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  • Ricerca lavoro: la raccomandazione è ancora decisiva

    Ricerca lavoro: la raccomandazione è ancora decisiva

    Oltre 6 aziende su dieci (61%) hanno fatto ricorso a relazioni dirette o a segnalazioni di conoscenti per reclutare personale. La percentuale nel Mezzogiorno si avvicina alla soglia del 70%.

    Sono i dati che emergono dall’indagine Excelsior 2011 realizzata da Unioncamere e Ministero del Lavoro.
    Le altre strade per accedere al mondo del lavoro sono decisamente indietro. Poco più di 2 imprese su 10 (24%) per assumere vanno a controllare i curriculum. Ma ancor più limitato è l’uso delle altre forme dagli annunci sulla stampa, ai centri per l’impiego.

    La conoscenza personale rimane dunque decisiva a dispetto delle numerose tecnologie offerte dal mondo odierno.

    Ma non si tratta di sole raccomandazioni. Il cosiddetto canale informale infatti si basa in primis sui precedenti rapporti professionali ed in secondo luogo su segnalazioni da parte di conoscenti.

    “Il clima economico ancora incerto spinge evidentemente le imprese alla massima cautela nella selezione di nuovi candidati – spiega il rapporto – la conoscenza diretta, magari avvenuta nell’ambito di un precedente periodo di lavoro o di stage e il rapporto di fiducia consolidato diventano premianti per l’assunzione”.

  • Usura in Liguria: un reato che cancella aziende e lavoro

    Usura in Liguria: un reato che cancella aziende e lavoro

    L’usura costringe a chiudere cinquanta aziende al giorno e ha bruciato, nel corso del 2010, almeno 130 mila posti di lavoro. Cifre impressionanti emerse dal rapporto curato da Confesercenti, “No usura day” che, giunto alla seconda edizione, torna a fare il punto su un fenomeno circondato da un silenzio assordante nonostante sia in continua crescita.

    La persistente crisi economica ha reso più difficili le condizioni di vita, la qualità, il potere d’acquisto di cittadini e imprenditori, allargando il bacino potenziale del mercato usurario. E per il futuro le previsioni sono assai cupe. Ormai si parla apertamente di recessione, ne è sicura Confindustria che stima per il 2012 un prodotto interno lordo in calo dell’1,6% e lo teme anche l’Abi. L’associazione bancaria fa una previsione meno negativa – segnalando per l’anno prossimo un pil in diminuzione dello 0,7% – ma la sostanza non cambia.
    In un contesto simile aumentano esponenzialmente le fasce di cittadinanza coinvolte nello stato di impoverimento generale. Lo certifica anche la Banca d’Italia che, nel rapporto sulla stabilità finanziaria del novembre 2011, avverte “Le imprese stanno risentendo dell’indebolimento dell’attività economica. I sondaggi presso le aziende segnalano aspettative di un peggioramento dei livelli di attività e delle condizioni di acceso al credito. Qualora queste aspettative si materializzassero, nel 2012 le condizioni finanziarie potrebbero peggiorare per molte imprese”.
    Commercianti e piccoli imprenditori, già gravati dalla crisi potrebbero subire dunque ulteriori contraccolpi dall’accesso al credito. Mentre l’indebitamento delle imprese ha raggiunto i 180 mila euro, raddoppiando nell’ultimo decennio.

    In Liguria, come nel resto d’Italia, c’è stata una diminuzione drastica delle erogazioni da parte degli istituti bancari sia alle imprese che ai privati – spiega Andrea Dameri, direttore Confesercenti Genova – alcuni istituti sono quasi fermi a causa della forte crisi di liquidità. Ovviamente con la crisi è cambiata anche la qualità dell’indebitamento delle imprese, che mentre prima finanziavano investimenti, adesso finanziano ristrutturazioni del debito e soprattutto liquidità”.

    Anche i fallimenti sono cresciuti vorticosamente: +26,6% nel 2009, + 46% secondo i dati del primo trimestre 2010. A pagare il prezzo più alto è il piccolo commercio – si legge nel dossier di Confesercenti – Nell’ultimo triennio sono infatti 242 mila i commercianti al dettaglio che hanno cessato l’attività a cui bisogna aggiungere oltre 300 mila imprese artigiane.

    A Genova – secondo i dati della camera di Commercio – dopo un 2009 disastroso, che aveva visto crescere il valore complessivo dei mancati pagamenti dell’85% e il numero dei fallimenti del 50%, il 2010 vede il crollo del valore dei protesti (-43%) e un forte rallentamento della corsa dei fallimenti (+ 7,9%). Il dato genovese è ancor più incoraggiante se si pensa che a livello nazionale il valore dei protesti è sceso solo del 17,7% mentre i fallimenti continuano a crescere del 20%. Nei primi 5 mesi del 2011 il valore complessivo dei titoli protestati (assegni, cambiali e tratte) è sceso ancora rispetto allo stesso periodo del 2010, del 27,4%.
    Purtroppo i fallimenti sono tornati a crescere in questo terzo trimestre in modo esponenziale. Nei primi 9 mesi del 2011 a Genova sono stati 112 (nello stesso periodo del 2010 erano 86). 33 sono attività commerciali e 23 le imprese artigiane.

    Tornando al quadro nazionale la forte fase di instabilità economica ha determinato una ripresa incontrollabile del fenomeno usurario. “Oggi i gangli del credito illegale strangolano chiunque: non solo i clienti abituali come i giocatori d’azzardo, famiglie a basso reddito o imprenditori incapaci di gestire complicate situazioni economiche ma anche operai, impiegati e professionisti – scrive Confesercenti –Accanto all’usura strettamente intesa sta infatti emergendo una vasta area di sovraindebitamento che colpisce soprattutto le famiglie di medio reddito”.
    Stimare il mercato dell’usura è un’operazione complicata, perché parliamo di un fenomeno sommerso. È possibile però, in base alle informazioni in possesso di Sos impresa e ai diversi sportelli di aiuti presenti in tutta Italia, indicare il numero dei commercianti coinvolti. Si tratta di almeno 200 mila unità e visto che ciascuno si indebita con più strozzini, le posizioni debitorie sono stimate in oltre 600 mila. Di queste almeno 70 mila sono con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all’usura.
    “Alle aziende coinvolte vano aggiunti gli altri piccoli imprenditori, artigiani soprattutto ma anche dipendenti pubblici, operai e pensionati, facendo giungere ad oltre 600 mila le persone invischiate in patti usurari”.
    La cifra media del prestito iniziale è relativamente bassa, nel 40% dei casi non supera i 5 mila euro, e un altro 39% arriva a 20 mila. “I tassi di interesse oscillano mediamente tra il 120% ed il 240% annui (10-20% mensili) e cresce il capitale richiesto e gli interessi restituiti – si legge nel rapporto – nel complesso il tributo pagato dai commercianti ogni anno, a causa di questa lievitazione, si aggira in non meno di 20 miliardi di euro”. La scelta del ricorso al prestito usurario per molti imprenditori e commercianti si rivela fatale “Nel 30% dei casi determina la fine della propria attività”. E tra le cause della cessazione emerge un sostanzioso 12% di espropri da parte degli usurai.

    Ma qual è la situazione in Liguria?
    Nel documento si segnalano 5700 commercianti coinvolti, il 12% di quelli attivi, per un giro d’affari di circa 600 mila euro. “Ma – avverte Dameri – questi dati vanno trattati con estrema cautela. Parliamo di una stima ricavata dall’incrocio di indicatori statistici. Per essere chiari non esiste un riscontro oggettivo rispetto al fatto che in Liguria ci siano 5700 imprese vittime di usura. Personalmente tutte le volte che – anche a seguito di fatti di cronaca eclatanti come le indagini in Valbisagno o a Certosa – siamo intervenuti sui territori interessati ed abbiamo chiesto ai presidenti di Civ o ai nostri soci storici se erano a conoscenza diretta o indiretta di episodi di usura o estorsione, ci è sempre stato risposto con un netto diniego, senza alcuna esitazione. Ovviamente questo non significa che il fenomeno usura non interessi la Liguria, anzi se incrociamo i dati relativi a protesti, fallimenti, cessazioni di attività e li incrociamo per esempio con i dati relativi alle indagini ed ai procedimenti aperti in tema di usura, emerge un forte rischio per il nostro territorio”.

    Per quanto riguarda i privati cittadini, abbiamo chiesto lumi alla Fondazione antiusura S. Maria del soccorso, l’unico ente del genere presente in Liguria, nata 15 anni fa su iniziativa dell’allora Arcivescovo di Genova, Dionigi Tettamanzi.
    “Noi operiamo soprattutto sul versante della prevenzione dell’usura – spiega il dott. Montani, responsabile della Fondazione – cercando di avvicinare tutte le persone a rischio”. Quindi famiglie in difficoltà e cittadini alle prese con problemi economici.
    “Ma a noi si rivolgono anche persone che ammettono di essere cadute nella rete dell’usura – continua Montani – su circa 1200 – 1300 casi all’anno, 20 sono riferibili all’usura. Siamo sotto al 2% del totale”.
    In situazioni simili la fondazione invita sempre a denunciare e fornisce la necessaria consulenza.
    Fra gli usurati c’è una fascia di stranieri in particolare latino – americani – racconta Montani – Si tratta di una comunità in cui l’usura è presente in misura maggiore rispetto ad altre. È un problema culturale e di mentalità. Può capitare ad esempio di indebitarsi per riuscire ad attuare un ricongiungimento famigliare. Parliamo di un’usura con interessi che si attestano sul 10% al mese”.
    Per fortuna in Liguria, rispetto a 10 anni fa, è aumentata la percezione del pericolo. “Fino a qualche anno fa c’era chi finiva nelle braccia dello strozzino per la comunione del figlio – spiega Montani – Oggi, nonostante il periodo di crisi, registriamo un calo di casi grazie alla maggiore consapevolezza del rischio”.

    Chi sono gli usurai? E soprattutto quanti sono?
    Se nel 2000 le stime parlavano di circa 25 mila prestatori illegali in attività, oggi siamo saliti ad oltre 40 mila. Tra questi si inserisce anche una cosiddetta usura di mafia, ovvero gestita dalla criminalità organizzata che, nell’arco di soli 10 anni, ha ampliato e di molto la sua influenza. Secondo i dati di Sos Impresa le operazioni censite che hanno coinvolto esponenti della criminalità organizzata sono aumentate in tre anni del 52,5%.
    A fronte di questi numeri, il numero delle denunce registrate appare davvero risibile: 375 nel 2008 e 369 nel 2009. Particolarmente indicativo risulta invece l’aumento delle persone denunciate che – secondo il Ministero dell’Interno – nel primo semestre 2010, sono state 640.
    “Il dato indica inequivocabilmente un allargamento del giro usuraio e soprattutto il fatto che l’usura diventa un reato sempre più associativo – scrive Confesercenti – Il 65% degli usurai consuma il reato in concorso con altri, un 25% agisce all’interno di un associazione a delinquere (16%) o mafiosa (9%)”.
    “E se al sud l’usura è il frutto dell’evoluzione di una carriera criminale, nell’Italia centro settentrionale presenta caratteristiche più vicine ad un’attività finanziaria degenerata piuttosto che di un’attività criminale vera e propria”. Ciò non vuol dire che sia meno pericolosa, anzi: “la crescita dei reati associativi, maggiore al nord, è un segnale che conferma come il reato di usura stia sempre più evolvendo verso una dimensione associativa”.
    In Liguria tra 2008 e 2010 si sono svolte 23 operazioni antiusura per un totale di 58 indagati. Anche nella nostra regione si conferma un aumento dei soggetti coinvolti (gli indagati erano 9 nel 2009 a fronte di 5 operazioni, sono diventati 32 nelle 7 operazioni censite nel 2010).

    Se il fenomeno è sommerso gli attori criminali sono personaggi pubblici. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone già note all’autorità giudiziaria.
    La figura dell’usuraio classico (di strada, di quartiere, sul posto di lavoro) è destinata ad esaurirsi per lasciare spazio ad un usuraio organizzato, ben collegato agli ambienti professionali e che si avvale di connivenze con professionisti di alto livello – scrive Confesercenti – Un usura dalla faccia pulita i cui attori protagonisti, imprenditori, commercialisti, avvocati, notai, bancari, funzionari ministeriali e statali, conoscono bene, per professione, i meccanismi del credito legale e spesso conoscono perfettamente le condizioni economiche delle proprie vittime”.

    Nella tipologia degli usurai dal volto pulito rientrano innanzitutto le Società di intermediazione o di servizi finanziari “in preoccupante espansione negli ultimi anni, rappresenta una delle più insidiose forme d’illegalità economica perché gioca sulla fiducia che può nutrire una persona bisognosa nei confronti di una struttura apparentemente legale ed impersonale, visibilmente pubblicizzata sui mezzi d’informazione”.
    In Liguria – secondo i dati della Camera di Commercio – sono presenti 108 società che svolgono varie attività creditizie e servizi finanziari, 82 solo a Genova.
    “I prestiti non sono mai di grossa entità e i tassi d’interesse iniziale abbastanza tollerabili, il meccanismo di usura o truffa scatta sul tasso d’interesse che non è mai a scalare, ma fisso o sull’obbligo d’acquisto di un servizio tanto inutile quanto oneroso”.

    Ma forse il fronte più pericoloso, in particolare per Genova, è rappresentato da tutti quei mondi borderline – quelli delle aste giudiziarie e dei tribunali delle esecuzioni, dei compro oro, delle agenzie di scommesse – attorno a cui ruotano personaggi ambigui che maneggiano parecchio denaro. Qui prospera l’humus ideale per l’espansione del prestito a nero.
    Preoccupa ad esempio la fortissima impennata relativa all’apertura di Sale scommesse. Sono già 63 fra Genova e Provincia. Ma non solo. È visibile ad occhio nudo anche l’espansione dei Compro oro, difficilmente quantificabili perché rientrano in una più ampia categoria che comprende oreficerie ed altre attività.

    Occorre infine non dimenticare mai che, a fronte di facili guadagni, si è notevolmente abbassato il rischio di essere denunciati. In pratica l’usura è un reato depenalizzato.
    Il primo dato che salta all’occhio riguarda le persone che denunciano potendo contare sull’assistenza legale, il più delle volte fornita dalle stesse associazioni antiusura presenti sul territorio. Ebbene “solo un 10% dei denuncianti può godere di un’assistenza in grado di garantirlo durante tutto l’iter giudiziario”. Un dato che influenza fortemente l’esito finale della denuncia. Solo nel 9% si arriva, entro due anni, alla chiusura dell’inchiesta e al rinvio a giudizio; nella stragrande maggioranza dei casi (91%) l’indagine si trascina per almeno 4 anni. E di queste un buon 70% vengono archiviate.
    Una percentuale così irrisoria di assistiti è un fallimento della legge 108 che prevedeva una capillare informazione per quanto riguarda l’assistenza alle vittime di usura. Ma la realtà è ben diversa. Le vittime ignorano o ricevono informazioni del tutto errate, un atteggiamento negativo che spesso le spinge a recedere dalla denuncia”.
    Dei casi analizzati solo il 9% produce un rinvio a giudizio entro due anni e ancora meno (5%) una sentenza di primo grado. Il 49% ha un’attesa di due o tre anni per il rinvio a giudizio e ben il 36% attende oltre i 4 anni per giungere ad una sentenza di primo grado.
    Quando l’inchiesta non viene archiviata è la lentezza con cui i processi arrivano alla sentenza a provocare una serie di conseguenze: la caduta in prescrizione del reato per decorrenza dei termini (18%), oppure l’archiviazione (11%). Nel 22% dei casi la sentenza finale è di assoluzione e solo nel 49% il processo si è concluso con una condanna che oscilla fra una pena minima di 8 mesi e una pena massima di oltre 7 anni, ma solo nel caso particolare in cui oltre all’usura sono contestate anche associazione a delinquere di stampo mafioso e altri reati gravi quali l’estorsione i danneggiamenti, minacce e violenze.

     

    Matteo Quadrone

  • Dissesto idrogeologico: case in zone a rischio nell’85% dei Comuni

    Dissesto idrogeologico: case in zone a rischio nell’85% dei Comuni

    Presentati i dati di “Ecosistema rischio 2011”, indagine realizzata da Legambiente con la collaborazione del Dipartimento della Protezione civile, che ha monitorato le attività di prevenzione realizzate da oltre 1.500 fra le 6.633 amministrazioni comunali italiane classificate a rischio idrogeologico potenziale più elevato.

    “Ben 1.121 tra i comuni intervistati (l’85%) rilevano la presenza sul proprio territorio di abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in zone a rischio frana”, si legge nel documento.

    Accanto a questi, sono “rilevanti le percentuali dei comuni che dicono di avere in zone a rischio fabbricati industriali (56%), interi quartieri (31%), strutture pubbliche sensibili come scuole e ospedali (20%) e strutture ricettive turistiche o commerciali (26%)”. In Liguria a rischio ci sarebbero ben 232 comuni, ovvero il 99%.

    A fronte di una situazione “di forte pericolo, che si stima riguardi oltre 5 milioni di persone”, sono ancora “poche le amministrazioni (29% di quelle interpellate) che affermano di essere intervenute in maniera positiva nella mitigazione del rischio idrogeologico”. In altri termini ci sono “ancora ritardi nella prevenzione e nell’informazione ai cittadini mentre troppo cemento invade fiumi, ruscelli e fiumare, come pure aree a ridosso di versanti franosi e instabili”.

    Segnali positivi emergono invece per quanto riguarda l’organizzazione del sistema locale di protezione civile: “L’82% dei comuni intervistati ha dichiarato di avere un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione – scrive Legambiente – anche se soltanto la metà lo ha aggiornato negli ultimi due anni”. Ingenti risorse sono state stanziate per il funzionamento della macchina dei soccorsi, per l’alloggiamento e l’assistenza agli sfollati, per supportare e risarcire le attività produttive e i cittadini colpiti e per i primi interventi di urgenza, ma “è evidente l’urgenza di maggiori investimenti in termini di prevenzione e manutenzione dei corsi d’acqua, di cui avrebbe sempre più bisogno l’Italia”.

    Il 69% dei comuni interpellati dichiara di aver svolto regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica mentre il 70% afferma di aver realizzato opere per la messa in sicurezza dei corsi d’acqua o di consolidamento dei versanti franosi. Tuttavia “questi interventi, se non eseguiti adeguatamente e sulla base di attenti studi per valutarne l’impatto su scala di bacino, rischiano in molti casi di accrescere la fragilità del territorio piuttosto che migliorarne la condizione, e di trasformarsi in alibi per continuare a edificare lungo i fiumi e in zone a rischio frana”.

    “Le delocalizzazioni procedono a rilento – si legge nel dossier “Ecosistema rischio 2011″ – soltanto 56 comuni intervistati (il 4%) hanno affermato di aver intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e appena nel 2% dei casi si è provveduto con interventi analoghi su insediamenti o fabbricati industriali”.
    Eppure questi interventi rappresentano “una delle principali azioni per rendere sicuro il territorio, anche attraverso interventi di rinaturalizzazione delle aree di esondazione naturale dei corsi d’acqua volti alla mitigazione del rischio”.

    Altra nota dolente riguarda l’informazione alla popolazione sui rischi idrogeologici, sui comportamenti da adottare in caso di pericolo, sui contenuti del piano d’emergenza e sulla formazione del personale. Purtroppo, “solo il 33% dei municipi” ha organizzato iniziative rivolte ai cittadini e “il 29% ha predisposto esercitazioni per testare l’efficienza del sistema locale di protezione civile”.

  • Stranieri a Genova, la pubblicazione della direzione Statistica

    Stranieri a Genova, la pubblicazione della direzione Statistica

    È visionabile nel portale web della direzione Statistica all’indirizzo http://statistica.comune.genova.it la pubblicazione “Stranieri a Genova al 31 dicembre 2010”.

    Tra il 31/12/2009 e il 31/12/2010 il numero degli stranieri residenti a Genova è passato da 45.812 a 50.415 unità, con un incremento di 4.603 unità pari al 10,0%. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono 26.931 (+2.601 pari a +10,7% rispetto al 2009) e i maschi 23.484 (+2.002 pari a +9,3%).

    La comunità più numerosa dal 1999 risulta essere quella ecuadoriana, che ha superato la consolidata prevalenza della comunità marocchina. Al 31 dicembre 2010 gli ecuadoriani residenti risultano 16.753 (9.713 femmine e 7.040 maschi). È da notare che, da sola, la comunità ecuadoriana rappresenta quasi un terzo (33,2%) dell’intera presenza straniera a Genova.
    Seguono gli albanesi (5.387; 10,7%), i marocchini (3.807; 7,6%), i romeni (3.743; 7,4%), i peruviani (2.772; 5,5%), i cinesi (1.637; 3,2%), gli ucraini (1.450; 2,9%), i senegalesi (1.258; 2,5%) e i cingalesi (1.088; 2,2%). Altre importanti comunità residenti a Genova al 31/12/2010 sono quelle dei cittadini del Bangladesh (846), della Tunisia (793), dell’India (752), della Nigeria (677) e delle Filippine (602).

    Rispetto al 2009, tra le venti principali comunità di stranieri residenti a Genova a fine 2010, gli incrementi maggiori in termini percentuali si registrano per i bulgari (+24,7%), gli indiani (+21,3%), gli ucraini (+20,8%), i russi (+18,4%) e i dominicani (+18,1%).

    L’incidenza della popolazione straniera sul totale della popolazione cittadina è pari all’8,3%.

    Considerando i singoli Municipi, l’incidenza della popolazione straniera sul totale della popolazione residente, vede al primo posto il Municipio Centro Ovest con il 14,5%, seguito da Val Polcevera (11,7%), Centro Est (11,3%), Medio Ponente (9,2%), Bassa Val Bisagno (7,7%), Media Val Bisagno (6,6%), Medio Levante (4,6%), Ponente (4,1%) e Levante (3,1%).

  • Inail: nei primi 9 mesi del 2011 infortuni sul lavoro in calo

    Inail: nei primi 9 mesi del 2011 infortuni sul lavoro in calo

    L’andamento infortunistico nei primi nove mesi del 2011 registra un calo di circa 26mila casi denunciati rispetto allo stesso periodo del 2010 (da 579mila a 553mila), pari a una flessione del 4,5%.

    È quanto emerge dai dati provvisori dell’INAIL aggiornati al terzo trimestre, che rivelano anche una flessione meno accentuata degli infortuni mortali, che passano da 697 a 691, in diminuzione dello 0,9%. L’andamento dell’ultimo trimestre rende ipotizzabile a fine anno un bilancio consuntivo di 750mila infortuni sul lavoro, rispetto ai 775mila del 2010, e un numero di morti ancora inferiore a mille.

    La riduzione degli infortuni riguarda tutti i rami di attività, ma è stata più pronunciata nell’industria (-6,7%) rispetto all’agricoltura (-4,9%) e ai servizi  (-3,1%). Il dato appare più significativo se si considera che le rilevazioni Istat attestano, nel periodo di riferimento, una crescita dell’occupazione complessiva compresa tra lo 0,1% e lo 0,4%. Nel settore costruzioni, in cui gli occupati risultano diminuiti dell’1,2%, gli infortuni fanno segnare un -9,8%. I casi mortali si contraggono nei servizi (-3,6%), crescono in agricoltura (+4,7%) e restano sostanzialmente stabili nell’industria.

    Il calo è generalizzato, ma meno rilevante al Nord (-3,8%) rispetto al Centro (-4,9) e al Sud (-6,4%), dove peraltro il numero di occupati è cresciuto dell’1,2%, contro lo 0,3% del Nord e il -0,3% del Centro. Il Mezzogiorno è caratterizzato da una consistente flessione dei casi mortali (-13,9%), che invece aumentano al Nord (+6,6%) e al Centro (+4,3%).

  • Smog, l’Europa lancia l’allarme: tre anni di vita in meno

    Smog, l’Europa lancia l’allarme: tre anni di vita in meno

    310 mila morti ogni anno in Europa, circa 50 mila solo in Italia. Il killer è l’inquinamento dell’aria.

    L’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente di Copenaghen, Air Quality in Europe 2011, conferma così un dato che da qualche anno circola fra gli addetti ai lavori.

    L’inquinamento atmosferico in Europa porta via in media 9 mesi di speranza di vita, fino ad arrivare a tre anni di vita in meno nelle regioni più esposte, come la Pianura Padana e il Benelux.

    Parliamo di morti premature per insufficienza cardiaca, infarti, crisi respiratorie, ma anche tumori. Un problema sanitario rilevante anche in termini economici con un costo di 80 miliardi di euro l’anno (cifra che comprende anche  le malattie da smog e le conseguenti ospedalizzazioni e farmaci).

    Il rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente rileva che un quinto della popolazione europea vive in zone dove gli inquinanti superano la soglia di legge più volte all’anno. E sebbene ogni anno si registra un miglioramento nelle concentrazioni di polveri di sezione più grande, ossidi di azoto e metalli pesanti, allo stesso tempo la situazione delle polveri sottili e dell’ozono resta molto critica. E sono loro il pericolo maggiore per la salute umana.

    Dopo aver analizzato la composizione dell’aria lombarda, il Centro comune di ricerca di Ispra rileva nel rapporto 2011, che la metà circa dell’inquinamento da polveri proviene dal traffico stradale, mentre l’altra metà si compone di emissioni industriali e riscaldamento (25%), combustione di legna (13%) ed emissioni dall’agricoltura (12%).

    Per quanto riguarda l’inquinamento da traffico, il 30% proviene dai tubi di scappamento e dall’usura di freni e pneumatici, mentre l’altro 20% è la polvere “vecchia” che viene risollevata con il passaggio delle automobili.

    Per riportare le emissioni sotto controllo non basta passare ai modelli meno inquinanti (le auto euro-5 e i camion euro-6) – conclude il Rapporto del Centro comune di ricerca di Ispra commissionato dalla Regione Lombardia – E’ necessario anche ridurre le auto in circolazione”.

    Quindi le auto meno inquinanti risolvono metà del problema. Ma occore velocizzare il cambiamento. Londra e Berlino sono gli esempi a cui guardare e sono riuscite nell’intento imponendo l’accesso facilitato nella Low Emission Zone, istituita in queste città alle sole auto a basse emissioni.

    I risultati sono incoraggianti: oggi a Berlino il parco auto circolante è euro-4 al 90%, le polveri nell’area Low Emission si sono quasi dimezzate e gli ossidi di azoto sono scesi del 20%.

    “Anche le politiche della sosta possono servire a indurre l’acquisto di auto più pulite” spiega Luca Trepiedi, studioso della mobilità dell’Isfort di Roma. In certi borghi londinesi (come a Richmond-Upon-Thames) e in cittadine olandesi si sta diffondendo il parcheggio a pagamento commisurato alle emissioni di CO2 delle auto.

    L’altro problema italiano è ridurre drasticamente il numero assoluto di automobili. Città come Milano e Roma hanno un tasso di motorizzazione che si aggira sulle 600-700 auto ogni mille abitanti mentre Berlino, Parigi o Londra si attestano su circa 300-400 auto ogni mille abitanti. Una bella differenza. “Se in città in cui il traffico e la sosta sono malgovernate l’auto si facesse pagare per lo spazio che occupa forse ci potrebbe essere qualche cambiamento positivo”, spiega lo studioso di trasporti Andrea Debernardi.

    Ma in Italia i posti auto sembrano essere un’esigenza irrinunicabile. E non passa giorno in cui non venga inaugurato un nuovo parcheggio, magari sotteraneo. Mentre la politica adottata ormai da una decina d’anni dalle altre metropoli europee va in direzione contraria, puntando convinta alla riduzione dei posti auto.

    “Con questa politica a Parigi negli ultimi dieci anni 15.000 posti auto lungo le strade sono stati tolti a favore delle 1.451 stazioni Velib (per 20.000 biciclette pubbliche), di spazio per motorini, car-sharing e pedoni – raccontano gli autori dello studio sui parcheggi in Europa pubblicato di recente (“Europe’s Parking U-Turn: From Accomodation to Regulation”, ITDP, 2011) – Il risultato di questo giro di vite è una diminuzione del 13% dei chilometri percorsi in auto dai parigini dal 2003 ad oggi“.

    Gli italiani si trovano però a confrontarsi con le croniche carenze di un trasporto pubblico disorganizzato e insufficiente.

    “Segnali di vitalità provengono invece dalle città tedesche e francesi, dove un massiccio programma di investimenti sul trasporto collettivo ha portato alla ricomparsa del tram in centri importanti, come Lione o Nizza e allo sviluppo di tecnologie innovative, come i progetti di tram su gomma e bus ad alto livello di servizio che sono in corso in oltre 15 centri” spiega ancora Luca Trepiedi.

    Ma anche nel nostro Paese si trovano buoni esempi di integrazione fra bici e mezzi pubblici. Parliamo di realtà come Bolzano, Trento o Ferrara, che attraverso linee dedicate, servizi bici-bus o treno, sono riuscite, in alcune zone, a ricondurre il traffico automobilistico a livelli accettabili.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Liberalizzazioni: secondo la Cgia sono state un flop

    Liberalizzazioni: secondo la Cgia sono state un flop

    Le liberalizzazioni  hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani”, è l’amaro bilancio del segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che con il suo Ufficio studi ha preso in esame l’andamento delle tariffe o dei prezzi di 11 beni e servizi che sono stati liberalizzati negli ultimi 20 anni.

    Oggi con il governo Monti si torna a parlare di possibili liberalizzazioni, ma l’associazione degli artigiani di Mestre chiede una profonda riflessione e un attento monitoraggio di quei settori che prossimamente saranno interessati da processi di deregolamentazione.

    Il tentativo di riforma dell’allora governo Prodi nel 2006, il famoso decreto Bersani, carico di aspettative, si è rivelato infatti fallimentare e non ha portato alcun vantaggio per le tasche dei cittadini.

    Anzi  “I prezzi o le tariffe sono cresciute con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale – aggiunge Bortolussi – Purtroppo, in molti settori si è passati da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligarchie controllate dai privati”. In altri termini nessuno ha vigilato affinché le riforme conseguissero davvero i risultati tanto attesi.

    Il settore  delle assicurazioni ha registrato il conto più salato. Dal 1994 ha visto lievitare i prezzi dell’184,1%, contro un incremento dell’inflazione del +43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2 volte in più rispetto al costo della vita).

    Pessime notizie anche sul fronte dei servizi bancari e finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie, etc.). Nonostante uno dei due decreti Bersani avesse introdotto novità come la possibilità di “portare” un mutuo da una banca all’altra – secondo i dati della CGIA di Mestre – nello stesso periodo i costi per i correntisti sono aumentati mediamente del +109,2%, avendo, in questo caso, un aumento maggiore di 2,5 volte rispetto all’inflazione).

    L’unica eccezione è rappresentata da medicinali e tariffe dei servizi telefonici. Grazie alla liberalizzazione, nei rispettivi settori, si è registrato un calo dei prezzi: per i primi è stato dal 1995 ad oggi del 10,9% e per le seconde, tra il 1998 e il 2011, del 15,7%. Forse si tratta dei soli settori in cui davvero si è entrati in un regime di concorrenza.

    “Occorre vigilare perché – conclude il segretario della CGIA – non vorremmo che tra qualche anno molti prezzi e tariffe, che prima dei processi di  liberalizzazione erano controllati o comunque tenuti artificiosamente sotto controllo, registrassero aumenti esponenziali con forti ricadute negative per le tasche dei consumatori italiani”.

     

    Matteo Quadrone

  • Droghe in UE: cresce l’uso di quelle sintetiche

    Droghe in UE: cresce l’uso di quelle sintetiche

    Il consumo di droghe tradizionali come la cannabis e la cocaina sta diminuendo, mentre l’utilizzo di droghe sintetiche continua a crescere. E’ questo il dato più importante emerso dal rapporto annuale dell’Unione europea sulle droghe, presentato il 29 novembre scorso.

    Circa 11 milioni di europei (3,2% degli adulti) hanno provato l’ecstasy e circa 12,5 milioni (3,8%) hanno preso delle anfetamine.

    Ma a destare preoccupazione sono le modalità di utilizzo di una più ampia gamma di sostanze da parte dei consumatori di droga. “La poliassunzione, compresa la combinazione di sostanze illegali con alcol e, talvolta, con medicinali e sostanze non controllate, è diventata il modello dominante di consumo di droga in Europa – si legge nel documento – Questa situazione rappresenta una sfida per le politiche europee in materia di droga e le relative risposte. Nella maggior parte degli Stati membri manca ancora un quadro politico completo per affrontare il problema del consumo delle sostanze psicoattive, e i servizi di erogazione del trattamento devono adattare le proprie prassi per soddisfare le esigenze dei pazienti con problemi correlati al consumo di diversi tipi di sostanze”.

    E poi il fenomeno delle nuove droghe, costantemente prodotte e immesse sul mercato. L’Unione europea ha contato 41 nuove sostanze per il 2010. Prodotti disponibili sulla rete e che si sono diffusi rapidamente in numerosi stati membri, spesso in difficoltà nel combattere la loro vendita.

     

  • Fondi UE: l’Italia spende solo il 18% di quelli disponibili

    Fondi UE: l’Italia spende solo il 18% di quelli disponibili

    L’Unione Europea stanzia miliardi di euro di fondi strutturali destinati agli stati membri per favorire lo sviluppo di aree svantaggiate, dare impulso alle infrastrutture, promuovere l’occupazione giovanile, dare ossigeno a piccole e medie imprese grazie alle commesse dei progetti finanziati.

    Ma di queste risorse quante davvero ogni singolo stato riesce ad utilizzare?

    La media europea si attesta sul 30% di sfruttamento dei finanziamenti disponibili.

    Ebbene sui fondi stanziati per il periodo 2007-2013, l’Italia finora è riuscita a spendere solo il 18% di quanto avrebbe potuto.

    Peggio di noi in tutta Eurolandia è riuscita a fare solo la Romania.

    Considerando che i paesi più virtuosi Germania e Gran Bretagna sono rispettivamente al 38 e al 37%, si comprende alla perfezione il divario che si è venuto a creare fra l’Italia ed il resto d’Europa. E quale opportunità siamo riusciti a gettare al vento in questi anni.

    “Si dovrà operare senza indugio per un uso efficace dei fondi strutturali dell’Unione Europea”, ha ricordato anche il premier Mario Monti quando ha chiesto la fiducia al Senato.

    Ma quali sono le cause di questa pratica masochista?

    Innanzitutto i problemi legati allo sfruttamento delle risorse comunitarie vanno ricercati nell’eccessiva frammentazione degli interventi, nella confusione fra gestione e programmazione, nel dirottamento dei fondi comunitari su programmi poco strategici.

    Insomma in poche parole non c’è la necessaria razionalità nell’utilizzo dei finanziamenti. E soprattutto siamo penalizzati dall’incapacità di programmare nel medio e lungo periodo. La colpa va ricercata inevitabilmente nell’inefficenza della nostra pubblica amministrazione.

    “Troppo lenta la macchina e inadeguate le procedure – spiega Mario Calderini, docente al politecnico di Torino e consulente di molte pubblice amministrazioni nei rapporti con le istituzioni europee – Non c’è armonia né tra i ministeri né tra i vari livelli istituzionali: Stato, Regioni, Province, Comuni. I paesi più virtuosi invece hanno saputo scegliere. Francia e Regno Unito hanno accentrato fortemente sui ministeri, la Spagna ha privilegiato il piano locale”.

    Ifel, fondazione sulla finanza locale dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), in uno studio di qualche mese fa spiegava che i Comuni sono destinatari di quasi un quarto dei fondi Fesr (Fondo europeo per lo sviluppo regionale) 2007-2013 pari ad oltre 30 miliardi di euro.

    A luglio 2011 un comune su 5 aveva un progetto finanziato. E solo 61 progetti, il 2%, superano i 5 milioni di euro. Mentre il 43% è rappresentato da progetti che non superano i 150 mila euro.

    Piccole operazioni che difficilmente potranno avere l’effetto di creare valore aggiunto o di rispondere alle istanze di crescita strutturale.

    Inoltre in una situazione tanto parcellizzata seguire la realizzazione di ogni singolo progetto, monitorarne i progressi e quindi elargire le tranche del finanziamenti è un impresa improba.

    Diventa un’urgenza improcratinabile studiare qualche forma efficace di coordinamento. La soluzione c’è ed altri Paesi l’hanno adottata: creare un ente ad hoc per sostenere chi deve presentare un progetto all’Europa.

     

    Matteo Quadrone

  • Università di Genova: tasse troppo alte?

    Università di Genova: tasse troppo alte?

    tasse universitàPremessa: nel 1997 è stato promulgato un Dpr (Decreto del Presidente della Repubblica) secondo cui le Università non possono far pagare ai propri studenti tasse superiori al 20% del Ffo (Fondo di Finanziamento Ordinario), ossia il contributo che ricevono ogni anno dallo Stato.

    Un’inchiesta pubblicata sul Sole 24 Ore ha mostrato come in Italia esistano ben 33 atenei fuori legge, che fanno dunque pagare tasse eccedenti alla percentuale di cui sopra. Fra queste c’è anche l’Università di Genova, che per la precisione si colloca al 28° posto.

    La media delle tasse pagate ogni anno dagli studenti genovesi è infatti 1.136 €, ossia il 21,1% in più rispetto ai 39,48 milioni di € che lo Stato ogni anno destina al nostro ateneo.

    Una faccenda a cui nessuno ha dato troppa importanza in questi anni, finché la scorsa settimana il Tar della Lombardia ha condannato l’Università di Pavia a risarcire gli studenti che avevano pagato tasse troppo alte. Che sia l’inizio di una serie di ricorsi a catena?

    Marta Traverso

     

     

  • Immigrazione ed emigrazione: i dati che non ti aspetti

    Immigrazione ed emigrazione: i dati che non ti aspetti

    EmigrazioneSecondo i dati Istat del gennaio 2011 il numero degli immigrati in Italia è pari a 4.570.317, il 7,5% della popolazione totale. Una cifra sicuramente identificativa del cambiamento epocale  a cui tessuti urbani come il nostro stanno andando incontro.

    In quel filo sottile fra cronaca e propaganda, la parola “immigrazione” oggi assume spesso i contorni del “problema da risolvere” aprendo dibattiti su temi come sicurezza, delinquenza e criminalità.  Nuovi flussi di persone che arrivano nel nostro Paese, uomini e donne in cerca di fortuna che pagano fior di quattrini per attraversare il Mediterraneo e raggiungere le coste italiane su imbarcazioni di fortuna. Ma sarebbe un grave errore “ridurre” il concetto di migrazione solo ed esclusivamente a questo.

    L’enciclopedia Treccani ci aiuta nella nostra riflessione: la migrazione è “spostamento di una porzione di popolazione dal proprio luogo originario verso un altro”. Quindi i fenomeni di migrazione sono vari e multiformi e non identificabili esclusivamente come fuga da luoghi difficili. Facciamo un passo indietro e proviamo allora a considerare il motivo dello spostamento semplicemente come una “ricerca di opportunità”, qualunque siano le condizioni da cui si parte.

    Ed ecco che vien naturale analizzare il fenomeno inverso: ora che sappiamo quante persone hanno raggiunto l’Italia, quanti Italiani sono emigrati e hanno lasciato il Bel Paese per “ricercare opportunità”?

    Ebbene, il numero delle persone emigrate dall’Italia al 2011 si aggira intorno ai 4 milioni… Come? Vuoi dire che il numero di immigrati e il numero di emigrati in Italia praticamente si equivale? Esatto, l’emigrazione è un fenomeno che colpisce l’Italia fin dalla fine dell’Ottocento e, in questi anni di crisi economica, dal 2008 ad oggi, si registra un aumento continuo.

    Se quattro anni fa erano circa 3 milioni gli Italiani residenti all’estero, oggi , secondo i dati Istat, sono più di 4 milioni , esattamente 4.115. 235, circa  il 7%  della popolazione. Secondo il “Rapporto Italiani nel Mondo 2011” realizzato dalla Fondazione Migrantes, il 55, 3% degli emigrati italiani sono rimasti in Europa, il 39,3% si sono spostati in America poi segue l’Oceania con il 3,2%, l’Africa con 1,3% e l’Asia con lo 0,9%.

    Ecco che improvvisamente la parola “immigrazione” sveste i panni del problema per indossare quelli della risorsa imprescindibile per il futuro della nazione. La ricetta per rilanciare l’Italia non può che passare attraverso piani e strategie per attirare immigrati, offrire loro quelle “opportunità” di cui sopra. Se l’offerta è pari a zero, anche il flusso migratorio rispecchierà questo dato, ma non come numero di persone, bensì in termini di “aspettative”. A puntare l’Italia saranno uomini e donne con aspettative di vita basse, allineate all’offerta del paese ospitante. E non si tratta di un giudizio personale, ma di logica.

    Per comprendere meglio perché abbiamo bisogno di forze nuove, analizziamo i dati riguardanti l’indice di natalità nella nostra Genova. Dal 1985 al 2011 gli abitanti liguri registrano un calo di 146.533 unità, pari all’8,3%. A  Genova la percentuale cresce (meno 12,9%) e il tasso naturale di crescita si attesta su un meno 5,9%. Se, poi, prendiamo in esame le fasce di età vediamo come l’ 11.4% della popolazione, con un età compresa tra 0 e 14 anni, strida con il 61.8% di quelli tra i 15 e i 64 anni, il 26.8% di 65enni, il 6.8% degli over 80. Occorre attirare persone straniere, creare le condizioni favorevoli per un’immigrazione diversificata e eterogenea.

    Gabriele Serpe – Elisabetta Cantalini

     

    ITALIA. Cittadini italiani residenti in Italia e all’estero (2006-2011)

                  AIRE              Donne (v.a.)          Donne (%)          Residenti in Italia           Incidenza Aire

    2006      3.106.251          1.435.150                   46,2                        58.711.372                            5,3

    2007      3.568.532          1.678.862                   47,0                        59.131.287                            6,0

    2008      3.734.428          1.774.677                   47,5                        59.619.290                            6,3

    2009      3.915.767          1.864.120                   47,6                        60.045.068                            6,5

    2010      4.028.370          1.919.547                   47,7                        60.340.328                            6,7

    2011      4.115.235          1.967.563                   47,8                        60.626.444                            6,8

    FONTE: Rapporto Italiani nel Mondo. Elaborazioni su dati Aire e Istat

  • Droghe, la cocaina è la sostanza più consumata in Europa

    Droghe, la cocaina è la sostanza più consumata in Europa

    L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) di Lisbona, in occasione della presentazione della Relazione annuale 2011, avvenuta il 15 novembre, ha stabilito come la cocaina sia la sostanza stimolante illecita consumata più di frequente in Europa.

    Secondo l’Osservatorio, sono 14,5 milioni gli europei tra i 15-64 anni di eta’ che hanno provato almeno una volta la cocaina.

    Ma su questo fronte emerge anche un dato positivo. Secondo la Relazione infatti, arrivano segnali positivi di riduzione dei consumi da quattro dei cinque paesi con i piu’ alti livelli di consumo (Danimarca, Spagna, Italia e Regno Unito). Secondo il rapporto, in questi paesi si registra “un certo calo nel consumo di cocaina nell’ultimo anno tra i giovani adulti (15-34 anni), che rispecchia la tendenza osservata in Canada e negli Stati Uniti”.

    A dissuadere dal consumo, specifica la relazione, anche “l’onere finanziario associato al consumo regolare” che la rende “meno attraente nei paesi in cui l’austerita’ e’ all’ordine del giorno”, con un prezzo medio al dettaglio che nella maggior parte dei paesi dell’Ue “oscilla tra 50 e 80 euro al grammo”. Sul versante delle dipendenze, invece, circa il 17% dei tossicodipendenti che iniziano un trattamento riferiscono la cocaina quale principale droga problematica, mentre vengono segnalati circa 1.000 decessi all’anno correlati alla cocaina.

    Consumo spesso associato al forte consumo episodico di alcol (“binge drinking”). “Studi recenti – spiega la relazione – hanno riscontrato che piu’ della meta’ dei cocainomani in terapia erano anche dipendenti dall’alcol”.

     

  • Crisi, una risposta arriva dalla Green economy

    Crisi, una risposta arriva dalla Green economy

     

    La riconversione ecologica dell’economia può essere il fondamento da cui partire per uscire dalla crisi.

    Il rapporto GreenItaly 2011 di Symbola e UnionCamere, presentato oggi a Milano, evidenzia come la profondità degli effetti della crisi ponga l’intero sistema di fronte alla necessità di un radicale ripensamento del proprio modello di sviluppo.

    Un’impresa su quattro (il 23,9% del totale, ovvero circa 370mila imprese, 150mila industriali e quasi 220mila dei servizi) ha realizzato negli ultimi tre anni, o realizzerà entro quest’anno, investimenti in prodotti e tecnologie che assicurano un maggior risparmio energetico o un minor impatto ambientale.
    Una quota che rappresenta un segnale forte dell’effettiva diffusione di comportamenti aziendali orientati all’eco-efficienza e alla sostenibilità ambientale, considerando che in questo caso siamo di fronte a un universo che contempla sia le micro imprese al di sotto dei 20 dipendenti, dove chiaramente la propensione a investire è più contenuta, sia tutto il settore dei servizi privati costituto da diverse attività che, per chiare ragioni di natura strutturale o legate al basso impatto ambientale, possono non essere particolarmente inclini alla realizzazione di investimenti green.

    Inoltre un terzo delle imprese che investono in tecnologie green vanta una presenza sui mercati esteri (34,8%), quota quasi doppia rispetto a quella rilevata per le imprese che non puntano sulla sostenibilità ambientale (meno di due su cinque, pari al 18,6%).

    Per quanto riguarda i settori questa visione strategica lungimirante è chiaramente più diffusa nella manifattura, dove la quota di imprese che realizzano investimenti green sfiora il 28% a fronte di un più ridotto 22% nel terziario. E tra le attività manifatturiere, oltre alla chimica e alle attività connesse sostanzialmente all’energia (prodotti petroliferi e public utilities), spicca la filiera della meccanica, mezzi di trasporto, elettronica e strumentazione di precisione, assieme alla lavorazione dei minerali non metalliferi, dove un’impresa su tre si dedica alla realizzazione di investimenti tesi a ridurre l’impatto ambientale delle proprie produzioni.

    La classifica regionale per incidenza delle imprese green sul totale vede in testa il Trentino-Alto Adige (con il 29,5% di imprese che investono in tecnologie green) seguito dalla Valle d’Aosta (27,3%), seguono le cinque regioni meridionali con valori tra il 27,2% del Molise e il 25% dell’Abruzzo, passando per la Basilicata, la Puglia e la Campania; con valori di poco superiori al 24% si posizionano poi la Lombardia, il Friuli-Venezia Giulia, il Veneto e il Piemonte. Per quanti riguarda i valori assoluti, invece, la Lombardia guida la classifica con 69.330 imprese che investono nel green, seguita da Veneto con 32.250 imprese e Lazio con 30.240 imprese.

    Anche per quanto riguarda l’occupazione, la green economy sembra possedere una marcia in più tanto che nel 2011 il 38% delle assunzioni programmate dalle imprese è riconducibile alla sostenibilità ambientale. Si tratta di più di 220.000 assunzioni sul totale di quasi 600.000 previste dalle imprese nel 2011. Di queste circa la metà, 97.600 assunzioni sono legate a professioni green in senso stretto (legate agli ambiti delle energie rinnovabili, gestione delle acque e rifiuti, tutela dell’ambiente, green mobilities, green building ed efficienza energetica).

    «Sotto le ceneri depositate dalla crisi arde la brace della green economy – spiega Ermete Realacci, Presidente di Symbola – E’ una sfida che l’Italia può vincere se saprà cogliere nelle caratteristiche del suo sistema produttivo le radici di una scommessa sul futuro. Quello che emerge nella ricerca che oggi presentiamo, ci dice che la green economy, a maggior ragione nel grave periodo che stiamo vivendo, è una delle strade principali per rilanciare, su basi nuove e più solide, l’economia italiana. Una prospettiva che nel nostro Paese si incrocia con la qualità, la coesione sociale, il talento, l’innovazione, la ricerca, fattori fondamentali per rendere competitivi i territori e le nostre imprese. Quanto emerge oggi è un’indicazione importante anche per il futuro Governo».

     

  • Salute, Diritti al taglio: stati d’animo, bisogni e critiche dei cittadini

    Salute, Diritti al taglio: stati d’animo, bisogni e critiche dei cittadini

     

    “Nei prossimi anni il rispetto del principio di equità di accesso alle cure sarà messo a dura prova, aggravando le disuguaglianze già esistenti tra i diversi sistemi sanitari regionali”, si legge anche questo nel 14° Rapporto Pit Salute, intitolato “Diritti al taglio”, redatto da Cittadinanzattiva e presentato questa mattina presso l’auditorium del Ministero della Salute.

    Questo testo è il principale strumento attraverso il quale il Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva fornisce ogni anno una fotografia del Servizio Sanitario Nazionale dal punto di vista del cittadino. Il Rapporto viene infatti realizzato attraverso la raccolta e l’elaborazione delle segnalazioni provenienti dai cittadini che contattano annualmente il Servizio PiT Salute, le sedi del Tribunale per i diritti del malato e i servizi PiT locali.

    Il Rapporto 2011 esamina 23.524 segnalazioni relative al periodo di tempo che va dal 1 gennaio al 31 dicembre 2010.

    I dati raccolti e presentati, come in ogni edizione dal 1996 ad oggi, costituiscono una sorta di termometro delle situazioni di malessere con le quali si misurano i cittadini nel loro contatto con i servizi sanitari e per questo possono essere considerati indicatori significativi dei temi sui quali puntare l’attenzione nel contesto della sanità italiana.

    “Questa edizione presenta un quadro molto allarmante dello stato dei servizi socio-sanitari nel nostro Paese, effetto della profonda crisi del nostro sistema di welfare – è scritto nell’introduzione al rapporto – le persone toccano con mano il progressivo impoverimento del sistema sanitario, notando che laddove c’era un presidio oggi non c’è più o viene ridotto; laddove vi era la possibilità di usufruire di prestazioni in modo gratuito, oggi c’è da metter mano al proprio portafogli“.

    Il Rapporto contiene informazioni su dieci aree di riferimento: malpractise e sicurezza delle strutture; liste d’attesa; informazione e documentazione; assistenza territoriale; invalidità e handicap; accesso ai servizi; assistenza ospedaliera; umanizzazione delle cure; assistenza farmaceutica; patologie rare.

    Sono almeno quattro i dati che emergono con evidenza dallo studio:
    innanzitutto il perdurare di problemi storici come i presunti errori sanitari (la cosiddetta malpractise è la prima voce con il 18,5% delle lamentale dei cittadini, +0,5% sul 2009) e i lunghi tempi di attesa (16%, nel 2010, 15% nel 2009); per quanto riguarda invalidità e handicap le segnalazioni subiscono un incremento notevole passando dal 9,1% del 2009 al 10,3% nel 201o; infine preoccupa l’ascesa di segnalazioni relative alle difficoltà di accesso ai servizi che passano dal 5,5% nel 2009 a quasi il 10% nel 2010.

     

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

     

     

     

  • Homeless in Italia, una ricerca sul fenomeno dei senza dimora

    Homeless in Italia, una ricerca sul fenomeno dei senza dimora

    Una persona è considerata senza dimora quando versa in uno stato di povertà materiale e immateriale, connotata dal forte disagio abitativo, cioè dall’impossibilità e/o incapacità di provvedere autonomamente al reperimento e al mantenimento di un’abitazione in senso proprio.

    Il fenomeno, che costituisce un elemento ricorrente di marginalità sociale nei paesi economicamente avanzati, è difficile da misurare ed è poco indagato.

    Per colmare tale lacuna informativa l’Istat, insieme al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, alla Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) e alla Caritas Italiana, ha aperto un nuovo fronte di ricerca finalizzato a delineare un quadro approfondito del fenomeno delle persone senza dimora e del sistema di servizi formali e informali ad esse destinati sul territorio italiano.

    E proprio oggi a Roma sono stati presentati i dati prodotti dalla prima fase della ricerca.

    Sono 727 gli enti e le organizzazioni che, nel 2010, hanno erogato servizi alle persone senza dimora nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta la rilevazione. Essi operano in 1.187 sedi ed ognuno eroga, in media, 2,6 servizi, per un totale di 3.125 servizi.

    Un terzo dei servizi riguarda bisogni primari (cibo, vestiario, igiene personale), il 17% fornisce un alloggio notturno, mentre il 4% offre accoglienza diurna.

    Molto diffusi sul territorio sono i servizi di segretariato sociale (informativi, di orientamento all’uso dei servizi e di espletamento di pratiche amministrative, inclusa la residenza anagrafica fittizia) e di presa in carico e accompagnamento (rispettivamente, 24% e 21%).

    I servizi di supporto ai bisogni primari hanno un’utenza annuale quasi venti volte superiore a quella dei servizi di accoglienza notturna e più che doppia rispetto a quelli di segretariato sociale e di presa in carico e accompagnamento.

    Gli enti pubblici erogano direttamente il 14% dei servizi, raggiungendo il 18% dell’utenza. Se ad essi si aggiungono i servizi erogati da organizzazioni private che godono di finanziamenti pubblici, si raggiungono i due terzi sia dei servizi sia dell’utenza.

    “I dati presentati oggi da ISTAT- commenta Paolo Pezzana, presidente della Fio.PSD – ci ricordano che nel Paese c’è una fascia importante e secondo la nostra esperienza crescente, di persone che non riescono a soddisfare con le loro risorse e capacità neppure i propri bisogni primari e che dunque dipendono letteralmente per la sopravvivenza dalle risorse della comunità in cui si trovano (per la Fio.PSD sono 60 mila). Sapremo quante e chi queste persone siano completando l’indagine nei prossimi mesi, ma sappiamo sin d’ora che la soddisfazione di tali bisogni assorbe la maggior parte delle energie dei servizi che alla grave emarginazione si dedicano. Il dato ci dice anche che nel nostro Paese la risposta pubblica, diretta o indiretta, arriva a coprire circa la metà del fabbisogno che tali servizi vanno ad integrare, il resto lasciato alla spontanea azione di enti ed organizzazioni private che agiscono la loro missione, senz’altro di pubblica utilità, senza legame con le pubbliche autorità.”

    La maggior parte delle realtà del nostro Paese sembra essere appiattita su un intervento di mero contenimento del fenomeno, legato all’emergenza ed all’assistenza primaria e non alla promozione di un effettivo tentativo di reinclusione sociale – aggiunge Pezzana – Quali risorse hanno a disposizione gli operatori, in larga parte professionali, impegnati in tali servizi, per dare un seguito ai percorsi che propongono alle persone, se i servizi di cui i loro sistemi sono dotati non offrono loro che risorse di “bassa soglia” o “primo livello” ? Come connotare la dimensione promozionale ed educativa dei percorsi che si propongono alle persone se il sistema non è configurato per questo?”

    L’impegno di Fio.PSD prosegue nella seconda fase della ricerca (www.ricercasenzadimora.it), che si svolgerà in tutta Italia a partire dal 20 Novembre e consisterà nello svolgimento di oltre 5000 interviste che mirano a definire numeri e profilo delle PSD presenti su territorio nazionale.

     

    Matteo Quadrone