Anno: 2012

  • Scatti dall’Africa: bando di concorso fotografico

    Scatti dall’Africa: bando di concorso fotografico

    La rivista Africa ha indetto la seconda edizione del concorso fotografico estivo ispirato a questo continente. La partecipazione è gratuita e aperta a fotografi professionisti e non, senza limiti di età e di provenienza geografica.

    Questi i requisiti di partecipazione:
    – Ogni candidato può partecipare con un massimo di 5 scatti.
    – Le immagini devono essere in formato digitale (base minima 2000 pixel, a 72 dpi), a colori o in bianco e nero.
    – Le immagini devono essere accompagnate da, titolo, luogo e data dello scatto, oltre a una presentazione scritta dell’autore.
    Gli scatti devono essere inediti e originali, non premiati da altri concorsi e scattati da non più di cinque anni.

    I candidati devono inviare i propri scatti fotografici entro il 31 agosto 2012 via e-mail a: concorso@padribianchi.it o via posta a: Redazione Africa, Cas. Post 61 – 24047 Treviglio (BG).

    Saranno premiate quattro fotografie, che verranno pubblicate sul numero 6/2012 (novembre-dicembre) di Africa e sul sito web della rivista. Verrà inoltre assegnato un Premio del Pubblico tramite i voti espressi sulla pagina Facebook della rivista: il vincitore sarà invitato a partecipare gratuitamente a un workshop che si terrà l’1-2 dicembre.

    [foto di Diego Arbore]

  • Scozia: Glasgow, Edimburgo, le Orcadi e le Highlands

    Scozia: Glasgow, Edimburgo, le Orcadi e le Highlands

    Un’antica leggenda narra di un castello scozzese che durante una notte stellata venne circondato da alcuni Vichinghi intenti ad assediarlo e occuparlo. Alcuni di essi erano scalzi e per essere sicuri di dove poggiavano i piedi videro un campo pieno di fiori colorati; quei bellissimi fiori erano dei cardi, costituiti da petali colorati di un viola molto acceso e costituiti da un gambo spinosissimo tanto da non poter neanche coglierlo a mani nude. Nel momento in cui i piedi dei Vichinghi vennero a contatto con le spine si alzò un urlo che echeggiò fino al castello svegliando gli abitanti che riuscirono a sventare l’assedio e a scacciare il nemico. Da quel momento il cardo divenne il simbolo della Scozia e venne chiamato Guardian Thistle, ovvero il Cardo Guardiano.

    Questa storia mi colpì a tal punto da fare mio il simbolo e portarlo nel cuore per tutta la vita grazie anche all’esperienza che vi racconterò, tre settimane in giro per uno dei posti più belli della terra, uno dei più incontaminati e ricco di tradizioni, la Scozia.

    Decidemmo di partire per questo viaggio io e il mi amico Matteo, muniti di macchina fotografica, qualche soldino in tasca e una auto presa a noleggio. Atterrammo a Glasgow, una mattina piovosa di agosto ma il tempo non diminuiva le mie emozioni, un sogno si era appena realizzato e non vedevo l’ora di iniziare l’avventura. Ci recammo subito a Glasgow con un bus, l’aeroporto dista pochi km dal centro e cercammo subito un alloggio poiché eravamo sprovvisti di un letto per la notte. Inaspettatamente non si trovava nulla poiché il centro non è ricco di B&B e non avevamo ancora la macchina per poter cercare fuori dalla città. Grazie a un ufficio del turismo trovammo il Manor Park Hotel, un alberghetto molto ben curato con caminetto in camera e letto a baldacchino con coperte e tende in tipico tessuto scozzese.

    La città ricorda molto quelle Inglesi, sia come aspetto che come accento degli abitanti, l’aria  fresca e il tempo piovoso.  Glasgow è sempre in movimento, è una città giovane e ospitale, ricca di locali e disco pub che permettono di ballare e divertirsi con dell’ottima musica anni 70 e del sano rock and roll. Il mattino seguente, una domenica, ci alzammo presto per recarci a visitare la città. Quella mattina Glasgow era casualmente luogo di una commemorazione di ex-militari che sfilavano per le vie del centro. Quasi tutti per l’occasione indossavano il tipico Kilt, il famoso gonnellino che tutti conosciamo e con il quale identifichiamo lo scozzese, visto dal vivo e sul posto però lascia un segno indelebile nella memoria.

    Il giorno dopo, noleggiammo l’auto, prendemmo subito una multa per sosta vietata e ci spostammo a Edimburgo. Raccontare cosa si prova appena vedi Edimburgo non è semplice, l’emozione è difficile da spiegare, una città vecchia ma perfettamente tenuta, arroccata ai piedi di un castello che sovrasta la città circondata da antiche mura con dei vecchi fossati un tempo pieni d’acqua, diventati lunghi ed enormi prati sui quali leggere libri al sole o fare picnic con la famiglia.

    Decidemmo di trovare un alloggio fuori dal centro storico (la via principale taglia affascinanti vicoli in pietra con illuminazioni in ferro battuto che ricordano i vecchi lumi di inizio novecento…) poiché anche qui scarseggiavano e quei pochi hotel erano fuori dalla nostra portata. Una volta sistemati ci recammo in centro per visitare la città e il castello che per giungervi era necessario seguire la via reale, segnata da piccole coroncine incastonate nel porfido e popolata da turisti e numerosi saltimbanco artisti di strada e musicisti.

    Ci spiegarono che di lì a poco nella spianata di fronte all’entrata principale del castello si sarebbe svolto il Military Tattoo, una parata militare delle nazioni affiliate al regno unito che per l’occasione preparavano balli, rappresentazioni e suonate delle bande militari. Ci dissero anche che era impossibile trovare i biglietti poiché essendo un evento importantissimo sia a livello nazionale che a livello mondiale, le prenotazioni venivano chiuse mesi prima e che potevamo anche tornare indietro. Si dice che la fortuna aiuta gli audaci, decidemmo di restare nei dintorni dell’entrata per sperare nel colpo di fortuna che puntualmente arrivò. Una scolaresca con due defezioni per indisposizione ci chiese se avevamo bisogno di due biglietti che ovviamente accettammo senza neanche dover pagare nulla. Ci accomodammo sugli spalti ignari di quello dovevamo vedere.

    Alla nostra destra avevamo il castello, illuminato quanto bastava per renderlo spettacolare, di fronte a noi la spianata dell’esibizione mentre a sinistra un palco reale nel quale arrivò il principe Filippo Duca di Edimburgo tra gli applausi e la standing ovation del pubblico. Lo splendido tramonto e il cielo stranamente terso rendeva ancora più emozionanti le esibizioni che si susseguivano tra balli e suonate classiche e contemporanee, tra le più affascinanti “Sailor” di Rod Stewart suonata dall’orchestra scozzese e le esibizioni delle compagnie norvegesi e australiane.
    Il bello però doveva ancora venire, la rappresentazione finale della battaglia di Scozia contro gli Inglesi fu indimenticabile, giochi di luce , fuochi d’artificio e esibizioni di guerra fino al gran finale… improvvisamente si accese una luce sulla torre del castello e in mezzo alla quale si stagliava la sagoma di un uomo in kilt con la cornamusa che iniziò a suonare “Scotland the brave” , uno degli inni non ufficiali della Scozia.
    La commozione mi pervase, fu uno degli spettacoli più belli a cui abbia mai assistito.

     

    Dopo aver visitato la città per tre giorni, proseguimmo verso la tappa successiva, Stirling, un piccolo paesino a nord di Edimburgo, noto per una famosa battaglia e per essere stato l’avamposto di William Wallace, per chi non lo ricorda, il mitico protagonista di Braveheart interpretato da Mel Gibson, il quale fece costruire una torre di vedetta alta 67 metri e costituita da 266 gradini dalla quale si può vedere un panorama a 360 gradi per diversi km di distanza, utile un tempo per avvistare i nemici in arrivo. Alla base della torre una statua raffigurante William Wallace , sicuramente poco affascinante visto che in pratica anziché Wallace è rappresentato Mel Gibson.

    In Scozia, quantomeno fuori dalle grandi città, è semplicissimo trovare alloggio in comodi e confortevoli Bed & Breakfast che offrono un letto pulito con servizi e una colazione comprensiva di bacon, uova, fagioli, salsiccia e in alcuni si può trovare anche il black o il white pudding, un rotolino di carne che solo tornato in Italia scoprii essere a base di sangue raffermo di maiale, comunque molto gustoso.
    A Stirling trovammo un B&B solo in tarda serata ma comunque in tempo per mangiare qualcosa nel deserto pub del paese. Mentre gustavamo la nostra birra in mezzo a neanche una decina di persone compresi i proprietari arrivò un tizio con una chitarra e si sedette su un tavolo a strimpellare. Dieci minuti dopo entrarono due signore sulla mezza età con due violini e si sedettero vicino al chitarrista e dopo un breve cenno iniziarono a suonare. Entrarono poco dopo altri strumenti con le relative persone e ognuno di essi si univa alla musica, gli abitanti del paese suonavano e ballavano canzoni folkloristiche Scozzesi, si riunivano alla sera senza darsi appuntamento e creavano un ambiente magico, per loro e per i fortunati visitatori.

    Il giorno seguente visitammo il castello di Stirling e proseguimmo vero nord, lungo la strada incontrammo fabbriche di whisky, prati verdi, strane mucche dalla frangia sopra gli occhi e un curioso caprone da guardia legato all’interno di un giardino come un cane.
    Ci fermammo a Perth, nulla a che vedere con l’Australia, una città situata sulle rive del fiume Tay e un tempo importante sede politica del parlamento Scozzese. Anche qui si trova un bellissimo castello da visitare insieme ad alcune rovine in un bellissimo contesto naturale.

    Nei giorni successivi salimmo verso nord passando dai paesi di Laggan e Fort William, quest’ultimo situato in prossimità del Ben Nevis, il monte più alto della Gran Breatgna. Fort William è anche uno snodo importante perche si trova nel mezzo della Scozia e nelle sue vicinanze si trova Fort August, il paese che è alla base sud del mitico Lago di Lochness. Il Lago è lungo circa 37 km e si estende nella valle del Great Glen da Fort August alla città di Inverness, la cosa che colpisce è la natura incontaminata che lo circonda e le sue dimensioni, soprattutto la lunghezza, tanto che ci si chiede davvero se nelle sue acque non si nasconda il leggendario mostro.

    Inverness si trova all’estremità nord del lago e ci arrivammo dopo averlo percorso in tutta la sua lunghezza. La città è considerata la capitale del Nord delle Highlands per la sua grandezza e mostra tratti somatici decisamente più nordici, al suo interno scorre il fiume Ness che gli conferisce quel tocco in più per le cartoline e le foto di rito. Molti viaggiatori si fermano a Inverness e ritornano indietro passando per la costa ovest, ma per fortuna noi non eravamo sazi e continuammo a salire verso le Highlands più selvagge, dove si fatica a trovare una casa nel raggio di km e le verdi distese di prati e foreste si intervallano accompagnate da piogge a tratti più o meno intense.
    Quando cessava di piovere e il sole si faceva largo tra le nuvole , i colori si accendevano magicamente come se qualcuno colorasse con pennelli a olio un quadro in bianco e nero. Guidammo lungo la costa est sopra Inverness per diverse ore, e nel tragitto incontrammo lunghe terrazze di prati verdi a picco sul mare con mucche e pecore al pascolo, e qualche piccolo paese.

    Superato il borgo di Dornoch ci trovammo di fronte una collinetta con una spianata sulla sua sommità dove un nutrito gruppo di persone e famiglie con banchetti con cibi caldi stavano assistendo ad alcuni giochi e incuriositi ci fermammo a guardare cosa stava succedendo. La fortuna volle che quelli erano gli Highland game, una sorta di olimpiade locale con giochi e prove di ogni genere in ricordo dell’orgoglio scozzese. Le famiglie stendevano la coperta in Tartan, ognuna di colori diversi, creando un tappeto variopinto in perfetto scottish style. Le prove andavano dalle gare di cornamusa o di balli folkloristici mentre le prove di forza andavano dal lancio del tronco d’albero al lancio del peso per finire con il tiro al piattello, ovviamente i partecipanti indossavano l’inconfondibile Kilt in tartan del colore della famiglia o clan di provenienza.

    Un tempo il tartan distingueva i vari Clan scozzesi e ancora oggi alcune zone della Scozia possiedono il loro colore ufficiale di questo tipico tessuto. Rimanemmo colpiti da questi giochi, ci rendemmo conto di quanto questa gente tiene alle tradizioni, gli Highland game risalgono al XI secolo e non sono cambiati nel tempo, continuano a svolgersi in svariati luoghi nel mondo in onore della Scozia.

    Proseguimmo in direzione di Thurso, il paese più a Nord della Scozia, nel tragitto non trovammo abitazioni, solo verde, pioggia e capre in libertà. Giunti in paese trovammo uno splendido B&B proprio davanti alla spiaggia, una distesa di sabbia talmente fine da far invidiare alcuni posti tropicali dove alcuni bambini giocavano con l’aquilone e una coppia raccoglieva conchiglie. Ci recammo prima nel porticciolo per cercare gli orari dei traghetti per le Isole Orcadi, e poi in centro poiché fino al mattino seguente non c’erano imbarcazioni disponibili. Il centro di Thurso pareva vuoto, calmo, pochi pub, un negozio di dischi e qualche attività aperta, a mio modo di vedere molto rilassante e piacevole. Trovammo una splendida giornata di sole e ce la godemmo fino a tarda sera, passeggiando, fotografando particolari e giocando a pallone in spiaggia, fino a quando il giorno volse al termine e il sole abbandonò la scena lasciando il posto ad uno splendido tramonto. La sera mangiammo in un pub e verso mezzanotte tutto il paese si popolò di gente, feste in maschera, addii al celibato e gruppi di ragazze che vagano per le vie in cerca di qualcosa da bere.
    Poi finimmo in un enorme discoteca che quella sera prevedeva una cover band dei Texas, il gruppo pop Scozzese, la cantante era praticamente una sosia e alcuni esagitati sotto il palco sembravano assistere realmente a un loro concerto.

    Il mattino ci alzammo presto e ci recammo con largo anticipo nel piccolo porto e aspettammo il traghetto seduti sulla banchina del porto. Vedemmo arrivare qualcosa che non era una nave, era molto più piccola e dolce, era una foca che lentamente stava venendo verso di noi con la testa fuori dall’acqua.
    Ci imbarcammo al mattino presto per affrontare tre ore di navigazione attraversando scogli giganti , piccole isolette e un mare piuttosto agitato. Arrivammo al porto di Stromness intorno alle 8, tutto era ancora chiuso e camminammo per le vie deserte in mezzo a muri di pietre e piccoli vicoletti tutti sfocianti verso il mare. In questi luoghi incantevoli ogni casa dà sul mare e ognuno ha a disposizione la sua barchetta posteggiata sotto la finestra.

    Qualche anziana signora faceva la maglia fuori dalla finestra con dei gatti che gironzolavano in cerca di qualcosa da mangiare. Il centro di Stromness è molto grazioso ed è anche visitato da turisti poiché resta comunque a poche ore di navigazione dalla Scozia, si possono trovare negozi di artigianato e ristoranti di pesce appena pescato. Uno di questi ristoranti si trovava vicino al porto, osservammo dei marinai in un classico maglione a righe bianche e azzurre, scaricare pesce e crostacei al gestore della cucina e incuriositi e affamati decidemmo di fermarci a mangiare proprio li. Mi abbuffai di cozze e presi una terrina di salmone e pesce bianco gratinato che era la fine del mondo, indubbiamente mangiai un pesce di alta qualità riuscendo anche a non alleggerire troppo il portafoglio. Per aiutare la digestione camminammo lungo una strada sterrata che percorreva il profilo della costa in mezzo a scogli, foche e pulcinelle di mare. Nel tragitto incontrammo un vecchio marinaio che passeggiava senza nulla da fare godendosi la brezza marina e il panorama, ci raccontò di essere stato a Genova durante la guerra e di ricordarsi bene alcune vie e quartieri, tra le quali ovviamente Via Prè.

    Ci imbattemmo poi in uno splendido campo da golf a picco sul mare e andammo a prendere il bus per poter andare nell’altro porto , quello di Kirkwall, dove avremmo dovuto prendere la nave per le isole Shetland. Il viaggio fu difatti più impegnativo, otto ore di navigazione notturna in questa imbarcazione composta da una decina di passeggeri e altrettanti membri dell’equipaggio.

    Sbarcammo anche a Lerwick molto presto, nel porto erano presenti oltre a normali imbarcazioni, anche alcune navi in stile vichingo, probabilmente per qualche manifestazione. Mi sarei aspettato un luogo più incontaminato e invece le Isole Shetland sono molto più autonome rispetto alle Orcadi, forse proprio per la distanza dalla Scozia che le ha rese più intraprendenti… Decidemmo di prendere un bus di linea per visitarla tutta e salimmo sul primo che passava senza badare alla destinazione, pensavamo che non sarebbe andato poi così lontano. Fece il giro dell’isola, vedemmo abitazioni isolate su piccoli lembi di terra sul mare, anche qui tutte case indipendenti con la barchetta legata fuori e distanti alcuni km dal cento abitato più vicino. Lo scenario era mozzafiato, il verde deil’erba, il blu del mare, il bianco delle nuvole e l’azzurro del cielo si mischiavano ai miei occhi come la tavolozza dei colori di un pittore.
    Al capolinea del bus salì una famiglia al completo, due persone anziane e due più giovani con una bambina in braccio avvolta in una coperta. Nel tragitto del ritorno chiedemmo se vivevano li e ci risposero che la loro casa era proprio vicino al capolinea e che stavano portando la bambina dal pediatra e che quel giorno siccome non era disponibile il loro dottore dovevano andare fino alle isole Orcadi. Mi colpì molto questa storia e mi resi conto che non è tutto oro quel che luccica, nonostante lo spettacolo naturale non sarebbe semplice per noi, abituati alle comodità sotto casa, vivere in una realtà così diversa.

    Dopo aver visitato l’isola tornammo verso il traghetto, lo prendemmo nel primo pomeriggio e arrivammo alle Orcadi in tarda nottata, fortunatamente trovammo prima un taxi che ci portò nella zona del porto e poi un letto per dormire, il mattino seguente saremmo dovuti partire di nuovo presto.
    Una volta ritornati in Scozia iniziammo il viaggio di ritorno passando dalla costa ovest attraverso Ullapool, il lago di Kyle of Lochalsh e per altri territori completamente disabitati.
    Finalmente arrivammo all’Isola di Skye dove trovammo subito un B&B sul bellissimo porticciolo caratterizzato da case colorate e ristoranti di pesce. L’isola di Skye presenta un paesaggio molto vario nonostante le modeste dimensioni si possono trovare alte montagne e splendidi prati, abitati da una particolare fauna.

    La strada del ritorno cominciò ripassando da Fort William ma passando per la costa del sud Ovest, dove trovammo oltre che i soliti B&B anche uno splendido cottage, una casetta costruita in pietra con il caratteristico tetto in paglia. Ritornammo a Glasgow per passare l’ultima notte e riprendere l’aereo che ci riportava a casa il mattino seguente, felici di raccontare ciò che avevamo visto ma tristi al pensiero di lasciare quella terra magica.
    Non è facile rendere alcune emozioni scrivendo qualche riga, ci sono posti come la Scozia che devono essere vissuti, visitati e esplorati in ogni angolo, per lasciarsi abbracciare dalla loro cultura e tradizione e da una bellezza naturale fuori dal comune.

    Diego Arbore

     

     

  • Rock around the clock, la “musica nuova” e l’ industria discografica

    Rock around the clock, la “musica nuova” e l’ industria discografica

    Gioventù BruciataTuttavia questo rifiuto dell’American Way of Life non riguardò solamente artisti ed intellettuali. Infatti, anche molti “giovani qualunque” avvertirono questo disagio e, benché sprovvisti degli strumenti culturali per individuarne le cause profonde, iniziarono a dare chiari segni di non accettazione di uno stile di vita freneticamente proteso all’accumulo di denaro, al “farsi una posizione” e, in definitiva,  ai loro occhi, senza senso.

    Certo, si parlerà di “gioventù bruciata” (di cui l’attore americano James Dean diventerà esempio e simbolo) protagonista di un ribellismo autodistruttivo, violento, senza sbocchi, senza “progettualità sociale” o voglia di riscatto: autoreferenzialmente proteso a “vivere l’oggi”, indifferente a tutto il resto. Può essere utile ricordare che il titolo originale di “Gioventù bruciata” – il film di N. Ray del 1955 con, appunto, James Dean, nel ruolo di protagonista – era “Rebel without cause” (ossia: “Ribelle senza causa”, titolo del libro di R. Lindner a cui il film si ispirava). E aggiungo che questo seguiva di soli due anni un altro film che illustrava un analogo tipo di “ribellismo perdente”: si tratta de “Il selvaggio” del 1953, con Marlon Brando, che a sua volta era contemporaneo de “Il seme della violenza” (1955), uno dei primi film sul disagio giovanile.

    In questo clima nasceranno le “bande”, le “gang”, fenomeno – almeno inizialmente – tipicamente metropolitano, tentativo di affermare, anche violentemente, un’identità con propri valori, leggi, comportamenti, linguaggi, in contrapposizione ad un mondo “esterno” che viene rifiutato, da cui ci si deve difendere e che tutt’al più, all’occorrenza si “usa” (ad esempio rifiutando radicalmente il modo di vivere “borghese” ma rivendicando fieramente la capacità di sapersi inserire, opportunisticamente, nelle pieghe della stessa opulenza borghese, usufruendo, ad esempio, dei sussidi sociali, vivendo di espedienti ecc…).

    A questo punto vorrei soffermarmi a rimarcare l’enorme importanza svolta da questi primi film, ambientati nel “mondo giovanile”. Tali film, infatti, vennero ad esercitare una duplice funzione: da un lato servirono da catalizzatori, da “riferimenti identitari”, per i giovani che già vivevano quei conflitti, dall’altro svolsero un ruolo amplificativo, mostrando certi atteggiamenti, mode, umori giovanili, nel loro svolgersi quotidiano. Ma c’è di più, non furono solo uno specchio dei comportamenti ribelli di una parte di quella generazione, con quei film, iniziò ad acquistare importanza la colonna sonora. Ebbero quindi un ruolo decisivo nella formazione e diffusione di un costume musicale in sintonia con i comportamenti sociali.

    Ad esempio, nella colonna sonora de “Il seme della violenza” c’era “Rock around the clock”, sconvolgente rock’n’ roll di Bill Halley, uscito nel 1954. E questa si che era una “musica nuova”: dissacrante, violenta, fisica (il corpo veniva messo in gioco liberamente, lontano da tutti i cliché dei balli correnti) sentita dai giovani americani (…e poi da tutti i giovani) come espressione sonora della loro rabbia e come affermazione di una diversa identità rispetto al quieto vivere borghese. Percepita come genuina perché – almeno nella fase iniziale – non fu un frutto delle “strategie discografiche” ma proveniva dai giovani stessi, dall’ambiente dei locali, finché qualche dj intraprendente, non iniziò di sua iniziativa a programmarla in qualche radio. Possiamo dire che “arrivò” alle case discografiche. Alcune addirittura, inizialmente, snobbarono queste nuove musiche ritenendole “roba da negri”. Tutte, ben presto, fiutarono l’enorme business internazionale e, in un certo senso, possiamo affermare che la moderna industria discografica nasce proprio in quegli anni, con il “rhythm & blues” e il “rock’n’ roll”.

    Gianni Martini

  • Beatlesday: il mito del quartetto di Liverpool rivive a Riva Trigoso

    Beatlesday: il mito del quartetto di Liverpool rivive a Riva Trigoso

    The BeatlesUn’intera giornata per rievocare il mito dei Beatles, il quartetto di Liveropool che ha cambiato la storia della musica e che ancora oggi è capace di emozionare milioni di persone in tutto il mondo. Questo e molto altro è Beatlesday,  l’evento organizzato domenica 12 agosto dal bar e Hotel 4 Venti in località Borgo Renà, Riva Trigoso.

    A partire dalle 9.30 fino a notte inoltrata sono in programma una mostra di dischi e memorabilia, stands con vendita gadget e dischi, pranzo con Beatles menù, aperitivo Strawberry Field a buffet ed estrazione biglietti lotteria, cena con muscolata ad offerta libera, concerto dei Beatbox. Lo scopo delal giornata è quello di raccogliere fondi a favore dell’AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla.

    Il programma della giornata prevede:

    ore 9.30 inizio giornata dedicata ai leggendari Beatles con mostra di dischi e memorabilia dall’archivio di Luciano La Bollita e vendita biglietti della lotteria Beatles

    ore 10 apertura stands con vendita gadgets e dischi e altro legati all’evento

    ore 12.30 Beatles Menù -presso Bar 4 Venti focaccina pancetta, wurstel e mozzarella, bibite in lattina o bottiglietta d’acqua, coppa di fragole a 8,50 euro.

    Dalle ore 18 Aperitivo Strawberry Field a buffet con purea di fragole fresche e spumante a 6 euro

    Ore 18 estrazione lotteria Beatles

    Ore 18.30 concerto di Franco Bampi con i Beatles cantati in genovese

    dalle ore 19 Cena promossa dal C.I.V. di Riva Trigoso (Levante): muscolata, calamarata preparata dai cuochi dell’Hotel 4 Venti, salsicce di Castiglione alla piastra preparate dallo staff del bar 4 Venti

    Ore 21.30 Concerto dei Beatbox presentato da Valentina Rossi

    Appuntamento in Via Vespucci (Renà), ingresso libero

  • Ri-crea: bando di concorso per artisti del riciclo creativo

    Ri-crea: bando di concorso per artisti del riciclo creativo

    Rifiuti raccolta differenziataRi-crea festival è un evento che si tiene ogni anno in Lazio e Puglia e promuove nuove forme d’arte attraverso il riciclo creativo.

    Nell’ambito della prossima edizione gli organizzatori hanno indetto il concorso artistico nazionale “Ri-crea, il concorso” dedicato ad arte (pittura e scultura), design e arredamento, audio/video, musica e moda attraverso la reinterpretazione in chiave creativa e/o la ri-creazione di oggetti, materiali e prodotti già usati: le opere selezionate confluiranno nel primo nucleo del Museo del Riuso di Puglia.

    Il concorso è aperto a tutti gli artisti di età compresa fra i 18 e i 35 anni. Gli artisti possono partecipare al concorso singolarmente o in gruppo purchè il 50% dei componenti abbia età inferiore ai 35 anni. Non è prevista alcuna quota di partecipazione.

    L’iscrizione al concorso dovrà avvenire tramite l’indirizzo info@ricreafestival.it, mentre le proposte delle opere dovranno pervenire entro il 30 agosto 2012 all’indirizzo Ulixes scs, Largo Gramsci, 7 – 70032 Bitonto (Ba). Saranno selezionate 50 opere finaliste, 10 per ogni sezione.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Visite guidate alla Cattedrale di San Lorenzo tra storia, arte e astronomia

    Visite guidate alla Cattedrale di San Lorenzo tra storia, arte e astronomia

    Cattedrale S.LorenzoGiovedì 9 e sabato 11 agosto alle ore 21 Arti&Mestieri e l’Osservatorio Astronomico del Righi organizzano un suggestivo itinerario guidato tra arte, tradizione, storia e astronomia alla scoperta della Cattedrale di San Lorenzo di Genova.

    Il tour parte dal Museo Diocesano fino a raggiungere la cattedrale, in cui si possono ammirare una scelta di tesori d’arte legati alla storia e alla devozione di San Lorenzo fra cui gli affreschi della volta e del catino absidale, i preziosi intarsi lignei del coro cinquecentesco e le ante dell’organo dipinte con storie della sua vita.

    L’itinerario prosegue poi verso la Tribuna del Doge, posta all’altezza del rosone di facciata, per poi giungere al loggiato quattrocentesco della torre, dove alcuni esperti dell’Osservatorio Astronomico del Righi illustrano la volta celeste guidando i partecipanti al riconoscimento di stelle e costellazioni, fornendo indicazioni per l’osservazione delle stelle cadenti, chiamate anche “lacrime di San Lorenzo“.

    Secondo la tradizione, infatti, tale fenomeno fu originato dalle lacrime versate dallo stesso Santo durante il martirio e tramutate in astri lucenti, mentre secondo altri sarebbero le faville sfuggite dal fuoco su cui il Santo fu posto. Quali sono invece le ragioni scientifiche? È questa l’occasione giusta per mettere a confronto scienza e tradizione.

    Apertura della biglietteria ore 20.30. Museo Diocesano, Via Tommaso Reggio 20 r.

    Tel. 010 2475127 – e-mail info@museodiocesanogenova.it

    Ingresso 12 euro, ridotto 10 euro.  Prenotazione obbligatoria, gruppi a numero chiuso.

     

    Foto Daniele Orlandi

  • Pegli, Villa Pallavicini: ristrutturazioni da finire, scarsa manutenzione

    Pegli, Villa Pallavicini: ristrutturazioni da finire, scarsa manutenzione

    Due anni fa, l’ultima volta che ho avuto occasione di visitare Villa Pallavicini – lo splendido parco romantico ottocentesco di Pegli che, insieme a Villa Duchessa di Galliera di Voltri, dovrebbe essere un fiore all’occhiello del Ponente – la situazione del complesso era a dir poco disastrosa: vittima di atti vandalici e furti a danno del patrimonio (in particolare antichi reperti appartenenti all’arredo originario della villa), ma anche di un’attività di manutenzione assai carente, mentre gli interventi di ristrutturazione erano ancora completamente assenti.
    All’epoca, la Giunta guidata dall’ex sindaco Marta Vincenzi, discuteva della possibile sperimentazione di nuovi modelli di gestione dei parchi storici cittadini, ad esempio prevedendone l’affidamento ad associazioni di cittadini, in grado di tutelare e gestire responsabilmente le preziose aree verdi genovesi, valorizzandone al contempo le notevoli potenzialità a fini turistici, anche attraverso il coinvolgimento di sponsor privati. L’idea è rimasta tale senza mai tradursi in realtà, anche se tuttora sono diverse le associazioni che si prendono cura di ville e parchi da Ponente a Levante. Recentemente la sezione genovese di Italia Nostra ha denunciato quella che definisce una «Disastrosa gestione del verde pubblico» e ha proposto, come prima azione da intraprendere «La nomina di curatori dei parchi come già avviene per i musei» e «L’istituzione di specifiche fondazioni che si occupino della gestione economica dei parchi».

    Poco più di un mese fa sono tornato nella villa di Peglil’unica nel Comune di Genova con ingresso a pagamento – per constatare, a due anni di distanza, com’è la situazione. Ad una prima occhiata indubbiamente la situazione appare in netto miglioramento, ma le cose da fare sono ancora molte, soprattutto sul piano della manutenzione ordinaria del verde, in modo tale da non essere costretti ad intervenire una volta raggiunte le criticità, di conseguenza spendendo maggiori risorse economiche.

    Innanzitutto per giustificare un ticket d’ingresso – come avviene a Villa Serra di Comago (gestita dai Comuni di Genova, Sant’Olcese e Serra Riccò, tramite il Consorzio Villa Serra ) che ai visitatori si mostra in splendida forma sotto tutti i punti di vista – sono necessari alcuni interventi: in primis il rafforzamento della sorveglianza, se davvero vogliamo salvaguardare il patrimonio storico-ambientale del complesso, poi l’intensificazione delle attività di cura del verde, oggi, come negli altri parchi cittadini, affidate ad Aster, società partecipata dal Comune che probabilmente non dispone delle necessarie competenze per gestire un bene così articolato; il medesimo discorso vale per l’antico orto botanico (fondato nel 1794), parzialmente recuperato dopo anni di incuria, ma che avrebbe bisogno del lavoro di giardinieri specializzati per tornare al suo antico splendore.
    Inoltre occorre completare il restauro dei manufatti artistico-architettoni originali e ripristinare l’accessibilità di alcune aree (a dire il vero qualche percorso, rispetto a due anni fa, è stato riaperto, ma rimane ancora inaccessibile la parte del Castello, chiusa al pubblico ormai da decenni).

    I lavori avviati dalla precedente amministrazione comunale procedono ormai da tempo e si sono concentrati sulla parte monumentale. E se la ristrutturazione della Tribuna gotica è conclusa, il cosiddetto Coffe House, un elegante edificio in stile neoclassico, versa nelle medesime condizioni del 2010 e necessita anch’esso di urgenti interventi di recupero.
    Due anni fa la situazione più critica era quella del Tempio di Flora. All’epoca la costruzione si trovava in una situazione di estrema precarietà: le decorazioni scultoree apparivano ampiamente rovinate, così come gli affreschi che coprivano il soffitto, le nicchie del tempietto erano state trasformate in ripostigli, mentre i giardini di Flora, una piccola serra adiacente al tempio, erano desolatamente vuoti.
    Oggi il cantiere si è spostato proprio in quest’area. Secondo il cartello di autorizzazione dei lavori l’intervento di ristrutturazione doveva essere concluso nella primavera del 2011 ma evidentemente, come di consueto, si sono verificati dei ritardi.
    E così nell’estate 2012 il Tempio di Flora rimane ancora inaccessibile, circondato da impalcature e transenne che nascondono gli operai dalla vista dei visitatori.

     

    Matteo Quadrone
    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Le parole inglesi incomprensibili agli inglesi

    Le parole inglesi incomprensibili agli inglesi

    Alcune delle parole di provenienza inglese che utilizziamo correntemente in italiano hanno sviluppato un significato diverso da quello originario. In un certo senso, il concetto è complementare a quello introdotto nello scorso articolo sui false friends.

    E’ il caso per esempio di “zapping“. In italiano, significa “saltellare nervosamente da un canale televisivo all’altro”. Se tuttavia usate questo stesso termine con un interlocutore di lingua inglese, molto probabilmente non verrete compresi. Il significato più comune del verbo to zap è infatti quello di “uccidere“. Wikipedia fornisce una breve storia delle ragioni per le quali presumibilmente il termine si è evoluto in italiano fino ad avere il significato corrente. In questo contesto To flick through channels oppure to hop channels risulterebbero di comprensione più immediata a un nostro ipotetico interlocutore anglosassone.

    Apro una parentesi a questo proposito. Da buon “pigiatore” di telecomandi, per anni ho passato ore e giornate a schiacciare nervosamente i tasti alla ricerca – sempre più vana con il passare del tempo – di qualche programma degno di essere visto. Da oltre un anno ho invece deciso di fare a meno della tv e dopo un periodo di disintossicazione la qualità del mio umore e del mio ottimismo è aumentata decisamente. Per informazioni, documentari, interviste e  film esistono internet, YouTube, dvd, ecc e sono io a scegliere che cosa cercare e che cosa vedere oppure no. Chiusa parentesi.

    Altro caso interessante è quello di slip“, dal verbo che in inglese significa “scivolare”. Con slip in inglese si indica una sottoveste femminile, mentre in italiano il termine è stato esteso anche all’intimo maschile. Underwear è invece la parola inglese che indica in modo generico l’abbigliamento intimo da donna e da uomo.

    Passando a un campo forse meno interessante quale l’economia, business si usa nella nostra lingua per parlare di “affari” legati normalmente al denaro, mentre in inglese viene usato anche in altri contesti. Può generalmente indicare delle “faccende da sbrigare” come in: “I have business to do“, il che è coerente con l’etimologia della parola, derivante dall’aggettivo busy, “occupato”, “pieno di cose da fare”. Business può invece essere un sinonimo di company, “azienda”. Molto frequente è per esempio l’espressione: “Mind your own business”, ovvero “Bada agli affari tuoi”, della quale esiste una versione anche ben più esplicita, comprendente una certa parola che inizia con “f-” e finisce in “-king”, ma non mi sembra il caso di andare oltre …

    Curioso è poi il caso di parole erroneamente ritenute inglesi, come per esempio camion, proveniente dai nostri cugini d’Oltralpe (i termini inglesi equivalenti sono lorry o truck). Francese è anche stage, pronunciato in modo analogo a garage, inteso come “periodo di lavoro/tirocinio in un’azienda”. La parola stage inglese, che esiste e si pronuncia in modo simile a age (“età”, “era”), può significare “fase” o anche “palcoscenico”.

    Se così non fosse i celebri versi di As You Like It di Shakespeare: “All the world’s a stage, and all the men and women merely players” suonerebbe più o meno così: “Tutto il mondo è un tirocinio e tutti gli uomini e le donne non sono che attori”. Beh, d’altra parte, l’Italia è il paese degli stagisti – laureati – non pagati…

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Bando di concorso View Grimm Animated Contest 2012

    Bando di concorso View Grimm Animated Contest 2012

    regiaIl Goethe-Institut Turin ha indetto un un concorso per cortometraggi animati per celebrare i 200 anni di “Children and Household Tales” dei fratelli Grimm.

    Scopo del concorso è realizzare un corto di durata fino a 5 minuti e ispirato alle fiabe dei fratelli Grimm, rivisitati in chiave contemporanea. Il concorso è rivolto a studenti, tirocinanti e laureandi di scuole di cinema d’animazione, Accademie di Belle Arti e altri enti di formazione, e a giovani autori di film d’animazione, residenti in Italia e in Germania, di età inferiore ai 30 anni.

    Il filmato dovrà essere caricato su www.goethe.de/grimmland in formato .avi, .mov e .mpeg2 entro il 24 agosto 2012. Non è prevista alcuna quota di iscrizione.

    Questi i premi in palio:
    1500 € al miglior cortometraggio tedesco e al miglior cortometraggio italiano selezionati dal pubblico.
    – rimborso spese di 400 € per i dieci migliori cortometraggi selezionati dalla giuria, che saranno proiettati al Viewfest – Digital Movie Festival che si svolgerà a Torino dal 19 al 21 ottobre 2012.

    La premiazione avrà luogo a metà dicembre 2012.

  • La generazione post conflitto mondiale e l’American Way of Life

    La generazione post conflitto mondiale e l’American Way of Life

    La Bandiera AmericanaPartendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) raramente sarà capitato di ascoltare una produzione musicale realmente “nuova”, ho avviato una riflessione sul significato della parola “nuovo/novità”. Argomento piuttosto impegnativo ma al tempo stesso centrale rispetto alla riflessione musicale ed estetica contemporanea…

    Cessato il rombo dei cannoni, iniziò la “guerra fredda”, fatta di spionaggi, ricatti ed eventi  politicamente gravissimi che lasciarono il mondo, più volte, con il fiato sospeso per l’implicita minaccia di una nuova e più devastante guerra che contenevano. Basti ricordare nel 1956 e nel 1968, l’occupazione da parte sovietica, rispettivamente della Cecoslovacchia e dell’Ungheria e la “crisi cubana” del 1962. L’equilibrio del terrore- così venne definito – iniziò a scricchiolare con la venuta di Gorbaciov, alla guida dell’Unione sovietica. Il movimento di Solidarnosk in Polonia e il successivo abbattimento del muro di Berlino nel 1989, ne sancirono il crollo “definitivo” (che, bene intesi, non ha  significato fine di soprusi, ruberie, ingiustizie…).

    Ecco, questo nelle linee estremamente generali, sia chiaro,  è lo scenario storico di riferimento, almeno  per l’occidente. Bene. E noi? Bèh, noi giovani, nati dopo la fine della guerra  nel “mondo libero” (il sottoscritto è del 1952), siamo cresciuti secondo il modello “libero” americano, espressione dell’ “American way of  life” e del concetto di “nuova frontiera”, introdotto da J.F. Kennedy  (che fu presidente degli USA dal 1960) in un celebre discorso. Gli americani, infatti, intervennero corposamente, finanziando con diversi milioni di dollari, attraverso il “piano Marshall”, la ricostruzione del nostro paese. Non si trattava di un aiuto disinteressato, tutt’altro. Il problema, per gli americani, era quello di evitare che l’Italia – segmento di terra proteso nel mar mediterraneo, verso l’Africa, e quindi d’importanza strategica –  entrasse nell’area di influenza sovietica (non dimentichiamo che l’Italia già confinava con quella che allora era la Jugoslavia, paese satellite della Russia). Dunque, gli aiuti del “piano Marshall”, assicuravano che l’Italia entrasse a far parte, attraverso la Nato e il Patto Atlantico, dell’area di influenza americana.

    Con la ricostruzione, arriverà il consumismo (il mito dell’automobile, gli elettrodomestici ecc…) reso “piacevole” dalla pubblicità e contrappuntato dai film americani, dalla “musica giovane” – di cui il 45 giri fu l’emblema – e sostenuto in maniera sempre più melliflua e invasiva da lei… si…: la televisione!

    Ed è innegabile che noi giovani occidentali avessimo maggiore libertà rispetto ai nostri coetanei russi, cinesi o cubani. Tuttavia, questo mondo fatto di consumo, dove il “valore” (ipotetico) di una persona veniva misurato dalla somma degli oggetti che possedeva (e più erano di lusso più uno era ritenuto importante, ossia V.I.P. – very important person), cominciò ben presto a non convincere molti giovani, intellettuali, persone sensibili.

    Si iniziò a sospettare di questo “futuro libero”, bello, pronto e impacchettato, a disposizione di tutti (…coloro che potevano comprarselo…!!). E piano piano, il fascino del neon delle insegne delle metropoli, la forma slanciata della statua della libertà, lo sfavillio delle luci dei teatri di Broadway, il sorriso a denti bianchi dei finali dei film e telefilm americani, non riuscì più a coprire le ipocrisie di sempre, gli omicidi politici (i fratelli Kennedy, M. L. King, Malcom X), la segregazione razziale, la rovina dell’ambiente con un inquinamento crescente, la distruzione dell’economia e delle tradizioni contadine in nome del “progresso industriale” (nel film “Il laureato”, c’è una battuta che dice: “…ricorda ragazzo, il futuro è nella plastica…”), l’incubo nucleare e prima di tutto la guerra in Vietnam, una guerra – oltretutto – nemmeno mai dichiarata. In realtà già dalla seconda metà degli anni ’50, diversi giovani artisti e intellettuali iniziarono a non riconoscersi più in questa “libertà” che ritenevano, appunto, ipocrita e finta. Il loro disagio prendeva il connotato del “male di vivere”, della crisi esistenziale, consapevole espressione di un rifiuto dei valori dominanti.

    Gianni Martini

  • Laura Maria Baldo, incontro con la fotografa genovese

    Laura Maria Baldo, incontro con la fotografa genovese

    laura maria baldoDue mostre in poco più di un mese sono un tassello niente male per una giovane artista: Laura Maria Baldo ha esposto alla Maddalena per la collettiva Adotta un artista e in Sala Dogana di Palazzo Ducale per Prima luce.

    Qui la nostra intervista.

    Ci racconti in breve il tuo percorso artistico?
    Ho studiato all’Accademia di belle arti di Genova, nel 2001 ho usufruito della borsa di studio Socrates Erasmus, studiando per un anno scolastico presso l’Accademia de Bellas Artes di Madrid. Nel 2005 ho terminato gli studi di pittura presso la Ligustica.

    Dal 2006 ho incominciato a dedicarmi alla fotografia digitale e agli incontri del quotidiano legati alla città in cui vivo. Dal 2007 con Bag ho iniziato ad inserirmi in modo attivo nel contesto artistico genovese, continuando a indagare gli aspetti peculiari e duplici della mia città.

    Quali sono i tuoi soggetti preferiti e perché?
    Mi interessa fotografare la gente comune, le persone che incontro ogni giorno, con cui di fatto non comunico, ma che conosco perfettamente
 e in cui mi identifico. Nel contempo sono fortemente incuriosita dalle persone che non ricordano più chi sono realmente, perché ogni giorno indossano una maschera che permette loro di apparire diverse dal loro vero modo di essere.

    In poco più di un mese hai esposto alla Maddalena e in Sala Dogana. Partiamo da una domanda sulla Maddalena, un quartiere spesso “dimenticato” e che negli ultimi tempi si sta riqualificando soprattutto attraverso iniziative culturali: qual è il bilancio della tua esperienza? Pensi che arte e cultura possano contribuire al rilancio del centro storico?
    Credo che la cultura possa essere un buon investimento per rilanciare non solo la Maddalena, ma anche molte altre zone della nostra città. Sono convinta che questo fantastico quartiere nel cuore di Genova abbia bisogno di essere scoperto dai “cittadini del mondo” e che, in tal modo, si stia facendo un buon lavoro. Trovo che sia una zona “dimenticata” ma ricca di potenzialità, non solo per la sua bellezza ma anche per le persone che vi vivono, semplici e spesso prive di pregiudizi sociali e razziali.

    Passiamo alla Sala Dogana: lo spazio si trova all’interno Palazzo Ducale, in pieno centro cittadino, uno dei poli culturali più noti e visitati della città. Secondo te è uno spazio sufficientemente pubblicizzato e conosciuto, non solo dagli artisti ma in generale dalla città?
    Penso che sia uno spazio frequentato da chi lavora nel campo artistico, ma poco conosciuto dalla città, in parte non adeguatamente pubblicizzato, ma soprattutto i genovesi non sono abituati a frequentare gli spazi dedicati all’arte contemporanea, difficilmente riescono a comprendere che cosa sia un soggetto artistico, lo identificano solamente con i dipinti e, tutt’al più, le sculture.
    Credo che uno spazio simile debba far conoscere la produzione artistica d’oggi anche ai “non addetti ai lavori”, perché se l’arte è “comunicazione” e testimonianza dovrebbe parlare a tutti.

    Più in generale, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte?
    La nostra città vive i grandi eventi, come per esempio le grandi mostre del Ducale organizzate dall’associazione “Linea d’ombra” (l’ultima in esposizione “Viaggio tra Van Gogh e Gauguin”), rimanendo ancorata a un ideale tradizionalista che non fa capire loro la sua vera essenza.

    Quali opportunità ci sono per i giovani (e meno giovani) artisti?
    Ho l’impressione che con i differenti “tagli”, dovuti alla crisi, tante grandi opportunità che esistevano precedentemente stiano andando perse, ma nel contempo, mi rendo conto che ne stiano nascendo di nuove, spesso più piccole e con meno finanziamenti, ma che risultano essere della stessa qualità delle precedenti. Quindi ritengo sia giusto, in un momento come questo, cercare di divulgare la cultura anche tramite eventi che possono essere considerati “alternativi” rispetto allo standard medio.

    Mi viene in mente l’esperienza bolognese di una residenza artistica che si trova presso la casa di un gruppo di creativi, oppure quella torinese di un’altra residenza nell’interno di un mezzo pubblico in disuso, reso a “Doc” studio d’artista. Penso che anche Genova dovrebbe orientarsi verso questo tipo di esperienze, togliendosi da ogni pregiudizio.

    Tu hai studiato all’Accademia di Belle Arti. Pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti?
    Credo sia sicuramente importante. Oltre a lavorare in campo artistico sono anche insegnante di disegno e storia dell’arte nei licei, quando ai miei ragazzi parlo di artisti che lasciano gli studi per dedicarsi all’arte, loro faticano a capire che il vero genio non termina mai di studiare e lavorare nel suo settore. Ad ogni modo, presumo sia giusto che l’artista abbia una sua professionalità e che l’Accademia di belle arti sia un buon percorso per ottenerla, anche se non si deve fermare a tale esperienza.

    Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?
    Di non arrendersi ai primi ostacoli, perché sicuramente è una strada sinuosa ma che dà soddisfazioni e di non pensare al riscontro economico, ma alla propria volontà di  comunicare.

    A cosa stai lavorando attualmente?
    Continuo a lavorare sulla quotidianità degli eventi e sull’apparenza della nostra società, molto lontana dall’essenza.

    Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
    Sicuramente continuare a raccontare la mia città senza escludere nuove sperimentazioni di tipo installativo e tecnologico.

    Marta Traverso

     

  • Via dei Giustiniani, casa occupata: lo sgombero della polizia

    Via dei Giustiniani, casa occupata: lo sgombero della polizia

    Via dei Giustiniani casa occupataQuesta mattina le forze dell’ordine si sono presentate all’ingresso della casa occupata di via dei Giustiniani nel centro storico di Genova per dare il via alle operazioni di sgombero, concluse intorno alle 11:30.

    La storia del civico 19 non è nota a tutti. Si tratta di uno stabile di sette piani di proprietà del Demanio e vincolato dalla Sovrintendenza, abbandonato nella più totale incuria dal 2006, quando i proprietari dichiararono inagibile il palazzo allontanando gli inquilini (al piano terra e al primo piano avevano sede le attività della Comunità di Sant’Egidio rivolte ai poveri con la distribuzione di vestiario e generi di sussistenza, al secondo piano l’associazione onlus il Ce.Sto che svolgeva attività ludiche e sociali con bambini e ragazzi del quartiere).

    Sul finire di ottobre 2011 un gruppo di ragazzi aveva deciso di occupare l’edificio per restituire gli spazi al quartiere. Il primo passo fu quello di ospitare in via dei Giustiniani architetti e tecnici solidali, i quali non individuarono elementi di criticità tali da comportare una situazione di grave pericolo. Anzi, spiegarono, i problemi strutturali riscontrati nel civico 19 sarebbero i medesimi che affliggono almeno un quarto dei palazzi dei vicoli del centro storico.

    Se la situazione di via dei Giustiniani era così preoccupante perché i soldi pubblici non sono stati spesi per altri interventi piuttosto che per il rifacimento della facciata in occasione del G8 del 2001? Forse era più stimolante svuotare il palazzo per cercare di venderlo”. Così recitava il manifesto dei ragazzi il giorno dell’occupazione. E che lo sgombero delle associazioni di volontoriato del 2006 e quello di questa mattina siano finalizzati alla vendita del palazzo storico più che al rischio imminente di crollo è cosa assai probabile, anche perché stando a indiscrezioni sarebbe stata proprio una delibera sbloccata riguardante l’assegnazione dello stabile la causa del blitz di oggi da parte della polizia.

    Difficile quindi immaginare che questo spazio venga ristrutturato e restituito alle associazioni del quartiere. Vedremo come si evolverà la situazione nei prossimi giorni.

     

  • Darsena, Calata Vignoso: la passeggiata non convince residenti e turisti

    Darsena, Calata Vignoso: la passeggiata non convince residenti e turisti

    A due passi dal frequentatissimo Galata Museo del Mare, a pochi metri in più da Acquario, Porto Antico e città vecchia, la passeggiata di Calata Vignoso, quella che potrebbe essere un fiore all’occhiello proprio nel bel mezzo del circuito turistico, resta per il momento un work in progress.

    I lavori per il rifacimento della struttura sono in corso ormai da tempo e stanno finalmente per concludersi. La spesa prevista è di circa 186 mila euro. La nuova passeggiata prenderà il posto della vecchia promenade, realizzata con fondi europei alcuni anni fa e recentemente smantellata perchè le travi di legno, accostate lasciando troppo spazio una dall’altra, non permettevano un’adeguata pulizia.

    Il nuovo progetto non convince i residenti, abituali frequentatori della zona, soprattutto per l’assenza di spazi verdi, in grado di fornire un po’ di refrigerio nelle giornate estive, ma anche per la mancanza di panchine. Insomma un luogo che non garantisce la necessaria accoglienza, poco invitante nei confronti dei turisti.

    E poi il problema principale, ovvero quello dell’igiene, non sembra aver trovato una soluzione. Ancora oggi, infatti, in particolare alle prime luci dell’alba e a tarda sera i frequentatori principali sono i topi e spesso la passeggiata si trasforma in un dormitorio all’aria aperta, sicuramente non una bella immagine per promuovere la nostra città.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Alla Fiera dell’Est: tanto cibo, ma la nostra ospite polacca storce il naso…

    Alla Fiera dell’Est: tanto cibo, ma la nostra ospite polacca storce il naso…

    Devo ammettere che quando ho deciso di seguire questo evento scimmiottando giornalisti di spessore ai quali non oso paragonarmi quali Paolo Rumiz, mi aspettavo qualcosa di più, anzi di diverso. La serata di apertura si è rivelata soprattutto una sagra e con questo non intendo sminuire il suo valore ma solo declinarla in modo più preciso. Ciò che predomina è il cibo mentre poco spazio viene dato alla cultura di questi paesi anche se è presto per dare un giudizio definitivo visto che si protrarrà fino al 12 agosto.

    L’invito a fare un salto è confermato ma non aspettatevi un tuffo in un mondo lontano, che per quanto mi riguarda resta ancora avvolto nella sua fredda cortina. Entrando ci sono diversi stand: il primo, sulla destra è quello dell’associazione Annaviva di cui abbiamo parlato nel precedente articolo e del quale c’è ben poco da dire. Solo alcuni libri, disposti in modo un po’ improvvisato, qualche T-shirt e alcune simpatiche signore vestite in modo caratteristico (o eccentrico, a seconda dei punti di vista).

    Aleksandra Nowak, di Varsavia, colei che mi accompagna in questo “viaggio”, non sembra molto colpita e si lascia scappare una frecciata. “Quei vestiti caratteristici sono divertenti ma spero che le persone capiscano che nessuno si veste in quel modo” ironizza. Naturalmente la rassicuro anche perché non ho una stima così bassa dei miei concittadini.

    Lo stand adiacente a quello di Annaviva vorrebbe essere un assaggio della cultura polacca. Se così fosse ci permettiamo di osservare che non ha molto senso esporre libri scritti in polacco (o russo?, in effetti non ho indagato) se poi tra questi libri c’è Il piccolo principe o autori come Calvino.

    Sul cibo, come dicevo, c’è invece molta scelta: lo spazio più convincente è quello del Pasto di Varsavia, che offre un menu tipico (non abbiamo assaggiato, mi dispiace, ma la redazione non mi ha passato i ticket!) e diverse bevande come il kubus, un succo di carota e pesca davvero buono. Il marchio, tanto per vostra cultura in ambito marketing, è un orsacchiotto sorridente molto conosciuto in Polonia e presente in numerose pubblicità. Proseguendo, al centro dello spazio della Fiera c’è uno stand rumeno con specialità gastronomiche (in realtà essenzialmente salsiccia ma essendo un perfetto ignorante in materia non mi permetto di giudicare). Sull’altro lato la vodkeria, molto frequentata, e con una vasta scelta. Alcuni marchi sono polacchi e quindi li citiamo con alcune spiegazioni a margine fornite da Aleksandra: Pan Tadeusz (è il titolo di un poema polacco del XIX secolo che viene studiato a scuola un po’ come da noi I Promessi Sposi), Soplica (è un personaggio del poema appena citato), Zubrowka e Zoladkowa Gorzka. Ecco, ci duole ammetterlo, questo è l’unico assaggio di cultura che ci è stato concesso e solo perché fortunati nella compagnia.

    Un punto forte della manifestazione è la musica almeno da quanto abbiamo potuto vedere: Il Tina Omerzio Trio che si è esibito ieri ha dimostrato grande valore, sebbene orfano dell’autrice dei testi. Progetto sloveno, delicato e allo stesso tempo capace di farsi “sentire” in un contesto un po’ distratto e rumoroso. Ma credo che questo non sia un aspetto negativo: restituire alla musica una dimensione autentica e meno compassata da auditorium è giusto, a mio avviso, anche se richiede uno sforzo di concentrazione notevole ai musicisti. In ogni caso, prova superata.

    Ultima osservazione: la matrioska è un simbolo russo e non di tutto l’est quindi perché riempire l’entrata di riproduzioni di queste bamboline, peraltro ben fatte? Resto comunque fiducioso e so che una prima edizione, senza fondi e con le proprie forze richiede un fisiologico periodo di assestamento. Mi auguro che alcuni di questi miei vaneggiamenti vengano presi in considerazione per dare un valore aggiunto a manifestazioni come queste o anche solo per porsi delle domande. Noi, io e Aleksandra, ci torneremo già nei prossimi giorni anche con il desiderio di essere smentiti.

    Michele Archinà

  • Passione musica: bando di concorso fotografico sul jazz

    Passione musica: bando di concorso fotografico sul jazz

    Jam session jazzUn concorso fotografico in vista della rassegna musicale Jazz Visions, che si terrà a Torino il prossimo autunno a cura dell’Associazione Cenacolo “Michele Ginotta”: la prima edizione del bando Passione Musica è stata organizzata in memoria di Gianni Ruffino ed è dedicata a scatti a colori e in bianco e nero che illustrino il connubio tra jazz, fotografia e arte contemporanea.

    Per partecipare è necessario scaricare il modulo di iscrizione dal sito www.jazzvisions.it e inviarlo entro il 15 agosto 2012 all’indirizzo mail concorso@jazzvisions.it. Le foto (massimo 5 per ogni partecipante) dovranno invece essere salvate in formato .jpeg caricate sul sito www.wetransfer.com. Non è prevista alcuna quota di iscrizione.

    Le opere selezionate dalla giuria saranno esposte dal 29 settembre al 10 ottobre 2012 presso la Galleria Fassi Art Concept (Torino, via Giulia di Barolo 11G).