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  • Ci vuole ben altro: rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia

    Ci vuole ben altro: rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia

    “Ci vuole ben altro”, è il titolo scelto per il nuovo rapporto dell’associazione Antigone che fa il punto sulle ultime visite dell’osservatorio nazionale nelle carceri italiane. I numeri confermano, senza possibilità di smentita, che la legge Alfano sulla detenzione domiciliare del 31 dicembre 2010 e la famosa svuota-carceri del governo Monti(che estendeva ad un anno e mezzo il periodo di pena residuo convertibile in detenzione domiciliare e che cercava di limitare gli arresti con traduzione in carcere per fatti non di particolare allarme criminale), entrata in vigore il 31 dicembre 2011, non sono servite ad arrestare il fenomeno del sovraffollamento.

    A fronte di una capienza regolamentare di 45.742 posti a fine 2010 i detenuti erano 67.961. Un anno dopo nonostante la legge Alfano si proponesse di ridurre di 8 mila unità la nostra popolazione carceraria, i detenuti erano 66.897. «Giusto mille in meno», sottolinea Antigone. Ma anche il decreto del nuovo ministro Severino non sortisce gli effetti sperati infatti al 13 aprile 2012 i detenuti arrivano a 66.582, solo 312 in meno.

    Ciò nonostante 5.533 detenuti sono usciti grazie alla detenzione domiciliare. Come mai allora, se davvero c’è stato un calo, questo non si rileva? «Innanzitutto perché la parte della legge sulle “porte girevoli” ha iniziato a non funzionare – spiega Antigone – Gli arresti con conduzione in carcere sono ripresi. Nel novembre 2011 i detenuti entrati dalla libertà in carcere sono stati complessivamente 6.679. Sono scesi a 5.784 nel dicembre del 2011, ancora scesi a 5.211 nel gennaio del 2012. Poi a febbraio è iniziata la risalita con 5.278 ingressi, divenuti addirittura 6.174 a marzo 2012».
    «Inoltre le persone uscite con la detenzione domiciliare sono persone che sarebbero comunque uscite ordinariamente con altra misura alternativa già in vigore – precisa Antigone – e in ogni caso molte sarebbero ormai fuori per fine pena».

    Ma l’introduzione di questo beneficio ha influito negativamente sull’andamento delle altre misure alternative. «Prima dell’approvazione dell’indulto del 2006 oltre 23.000 persone erano in misura alternativa – spiega Antigone – Mai così tante. Con l’indulto questo numero si è praticamente azzerato, riprendendo subito dopo la sua lenta crescita».
    Alla fine del 2006 le persone in misura alternativa erano 5.933, 7.179 alla fine del 2007, 10.220 alla fine del 2008; 13.416 alla fine del 2009, 18.435 alla fine del 2010. Alla fine del 2011 il numero si ferma a quota 19.239, segnando un forte rallentamento nella crescita.
    «Si può ipotizzare da un lato che nell’ultimo anno il carico di lavoro per tribunali ed assistenti sociali dovuto alla nuova norma abbia ridotto le risorse per l’applicazione delle altre alternative alla detenzione – continua Antigone – Dall’altro è prevedibile che si tenda sempre più a concedere questo nuovo beneficio, più “sicuro” ad esempio dell’affidamento in prova, che si applica ad un residuo pena più breve, e fortemente sostenuto dal legislatore. Insomma, a causa delle nuove norme diventa probabilmente più difficile accedere alle vecchie alternative alla detenzione».
    Nel frattempo la durata media della custodia cautelare è in crescita ed aumenta anche la lunghezza delle pene comminate.

    In realtà l’impatto più significativo lo ha avuto la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che nell’aprile del 2011 ha sancito il dovere dei giudici italiani di disapplicare le norme presenti nella legge Bossi-Fini che prevedevano l’arresto per l’inottemperanza all’obbligo di allontanamento del Questore per l’extracomunitario non in regola coi documenti. Gli stranieri erano 24.954 il 31 dicembre del 2011 e sono diventati 24.123 il 31 marzo 2012. 831 detenuti in meno, quasi la totalità della decrescita dell’ultimo anno.

    Mentre un’altra area su cui sarebbe necessario intervenire per dare respiro alle carceri, è quella relativa ai reclusi per reati legati alla droga. «Il 36% dei detenuti è dentro per aver violato la legge Fini-Giovanardi sulle droghe – ricorda Antigone – Molti tossicodipendenti si trovano in prigione per aver commesso reati contro il patrimonio finalizzati a procurarsi sostanza stupefacenti. Va messa mano a questa legge ideologica, bacchettona, demagogica ed anti-economica».

     

    Per quanto riguarda la distribuzione della popolazione carceraria, la regione con il più alto tasso di sovraffollamento è la Puglia (188%), seguita da Lombardia (174%) e Liguria (168%).
    La media nazionale si attesta su un preoccupante 145%, ovvero con oltre 145 detenuti ogni 100 posti, l’Italia è il paese più sovraffollato d’Europa.
    Ma secondo Antigone il dato è falsato perché apparentemente la capienza dei nostri istituti in questi anni è cresciuta. «Dal 2007 al 2012 parrebbe che l’Italia abbia aumentato la capienza delle sue carceri di 2.557 posti – spiega l’associazione – I primi effetti del piano carceri del governo? Assolutamente no. In effetti si tratta semplicemente del fatto che, negli stessi istituti, si stipano sempre più detenuti, trasformando in celle tutti gli altri spazi, a scapito di spazi comuni indispensabili per la vivibilità degli istituti. Nelle carceri c’è sempre meno spazio, ma sulla carta la loro capienza aumenta».

     

    Il numero dei decessi negli istituti penitenziari si conferma sostanzialmente analogo rispetto allo stesso periodo del 2011. Nel primo trimestre del 2012 sono morti in carcere 35 detenuti ai quali vanno aggiunti i due decessi all’interno delle camere di sicurezza della questura di Firenze.

    «Di questi 17 si sono suicidati (uno dei quali nella caserma di Firenze), 5 sono morti di malattia e per 15 di loro le cause sono ancora da accertare –precisa Antigone – Il triste primato spetta al carcere di Marassi con i suoi 5 decessi (1 per suicidio, 1 per un “incidente” mentre inalava il gas dal fornelletto, 1 trovato morto nel sonno, 1 per soffocamento mentre mangiava), seguito da Regina Coeli con tre morti (un detenuto del centro clinico deceduto per malattia, uno colpito da infarto e un ultimo stroncato forse da “overdose”). Il più giovane a togliersi la vita aveva 21 anni, era italiano ed è morto a San Vittore, incensurato, era accusato di molestie sessuali ai danni di minorenni e aveva denunciato più volte di aver subito violenze dagli altri detenuti».

    Nel corso del 2011 si sono registrati complessivamente 186 decessi di cui 66 per suicidio, 23 per cause da accertare, 96 per cause naturali e 1 per omicidio. Nel 2010 i numeri erano stati leggermente più contenuti: 170 i decessi, di cui 65 per suicidio.

     

    Un altro fronte sul quale occorre intervenire al più presto è quello del lavoro penitenziario, un elemento fondamentale del trattamento e strumento privilegiato di reinserimento sociale, può essere svolto o alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria o di soggetti terzi, come prescrive il nostro ordinamento.

    «In questi primi mesi del 2012 si confermano i drastici tagli di spesa previsti dall’amministrazione – spiega Antigone – sia per pagare le mercedi dei detenuti alle loro dipendenze, sia per sostenere le imprese o cooperative che li assumono».
    In pratica il budget previsto per il lavoro dei detenuti è calato dai 71.400.000 euro del 2006 ai 49.664.207 euro del 2011.

    Nel medesimo periodo la percentuale di detenuti lavoratori (dipendenti dall’amministrazione carceraria o di imprese/cooperative) rispetto al totale della popolazione carceraria è passata dal 30% del 2006 al desolante 20% del 2011.

    «Questi importi però sono al lordo di euro 4.648.112, ossia il budget annuale di copertura previsto dalla legge 193/2000 – continua Antigone – la cosiddetta legge Smuraglia, varata nel 2000 proprio per incentivare il lavoro dei detenuti in esecuzione penale, prevedeva benefici fiscali e contributivi per quelle cooperative sociali e aziende che avessero assunto persone in esecuzione della pena. Nel 2011 tale budget, ridotto a € 2.065.827 a causa degli esuberi del precedente anno, si è esaurito prima della fine dell’anno e le aziende interessate hanno dovuto rinunciare, in tutto o in parte, agli sgravi e spesso sono state costrette a terminare il rapporto di lavoro con il detenuto/lavoratore».
    Nel 2012 non si è provveduto al rifinanziamento previsto dalla legge e la Direzione generale dei detenuti del Ministero della Giustizia si è limitata a stanziare 2 milioni di euro destinati ai soggetti – imprese e cooperative – rimasti esclusi dal beneficio nel corso del 2011.
    A febbraio 2012 la Commissione Bilancio della Camera, per mancanza di copertura finanziaria, ha bloccato la proposta di legge 937, “Norme per favorire il lavoro dei detenuti”, presentata nell’ottobre 2011 e che puntava all’inserimento dei detenuti nel mondo del lavoro, in esecuzione della pena o in misura alternativa, attraverso sgravi fiscali alle imprese che li avessero assunti.

    «L’ovvia conseguenza di tutto ciò è che molti saranno i detenuti che continueranno a perdere il lavoro e molte le cooperative sociali che saranno costrette anche a chiudere non potendo più contare su tali sgravi», sottolinea Antigone.
    Lo stesso Ministro della Giustizia, Paola Severino ha affermato «Dopo dieci anni di applicazione della legge e di iniziative di eccellenza, si è costretti a rinunciare all’unico, vero ed efficace incentivo che ha permesso concreti processi di reinserimento sociale».
    «Per molti detenuti il lavoro rappresenta l’unica fonte di reddito, non avendo alle spalle famiglie capaci di sostentarli – conclude Antigone – e quindi l’unico modo per poter acquistare tutto ciò che l’Istituto non offre, come francobolli per scrivere ai familiari, sigarette, sapone, capi di vestiario, ma anche alimenti».

     

    Matteo Quadrone

  • Crisi: aumentano del 24,6% i suicidi per motivi economici

    Crisi: aumentano del 24,6% i suicidi per motivi economici

    Tra il 2008 ed il 2010 i suicidi per motivi economici sono aumentati del 24,6%, mentre i tentativi di suicidio, sempre legati alle difficoltà economiche, sono cresciuti del 20%. Numeri impressionanti resi noti dalla Cgia di Mestre dopo l’ennesimo suicidio di un imprenditore avvenuto ieri a Roma. L’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre torna su quella che sta diventando una vera e propria emergenza nazionale, analizzando i dati sui suicidi denunciati alle forze dell’ordine in questi ultimi anni di dura crisi economica.

    In termini assoluti, a fronte di 150 suicidi per ragioni economiche registrati nel 2008, nel 2010 (ultimo anno disponibile) i gesti estremi per motivi economici sono saliti a 187, mentre i tentativi di suicidio sono passati da 204 a 245.

    «Le difficoltà economico-finanziarie legate alla crisi hanno causato la chiusura di migliaia di imprese», lancia l’allarme la Cgia. Parliamo di ben 11.615 attività fallite nel 2011 lasciando a casa senza un lavoro almeno 50 mila persone. «È il livello più alto registrato negli ultimi 4 anni di crisi», sottolinea l’associazione artigiana. In pratica l’anno scorso, ogni giorno – domeniche comprese – 31 aziende, soprattutto di piccole dimensioni hanno portato i libri in tribunale. Quasi 1 fallimento su 33600 aziende – è stato causato dai ritardi nei pagamenti.

    Per Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre «Sono tre i “virus” letali per una realtà che continua a rimanere il motore occupazionale ed economico del Paese: la stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti ed il forte calo della domanda interna».

    «Il fallimento di un imprenditore non è solo economico – spiega Bortolussi – spesso viene vissuto da queste persone come un fallimento personale che, in casi estremi ha portato decine e decine di piccoli imprenditori a togliersi la vita».

    «Dopo l’ennesimo gesto estremo che si è verificato ieri è necessario intervenire con misure emergenziali – continua Bortolussi – Il denominatore comune di tutte queste tragedie è la crisi economica. La sua gravità ha suscitato in molti piccoli imprenditori la perdita di sicurezza, solitudine, disperazione e ribellione contro un mondo che si sta rivelando cinico e inospitale».

    «Come Associazione  ci siamo attivati sia a livello nazionale, sia a livello regionale per dar vita ad un fondo di solidarietà col fine di evitare i suicidi tra i piccoli imprenditori – conclude Bortolussi – La Regione Veneto, che presenterà questa iniziativa nelle prossime settimane, ha in serbo un provvedimento di legge, con un plafond di 6 milioni di euro, che costituirà una prima risposta a questa grave emergenza che ha colpito soprattutto il Nordest. Invitiamo anche il Governo a muoversi in questo senso ed istituire un fondo di solidarietà che corra in aiuto a chi si trova a corto di liquidità».

     

    Matteo Quadrone

  • Crisi: gli italiani chiedono un prestito per avere più liquidità

    Crisi: gli italiani chiedono un prestito per avere più liquidità

    Se il potere d’acquisto degli italiani continua a contrarsi, il ricorso al credito al consumo diventa, giorno dopo giorno, sempre più un’abitudine. Il sito web specializzato “Prestiti.it” (www.prestiti.it) ha ricostruito l’identikit di chi chiede un prestito ai tempi della crisi: è un uomo, ha poco più di 40 anni e vuole un finanziamento da 11.500 euro.

    «L’identificazione del profilo tipico di chi richiede un prestito personale aiuta a definire un fenomeno che non è più di nicchia – dichiara Marco Giorgi di Prestiti.it – Se prima le richieste di un prestito riguardavano soprattutto l’acquisto di beni durevoli, come l’auto o i mobili per la casa, ora il credito al consumo è uno strumento utile per affrontare quella contrazione del potere d’acquisto che, secondo Federconsumatori, è pari al 2,8% rispetto allo scorso anno».

    Prestiti.itha analizzato oltre 30.000 richieste di prestito presentate negli ultimi sei mesi per capire come la crisi economica abbia modificato l’identikit di chi prova a ottenere un finanziamento. I risultati parlano chiaro: nonostante la richiesta media sia ancora elevata (11.500 euro da restituire in 67 mesi) questa è nettamente inferiore a quella di 12 mesi fa (17.500 euro). La maggior parte delle richieste proviene da uomini (il 72% del totale, contro il 28% delle donne), mentre l’età media è di 41 anni.

    Per quanto riguarda le motivazioni che spingono gli italiani a richiedere un prestito, uno su tre dichiara di aver bisogno di liquidità (33%): una scelta che si spiega con la volontà di una maggiore autonomia per l’utilizzo della somma richiesta. Segue, poi, l’acquisto di un’auto usata (17,2%) e la ristrutturazione di casa (12,2%).

    Parliamo di una situazione nettamente diversa, se messa a confronto con i dati dello scorso anno: i prestiti per liquidità attiravano un italiano su cinque (21,6%), mentre la richiesta di prestiti per l’acquisto di auto nuove era doppia rispetto a quella attuale (il 14,3%, contro il 7,8% registrato oggi). In pratica, in tempi di crisi, gli italiani preferiscono le auto usate rispetto a quelle appena uscite dal concessionario.

    Si investe meno anche sull’attività produttiva e la prova risiede nella riduzione di due terzi dei prestiti per l’acquisto di beni strumentali alla propria attività, che nel 2011 rappresentavano l’1,8% del totale e che oggi sono poco più dello 0,6%. Le donne concentrano il proprio interesse sul finanziamento degli studi (arrivando al 47% del totale delle richieste) e delle vacanze (31,8%).

    «Una tale evoluzione della domanda di prestiti personali è sintomatica di un rapido mutamento delle esigenze degli Italiani – conclude Giorgi – i cittadini, insomma, hanno trovato nel credito al consumo uno strumento per affrontare con più serenità la crisi in attesa di tempi migliori».

  • Multe: come vengono spesi dal Comune i ricavi delle sanzioni

    Multe: come vengono spesi dal Comune i ricavi delle sanzioni

    Molti cittadini si domandano in quale maniera vengano utilizzati, da parte dell’amministrazione pubblica, i sostanziosi proventi frutto delle sanzioni amministrative comminate per le trasgressioni al Codice della strada. Parliamo di una cifra di tutto rispetto – quasi 1,9 miliardi di euro all’anno (1500 milioni il ricavo delle contravvenzioni eseguite dalle polizie locali; 400 milioni da quelle nazionali, come Polstrada, Carabinieri, ecc.) – che finisce nelle casse dello Stato e delle amministrazioni locali.

    Soldi pubblici che, secondo l’ex articolo 208 del Codice della strada (modificato dalla legge 120/2010 ma il cui senso originario è rimasto sostanzialmente identico), dovrebbero essere destinati ad incrementare la sicurezza dei cittadini siano essi pedoni, automobilisti, motociclisti o ciclisti.
    Il Codice della strada stabilisce infatti che il 50% degli introiti ricavati dalle multe, spettanti agli enti locali, sia così ripartito: almeno il 12,5% destinato ad interventi di sostituzione, ammodernamento, potenziamento, messa a norma e manutenzione della segnaletica delle strade; almeno il 12,5% al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale anche attraverso l’acquisto di automezzi, mezzi ed attrezzature dei corpi e servizi di polizia provinciale e municipale; almeno il 25% ad altre finalità connesse al miglioramento della sicurezza stradale: innanzitutto la manutenzione delle strade, la sistemazione del manto stradale, interventi a tutela degli utenti deboli (bambini anziani disabili pedoni e ciclisti), svolgimento nelle scuole di corsi di educazione stradale, ecc.

    Una dettagliata ricerca della Fondazione Luigi Guccione Onlus (Ente morale vittime della strada), presentata meno di un mese fa, basata sui dati relativi ai proventi delle multe forniti da 14 grandi città italiane (tra cui Genova), mette in luce come il problema principale sia la gestione del denaro. Perché se è vero che quasi tutti i Comuni interpellati rispettano la quota riservata – ed anzi la maggioranza di essi riserva una cifra maggiore ai fini stabiliti dall’ex art. 208 – non esiste nessuna trasparenza sulle modalità di spesa e soprattutto sulla qualità della spesa. In altri termini non risulta chiaro l’impiego effettivo dei fondi e sono del tutto assenti dei criteri uniformi per valutare l’efficacia degli interventi.
    Ogni anno le Giunte comunali sono chiamate a determinare con una delibera le quote da destinare alle finalità stabilite dall’ex art. 208 ma non sono tenute a specificare nel dettaglio come sarà utilizzato il denaro.

    L’Italia non ha raggiunto l’obiettivo fissato dall’Unione Europea nel Libro Bianco del 2001, vale a dire la riduzione della mortalità del 50% entro il 2010, ma nell’ultimo decennio si è registrata una diminuzione del 42,4% del numero dei morti sulle strade, valore in linea con la media europea UE a 27, pari al -42,8%. Nell’ultimo quinquennio però il nostro Paese, a fronte delle numerose entrate, ha speso soltanto 30 milioni all’anno per il Piano nazionale per la sicurezza stradale, distanziandosi di gran lunga dagli investimenti effettuati dagli altri Paesi dell’Europa a 15, quelli con cui dobbiamo direttamente confrontarci, dove la mortalità è scesa mediamente del 48%.

    Secondo il rapporto della Fondazione Guccione, le 14 grandi città analizzate (Torino, Milano, Venezia, Trieste, Genova, Bologna, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Messina, Cagliari) nel quinquennio 2006-2010 hanno incassato sanzioni per un totale di 3,4 miliardi (il 38% dei proventi sanzionatori complessivi; mentre i proventi medi annui sono stati pari a poco più di 680 milioni).

    Genova (i cui dati si riferiscono al periodo 2007-2010) mediamente ha raccolto ogni anno oltre 33 milioni di euro. Cifre lontane dai 270 milioni di Roma o dai 130 di Milano ma comunque consistenti. La pressione sanzionatoria media nel capoluogo ligure è stata di 55 euro procapite (Roma e Milano hanno raggiunto 100 euro, Bologna 97, Catania 87, Torino e Napoli 67), inferiore alla media delle 14 grandi città (74 euro).

    Ma i dati più sconcertanti riguardano la variazione del livello dei tassi di mortalità. Il rapporto sancisce un calo medio nei 14 Comuni, pari al 20%. Genova invece va in controtendenza (insieme a Palermo, Venezia e Messina) e registra una crescita di oltre il 40%.
    A confermarlo sono i dati Istat che certificano come Genova sia salita dai 27 morti del 2007 ai 46 del 2010 (l’unico calo si è verificato nel 2009 con 31 vittime rispetto alle 39 del 2009).
    La tabella relativa al costo sociale per morti e feriti procapite, vede la nostra città raggiungere quota 800 euro procapite (la media si attesta sotto i 700 euro). Con un conseguente aumento di quasi il 10% rispetto alla media in discesa delle 14 città analizzate(- 15%).

    Come detto in precedenza quasi tutti i Comuni destinano alle finalità dell’ex art. 208 più del 50% dei proventi sanzionatori. A Genova la media 2007-2010 è pari al 52%.
    Guardando invece gli impegni effettivi, ovvero i settori di spesa in cui sono confluiti i fondi delle grandi città, il documento evidenzia come la maggioranza degli introiti delle multe siano destinati alla manutenzione stradale (in media quasi 173 milioni all’anno), seguita dagli investimenti nel trasporto pubblico (oltre 154 milioni); mentre alla generica definizione di “altre finalità connesse con la sicurezza stradale” le maggiori città italiane destinano in media 58 milioni all’anno.
    In totale questi tre settori rappresentano mediamente l’80% della spesa complessiva dei 14 Comuni.

    La singola composizione della spesa del Comune di Genova presenta alcuni aspetti di difficile interpretazione. Quasi il 68% degli introiti infatti sono destinati all’indefinito settore denominato “altro”(la media delle 14 città è del 12%). Di una cosa però siamo sicuri: “altro” non vuol dire manutenzione stradale ma neppure interventi a tutela degli utenti deboli, a favore della ciclo mobilità o dell’educazione stradale, considerando che nel rapporto queste voci rappresentano delle categorie a sé. Quindi è lecito domandarsi a cosa servono concretamente i soldi pubblici ricavati dalle multe e se davvero sono utili per incrementare la sicurezza dei cittadini.
    Per quanto riguarda i settori a cui sarebbe necessario riservare il 12,5% degli introiti, Genova destina all’aumento della segnaletica un rotondo quanto inutile 0% mentre per l’aumento dei controlli solo il 6% (la media è del 9,3%). Alla manutenzione stradale sono invece destinate il 25% delle risorse(la media è del 35,6%) e per il trasporto pubblico anche qui siamo allo 0% (la media sfiora il 32%).

    Secondo il rapporto, a livello nazionale, nonostante il 71% dei proventi venga utilizzato per le finalità dell’ex art. 208, gli impieghi collegati direttamente alla sicurezza stradale rappresentano solo il 10% o poco più.
    In pratica ciò significa che «quote ampiamente maggioritarie dei proventi finiscono per alimentare spese correnti, spese ordinarie, spese di gestione dei servizi ai cittadini, per il funzionamento di uffici, strutture tecniche ed amministrative – sottolinea la Fondazione Guccione – Per contro sono rare ed esigue le voci riconducibili ad investimenti in sicurezza stradale: specifici, aggiuntivi, straordinari (cioè connessi all’individuazione e rimozione di fattori e condizioni di rischio)».
    In questo modo «si verificano due effetti indesiderabili: si crea un’oggettiva convenienza a mantenere stabile nel tempo tale gettito perché indispensabile per alimentare il funzionamento di servizi ed apparati essenziali. Inoltre si disincentiva ogni altro impiego delle risorse finanziarie che fosse dettato dall’esigenza di rimuovere un determinato fattore di rischio e migliorare i livelli di sicurezza».

    L’incapacità della spesa nel determinare sostanziali miglioramenti di sicurezza non deriva dall’esiguità delle risorse perché le 14 città hanno speso 489 milioni in media all’anno per le finalità dell’ex art. 208, dedicandogli ben più del 50% previsto dalla norma.
    «Il problema semmai è da ricercarsi nella bassa qualità della spesa», sottolinea la Fondazione.
    È dunque necessario monitorare gli effettivi risultati raggiunti, valutare l’efficacia dell’intervento e la resa dell’investimento. Il suggerimento della Fondazione Guccione è quello di «creare una struttura tecnica in ogni ente locale dedicata alla sicurezza stradale. In grado di gestire in modo autonomo e separato dalle procedure ordinarie il processo di individuazione degli interventi prioritari e di gestione degli stessi».

     

    Matteo Quadrone

  • Discriminazioni: crescono nel 2011, mass media sotto accusa

    Discriminazioni: crescono nel 2011, mass media sotto accusa

    Nel 2011 si è registrato un aumento dei casi di discriminazione segnalati dall’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali che ieri ha reso pubblica la relazione annuale inviata al Parlamento.

    Le istruttorie aperte dall’Unar sono salite a 1000 nel corso del 2011 – scrive il Redattore sociale (www.redattoresociale.it) – Erano 766 nel 2010.

    Dei mille casi presi in esame, quelli “pertinenti”, cioè che si sono rivelati effettive discriminazioni, sono stati 799, ovvero 259 in più rispetto al 2010. Per il secondo anno consecutivo sono i mass mediacompresi i social networkl’ambito più frequente di discriminazione, con il 22,6% del totale dei casi pertinenti. Segue l’ambito del lavoro che ha ottenuto il 19,6% delle denunce, percentuale di oltre otto punti superiore a quella del 2010 (11,3%). Ma la relazione evidenzia che in settori come il lavoro il fenomeno è sottorappresentato perché i livelli di discriminazione sono più elevati di quanto emerso.

    A livello territoriale, nel 2011 la regione con più discriminazioni si conferma la Lombardia, dove è avvenuto un caso su cinque (21%), il dato appare stabile rispetto ai due anni precedenti. Un altro quinto proviene dal Lazio (19,0%), dove però gli episodi sono in calo. Seguono Veneto, Emilia Romagna e Toscana con il 12,2%, il 10,4% e il 10,8% delle segnalazioni pertinenti (per queste ultime due regioni il risultato dipende da un monitoraggio più costante effettuato dalla Rete di Antenne Territoriali, promossa dall’Unar assieme agli enti locali).

    «Sono dunque i grandi poli urbani (le province di Milano e Roma soprattutto) a veicolare il maggior numero di istruttorie pertinenti» sottolinea il documento dell’Unar.

    Circa il 12% del totale dei casi si riferisce ad altre discriminazioni, diverse da quelle etniche e razziali – scrive il Redattore sociale – Di questo sottogruppo, la maggioranza riguarda l’orientamento sessuale e l’identità di genere con circa il 37%, mentre i casi che hanno riguardato la disabilità sono il 31,5%.

    A partire dal 2010, l’Unar ha cambiato strategia, attuando un monitoraggio sulle discriminazioni e prendendo l’iniziativa nel segnalarle alle autorità competenti – conclude il Redattore sociale – Ogni cinque istruttorie valide più di due sono il risultato dell’attività realizzata dall’Unar. Nel complesso negli ultimi ventiquattro mesi i casi presi in carico in modo autonomo, per iniziativa dell’ufficio e senza segnalazioni esterne, sono stati oltre cinquecento. Al 31 dicembre del 2011 risultava chiuso con conciliazione il 46,2% delle istruttorie mentre il 31,4% era stato trasmesso al secondo livello dell’ufficio per la risoluzione e chiusura del caso.

  • Rapporto Unicef: i ragazzi genovesi sono malati di solitudine

    Rapporto Unicef: i ragazzi genovesi sono malati di solitudine

    <<Malati di solitudine>>, questa la diagnosi impietosa ma puntuale di Franco Cirio, presidente provinciale dell’Unicef, sui ragazzi genovesi, espressa in occasione della presentazione dei dati del rapporto “Sulla condizione dell’infanzia nel mondo 2012”.
    Il tema di quest’anno sono i “Figli della città”. Oltre il 43% dei bambini al mondo vive nelle aree urbane. In Italia siamo al 68%. Lontano però dalle punte del 92% dell’Argentina o dell’85% della Francia, per restare in Europa.

    A Genova la situazione è particolare, come ha spiegato lo psicologo Marco Ventura <<La contiguità di quartieri borghesi, operai, benestanti, ad alto tasso d’immigrazione rende ancora più problematica una situazione di disagio che è planetaria. La confusione fra bisogni reali e bisogni indotti, facilitata dalla perdita dei valori, mette i ragazzi ancora più a rischio>>.

    Il rischio nascente è il gioco. Le scommesse on-line sono la nuova frontiera del disagio giovanile, in prospettiva ancora più pericolosa dell’abuso degli alcolici, che complice una sottocultura nazionale diffusa, ha scalzato il pericolo droga.
    Ecco che riemerge la solitudine. Internet non è il male, come non è lo è la tv. Lo è l’uso sbagliato e bulimico. Induzione al gioco e alla pornografia sono i pericoli che i ragazzi corrono. Per questo famiglia, scuola, istituzioni devono collaborare.
    <<Eppure a Genova siamo all’avanguardia mondiale – ricorda Cirio – Abbiamo 44 punti di incontro grazie alla collaborazione delle biblioteche provinciali e comunali. Abbiamo attrezzato via Fiasella, come prima strada di spazio liberato, per il gioco creativo. Ma manca la partecipazione. I ragazzi sembrano muti>>.

  • Stipendi italiani tra i più bassi d’Europa: proviamo a capire perché…

    Stipendi italiani tra i più bassi d’Europa: proviamo a capire perché…

    Soldi e MoneteQuasi tutti i giornali lunedì hanno aperto con la notizia del rapporto Eurostat sul mercato del lavoro. L’Eurostat è una Direzione Generale della Commissione Europea che si occupa di fornire statistiche; e la statistiche in questione ci interessano molto da vicino, anche se sanciscono quello che già si sapeva: vale a dire, che siamo tra i meno pagati di Europa.

    La retribuzione media lorda in Italia è pari a 23.406 euro, mentre in Germania, ad esempio, è praticamente il doppio (41.100 euro). Questa notizia fa il paio con quella di qualche giorno fa relativa alla pubblicazione delle retribuzioni dei ministri e degli alti dirigenti pubblici, voluta dal governo Monti per ragioni di trasparenza della pubblica amministrazione. Di qui sono emerse cifre stratosferiche. Era prevedibile che il ministro Passera e il ministro Severino si rivelassero due “paperoni”, viste le professioni che svolgevano in precedenza (rispettivamente avvocato di successo e AD del gruppo Intesa San Paolo).

    Forse stupisce un po’ di più leggere che il capo della polizia Manganelli ha guadagnato in un anno 621.253,75 euro. La somma appare ancora più spropositata, se confrontata con la retribuzione del capo di Scotland Yard, che prende circa la metà (meno di 300.000 euro), o con quella del capo dell’FBI, che ne prende “solo” circa 116.000.

    Questi dati sanciscono un quadro già ampiamente noto. Nel nostro paese il mercato del lavoro non è omogeneo: una parte minoritaria può accedere a guadagni molto elevati, ma la maggioranza delle persone si deve confrontare con un tenore di vita in netta diminuzione. A tutti i livelli, il semplice fatto di “essere dentro”, cioè di avere già un contratto, competenze, amicizie, parentele o liquidità garantisce il perpetuarsi dello status quo; mentre il fatto di “essere fuori”, cioè di doversi conquistare tutto dall’inizio, esclude dall’accesso a un tenore di vita migliore.

    La mobilità della scala sociale è bloccata e questo spiega la differenza dei massimi e dei minimi di retribuzione che c’è tra noi e la Germania: da noi i poveri restano poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. Come mai? E’ ovvio che, quali che siano gli strumenti per scardinare l’immobilismo sociale, da noi non funzionano. Questi strumenti, che in Italia si rivelano inefficaci, classicamente sono tre.

    Il primo è il sindacato. La redistribuzione della ricchezza parte dalle iniziative sindacali per trattare migliori condizioni e migliori retribuzioni. Ma se abbiamo un costo del lavoro molto alto, che è un peso per le aziende, e un adeguamento salariale bloccato, è evidente che i sindacati funzionino male o che abbiano sbagliato strategia. Ad esempio, salta subito all’occhio che i sindacati italiani sono divisi e si fanno dividere facilmente. Ma è probabile anche che abbiano sbagliato tante volte obiettivo, difendendo chi non andava difeso o lasciando andare chi meritava maggiori tutele.

    Il secondo strumento sono i controlli. Chi occupa posizioni di privilegio o di potere può abusarne per consolidare e prolungare lo status quo. Se esistono enti terzi ed indipendenti con adeguatati strumenti di controllo e poteri di sanzione, il rischio di abusi è limitato e il ricircolo assicurato. Purtroppo in Italia il conflitto di interessi è la costituzione non scritta: controllato e controllore si danno del tu e si nominano a vicenda, garantendosi le poltrone e vanificando intromissioni esterne.

    Il terzo strumento è l’istruzione. Niente più della preparazione culturale e della qualificazione professionale garantiscono l’ascensione sociale. L’impegno e le qualità personali, in un sistema che garantisce a tutti l’accesso all’insegnamento, sono la migliore arma a disposizione del singolo per migliorare il proprio tenore di vita. Ma in Italia l’istruzione poche volte garantisce una qualifica utile da spendere nell’attività lavorativa; e di solito, gli istituti che garantiscono una buona preparazione, sono frequentati per lo più dai figli dei ricchi. L’insegnamento pubblico è stato per anni uno sfogo per assunzioni di massa clientelari; e oggi gli insegnanti sono precari, demotivati e malpagati. Secondo un rapporto dell’Istat del 2009 i giovani laureati italiani sono il 19% contro il 30% della media europea. Inoltre siamo scarsi anche nella formazione di chi già lavora. E’ ovvio che una buona politica industriale e fiscale è una componente essenziale per l’economia; ma una buona riforma del lavoro, per essere presa sul serio, dovrebbe partire da una seria riforma dell’istruzione, che nessun governo ha finora davvero affrontato. Se questi tre strumenti continuano ad essere inefficaci, tutti i discorsi su modernità, flessibilità e articolo 18 resteranno sempre accademia.

     

    Andrea Giannini

  • Posti letto: calano negli ospedali, aumentano nelle strutture private

    Posti letto: calano negli ospedali, aumentano nelle strutture private

    Ci sono numeri che fanno paura. In questo caso perché si riferiscono direttamente a problemi tangibili, che riguardano ognuno di noi e tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo avuto occasione di verificarlo di persona.
    Parliamo dei dati emersi da un’inchiesta del Quotidiano Sanità (www.quotidianosanita.it), elaborati sulla base degli Annuari statistici del Servizio sanitario nazionale del Ministero della Salute, relativi alla disponibilità di posti letto negli ospedali italiani.

    Quello che emerge dall’indagine è un netto calo dei posti letto, soprattutto nel pubblico. In totale dal 2000 al 2009 sono stati tagliati quasi 45 mila posti letto, pari al 15,1% del totale, con un rapporto posti letto-abitanti passato dal 5,1 ogni mille abitanti di 12 anni fa, al 4,2 attuale.

    Il calo più rilevante riguarda la Regione Sardegna  (-22,6%) che dai 5,7 posti letto per  1.000 abitanti del 2000 è scesa fino al 4,4 del 2009.
    Ma un drastico colpo di forbice, sopra la media nazionale, si è verificato anche in Friuli Venezia Giulia (-21,6%), in Puglia (-20,2%), Lazio (-18,8%), Liguria (-18,4%) e Veneto (-18,3%).

    A livello medio nazionale il ridimensionamento dei posti letto ha interessato soprattutto le strutture pubbliche. Tra il 2000 e il 2009 sono state eliminate 42.105 unità, pari al 17,2%. In pratica più del triplo rispetto a quanto verificatosi nel privato accreditato dove il calo medio è stato del 5,3%.

    In Liguria siamo passati dagli 8.742 posti letto del 2000 ai 7.134 del 2009. Il rapporto percentuale su mille abitanti è sceso dal 5,4 del 2000 al 4,4 del 2009.

    Ma i numeri più eclatanti sono quelli relativi alle strutture private accreditate. Ebbene in Liguria i posti letto nel privato, in particolare case di cura e residenze protette, sono cresciuti del 59,5%, passando dai 128 del 2000 ai 316 del 2009. Tradotto siamo la regione italiana che registra l’aumento più consistente.

    Ma in generale tutte le realtà locali hanno incrementato il ricorso al privato accreditato. <<Numeri che hanno fatto spostare di ben due punti la bilancia del rapporto tra posti letto pubblici (dall’82,8% del 2000 al 80,8% del 2009) e posti letto nel privato accreditato (dal 17,2% del 2000 al 19,2% del 2009)>>, sottolinea il Quotidiano Sanità.

    <<La politica del ridimensionamento dei posti letto doveva essere accompagnata da una parallela crescita dei servizi territoriali che però stenta tuttora a realizzarsi in molte Regioni italiane – continua QS – Senza contare l’ulteriore ridimensionamento dell’offerta sanitaria conseguente ai Piani di rientro dal disavanzo che riguardano ormai quasi la metà delle Regioni italiane>>.

    <<Il risultato di questa immensa operazione di ristrutturazione sanitaria, al momento appare quello di una rete ospedaliera vicina al collasso in molte zone del Paese>>, sentenzia QS.

    Ad essere interessate sono soprattutto alcune grandi realtà metropolitane come Roma, Napoli, Torino, Milano, Genova.

    Proprio la nostra città è un esempio concreto. Le cronache cittadine più volte hanno segnalato la gravissima situazione vissuta quotidianamente nei Pronto Soccorso di tutte gli ospedali genovesi. A causa della riduzione dei letti in corsia è sempre più evidente il sovraffollamento dei Pronto Soccorso ospedalieri ed il moltiplicarsi di situazioni limite dovute alla carenza di strumenti minimi, quali ad esempio le barelle.

    <<Sempre più spesso gli organi di informazione raccontano storie di pazienti che devono essere assistiti e curati in PS in condizioni di promiscuità, precarietà, oltre la soglia di “umanità” – spiega il sindacato dei medici, Anaao Assomed – Il senso di vergogna che molti operatori avvertono nel dover lavorare in queste condizioni ha spinto i medici di molti ospedali a manifestazioni ed azioni di forte protesta a difesa del Servizio Sanitario Pubblico>>.

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

  • Ikea: prima indagine sugli orientamenti sessuali

    Ikea: prima indagine sugli orientamenti sessuali

    IkeaUn sondaggio tra i collaboratori dell’azienda per comprendere a che livello sia giunta l’inclusione di persone di diverso orientamento sessuale – gay, lesbiche, bisessuali e trans (Glbt) – nell’ambiente di lavoro. In Italia per la prima volta si solleva il velo su un tema delicato che va necessariamente affrontato onde evitare i rischi di nuove discriminazioni. A realizzarla è Ikea nell’ambito della politica di diversity management che da tempo l’azienda svedese porta avanti.
    Ikea è socio fondatore di “Parks-Liberi e Uguali”, un’associazione di imprese nata nel gennaio 2011 – a cui aderiscono Telecom Italia, Johnson&Johnson, Roche, Citi, Lilly, Il Saggiatore, Linklaters, Sixty Group, Gruppo Consoft – che aiuta le aziende a implementare politiche di inclusione per tutti i dipendenti, con un focus particolare verso le persone Glbt.

    Dopo aver affrontato l’argomento delle pari opportunità di genere – in azienda le donne sono il 58,60% e nelle posizioni manageriali superano il 41% – Ikea affronta un tema che qualche mese fa è salito agli onori della cronaca in seguito ad una pubblicità relativa all’apertura del negozio Ikea di Catania, dove campeggiavano due uomini ripresi di spalle e mano nella mano, accompagnati dallo slogan “Siamo aperti a tutte le famiglie”.

    Al questionario, erogato in forma anonima e cartacea ha risposto il 44,11% dei dipendenti dei negozi Ikea di Bologna, Catania e Roma, vale a dire 476 su 1.079.
    71 rispondenti (14%) si sono definiti gay, lesbiche, bisessuali o trans. La percentuale scende al 6,58%, se rapportiamo i 71 Glbtal totale dei 1079 dipendenti.
    L’inclusione dei collaboratori Glbt in IKEA sembra un fatto acquisito e pare non risultino comportamenti discriminanti da parte dell’azienda o degli altri colleghi di lavoro. L’88% è certo che in Ikea tutti hanno pari opportunità di carriera, indipendentemente dalla loro identità di genere o dal loro orientamento sessuale.
    Infine per l’82% la diversità deve divenire una priorità strategica per l’azienda, che deve creare un ambiente rispettoso e inclusivo per tutte le differenze, comprese quelle connesse all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

    <<Ci troviamo di fronte ad un risultato molto positivo che dimostra una forte sensibilità sociale da parte dei nostri colleghi – spiega Valerio di Bussolo, responsabile Relazioni Esterne Ikea – I luoghi di lavoro, dove la gente passa otto o più ore al giorno, devono diventare luoghi dove ricostruire un senso di appartenenza e di comunità che negli ultimi anni sì è eroso pericolosamente>>.

    <<Il rispetto e l’inclusione in azienda sono fattori formidabili di motivazione per chi lavora e si riflettono direttamente tanto sulla soddisfazione e sulla produttività delle persone quanto sulla capacità per le imprese di attrarre e trattenere i migliori talenti sul mercato – racconta Ivan Scalfarotto, Direttore esecutivo di Parks – Creare luoghi di lavoro dove le centinaia di migliaia di persone gay, lesbiche, bisessuali e trans possano esprimere le proprie capacità professionali è dunque non soltanto una cosa giusta da fare sul piano etico ma è anche una buona pratica di business, come dimostrano le tante aziende che nel mondo lavorano da anni in questa direzione>>.

     

    Matteo Quadrone

     

     

  • Costi della burocrazia: in Liguria si spende poco, ma non si usa il web

    Costi della burocrazia: in Liguria si spende poco, ma non si usa il web

    La burocrazia in Italia costa 23 miliardi di euro, pari a oltre 5 mila euro per impresa. I costi della burocrazia in Italia pesano sulla bilancia del Pil per ben 10,7 punti percentuali solo per la spesa del personale, in crescita dello 0,4% negli ultimi dieci anni.

    Stando a quanto emerge dall’ indagine dell’osservatorio Confartigianato, relativo ai dati 2011, sui costi della burocrazia in Italia, la regione più virtuosa in Italia è la Liguria, dove i dipendenti della pubblica amministrazione costano 56 milioni di euro. Come spesa procapite la Liguria si colloca al terzo posto con 34 euro a cittadino, subito dopo Lombardia con 23 e Veneto con 30.

    Nel resto d’Italia sono le regioni a statuto speciale a presentare il conto più salato: i costi del personale per abitante sono quattro volte superiori rispetto alla media nazionale e ammontano a quasi il doppio rispetto a quelle a statuto ordinario: 4.260 milioni di euro contro 2.316 milioni. La Sicilia e il Veneto hanno quasi la stessa popolazione, circa 5 milioni, ma la Sicilia spende circa 12 volte di più del Veneto per le spese di personale: 1.748 milioni contro 150.

    In Italia le peggiori performance si riscontrano soprattutto nei casi di soluzione giudiziale delle controversie commerciali, nei tempi necessari al pagamento di imposte e contributi, nell’accesso al credito, nelle concessioni di licenze edilizie, nel trasferimento di un’attività immobiliare e nell’avvio di un’impresa. Tutti elementi che collocano il nostro Paese all’87esimo posto della classifica mondiale sulla facilità di fare impresa, all’ultimo posto tra tutti i maggiori Paesi avanzati. I settori dell’artigianato più “colpiti” sono i servizi alle imprese, le costruzioni, i servizi alle persone e il manifatturiero.

    Nell’era tecnologica, dove il passaggio di informazioni è in tempo reale grazie all’immediatezza del web, dovrebbe essere semplice intuire che è proprio internet la soluzione per combattere l’eccesso di burocrazia. E se fino a qui abbiamo “lodato” il risultato ottenuto dalla Liguria sul fronte spese, dobbiamo subito abbandonare la carota e passare al bastone, perché nell’ambito della stessa indagine di Confartigianato troviamo la nostra regione in penultima posizione per quanto riguarda l’interazione via web tra cittadino e Pubblica Amministrazione, ovvero il ricorso alla piattaforma internet per ottenere informazioni dai siti degli enti pubblici (30% degli utenti con più di 14 anni), scaricare moduli (20,9%) e spedire moduli compilati (9,9%).

    In conclusione la Liguria è la regione italiana che spende di meno per la burocrazia, ma dopo l’Abruzzo, è anche la peggiore d’Italia per quanto riguarda la gestione delle pratiche sul web. Il bicchiere è a metà, sta a voi valutarlo mezzo pieno o mezzo vuoto.

  • Imprese in Liguria: quando le difficoltà si nascondono dietro i dati “positivi”

    Imprese in Liguria: quando le difficoltà si nascondono dietro i dati “positivi”

    Il 25 gennaio Unioncamere e Infocamere hanno diffuso i dati relativi al movimento imprese nel 2011. La Camera di Commercio di Genova ha comunicato che in Provincia di Genova l’anno appena concluso presenta – al netto delle variazioni tra le nuove realtà e quelle che hanno cessato la propria attività lo scorso anno – un saldo positivo di 746 imprese, il migliore dal 2005 ad oggi.

    Per quanto riguarda i diversi settori sono in miglioramento rispetto al 2010 le costruzioni (+338 unità), i servizi  di alloggio e ristoro (+152), i servizi alle imprese ed i servizi alle persone (rispettivamente +102 e +89) ed il commercio (+24). Mentre l’agricoltura perde 84 imprese e l’industria 53.

    E se turismo, professioni del terziario e commercio hanno dimostrato una buona tenuta, il dato che più salta all’occhio è quello relativo al settore edile che registra un sostanzioso aumento di imprese.

    Maurizio Senziani, presidente di Assedil, l’associazione che riunisce i costruttori edili genovesi, in un’intervista al “Corriere mercantile” lamenta una situazione ben diversa per quanto riguarda il comparto dell’edilizia. <<Sono almeno 1200 i posti di lavoro persi negli ultimi due anni – lancia l’allarme Senziani – Hanno chiuso imprese quarantennali, sono diminuiti gli appalti sia privati che pubblici e quelli che si fanno sono sempre affidati con il massimo ribasso. Questo significa che anche le imprese che hanno lavoro lo ottengono a condizioni disperate. Inoltre il rapporto con le banche è sempre più complicato ed i tempi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione sono sempre più lunghi. È la crisi più grave e prolungata che il settore abbia vissuto>>.

    Appare evidente una contraddizione di fondo fra i numeri snocciolati dal Presidente di Assedil e quelli forniti dalla Camera di Commercio. È doveroso cercare di spiegare la realtà che si cela dietro a questi dati, in tutte le sue sfaccettature. Troppo spesso infatti gli stessi organi d’informazione si accontentano di sterili comunicati trasmettendo all’opinione pubblica informazioni che rischiano di essere inevitabilmente fuorvianti, soprattutto se male interpretate.

    “Era Superba” ha chiesto lumi al Presidente dei costruttori edili genovesi. Come si spiega un aumento del numero di imprese ed allo stesso tempo una continua perdita di posti di lavoro?

    <<In realtà non esiste contraddizione fra questi due dati – spiega Maurizio Senziani – In atto c’è una vera e propria polverizzazione del settore, un frazionamento in una miriade di microimprese. Uno dei segni della crisi è proprio l’aumento delle Partite Iva. Parliamo di operai, licenziati, senza altre opportunità d’impiego ma anche persone in cassa integrazione che decidono di mettersi in proprio aprendo una singola posizione artigiana. In pratica i lavoratori espulsi dalla porta principale del mercato del lavoro tentano di rientrare dalla finestra. Questo va a discapito anche della qualità del servizio offerto. È evidente infatti che un conto è un lavoro eseguito a regola d’arte da un’impresa strutturata con una storia alle spalle, un altro, con tutto il rispetto, quello realizzato da un singolo operatore>>.

    <<Alla Camera di Commercio risulta un aumento delle Partite Iva – continua Senziani – Quindi singole persone e non imprese. La tenuta del numero di imprese nel settore costruzioni ed addirittura un loro aumento è esclusivamente dovuta alla presenza di queste piccolissime realtà. Un simile risultato è dunque la diretta conseguenza di un effetto “drogato” a causa delle numerose posizioni singole>>.

    <<La Cassa edile registra invece tutte le imprese che si avvalgono di lavoratori dipendenti – conclude il presidente di Assoedil – L’iscrizione è consentita alle aziende con almeno 1 lavoratore dipendente. La Cassa edile è in grado di fotografare la reale situazione del comparto costruzione. E qui il saldo tra imprese chiuse e quelle aperte è pari a zero. Nel 2011 sono una cinquantina le imprese strutturate costrette a chiudere l’attività. La crisi è insomma fortissima considerando la perdita dei posti di lavoro, complessivamente 1200 nel 2010-2011 ed il consistente calo delle ore lavorate>>.

     

    Tra i settori che invece registrano un saldo negativo spicca l’agricoltura. In  Provincia di Genova nel 2011 hanno cessato l’attività ben 84 aziende. Un dato costante negli ultimi anni – secondo la Camera di Commercio – che sottolinea un’evidente difficoltà del comparto.

    <<Purtroppo si tratta di un trend continuo – spiega Germano Gandina, presidente di Coldiretti Genova – ed in provincia di Savona ed Imperia la situazione è addirittura peggiore. La tendenza è dovuta a due fattori. In primo luogo nel settore registriamo un’età media degli imprenditori molto alta. Nella maggioranza dei casi parliamo di microimprese dove spesso troviamo un solo addetto o poco più. Il secondo fattore ovviamente è la crisi economica. Ma il dato più grave rimane l’età anagrafica così elevata. Un ricambio generazionale c’è ma non risulta sufficiente per invertire lo stato delle cose>>.

    <<A fronte di tutti i giovani che si affacciano al mondo dell’agricoltura abbiamo notato che sono due le motivazioni principali – continua Gandina – Sicuramente c’è un interesse nuovo, una riscoperta dell’agricoltura. Ma una buona parte dei tentativi di ingresso nel settore sono riconducibili anche all’estrema disperazione di questi ragazzi. Fino a qualche anno fa era possibile trovare maggiori opportunità lavorative, oggi è sempre più dura. Assistiamo insomma a dei veri e propri “viaggi della speranza”, persone che non hanno intrapreso un percorso agrario, bensì arrivano da tutt’altre esperienze lavorative>>.

    <<Il problema principale è che un gran numero di questi ragazzi non possiede il bene primario, vale a dire la terra – sottolinea Gandina – Ed è impossibile senza un requisito simile riuscire ad avviare un’impresa agricola. Purtroppo per coloro che non appartengono a famiglie con una consolidata tradizione agricola, già proprietarie di terreni, è davvero arduo riuscire ad aprire un’azienda. Noi ovviamente cerchiamo di offrirgli il massimo supporto possibile perché rappresentano un’importante risorsa>>.

    Ma quali interventi sarebbero necessari per favorire l’ingresso dei giovani in agricoltura?

    <<Abbiamo chiesto alla Giunta regionale, in questa ma anche nella precedente legislatura, di intervenire per riformare la legge regionale sulle terre incolte entrata in vigore nel 1996 – racconta il presidente di Coldiretti Genova – Non ha mai funzionato a dovere perché è troppo farraginosa. Se fosse più veloce, soprattutto a livello di procedure, permetterebbe ai giovani di poter usufruire dei terreni abbandonati. Oggi finalmente sembra che la Regione Liguria sia intenzionata a lavorare alla revisione della legge. Questa è una prima parziale risposta. Una seconda risposta è arrivata dal Governo Monti che ha sbloccato la possibilità di accesso ai terreni agricoli di proprietà del Demanio con il diritto di prelazione a favore dei giovani agricoltori. Infine noi agiamo a livello di sensibilizzazione sugli imprenditori che hanno dismesso l’attività affinché questi terreni possano essere consegnati, il più velocemente possibile, a nuovi imprenditori>>.

    <<Attualmente esistono già alcune opportunità che occorre sfruttare – conclude Gandina – Ad esempio gli sgravi fiscali per l’avvio di imprese nel settore agricolo. Poi non bisogna dimenticare i notevoli passi avanti compiuti grazie al Decreto legislativo 228/2001, la “Legge di orientamento ed ammodernamento in agricoltura”. Una norma che ha allargato lo spettro delle attività possibili nel settore. Oggi gli agricoltori non sono solo produttori di beni ma anche fornitori di servizi. In questi giorni, a causa delle abbondanti nevicate, stiamo assistendo ad attività di sgombero e pulitura delle strade, proprio ad opera di agricoltori. Manca però il bene principale, la terra e su questo versante è necessario intervenire al più presto>>.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Libertà di stampa: l’Italia scende ancora in classifica

    Libertà di stampa: l’Italia scende ancora in classifica

    Nella  classifica sulla Libertà di stampa, redatta da Reporter sans frontier, l’Italia precipita dal 50° posto dell’anno precedente al 61° posto del 2011.

    Per quanto riguarda gli altri paesi europei, la Francia è al 38°, la Spagna al 39°, mentre ai primi posti troviamo i paesi scandinavi Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi. Nelle prime 20 posizioni compaiono anche 2 paesi africani: Capo Verde e Namimbia.

    Gli Stati Uniti, a sorpresa, lasciano la 20esima posizione per la 47esima.

  • Inflazione, rapporto Istat: tasso medio annuo del 2011 pari al 2,8%

    Inflazione, rapporto Istat: tasso medio annuo del 2011 pari al 2,8%

    Il tasso di inflazione medio annuo per il 2011 si conferma pari al 2,8%, in sensibile accelerazione rispetto all’1,5% registrato per il 201°, secondo i dati resi noti oggi dall’Istat.

    Il dato più preoccupante e grave riguarda l’aumento dei prezzi dei prodotti di largo consumo, quelli appartenenti al cosiddetto “carrello della spesa”, i cui costi sono aumentati mediamente, secondo l’Istat, del 3,5% – si legge in un comunicato di Federconsumatori – Significa una ricaduta, solo nel settore alimentare, di circa +175 Euro rispetto alla spesa media annua indicata dall’Istat in questo comparto, se rapportato invece alla spesa complessiva si tratterebbe di una batosta di 1.032 Euro a famiglia. Da anni non si raggiungevano valori simili che, a dir la verità, appaiono addirittura sottostimati rispetto a quelli dell’O.N.Federconsumatori”.

    “È inconcepibile che, a fronte della fortissima caduta dei consumi che si registra da anni, i prezzi continuino a crescere in questo modo. È evidente che le volontà speculative hanno superano ormai ogni limite – dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti – Il Governo deve fare qualcosa per bloccare immediatamente questi comportamenti anche disponendo un vero e proprio blocco di prezzi e tariffe. Se non si interviene al più presto in tal senso nel 2012 andrà decisamente peggio. L’aumento di prezzi e tariffe si prospetta già di oltre 2.103 Euro a famiglia. Il tasso di inflazione rischia di situarsi tra il 4 e il 5%”.

    La perdita del potere di acquisto delle famiglie sarà enorme, e questo non potrà che determinare conseguenze negative sull’intera economia, a partire dal versante della produzione – si legge ancora nel comunicato di Federconsumatori – Per questo chiediamo al Governo di avviare controlli a tappeto su tutto il territorio per contrastare le intollerabili speculazioni che vanno avanti da tempo, concentrandosi soprattutto sui beni di largo consumo e sui carburanti ed accelerare i processi di liberalizzazione.”

  • Lavoro: per i giovani diminuisce e diventa sempre più precario

    Lavoro: per i giovani diminuisce e diventa sempre più precario

    Una ricerca di Datagiovani, un gruppo di studio nato nel 2010, analizza la situazione del mondo del lavoro per chi ha meno di 30 anni. Le analisi sono il frutto di una elaborazione di Datagiovani sulle rilevazioni trimestrali delle forze lavoro dell’Istat. In particolare sono stati considerati i dati medi delle quattro rilevazioni trimestrali del 2007 e del 2010.

    Il raffronto tra i dati sulle attivazioni di lavoro nel 2007 e nel 2010 sottolineano una volta di più, non solo come la crisi abbia avuto gli effetti negativi più ampi sul mercato del lavoro giovanile, ma anche come esso si stia progressivamente deteriorando, svoltando cioè sempre di più dalla flessibilità alla precarizzazione dei rapporti di lavoro – si legge nel documento – Innanzitutto va evidenziato come i nuovi rapporti di lavoro attivati per giovani con meno di trent’anni nel 2010 siano diminuiti di un quarto rispetto a quanto accadeva prima della crisi”. In pratica parliamo di oltre 180 mila possibilità di lavoro in meno per i giovani.

    “A livello contrattuale, il grosso della flessione ha riguardato proprio la forma più stabile di contratto, ovvero quella di dipendenza a tempo indeterminato – continua il rapporto – In questo caso i nuovi contratti stabili si sono praticamente dimezzati rispetto al 2007, passando da poco meno di 256 mila agli attuali 142 mila (-44%)”.
    Mentre per quanto riguarda i nuovi contratti a termine stipulati nel 2010 sono stati il 14% in meno del 2007 (e tra questi i contratti interinali o in somministrazione sono aumentati).

    “Il risultato di queste tendenze è il progressivo deterioramento delle condizioni contrattuali dei giovani: attualmente, secondo l’Istat, solo un nuovo contratto su 4 stipulato con un giovane Under 30 ha la forma subordinata a tempo indeterminato, mentre era 1 su 3 nel 2007. Cresce di conseguenza il peso dei contratti da dipendenti a termine, che salgono al 56% (erano il 34% nel 2007), ed in particolare i contratti individuali a termine e quelli interinali. Aumenta anche se non di molto l’apprendistato, probabilmente unico dato positivo di questa analisi, auspicando che al termine del percorso di inserimento formativo il rapporto si traduca in una assunzione a tempo indeterminato”.

    Ma emerge anche un altro fattore, tutt’altro che secondario: avere delle esperienze lavorative precedenti sembra influire poco o per niente sulla possibilità di accedere al contratto a tempo indeterminato. Infatti mentre nel 2007 gli Under 30 assunti con nuovi contratti stabili erano il 5% in più rispetto alle prime assunzioni, ora tali valori si sono sostanzialmente allineati attorno al 25% dei nuovi rapporti di lavoro.
    “Le tendenze rilevabili ormai da diversi anni ed appesantite dalla crisi al ricorso da parte delle aziende di contratti flessibili fanno si che la dualità del mercato del lavoro italiano estremamente differente tra giovani ed adulti si riflette sullo stock generale degli occupati: gli Under 30 con un lavoro sono diminuiti di circa 560 mila unità, di cui oltre 370 mila solo tra coloro che avevano un contratto a tempo indeterminato. I contratti a termine, ed in particolare quelli a tempo determinato, sono sì diminuiti ma in termini quasi esigui rispetto al lavoro stabile (si registrano infatti circa 36 mila posizioni in meno tra i contratti individuali a termine)”.

    Inoltre non bisogna dimenticare che anche la durata media dei rapporti di lavoro a termine (dipendenza e collaborazione) si sta riducendo, dai 17 mesi del 2007 ai 15 circa del 2010.
    “Una conferma del fatto che il lavoro a termine non è una fase del passaggio ad un contratto stabile, ma rischia di diventare una condizione a lungo termine viene dal fatto che quasi l’83% dei contratti a tempo indeterminato dei giovani nel 2010 era già in essere anche l’anno precedente, un valore di quasi 4 punti percentuali più elevato del 2007”.

  • Istat: un italiano su quattro è a rischio povertà

    Istat: un italiano su quattro è a rischio povertà

    Nel 2010 il 18, 2% delle persone residenti in Italia è, secondo la definizione Eurostat, a “rischio di povertà”, il 6,9% si trova in condizioni di “grave deprivazione materiale” e il 10,2% vive in famiglie caratterizzate da una bassa intensità di lavoro.

    L’indicatore sintetico del rischio di povertà e di esclusione sociale, che considera vulnerabile chi si trova in almeno una di queste tre condizioni, è pari al 24,5%, un livello analogo a quello del 2009.

    Tradotto: 1 italiano su 4 è a rischio povertà. Lo certifica il rapporto Istat “Reddito e condizioni di vita”.

    Nel biennio 2009-2010 risultano sostanzialmente stabili in Italia sia il “rischio di povertà” (dal 18,4% al 18,2 %), sia quello di “grave deprivazione materiale” (dal 7% al 6,9 %), mentre è aumentata dall’8,8% al 10,2 % la quota di persone che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro, dove cioè le persone di 18-59 anni di età lavorano meno di un quinto del tempo.

    Germania e Francia mostrano valori inferiori a quello italiano sia del “rischio di povertà”, sia dell’indicatore di “grave deprivazione materiale”. In Italia e in Francia è più marcato il rischio di povertà per i giovani fra i 18 e i 24 anni, rispetto alle generazioni più anziane. In Italia, inoltre, è più alto il rischio di povertà per i minori di 18 anni.

    Nel 2010, il 16% delle famiglie italiane ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese. L’8,9% si è trovato in arretrato con il pagamento delle bollette; l’11,2% con l’affitto o il mutuo; l’11,5% non ha potuto riscaldare adeguatamente l’abitazione.