo ricordare.

    Charlottenburg2-DIGiunto a Charlottenburg, sono entrato in una birreria per chiedere informazioni, il barman mi ha messo davanti a una birra senza chiedere nulla, ho pagato due euro per il disturbo e mi sono avvicinato per chiedere informazioni. Il suo aspetto era poco rassicurante, sembrava avere un occhio di vetro e gli mancava una falange, tuttavia mi sono rivolto a lui per chiedere lumi sulla mostra e ho scoperto una persona gentile. Con il suo dito mozzo mi ha indicato la via, dovevo svoltare alla destra di una grande casa coperta da edera e percorrere il vialetto alla fine del quale avrei trovato un cancello.

    Arrivato davanti, mi sono guardato intorno ma non c’era nessuno, il cancello era semiaperto e dietro di esso un giardino lo separava dalla casa. Non ricordo cosa recitasse il cartello piantato nell’erba, faceva riferimento alla mostra di fotografia, non conoscevo il tedesco ma avevo intuito di essere nel posto giusto. Era una costruzione molto datata, la sua architettura, poco uniforme con quella del quartiere, ricordava una casa dei fantasmi vista nei film horror, aveva il profilo di una chiesa sconsacrata e le sue pareti grigiastre erano inquietanti. Le grandi finestre lasciavano intravedere del movimento all’interno, poche fievoli luci diventavano sempre più intense a mano a mano che il sole calava, il vento aveva spazzato via ogni nuvola e Venere cominciava a brillare solitaria.

    La porta era aperta, ho bussato timidamente ma troppo piano per attirare l’attenzione di qualcuno, ho atteso qualche secondo prima di colpire con maggiore decisione e sono entrato. La pianta dell’atrio era pentagonale e a ogni lato corrispondeva una porta o una scala, una di queste conduceva al piano superiore, il suo pianerottolo era illuminato e mi sono avvicinato per capire se c’era qualcuno. Un cigolio sinistro e una voce profonda dietro le spalle mi hanno fatto balzare in aria –Guten Abden– disse qualcuno enfatizzato dall’eco della stanza. Non vedevo nessuno dietro di me, volevo scappare dalla porta ancora aperta,  poi ho preso coraggio e mi sono avvicinato nella direzione da cui proveniva la voce. Nella penombra ho visto qualcuno muoversi, ondeggiava lentamente verso di me, il passo felpato lasciava intatto quel silenzio ovattato fino al click dell’interruttore della luce, poi da un lato della stanza è apparso un nano.

    Aveva un sorriso simpatico e compiaciuto per il mio spavento, avvicinandosi mi tende la mano destra e si presenta, il suo nome era Jimi e lavorava per il padrone di casa. Mi ha chiesto il motivo che mi aveva spinto a cercare quella mostra e come mai ero arrivato a quell’ora, la maggior parte dei visitatori era andata via, le luci soffuse facevano intendere che erano in chiusura, tuttavia avrebbe fatto un’eccezione per me. Ho seguito Jimi al piano di sopra, il suo passo era lento ma sapeva bene come muoversi nella casa. Ogni stanza esponeva le fotografie dell’epoca, ritratti di famiglia, vestiti e cimeli di ogni genere, cappelli, giacche, libri e quaderni.

    Jimi raccontava la storia della famiglia nascosta in quella casa, nulla era valso a salvarli, neanche il nascondiglio più improbabile. Nella stanza da letto Jimi mi ha chiesto di stare fermo e di guardare cosa avrebbe fatto, io curioso non mi sono mosso e ho aspettato. Che fosse un tipo strano lo avevo intuito, ma quando l’ho visto entrare in un armadio mi sono chiesto se era scemo lui o se lo ero io immobile nel mezzo di una stanza con un nano dentro un armadio. La sua voce riecheggiava nella stanza, quando mi ha chiesto di aprire l’anta e di farlo uscire mi sono avvicinato all’armadio e ho impugnato il pomello, poi ho aperto in maniera decisa, ma dentro c’era solo una vecchia giacca sgualcita. Guardando bene ho visto che la parte dietro dell’armadio si muoveva, così ho spinto anche quella e con mio stupore ho visto Jimi, dietro di lui una scala di legno che portava a un piano superiore. Quell’incredibile passaggio nascondeva una piccola mansarda, era arredata da quattro materassi e un tavolino di legno, nulla era stato rimosso dal giorno in cui erano stati scoperti.

    Una sensazione di angoscia mi ha pervaso l’anima e dopo aver visto le altre stanze e le ultime fotografie ho ringraziato Jimi e sono uscito nel buio della sera.

    La luna mi teneva compagnia mentre scalciavo le foglie gialle cadute dagli alberi nel viale del mio hotel, riflettevo su ciò che avevo visto, molte persone conoscono solo le storie più famose legate all’olocausto, tante altre sono raccontate da chi, come Jimi e il suo padrone, ha avuto il coraggio di mostrare il lato oscuro dell’essere umano.

     

    Diego Arbore

  • Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    shetland-DiIl traghetto per le Shetland partiva a mezzanotte, mancavano ancora cinque ore, dovevo passare il tempo e con me avevo solo una copia di Moby Dick rubata due giorni prima in una impolverata biblioteca di Inverness, un pacchetto di sigarette, il taccuino di viaggio e nulla che potesse calmare la mia fame. La locanda dei marinai nel porto di Kirkwall brillava nel buio come la stella cometa avvolta nel paesaggio delle Orcadi e, dalle nubi cariche d’acqua che lentamente avanzavano, a breve sarebbe scesa una pioggia incessante.
    Sembrava il pub interstellare di Star Wars, ho fatto un sorriso ebete indicando un tavolo libero e mi sono seduto con leggero imbarazzo ordinando una pinta di Guinnes, uova e patatine fritte con bacon. La tv era in bilico su una mensola di fianco ad una volpe imbalsamata, sembrava dovesse cadere da un momento all’altro. Quella sera andava in onda il derby di Liverpool in diretta dal Goodison Park, non molti mostravano particolare interesse per l’incontro ma quei pochi sembravano pronti a scagliare bottiglie sui muri in caso di sconfitta. Davanti al caminetto acceso un uomo dalle basette folte fumava la pipa, indossava una blusa della marina che gli donava un aspetto austero e malinconico, di sicuro aveva navigato per tutta la vita ed ora faceva i conti con la nostalgia. Guardava in alto, sembrava osservare la nuvoletta dei ricordi mentre lo scoppiettio del legno si fondeva con lo sciabordio del mare ormai perennemente presente nelle sue orecchie grandi come conchiglie. La cameriera, una donna sui quarant’anni mal portati, mi ha servito la cena usando poca delicatezza ma sorridendo in maniera accomodante, una gentile concessione per un forestiero.

    shetland-tramonto-DIImprovvisamente un lampo squarciò il cielo che tuonò in maniera così forte da far tremare i bicchieri, solo la volpe imbalsamata rimase impassibile. La luce era andata via e potevo solo sentire il profumo del bacon salire dal piatto, vedevo a fatica l’ammiraglio illuminato dal fuoco del camino mentre un ubriacone faceva il verso dei fantasmi e il barman finiva di riempire una pinta di birra con una torcia in mano.
    Dopo aver indossato una cerata modello guardiano del faro, l’ammiraglio uscì nella bufera, nessuno sembrava preoccupato per lui ma quando la luce tornò fu accolta da un boato da stadio. Dopo aver spalancato la porta si tolse il cappuccio e con sguardo orgoglioso disse qualcosa interpretabile come “E luce fu…”, nel frattempo il Liverpool era passato in vantaggio e qualcuno bestemmiò per essersi perso il gol.
    Finito di mangiare mi sono avvicinato al bancone per pagare, vicino avevo un tipo che non si era accorto di nulla, beveva e mi guardava con aria inespressiva. Non conoscendo le sue intenzioni ho cercato gentilmente di entrare nelle sue grazie chiedendo se la navigazione sarebbe stata sicura con questo tempo infame. Il vento ululava come un branco di lupi affamati e l’acqua schiaffeggiava i vetri quasi a volerli rompere, lo sconosciuto diresse l’occhio verso la finestra dicendo “questo ti sembra un tempo infame ragazzo?”
    Altre domande sarebbero state superflue, ho pagato il conto e sono uscito nel buio indossando il K-way e mi sono riparato sotto la tettoia del pub. Le luci della nave immerse nel buio ricordavano un film di fantascienza, le ombre dell’equipaggio in controluce sembravano gli alieni di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, tuttavia mi sono armato di coraggio e ho cominciato a correre con lo zaino sotto braccio entrando con il biglietto ridotto a un pezzo di carta bagnato.

    Quella sera ero uno dei pochi intrepidi passeggeri a cavalcare le onde del mare, a mezzanotte e cinque minuti siamo salpati verso le Isole Shetland, le acque erano increspate e il vento portava con se pioggia e salsedine.
    Ho sempre amato sentire sulla pelle il sapore del mare ma avevo le scarpe zuppe e il freddo entrava nelle ossa, così sono rientrato sotto coperta, non avendo la cabina mi sono dovuto cambiare gli indumenti in bagno.
    Non è stato difficile trovare posto per la notte, mi sono steso nella sala tv sotto un tavolino, il sacco a pelo umido scaldava a malapena ma ero così stanco che sono crollato sotto le note di “I shall be released” di Bob Dylan. Sognavo di essere Ismaele sulla baleniera Pequod, la voce del capitano Achab impartiva ordini sul cassero e io ero terrorizzato dal mare in tempesta, poi tutto si calmò e alle prime luci del mattino sono stato svegliato dal canto delle sirene (in realtà era Enya con “Carribean blue“, avevo ancora le cuffie nelle orecchie ma nel dormiveglia la sua voce sembrava quasi eterea).

    scozia-shetland5-DIDopo aver preso i miei effetti sono uscito sul ponte, il cielo era limpido e l’acqua di colore argenteo, brillava come cosparsa di piccoli brillanti. Fiancheggiavamo dei grossi faraglioni popolati da gabbiani e pulcinelle di mare, una balenottera saltava sul pelo dell’acqua mentre un’imbarcazione tornava dalla notte di pesca carica di pesci e grossi crostacei.
    Il paesaggio delle Shetland sembrava un dipinto a olio quella mattina, la brina risaltava il verde smeraldo dell’erba e il blu del cielo era macchiato di nuvole color perla.

    Dopo una colazione nel pub del porto di Lerwick sono salito sul bus che mi avrebbe portato dall’altra parte dell’isola, mi sembrava la maniera migliore per visitarla.
    Case costruite su isolotti di trecento metri quadri, muri a secco che separavano i giardini e viuzze sterrate dove le macchine non servivano, solo biciclette, asini e buone gambe.
    Ero seduto di fronte ad un anziano signore, aveva lo sguardo felice, mi chiese “dove vai, ragazzo?”, ho risposto “non lo so”. Il bus era arrivato al capolinea, “vieni ragazzo, se non sai dove andare, ti faccio vedere dove vivo.”
    L’ho seguito lungo una strada sterrata colorata dai fiori gialli, bianchi e puntigliosi, siamo arrivati di fronte a un piccolo cancello di legno. L’uomo mi ha invitato a bere una birra a casa sua, aveva i lineamenti di una buona persona, poteva anche essere un serial killer e la sua casa era immersa nel nulla dell’oceano, mi avrebbe potuto far sparire senza lasciare traccia, tuttavia mi sentivo tranquillo e sono entrato guardandomi attorno.

    shetland-foca-DIL’abitazione era disadorna ma accogliente, non aveva bisogno di molte cose se non della foto della moglie prematuramente scomparsa e dei tre figli ormai accasati tra Londra ed Edimburgo.
    Mi ha raccontato la sua vita come non lo faceva da molto tempo, io ho ascoltato affascinato e con sincero interesse ma allo stesso tempo distratto da quel luogo così solitario. Attraverso la finestra della sala potevo osservare il mare, una foca sembrava spiare i nostri discorsi con la testa a pelo d’acqua, lui la osserva un attimo senza dargli troppa importanza, era la routine di tutti i giorni.
    Si sa, quando sei spensierato il tempo vola, il sole freddo stava lasciando il posto alla sera pronta al suo turno quotidiano. Ci siamo salutati con un’energica stretta di mano e abbiamo scambiato gli indirizzi, una volta salito sul bus mi sono voltato, lui era sul pianerottolo di casa, con un cenno della mano mi ha fatto intendere che mi augurava buon viaggio per il mio rientro a Genova.
    Un mese più tardi ho trovato una sua lettera nella posta, era francobollata dalla Isole Shetland, mi ringraziava per averlo ascoltato e confessava che era rimasto colpito da quel ragazzo che “non sapeva dove andare”. Ci siamo scritti ancora per i tre anni successivi fino a che non ho più ricevuto risposta, lui era partito per il viaggio più lungo.

     

    Diego Arbore

  • Bruges, una notte al chiaro di Luna nell’antica città belga

    Bruges, una notte al chiaro di Luna nell’antica città belga

    bruges-bosco-notturna.DIQuel giorno a Bruges iniziava l’autunno, il cielo color piombo e una nebbia avvolgente ovattavano l’aria ancora fredda del mattino. Le finestre lentamente si aprivano come occhi stropicciati, l’edera sui muri brillava bagnata dalla brina che lentamente si scioglieva, un manto di foglie giallastre donava colore alle torbide acque dei canali dove cigni e papere dormivano vicini per scaldarsi dal freddo della notte.

    Il profumo dei croissant caldi sussurrava golose tentazioni ai passanti, la ragazza al banco indossava un’elegante camicia a pois e sorrideva ai clienti che facevano la fila come affamate formiche. I campanelli delle biciclette diventavano più frequenti intanto che la vita lentamente riprendeva, la nebbia saliva lasciando il posto a macchie blu e timidi raggi di sole, dalla strada salivano le tipiche fragranze autunnali rinchiuse nel cassetto dell’estate.

    Sedevo ancora assonnato al tavolino di un bar, osservavo una famiglia ebraica accompagnare loro figlio a scuola, ho subito pensato ai miei genitori,  i costumi cambiano ma le abitudini sono le stesse per ogni cultura. Quando fui pronto a scattare erano ancora sufficientemente vicini ma voltati di spalle, i sanpietrini in porfido e i mattoni rossi sui muri donavano un aspetto antico a quello scorcio di strada, a volte la fotografia può regalare inaspettati tuffi nel passato.

    Il mio occhio era ancora dentro il mirino quando la cameriera mi ha servito il caffè, pose la tazzina e lo scontrino sul piatto restando ferma a guardare ciò che stavo facendo. Il suo interesse era attirato dalla reflex, mi ha chiesto cosa avevo immortalato e ha voluto vedere alcuni scatti dei giorni precedenti. Si chiamava Michelle, lavorava come cameriera per mantenere i suoi studi e nel tempo libero amava fotografare case disabitate e luoghi abbandonati, tutti temi in contrapposizione con il suo carattere aperto e solare. La sera stessa sarebbe andata con altre appassionati del genere a immortalare un vecchio mulino dimenticato nei campi, la luna piena avrebbe reso ancora più affascinante il paesaggio. Quando mi ha chiesto di partecipare all’evento non ho dubitato su cosa fare e ci siamo dati appuntamento ai margini della città un’ora dopo il crepuscolo.

    Senza troppi convenevoli ci siamo scambiati un saluto, lei sorrise e prese le tazzine vuote dal tavolo, io sono salito sulla bicicletta alla scoperta di Bruges. Ho visitato il vecchio mercato e la torre civica, attraversato ponti, canali e parchi, ma la vita semplice in un luogo così elegante era la cosa che attirava maggiormente la mia attenzione.

    L’aria si era intiepidita e il sole aveva saturato ogni colore, signore eleganti passeggiavano lungo i canali portando un cappello d’altri tempi con un poncho argentino o spolverini alla moda, tutte accompagnate da piccoli cagnolini altezzosi. Il pomeriggio era passato velocemente e avevo deciso di rientrare prima di cena per riposare in previsione della nottata fotografica, il giorno dopo sarei partito per Anversa di buon mattino e il treno non mi avrebbe aspettato.

    Il proprietario di casa stava preparando stinco con patate, avevo l’acquolina in bocca e un’espressione così affamata da ricevere un invito per cena. Michelle mi aspettava, non avrei mai voluto fare tardi e una volta finito di mangiare ho salutato calorosamente tutti i commensali e sono salito in sella della bicicletta con lo zaino in spalla. Ho percorso il viale alberato che portava in città, le foglie cadute rendevano scivolosa la strada che aveva assunto un colore blu cobalto intervallato dalle luci gialle dei lampioni.

    Ai margini della città, superata la superstrada, c’era una vecchia e non identificata costruzione di pietra, Michelle era seduta su un muretto, indossava un cappotto scuro con il bavero alzato e degli stivali bassi con la suola di gomma, i suoi capelli rossicci mossi da una leggera brezza, sembravano danzare con le foglie degli alberi. La luna era arrivata da poco, accompagnata da sparute e frettolose stelle, aveva un’espressione più malinconica del solito e la sua luce sembrava voler mostrare quel paesaggio magico e fiabesco. Michelle prese una cartina per girare una sigaretta poi l’accese, il fuoco dell’accendino illuminava le sue lentiggini poste sopra le guance rosse, sembrava una bambolina di pezza.

    Dopo un breve discorso su come fotografare il cielo notturno siamo saliti sulle biciclette percorrendo una strada sterrata apparentemente senza fine. Abbiamo attraversato diversi campi e per un breve tratto un fitto bosco illuminato solo dalla dinamo sul manubrio, finito il sentiero il vecchio mulino sembrava disegnato sulla parete del cielo, sotto di lui delle luci si muovevano adagio, erano i suoi amici fotografi che si spostavano nella penombra. Sono stato accolto con il sorriso, alcuni avevano già posizionato il cavalletto, altri fumavano e si rilassavano prima di iniziare i primi scatti. Erano tutte persone adulte, il più grande superava i sessanta ma con l’animo giovane di chi si fa trasportare in un bosco di notte da una passione coltivata negli anni.

    I versi degli uccelli notturni e alcuni latrati giungevano a noi da indefinite direzioni, ombre veloci e inquietanti fruscii ci tenevano compagnia, tuttavia nulla mi spaventava. Non avevo l’attrezzatura necessaria per scattare foto ad alta qualità, le mie erano sgranate e prive di profondità ma nonostante questo il risultato è stato soddisfacente. Gli altri intanto producevano capolavori, miliardi di stelle immortalate dietro la sagoma scura del mulino, in alcune di esse la via lattea sembrava una pennellata di un pittore fiammingo, la luna intanto osservava tutto, la sua espressione adesso sembrava divertita. Mentre Michelle guardava dentro il mirino raccontava la sua vita, le sue aspettative e i sogni, voleva una casa a Londra, una famiglia e lavorare come architetto coltivando l’hobby della la fotografia.

    La notte era diventata tenebrosa e il mattino era alle porte, decisi di rientrare per dormire poche ore, poi avrei avuto tutto il tempo di riposare in treno. Ho salutato i ragazzi e abbracciato Michelle, ho chiesto informazioni sulla strada del ritorno e mi sono avviato entrando nel bosco ancora buio. La strada si vedeva appena, la mia sola luce non illuminava abbastanza, avevo perso il sentiero e ogni pensiero mi rendeva inquieto, avevo paura di incontrare animali, malintenzionati e perfino licantropi. Quando le prime luci dell’alba si sfumavano all’orizzonte, mi sono sentito più sereno, la strada ricordava la mattonata d’oro del regno di Oz, così sono volato verso casa, avevo il tempo contato, il treno partiva due ore dopo.

    Dopo colazione ho preso i bagagli e sono corso in stazione, nel tragitto pensavo a Michelle, se l’avrei rivista e che ricordo le avevo lasciato. Sono salito pochi secondi prima del fischio del capotreno, sono entrato nello scompartimento e mi sono affacciato al finestrino per vedere Bruges un’ultima volta. Le persone si muovevano in massa per la stazione con moto perpetuo, solo una era ferma, teneva una macchina fotografica in mano, era Michelle che mi salutava nel modo più bello, scattando un’ultima fotografia.

     

    Diego Arbore

  • Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    istanbul-notte-panorama-portoUna sera, durante una cena speciale, ho ricevuto un libro in regalo con sopra una dedica, un dono inaspettato, semplice e sincero, uno di quelli che arrivano dal cuore. Il libro parla di una città magica aldilà dei Balcani dove oriente e occidente si fondono nelle acque increspate dei suoi due mari sempre in movimento, come il popolo che ne abita le rive fin dai tempi antichi. Chiamatela Bisanzio, Istanbul o Costantinopoli, la sua storia è impregnata nella terra intrisa di sudore e sangue, l’eco delle millenarie battaglie viaggia nell’aria come polline in primavera trasportato dal vento che soffia sul Bosforo. Incuriositi e felici abbiamo riempito la valigia di entusiasmo e siamo saliti su un aereo, direzione Turchia.

    A Instanbul era una fresca e limpida serata di marzo, la strada per raggiungere il centro dall’aeroporto Ataturk costeggia il porto e dal finestrino del taxi passavano rapidi i fotogrammi della vita quotidiana. Grandi palazzi trasandati e malconci sembravano cadere da un momento all’altro, facevano da scenografia ad un palco che alternava locali e ristoranti a piccole aree verdi dove gruppi di persone sedevano di fronte ad un fuoco. Il tassista, un tipo poco raccomandabile e di poche parole, zigzagava nel traffico a velocità sostenuta non curandosi di avere due passeggeri a bordo, teneva la radio ad alto volume e ascoltava un’incomprensibile canzone araba, dopo improvvise frenate e pedoni sfiorati siamo entrati a Sultanahmet, la città vecchia.

    istanbul-aran-bazarHo pagato il taxi lasciando una piccola mancia e mi sono voltato per raccogliere le valigie, Arianna stava accarezzando un gatto, era grande e ben curato nonostante fosse un randagio, aveva un pelo folto e maculato di bianco e di nero. I gatti di Istanbul sono considerati sacri, i suoi abitanti li coccolano e li nutrono lasciandoli liberi di vagare per la città indisturbati passando silenziosi tra le gambe dei turisti riposando sulle panchine facendosi accarezzare dai passanti. Questo amore nasce da un antico racconto riguardante la gatta che Maometto teneva sempre in grembo, essa lo aiutò a cacciare un serpente che era entrato nelle sue vesti salvando la vita al profeta islamico.

    Il primo impatto con il cuore di Sultanahmet è stato il canto del Muezzin proveniente dalla Moschea Blu, la sua voce nascosta tra i rumori della città  volteggiava in aria tra i gabbiani arrivando a chiamare i fedeli per la preghiera lasciando ammaliati chi come noi la ascoltavano per la prima volta. Abbiamo attraversato il piccolo Aaran Bazar, tessuti e spezie coloravano il nostro cammino illuminato da variopinte lampade poste fuori dalle vetrine, alla fine del mercato si vedevano piccole nuvolette di fumo provenienti da un bar all’aperto. Attirati dal profumo di quei vapori ci siamo seduti e abbiamo ordinato un succo di carota e uno di melograno assaporando il fumo del tabacco alla mela che usciva dal narghilè, un cameriere passava di tanto in tanto a sostituire il carbone nel braciere e ci siamo rilassati osservando queste usanze così insolite dalle nostre parti.

    istanbul-derviscioIl locale era molto spartano ma affascinante, i tavoli in legno erano bassi e le poltroncine foderate di una stoffa rossa simile ai tappeti persiani, tre uomini suonavano dal vivo musica turca e sul palchetto si esibiva un Derviscio con la sua danza roteante, un rito che porterebbe a raggiungere un’estasi mistica. Gli altri tavoli erano occupati da uomini che giocavano a backgammon e dama, alcune donne con indosso un Niquab ridevano di gusto nascondendo il loro sorriso sotto il velo. Si beveva principalmente tè servito in piccoli bicchieri panciuti, poi caffè turco e succhi di frutta, gli alcolici non sono previsti dall’Islam e difficilmente vengono serviti nei locali. Nel cuore di Sultanahmet, venivamo avvolti dal profumo di castagne e pannocchie che rosolavano sulla brace degli ambulanti nella passeggiata notturna ai piedi della Basilica di Santa Sofia e della Moschea Blu.

    La mattina seguente di buonora centinaia di gabbiani volavano sopra le guglie dei minareti, corvi e piccioni si spostavano frenetici da un terrazzo all’altro dove i gatti aspettavano sornioni una loro distrazione camminando silenziosamente sui tetti. Le navi in porto si scambiavano i saluti sotto un soffitto di nuvole bianche e i pescherecci ormeggiavano sulla banchina scaricando le casse del pescato della notte sui carretti già pronti per le prime consegne ai ristoranti. Il caffè turco ha una preparazione più lunga e accurata rispetto a quanto avviene dalle nostre parti, viene servito dentro una variopinta tazzina riempita fino al bordo, sul fondo giace un sedimento di finissima polvere che secondo gli anziani servirebbe a predire la sorte, noi quella polvere la raccoglievamo con il cucchiaino lasciando ben poco per leggere il nostro futuro.

    Santa Sofia e la Moschea Blu

    Come prima tappa ho scelto l’imponente basilica di Santa Sofia, dapprima nata come chiesa cattolica, in un secondo tempo diventata moschea e successivamente museo. La sua travagliata storia parla di terremoti e guerre, del suo passaggio all’Islam e, in particolare, di leggende da mille e una notte, storie poco credibili ma sicuramente affascinanti. Sotto di essa nascono le cisterne, le più grandi della città, un vasto spazio sotterraneo costituito da dodici file da ventotto colonne tra le quali scorre acqua un tempo proveniente dalla foresta di Belgrado grazie ad un antica ed efficientissima rete idrica.

    La bellezza immortale della Moschea Blu ha ispirato scrittori e registi, tra i quali Ian Fleming che fece recitare il suo James Bond nelle cisterne in dalla “Russia con amore”. Avevamo tolto le scarpe e Arianna doveva coprire il capo con un velo per entrare. Sul pavimento un grosso tappeto rosso occupava ogni spazio e alcuni fedeli si raccoglievano in preghiera.

    Il Gran Bazar

    istanbul-lampade-bazarI turchi sono abili mercanti, amano portare a termine lunghe ed estenuanti trattative e non sono disposti a vendere senza arrivare ad un punto d’incontro sul prezzo di partenza. Il Gran Bazar è il regno del commercio di Istanbul, al suo interno si possono acquistare tessuti e tappeti, dolciumi e merce contraffatta, ci sono anche diverse botteghe artigiane di pellami, gioielli e prodotti tipici. Collane e orecchini brillano come stelline nelle vetrine dei negozi, i profumi di curry e cannella si aggirano con circospezione tra i piccoli passaggi del bazar, mentre un ragazzino schizzava tra la folla portando un vassoio per il Tè legato a tre catene, la forza centrifuga permetteva ai bicchieri di non cadere, ma le sue doti da circo rimanevano innegabili.

    Abbiamo chiesto il prezzo di una borsa ad uno dei più loschi individui che potevamo trovare, ci invitava a seguirlo per vedere altri modelli in magazzino e in pochi secondi siamo finiti fuori dal bazar, in un cortile ricavato da alcuni scantinati e piccole abitazioni ammassate senza alcun principio architettonico, un alberello era cresciuto proprio al centro e un uomo era appoggiato sul tronco, osservava un pollo che passeggiava inconsapevole del suo destino. Il compare del nostro venditore stava preparando la brace sotto una griglia, era scuro di fuliggine e indossava un camicia marrone sbottonata, sotto aveva una canottiera bianca e in testa un basco nero, una perfetta comparsa per un film di Kusturica. Intanto, il barbiere chiacchierava con un cliente fuori dalla sua bottega, vestiva un camice bianco da macellaio, ci guardava incuriosito ed io rispondevo con lo sguardo di chi non si sarebbe fatto accorciare neanche le basette. Abbiamo preferito non salire in magazzino aspettando in cortile, il mercante scendeva le scale tenendo la borsa sotto braccio con aria di sfida. Ognuno era fermo sulla sua posizione e la trattativa non si sbloccava, la situazione intorno a noi si faceva sempre più calda, il pollo ormai era allo spiedo e non volevamo fare la stessa fine…

    Suggestioni. Nonostante la faccia da serial killer, i turchi sono persone affabili e dai modi gentili, così ci siamo accordati sul prezzo scendendo a meno della metà da quello di partenza. I soldi risparmiati sono stati investiti poco dopo al mercato delle spezie dove montagne colorate di polveri facevano da sfondo a vallate di dolciumi e campi di tisane di fiori.

    Attraversati i bellissimi giardini dei palazzo Topkapi ci siamo trovati nella piazza sottostante al ponte Galata, il giro turistico era finito, adesso volevamo vivere le emozioni della vera Istanbul inoltrandoci nelle vie meno battute.

    Una donna sedeva pensierosa sui gradini della piazza, indossava uno chador rosso papavero, i suoi occhi erano fermi,  davanti a lei tutto si muoveva, eppure il suo sguardo sembrava non osservare nulla. I piccioni rissavano per accaparrarsi i semi venduti per poche lire da alcune signore anziane sedute dentro una baracchetta, sui loro visi notavo i segni di un carattere austero e di una vita noiosa, avevano lo sguardo schivo e non si lasciavano fotografare, la cultura islamica sostiene che ogni fotografia porti via una parte di anima, ho cercato di rubare molte anime in quei giorni e ognuna di essa riempie quella di chi la osserva.

    La vita a Istanbul scorre frenetica, le persone si muovono come formiche calpestandosi tra di loro, quindici milioni di abitanti sono tanti e non si può vivere di stenti o aspettando la fortuna. Ogni persona ha un suo compito e chi non ha lavoro si inventa qualcosa, c’è chi vende pellicce dentro il cofano di un anacronistico Mercedes e chi ripara tv seduto sul marciapiede, alcuni raccolgono spazzatura da riciclare, altri riportano alla luce vecchi mestieri come il lustrascarpe e qualche nostalgico vende bandiere di Ataturk per le manifestazioni di piazza Taksim.

    istanbul-tramonto-bosforo

    Per arrivare al quartiere di Beyoglu abbiamo attraversato il ponte Galata che collega il corno d’oro al quartiere Europeo, è stato impossibile trovare spazio per affacciarsi ad osservare il mare, ogni centimetro era occupato da pescatori della domenica intenti a tirare su pesci di piccola taglia e scarpe bucate, la destinazione del pescato non era certamente la tavola di uno dei numerosi ristoranti sottostanti. Beyoglu distribuisce vita lungo tutte le sue arterie ricche di locali e negozi, saltimbanco e musicisti di strada, Istiklal Caddesi è la sua aorta, tre chilometri di negozi, ristoranti, cinema e teatri, confluisce in piazza Taksim, il suo cuore che non cessa mai di battere. La torre Galata sovrasta il quartiere, era parte integrante dell’omonima fortezza costruita quando Genova vantava diritti commerciali con l’imperatore bizantino, oggi è uno dei simboli più significativi della città oltre che una delle attrazioni turistiche più importanti.

    Quel pomeriggio, i tram rossi per piazza Taksim passavano di continuo in mezzo alla folla, dietro di loro una coda di ragazzini cercavano un passaggio gratuito o un semplice divertimento, si aggrappavano al finestrino scatenando le ire del tramviere e rendendo quasi ridicola la scena.

    Il sole calava dietro le moschee specchiandosi sul bosforo, l’ombra dei minareti contrastava il giallo del cielo profilando perfettamente i contorni della città, le acque adesso erano calme e la gente era ferma a contemplare quella luce che sembrava giungere da un abat-jour posta dietro la collina.

    Diego Arbore

     

  • Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, CaliforniaL’asfalto era screpolato come la pelle di un elefante al sole,  sudava bitume caldo e oleoso e il vapore saliva alto creando miraggi di antropomorfe figure. I condor tracciavano inquietanti traiettorie nel cielo, con i loro occhi attenti scrutavano il terreno alla ricerca di carcasse di animali e perché no, di esseri umani. Seguivano un coyote magro e affamato che serpeggiava tra cactus e scheletri di macchine dimenticate in quell’oblio arido come la porta dell’inferno.

    Fresno, “la più bella piccola città degli Stati Uniti”, così recava la scritta all’ingresso del paese che campeggiava proprio sopra la Ford stanca e impolverata dalle miglia percorse. Cercavo un officina per controllare un rumore metallico proveniente dal motore, non volevo passare la notte all’addiaccio nel deserto, la strada era ancora lunga e in America le distanze tra le città sono così grandi da non dover tralasciare mai nulla durante il viaggio. Ho parcheggiato vicino ad un cinema probabilmente nato negli anni sessanta e ancora ricco di fascino, una vecchia torretta sovrastava il cartellone con le lettere intercambiabili, la locandina de La guerra dei mondi con Tom Cruise dimostrava che era ancora in funzione anche se in quel momento era chiuso.

    Mi sono avvicinato per curiosare, mi ricordava il cinema dove andavo da bambino, quando, seduto sulle poltroncine rosse i miei piedi non toccavano ancora il pavimento e mia nonna mi comprava il cornetto gelato che si scioglieva a sempre a metà riproduzione. Le pareti tappezzate dai poster di film di ogni epoca formavano un tunnel di visi e nomi impossibili da dimenticare, il profumo dei popcorn faceva parte dell’arredamento così come il carretto dei gelati e la cassa con la doppia entrata, era un pezzo di storia vivente. Seguito dallo sguardo minaccioso di Al Pacino sono uscito e ho iniziato a percorrere la via alberata che conduceva in centro, era movimentata da poche anime e roditori grandi come gatti, le serrande erano chiuse e il traffico inesistente.

    fresno3-DiLa fontana nella piazza principale zampillava acqua torbida, al suo interno un uomo di colore tendeva i suoi grandi muscoli in pose da culturista osservato da alcuni piccioni spettatori curiosi. Forse vittima di un colpo di sole oppure di qualche droga (avevo letto da qualche parte che Fresno era famosa per la produzione di droghe sintetiche particolarmente dannose), qualunque sia stato il motivo quell’uomo non era in sé e ho deciso di fare finta di nulla. Una delle panchine ai lati del viale era occupata da un senzatetto che dormiva profondamente al sole, per un attimo ho pensato potesse essere un cadavere ma quando si alzò di scatto, come quegli zombie dei film horror che improvvisamente prendono vita, ho capito che era meglio guardare avanti. Altre persone dormivano per terra o vagavano senza una meta apparente, quello che sembrava uno scenario apocalittico era la vita di tutti i giorni.

    La voce calda di Johnny Cash arrivò alle mie orecchie, era Jackson, una delle sue canzoni più belle che mi attirava come uno dei bambini del pifferaio magico. Proveniva da un negozio di alimentari, si chiamava  El Mexico, l’insegna era verde con la scritta gialla e un grosso sombrero era appeso alla lettera X come un attaccapanni. Il titolare stava riordinando la frutta all’esterno della vetrina, mi sono avvicinato per chiedere informazioni, era chinato con il sedere che usciva dai pantaloni lisi e lerci. Era basso e tarchiato con i baffi a punta, assomigliava in maniera sorprendente al sergente Garcia di Zorro, indossava una camicia verde pistacchio con degli aloni sotto le ascelle diventati indelebili nel tempo, i capelli erano una fitta trama nera come il fil di ferro tra i quali restavano imprigionate foglie e piccoli insetti.

    Si è alzato a fatica e in modo sgraziato, poi mi ha guardato allungandomi una cassa di banane. “Un momento, amigo”, aspettavo e lo osservavo ordinare le altre casse fino a posizionare la mia in bella vista davanti alle altre. Mi faceva cenno di seguirlo in negozio, io non avevo ancora aperto bocca, ma sono comunque entrato attraversando una tendina rossa da macellaio. “Cosa cerchi amigo?” diceva alzando le folte sopracciglia fissandomi negli occhi da dietro il bancone, da quella posizione si sentiva il re del negozio e mi metteva in soggezione. “Una Coca Cola”, pensavo che acquistare qualcosa fosse il miglior modo per ottenere informazioni. “Solo Pepsi amigo”. Ho allungato sul banco due dollari e mi sono rivolto a lui come se lo avessi pagato per avere informazioni riservate: “Cerco un’officina e credo tu mi possa aiutare”. Il suo sguardo si era illuminato,  sorrideva con una dentatura massiccia ma gialla come l’oro. “Tienes suerte amigo, mi hermano Jorge es meccanico”.

    Sopra un foglio di carta marrone che abitualmente usava per fasciare le uova, tracciava le linee creando una mappa della zona con la strada da percorrere, sapevo di avere il navigatore in macchina ma sarebbe stato maleducato  interromperlo. Come ringraziamento ho acquistato ancora un pacchetto di nachos e due platani, ci siamo salutati con una calorosa stretta di mano e sono ritornato verso la macchina. Era rimasta al sole tutto il tempo, il volante era ustionante e ho usato una t-shirt come presina, l’abitacolo era un forno,  l’aria condizionata faceva fatica a partire ma la radio funzionava bene e passava Oyo como va di Santana.

    Impostato l’indirizzo sul navigatore ho attraversato Fresno, pur essendo al centro della California, in città si respirava un’aria tipicamente sudamericana. Era l’ora più calda della giornata, una signora si riparava con un ombrello dai raggi del sole, camminava sul marciapiede con il passo lento per non sudare troppo. Due bambini che giocavano con un idrante la presero di mira accompagnandola con un getto d’acqua fino alla parte opposta della strada.

    california-fresno-Di

    Arrivato all’indirizzo giusto mi sono guardato intorno, l’officina sembrava un semplice garage e non aveva insegne, forse non ne aveva bisogno, pensai che fosse molto conosciuto o probabilmente era semplicemente l’unico in zona. Jorge era seduto su una sdraio, non aveva molto lavoro in quel momento e sembrava non avesse molta voglia di prendersi in carico la mia auto ma nessuno dei due aveva scelta, così gli ho descritto il problema e lasciato le chiavi, in attesa di ritirare la macchina sono andato a visitare quel poco che rimaneva di Fresno.

    Le strade vuote erano un ambientazione perfetta per la rivisitazione moderna di un film di Sergio Leone, vagavo nel silenzio attraverso folate di vento caldo alla ricerca di qualcosa, non sapevo nemmeno io cosa; decisi di aspettare sotto l’ombra di una palma appoggiato al vaso avvolto da un mosaico bianco e turchese, dallo zaino ho tirato fuori la pepsi e la cartina degli States e pazientemente mi sono seduto.

    Se prima avevo avuto l’idea di dormire a Fresno adesso volevo solo scappare via, il luogo e i personaggi incontrati non mi rendevano tranquillo, dovevo solo pregare che la macchina fosse pronta senza ulteriori intoppi. Jorge era seduto su una sdraio, nella stessa posizione in cui l’avevo trovato, sembrava non si fosse mai alzato e questo certo non mi confortava. Quando mi ha visto arrivare si è acceso una sigaretta e con un gesto svogliato della mano mi ha fatto cenno che era tutto ok, potevo ripartire. Mi ha chiesto cinquanta dollari, non so per cosa ma non aveva importanza, provava a spiegarmelo Jorge, io non capivo e pochi minuti dopo stavo già schiacciando l’acceleratore lungo la statale che taglia l’interno della California.

    Il colore dei campi di grano era tinto dei raggi arancioni di un sole che volgeva al termine la giornata, i camion rilasciavano per strada i contadini assunti per un solo giorno, la mattina seguente sarebbero tornati al punto d’incontro per mettersi in coda e trovare un impiego nei campi. Il sole calava dietro la linea dell’orizzonte sfumando il cielo di rosso e giallo, la luna aspettava paziente l’arrivo delle stelle e l’oscurità avanzava rendendo sempre più buia la salita verso il Sequoia Park.

     

    Diego Arbore
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  • Londra, la capitale sognata. Quel giorno trovai lavoro in un ristorante italiano…

    Londra, la capitale sognata. Quel giorno trovai lavoro in un ristorante italiano…

    londra (4)A Londra una madida coperta di foglie ingiallite colorava Hyde Park, avvolto nella foschia di un freddo mattino autunnale, l’aura intorno ai lampioni modellava dense sfere luminose alternate da grossi aceri popolati da indaffarati scoiattoli e paperelle assopite tra i crespi arbusti ricoperti da brillanti tele di ragno, ricordavano addobbi natalizi abbandonati a sé stessi.
    La sagoma zoppicante di un uomo avanzava tra il grigiore della nebbia, si trascinava a fatica e senza una particolare voglia, sotto il braccio stringeva stretto una coperta di lana, in mano un sacchetto per la spesa con gli effetti personali e un cartone di vino, quella era casa sua. Camminava nella mia direzione, calzava vecchie e dure scarpe eleganti ridotte a malconce e sgualcite ciabatte, indossava una giacca, una qualunque, non aveva mai guardato il colore ma sapeva bene quanto era calda. Giunto davanti alla chiesa di St.James ha attraversato il cortile avvicinandosi sicuro verso l’ingresso, fece un cenno con la testa a qualcuno spingendo il pesante portone scomparendo nel buio.
    Sono riuscito a entrare prima che la porta si chiudesse, la chiesa era vuota, tuttavia avevo la sensazione di non essere da solo. Una tenue luce colorata filtrava dai rosoni disegnando figure religiose sul pavimento di marmo, l’aria era satura d’incenso e tra le navate il silenzio era disturbato da spettrali brusii.
    Il mio cuore si è sciolto quando ho visto il tappeto di corpi che dormivano distribuiti su tutta la pianta della chiesa, alcuni tenevano ancora una birra in mano, altri non avevano avuto nemmeno la forza di distendersi, c’erano anche coppie abbracciate tra gli inginocchiatoi e fedeli cagnolini rannicchiati vicino al padrone.
    Le notti senza tetto di queste persone invisibili sono guerre infinite contro il freddo e la fame, lunghe battaglie che trovano pace solo alle prime luci dell’alba quando le quattro mura di una chiesa offrono tutto ciò di cui hanno bisogno, un semplice gesto e non le parole disperse in aria di una preghiera.

    eros-piccadilly.londra-DIHo ripreso il cammino passando per Piccadilly Circus dove un flusso di energia ha rigenerato il mio umore attraverso luci e colori di un crocevia sempre vivo in ogni momento del giorno. Attraversando Leicester Square e New Road sono arrivato a Covent Garden, i primi saltimbanco preparavano i loro numeri da offrire agli spettatori, si sentiva anche l’eco di una chitarra acustica arpeggiare If dei Pink Floyd, uno di quei pezzi che si possono ascoltare solo a Londra. In cielo si allargavano chiazze azzurre come secchiate d’acqua su un pavimento di schiuma, un timido raggio di sole riflesso sulla strada ancora bagnata creava piccoli arcobaleni di luce, era un monito per proseguire a piedi fino alla successiva fermata della metro.

    Lungo le scale della fermata di Holborn un signore elegante, probabilmente un impiegato, scendendo velocemente mi ha scontrato con la sua valigetta, con molta educazione mi ha chiesto profondamente scusa, non curandosi del suo ritardo mi ha regalato un piccolo inchino per poi riprendere la sua corsa frettolosa contro il tempo. Il treno per King Cross St.Pancreas sarebbe arrivato entro pochi minuti ma avevo camminato abbastanza da sentirmi stanco e mi sono seduto su una panchina ad attendere, vicino a me una ragazza leggeva una rivista di moda, era distratta dai sorrisi di un giovane operaio che si asciugava la fronte arrossendo ad ogni suo sguardo.

    Lo strepitio delle rotaie annunciava l’arrivo del treno, un muro di vagoni frapposto tra loro li divideva, un’ultima occhiata dal finestrino le ha fatto perdere vivacità in volto, i suoi occhi brillavano speranzosi di rivederlo il giorno seguente. Quella mattina dovevo recuperare il mio amico Sergio, viveva in un monolocale nel retro di un pub di Seven Sisters, si era raccomandato di chiedere al barman la chiave per accedere alla sua stanza e come da indicazioni sono entrato fiducioso. Il pub era vuoto ad eccezione di pochi eletti, un uomo barbuto discuteva animatamente con un amico immaginario, il barman giocava a freccette tenendo con il piede il ritmo di “Yes sir, I can Boogie” dei Baccara cantata al karaoke da una donna grassa e sfatta, erano solo le nove del mattino. Il pavimento appiccicoso emanava un odore acre di birra stagnante, il barman era concentrato per il tiro, ho aspettato che la freccetta si conficcasse una decina di centimetri fuori dal cerchio per chiedere informazioni.

    londra-chinatown-DIDovevamo andare in cerca di lavoro ma Sergio era ancora a letto con i postumi della sera precedente, dormiva su un materassino gonfiabile, non ne voleva sapere di alzarsi, farneticava nel sonno di naufragi e barche affondate, dopo l’ennesimo e vano tentativo ho rinunciato lasciandolo in balia delle onde. Riconsegnato la chiave al barman e salutato il barbuto e i suoi amici immaginari, ho preso al volo il primo treno per Soho, forse il posto ideale per trovare un occupazione. A Tottenham Court Road sono passato per le vie di China Town, ho sempre amato passeggiare spensieratamente tra le luccicanti anatre glassate nelle vetrine dei ristoranti e i market di frutta sconosciuta. Una coppia di sposi usciva da uno di questi, finito il pranzo di nozze low cost si facevano fotografare ai margini della via principale, lei indossava un abito rosso, lui era felice ma alticcio, si doveva far sorreggere da un amico per restare qualche secondo in posa.

    Guardavo la scenografia di Singing in the rain fuori dal Palace Theatre proprio nel momento in cui un tuono ha scosso l’aria e una cascata d’acqua si rovesciava sui marciapiedi. Mi sono riparato in un ristorante e ho approfittato dell’ora di pranzo per mangiare una pizza aspettando che cessasse il maltempo. Il titolare era originario di Genova, si chiamava Alberto, abbiamo parlato a lungo della nostra terra e di come si era trasferito a Londra negli anni sessanta scommettendo sulla qualità del cibo italiano, in principio aprì Cappuccetto come una pasticceria, nel tempo è divenuto uno dei ristoranti italiani più buoni della città. Gli ho raccontato la mia breve vita, sembrava interessato e soprattutto gli ero simpatico, così ha deciso di assumermi per un breve periodo dandomi opportunità di lavorare servendo ai tavoli nell’ora di pranzo.

    Volevo festeggiare e vista l’occasione ho comprato degli spaghetti da Lina Store, un negozio di alimentari italiani nel cuore di Soho, la sera volevo cucinare per tutti ed ero sicuro che soprattutto Graham apprezzasse. Graham è un poliziotto, quelli che da queste parti chiamano Bobby, lo sguardo buono ma deciso di chi sa di servire la sua nazione e le grandi braccia per stringere forte le sue bambine. Il suo orgoglio si legge nei baffi come Peter Sellers e le camicie di Fred Perry, la birra al pub delle diciotto e la cura con cui mantiene verde il suo prato, la medesima che usa per accudire la famiglia. Ha sposato Maria, un insegnante genovese di lingue che negli anni ottanta ha trovato amore e lavoro lungo le sponde del Tamigi chiudendo nel cassetto dei ricordi le gite in vespa in riviera e quel pesto il cui profumo le bussa alla porta nelle tediose giornate del Surrey. Soggiornavo da loro per un tempo indefinito, dormivo nella calda mansarda della casa di Thames Ditton, un paesino a sud di Wimbledon raggiungibile solo con il treno, mi avevano accolto come un figlio ed io con loro mi sentivo a casa.

    Passavo le notti in sala imparando i primi accordi con la chitarra di Graham oppure ascoltando vecchi vinili sdraiato sul tappeto persiano ad aspettare l’alba nascosta dalle nubi delle prime ore del giorno. La mattina era facile trovarmi riverso a terra con le cuffie ancora nelle orecchie e il disco ormai fermo, la loro unica premura era di coprirmi con uno scialle di lana, poi sarebbero andati entrambi al lavoro, adesso toccava a me ricambiare con una bella spaghettata, mi sembrava un giusto ringraziamento.

    Seduto sui bordi della fontana di Trafalgar square sognavo un futuro a Londra, la città di cui mi ero innamorato da piccolo con i racconti di Sherlock Holmes, il canto di Natale di Dickens e le avventure di Oliver Twist. Sono arrivato a Victoria station percorrendo The Mall e assistendo al cambio della guardia di Buckingam Palace, non vedevo l’ora di raccontare a Maria del nuovo lavoro e sono salito sul primo treno per Thames Ditton. Le campane della chiesa suonavano puntuali, come ogni sera, le foglie degli alberi cadevano a ritmo di ogni rintocco e il loro suono solenne era trasportato in ogni direzione come un’onda del mare. Attraversavo il piccolo ponte in pietra sul Tamigi, dove il suo corso è calmo e l’acqua meno torbida.
    Alcuni bambini giocavano a calcio su un prato in attesa che le mamme li chiamassero per cena, li osservavo invidioso, avrei fatto volentieri qualche tiro ma volevo arrivare presto per cucinare.
    Seguendo con gli occhi l’azione di uno di questi, non mi sono accorto di un piccolo cespuglio che mi ha fatto inciampare, gli spaghetti sono rotolati nel fiume e si sono allontanati per poi sprofondare insieme alla cena.
    Le finestre illuminate si riflettevano sulla strada ancora bagnata, una colonna di fumo grigio saliva dal camino e la luna appena sorta si prendeva gioco di me con il suo malizioso sorriso.
    Mi sono lasciato alle spalle il cancello e dalla porta è apparso Graham con i folti baffi e i suoi occhi scuri come nocciole che mi osservavano curioso, avevo il viso stanco e sembravo preoccupato.
    Mi chiese se andava tutto bene, io sorrisi come se avessi vinto alla lotteria “Ho un lavoro caro Graham, stasera pizza per tutti, offro io!”

    Diego Arbore

  • Tallinn, Estonia: una notte a spasso per la capitale

    Tallinn, Estonia: una notte a spasso per la capitale

    tallin-piazza-vittoria-DIQuell’aria densa e gelida picchiava sulla barba incolta lasciandomi il sapore del salino sulle labbra screpolate dal vento, due gabbiani scortavano la nave ormai avvolta da un tetro grigiore di nubi e nebbia e in lontananza si distingueva una striscia nera di terra, era l’Estonia.

    Un mozzo mi passa accanto e mi osserva curioso, sostavo in una zona della nave non consentita ma il richiamo del mare era troppo forte e avevo scavalcato cancello per accedere nella zona di prua. Ascoltavo la bellissima voce di Gary Brooker dei Procol Harum seguendo il sinuoso ondeggiare della nave avvicendare il mare al cielo e il cielo al mare. Un lembo di terra popolato da cormorani e aironi cenerini emergeva dall’acqua come la lingua sottile di un rettile nascosto sul pelo dell’acqua, il nostro passaggio ne fece volare alcuni, altri si tuffarono scomparendo in mare come aghi sottili. Un peschereccio ci passa a fianco lasciando la sua firma in cielo con il fumo nero della ciminiera, l’equipaggio era teso e impegnato e sembrava partire per una battaglia, li ho osservati allontanarsi fino a sparire dietro la linea dell’orizzonte. Navigare nei mari più freddi del pianeta mi permette di tornare bambino e giocare con la fantasia e immedesimarmi nel mio mito d’infanzia, il capitano Shackleton.

    Ero circondato da iceberg incagliato nella penisola antartica a bordo dell’Endurance stretta nella morsa del ghiaccio. Partiti con l’intenzione di attraversare il polo sud a piedi e fermati da una sorte avversa, i miei uomini attendevano ordini, scendere dalla nave o resistere? Sentivo abbaiare i cani e il legno crepitare quando, bruscamente svegliato da una voce, sono ritornato alla realtà, si trattava solo dello scalpiccio degli stivali di un marinaio che mi ordinava di allontanarmi dalla zona vietata, potevo solo ubbidire.

    La terra era ormai vicina ma ciò che vedevo aveva tutto meno che l’aspetto di un porto, sulla banchina di cemento decine di pescatori apparivano come statuine di un presepe nella nebbia del mattino. L’aria profumava di aghi di pino misto a salsedine e spezie, il mare era freddo solo a guardarlo e la temperatura non superava i cinque gradi, mi sono incamminato per scaldarmi e curiosare li intorno. Decido di prendere una via alternativa e incamminarmi lungo una strada ai cui lati si trovavano case abbandonate e diroccate, automobili d’altri tempi probabilmente ancora in uso e tizi poco raccomandabili che mi guardavano con sospetto. Ho preferito non prendere la macchina fotografica per motivi di sicurezza e sono salito sul primo taxi disponibile in direzione del mio hotel che distava cinque minuti a piedi dal centro di Tallinn.

    Una doccia , una tazza calda di bergamotto e una scatola di cioccolatini per ricaricare le pile e mi sono incamminato. Un manifesto del concerto di Alice Cooper attirava la mia attenzione, com’era invecchiato, il suo viso era tracciato da solchi di vita sregolata e make-up come nei migliori film horror, manteneva però il fascino inossidabile della rock star.
    Il cielo cominciava a raccogliere le nubi più scure e lacrimare fredde gocce di pioggia, tiro su il bavero del cappotto e accendo una Chesterfield, mi trovavo al centro di piazza Vabaduse dove decine di operai montavano il palco per un concerto che sarebbe andato in scena la sera stessa.

    La piazza, originariamente chiamata Piazza della Vittoria durante il periodo di occupazione russa, è stata restaurata nel 2008 quasi a cancellare il ricordo di un passato di occupazione e imposizioni. Passeggiando nei giardini della chiesa di San Giovanni la mia attenzione è stata rapita da due ragazzi con la chitarra acustica che suonavano Stairway to heaven dei Led Zeppelin, osservavo il loro abbigliamento semplice e l’aria di chi inizia a scoprire i grandi della musica.

    I sanpietrini bagnati dalla pioggia donavano un fascino antico alla città vecchia, in alcuni angoli più caratteristici si torna indietro nel tempo, si osservano carrozze e locandieri in costume attirare l’attenzione dei turisti con stuzzichini e battute illustrando il menu del giorno in tutte le lingue… non è stato difficile dire di si ad uno stinco di maiale con patate e una birra bionda.

    La pioggia fece un nuovo tentativo di rovinare la giornata, purtroppo per lei mi sono riparato dentro un negozio di vinili usati passando un’ora a sfogliare album di tutti generi di musica, quando sono uscito, ormai arresa alla mia ostinazione, aveva già lasciato il posto al sole. Musicisti, artisti e saltimbanchi si alternavano nella salita che conduce alla collina della cattedrale, uno in particolare mi affascinava, le sue bolle di sapone lunghe dei metri volavano liberamente come figure eteree per poi esplodere e dissolversi in aria, le cose semplici sono sempre le più belle ed emozionanti.

    Dopo la visita alla cattedrale sono sceso dal colle per ristorarmi al Depeche Mode Baar, uno splendido locale dove ascoltare i pezzi di David Gahan e bere uno dei tanti drink che prendono il nome dalle loro canzoni, ho ordinato un Personal Jesus curiosando tra foto, video e cimeli della band britannica, una vera chicca da non perdere. Il mio amico Massimo si trovava a Tallinn per lavoro, approfittando di questa coincidenza ci siamo dati appuntamento al mercato dei fiori situato dall’antica porta per un aperitivo prima di cenare. Sua moglie è originaria del luogo e lui conosce bene i migliori locali, abbiamo brindato con un bicchiere di vodka e ci siamo incamminati attraverso le piccole viuzze sempre più traboccanti di persone.

    In piazza Raekoja, sede del municipio medioevale, Massimo mi fa conoscere la più antica farmacia d’europa in funzione ininterrottamente dal XV secolo, essa sempre mantiene gli stessi arredamenti composti da piccoli cassettini in legno incastrati nelle splendide credenze intarsiate. La sera cominciava a calare il suo velo e la mano gelida del vento passava ad accendere i primi lampioni come le luci di un presepe, un uomo di strada cerca la sua coperta di lana color ocra adagiandola sulle gambe deformate dalla malattia e dai sedentari giorni passati davanti a quel muro sgretolato.

    Abbiamo atteso l’ora di cena seduti a parlare su una poltrona del pub with no name dedicato agli U2, un’altra dimostrazione di come la cultura musicale allontana Tallinn dall’immagine che la lega al regime sovietico, questo si evince anche dal comportamento dei suoi abitanti e dalla voglia di rinascere presente nell’entusiasmo che sgorga da ogni dove. Nel frattempo, davanti a noi, sgorgava vodka, il locale era colmo di tifosi che seguivano la nazionale di basket impegnata con la Grecia, alla sesta vodka il match era concluso con la vittoria dell’Estonia, un’orda di vichinghi ubriachi mi ha offerto il settimo bicchiere e mi trascina in piazza a festeggiare, siamo sgattaiolati nel primo vicolo allontanandoci senza farci notare, forse erano più ubriachi di noi.

    Ci siamo rifugiati da Vapiano, la nota catena di ristoranti italiani presenti in tutta Europa ma non in Italia e abbiamo ordinato fusilli gorgonzola e noci ridendo come bambini ancora brilli dei bicchieri di troppo. Ci siamo fatti largo attraverso la movida, gruppi di ragazzi avanzavano come bufali infuriati noncuranti di ciò che si trovava sul loro percorso, una ragazza dai capelli rossi camminava scalza con la camicetta di jeans leggermente aperta, alcuni uomini la osservavano passare con lo sguardo delle iene affamate, quando salì sul taxi, il branco si era già sciolto.

    Conclusa la serata in un piano bar degno di un quadro di Edward Hopper, ho salutato Massimo e sono tornato in albergo a piedi, la mattina seguente dovevo alzarmi presto per tornare ad Helsinki, la nave salpava alle otto e non avevo ancora riposato. La strada bagnata si disperdeva come un quadro a tempera ancora fresco, un uomo dormiva alla fermata del bus coperto da una giacca scolorita poggiando la testa su una vecchia valigia. Frugando nelle tasche tirai fuori una barretta di cioccolato al latte, mi sono chinato per posarla al suo fianco quando si volse verso di me aprendo un occhio guardandomi, lo chiuse subito e pensò fosse un sogno.

     

    Diego Arbore

  • Cinque Terre, Manarola e il suo presepe: una giornata indimenticabile

    Cinque Terre, Manarola e il suo presepe: una giornata indimenticabile

    manarola-cinque-terre-diEnzo ha 85 anni, le sue mani sono radici appena estratte dalla terra, nei suoi occhi semichiusi dal vento si legge una vita passata ad ascoltare il soffio del mare riecheggiare ancora come l’eco di una conchiglia appena raccolta. È seduto su una sedia in vimini nella penombra di una tersa mattina di dicembre con la coperta di lana sulle gambe ad osservare il solito paesaggio, sopra di lui una fotografia di Papa Luciani distorta dagli effluvi della caffettiera che dispensa in aria il suo inconfondibile aroma.

    La moglie gli lancia un occhiata riguardosa, poi si volta a versare il caffè, il silenzio è rotto solo dal gorgoglio del liquido che riempie la tazzina in ceramica di maiolica. Fernanda è una donna di poche parole, si dice non sia mai uscita dal paese, ma in quella giornata di festa i suoi capelli sono cotonati e colorati, la sua tinta ricorda le cortecce degli alberi spogli in autunno, le dita affusolate disegnano un’antica e inespressa eleganza adornate della sola fede nuziale e un anello di bigiotteria calzato per l’occasione con incastonata una pietra verde.

    Un gabbiano che levitava davanti alla finestra attirava l’attenzione di Enzo, lui si volta, mi guarda e sorseggia le ultime gocce di caffè, posa la tazzina e rivolge lo sguardo a cercare quel gabbiano ormai volato lontano. «Manarola? bella per i turisti, per me è diventata solo un saliscendi faticoso». Con queste parole cela l’amore profondo per la sua terra, quasi un rimprovero per tutte quelle scale,  un tempo leali e oggi così tortuose che ne impediscono la quotidianità.

    Tuttavia esiste una forza misteriosa che lo spinge ogni giorno nel suo orto in cima al paese, dove i limoni abbracciano la vite e il mare si sposa alla terra intrisa di sale.

    manarola5-DILo scoppiettio delle foglie che ardono e il profumo del pesce appena pescato, il tuono delle mareggiate e il silenzio ovattato delle rare nevicate sono linfa vitale di un uomo che conosce il suo destino e che non rimpiange nulla se non qualche viaggio e la rinuncia a qualche bicchiere in più del suo amato limoncino. Fernanda lo ascolta come fosse la prima volta e con rispetto sorride fiera alla sua richiesta, si alza per dovere dalla sedia e prende una bottiglia dalla credenza. «Questo è fatto da noi, con i nostri limoni, tutta roba naturale», dice versando nei calici il liquido dal colore ingannevole ma dal gusto inconfondibile del limoncino fatto in casa.

    Arianna intanto ascoltava con quel luccichio agli occhi le parole che le riportano alla mente i ricordi indelebili di quando era bambina, di quel luogo rimasto tale nel tempo, come una fotografia in bianco e nero restaurata di colori accesi, il verde delle colline, l’azzurro del cielo e il blu del mare, il giallo delle foglie e il nero della terra si distribuiscono nei suoi pensieri come la tavolozza di un pittore a olio. Giunti ai saluti Fernanda, scrollatasi di dosso la timidezza tipica ligure, mi stringe la mano e mi bacia inaspettatamente sulle guance, Enzo ci augura di tornare presto, lui ci aspetta, non per vecchiaia e tantomeno per stanchezza, ma perché quello è il suo posto.

    Il sole si sa scalda gli animi, ma non solo, nonostante la leggera brezza invernale ci siamo seduti su uno scoglio ad assorbire quei piacevoli raggi penetrare fino alle ossa per poi sopire in un onirico e breve sogno. Arianna mi svegliò con cautela, Morfeo cullava il mio sonno seguendo il sinuoso scrosciare delle onde e il marinaio del vaporetto suonò la sveglia con la sirena, mi sono destato da quel torpore stropicciando gli occhi e sbadigliando con educazione il mio sguardo si rivolse in alto.

    manarola-cimitero-cardarelli-DIStavo leggendo una scritta sulla parete esterna del cimitero a picco sul mare, erano i versi finali della poesia “Liguria” di Vincenzo Cardarelli, la maestra delle elementari me l’aveva fatta recitare davanti a tutta la classe, ricordo che sarei sprofondato in quel momento ma ne uscii a testa alta. Quelle cinque righe mi hanno riportato nel passato tra i profumi della gomma da cancellare e degli autunni umidi che non ci sono più, il moccio al naso dei miei compagni, la lancetta dei minuti che sembrava ferma e quel ramo d’albero fuori dalla finestra dove si posavano colombi e piccioni che della pur loro breve vita ho sempre invidiato la libertà assoluta che la rende infinita.

    A ridosso del cimitero si trova un piccolo parco circondato dal mare che sfocia nella parte finale della passeggiata nascosta tra i monti, da li si può vedere Corniglia inerpicata come una fortezza e le luci di Vernazza e Monterosso brillare come diamanti all’imbrunire.

    Rientrati in paese ci sediamo al bar del famoso ristorante Aristide per una bevanda calda, il sole era sceso e la temperatura con lui, nonostante l’aspetto primaverile eravamo pur sempre sotto le grinfie del generale inverno. Nell’istante in cui il cameriere adagia sul tavolo le tazze per il thè, uno scampanellio annuncia l’apertura della porta varcata da un uomo anziano, con fare ossequioso si toglie il cappello, salutato con affetto dai tutti i presenti.

    I suoi occhi erano visibilmente eccitati dal calore e dalla tensione di una giornata per lui importante, nel tardo pomeriggio, quando il sole sarebbe calato  come un arancia dietro la linea dell’orizzonte, i fuochi d’artificio avrebbero  annunciato l’accensione del famoso presepe di Manarola da lui ideato.

    Mario Andreoli ha superato gli ottant’anni da un pezzo e dal 1976 dedica anima e corpo a questa unica e spettacolare opera che si estende sulla collina a ovest del paese, oltre trecento personaggi illuminati con oltre 8 km di cavi elettrici sostituiti nel tempo da un ecologico impianto fotovoltaico.

    Con il passare degli anni è riuscito a coprire tutto il monte realizzando il suo sogno di creare uno dei presepi più grandi e belli del mondo. La sua vigorosa stretta di mano è stata per me un monito da seguire, non esiste età se si è dotati di voglia e determinazione. Mario saluta tutti “Ora devo andare”, con un gesto degno di un attore di Hollywood prende il cappello e si avvia su per la salita, la più dura dell’anno.

    manarola-finestra-mare-DISi inizia a respirare aria di festa a Manarola, la banda suona “When the saints go marching in” camminando lungo la via principale profumata di frittelle e polenta , tra la folla un bambino piangeva con un occhio rivolto al palloncino volato via e una signora troppo truccata si specchiava con indosso uno degli orpelli in vendita nelle bancarelle, alcuni turisti acquistavano miele e prodotti tipici mentre dalla stazione un’orda di persone entrava in paese muovendosi come una mandria di bufali.

    Ci facciamo largo tra la gente assiepata sulle irregolari stradine in ardesia, il nostro appartamento sorge su un punto privilegiato per ammirare il presepe, abbiamo approfittato seduti comodamente sul terrazzino dal quale potevamo godere una vista meravigliosa come dal balcone di un teatro. Le luci del paese si sono spente senza preavviso lasciando illuminate le sole statuine sovrastate dai fuochi d’artificio rimbombanti, il mio cuore accelerava con loro fino ad eccitarsi come in poche altre occasioni in vita mia.

    La sera passeggiando tra le barche e le reti dei pescatori per smaltire gli spaghetti ai frutti di mare del ristorante Billy, sentiamo le corde di una chitarra provenire da un locale lungo la via che conduce al mare ormai priva di turisti, era la cantina dello zio bramante dove tre musicisti deliziavano i clienti con splendide cover. Il bassista di colore giocava con le dita come i migliori bluesman americani, il cantante  dalla voce un po’ roca ma grintosa ricordava vagamente Lou Reed, era affiancato da un ragazzo che suonava l’armonica divinamente, ad ogni brano prendeva un’armonica diversa dalla sua valigetta.

    Si dice che le persone care siano presenti anche quando non ci sono più lasciando lungo la tua strada  segnali anche oltre il cammino della vita oppure ti hanno insegnato in vita così tante cose da sentire la loro presenza attraverso i dettagli quotidiani. Nell’istante in cui il Re minore si è succeduto al Do ho capito che si trattava di  “I dont’ want to talk about it” tanto cara a mio padre, camuffando con un sorso di birra l’emozione, mi sono accorto che una lacrima era fuggita, aggrappandosi su una piega del mio sorriso.

     

    Diego Arbore