Non si placano le polemiche intorno alla costruzione di parcheggi al posto del Cinema Eden, una delle pochissime sale cinematografiche ancora attive fuori dal centro città. I lavori sono ufficialmente partiti lo scorso 28 maggio nonostante la protesta dei cittadini, culminata in una manifestazioneche si è tenuta il 1 giugno.
Qui il testo integrale della mozione, che pubblichiamo per diffondere sempre più la voce dei cittadini del quartiere di Ponente.
premesso che è stato autorizzata la costruzione di 68 box in tre piani sotterranei sotto l’arena estiva del cinema Eden a Pegli; considerato che tale intervento prevede la chiusura per tutta la durata dell’intervento e forse anche nel futuro del cinema Eden, presidio culturale importante per la delegazione; considerate inoltre le legittime preoccupazioni dei residenti in ordine alla stabilità degli edifici prospicienti l’area; sottolineato come l’area oggetto dell’intervento contiene una pregevole area verde, in particolare 9 platani secolari; sottolineato inoltre come nel sottosuolo insista un piccolo corso di acqua; sottolineato infine come la circolazione nella zona sarà rivoluzionata per permettere ai mezzi pesanti di accedere all’area di cantiere congestionando la zona; ricordate le molteplici espressioni contrarie del Municipio e l’impegno assunto dalla precedente Giunta di esperire ulteriori sondaggi idrogeologici (a mia notizia mai effettuati), al fine di verificare la pericolosità dell’intervento; ricordati inoltre gli indirizzi contenuti nel nuovo Piano Urbanistico Comunale, nel regolamento del Verde Pubblico e Privato e, particolarmente, nel programma elettorale del Sindaco di Genova Marco Doria, che tendono a salvaguardare i territori e il verde pubblico e privato, evitare di consumare territorio, sviluppare la massima attenzione alla sicurezza idrogeologica; chiedono di sospendere i lavori in atto e approfondire gli argomenti espressi in premessa, al fine di avviare la procedura per la revoca del permesso a costruire.
Firmatari: Antonio Bruno (Federazione della Sinistra), Paolo Gozzi (PD), Enrico Pignone, Pierclaudio Brasesco, Manuela Bartolini, Clizia Nicolella, Lucio Valerio Padovani, Marianna Pederzolli (Lista Doria), Gian Piero Pastorino, Leonardo Chessa (SEL), Andrea Boccaccio, Emanuela Burlando, Stefano De Pietro,Mauro Muscarà, Paolo Putti (Movimento Cinque Stelle).
Scade il 15 giugno il termine per le iscrizioni alla tappa genovese del laboratorio del Teatro del Lemming di Massimo Munaro che si terrà il 29, 30 giugno e l’1 luglio (per tre giorni, sette ore al giorno) presso il Teatro Scalzo di vico Vegetti nel Centro Storico.
Il percorso teatrale, unico nel panorama italiano e ormai affermato a livello nazionale, che il Lemming conduce da tanti anni si caratterizza per il coinvolgimento drammaturgico e sensoriale degli spettatori.
Ricollocando al centro dell’esperienza teatrale la ritualità e il mito, il “metodo” del Lemming si pone anche come ricerca sui profondi movimenti emotivi che le figure archetipiche inevitabilmente suscitano in coloro che le frequentano. Su queste basi il Teatro del Lemming è andato sviluppando, negli anni, un proprio processo pedagogico: «Per noi l’attore piuttosto che un guitto che si pavoneggia per un’ora sulla scena e di cui poi non si sa più nulla (W.S.) deve essere inteso, etimologicamente, come una guida, colui che conduce lo spettatore in quell’altrove checostituisce da sempre lo spazio del teatro. Per essere in grado di costituirsi come guida, l’attore deve innanzi tutto affinare le sue capacità di ascolto – adeguamento – dialogo. Questi tre principi sono sviluppati contemporaneamente in quattro diverse direzioni: su di sé, sui compagni, sullo spazio che li ospita, sullo spettatore».
Per il Lemming lo strumento principale della ricerca dell’attore è il corpo… «Il senso/i sensi del corpo. Corpo non più inteso come protesi di un’intelligenza che dovrebbe guidarlo, ma nella sua pienezza animistica, in quella nudità sorprendente che conduce alla nudità di sé e, forse, alla verità dell’incontro con altre anime e corpi. I cinque sensi dell’attore, indagati separatamente e poi in continua sinestesia fra loro, sono per noi, oltre che un appello alla pienezza della vita, una via d’accesso all’altrove del teatro e alle capacità creative dell’attore».
Nella sua relazione ravvicinata e intima con se stesso, con i compagni, con lo spazio e con lo spettatore, l’attore è indotto ad una messa a nudo radicale, a una ricerca personale e tecnica che passa per una disponibilità assoluta all’ascolto e all’attenzione di sé e dell’altro.
Il laboratorio ha un costo d’iscrizione di €150 e la selezione dei partecipanti avviene previo invio di curriculum e di lettera motivazionale, è aperto ad un massimo di 20 iscritti e ogni singolo incontro avrà luogo dalle 15.00 alle 22.00.
Ai partecipanti, durante il lavoro, è richiesto:
– indossare degli abiti bianchi e neri;
– portare un quaderno ed una penna;
– portare una coperta (da utilizzare anche durante il lavoro);
– portare una traduzione di Giulietta e Romeo di W. Shakespeare che occorrerà già avere letto e che sarà tema drammaturgico del laboratorio;
– portare una benda nera.
Per richiedere ulteriori informazioni e/o per inviare le richieste di iscrizione (contestualmente alla lettera motivazionale e al curriculum), potete scrivere a fedecovaia90@hotmail.it o a marcotopini@gmail.com.
Ora interviene anche Obama. E il problema del debito europeo diventa ufficialmente un problema globale. Con la Spagna sull’orlo del default e le indiscrezioni su un tardivo e improbabile piano di salvataggio europeo, gli Usa cominciano a preoccuparsi davvero.
Tanto che si farebbe presto a scambiare per eccesso di arroganza le parole del portavoce della Casa Bianca, che ha dato la disponibilità dell’amministrazione americana «a consultarsi e a consigliare» le capitali europee in tema di crisi. Vale a dire “volete cominciare a fare qualcosa o vi dobbiamo fare un disegnino?”
In realtà, come ha detto giustamente Edward Luttwak, non si tratta di arroganza: si tratta piuttosto di disperazione. Obama è già in campagna elettorale. Aveva appena finito di avviare il paese lungo il cammino di una crescita stentata, coordinandosi anche con gli interventi della FED per tenere il dollaro ad un livello competitivo, che è piombata la crisi europea a rischiare di rompergli le uova nel paniere. Se l’euro continua a svalutarsi, gli USA devono continuare a svalutare a loro volta per mantenere un rapporto euro/dollaro favorevole alle esportazioni. Inoltre se va in crisi il mercato europeo, va in crisi l’economia americana. Anzi, va in crisi l’economia mondiale.
I dati economici sulla prima parte del 2012 danno Cina e India a livelli di crescita “ordinari”, lontani comunque dai livelli astronomici che avevano ancora nel 2011. Il Brasile, dopo il +7,5 % del 2010, è oggi in una fase di rallentamento che si avvicina alla recessione. E molti analisti attribuiscono la colpa di tutto alla crisi del debito europeo: il che significherebbe che persino i paesi cosiddetti “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) soffrirebbero per i problemi dei cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). E quindi il mondo è a un livello di interconnessione che forse non immaginavamo.
Per questo tutti sono preoccupati per il vecchio continente e stanno cominciando a fare pressioni, a vario titolo. Obama non sta solo suggerendo ricette economiche: sta cercando di sfruttare il suo peso politico per smuovere lo stallo. Il problema infatti non è che sui tavoli delle diplomazie europee manchino soluzioni: il problema è che si fa fatica a decidere chi debba pagarle.
La Germania non si fida dei paesi dell’Europa meridionale, e per impegnarsi ancora a livello europeo (cioè per mettere denaro sul piatto), vuole che questi accettino di sottoporsi a regole comunitarie di politica di bilancio e di controllo dei conti: il che significherebbe abdicare a una parte di sovranità nazionale per delegarla a un’istituzione dove i Tedeschi la fanno da padroni. Intanto però questi paesi qualche sacrificio hanno cominciato pure a farlo: e finora la situazione è solamente peggiorata. Un cambio di rotta non si profila e la baracca minaccia di venire giù da un momento all’altro. Per questo cominciano a chiedersi se sia loro interesse rimanere a queste condizioni.
In questo contesto, però, in cui tutti accampano sacrosante divergenze di vedute nazionali, viene meno proprio quella convergenza di interessi che era stata la fortunata condizione storica di partenza. Vale a dire che l’Unione Europa si era formata ed è rimasta in piedi fino ad oggi in parte grazie all’intuizione di una ristretta élite politica, ma in parte grazie al semplice fatto che a tutti è convenuto così. La Germania si è rifatta una verginità politica per la prima volta dal dopoguerra, e si è trovata con una moneta non troppo forte che ha favorito le sue esportazioni. I paesi del Sud si sono legati ad una regione economica più vasta e solida, che li ha messi al riparo dall’inflazione e ha garantito anche finanziamenti per le aree sottosviluppate. Fintanto che tutti sono stati bene, nessuno ha avuto niente da ridire. L’integrazione europea ne ha guadagnato. Grazie agli accordi di Schengen, per andare in Francia non era più necessario cambiare le lire con i franchi. E nessuno si preoccupava davvero che il coordinamento politico fosse insufficiente e rimanesse affidato a burocrati scelti dai partiti e mandati in istituzioni distanti dalle popolazioni che avrebbero dovuto rappresentare. Eppure è proprio per questo motivo che oggi l’Europa rischia di saltare.
La crisi economica non è il responsabile, esattamente come non si può ritenere un compito in classe responsabile dell’impreparazione di uno studente. Se oggi l’Europa rischia di non superare nemmeno il suo primo test, ciò significa solo che era drammaticamente impreparata.
Bisognava costruire un’unità politica, invece che accontentarsi della soluzione tanto comoda quanto fragile di mettere insieme moneta unica comunitaria e autonomie politiche nazionali. Certo, probabilmente serviva tempo: e nessuno si aspettava che il problema si sarebbe presentato così presto. Ma l’inerzia e la mancanza di iniziativa dell’attuale leadership europea stanno lì a dimostrare che lo slancio europeista e l’idealismo degli inizi si sono completamente liquefatti in pochi anni, sprofondati nel molle abbraccio di un benessere che si pensava infinito: e la costruzione di un progetto con grandi speranze si è atrofizzata e spenta.
Insomma, se la crisi fosse scoppiata tra cinquant’anni, ci avrebbe colto alla sprovvista allo stesso modo di oggi. E come oggi ci avrebbe messo di fronte ad un bivio: o riprendere con decisione la marcia verso gli Stati Uniti d’Europa, ammesso che non sia troppo tardi, oppure ognuno per la sua strada. Gli Eurobond possono salvarci dalla sfiducia dei mercati, ma genereranno problemi in futuro: e non possono salvarci dalle contraddizioni di una politica ripiegata negli egoismi nozionali.
Purtroppo i leader europei si sono finora rivelati privi di respiro, mostrando di aver smarrito una vecchia verità: che per far politica non bastano voti, carisma, personalità, eloquenza, un pizzico di cinismo e onestà individuale, ma occorre anche una visione dialettica della realtà. Il politico non deve essere solo reattivo, saltando quando si presentano problemi, ma deve essere attivo, operando nella realtà per modificarla secondo una visione ben precisa e costruendo attorno a questa il consenso necessario. Il problema dell’Europa è quello di avere politici allenati a non perdere voti piuttosto che a ispirare una visione nelle masse. La Merkel difende gli interessi tedeschi. Ma Kohl immaginava un ruolo per la Germania in Europa. La differenza sta tutta qui.
Proseguono presso Informagiovani a Palazzo Ducale gli incontri della rassegna Gradinata Informagiovani. Dopo la buona riuscita dell’ incontro dello scorso maggio sulla professione di Web Designer, giovedì 14 giugno alle 17 si terrà un nuovo appuntamento in collaborazione con Alid, Associazione per le libertà informatiche e digitali.
L’evento sarà sulla professione del System Administrator: dietro alle grandi web farm, alle sale piene di server, all’infrastruttura IT di un’azienda, c’è la figura del System Administrator. Il suo compito è occuparsi dei sistemi informatici, della sicurezza e delle infrastrutture necessarie a chiunque utilizzi un computer.
L’Associazione per le libertà informatiche e digitali organizza insieme a professionisti ed esperti di web un incontro dedicato a chi vuole comprendere questa professione.
L’incontro è a ingresso libero e sarà coordinato da Claudio Canavese di Alid.
Domenica 20 maggio in occasione del ventennale del Porto Antico inaugura la mostra Pinocchio: in esposizione le opere più rappresentative dedicate al burattino eseguite del maestro Luzzati, dalle tavole per il libro edito da Nuages (1996), ai bozzetti, alle acqueforti, i teatrini, gli elementi scenici dello spettacolo prodotto dal Teatro della Tosse (1995) e alcune rarità e opere inedite provenienti da collezioni private. Ad esse sono affiancate 57 opere dell’artista pop americano Jim Dine e quelle di Flavio Costantini, che presenta per la prima volta le sue 12 tavole sul famoso personaggio di Collodi.
La mostra apre straordinariamente il 20 maggio per partecipare ai festeggiamenti dedicati al Porto Antico, ma poi inaugurerà definitivamente il 6 giugno presso i Magazzini del Cotone, per poi proseguire presso il Museo Luzzati e in altri spazi sino al 13 gennaio 2012.
A Porta Siberia saranno esposte tavole di Jacovitti, illustrazioni de Lo zoo di Pinocchio di Filippo Sassòli, disegni di Lorenzo Mattotti per il film d’animazione diretto da Enzo D’Alò, serigrafie di Ugo Nespolo, grafiche originali a colori di Mimmo Paladino, il Pinocchio cattivo di Stefano Grondona, i figurini dello scenografo e costumista Guido Fiorato, tavole originali eseguite da Roland Topor per la strenna natalizia della Fondazione Olivetti (1972), e alcuni lavori di Andrea Rauch, Roberto Innocenti e Guido Scarabottolo.
In contemporanea sarà pubblicato il libro – catalogo con interventi, tra gli altri, di Mario Serenellini, Goffredo Fofi, Antonio Faeti e Roberto Denti.
L’Officina didattica del Museo Luzzati darà ampio spazio al tema Pinocchio, ai suoi personaggi e ambientazioni per sperimentare nei laboratori proposti a scuole e famiglie le tecniche pittoriche degli artisti in mostra e approfondire la storia anche dal punto di vista visivo.
PINOCCHIO biennale 2012 – mostre, film e incontri
Evento in progress nato da un’idea di Flavio Costantini
6 giugno 2012 – 13 gennaio 2013
Museo Luzzati (e in altre sedi nel Porto Antico di Genova)
Dal martedì al venerdì 10-13 e 14-18, sabato e domenica 10-18, lunedì chiuso.
opere di Flavio Costantini – Jim Dine – Jacovitti – Emanuele Luzzati – Ugo Nespolo – Mimmo Paladino – Roland Topor
L’ennesimo bene pubblico vincolato finito in mano a privati, con il concreto rischio di uno stravolgimento della struttura edificata e del suo bellissimo parco, una storia che parte da lontano per approdare al solito destino. Parliamo di Villa Raggio, suggestiva dimora gentilizia sita nel quartiere di Albaro (via Pisa 56), che svolgeva una funzione pubblica, prima clinica per malati di tubercolosi, poi centro riabilitativo ortopedico e consultorio. Una villa donata oltre quarant’ anni fa da una famiglia torinese ad una precisa condizione: che fosse utilizzata a fini “socio-sanitari”.
Purtroppo però la Regione, proprietaria della struttura, alcuni anni fa ha deciso di inserirla nel patrimonio immobiliare dell’Asl 3 da dismettere per fare cassa e, nonostante nel 2008 il Tar avesse accolto una richiesta di sospensiva della vendita, presentata dagli eredi della famiglia torinese proprio facendo riferimento al “vincolo di destinazione a fini socio-sanitari”, ciò non è stato sufficiente a fermare l’operazione. E così la villa, come molti altri immobili di tutta la Liguria – appartamenti, ex strutture ospedaliere, terreni – è finita nelle mani della società parastatale Fintecna che, tramite la sua controllata Valcomp due, si è occupata di trovare un acquirente per «un complesso immobiliare di elevata qualità con superficie lorda di tremila mq», come era possibile leggere nel 2010 sul sito web www.fintecnaimmobiliare.
Oggi sono partiti i lavori seguiti dallo studio immobiliare Bagliani e per il complesso monumentale – che ancora conserva preziosi affreschi, statue sul colonnato del tetto e splendidi alberi nel parco – sono previste opere di ristrutturazione, cambio d’uso, frazionamento, ampliamento, sostituzione edilizia, realizzazione di piscina pertinenziale e parcheggi a raso.
«Hanno predisposto un aumento dei volumi delle unità abitative fino a 20 – spiega Bianca Vergati, Sinistra Ecologia e Libertà, consigliere del municipio Medio Levante – la demolizione e ricostruzione della dependance, un’alterazione del tetto edificato antico». Come segnalato da alcuni cittadini «Una parte di pittura a piano terra, il cosiddetto “grottesco”, è già stata distrutta – continua Vergati – e c’è forte preoccupazione per l’intervento in atto sull’edificato antico e sul parco. All’interno, infatti, par di capire che conserveranno solo lo scalone. Aumenteranno l’attico e gli scantinati e da quest’ultimi ricaveranno gli appartamenti. Ma non solo, saranno realizzati 48 parcheggi a raso e una piscina nel parco della villa».
A lasciare perplessi però è il modo in cui è stata concessa l’autorizzazione a costruire da parte del Comune di Genova, come spiega Andrea Agostini di Legambiente «La decisione degli uffici comunali è stata presa la mattina del 7 dicembre 2011 mentre si sapeva che nel pomeriggio sarebbe stato approvato il Puc (Piano Urbanistico Comunale) che per quell’area prevede una norma di salvaguardia. E ancora una volta a Genova vengono concessi permessi di costruire su beni vincolati».
Villa Raggio nelle cartografie del Puc licenziato dal sindaco Marta Vincenzi, infatti, è “rossa”, ovvero “elemento storico-artistico rilevante”, all’interno del Sistema delle ville e parchi storici di San Luca d’Albaro-Puggia (Norme di Conformità, Ambito di Conservazione), con disciplina paesaggistica puntuale a tutela dell’edificato antico e della conservazione del verde nell’originaria consistenza. Ed occorre sottolineare che anche nel Puc precedente Villa Raggio è tra i beni vincolati e salvaguardati.
«I tecnici hanno autonomia rispetto agli organi politici – precisa Agostini – ma in questo caso una loro autorizzazione, concessa a poche ore da una decisione politica, contrasta nettamente con le linee dell’amministrazione. Tutto ciò francamente è paradossale».
Inoltre il complesso monumentale di Albaro, come altre numerose ville storiche genovesi, è vincolato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria. Villa Raggio è sottoposta a vincolo di cui al Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, articolo 136 “Immobili ed aree di notevole interesse pubblico”, lettera a) “le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica”; e b) “le ville, i giardini e i parchi, non tutelati dalle disposizioni della Parte seconda del presente codice, che si distinguono per la loro non comune bellezza”.
«Il vincolo è stato accertato anche nel permesso a costruire stilato dall’ufficio Approvazione Progetti del Comune – spiega Vergati – In tale permesso si cita il vincolo e si legge “visto il parere favorevole a condizione espresso dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria”».
La domanda da porsi, secondo il consigliere del municipio Medio Levante, è la seguente «Com’è possibile concedere un aumento di volumi e consentire lo stravolgimento del parco di Villa Raggio considerando l’esistenza del vincolo? In pratica non si comprende quale potere d’azione abbia quest’ultimo. A tale scopo ho chiesto alla Soprintendenza di verificare la conformità dell’intervento che si sta eseguendo su Villa Raggio».
E con una punta polemica, Agostini aggiunge «Anche il parco dell’Acquasola è vincolato, eppure la Soprintendenza non è intervenuta. Abbiamo visto tutti come è andata a finire: la Cassazione ha confermato il sequestro del cantiere».
In tanti mi chiedono: qual è la marca di automobili più seria? Vedo tante pubblicità… Eh, già, sembra proprio che adesso si vendano solo telefonini e automobili, a giudicare dalle reclame. Quale sia la marca automobilistica più seria non si può certo dire così su due piedi; certo è che alcuni parametri li possiamo prendere in considerazione.
Innanzitutto partiamo proprio dalle pubblicità: un’impresa seria si vede anche da questo. Quanto è più chiara e comprensibile l’offerta, tanto è più semplice coglierne i vantaggi. Una marca “seria” non inserisce asterischi accanto all’offerta (l’offerta scritta a caratteri cubitali, le note asteriscate a caratteri illeggibili perfino sui manifesti per strada…); a questo punto va detto che poche case automobilistiche si distinguono in positivo.
Un altro elemento chiave è la garanzia offerta. La legge sul consumo parla di due anni (a livello europeo); molte case si adeguano e nemmeno si sforzano per offrire qualcosa in più; poi ci sono casi eclatanti: la Kia Motors offre ben sette anni di garanzia, l’unica in assoluto! Viene da pensare: sanno che cosa vendono, sono sicuri del fatto loro… Infine ci sono le cosiddette promozioni. Di solito durano pochissimi giorni e riguardano le concessionarie che aderiscono all’iniziativa; sta a voi scoprire quali sono…
Dopo la pubblicità viene la seconda fase dell’indagine, ovvero quella presso le concessionarie o autosaloni. In questo caso, la palla passa al venditore, che per la legge attualmente in vigore, è colui a cui bisogna chiedere il risarcimento in caso di difetto del veicolo: una apparente assurdità, ma questa è un’altra storia.
E le storie potrebbe raccontarvele il venditore dandovi informazioni errate, proponendovi modelli poco validi o comunque non corrispondenti alle vostre esigenze; in questo caso il venditore “fa” la casa automobilistica, la nobilita quando si comporta correttamente, la discredita in caso contrario.
Senza parlare delle finanziarie. Appiopparvi un finanziamento, per una concessionaria auto, è un ulteriore guadagno sulla vendita (una provvigione, tanto per intenderci); il concessionario ha subito il denaro corrispettivo dell’auto, voi la pagate in comode rate da qui all’eternità e, se sgarrate, sono problemi della finanziaria.
Se, a questo punto, siete sicuri dell’automobile che volete acquistare, non vi resta che trovare chi vi offre le condizioni economiche migliori. Motivi apparentemente inspiegabili fanno sì che ad esempio in Piemonte sia molto più conveniente acquistare una vettura nuova, in Lombardia una usata. Qualcuno dice: è il mercato… sarà pure, ma non è possibile dovere perdere mezze giornate per scoprire se in una promozione vi sia una truffa, se la promozione è seria, verificare quale sia il concessionario più serio e, infine, fare tutte le valutazioni del caso in famiglia senza, peraltro, essere sicuri di avere fatto l’affare della vita.
La morale? La pubblicità rimarrà sempre e comunque l’anima del commercio, ma il commercio non farà mai pubblicità all’anima.
Alberto Burrometo
Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.
Alberto Terrile, fotografo genovese, classe ’61, ci ha accolto nel suo studio, nei caruggi, in un pomeriggio semipiovoso per un’intervista… ma più che un’intervista, quest’incontro è diventato una meravigliosa finestra su vita, esperienze e aneddoti. Si è dedicato a noi a lungo e con generosa sincerità, e questa è la storia che ci ha raccontato.
Tu hai vissuto il contesto artistico degli anni ’80, tra punk e new wave. Com’era Genova in quel periodo?
«Era una realtà abbastanza vivace, screditata rispetto a Milano ovviamente, ma massacrata in quegli anni da un fenomeno sociale gestito dall’alto, la droga. Le droghe classiche sono sparite, sostituite dall’eroina, che qui a Genova ha distrutto una generazione, ha ucciso molti miei amici. Sono assolutamente convinto che sia stata una cosa tramata dall’alto, c’è una logica ben precisa dietro le droghe: l’eroina non è stata una scelta di quella generazione, è il mercato che offre ciò di cui il sistema ha bisogno. Era una città in cui sono successe moltissime cose a livello musicale e creativo-artistico. Le gallerie presentavano artisti che poi sono stati celebrati dopo. A 14-15 anni andavo a vedere una mostra e scoprivo Joseph Beuys. C’erano nomi eccezionali, adesso tutto questo non c’è più. Mi viene in mente anche l’attività del Teatro del Falcone, l’assessorato di Sartori che ha promosso rassegne geniali, come quella di cinema underground americano al Sivori. Oggi c’è tanta apparenza, tante iniziative appariscenti che fanno sembrare la città culturalmente vivace, ma sono cose già viste, sentite, niente di davvero innovativo».
Ho letto che dopo l’apprendistato a Milano sei tornato con il rigetto per il mondo della fotografia di moda e per quel tipo di mondo…perché?
«Finita l’Accademia sono andato a Milano a fare l’assistente in uno studio di moda. Modelle bellissime, tutte abbastanza anoressiche, set incredibili… noi poveri assistenti eravamo fuori da quel sistema, pettinavamo capelli e cambiavamo obiettivi alle Sinar, mentre i fotografi di moda appartenevano a un sistema che appoggiava il naso sulle superfici e tirava su tutto. Io ero il terzo assistente e per di più arrivato da Genova, quindi considerato meno di zero. Succedeva però una cosa interessante, perché arrivavi con un tale complesso di inferiorità rispetto al mito di Milano, che ti eri tanto preparato da essere poi bravissimo. Tutto sembrava si facesse a Milano. L’ho odiata profondamente per lungo tempo, oggi nutro un tenero affetto, mi fa un po’ pena vederla così decaduta, come una vecchia signora con gli acciacchi cui si cede il posto sul bus».
Hai quindi detto no al versante più facilmente redditizio di questo mestiere. Però hai scelto di viverci, con questo mestiere. Come ti arrangiavi, trent’anni fa, all’inizio?
«Era difficile allora come oggi, per di più decidendo di farlo a Genova questo mestiere. Ho avuto la pensata, allora non vincente, di portare a Genova un tipo di professionalità che ritenevo mancasse, cioè la fotografia di ritratto in bianco e nero, in antitesi al molto colore degli anni ’80. Impresa fallimentare perché poca era la gente disposta a farsi ritrarre da un giovane esordiente e Genova è una città che era ed è fatta a cerchi chiusi, caste; devi appartenere a un certo giro di amicizie, e allora trovi simpatia, lavoro, amore e fortuna. Se no, niente. Una città infinitamente snob. Ho dovuto fare i sacrifici che qualunque giovane deve fare anche oggi: passare attraverso l’iter delle cerimonie, specie della fotografia matrimonialista, che era redditizia (oggi col digitale non la è più), per comprarmi l’attrezzatura; per fare il ritrattista, partire coi ritratti dei bambini.
«C’era il centro culturale francese, l’Alliance Française attuale, che organizzava iniziative e a me era stato proposto di fare una specie di storia fotografica in collaborazione con Danielle Sulevich, scenografa per il Teatro della Tosse, con i bambini delle scuole medie, a tema Pantagruel e Gargantua. Tutto in Hasselblad 6×6, una spesa da folle. Fatto sta che il lavoro è piaciuto molto al direttore dell’Alliance e ha voluto sapere di più su cosa facessi, vedendo così alcuni dei primi angeli, queste figure in sospensione nello spazio. Se ne è fatte lasciare alcune da portare a Parigi, dove viveva, da far vedere a una gallerista. Nello stesso periodo alla Biennale di Venezia conosco, senza sapere chi fosse, l’assistente di Wim Wenders. Le chiedo di ritrarla, dato il viso interessante. Parlando le spiego degli angeli e gliene faccio vedere alcuni che portavo con me in un piccolo album. Stessa situazione: le piacciono e se ne fa alcune lasercopie da portare con sé a Berlino. Come ho scoperto chi fosse? Andando insieme a vedere un’esposizione fotografica di Wenders lì alla Biennale, un lavoro su Venezia. A me non piaceva per niente e l’ho detto senza mezzi termini. Lei sorrideva e dopo mi ha detto chi era. Ha visto però una persona genuina credo, e le sono rimasto simpatico. Queste due cose che ho detto generano, un paio d’anni dopo, due mostre: nel 1996 “Gli Angeli a Berlino” con Wenders photoeditor che in versione casalinga mi sceglie le foto, a destra quelle buone a sinistra gli scarti; e nel 1997 vengo contattato dalla direttrice del Petit Palais di Avignone, museo d’arte medievale, interessata a fare una mostra con me visto che trattavo un tema – l’angelo nella contemporaneità – che era particolarmente pertinente alla collezione del museo, ricco ovviamente di immagini sacre. Nel ’98, a 37 anni, mi trovo così a fare questa mostra bellissima».
«Per me che venivo da liceo artistico e accademia, quindi avevo una vera formazione di storia dell’arte, è stata un’esperienza stupenda. Ospitato venti giorni nell’appartamento della direttrice, che si trovava all’interno del museo, ho potuto girare in pigiama le stanze del museo a notte fonda, in completa solitudine, fermandomi quanto volevo davanti a un quadro di Botticelli. Ho scoperto che queste cose accadono solo ogni tanto. A me ne sono successe due quasi in contemporanea, poi magari passano dieci anni prima che ti capiti qualcos’altro di paragonabile. Bisogna avere pazienza e aspettare, non scoraggiarsi nel frattempo. Per un periodo mi chiamavano solo per mostre a carattere religioso e mi chiedevano di partecipare con gli angeli. Negli anni ’90 ho lavorato molto bene a Genova, tanti ritratti su commissione, anche se ho sempre guadagnato poco perché non facevo i matrimoni, la pubblicità, la moda, tutte le cose più redditizie insomma. Ho dovuto lottare con la famiglia per dimostrare che sarei riuscito a mantenermi anche così, e comunque l’autosufficienza è arrivata dopo molti anni, ho dovuto talvolta chiedere aiuto alla famiglia. Ho fatto copertine di libri, fotografia di teatro, tanta danza contemporanea, copertine per dischi, ne faccio ancora una all’anno, alcune per amici.»
Oggi quindi con cosa si lavora?
«Io vivo molto con l’insegnamento, e per il resto faccio la fotografia che voglio, cioè lavoro di ricerca: l’ultimo che ho fatto si intitola Alice nel Paese dello Stupore con dei disabili fisici e psichici di una comunità ed è stata un’esperienza forte, nata in un periodo difficile per me; io mi stavo sottoponendo a cure pesanti e il mio assistente di allora stava molto male, se ne è andato per due tumori. Così abbiamo iniziato questo lavoro e siamo entrati in un mondo a parte, ben rappresentato da quell’assunto bergmaniano che dice “io vivo nel mio mondo e ogni tanto faccio una visita alla realtà”. Questo è ciò che oggi mi interessa particolarmente. Le mie visite alla realtà sono centenari sofferenti di Alzheimer, la comunità transessuale genovese che abita i bassi, le giornate di insegnamento, poi torno nel mio mondo, che è la dimensione poetica e interiorizzata del vivere. Io ho necessità di prendere le dovute distanze da una realtà in cui altrimenti si resta implicati malamente e progressivamente rincoglioniti».
Hai fotografato molti personaggi del cinema, registi, attori, attrici. Com’è per un fotografo immortalare questi soggetti?
A un metro di distanza da Kieslowski respiravi una persona colta, interessante, ma normalissimo, non griffato dalla testa ai piedi. David Lynch è una persona squisita, gentilissima, e anche in lui non ho mai visto quel lusso che si sposa col successo raggiunto. Nel ritrarre personaggi famosi e del cinema uso prevalentemente inquadrature dal basso, perché ti trovi a lavorare con persone che hanno mediamente un discreto ego. Io allora ho sfruttato il fatto di essere piccolo di statura e timido… è capitato le prime volte che mi inginocchiassi sotto di loro per inquadrarli; ho visto che la cosa funzionava, perché tu sei ai loro piedi, sentono di poterti dominare e ti guardano dall’alto. Un meccanismo che ho messo in pratica con molti di loro. Preferivo evitare i photocall, li prendevo da parte pochi minuti, ma da solo. Altman l’ho ritratto attraverso il braccio di una persona, io ero al tavolino di fronte. Ho sempre cercato di togliere questi personaggi dall’aura di protagonismo che li circonda e metterli in un contesto di quotidianità. Claudia Cardinale è in macchina che guarda fuori dal finestrino, Gong Li è su un balcone del Lido. Asia Argento aveva quindici anni, mi ha chiesto “cosa devo fare?”…»
Nel Segno dell’Angelo è una sorta di work in progress che porti avanti da trent’anni. Di cosa si tratta e che tipo di ricerca racchiude?
«È una cosa da cui non mi sono mai separato, dopo avere cominciato a farla. Nasce in prima battuta da un riflessione, ancora studente, sulla storia dell’arte e l’iconografia sacra. L’angelo è una figura che mi ha sempre affascinato. Mentre vivevo a Parigi ho avuto una sorta di flash… stavo male, erano successe cose nella mia vita che mi avevano portato ad abbandonare Genova e trasferirmi da un amico lassù per un tempo imprecisato, vivevo male le mie emozioni e il senso di perdita, un giorno rimango folgorato da una frase che mi appare in testa: “Le forme simboliche vuote ricevono l’immaginario delle masse. Preferisco abitare la periferia del sistema nella quotidiana sospensione tra il Paradiso e l’Inferno di ogni mia giornata”. Scrivo questa frase di getto su un taccuino. La prima parte conteneva un mio senso di fastidio già presente per come la massa accoglie una serie di minchiate, e oggi questo si verifica ancor più fortemente. Poi c’era un po’ di autocommiserazione, a quei tempi bevevo in una maniera furiosa, al punto che non bevo più dal ’99. Nella parola “sospensione” c’era già questo lavoro, i miei angeli sono sospesi, levitano, di poco sollevati da terra, terribilmente umani. C’erano tante cose che si stavano agitando in me, innanzitutto questo sentirmi palleggiato tra paradiso e inferno. Quando ho riletto la frase mi sono reso conto che faceva perfettamente riferimento a immagini scattate la settimana prima a una ragazza amica di compagni di appartamento, sospesa nel cimitero di Montmartre in mezzo a un vialetto, impassibile, immobile come se fosse tutto naturale, che guarda lo spettatore. Volevo dare l’idea di queste persone che arrivano incontro senza fare il minimo sforzo, sospese, immerse in un silenzio totale, mentre tutto intorno a loro è fermo immobile. Sono tutte foto analogiche, stampate da me, con questi bianchi e neri filtrati in un certo modo, così che queste immagini sfuggono alla concezione di tempo. Gli angeli sono un pochino sollevati verso l’alto, solo un pochino, perché da una prospettiva leggermente rialzata c’è la possibilità di vedere diversamente le cose; perché io non guardo dall’alto con atteggiamento di superiorità, ma avverto una forma di diversità che oggi sento rimarcata fortissima guardando la contemporaneità».
Spessissimo i tuoi scatti sono in Bianco e Nero. Di certo il B/N è molto più suggestivo ed evocativo del colore. Lo scegli per qualche motivo particolare o si tratta solo di un fattore estetico?
«Da una parte è una risposta a tutto il colore che vedevo negli anni ottanta, dall’altra è una scelta apposita perché noi vediamo a colori, la visione in bianco e nero non ci appartiene e a maggior ragione sposta tutto su un diverso piano di riconoscibilità delle cose».
Hai vissuto tutto il passaggio al digitale. Di certo la progressiva democratizzazione dei costi per l’attrezzatura unita alla possibilità di pubblicare su internet i propri scatti ha generato un’ondata di fotografi improvvisati, con il web che trabocca profili di flickr, a scapito della qualità e dei professionisti. Cosa pensi di tutto questo fenomeno?
«Prima del digitale tu fotografo stampavi tutto a mano, su carta, diventavi padrone di una tecnica, la stampa analogica. Scoprivi cose meravigliose lavorando con una tecnologia molto difficile da maneggiare, certo non alla portata di tutti com’è invece il digitale che è democratico. Lavoravi con la luce, con gli acidi, e visto da fuori sembravi un mago in camera oscura, con la luce rossa che ti avvolgeva, coperto di grembiuli per proteggerti dagli acidi e intento a fare gesti con le mani coi quali facevi apparire le immagini dall’acido. Adesso sono tutti chini sul monitor, con la scoliosi, a cliccare. Il digitale ha preso tutto il sapere analogico e lo ha ridotto a un’azione da clic. A un certo punto ho dovuto adeguarmi, mi hanno detto: o ti compri il computer o sei finito. Prima si spedivano le foto per raccomandata alle redazioni delle case editrici per esempio per una copertina di libro, ora si manda una mail ed è fatta, quindi i lati positivi ci sono sicuramente. Il digitale ha permesso a tutti di farsi le proprie fotografie a basso costo, e questo è un bene. Peccato che le masse siano spesso inconsapevoli e l’uso che viene fatto di queste cose è inconsapevole.
Ci sono troppe cose fatte senza riflettere: qualunque forma d’arte deve avere una consapevolezza del fare, capire perché si sceglie un certo linguaggio, un certo mezzo artistico: deve rispondere alla tua interiorità. È inutile lavorare per successo e soldi, se vuoi fama e denaro non scegliere istanze artistiche, a maggior ragione in un momento come questo in cui non ci sono soldi. Avviso ai giovani: non imbarcatevi nell’arte se lo fate solo per questi motivi».
Attualmente la realtà che ci circonda non dà molta speranza, molta voglia di sognare… cos’è che continua a ispirarti?
«Spero ardentemente di far vedere questa mia strana ricerca, Alice nel Paese delle Meraviglie, la cui idea è nata dopo che avevo visto uno spettacolo teatrale fatto da disabili, che mi ha suggerito la possibilità di lavorare con loro. La mia Alice è un uomo di 43 anni che sembra una signora, imprigionato in un corpo di donna, incazzato, che soffre il posto dove vivono loro, la ghettizzazione in cui li mette la società. Un’occasione per parlare di una realtà differente, di evasione, visionarietà, e loro mi hanno dato visionarietà a manciate, stravolgendo il lavoro, togliendogli narratività, sono diventati sketch che metteremo insieme in maniera quasi surrealista, ma è stata un’esperienza incredibile. Persone che ti inondano di affetto, che basano la loro vita su piccolissime cose che noi trascuriamo completamente, una lezione di vita enorme. Per un periodo non stavo bene e hanno chiesto di telefonarmi per dirmi di tirarmi su, che per loro ero importante. Persone che se le incroci per strada pensi poveri disgraziati. Ho chiesto ad alcuni di loro “Tu sei felice?”, la risposta è stata “Sì, perché?”. Allora c’è qualcosa che non funziona in noi appartenenti alla categoria dei cosiddetti normali. Siamo stati ospitati da Castello de Albertis durante il progetto perciò speriamo di allestire la mostra per il 2013 proprio lì».
Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo che vuole intraprendere il percorso di fotografo cosa gli diresti?
«Sherwood Anderson ha detto una cosa bellissima: “sono interessato a stare al di sotto di tutto ciò che vive”. Significa incidere una superficie e guardare sotto; secondo me l’arte avrebbe questo compito, andare al di sotto, scendere in profondità, scandagliare. Quando vedo persone che vogliono avere successo dico pensate cosa è successo a un personaggio come Nick Drake, ha fatto tre dischi, è morto a 24 anni preda di antidepressivi ed è universalmente riconosciuto, oggi, come un grande, amato dai più grandi della musica. Lui soffriva terribilmente il fatto di non vedere riconosciuto il suo talento, ed è morto per la sofferenza. Perché non guardiamo anche a questi personaggi, invece che guardare soltanto ai successi? In quest’ottica, quando insegno cerco sempre di trasmettere questo modo di vedere: fatelo per amore, perché è un’esigenza interiore. Con l’insegnamento, nel quale sono finito per caso, ho scoperto di poter parlare a persone giovani e trasmettere sapere, tecnica ma anche atteggiamento. Quale? Guardiamo al perché fare e non solo al come. Troppo spesso si crede che la fotografia sia solo un insieme di nozioni e che una volta che le si possiede si è fotografi. Poi ci si ritrova sul campo e non si sa cosa fare perché si conosce la tecnica ma non si sanno approcciare situazioni e soggetti. Quando insegno vedo che i miei allievi non chiedono quasi mai perché ho scartato una certa foto nel momento in cui gliele seleziono, ma insistono per tenerle. Io non mi sono mica sognato di dire a Wenders di reinserire qualcosa che aveva scartato… è ovvio che soggettivamente ognuno la può pensare diversamente, ma bisogna imparare ad ascoltare chi ha più esperienza, cosa che i giovani non sanno fare. Sono tre anni che produco mostre, proponendo giovani e selezionando fotografie, e vedo spesso questo atteggiamento. Ora guardando Facebook si vede che tutti vogliono fare fotografia glamour: tutte foto orrende, senza senso, un numero infinito di ragazze dagli sguardi vuoti, sedute in bilico su muretti e davanzali, o in posizioni improbabili dentro fabbriche abbandonate, luoghi dove prima c’era il lavoro, il sudore, invasi di corpi femminili tra segatura, vetri rotti e macchie d’olio, tutti rigorosamente in due pezzi, tutti rigorosamente con tre, quattro tatuaggi in punti strategici. Tutti stanno facendo questa fotografia perché hanno visto che rende, nonostante la crisi. Ma è tutta roba leggera, superficiale. Le persone che fotografo io hanno uno sguardo che è presenza, diretto o laterale ma presente. Persone che hanno un mondo nello sguardo. Sono assolutamente cosciente di avere scelto una strada di nicchia, consapevole di essere assolutamente un minore, non credo che lascerò nella storia dell’arte contemporanea chissà quale segno. Mi considero un artigiano che fa il suo con passione. Il fatto è che oggi si lavora sempre meno con passione…»
Il Centro Studi Cultura Sviluppo – CSCS, nell’ambito dell’iniziativa Europemobility Network, ha lanciato una nuova edizione del concorso per video Europemobility, che vuole far raccontare ai ragazzi la loro esperienza di studio o lavoro all’estero.
Il concorso è aperto a chiunque, indipendentemente dall’età, dal livello di studi, dal settore produttivo e dalla nazionalità, purché abbia partecipato a un’iniziativa di mobilità come Erasmus Placement, Leonardo da Vinci, Youth in Action o a qualsiasi altro programma regionale o nazionale. Il video deve avere una durata compresa tra 1 e 3 minuti e dovrà essere caricato entro il 15 settembre 2012 sul sito di Europemobility.
Una giuria selezionerà i primi tre classificati, che avranno in premio un viaggio a Parigi per partecipare alla cerimonia di premiazione, che si terrà il 22 novembre 2012 nell’ambito del Salon Européen de l’Éducation 2012. Il vincitore otterrà inoltre un premio in denaro di 500 euro, mentre l’autore del video più votato dagli utenti del sito avrà in premio un iPad.
Taxi Driverr e DisorderDrama, in collaborazione con il laboratorio di serigrafia The Giant’s Lab, organizzano a Genova la mostra di poster e il workshop di un ospite d’eccezione: Chuck Sperry, uno dei maestri della serigrafia contemporanea.
Mercoledì 6 e giovedì 7 giugno presso il Taxi Driver Record Store di Via Macelli di Soziglia e lo Spazio Cernaia ospitano l’esposizione dei poster di Sperry (Psyck Italia) e un workshop gratuito a cura dello stesso artista.
La mostra Psyck Italia e il workshop gratuito di serigrafia sono inseriti all’interno del progetto MAED, a cura di ARCI Liguria e Disorderdrama.
Ecco il programma completo:
Mercoledì 6 giugno
presso Spazio Cernaia 10R, (vicino a via della Maddalena)
-dalle ore 18 inaugurazione della mostra di poster Psyck Italia di Chuck Sperry (ingresso gratuito)
alle ore 19.00: live set acustico di Kepi Ghoulie (cantante e fondatore dei Groovie Ghoulies, storica band punkrock di Sacramento, USA)
– presso il Circolo Arci Belleville di Vico Calvi 6r
meet & greet with Chuck Sperry
ore 21 concerto di Kepi Ghoulie
Giovedì 7 giugno
presso Spazio Cernaia 10R, (vicino a via della Maddalena)
dalle ore 10 mostra di poster Psyck Italia di Chuck Sperry (ingresso gratuito)
ore 14-17 e ore 21-23.45 Workshop gratuito di serigrafia, con dimostrazione di stampa di un poster, a cura di Chuck Sperry
Mantenere l’aliquota sull’abitazione principale al 4 per mille o, almeno, in caso di aumento, applicare tutte le detrazioni possibili per le fasce di popolazione più disagiate. Questa la richiesta che la Cgil Liguria insieme alle Camere del Lavoro ed al Sunia rivolge all’Anci Liguria (sezione ligure dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani).
Il sindacato ribadisce che considera sbagliato il modo in cui il Governo ha ripristinato la tassazione sul patrimonio costituito dalla casa, perché «va distinto il possesso della casa di abitazione, per la quale tanti sacrifici sono stati fatti da molte famiglie e la disponibilità di un patrimonio immobiliare significativo che una parte di cittadini ha accumulato».
«L’aumento delle aliquote sulla prima casa viene motivata, dagli enti locali che l’hanno annunciato, con l’esigenza di non ridurre i servizi sociali – sottolinea la Cgil – Non condividiamo il fatto che un aumento di tassazione sia usato semplicemente per mantenere il sistema di servizi così com’è e rivendichiamo che, se si intende procedere all’aumento, questa sia almeno considerata occasione per riorganizzare i servizi e riorientare la spesa (integrazione tra diversi settori di intervento, corretto rapporto tra regia pubblica e soggetti dell’impresa sociale e della cittadinanza attiva, ecc.)».
La prima richiesta della Cgil quindi è che «l’aliquota sull’abitazione principale non venga maggiorata rispetto al 4 per mille; in ogni caso, ed a maggior ragione, se invece i comuni dovessero decidere diversamente, chiediamo che siano applicate detrazioni per fasce di popolazione più disagiate. In particolare il sindacato chiede di: equiparare all’abitazione principale la casa dell’anziano o disabile ricoverato in modo permanente in struttura residenziale; prevedere detrazioni per disabili o anziani non autosufficenti presenti nel nucleo familiare; parificare all’abitazione principale le “seconde case” assegnate in usufrutto ai figli o ai genitori anziani; assegnare un contributo ai cittadini in condizioni svantaggiate o con redditi Isee (Indicatore situazione economica equivalente) sino ad una certa soglia, maggiore nel caso si tratti di lavoro dipendente o pensione; esentare coloro che hanno subito danni dalle alluvioni dello scorso anno; adottare correttivi nell’applicazione dell’imposta sulle seconde case per incentivare l’affitto ed in particolare l’affitto a canone concordato, ed evitare per quanto possibile che l’aumento si traduca in aumento del canone stesso».
E sulla questione Imu ieri è intervenuto anche l’assessore regionale al bilancio Pippo Rossetti che in una lettera all’Anci Liguria scrive «Chiedere ai pensionati, come fa il Governo, che trasferiscono la propria residenza presso un ospizio, di pagare l’IMU come seconda casa è iniquo. Per questo come Regione chiediamo ai Comuni liguri di prevedere un’attuazione meno stringente dell’art. 13 del decreto salva Italia».
«Chiediamo ai Comuni di prevedere l’applicazione del comma 10 dell’art. 13 che prevede la possibilità di considerare l’unità immobiliare, posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto, come abitazione principale. Pagando dunque molto meno». In questo caso, infatti, l’IMU da pagare verrebbe dimezzata passando dal 7,6 per mille al 4 per mille a condizione che l’abitazione non risulti affittata.
L’iniziativa dell’assessore Rossetti fa seguito all’ordine del giorno approvato in consiglio regionale all’unanimità in cui si chiedeva al presidente e alla Giunta regionale di procedere in tal senso. «Non si può tollerare – conclude Rossetti – che gli anziani, ospiti in case per la terza età perché hanno dei problemi o non sono autosufficienti, siano vessati dovendo pagare 1500 o 2000 euro in più». Ammontano a circa 8.300 gli anziani ospiti in strutture liguri di ricovero permanente.
Mercoledì 6, giovedì 7 e venerdì 8 giugno 2012 (ore 21) il Club Amici del Cinema di Genova Sampierdarena ospita la proiezione del documentario Mare chiuso, di Stefano Liberti e Andrea Segre, che denuncia i respingimenti dei migranti libici che cercarono di approdare sulle coste italiane tra il 2009 e il 2010.
Questo il tema del documentario, così come riportato sul blog ufficiale marechiuso.blogspot.it: “In seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi del 2009, le barche dei migranti intercettate in acque internazionali nel Mediterraneo sono state sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze. Molti dei respinti, circa 2000 persone, erano richiedenti asilo. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha recentemente condannato l’Italia per aver violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo“.
La proiezione si svolge in concomitanza con l’edizione 2012 di Che Festival! a cura di Music for Peace, che ha luogo proprio in questi giorni nel quartiere di San Benigno.
Le tre proiezioni saranno accompagnate rispettivamente da altrettanti eventi collaterali, con inizio un’ora prima del film (quindi ore 20):
– mercoledì 6 giugno interventi dell’avvocato Alessandra Ballerini e di Enrico Frigerio, attivista del Gruppo Amnesty International di Genova, sul tema Respingimenti e diritti negati: la sentenza della Corte Europea.
– giovedì 7 giugno incontro con alcune comunità straniere di Genova.
– venerdì 8 giugno progetti di fotografia e documentario sociale con Diana Giromini (Torino) e Laboratorio (Genova).
“Menu a Km Zero” è un nuovo stile gastronomico. È una ricetta che permette di apprezzare, comodamente seduti a tavola, al ristorante ma anche nell’intimità della propria cucina, tutte le stagionalità, la freschezza e le ricchezze che crescono a meno di 50 Km da quel tavolo. Cercando un sinonimo, si potrebbe dire che mangiare a km zero vuol dire accorciare le distanze.
Impossibile, quindi, trovare due Menu a km Zero identici. Ogni singolo piatto è composto da prodotti tipici locali e di stagione, provenienti dalle campagne vicine, nel rispetto dell’ambiente, in un tripudio di tipicità, qualità e freschezza. Anche se diverso, ogni Menu a Km Zero si basa, però, sulla stessa ricetta: mettere nei piatti le specialità delle campagne circostanti, contribuendo cosi alla riduzione dell’inquinamento causato dal traffico veicolare.
L’unico modo per avvicinarsi al “Menu a Km Zero” è sedersi a tavola. Ed è quello che ha fatto il Rotary Genova San Giorgio, presso il ristorante “La Bigoncia”, a Quarto. L’Avv. Enrico Sala, con la complicità di un “menu made in Nervi”, ha tenuto una relazione sul tema. Una cena a base di portate che identificavano il territorio, quello di Nervi appunto, ha offerto lo spunto per alcune considerazioni.
“Menu a Km Zero” non deve essere inteso solo come la cena al ristorante, ma deve essere sinonimo di sensibilità ambientale anche nel momento di fare la spesa; deve poter dire privilegiare prodotti locali e di stagione a chilometro zero che non devono percorrere lunghe distanze con mezzi inquinanti prima di arrivare sulle nostre tavole. Invito ad accorciare le distanze che l’Avv. Sala ha voluto racchiudere in un aneddoto: «E’ stato dimostrato come negli hamburger americani ci fosse insalata messicana e come nelle tortillas messicane ci fosse insalata americana».
Una metodologia culinaria, quella coniata dalla Coldiretti del Veneto, che i partecipanti all’incontro hanno potuto apprezzare attraverso una cucina basata sulla tradizione, con una ricerca minuziosa per quanto riguarda le materie prime e seguendo la stagionalità dei prodotti usati. «Un grazie particolare a Chef Corrado Carpi che ha dato sapore e gusto ad ingredienti anche poco noti e non troppo espressivi (ad esempio i funghi cardoncelli di S.Ilario) oppure conosciuti e di tutti i giorni (le acciughe del nostro mare), ma trattati con personalità e fantasia, a conferma che l’opera dello chef o di una brava cuoca casalinga è fondamentale per “nobilitare” ingredienti vicini a noi, spesso ignorati o poco considerati», è il commento conclusivo dell’Avv. Sala.
Informazione, formazione, condivisione sono i tre elementi cruciali con cui provare a scardinare il muro di ignoranza che si trovano di fronte i pazienti che intendono curarsi con la cannabis terapeutica.
Un’opportunità consentita dalla Legge italiana a partire dal 2007, quando il principio attivo (THC) della cannabis è stato inserito nella tabella II B, l’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope di riconosciuto valore terapeutico, ovvero farmaci prescrivibili con semplice ricetta bianca non ripetibile. Con il decreto ministeriale del 18 aprile 2007 i cannabinoidi delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e trans-delta-9-tetraidrocannabinolo (Dronabinol) entrano nella tabella II B «Considerato che costituiscono principi attivi di medicinali utilizzati come adiuvanti nella terapia del dolore anche al fine di contenere i dosaggi dei farmaci oppiacei ed inoltre si sono rivelati efficaci nel trattamento di patologie neurodegenerative quali la sclerosi multipla». Il Ministero della salute, a partire da quella data, rende possibile utilizzarli nella terapia farmacologica.
Peccato però che questa norma non sia mai stata pubblicizzata adeguatamente e chi voglia accedere a questa modalità di cura deve combattere contro mille ostacoli burocratici, resistenze da parte di medici ed Asl, risposte diverse a seconda della regione di residenza (tutta la trafila a cui sono sottoposti i pazienti è dettagliatamente descritta nella precedente inchiesta di Era Superba).
Ieri, al centro sociale Terra di Nessuno del Lagaccio, si è svolto un incontro informativo alla presenza di realtà antagoniste provenienti da Torino (csoa Gabrio), Pisa (Osservatorio AntiPro), Bologna (Laboratorio AntiPro del Livello 57), Milano, Roma e Genova (associazione Pazienti Impazienti Cannabis). L’obiettivo è parlarne, far circolare l’informazione, mettere il sistema davanti all’evidenza del paradosso italiano – una cura consentita dalla legge ma praticamente inaccessibile alla maggior parte dei malati – per provare ad aprire uno spiraglio nell’opinione pubblica.
Innanzitutto è stata sottolineata la differenza tra i farmaci derivanti dai cannabinoidi sintetici (in particolare il Nabilone), prodotti dall’industria farmaceutica, rispetto alle cosiddette infiorescenze femminili di cannabis, fiori coltivati in laboratorio, sterilizzati e sottoposti ad un minuzioso controllo per quanto riguarda qualità e sicurezza, realizzati appositamente per il Ministero della salute olandese. Entrambe le tipologie sono importabili grazie al Decreto Ministeriale dell’11 febbraio 1997, relativo all’importazione di farmaci esteri direttamente dal produttore da parte delle Farmacie del servizio sanitario pubblico.
I derivati sintetici sembrano mostrare minore efficacia e maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai derivati naturali, oggi preferiti da molti pazienti. Nonostante ciò finora in Italia la maggioranza delle importazioni ha riguardato soprattutto un principio attivo sintetico, il Nabilone, in pratica thc puro ed il Sativex, uno spray sublinguale a base alcolica, prodotto dalla Bayern che negli ultimi tempi è stato approvato in molti paesi europei.
La pianta di cannabis contiene al suo interno una settantina di principi attivi, l’unico stupefacente è il THC. Le ricerche portate avanti in questi anni hanno consentito di comprendere che l’azione degli altri cannabinoidi modulano l’effetto del THC e riducono gli effetti collaterali. Inoltre anche altri principi attivi, ad esempio il CDB, hanno interessanti proprietà terapeutiche. In paesi più tolleranti come l’Olanda, oggi si ragiona in direzione di una specializzazione delle coltivazioni dedicate all’uso medico: esistono, infatti, semi di canapa che garantiscono determinate percentuali di alcuni principi attivi che possono risultare utili per differenti patologie.
Ma qual è l’ostacolo principale in Italia? Il problema è trovare medici disponibili a prescrivere la cannabis terapeutica. In tutta Italia sono solo poche decine i professionisti che decidono di farlo. Uno dei motivi per cui non prescrivono i derivati naturali è perché nel momento in cui un medico prescrive una cura simile, di conseguenza svaluta la sperimentazione sui farmaci cannabinoidi sintetici sviluppata anche dai ricercatori italiani. Oltre ad una motivazione strettamente legata a notevoli interessi economici, ne troviamo un’altra, probabilmente più grave, perché riguarda la carenza di informazione in merito alle infiorescenze femminili di cannabis. Purtroppo in Italia la formazione rivolta ai medici è appannaggio esclusivamente delle case farmaceutiche e di enti autorizzati che non hanno alcun interesse nel veicolare le conoscenze sui prodotti naturali. Dall’altro lato non va dimenticato che spesso a livello regionale, i medici delle singole aziende sanitarie locali, non informati adeguatamente dai direttori sanitari, ignorano questa opportunità di cura.
Le associazioni che si battono per il libero accesso alla cannabis terapeutica – in prima fila Pazienti Impazienti Cannabis – hanno contattato medici e ricercatori olandesi per chiedere supporto, trovando subito disponibilità. Le ipotesi allo studio sono sostanzialmente due: stampare in lingua italiana il materiale informativo sui derivati naturali; promuovere seminari in Italia, alla presenza di esperti olandesi, affinché anche nel nostro Paese si possa parlare consapevolmente di cannabis terapeutica. L’obiettivo è quello di creare un nucleo di medici disponibili a condividere le informazioni con altri colleghi, in maniera tale da stimolare un circolo virtuoso puntando ad allargare progressivamente il numero dei professionisti coinvolti.
I pazienti intendono rivendicare il fondamentale legame tra la pianta e la cura, al contrario delle case farmaceutiche che mirano ad isolare il principio attivo per produrre farmaci sintetici.
Nelle varie proposte di legge regionali presentate in Italia, uno dei punti principali è proprio la richiesta di avviare una produzione italiana di cannabis a fini medici, sul modello olandese. Oggi è già tutto pronto perché nel nostro Paese esiste una coltivazione autorizzata, con alta concentrazione di THC, ai fini della ricerca. Sarebbe sufficiente individuare un laboratorio farmaceutico centrale, ad esempio lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, che grazie alle sue competenze potrebbe occuparsi della sterilizzazione e del controllo qualitativo del prodotto destinato alla fornitura per il Servizio Sanitario pubblico. Il percorso però deve essere necessariamente avviato da una regione che richieda un ordinativo di principio attivo per le esigenze dei suoi pazienti.
E qui arriviamo ad un altro snodo centrale, ovvero l’attuale situazione delle leggi regionali. Oggi in due regioni, Puglia e Marche, una delibera sul tema cannabis terapeutica è già stata approvata ma anche qui si dovrà passare da una legge regionale. Purtroppo però, secondo Pazienti Impazienti Cannabis, le nuove norme invece di favorire, limitano l’accesso alla cura: la lista delle patologie interessate è assai scarna e comprende solo la sclerosi multipla e la terapia del dolore in ambito oncologico.
Ma finalmente, pochi giorni fa, in Toscana, prima regione italiana, è stata approvata una vera e propria legge in merito. La legge regionale toscana è limitata – sottolinea Pazienti Impazienti Cannabis – ma comunque accettabile. Questo grazie all’intervento dell’associazione che ha convinto i consiglieri toscani a modificarne l’impostazione, precedentemente incentrata esclusivamente sulla terapia dolore. Il 2 Maggio è stata approvata però affinché non rimanga una legge vuota, puramente di indirizzo, sono previste delle delibere attuative. La Giunta ha garantito di impegnarsi con delibere che vadano in un senso di maggiore apertura, ma staremo a vedere quale sarà il risultato finale.
In Liguria, dopo oltre un anno in naftalina, la proposta di legge regionale “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche” – presentata per la prima volta il 7 marzo 2011 da Federazione della sinistra e Sinistra ecologia e libertà – in questi giorni è stata nuovamente illustrata ed ora è pronta ad approdare in commissione sanità. Un passaggio fondamentale perché se davvero si riuscirà a trovare una formula ideale, questa legge potrebbe diventare il modello di riferimento per le altre regioni italiane.
Quali sono le prospettive future ed i metodi di lotta possibili? In alcuni paesi europei (in particolare Spagna e Belgio) in questi ultimi anni, nonostante non siano mancate denunce ed arresti, è stato avviato il progetto dei Cannabis Social Club. Un modello che ha lo scopo di evitare che i consumatori di cannabis siano coinvolti in attività illegali e assicura che siano soddisfatti certi requisiti riguardanti la sicurezza e la salute pubblica. I Cannabis Social Club (CSC) sono delle associazioni registrate e senza fini di lucro, formate da persone adulte che consumano cannabis. I club possono essere istituiti legalmente in tutti i paesi dove la coltivazione per uso personale di quantitativi di cannabis è stata decriminalizzata. I Cannabis Social Club organizzano la coltivazione collettiva di un quantitativo di cannabis che è esclusivamente inteso per il consumo privato dei propri membri. I CSC si pongono un obiettivo politico, ovvero il cambiamento delle politiche sulle droghe, proponendo un alternativa al mercato nero. Ma non solo l’obiettivo è anche ragionare sul consumo consapevole e sull’abuso. Alla ricerca non di una liberalizzazione, bensì di una regolamentazione che consenta ai consumatori di usare la cannabis consapevolmente.
In Italia, dal punto di vista legislativo, non esistono spiragli per avviare esperienze del genere. E però la presenza di numerosi pazienti che intendono curarsi con la cannabis – e già in passato lo hanno fatto assumendosi il rischio di auto prodursi la pianta medica – apre nuovi possibili scenari. Quindi nel nostro paese si profila la possibilità della nascita di associazioni simili rivolte però esclusivamente al livello medico. E la giurisprudenza potrebbe dare una mano, considerato che alcuni procedimenti giudiziari a carico di malati accusati di coltivazione illegale di cannabis, sono stati archiviati quando, prima del processo, sono riusciti a presentare le adeguate documentazioni mediche a sostegno dell’utilizzo terapeutico della pianta.
La strada giudiziaria dunque appare una scorciatoia da percorrere per il riconoscimento dei propri diritti. E partendo da qui si potrà provare ad esercitare la necessaria pressione sulla politica affinché anche il Parlamento si occupi della questione. In Italia i pazienti sono gli unici pronti a rischiare. A seguire una linea di disobbedienza civile ove vi sia un principio certo: la coltivazione personale di un malato non è perseguibile dalla legge.
A cinquant’anni dalla morte di Yves Klein, Teatri Possibili Liguria organizza una mostra incentrata sul judo e sul teatro dedicata alla poetica dadaista del grande artista francese.
L’esposizione, nata da un’idea di Sergio Maifredi, uomo di teatro e cintura nera di judo, e del critico d’arte Bruno Corà, inaugura il 6 giugno per proseguire poi sino al 26 agosto,
Klein è considerato uno dei protagonisti della storia dell’arte del ventesimo secolo: con le sue opere ha sorpreso, incantato e scandalizzato l’Europa e l’America. Judo e teatro, entrambi fatti di dinamismo e contatto fisico, si intrecciano e si amalgamano nella sua opera: la tela bianca stesa sul pavimento, sulla quale si posano i corpi delle modelle, diviene al contempo superficie dell’opera, area del combattimento e luogo della rappresentazione. L’impronta della modella sulla tela è l’impronta del judoka che cade sul tatami, mentre intorno l’orchestra suona, gli spettatori osservano e il regista Klein, in smoking, dirige o forse arbitra l’incontro.
In mostra sono presenti documenti, oggetti, immagini e video-testimonianze inedite provenienti dagli Archivi Klein di Parigi e da gallerie private. Presso Palazzo Ducale si terranno nel corso della mostra alcuni eventi collaterali, come la conferenza scientifica sulle arti marziali e gli sport da combattimento, in programma dall‘8 al 10 giugno, e l’evento “Omaggio a Yves Klein: Blu Blu Blu – Teatro Fisico” con spettacoli dedicati al tema della mostra aVilla Bombrini.
Orario: 11/19 da martedì a domenica,
chiuso lunedì. Ingresso: intero 6 euro – ridotto 5 euro
Con Torre e carceri e mostre fotografiche 9 euro