Mese: Febbraio 2014

  • La vite americana: rampicante dalle foglie verdi che si tingono di rosso scarlatto

    La vite americana: rampicante dalle foglie verdi che si tingono di rosso scarlatto

    1La vite americana (Parthenocissus tricuspidata) fa parte della famiglia delle Vitaceae, si tratta di una pianta rampicante a foglie caduche, originaria della Cina e della Regione himalayana. E’ una pianta vigorosa e rustica che cresce agevolmente in tutti i terreni ed in ogni ambiente. Essa forma rami che si abbarbicano, senza bisogno di sostegni, sui muri e che possono arrivare anche a quindici metri di lunghezza. Questo rampicante ha grandi foglie a tre lobi non molto incisi, in autunno il colore della parte aerea diventa rosso porpora accesso ed è, quindi, esteticamente molto interessante.

    2 In tarda primavera produce delle piccole infiorescenze poco appariscenti, da cui in autunno originano numerosi minuscoli frutti blu cobalto. Consigliamo l’impiego della varietà Veitchii Robusta. Si tratta di un innesto sulla Parthenocissus quinquefolia (c.d. “vite canadese”) che cresce molto velocemente, riuscendo a ricoprire, in soli quattro o cinque anni, intere pareti. Aspetto positivo è che, una volta esaurito lo spazio disponibile, la pianta cessa di svilupparsi e la vegetazione non si sovrappone mai su se stessa. Tale crescita permette di ottenere, in breve, una parete ricoperta da grandi foglie, tutte uguali dall’effetto ordinato ed armonico.

    3Le foglie della Veitchii Robusta sono più grandi della specie originaria, i colori autunnali sono più intensi e la produzione di bacche è straordinariamente abbondante. Infatti, in autunno, dopo la fase di intensa colorazione rossa, arancione e gialla delle foglie, queste ultime cadono, lasciando per diversi mesi il rampicante ricoperto di soli piccoli e suggestivi grappoli neri, disposti in modo regolare. Il Parthenocissus quinquefolia, chiamato comunemente vite canadese, è molto simile a quella americana: ha foglie caduche ma più grandi dell’altra varietà e formate da cinque foglioline ovali e dentate, anch’esse virano nelle sfumature del rosso in autunno.

    4La crescita è meno regolare, l’effetto globale è più disordinato e lo sviluppo non compatto come quello della c.d. “vite americana”. In generale, il Parthenocissus è sicuramente una pianta rustica molto diffusa, anche spontaneamente in natura ed impiegata, come essenza ornamentale, per coprire, senza rovinarli, muri. Questi rampicanti, per sostenersi, non usano, infatti, radici aeree ma solamente piccole ventose poste all’apice dei viticci. Durante l’estate tutte queste varietà mantengono le pareti degli edifici in ombra, così assorbendo completamente i forti raggi solari. In inverno, le foglie sono invece caduche e tale fenomeno permette così al sole di scaldare i muri, con conseguenti ottimi benefici in termini di consumi e di assenza di eventuale umidità.

    5Da un punto di vista colturale e di manutenzione, la pianta richiede, in tutte le sue diverse varietà, solo interventi di potatura volti a limitarne lo sviluppo eccessivo, spesso persino esuberante. Il periodo consigliato per eseguire queste operazioni è l’inverno. Se necessario, questi rampicanti possono anche essere ridimensionati drasticamente fino a circa un metro dal terreno, senza che ciò ne comprometta la salute. Consigliamo senza dubbio di utilizzare le menzionate varietà, da sole o frammiste ad altre essenze, tanto in città quanto in campagna. I risultati che garantiscono sono ottimi: minime esigenze colturali, crescita rapida, ricca produzione di bacche blu elettrico e particolari colorazioni giallo e rosse accese delle foglie in autunno.

    6Va detto però, per completezza, che la vite non si caratterizza per i buoni risultati se viene coltivata in vaso, preferendo affondare le radici liberamente nel terreno. Nei contenitori l’effetto è generalmente stentato, con lo sviluppo di pochi rami e di piccole foglie. I rampicanti di questa famiglia sono, in piena terra, invece tutti utilissimi per attribuire, in poco tempo e facendoli crescere liberamente sulle superfici in pietra o di intonaco, specie se délabré o scolorite, un effetto storico, quasi neogotico ai vecchi edifici. Si possono inoltre anche impiegare per ricoprire, con costi contenuti e rapido effetto, alberi secchi o steccati. Questi ultimi si coloreranno, ai primi freddi e di colpo, di rossi scarlatti, gialli ocra ed arancioni accesi, creando inaspettate, stante il periodo dell’anno, estese e colorate cortine sui prati, già imbruniti per il freddo notturno.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Emergenza abitativa a Genova: case popolari, piani del Comune, prospettive

    Emergenza abitativa a Genova: case popolari, piani del Comune, prospettive

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaA Genova, così come in tutto il territorio italiano, cresce l’emergenza abitativa e la richiesta di case popolari, anno dopo anno, continua ad aumentare. Per l’ultimo bando Erp (edilizia residenziale pubblica) del capoluogo ligure, infatti, sono arrivate oltre 4000 domande. Ma il Movimento di lotta per la casa – rete solidale auto organizzata dal basso, composta da giovani e meno giovani, lavoratori, precari e disoccupati, che mette in pratica azioni di occupazione delle case sfitte (che sarebbero dalle 20 mila alle 30 mila a Genova), sovente proprietà di grandi enti (di natura pubblica ma soprattutto privata, come fondazioni, istituzioni, ecc., spesso di carattere religioso) a favore di famiglie rimaste senza un tetto – stima che il fabbisogno abitativo sia per lo meno il doppio, circa 8500 appartamenti. Nel contempo, la disponibilità di alloggi Erp in città è pressoché sempre la stessa, e le assegnazioni annuali non raggiungono quota 300. Senza dimenticare che, nella triste classifica degli sfratti relativi al 2013, il Comune di Genova con 1164 sfratti (1087 dei quali per morosità) convalidati dal Tribunale, si piazza stabilmente al 5° posto, dopo Roma, Torino, Milano e Bologna.
    Sarebbe fin troppo facile parlare di emergenza quando, invece, questi dati sono la conferma di una piaga nazionale ormai endemica che, dunque, chiama in causa lo Stato centrale, finora incapace di rilanciare una seria politica abitativa e reticente a finanziare sia nuove case popolari, sia il fondo di sostegno agli affitti. A ruota, però, la responsabilità ricade anche sulle istituzioni locali, Regioni e Comuni, che nonostante le scarse risorse disponibili (in particolare a livello comunale), devono necessariamente approntare nuovi strumenti per rispondere al disagio di una fetta sempre maggiore di popolazione.

    Partiamo dai “freddi” numeri, forniti lunedì scorso da Palazzo Tursi. Innanzitutto l’assessore comunale alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi, insediatasi da pochi mesi, ha confermato che la pubblicazione della graduatoria provvisoria avverrà il prossimo 28 febbraio, in notevole ritardo rispetto al passato, visto che solitamente essa veniva pubblicata in autunno. Il ritardo è dovuto al cambio di sistema informatico e al numero sempre più alto di domande, anche se il termine per presentarle è scaduto nel febbraio 2013. Se questa tempistica sarà rispettata la pubblicazione della graduatoria definitiva dovrebbe avvenire a marzo o aprile, per poi arrivare alla pubblicazione del nuovo bando entro l’estate. Nel frattempo, gli alloggi che si liberano vengono assegnati a chi è nella vecchia graduatoria, mentre chi un anno fa (e anche prima) ha chiesto per la prima volta un alloggio popolare, o chi era stato escluso dall’ultima graduatoria, saprà solo tra alcuni mesi se sarà ammesso oppure no, e se potrà sperare di avere una casa. Di conseguenza, anche le innumerevoli nuove situazioni di emergenza figlie della perdurante crisi, rimangono senza voce.
    Le domande presentate per il bando Erp 2012 sono state 4221 con un incremento rispetto al bando precedente del + 7,24%. A fronte di una domanda così massiccia, nel corso del 2013, sono stati assegnati solo 267 alloggi Erp, mentre le volture (ex art. 12 L.10/2004) – ovvero l’intestazione di alloggi a persone dello stesso nucleo familiare dell’intestatario dell’appartamento, dopo che questo è deceduto o ha lasciato l’alloggio – sono state 119.
    L’attività di ristrutturazione, invece, ha riguardato complessivamente 170 alloggi (sia Erp, sia del patrimonio comunale disponibile non Erp).
    Gli sgomberi eseguiti nel 2013 sono stati 55, dei quali 32 a causa di occupazioni abusive, 8 per occupanti senza titolo, 13 per morosità colpevoli, 1 per abbandono, 1 per mancato possesso.
    Nel territorio di Genova il patrimonio totale Erp – di proprietà per metà del Comune e per l’altra metà di Arte Genova (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) – è di circa 9500 alloggi popolari. «Soltanto con il patrimonio pubblico è evidente che non possiamo dare una risposta concreta ad un’esigenza crescente – ammette l’assessore Fracassi – Ci vorrebbe davvero una città più accogliente. Mi rendo conto, però, che più aumenta la povertà più si inaspriscono le relazioni sociali. Ma c’è bisogno dell’impegno di tutti. Noi come istituzioni, ma anche dei privati proprietari. Mi riferisco soprattutto ai grandi enti che dispongono di numerosi appartamenti sfitti e che, invece, magari tramite appositi accordi con l’Agenzia sociale per la casa, strumento che intendiamo rilanciare con forza, potrebbero essere affittati a canoni calmierati».

    Le problematiche

    Una graduatoria troppo ingolfata

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    In primis è necessario accelerare i tempi di stesura della graduatoria perché «Il ritardo nell’aggiornamento del punteggio di chi è già in graduatoria da anni, inevitabilmente procrastina la possibilità di fare domanda per tutti quelli che, in numero crescente, devono presentarla per la prima volta – sottolinea Stefano Salvetti, segretario del Sicet (Sindacato inquilini casa e territorio) – Infatti, il dato delle graduatorie è sottostimato, visto che circa un terzo di chi ha i requisiti rinuncia a causa dei tempi biblici di assegnazione».
    In questo senso, il consigliere comunale Pd Cristina Lodi (presidente della Commissione Welfare), dalle pagine di Repubblica (24 gennaio 2014), propone “…bisogna dividere la domanda in categorie, in modo da realizzare graduatorie parallele che si smaltiscano più velocemente. Ci sono persone disagiate o anziane, che una casa da sole non sono in grado di mantenerla, e così si potrebbe pensare a delle coabitazioni, cioè a degli alloggi assegnati in condivisione, magari con l’assistenza del Terzo settore. È un modo per ottimizzare gli spazi a disposizione e rispondere a più domande”.
    «Quella delle graduatorie di tipo parallelo è una buona idea che stiamo approfondendo – spiega l’assessore Fracassi – Secondo me occorre soprattutto creare una stretta sinergia tra l’amministrazione e le realtà del Terzo settore. Oggi, e sottolineo giustamente, chi arriva in testa alla graduatoria è un soggetto a reddito zero che ha necessità di essere sostenuto e spesso già proviene da una situazione di sostegno. Dobbiamo creare una rete più attenta tra queste parti in gioco. Il problema, come noto, è la ristrettezza del bilancio comunale. Però, in prospettiva, nell’ambito della riqualificazione di spesa del Comune, il sostegno all’abitare deve diventare un percorso prioritario di attenzione. Questa impostazione è condivisa anche dalle organizzazioni del Terzo settore che si confrontano ogni giorno con persone che vivono il dramma del disagio abitativo».

    «La nuova legge regionale sull’edilizia sociale, attualmente in discussione, consentirà ai Comuni di redigere dei regolamenti più elastici – racconta il segretario Sicet Salvetti – La graduatoria, però, è materia da trattare con estrema cautela. Allo stato attuale il sistema assegna un punteggio maggiore ai soggetti più disagiati che, però, nello stesso tempo dovrebbero essere affiancati con adeguati meccanismi di sostegno che consentano loro di non cadere nella morosità». Per quanto riguarda la divisione in sottocategorie, Salvetti manifesta alcune perplessità «Parliamo di un tema delicato che coinvolge uomini e donne in carne e ossa, con un diverso vissuto alle spalle. Vista la scarsa disponibilità di alloggi popolari (meno di 300 assegnazioni all’anno), non possiamo creare una graduatoria spezzettata, in cui proprio le persone più deboli corrano il rischio di rimanere escluse».

    Alloggi pubblici sfitti: carenza fondi per manutenzione e ristrutturazione del patrimonio Erp

    La criticità principale che affligge gli alloggi Erp genovesi è storicamente la carenza di un’efficace manutenzione che consenta un pronto recupero degli appartamenti liberati, per destinarli immediatamente ai legittimi assegnatari. «A dire il vero la situazione era effettivamente così fino a qualche tempo fa – risponde l’assessore Fracassi – In questi ultimi 5-6 anni si è investito molto nel recupero di alloggi Erp sfitti e ne sono stati rimessi in circolo circa 800. Dei 267 appartamenti assegnati nell’ultimo anno, 130 sono quelli ristrutturati. Su 9500 alloggi oggi stimiamo che gli appartamenti sfitti siano 300 (150 del Comune e 150 di Arte Genova)».

    Ma se la casa popolare è la soluzione per affrontare i picchi di crisi «Questo meccanismo dovrebbe consentire una maggiore rotazione nelle assegnazioni – aggiunge Fracassi – Invece, su 9500 alloggi complessivi, ogni anno se ne liberano soltanto 150. Inoltre, bisogna essere più severi anche sui vincoli delle volture. Esistono sicuramente delle situazioni in cui le volture sono opportune, ma è altrettanto vero che le case popolari non possono trasformarsi in una sorta di eredità».

    centro-storico-castello-vicoliSecondo Arte Genova ogni anno si sfittano circa 350 alloggi del patrimonio complessivo Erp (Comune e Arte). «Su 350 alloggi, però, solo l’8% viene messo subito a reddito per consegnarlo al Comune che procederà con l’assegnazione – spiega l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – Ben l’80% di questi appartamenti viene mandato in manutenzione perché necessita di importanti interventi che impediscono l’assegnazione in tempi brevi. Mentre il 10% presenta problemi risolvibili con piccoli lavori manutentivi e normalmente, nel giro di 3-4 mesi, viene reinserito nel circuito Erp».
    Conseguenza inevitabile di simili percentuali è il continuo accumularsi di alloggi in manutenzione oppure sottoposti a ristrutturazione «Stiamo studiando con la Regione delle possibili soluzioni – continua l’amministratore di Arte Genova – Quest’anno verrà finanziata la ristrutturazione di alcuni sfitti e posso anticiparle che, nel giro di 4 mesi, li immetteremo nel circuito».
    Arte Genova si occupa della manutenzione ordinaria di tutti gli alloggi Erp, sia di sua proprietà che di proprietà comunale «Sul nostro patrimonio gestiamo anche la manutenzione straordinaria – afferma Augusti – Per quanto concerne gli alloggi popolari di proprietà comunale, invece, gli interventi straordinari spettano al Comune».
    Tutto ciò ha fatto sì che, in questi anni «Grazie a fondi nostri e finanziamenti della Regione, la manutenzione sia sempre stata eseguita – sottolinea l’amministratore di Arte Genova – Quindi, oggi il patrimonio di Arte non risulta obsoleto e non presenta rilevanti criticità, essendo stato correttamente mantenuto nel corso del tempo».
    I problemi maggiori, secondo Arte, affliggono gli alloggi di proprietà comunale «Bisogna considerare che il Comune ha continuato ad aggregare un determinato tipo di utenza, fragile e disagiata, nei medesimi contesti, creando situazioni di marginalità particolarmente difficili da gestire – conclude Augusti – Le faccio l’esempio degli ascensori. Il Comune ha investito circa 500 mila euro sugli impianti delle case popolari e anche Arte ci ha messo del suo. Ebbene, il 30% dei guasti risulta dovuto al perpetrarsi di atti vandalici».

    case-abitazioni-centro-storico2-DIPer il sindacato inquilini, il nodo da sciogliere resta quello della mancanza di risorse destinate alla manutenzione delle case popolari «Quando un appartamento si sfitta dovrebbe essere subito sottoposto a manutenzione – spiega Salvetti – Ma occorrono finanziamenti dedicati che, purtroppo, oggi non ci sono. Nel passato la Regione ha investito un po’ in questa direzione. Negli ultimi 2-3 anni, infatti, sono stati recuperati complessivamente circa 500 alloggi. Diciamo che Arte Genova, anche tramite operazioni immobiliari quali ad esempio la vendita di circa 600 appartamenti, avvenuta alcuni anni fa, riesce ad incamerare le risorse necessarie per realizzare gli interventi straordinari».

    Tuttavia, su 9500 Erp in città, circa la metà sono di proprietà del Comune «Nel passato le leggi nazionali finanziavano sia le aziende regionali per l’edilizia, sia i Comuni – continua il segretario Sicet – Oggi, invece, il Comune si trova senza fondi per eseguire le manutenzioni straordinarie. Invito il Sindaco Marco Doria a darsi una mossa: si allei con gli altri sindaci delle aree metropolitane e, insieme, vadano a battere i pugni sul tavolo, direttamente a Roma». Secondo Salvetti «Ormai l’edilizia pubblica sembra essere appannaggio solo delle Regioni. Ma in Liguria il disavanzo economico relativo al comparto sanitario pesa come un macigno, a scapito delle politiche per l’abitare. Secondo me occorre studiare una nuova strategia per le aziende regionali territoriali per l’edilizia. In altri termini, quale futura mission vogliamo affidare alle aziende Arte in Liguria? La Regione ha nominato gli amministratori di Arte in funzione della dismissione del patrimonio immobiliare delle Asl liguri. Vedi il noto caso dell’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto. Ma Arte non deve trasformarsi nella Spim (società immobiliare del Comune di Genova, ndr) della situazione! Insomma, Arte non deve occuparsi di operazioni immobiliari, non è questa la sua mission».

    Le proposte

    Agenzia sociale per la casa

    case-abitazioni-centro-storico-DIDell’Agenzia sociale per la casa abbiamo parlato su queste pagine appena pochi giorni fa, quando l’assessore Fracassi ha presentato le linee guida per il rilancio di uno strumento che nel suo primo periodo di vita non ha raccolto i risultati sperati (in tre anni hanno presentato domanda 250 inquilini e sono stati stipulati 28 contratti di locazione, 19 dei quali solo nel 2013). Parliamo di affitti di alloggi privati a canone calmierato, un’iniziativa che ad oggi si è scontrata con la poca disponibilità da parte dei proprietari a concedere i propri immobili (circa 100 in tre anni) e con la scarsa attività di promozione da parte degli uffici comunali.

    «Per ottenere risultati migliori bisognerà senza dubbio intensificare l’attività di comunicazione e informazione perché sono tantissimi a non essere a conoscenza di questa opportunità – spiega l’assessore Fracassi – È chiaro che ormai c’è un problema nel rapporto tra redditi sempre più bassi e locazioni che si sono alzate troppo negli ultimi anni. È per questo motivo che io punto molto sullo strumento dell’Agenzia sociale per la casa». La forza dell’Agenzia, secondo l’assessore «Deve essere quella di dimostrare alla città che è meglio affittare le case a canoni contenuti, piuttosto che tenerle sfitte. Da una parte è meglio guadagnare poco piuttosto che niente, dall’altra se comunque affitti ad un canone contenuto, il locatore riesce a mantenere la locazione senza cadere nella morosità».
    In tal senso l’obiettivo primario dell’Agenzia è «Cercare di stabilire delle forme di accordo con i grandi enti proprietari di numerosi appartamenti, ad esempio gli enti religiosi – aggiunge l’assessore Fracassi – Stiamo iniziando ad intravedere delle sensibilità anche tra questi soggetti che potrebbero finalmente provare lo strumento dell’Agenzia. Io spero di poter dare presto qualche notizia a riguardo. Un ente che ha finalità solidali deve fare canoni solidali, sembra palese detta così. Io credo, però, che sia necessario un cambiamento di mentalità da parte loro. Un’organizzazione di questo tipo da una parte promuove delle attività solidali ma dall’altra, legittimamente, decide come gestire il proprio patrimonio immobiliare. Ma oggi è necessario che la gestione del patrimonio immobiliare diventi anch’essa un impegno sociale».
    Per il segretario Sicet Salvetti, l’Agenzia «È uno strumento indubbiamente utile e con il quale noi sindacati abbiamo già siglato un protocollo d’intesa. Bisogna sensibilizzare la città all’uso del canone concordato e moderato, spingendo affinché le locazioni siano sempre più basse. Approfitto dell’occasione per lanciare un appello alle persone: venite al sindacato prima di firmare i contratti e non dopo, in modo tale da ricevere aiuto prima di infilarsi in situazioni scomode».

    Auto ristrutturazione di alloggi del patrimonio comunale disponibile non Erp

    Non solo Agenzia, ma pure un altro progetto innovativo è allo studio dell’amministrazione, come rivela ad Era Superba l’assessore Fracassi «Un’ipotesi sulla quale sono stata spronata dal Movimento di lotta per la casa riguarda la possibilità dell’auto-ristrutturazione di alloggi pubblici sfitti. Una simile innovazione, però, non può essere messa in pratica sul patrimonio delle case popolari, causa problemi normativi, visto che ad esse vi si accede solo attraverso graduatoria. L’idea è utilizzare a questo scopo il patrimonio disponibile non Erp del Comune. Si tratta di circa 500 alloggi, parte dei quali oggi sono destinati per le emergenze abitative, per sperimentare coabitazioni, alcuni ospitano case famiglia, altri sono disponibili per la rete Sprar, per le donne vittime di tratta, per i senza dimora, ecc».
    In pratica, secondo l’assessore «Con l’Agenzia sociale per la casa andiamo a dare risposta ai soggetti sopra soglia Erp. Poi abbiamo una piccola risposta Erp (piccola nel senso di nuove assegnazioni perché in realtà a Genova sono 9200-300 le persone che vivono in case popolari), infine esiste questo patrimonio limitato ma disponibile, dove c’è ancora tanto da fare in termini di ristrutturazione. A questo proposito, se riusciamo a studiare dei percorsi di auto-ristrutturazione, magari con la collaborazione di organizzazioni del Terzo settore in qualità di garanti, possiamo affidare in gestione anche questi appartamenti. Stiamo verificando la fattibilità di tale ipotesi. Sicuramente, anche in questo caso, sussistono delle difficoltà legate alle normative. Io, però, sono una persona pratica e penso che con un po’ di impegno sia possibile trovare una soluzione».

    Matteo Quadrone

  • Staffetta Renzi Letta: mossa prevista, barricarsi a Palazzo Chigi senza successo politico

    Staffetta Renzi Letta: mossa prevista, barricarsi a Palazzo Chigi senza successo politico

    Matteo Renzi e Enrico LettaQuando due settimane fa ho provato a spiegare il piano di Renzi, non mi stavo ovviamente esercitando nelle arti divinatorie, né avevo accesso a documenti segreti o confidenze dei protagonisti. Mi sono semplicemente chiesto: se fossi al posto suo, cosa farei? Da qui ho ipotizzato quella che a me sembrava la soluzione più coerente all’interno del pensiero dell’ambizioso sindaco di Firenze: ossia approvare una legge elettorale maggioritaria e poi tornare alle urne, legittimandosi con il voto popolare nell’illusione, o nella speranza, che questo bastasse per restare barricato dentro Palazzo Chigi per tutto il prossimo quinquennio (un quinquennio che si prospetta tutt’altro che allegro).

    Al momento in cui scrivo, invece, pare certo che il nostro si siederà al posto di Letta con un semplice passaggio di testimone (la cosiddetta “staffetta Renzi Letta”), senza avere ancora intascato alcun vero successo politico e dovendosi rapportare con lo stesso identico Parlamento. Da una parte balleranno le poltrone dei ministeri (il cosiddetto “rimpasto”), mentre dall’altra parte balleranno le alleanze di governo (da Vendola a Berlusconi): insomma qualcosa – pare certo – cambierà. Ma non si vede come tutto questo possa influire sul successo del futuro governo.

    I motivi che hanno determinato il fallimento di Letta erano già perfettamente chiari tempo addietro e oggi non si può fare altro che prenderne atto. Renzi, dal canto suo, eredita la stessa situazione e non pare abbia strategie molto diverse. Il rischio assai concreto, dunque, è che il neo-segretario PD e futuro premier si consegni all’immobilismo, si “bruci” politicamente e mandi in fumo il capitale elettorale conquistato con fatica nei mesi passati. Ma allora cosa hanno in testa quelli del PD?

    Da Renzi a Friedman: strane cose succedono in Italia

    la “staffetta” non è la sola mossa inspiegabile nel panorama politico italiano. La vicenda dell’intervista a Alan Friedman rilasciata da Mario Monti (il quale afferma che nel 2011 Napolitano lo contattò per proporgli di fare il premier ben prima che la crisi dello spread tagliasse le gambe a Berlusconi) apre la strada a nuovi imprevedibili scenari. Quello che colpisce non è tanto il fatto in sé (che, se non proprio noto, era assolutamente intuibile già all’epoca), quanto piuttosto le polemiche particolari che ne sono seguite.

    In un’intervista a ilsussidiario.net il Prof. Giulio Sapelli esprime stupore per il fatto che il Corriere della Sera abbia attaccato Napolitano (il quale, infatti, ha dovuto subito replicare con una lettera al direttore De Bortoli). Secondo Sapelli l’establishment italiano si starebbe posizionando dal fronte filo-tedesco e filo-francese, rappresentato da Napolitano e Monti, a quello filo-americano, rappresentato da Prodi; il quale non per niente, secondo l’Espresso, raccoglierà le dimissioni di Napolitano e si farà eleggere Presidente della Repubblica.

    Difficile dire se queste voci siano attendibili: ma certo hanno un fondo di verità. È del tutto evidente, infatti, che il sistema si sta muovendo in modo non convenzionale, in risposta ad un contesto politico-economico intrinsecamente instabile e che per questo, come ampiamente preconizzato, nonostante fosse voluto dall’establishment, era destinato comunque a sfuggire ad ogni controllo.

    Renzi porterà in dote, dunque, un nuovo assetto di potere, e forse anche nuovi “atteggiamenti” in politica estera: ma se è solo questo, non servirà a evitare l’inevitabile.

     

    Andrea Giannini

  • San Valentino e Festival di Sanremo: febbraio floreale porta con sé piccole fregature

    San Valentino e Festival di Sanremo: febbraio floreale porta con sé piccole fregature

    brehat-fiore-DIFebbraio, il mese del festival della canzone italiana meglio conosciuto come Festival di Sanremo. Anzi, no. Febbraio, meglio identificato con San Valentino, patrono degli innamorati.
    Premesso che si può vivere senza festival e senza 14 febbraio, sento comunque il dovere morale di fare alcune osservazioni sul consumismo sfrenato che questi due eventi, giocoforza, generano.
    Partiamo da Valentino. Fioristi e ristoranti in prima linea con offerte strabilianti: peccato che raramente i fioristi espongano i prezzi dei fiori; fateci caso, le piante sono prezzate, i fiori raramente.
    A San Valentino mica regali una pianta alla tua donna, ma un mazzo di fiori. Quanto costa? Quanto decide il fiorista in quel momento, in genere…
    E le donne che cosa regalano agli uomini? Le cose più disparate e, già che ci siamo, i saldi ancora in corso in alcune città aiutano sicuramente all’acquisto. E – come sostengo da sempre – i saldi sono una enorme fregatura. Vi ricordo che la genesi dei saldi sta nel permettere ai negozianti di vendere stock di merci rimaste invendute ad un prezzo molto più concorrenziale, con il duplice scopo di fare risparmiare il consumatore e di svuotare i magazzini del negoziante; insomma, fare girare l’economia.
    Invece, come sappiamo, vi sono negozianti che acquistano a prezzi ridicoli della merce atta allo scopo, così ci guadagnano quattro volte tanto. E San Valentino casca a fagiolo.

    Teatro Ariston, Festival di SanremoPassando a Remo le considerazioni sono differenti.
    La kermesse canora vive di pubblicità, molta pubblicità, così tanta che essa rende ben di più dell’incostituzionale canone Rai che si è costretti a pagare. Per un’azienda, il costo di una spot pubblicitario durante le serate del festival è astronomico, per cui un’azienda deve fare fruttare al massimo quel breve messaggio che giunge sui nostri piccoli schermi a volume altissimo da triturare i timpani. Già, il volume, quello che non dovrebbe variare ed invece, guarda caso, sale vertiginosamente proprio durante la pubblicità, con conseguente altra violazione di legge.

    Orbene, questa settimana voglio affidare ai nostri affezionati lettori una sorta di compito a casa.
    In quelle serate, sforzatevi di guardare il festival ed osservate gli spot pubblicitari: quasi tutti sono in violazione delle norme sulla pubblicità ingannevole
    Offerte e promozioni non corrispondenti al vero, asterischi che richiamano scritte piccolissime che non ti danno il tempo di leggere e via discorrendo con le promozioni telefoniche.
    Anche perché, negli ultimi anni, pare che le due cose che contano in questo mondo siano automobili e telefonini, almeno stando agli spot.

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

    [foto di Diego Arbore]

  • #OgWifi: al via la mappatura dei locali e delle attività che forniscono il wifi a Genova

    #OgWifi: al via la mappatura dei locali e delle attività che forniscono il wifi a Genova

    wifi gratis#OgWifi, il Wifi a Genova in un click è il nuovo progetto lanciato nel capoluogo ligure da Open Genova e realizzato in collaborazione con Confesercenti e con il patrocinio del Comune: si tratta in sostanza di una mappatura gratuita dei locali e degli esercizi di vicinato che forniscono la connessione wifi ai propri clienti, gratis o a pagamento.

    In questo modo sarà possibile per tutti reperire la connessione internet più vicina e navigare sul web con il proprio smartphone o il proprio tablet. Inoltre, tutti i dati saranno raccolti con la licenza Creative Commons 3.0 e potranno essere usati da tutti.

    L’adesione al progetto per le attività è gratuita e può essere sottoscritta da pubblici esercizi come bar e ristoranti, negozi di vario genere, associazioni, strutture ricettive, semplicemente compilando la modulistica presente sui siti opengenova.org e confesercentiliguria.it

    Gli aderenti al progetto saranno poi geolocalizzati e avranno a disposizione una scheda sintetica contenente le caratteristiche della connessione wifi, i contatti dell’attività e una breve descrizione del locale/esercizio, il link al proprio sito, pagina facebook, account twitter o eventuali foto.

    «La mappatura degli esercizi wifi è un’iniziativa preziosa e costituirà un ottimo strumento di supporto a cittadini e visitatori – hanno dichiarato gli gli assessori Francesco Oddone e Isabella Lanzone nel corso della presentazione del progetto -. Gli esercenti genovesi hanno già da tempo compreso l’importanza di offrire questo servizio aggiuntivo che contribuisce a migliorare la  qualità della proposta commerciale e di quella turistica della nostra città, questo progetto  servirà a valorizzare anche la loro iniziativa».

    «Pensiamo  che questo progetto potrà fare da volano alla diffusione della connettività e dei servizi  ad alto contenuto tecnologico a Genova – spiega il responsabile di Open Genova Enrico Alletto –  Il Progetto #OGWiFi copre in una sola  volta almeno tre temi fondamentali: Open Data, Free WiFi e sviluppo della banda larga. Sviluppatori eesterni potranno per esempio accedere ai dati da noi messi a disposizione sotto licenza Creative Commons 3.0 e ricavarne un’app per smartphone».

  • “Via da questo luna park in disuso”

    “Via da questo luna park in disuso”

    letteredallaluna-quaderno2Il sabato pomeriggio si contano poche anime, sarà che piove da giorni, mentre l’acqua sottile si insinua fra le pietre che calpesto e le pulisce. Sono ancora poche le serrande alzate, l’ora della merenda è silenziosa dalle nostre parti, nelle strade del centro come sull’autobus. Non è desolante, non è triste, se dietro le persiane ci sono i caloriferi e gli schermi accesi, gli anziani da accudire, i figli e i cani hanno bisogno di amore.

    Sembra un bando andato deserto, questo sabato uggioso. E anche se non mi vedo, mi immagino con lo sguardo simile a quelli che incrocio, lo sguardo di chi durante la festa rimane da solo a guardare gli altri, scopre il trucco e non si diverte più.

    Intanto l’Imu cambia nome, i decreti del nostro governo vengono trasformati in slogan per poter essere apprezzati anche dai bambini e i titoli continuano a dettarli i più furbi che sanno sempre cosa dichiarare. Beati loro. Da un televisore in vetrina appare Scajola con il nodo in gola al cospetto di una massaia opinionista, accelero il passo.

    Sognare un giorno di portare via le palle da questo luna park in disuso non mi aiuta a vivere meglio il presente. L’attesa per qualcosa di migliore che verrà è una pastiglia capace di sedare la cronica disillusione. Ma è una bugia, l’ennesima.

     

    Gabriele Serpe

  • Animanauta, vita da marinaio: la visita alla mostra fotografica al Galata Museo del Mare

    Animanauta, vita da marinaio: la visita alla mostra fotografica al Galata Museo del Mare

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Genova città di mercanti, Genova città di marinai. Ma i genovesi davvero conoscono il mare, il porto, i mestieri ad esso legati e la realtà che vi gravita attorno? Probabilmente no. Attualmente quale genovese, ad esclusione degli addetti ai lavori, saprebbe davvero descrivere cosa succede in una giornata di lavoro in porto o su una nave? Il rapporto tra la città e il mare, anticamente così naturale, è stato interrotto dalle trasformazioni del progresso, e la maggior parte di noi verosimilmente non sa proprio nulla della vita di un marinaio dei nostri giorni.

    Ecco un’occasione per conoscerne e capirne qualcosa di più: il Mu.Ma Galata Museo del Mare ospita fino al 9 marzo la mostra fotografica “Animanauta”, una collezione di immagini scattate da Fabio Parisi, ufficiale di coperta della Marina Mercantile e fotografo. Il mare, insomma, visto attraverso gli occhi di chi quella realtà la conosce, la vive, la respira tutti i giorni e, trovandosi ad avere una propensione innata per l’espressione artistica, cerca di rendere le tante sfaccettature di quella realtà con una macchina fotografica in mano, nonostante «sia molto difficile descrivere e sintetizzare un mondo così complesso e articolato che oltretutto è distantissimo, sia in senso fisico che figurato, dalla vita di terra, e per quanto da anni ci si arrovelli nel cercare una riposta esaustiva, questa non si è ancora trovata».

    Dedicatosi per diverso tempo interamente alla musica, Fabio, classe ’79, ha iniziato ad avvicinarsi alla fotografia nel 2004: «nello scatto vedevo la possibilità di ampliare la mia espressività. Le navi sono arrivate qualche anno dopo. Il concept Animanauta ha iniziato a prendere forma nel 2011».

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Le foto, scattate per lo più in navigazione tra Oceano Indiano, Mediterraneo, Atlantico e Caraibi, presentano un comune denominatore che conduce il visitatore attraverso l’esposizione: una dominante rossa molto accesa (tramonti, fianchi delle navi…) che si contrappone a fondi plumbei, metallici, con un effetto meravigliosamente stridente.
    «Come in un concept album (vedi The Wall dei Pink Floyd tanto per citarne uno a caso) c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le canzoni, per Animanauta ho seguito la stessa logica: volevo che ci fosse un filo conduttore che legasse le foto tra di loro. Quando scatto non parto con un’idea precisa, ho un approccio assolutamente istintivo e non credo che potrebbe essere altrimenti. Nella postproduzione invece vengono fuori tutte quelle azioni necessarie ad esaltare le emozioni catturate negli scatti e quello è sicuramente un lavoro più razionale e tecnico».

    L’essenza del lavoro della Marina Mercantile è «il trasporto di merci e persone da un punto all’altro del globo. Questo trasporto avviene per mezzo di giganteschi vettori: le navi». Il ruolo che Fabio ricopre è carico di responsabilità tavolta, come ammette lui stesso, pesanti e scomode: «L’ufficiale è il responsabile della vita dei membri dell’equipaggio, della nave e del suo carico nonché dell’ecosistema marino. Nello specifico delle mie competenze, ad oggi sono stato delegato alle pianificazioni dei viaggi in tutti i suoi aspetti, quindi tracciare e calcolare le rotte di volta in volta più sicure e convenienti; la preparazione dei documenti necessari per arrivi e partenze dai vari porti e infine la tenuta della farmacia e dell’ospedale di bordo. Attualmente lavoro su navi reefer che portano ananas e banane; andiamo a prendere i carichi in centro america, nei caraibi e le portiamo in Europa. Il viaggio dura 28 giorni e normalmente faccio 3 viaggi a bordo e tre a casa».

    Nella vita quotidiana a bordo i ritmi sono scanditi «dalla tenuta di guardia sul ponte, dove convergono tutti i sistemi di monitoraggio della nave e della navigazione (dai radar ai pannelli d’allarme antincendio). In porto si seguono le operazioni commerciali». Ed è proprio nello spazio limitato della nave che «vive un microcosmo con ruoli e deleghe precise. Ogni componente dell’equipaggio, dal comandante al mozzo, lavora nel comune intento di portare a termine con successo quella che ancor oggi viene chiamata “spedizione”».

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Un termine scelto non a caso, che già da solo evoca difficoltà, distanze, intemperie, fatica, dedizione, coraggio. Tutte cose che emergono nei primissimi piani su mani e braccia di uomini al lavoro, con una preferenza per i dettagli che tralascia il volto e concentra tutta l’attenzione sul gesto, astraendolo in qualche modo dal contesto e rendendolo simbolo universale del fatto che il lavoro reca con sé fatica, una fatica nobile, carica di dignità e di una bellezza che si riflette direttamente nelle immagini. Chiunque può immedesimarsi in quelle mani al lavoro, eppure Fabio assicura «non pensavo a quello mentre scattavo. Ero semplicemente affascinato dall’arte marinaresca dei miei colleghi. Fondamentalmente le foto hanno immortalato ciò che in quei momenti attirava la mia attenzione e mi emozionava. È comunque molto gratificante quando una foto (così come una canzone o un quadro) attiva qualcosa nel cervello delle persone, al di là di ciò che passava per la testa dell’esecutore».

    Anche per questo le immagini sono mute per scelta dell’autore, che non ha voluto apporre alcuna didascalia: «per quanto aiutino l’autore a portare i terzi nella direzione della sua opera, vincolano o condizionano l’interpretazione che una persona può dare o non dare». Ciò detto, l’intenzione principale era quella di trasmettere «rispetto e ammirazione per i colleghi e per il loro lavoro».

    Posto che il fotografo deve avere la capacità di creare un filo di contatto con il soggetto ritratto, le foto suggeriscono un legame più forte del solito, questo perché gli uomini immortalati, intenti a svolgere «per lo più lavori di manutenzione ordinaria, atti a mantenere la nave entro determinati standard di sicurezza ed operatività» sono persone con cui l’autore lavora, con cui quindi esiste grande confidenza. Va ricordato infatti che il mestiere implica la convivenza sulla nave per mesi e la condivisione quindi di ogni momento della giornata: «Non avrei mai potuto fare un lavoro del genere se alla base del rapporto che ho instaurato con alcuni miei colleghi non ci fosse stato un forte rispetto per loro come individui e poi come naviganti. Va anche detto che non imbarco come fotografo, a bordo sono prima di tutto uno che lavora. Confesso che mi piacerebbe fare un imbarco in cui mi dedico fisicamente e mentalmente solo a raccontare con foto, video e musica quello che succede a bordo, ma d’altro canto credo che come “estraneo” potrei non entrare in sintonia con le persone».

    Come ultima cosa, Fabio ci racconta un aneddoto carico di poesia sull’origine del titolo della mostra: «Quando ho iniziato a capire che il “progetto” si stava concretizzando ho avuto la necessità di dargli un nome. Dopo parecchio tempo a pensare ad un degno titolo, e quasi deciso a rinunciare, un anziano bevitore mi disse che avrei dovuto usare qualcosa di molto semplice come “vita da marinai”. Ovviamente non mi piaceva affatto, ma mi ha dato lo spunto per andare a vedere che “suono” potesse avere in altre lingue… in latino anima vuol dire “vita” e nauta “marinaio”: Animanauta altro non è che vita da marinaio. Mi piace molto, lo trovo forte, intenso e ampio».

    Claudia Baghino

  • Cre.Sta, festival dell’arte indipendente a Genova. Sinergia tra Comune e volontari di Arbusti

    Cre.Sta, festival dell’arte indipendente a Genova. Sinergia tra Comune e volontari di Arbusti

    Porticato di Palazzo DucaleCre.Sta – Festival di Creatività Stanziale a Palazzo Tursi. Si tratta di un progetto attivato nel 2013 per la valorizzazione della creatività artistica indipendente, promosso da Arbusti (rete genovese di promozione dei creativi locali indipendenti) e dal Comune di Genova, Ufficio Cultura e Città. Il Festival ripercorrerà il cammino già tracciato lo scorso anno e darà spazio a eventi dislocati in giro per tutta la città, dal centro storico alle altre municipalità (Sampierdarena, Sestri Ponente, Quarto). Qui avranno spazio le arti indipendenti come musica, danza, teatro, visual e performing art. Si parte a maggio e si prosegue fino a settembre: si preannuncia un’estate ricca e movimentata… Ma il calendario per l’estate è solo il preludio di un programma più articolato, che si estenderà anche all’autunno.

    Che cos’è Cre.Sta: i progetti per il 2014 e il ruolo di Arbusti

    Si tratta di un progetto triennale per la valorizzazione delle migliori esperienze nell’ambito della creatività artistica “cittadina”, con attenzione alle produzioni indipendenti, ai giovani e alla relazione con il territorio: non a caso è proprio l’Ufficio Cultura e Città del Comune ad occuparsene, cercando di dare spazio alle esperienze che coniughino entrambi gli aspetti, quello locale e quello culturale. Si cerca di mettere in evidenza esperienze artistiche normalmente escluse dai circuiti tradizionali e in questo Amministrazione e Arbusti lavorano congiuntamente e in modo sinergico.

    Il progetto è partito per iniziativa dell’ufficio comunale, che a fine 2012 ha presentato un’istanza al Sindaco Doria e all’Assessore alla Cultura e al Turismo Carla Sibilla per testare i presupposti e mettere a punto una condivisione di intenti. Da qui, è nata una collaborazione e sono stati investiti tempo, forze, risorse per la programmazione di un evento (che è soprattutto un nuovo modo di percepire la cultura all’intesto del contesto urbano) di ampia portata. Per questo da Tursi si è scelto di coinvolgere Arbusti: il collettivo genovese, attivo ormai da qualche anno sul territorio, è servito da spinta per l’Amministrazione e ha fornito istanze per la sperimentazione e nuove modalità di valutazione delle proposte culturali. In pratica, Arbusti svolge la funzione di mappatura del territorio e individua artisti, che entrano a fare parte del gruppo e creano una rete. Arbusti propone all’amministrazione la lista dei soggetti mappati, che si esibiranno in giro per la città.

    «Quello che stiamo portando avanti con Arbusti è un progetto organico: vogliamo far crescere una generazione di artisti scelti “dal basso”, direttamente dal pubblico – commenta Max Morales di Arbusti – Tutto ciò ha soprattutto un risvolto socio-politico: l’offerta culturale è ampia e vogliamo incentivarla. Inoltre, ciò avrebbe ricadute anche sotto il profilo economico e sarebbe di slancio al turismo: si devono coltivare gli artisti cittadini indipendenti, sperare che molti di loro crescano e si affermino qui e oltre i confini cittadini. In questo modo si potrà creare una cultura artistica: facendo un lavoro “interno”, si creerà un sostrato ricco e si potrà puntare in futuro sulle eccellenze locali. Ad esempio, non si dovranno chiamare artisti da fuori per organizzare mostre, concerti, festival. Un processo virtuoso a 360 gradi, ambizioso e difficile: si basa sul nostro lavoro di volontari».

    giardini-di-plastica-urban-street-vandalismo-d5Per quest’anno sono previste novità rispetto alla già fortunata edizione 2013, che aveva raggiunto quota 7 mila presenze. Si parla di aumentare gli spazi (prima solo nel centro storico) e individuare aree strategiche nei vari municipi, in collaborazione coi soggetti locali. Lo scopo è quello di valorizzare la scena creativa locale. Si pensa, pertanto, di spostare parte delle iniziative alla Biblioteca Gallino di Sampierdarena e a Villa Rossi a Sestri Ponente, dove organizzazioni locali (il progetto “Coloriamo Sampierdarena” e altri) si stanno dando da fare e hanno di recente riqualificato gli spazi e dato avvio a progetti culturali interessanti. Cre.Sta arriverà poi anche a Quarto e al Teatro Altrove. Molte location del centro saranno mantenute, con l’esclusione forse del Porto Antico (o perlomeno con qualche differenza di forma rispetto allo scorso anno). Restano i Giardini di Baltimora, ma con importanti novità: lo scorso anno, tre giorni di musica e concerti; quest’anno sarà allestito un palco a maggio e resterà fino a settembre. Con le associazioni (Associazione Giardini di Plastica), il Municipio e il Comune, Cre.Sta porterà qui una serie di eventi e spettacoli diversi, per ridare vita a un luogo prezioso e spesso non annoverato tra gli spazi cittadini da utilizzare a scopi artistici.

    Inoltre, quest’anno l’amministrazione, nonostante il momento difficile per la cultura, proverà a sostenere i soggetti che più si mostreranno in grado di dare voce alla scena indipendente genovese. In questo Tursi fungerà da incubatore e sarà aiutato anche dal nuovo piano settennale 2014-2020, grazie al quale sarà possibile orientare in questo senso fondi POR-Fesr. Racconta Egidio Camponizzi dell’Ufficio Cultura e Città: «Non vogliamo fossilizzarci sulla dimensione locale, tuttavia riteniamo giusto dare voce ai soggetti calati sul territorio e sostenerli».

    Altra novità è quella di provare a estendere la manifestazione anche all’autunno, individuando strutture idonee e ricettive, in cui sono già attivi progetti culturali. «Genova brulica di realtà artistiche interessanti – commenta Max Morales di Arbusti – vorremmo dare modo a molte di loro di esibirsi, trovare spazio, movimentare la città e fare in modo che chi la vive percepisca che c’è sempre qualcosa che si muove. Ad esempio, sapevate che a Genova ci sono oltre 600 gruppi musicali? Se si riuscisse a farli suonare tutti ci sarebbero circa 2 concerti al giorno! Non è vero che in questa città non succede niente, che non c’è fermento: al contrario, Genova può ambire a diventare città culturale a tutti gli effetti, e noi ci impegniamo affinché ciò avvenga».

    Per saperne di più: Cre.Sta edizione 2013

    Grazie a Cre.Sta dal 28 giugno al 3 agosto 2013 a Genova si sono svolti oltre 50 appuntamenti in poco più di un mese, con esibizioni di teatro, danza e musica. Sono stati coinvolti vari soggetti, tra associazioni musicali, compagnie teatrali e di danza. Gli artisti erano oltre 300 e si sono esibiti in diversi spazi del centro storico, da una zona centrale per turismo e movida come il Porto Antico, agli affascinanti caruggi della Maddalena, alla via dei cantautori e della musica per eccellenza, Via del Campo. Proprio al Porto Antico, inoltre, gli eventi di Cre.Sta si sono svolti in apertura alle serate della consueta rassegna estiva Porto Antico EstateSpettacolo.

    Gli eventi si sono svolti nella fascia oraria compresa tra le 18 e le 20.30: scelta che può apparire impopolare, ma che rispondeva a una precisa strategia per movimentare la città in un orario poco sfruttato. Hanno avuto spazio concerti di musica antica, jazz, rock, spettacoli teatrali. Degna di nota l’iniziativa “Su la Cre.Sta”, una tre giorni di festeggiamenti (18-20 luglio) ai Giardini di Baltimora, con musica indipendente a cura di Collettivo Genova Urla, Greenfog e 89bpm / Hi Hat: hanno avuto spazio generi musicali diversi, dall’hip-hop, all’indie, al metal-rock, grazie alla collaborazione di realtà associative del territorio, al Municipio I, all’Associazione Giardini di Plastica. Uno spazio importante, una delle poche aree verdi cittadine: un non-luogo che si trasforma in luogo di aggregazione.

     

    Elettra Antognetti

  • Nuovo depuratore di Cornigliano, al via l’iter: sbloccata la concessione delle aree ex Ilva

    Nuovo depuratore di Cornigliano, al via l’iter: sbloccata la concessione delle aree ex Ilva

    Ponte di CorniglianoQuindicimila metri quadrati nelle aree ex Ilva per far sorgere il nuovo depuratore di Cornigliano. Il delicato accordo che sancirà il passaggio di diritto di superficie da Autorità portuale a Mediterranea dell’Acque, verrà discusso questa mattina dalle Commissioni V – Territorio e VI – Sviluppo economico del Consiglio comunale convocate in seduta congiunta. Piuttosto singolare il fatto che Stefano Bernini, vicesindaco con delega all’urbanistica nonché presidente della Società per Cornigliano che ha effettuato la bonifica delle aree, non dovrebbe essere della partita. L’amministrazione sarà invece rappresentata dall’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, cofirmataria della delibera assieme al vicesindaco.

    Formalmente il provvedimento dà il via libera all’approvazione dello schema di contratto che coinvolge tutti gli attori interessati all’area che ospiterà il nuovo depuratore per il trattamento dei fanghi e delle acque e che consentirà la dismissione degli impianti di via Rolla (attuale depuratore di Cornigliano) e Volpara (Valbisagno).

    Innanzitutto – si legge nel documento – “Autorità portuale rinuncia, a fronte di un indennizzo da parte di Società per Cornigliano, alla costituzione in proprio favore del diritto di superficie relativamente alla porzione di area interessata alla realizzazione del predetto impianto di depurazione e accetta che vengano costituite alcune servitù in sottosuolo relativamente alle condotte a servizio dell’impianto medesimo”.

    Un primo passaggio fondamentale dato che i 15 mila metri quadrati appartengono alla molto più vasta area ex Ilva (circa 114.100 mq) su cui Società per Cornigliano ha svolto opere di bonifica pubblica e risanamento ambientale per dare il là alla riconversione ad opera di Autorità portuale mediante costituzione di diritto di superficie per 60 anni. Data la strategicità della zona anche per incrementare la capacità di trattamento di percolato della discarica di Scarpino – e non è certo un caso che la delibera arrivi in Commissione proprio in seguito alle emergenze delle scorse settimane, in realtà mai terminate – Autorità portuale si è detta disponibile a rinunciare ai propri diritti sull’area a fronte di 1 milione e 320 mila euro più iva, ovvero 1 milione 610 mila e 400 euro.  Ma questo indennizzo, sarà pagato da Mediterranea delle Acque ed arriverà nelle mani di Società per Cornigliano e, successivamente, in quelle dell’Autorità portuale tramite il Comune, entro 30 giorni dalla data di formalizzazione dell’accordo. Entro tre mesi sempre da tale data, invece, Tursi dovrà farsi carico di trasferire il diritto di superficie a Mediterranea delle Acque, attraverso un atto pubblico, per i previsti 60 anni.

    Nelle more dell’accordo che abbiamo visto interessare una molteplicità di soggetti, istituzionali e non, è anche previsto l’impegno da parte di Società per Cornigliano a costituire il diritto di passaggio sulle aree circostanti a quelli in cui sorgerà il depuratore, attraverso la strada che realizzerà la stessa Società per Cornigliano, “nonché il diritto di posa e mantenimento delle condotte di collettamento delle acque reflue e, in generale, di collegamento dell’impianto di depurazione con la viabilità e con la rete fognaria esistente” fino a che il depuratore sarà in funzione.
    Da parte sua, invece, il Comune definirà la destinazione d’uso delle aree attualmente occupate dal depuratore di via Rolla per riqualificare il quartiere di Cornigliano – che già solamente dalla dismissione dell’attuale impianto trarrebbe grande beneficio in termini di vivibilità e respirabilità dell’aria –  attraverso l’insediamento di attività produttive e artigianali, fatte salve le necessità tecniche per la realizzazione di opere complementari al nuovo impianto.

    Entrando più nel dettaglio, 8 mila metri quadrati serviranno per la realizzazione dell’impianto di trattamento dei fanghi che gestirà anche il materiale proveniente da Punta Vagno non rendendo così più necessario il depuratore di Volpara (qui l’approfondimento di Era Superba sui depuratori genovesi). Ma questa sarà solo la prima e più immediata fase di realizzazione ed entrata in funzionamento del nuovo depuratore. Più complicata, invece, la questione che riguarda i restanti 7 mila metri quadrati su cui sorgerà l’impianto di trattamento delle acque e che potranno essere richiesti dal Comune a Società per Cornigliano soltanto tra i 3 e i 6 anni successivi alla data di stipula dell’accordo (successivamente, in caso di mancata richiesta di Tursi, potrebbe intervenire direttamente Mediterranea delle Acque).

    «Questa zona – ci spiega il vicesindaco e presidente di Società per Cornigliano, Stefano Berniniera occupata dal Gruppo Spinelli che, a suo tempo, ottenne tutte le sue aree attraverso una figura giuridica inesistente: una sorta di comodato a pagamento. In virtù di questo canone, Spinelli ha cercato di far valere il contratto come vera e propria locazione, il ché avrebbe impedito la richiesta di liberazione dell’area prima di 12 anni dalla stipula del contratto. Per farla breve, in fase di accordo si è giunti, da un lato, alla consegna da parte di Spinelli dei 7 mila metri quadrati indispensabili per il depuratore e, dall’altro, al riconoscimento del contratto di locazione a Spinelli fino al 31 dicembre 2017 nelle zone restanti, che alla scadenza torneranno nella disponibilità dell’Autorità portuale».

    Ex Ilva, area Sot ancora da bonificare

    Uscendo dalla questione depuratore ma rimanendo sempre in zona ex Ilva, resta ancora da definire il futuro della cosiddetta area Sot (Sottoprodotti), l’unica su cui non è stata portata a termine la bonifica da parte di Società per Cornigliano. «La ragione – spiega Bernini – è dovuta al fatto che il terreno è pregno di benzoapirene e benzene, che riaffiorano ogni volta che si va a dissodare il suolo e hanno già causato diversi malori a chi si è trovato a lavorare nelle circostanze. Si è detto che il terreno andrebbe rimosso perché inquina le falde. Non è vero perché sotto c’è il mare. L’unica soluzione è quella di impermeabilizzare e tombare l’area, lasciando lì il terreno ed evitando di rinverdirne gli effetti nocivi con la sua movimentazione». Terminata la messa in sicurezza anche di quest’ultima porzione, Bernini è convinto dell’opportunità di dare vita a un nuovo parco urbano. Ma l’ultima parola spetta alla Regione che ha manifestato l’interesse a valutare l’opportunità di far sorgere qui il nuovo ospedale di Ponente piuttosto che nell’area Erzelli, soprattutto qualora permanessero gli ostacoli al trasferimento dell’Università in collina. Una partita, questa, ben lontana dal triplice fischio.

    Simone D’Ambrosio

  • Nervi, Marinella: nuova vita per lo storico hotel della passeggiata, ma la veranda è abusiva

    Nervi, Marinella: nuova vita per lo storico hotel della passeggiata, ma la veranda è abusiva

    Hotel Marinella, NerviIl 5 novembre, rispondendo a un articolo 54 allora sollevato dal consigliere Mario Baroni, l’assessore al Demanio e al Patrimonio, Francesco Miceli, aveva annunciato che la “Marinella” di Nervi avrebbe presto conosciuto il nome dei suoi nuovi gestori. A tre mesi da allora, lo stesso Baroni è tornato a porre la questione all’attenzione del Consiglio comunale dato che nel frattempo non è stato riscontrato alcun progresso: «È impensabile – ha detto l’esponente del Gruppo Misto – che in uno dei luoghi più affascinanti della nostra città permanga ancora questo spettacolo indegno. Proprio poche ore fa ho avuto conferma che continuano gli ingressi abusivi nella struttura da parte di persone senza fissa dimora, come già segnalato in passato». Il consigliere ha anche aggiunto che la struttura è sempre più fatiscente e lo stato di abbandono la espone costantemente all’erosione degli elementi naturali, come hanno ampiamente dimostrato le mareggiate dello scorso weekend.

    «Abbiamo bisogno che la passeggiata porti un indotto turistico – ha tuonato il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – e non capisco perché la giunta abbia il freno a mano tirato su questa situazione. È vero che l’edificio sorge su terreno demaniale ma è anche vero che la struttura è abbandonata da due anni».

    «Non c’è nessun freno a mano tirato da parte del Comune – ha risposto Miceli – dato che il Tribunale di Genova ha dichiarato il fallimento della società che gestiva l’impianto solamente il 15 novembre 2012. Da quel momento l’amministrazione si è mossa per ottenere gli interessi dei privati, anche se il bene era ed è ancora sotto la custodia del curatore fallimentare. Nel frattempo, sono anche stati fatti diversi sopralluoghi con successivi interventi della polizia per allontanare alcune presenze abusive».

    Come già anticipato tre mesi or sono, l’assessore ha confermato il recepimento di 6 manifestazioni di interesse da parte di privati per subentrare nella riqualificazione e gestione dell’immobile. Tuttavia, prima di procedere alla scelta dell’offerta migliore e quindi alla nuova concessione della Marinella, è necessario superare un ultimo ostacolo: la formalizzazione della procedura, infatti, è subordinata alla rimozione della “storica” veranda sul mare, costruita dal precedente gestore in violazione delle norme urbanistiche e paesaggistiche. In sostanza, la veranda è un abuso edilizio perché è stata realizzata senza le necessarie autorizzazioni e va, dunque, eliminata.

    Perché questa “bonifica” dell’immobile non è ancora stata effettuata? La ragione va ricercata nel fatto che attualmente la Marinella, di proprietà del Demanio marittimo e gestita per convenzione dal Comune, è in custodia del curatore fallimentare della società che gestiva l’impianto nel passato: il 6 febbraio la direzione Patrimonio e Demanio del Comune di Genova ha intimato al curatore di procedere alla rimozione della struttura per poter concludere la gara di assegnazione della nuova concessione. Il curatore avrà ora 20 giorni di tempo per provvedere, altrimenti la veranda verrà eliminata direttamente dal Comune addebitando i costi al curatore, il quale tuttavia ha già risposto che entro la fine del mese sistemerà la situazione.

    «Eliminato l’abuso – assicura Miceli – si potrà finalmente procedere con l’assegnazione dell’immobile che manterrà la destinazione d’uso precedente di stazione balneare e albergo-ristorante. La speranza è dunque di vedere la struttura riaperta già entro l’estate». Non facilissimo, dato che dopo la formalizzazione della nuova concessione, i privati dovranno innanzitutto provvedere alla ristrutturazione del bene. Senza dimenticare che l’eliminazione della veranda rischia di togliere grande appeal dal punto di vista turistico-commerciale.

    «Non rendendo più agibile la parte prospiciente al mare – sottolinea il consigliere Baroni – la Marinella perderebbe molto del suo fascino. Tra l’altro non mi spiego come non sia stato possibile intervenire nel passato: fare delle sanzioni a un’azienda fallita mi sembra tempo perso».

    «Senza la balconata – fa eco Lilli Lauro – l’immobile rischia di diventare un pacco commerciale e non so se i sei privati sarebbero sempre interessati. Perché, invece di eliminarla, non la rendiamo sicura dal punto di vista strutturale e paesaggistico? Rimuoviamo solo lo stretto necessario e provvediamo alle necessarie autorizzazioni, naturalmente facendo pagare i nuovi concessionari per poter utilizzare lo spazio sul mare».

    La sensazione è che l’iter per la rimozione sia ormai definitivamente partito. Ma non è detto che i nuovi gestori, appena ottenute le chiavi della struttura, non possano muoversi per restituire alla Marinella il suo sguardo sul mare di Nervi, in piena legalità. D’altronde, ne avrebbero tutti gli interessi.

    Simone D’Ambrosio

  • Gronda, rinviata la riunione dell’Osservatorio del Comune. Società Autostrade prende tempo

    Gronda, rinviata la riunione dell’Osservatorio del Comune. Società Autostrade prende tempo

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    La politica spinge, Autostrade temporeggia. Giovedì il sindaco aveva convocato la riunione dell’Osservatorio Gronda a cui avrebbe dovuto partecipare anche Autostrade, ma le 43 prescrizioni della Valutazione di Impatto Ambientale del Ministero (qui l’approfondimento di Era Superba) non sono da sottovalutare e l’incontro è stato rinviato perché società Autostrade non ha ancora preparato le controdeduzioni o comunque le risposte alle 43 prescrizioni.

    >> Qui il documento integrale del Ministero con le 43 prescrizioni sul progetto Gronda

    La replica del vicesindaco Bernini è dura e non si fa attendere: «La motivazione fornita da Autostrade non sta in piedi, non è possibile che non abbiano avuto il tempo di leggersi quelle “poche paginette”. Che ci dicano chiaramente cosa vogliono fare. Noi ci eravamo anche resi disponibili a trattare solo le tematiche più urgenti».

    “La Spea autostrade ha comunicato che non potrà aderire all’invito alla riunione dell’Osservatorio “gronda” che il sindaco ha convocato per giovedì 13 febbraio – si legge nella nota stampa diffusa dal Comune – La società precisa di non aver “ancora ultimato l’istruttoria” sul decreto di Valutazione impatto ambientale riguardante l’opera. Poiché la presenza della società è indispensabile alla efficace trattazione degli argomenti all’ordine del giorno, in particolare per quanto attiene alle esigenze degli abitanti “interferiti” dal progetto, l’amministrazione comunale ha ritenuto di rinviare la riunione dell’Osservatorio in attesa di una auspicata, sollecita presenza di Spea.”

  • Premio Sergio Lanzillo, prima edizione a cura dell’associazione Conoscere Genova

    Premio Sergio Lanzillo, prima edizione a cura dell’associazione Conoscere Genova

    genova-panorama-villetta-di-negroL’associazione culturale Conoscere Genova Onlus indice a partire dal 2014 un premio dedicato alla memoria di Sergio Lanzillo, Consigliere dell’associazione e Presidente dell’associazione italo polacca di Genova.

    Il premio Sergio Lanzillo è destinato a un soggetto che si sia distinto per la promozione della cultura genovese, per la tutela del suo patrimonio storico-artistico-ambientale e al tempo stesso anche per l’integrazione di persone e culture differenti nel tessuto sociale del capoluogo ligure.

    Le candidature possono essere presentate fino al 15 marzo tramite l’indirizzo mail premiolanzillo@conosceregenovaonlus.org, accompagnate eventualmente da documenti e materiali che motivino la scelta del candidato.

    La Commissione, composta dal Consiglio Direttivo dell’associazione integrato dal parente più prossimo del compianto Consigliere Sergio Lanzillo, valuterà le candidature e il 16 aprile, anniversario della morte di Sergio Lanzillo, verrà proclamato il vincitore.

    In casi eccezionali, quando sia impossibile individuare una persona che si sia particolarmente distinta in entrambi gli ambiti previsti dal bando, il premio può essere conferito un attestato ad una persona che abbia operato per lunghissimo tempo ed instancabilmente per l’integrazione di culture diverse nel tessuto sociale genovese e nel pieno rispetto della cultura della città.

    Entro il giorno 24 giugno verrà poi organizzata la premiazione.

  • Londra, la capitale sognata. Quel giorno trovai lavoro in un ristorante italiano…

    Londra, la capitale sognata. Quel giorno trovai lavoro in un ristorante italiano…

    londra (4)A Londra una madida coperta di foglie ingiallite colorava Hyde Park, avvolto nella foschia di un freddo mattino autunnale, l’aura intorno ai lampioni modellava dense sfere luminose alternate da grossi aceri popolati da indaffarati scoiattoli e paperelle assopite tra i crespi arbusti ricoperti da brillanti tele di ragno, ricordavano addobbi natalizi abbandonati a sé stessi.
    La sagoma zoppicante di un uomo avanzava tra il grigiore della nebbia, si trascinava a fatica e senza una particolare voglia, sotto il braccio stringeva stretto una coperta di lana, in mano un sacchetto per la spesa con gli effetti personali e un cartone di vino, quella era casa sua. Camminava nella mia direzione, calzava vecchie e dure scarpe eleganti ridotte a malconce e sgualcite ciabatte, indossava una giacca, una qualunque, non aveva mai guardato il colore ma sapeva bene quanto era calda. Giunto davanti alla chiesa di St.James ha attraversato il cortile avvicinandosi sicuro verso l’ingresso, fece un cenno con la testa a qualcuno spingendo il pesante portone scomparendo nel buio.
    Sono riuscito a entrare prima che la porta si chiudesse, la chiesa era vuota, tuttavia avevo la sensazione di non essere da solo. Una tenue luce colorata filtrava dai rosoni disegnando figure religiose sul pavimento di marmo, l’aria era satura d’incenso e tra le navate il silenzio era disturbato da spettrali brusii.
    Il mio cuore si è sciolto quando ho visto il tappeto di corpi che dormivano distribuiti su tutta la pianta della chiesa, alcuni tenevano ancora una birra in mano, altri non avevano avuto nemmeno la forza di distendersi, c’erano anche coppie abbracciate tra gli inginocchiatoi e fedeli cagnolini rannicchiati vicino al padrone.
    Le notti senza tetto di queste persone invisibili sono guerre infinite contro il freddo e la fame, lunghe battaglie che trovano pace solo alle prime luci dell’alba quando le quattro mura di una chiesa offrono tutto ciò di cui hanno bisogno, un semplice gesto e non le parole disperse in aria di una preghiera.

    eros-piccadilly.londra-DIHo ripreso il cammino passando per Piccadilly Circus dove un flusso di energia ha rigenerato il mio umore attraverso luci e colori di un crocevia sempre vivo in ogni momento del giorno. Attraversando Leicester Square e New Road sono arrivato a Covent Garden, i primi saltimbanco preparavano i loro numeri da offrire agli spettatori, si sentiva anche l’eco di una chitarra acustica arpeggiare If dei Pink Floyd, uno di quei pezzi che si possono ascoltare solo a Londra. In cielo si allargavano chiazze azzurre come secchiate d’acqua su un pavimento di schiuma, un timido raggio di sole riflesso sulla strada ancora bagnata creava piccoli arcobaleni di luce, era un monito per proseguire a piedi fino alla successiva fermata della metro.

    Lungo le scale della fermata di Holborn un signore elegante, probabilmente un impiegato, scendendo velocemente mi ha scontrato con la sua valigetta, con molta educazione mi ha chiesto profondamente scusa, non curandosi del suo ritardo mi ha regalato un piccolo inchino per poi riprendere la sua corsa frettolosa contro il tempo. Il treno per King Cross St.Pancreas sarebbe arrivato entro pochi minuti ma avevo camminato abbastanza da sentirmi stanco e mi sono seduto su una panchina ad attendere, vicino a me una ragazza leggeva una rivista di moda, era distratta dai sorrisi di un giovane operaio che si asciugava la fronte arrossendo ad ogni suo sguardo.

    Lo strepitio delle rotaie annunciava l’arrivo del treno, un muro di vagoni frapposto tra loro li divideva, un’ultima occhiata dal finestrino le ha fatto perdere vivacità in volto, i suoi occhi brillavano speranzosi di rivederlo il giorno seguente. Quella mattina dovevo recuperare il mio amico Sergio, viveva in un monolocale nel retro di un pub di Seven Sisters, si era raccomandato di chiedere al barman la chiave per accedere alla sua stanza e come da indicazioni sono entrato fiducioso. Il pub era vuoto ad eccezione di pochi eletti, un uomo barbuto discuteva animatamente con un amico immaginario, il barman giocava a freccette tenendo con il piede il ritmo di “Yes sir, I can Boogie” dei Baccara cantata al karaoke da una donna grassa e sfatta, erano solo le nove del mattino. Il pavimento appiccicoso emanava un odore acre di birra stagnante, il barman era concentrato per il tiro, ho aspettato che la freccetta si conficcasse una decina di centimetri fuori dal cerchio per chiedere informazioni.

    londra-chinatown-DIDovevamo andare in cerca di lavoro ma Sergio era ancora a letto con i postumi della sera precedente, dormiva su un materassino gonfiabile, non ne voleva sapere di alzarsi, farneticava nel sonno di naufragi e barche affondate, dopo l’ennesimo e vano tentativo ho rinunciato lasciandolo in balia delle onde. Riconsegnato la chiave al barman e salutato il barbuto e i suoi amici immaginari, ho preso al volo il primo treno per Soho, forse il posto ideale per trovare un occupazione. A Tottenham Court Road sono passato per le vie di China Town, ho sempre amato passeggiare spensieratamente tra le luccicanti anatre glassate nelle vetrine dei ristoranti e i market di frutta sconosciuta. Una coppia di sposi usciva da uno di questi, finito il pranzo di nozze low cost si facevano fotografare ai margini della via principale, lei indossava un abito rosso, lui era felice ma alticcio, si doveva far sorreggere da un amico per restare qualche secondo in posa.

    Guardavo la scenografia di Singing in the rain fuori dal Palace Theatre proprio nel momento in cui un tuono ha scosso l’aria e una cascata d’acqua si rovesciava sui marciapiedi. Mi sono riparato in un ristorante e ho approfittato dell’ora di pranzo per mangiare una pizza aspettando che cessasse il maltempo. Il titolare era originario di Genova, si chiamava Alberto, abbiamo parlato a lungo della nostra terra e di come si era trasferito a Londra negli anni sessanta scommettendo sulla qualità del cibo italiano, in principio aprì Cappuccetto come una pasticceria, nel tempo è divenuto uno dei ristoranti italiani più buoni della città. Gli ho raccontato la mia breve vita, sembrava interessato e soprattutto gli ero simpatico, così ha deciso di assumermi per un breve periodo dandomi opportunità di lavorare servendo ai tavoli nell’ora di pranzo.

    Volevo festeggiare e vista l’occasione ho comprato degli spaghetti da Lina Store, un negozio di alimentari italiani nel cuore di Soho, la sera volevo cucinare per tutti ed ero sicuro che soprattutto Graham apprezzasse. Graham è un poliziotto, quelli che da queste parti chiamano Bobby, lo sguardo buono ma deciso di chi sa di servire la sua nazione e le grandi braccia per stringere forte le sue bambine. Il suo orgoglio si legge nei baffi come Peter Sellers e le camicie di Fred Perry, la birra al pub delle diciotto e la cura con cui mantiene verde il suo prato, la medesima che usa per accudire la famiglia. Ha sposato Maria, un insegnante genovese di lingue che negli anni ottanta ha trovato amore e lavoro lungo le sponde del Tamigi chiudendo nel cassetto dei ricordi le gite in vespa in riviera e quel pesto il cui profumo le bussa alla porta nelle tediose giornate del Surrey. Soggiornavo da loro per un tempo indefinito, dormivo nella calda mansarda della casa di Thames Ditton, un paesino a sud di Wimbledon raggiungibile solo con il treno, mi avevano accolto come un figlio ed io con loro mi sentivo a casa.

    Passavo le notti in sala imparando i primi accordi con la chitarra di Graham oppure ascoltando vecchi vinili sdraiato sul tappeto persiano ad aspettare l’alba nascosta dalle nubi delle prime ore del giorno. La mattina era facile trovarmi riverso a terra con le cuffie ancora nelle orecchie e il disco ormai fermo, la loro unica premura era di coprirmi con uno scialle di lana, poi sarebbero andati entrambi al lavoro, adesso toccava a me ricambiare con una bella spaghettata, mi sembrava un giusto ringraziamento.

    Seduto sui bordi della fontana di Trafalgar square sognavo un futuro a Londra, la città di cui mi ero innamorato da piccolo con i racconti di Sherlock Holmes, il canto di Natale di Dickens e le avventure di Oliver Twist. Sono arrivato a Victoria station percorrendo The Mall e assistendo al cambio della guardia di Buckingam Palace, non vedevo l’ora di raccontare a Maria del nuovo lavoro e sono salito sul primo treno per Thames Ditton. Le campane della chiesa suonavano puntuali, come ogni sera, le foglie degli alberi cadevano a ritmo di ogni rintocco e il loro suono solenne era trasportato in ogni direzione come un’onda del mare. Attraversavo il piccolo ponte in pietra sul Tamigi, dove il suo corso è calmo e l’acqua meno torbida.
    Alcuni bambini giocavano a calcio su un prato in attesa che le mamme li chiamassero per cena, li osservavo invidioso, avrei fatto volentieri qualche tiro ma volevo arrivare presto per cucinare.
    Seguendo con gli occhi l’azione di uno di questi, non mi sono accorto di un piccolo cespuglio che mi ha fatto inciampare, gli spaghetti sono rotolati nel fiume e si sono allontanati per poi sprofondare insieme alla cena.
    Le finestre illuminate si riflettevano sulla strada ancora bagnata, una colonna di fumo grigio saliva dal camino e la luna appena sorta si prendeva gioco di me con il suo malizioso sorriso.
    Mi sono lasciato alle spalle il cancello e dalla porta è apparso Graham con i folti baffi e i suoi occhi scuri come nocciole che mi osservavano curioso, avevo il viso stanco e sembravo preoccupato.
    Mi chiese se andava tutto bene, io sorrisi come se avessi vinto alla lotteria “Ho un lavoro caro Graham, stasera pizza per tutti, offro io!”

    Diego Arbore

  • Santa Maria di Castello: oltre 14 mila visite all’anno grazie al lavoro dei volontari

    Santa Maria di Castello: oltre 14 mila visite all’anno grazie al lavoro dei volontari

    santa-maria-castello-centro-storicoForse non molti sanno che il complesso di Santa Maria di Castello, vicino a Piazza Embriaci, da qualche anno è tornato a nuova vita grazie al lavoro di un gruppo di volontari. Questi hanno unito le forze, messo insieme le competenze e condiviso un sogno, quello di far tornare a splendere la bella chiesa del centro storico genovese. Per questo motivo, dal 2009 organizzano visite guidate gratuite per i curiosi che arrivano in zona (soprattutto gli stranieri, più propensi a leggere guide e ad avventurarsi nei caruggi) e hanno raggiunto in poco tempo il traguardo inaspettato di 14.300 mila visitatori all’anno: dati non proprio trascurabili, soprattutto in riferimento al recente dossier del Comune di Genova circa i visitatori dei musei civici e gli approfondimenti di Era Superba su alcuni musei cittadini che raccolgono meno di quello che potrebbero, come ad esempio Musei di Nervi, Palazzo Verde o la stessa Lanterna (presto un approfondimento ad hoc sulle visite dei musei di Genova su Era Superba, ndr).

    Per Santa Maria di Castello il trend è in crescita: le stime relative al mese di gennaio 2014 sono in aumento del 30 per cento rispetto a quelle dello stesso mese del 2013. Cifre notevoli soprattutto se si pensa che i volontari si sono organizzati spontaneamente e proseguono il loro lavoro con passione, ma senza alcun tipo di aiuto da parte dell’Amministrazione.

    Chi sono i volontari di Santa Maria di Castello?

    I volontari si sono uniti nella “Associazione Culturale Santa Maria di Castello” e da 4 anni garantiscono l’apertura del complesso, che altrimenti resterebbe chiuso al pubblico, e propongono visite alla chiesa, al chiostro e al convento femminile (che pare essere stato un tempo il preferito dalla nobiltà genovese).
    Si tratta di una trentina di persone, quasi tutti pensionati (ex manager, professori, giudici, professionisti, ciascuno con competenze diverse), alcuni residenti in zona, altri invece no. Hanno deciso di dare vita a questo gruppo spontaneo perché mossi da una comunanza di intenti, ovvero rendere fruibile il patrimonio cittadino. Oggi, ognuno di loro sceglie una mezza giornata in cui presidiare il luogo e rendersene responsabile, assieme ad altri colleghi. Si è subito creato un nucleo affiatato di persone che, motivate e determinate, hanno portato avanti il loro obiettivo di aprire Santa Maria di Castello a chi non la conosce.
    Si tratta anche di un progetto che prevede una certa continuità temporale: i soci “giovani” e appena arruolati affiancano quelli più esperti durante il loro primo periodo come volontari, per essere edotti sulle nozioni relative al complesso: una sorta di “passaggio del testimone”.
    A tale proposito, inoltre, i volontari hanno iniziato fin dal primo anno ad organizzare iniziative alla presenza di studiosi ed esperti di arte, storia, architettura, tessuti, sistema tombale, per approfondire le proprie conoscenze, formarsi e poter così formare e informare gli altri. Queste iniziative dapprima erano riservate solo agli stessi volontari, nell’ambito della loro formazione; tuttavia, dall’inizio del 2013 si è pensato di allargare il cerchio ed estendere gli incontri prima ai soci “ordinari” dell’associazione (che però non svolgono il ruolo di guida) e poi a tutta la cittadinanza. Da allora ci sono stati tre incontri pubblici: il primo dedicato alla visita alla sala delle reliquie, che ha visto arrivare circa 300 persone in due weekend; il secondo, la presentazione del sistema tombale di Santa Maria di Castello; il terzo, l’esposizione di corali che, nell’arco di un solo pomeriggio, ha permesso l’affluenza di oltre 350 persone.

    Dati esaltanti. Dice Eugenio Cataldi, volontario e per tre anni presidente dell’associazione: «Abbiamo raggiunto numeri molto positivi, nemmeno noi ci aspettavamo un’affluenza così copiosa. Nel tempo, abbiamo visto che l’interesse per i nostri incontri “privati” si è esteso prima agli altri soci del gruppo, poi ai cittadini genovesi. Il problema è che, se manca la pubblicità per i nostri eventi, diventa difficile farci conoscere e fare in modo che chi è interessato ci raggiunga». Un problema, questo, comune alla maggior parte dei musei cittadini.
    Non mancheranno tante iniziative anche nel 2014: un calendario ricco di eventi è già in corso, dal seminario sul sistema tombale genovese, al concerto d’organo, esposizioni di corali e tessuti religiosi.

    Chi sono i visitatori di Santa Maria di Castello?

    centro-storico-vicoli-castello-5Ci raccontano i volontari che hanno istituito una collaborazione con le scuole -della zona e non solo-, così da rendere possibile ai più giovani la visita del bel complesso, che racchiude in sé gran parte della storia di Genova, dall’alto Medioevo a oggi. Inoltre, ci dicono, il loro pubblico si compone anche di molti turisti italiani e soprattutto stranieri: russi, neozelandesi, tedeschi, francesi, americani, inglesi sono solo alcuni dei visitatori che Santa Maria di Castello ha ospitato nel 2013. Si tratta di persone che visitano Genova alla scoperta della città “vera”, oltre le consuete rotte turistiche, fuori dai circuiti tradizionalmente presentati dai tour operator. Questi, cartina alla mano, si avventurano nei caruggi e arrivano al complesso, che spesso trovano indicato sulle loro guide come uno dei più importanti della città.
    Ma non solo turisti: ci sono anche tanti, tantissimi genovesi. Molti di loro sono persone che abitavano in zona anni fa, o quando erano bambini, e che adesso vogliono riscoprire i luoghi del loro passato; altri sono genovesi curiosi e motivati, che chissà come (il passaparola di amici e conoscenti, interessi artistici) approdano qui e si scoprono loro malgrado ignari di parte della storia della nostra città.

    Commenta ancora Cataldi: «Ci sono molti genovesi che non conoscono la zona e il complesso, e restano strabiliati non appena scoprono cosa racchiude all’interno di S. M. Castello. Per noi è un piacere fare quello che facciamo, altrimenti non saremmo qui: siamo volontari e indipendenti, e in questa attività mettiamo sia passione che qualità. Non riceviamo alcuna sovvenzione, non ci facciamo pubblicità se non attraverso i canali tradizionali di newsletter, tv, giornali e altri media».

    Volontari a Santa Maria di Castello: cosa ne pensano a Tursi?

    Con questa iniziativa il Comune di Genova risparmia ben 180 mila euro, spesa che dovrebbe affrontare se decidesse di assumere una cooperativa per l’apertura e la gestione di Santa Maria di Castello. Inoltre, viene offerto un servizio notevole non solo in termini di risparmi ma anche sotto il profilo culturale: un modo per far conoscere il patrimonio e aprirlo all’esterno. Oggi il complesso è aperto ogni giorno, tutto il giorno: sette giorni su sette, feriali e festivi, mattina e pomeriggio. Anche ad agosto, anche se questo è l’unico mese in cui il servizio non è garantito con la stessa assiduità che negli altri mesi perché, raccontano dall’associazione, «ricordiamo che siamo un gruppo di volontari e non sempre è facile coordinarsi, soprattutto durante la pausa estiva».

    Ci avevano detto i membri dell’associazione di quartiere AssEst tempo fa, quando con #EraOnTheRoad ci eravamo spinti in zona: «Il vero problema è che l’amministrazione non conosce bene il centro storico e il territorio che gestisce. Abbiamo organizzato anche un incontro alla presenza dell’assessore Sibilla e del Sindaco per sensibilizzare sul tema della promozione di questa parte della città e avevamo posto la questione in commissione consiliare. Chiedevamo di dare impulsi e organizzare visite dalla zona di Piazza S. Giorgio fino alla chiesa dei Santi Giacomo e Filippo e Torre Embriaci, ma ci siamo ritrovati con un nulla di fatto».

    Oggi i volontari ci rassicurano con parole più distese: raccontano di avere contatti con l’amministrazione comunale, che li conosce e li stima per il loro lavoro. Tuttavia, non è in atto alcuna collaborazione tra i soggetti, anche perché il complesso è di proprietà dei frati domenicani. «Anni fa Tursi corrispondeva un canone ai domenicani per la manutenzione e per apportare migliorie alla chiesa e agli spazi annessi. Nel tempo, questo canone – vittima della crisi e della progressiva riduzione di fondi – è andato a scemare, fino a scomparire. Noi, nello specifico, non riceviamo alcun incentivo: le nostre iniziative sono completamente gratuite, ci sovvenzioniamo con le quote che versiamo per l’iscrizione, e le offerte versate dai visitatori sono destinate ai frati».
    Certo, è molto faticoso portare avanti questo progetto così ambizioso e fortunato, come si sta rivelando, senza alcun tipo di finanziamenti: i costi sono alti, qui ci sono molti oggetti preziosi (dipinti, tombe, tessuti, ecc.) che necessitano di restauro e manutenzione. Si pensi che la ristrutturazione del coro è costata 270 mila euro, mentre 60 mila solo per il restauro della cappella di San Vincenzo Ferrer. Tuttavia, il lavoro dell’associazione prosegue a gonfie vele e sembra non volersi arrestare: un’iniziativa degna di plauso e importante per tutta la città.

    Elettra Antognetti

  • Biblioteca Universitaria, cattedrale nel deserto per fare cassa con i fondi pubblici?

    Biblioteca Universitaria, cattedrale nel deserto per fare cassa con i fondi pubblici?

    Principe ex hotel Colombia. nuova biblioteca universitaria.1

    A sei anni dalla chiusura del cantiere presso l’ex hotel Colombia di Piazza Acquaverde a Principe, la nuova sede della Biblioteca Universitaria di Genova – che potrebbe costituire una significativa opportunità per la città in termini di potenziamento dell’attrattiva culturale a livello nazionale e internazionale, stimolando di conseguenza occupazione e indotto – rischia di rimanere l’ennesima cattedrale nel deserto. La denuncia arriva dai sindacati Uilpa Mibact e Usb Mibact, dopo le dichiarazioni del Direttore Generale per i Beni Librari, Rossana Rummo, e del Direttore Regionale per i Beni Culturali della Liguria, Maurizio Galletti, secondo i quali «L’intera struttura, nel suo complesso, diverrà pienamente operativa a partire da ottobre 2014, mentre il fondo librario donato alla città da Edoardo Sanguineti sarà disponibile al pubblico entro giugno 2014».
    Le organizzazioni sindacali si chiedono con preoccupazione: «Che cosa potrà essere proposto al pubblico entro tali date?». Con le tempistiche attuali «Il rischio concreto è che vengano consegnati dei “contenitori” vuoti. Ad oggi nulla è dato sapere su modalità e tempi previsti per la catalogazione dei 40.000 volumi appartenuti a Sanguineti e la stessa incertezza caratterizza la gestione del trasferimento nella nuova sede dei circa 650.000 volumi attualmente ospitati nella sede storica di via Balbi 3».

    D’altra parte tale scetticismo è perlomeno legittimo. Da quindici anni, infatti, si parla del progetto e viene annunciata l’imminente apertura della nuova sede, ma immancabilmente – tranne sporadiche quanto temporanee inaugurazioni per mostrare a pochi fortunati lo splendore delle sue sale – le porte della biblioteca rimangono serrate, lasciando fuori la stragrande maggioranza dei cittadini. L’estate scorsa Era Superba aveva anticipato tutti i ritardi e gli innumerevoli intoppi legati al trasloco (qui l’inchiesta), riportando anche tutti i dubbi dei lavoratori in merito alla gestione delle operazioni di trasferimento del materiale librario, a scapito della principale funzione di una biblioteca pubblica, ovvero rendere fruibili le sue notevoli raccolte librarie e documentarie. Inoltre, durante il nostro sopralluogo di #EraOnTheRoad in diretta social nei locali della nuova biblioteca (era lo scorso ottobre, una delle tante scadenze fissate prima e disattese poi), avevamo incontrato uno degli addetti, solitario e senza compiti da svolgere, a presidiare una biblioteca senza libri e senza studenti. Ci disse: «È ancora in corso il trasferimento dei volumi…». Da quindici anni, però.

    Adesso i sindacati vogliono capire se la nuova sede è perfettamente idonea e se ha ottenuto tutte le agibilità necessarie che devono essere certificate dalle autorità competenti. «L’incontro avuto il 14 gennaio 2014 dalle nostre organizzazioni sindacali con il Direttore Generale per le Biblioteche, in presenza del Direttore regionale per i Beni Culturali della Liguria, non ha sciolto i numerosi interrogativi posti all’ordine del giorno e non ha fornito alcuna garanzia sul futuro della nuova struttura – scrivono in una nota Uilpa Mibact e Usb Mibact – L’edificio rappresenta uno dei maggiori investimenti del Ministero per i Beni Culturali in Italia, con un ammontare complessivo del finanziamento di circa 33 milioni di euro». Secondo Uilpa Mibact e Usb Mibact «Si rischia di imboccare ancora una volta la strada dello spreco di denaro pubblico, creando l’ennesima cattedrale nel deserto: uno sterminato e lussuoso contenitore vuoto, privo di strutture e risorse adeguate, da “regalare” ai privati perché ingestibile».

    Il lungo elenco di criticità emerse negli ultimi tempi, senza dubbio non fa ben sperare. «Come è possibile che in un edificio appena restaurato, e con un investimento di così rilevante entità, siano state riscontrate infiltrazioni e muffe che mettono a rischio il patrimonio librario antico e moderno? – si domandano Uilpa Mibact e Usb Mibact – È necessario ricordare che fanno parte del cosiddetto arredamento anche grondaie, infissi, finestre, porte assenti, danneggiate o non funzionanti, rilevanti disconnessioni su terrazzi, cornicioni, parapetti di pertinenza e relative infiltrazioni sottostanti, scarichi fognari difettosi, ecc».

    Le organizzazioni sindacali, dunque, chiedono alla Direzione Regionale Beni Culturali «Di quali finanziamenti può ancora disporre per mettere in funzione la nuova sede e arredare le sale di lettura, la Biblioteca Sanguineti, i magazzini librari? E ancora, qual è lo stato effettivo di cassa e competenze relative? È auspicabile e necessario, come peraltro richiesto anche dal Direttore Generale Rummo, e come previsto dalla normativa sulla trasparenza, che sia al più presto resa pubblica tutta la documentazione concernente la nuova sede della Biblioteca Universitaria di Genova, i lavori svolti e quelli da svolgere, le modalità di utilizzo dei finanziamenti pubblici».

    «Non vorremmo che gli annunci fatti prefigurassero le solite “inaugurazioni” da parata – concludono Uilpa Mibact e Usb Mibact – E l’evidente assenza di un progetto complessivo servisse da giustificazione alla cessione di spazi e attività pubblici, al fine di “far cassa”».

    Non si è fatta attendere la risposta di Maurizio Galletti, Direttore Regionale per i Beni Culturali della Liguria «Nei prossimi giorni pubblicherò sul sito della Direzione regionale tutte le informazioni relative alla vicenda. Usb e Uilpa stanno mettendo in giro voci che non corrispondono a verità e, in altri casi, ingigantiscono le situazioni. I lavori sono andati avanti dal 2004 al 2011. Alcune finiture sono state effettuate nel 2012. Al termine della fase di collaudo è partita la gara per gli arredi. L’appalto è stato aggiudicato ma il terzo classificato ha fatto ricorso al Tar, che ci ha obbligato a rivalutare tutte le offerte. Fatto questo, la stessa azienda ha presentato un nuovo ricorso al Tribunale amministrativo. L’ultima udienza si è tenuta il 23 gennaio e l’azienda ha chiesto di differire la seduta, che è stata spostata al 16 febbraio. Se la questione si risolverà entro fine mese potremo rispettare i tempi annunciati (ottobre 2014), altrimenti i tempi giocoforza si allungheranno».

    Matteo Quadrone