Mese: Aprile 2013

  • Centri per l’impiego: utilità, efficacia e funzione dei servizi pubblici

    Centri per l’impiego: utilità, efficacia e funzione dei servizi pubblici

    centri per impiegoPraticamente ogni giorno televisioni, giornali e mass-media informano i cittadini sui dati allarmanti che sanciscono una progressiva quanto inesorabile crescita della disoccupazione in Italia. Nel 2013 supereremo la soglia reale dei 3 milioni di senza lavoro; tra questi, la categoria dei giovani, è ormai ad un passo dal 40% di disoccupazione (ma già oltre il 50% nel Mezzogiorno).
    La riforma del Lavoro Fornero (Legge 92/2012) – entrata in vigore otto mesi orsono – non ha avuto gli esiti sperati. D’altra parte non va dimenticato che essa è operativa per meno della metà, impantanata tra le maglie della burocrazia e la carenza di risorse economiche. Ma è bloccata pure la leva che dovrebbe farla decollare, ovvero una seria riforma dei servizi all’impiego, pubblici e privati, e della formazione professionale.
    «Senza una rete di servizi al lavoro veramente efficaci, in grado di offrire a chi perde il posto una nuova opportunità, il mercato continuerà ad essere opaco ed inefficace – scrive Walter Passerini, editorialista de La Stampa (02-03-2013) – vinceranno le solite raccomandazioni, le amicizie, le relazioni pericolose. La formazione professionale è da tempo frantumata in venti sottosistemi regionali e non è stata creata alcuna cabina di regia nazionale. La situazione è grave: serve un progetto condiviso che alimenti una stagione di responsabilità da proporre al Governo che verrà. La questione del lavoro, la questione salariale e la questione previdenziale sono legate tra di loro e ciò che si concerta oggi ha ripercussioni sul futuro. All’orizzonte non vi sono solo i tre milioni di senza lavoro ma gli otto milioni di persone che già oggi soffrono di un forte disagio occupazionale».

    I Centri per l’impiego (CPI), nati nel 1997 sulle ceneri degli ex Uffici di Collocamento, operano a livello provinciale secondo gli indirizzi dettati dalle Regioni. In Italia – tra CPI ed agenzie private del lavoro – si contano alcune migliaia di sportelli con circa 20 mila dipendenti, dei quali 10 mila nei CPI. Solo a titolo di paragone, in Germania il personale dei CPI pubblici ammonta a 74 mila dipendenti; in Gran Bretagna è di 67 mila unità.
    L’effettiva funzionalità dei servizi per l’impiego italiani è messa sotto accusa dai numeri: si parla di appena il 4% come dato medio dell’intermediazione pubblica domanda – offerta di lavoro (a cui si affianca il 3% delle agenzie private), contro il 13% della Germania ed il 7,7% della Gran Bretagna.

    «Innanzitutto si tratta di dati che vengono raccolti in maniera errata o quantomeno contestabile – spiega Michele Scarrone, Direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro della Provincia di Genova – Sono stime desunte da domande rivolte ai lavoratori, spesso attraverso un’indagine telefonica, ai quali si chiede se hanno trovato lavoro o meno, mediante i servizi pubblici. Su un campione di 100 persone intervistate, è facile che solo 4 di queste si ricordino di essere, in qualche maniera, transitate dai CPI. Un lavoratore potrebbe aver visto un annuncio sulla bacheca del CPI ed aver stabilito un contatto personale andato a buon fine, quindi una mediazione vera e propria, ma gli strumenti utilizzati non riescono ad intercettarla. Il sistema di monitoraggio, insomma, non è statisticamente valido».
    Per quanto riguarda la Provincia di Genova «Il 30% delle persone prese in carico dai CPI trova lavoro dopo aver seguito un percorso fatto di colloqui, orientamenti, avviamenti con il servizio Match, tirocini o seminari promossi dai CPI – afferma Scarrone – Questo 30% è un dato attendibile perché rilevato tramite l’incrocio delle nostre banche dati sui servizi erogati e le attivazioni eseguite. In base alla Legge, infatti, tutte le aziende che applicano un qualsiasi contratto di lavoro sono tenute a comunicarlo alla Provincia». Secondo il dirigente non si può fare di tutta l’erba un fascio «C’è una forte disomogeneità a livello nazionale. Al sud la situazione è indubbiamente difficile ma anche al nord ci sono differenze tra una provincia e l’altra anche. La media del 4%, però, è grossolana. Soprattutto al settentrione, ma non solo, ci sono CPI con esperienze di eccellenza».

    Le domande strategiche che l’intero universo politico dovrebbe porsi sono almeno due: servono i servizi pubblici per l’impiego? E qual è la loro funzione? Quesiti che ancora attendono risposte convinte mentre nell’aria aleggiano ipotesi di parziale o addirittura totale privatizzazione.
    «I servizi pubblici per il lavoro sono necessari per garantire l’universalità del servizio – afferma Luigi Olivieri, dirigente del Settore Formazione e Lavoro della Provincia di Verona, alla rivista Work Magazine (18-02-2013) – comprendendo disabili e soggetti particolarmente deboli che la logica di profitto delle agenzie private escluderebbe».
    «Il nostro mestiere è creare le condizioni di maggiore occupabilità – spiega Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro della Provincia di Genova – L’obiettivo è avvicinare il più possibile la persona alle aziende che ricercano forza lavoro. Bisogna uscire dall’equivoco: l’intermediazione non è l’attività principale dei CPI. La mission è quella di fornire orientamento al lavoro. Per condurre le persone a comprendere il loro percorso professionale, prendere consapevolezza di eventuali lacune affinché esse siano colmate. I CPI promuovono corsi di formazione, voucher formativi, tirocini, seminari, ecc., tutto questo lavoro va a formare il complesso dei servizi per l’impiego».
    La difficoltà del sistema dei centri per l’impiego deriva ovviamente dalla esiguità delle risorse. «In Italia si investe circa 1/7 – 1/8 di quello che investono in altri Paesi europei più evoluti – sottolinea Scarrone – Le risorse per i CPI sono insufficienti e pure il numero di addetti. È del tutto evidente quanto sia necessaria una seria riforma dei servizi pubblici per l’impiego». Presso altre realtà del vecchio continente – vedi la Germania – le spese per le politiche attive sono il doppio delle nostre. Nel Bel Paese, invece, se non vogliamo spendere soldi solo per le politiche passive di sostegno al reddito dei disoccupati, occorre una profonda ristrutturazione della rete dei servizi per costruire politiche attive.

    L’ESPERIENZA DEI CPI DELLA PROVINCIA DI GENOVA

    Gli iscritti ai CPI della Provincia di Genova al 31/12/2012 sono 50450. Quindi in leggero aumento rispetto ai 49069 del 2011. Ma neppure di molto considerando la difficile congiuntura che stiamo attraversando.
    I colloqui di orientamento individuali (1° e 2° livello) erogati nel 2012 sono stati poco più di 41000 (in linea con il 2011); compresi i seminari collettivi: 49400 (ossia l’insieme delle azioni di orientamento).
    I voucher erogati per partecipare ad attività formative che la Provincia ha accreditato: 13463 (in aumento rispetto agli 11291 del 2011) a 8191 persone (7087 nel 2011), con una media di 1,64 per persona (1,59 nel 2011).
    Poi ci sono i tirocini «Uno dei migliori strumenti che abbiamo a disposizione – precisa Scarrone – che continuiamo a promuovere nonostante le risorse siano quasi pari a zero. In gran parte sono sostenuti dalle aziende e controllati della Provincia. Si è creato un rapporto virtuoso con molte imprese che in pratica svolgono il ruolo di “allenatori” delle persone, alcune delle quali, al termine del tirocinio rimangono in “squadra”». I tirocini promossi nel 2012 sono stati 1590 (1691 nel 2011). Secondo il report sugli esiti occupazionali del servizio «Trascorsi 12 mesi dal termine del tirocinio circa il 60% degli utenti risulta occupato», sottolinea Scarrone.

    L’altro punto di forza dei CPI della Provincia di Genova è il servizio Match (attivo da 12 anni) che favorisce l’incontro domanda – offerta segnalando lavoratori alle aziende che ne fanno richiesta. Negli ultimi anni, però, i numeri di Match sono progressivamente scesi in seguito al drastico calo di assunzioni. Nel 2012 il servizio ha ricevuto 1200 richieste dalle aziende (1701 nel 2011) per un totale di 1650 posizioni lavorative aperte (2390 nel 2011); i CPI hanno segnalato quasi 10 mila curriculum alle imprese richiedenti (12532 nel 2011).

     

    Attualmente 80 dipendenti della Provincia lavorano nei 6 CPI di Genova. Prima erano 7 ma recentemente – a causa della spending review che sta mettendo in ginocchio le Province – ha chiuso i battenti il CPI di Nervi. Gli addetti svolgono prevalentemente attività amministrativa: iscrizioni, compilazione delle liste, pratiche di mobilità, di disoccupazione, comunicazione obbligatoria alle aziende, ecc. I servizi specialistici per il lavoro (ovvero le politiche attive) vengono svolti da un’altra ottantina di lavoratori in appalto del Consorzio Motiva: informazione, colloqui di orientamento, servizi di incrocio domanda – offerta, mediazione culturale, avviamenti a formazione, a tirocini, seminari, ecc.
    «Mi auguro che siano studiate delle leggi in grado di ridurre l’impatto delle attività amministrative sul funzionamento dei CPI – sottolinea Scarrone – questo è uno degli elementi che distoglie risorse dalla promozione di politiche attive di cui, invece, avremmo gran bisogno». Tuttavia, le attività amministrative sono importanti perché «Permettono di individuare chi sono i disoccupati e qual è il loro livello di attivazione nella ricerca del lavoro – spiega il direttore – Se una persona dopo il colloquio non si presenta più oppure non segue le proposte dei CPI viene cancellato dalle liste».
    Ovviamente con un aumento del personale e finanziamenti più consistenti si potrebbe dedicare maggiore attenzione alle politiche attive. «Bisogna decidere se andare avanti per slogan oppure riformare il sistema dei CPI mettendoli nelle condizioni di poter funzionare a dovere – continua Scarrone – La cartina tornasole della qualità dei servizi offerti è rappresentata dal rapporto tra numero di addetti dei CPI e numero dei disoccupati». In altri termini c’è troppa disparità in tale rapporto per poter pensare che il pubblico possa fornire una risposta adeguata: in Italia 1 solo addetto deve seguire 150 disoccupati; in Germania 48; in Gran Bretagna 24.

    Per quanto riguarda il finanziamento ai servizi pubblici per l’impiego «Varia di anno in anno ed in pratica dipende da fondi extra – afferma Scarrone – In particolare il Fondo Sociale Europeo, che ci permette di mantenere l’appalto con il Consorzio Motiva, risicati fondi nazionali e regionali, zero provinciali (fatti salvi gli stipendi dei dipendenti)».
    Secondo Giovanni Daniele, dirigente dei Servizi Per l’Impiego della Provincia di Genova «Il problema principale è la mancanza di stabilità delle risorse a disposizione. Noi lavoriamo su progetti di massimo 1 anno, 9 mesi o addirittura 6 mesi. Di conseguenza non possiamo fare programmazione che in questo campo risulta fondamentale». Dunque i contributi arrivano ma non sono finalizzati a sostenere un sistema organico di servizi per l’impiego. «Sono finanziamenti che spesso sostengono soltanto le emergenze contingenti – continua Daniele – rivolgendosi esclusivamente ad un target specifico: una volta sono i cassaintegrati, un’altra volta sono i giovani, ecc.».
    Nonostante ciò «La Provincia, con grandi sforzi, da almeno dieci anni cerca di dare continuità ai servizi pubblici per l’impiego – afferma il dirigente – investendo su un set di servizi articolati per tutti i target e facendoli confluire in una struttura che, per quanto possibile, sia stabile nel corso del tempo».

    Senza dimenticare un dato di fatto, spesso trascurato «I CPI non possono creare lavoro ma piuttosto strumenti per aumentare l’occupabilità delle persone – ribadisce Giovanni Daniele – Per affrontare la delicata questione del lavoro ci vuole ben altro: innanzitutto delle concrete politiche di sviluppo che da lungo tempo attendiamo. Occorre una visione integrata tra Regioni, Province e Comuni. Con una stretta connessione tra politiche del lavoro e della formazione».

    Insomma, bisogna creare sinergia «Le politiche formative e del lavoro finché non sono collegate rimangono monche – aggiunge Daniele – Inoltre, è fondamentale inserire in questo contesto anche il sistema dell’istruzione».
    Eppure esempi virtuosi a cui guardare ce ne sarebbero, vedi il più volte citato modello tedesco. «In Germania formazione ed istruzione hanno pari dignità – conclude Daniele – Non ci sono scuole di serie A e di serie B come accade in Italia con licei ed istituti professionali. L’efficienza e l’efficacia del modello tedesco insegna che è necessaria l’integrazione tra tutte le politiche sopracitate. Ma occorre avere in mente un modello omogeneo per l’intera nazione, mantenendo ovviamente le singole peculiarità territoriali».

     

    Matteo Quadrone

  • Free Futool: quaderni gratis agli studenti, una startup di Genova

    Free Futool: quaderni gratis agli studenti, una startup di Genova

    rapporti-studi-dati-statisticheQuattro studenti genovesi, amici da sempre ma che studiano in facoltà diverse, nell’indecisione sul da farsi dopo la laurea decidono di giocare a Una startup al giorno: una catena quotidiana di mail in cui ciascuno di loro deve obbligatoriamente proporre agli altri tre un’idea imprenditoriale.

    Da questo gioco tra amici è nato Free Futool, una startup made in Genova che al suo secondo anno di attività ha portato in cinque città italiane un progetto (quasi) completamente offline: distribuzione gratuita di quaderni agli studenti universitari, un progetto finanziato attraverso sponsor che nei quaderni inseriscono inserzioni pubblicitarie e coupon di sconto per i loro prodotti. Su Era Superba vi avevamo già parlato di questo progetto, che era stato raccontato agli studenti del Liceo classico D’Oria durante un’assemblea di istituto.

    Oggi, lunedì 8 aprile 2013, è iniziata la nuova distribuzione: oltre alle già consolidate Genova, Torino e Milano, Free Futool in questa nuova edizione arriva anche a Padova e Firenze. «In questo momento mi trovo a Padova e ho già distribuito circa duemila quaderni presso l’Università. I miei soci sono a Torino e Firenze, mentre dalla prossima settimana partiremo con Genova e Milano – ci spiega Tobia Lorenzani, responsabile marketing di Free Futool – Rispetto alle scorse edizioni abbiamo aumentato la tiratura di 30.000 copie, per un totale di 80.000 quaderni, e aggiunto queste due importanti città universitarie alla catena di distribuzione. Si tratta di un progetto che ci dà molte soddisfazioni perché ci consente di fornire uno strumento gratuito agli studenti: uno strumento che – dai feedback che riceviamo – risulta essere sempre più usato».

    Insieme a Tobia lavorano a Free Futool Jacopo Sterlocchi, Paolo Trombetta e Federico Bini, che rispettivamente si occupano di design, management e parte finanziaria.

    Marta Traverso

  • Nervi, piscina del porticciolo: il Municipio lavora per la riapertura

    Nervi, piscina del porticciolo: il Municipio lavora per la riapertura

    NerviNervi: dalla passeggiata Anita Garibaldi, arrivati al bel Porticciolo, con suggestiva vista sulla riviera, Portofino sullo sfondo. Mamme, bambini, nonni, tra il fermento generale di bar, edicole, stabilimenti balneari: a Nervi sembra estate tutto l’anno. Un angolo di paradiso e di perfezione quasi spasmodica. Sì, ma a uno sguardo più attento, ecco una nota dissonante: svoltando su via Caboto, continuando a costeggiare il Porticciolo, eccola là, la piscina Mario Massa.

    In passato sede di tanti successi della Società Sportiva Nervi, ha ospitato molte gare agonistiche, di pallanuoto soprattutto, in quella esclusiva posizione con vista direttamente sul mare. Piscina di acqua di mare, dotata di tribune laterali su tre livelli, è stata costruita negli anni ’60: ancora prima la squadra nerviese si allenava già nel Porticciolo, ma in mare, e la costruzione dell’impianto è avvenuta solo in un secondo tempo. Proprio la Sportiva Nervi si è occupata della gestione dell’impianto Mario Massa dal 2002 fino al 31 dicembre 2011 (con una proroga alla fine di giugno 2012), poi  lasciandola nelle mani dell’amministrazione comunale. La piscina non è più a norma di regolamento per ospitare partite di serie A e il Nervi è emigrato prima alla Sciorba, poi a Sori. Bisognosa di un restauro dai costi ingenti, la piscina del Porticciolo è stata gradualmente abbandonata. Chiusa dal 15 maggio 2012, i nerviesi –e i genovesi tutti- sono in attesa di sapere quali saranno le sorti della vasca di Via Caboto, cui non sembrano intenzionati a rinunciare.

    RIPERCORRIAMO LA STORIA RECENTE

    nervi-porticciolo-A1Nel 2002 la Società Sportiva Nervi aveva preso in gestione lo stabilimento natatorio, facendosi carico di costi di amministrazione dell’ordine di 100 mila euro all’ anno (quadruplicati a sfiorare i 400 mila nel 2012).  Molti anni di glorie, successi e prestigio, seguiti però da una brusca e recente inversione di rotta: soprattutto questi ultimi, sono stati anni di polemiche, con “focolai di proteste” che si riattizzano sempre in concomitanza dell’avvento della stagione estiva.

    Nel 2011 parlava così l’ex Presidente del Municipio IX Levante, Francesco Carleo: «Nervi avrà un nuovo porticciolo. Il piazzale deve restare libero e le barche devono essere ormeggiate in mare», prevedendo per la rinascita del porticciolo anche il trasferimento della piscina Mario Massa da via Caboto all’ex Stabilimento Aura. All’epoca ci si appellava al Puc per spostare la vasca all’Aura di Via del Commercio e aumentarne la capienza ad un numero di oltre 500 spettatori, con tanto di polo di servizi pubblici e l’inserimento di centri urbani e commerciali. Un bel progetto di riqualifica e valorizzazione, che certo non è stato esente dall’incontrare polemiche, e che è andato pian piano morendo. Nel maggio 2012, poi, la piscina è stata chiusa (per la precisione, il 15 maggio) a causa degli elevati costi di gestione. A quel tempo risale anche l’uscita dalla gestione della Sportiva e il passaggio, al 20 giugno 2012, al Comune. Subito, la mobilitazione generale, con tanto di pagina facebook “Salviamo la piscina Massa di Nervi” e raccolta firme (un successo, superando quota mille) nel quartiere.

    La chiusura è stata però inevitabile: le criticità tecniche dell’impianto non hanno permesso un adeguato intervento sanatorio. Più difficile e dispendioso adeguare la vasca alla norme vigenti, che trasferire gli allenamenti e le varie attività in altri impianti cittadini. Restava, però, il fermo no da parte della cittadinanza alla chiusura dell’impianto natatorio e alla soluzione-palliativo di riportare in vita la vasca solo per la stagione estiva alle porte. C’era una richiesta pressante di intervento all’amministrazione competente, che doveva decidere se investire ingenti somme per risanare le falle della piscina, oppure chiuderla definitivamente andando contro il volere collettivo, o ancora sperare nell’arrivo di soggetti privati, interessati all’acquisto o alla gestione del sito e disposti a erogare finanziamenti di tasca propria.

    I PROGETTI PER IL FUTURO

    NerviNerio Farinelli, presidente del Municipio IX Levante, ci illustra i progetti per il futuro. «Attualmente sono due le questioni da risolvere. La prima, il fatto che la precedente gestione della Sportiva ci ha lasciato da coprire un buco di 220 mila euro, da pagare alla società Mediterranea delle Acque, che ha il monopolio per la gestione delle acque e l’erogazione dei contratti per le forniture. Dobbiamo ottemperare al pagamento e reperire i fondi, prima di procedere con la riapertura degli impianti. In secondo luogo, vogliamo rispettare l’impegno contratto con i cittadini lo scorso 10 gennaio, nel corso dell’assemblea con la cittadinanza, che chiede la riapertura della vasca ad uso balneareLo scorso 2 aprile ho inviato una mail agli assessori Crivello, Boero, Bernini e Garotta, chiedendo un incontro per definire i termini della riapertura e valutare lo stato attuale. Dall’ispezione svolta recentemente, è risultato che lo stato della piscina è buono e non ci sono grandi interventi da apportare. I presupposti per la riapertura ci sono».

    L’amministrazione, quindi, è al lavoro: diverse le soluzioni in ballo e sono in corso le fasi di valutazione degli interventi possibili. Tra le idee, era stata adombrata anche quella –certamente ambiziosa- della trasformazione della piscina in un silos adibito a rimessaggio barche, con campo da calcio in erba sintetica sulla copertura, prontamente smentita dall’amministrazione.

     

    Elettra Antognetti
    [foto di Andrea Vagni e Daniele Orlandi]

  • Castelletto, Valletta San Nicola: il Comune apre al progetto dei cittadini

    Castelletto, Valletta San Nicola: il Comune apre al progetto dei cittadini

    Valletta Carbonara San NicolaUn passo avanti verso la salvaguardia di Valletta San Nicola – il polmone verde di Castelletto alle spalle dell’ex Albergo dei Poveri – contro le ipotesi di cementificazione paventate nel corso degli anni dalla proprietà, l’istituto Asp Brignole che, vista la profonda crisi economica, intende monetizzare al massimo il valore dell’area. È quello compiuto venerdì scorso, quando le Commissioni Consiliari del Comune di Genova “Promozione della città” e “Territorio”, hanno ascoltato il Comitato Le Serre di San Nicola, il quale – con la collaborazione di Isde – Medici per l’ambiente, Italia Nostra, Legambiente, Movimento Decrescita Felice – ha redatto un progetto interessante ed articolato, già presentato alla cittadinanza il 14 febbraio scorso, che prevede la trasformazione della valletta in spazio pubblico di aggregazione sociale e modello di gestione sostenibile attento alle sue risorse agricole, alla sua storia, alle sue caratteristiche ambientali.
    Ma per concretizzarlo occorre cancellare dal progetto preliminare di PUC, approvato dall’ex Giunta Vincenzi, qualsiasi previsione di nuove edificazioni, attraverso un processo di revisione del piano urbanistico alla luce delle numerose osservazioni arrivate sui tavoli degli uffici comunali, da ogni parte della città.

    «L’incontro è andato benissimo – afferma soddisfatto Franco Montagnani del Comitato Le Serre di San Nicola – abbiamo illustrato il progetto riscontrando l’apprezzamento dei consiglieri di maggioranza e opposizione che sembrano condividere le linee di sviluppo e sostenibilità immaginate da cittadini e associazioni per il futuro del polmone verde di Castelletto»
    «Il vicesindaco Stefano Bernini si è detto disponibile a seguire un percorso partecipativo che tenga in dovuta considerazione le osservazioni al PUC – racconta Montagnani – A questo proposito la zona della Valletta potrebbe non essere più denominata Distretto di Trasformazione». Bernini ha aggiunto che l’intenzione del Comune è quella di acquisire i diritti di calpestio della Valletta – dell’intera area e non solo della parte dove oggi si trovano i vivai comunali – per poter usufruire della superficie ai fini di una sua valorizzazione.

    Valletta Carbonara San NicolaDa ricordare l’intervento di Massimo Quaini, professore dell’Università di Genova, nonché uno dei più noti geografi italiani, il quale ha auspicato la creazione di un osservatorio sul paesaggio agricolo con sede all’interno di Valletta San Nicola, da realizzarsi in sinergia con il progetto del Comitato Le Serre.

    Per il professor Quaini gli osservatori sul paesaggio (previsti dalla Convenzione Europea del Paesaggio del 2000) se ben interpretati «Possono essere degli strumenti molto importanti di autoconsapevolezza delle persone nei confronti della grande eredità costituita dai paesaggi».

     

    Marianna Pederzolli, giovane consigliere della Lista Doria, ha parlato di “bel buco verde della città”. «Un’espressione che calza a pennello per Valletta San Nicola – spiega Montagnani – questo luogo ha una sua storia, una sua vocazione, è uno stimolo per l’aggregazione sociale ed una fonte di vita per la città che non deve essere “riempito” con nuovo cemento. Può essere il simbolo di un decisivo cambio di rotta: non si devono più sacrificare gli spazi aperti della città per risanare bilanci o favorire speculazioni edilizie».
    Alcuni consiglieri sono pronti a presentare una mozione sul tema e, vista l’unità di intenti dimostrata, probabilmente l’iniziativa sarà accolta in maniera favorevole dall’intero consiglio.
    Venerdì i membri delle commissioni consiliari di Palazzo Tursi hanno avuto l’occasione di visitare da vicino Valletta San Nicola, rendendosi conto in prima persona della bellezza del luogo. «Adesso possiedono tutti gli elementi necessari per poter valutare nella maniera migliore il da farsi – conclude Montagnani – auspichiamo che alle parole seguano i fatti ed al più presto possa partire il percorso partecipativo, il primo passo verso la realizzazione del nostro progetto».

     

    Matteo Quadrone

  • Centro Storico, giardini Luzzati: associazioni e istituzioni a confronto

    Centro Storico, giardini Luzzati: associazioni e istituzioni a confronto

    doria-leoncini-montoliSi è tenuto venerdi l’incontro inaugurale di presentazione delle iniziative legate al primo compleanno dei Giardini Luzzati insieme al presidente del municipio I Simone Leoncini e al sindaco Marco Doria: per tutti un’occasione per conoscere meglio non solo le attività quotidiane legate allo spazio sopra Piazza delle Erbe – assegnato in gestione all’associazione Il Ce.Sto – ma soprattutto per incontrare alcuni dei soggetti che nei caruggi genovesi svolgono le loro attività di aggregazione.

    Scopo dell’incontro è stato il tentativo di fare rete tra tutti coloro che, producendo cultura dal basso e impegno sociale finalizzato alla riqualificazione di quartieri ad alto tasso di criticità, contribuiscono alla crescita di vivibilità del centro storico.

    Ed è proprio con questo spirito che sono nate soggettività come l’Associazione Giardini Luzzati che, come ricorda il presidente Marco Montoli, «offre socialità ai giovani non solo somministrando alcolici il venerdì sera ma offrendo arte e cultura, spazio pubblico di incontro tra persone, tramite l’organizzazione di iniziative legate al mondo dell’infanzia, dello sport accessibile per tutti e a percorsi di consumo etico.»
    Su diversi fronti, ma con il medesimo obiettivo di apertura di spazi fisici e relazionali, si muovono anche tutti gli altri soggetti che hanno partecipato all’incontro: l’associazione Giardini Baltimora, “Down Plastic Town”, insieme ad un gruppo di architetti, sta ad esempio sperimentando un progetto reversibile di installazioni per rendere quelli che sono conosciuti con l’evocativo nome di Giardini di Plastica, un luogo di incontro in cui poter spendere del tempo di qualità, coi propri figli o con gli animali domestici.

    Immancabile la presenza di Domenico “Megu” Chionetti che, con la comunità di San Benedetto di Don Gallo, ha dato vita GhettUp, casa di quartiere nei meandri di una zona difficile come quella del Ghetto, dove si svolgono attività di pulizia delle strade, laboratori per bambini, sportello per Trans; ma l’attività di cui Chionetti si è dimostrato più orgoglioso riguarda la rivoluzionaria tecnica, da lui messa a punto e forse in via di brevetto, per derattizzare le strade: cazzuolate di calcestruzzo nelle crepe delle strade per impedire ai topi di percorrere le vie cittadine.

    giardini-luzzatiOltre ai tanti soggetti riconosciuti, come il laboratorio Formicopoli, Vico Papa e Via Prè, sono intervenuti gli studenti di architettura che hanno trasformato in un orto urbano il giardino incolto e recintato a fianco alla facoltà di Architettura: i Giardini di Babilonia. I ragazzi si sono limitati a leggere un comunicato, il cui tono provocatorio non è stato colto dai presenti. Gli studenti hanno tentato di evidenziare come spesso si debba ricorrere a pratiche illegali, per poter sottrarre tempo e spazio di vita ad un modello di sviluppo che si arricchisce grazie alla deprivazione di tempo e spazio; è il caso appunto dei Giardini di Babilonia, nati scavalcando un cancello, aprendo un lucchetto e restituendo alla collettività , senza chiedere permesso alle istituzioni, un giardino in cui si pratica solidarietà gratuita, partecipazione quotidiana ed autogestione. «Oggi, un semplice, incantevole giardino, per restare un giardino, deve attraversare cancelli, inferriate, fili spinati, incontri, lucchetti, discussioni, chiavi, telefonate, confronti, tavole rotonde, contratti, diatribe, convenzioni, concessioni, comodati d’uso, affidi, uffici, permessi, firme, timbri, approvazioni, appuntamenti, vincoli, richieste, responsabilità, aperture, chiusure, fili spinati, inferriate, cancelli. Era un giardino, è un giardino, sarà un giardino?»
    Dopo la presentazione di tutti i progetti, Marco Doria, avvalendosi del suo espediente retorico preferito, la metafora, ha paragonato l’Italia alla frana che si è abbattuta in via del Lagaccio, considerando come l’emergenzialità debba costituire una spinta verso il ripensamento di se stessi, con la consapevolezza che l’odierno sistema di gestione degli spazi sia giunto ormai al capolinea… «Ma non basta mandare a fare in culo le cariche politiche e non basta mobilitare in dimensione collettiva le energie. Bisogna avere un rapporto positivo con le istituzioni, perché ne abbiamo tutti molto bisogno».

    A margine della conferenza, i ragazzi dei Giardini di Babilonia hanno affermato di aver partecipato all’incontro senza illudersi di ricevere risposte da parte di quelle stesse istituzioni che hanno dovuto travalicare insieme al cancello, per liberare lo spazio di architettura e che quindi le loro non-aspettative sarebbero state rispettate appieno: «Non ci aspettavamo molto, volevamo solo fare chiarezza sul fatto che stiamo dando vita ad un progetto in modo veramente autonomo, perché se fosse stato per le istituzioni, saremmo ancora qua ad aspettare il permesso ufficiale e invece esistiamo da più di un anno. Sabato 11 aprile presenteremo le nostre prossime iniziative».

     

    Chiara Guatelli

  • Missing Film Festival: il documentario “Terramatta” al cinema Sivori

    Missing Film Festival: il documentario “Terramatta” al cinema Sivori

    cinema-provini-castingLunedi 8 aprile 2013 (ore 20.30) il cinema Sivori in Salita Santa Caterina ospita la proiezione del documentario Terramatta di Costanza Quatriglio.

    Il film è la trascrizione, attraverso immagini di repertorio e materiale direttamente documentario, dell’omonimo libro di Vincenzo Rabito: lo scrittore traccia in 1.027 pagine la storia della sua vita, che percorre la Storia del Novecento italiano, dalle guerre mondiali al fascismo, dalla povertà atavica vissuta come una maledizione al benessere faticosamente raggiunto, fino al premio insperato, la laurea dei figli, in cui si realizza pienamente il riscatto lungamente cercato.

    Il libro è anche un riscatto sulla miseria e sull’ignoranza, scritto da un ex analfabeta che conquista, insieme con la licenza elementare, la possibilità di tradurre in parole le sue esperienze: nascono così le pagine battute su una vecchia Olivetti dal 1968 al 1975, fitte di parole dall’ortografia improbabile, tutte rigorosamente seguite dal punto e virgola, che traducono un linguaggio vivo e personalissimo, a mezzo tra il siciliano e l’italiano.

    Terramatta è stato presentato alle Giornate degli autori – Venezia 2012 e ha vinto l’Efebo d’Argento (Agrigento 2012) e il premio per il miglior film documentario al Festival del cinema italiano di Madrid (2012).

    L’evento è promosso dal Circuito Cinema Genova, dall’Archivio dei Movimenti e dal Missing Film Festival. Alla proiezione sarà presente la sceneggiatrice e produttrice del film, Chiara Ottaviano.

    Costo del biglietto 4 € (info 010 583261).

  • Casa naturale e feng shui: appuntamento a Sestri Levante

    Casa naturale e feng shui: appuntamento a Sestri Levante

    sestri-levanteDomenica 7 aprile 2013 si svolge a Sestri Levante (ore 15.30-18.30) l’incontro Primavera a la Maison, primo di una serie di eventi dedicati alla casa naturale e organizzati da La Maison, centro gestito da Daniela Cantatore e Barbara Sabrina Borello.

    Programma della giornata

    Ore 15.30: Il rito della danza del leone, seminario informativo e presentazione della scuola di arti marziali Mo Duk di Gianluca Santoni.

    Ore 16.15: presentazione della filosofia del progetto La casa naturale per la casa, il giardino e i luoghi di lavoro. Servizi offerti e loro applicazioni, con Daniela Cantatore, arredatrice e titolare dello studio di interni La Maison e Barbara Sabrina Borello, architetto specializzata in Feng Shui.

    Ore 17: Feng Shui e agopuntura dello spazio, il qi nella persona e nell’ambiente, lavorare sul corpo e sull’organismo casa. Con Barbara Sabrina Borello e l’intervento di Gianluca Santoni.

    Ore 17.30: Arredamento e creatività ecologica. La casa naturale dialoga con l’artista Ester Pasqualoni – Fare Eco sulla progettazione e realizzazione di oggetti ed installazioni dinamiche dall’anima Eco.

    Ore 18: domande e fine lavori.

    L’ingresso al seminario è libero, è gradita la conferma della partecipazione allo 0185 457645.

  • Commenda a Colore: il museo di Pré ospita le opere di 60 giovani artisti

    Commenda a Colore: il museo di Pré ospita le opere di 60 giovani artisti

    commeda-creativity-contestNella giornata di ieri (Venerdì 5 aprile ndr) alle ore 15 presso il Museoteatro della Commenda di Prè si è svolta la premiazione del concorso Commenda Creativity Contest.
    Il concorso, rivolto ai giovani tra i 16 e i 35 anni, ha visto la partecipazione di 60 artisti che hanno presentato opere creative di vario genere: pitture, sculture, design, video, fotografie, che saranno in esposizione nella mostra “Commenda a Colore” sino a martedì 9 aprile  nel Museoteatro della Commenda.

    L’iniziativa, promossa dal Dipartimento di Scienze per l’Architettura dell’Università di Genova insieme al Mu.Ma – Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni, è stata ideata da Silvia Guillaro, Nicoletta Raffo, Elisabetta Rebecchi e Susanna Zunino, quattro studentesse della Scuola Politecnica di Genova, Corso di Laurea Magistrale in Design del Prodotto e dell’Evento, ed è nata a seguito di uno stage universitario precedente svoltosi in Commenda che ha prodotto 17 spot sul complesso della Commenda visibili su Facebook sulla pagina del Mu.Ma, sezione Commenda.

    Questo progetto nasce con l’intento di dare vita ad una iniziativa che coinvolga i giovani nella valorizzazione di uno dei gioielli dell’ architettura medioevale della nostra città, ricco di storia e cultura; tema dell’iniziativa è “Commenda a Colore”, dove la Commenda è vista come antico ospitale dove nessuno si sente straniero, e il colore come simbolo di multiculturalità, di molteplicità di punti di vista e di tecniche artistiche utilizzate e infine come esaltazione dei valori della Commenda.

    A premiare i vincitori del concorso sono state Maria Paola Profumo, Presidente Mu.MA e Orietta Ciurlo, Presidente Comitato Pro Commenda, le opere invece sono state valutate da tre giurie: una composta da esperti, una dallo staff del Mu.Ma e una dal pubblico della mostra. La giuria degli esperti ha decretato come vincitrice Anna Zampogna, con l’opera ”Un viaggio di colori”, che avrà la possibilità di avere una sua mostra personale nei locali della Commenda.

    Sono stati inoltre premiati “Illustrando la Commenda” di Clara Claus, “Dentro e fuori l’ospitale” di Marco Arduino e “Camera con seggiola blu” di Tommaso Profumo.

    Il Prof. Claudio Maccagno, docente della Scuola Politecnica di Genova e giurato del concorso, ha voluto evidenziare come nella valutazione delle opere si sia tenuto conto della loro elaborazione concettuale e delle loro motivazioni, mentre un altro giurato, il gallerista G.B. Martini, ha sottolineato l’importanza dell’eterogeneità delle opere, dei mezzi e dei linguaggi utilizzati per realizzarle e della partecipazione di un buon numero di giovani artisti coinvolti nella valorizzazione del patrimonio culturale cittadino.
    L’evento è risultato ben riuscito e dimostra come sia possibile realizzare iniziative che coinvolgano attivamente i giovani nella valorizzazione e nel recupero delle zone culturalmente e storicamente rappresentative di Genova.

     

    Giorgio Doria

  • Arizona, brividi e film western: Grand Canyon, Colorado e Monument Valley

    Arizona, brividi e film western: Grand Canyon, Colorado e Monument Valley

    monument-valley-DIFermo in una stazione di servizio lungo la statale 160 che taglia l’Arizona ho preso il portafogli e una banconota da cinquanta dollari raffigurante il presidente Grant che ha riempito il serbatoio della benzina. Ho posato la pompa notando la scritta sul display recante “Dio benedica i nostri soldati in Iraq” e sono entrato nello shop per bere e rinfrescarmi.

    Per ripararmi dal sole ho comprato un classico cappello da cowboy scoprendo che la sua efficacia è un dato di fatto e non è solo uno status symbol americano. Dopo aver bevuto un integratore di sali, siamo ripartiti entrando ufficialmente in Arizona attraversando la polverosa highway tra file di cactus e carcasse di animali morti mentre i condor osservano interessati.

    La radio passava “Have you ever seen the rain” dei Creedence, se la pioggia citata da John Fogerty nel 1971 era una metafora delle bombe in Vietnam, la mia voglia di acqua dal cielo non lo era. Il terreno secco e arido a tinte rosse si estendeva all’infinito, una strada sterrata iniziava senza dare sbocchi visibili ma la curiosità era grande e senza freccia ho svoltato improvvisamente.

    Sterpaglie, massi e crepe mettevano in serio pericolo la coppa dell’olio e le gomme dell’auto e abbiamo deciso di proseguire a piedi. Dopo alcuni passi ho visto strisciare quello che sembrava un serpente qualche metro più avanti, mi sono fermato di colpo per poi risalire in macchina velocemente. Prima di chiudere la portiera ho visto arrivare verso di me un cagnolino sporco, pulcioso e spelacchiato ma simpatico, si è avvicinato scodinzolando e gli ho dato qualche patatina da mangiare. Il cuore mi diceva di portarlo con me, il cervello mi ha fatto chiudere la portiera con non pochi rimorsi e sensi di colpa.

    Dopo centinaia di chilometri di deserto ci siamo fermati presso un Motel di un piccolissimo paese tagliato in due la statale, probabilmente neanche menzionato dalle mappe, tuttavia utile per riposare. Era ormai sera e la fame bussava alle nostre porte, il locale di fronte era chiuso e abbiamo messo in moto la macchina, dopo qualche chilometro troviamo un market aperto e vi posteggiamo davanti. Ho preso un panino e qualche sacchetto di schifezze da sgranocchiare, curiosando tra gli scaffali, ho notato quattro strani personaggi dal tipico aspetto sudamericano che mi osservavano. Non sembrava avessero buone intenzioni, ho fatto un cenno al mio compagno di viaggio e siamo saliti in macchina – casualmente parcheggiata di fianco alla loro – in quello stesso momento  sono usciti anche i tizi loschi. Ho messo la prima e siamo partiti guardando dallo specchietto retrovisore, erano sulla nostra scia, il conducente aveva una faccia cattiva con due baffoni alla “Machete“, speravo fosse solo una coincidenza, ma quando ha iniziato a lampeggiare, una vampata di calore pervase il mio corpo.
    Non avevo la minima intenzione di fermarmi, ma non acceleravo neanche, speravo di arrivare in motel il prima possibile anche se, isolato com’era, non mi sembrava il posto più sicuro… ma quantomeno era un riferimento.
    Il destino ha voluto che in quel momento passasse un enorme camion, ho deciso di rallentare per farlo passare, per poi accelerare improvvisamente anticipandolo all’incrocio rischiando un frontale ma lasciando gli inseguitori bloccati. Siamo arrivati in Motel a una velocità supersonica parcheggiando la macchina in modo che non si vedesse dalla strada e ci siamo chiusi dentro la camera passando una notte tranquilla seppur con qualche pensiero.

    Il mattino seguente il cielo era plumbeo e una brezza calda era il preludio dell’arrivo dell’afa, usciti dal motel per fare colazione abbiamo incontrato lo sceriffo che si aggirava circospetto nei pressi di una camera, senza chiedere lumi su cosa fosse successo per non incorrere in spiacevoli domande abbiamo attraversato la strada e ci siamo seduti nel locale di fronte.

    Teschi appesi e animali impagliati uniti a juke box e poltrone di pelle rossa creavano un mix tra saloon western e locale alla Arnold’s di Happy Days, ci hanno servito pancake e uova strapazzate, una tazza di caffè latte e una spremuta d’arancia, assistendo comodamente all’arrivo di un elicottero che è atterrato di fronte al nostro motel creando una grossa nube di polvere. Dalla camera a fianco alla nostra è uscito un uomo in fin di vita, non sappiamo cosa sia accaduto, probabilmente un malore, ma essendo in America è bello pensare a qualcosa in stile cinematografico.

    Osservando distrattamente il paesaggio correre fuori dal finestrino mi sono tornati alla mente i film western con cui sono cresciuto e che guardavo con mio padre, uno in particolare è “il mio nome è nessuno” di Sergio Leone, la cui colonna sonora riecheggiava nella mia testa come il rumore delle onde nelle conchiglie.

    In Arizona esistono molte riserve indiane che vivono di agricoltura, pastorizia e della vendita di monili e manufatti nei mercatini e nei banchetti lungo le statali. Ho acquistato alcuni ricordi con la carta di credito strisciata su un dubbio macchinario nel bel mezzo del deserto e abbiamo proseguito fino ad arrivare al parco naturale del Grand Canyon, una spettacolare gola naturale scavata dal fiume Colorado nel corso dei millenni.

    Decidiamo di scendere il giorno dopo lungo il canyon perché gli accessi nel pomeriggio sono chiusi a causa dei pericoli che si possono affrontare nella fase di rientro quando il sole cala dietro le colline. Troviamo da dormire in un rustico motel non lontano dall’accesso al sentiero e ceniamo in una steak house dove ho gustato una delle carni più buone della mia vita in compagnia di turisti da ogni parte del mondo.

    Il cielo era limpido e la serata fresca, le stelle splendevano come brillanti sparpagliati e la luna si nascondeva vergognosa dietro la collina ma tanto bastava per illuminare il paesaggio e cancellare i pensieri.

    La notte era passata tranquilla, dopo colazione siamo usciti e ci siamo imbattuti in alcuni cervi che pascolavano nei pressi della nostra macchina, vicino a loro il ranger cercava di allontanarli, la loro mole li rendeva pericolosi e abbiamo dovuto attendere qualche minuto. Il sentiero per scendere il canyon iniziava con una stradina sterrata di terra rossa, si poteva scegliere se usare il mulo oppure camminare a proprio rischio e pericolo.

    Nonostante possa sembrare una passeggiata come un’altra, la strada è ricca di insidie e molte persone sono morte a causa di incidenti durante semplici gite, chi per malori o cadute accidentali, chi per essere stati sorpresi da un temporale o addirittura annegati nel fiume Colorado. Iniziata la discesa tra scoiattoli giganti e avvoltoi dalla testa rossa che volavano disegnando traiettorie circolari, abbiamo incominciato a sentire dei tuoni a cui inizialmente non abbiamo dato molto peso a causa del cielo limpido.

    Tra una fotografia e l’altra, incontrando gruppi di persone sui muli ed escursionisti meglio organizzati di noi con racchette e scarponcini da montagna, siamo arrivati a metà percorso quando il cielo si copre di nuvole grigie e una pioggia copiosa inizia a scendere fino a rendere la strada un fiume in piena costringendoci a correre in cerca di un riparo. Ormai completamente bagnati, abbiamo scorto una capanna di legno con altri due ragazzi che avevano trovato riparo e ci siamo uniti, l’acqua era incessante e abbiamo atteso che terminasse per riprendere il cammino. Verso sera ci siamo fermati a osservare il tramonto, affascinati da quello che gli architetti di madre natura avevano creato con la pazienza e la precisione delle loro splendide e uniche opere.

    Il viaggio prosegue la mattina seguente, superato il parco naturale, ci siamo rinfrescati nelle acque di un piccolo affluente del Colorado, dove sembrava possibile la balneazione. I fondali sabbiosi facevano salire piccole scaglie che il riflesso del sole rendevano dorate, forse era solo suggestione ma quelli sono i luoghi della corsa dell’oro che a metà del 1800 divenne una vera e propria febbre per la ricerca del pregiato metallo.

    Le nuotate e i tuffi nelle acque dolci ci avevano fatto venire appetito, abbiamo trovato ristoro presso un locale lungo la statale frequentata da harleysti e qualche camionista di passaggio. Ci ha accolto “Good vibration” dei Beach Boys che suonava nel Juke box e lo sguardo dei clienti incuriositi, stavano intorno a un tavolo con un cartellone di fotografie in ricordo di un ragazzo da poco scomparso, un’usanza tipicamente americana che permette di omaggiare il defunto con un brindisi tra amici e parenti più stretti.

    Seduti nella veranda a mangiare un hamburger e bere birra abbiamo visto avvicinarsi un colibrì, con le sue piccole ali si librava alla ricerca del nettare dei fiori restando quasi immobile a mezz’aria. Abbiamo partecipato all’aperitivo, conosciuto i parenti del defunto e bevuto una birra in loro onore, fatte le condoglianze siamo saliti in macchina per terminare gli ultimi chilometri di Arizona, caratterizzati da grandi pianure selvagge e animali in libertà.

    In queste distese di terra rossa si possono trovare camper e roulotte che vivono stabilmente parcheggiati nonostante le insidie, coyote e puma sono sempre alla ricerca di carne e soprattutto nelle ore notturne è facile incontrarli. Stavamo procedendo spediti perché il pomeriggio volgeva al termine e il sole mutava in arancione, non sapevo ancora che a breve avrei vissuto una delle emozioni più forti della mia vita entrando nel grande pianoro della Monument Valley.

    Un cavallo correva libero sotto le enormi rocce erose dal tempo, testimoni di un passato ricco di acqua che ha levigato con cura il paesaggio diventato famoso grazie ai numerosi film western di cui è stato protagonista.

    Una lacrima condì il terreno arido sotto i miei piedi, gli ormai deboli raggi del sole illuminavano dolcemente facendo risaltare le tonalità di rosso sotto un cielo azzurro e terso, non restava che fermare la macchina e fotografare. Siamo saliti sul John Ford’s point, da lì potevamo ammirare tutta la valle fino a quando il sole non ci ha abbandonato, lasciando il posto a una coperta di stelle.

    Siamo dovuti ripartire alla ricerca di un posto per dormire, lasciando con dispiacere quelle spettacolari immagini che resteranno impresse nella mia mente, meglio di qualsiasi altra fotografia. Qualche chilometro dopo abbiamo superato il confine che ci ha permesso di entrare nello stato dello Utah, ma questo è un’altra avventura…

    Diego Arbore

  • Condiggion, ingredienti e metodo di preparazione

    Condiggion, ingredienti e metodo di preparazione

    condiggionIl condiggion (o condiggiun) è una tipica insalata che veniva consumata nel passato dai marinai del Ponente ligure  o dai contadini durante le pause di lavoro, quando ognuno portava qualche verdura dal suo orto.

    E’ consigliabile prepararla con verdure fresche e di stagione, e può essere servita come antipasto o come piatto unico leggero e dietetico per chi bada alla linea.

    La ricetta tradizionale prevede l’utilizzo  delle gallette del marinaio, che oggi sono poco diffuse e si possono sostituire con pane toscano o pane casereccio ammorbito in acqua e aceto.

    Ingredienti
    2 gallette da marinaio, 2 pomodori da insalata, 1 peperone rosso, 1 peperone giallo, 1 spicchio d’aglio, 1 mazzetto di basilico
    50 g di mosciame di tonno o di bottarga di muggine, 1 cipolla bianca, 80 grammi di tonno sott’olio, 1 manciata di olive verdi, 1 manciata di olive nere taggiasche, olio, aceto, sale.

    Preparazione

    Prendete le gallette, bagnatele con l’aceto e un pò di acqua, spezzettatele e mettetele in un piatto fondo o in una terrina precedentemente sfregata con dell’aglio.

    Pulite e tagliate bene le verdure (pomodori, peperoni, cipolla), tritate il basilico e unite alle gallette, al tonno, alla bottarga o al mosciame alle olive, al sale e all’ olio.

    Lasciate riposare e servite fresco.

    Alla ricetta tradizionale potete aggiungere a piacere anche altri ingredienti cone i cetrioli, foglie di insalata, acciughe sott’olio.

    Buon appetito!

     

    Foto: arbanelladibasilico.blogspot.it

     

  • La palestra delle arti: nuovo spazio per creativi in via del Campo

    La palestra delle arti: nuovo spazio per creativi in via del Campo

    Via del Campo, GenovaSabato 6 aprile 2013 (ore 15-21) inaugura La palestra delle arti, un nuovo atelier dedicato ai vari linguaggi della creatività che resterà aperto dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 22, con ampi locali attrezzati per disegnare dal vero, dipingere, lavorare e cuocere la ceramica, fare fotografie, creare e stampare incisioni, conoscere la storia dell’arte. Inoltre, la palestra dispone di una ricca biblioteca – per approfondire la storia delle arti con oltre 10.000 titoli specializzati – e il Cine-Bistrot, la possibilità di consumare una pausa pranzo accompagnata dalla visione di un film d’autore.

    La Palestra delle Arti è il nuovo progetto dell’Associazione Arte in Campo, che da tre anni promuove iniziative legate alla produzione e alla conoscenza artistica.

    Per maggiori informazioni genovapalestradellearti@gmail.com.

  • Curiosità “botaniche”: dai faraoni ai tulipani d’Olanda

    Curiosità “botaniche”: dai faraoni ai tulipani d’Olanda

    VersaillesQuesta settimana tratteremo un argomento particolare. Abbiamo più volte detto che la botanica è, al tempo stesso, un’arte ed una scienza e che la coltivazione di talune specie vegetali richiede specifiche competenze e notevoli sforzi. Gli appassionati di piante sono poi numerosissimi, specialmente all’estero, e molto variegati nei gusti e nelle disponibilità economiche. Si va da chi si limita a coltivare qualche vaso sul balcone o sul terrazzo fino alle coltivazioni biologiche nelle tenute del principe Carlo del Galles nel Regno Unito.
    Giardini pensili di Babilonia
    Alcuni “giardinieri” sono stati però, in passato, e persino tutt’ora, capaci di arrivare a fare realizzare progetti o invenzioni che, per il resto delle persone non dedite alla botanica, appaiono davvero incredibili. Nel corso della storia, la passione per il verde e per le piante ha portato ad esperienze e realizzazioni inimmaginabili, spesso dettate esclusivamente da esigenze meramente voluttuarie ed estetiche.
    tulipano 2

    Si pensi, ad esempio, ai giardini pensili di Babilonia, che per l’epoca di loro creazione rappresentavano un’opera grandiosa che richiese immensi lavori e studi di progettazione assai complessi. Per realizzare i parchi o i filari di palme che circondavano i templi dei faraoni in Egitto si deviarono fiumi e scavarono dighe, il tutto utilizzando migliaia di schiavi senza considerare costi e tempi (decenni!) di realizzazione. L’immenso parco di Versailles, le sue fontane e la piantumazione delle aiuole impegnarono i più grandi progettisti dell’epoca e costarono cifre sproporzionate se si pensa alle finalità del giardino ed alla ristretta elite di persone che poteva accedervi. In Olanda, nel Secolo d’Oro, esplose la passione per il verde ed, in particolare, per i bulbi dei tulipani tanto che questi ultimi raggiunsero quotazioni strabilianti e sul loro commercio si basarono (…e persero) immense fortune. Queste bulbose erano addirittura quotate in borsa ed il prezzo di un solo bulbo di tulipano (nei giardini ne venivano utilizzati a centinaia) arrivò a toccare cifre impressionanti. L’acquisto di alcune Orchidearare varietà botaniche, di piante esotiche, provenienti dalle colonie, era poi, in passato, appannaggio e vanto di pochissimi. Le orchidee, le palme, la canfora, gli agrumi e tutte le varietà recentemente scoperte raggiungevano costi incomprensibili per le persone non appassionate e diventarono, nel Seicento, nel Settecento ed ancora nell’Ottocento, veri e propri status symbol da “esibire” nei giardini. La botanica ed i giardini sono quindi stati, nella storia, ben più di una semplice passione o sole aree verdi. I parchi dimostravano, infatti, il potere ed il prestigio di chi li possedeva e si prestavano ad essere le quinte per feste di gala, ricevimenti e persino per delicate trattative diplomatiche. Tutto questo avveniva, si badi bene, solo per assecondare le mode dell’epoca, la passione per queste allora rare varietà e per assaporare, cosa per noi oggi scontata ma che non lo era affatto in quell’epoca, il gusto di un limone o di una allora “esotica” arancia! Anche per quelli che conoscono passifloratutti questi precedenti storici, due realizzazioni, di cui ho recentemente letto in un libro e su di una rivista straniera, non potranno però davvero passare inosservate. Nel volume di una nota paesaggista italiana si racconta, infatti, che un cliente, un filosofo appassionato di botanica, le avrebbe chiesto di progettare delle stufe da giardino tali da permettere la “forzatura”, ossia la fioritura anticipata, di alcune piante cui l’intellettuale sarebbe particolarmente legato. In particolare, egli avrebbe voluto, riscaldando l’aria del proprio parco fino alla giusta temperatura, far sbocciare nei mesi freddi le bouganville piantate in giardino, di fronte al proprio studio in una villa di Marrakech! Non ho idea se il risultato sia stato conseguito o meno, certo è che l’operazione, giustificata da intenti puramente estetici e del tutto voluttuari, deve essere risultata non poco complessa… L’ideazione più incredibile è stata però, secondo me, progettataLimonedagli inglesi che, come noto, sono immensamente appassionati di botanica. Qualche giorno fa, leggevo infatti su un giornale di settore che una nota famiglia di imprenditori sarebbe stata talmente interessata alla produzione del proprio frutteto ed alla spettacolare fioritura degli alberi di pesco ed albicocco, ivi presenti, da far progettare e realizzare, nell’ottocento, un avveniristico progetto. In concreto, essi fecero cingere le proprie piante da frutto da un doppio muro in muratura, dotato di una sorta di intercapedine interna e con all’apice numerosi comignoli. Durante il tardo inverno, i proprietari facevano riscaldare l’aria presente tra i mattoni, facendo bruciare una immensa quantità di carbone, in modo da mantenere la temperatura a livello adeguato e soprattutto costante nel tempo. Gli alberi venivano quindi “forzati” a fiorire in anticipo, con grande impatto estetico rispetto al panorama esterno al muro, ancora invernale, e, si dice, a produrre una immensa quantità di frutti, di eccellente qualità. L’operazione non era certo alla portata, sia progettuale che gestionale, di tutti ma le cronache riportano che la fioritura valesse l’incredibile “sforzo”, tanto da rendere il frutteto noto in tutto il Regno e da farlo rimanere, tuttora, una celebre attrazione turistica.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

     

  • Matefitness: palestra della matematica, nuova sede a Brescia

    Matefitness: palestra della matematica, nuova sede a Brescia

    MatefitnessMateFitness raddoppia: la palestra della matematica genovese, inaugurata nel 2006 a Palazzo Ducale, apre sabato 6 aprile 2013 una seconda sede a Brescia.

    Un traguardo importante per il Cnr, che sette anni fa ha scommesso su questo progetto di uno spazio permanente per la divulgazione della matematica. Uno staff di 4 persone più una trentina di animatori scientifici, che si occupano delle svariate attività di Matefitness, dai laboratori didattici in sede a quelli con le scuole, fino a progetti di ricerca.

    Matefitness ha ottenuto negli anni collaborazioni di pregio (come quella con il Festival della Scienza) e importanti riconoscimenti, tra cui nel 2008 il Parksmania Award per la migliore attività didattica dell’anno (per il progetto Le geometrie del mare in collaborazione con Acquario di Genova) e nel 2011  100.000 dollari da Google, unico progetto italiano selezionato tra le “organizzazioni operanti nel campo dell’educazione scientifica che stanno cambiando il mondo”.

    La nuova sede di Matefitness sarà aperta presso AmbienteParco (Largo Torrelunga 7, Brescia): un progetto reso possibile grazie al supporto della Fondazione ASM e al patrocinio del Comune di Brescia, dell’Università di Brescia e dell’Università Cattolica di Milano. «L’idea di aprire altre palestre, oltre a quella di Genova, fa parte del progetto Matefitness fin dalla sua origine – ci spiega il project manager Giovanni Filocamo – Avevamo già organizzato eventi ed exhibit ad Ambiente Parco, è uno spazio in piena sintonia con il nostro modo di lavorare: è stato un “caso” che la seconda palestra della matematica sia stata aperta lì, ma è al tempo stesso molto bello».

    Fino a giugno la palestra sarà aperta al pubblico tutti i fine settimana, per le attività didattiche guidate da animatori scientifici analoghe a quelle che si svolgono presso la sede di Palazzo Ducale. A partire da settembre inizieranno anche i laboratori con le scuole.

    La volontà di attivare una rete di palestre per la divulgazione della matematica è da sempre nel DNA del progetto MateFitness, che negli anni ha ottenuto importanti riconoscimenti e messo a punto un modello organizzativo pronto all’esportazione. «Stiamo lavorando per nuove aperture ed entro fine anno speriamo di inaugurare altre 4-5 palestre in altrettante città. L’allestimento e le attività di una palestra della matematica sono meno onerose rispetto a quelle di un museo o di un grande centro divulgativo, questo è uno degli aspetti che rendono possibile progettare nuove aperture nonostante la crisi. L’obiettivo è portare Matefitness in tutta Italia e all’estero, per creare un circolo virtuoso di idee e laboratori. Finora abbiamo realizzato 400 attività ludiche interattive: in futuro, chiunque proponga un’idea può vederla trasformata in un’attività didattica divulgata in tutte le sedi che si “prestano” a realizzarla».

    Marta Traverso

  • Assolibro, chiusura libreria via San Luca: l’iniziativa del Dottor Grigio

    Assolibro, chiusura libreria via San Luca: l’iniziativa del Dottor Grigio

    libri-leggereUna libreria, la mia libreria. Il mio rifugio prediletto, una specie di oasi felice in cui ripararsi dalla pioggia o dalla folla invadente e assatanata di via san Luca in un pomeriggio di saldi; dove poter cercare un libro senza fretta, senza ansie da offerta promozionale né file chilometriche alla cassa, dove trovare persone giovani e competenti che ti aiutano a scegliere e ad orientarti nel magico e misterioso universo della lettura.

    Ecco, quella libreria, Assolibro di via San Luca, a giorni probabilmente chiuderà. La notizia è giunta martedì, stranamente fuori pioveva e l’atmosfera uggiosa si abbinava perfettamente al mio umore in quel momento; un mix di tristezza e incazzatura, avevo la percezione che si stesse compiendo uno scippo. Questa la prima reazione, emotiva e irrazionale.

    La realtà chiaramente richiede un approccio più concreto: una libreria ha parecchi costi di gestione, uno di questi – l’affitto dei locali – è, in questo caso, molto oneroso (per chi non la conosce, si tratta di una libreria divisa su 3 piani in un edificio storico dei vicoli), già da anni il costo del contratto di locazione era un problema serio che metteva a rischio il futuro di questa attività. Ora il problema da serio è diventato insormontabile, la disdetta del contratto inevitabile.

    Per questi motivi, era scontato che il Dottor Grigio, sull’onda emotiva e passionale di questa probabile perdita (assimilabile a un piccolo, intimo lutto) dedicasse il suo post quotidiano sulla pagina Facebook di Era Superba a questo tema a lui tanto caro (ok, sono passato a parlare di me in terza persona, un vizio del Dottor Grigio e di Scilipoti, giusto per inquadrare il personaggio).

    Il successo virale del post, condiviso da più di mille persone, mi ha fatto capire che non si trattava di un piccolo, intimo lutto, ma di un sentimento condiviso, di una perdita che avrebbe toccato moltissime persone, abitanti nel centro storico o meno (hanno lasciato commenti persone che abitano a Milano come a Bologna ma che hanno ricordi passati legati a quella Libreria), la perdita di un luogo riconosciuto come punto di riferimento, in una zona che tende sempre di più a perdere la sua identità sociale,culturale e commerciale.

    Per questo, ho deciso di aprire una pagina apposita su Facebook: Quelli che..vorrebbero salvare la libreria Assolibro di Via San Luca, per  ospitare tutti questi futuri “orfani” della Libreria, per raccogliere semplici testimonianze d’affetto e ricordi (e non solo da Genova), ma anche idee e proposte concrete (per esempio c’è chi propone l’apertura di un bar interno alla libreria, trasformandolo in una specie di caffè letterario per affrontare meglio il problema dei costi).

    Nell’epoca dei libri ordinati su Internet che fanno risparmiare pochi euri o dei comodi e-books che fanno risparmiare carta e spazio (ma davvero c’è qualcuno che considera ingombranti i libri? Per fare spazio a cosa? Ad un’enorme tv led a schermo piatto da 48 pollici da pagare in 180 comode rate?), è purtroppo normale che il mondo dell’editoria tradizionale sia in crisi.

    Chiacchierando con i ragazzi di Assolibro, malinconicanicamente rassegnati, ma emozionati e quasi commossi nel vedere così tante dimostrazioni di affetto, si capisce che le possibilità che la libreria non chiuda sono poche, quasi ridotte al lumicino, si pensa già al futuro (verranno ricollocati nelle altre librerie del gruppo?) e alla possibilità di aprire un nuovo punto Assolibro nel centro storico. La campagna Adotta un libro, che ho lanciato sulla pagina, è solo un piccolo punto di partenza; per salvare la libreria, ovviamente, servirebbero interventi più decisivi, a livello istituzionale (ma non siamo in campagna elettorale) e imprenditoriale. Per salvare una libreria, ma forse, soprattutto, per salvare via San Luca e il centro storico, preservando la loro identità ed evitando che si trasformino in una realtà commerciale di “plastica” priva di anima e di contenuti. Insomma salviamoci, inventiamo un nuovo finale e  una trama un po’ meno scontata per questa storia che odora maledettamente di déjà vu.

     

    Dottor Grigio

  • Il M5S ostacolo all’inciucio Pd – Pdl: i media continuano a non gradire

    Il M5S ostacolo all’inciucio Pd – Pdl: i media continuano a non gradire

    Beppe GrilloIl dato politico di questa settimana è la pervicace tensione collettiva all’inciucio PD-PDL: che sarebbe già una realtà, se non ci fosse la seccante presenza del M5S a complicare notevolmente le cose. Prendiamo l’ultima mossa di Re Giorgio Napolitano. E’ vero che, come è stato osservato un po’ da tutti i commentatori, la trovata dei dieci “saggi” serve soprattutto a prendere tempo, in modo da congelare la situazione fino a quando non verrà eletto un nuovo e politicamente più forte Presidente della Repubblica; ma è anche vero che, se si è scelto di farlo con questi nomi e con queste modalità, lo si deve soprattutto al fatto che si è voluto indicare anche un preciso indirizzo. Mentre il governo Monti rimane in carica, il pool composto da vecchi politici e alti funzionari pubblici dovrebbe lavorare alacremente per creare un programma “condiviso”. E tanto meno chiaro è per l’opinione pubblica l’esito preciso che di qui è lecito attendersi, quanto più chiaro è il messaggio lanciato dal Quirinale: costruire ponti, sopire le divisioni, creare “convergenze”, instaurare il “dialogo”, garantire la “governabilità”, auspicare le “riforme”, dare “credibilità”, “mantenere gli impegni” e così via con tutta la serie di frasi fatte che compongono l’attuale dibattito politico; frasi che – voglio sperare – i lettori di questa rubrica avranno ormai cominciato a guardare con sospetto.

    Dovrebbe essere evidente, anzi, che certi termini rassicuranti e certe locuzioni tautologiche non hanno un reale significato: sono solo “supercazzole” stile Conte Lello Mascetti; parole a caso dette per confondere l’interlocutore e raggirarlo. E funzionano benissimo. L’inequivocabile verdetto degli elettori? Posterdate per due con impegni da mantenere. La lotta all’austerità? Terapia tapioco governabilità sprematurata. E l’ineleggibilità di Berlusconi? Riforme condivise come se fosse antani. Almeno il rinnovamento della politica? Convergenze alla supercazzola con scappellamento a destra.

    Insomma, inventarsi scuse in un clima di emergenza non è un problema: ma l’intento è quello di tirare su un esecutivo compatto che azzeri in fretta le distanze marcate in campagna elettorale e torni docilmente sulla strada del pensiero unico. Come dire: votare è stato bello, ma ora non scherziamo. Nuove elezioni, guai a parlarne: «Sarebbe una sciagura!», ha tuonato Bersani (e visti gli storici risultati del PD non possiamo biasimarlo). Così si va avanti a deprecare la mancata convergenza e gli egoismi dei partiti, mentre si producono giustificazioni sempre fresche per teorizzare le manovre di palazzo. L’ultima in ordine di tempo è: “serve urgentemente un governo di larghe intese per evitare l’effetto recessivo del combinato di tagli e tasse in arrivo”; di cui però è responsabile il precedente governo, che a sua volta – guarda un po’! – era stato incaricato urgentemente e aveva governato grazie alle larghe intese! Il Bersani imitato da Crozza avrebbe detto: «Ragassi, non è che a Gesù ci puoi dire che chiodo schiaccia chiodo!». Eppure è proprio quello che stanno dicendo a noi.

    L’altra scusa, quella dello spread, come avevo agevolmente previsto (ma non ci voleva un genio…) in questo momento è disinnescata. Il perché lo ha spiegato bene la settimana scorsa a Radio 24 Davide Serra, il finanziere che da Londra paga la campagna elettorale dell’amico di Maria De Filippi: il governo Monti ci ha legato mani e piedi ai vincoli di bilancio, col risultato che non possiamo più spendere un euro senza il placet di Bruxelles. E questo se da un lato, per il momento, fa si che i nostri creditori siano piuttosto tranquilli, dall’altro rende necessaria una nuova trovata geniale: “serve un governo credibile per contrattare in sede europea un po’ meno di austerità”. Capolavoro.

    Peccato che per questo servirebbe piuttosto un governo in-credibile. Ammesso e non concesso, infatti, che sia vero quello che recita la vulgata corrente, cioè che bisogna convincere l’Europa che non siamo spendaccioni e scansafatiche, possiamo forse sperare di farcela con un Monti dimissionario sostenuto a sua volta dal partito che “non ha vinto le elezioni” e dal partito del “bunga-bunga”? Se voi foste “l’Europa” (questa entità mistica), anche se l’operazione di maquilage riuscisse meglio e il Presidente del Consiglio incaricato fosse una nuova personalità dall’ottima reputazione, per questo vi fidereste? La risposta mi pare ovvia: tant’è che la Commissione Europea continua a ribadire ad ogni occasione che non ci saranno sconti per l’Italia. E anche se ci concedessero – bontà loro! – uno zero virgola di deficit in più, è difficile sostenere che questo potrebbe bastare a ribaltare le sorti del paese.

    Aggiungo un’altra cosa, visto che il puntello di ogni possibile alleanza è il PD e si invoca la “credibilità”: che credito si può dare ad un partito che va alle elezioni annunciando accordi con Monti (cioè uno che Paul Krugman non fatica a definire “il pro-console installato dalla Germania”) e che poi dopo le elezioni corre precipitosamente incontro alle forze che criticano radicalmente il rigore? Va bene cambiare idea: ma in questi casi è difficile sfuggire all’impressione che si vada sempre dove soffia il vento.

    E’ pur vero che tutto questo discorso sembra contraddetto dal fatto che Bersani resta fermo sul no al “governissimo” e appare orfano di Grillo, più che di Berlusconi. Ma non bisogna commettere l’errore di guardare la realtà attraverso le lenti dei manichei di sinistra: quelli che avrebbero voluto tanto vedere insieme “i buoni” (M5S e PD).

    Pier Luigi Bersani

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    Cerchiamo piuttosto di andare al sodo. Quello che vuole il Cavaliere si sa benissimo: un salvacondotto per i suoi processi. Per ottenerlo è disposto a fare alleanze con chiunque e ad accettare i diktat anche dell’Oceania, se è il caso. Il centro-sinistra, dal canto suo, anche se viene dipinto come prigioniero dell’anti-berlusconismo (da chi evidentemente ha abitato in un altro paese negli ultimi vent’anni), nei fatti non ha mai disdegnato i compromessi sottobanco o le alleanze occasionali giustificate dalle circostanze: si va dalla bicamerale al finale tecnico dell’ultima legislatura. Ma oggi solo Renzi, questa strana specie di liberale di sinistra, può pensare ancora di dar vita ad una qualsiasi coabitazione col Cavaliere votandone (conditio sine qua non) l’eleggibilità e accordandosi con lui su chi mandare alla Presidenza della Repubblica. Bersani, che si ricorda ancora dove dovrebbe collocarsi il partito, giustamente ha qualche remora a sacrificare quel minimo di differenza programmatica che il PD conserva per poi regalare i voti a Grillo, mentre questi se ne sta comodo comodo a sparargli addosso dall’opposizione.

    Ecco perché, nonostante le pressioni istituzionali e dei media “moderati”, Bersani resta appeso alla flebile speranza di un accordo in extremis con i grillini: perché dopo le ultime elezioni mercanteggiare ancora con Berlusconi significherebbe dare definitivamente ragione a quel M5S che è diventato primo partito proprio sostenendo l’identità tra PDL e “PD-meno-l”. Se si andasse a nuove elezioni (su questo Renzi ha qualche argomento in più) le cose potrebbero anche cambiare; ma ad oggi è l’imponente risultato elettorale di Grillo il vero ostacolo all’inciucio: ed è il motivo per cui su di lui gravita il livore dei mezzi d’informazione.

    Non importa che sia per il timore di restare incastrato nel ricatto della governabilità o per la paura di governare, per calcolo o per caso, per una brillante strategia o per inesperienza politica, per una fine analisi o per ottuso purismo; il dato è che il M5S non si piega alla logica del vincolo esterno (la crisi! i mercati! lo spread! li Turchi!) e non si conforma al pensiero unico (sia fatto ciò che si sa che si deve fare). Questa circostanza inedita manda letteralmente in fibrillazione l’establishment e i poteri consolidati (tra cui rientra a buon diritto anche la criminalità organizzata, che infatti lancia messaggi inquietanti), perché non si può più ricorrere alla vecchia soluzione che faceva tutti contenti: mettersi d’accordo là in alto alle spalle dei cittadini. Al contrario, se per caso Grillo dovesse acconsentire ad un compromesso, c’è da scommettere che, con grande sollievo generale, l’autoritarismo diventerebbe coerenza, la protesta proposta e il turpiloquio dolce stil novo.

     

    Andrea Giannini