Tag: statistiche

  • Femminicidio, la realtà giuridica e il dato sociologico. I numeri delle violenze sulle donne in Italia

    Femminicidio, la realtà giuridica e il dato sociologico. I numeri delle violenze sulle donne in Italia

    Jakub Schikaneder, "Murder in the House"
    Jakub Schikaneder, “Murder in the House”

    A causa dei frequenti (purtroppo) fenomeni di violenza sulle donne, si è  nostro malgrado reso sempre più necessario l’intervento del legislatore,  che tramite lo strumento della decretazione d’urgenza, ha apportato una serie di doverose e sostanziali modifiche al codice penale. In particolare mi riferisco al decreto legge del 14 agosto 2013 nr.92 convertito in legge 10 ottobre 2013 nr. 119, conosciuto comunemente come legge sul femminicidio.

    Questa spinta alla modifica legislativa è avvenuta non solo in risposta alle vicende di cronaca e di allarme sociale, ma altresì grazie alla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011 sulla prevenzione e la lotta contro le violenze nei confronti delle donne e violenza domestica (legge nr.77 del 2013).

    Prima di analizzare nel dettaglio le modifiche della legge sostanziale, appare opportuno capire che cosa sia il femminicidio, non solo sotto il profilo giuridico ma altresì come fenomeno sociologico partendo da un dato di non poco momento: non esiste, anche in seguito alla modifica legislativa, alcuna definizione giuridica per questa tipologia di crimine. Detto termine invero, è stato prima mutuato dalla letteratura criminologica, per divenire poi utilizzata nel linguaggio comune.

    Svolta questa premessa, volta a chiarire fin da subito che nel nostro sistema penale non esista il delitto di femminicidio (così come, a dire il vero, non esiste in nessun altro paese del civil law), analizziamo questa fattispecie. Per femminicidio deve intendersi non solo la donna vittima di omicidio, ma soprattutto, e sono le situazioni più comuni, le vicende sociali genericamente intese che vedono coinvolte le donne come vittima di violenza. Si parla di femminicidio nella letteratura criminologica ogni qual volta vi sia una forma di aggressione, fisica o verbale, di discriminazione, nei confronti della donna, ovvero nel contesto famigliare lavorativo, nonché in ogni ambito della vita di relazione.

    Alcuni dati nazionali (fonte Istat aggiornata a giugno 2015) dai quali si comprende la portata del fenomeno e le forme in cui si manifesta:

    • 6 milioni e 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale di cui il 12,3% attraverso minaccia di violenza fisica, 11,5% aggressioni come spinte tirate per i capelli, 15,6% molestie fisiche e sessuali;
    • 31,5% delle donne che hanno subito violenza tra i 16 e i 60 anni;
    • 12% di queste donne non ha denunciato la violenza subita.

    Questi dati hanno inevitabilmente portato, unitamente alle spinte di derivazione comunitaria e internazionale, alle modifiche del codice penale da prima con la legge del 2013 e da ultimo con il d.lgs. 19 gennaio 2017 nr.6.

    Il codice penale ad oggi prevede delle aggravanti all’omicidio tout court ex art 575 c.p. e in particolare :

    • art 576  n. 5:  se il delitto di omicidio è uno commesso in occasione dei reati quali i maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale (art 572 e 609 bis ss)
    • art. 576 n. 5.1 se il delitto di omicidio è stato commesso dall’autore del delitto di atti persecutori ex art 612 bis c.p.

    Questa scelta politico-criminale, di aver previsto delle mere aggravanti e non uno specifico delitto nella legge sostanziale, è condivisibile alla luce dei principi costituzionali vigenti nel nostro sistema giuridico. Mi riferisco specificatamente al principio di uguaglianza e ragionevolezza ex art 3 Cost: non sarebbe infatti corretto, non solo sotto il  profilo sostanziale ma altresì sanzionatorio dare dignità giuridica al solo omicidio di un essere umano di sesso femminile e non di sesso maschile.

    I primi effetti delle modifiche legislative si possono già cogliere da un primo dato importante: il femminicidio è in calo. Certo è che dovrebbero essere solo casi isolati, ma non è ancora così. La strada è ancora lunga.

    Sara Garaventa

  • Genova sarà meticcia, matrimoni misti in aumento e un nuovo nato su tre ha un genitore straniero

    Genova sarà meticcia, matrimoni misti in aumento e un nuovo nato su tre ha un genitore straniero

    Fiore della SperanzaI numeri, spesso, possono aiutare a leggere in maniera più chiara e onesta la realtà, disinnescando populismi e perbenismi d’accatto, nonché le profezie dei “ciarlatani” di turno. Il report statistico sui migranti residenti nel Comune di Genova, pubblicato nei giorni scorsi dalla civica amministrazione, infatti, presenta una lettura della nostra comunità molto interessante, che sarebbe difficile evincere stando solo alla “letteratura” politica sul tema e alla cronaca dei giornali.

    Il primo dato che emerge dal rapporto, facilmente consultabile on-line, è che in numero degli stranieri residenti è in calo rispetto agli anni scorsi: nel 2015, infatti, le presenze sono state 54.406 (29.225 femmine e 25.181 maschi), cioè il 3.4 % in meno rispetto al 2014; dal 2000 è il primo anno che questo dato registra una flessione negativa. Alla faccia dell’invasione: una cifra che non arriva al 10% sul totale della popolazione genovese. La comunità straniera più numerosa rimane quella sudamericana, ma per la prima volta in calo percentuale in relazione con le altre provenienze: rispetto al 2014, tra le venti principali comunità di stranieri residenti a Genova a fine 2015, gli incrementi maggiori in termini percentuali si registrano tra i pakistani (+18,0%), i nigeriani (+12,0%), i bengalesi (+11,8%), gli spagnoli (+7,6%), i cinesi (+5,6%), i senegalesi (+3,4%) e gli ucraini (+2,9%). Un dato scontato, invece, è l’età media della popolazione straniera residente: rispetto a quella dei genovesi (48 anni), i nuovi concittadini si assestano sui 33 anni, con la porzione femminile leggermente in media più “anziana” della porzione maschile.

    Genova meticcia

    Nel report troviamo alcuni dati che ci aiutano a tracciare un primo disegno della società che verrà: diminuiscono i matrimoni tra stranieri, mentre sono in aumento i matrimoni misti. Nel 2004 le unioni registrate dall’anagrafe cittadina tra due residenti stranieri era del 13,2%, mentre nel 2015 il dato scende al 7,5%; nello stesso periodo, invece, i matrimoni misti passano dall’8,5 al 17,1%; di questi il 75,8% vede il neosposo italiano e la neosposa “forèsta”. In leggera contrazione il dato dei nuovi nati con un genitore straniero: -1,2% rispetto al 2014, ma il dato di medio periodo ci ricorda che dal 2000 si è passati da un 12% ad un 31,3%. In altre parole un bimbo nato su tre ha un genitore straniero.

    Infine è interessante e derimente i dati che provengono dalle aule scolastiche: nella scuola dell’infanzia la percentuale di alunni stranieri iscritti sale dal 4,2 dell’anno scolastico 2000/2001 al 10,0 dell’anno scolastico 2014/2015, nella scuola primaria dal 3,9 all’11,8 e nella scuola secondaria di 1° grado dal 5,2 al 13,1.

    Il futuro di Genova, quindi è sempre più “meticcio”: un dato che dovrebbe far ben sperare per chi crede che l’integrazione e l’anti-razzismo siano dei valori imprescindibili; oggi la straniero-fobia è un problema culturale alimentato da una strisciante retorica, politica e non, per cui i “nostri” problemi (economici, lavorativi, sociali) sono colpa di altri; nelle aule delle nostre scuole, però il futuro sta già incominciando, e prima o poi, volenti o nolenti, capiremo che la responsabilità di quello che oggi non va è solamente nostra.

    Nicola Giordanella

  • Salute in città, mancano dati e statistiche: come stanno i genovesi?

    Salute in città, mancano dati e statistiche: come stanno i genovesi?

    Ospedale San Martino, GenovaPochi dati o informazioni nascoste. A Genova sembra che nessuno sia interessato a conoscere a che punto stia la qualità della vita degli abitanti. La sensazione è che manchino le informazioni o che, chi ne è in possesso, non abbia particolare interesse a renderle pubbliche e, soprattutto, a sfruttarle per fini utili ai cittadini.

    «Diamo retta solo alle lobby che premono per le grandi opere e pensano solo al contesto economico. Ma il vero dato utile sarebbe sapere come stanno i genovesi e individuare se sul territorio esistono particolari criticità» sostiene il dottor Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Ist di San Martino.

    E come stanno i genovesi? «Mi sembra che il genovese stia male», continua Gennaro. «Stanno male anziani, disabili e bambini. E in più, noi che misuriamo queste cose, non siamo messi in grado di fare il nostro lavoro. Ma se vuoi risolvere un problema, devi conoscerne le dimensioni, la diffusione. Se no, fai prevenzione un tanto al chilo, senza prove, senza evidenze scientifiche. Finisci per legarti al mercato ma non alle esigenze della gente».

    Che cosa intende? «Ad esempio, il quartiere di Cornigliano continua ad avere una mortalità più alta della media anche dopo anni dalla chiusura della cocheria dell’Ilva. Questa è una criticità che genera non solo problemi di salute, ma anche economici ed etici. Che cosa facciamo per affrontarla? A Genova sembra che ci sia un disinteresse verso questo tipo di dati. Forse anche perché noi, come tecnici, parliamo poco; parlano soprattutto gli economisti, ma gli epidemiologi, i sociologi e gli antropologi difficilmente trovano spazio. Manca una visione d’insieme della città e delle sue criticità».

    La solita colpa dell’amministrazione? «È vero che il Comune da solo non può risolvere tutti i problemi ma deve attrezzarsi quantomeno per conoscere le esigenze del territorio e della sua popolazione, sapere quali sono i quartieri che hanno la maggiore mortalità, dove vivono meglio e peggio i bambini. E su queste informazioni calibrare un certo tipo di servizi. Ad esempio, se ci fossero zone con una particolare concentrazione di disabili, si potrebbe pensare a servizi di mobilità ad hoc. Mi preoccupa che nessuno parta mai dai bisogni reali della gente».

    SanitàLa risposta arriva dal direttore dell’Ufficio Statistica del Comune di Genova, Maria Pia Verdona: «Bisogna distinguere tra la statistica e gli studi epidemiologici che devono partire dall’ambito sanitario, dalle Asl, dall’università, ovvero i soggetti che hanno le competenze per organizzare un’indagine, gestirla e valutarne i dati. L’attività della statistica può intervenire in un secondo momento, monitorando l’andamento di questi dati, una volta raccolti. Se mancano informazioni sullo stato di salute dei cittadini, il problema è di chi gestisce si occupa della salute, cioè dei medici a tutti i livelli. Stiamo parlando di dati clinici, spesso riservati. L’unica cosa che possiamo sapere noi sono i tassi di mortalità; ma il Comune non ha il diritto di accesso alle informazioni né le competenze per scorporare i dati che vengono inviati da ospedali e medici a Istat e Asl, e ritornano a noi solo in modo aggregato».

    E, in effetti, i dati forniti dal notiziario statistico comunale in tema sanitario sono veramente esigui. Si riesce giusto a sapere che nel primo semestre del 2013 a Genova sono morte 4759 persone, di cui 4038 residenti e che i nati vivi nello stesso periodo sono stati 2798. Più interessante, anche se di utilità limitata, il dato dei 49309 ricoveri negli ospedali cittadini, day ospital esclusi, da gennaio a giugno: circa 1 ogni 12 abitanti. Ma le cifre si fermano qui. Possibile che non si possa fare altro?

    «Certo, sarebbe molto interessante cercare di correlare i dati sulla salute dei cittadini al contesto ambientale e sociale in cui vivono e alle loro esigenze», prosegue Verdona. «E, in effetti, come Ufficio Statistico del Comune di Genova stiamo proprio facendo uno studio di fattibilità per lanciare un progetto futuro in questa direzione. Ma si tratta di una cosa molto delicata, che richiede l’acquisizione di una notevole mole di dati. Bisogna mettere intorno a un tavolo teste pensanti ad alto livello e competenze istituzionali diverse per trovare indici e correlazioni interessanti e veritieri tra lo stato di salute e altri aspetti della vita privata e sociale».

    sanita-ospedaleSi spieghi meglio. «Che cosa significa dire che in un Municipio c’è un’alta frequenza di patologie, se non conosco le cause territoriali o personali che le possono avere provocate? Io posso vivere a Sampierdarena e avere determinate patologie, ma magari lavoro a Vado da trent’anni e sono sottoposto quotidianamente a certi fattori inquinanti e, quindi, che abiti a Sampierdarena non c’entra nulla. Oppure posso vivere a Sestri da cinque anni, ma aver trascorso metà della mia vita a Taranto, sotto i fumi dell’Ilva. Voglio dire che raccogliere dati sulla salute dei cittadini, con una percentuale di attendibilità elevata, è un processo molto delicato: le variabili sono talmente tante che il rischio di fare valutazioni non corrette è molto forte. Mentre è semplice fare un’indagine epidemiologica sullo stato di salute dei lavoratori all’interno di uno specifico ambiente produttivo – perché posso sapere da quanto tempo lavorano in quel reparto, quanto ore al giorno, a che tipo di sostanze sono esposti…, insomma ho tanti elementi che mi consentono di fare opportune valutazioni – sulla popolazione, tra l’altro fortemente soggetta a mobilità, il compito si fa estremamente difficile. Si tratta, comunque, di studi molto utili ma per nulla banali e non possono prescindere dai dati in possesso delle istituzioni mediche. Il problema è capire quanto tempo e quante risorse ci vogliono per imbastire questi studi. E, soprattutto, le energie impiegate devono poi ripagarti degli sforzi».

    Forse, più semplice potrebbe essere approntare una serie di servizi per accompagnare e sostenere le determinate patologie riscontrate piuttosto che tentare di prevenirle. Certo, non sarebbe la soluzione del problema alla sua radice ma potrebbe aiutare a migliore la qualità della vita. Anche in questo caso, però, è necessario prestare molta attenzione alla mutevolezza delle esigenze, dovute ai cambiamenti, ai tassi di immigrazione e di emigrazione, nonché all’indice di mortalità da non sottovalutare in una città anziana come Genova. Insomma, una programmazione a lungo termine in questa direzione non è un elemento che possa essere studiato con semplicità a tavolino. D’altronde, con una continua diminuzione delle risorse economiche a disposizione, non si può neppure pensare di continuare a lavorare solo per tamponare le emergenze. Il cuore del problema, dunque, è capire se esiste, e dove sta, un giusto mezzo.

    C’è una soluzione? «Partire dalla qualità della vita come indicatore – sostiene l’epidemiologo Valerio Gennaro – dall’aspettativa di vita sana, che è informazione complementare rispetto all’aspettativa di vita complessiva. Cioè a che età ci si ammala, quando non si è più autosufficienti? In Italia, nell’ultimo decennio, questo indice è crollato. E credo anche a Genova. Sarebbe interessante capire come stanno i genovesi collettivamente, quartiere per quartiere, quali sono le fasce più deboli. Altro dato importante potrebbe essere quello che riguarda la mortalità evitabile. Tutte informazioni che dovrebbero essere stimate, anno per anno, zona per zona. Siamo una città ricca di cervelli e c’è gente disposta a mettersi in gioco. Si potrebbero conciliare i problemi della gente con le risorse che si hanno in casa. Ma prima bisogna capire che la vera grande opera è la salute della gente perché solo da lì si può arrivare al miglioramento della qualità della vita come indice di progresso».

     

     Simone D’Ambrosio

    [foto Daniele Orlandi]

  • Emergenza Casa a Genova: sfratti per morosità in aumento

    Emergenza Casa a Genova: sfratti per morosità in aumento

    case-abitazioni-centro-storico2-DIMentre Governo e Parlamento discutono di Imu, continua a dilagare l’emergenza casa che oggi coinvolge nuove categorie sociali, improvvisamente private del reddito da lavoro. È uno dei tanti paradossi italiani: migliaia di famiglie non riescono a pagare l’affitto e, nell’indifferenza generale, finiscono in mezzo alla strada. Come accade ogni anno, i dati forniti dal Ministero dell’Interno certificano uno stillicidio senza fine: in Italia, nel 2012, gli sfratti eseguiti per morosità sono stati oltre 60 mila (sul totale di quasi 68 mila).
    «È incredibile, soltanto nel nostro Paese non c’è attenzione politica nei confronti di questo tema – denuncia Stefano Salvetti del Sicet Genova (Sindacato Inquilini Casa e Territorio) – è una questione soprattutto psicologica: tutta la classe dirigente italiana, in maniera trasversale, appartiene alla lobby dei proprietari. Eppure, in Italia ci sono 4 milioni di famiglie in locazione. E gli alloggi pubblici sono appena 700 mila. Basta guardare i numeri dei nostri vicini europei per rendersi conto che qualcosa non torna».

    Per quanto riguarda Genova, nel 2012, gli sfratti eseguiti per morosità sono stati 945, ai quali si aggiungono i 343 del resto della Provincia per un totale di 1288, ovvero il 90 % del totale degli sfratti (1436, di cui 148 finite locazioni). Ma le richieste di sfratto, nell’intera Liguria, hanno sfiorato quota 2500 (2006 quelli diventati esecutivi).
    «Bisogna considerare, però, che alcune persone decidono spontaneamente di uscire dall’abitazione, onde evitare di far subire il trauma dello sfratto ai loro figli – racconta Salvetti – quindi l’esecuzione non la subiscono perché si allontanano prima che l’ufficiale giudiziario bussi alla porta. Anche la vergogna gioca la sua parte. Gli sfratti “sommersi” sono in aumento e sfuggono alle rilevazioni statistiche».
    Nel 2013 la situazione non sembra migliore, anzi «Prevediamo una stima ancora più alta – continua Salvetti – ogni giorno nei nostri uffici passa un’elevata percentuale di nuclei familiari colpiti soprattutto dalla perdita del lavoro. Categorie sociali che, prima d’ora, non vedevo frequentemente: muratori e badanti (italiani e non), ex impiegati in uffici e studi di professionisti, ex commercianti costretti a chiudere bottega, ecc. Un mondo variegato e completamente abbandonato a se stesso».
    I numeri dell’emergenza, secondo il Sicet, rimangono sottostimati «Il vero dramma è che la maggioranza delle persone ormai neppure presenta domanda per l’assegnazione di un alloggio popolare – sottolinea Salvetti – Hanno perso la speranza. Noi, invece, li invitiamo a farlo, perché la domanda rappresenta il termometro dell’emergenza. La politica di fronte a questi numeri dovrebbe finalmente svegliarsi».

    La scorsa settimana, in occasione dell’incontro con il Sindaco Marco Doria, Salvetti ha ribadito le sue proposte «Ho chiesto al primo cittadino di attivarsi con gli altri sindaci delle aree metropolitane affinché si instauri una seria interlocuzione con il Governo: è necessario riaprire il corridoio centralizzato del sostegno all’affitto che in questi anni è stato azzerato; poi occorre studiare un nuovo dispositivo di graduazione degli sfratti, in modo tale da garantire una qualche forma di tutela ai morosi».
    I tempi dei servizi sociali, infatti, sono troppo lunghi «Quando si verifica un terremoto la prima risposta è quella di allestire una tendopoli – continua il rappresentante del Sicet – allo stesso modo, se vogliamo fronteggiare l’emergenza casa, iniziamo a requisire le caserme, gli edifici, tutti gli spazi pubblici che possono diventare alloggi».

    I soldi per rilanciare l’edilizia residenziale pubblica (Erp) ci sono, quello che manca è la volontà politica. «Sarebbe sufficiente che la Cassa Depositi e Prestiti, invece di finanziare dei fondi immobiliari per realizzare case destinate a rimanere invendute, finanziasse le Aziende regionali territoriali per l’edilizia (ex Istituti autonomi per le case popolari), come Arte Liguria, nella realizzazione di una nuova rete di alloggi sociali – spiega Salvetti – Inoltre, man mano che si recuperano le risorse frutto dell’evasione fiscale nel mattone, bisogna reimpiegarle al fine di Erp».
    Il Sicet ha sollecitato anche la Regione «Il governatore Claudio Burlando dovrebbe porsi la questione delle famiglie liguri che non riescono a pagare l’affitto – conclude Salvetti – Le Aziende regionali territoriali per l’edilizia non sono finanziate ma, nel contempo, le case popolari pagano l’Imu e non godono della detassazione per il risparmio energetico».
    Insomma, non finanziamo l’Erp ma la tassiamo, eccolo l’ennesimo paradosso italiano.

     

    Matteo Quadrone

  • Genova, allerta fallimenti: nel 2012 sono 159 le imprese fallite

    Genova, allerta fallimenti: nel 2012 sono 159 le imprese fallite

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7Continua la corsa dei fallimenti in provincia di Genova: dai dati appena forniti alla Camera di Commercio dai tribunali di Genova e Chiavari risultano in totale 159 sentenze di fallimento, il 6,7% in più rispetto al 2011 (149) e il doppio rispetto al 2008 (79).

    «Siamo al livello di guardia commenta il presidente della Camera di Commercio Paolo Odone – e ci stiamo avvicinando pericolosamente al record del 2006». All’epoca, infatti «Ci fu un boom di sentenze di fallimento (167) essenzialmente tecnico, giustificato dall’accelerazione delle procedure da parte dei tribunali in vista dell’entrata in vigore della nuova legge fallimentare – continua Odone – Oggi, purtroppo, siamo di fronte a un dato reale: da quando è scoppiata la crisi le imprese che hanno portato i libri in tribunale in provincia di Genova sono raddoppiate».

    Fortissima la sofferenza per il commercio: il 39% dei fallimenti, di cui il 27% negozi e il resto alberghi e ristoranti.
    Il 34,6% riguarda invece industria/costruzioni>, di cui il 20,1% nella sola edilizia. Seguono le altre attività (17,6%) ed i trasporti (8,8%).

    Le società che falliscono di più sono le s.r.l. (il 69% del totale), mentre quelle con il maggior incremento dal 2008 sono le ditte individuali (+200%).

  • Liguria: nel 2012 inflazione record, imprese in ginocchio

    Liguria: nel 2012 inflazione record, imprese in ginocchio

    Prezzi alle stelle in Liguria, a confermarlo è l’ultima rilevazione dell’Osservatorio regionale dell’artigianato su dati Istat 2012. L’inflazione in Liguria nel 2012 è risultata più elevata della media italiana: lo scorso anno nella nostra regione è aumentata del 3,3% contro la media italiana del +3%. Se la passano peggio solo la Basilicata (+4,4%), la Calabria e il Trentino Alto Adige (entrambe +3,6%).

    «Dal 2007 a oggi abbiamo assistito a una parabola ascendente nei prezzi al consumo in Liguria – spiega Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria – Nonostante l’aumento sia diffuso a livello nazionale, nella nostra regione l’inflazione è progredita con un passo decisamente più sostenuto rispetto al resto d’Italia. Questo fattore ha avuto pesanti conseguenze sulla capacità di spesa delle famiglie con inevitabili ripercussioni sulle micro e piccole imprese, schiacciate tra l’incudine dell’aumento dei prezzi da parte dei fornitori e dal calo della richiesta del consumatore finale». I comparti di spesa dove i prezzi sono aumentati di più sono stati quello delle spese per l’abitazione, tra cui acqua, elettricità e combustibili (+7,1%), dei trasporti (+6,7%) specie per il caro carburanti.

    «Un’inflazione ridotta e stabile è la conditio sine qua non per la crescita delle imprese – spiega Grasso – Queste impennate dei tassi impediscono alle aziende una pianificazione precisa della propria attività, rendendo dubbi gli investimenti, per esempio in nuovi macchinari e impianti di produzione. Un’inflazione o una prospettiva di inflazione elevate contribuiscono a creare un clima di incertezza dato che le variazioni nel valore del denaro impediscono preventivi precisi di entrate e uscite. Di conseguenza, le aziende corrono ai ripari diventando molto più caute».

    Guardando i dati degli ultimi cinque anni, il tasso di inflazione in Liguria è risultato leggermente inferiore alla media italiana nel biennio 2007-2008 (in particolare nel 2008 si è riscontrato un +2,9% contro il 3,3%). «La mazzata è arrivata nel 2009 – commenta Grasso – quando, dopo una temporanea diminuzione del livello dei prezzi dovuta alla crisi, il processo inflattivo è ripreso».
    La Liguria nel 2009 si è attestata su tassi medio-alti (0,8%) per poi iniziare una parabola ascendente tra il 2010 e il 2012, quando l’inflazione è schizzata, in un paio d’anni, dall’1,4 al 3,3%.

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Liguria, commercio: i dati e il nuovo piano regionale

    Liguria, commercio: i dati e il nuovo piano regionale

    Regione Liguria e Unioncamere Liguria hanno proseguito anche nel 2012 l’attività dell’Osservatorio Regionale del Commercio, il cui scopo è quello di provvedere alla raccolta dati e al monitoraggio – con riferimento all’entità e all’efficienza della rete distributiva – per rivedere o confermare le linee di programmazione e pianificazione del settore, in tutte le sue componenti e strutture. Per centrare questo obiettivo, la Regione Liguria e Unioncamere Liguria hanno avviato una rete di collaborazioni con i comuni e con il sistema camerale.

    I numeri del commercio dimostrano quanto questo settore sia importante nell’economia della nostra regione: 29.575 gli esercizi commerciali in Liguria a fronte di una superficie di vendita di 2.042.141.47 mq., distribuiti sul territorio per il 47% a Genova, 23% a Savona, 16% a Imperia e quasi 15% a La Spezia.
    Le imprese attive del settore commerciale sono quasi il 28% del totale delle imprese liguri. Gli occupati nel commercio in Liguria hanno un incidenza del 24%, molto superiore a quella nazionale (19,6); in pratica nella nostra regione 1 lavoratore su 4 trova occupazione in questo comparto.

    Le difficoltà però si fanno sentire: nel 2011 a fronte di 1910 imprese iscritte ne sono cessate 2890.

    I prezzi al consumo nella nostra regione sono aumentati in un anno del 3,5 % con ritmi superiori alle media nazionale tra i beni alimentari e non, nell’energia e nei servizi. Il peso del valore aggiunto del settore commercio In Liguria è del 9,5 %, un po’ più basso della media nazionale (10,7).
    Sono diffuse le imprese straniere: su 15 mila imprese nei vari settori il 33% sono nel settore commercio. Anche la quota femminile delle imprese del settore si attesta al 33% ma nel 2011 si registrano 1027 cessazioni rispetto a 634 iscrizioni; il numero delle imprese giovanili del commercio è il 26 % del totale ma nel 2011 si hanno 556 iscrizioni a fronte di 302 cessazioni.

    Martedì pomeriggio l’assessore al Commercio della Regione Liguria, Renzo Guccinelli e il segretario generale di Unioncamere Liguria, Maurizio Scajola (che ha reso noti i dati dell’Osservatorio del Commercio), hanno presentato il nuovo piano della programmazione commerciale che sostituisce quello varato nel 2007, dopo le direttive Ue e nazionali, con tutte le novità sui vincoli, le dimensioni delle strutture, le tipologie distributive e gli indici di sostenibilità socio-economica.

    La Regione Liguria è la seconda regione italiana, dopo la Toscana, ad aver approvato a fine anno, all’unanimità in Consiglio Regionale, la nuova programmazione commerciale e gli adeguamenti normativi al Testo unico in materia di commercio del 2007.
    La modifica si è resa necessaria dopo i vari interventi normativi comunitari, a cominciare dalla Direttiva Bolkestein sulla libera concorrenza dei servizi e delle numerose normative statali.

    In linea con le liberalizzazioni «Sono state semplificate molte attività attraverso semplici comunicazioni e senza necessità di autorizzazioni –  spiega una nota dell’ufficio stampa regionale – La nuova programmazione prevede, infatti, grandi possibilità di ampliamenti, accorpamenti, trasferimenti delle strutture commerciali esistenti senza più alcun vincolo quantistico e numerico, la liberalizzazione degli orari, nuove norme sugli outlet e i temporary shop».

    «La nuova programmazione commerciale della Regione Liguria poggia sull’innovazione e la qualità del complesso dell’offerta – continua la nota – Nel provvedimento è stato elaborato un sistema di regole che ha come unica matrice la sostenibilità ambientale. Tenendo conto della necessità di contemperare il rispetto del principio della libera concorrenza e libero mercato con le esigenze del cittadino-consumatore che deve avere un’offerta commerciale adeguata. Regole che dovranno favorire un equilibrato sviluppo delle diverse tipologie distributive nel rispetto del territorio e valorizzare la funzione del commercio dei degli esercizi di piccole, medie e grandi dimensioni per riqualificare il tessuto urbano e i quartieri degradati».

    Per le strutture di vendita di rilevanti dimensioni «Sono stati fissati requisiti qualitativi e di prestazione generali e obbligatori – spiega la Regione – Specifici obblighi anche per le grandi strutture di vendita compresi i centri commerciali che potranno insediarsi esclusivamente in aree con una specifica destinazione d’uso. I criteri non riguardano però i parametri urbanistici che devono essere comunque osservati dagli esercizi commerciali (raccordi viari, parcheggi ecc)».

    Fra i vari requisiti previsti dal piano «Le medie strutture di vendita dovranno avere una classificazione energetica, produrre energia termica da fonti rinnovabili senza emissioni in atmosfera, limitare la produzione dei rifiuti e dotarsi di aree per la raccolta differenziatasottolinea la Regione –  Le medie strutture di vendita non potranno superare i millecinquecento metri quadrati di superficie. Un limite uguale in tutta la Liguria, indipendentemente dagli abitanti dei comuni. Alle grandi strutture di vendita si chiede inoltre l’installazione di protezione dall’inquinamento di polveri, il controllo degli effetti acustici dentro e fuori la struttura, la raccolta delle acque piovane, spazi per l’accoglienza del cliente e aree attrezzate per i bambini».

    Il nuovo piano commerciale della Regione Liguria «Dà ai comuni la possibilità di prevedere requisiti qualitativi e di prestazione facoltativi, con convenzioni per favorire le assunzioni di lavoratori in cassa integrazione o mobilità, l’adozione di sistemi per acquisti telematici, la raccolta dei prodotti alimentari invenduti da parte del volontariato, la condivisione degli orari di apertura e chiusura con il territorio».

    Per incentivare il ritorno della popolazione dalla periferia alla città «Nella nuova programmazione commerciale è prevista la possibilità che nei centri storici e nei centri storici commerciali e in particolari aree limitate possono essere stipulati patti d’area o contratti di quartiere tra regione Liguria, Comune, Camere di Commercio, associazioni di categoria del commercio, consorzi di imprese, proprietari di immobili, per sostenere una forte riqualificazione commerciale».

  • Enti pubblici e imprese: rapporto sui tempi di pagamento

    Enti pubblici e imprese: rapporto sui tempi di pagamento

    Sono ancora tempi biblici quelli che devono attendere le imprese artigiane per riscuotere i propri crediti con la Pubblica amministrazione. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Ufficio Studi di Confartigianato che ha calcolato il tempo medio di pagamento a 127 giorni, con un incremento di 32 giorni negli ultimi sei mesi e un danno economico per le imprese artigiane di circa 2,5 miliardi di euro.

    «Auspichiamo che questo malcostume, tutto italiano, possa essere superato vista l’entrata in vigore dal 1° di gennaio della normativa che fissa a 30 giorni il termine ordinario dei tempi di pagamento», dichiara Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria.
    Il decreto legislativo n. 192 del 9 novembre 2012, che recepisce la direttiva comunitaria (2011/7/UE) sui pagamenti, è stata salutato come un autentico toccasana dalle imprese artigiane all’entrata in vigore col nuovo anno. Infatti, la nuova normativa fissa il termine di pagamento a trenta giorni ed è derogabile nelle transazioni tra imprese solo tramite pattuizione che, per termini superiori a 60 giorni, dove essere espressa. Se il debitore è una pubblica amministrazione, il prolungamento del termine di pagamento oltre i 30 giorni deve sempre essere espresso e, in ogni caso, non può superare i 60 giorni.

    «Ora è necessario che questi paletti siano rispettati dalle Pubbliche amministrazioni affinché la nuova normativa non rimanga lettera morta – dice Grasso – Ricordo che l’incremento dei ritardi dei pagamenti determina un costo in termine di maggiori oneri finanziari per tutta la filiera. Infatti, l’impresa che vede ritardare il pagamento è costretta a scaricare, almeno in parte, i costi sulle imprese fornitrici, o, peggio, indebitarsi con il sistema bancario, con un conseguente effetto domino che sta strozzando tutto il sistema delle micro e piccole imprese».

    Il rapporto di Confartigianato evidenzia che la Pubblica amministrazione in Italia ha accumulato debiti commerciali per 79 miliardi di euro nei confronti dei fornitori di beni e servizi. Di questi, la voce più importante, ben 35,6 miliardi, è riferita a debiti verso le imprese fornitrici del sistema sanitario nazionale (Asl, Aziende ospedaliere e Ircss).

    I peggiori pagatori si registrano nel Centro-Sud con tempi record di 793 giorni per il saldo di una fattura in Campania, di 755 in Molise e di 661 in Campania. La Liguria si posiziona al di sotto della media italiana (286 giorni) con un ritardo medio di 170 giorni.

    «Conforta il tasso di diminuzione di 102 giorni tra il 2007 e il 2010, decisamente uno dei migliori a livello nazionale – commenta Grasso –Tuttavia, occorre sottolineare che l’obiettivo dei 30 giorni è ancora ben lontano e a farne le spese sono ancora una volta le imprese sulle quali ogni giorno di ritardo è un macigno insostenibile sulle spalle».

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Mattone sicuro: in Liguria il 78% delle aziende edili sono irregolari

    Mattone sicuro: in Liguria il 78% delle aziende edili sono irregolari

    I dati sono inquietanti e parlano da soli: il mattone è “nero” dunque non sicuro, in particolare in alcune regioni d’Italia, tra le quali al secondo posto troviamo la Liguria.

    Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha reso noti i risultati dell’attività di vigilanza svolta sotto il coordinamento della Direzione generale per l’Attività Ispettiva dagli ispettori del lavoro delle Strutture territoriali e dai militari dell’Arma dei Carabinieri nell’ambito dell’Operazione “Mattone sicuro”, finalizzata a rafforzare nel settore edile il contrasto al lavoro sommerso e gli interventi di tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

    In particolare, gli accessi ispettivi sono stati mirati al contrasto dell’impiego di lavoratori irregolari o “in nero”, del caporalato e degli appalti illeciti, nonché al contenimento del rilevante fenomeno infortunistico, attraverso l’attenta verifica delle condizioni di lavoro, anche sotto il profilo prevenzionistico.

    Nel corso delle attività, svolte nel periodo 21 maggio – 30 settembre 2012, aventi l’obiettivo di sottoporre a controllo almeno n. 15.000 aziende edili dislocate su tutto il territorio nazionale, sono state ispezionate 18.207 aziende di cui il 59%  in una situazione di irregolarità. Infatti, le ispezioni in cui sono stati contestati illeciti sono pari a 10.817.

    La percentuale di aziende irregolari più significativa è stata registrata in Molise (94%). Seguono Liguria (78%), Calabria (77%), Basilicata (76%), Sardegna 70%), Puglia (67%), Lombardia e Abruzzo (66%).

    7.563 i lavoratori irregolari, di cui 3.680 totalmente in nero (pari al 49%), con punte del 67% in Puglia, 66% in Basilicata e in Molise, del 65% in Campania, del 63% in Lazio, del 57% in Calabria.

    Sono stati adottati 1.138 provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale per l’utilizzo di personale in nero e disposti 44 sequestri. Infine, sono state contestate 12.887 violazioni prevenzionistiche e deferite 7.260 persone all’autorità giudiziaria.

     

    Foto di Diego Arbore

  • Istat: la fiducia dei consumatori è sempre più bassa

    Istat: la fiducia dei consumatori è sempre più bassa

    A giugno l’indice del clima di fiducia dei consumatori diminuisce dall’ 86,5 di maggio all’85,3 odierno. Lo rileva l’Istat. Si tratta del livello più basso da gennaio 1996.
    I giudizi e le aspettative sulla situzione economica dell’Italia risultano in peggioramento: il saldo dei primi scende leggermente (da -140 a -141), mentre quello relativo alle aspettative registra un calo marcato (da -81 a -92). Aumenta il saldo relativo alle attese sulla disoccupazione (da 114 a 121).

    La fiducia dei consumatori circa la situazione economica del nostro Paese segna un nuovo minimo storico. Un dato agghiacciante, secondo Federconsumatori, che testimonia come il livello raggiunto dagli oneri che pesano sulle spalle delle famiglie, a partire dall’IMU, incidano in maniera negativa sulle condizioni e sulle aspettative di queste ultime.

    «Per noi che denunciamo questo andamento da ancora prima che la manovra depressiva del Governo entrasse in vigore, non è affatto una sorpresa – dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, di Federconsumatori – L’aumento dell’IVA, l’aumento delle accise sui carburanti e la reintroduzione dell’IMU sono solo alcuni dei fattori che, addossando il carico della crisi unicamente sulle spalle dei cittadini, hanno condotto il Paese nella drammatica situazione in cui si trova oggi».

    «L’aumento della tassazione nel 2012 (pari a +1157 Euro a famiglia solo in termini diretti) equivale a ben 2,46 mesi di spesa alimentare di una famiglia media – continuano Trefiletti e Lannutti –  O, addirittura, tale importo è pari a quanto spende una famiglia media in cure per la salute in 5,8 mesi».

    «Basta guardare a questi esempi per comprendere gli enormi sacrifici che le famiglie sono costrette a sostenere in questo difficile momento – concludono gli esponenti di Federconsumatori – Per questo è indispensabile intervenire immediatamente per riequilibrare la situazione, con politiche di investimento per dare lavoro soprattutto ai giovani, aumentando così il potere di acquisto delle famiglie».

  • Liguria: il rapporto tra auto ed abitanti è il più basso d’Italia

    Liguria: il rapporto tra auto ed abitanti è il più basso d’Italia

    Ogni giorno, quando usciamo di casa e saliamo in macchina, ci ritroviamo nostro malgrado alle prese con un traffico congestionato. Il primo pensiero che allora salta in mente è il seguente «Ma quante automobili circolano per le nostre strade? Non saranno forse troppe?». Ebbene, almeno per quanto riguarda la Liguria ed in particolare Genova, sembrerebbe non essere proprio così.

    Analizzando i dati che emergono dallo studio dell’Osservatorio Autopromotec – struttura di ricerca di Autopromotec, la più specializzata rassegna espositiva internazionale delle attrezzature e dell’aftermarket automobilistico – nel 2010, nella nostra regione, circolavano 52 auto ogni 100 abitanti.
    Grazie a questo valore la Liguria si colloca all’ultimo posto nella graduatoria delle regioni italiane stilata in base al rapporto tra auto circolanti ed abitanti; in testa a questa classifica vi sono Umbria e Lazio (con 67 auto ogni 100 abitanti); al secondo posto troviamo Piemonte (insieme a Valle D’Aosta) e Toscana, con 64 auto ogni 100 abitanti.
    Per quanto riguarda le singole province, in Liguria, la provincia in cui vi è il più alto rapporto tra auto circolanti ed abitanti è Savona (58 auto ogni 100 abitanti), seguita da Imperia (56), La Spezia (54) e Genova (49).

    PROVINCIA

    ABITANTI

    AUTOVETTURE CIRCOLANTI

    AUTO OGNI 100 ABITANTI

     Savona

    287.906

    165.623

    58

     Imperia

    222.648

    123.862

    56

     La Spezia

    223.516

    121.493

    54

     Genova

    882.718

    430.817

    49

      Liguria 

    1.616.788

    841.795

    52

    Fonte: elaborazione dell’Osservatorio Autopromotec su dati Istat e Anfia

    L’indagine confronta i dati regionali del 2008 e quelli del 2010: emerge che in questo lasso di tempo le auto ogni 100 abitanti sono aumentate di due unità in Abruzzo, Molise, Sicilia, Basilicata e Puglia, mentre le regioni in cui le auto ogni 100 abitanti sono aumentate di una unità sono Toscana, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Calabria, Sardegna, Campania e Trentino Alto Adige. In tutte le altre regioni non vi sono state variazioni.

    Autovetture circolanti ogni 100 abitanti nelle regioni italiane

    2010

    2008

    Umbria

    67

    67

    Lazio

    67

    67

    Piemonte e VDA

    64

    64

    Toscana

    64

    63

    Marche

    63

    63

    Abruzzo

    63

    61

    Molise

    62

    60

    Friuli V.G.

    62

    61

    Sicilia

    62

    60

    Emilia Romagna

    61

    61

    Basilicata

    60

    58

    Veneto

    60

    59

    Calabria

    59

    58

    Sardegna

    59

    58

    Lombardia

    59

    59

    Campania

    58

    57

    Puglia

    56

    54

    Trentino A.A.

    55

    54

    Liguria

    52

    52

    ITALIA

    61

    60

    Fonte: Elaborazione dell’Osservatorio Autopromotec su dati Anfia, Aci e Istat

    Gli estensori del rapporto sottolineano come «Fra i maggiori paesi europei l’Italia è la nazione con il più alto rapporto fra auto circolanti ed abitanti». Quali sono le cause di questa situazione? «La spiegazione più probabile è che la grande diffusione delle auto in Italia sia causata dall’inefficienza del trasporto pubblico – afferma l’Osservatorio Autopromotec – quest’ultimo, in molti casi, non rappresenta un’alternativa reale per la maggior parte degli spostamenti in auto».

    «La grande diffusione delle auto nel nostro Paese impone l’esigenza di dedicare particolare cura all’efficienza del parco circolante – conclude l’Osservatorio – e sottolinea l’importanza di sottoporre le auto che fanno parte del parco circolante alla manutenzione periodica programmata ed alle revisioni obbligatorie: tutto questo per garantire una piena funzionalità dei dispositivi di sicurezza delle auto e per controllare il livello delle emissioni nocive».

    Ma i dati relativi alla nostra regione ed in particolare quelli del capoluogo ligure, danno luogo anche ad un’altra lettura che in fin dei conti, lascia spiazzati.
    Negli ultimi anni, infatti, nonostante il numero di automobili in rapporto agli abitanti sia rimasto stabile, abbiamo assistito alla proliferazione sul territorio genovese – già di per sé fragile per ragioni morfologiche ed idrogeologiche – di box e parcheggi, soprattutto interrati, come se la primaria esigenza dei cittadini fosse quella di avere un luogo dove custodire il proprio mezzo.
    Sono numerosi gli esempi – l’ultimo in ordine di tempo è quello relativo alla costruzione di 68 box sotto il cinema Eden di Pegli – di progetti contestati da residenti e associazioni, da Ponente a Levante, passando per il centro città. Ricordiamo ancora la travagliata vicenda del park dell’Acquasola, il nuovo progetto di Via della Misericordia e gli scempi realizzati o in corso di realizzazione in Valpolcevera (Campomorone e San Cipriano).

    Quindi i genovesi con 49 auto ogni 100 abitanti sembrano essere cittadini “virtuosi”, pronti a rinunciare al mezzo privato in favore di altre modalità di spostamento più attente alla sostenibilità ambientale, ma non sono adeguatamente ricambiati da un servizio di trasporto pubblico efficiente e soprattutto rimangono impotenti di fronte alla deturpazione del proprio habitat naturale al fine di soddisfare un’esigenza che in realtà non è tale.
    E allora probabilmente hanno ragione ambientalisti e comitati, la costruzione di box e parcheggi è solo una mera speculazione immobiliare che gioca pericolosamente sulla pelle dei cittadini, privandoli di polmoni verdi vitali, in cambio di nuove colate di cemento.

     

    Matteo Quadrone

  • Turismo a Genova: ecco i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale

    Turismo a Genova: ecco i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale

    In Liguria, nel 2011, l’impatto economico generato dal turismo è stato pari a 5,2 miliardi di euro (erano 4,8 miliardi quelli stimati nel 2010), per il 30% legati ai consumi dei turisti che hanno soggiornato in strutture alberghiere e per il 70% a quelli dei villeggianti proprietari di seconde case.

    I dati ufficiali relativi al 2011 riportano per la Liguria un totale di 3.886.463 arrivi (+5,3% rispetto al 2010) e 14.169.929 presenze (+2,6%), dove per arrivi si intendono i turisti registrati nelle strutture recettive al momento dell’arrivo mentre per presenze si intende il numero di pernottamenti.

    Il comune di Genova registra un +0,05% rispetto al 2010 in termini di arrivi, la provincia di Genova un +5,20% ed è la seconda provincia ligure (la prima è ovviamente La Spezia forte delle 5 Terre) per incidenza del turismo straniero (rappresenta il 37,9% su una media regionale del 31,3% e per il Comune di Genova raggiunge il 40,9%)

    Questi, in sintesi, i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale, dove viene evidenziata una sostanziale tenuta dei numeri del movimento turistico (con un significativo aumento degli stranieri, sia in termini di arrivi che di presenze), a fronte della drastica diminuzione della capacità di spesa rispetto al 2010, non solo per gli italiani ma anche per gli stranieri.

    Abbiamo già verificato in altre occasioni quanto queste ricerche siano sicuramente utili per avere indicazioni di massima, ma mai esaurienti della realtà in tutte le sue sfaccettature e quanto richiedano letture partendo da diversi punti di vista. Ciò non toglie che la crescita del turismo a Genova rispetto al passato sia ormai un dato di fatto. Nonostante la crisi (o forse anche “grazie” alla crisi…), la città è diventata meta gradita di tanti cittadini sia italiani che stranieri e l’analisi del mercato organizzato internazionale lo conferma: Genova è la seconda località turistica ligure più venduta nel corso del 2011 dai grandi buyer internazionali che trattano la Liguria. I buyer europei costituiscono complessivamente il 61,9% (tra cui spicca la Russia e più in generale i Paesi dell’Est), mentre gli USA si confermano il principale mercato extra-europeo.

    Così il presidente della Camera di Commercio di Genova Paolo Odone ha commentato i dati dell’Osservatorio Regionale: «Dall’Osservatorio emergono alcuni dati particolarmente interessanti come la crescita a Genova di turisti motivati dagli eventi culturali (il 10,5%), più della media Liguria (3,6%) e più del dato relativo al 2010 (4,6%). Apprendiamo che il passaparola continua a essere il principale canale di comunicazione per attirare turismo con il 43% dei visitatori che hanno scelto Genova grazie al passaparola e solo il 15% attraverso internet. Merita attenzione anche analizzare la spesa media dei nostri turisti che si aggira intorno ai 73 euro per gli italiani e 287 euro per gli stranieri per quanto riguarda il viaggio andata e ritorno, 43 euro al giorno gli italiani e 39 euro gli stranieri per l’alloggio mentre 69 euro gli italiani e 80 euro gli stranieri per beni e servizi extra acquistati sul territorio. E’ importante, dunque, misurare non solo il numero di visitatori ma anche quanto, dove e come spendono i loro denari, perché in ultima analisi questo vuol dire quante imprese e quanti posti di lavoro nascono e crescono in un territorio grazie al turismo».

    Il tessuto imprenditoriale del turismo ligure è formato tuttora prevalentemente da micro imprese (7 imprese su 10 hanno meno di 5 dipendenti), un assetto che conta il 9,3% di personale straniero e in cui la presenza di personale femminile è elevata: in media ciascuna impresa vede il 59,8% di donne impiegate in un ampio ventaglio di cariche, dal personale al piano alle figure manageriali (sono il 17,4% del totale le donne che lavorano nel settore).

    [foto di Diego Arbore]

  • Boom di suicidi: la grande “balla”, fanno solo più notizia rispetto al passato

    Boom di suicidi: la grande “balla”, fanno solo più notizia rispetto al passato

    Finanza, Economia e BancheGli ultimi tre casi di suicidio per cause di natura economica, due in provincia di Salerno e uno nel milanese, hanno fatto salire a 38 il bilancio delle vittime in Italia dall’inizio del 2012. Un anno dipinto da media e politica come tragico per quanto riguarda il numero di persone che hanno deciso di togliersi la vita a causa della crisi economica in corso. Ma siamo sicuri che questa sia la realtà?

    «Ogni anno in Italia si verificano circa tremila casi di suicidio – ha dichiarato Stefano Marchetti responsabile dell’ultima ricerca Istat sui casi di suicidio relativa all’anno 2010 – con punte di quasi quattromila casi nei primi anni Novanta. E’ difficile affermare, a oggi, che quest’anno vi sia un aumento statisticamente significativo dei suicidi dovuto alla crisi economica. Temo che si stiano facendo affermazioni forti, senza fondate evidenze scientifiche».

    Secondo l’indagine Istat in questione (elaborata sulla base del presunto movente indicato dalle forze dell’ordine), nel 2010 in Italia ci sono stati 3.048 suicidi, di cui 187 (il 6,1%) per motivi economici; un dato addirittura in calo rispetto al 2009, quando i suicidi per difficoltà economiche erano stati 198 su 2.986 (il 6,6%).

    «I suicidi in questa categoria sociale (imprenditori n.d.r.) c’erano anche negli anni passati, più o meno con la stessa frequenza – dice Marzio Barbagli, sociologo intervistato da Repubblica – non esistono dati che provino un qualche aumento. Basti pensare che Italia e Grecia sono i paesi più colpiti dalla crisi, ma anche quelli in cui i casi di suicidio sono minori rispetto al resto dell’Europa».

    Eh già. In Italia nel 2012 ogni giorno ci sono 0,29 casi per motivi economici, contro lo 0,51 del 2010 e lo 0,54 del 2009. In parole povere, non esiste nessun boom suicidi come i media sbandierano da ormai diverso tempo, anzi in cinque mesi abbiamo registrato meno vittime degli ultimi quattro anni.

     

  • Bilancio 2011 del Comune di Genova: stock di debito di oltre 1,3 miliardi

    Bilancio 2011 del Comune di Genova: stock di debito di oltre 1,3 miliardi

    Palazzo TursiIl 12 aprile 2012 la Giunta Vincenzi ha approvato il bilancio consuntivo del 2011, ultimo grande atto prima del passaggio di testimone al nuovo sindaco, che verrà eletto il 7 maggio.

    Genova vive un periodo di grandi cambiamenti sia dal punto di vista politico che da quello economico-finanziario: come noto, il Governo Monti ha apportato drastiche riduzioni alla spesa pubblica (si prevede che il Comune di Genova avrà 83 milioni di euro in meno dallo Stato nel 2012) e introdotto novità come l’Imu, sulla quale vigono ancora molti dubbi circa le aliquote e le applicazioni, ma che comporterà maggiori entrate per lo Stato e minori per i Comuni.

    Partendo da questi presupposti è interessante conoscere la situazione attuale economica e finanziaria del Comune di Genova (i dati relativi al conto economico e allo stato Patrimoniale sono consultabili integralmente sul sito dell’Ente), un Comune fortemente indebitato ormai da oltre 10 anni, con uno stock di debito di oltre 1,3 miliardi di euro (il debito è oltre il 150% delle entrate correnti nel conto economico). Tuttavia, in questi anni, l’indebitamento è sceso da un miliardo e 387 milioni alla fine del 2007, a un miliardo 321 milioni del dicembre del 2011, con una riduzione di circa 4,5%.

    Ma cerchiamo di capire meglio e proviamo ad analizzare il bilancio del Comune. I dati in analisi sono riferiti ai bilanci consuntivi del 2012 e 2011 e a quello preventivo del 2011. Il bilancio preventivo contiene le spese e le entrate che si prevede di realizzare nel corso dell’anno, per questo circa a metà dell’anno, a giugno-luglio, si attua una manovra di assestamento che in base all’andamento dei primi mesi rimodula le poste. Nel bilancio consuntivo invece si verificano le entrate ed uscite effettive e si determinano gli avanzi o disavanzi rispetto alla previsione approvata. Partiamo dal conto economico…

    CONTO ECONOMICO (ENTRATE)

    1. Entrate correnti
    Imposte 1
    consuntivo 2010 preventivo 2011 Consuntivo 2011
    ICI 120 120 119
     Add Irpef 56 56 56
    Comp.Irpef/Iva 18 18 42
    Altre 6 5 5
    TIA 103 106 106
    Tassa affissioni 1 1 1
    Totale 304 306 332
    Trasferimenti 2
    Stato 254 218 25
    Stato – fondosperimentale 182(tot 207)
    Regione 91 77 87
    Altri 3 23 3
    Totale 348 318 298
    Altre entrate 3
    Proventi servizi pubblici 49 70 68
    Utili netti da partecipate 11 18 11
    Proventi beni comunali 34 33 32
    Altre 58 24 35
    Totale 152 145 146
    Totale entrate correnti 804 769 778

    La voce “imposte 1″ è composta da tutte le entrate derivanti da imposte e tasse. L’ Ici è l’imposta comunale sugli immobili che da quest’anno viene sostituita dall’Imu.  Addizionali Irpef (Imposta su reddito delle persone fisiche): vengono trattenute dalla busta paga dei lavoratori, nel 2011 è dello 0,7%, nel 2012 è  dello 0,8%, con un introito prevedibile a regime per il Comune di altri 8-9 mln di euro. Compensazioni Iva /Irpef:  la compensazione Irpef è diminuita passando da 18 a 0 per effetto del decreto che ha ridotto del 17% (dal 99% all’82%) l’importo dovuto con l’acconto di fine novembre, mentre l’Iva è aumentata da 0 del 2010 a 39 del 2011.

    Comp.Irpef 18 18 0
    Comp Iva 0 0 39

     

     

    La Tia, invece, è la tariffa igiene ambientale che ha sostituito la tarsu. La voce “trasferimenti 2” si riferisce alle entrate derivanti da trasferimenti di fondi dallo Stato, dalla Regione o da altri enti pubblici per la copertura di spese correnti. Dal 2010 al 2011 sono diminuiti di 50 milioni di euro. In particolare è lo Stato ad aver ridotto i propri trasferimenti: nel  2010 erano 254 milioni, nel 2011 sono stati 207 (contro i 218 che erano stati preventivati) di cui 182 per il fondo sperimentale di riequilibro e 25 milioni ad altro titolo.

    Determinante in questa situazione è stata la Regione Liguria che ha trasferito più di quanto era in previsione, con un contributo straordinario di circa 12 milioni di euro, che è servito per sistemare anche i conti di AMT.

    Le previsioni per il 2012, come evidenzia anche la nota del Comune , sono di considerevole riduzione  dei trasferimenti da parte dello Stato; si parla di ben 83 milioni di euro,  cioè 33 milioni più di quanto aveva già previsto Tremonti  nella manovra per il 2012.

    Il primo punto alla voce “Altre entrate 3” riguarda i Proventi servizi pubblici, ovvero tariffe che i cittadini pagano per accedere ai servizi del Comune come refezione scolastica delle scuole elementari, musei, piscine. Vi rientrano anche parte delle sanzioni amministrative per violazione al codice della strada, che vengono in parte destinate ai fini della sicurezza della circolazione stradale, alla redazione dei piani urbani del traffico, alla fornitura dei mezzi per i servizi di polizia stradale, al miglioramento della segnaletica stradale, e alla tutela degli utenti deboli (bambini, anziani, disabili, pedoni e ciclisti). Il secondo punto è Proventi beni comunali, quindi redditività del patrimonio dato in concessione, mentre per Utili netti da partecipate si intendono i proventi delle partecipazioni in altre società.

    In definitiva, le entrate dal 2010 al 2011 sono diminuite di 35 milioni di euro a livello di preventivo e di 26 milioni a livello di consuntivo, a causa principalmente della riduzione dei trasferimenti dallo Stato e in piccola parte dalla Regione.

    Il grado di copertura delle spese correnti senza contare sui trasferimenti di Stato e Regioni è del 57%, e considerando la popolazione genovese a quota 607 mila, l’esborso medio che ogni singolo cittadino paga in un anno per i servizi direttamente erogati dal Comune è di 741 euro.

     

    CONTO ECONOMICO (USCITE)

    Per natura Cons 2010 Prev 2011 Cons 2011
    Personale 246 245 238
    Prestazioni di servizi 281 354 382
    (compresa il servizio smaltimento rifiuti)
    Locazioni 12 12 13
    Trasferimenti 118 22 33
    interessi passivi 43 51 44
    altre uscite 38 40 23
    Totale uscite correnti 738 724 733
    per destinazione Cons 2010 Prev  2011 Cons 2011
    Funzioni generali 204 220 201
    Polizia locale 49 45 48
    Istruzione 78 78 78
    Cultura e beni culturali 28 24 26
    Trasporti e viabilità 122 116 123
    gestione del territorio 148 148 151
    settore sociale 86 72 82
    sviluppo economico 10 8 9
    settore sportivo 3 4 4
    turismo 5 3 4
    giustizia 6 6 6
    Totale 738 724 733

    Tra le spese spiccano quelle di trasporti e viabilità e quelle della gestione del territorio, mentre è evidente che il Comune di Genova non investa nel turismo, nello sport e nella cultura.

    Le spese medie del Comune di Genova per ogni cittadino si attestano intorno ai 1207 euro. Salta all’occhio, infine, la situazione di Amt che, prendendo come riferimento l’anno 2010, ha prodotto un fatturato di 186.350.297 e ha ottenuto dei trasferimenti per  118.423.660.

     

    ENTRATE IN CONTO CAPITALE (riguardano gli investimenti)

     

     

     

     

    Consuntivo 2010

    Previsione 2011

    Consuntivo 2011

    Alienazioni terreni /fabbricati

    15

    79

    5

     

     

     

    Trasferimenti UE

    34

     

    0

     

     

     

     

    Trasferimenti stato

    28

    69

    97

     

     

     

     

    Trasferimenti regione

    10

    26

    24

     

     

     

     

    Altri trasferimenti

    5

    31

    21

    Contributi edilizi

    11

     

     

    Altre entrate

    2

     

     

    Riscossione crediti

    135

    150

    15

    Sub Totale

     240

     355

     162

     

     

     

     

    Nuovi mutui

    73

    35

    71

    Sopr. da rinegoziazione mutui

    5

    1,5

    0

    Anticipazioni di cassa

    0

    0

     

    Totale

    318

    391,5

    233

    USCITE IN CONTO CAPITALE

    2010

    p 2011

    c 2011

    Investimenti

    96

    195

    214

    rimborso mutui

    73

    74

    74

    concessione di crediti

    135

    150

    15

    Totale

    304

    419

    303

    Il Comune di Genova ha un debito consolidato molto alto, cioè non si impegna a rimborsare il valore dei debiti (titoli) a data certa, ma solo al pagamento degli interessi in misura fissa. Per evitare un incremento del debito, nel 2011 si era pianificato di effettuare investimenti solo per importi pari o inferiori alle entrate in conto capitale, cioè le entrate che derivano da alienazioni di patrimonio, trasferimenti dallo Stato, dalla Regione e da altri enti del settore pubblico, destinati a finanziare investimenti, nonché dal ricorso al credito

    Il saldo delle entrate e delle uscite in conto capitale nel 2011 e’ stato decisamente negativo a causa delle mancate dismissioni immobiliari previste nel bilancio preventivo (-74)  e per questo motivo il bilancio del Comune ha rischiato di sforare il patto di stabilità e di non poter sbloccare le risorse finanziarie necessarie a pagare i fornitori.

    L’assessore al Bilancio Miceli ha dichiarato che è stato possibile  far fronte a questo problema grazie a «un lungo elenco di riscossioni non previste, che vanno da un rimborso Iva pari a 6 milioni, una restituzione di Ici del 2008 relativo alla prima casa per 8 milioni di euro, più altre entrate straordinarie come gli oneri di urbanizzazione che hanno consentito di pareggiare i mancati introiti». (vedi conto economico)

    STATO PATRIMONIALE

    COMUNE DI GENOVA – ATTIVO

    2009

    2010

    2011

    Immobilizzazioni materiali:

     

     

     

    Beni indisponibili

    2.576

    2.574

    3.147

    Immobilizzazioni in corso ed altri beni

    429

    514

    565

    Immobilizzazioni non disponibili

    3.005

    3.089

    3.712

    Beni disponibili

    119

    113

    127

    Totale immobilizzazioni materiali (mln euro)

    3.124

    3.202

    3.839

     

     

     

     

    Immobilizzazioni finanziarie:

     

     

     

    Partecipazioni

    573

    565

    563

    Crediti ed altre immobilizzazioni finanziarie

    12

    22

    2

    Totale immobilizzazioni finanziarie (mln euro)

    585

    587

    565

     

     

     

     

    Attivo circolante:

     

     

     

    Crediti verso contribuenti

    106

    100

    83

    Crediti verso lo Stato e la Regione

    333

    239

    218

    Crediti netti verso altri, debitori diversi, IVA ed altre attività

    382

    263

    174

    Banche e Cassa Depositi e Prestiti

    51

    187

    216

    Totale attivo circolante (mln euro)

    872

    788

    691

    Comune di Genova – TOTALE ATTIVO

    4.580

     4.577

     5.095

     

     

     

     

    Comune di Genova – PASSIVO

    2009

    2012

     2011

    Patrimonio netto e conferimenti (mln euro)

    2.948

    2.958

     3.548

     

     

     

    Debiti:

     

     

     

    Debiti di finanziamento

    1.329

    1.328

     1.320

    Debiti di funzionamento

    240

    198

       165

    Debiti verso aziende controllate, collegate, speciali ed altre

    36

    50

         45

    Altri debiti, ratei e risconti

    29

    44

         17

    Totale debiti (mln euro)

    1.633

    1.619

    1.547

    Comune di Genova – TOTALE PASSIVO

    1.633

    1.619

     1.547

    Dalla lettura dello Stato Patrimoniale si può facilmente constatare quanto già detto nell’apertura di questo articolo, ovvero che il Comune di Genova presenta uno stock di debito di oltre 1,3 miliardi di euro.

    Manuela Stella

     

    I dati presentati sono stati analizzati facendo riferimento agli studi condotti dalla Commissione analisi Bilancio del Comune di Genova di “Primavera Politica”.

     

  • Green economy: nonostante la crisi, boom di investimenti

    Green economy: nonostante la crisi, boom di investimenti

    È l’unico settore che pare non risentire della crisi e che continua a crescere. Parliamo della green economy: secondo il 2° Osservatorio congiunturale sulla piccola impresa green in Italia – realizzato da Fondazione Impresa su un campione di circa 400 piccole imprese (con meno di 20 addetti) operanti nei settori delle energie alternative, della protezione dell’ambiente, della certificazione e consulenza ambientale e del riciclaggio dei rifiuti – nonostante la recessione, le piccole imprese green hanno continuato ad investire e a credere nel settore.

    L’11,6% di queste, infatti, ha operato investimenti nel 2° semestre del 2011 e il 16,0% intende farlo nei primi sei mesi del 2012.

    In particolare, negli ultimi sei mesi del 2011, più di una piccola impresa green su tre (37,7%) ha operato investimenti superiori ai 50 mila € e, rispetto al 1° semestre, nel 2° semestre del 2011 è aumentata l’incidenza degli investimenti superiori ai 200 mila €, passando dall’11,4% al 16,0%.
    Inoltre, nel 2° semestre del 2011, le piccole imprese green hanno destinato più di un quarto degli investimenti (26,5%) ad attività di innovazione/automazione; una parte significativa considerando che, in generale, le piccole imprese hanno destinato all’innovazione/automazione solo il 9,5% dei pro-pri investimenti.

    Nel 2° semestre del 2011, il 43,6% delle piccole imprese green ha fatto ricorso al credito. Di queste, il 23,0% ha fatto ricorso al credito agevolato, indicando una buona propensione a sfruttare la presenza di bandi e finanziamenti pubblici.

    CONGIUNTURA
    Nonostante la crisi recessiva, nel 2° semestre del 2011, rispetto al 1° dello stesso anno, le piccole imprese green hanno registrato una diminuzione della produzione di appena lo 0,1%, mentre il fatturato non ha conosciuto variazioni. Gli ordini hanno registrato un -0,4%, tuttavia ha tenuto l’export, registrando aumenti dello 0,6%. L’unico dato poco confortante registrato nel 2° semestre del 2011, rispetto a quello precedente, è rappresentato da una flessione dell’occupazione dello 0,8%.

    PREVISIONI
    Per le piccole imprese green sono previsti andamenti positivi per il 1° semestre del 2012. Anche se relativamente alla produzione e al fatturato gli operatori green manifestano una certa prudenza (rispettivamente -0,1% e +0,1%), positive sono le attese rispetto ad una ripresa di ordini (+0,5%), export (+0,8%) e occupazione (+0,3%).

    «Le piccole imprese green continuano a credere nelle opportunità offerte dalla green economy – commentano i ricercatori di Fondazione Impresa – Continuano ad investire nel settore, mettendo l’innovazione a servizio della propria attività e quindi della sostenibilità, producendo un valore aggiunto non monetizzabile e a beneficio di tutti. La formulazione di politiche della green economy trasversali a tutti i settori, lungimiranti e coerenti diventa a questo punto necessaria per offrire a queste imprese un quadro certo entro cui operare e crescere».