Anno: 2012

  • Forundio Festival: quattro giorni di teatro, musica e natura a Faggiorotondo

    Forundio Festival: quattro giorni di teatro, musica e natura a Faggiorotondo

    Arte di Strada teatro attoriTorna anche quest’anno a Faggiorotondo di Neirone Forundio festival, un appuntamento completamente eco-sostenibile, che propone per le giornate del 23, 24, 25 e 26 agosto laboratori artistici, spettacoli e concerti immersi nella natura.

    Nel corso dei quattro giorni sono in programma il laboratorio di tessuti aerei con Marta Finazzi, il laboratorio di corda molle, quello di giocoleria con Federico Patrone, quello di canzoni popolari con Simona Ugolotti, movimento espressivo con Nada Graffigna e chitarra con Alessandro Chindamo.

    Inoltre spettacoli  di teatro-circo per bambini, concerti, cinema ed escursioni nella natura.

    L’ingresso al festival e tutte le attività in programma sono a titolo gratuito; c’è la possibilità di campeggiare gratuitamente  e di pranzo e cena a prezzi contenuti con un’ottima cucina casalinga vegetariana, vino e birra di alta qualità, prodotto da aziende locali.

     

    Foto Constanza Rojas

  • Gianni Carrea,”Io e l’Africa”: incontro con il pittore naturalista

    Gianni Carrea,”Io e l’Africa”: incontro con il pittore naturalista

    Era Superba Genova, intervista Gianni CarreaFino al 30 settembre è possibile vedere, presso il Museo di Storia Naturale G.Doria, il documentario Io e l’Africa, realizzato da Gianni Carrea, pittore naturalista e fotografo, classe ‘42. Innamorato da sempre del continente africano e delle sue bellezze naturali, Carrea ha dedicato tutta la vita alla rappresentazione di queste attraverso la pittura; nei suoi continui viaggi inoltre ha realizzato videodocumentari e fotografie analogiche e digitali, passando a studiare sempre più a fondo il comportamento animale e tribale. Il filmato proiettato è stato realizzato nell’agosto 2011 durante uno dei suoi numerosi safari fotografici (ad oggi più di 260) e riporta scene di vita animale riprese in Kenya nelle zone dei Parchi Nazionali Lago Nakuru, Lago Bogoria, Lago Baringo, Santuario Sweetwaters e Samburu Park, Masai Mara.

    Come ti sei formato artisticamente e come svolgi la tua ricerca artistica?

    «Io ho sempre amato gli animali e fin da bambino sognavo l’Africa (conosciuta attraverso i film di Tarzan trasmessi in tv), che poi è diventata il soggetto unico del mio lavoro.  All’inizio della mia carriera ho fatto anche della pittura informale e figurativa, fino a quando non ho imparato l’iperrealismo a scuola dal maestro Aurelio Caminati. Erano gli anni settanta ed andava di moda il concettuale; io mi misi a fare concettuale usando gli animali. Nel luglio 1978 andai per la prima volta in Kenya, e lì rimasi letteralmente stregato dalla bellezza del continente africano: da allora ci sono sempre tornato, circa due volte l’anno, per lunghi safari fotografici: oltre al Kenya, ho visitato Tanzania, Congo, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe, Botswana, Namibia… trovo tuttavia che i luoghi migliori per osservare gli animali siano i grandi parchi naturali di Kenya e Tanzania. Adesso ormai personalizzo il viaggio, conosco i luoghi abbastanza bene da organizzare gli spostamenti e le zone da visitare come voglio io, in certi casi accompagnando anche altre persone; lì ormai mi sento come a casa. Vado, fotografo, studio il comportamento animale, e dopo trasferisco su tela le emozioni del momento, con pennello e colori ad olio oppure con l’aerografo. Amo in particolare gli occhi degli animali, così espressivi e profondi, e su quelli concentro maggiormente l’attenzione, ritraendo sempre il soggetto nel momento in cui li tiene bene aperti, spesso mentre guarda verso l’obiettivo».

    Hai iniziato un percorso di questo tipo in anni in cui non c’erano l’attenzione e la consapevolezza odierne riguardo l’importanza della salvaguardia degli ecosistemi né la coscienza dei danni che si stavano facendo e che si continuano a fare; in questo senso, se oggi un artista si mostra sensibile verso questi temi non c’è da restare sorpresi, ma all’epoca eri un outsider in mezzo a una valanga di concettuali…

    «In effetti adesso i documentari video e fotografici sugli animali non si contano, c’è un interesse costante verso questa realtà e un continuo aumento di amatori che approcciano direttamente queste esperienze fotografiche grazie alla semplificazione portata dal digitale. Pensa invece cosa significava verso la fine degli anni settanta, con l’attrezzatura analogica, seguire a piedi i gorilla nella giungla per ottenere lo scatto giusto che mi permettesse di realizzare il quadro che volevo…non c’era ovviamente la possibilità di controllare subito l’immagine sul display! Era tutto molto diverso, era un’avventura in cui io andavo a caccia di emozioni per poterle poi trasmettere agli altri. L’Africa era per pochi eletti, gente che aveva i soldi, oppure che aveva una passione incontenibile, e magari non mangiava per poter andare in Africa. Oggi, crisi a parte, è alla portata di quasi tutti, sia economicamente sia perché c’è molta più conoscenza, veicolata appunto dai documentari come anche dalle riviste specializzate in viaggi, e nei mesi delle migrazioni l’affluenza a parchi come il Masai Mara è davvero altissima. Devo dire che all’inizio mi divertivo di più, ora passi lungo la strada e alla vista di un rinoceronte si fermano cento macchine…il sogno di vedere l’Africa almeno una volta nella vita è diventato molto più accessibile. Solo che a me una volta non è bastata! (ride) Parto questo agosto per la novantaduesima volta, e conto poco più di 260 safari».

    Era Superba Genova, intervista Gianni Carrea

    Era Superba Genova, intervista Gianni Carrea

     

     

     

     

     

     

     

    È cambiata molto l’Africa in questi 35 anni?

    «Sì, moltissimo, soprattutto a causa del turismo. Prima c’erano pochissimi lodges (strutture ricettive all’interno dei parchi, n.d.r.) e di certo non si trovava la cocacola, ma nemmeno l’acqua minerale. Ora si trova tutto, compreso il lusso delle camere d’albergo, quasi hollywoodiano. D’altro canto però è cresciuta anche la tutela nei confronti del patrimonio naturale dei parchi: tieni presente che il ranger che accompagna i visitatori ha l’obbligo di mantenersi sulle strade e se lascia il tracciato per più di 15 metri per avvicinarsi all’animale gli viene revocato il patentino. Io in tanti anni di continue visite sono riuscito ad avere permessi speciali per avvicinarmi di più, ma altrimenti le regole sono molto precise. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta invece non c’era controllo, addirittura si facevano correre gli animali per fotografarli in movimento».

    Tutta la tua ricerca artistica ruota intorno a questo continente: animali e persone dell’Africa. Cosa ti ha spinto a questa scelta monografica?

    «Non sono stato solamente in Africa, ho girato abbastanza il mondo. Sono stato in Cina un mese, in America girando per diverse parti degli Stati Uniti, in Polinesia, alle Mauritius, alle Seychelles, in India…ma io sono nato per studiare gli animali e l’Africa in questo senso è perfetta. Osservare il comportamento degli animali ci insegna molto sulla vita. E un’altra cosa: noi qui abbiamo tutto tranne il sorriso; là è l’opposto. Questo mi riempie emotivamente e si riversa nel mio lavoro».

    E infatti gli occhi dei tuoi animali colpiscono per la loro profondità, sono umani… in una mostra hai anche accostato primi piani di persone a primi piani di animali, entrambi con gli sguardi rivolti allo spettatore.

    «Esatto. Inoltre viaggiando da solo, o al massimo con qualche amico, mi concentro per dare tutta l’espressività possibile alle immagini, cercando la luce e la posizione migliori che danno volume all’animale; mentre la luce del mezzogiorno appiattisce, il mattino e la sera hanno una luminosità eccezionale».    

    Nel documentario che presenti al museo non c’è voce narrante: questo fa riflettere di più sulle immagini e permette di godere appieno le emozioni che esse suscitano perché non c’è il filtro della spiegazione…

    «Infatti i miei ultimi due documentari si intitolano Io e l’Africa e Safari in poltrona. Questo perché voglio dare al fruitore la possibilità di godersi il safari come se fosse fisicamente presente alla scena, quindi sviluppando le proprie emozioni e i propri pensieri, senza essere “pilotato” dal narratore. Voglio che si senta come se fosse davvero sulla jeep! L’unica aggiunta è il sottofondo musicale, rilassante, ma in certi momenti si interrompe per lasciare posto ai rumori della savana, registrati durante le riprese. Io faccio iperrealismo, e questo vale anche nei video: voglio illustrare la realtà, senza truccare nulla, ciò che vedono i miei occhi vedrà anche lo spettatore».

    Che differenza c’è perciò tra l’artista che usa il video e la fotografia e il fotografo naturalista o il documentarista video?

    «Loro realizzano un prodotto diverso, fanno un video più tecnico, scientifico. Il mio è un approccio più naturale ed emotivo, quello che si vede sullo schermo è esattamente quello che ho fatto».

    Claudia Baghino 
    [foto di Daniele Orlandi]

    Il documentario ha una durata di 40 minuti circa, gli orari delle proiezioni sono:
    11.00; 13.00; 15.00; 17.00 (salvo conferenze). Per info tel. 010/564567

  • Rock contest 2012: bando di concorso per gruppi emergenti

    Rock contest 2012: bando di concorso per gruppi emergenti

    Concerto musica liveGiunto alla 24a edizione, Rock Contest è il concorso per cantanti e gruppi musicali ancora senza contratto discografico organizzato in Toscana da Controradio.

    La manifestazione è aperta a ogni lingua e genere musicale.

    Per iscriversi è necessario inviare entro il 12 settembre 2012 tramite raccomandata con ricevuta di ritorno a Controradio, in via del Rosso Fiorentino 2 b – 50142 Firenze:
    – il modulo di partecipazione (scaricabile dal sito www.rockcontest.it)
    – un CD contenente tre brani originali del concorrente (sono escluse le cover)
    – una scheda biografica con una o più foto di buona qualità.

    La partecipazione al concorso è gratuita. I gruppi e artisti provenienti da fuori Toscana avranno diritto a un rimborso delle spese di trasferta relative alle serate della loro esibizione.

    Una giuria nominata da Controradio sceglierà i concorrenti che suoneranno dal vivo nelle serate di selezione: per la serata finale verranno scelti 6 gruppi, che parteciperanno con due brani ciascuno alla compilation su CD “Rock Contest 2012”.

    Il primo classificato dopo la serata finale avrà la possibilità di esibirsi in prestigiose manifestazioni musicali e un tutoraggio musicale legato ad una produzione in uno studio professionale di registrazione.

    Per tutte le informazioni si può scrivere all’indirizzo contest@controradio.it.

    [foto di Constanza Rojas]

  • “Ragazze-Girls”, a Nervi la mostra fotografica di Roberto Manzoli

    “Ragazze-Girls”, a Nervi la mostra fotografica di Roberto Manzoli

    Foto di Roberto Manzoli

    Sabato 11 agosto in via Marco Sala 83r nei pressi dell’entrata ai parchi di Nervi verrà inaugurata la mostra fotografica personale di Roberto Manzoli “Ragazze – Girls”. Il tema, come si può intendere dal titolo, è il femminile: ritratti e nudi da pellicola su stampe C-Print a colori e ai sali d’argento per il bianco e nero. L’appuntamento è per le ore 20:00 con buffet assortito.

    L’orario della mostra a partire dal 12 e sino al 22 agosto è 10 – 19 con orario continuato. Lo spazio espositivo è stato concesso a titolo gratuito dal Municipio Levante.

  • Non solo giovani: intellettuali e politica al servizio del “cambiamento”

    Non solo giovani: intellettuali e politica al servizio del “cambiamento”

    Nella precedente uscita ci siamo soffermati sui giovani come nuova categoria sociale e abbiamo ricordato che intorno alla metà degli anni ’60 era diffuso presso i giovani contestatori di tutto il mondo uno slogan attribuito agli hippies americani: “non fidarsi di chiunque abbia più di 30 anni”.

    Oggi, questa frase potrebbe anche farci sorridere, ma allora era da intendersi molto seriamente: esprimeva l’intenzione di tagliare in modo netto con il mondo costruito dalle generazioni dei padri. Molti scapparono di casa (ma attenzione, non si trattava di fughe per capriccio) lasciandosi, spesso alle spalle, una posizione sociale benestante, ma divenuta esistenzialmente insopportabile; altri rifiutarono, in maniera più o meno radicale, la logica del lavoro, ma non perché non avessero la voglia di lavorare, piuttosto perché non volevano farsi prosciugare l’esistenza e oscurare i sogni sotto la scansione quotidiana di un lavoro alienante; tanti si rifiutarono di fare il militare o disertarono, esponendosi a pene molto severe. Negli Stati Uniti un certo numero di ragazzi, per sfuggire all’arruolamento che li avrebbe portati a combattere e a morire in Vietnam si tagliò l’indice della mano destra, come estrema, fisica, diretta protesta contro la guerra.

    Ebbene, contro tutti questi giovani (tantissimi, ed oggi, a rievocare quei fatti, mi salgono contemporaneamente commozione e una tristezza infinita) la stampa ben pensante e anche certa stampa di sinistra si scagliò contro violentemente, indicandoli come “legere”/fannulloni/delinquenti/capelloni/sporchi… Tuttavia, come già si è detto, la violenza di questo attacco obbediva ad un copione: isolare la protesta giovanile da altri settori della società civile, intellettuale e produttiva che già esprimevano un’intenzione critica, cercando di comprimerla/circoscriverla entro i limiti del conflitto generazionale, come si trattasse di una roba da “scapestrati”. Ma come si è sottolineato, la posta in gioco andava ben oltre.

    E poi non tutti erano giovani. Esisteva infatti un’area di intellettuali, persone di cultura e settori più avanzati e politicizzati della classe operaia (possiamo ipotizzarla come composta da “fratelli maggiori”, professori che si avevano all’università, poeti, scrittori, filosofi, artisti) che, attraverso scioperi e altri tipi di manifestazioni, esprimeva inequivocabilmente il proprio dissenso e/o antagonismo nei confronti della società capitalistica e del modo di vivere borghese. Ebbene tra questa area di pensiero e d’azione e le nuove generazioni ci fu un proficuo scambio, esattamente quello che si voleva impedire.

    Ma altri due aspetti fondamentali penso vadano considerati:

    1) la diretta sensibilità proprio delle giovani generazioni che ora avevano gli strumenti culturali adatti a leggere/interpretare la storia da un punto di vista non conformista

    2) la scansione degli eventi storici: ogni qual volta succedeva qualcosa di storicamente rilevante, il fiume della protesta s’ingrossava sempre più.

    Ecco, proviamo a saldare questi ultimi aspetti, cercando di identificare -sapendo già di risultare irrimediabilmente incompleti- il filo rosso che stimolò e spinse i giovani di tutto il mondo a lottare per un futuro diverso. Innanzitutto, va ricordata l’area di artisti, intellettuali che viveva nella Parigi della seconda metà dell’800: quel modo di vivere, ribelle, trasgressivo e anticonformista, indubbiamente fu un simbolo di libertà per le generazioni future. Non dimentichiamo che in quegli anni soffiava un vento rivoluzionario piuttosto forte. Molti musicisti (Listz, ad esempio) parteciparono alle rivolte che nel 1848 divamparono in Europa. Sempre nel 1848 uscì a Londra il manifesto del partito comunista, scritto da Marx ed Engels. Nel 1871 ci fu la comune di Parigi, primo tentativo- represso nel sangue- di inaugurare un diverso modo di vivere e di produrre. La lotta contro la tirannia, per le carte costituzionali, diventava anche lotta per abbattere le ingiustizie sociali e tentare di costruire un mondo migliore, più giusto. La rivoluzione in Russia, nel 1917, fece sperare che tutto questo fosse possibile, ed i poeti futuristi come Majakovski misero la loro poesia al servizio della rivoluzione. Le atrocità della prima guerra mondiale, il delirio criminale del nazifascismo, il rovesciamento delle speranze rivoluzionarie in una dittatura, quella sovietica, ideologica e repressiva, contribuirono a diffondere fra la parte più attiva della gioventù di allora, un sentimento di opposizione alla guerra e ai regimi totalitari. Anche la vicenda della Repubblica di Weimar, con l’implicito messaggio di speranza che conteneva, rimase impresso nella memoria.

    Gianni Martini

  • Paesaggi sensibili 2012, Italia Nostra: campagna in difesa di parchi e aree protette

    Paesaggi sensibili 2012, Italia Nostra: campagna in difesa di parchi e aree protette

    I parchi e le aree protette sono i “Paesaggi sensibili” della campagna 2012/13 promossa dall’associazione Italia Nostra che presenta un dossier sulle aree più pregiate e più insidiate e lancia un appello agli italiani:

    «Questa estate andate a visitare i parchi e segnalateci degrado, disfunzioni e criticità. Difendiamo insieme l’Italia, grande parco e giardino d’Europa. Dopo i “centri storici”, le “coste” e i “paesaggi agrari”, quest’anno il nostro impegno si concentrerà sui paesaggi “verdi”: parchi e aree naturali protette. L’attenzione quindi andrà ai parchi di città e di periferia, di collina, di pianura e di montagna, di lago, di palude e di fiume, di costa e di mare (le riserve marine), ai parchi naturali e ai parchi storici, ai parchi geo-minerari e ai parchi archeologici, ai “parchi della rimembranza”».

    Alcuni dei parchi italiani più importanti sono in grave pericolo. Italia Nostra, nella prima ricognizione avviata attraverso le sue sezioni, ha elaborato un dossier con i 10 casi più gravi: Parco delle Alpi Apuane, Parco dello Stelvio, Parco Sud Milano e Parco del Ticino, Parco archeologico dell’Appia Antica, Parchi della Calabria (Sila e Pollino), Parchi del Delta del Po, Parco delle Cinque Terre, Parco geo-minerario della Sardegna, Riserva Naturale di Niscemi – Sicilia, Parco della Collina di Torino.

    PARCHI DA SALVARE: MODALITA’ DI SEGNALAZIONE
    «Segnalaci il “paesaggio sensibile” prescelto a paesaggisensibili@italianostra.org oppure telefona allo 06 85372736 (Dott.ssa Irene Ortis)».
    E ITALIA NOSTRA LANCIA ANCHE UN FORTE APPELLO
    «Invitiamo i cittadini a visitare i parchi e a segnalarci quelli che vogliono proteggere trasmettendo le loro osservazioni al Ministro dell’Ambiente a segreteria.capogab@minambiente.it (e al Ministero dei Beni Culturali per le presenze storico-archeologiche nelle aree protette a sg@beniculturali.it) e a paesaggisensibili@italianostra.org. Italia Nostra si adopererà in tutte le sedi opportune per dare voce alle segnalazioni e difendere uno dei più grandi patrimoni del nostro Paese».

    Oltre il 20% del territorio nazionale è coperto da aree protette, ma mai come adesso i “polmoni” del nostro Paese sono minacciati. Da cosa? Cemento, asfalto, installazioni militari, impianti di fotovoltaico a terra, centrali eoliche e a biomasse, cave, deforestazione, trivellazioni petrolifere, erosione continua del territorio, mancata tutela delle presenze storiche contenute. Tutto illegale. E sono le istituzioni a violare le leggi. Dove? Nel parco dello Stelvio, del Ticino, delle Cinque Terre, dell’Appia Antica, della Sila, del Pollino, delle Alpi Apuane, nel Parco Sud Milano, della Sughereta a Niscemi…

    «L’intreccio di patrimonio naturale, paesistico, storico e artistico è un tutt’uno che deve essere tutelato – dichiara Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra – Le continue interferenze dell’uomo, con insediamenti di ogni tipo, dalle GRANDI OPERE che rompono le reti e i corridoi ecologici, alle INFRASTRUTTURE INVASIVE, impongono un’inversione di tendenza. Il futuro dell’Italia è di tornare a essere il “giardino d’Europa”. Per questo con l’avvio della nostra campagna invitiamo da subito tutti i cittadini a segnalare i parchi e le aree insidiate che vogliono proteggere – sottolinea la presidente –Ci rivolgiamo anche a tutte le scuole dove nell’anno scolastico 2012-2013 il progetto di Italia Nostra “Educazione al patrimonio culturale” sarà dedicato ai paesaggi sensibili dei parchi. Infine, nel corso della campagna che durerà fino a maggio 2013, promuoveremo accordi locali con il Corpo Forestale, con il Nucleo dei Carabinieri per la tutela del Paesaggio, con la Guardia Costiera per le aree marine protette».


  • Skasarza Festival: serata di musica reggae a Casarza Ligure

    Skasarza Festival: serata di musica reggae a Casarza Ligure

    ConcertoSabato 18 agosto grande evento  a Casarza Ligure, che ospita la seconda edizione dello lo ska reggae music festival del Tigullio “Skasarza festival“.

    Il grande ospite dell’evento è Derrick Morgan, una delle figure più importanti della musica giamaicana e tra i padri fondatori del movimento reggae-ska.

    L’artista giamaicano, accompagnato dalla band genovese Skankin’Time che da anni lo supporta sui palchi italiani e non, propone un viaggio musicale nel suo estesissimo repertorio che parte dal jamaican rhythm & blues per arrivare al reggae attraverso alcuni pezzi leggendari del periodo ska e rocksteady.

    Presenti alla serata anche i Jamila’s, reggae  band genovese che esprime un’anima prettamente roots derivante dall’amore per i testi e le musiche di Bob Marley, Burning Spear, Bunny Wailer , Dennis Brown, unito all’influenza della musica e degli artisti di origine africana Alpha Blondy, Tiken Jah Fakoli. Dj set a cura di Groove Yard e Mongy.

    Appuntamento in piazza Unicef a partire dalle 19.30 fino all’1.30 con i concerto, il ristorante e gli stand gastronomici

    Attivo un bus navetta dalla stazione FS di Sestri Levante a Casarza Ligure a partire dalle ore 20 alle 2 del mattino.

  • American, British… le lingue inglesi sono tante e diverse fra loro

    American, British… le lingue inglesi sono tante e diverse fra loro

    Quando si parla della lingua inglese, che si studia a scuola, all’università o per lavoro, si dà per scontato che si tratti di una materia ben definita e unica. Eppure, mi capita spesso di sentire questa affermazione: “Non riesco a guardare i film in inglese americano, perché non capisco nulla. Meglio quelli in inglese britannico. Capisco molto di più.” E viceversa.  Ma come? American English? British English? Inglese americano? Inglese britannico? Ma noi non studiamo l’inglese e quindi una materia? Già facciamo fatica con una, figuriamoci se il numero aumenta!

    Esiste tra chi si avvicina all’inglese o già lo studia da qualche tempo molta confusione riguardo alla domanda: che cosa è l’inglese? Se appunto da un lato per semplicità possiamo vederlo come una materia monolitica, dall’altro il nostro English presenta notevoli complessità date dal fatto di essere una lingua di diffusione globale. La confusione non affligge solo i laymen, i non addetti ai lavori. Anche i massimi linguisti mondiali, tra cui David Crystal, forse il più grande esperto di lingua inglese vivente, lavorano da anni per cercare di “mettere ordine” nel caos dell’English dei giorni nostri.

    Prima di parlare del nostro inglese nello specifico, è opportuno fare qualche premessa di carattere più ampio e cercare di capire perché e come le lingue in generale e non solo l’inglese cambiano nel tempo.
    Non serve andare a Londra o a New York per capire questo concetto, ma basta leggere un giornale italiano di quaranta o cinquanta anni fa per verificare quanto la nostra stessa lingua si sia modificata. Ma come mai le lingue sono soggette ai cambiamenti? Perché cambiano i tempi e con essi si hanno nuove e diverse le dinamiche sociali, economiche, politiche e ambientali. Coniamo nuove parole ed espressioni o rielaboriamo quelle vecchie per stare al passo con i tempi e per interpretare la realtà che ci circonda.
    Non bisogna mai dimenticare che la storia di una lingua è la storia delle persone che la parlano: ognuno di noi contribuisce con il proprio tocco personale all’evoluzione della società e della lingua.nLa linguistica definisce con il termine idioletto l’uso linguistico individuale e unico di ogni parlante, che potremmo definire come forza centrifuga di una lingua.

    Dato però che a ogni forza ne corrisponde un’altra che va nella direzione opposta, esiste anche una forza centripeta, che nel caso delle lingue è un modello – standard in inglese – al quale tutti si sforzano di uniformarsi. Nel caso dell’italiano, per esempio, il nostro modello di riferimento prevede che usiamo il modo indicativo per esprimere certezza e il congiuntivo per dare una sfumatura di incertezza. Oppure a scuola studiamo che il comparativo di maggioranza dell’aggettivo “buono” è “migliore” e non “più buono”. In inglese, a seconda del soggetto della frase si usano gli ausiliari do e does per le forme interrogativa e negativa del presente semplice e analogamente all’italiano l’aggettivo “good” presenta il comparativo irregolare “better“.

    Tuttavia, accade per esempio che in Italia anche “grandi intellettuali” come per esempio il giornalista sportivo Enrico Varriale non conoscano l’uso del congiuntivo (“Penso che è vero” è un suo cavallo di battaglia) e che altrettanto in inglese molti parlanti si dimentichino delle differenze tra do e does (“She don’t know me” cantava Bon Jovi ), per cui chissà, se queste due tendenze prendessero campo arriveremmo forse un giorno a non avere più il congiuntivo in italiano e a non dover studiare la differenza tra do e does in inglese.

    Torniamo ora all’argomento iniziale. Se in ogni lingua si confrontano continuamente queste tendenze centrifughe e centripete, potete immaginare la complessità dell’inglese, allo sviluppo del quale contribuiscono ormai oltre due miliardi di persone. Sicuramente l’inglese non può essere rappresentato come un monolite e tra l’altro è molto riduttivo pensare di poterlo semplicemente suddividere in British English e American English, seppure queste due macro-categorie abbiano un senso, come vedremo in seguito. Esistono molteplici varietà di inglese, non solo a livello geografico, ma anche sociale, come testimoniato dai titoli di volumi pubblicati da grandi linguisti negli ultimi anni, quali: The English Languages (“Le lingue inglesi”) di Tom McArthur e English – One Tongue, Many Voices (“L’inglese. Una lingua, molte voci”) di Jan Svartvik e Geoffrey Leech.
    Proprio come Tony Servillo alias Giulio Andreotti nel film Il Divo, che consiglio a tutti di vedere, d’ora in poi se vi dicono che l’inglese è una materia ben definita, voi risponderete: “La situazione è un po’ più complessa…”

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Il buono che avanza: ristoranti uniti contro lo spreco

    Il buono che avanza: ristoranti uniti contro lo spreco

    Ristorante Da LinaPortare a casa gli avanzi dopo una cena al ristorante? Una ricetta molto interessante per fronteggiare la crisi e combattere gli sprechi, per non negarsi una cena fuori casa e al tempo stesso risparmiare. L’associazione milanese Cena dell’Amicizia, che da quarant’anni si occupa di aiutare persone senza dimora, ha attivato una rete nazionale di ristoranti ad avanzi zero nell’ambito del progetto Il Buono che avanza.

    Come funziona? I ristoranti che aderiscono al progetto propongono ai propri clienti di portar via, in una doggy bag, il cibo e il vino avanzati. Scopo del progetto è sensibilizzare i cittadini sull’importanza di combattere – anche con un piccolo gesto – la “società dello spreco”.

    Questi i ristoranti della Liguria che hanno già aderito al progetto:
    Antica Osteria della Foce (via Ruspoli, Genova)
    Antica Trattoria della Posta (via De Negri, Casella)
    Perbacco Vineria Enoteca (via San Nazario, Varazze)
    Il Cenobio (lungomare G. D’Albertis, Santo Stefano al Mare (- Im)
    Il Caminetto (Località Nenno, Valbrevenna).

    Chi vuole prendere parte al progetto può aderire gratuitamente inviando una mail a info@ilbuonocheavanza.it.

  • Intervista al direttore dello scavo archeologico di Montessoro in Valle Scrivia

    Intervista al direttore dello scavo archeologico di Montessoro in Valle Scrivia

    Archeologi al lavoro a MontessoroChi era presente? Quando? Perché si trovava lì? Quali testimonianze si hanno a disposizione? Queste non sono le domande di un detective sulla scena del delitto, bensì di un archeologo… «Un libro di introduzione all’archeologia che studiai all’università paragonava la nostra professione a quella di Sherlock Holmes…» afferma Giovanni Battista Parodi, dottorato in Archeologia Medievale all’Università di Siena, ma residente in Valle Scrivia e direttore di uno scavo di oltre ottocento metri quadrati a Montessoro, paesino sulle alture dell’entroterra ligure a venti minuti di strada da Isola del Cantone. Siamo andati sul posto ad incontrare il direttore per un’intervista.

    «Si tratta – prosegue Parodi – del primo scavo in estensione dell’Appennino Ligure di età romana imperiale tardo-antica. Abbiamo scoperto un sito rurale, verosimilmente una fattoria, abitato in fasi alterne tra il I secolo a.C. e il VI secolo d.C. Sorgeva lungo la fittissima rete di mulattiere che collegavano Genova alla Pianura Padana, anche se è probabile che il centro sul quale tutta questa zona gravitava fosse in realtà quello di Libarna (nei pressi dell’attuale Serravalle Scrivia, ndr), distante circa venti chilometri.»

    Quali elementi di interesse storico sono emersi?
    «E’ uno scavo molto rilevante dal punto di vista archeologico in quanto permetterà di avere un quadro completo con ipotesi cronologiche e socio-economiche inedite su questo periodo e questa zona. L’archeologia medievale ligure è infatti una materia relativamente giovane, in quanto nel passato l’interesse era più che altro rivolto alla parte artistico-monumentale e la ricerca privilegiava le classi sociali più alte e agiate. Anche per questa ragione gli scavi relativi al periodo tardo-antico (IV-V secolo d.C.) e alto-medievale (VI-VIII secolo) sono stati sempre molto ridotti. Mi sembra comunque giusto sottolineare che il quadro che ci siamo fatti è ancora provvisorio, in quanto lo scavo, che è iniziato nell’estate del 2009 e finirà quest’anno, è tuttora in evoluzione. La planimetria del sito è comunque stata  identificata nella sua completezza e i dati raccolti saranno analizzati in seguito con un’analisi dei materiali e dei reperti venuti alla luce. Tra essi, abbiamo ceramica da fuoco, anfore e piatti da mensa e altri oggetti particolari, per esempio un colino in bronzo. Dal punto di vista edilizio, i tetti erano in tegole mentre le case avevano pianta quadrangolare, presentando poche finestre al fine di mantenere quanto più possibile il calore. I muri eretti tra V e VI secolo, tra l’altro, non sono lavori banali, ma opera di muratori specializzati. Lo studio dei semi rinvenuti indicherà invece i tipi di cereali presenti, così come le ossa animali che abbiamo trovato riveleranno quali bestie venivano allevate dal nucleo famigliare – nel IV e V secolo forse i nuclei erano due – che abitava il sito».

    Ma chi erano gli abitanti del sito e come mai si trovavano lì?
    «Probabilmente si trattava di contadini che tuttavia non finalizzavano la loro attività alla vendita di prodotti agricoli e si dedicavano anche alla pastorizia e all’allevamento. E’ anche probabile che usassero il bosco per ottenere legname. Mi tocca purtroppo ripetermi dicendo che dovremo comunque aspettare la fine dello scavo e dell’analisi dei dati per avere un quadro più chiaro. Sicuramente, l’obiettivo è proprio quello di illuminare alcuni punti oscuri riguardo alla storia della Valle Scrivia. Riguardo ai documenti scritti abbiamo infatti un buco nero di circa seicento anni che arriva fino al 1200».

     

     

     

     

     

     

     

    Non è solo ciò che lo scavo sta facendo emergere, ma la storia stessa di come è nato a essere affascinante…
    «Stavo iniziando a scrivere la tesi di Dottorato sull’archeologia medievale della Valle Scrivia e i dati che avevo a disposizione erano ridotti, per usare un eufemismo. Proprio in quel periodo, un contadino di Montessoro aveva trovato delle tegole in questa zona, facendo partire una segnalazione. Venutone a conoscenza, chiesi subito l’autorizzazione a fare un piccolo saggio per vedere se potesse emergere qualcosa di interessante. Il campo che mi si presentava davanti era di ben milleduecento metri quadrati e i tentativi che avevo a disposizione erano limitati. Bisogna tra l’altro considerare che il sito, nei pressi del Castello Spinola del XIV secolo, era stato spianato e raso al suolo nel XVIII secolo. Individuai un punto preciso e decisi di scavare lì. Non avrei potuto davvero scegliere un punto migliore, in quanto scoprii l’intersezione di tre edifici che abbiamo poi portato alla luce! A quel punto ho subito contattato la Cattedra di Archeologia Medievale all’Università di Torino, che ha immediatamente mostrato grande interesse. Il sito offre infatti la possibilità di avere dei dati sulla zona appenninica ligure-piemontese e far svolgere degli stage agli studenti di Torino al fine di accumulare crediti formativi.»

    Proprio il concetto di condivisione è fondamentale nell’archeologia, giusto?
    «Non per fare i soliti vuoti discorsi retorici, ma non è davvero possibile fare uno scavo di questo genere da soli. Le circostanze e gli studi a priori mi hanno portato a individuare questo sito, ma non sarei arrivato da nessuna parte senza il lavoro di gruppo con gli altri responsabili dello scavo, tutti laureati e dottorati, Daniela De Conca, Valeria Fravega, Marco Ippolito, Alessandro Panetta e Paolo De Vingo, quest’ultimo proveniente dall’Università di Torino e Direttore scientifico dei lavori. L’aiuto dei ragazzi in stage – circa quindici – dell’Università di Torino è altrettanto importante. Fare l’archeologo è un mestiere duro, anche dal punto di vista fisico e c’è bisogno del lavoro di tutti. Questa, oltre ovviamente agli aspetti più strettamente legati alla ricerca, è la parte di questo lavoro che più ho imparato ad apprezzare.»

    Quali sono gli scenari futuri che si apriranno in seguito a questo scavo?
    «Come dicevo in precedenza, si aprirà un quadro storico, economico e sociale più definito, che verrà sintetizzato nella pubblicazione di un volume con il cappello accademico dell’Università di Torino. Rimarranno comunque tante cose da capire, perché l’archeologia offre tanti elementi per ragionare, ma lascia sempre anche dei punti oscuri. Come già accennato, dal punto di vista archeologico e documentario esiste davvero pochissimo sulla Valle Scrivia dell’età tardo-imperiale e medievale, ma questo non significa che l’area fosse stata spopolata, per quanto sicuramente la popolazione dell’Alto Medioevo si fosse contratta. Per esempio, abbiamo dei castelli risalenti al XII e XIII secolo, ma in molte parti d’Italia ne abbiamo di precedenti. Sarebbe interessante scavare per trovare altri castelli, perché attraverso di essi possiamo capire gli insediamenti circostanti. Vale la pena inoltre approfondire ciò che riguarda la cristianizzazione della zona, altro punto molto oscuro.»

    In quale modo l’archeologia è una disciplina arricchente a livello personale?
    «Sicuramente, il fascino dell’archeologia va aldilà dell’aspetto di ricerca finalizzata a una pubblicazione accademica. L’archeologia permette di sviluppare la capacità logica e un atteggiamento mentale aperto, dato che un errore che un archeologo deve assolutamente evitare è quello di fissarsi su preconcetti sempre suscettibili a essere smentiti da successive scoperte. Inoltre, per quanto mi riguarda, il bello di scavare nelle zone dove sono nato è quello di scoprire la storia della mia terra e capire meglio le mie origini. Tra l’altro, il modello che uno scavo di questo tipo riesce a creare non è ristretto a un’area geograficamente circoscritta, come magari si potrebbe pensare. A dimostrazione di ciò, un docente dell’università spagnola di Vitoria ha mostrato grande interesse per il nostro sito, trovando delle analogie con lavori che la sua équipe sta svolgendo nella sua zona. In questo modo, il nostro lavoro ha una portata locale e internazionale allo stesso tempo.»

    Un punto di riferimento da imitare tra gli archeologi italiani?
    «Sicuramente il Professor Tiziano Mannoni, mancato purtroppo due anni fa, una figura fondamentale nell’archeologia medievale italiana. Insegnava alla Facoltà di Architettura a Genova. Oltre alle sue notevoli competenze e alla sua grande esperienza, ti sapeva coinvolgere con il suo modo di fare accogliente e umano. Per me e per molti miei colleghi è senz’altro un modello da imitare.»

    Daniele Canepa

     

  • I giovani come nuova categoria sociale: studenti, lettori e ascoltatori

    I giovani come nuova categoria sociale: studenti, lettori e ascoltatori

    Figli dei FioriPartendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) si lamenta la mancanza di una espressione musicale che riesca a risultare effettivamente rappresentativa di questi ultimi anni. In questa rubrica si cerca di ragionare intorno alle profonde motivazioni che rendono una forma musicale epocalmente rappresentativa. Per far questo occorre abbandonare il terreno specificamente musicale. Prendendo come esempio gli anni ‘60/’70, nel tentativo di comprenderne il grande slancio ricreativo e innovativo musicale, abbiamo indagato le vicende, i contesti storico-sociali in cui quelle energie creative hanno iniziato a muoversi. E d’altra parte la comprensione dei fatti musicali (e culturali) la si coglie pienamente solo se si inseriscono quelle particolari modalità del “fare musica” nel vivo delle relazioni storiche.

    Nella precedente uscita abbiamo visto come sul finire degli anni 50 iniziasse a serpeggiare un sentimento di ribellione. Ciò che immediatamente salta agli occhi è il soggetto sociale protagonista di questi fermenti e “disturbi” sociali: i giovani.

    “Giovani”, una categoria, una componente della società che fino alla prima metà del ‘900 non esisteva, dal punto di vista sociologico. La condizione di “essere giovani” esprimeva, nella concreta presenza corporea, un semplice dato anagrafico. Certo, è sempre esistita tutta una letteratura, anche poetica, sugli anni della gioventù, sulla spensieratezza, i palpiti e gli slanci amorosi ecc… ma nulla di tutto questo assomiglierà a ciò di cui si inizierà a parlare, diffusamente, soprattutto a partire dall’inizio degli anni ’60 (almeno in Italia). Fino ad allora i giovani non erano protagonisti, in senso sociale, non facevano sentire la loro voce e non erano considerati interlocutori. Semplicemente erano a carico della società e/o della famiglia e, in linea di massima, ne seguivano/subivano la tradizione, praticamente immobilizzati nel contesto/classe sociale a cui appartenevano.

    Questo secolare modello  (che già con le rivoluzioni borghesi dei secoli scorsi aveva allargato le proprie maglie) saltò sotto le spinte di profondi cambiamenti e sconvolgimenti sociali: da un lato le classi lavoratrici che chiedevano pane e lavoro- ma anche istruzioni e diritti- mosse dalla speranza di un futuro migliore che la rivoluzione russa aveva reso possibile; dall’altro, le innovazioni tecnologiche e le esigenze dei nuovi processi produttivi che richiedevano una manodopera non più analfabeta.

    I programmi di ricostruzione post bellica portarono ad un ridimensionamento del mondo contadino a favore di uno sviluppo esponenziale delle fabbriche e, conseguentemente, delle città, con grandi fenomeni migratori dal sud verso il nord e dalle campagne (che venivano abbandonate) verso le città (che venivano sovraffollate). Gli aumenti salariali di quel periodo, in parte dovuti al successo di grandi lotte sindacali, resero possibile una famiglia in cui, in linea di massima, i figli potevano frequentare la scuola anziché andare a lavorare. A partire dagli inizi degli anni ’50, la scuola pubblica – in tutta Europa e in particolar modo in Italia – registrò un incremento crescente che “esplose” negli anni ‘60, in cui si parlò esplicitamente di “scolarizzazione di massa”, fenomeno indubbiamente positivo che accompagnava il nostro paese verso una condizione di “capitalismo avanzato” (ed anzi ne era l’effetto).

    Per la prima volta nella storia, in tutto il mondo occidentale (prima in America e successivamente negli altri paesi, con l’Italia in posizione di maggior arretratezza) milioni di giovani, terminati i doveri scolastici quotidiani, si trovavano nell’inedita condizione di pensare a loro stessi: leggere libri, incontrarsi liberamente, andare al cinema, teatro, socializzare, scambiarsi idee/opinioni sulla vita, sul mondo, sulle proprie esperienze, amori, preferenze musicali, politica ecc… Quanta differenza rispetto ai giovani di poche generazioni precedenti, costretti ad andare in guerra o a lavorare spesso all’età di 8/10 anni!

    Ecco, è in questa inedita “condizione giovanile” che si farà strada pian piano, diffondendosi a macchia d’olio, una sensibilità e un pensiero critici, nei confronti del “mondo dei padri”. Val la pena di ricordare che intorno alla metà degli anni ’60 era diffusa presso gli hippies americani questa parola d’ordine, chiara e significativa: non fidatevi di chiunque abbia più di trent’anni. Tuttavia, sarebbe riduttivo considerare i profondi contrasti in atto in tutto il mondo occidentale (e non solo) esclusivamente entro i limiti di uno scontro generazionale. Certo, i giovani furono per molti aspetti i protagonisti principali di quegli scontri ma le rivendicazioni, i temi delle proteste andavano ben oltre. Ciò che veniva attaccato e rifiutato era il modello dell’ “american way of life”, perno della politica espansionistica e imperialistica americana.

    I giovani capelloni, contestatori, hyppie, beat, intendevano vivere la loro vita in maniera diversa, fuori dalle logiche mercificatrici del mercato capitalistico. E molti volevano realizzare questa utopia subito, “qui e ora”, senza attese di futuri “momenti opportuni”. In California, poi in gran parte dell’America e successivamente in tutto l’occidente, i figli dei fiori costituirono delle comuni, alcune anche molto grandi, dove si viveva liberamente -spesso abolendo quasi totalmente il denaro come strumento di mediazione – praticando il libero scambio. Queste rivendicazioni radicali, come si può facilmente capire, impensierirono molto i centri del potere politico ed economico, proprio perché, arrivate ad essere un fenomeno di massa, si temeva che le parole d’ordine libertarie e contrarie al sistema (war is over, peace and love ecc…) potessero arrivare a “contaminare “ anche altri settori della società.

    Gianni Martini

  • Palco sul Mare festival: Gnu Quartet in concerto a Moneglia

    Palco sul Mare festival: Gnu Quartet in concerto a Moneglia

    Gnu QuartetLa diciasettesima edizione di Palco sul Mare Festival fa tappa anche quest’anno a Moneglia: la cittadina del levante genovese, da anni Bandiera Blu grazie alle sue belle spiaggie e al mare pulito, ospita nel giorno di Ferragosto il nuovo riconoscimento “Musica in Blu” da  assegnare alla musica d’autore,  a quei cantanti o gruppi liguri che maggiormente si distinguono in ambito nazionale per la loro ricerca e qualità musicale.

    Protagonisti della serata del 15 agosto gli Gnu Quartet, quartetto di flauti e archi dal suono originale ed eclettico tra i più interessanti del panorama genovese e italiano. Nel corso della carriera hanno collezionato collaborazioni prestigiose con artisti del calibro di Subsonica, Afterhours, Pfm, Gino Paoli, Niccolò Fabi, Simone Cristicchi, Motel Connection, Baustelle.

    La forza della band sta nell’alchimia e nel perfetto equilibrio tra le peculiarità dei componenti: il risultato è un animale da palco con il corpo da musicista classico, il cervello da jazzista e le zampe da rockkettaro.

    Appuntamento mercoledì 15 agosto in piazza Centrale alle ore 21.30. Ingresso libero

    Il prossimo appuntamento con Palco sul Mare Festival sarà a Zoagli il 24 Agosto con “Premio Via del Campo”: protagonista Andrea Celeste Quartet.

  • Quarto, ex istituto ortopedico Bruzzone: nuove residenze entro il 2014

    Quarto, ex istituto ortopedico Bruzzone: nuove residenze entro il 2014

    Istituto BruzzoneUna struttura sanitaria finita nelle mani di privati, nuove residenze e box probabilmente destinati a rimanere invenduti nel cuore di Quarto, nell’antica via Priaruggia, questo l’ennesimo risultato prodotto dall’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare messa in atto in questi anni dalla Regione Liguria.
    Parliamo dell’ex istituto ortopedico Bruzzone, un edificio che esternamente appare in buone condizioni, praticamente intonso da almeno 4 anni, ma al suo interno sicuramente necessita di interventi di ristrutturazione per trasformarlo in residenze e posti auto coperti.

    La struttura è circondata da un ampio giardino dove la vegetazione cresce rigogliosa e nessuno si è preoccupato di contrastarla, tutto tace in via Priaruggia 21 e le prospettive future, almeno per ora, sono affidate esclusivamente ad un cartello affisso dalla società immobiliare proprietà, Bagliani srl (la stessa che realizzerà residenze, parcheggi e piscina presso Villa Raggio in Albaro, ndr), dove si promuove la prenotazione di bilocali, trilocali e box di prossima realizzazione.

    L’ex istituto ortopedico Bruzzone rientra nell’elenco di immobili messi in vendita nel gennaio 2008 dalla Regione Liguria per fare cassa – tra i quali il cespito più importante è quello dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, da mesi al centro di discussioni per quanto riguarda il destino dei malati ancora ospitati nel complesso e la futura destinazione d’uso dell’area– ed acquistati da Valcomp due, società interamente controllata da Fintecna Immobiliare, a sua volta controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    Successivamente Valcomp due ha messo in vendita l’edifico che è stato acquistato da Bagliani srl.
    Raggiunta telefonicamente la società immobiliare spiega che i lavori per la realizzazione di trilocali, bilocali e box, dovrebbero partire nel settembre 2012 e concludersi entro 2 anni. Il prezzo delle residenze è di 6 mila euro al metro quadro.
    Quindi almeno fino al 2014, escludendo eventuali ritardi nell’avvio degli interventi di ristrutturazione, l’ex istituto Bruzzone rimarrà abbandonato a se stesso.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Palco sul Mare Festival: Giua e Armando Corsi, Cristiano Angelini e Rebis in concerto

    Palco sul Mare Festival: Giua e Armando Corsi, Cristiano Angelini e Rebis in concerto

    RebisDopo i concerti all’Arena del Mare del Porto Antico di Genova, Palco sul Mare Festival torna in riviera con la serata “Premio Gruppi de sâ” , nella quale si esibiscono artisti  liguri che hanno partecipato a Sanremo o vinto la Targa Tenco.

    L’evento, in programma all’Arena Spettacoli di Arenzano martedì 14 agosto, ospita i concerti di Giua e Armando Corsi, Cristiano Angelini e Rebis.

    La rapallese Maria Pierantoni Giua, cantautrice e chitarrista, si rivela già da giovanissima un precoce talento ottenendo riconoscimenti prestigiosi come il premio Lunezia, Castrocaro, Recanati, Mantova Music Festival, e una partecipazione lampo al Sanremo nel 2008 e al premio Tenco. 

    Armando Corsi,  è sulla scena musicale da almeno quaranta: partito dalle osterie della natìa Genova è approdato in latinoamerica dove ha acquisito quel vocabolario musicale meticcio che si parla in tutto il mondo e che gli ha permesso di dialogare con Paco De Lucia, Eric Marienthal, Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Anna Oxa, Elio Rivagli, Samuele Bersani.

    I due cantautori, uniti dalla passione viscerale per la musica, propongono un live incentrato sui brani estratti dall’album Tre.

    Cristiano Angelini, cantautore di La Spezia ma genovese d’adozione, propone al pubblico i nrai del suo primo album  “L’Ombra della Mosca”, con cui ha vinto la Targa Tenco 2011. Un progetto al quale hanno preso parte artisti del calibro di Vittorio De Scalzi e Max Manfredi oltre che Marco Spiccio, Damiano Rotella, Federico Bagnasco e Matteo Nahum.

    Il progetto musicale Rebis nasce nella primavera del 2008 dall’unione degli intenti artistici della cantautrice e “apprendista arabista” Alessandra Ravizza e del chitarrista-compositore Andrea Megliola. Nell’arco degli anni i Rebis hanno conosciuto diverse formazioni, transitando inizialmente in atmosfere jazz per proseguire in un secondo momento verso una ricerca sempre più acustica legata in particolare alle tradizioni musicali mediterranee.“Naufragati nel deserto” è un dolce naufragio nel deserto polveroso della nostra modernità, il deserto come metafora del mondo che ci circonda, un deserto fatto di desolazione, di avversità e a volte di persone e di indifferenza, ma anche come luogo-non-luogo dell’io, punto di arrivo e di partenza. Un viaggio attraverso i sentimenti dell’essere umano, un viaggio che può unire le persone al di là dei confini geografici e culturali.

    Inizio ore 21.30 in piazza Rodocanachi. Biglietti 8 euro

     

     

  • Quartiere Diamante, casa ambientale: in autunno partiranno le attività didattiche

    Quartiere Diamante, casa ambientale: in autunno partiranno le attività didattiche

    Nel febbraio di quest’anno in Val Polcevera, presso il quartiere Diamante in via Martitano a due passi dalla “diga”, veniva inaugurato in pompa magna il nuovo Centro di educazione ambientale, un piccolo gioiello inserito in un contesto difficile, con l’ambizione di trasformarsi in un punto d’eccellenza capace di attirare gli abitanti di altre zone, proponendo corsi per giovani e meno giovani e soprattutto progetti in grado di coinvolgere le scuole ed i bambini di tutta la città, attraverso attività che ruotino intorno all’educazione ambientale ma non solo.

    A distanza di alcuni mesi, dobbiamo constatare che la casa ambientale è ancora un contenitore vuoto, nonostante le sue notevoli potenzialità. Finora, infatti, all’interno della splendida struttura di via Maritano si sono svolti alcuni laboratori di riciclo e attività socio educative rivolte a persone seguite dal centro servizi del Municipio Val Polcevera, mentre gli abitanti del Diamante hanno partecipato attivamente all’organizzazione di momenti conviviali, ad esempio in occasione della festa della donna.

    Purtroppo però non è stato possibile coinvolgere adeguatamente le scuole, visto che ad anno scolastico inoltrato, era difficile modificare i programmi dei vari istituti scolastici, i quali avevano già individuato tempi e modi per lo svolgimento delle attività esterne.

    Con l’avvicinarsi dell’autunno l’obiettivo è contattare le scuole genovesi e promuovere adeguatamente le opportunità offerte dagli spazi della casa ambientale. Fondamentale sarà la collaborazione del Municipio Val Polcevera e del Comune di Genova. La speranza è che tra settembre ed ottobre 2012 le attività didattiche possano finalmente partire.

    Nel prossimo futuro l’idea è quella di far vivere la casa ambientale anche oltre l’orario diurno, magari attraverso l’organizzazione di corsi ed altre iniziative culturali, come ad esempio la presentazione di libri, capaci di attirare anche un pubblico adulto.

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi